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Margarita Hesse
Bellissimo lo stile, piacevolissima la lettura, una storia avvincente e dal contenuto molto interessante. Mi sembra un romanzo perfetto!
La storia è costruita intorno a situazioni reali: la corruzione, le crisi politiche, gli scandali di sesso e droga tra i politici boliviani. Manifestando un eccezionale talento narrativo, Manfredo Kempff trascina completamente il lettore nelle vicende e negli stati d'animo descritti. Margarita Hesse è il motore di tutto. Una donna ambigua, estremamente complessa e allo stesso tempo straordinaria. "Margarita Hesse si è rigirata il paese e il governo come una frittata". Una domanda verrà spontanea a tutti quelli che leggeranno questo romanzo: "e se andassero al potere le donne per una volta?"
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La fine di un regime
E’ un libro di carattere esclusivamente storico che parla della Repubblica Sociale Italiana, uno dei tanti al riguardo verrebbe spontaneo dire, ma con caratteristiche sue che lo impreziosiscono e ne danno una parvenza di attendibilità, sia nello svolgimento che nel giudizio conclusivo.
Certo è stato scritto da un’antifascista, per di più da uno di quelli che all’epoca combatté gli occupanti nazisti e i loro pseudo alleati dell’appena nata repubblica di Salò, ma ad essere onesti vi è da dire che Giorgio Bocca ha cercato in tutti i modi di essere imparziale e di dare più risalto alla storia costituita dai fatti che alle impressioni del tutto personali.
Questa impostazione, che privilegia gli accadimenti senza necessariamente esprimere un’opinione, è accompagnata da interessanti valutazioni su Mussolini in quanto uomo e non statista, con il risultato che attraverso questi giudizi si hanno anche delle plausibili risposte ai tanti perché.
Tutto comincia, come noto, nel luglio del 1943, quando il 25, durante la seduta del Gran Consiglio del Fascismo, Mussolini viene deposto. Il duce, l’uomo roboante, onnipotente degli anni antecedenti la guerra, è ormai l’ombra di se stesso. I rovesci militari, la certezza che ormai tutto è perso si riflettono sull’uomo in un’abulia, una incapacità di prendere decisioni di importanza vitale che lo accompagnerà fino alla fine.
Nulla fa, quindi, per opporsi al disegno dei congiurati, anzi finisce per assecondarlo accettando quella riunione, pur sapendo quello che vi si deciderà.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre e l’avventurosa liberazione dalla sua prigione sul Gran Sasso, Mussolini in terra tedesca, davanti a Hitler che gli propone, per non dire impone, di essere il capo carismatico dell’Italia non ancora in mano agli alleati angloamericani, ha delle reazioni lente, quasi distaccate, proprie di un uomo stanco e sfiduciato.
Forse vorrebbe chiudere la partita, forse vorrebbe anche ritirarsi, ma finisce con l’accettare, diventando di fatto il Quinsling italiano. Non vengono formulate da Bocca particolari ipotesi sul perché di questa adesione ai desideri del Fuhrer, tranne quella, peraltro di stampo fascista, di evitare in tal modo guai peggiori a un’Italia ormai occupata dai tedeschi.
Può essere stato questo uno dei motivi, ma certamente non l’unico; è più probabile invece che l’uomo Mussolini, ormai vagante nella nebbia dello sconforto, abbia trovato nel dittatore tedesco colui che l’avrebbe condotto per mano, lasciandogli quelle scelte politiche di partito e non di governo che gli avrebbero dato la parvenza di ritornare ai battaglieri anni di gioventù.
E’ peraltro impossibile che non sia consapevole dei disegni dei tedeschi sull’assetto da dare all’Italia dopo la vittoria in cui ancora credono, perché l’annessione al Reich del Trentino, del Friuli e della Dalmazia sono sotto i suoi occhi; lui se ne lamenterà, ma blandamente, come se si trattasse di una conseguenza inevitabile, e sa pure che anche tutta l’Italia settentrionale fino al Po farà la stessa fine, mentre il resto del paese verrebbe colonizzato. Forse spera di restare un giorno in Romagna, la sua Romagna, come governatore di un’appendice della grande Germania, ben poca cosa per uno che aveva grandi sogni di gloria.
Se vi è stata quindi una scelta, è stata solo politica, di conservazione per restare a galla annaspando.
E’ giusto dire, inoltre, che il duce è ben conscio che la neonata Repubblica Sociale Italiana è un semplice paravento per consentire ai tedeschi di dimostrare ai loro alleati che, nonostante il 25 luglio1943, nulla è cambiato e per avere di fatto il potere in Italia sotto la copertura di un governo locale.
Le occasioni in cui Mussolini, con lettere indirizzate ai gerarchi nazisti e rimaste senza risposta, manifesterà questa sua condizione di burattino saranno molteplici, ma l’uomo non è capace di decidere, si illude di comandare pur sapendo che non è vero e come una foglia si lascia trasportare dal vento degli accadimenti fino al suo definitivo annientamento, con una fuga mal preparata e verso l’improbabile rifugio svizzero.
Se da un lato la figura di quest’uomo può anche far sorgere un senso di pietà, quelle più fosche dei suoi ministri e gerarchi, gente che ha colto l’occasione della repubblica sociale per riscatti politici e per affermazioni personali, forniscono un quadro di squallore e meschinità, concorrendo a formare un giudizio altamente negativo del periodo fascista successivo all’8 settembre 1943.
Non dimentichiamo che l’inazione di Mussolini da una parte, le pretese di governo dei suoi gerarchi dall’altra generarono una guerra civile, dove la naturale contrapposizione fra partigiani e tedeschi occupanti si dilatò al ben più tragico conflitto fra italiani.
Nella lotta di liberazione prevalsero ideali di libertà che invece nella reazione fascista mancarono del tutto, risultando invece determinanti le ambizioni personali e lo spirito di rivalsa. In questo senso non è possibile equiparare i partigiani ai repubblichini, come un certo revisionismo tende a fare; i primi furono combattenti per la libertà, i secondi non furono nient’altro che mercenari, peraltro al soldo dell’occupante tedesco e benché consapevoli di questo.
C’è da chiedersi comunque come sia potuto sopravvivere uno stato fantoccio per circa due anni e allora si può notare che il fascismo agonizzante si resse da un lato grazie alla compiacenza e all’interesse della classe imprenditoriale e dall’altro in forza dell’appoggio di molti italiani di ogni ceto, per i quali la repubblica di Salò, nonostante la servitù, il sangue fratricida versato, altri non era che un sogno in cui il culto mussoliniano e le relative speranze e illusioni cercarono di protrarsi al di fuori di ogni confronto con la realtà.
Da questo libro, veramente bello, emerge infine la figura di un dittatore grande politico, ma del tutto incapace come statista, un individuo che fece non poche scelte sbagliate, di cui l’ultima gli risultò fatale.
A un personaggio simile gli italiani affidarono i loro destini con i risultati che la storia ci ha riportato, un uomo della provvidenza incapace perfino di dare un orientamento chiaro e coerente alla sua vita.
E’ inutile che dica che consiglio vivamente la lettura di questo testo.
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Lo spazio bianco
Ho seguito sin dagli esordi Valeria Parrella. Questa scrittrice, che mi aveva stupito con "Mosca più balena" pubblicato con Minimum Fax, era una delle più grandi promesse della letteratura italiana. Non a caso ora ha fatto il grande salto con Einaudi. Purtroppo questa sua nuova opera non è all'altezza degli esordi. Lo stile è buono, la storia dura e realistica, però manca quella sensazione di coinvolgimento che rende speciale un libro.
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uno splendido giallo sulla mafia internazionale
Gran bel thriller sulla mafia internazionale. Ambientato a Palermo e nella ex Unione Sovietica, racconta di affari loschi intorno all'apertura di due casinò. Molto avvicente, pieno di colpi di scena. Bella la scrittura, molto secca ed essenziale. Splendidi i dialoghi. Soprattutto bello il finale, completamente inatteso (almeno per me). Comunque un libro molto amaro.
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ragione1
"Un altro liquido. Stavolta la paura. Ottimo nella ricerca contestuale e antropologica, un pò ostico nella lettura."
VERISSIMO!!!
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Don Delillo
Quest'ultimo romanzo di Don Delillo non è al livello dei suoi precedenti. Delillo ha voluto scrivere un romanzo che parli di come le persone che vivono negli USA siano a cambiate a causa del trauma subito l'11 settembre 2001. A volte è efficacia la sensazione di vuoto che ha invaso i protagonisti, ma qualche luogo comune di troppo non mi è piaciuto. Non ci siamo.
