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Teresa Opinione inserita da Teresa    06 Gennaio, 2008
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Senza verve

Di tutti i libri di Lansdale che ho letto, questo è l'unico che non mi è piaciuto, primo per la lentezza nel descrivere i fatti, secondo per la totale mancanza di suspence e di tensione che caratterizza lo stile di questo scrittore. Nessuna notte con la luce accesa sul comodino con la frase di rito "Ancora una pagina e poi spengo..". Sembra addirittura non scritto da lui.

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Opinione inserita da alessandro raffini    05 Gennaio, 2008

le benevole

premettendo che ho letto il libro in italiano(non conosco a sufficienza il francese per poter dare un giudizio definitivo sullo stile)penso di poter affermare che questo autore sia scarsamente originale(deve troppo a storici vari ed altri autori,sebbene sia un buon assemblatore).Il suo personaggio non è realistico ma è semplicemente un pretesto per mostrarci quanto è stato bravo a documentarsi ad es. sulla furiosa anarchia dei vari appararati nazisti sempre in contrasto l'uno con l'altro , tema peraltro gia trattato da molti storici.Il personaggio principale ,benche J.littel cerchi appigli nella drammaturgia greca (la nemesi,il fato benevolo(Thomas),la punizione per il matricidio per opera delle Erinni(le benevole),la sacralità di gemelli (femminile e maschile) dei quali ricerca l'unità, prima nevroticamente poi in un delirio psicotico(non a caso sua sorella si chiama Una ed ed é vissuta come una scissione della sua stessa anima, scissione per lui insanabile,dicevo il personaggio di Max a me risulta veramente poco cnvincente e peggio ancora veicolatore di una visione della vita che potrebbe essere quella di un verme.L'autore poi con vari escamotages pseudofilosofici cerca di convincerci che non esiste alcuna forma di giustizia ma solo varie forme di leggi arbitrarie(gli ebrei devono essere gassati , ma se qualcuno si appropria per proprio tornaconto personale dei loro beni è passibile di fucilazione)!Eppure,seppure marginalmente appaiono personaggi che hanno il coraggio di dire(vedi Vòss il linguista che sputa sul concetto di razza e verrà ucciso) o compiere degli atti che li rendono "giusti", ma soprattutto umani: i soldati che piuttosto che sparare su civili indifesi ,donne e bambini preferiscono sparare ai propri ufficiali andando incontro a morte certa, e, non da dimenticare l'infermiere delle ss, che, dopo il ferimento di una donna russa incinta"per errore" cerca di salvare perlomeno il nascituro.Riuscito nell'intento, un suo ufficiale superiore sfracellerà il cranio del bimbo contro la stufa dell'istba ,beccandosi poi una pallottola in fronte dall'infermiere la cui UMANITA' istintiva ha prevalso su ogni altra considerazione.Tornando all'incipit del libro posso solo dire questo :comunque vadano le cose quel soldato è mio fratello, non tu Maximilien Aue.

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"l'ordine del terrore"edizioni Laterza economica,"memorie del terzo reich" di Albert Speer+memorie di Spandau"sempre di AlbertSpeer,"Hitler, una biografia" diJoachim Fest,"Se questo è un uomo"di P.Levi,"Kaputt" di C.Malaparte,"I proscritti" diVon Solomon nonchè "Bagatelle per un massacro" di Cèline +altri testi di Drieu la Rochelle(fuoco fatuo ad es.) e di Jùnger,MA, l'autore da non dimenticare ,da cui J.littel copia letteralmente,in alcuni punti cruciali lo stile é Brett Easton Ellis.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Opinione inserita da PEPPECARO    05 Gennaio, 2008

MOSBY

Libro che potrei suddividere in 3 parti:1 parte l'autore parla del killer e dei suoi personaggi in maniera precisa e armoniosa, tanto che la trama ti avvolge e sembra di viverla dal suo interno. 2 parte cala di suspance,descrivendo in maniera anche troppo dettagliata caratteri e varie.3 parte riemerge la carica adrenalinica che mosby è bravo a trasmettere ad ogni pagina finale.In complesso un buon libro da leggere in ogni momento.

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Opinione inserita da Emme    05 Gennaio, 2008

E' solo Aue che conta

Basterebbe il profilo psicologico che l'autore ci descrive fino all'ultima pagina per adorare il romanzo, al di là delle ricostruzioni storiche, comunque apprezzabili. E' magnifico perché è un concentrato di pensieri fuggevoli e indesiderati dell'uomo qualunque, descritti con precisione clinica e superbia poetica. Tutto il resto è contorno, ed il nazismo si presta bene. A volte un po' innaturali le citazioni interdisciplinari, ma in fin dei conti interessanti. Attendo altre opere.

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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    05 Gennaio, 2008
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Accadrà. Lascia che le cose accadano.

Chi mi conosce bene di certo non ignora che fra i vari generi letterari il fantasy non rientra nelle mie grazie. In effetti romanzi come il Signore degli anelli, con il loro carattere mitologico, del tutto avulso dalla realtà, non riescono ad avvincermi, mi fanno sembrare, nel cercare di leggerli, un pesce fuor d’acqua.

Quando ho preso in mano Eibhlin non lo sa… ero perciò titubante, quasi restio, in preda all’amletico dubbio se convenisse o meno che cominciassi a leggerlo.

Poi mi sono deciso e dal prologo alla fine è stata una lettura ininterrotta, come assai difficilmente mi capita con altri romanzi.

Sì, ho assaporato il piacere di abbandonarmi totalmente a questa meravigliosa vicenda, perché non si tratta tanto di un fantasy, ma di un testo in cui la ricerca di un’antica spiritualità al fine di vivere il presente è la chiave dominante, con tutta una serie di perle di saggezza che mi hanno letteralmente coinvolto.

Non ci sono gli elfi, non ci sono i draghi, c’è quell’intimo contatto con la natura proprio dell’antica civiltà celtica.

Il personaggio di Eibhlin, strega per discendenza, è di accattivante dolcezza e il corollario di protagonisti che le stanno intorno, esseri che vivono sulla razionalità dell’uomo moderno e che poco a poco riscoprono il piacere di una vita a misura d’uomo, in armonia con se stessi e con l’ambiente, è veramente azzeccato, con caratterizzazioni diverse, ma verosimili e ben riuscite.

E poi è sempre presente lo stile mai greve di queste due scrittrici, una sorta di ruscello che scorre gorgogliando senza mai perdere di velocità, insomma quello che serve per leggere senza stancarsi, anzi per divorare le pagine.

Quest’opera ha un messaggio, riportato nel sottotitolo “Accadrà. Lascia che le cose accadano.”, un invito a vivere pienamente la vita, ad avere entusiasmo nei sentimenti, ad affrontare prima che gli altri se stessi, in una sorta di approfondimento dell’innata spiritualità che libera l’essere umano dal concetto di tempo, rendendolo di fatto l’immortale esempio del perfetto equilibrio della natura.

Non aggiungo altro per un’opera la cui lettura mi ha entusiasmato e che riverbera ancora i suoi effetti, mentre scrivo queste parole.

In un mondo in cui tutto è fiction, il meraviglioso incontro con la realtà di una terra come l’Irlanda e la saggezza di Eibhlin costituisce la magia per ritrovare il senso della vita in un’umanità delusa e indifferente.

Concludo dicendo che mi piacerebbe tanto che potesse essercene una trasposizione cinematografica, a mio avviso possibile sia per la struttura della narrazione che per la trama stessa.

