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cristiano75 Opinione inserita da cristiano75    08 Giugno, 2024
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I dimenticati

Non sono libri facili da digerire quelli di questo Grande della letteratura Mondiale.
La sua profonda conoscenza del degrado sociale ed umano americano, mi ricorda da lontano, i grandi scrittori russi di cento anni fa, che erano i chirurghi dell'anima sociale moscovita, san pietroburghese e delle lande desolate siberiane.
Chi ama Steinbeck, sicuramente troverà molti punti in comune con la scrittura di Mc Charty.
Anche in questo romanzo lo scrittore narra di personaggi rassegnati, dimenticati, reietti che compiono gesti limite e ne pagano a caro prezzo le conseguenze.
La Natura è spietata, cupa, indifferente ai drammi degli uomini.
Egli descrive perfettamente quello che i protagonisti provano esposti ai rigori dell'inverno, all'attraversare enormi distanze senza riparo alcuno.
I protagonisti sono un giovane sbandato e sua sorella la vera vittima del racconto che vaga inebetita, lacera ed affamata per terre senza speranza.
Lo scrittore ha una capacità assoluta e magnifica di descrivere il paesaggio, quasi a renderlo palpabile. Ci si immerge completamente nella lettura, ha momenti lirici, con una scrittura che non da fiato, non ha momenti di stasi o noia, assorbe completamente il lettore e lo proietta verso i confini della miseria umana. Gli pone davanti una scelta, abbandonare la lettura e conservare un poco di speranza oppure proseguire verso la discesa nel buio dell'animo umano.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Giugno, 2024
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Galla

«[…] Non ho memoria dell’epoca in cui credevo di essere parte della mamma, e ricordo il giorno in cui ho capito che lei e io eravamo due persone distinte, e da allora il mondo non è stato più lo stesso. Mai più.»

Il suo unico bene è quella bicicletta sgangherata e spesso fangosa con cui ogni quindici giorni cerca di tornare a casa. Siamo in Francia e Galla ne è a bordo. Sta percorrendo i suoi 35 chilometri di fatica per raggiungere la famiglia. Di solito vi si reca ogni due settimane, questa volta vuol fare una sorpresa, vivere il suo “giorno di vacanza”. Vuol portare alla madre e alle quattro sorelle quei doni che ha rubato al liceo, vuol rivedere la sua numerosa famiglia dopo le giornate trascorse a scuola. La sua è una vita inquieta esattamente come inquieta è la sua anima. La casa natia è un po’ una prigione, un po’ un luogo di affetto ma soprattutto di anaffettività, il percorso scolastico che potrebbe rappresentare il suo futuro e anche quello per la famiglia è luogo di derisione per la povertà che la caratterizza con quei vestiti appartenuti alla zia scomparsa e per quelle umili origini che non la abbandonano nei suoi tragitti. Galla vorrebbe accontentare tutti, in particolare la madre, colei che più di chiunque altro non voleva lasciarla andare e che vive questo percorso di studi come un suo tradimento. Quella borsa di studio che ha vinto è l’unica vera possibilità di cambiamento per sé e per i suoi cari, ecco perché nonostante i tentativi di persuasione non abbandona questo percorso. Nemmeno la scuola è però luogo di pace, bensì è terra di derisione ed emarginazione.

«[…] Al liceo mi sono accorta che si può capire facilmente, dalla faccia, se una ragazza è ricca o povera. Non hanno lo stesso aspetto né lo stesso portamento.»

Per Galla il ritorno a casa è sinonimo di attesa e tanto è atteso, tanto è desiderato. Il ritmo delle sue gambe non cede nemmeno un attimo su quella bicicletta sgangherata ma unica al mondo, deve raggiungere la mamma. Tuttavia, al momento del suo rientro in un giorno non previsto, inatteso, misterioso, ecco che il padre è più severo che mai, che le impedisce di entrare in casa e che la costringe a una notte nel fienile, sotto la tettoia, tra nebbia e senza luna e con l’unica compagnia della cagnolina, Daisy. Ed è qui che apprende della verità. Perché la casa assiste e veglia una madre senza più voce, senza respiro; una madre che Galla non ha più. Ed è in questa notte dove Daisy rappresenta l’affetto materno che la figlia vede spezzarsi la sua ala.
“Le Journ de congé”, pubblicato nel 1973 e tradotto da Lorenza Di Lella e Francesca Scala nell’edizione Adelphi 2023 intitolata “Giorno di vacanza”, ci porta a riflettere sulla maternità e sulla fragilità che si collega alla relazione intessuta tra una madre e un figlio. Tema molto caro all’autrice, come già visto in “Genie la matta”, il romanzo è intriso da una penna tagliente, sacrifici, smarrimenti, segreti e distanze ma, soprattutto, solitudine. Questo certamente anche a seguito delle origini della Cagnati che, scomparsa nel 2007, si è sentita recisa dalle sue origini. Nata da immigrati veneti nella Francia rurale si è sentita sempre diversa, spersa. Una diversità dettata dalla povertà, dal dover vivere nella palude, dal dover vivere con il pregiudizio.