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immerso nela lettura
Premettendo il fatto che non sono un esperto di romanzi storici, posso affermare di aver letto appassionatamente questo libro.
Devo ammettere, il finale abbastanza forzato e improbabile, ma tutto fa brodo in un romanzo così avvincente e emozionante come questo.
Per chi dice che questo romanzo fa pena come " Storico" gli chiedo di interpretarlo come un Romanzo in generale e non per la storia di base ma per le vicende e i costumi che manfredi a saputo riportare cotanto abilmente.
Un consiglio a tutti, leggete questo libro, e quando lo finirete una parte di cuore resterà con lui.
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Da leggere tutto di un fiato
Il libro parla di precariato in modo diretto, mettendo in risalto l'anomalia del lavoro flessibile. Scrittura di ottimo livello per questa autrice esordiente. Sarcasmo, amore, disperazione, tutto concentrato in un perfetto mix. Veramente consigliato.
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Il giardiniere notturno
Dalla trama avevo molte aspettative ma quando l'ho letto è stat una delusione.Mi aspettavo infatti tensione e colpi di scena, invece il testo si basa sopra sul presente e il passato dei protagonosti,mentre la storia del serial-killer passa in secondo piano ed il finale è abbastanza scontato
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Ancora un dono di scrittura palpitante
Puo’ un libro essere una poesia,puo’ essere una piccola favola delicata, puo’ essere un gioiello prezioso che viene mostrato con discrezione e riserbo,senza perdere finezza,leggiadria e sensibilità?
Si puo’ parlare di solitudine e vecchiaia,di un riappropriarsi dei propri sentimenti nonostante l’impossibilità di non finire per essere come gli altri credono che uno sia? Marquez ci conferma ancora una volta,di essere capace di comprendere, in un piccolo libro,quasi un racconto,il compendio di un’intera vita e l’infinito bisogno,ad ogni età,di ritrovare un punto di origine per continuare il cammino,senza privarsi della saggezza dell’esperienza e del vissuto,trasformando le intemperanze giovanili in momenti di struggente dolcezza e tranquilla amabilità,ricordando con una frase di Cicerone che “ Non c’è vecchio che dimentichi dove ha nascosto il suo tesoro”. E il tesoro nascosto è infatti ben visibile e si tratta di amore, il quale ,si ferma delicatamente ai bordi dell’amore vitale e in una sorta di placida contemplazione imbeve l’anima di consapevole epilogo,elevando lo scrittore stesso,ad una intensa visibilità della sua voglia di vivere e di regalarci ancora la sua palpitante scrittura.
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Il canto dell'innocenza e quello dell'esperienza
E’ il 1792. La famiglia Kellaway, composta da padre, madre e due figli adolescenti, Jem e Maisie, dopo aver subito una irreparabile perdita affettiva, decide di lasciare le campagne del Dorsetshire e con la speranza di trovare lavoro presso il Grande Circo Astley, di trasferirsi a Londra, dove intende dare inizio ad una nuova vita. Qui, Jem e Maisie, incontrano la vivacissima Maggie con cui stringono un’amicizia che li accompagnerà a comprendere e ad affrontare quell’ambiente cittadino cosi’ differente dal loro e colmo di novità ma anche di pericoli. Nel Quartiere di Lambeth, fanno la conoscenza con un carismatico e anticonformistico personaggio: William Blake, poliedrico artista, poeta, incisore e pittore di postuma fama, autore inoltre de “ I Canti dell’Innocenza” e dei “Canti dell’Esperienza”, veri tesori della Letteratura Inglese, che ricchi di suggestive parole e di poetiche visioni pittoriche, incise a stampa miniata, rivelano le contrapposte condizioni dell’animo umano: l’innocenza infantile e l’esperienza propria dell’età adulta che si compenetrano in un’aura di simbolica immaginazione e di apparente semplicità.E’ William Blake, con le sue fulminee apparizioni per le strade del Quartiere,con i suoi semplici vestiti neri, lo sguardo penetrante e il suo “ Bonnet Rouge”, il cappello con coccarda tipico dei rivoluzionari francesi, simbolo di una speranza nel nuovo movimento che egli colora di sfide alle convenzioni istituzionali e morali, insieme a una Londra settecentesca, con i suoi vicoli fumosi e brulicanti di artigiani, operai, monelli e prostitute, con i suoi affascinanti spettacoli circensi, nel pieno di una Rivoluzione industriale che spopola le campagne e incrementa il numero degli abitanti, il vero motore di questo romanzo. Permeato dal fascino della cultura, Blake insegnerà a questi ragazzi, nel cuore della loro adolescenza, periodo notoriamente contraddistinto da grande mutevolezza ed in un contesto storico di altrettanto grandi cambiamenti, che attraversando l’esperienza si puo’ giungere a ritrovare l’innocenza infantile che si pensava essere stata perduta. Tracy Chevalier, conserva, nella sua scrittura, il vivido potere evocativo di epoche storiche passate che ha sempre contraddistinto le sue opere, ma la trama evanescente crea note di monotonia e cadute di coinvolgimento che confluiscono verso un finale che puo’ essere deludente.
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" Certe vite sono più tristi del più triste dei
Con una prosa cruda, diretta ed essenziale, pervasa da sfumature di surrealismo ed allucinazione, Agota Kristof, scrittrice ungherese naturalizzata svizzera, ci trascina nel dolore, nell’orrore e nell’assurdità della guerra con questo drammatico ed originalissimo libro.
Come si comprende dal titolo, il libro è diviso in tre parti legate fra loro da un filo quasi invisibile di sofferenza e solitudine che, intrecciando la mente e l’anima del lettore lo conduce, in un coinvolgimento totale, a percepire i sentimenti dell’estrema incertezza e della malinconica solitudine della vita, soprattutto quando sopraffatta da un’ impietosa realtà.
La prima parte, intitolata “ Il Grande Quaderno”, narra la storia di due fratelli gemelli, Klaus e Lukas, che durante una guerra ( non meglio definita, ma si pensa l’ultima) e in un paese (anch’esso mai nominato, ma si presuppone dell’Est), vengono per necessità abbandonati dalla propria madre a casa della nonna, una vecchia malvagia e dispotica. I ragazzi porranno in atto tutte le strategie di sopravvivenza possibili, fino a veri e propri esercizi di dura autopunizione, per poter prevaricare il male che nonostante tutto li sovrasta inesorabilmente, facendoli crescere con una mentalità distorta, la quale, sfiorando spesso la pura perfidia, apporta loro un’infelicità esistenziale profonda e ben radicata nel tempo.
Nella seconda parte, intitolata “ La Prova”, i gemelli effettuano un’ultima terribile e suprema prova: la loro separazione. Essa sara’ possibile solo con l’attuazione di uno spietato e calcolato parricidio. Da questo momento, Lukas, il fratello rimasto, vive una vita disadattata e cupa, in un paesaggio desolante, denso di personaggi stillanti devastazione e abbandono. Conosciamo così Victor, il libraio alcolizzato con l’ossessionante pensiero di scrivere un romanzo, Peter l’omosessuale funzionario di Partito, Clara che lo inizierà all’amore adulto, Yasmine con cui convivrà e suo figlio Mathias, a cui farà da padre, un ragazzo di straordinaria intelligenza e sensibilità, con una malformazione alla quale non sarà in grado di reagire e che lo condurrà verso una straziante decisione.
La terza parte, intitolata “ La Menzogna” sarà il luogo delle destabilizzazioni, sia per i protagonisti della storia sia per il lettore.
Tutto ciò che è stato letto in precedenza viene ripercorso, distorto, rimesso in discussione fino al disorientamento totale che condurrà perfino al dubbio dell’esistenza di una gemellarità, la quale, potrebbe essere stata soltanto l’aggrapparsi ad un’ intima invenzione, per appropriarsi di quella forza indispensabile ad affrontare un mondo tanto disincantato e brutale.
La Kristof, con una straordinaria costruzione narrativa, ci costringe ad attraversare il danno e l’indelebile segno che la mostruosità della guerra può portare, soprattutto negli animi infantili, costringendoli a vederne e subirne gli orrori, a non cedere al dolore ricacciando le lacrime, a rinunciare ai loro bisogni primari, alla dolcezza e alla tenerezza necessari per una giusta crescita.