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La guerra dei sordi, di Laura Costantini e Loredana Falcone
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Opinione inserita da raffaella    05 Gennaio, 2008

se ti trovi in pericolo

La storia è molto semplice ma efficace e direi alla portata di tutti.Interessante ma non avvincente.Stupisce il finale che assolutamente non è scontato!si, lo consiglierei per chi vuole leggere un bel libro ma non troppo impegnativo.

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Opinione inserita da gaialodovica    05 Gennaio, 2008

Recensione

Il libro si presenta molto bene, sin dall’aspetto. L’edizione è curata, i colori scelti sono azzeccati, il font e gli spazi bianchi sono quelli giusti per godersi un buon libro.
Quanto descritto sono ovviamente dei valori aggiunti ai contenuti, ai racconti brevi di Gaia Conventi e del suo “partner di penna” Stefano Borghi.
Sì, perché “Sulfureo” è frutto della collaborazione tra questi due promettenti autori che si sono incontrati per caso sul Web, e la EdiGiò dovrebbe essere ben contenta di aver scommesso su di loro.
I testi scorrono via che è un piacere, con rimandi allo stile horror classico di E.A. Poe e H.P. Lovecraft, e intriganti spolverate di humour nero che donano un tocco di originalità all’insieme.
E poi, degna di nota, la scelta di completare ognuno dei sedici racconti con singolari finali a sorpresa.
Per noi l’esperimento è riuscitissimo, gli amanti del noir e dell’ironia passino pure alla cassa senza indugi: la vostra biblioteca vi ringrazierà.
[LDL]

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"Il lato sinistro del cuore" di Carlo Lucarelli (racconti)
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Economia e finanza
 
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Opinione inserita da celin    04 Gennaio, 2008

Una chiave di lettura coraggiosa e corretta della

Ottima analisi ben scritto e con molti esempi e casi internazionali di estrema attualità. Da leggere un must per chi fa impresa, per i professionisti della conoscenza e chi vuole capire dove sarà nel futuro

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Religione e spiritualità
 
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Opinione inserita da Michelangelo    03 Gennaio, 2008

Il darwinismo smontato pezzo per pezzo

Supportata da una vasta bibliografia, tra cui spiccano le stesse memorie di Darwin (‘stranamente’ trascurate dai suoi apostoli), l’autrice chiarisce una volta di più come il darwinismo altro non sia che un’ipotesi di lavoro assolutamente priva di fondamenti scientifici, qualificandosi, semmai, come il frutto di una ideologia/militanza anticristiana.

Traspare dal libro tutta la passione con la quale la signora Alberoni ha voluto dare il suo contributo nel contrastare il ‘lavaggio del cervello’ a cui i nostri giovani vengono sottoposti nelle scuole e nelle università.

I miei complimenti a Rosa Alberoni.

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Lo consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono superare il conformismo culturale imperante e farsi finalmente un’idea attendibile e informata del darwinismo.
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Opinione inserita da mariagrazia    02 Gennaio, 2008

le benevole

sicuramente un libro molto interessante e istruttivo dal punto di vista della guerra vista dalla parte dei carnefici. mi chiedo come abbia fatto l'autore così giovane, ad addentrarsi dettagliatamente sulla vita delle forze armate tedesche duante il conflitto. avrà avuto suggerimento da qualche diario o da qualche vecchio sopravvissuto? oltre alla documentazione che avrà tratto dalle pubblicazioni. ci si rende conto leggendo che anche molti tedeschi hanno molto sofferto e sicuramente ciò che facevano non era proprio per la grande germania, ma perchè costretti da una ideologia fuori da ogni logica e da ogni mente razionale.

libro molto coinvolgente. l'amarezza che alla fine lascia lo spazio alla pietà per lo svuotamento e lo scetticismo che pervade il protagonista a fine conflitto.

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sulla 2 guerra mondiale, sull'olocausto, sui libri di primo levi
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Opinione inserita da daniela    01 Gennaio, 2008

La danza libera di Giacomo e Michela

…lo compro o non lo compro? E se lo compro, lo faccio perché l’ha scritto lui, o lo faccio perché penso che mi potrebbe piacere la storia? E quando lo leggerò, immaginerò le parole di carta pronunciate dalla sua voce, o lo leggerò e basta? E poi, se il libro mi piacerà, sarà perché è suo o sarà perché l’ho giudicato obiettivamente? E se non mi piacerà, sarà perché è suo o sarà perché l’ho giudicato obiettivamente?

Un dilemma dietro l’altro. Una situazione d’incertezza che si può provare di fronte ad un libro scritto da un personaggio famoso, di una fama conquistata per altra via, prima di entrare nelle librerie.

Credo che questo sia normale, e quasi impossibile prescindere da ogni pregiudizio.

Tuttavia, l’ultimo libro di Fabio Volo l’ho comprato e l’ho letto, tutto d’un fiato, anche in macchina, nelle soste ai semafori rossi. E alla fine ho deciso cosa mi piace e cosa non mi piace di questo romanzo.

La storia di Michela e Giacomo è intensissima, a tratti un po’ claustrofobica: ci sono loro e il loro “dentro”, non c’è il “fuori”, che è tutto concentrato in una New York molto citata e poco descritta.

I loro 8 giorni + 1 newyorkesi potevano essere vissuti in qualunque posto del mondo, purché lontano da tutto e da tutti, e del resto non è la cornice che conta, per quanto suggestiva.

Di Michela senza Giacomo sappiamo pochissimo, di Giacomo senza Michela molto di più, ma rimangono figure molto concentrate sul “qui ed ora”, senza il respiro dei personaggi di “Un posto nel mondo”.

Il messaggio che ho letto in questa storia mi piace, mi piace che una persona “regolare”, apparentemente risolta, non più di tanto infelice o insoddisfatta come Giacomo, molli tutto per seguire un sogno, o più che altro un’intuizione, per non dover chiedersi un giorno “come sarebbe stato, come sarei diventato, come sarebbe stata la mia vita se…”. Il più delle volte questo non lo facciamo e perdiamo delle occasioni, anche se spesso non ci sarebbe nemmeno bisogno di un volo transoceanico, ma basterebbe aprire gli occhi e la bocca, per sorridere o per dire qualcosa, quello che ci passa davvero per la testa.

Mi piace Michela, perché lei è una persona risolta, una che si conosce bene e che sta bene con se stessa, che forse non sa ancora esattamente cosa vuole, ma sa esattamente cosa non vuole e, giustamente, lo rifiuta.

La frase più bella del libro è sua: «mi sento orgogliosa anche quando spingo il carrello della spesa».

E qui si esprime il suo essere una persona piena.

Mi piace Silvia, il suo modo di voler bene a Giacomo, il suo spingerlo verso l’amore per Michela, e ho provato tenerezza per le sue paure, i suoi dubbi, e i vincoli che la tengono ferma.

Non mi è piaciuto l’incontro gratuito con Dinah, la signora americana al seguito del marito, un’immagine un po’ squallida e superflua all’economia della storia; mi è sfuggito il senso di questo quadro, in una storia dove mi pare ci sia poco di casuale.

Superato un iniziale fastidio, mi piacciono persino le dissertazioni un po’ “trucide”, anche se potevano essere un po’ più lievi, e mantenere lo stesso la loro efficacia.

Il libro trasuda, qua e là, un’incontenibile voglia di dissacrare, di sdrammatizzare, di smorzare i toni quando sembrano elevarsi un po’ troppo: è la vanga che rivolta un po’ il terreno, quando il romanticismo e la tenerezza rischiano di renderlo un po’ scivoloso.

Ci sono alcune immagini molto belle: il dito di Michela che scorre la pagina prima di voltarla, la nonna che confonde Giacomo con il defunto marito Alberto, Giacomo che annusa il maglione del padre e poi il guanto di Michela, la partita di calcio di Giacomo bambino, con il padre che è lì, ma non c’è.