«[…] A furia di vivere in questa terra d’acqua senza incontrare mai nessuno, penso che uno non sappia più com’è la vita altrove e nemmeno se altrove vivano persone e città.»

È una narrazione rigorosa e tagliente quella dell’autrice, una relazione che viene eviscerata e analizzata tra silenzi e fratture che non possono essere perdonate perché la sofferenza è inguaribile ed è accentuata dal frammentarsi di un’immagine di sé. E se la figlia rappresenta la promessa, la madre è la prova tangibile della precarietà della vita.
Resiste la parola, resiste il disagio, scompare l’amore di cui resta un barlume che deve trovare nuove radici nell’emancipazione. “Giorno di vacanza” è uno scritto che ti scava dentro, che è sfuggente a tratti, evocativo in altri, è uno scritto che si ricostruisce poco alla volta e che offre al suo lettore molteplici riflessioni. È un titolo, ancora, che si regge sul paradosso unico del vivere.

«[…] Galla! Mi avrebbe stretta forte forte tra le braccia, mi avrebbe supplicata di non lasciarla mai più. Mai più, Galla. Mai più.
Ogni volta è così. Sempre così. Ogni volta. Vorrei non arrivare mai.»

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68 Opinione inserita da 68    08 Giugno, 2024
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Crescita

…” In campo la mente non è rivolta solo al colpo che stai per eseguire e a quello con cui l’avversario potrebbe rispondere, ma anche ai due, tre, quattro colpi che seguiranno. Osservi la posizione dell’ avversario e il suo giuoco, fai calcoli. È così che scegli da che parte andare. Anche se la mente percorre più strade allo stesso tempo, non c’è una scissione, ma un’espansione avanti e indietro nel tempo, talmente rapida da sembrare istintiva. A volte non ti accorgi nemmeno di pensare”..

La narrazione di un anno trascorso senza l’amata madre la cui morte ha aperto un vuoto incolmabile nella solitudine condivisa di tre sorelle indiane di undici, tredici e quindici anni, Gepi, Khush, Mona e di un padre anestetizzato dal lutto. Che cosa pensare, come sopportare il dolore, prendersi cura di se’, dell’ altro, guardare avanti, colmare una voragine inesplorata, sopravvivere a giorni improvvisamente vuoti?
Spetta al pater familias indirizzare la quotidianità delle proprie figlie, secondo lui la pratica dello Squash dovrebbe tenerle impegnate, appassionarle a qualcosa da portarsi dentro per il resto della vita, per altri essere un semplice esercizio di disciplina per delle giovani ragazze considerate delle selvagge.
Ecco

…” l’ eco del suono di una palla colpita su un campo da squash, sulla T, un suono basso e fulmineo, come uno sparo, seguito da un’ eco ravvicinata”…

Lo squash è una disciplina con una storia, eroi da raccontare e da imitare, prevede esercizio quotidiano, lunghe ore di solitudine, colpi simulati su un campo per affinare i movimenti, ripetizioni, con la racchetta, senza palla, cercando di non pensare a nulla.
Inevitabilmente il pensiero va all’ amata madre scomparsa, sperando che un giorno possa tornare, mentre si guarda con disappunto un padre che sembra assentarsi e non apprezzare pienamente il tempo condiviso con le proprie figlie.
I giorni scandiscono una routine consolidata, esercizi ripetuti, il rimbalzo di una palla sulla racchetta, a terra, l’ ingresso in una nuova dimensione, quotidiana, relazionale, sentimentale, in cui il ricordo della propria madre talvolta sembra affievolirsi e farsi sempre più lontano.
Quale relazione tra giuoco e realtà, quali intrecci, similitudini, idiosincrasie, come lo Squash può farsi parte integrante di una vita, alimentare sogni, speranze, destini?
La solitudine di un campo da gioco in cui cercare e trovare una via d’ uscita, scegliendo i colpi, creandosi e difendendo lo spazio di cui si ha bisogno ( la T ), senza nessuno che possa aiutarti, concentrarsi per te o avere paura di perdere al tuo posto, un campo in cui fissare momenti irripetibili di eternità, sentendosi soli, in cui un bel tiro può fissare il tempo restituendo un senso di pace.
Gopi è l’ unica delle sorelle ad avere talento per questo sport e ad esercitarlo, si allena con un ragazzo bianco, pensa di costruirci qualcosa di importante, nel rettangolo di giuoco, al di fuori, in

…”un mondo improvvisamente illuminato da qualche evento che presto potrebbe rivelarsi”…