Un romanzo di grande impatto emotivo, dove la menzogna è correlata alla verità più di quanto sia possibile immaginare, dove l’intuizione per gli avvenimenti raccontati, sfuma in altre infinite forme e consegna al lettore tutto il suo carico claustrofobico di indeterminatezza e di perdita di confini concreti, un carico di sofferenza che gli trasferisce dentro il raccapriccio verso l’iniquità e la disumanità di ogni guerra.
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Il petalo cremisi e il bianco
Lo scrittore ci accompagna per mano,con un singolare accorgimento verbale,coinvolgendoci in un grande romanzo d’epoca vittoriana,per le strade di una Londra di cui ricrea dettagliatamente strade,vicoli,profumi,cibi,sapori e personaggi,talmente vividi da farcene respirare l’atmosfera fumosa e ricca di mistero.E’ qui che si snoda la storia di Sugar,dai bassifondi del bordello della famigerata Mrs. Castaway fino all’incontro con William Rackam,erede di una grande fabbrica di profumi che ne fara’ dapprima la sua amante e poi la erigerà istitutrice della sua unica figlia portandola nella propria casa.Qui, Sugar avra’ modo di riscattarsi dalla vita di strada e ritrovare una propria rispettabilità assaporando un mondo tanto diverso da quello in cui era cresciuta e riprendendosi i suoi piccoli spazi perduti. Intorno alla storia principale,ruotano tanti personaggi ben delineati e definiti profondamente,a cominciare da Agnes,la moglie di William,afflitta da una pazzia incontenibile dovuta ad un ignorato tumore cerebrale,di cui solo il lettore verra’ fatto partecipe. Ancora,Henry,il fratello di William,personaggio conflittuale e dualistico e Mrs. Fox,una delle prime rappresentanti delle dame della salvezza. Gli amici di gioventu’ di William,scapestrati nullafacenti,autori di libercoli improbabili ,il padre di William dura figura che imperversera’ soprattutto nella prima parte del libro e uno stuolo di domestici,giardinieri,vetturini,tutti con una loro personalità altamente visibile. Per non dimenticare Sophie,unica figlia di William ed Agnes,rinnegata dalla madre e ignorata dal padre,infelice prodotto di una situazione familiare difficile e di un epoca che ha segnato la storia. Una storia che parte lenta ma che pian piano ti coinvolge profondamente per quasi 1000 pagine fino ad un finale aperto che sicuramente un po’ delude ma che è volutamente e verosimilmente foriero di un seguito. Un romanzo che denota una approfondita osservazione dello stile di vita dell’epoca e che ha richiesto anni di studio dettagliato e la consultazione di testi,fotografie e dipinti del periodo.
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Mille splendidi soli
“Ogni fiocco di neve
È un sospiro di una donna infelice
Da qualche parte del mondo.”
Dopo aver incantato ed emozionato i lettori di tutto il mondo con “ Il cacciatore di aquiloni”, Khaled Hosseini ci accompagna nel dolente mondo delle donne afghane, un mondo pervaso di sopportazione, di sottomessa coercizione, di violenza e di brutale e profonda umiliazione quotidiana che tuttavia non ha il potere di strapparne il coraggio, la solidarietà e la grande determinazione ed energia versata nella silenziosa lotta per l’aspirazione ad un futuro migliore.
E’ la storia di due donne completamente differenti: Mariam, una ” harami” figlia illegittima di uno degli uomini piu’ potenti di Herat, nata dalla relazione con una serva, destinata a vivere ai margini della società, in quanto generata nel peccato e nella vergogna e Laila, nata vent’anni dopo a Kabul, proveniente da una famiglia di maggior cultura ed elevazione sociale, con un avvenire che sembrerebbe configurarsi nettamente migliore. La vita unirà i loro destini, portandole a percorrere un accavallarsi di circostanze che le vedrà, entrambe spose del bieco calzolaio Rashid, condividere un destino comune all’ombra di una profonda disperazione che fortificherà il loro legame e defluirà in un attaccamento profondo e indissolubile.
La loro storia si intreccia intimamente con trent’anni di storia afghana, ripercorrendone il periodo monarchico, l’invasione sovietica, le guerre civili fino all’avvento del regime talebano intorno al 1996. I talebani sviliranno la figura femminile con ogni genere di crudeli e spietate vessazioni che si dilateranno al di là di ogni immaginazione.
Ma la fortezza dell’animo femminile, chiuso in un casalingo e ingabbiante universo di pochi metri quadri, soffocato dal peso del burka che, pur togliendone il respiro, ne protegge la dignità preservandolo da sguardi di irrazionale condanna e gelido disprezzo, riscatterà un infame destino seppure con il sacrificio estremo che porterà alla libertà, dopo aver percorso i sentieri dell’amicizia e dell’amore.
Con una narrazione sensibile e ben concertata, che divulga una trama densa ed autentica, ricca di personaggi, di eventi e di colpi di scena congiunti alle vicende storiche riportate, vicende che palesano i loro effetti aggressivi ed indelebili sulle esistenze colpite, Hosseini, ancora una volta, ci coinvolge nell’abbraccio a questo suo Paese tanto amato e tanto straziato, nella speranza che “i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri” possano tornare a illuminare questa nazione dove alfine possa finalmente regnare pace, giustizia e prosperità.
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Mi vendo: tutto quello che avreste voluto sapere
Un libro toccante, spietato e lucido come un reportage sul mondo del lavoro precario. La storia di Sara che dopo dieci anni di speranze vane e disillusioni decide di aprire un blog dove dichiara di essere disposta a concedere una notte di sesso per un contratto di lavoro a tempo indeterminato: la sua provocazione finisce sui giornali suscitando interesse della stampa nazionale e non solo. Lo stile dell'autrice è fresco, ironico, divertente e riesce a non scadere mai nell'autocommiserazione, offrendo la via d'uscita dell'ottimismo, ben diversa dal finale rosa e fiori a cui ci hanno abituato tanti romanzetti rosa scadenti.
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l'eleganza del riccio
è una storia ridicola, scritta con stile banale che contiene parecchi errori nella traduzione dal francese,si avverte che è sato tradotto affrettamente. Vi sono parecchie incongruenze e ignoranza dei alcuni argomenti. Non riesco a capire perchè gli autori statunistensi, anche i più mediocri abbiano un codice autodisciplinare che li obbliga a controllare la veridicità di quanto scrivono. Cito un esempio per tutti : l'autrice ad un certo punto scrive di una famiglia del palazzo che espone un quadro di Francis Beacon in bagno ! non esiste persona al mondo, per quanto ricca possa essere, che si possa permettere di tenere un Beacon in bagno! essendo egli un autore preziosissimo e costosissimo, in assoluto uno dei più cari del xx secolo, per tanto l'autrice farebb meglio a non scrivere di arte contemporanea non conoscendola| !
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Nazismo magico
Tutti, più o meno, sappiamo che cos’è il nazismo, un movimento politico razzista responsabile di orrendi crimini contro l’umanità.
Il nazismo, contrazione del termine Nazionalsocialismo, è una forma mista appunto di nazionalismo e di socialismo totalitario.
Il testo base di questo movimento è il Mein Kampf scritto da Adolf Hitler, partendo dall’osservazione della disgregazione dell’impero austro-ungarico, attribuibile, secondo l’autore, alle diversità etniche e linguistiche. Ecco quindi la necessità di preservare la purezza e la cultura germanica e da qui il considerare la razza ariana, propria dei tedeschi secondo un concetto antropologicamente folle, quella superiore su tutte le altre.
Anzi, per evitare pericolose contaminazioni, i non ariani, trattati alla stregua di sub uomini, devono essere emarginati o al più servire come schiavi del grande Reich.
Alla base, però, di questa assurda ideologia c’è anche un misticismo che trae origini da diverse fonti, non poche antecedenti al nazismo, una sorta di sette segrete in cui l’elemento esoterico assume connotazioni spesso di malsana fantasia.
Marco Castelli, con questo bel saggio, ci svela l’aspetto nascosto del nazismo, le sue superstizioni miranti a trovare le giustificazioni plausibili di una dottrina per certi versi semplice, rozza, egoistica e violenta.