E qui un’associazione acuta e delicata: Michela cerca un uomo che c’è, non un uomo che è lì. E Giacomo c’è, è nel giardino di Parigi, dove la danza è soltanto all’inizio…

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Opinione inserita da Gianluca    31 Dicembre, 2007

interessante

è una breve riflessione su ciò che è Amore. Tema sul quale non si scriverà mai abbastanza. Ricorda lo stile filosofico ciceroniano che tende alla ricerca di una definizione...Ha un suo limite nell'orizzonte cattolico, specie quando si chiede: perchè Amare?

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Cicerone (De Amicitia)
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Poesia italiana
 
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Opinione inserita da sandra    30 Dicembre, 2007

Recensione la vita con i miei occhi

Occhi di donna, coraggiosi e privi di retorica, quelli con cui Silvana Stremiz guarda alla vita e alla poesia. Nata in Canada da emigranti friulani, rientrata in patria, dove si è formata una famiglia, esprime in maniera efficace una matura sensibilità femminile. La sua è una poesia priva di certezze, ma ricca del pragmatismo delle donne, che comunque devono andare avanti per sé e i propri cari. “Di sbagli se ne fanno tanti e non sempre serve trovarne il motivo” scrive, solo la speranza, “ci fa credere in un domani migliore, dando un senso a tutto quello che c’è stato”. Si potrebbe stabilire un paragone tra la poesia della Stremiz e alcune fotografie del neorealismo friulano, ritratti di donne avvolti negli scuri scialli della tradizione, che guardano determinate al futuro, senza false consolazioni. Le tematiche affrontate da Stremiz fanno parte delle esperienze quotidiane del mondo femminile: la speranza, gli amori, la morte, le persone care, il tempo, l’esistenza di un Dio che talora, come a Giobbe, sembra insensibile al dolore dell’uomo. Il libro è diviso in due parti: la prima raccoglie una trentina di poesie e la seconda, “I miei pensieri sparsi”, aforismi che spronano e consolano. Danno voce alle parole e alle considerazioni, che tutte le madri prima o poi hanno rivolto ai loro figli come: “Non rinunciare mai, non arrenderti, / perché un solo successo può cancellare molti fallimenti”. È una poesia al femminile fatta di contrapposizioni: luce e ombra, vita e morte, felicità e tristezza. Su tutto domina un’enorme voglia di vivere in modo totale e intenso poiché “Non esistono gli avvenimenti che accadono, / ma siamo noi a crearli” con l’impegno e i sogni. “Non subire la vita…vivi” è l’esortazione della poetessa. Coraggio è sapere affrontare la realtà, l’“assaporare” “le piccole cose che danno senso alla vita”, nella consapevolezza dell’ineluttabilità della morte, che non arriva mai al momento giusto “forse perché non c’è mai un momento giusto per morire”. GABRIELLA BUCCO Recensione su " La Vita cattolica "

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Strepitoso coinvolgente.Da leggere con la mano al cuore.
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Opinione inserita da Anonimo    28 Dicembre, 2007

un romanzo superbo

certamente littel è una vera nuova stella letteraria. questo libro ha sconvolto il filone letterario sul nazifascismo, la ferocia, in particolare del fronte dell'est, dove sarebbe interessante indagare se una cultura "nordica" possa produrre con qualche facilità in più, la tendenza al "polemos" o "tanatos" anche da parte di individui di raffinata culture e di capacità critiche e autodeterminazione. aue è un uomo colto, con idee autonome, con gusti e cultura molto raffinati tuttavia, sia pure con forme di intolleranza fisica anche gravi e giudizi verso la visione del mondo nazista spesso negativi, accetta tutto razionalmente. e singolarmente commette assassini, la madre, il patrigno, quasi anche i propri figlioletti, e l'amico più fedele, per puro odio o per concvenienza personale. un bel rompicapo e un romanzo superbo.

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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    26 Dicembre, 2007
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La sacralità della morte

Strano romanzo, questo di Salvador, e che mi ha impegnato non poco nella lettura, interrotta e ripresa più volte.

Direi che si può suddividere in tre parti, di cui una prima propedeutica, volta a delineare il personaggio principale che parla sempre in prima persona, una seconda in cui la protagonista, realizzando la sua femminilità, riacquisisce se stessa e un’ultima, molto più pregnante e di intensa spiritualità che chiude superbamente l’opera.

Che Salvador sia un ottimo scrittore penso non ci siano dubbi, ma che poi riuscisse a pensare e a parlare al femminile è stata una vera e propria sorpresa, peraltro piacevole.

C’è da dire piuttosto che la seconda parte, per certi versi non facile, è quella che mi è risultata meno gradevole, perché l’erotismo che vi è presente mi è sembrato a volte eccessivo. Per quanto non sia un bacchettone, tuttavia l’insistere su certe immagini, su certi particolari di un rapporto amoroso ha finito, anziché coinvolgermi ulteriormente, con il provocarmi un certo senso di disagio.

Non dico che, data la tematica e le finalità dell’autore non dovessero esistere pagine di erotismo, però, sempre a mio avviso, a volte Salvador è andato oltre misura.

E’ un peccato, perché sarebbe bastato poco, magari qualche tono meno acceso e più sfumato, e Il maestro di giustizia sarebbe risultato un capolavoro, anziché essere, secondo me, un romanzo di sola pur eccellente fattura.

Nell’ultima parte l’autore è riuscito a ricreare una sorta di epoca ormai sparita, un’isola sperduta di spiritualità in mezzo a un mondo di ferocia. Nel ritorno alla sacralità della morte Salvador ci ha indicato la via per una vera vita, con mano lieve, senza mai indulgere a una commozione forzata, ma con la stessa naturalezza con cui gli abitanti di un villaggio rumeno respirano, amano e scompaiono.

Sembra di essere presenti, nei ritmi lenti, in quella sorta di muta fratellanza che accompagna gente in pace con la natura e con se stessa.

Alcune pagine, poi, mi sono sembrate di notevole bellezza e particolarmente pregnanti, come se l’autore avesse veramente vissuto una simile esperienza.

La morte che arriva in punta di piedi, il predestinato che l’accoglie in modo del tutto naturale, gli ultimi giorni di vita dell’amante della protagonista, lei che si trasforma da maestro di giustizia in essere umano con emozioni e amore, sono quanto di più bello Salvador potesse scrivere.

E anche le ultime righe sono nella completa logica che presiede alle vicende dei mortali, un autentico tocco da maestro.

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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    26 Dicembre, 2007
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Il passato ritorna

Romanzo difficile questo di Remo Bassini, quasi la ricerca di una prova della maturità letteraria, e non solo quindi una conferma della consapevolezza artistica delle opere precedenti.

Ritroviamo in questo testo elementi già presenti e radicati, soprattutto in “Dicono di Clelia”, un intreccio di storie e di personaggi apparentemente non collegati, ma che poi finiscono con il convergere in un’unica visione comune che, nel caso specifico, è la realtà attuale, sempre frutto dei trascorsi, di quel passato attraverso il quale costruiamo poi il presente.

Non intendo considerarlo un romanzo di genere, perché la tensione emotiva propria del giallo è nel DNA di Bassini, né posso intenderlo come un testo in cui si sviluppa l’esoterismo, anche se questo finisce con l’essere presente, ma non costituisce l’elemento dominante.

A fare i conti con il passato sono tutti i protagonisti di questa vicenda e in primis quello principale, quell’Anna che di cognome fa probabilmente non a caso Antichi, quasi un emblema della finalità dello sviluppo narrativo. E’ a lei soprattutto che l’autore rivolge la sua attenzione, in modo quasi ossessivo, perché è lei che dà il ritmo della narrazione, che si esprime attraverso una serie di flash back che rimandano di volta in volta a vicende passate.

E’ una parte essenziale questa e il ricorso a continui tuffi nella memoria appare determinante nel delineare la vicenda, anche se devo ammettere che appesantisce un po’ la fluidità del discorso, ma comprendo pure che, francamente, Bassini non aveva altre possibilità per il modo in cui ha impostato lo sviluppo del suo romanzo.

Come dicevo tutti i personaggi devono fare i conti con il loro passato e sono legati da un evento luttuoso che ha segnato la loro vita. Per Anna è la morte del padre Leone, per Fabrizio, il poliziotto di cui Anna è innamorata, è il decesso dell’adorata moglie; analoghe perdite sono quelle che toccano Mario, scrittore di successo imbarbarito dopo il suicidio di un figlio e per Antonio a cui viene a mancare l’amico fraterno. Ma ci sono anche altri tipi di lutti, quali quello di Roberto, abbandonato dalla moglie.

Questi personaggi che sono venuti a mancare assurgono a figure determinanti in chi è restato, figure che in vita non erano state giustamente valutate e su cui non era stato riversato l’affetto adeguato. Questi fantasmi ora bussano alla porta di individui che hanno la percezione di essere degli ingrati e che, a differenza di altri romanzi di Bassini dove hanno l’attitudine a risolvere i problemi con la fuga, qui fanno i conti con il loro passato, con rimorsi, con rimpianti, esami di coscienza sui quali tentare di ricostruire una vita, di avere un futuro.

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Dicono di Clelia, di Remo Bassini
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    26 Dicembre, 2007
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Il lato oscuro

Quando ho intervistato l’autore in occasione dell’uscita del libro, gli ho chiesto, non avendolo ancora letto, il motivo di un titolo così strano e lui mi ha risposto che lo stesso annuncia, sia pur vagamente, l’esito drammatico dei racconti, i cui personaggi sono dotati di una personalità fuori dalla norma o a limite della stessa, o addirittura sono in preda alla follia.

Nell’introduzione al testo, scritta dallo stesso autore, viene rimarcato questo comune denominatore, citando la vita di Nietzsche, universalmente considerato un genio, razionale, logico e che poi all’improvviso finì con l’impazzire, quasi a voler dimostrare che è presente in ognuno di noi un lato oscuro che, poi, per motivi sconosciuti, può prendere all’improvviso la supremazia, trasformando una mente lucida in una folle.

Quindi l’obiettivo di questa raccolta di racconti non è per nulla facile, perché ci si addentra in un campo che continua a sfuggire alla logica, con caratteristiche e modalità che variano da individuo a individuo.

Lo sviluppo narrativo si avvale di un racconto lungo (La busta azzurra), in cui è più presente, al di sotto di un’apparente normalità, la radice della demenza, in questo caso quasi l’effetto di una successione genetica che porta la protagonista all’omicidio perpetrato quasi in tranche, in obbedienza al lato oscuro della personalità, sempre latente, ma che sembra esplodere con casualità, ricollegando un albero a una tragica vicenda familiare.

In questo racconto aleggia anche una certa aria di mistero, un senso di oppressione che per certi versi richiama la letteratura di genere, più incisivamente il gotico.

Questa sorta di horror psicologico è ancora più evidente in L’Assolo, dove in atmosfere nebbiose si dipana uno sdoppiamento della personalità che porta a un’imprevedibile conclusione.

Meno coerente nello sviluppo tematico, ma senz’altro assai riuscito è invece La pecora, dove il degrado, inteso in tutti suoi aspetti, porta a uno stato di rassegnata follia, intesa quale unica soluzione di un problema senza altri sbocchi.

Di sicuro effetto è poi Il custode del canile, in cui l’emarginazione diventa il campo di coltura di un disordine mentale da cui si può uscire solo con la morte.

Ne L’ultima estate di Alì l’autore cerca di trovare i motivi per i quali un essere umano si dà la morte, assieme ad altri ignari. Nella lucida follia del kamikaze c’è una sorta di rassegnazione, di mancanza di fede nella vita con totale dedizione alla morte, descritti a piccoli passi, una serie di immagini al rallentatore che non possono non coinvolgere.

La lettura di questa raccolta è senz’altro consigliabile.

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Storia e biografie
 
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Opinione inserita da Filippo Guarina    24 Dicembre, 2007

Recensione del libro di Garry Kasparov

In questo libro non troverete regole, partite o semplici notizie riguardanti il mondo degli scacchi ma l'autore,Garry Kasparov,campione del mondo a soli 21 anni fino al 2005, vi illustrerà gli aspetti psicologici degli scacchisti scrivendo per intero tutta la sua vita con gli aspetti positivi e negativi.Questo libro da un insegnamento sia a quelli che non sono appassionati di scacchi sia a chi invece si cimenta in questo nobile gioco o come professionista o come semplice giocatore.Consigliato a tutti i lettori che desiderano conoscere profondamene l' aspetto principale della vita che Kasparov interpreta come chiave principale nel gioco degli scacchi ovvero non cadere giù ma riprendersi sempre.

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consiglito a tutti gli amanti e non del gioco degli scacchi.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Opinione inserita da Standbyme    23 Dicembre, 2007

Indimenticabile

Nonostante le promesse che si leggono in quasi tutti i risvolti di copertina sono rari i romanzi i cui personaggi, in primis quello principale, riescono a lasciare un ricordo indelebile nella mente dei lettori. Splendida Sunset! Definirla eroina è limitativo. Una donna che di punto in bianco si ribella alle reiterate violenze del marito, tutore della legge (!), assumendone il ruolo e, affiancata da pochi e inaspettati amici, combatte con grinta loschi individui per difendere se stessa e, con vero senso della giustizia, i diritti di uomini di colore in una terra dove il razzismo imperava. E che stile ragazzi! Diretto, essenziale che ti prende e ti trascina fino al termine senza una sbavatura o un momento di stasi. L’Autore riesce a tratteggiare con poche parole le qualità caratteriali dei personaggi come il simpatico e giovanissimo Goose che dimostra di possedere una lealtà e una maturità non da poco. Quando uno scrittore riesce a far “vedere” al lettore i personaggi, anche quelli secondari, senza ricorrere più di quel tanto a lunghe e noiose descrizioni fisiche, siamo di fronte ad un grande romanziere. Complimenti anche al traduttore. L’ambientazione, il periodo in cui si svolge la storia, le tematiche trattate ricordano, per certi versi, il mitico John Steinbeck e come non pensare, nel leggere la battaglia finale, ad uno dei capolavori della cinematografia “Sfida all’O.K. Corral”. Una sola pecca: non poter assegnare una valutazione superiore. Mi auguro che gli altri romanzi di Lansdale, correrò per ora ad acquistare “La notte del drive-in”, siano all’altezza di questo. Se così non fosse sarebbe una delusione tremenda.