Così, senza approfondimenti particolari, ma comunque in modo esauriente, leggiamo dell’origine della svastica, delle motivazioni di fondo che animarono Dietrick Eckart nel creare il nazionalsocialismo, dei protocolli dei savi di Sion, della società di Thule e di tutta una serie di sette e di teorie sull’universo e sull’uomo che lasciano sbalorditi per le loro evidentissime incongruenze, ma che i potenti del terzo Reich considerarono attendibilissime.
Ci si muove in una sorta di terza dimensione dove l’illogicità manifesta viene a essere considerata del tutto verità, come per la teoria della terra cava o della formazione dell’universo per l’antitesi fra il calore e il ghiaccio, niente di più che opinioni di individui tarati mentalmente e non certo rappresentanti di una razza superiore.
Giustamente, a pagg. 120 l’autore sintetizza in modo perfetto queste basi occulte, scrivendo “ La magia, l’intuizione, il mito sono elementi che acquisiscono nel nazionalsocialismo una particolare rilevanza e sono posti sullo stesso piano della ricerca scientifica e della razionalità.”
E’ un libro che è quanto mai opportuno leggere, perché riesce a renderci l’idea di come tanta aberrazione sia stata possibile, di come l’uomo abbia potuto far emergere in modo così violento il peggio di se stesso.
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Andreoli
Un saggio interessante che consiglio a tutti. Vittorino Andreoli sostiene che la fragilità non è qualcosa di cui dobbiamo vergognarci, ma un elemento naturale e necessario che ci aiuta in certe situazioni della nostra vita.
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Troppi tecnicismi
Il romanzo è ben scritto però mi aspettavo molto di più. forse i troppi tecnicismi presenti (gergo da esperti di navi) hanno impedito che questa lettura mi conivolgesse, ma devo dire che non sarù questo uno dei libri che ricorderò.
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Alla scoperta della Sardegna
In questo libro ho riscoperto la Sardegna che più amato, non quella costiera delle stagioni turistiche, ma quella dell'entroterra. Affascinante, misteriosa. Un libro scritto bene che si legge in un attimo. Complimenti a Soriga!
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L'autunno della vita
Il sonetto è un classico componimento della poesia, soprattutto italiana, ed è caratterizzato dalla brevità, oltre che, almeno nella sua forma tipica, dalla presenza di quattordici versi endecasillabi suddivisi in due quartine a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima variabile.
Celebri autori di sonetti sono stati Dante Alighieri, Cecco Angiolieri, Petrarca, Giosuè Carducci, tanto per citarne alcuni, ma ci sono stati cultori anche all’estero.
Con il tempo si è avuta poi un’evoluzione che ha comportato una variabile suddivisione del raggruppamento dei versi con a volte contemporanea modifica del numero delle sillabe.
Peter Russell aveva una vera passione per il sonetto, tanto che ne scrisse un numero rilevante (si dice più di tremila), che tuttavia trovarono la via della pubblicazione in misura assai ridotta ed ecco perché questo volumetto de Il Foglio intitolato Autumn to autumn ha una sua particolare valenza raggruppando 23 liriche scritte negli anni che vanno dal 1997 al 1998, che precedono di poco la morte dell’autore, presago quasi dell’imminente fine.
Di rilievo, come sempre, la presenza “a fronte” del testo originale in lingua inglese, grazie al quale è possibile apprezzare la struttura metrica e l’armonia insita, che inevitabilmente nella versione italiana si perdono, tanto più che la traduzione, effettuata dall’autore stesso e da suo figlio, non è così precisa e cristallina come quella invece di Long evening shadows.
L’opera è preceduta da una bella prefazione di Enrica Salvaneschi che ha saputo predisporre la giusta atmosfera per avvolgerci, in corso di lettura, nella piacevolezza di un ritmo che nulla ha da invidiare a quelli di altri grandi del passato.
Wath message on departing can I send?
The God in time abandoned Anthony-
In time why should he not abandon me,
Before forewarned and timorous I descend
Into the Underworld that is our end.
Heaven or hell , says Christianity,
The Witnesses, a renewed earth, will be
Perfect humanity’s unmerited godsend.
….
Che messaggio mandare al dipartirmi?
In fine Antonio dal Dio fu abbandonato –
Perché non dovrebbe toccare a me la stessa sorte,
Prima che scenda, avvisato e timoroso,
Nell’Ade che è la nostra fine.
Inferno o Paradiso, dice il Cristianesimo,
I Testimoni, una terra rinnovata, sarà
La manna immeritata della perfetta umanità.
….
Questo sonetto, dedicato ad Anthony Johnson, esprime bene tutte le sensazioni che trovano sbocco nelle riflessioni di un uomo che avverte l’approssimarsi della propria fine, quell’autunno nelle stagioni della vita che appare il periodo necessario, se non indispensabile, per prepararsi all’infinito inverno.
Questa tematica, svolta in altro modo, è propria anche di Long evening shadows, opera quest’ultima a mio avviso più completa e che peraltro beneficia di una traduzione esemplare, che nulla toglie all’originale, e che, anzi, nella nostra lingua sembra uscita direttamente dalla penna del poeta.
Per fortuna che esiste il testo a fronte che ci rivela una scorrevolezza dei versi in un ritmo pacato, ma non lento, che ritroviamo in tutti i componimenti, come in questo, di cui riporto i primi quattro versi della sola traduzione in italiano, peraltro abbastanza corretta.
Non mi rimane più niente se non la lettura,
Finchè non giungerà l’ora in cui i miei occhi si chiuderanno
E cesserà il mio respiro, e avrò bevuto
L’ultimo calice inebriante, e sarà troppo tardi per andarmene.
…
La passione per tutto ciò che ci circonda viene però ad accentuarsi in questo periodo, quasi a voler cogliere sensazioni e sfumature in modo più intenso, onde accomiatarsi aspirando a pieni polmoni il profumo della vita.
Ed ecco allora un sonetto in cui la meraviglia per la bellezza della natura prorompe irrefrenabile:
Today the first wild hyacinths are out
And will narcissi spot the hills with gold,
Violets, a warm deep blue, defy the cold;
…
Oggi sono sbocciati i primi giacinti
E d’oro i narcisi selvatici macchiettano i colli,
Violette, un caldo blu profondo, sfidano il freddo;
…
Non vado oltre, per non togliere il piacere di poter scoprire gli altri testi, frutto di un’esperienza poetica e di una sensibilità artistica che, giustamente, fa rientrare Peter Russell nel ristretto cerchio degli eletti, cioè di quegli autori le cui opere sono immortali.
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Bello!!
E' un libro che fa male...perchè rovista nelle nostre ferite e nella nostra cattiva coscienza
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Il visibile e l'invisibile
In alcuni tratti è quasi una fiaba da "Mille e una notte", attraverso ottime descrizioni porta il lettore a percepire anche l'invisibile, ciò che sta oltre i cinque sensi, quello che è riposto nel proprio intimo, a volte inconfessato a se stessi.
Ciò che ho trovato davvero unico in questa opera è l'alternarsi di cose apparentemente in antitesi ma che, a ben rifletterci, sono componenti indiscusse di ciascuno di noi e convivono come la luce e l'ombra, l'esaltazione e l'annullamento, l'essere qui e l'essere altrove, il visibile e l'invisibile.
La fatica di trovare il proprio equilibrio a volte sembra trasformarsi in leggerezza.
Un forte sentimento di amicizia sa quando è il momento di scendere nella scala delle priorità e poi risalire.
L'Amore (quello con la A maiuscola) sa essere superato, per istanti, da sensazioni forti e coinvolgenti che spesso la vita sa offrire ma che in pochi sanno accettare di descrivere con sincerità.
La vita di un impiegato standard e quella di un uomo avventuroso.
Il tratto sociale ed ambientale della Roma dei giorni nostri e quello di Palermo, Sicilia..... quasi un altro pianeta.....
La sicurezza che offre il legame ed il piacere che offre la pura libertà.
Il tutto è sapientemente offerto attraverso descrizioni vive e piene di particolari che rimangono nella memoria del lettore come un dipinto, come un profumo, come piccole pillole di gioia.
E' un libro che non si lascia andare a nessun tipo di "smanceria letteraria" e, se pure rimane leggero e fruibile, tra le righe, offre seri spunti di riflessione personale.
E' la sintesi del sogno e del reale.
Lo consiglio fortemente a tutti coloro che sanno vedere e sentire il "qui" e l'"altrove".
Grande Mauro, a quando il prossimo?