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Opinione inserita da Standybme    21 Dicembre, 2007

La strada

Buio, freddo, pioggia, neve, cenere grigia che copre ogni cosa in una terra ostile dove un bambino e suo padre avanzano lentamente verso il tepore. Non c’è più nulla: né la natura, tanto cara a McCarthy, né animali, né uomini, né tanto meno cibo. I pochi sopravvissuti si evitano e si temono a vicenda. Non sappiamo quale immane cataclisma abbia ridotto così la terra, probabilmente una guerra nucleare, poco importa: è il risultato che conta non la causa. L’autore non ci dice i nomi del bambino e del padre né ci descrive le loro fattezze (a parte la loro magrezza da campo di concentramento). Interessano al lettore questi dettagli? No, nel modo più assoluto e poi ognuno può immaginare il bambino e l’uomo come meglio gli aggrada. Rimaniamo coinvolti, sin dalla prima riga, dai dialoghi concisi, ma carichi di significati, tra l’uomo e il bambino tra il padre e il figlio, siamo trascinati dalle brevi descrizioni di un mondo che non c’è più, un mondo ritornato alla violenza primordiale, dove la pietà verso i vecchi non esiste, dove la tenerezza verso in bambino abbandonato ti fa diventare un bersaglio, dove solo l’intensissimo sentimento d’amore tra padre e figlio sopravvive ed è proprio questo “il fuoco”, che il bambino porta con se, che gli permetterà, forse, di essere accettato da qualche altro sopravvissuto. Un romanzo stupendo e crudo che merita in pieno il premio ricevuto. Un libro da lasciare sedimentare e poi rileggere perché riesce a darti tanto.

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a chi ama Cormac McCarthy
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Opinione inserita da Standybme    21 Dicembre, 2007

Complimenti Harry

Nel leggere il risvolto di copertina non si può non pensare a “Chiamalo sonno” capolavoro assoluto di Hanry Roth che lo scrisse nel 1934 e che non può mancare nelle librerie, non solo degli appassionati del genere, ma neanche in quelle di chi ama la buona scrittura. La foto invece fa venire in mente un altro ottimo e avvincente romanzo: “Le ceneri di Angela” di Frank McCourt. Ma sono qui per parlarvi dell’opera prima di Hanry Bernstein che, a dir la verità, non mi ha entusiasmato più di quel tanto. Certo è carino, a volte si ride e si rimane coinvolti nelle vicende, nelle beghe, nei pettegolezzi degli abitanti di questa strada di un povero quartiere di questa città industriale inglese. L’ostilità, che non sfocia quasi mai in violenza, tra le due comunità è palese ma quello che più risalta e che nei veri momenti di difficoltà gli abitanti si trovano uniti e compatti. Non traspare, per fortuna, una chiara connotazione di odio razziale nei confronti della comunità ebraica da parte di quella cristiana e viceversa. Non necessariamente bisogna appartenere a due diverse comunità perché si possano creare incomprensioni, disaccordi, litigi, dispetti, ripicche e quant’altro tra persone e famiglie che abitano in una stessa strada. Forse è nella natura dell’uomo cercare ad ogni costo lo scontro: ma questo è un altro discorso. Forse, anche se so che non bisognerebbe farlo, condizionato dai due romanzi di cui vi ho accennato all’inizio, assegno un voto medio che aumento di una tacca in considerazione della “giovanissima” età dell’autore. Complimenti Harry!

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Chiamalo sonno<br />
Le ceneri di Angela
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Opinione inserita da frà    20 Dicembre, 2007

CARINO ;MA SCONTATO

Carino, anke se il genere della storia è stravisto, adatto a ki piace le letture leggere

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I libri di Federico Moccia,e altri di quel tenore (superficiale)
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Opinione inserita da Gabriele Chiesi    18 Dicembre, 2007

L'anima e il suo destino

È un libro che mi ha aperto la mente e mi ha chiarito molte cose. Soprattutto ho molto apprezzato il leitmotiv che percorre tutto il testo, ossia che non c'è contrapposizione tra fede e ragione, ma che anzi la fede debba reggersi sulla ragione. Finalmente qualcuno che, senza bisogno di essere contro la Chiesa cattolica, ci fa capire che per essere credenti non occorre rinunciare alla propria intelligenza, anzi! Una grandissima opera.

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Poesia italiana
 
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Opinione inserita da I.Roggiati    17 Dicembre, 2007

esperire la pioggia

Un poeta giovane, con all'attivo già due plaquettes, prima di questa opera ben edita da Campanotto. A mio parere questa è la sua produzione, al momento, più bella, intensa e compiuta. Un libro diviso in due parti (corpo/frontiera e corpo/città) che si fa portavoce dell'adesso, filtrato dall'esperire poetico dell'autore. Grande tenuta formale, assenza di rime, presenza di molti richiami ritmici. Davvero un bel libro, con delle poesie assolutamente di primo piano nel panorama attuale. Spero che Lorefice continui sulla strada intrapresa. Da tenere d'occhio assolutamente. Bravi i tipi di Campanotto, sempre scelte di qualità.

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"Tema dell'addio" Milo De Angelis<br />
"Ritorno a Planaval" Stefano Dal Bianco<br />
"Umana Gloria" Mario Benedetti<br />
"Respiro" Ermanno Krumm
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Opinione inserita da Yogi82    17 Dicembre, 2007

Se consideri le colpe

Sarebbe stato bello se avesse approfondito la tematica dei pionieri italiani ( e non solo) del Far East

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Opinione inserita da Letizia    17 Dicembre, 2007

Verso la ricerca dell'essenza della vita

E se invece di "adottare a distanza" cercassimo di adottarci "in vicinanza" e "in profondità" e trovassimo il coraggio di vivere come "Alberto"?

Lo sforzo spaventa tanto da bloccare. L'obiezione sorge spontanea: "Allora uno dovrebbe spararsi!" ma il risultatoi è invece sorprendente come la fine del romanzo che ovviamente non si può rivelare.

Il preludio di un ottimistico finale si delinea già all'uscita di una galleria dove ci tuffiamo con i protagonisti del tutto inaspettatamente in un angolo di paradiso naturale .

E poi con un volo pindarico scopriamo che non uno scorcio, ma un intero mondo si può aprire dove possono prendersi una bella rivincita i veri sentimenti come la comprensione , il rispetto, la fedeltà a sè stessi e la dignità. Senza ipocrisia e demagogia . Solo puri sentimenti!

Accanto ad Alberto il protagonista maschile, altrettanto bella è l'immagine della essenza della femminilità impersonata da Adriana , la sua compagna che con le sue scelte di vita, di atteggiamenti e di persone che la circondano evidentemente ama sdrammatizzare, ma non sottrarsi alla vita.

Al di là delle caratterizzazioni personali emerge tutta la realtà che ci sommerge, in una contestualizzazione storica precisa e puntuale.

E' descritta a tratti con umorismo e a tratti con indignazione la "mala educazione" della elefantiaca gestione degli enti pubblici e non , affidata non a caso nel romanzo all'emblematico "Plantageneto" sotto la cui mole pullula una moltitudine di esseri immondi. E di qui il nesso è breve per sprofondare nello squallore delle periferie delle nostre città dove in mezzo alla melma riescono a sopravvivere - si fa davvero fatica a capire come - sentimenti meravigliosi e puri come l'amicizia, l'amore e la dignità.

Tuttavia se è innegabile la responsabilità delle strutture,la vera scoperta è che per fare davvero bene ai simili non c'è bisogno di andare lontano. Basterebbe "guardare" il vicino di stanza e condividere con lui la propria umanità, il senso di essere uomo.

Più si riflette sulle pagine appena lette e più appare la "purezza" la forza che che anima la caratterizzazione di tutti i personaggi, protagonisti e cooprotagonisti della vicenda.

Non rimane che farsi travolgere dallalettura della storia che parte lenta e poi accelera senza quasi farti accorgere perchè - come confessa l'Autore - "ogni riferimento è da considerarsi puramente casuale. Se comunque qualcuno pensasse di riconoscersi in quanto narrato...beh, a mia insaputa, è diventato un personaggio della mia storia".

Grazie per le emozioni che ci ha regalato e al prossimo romanzo!

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Per passione (e non perchè fa trend)
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Opinione inserita da letizia    15 Dicembre, 2007

il dono supremo

ho letto il dono supremo al volo, è splendido, ricco di contenuti e di spunti di riflessione, di una profondità non indifferente..comunque alcuni principi di vita descritti sono difficili da perseguire..ma non impossibili!

concludo dicendo che per poter comprendere e vivere l'amore L'UOMO DEVE AVERE IL PARADISO NELLA PROPRIA ANIMA

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consiglio questa lettura a quelle persone che ricercano se stesse..
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    12 Dicembre, 2007
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Per sapere di più sul Graal

Nell’ultima di copertina c’è scritto questo:

“Parsifal, il mitico Re del Graal, e suo figlio Lohengrin, il Cavaliere del Cigno, sono i protagonisti di questo romanzo dove la leggenda si fonde con la Storia ad identificarli con i davidici Trencavel che guidarono la resistenza catara contro i Crociati in Occitania.

Una storia segreta che getta una luce nuova e sorprendente sull’eroe immortalato da Wagner e che incantò personaggi come Ludwig di Baviera e Adolf Hitler. “

In prefazione, peraltro, l’ autore stesso dichiara che nell’opera svelerà il mistero del Graal del davidico Parsifal, attribuendo il merito di tale scoperta ai maestri medievali Flegetanis da Toledo e Wolfram von Eschenbach, che a suo tempo raccontarono i capitoli principali di questa storia realmente accaduta.

Per avvalorare questa affermazione, Javaloys fornisce, accanto a una cronologia dei fatti storici rilevanti, anche un quadro sinottico ove si definisce una corrispondenza fra i personaggi storici e quelli leggendari.

Il lavoro svolto è stato indubbiamente complesso, ma l’impressione che ho ritratto è che l’autore si sia trovato di fronte a una non facile scelta di percorso narrativo. Si deve essere detto: scrivo un saggio storico, oppure un romanzo storico, o addirittura un romanzo di fantasia, pur con agganci storici, dove l’aspetto esoterico sia dominante?

Probabilmente non è riuscito a darsi una risposta chiara, tanto che alcune pagine sono proprie di una ricerca storica, mentre altre sono un vero e proprio romanzo, con l’elemento magico presente, ma assai sfumato.

Ora, la valutazione dell’opera dipende molto dalle aspettative che il lettore si ritrae dalla stessa. Se desidera un romanzo di fantasia non ne sarà contento, ma se vuole farsi un’idea su chi erano Parsifal e Lohengrin, divertendosi a scorrere le pagine, che spesso sembrano condurre a una sequenza cinematografica, questo libro non potrà che piacergli.

I personaggi, cavalieri dell’epoca ben delineati nelle loro caratteristiche, prendono gradualmente forma e sostanza, dando vita a un intreccio che quasi costringe a seguire gli eventi che li vede protagonisti, tipo tornei, battaglie, assedi, avventure amorose anche.

Storicamente s’innesta poi la figura dominante e francamente esecrabile della Chiesa di Roma, tesa a fare crociate con scopi ufficialmente religiosi, ma con fini sotterranei ben più materiali. Questa è forse una delle parti migliori del libro, perché l’aspetto storico, se pur prioritario, finisce con l’essere raccontato in modo accessibile ai più, nonostante la complessità derivante da tutta una serie di intrighi che certo non mettono in buona luce l’opera del papato.

Nel complesso si tratta di un quadro medievale di pregevole fattura su fatti ed eventi a molti sconosciuti, ma che hanno una rilevanza di tutto riguardo nella storia europea, il tutto narrato con uno stile sobrio e anche accattivante. Penso si possa dire che questo libro costituisce l’occasione per saperne un po’ di più e se considerato in tale funzione è sicuramente raccomandabile.

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Opinione inserita da Aurelio    11 Dicembre, 2007

Africa misteriosa

Reduce dalla sconfortante lettura dell'ultimo romanzo di Smith, ho trovato in questo romanzo la mia consolazione, cosa prevedibile, del resto, visto che sono da sempre un fan di Cervo, che anche questa volta non mi ha deluso: belle descrizioni di paesaggi, splendide e realistiche scene d'azione, personaggi indimenticabili. Doppiamente meritewvole, direi, considerando che lo scenario del racconto era completamente diverso da quelli usualmente prescelti dall'autore. Per due giorni mi ha letteralmente catapultato nell'Africa subsahariana, tenendomi col fiato sospeso. Un libro che non dimenticherò facilmente e che a mio parere è destinato a diventare un "cult".

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W.Smith
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Opinione inserita da giuseppe    11 Dicembre, 2007

la mafia non esiste

Che la mafia non esista più lo sanno tutti, anche quelli che, una volta, venivano definiti mafiosi.Oggi siste un altro livello ancora più potente e devastante. Il livello politico. Si è rotto un anello, quello che legava i mafiosi ai politici. E la catena si è saldata di nuovo senza quell'anello. Oggi è il politico che gestisce il governo e il sottogoverno. Non si poteva fidare più dei mafiosi, troppi pentiti, troppi interesse trasversali che rischiavano di tirarli in ballo. Lasciando estrorsioni e traffici illeciti ai delinquenti i politici gestiscono gli appalti e tutti il lavoro degli enti locali dai comuni alle aziende sanitarie. Ai politici interessano solo i soldi ed i voti o se si vuole i voti e i soldi, cambiando l'ordine dei fattori il risultato non cambia

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Opinione inserita da Veronica    10 Dicembre, 2007

STRANO... DIREI, UNA DEVIAZIONE!

Immaginate di aver percorso per anni sempre lo stesso tragitto per recarvi nel vostro luogo preferito...questa volta però avete completamente cambiato strada, diciamo che avete "preso una deviazione"..una strada molto larga, scorrevole, piacevole ma talvolta noiosa. Ecco, questa deviazione è la metafora de "Il professionista", un racconto piacevole, molto distante dal genere che per anni ha contraddistinto questo brillante autore, ma che comunque lascia un buon impatto sul lettore. Grisham apprezza l'Italia e la descrive con grande peculiarità.. di questo dovremmo andare fieri! Almeno ogni tanto veniamo apprezzati per le nostre particolarità e non criticati per la nostra storia!

Naturalmente suona strano agli appassionati (e anche ai non) del genere che questa volta Grisham si sia allontanato così tanto dalla sua linea di scrittura,ma...perchè no?! solo gli stupidi non cambiano mai punto di vista! Buon racconto, leggero, a tratti divertente, in certi punti avvincente e... beh, ora guardo tutte le partite dell' NFL disponibili sulla tv italiana!

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Opinione inserita da Angela    10 Dicembre, 2007

Pensiero su Chesil Beach

Mi dispiace, ma devo dire che questo libro è stata una grande delusione. Forse è vero che dopo un capolavoro come Espiazione, era difficile pretendere un altro tesoro..però , per quanto penso sia comuqnue un grandissimo scrittore, ho trovato questo libro inconcludente e sbrigativo. La storia è bella,c'è tutto, amore e malinconia, ma non vien sviluppata, i tempi narrativi passano dal ritmo lento a veloce con uno stacco troppo evidente. Dopo aver indugiato a lungo sui "preliminari" tutta la seconda parte è lasciata a se stessa e condivido l'opinione della ragazza che dice che la dichiarazione di Florence alla fine del libro è assurda, e stona moltissimo con il personaggio, che è dolce, tenero ma, secondo me, non sufficientemente sviluppato (specie se si considera cosa succede alla fine). Poteva essere un libro meraviglioso, e invece si legge in due ore e alla fine ti lascia con una amaro in bocca incredibile: uno per la conclusione (che, comuqnue trovo giusta) 2 perchè non ti aspetti un racconto così da uno scrittore così. E comunque lo consiglio, per i dialoghi (interessanti) il realismo, la forza e la vividezza delle immagini.