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Francesco Cotti, "La Giusta Decisione"
Qualche mese fa ho annunciato sul mio blog l’uscita del romanzo di Francesco Cotti, l’ho fatto non perché sia un mio amico, non ci siamo mai visti di persona e ci siamo scambiati giusto qualche e-mail, ma piuttosto perché è una delle persone che stimo nell’ambito del panorama marziale italiano. Francesco è una persona “che sa”, e come tutte le persone che sanno veramente, offre il suo sapere senza falsa modestia e senza atteggiarsi a detentore di grandi segreti.
Se dovessi usare una sola parola per rispondere alla domanda: “Di cosa tratta questo romanzo?”, risponderei senza indugio con: “Passione”. Si badi bene, non la passione focosa delle telenovelas pomeridiane o quella esaltata degli ultras del calcio domenicale, ma la passione declinata nelle sue varie forme, alcune più condivisibili, altre meno. Innanzitutto quella dell’autore del romanzo; parafrasando le deandreiane motivazioni lavorative di “Bocca di Rosa” e delle sue colleghe, oggi (e non solo oggi...) in Italia (ma non solo in Italia...) c’è chi scrive libri per la gloria (o per quel quarto d’ora di warholiana fama), chi la scrittura la sceglie per professione (e tanti ce ne sono, che trovato un “filone” lo inseguono, ripetendosi uguali a se stessi, finché regge il lettore) e alcuni, tanti o pochi, chissà, che scrivono per passione. Una passione che arde, come dicono i poeti, come un fuoco, e che come un fuoco a volta brucia con fiamma vivace ed altre volte cova sotto la cenere, magari per mesi o anni. Passione è anche questo, scrivere non tanto o non solo perchè lo si “deve” ma anche perché lo si “sente”, ed infatti nel romanzo questa cosa si percepisce, lo stile cambia un po’ tra l’inizio e la fine del romanzo, segno inequivocabile che il racconto si è sviluppato come cosa “viva” e non come un qualcosa di freddo e impermeabile alle emozioni ed alla crescita dell’autore. Autore le cui passioni traspaiono chiaramente dal romanzo; dove chiunque altro avrebbe scritto: “l’agente di scorta impugnò la sua pistola” oppure “il soldato sparò con il fucile che aveva in dotazione”, Francesco descrive ogni arma con marca, modello e illustrazioni del modo di preparazione ed impiego ricche di minuzie e particolari che non appesantiscono il racconto ma che – viceversa – contribuiscono a far entrare il lettore ancor più nell’azione. Ancora, le tecnologie informatiche ed elettroniche sono descritte attraverso il lavoro/passione (aridaje...) di Saverio, il protagonista principale, che non è il classico nerd brufoloso ed un po’ sfigato a cui ci hanno abituato una serie di film da “War Games” in poi, ma piuttosto un classico prodotto social-lavorativo dei nostri anni, in cui una certa “precarietà” occupazionale diventa più che situazione subita, scelta personale consapevole. Che questo romanzo non sia stato scritto dosando col misurino gli ingredienti prescritti nei manuali tipo “Le dieci regole per un racconto di successo” appare ancor più chiaro alla fine del racconto: niente scene di sesso, niente eroi senza macchia e senza paura che da soli fanno fuori una ventina di nemici, niente “happy end”, anzi... ciascuno dei protagonisti prende la sua “giusta decisione” che sembra più un lasciare che un ottenere, ed è qui che – ancora una volta – la passione salta fuori, non più come irrazionale spinta ad agire “costi quel che costi”, ma piuttosto come un qualcosa che – al momento giusto e senza rimpianti (o anche si) – deve essere lasciata alle spalle, come un paracadute dopo un ammaraggio. Non voglio svelare la trama a chi il libro non l’ha ancora letto, ma confesso che mi aspettavo (e un po’ temevo...) che alla fine tutto sarebbe finito coi buoni che vincono ed i cattivi che prendono un sacco di legnate, ed invece – per certi aspetti – è quasi il contrario, ci sono “buoni” che muoiono, altri che ci vanno vicino, ci sono “buoni” che perdono d’un colpo amori, amicizia e quasi anche rapporti coi genitori, ci sono “buoni” che abbandonano una strada imboccata sputando sangue e sudore quando potrebbero comodamente restare dove sono; e ci sono “cattivi” che alla fine quasi ammiri per la loro coerenza, mai però fatta passare come una algida crudeltà alla Darth Vader, perchè anche i cattivi hanno paura, dubbi e magari qualche rimorso (almeno quelli che proprio cattivicattivicattivi non sono...). Insomma, i buoni sono un po’ cattivi pur rimanendo buoni ed i cattivi un po’ sono buoni pur rimanendo cattivi, anche se è sempre chiaro che ciascuno fa la sua scelta di campo più o meno consapevolmente e prende la sua decisione (giusta o meno che poi si rivelerà...). E se la passione è presente nell’autore e nei protagonisti principali, non manca neppure nei comprimari, altrimenti come altro definire la molla che spinge gli spotter (non sapete cosa sono? Beh, neppure io, prima di leggere il libro...) a trascorrere notti all’addiaccio e ore mimetizzati per qualche secondo di fugace visione di un aereo in fase di decollo o atterraggio? Come altro chiamare quella che porta giornalisti a rischiare la carriera e la vita per inseguire una notizia? Come altro scusare la verve che impedisce di tacere su determinati argomenti (più “caldi” della mozzarella appena uscita dal forno) nei classici discorsi in pizzeria tra amici, pur sapendo ove si andrà a parare? Passione, una delle cose che ci distinguono dalle bestie forse, nel bene e nel male... e la passione, permettetemelo, è anche quella del sottoscritto, una passione che mi ha spinto a divorare questo libro in due giorni, complici lunghe ore trascorse in treno e nelle sale di aspetto di un paio di stazioni; una passione che riconosco subito, quando mi rendo conto che non riesco a “staccare” dalla lettura, che in alcuni passaggi del racconto socchiudo gli occhi visualizzandone lo svolgimento ed assaporando tratti somatici, timbri di voce, condizioni ambientali. Difetti? Si, certo... l’attesa tra l’ordine e la consegna del volume, ma visto il giro d’Europa che ha fatto l’ordine e il periodo di feste natalizie, è più che accettabile e qualche errore di battitura e grammaticale, il che testimonia quantomeno della “originalità” dello scritto e del fatto che anche correttori di bozze professionisti si sono fatti avvincere dalla trama, lasciando che la passione prendesse il sopravvento sul loro lavoro, piccole “imperfezioni” che non inficiano la lettura ma che, come recitano spesso le etichette attaccate a corredo di oggetti prodotti artigianalmente, “non sono difetti di produzione, ma testimoniano la produzione manuale ed individuale” di un capo di abbigliamento, un vaso di ceramica, un dolce o – nel nostro caso – un libro, nati dalla passione di chi con mani, cuore e cervello, offre al pubblico una parte di se.
carlo
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"Il segreto di tarzan il greco"
credo che il commento più giusto sia quello di Valentini quando ha recensito il libro su Repubblica.Ha detto, tra le altre cose: "La creatività e la fantasia di Minoli s'integrano con il gusto di raccontare ,in uno stile agile e diretto che offre una piacevole lettura"
Ancora una nota:il libro è un viaggio meraviglioso nelle terre e nei mari della Grecia. A chi piace quel paradiso ritroverà i colori ed i profumi di quei posti
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Il mio parere su "Meglio per tutti dare la colpa a
Ho ricevuto “Meglio per tutti dare la colpa a me”. Avevo promesso a Nico che l’avrei acquistato e l’ho fatto, ancora non ho avuto il tempo di fare un’ora di lunga fila alle poste per versare i 10 euro a Graus editore, ma lo farò nell’entrante settimana. Ho letto tutta il lavoro con molta attenzione e, anche se la mia formazione, ricevuta da genitori di fine ottocento, non mi permette di approvare pienamente né l’uomo, né l’etica usata, non può che assolvere l’autore e la sua opera.
Cosentino non è un poeta, Cosentino è un raffinato prosatore impregnato di poesia. Solamente brevi tratti del suo lavoro rasentano la liricità, ma bastano a farci conoscere la vastità del suo animo, la complessità dell’uomo bambino che è in lui. In “Non voglio”, dopo gli innumerevoli “non”, lui stesso trova una positività: , quindi si evince subito che Nico è prevalentemente uno scrittore.
Principalmente autobiografica, la sua terminologia scurrile e spinta diviene un’arte letteraria, un componimento difficile, non per tutti, perché non è facile possedere, né scrivere con un linguaggio come quello di Nico; è molto più difficile leggere un lessico volgare e osceno. Io, perplesso all’inizio, sono riuscito a leggerlo fino in fondo perché mi sono fatto prendere da quell’interesse che ti spinge a “vedere dove vuole arrivare”. E, non solo coraggio, ma ci vuole fiducia in se stessi, proprio quella che l’autore afferma sempre di non avere, la certezza di suscitare il desiderio di sapere e quindi di essere letto.
Desta enorme meraviglia la sua grande sincerità. L’artista, provocatorio, sprezzante, plateale, plebeo, non ha paura di raccontare le varie sfaccettature della sua vita; da grande uomo, spavaldo, sicuro di sè, spesso spaccone, verace “sciupafemmine” napoletano, bevitore e arrogante, non si vergogna di palesarsi stanco, solo, annoiato, fallito, desideroso di lasciarsi il mondo alle spalle, bisognoso di affetto, di amore, amante delle piccole cose, sognatore.
Apparentemente artista difficile da inquadrare, ecco che diventa squisito poeta quando scrive ; un passaggio di eminente lirismo, riscatto delle sue “malefatte”, se così mi è permesso chiamarle. Mentre provoca e disprezza la realtà, si commuove per un gattino abbandonato, confessa di non essere più quel Tigre che sembrava. Mentre fa capire che la donna è per lui solamente un oggetto, non disdegna di intenerirsi a scaldare i piedi freddi della sua compagna ed usa sovente il verbo amare coniugato in modi e tempi diversi. Dà ad intendere che è uno squattrinato, ma non si fa mancare nulla; che è un senza tetto, ma ha sempre un’abitazione nella quale passa molto tempo a pensare, a scrivere e a guardare il mondo dalla finestra. Guarda un mondo che non gli piace ma che non disdegna perché ne raccoglie e gusta i particolari. Dimostra di conoscere nei minimi particolari la sua città e la vive, la respira, la canta affascinato.
Molte pagine servirebbero ancora per descrivere la personalità e l’arte di Casentino, ma è doveroso essere brevi e concludo. Cosentino si sente poeta, non ha i tutti i crismi necessari, non è un rimatore, non è un classicista, non canta un cielo limpido ove qualche fiocco di nuvola di passaggio lo fa velare per un attimo, non canta la luce del sole che abbaglia e scalda, non propone atmosfere rarefatte, non inneggia a balsami beati dove l’animo riposa dalle lunghe traversie, ma è se stesso: scrive poesia a modo suo, scrive con l’impeto di chi non accetta ma persegue i suoi slanci incontrollati, mette in luce sentimenti e stile diversi e riesce ad essere egualmente romantico.
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Ottimo esordio
L'originalissima idea narrativa si riflette in un titolo particolarmente indovinato che stuzzica la curiosità del lettore. Lettore che non resterà certamente deluso da un romanzo in cui una sapiente gestione della suspence, in un crescendo, come già sottolineato, di taglio cinematografico, finirà per ghermirlo e portarlo verso le ultime pagine senza alcun calo di tensione. Buono davvero lo stile narrativo: la penna scorre veloce e incisiva, e si concede solo qualche divagazione per impreziosire il tutto con un'ironia graffiante e soffusa. Quanto al tentativo di classificarlo come genere, offrirei una chiave alternativa: fantapolica. Credo che a qualche lettore non sfuggirà certo il fatto che la revisone del pianeta terra è già in atto da lungo tempo, e che a molto meno di centocinquanta milioni di persone sono delegati i destini dell'umanita: guerre, lager, gulag, pulizie etniche, carestie, siccità ed epidemie non sono forse tante piccole release. Con qualche recente aggiornamento meno violento e in chiave prettamente economica, ma forse ancor più efficace. Particolarmente condivisibile, quindi, l'ambientazione aziendale del romanzo. Unico appunto, visto che di recensione si tratta: io credo che la versione attuale del pianeta sia almeno la 30.5.
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Un posto al sole
Che l'immaginazione di Ferdinando Carcavallo sia alquanto fervida, lo si capisce fin da subito. Che l'umorismo sia
una delle sue armi migliori, lo si percepisce col passare delle pagine. La storia, dal canto suo, monta pian piano,
gradualmente, passando da un'usuale ambientazione aziendale, ad un avventuroso giro del mondo, attraversando i generi senza mai soffermarsi troppo su nessuno di essi (praticamente tutte le sfumature del thriller, dalla
spy-story al giallo). Evidente è l'impianto cinematografico del racconto: sembra che sia stato concepito per essere trasposto in film. Magari uno di quei blockbuster ammmericani, con una buona quantità di colpi di scena per disorientare di tanto in tanto lo spettatore (pardon, il lettore). Un esordio con un'idea di partenza folgorante, la stessa che Danny Boyle ha utilizzato per il suo ultimo film "Sunshine". Per caso gli sono stati venduti i diritti e noi non ne sappiamo niente?
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Un'ambientazione livida
Genova, il suo angiporto con le viuzze strette e maleodoranti, popolate da puttane e da bar equivoci, un cielo sempre coperto da cui scende impietosa una pioggia pressoché costante sono il teatro di scena di questo noir.
Si aggira in questo ambiente un feroce serial killer che ha come prede delle giovani donne, uccise e poi tagliate in due.
Un malinconico maresciallo dei carabinieri è incaricato delle indagini; è un uomo stanco, a cui la vita non ha più nulla da dire, ma che si illude di arrivare alla difficile soluzione del caso.
Il suo percorso si interseca con quello di Lorenzo Zingaro, il giornalista di cronaca nera del Corriere mercantile; anche lui vive in un limbo di infelicità e trova rifugio nell’alcool, soprattutto in compagnia degli amici del bar, un bel campionario di gente che vive al confine con la legalità, quando addirittura non l’ha già sorpassato da tempo.
Non ci sono eroi in queste pagine, non troviamo riscatti, ma solo personaggi vinti da tempo ed è questa caratteristica che connota in modo egregio tutta l’opera, dove in fondo i delitti e le indagini finiscono con il diventare un corollario, quasi al servizio del disegno psicologico dei protagonisti.
Non è, peraltro, che la vicenda sia modesta, anzi ha un suo sviluppo, apparentemente caotico, che si sbroglia nelle pagine finali in una soluzione logica, ma che lascia tanto amaro in bocca.
Questo battere e ribattere sul tema dei vinti lascia trapelare anche intenzioni che vanno oltre quelle del racconto di genere e finiscono con il costituire una specie di rappresentazione, in chiave altamente drammatica, di una società in cui, tutti, chi più chi meno, siamo degli sconfitti, davanti ai nostri occhi e a quelli dei pochi vincitori, alla cui furbizia dobbiamo rassegnarci.
Lo stile è nervoso, a volte addirittura i periodi vengono sgranati come raffiche di mitragliatrice, ma ci sono anche dei momenti riflessivi, soste per riprendere il fiato e per meglio comprendere la psicologia dei protagonisti.
Nell’insieme queste 95 pagine rappresentano l’occasione per una lettura gradevole e d’evasione, ma, giunti alla fine, l’amarezza prende gradualmente il sopravvento, incerti se identificarci con il giornalista o con il maresciallo, ma certi di un’unica cosa: da qualunque punto di vista si osservino questi due personaggi, nell’uno e nell’altro ritroviamo sempre qualcosa di noi, e restiamo delusi, non del romanzo, assai piacevole, ma di noi stessi.
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Interessante
E' un libretto piacevole da leggere e interessante per chiunque ami approfondire il mistero della scrittura.
Una frase per tutte: "scrivo perché posso sopportare la realtà soltanto trasformandola".
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Hitler
Formalmente non si tratta di un saggio su Hitler, ma di un romanzo, anche se è chiaro che qui i generi si mescolano. Dunque, premettendo che non avevo mai letto biografie o saggi su Hitler, il libro mi ha fatto scoprire alcuni aspetti storici che non conoscevo. Un po' pesante come lettura.
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Bianco americano
La miglior definizione possibile di questo libro l'ho appena letta nella recensione del Corriere della Sera: carciofo! Nel senso che attorno al cuore del libro (che dovrebbe essere un thriller) l'autore ha aggiunto tante di quelle considerazioni secondarie completamente inutili che riescono solo a disincentivarne la lettura. Peccato, forse con un terzo delle pagine sarebbe stato un buon romanzo giallo.
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è un vero piombo ...