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Opinione inserita da paola    10 Dicembre, 2007

I quaderni del piano

La storia narrata potrebbe esseere interessante e prendere il cuore, ma non viene sviluppata. L'attenzione è concentrata sulle azioni della protagonista tese alla "riconquista" della figlia. Ma tale riconquista avviene con una modalità che va a rovesciare la morale comune, giustificando il detto "il fine giustifica i mezzi". Il libro è letto, in alcune parti quasi noioso.

All'amoralità della protogonista fa da bilanciere la moralità e il forte senso del giusto delle donne che circondano la protagonista. L'insegnamento più prezioso penso venga da Flor che del figlio rapito preferisce far finta di dimenticarsene che rovinargli l'esistenza con la pretesa di ritrovarlo e portarlo via alla famiglia che lo ha allevato e curato.

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Opinione inserita da Domenico    09 Dicembre, 2007

Come le mosche d'autunno

Storia ambientata nella rivoluzione bolscevica. La storia si articola in un unico filone, senza particolari intrecci. I capitoli si susseguono con grandi intervalli di tempo e, come delle fotografie, ci mostrano con l'andare della storia varie situazioni di vita quotidiana che, nella loro brevità ci fanno capire i pensieri e lo stato d'animo. La trama è difatti incentrata sulla situazione interiore dei protagonisti, più che sulla loro condizione di vita.

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enrico78 Opinione inserita da enrico78    07 Dicembre, 2007
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Chesil Beach

Condivido le due belle recensioni di Paolo e Dalila. Si tratta di un romanzo molto bello, molto profondo seppure l'episodio narrato (la prima notte di nozze di una coppia alle prese con la prima esperienza sessuale per entrambi) possa far pensare al contrario. In realtà è un romanzo che veramente scava a fondo nei sentimenti delle persone, nell'incomunicabilità, nella difficoltà di svelare i propri segreri. Un inno all'amore e al dolore che provoca la sua perdita.

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Revolutionary Road di Richard Yates
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Opinione inserita da Valentina    06 Dicembre, 2007

Il coperchio del mare

Questo racconto è di piacevole lettura ed è nella sua semplicità molto profondo. Lascia spazio a temi quali il cambiamento, l'amicizia e al fascino del mare ("Alla fine dell'estate chi è stato l'ultimo a uscire dal mare?") che accompagna tutto il romanzo, dando la sensazione di essere onnipresente con i profumi, i colori ed i suoni. Il guardare al futuro, il lasciarsi tutto alle spalle riuscendo a chiudere "il coperchio del mare", mi ha affascinato...è un bel libro.

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Lo consiglio a chi ha letto SONNO PROFONDO, AMRITA ed a coloro che hanno apprezzato KITCHEN. A tutti gli appassionati di Banana Yoshimoto.
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Opinione inserita da gloria    06 Dicembre, 2007

le benevole

non capisco perchè un giovane scrittore al primo libro debba esersi immerso nella vita di uno schifosissimo nazista. All'inizio mi chiedevo perchè andare avanti nella lettura, mi sentivo masochista. Io ho letto la storia dell'olocausto e della II Guerra dei partigiani e non potevo pensare con la testa degli assassini. Ma proprio per questo sono andata avanti, volevo capire i carnefici, fra loro, come si sentivano, si parlavano apertamente, riconoscevano l'orrido da loro stessi compiuto?Dovevo rammentarmi di continuo che leggevo un romanzo di un giovane e non un saggio. e comunque alla fine ho capito e ritrovato un vero schifo d'uomo. Leggerlo? Non so.Molta rabbia. Certo lascia il segno

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fabio Opinione inserita da fabio    06 Dicembre, 2007
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inquietante

Un documento, una denuncia, un dramma, una rinascita.

L'esistenza di un bambino stravolta dalle brutture della guerra di cui diviene protagonista involontario.

Un urlo in difesa della vita. Imperdibile.

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fabio Opinione inserita da fabio    06 Dicembre, 2007
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Incompreso

Non sorprende leggere pareri tanto contrastanti su questo libro. Chi ha guardato più alla vicenda narrativa non può che dirsi deluso. Non c'è una vera storia e le vicende dei protaganisti sono grigie come il paesaggio che li circonda. Ma il libro non mi pare abbia la pretesa di raccontare un filo narrativo, quanto operare valutazioni metafisiche sull'umanità e sul ruolo universale di essa. Se la tematica filosofica del romanzo è pienamente compresa, condivisa o no, la valutazione complessiva non può che essere positiva. Interessante l'omessa suddivisione in capitoli, riconducibile alle ragioni anzidette.

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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    05 Dicembre, 2007
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Maldicenza di provincia

Primo romanzo di Sacha Naspini, L’ingrato già rivela le indubbie qualità di questo giovane autore e che potrei sintetizzare in una scrittura matura, ma mai greve.

In effetti in questo libro si avvertono alcune linee base che poi si ritrovano, perfezionate e in piena sinergia, ne I sassi.

L’analisi psicologica approfondita, l’ambientazione definita nei suoi aspetti essenziali, quasi delle indicazioni, e una trama senza intoppi sono caratteristiche che appaiono proprie di Naspini e quindi non dovute al caso, delle vere e proprie fondamenta su cui contare per dare vita a nuove situazioni, a vicende che non sono mai ripetitive.

I pregi e i difetti della provincia (nel caso specifico un paesino toscano) sono il pretesto per una spietata denuncia della maldicenza, di questo vizio sottile, latente anche in persone insospettabili e che appare come una valvola di sfogo per frustrazioni sempre presenti.

Certo il maestro Calamaio, il personaggio principale, ha anche le sue stranezze, come quella di spiare le bambine quando vanno in bagno, ma quest’anomalia, che si limita a una semplice osservazione, appare quasi insignificante rispetto all’acredine, alla storia del tutto inventata che sorge in questo paesino e che attecchisce in modo estremamente rapido.

E non è che la vox populi lo condanni per questo spirito guardone, ma per qualche cosa di immorale che gli stessi creatori ignorano e che nasce come frutto di fantasticherie che si dilatano di bocca in bocca, come a dire che uno starnuto nel giro di tre vie diventa un boato.

No, a Calamaio gli si rinfaccia l’ingratitudine, non gli si perdona che lui, accolto in paese proveniente dalla città, non abbia accettato le regole ferree che regnano sovrane nel tempo e che rendono una comunità al tempo stesso carnefice e vittima di se stessa.

Per dirla più chiaramente, Calamaio ha violato i confini sacri non tanto dell’etico, ma del conformismo, delitto senza possibilità di appello in una società chiusa che può solo accettare o respingere.

Fatto il primo passo, la maldicenza si amplifica, trae forza dalla sua stessa debolezza di iniziare da una bolla di sapone, perché è evidente che si viene a creare un inconscio legame fra chi per primo ha cominciato e l’ultimo che chiude e riapre il cerchio, in una sorta di girotondo senza fine.

L’individuo preso di mira non ha più cittadinanza e vive un’emarginazione che è fatta di forzata solitudine e di dispetti ricorrenti, quasi fosse considerato un corpo estraneo da cui liberarsi.

Il pregio dell’opera sta proprio nella capacità che ha avuto Sacha Naspini di rappresentare questa realtà, che non è un caso limite, ma che invero è frequente, con quella distorta volontà di trovare a tutti i costi un capro espiatorio su cui sfogare le proprie pulsioni represse.

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I sassi, di Sacha Naspini - Edizioni Il Foglio
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    04 Dicembre, 2007
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La forza della memoria

Dopo aver letto la prefazione, non si può non emozionarsi già dalla prima pagina di questo romanzo della memoria, soprattutto per uno come me che ha vissuto un certo periodo.

Si potrà obiettare che la vicenda non ha nulla di trascendentale, che non ci sono messaggi di grande portata, ma La casa della serva è un prezioso scrigno di ricordi di un’epoca che sembra ormai lontana mille e più anni.

In un paese sconvolto dalla guerra, dove la miseria è l’elemento dominante, la storia di Zvanin, questo bimbetto che è affetto da balbuzie e che non ama la scuola, è dipinta con un pennello d’artista, un susseguirsi di quadri che ben rendono l’atmosfera di un’Italia che cerca di risorgere.

L’analisi psicologica del protagonista principale è sapientemente intrecciata con quella dei comprimari, in una ricerca di identità che offre dignità a tutti, dal babbo Carlone al Barone, un povero scemo di guerra.

E di quel periodo c’è tutta l’atmosfera, con i comizi per le prime elezioni, l’evidente parzialità al riguardo della chiesa cattolica, la solidarietà tipica della povera gente, il paternalismo dei ricchi, la vecchia vaporiera che assurge a simbolo di rinascita.

Zvanin è un personaggio che non è possibile dimenticare, perché è vivo, quasi da toccarlo con mano; i suoi silenzi, le sue riflessioni, le sue paure, il suo modo di percepire la realtà sono un po’ parte di noi, di quando avevamo quell’età, ma, soprattutto, vivevamo in quell’epoca.

In Montanari è evidente la nostalgia che sale pari passo con il ricordo e poco a poco dalla nebbia emergono le immagini che pure io ho visto: i banchi di scuola con il legno intriso d’inchiostro, la maestra che non aveva ancora perso il concetto di educazione dell’epoca fascista, le aule fredde, la sagra di paese.

Un mondo in cui ho vissuto e che è stato spazzato via da un altro di cui non vorrei aver ricordi.

Può sembrare una frase fatta dire che si stava meglio, quando si stava peggio, ma allora Zvanin aveva una sua dignità di essere umano, con tante speranze, sogni e illusioni, mentre oggi non sarebbe altro che il risultato di un copia-incolla di un bambino standard.

Questo romanzo di Nino Montanari è scritto in modo delizioso e merita tanto di essere letto.

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Opinione inserita da manu    04 Dicembre, 2007

potente

Romanzo potente, non solo per il punto di vista scandaloso e per il viaggio attraverso gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, che ne farebbe tutto sommato solo un libro "furbo", ma anche per il lato oscuro e interiore del protagonista che spesso alza il livello da "narrazione" a "letteratura". Il finale però è frettoloso e insoddisfacente, peccato. Comunque una lettura che lascia il segno.

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Opinione inserita da vale    03 Dicembre, 2007

MAH

Purtroppo una grossa delusione rispetto a tutti gli altri di Guido Cervo che ho divorato.
Mi sono trovato spesso a saltare diverse pagine in cerca di azione o sequenze avvincenti.
Un viaggio di botanici e filosofi che in certe parti mi ha persino un po' ricordato l'ultimo di Wilburn Smith sull'Egitto, con viaggi nelle paludi malsane e insetti fastidiosi.
Speriamo nei prossimi, non voglio perderlo come autore.
Aspettate 'L'Aquila sul Nilo' in economica, almeno quello...

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Opinione inserita da Pier Carlo    02 Dicembre, 2007

Ma fate il favore...

con abbondante ritardo sui teocon statunitensi, a rimorchio di cicciobello giuliano ferrara, sciocchezze a ripetizione sulla scienza. meglio comprarsi un libro di ricette!

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Opinione inserita da Sara    02 Dicembre, 2007

l'ultimo beatnick

Un libro che mi ha suscitato emozioni che non provavo da tempo, mi ha fatto pensare a kerouac ai suoi primi componimenti, alla sua voglia di emergere, alla sua indissolubilità.

Vivamente consigliato

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rimbaud, bukowski, kerouac, allen gonsberg, henry miller.
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Opinione inserita da Paola    01 Dicembre, 2007

Bello

Bello, sensibile, un pezzo di mondo scritto sui nostri occhi con parole d'arcolbaleno

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Montale
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Storia e biografie
 
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Opinione inserita da anna    01 Dicembre, 2007

fantastico

L'ho letto tutto d'un fiato. Un uomo, sicuramente non perfetto, ma che ha lottato per quello in cui credeva, con valori che nella terza generazione sono ormai appannaggio di un passato dissacrato dall'avidità e dalla superficialità dei sentimenti. Condito con dovizia di particolari, ci mostra anche come il mondo degli affari abbia da tempo venduto l'anima al diavolo.

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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    01 Dicembre, 2007
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La cognizione del tempo

Il tacere del pendolo è certamente un titolo strano per una silloge poetica e può far immediatamente pensare a un tempo finito, cioè terminato per individuo che sia venuto meno.

Invece, non è niente di tutto questo, ma è un concetto particolare secondo cui per l’autore il tacere del pendolo è l’istante in cui un essere umano, totalmente preso dall’arte, dalla filosofia o dalla natura, riesce ad estraniarsi da ogni cosa che lo circonda e che non gli interessa, finendo per non avvertire nemmeno la realtà propria del tempo, e quindi del pendolo, lo strumento che lo misura per eccellenza.

Pertanto, poter idealmente bloccare lo scorrere del tempo finirebbe con il portare non tanto all’immortalità dell’individuo, ma del suo operato.

Concetto affascinante che porta come logica conseguenza al tema affrontato e svolto nella silloge, tutta imperniata sulla cognizione del tempo.

L’opera, costituita da 27 poesie a tema, è divisa in 5 sezioni con il preciso intento di agevolarne la lettura.

La prima di queste sezioni è dedicata al tempo breve, la seconda al tempo del conflitto, la terza al tempo dell’amore, la quarta al tempo della ragione e la quinta e ultima al tempo infinito.

Lo stile è del tutto personale ed è caratterizzato anche da una particolarità, cioè da richiami a piè di pagina per quei termini usati nei versi e che potrebbero risultare al lettore non del tutto chiari o comunque dubbi.

Devo dire, però, che il ricorso a questa interpretazione autentica è spesso superfluo, perché la lettura, oltre che gradevole, è anche sostanzialmente facile.

In questo senso non si può dire che Antonello Bianchi abbia voluto perseguire a tutti i costi una simbologia ermetica, preferendo, giustamente, lasciare la possibilità di meglio procedere a ponderate riflessioni sui concetti esposti.

E’ una scrittura sul tempo, ma che stilisticamente procede a balzi, con un fluire contemporaneo, ma con affondi ogni tanto nel passato, con un evidente compiacimento a ripensare ai versi dei grandi aedi dell’antichità, che qui trovano giusta collocazione per quelle poesie dove la solennità del tema richiede una struttura più consona, senza tuttavia che venga mai meno la relativa semplicità della lettura.

Il tacere del pendolo è l’opera di esordio di Antonello Bianchi e, francamente, sono dell’opinione che questa silloge evidenzi una maturità letteraria da poeta vissuto, con quella capacità di destreggiarsi con i versi senza mai perdere di vista l’obiettivo prefissato, anzi nulla è lasciato al caso o a divagazione, ma tutto è funzionale allo scopo.

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