Gli ingredienti ci sarebbero stati tutti ma questo romanzo è terribilmente e inutilmente complesso. La trama procede faticosamente e dopo 100 pagine dovresti ricominciare da pagina 1 perchè ti sei perso in mezzo ad una marea di inutili rimandi e collegamenti che non reggono. Dan Brown ha creato una generazione di mostri ...
Certo ... non che Brown abbia scritto dei capolavori ma quanto meno i suoi indizi, se pur fantascientifici, sono almeno coerenti tra loro. W. è un vero disastro ...
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DA EVITARE
CI SONO CASCATO. HO COMPRATO QUESTO LIBRO E GIA' DOPO LA SECONDA PAGINA HO INIZIATO A PENTIRMENE. MA COME E' POSSIBILE CHE SI PUBBLICHINO LIBRI SCRITTI COSI' MALE. NON BUTTATE I VOSTRI SOLDI.
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Liquido
Un altro liquido. Stavolta la paura. Ottimo nella ricerca contestuale e antropologica, un pò ostico nella lettura.
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- sì
- no
Come un film
Insomma, bella la trama, avvincente. Lo stile è scorrevole e chiaro. L'unico difetto è che rispecchia troppo il canovaccio del film americano... ma passa!
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Storia di un ribelle
La storia inizia quando fame fumo freddo e fastidi erano, detti così tutti d’infilata l’un l’altro, norma di vita. E allora, poi l’accento della filastrocca si poneva sull’ultimo: i fastidi, quelli che venivano nel tentativo di sfangare ribellandosi alla dura legge della giornata. Un bandito è un bandito, si dirà. Chiaro, ma un bandito, il bandito di allora non era propriamente il criminale di oggi. E non solo perché con questa storia narrata e da leggere siamo nella verità del romanzo, ma perché nella verità della storia, quella che si dovrebbe scrivere con la esse maiuscola, allora non si rubava per diletto, per piacere, per avidità, ma semplicemente per fame.
Un ragazzo del ’99 (1899) il Sante Pollastro prende, appena tredicenne, la via del furto: ruba una gerla di carbone, aveva freddo. Era quell’Italia che sapeva illustrare Achille Beltrame sulle tavole della Domenica del Corriere, quell’Italia che si apprestava a scendere in campo per la Prima Guerra mondiale, quell’Italia che si appassionava per i primi voli del comandate Gabriele D’Annunzio e di Francesco Baracca, per le imprese del dirigibile Italia in volo sul Polo, per il naufragio del Titanic. Un Italia così diversa da quella odierna che quel tempo non pare neppure l’altro ieri, ma lontanissimo come lo sono i frammenti dei ricordi delle favole udite nella prima infanzia. Ma era l’Italia di allora fatta di città, paesi e contrade unite da una bandiera tricolore più che da una lingua, i dialetti infatti erano parlata costante e un ‘giro’ da Abbiategrasso a Milano erano sgambate di otto ore al passo e di quattro in bicicletta lungo strade sterrate coperte di breccia ed alle case cantoniere ammucchiate in bella vista cumuli di pietra che gli scalpellini lavoravano a mano. Ed era un Italia di boschi, di brughiere, di nebbie, di pioggia, di acque di rongia, di osterie dense di fumo, di lampadine da venticinque candele, era quell’Italia che oggi possiamo vedere quando in televisione inquadrano, per il fotogramma d’un attimo, i paesi emergenti dell’Est. L’Italia era così: paesi che erano cortili larghi e fitti e laggiù in fondo, tra gli sgambusci e l’olezzo dei cessi comuni, pollai, conigliere e porcilaie, dove guatavano cani scheletrici, affamati, forse tisici. E il Sante Pollastro, e che omonimia nel cognome con il mestiere di suoi avi venditori di polli, viveva lì. E lì si mosse sin da piccolo per uscirne dalla fame, dal freddo dal fumo e, subito catturato dai carabinieri, entrò nei fastidi che gli sarebbero durati per tutta la vita.
Passione per la rivolta, la sua, semplice ma greve rivolta contro il destino segnato dalla condizione della nascita, eppoi lo squillo della rivolta allora infiammava gli animi come squillo di quella fanfara che imperava nella piazze nei dì di festa: un anarchico, il Pollastro, ma estraneo da connotazioni ideologiche. Rubava per sfangare, rubava ai ricchi perché avevano troppo e ridistribuiva il ‘bottino’. Rubava per il gusto della sfida, della beffa, del pericolo. In quel rubare c’era tutta la scintilla del sempre osare, motto futurista. Rubava e rivendeva il maltolto agli abili ricettatori che smontavano i gioielli, fondevano l’oro e denunciavano nottetempo ai Carabinieri i briganti per avere loro salva la bottega di apparente rigattiere. Barattava un gioiello con la madama che gestiva il bordello e liberare la ragazza, veneta o lucana, di cui s’era invaghito o semplicemente impietosito. Sante Pollastro l’imprendibile, nome e gesta che crescevano di paese in paese, di osteria in osteria, di bocca in bocca. E scontri a fuoco con i Regi Carabinieri. E feriti e morti. Quindici, in tutto. E di qua e di là dal confine, lungo le strade della Francia, di là dagli Appennini sulla via dei contrabbandi, dentro le neve e la pioggia, dentro la notte. Colpi, inseguimenti, mandati di cattura internazionali, manifesti con su la faccia e la taglia per Sante il bandito, travestimenti e sparizioni sino alla grande città, alla capitale del mondo: Parigi.
Una grande passione coltiva l’anarchico Pollastro: la bici. Suo compaesano novese Costante Girardengo che allora, e primo tra tutti, si meritò il titolo di Campionissimo. E così a Parigi, sulle tracce del campione dei campioni, la polizia lo attende. A Parigi, il 10 agosto del 1929 scattano le manette in metropolitana per Sante Pollastro.
Lo arrestano gli agenti comandati dal commissario Guillaume, il commissario della Surete Nationalal, che Georges Simenon conobbe ed intorno al quale ritagliò la figura del commissario Jules Maigret. Mentre Costante Girardengo in quell’anno vinceva gare alla Sei giorni di Parigi il Sante Pollastro rientrava in Italia e veniva condannato a tre ergastoli. Nel 1959 viene graziato dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e fa ritorno a Novi Ligure dopo aver trascorso trent’anni di carcere a Porto Santo Stefano. Finirà i suoi giorni come venditore ambulante, senza licenza, nel 1978.
“Il diavolo custode” del Balocchi dr. Luigi già maestro, è un libro scritto in lingua. Cioè in italiano. Ed è un’assoluta novità. Qualcheduno leggendo crederà che il notista di questo pezzullo stia uscendo pazzo. Il che può essere ma mi pare che la lingua della letteratura sia altra cosa dalla lingua della giornata televisiva, lavorativa, giornalistica anche e forse soprattutto. Quando l’attacco delle prime righe del suo romanzo suona così: “In quattro gli eran presto intorno. Quattro amici e in mezzo lui, la bicicletta a canna lunga presa a ùffa per un giro squinternato” possiamo dirlo che siamo dentro ad una prosa che identifica l’autore che vuole lavorare narrando la storia usando la lingua: l’italiano. E’ una narrazione che panzana certo, e ci mancherebbe, e lo fa con fascino, esagerando, condannando e assolvendo. Utilizzando trama e ordito del romanzo per tessere una leggenda ch’è altra cosa dalla Storia ma forse, e proprio per questo, si avvicina più alla verità della vita che alla verità della legge. Già perché capita a tutti che osservando un uomo diciamo che abbiamo visto un uomo. Ma un uomo noi non lo vediamo mai tutto. Ne scorgiamo una piccola porzione e da quella piccola porzione, che vediamo, ci incapsuliamo in un pregiudizio, ci costruiamo una “storia” ed emettiamo un giudizio. Ma alla fine, noi l’uomo, che qui equivale a persona, mica l’abbiamo visto. Il romanzo, l’invenzione intorno all’uomo scritto per l’uomo, ci insegna a comprenderlo. E intanto, mentre ci diverte, ci fa anche soffrire. Ed usa la lingua, cos’altro…
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Sognare ancora
Il libro di Luigi Sperduti fa sognare, evadere, immaginare una nuova realtà.
è un libro crudo, vero, si piange nel leggerlo.
C'è sofferenza, c'è amore, c'è il rinnegamento della stessa persona.
Ho letto un racconto di Sperduti anche sulla rivista Fertililinfe e non posso far altro che alzare le mani.
Spero che ci regalerà al più presto un bel romanzo e forse chissà qualcuno da Los Angeles sarà contento.
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Un libro delirante
Un libro delirante, ma che purtroppo parla di cose realmente accadute.Forse troppo condito da dati e sigle che ti costringono a prenderti un libro di storia nazista e leggerlo parallelamente a quello in questione.
Il protagonista, poi, che si erge a vittima di un sistema, ma che in realtà vittima non è di certo,in quanto credo che per ogni essere umano esista la capacità di discernimento tra bene e male. Un libro forse permeato da una sorta di omofobia latente, quasi che il protagonista personaggio negativo e psicopatico sia tale non in quanto tale ma perchè omosessuale, confermando l'idea purtroppo ancora corrente che l'omosessualità sia una perversione e che determinati comportamenti siano appunto attribuibili al mero orientamento sessuale. Tutto sommato la frase più entusisasmante del libro può essere appunto quella in cui il protagonista riporta che "fu così che con il culo pieno di sperma entrai a fare parte delle S.S." Tuttavia un disagio palpabile e grande amarezza mi sono rimaste addosso per alcuni giorni dopo la conclusione della lettura.
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Formidabile
La rivoluzione vista dai profughi. Esemplare racconto della russa, non sovietica, autrice raffinata e quindi apparentemente un poco cinica. Prosa sorvegliata che sta alla pari qui con quella dei racconti della bravissima Nina Berberova che ebbe molto più tempo di vivere per scrivere quel capolavoro de Il Corsivo è mio... Formidabile il finale nel quale la 'vecchia serva' entra nella morte con gli occhi aperti. Come voleva la Margherita Yourcenar per il 'suo Adriano'. Da leggere.
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Chesil Beach
Letto tutto d'un fiato. Splendida scrittura, ottimo stile, piacevole, brillante, triste, preciso, incredibilmente intenso. Mi è piaciuto tutto. Le descrizioni sono quasi maniacali, gli stati d'animo attraverso cui passano i due protagonisti sono pieni di tutte le sfumature che proviamo noi tutti i giorni. Realistico fino all'inverosimile ma nello stesso tempo estremamente fantasioso.
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un goccetto di amaro piacevole
La forma colloquiale può piacere o meno, ma è una scelta rispettabile. La storia è un insieme di sottostorie, nessuna della quale riesce a prendere il sopravvento.
Finale un pò tirato come un cazzotto, forse proprio una di quelle accelerazioni improvvise di cui si parla tanto nel libro.
Gustoso e molto "umano" il personaggio del tutor.
A rileggerci presto, dunque.
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Uomini che odiano le donne
Non potevo scegliere un romanzo più bello per degnamente iniziare il 2008! Superiore alle aspettative il primo libro della trilogia “Millennium” scritta da Stieg Larsson, purtroppo prematuramente scomparso, parte in sordina per poi, man mano che la pagine scorrono, esplodere in tutta la sua potenza e bellezza. Nonostante la sua mole, quando arrivi a pagina 676, ti dispiace che sia terminato e vorresti subito passare al secondo volume che mi auguro verrà pubblicato quanto prima da Marsilio. Va detto che è un romanzo completo e non lascia niente in sospeso: insomma si può leggere solo questo e poi lasciare stare il prossimo anche se dubito che un lettore sano di mente abbandoni un autore così bravo e coinvolgente. Veniamo alla trama. Un classico giallo da “delitto della camera chiusa” ma in questo caso la camera è un isola + un’indagine sulla corruzione del mondo dell’alta finanza + un’inquieta, stranissima, difficile, asociale, abilissima hacker che non è certo lo stereotipo della “bellona” di turno ma è così affascinante che non puoi non volerle bene + un giornalista economico + efferati delitti recenti e di un tempo passato… Ecco, vedete, una delle grandi qualità di questo romanzo è che non siamo di fronte all’investigatore ritiratosi dall’attività perché la “mala” gli ucciso la figlia o la moglie né vi sono degli scagnozzi mafiosi dalla pistola facile. Siamo fuori dai classici schemi del thriller preconfezionato. L’autore ha saputo miscelare tutti questi elementi dando vita ad un impareggiabile romanzo con personaggi indimenticabili, primo tra tutti, Lisbeth Salander. Profondo nei dialoghi, mette a nudo la violenza che le donne subiscono dagli uomini. È utile, se si vuol meglio apprezzare questo romanzo, cercare su Internet notizie sull’autore che ha dovuto vivere per parecchio tempo sotto protezione per le sui inchieste-denunce.
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Décadence moderna
Ho comprato il libro incuriosito dal titolo.
Beh ne sono rimasto pienamente soddisfatto.
Grazie a Sperduti ho scoperto che esiste tutto un sottobosco di letteratura underground e non soltanto la Mondadori.
Sperduti compone blues, sinfonie jazz, ci riporta alla realtà.
Mi piacerebbe conoscerlo di persona.
Sicuramente lo rileggerò.
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Scrivere con talento
L. Sperduti scrive con talento ed onestà.
L'ho letto in una notte, scorrevole, devastante, unico.
Comprerò di certo il suo prossimo libro.
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Un fine noir psicologico
Sull’ultima di copertina sono riportati, fra altri elementi, gli stralci di recensioni apparse su giornali francesi, in verità tutte azzeccate, ma forse la più riuscita è quella de La Provence .
In effetti, come noir è del tutto atipico, anzi l’aspetto saliente è quello di un romanzo di introspezione, che alterna momenti di ilarità con altri di profonda malinconia, ma senza che queste apparenti contrapposizioni finiscano con lo svilirne l’intima essenza, cioè la storia di un’autentica, sofferta espiazione. La drammaticità è psicologica in un uomo che arrivato a un certo punto di una vita condotta quasi nell’anonimato comincia a ricevere strani messaggi composti da due sole parole: Pagherai, szemét!. L’ultima, che è ungherese, tradotta significa infame.
E il nostro personaggio, di nome Bianco, si arrovella sempre di più non riuscendo a capacitarsi come lui, sempre attento a non urtare mai nessuno, abbia potuto compiere qualche gesto o qualche atto che possa giustificare una simile reazione.
Procede quindi a un esame a ritroso di tutta la sua vita arrivando alla sua pubertà e all’ambiente scolastico, da cui poco a poco emergono i contorni di una vicenda di cui, a distanza di tempo, prova rimorso.
Giunge a questo risultato attraverso una serie di quadri del periodo scolare che, se da un lato possono muovere alla risata, dall’altro rivelano squallori di intensa drammaticità.
Così troviamo alunni scalcinati, altri due prepotenti e sadici, un ragazzo di origini ungheresi di sicura personalità e raffinatezza, tanto da apparire nell’ambiente un pesce fuor d’acqua, e lui, il signor Bianco, che cerca di tenersi buoni tutti, soprattutto quelli che comandano e sottopongono gli altri ad angherie, fino al punto di dare il colpo di grazia a una vittima sacrificale, proprio il magiaro.
Il ripiombare, con il ricordo, nell’abiezione del proprio comportamento ingenera il rimorso e il disperato tentativo di porre un tardivo rimedio.
Giocato esclusivamente sul filo psicologico, ma con grande abilità e senza mai che ci sia una caduta di ritmo, o che si verifichino passi improvvisi che appesantiscono la narrazione, Il peggiore di tutti è un gran bel romanzo, piacevole da leggere e che fa molto riflettere.
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Grande guerra piccoli generali
Poveri ragazzi...mandati a morire senza sapere perchè. La storia ha con loro un debito di riconoscenza che, prima o poi, dovremo deciderci di pagare!
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Le benevole
Non dovendo obbligatoriamente scrivere un'opera monumentale, si potevano risparmiare metà delle pagine.
I passaggi lenti e monotoni nella lettura vengono traumatizzati da racconti erotici gratuiti, per concludersi con un inverosimile morso al naso di Hitler.
Non si capisce non essendo un saggio la necessità di puntualizzare nomi, gradi, cifre.
Non può essere uno di noi, essendo alla fine un serial killer, capace di uccidere gratuitamente, senza nemmeno la scusa dell'odio raziale.
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Harry Potter
Ho trovato Harry Potter e i doni della morte su Maremagnum: mi hanno fattolo sconto del 20% e mi hanno messo le spese di spedizione a 0 perchè ho comprato con carta di credito. Ottimo
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