Quando il dolore di una presenza-assenza genera una reazione fragile e violenta, quando la distanza può inscenare la dimenticanza, un momento condiviso restituisce il senso di appartenenza rafforzando il ricordo, la sublimazione del giuoco porta nuove certezze, gioia, lezione di vita, lontananza condivisa in parole espresse con cautela e amore che lentamente si affievoliscono….
T è un breve, delicato, essenziale viaggio che indaga il potere della memoria, l’ elaborazione del dolore, la costruzione relazionale, il rapporto con il proprio se’, il giuoco come metafora di una vita che reclama regole, precisione, strategia, impegno, devozione, ma anche sostentamento, amore, condivisione, cultura, rispetto, memoria.
Rimane un senso di appartenenza all’ interno di un percorso di crescita che prevede ascolto, accettazione, relazione, solitudine condivisa nel respiro del ricordo, pensando un po’ malinconicamente che la vita forse avrebbe potuto essere altro e altrove, ma l’ oggi incombe spingendosi verso un destino diverso in una lontananza colma di cautela e ritrosia.

…” mio padre si fece da parte e tra la zia e lo zio passarono i giorni, avanti e indietro, e per un po’, non ricordo per quanto, un debole bagliore comparve al di là’ degli alberi. Brillò’ e spari’. Poi la voce dello zio, che ormai era stanco, inizio’ ad affievolirsi, il suo fiato si congelò e io mi alzai”…

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Fantascienza
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    07 Giugno, 2024
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Bella Gatlon City, ma non ci vivrei

Terzo ed ultimo capitolo nella serie Renegades, "Supernova" era anche il libro con cui pensavo di chiudere (magari in amicizia) i miei rapporti con Marissa Meyer, specie dopo la delusione di "Archenemies" e le recensioni non troppo positive di questo epilogo. Invece temo che finirò per cascarci di nuovo; e non solo perché il suo prossimo romanzo sarà un retelling di Tremotino!

Oggettivamente, "Supernova" ha dei difetti più che evidenti e non mi meraviglia che altri lettori siano critici nei confronti del libro. L'autrice inserisce elementi inediti per portare la trama in una determinata direzione, gli interventi fortuiti di un certo deus-ex-machina non si contano e il finale è decisamente frettoloso, aspetto che già avevo notato leggendo "Winter" un paio di anni fa. Per parlare di un altro elemento discutibile, passiamo la trama.

A differenza dei volumi precedenti, la storia mantiene quasi sempre un ritmo molto incalzante: si comincia con l'identità di Nightmare che sta per essere scoperta, nella parte centrale c'è un breve momento di pausa, mentre le ultime duecento pagine sono una corsa a perdifiato, in una serie di combattimenti onestamente epici e del tutto in linea con il tono "fumettoso" della serie. Il problema a cui accennavo è quindi questo ritmo un po' troppo incalzante, per cui i personaggi si trovano a compiere azioni molto avventate, giustificate solo dalla fretta che l'autrice ha trasmesso loro.

Le forzature non mancano neanche all'inizio: l'identità di Nightmare viene mantenuta troppo a lungo quando ormai c'erano diversi personaggi che avrebbero potuto unire i punti (o aiutare altri ad unirli); che dire poi dell'elmetto di Magneto Ace Anarchy? finora nulla lasciava intendere che potessero usarlo altri, ma qui di punto in bianco tutti lo vogliono perché potenzia ogni superpotere! Per l'intero volume ci sono poi delle rivelazioni e delle scoperte che i personaggi intuiscono a caso, oppure nei momenti meno logici; il tutto a favore di trama, ben inteso.

Altro elemento che l'autrice riesce ad inserire sempre a sproposito è il romance: non mi dispiacciono le coppie in se, ma non reputo credibile che i momenti romantici abbiano luogo sempre in luoghi (fogna infestata dai ratti, con tanto di puzza di piscio) o eventi inadatti (tra un'esecuzione pubblica ed un massacro). Capisco che l'autrice ami calcare la mano su questo lato delle sue storie, ma qui l'ho trovato quasi di cattivo gusto.

Cosa dire poi dell'origine dei prodigies? io l'ho subito etichettata come una supercazzola, anche senza tenere conto di come questo aspetto si sviluppi nel finale. Indubbiamente è parecchio cringe, come diverse carrambate nell'ultima parte. Ultima parte che ha il suo tracollo nell'epilogo: non capisco onestamente se l'intenzione era quella di puntare ad un sequel, ma posso dire che l'ultimo twist più che stupire fa sorgere un mucchio di interrogativi ai quali non avremo mai risposta.

Ora, mi rendo conto che a questo punto sembrerò una hater della Meyer, ma vi assicuro di aver apprezzato parecchi elementi di questo romanzo, non solo soggettivi! Sicuramente una parte da non sottovalutare è quella della componente emotiva, anche perché l'autrice non ha riguardi nell'uccidere i personaggi -magari secondari, ma si tratta pur sempre di un YA. Valuto molto positiva anche la descrizione delle diverse battaglie: gli scontri sono ben strutturati e riescono a risultare avvincenti per il lettore.

Il pregio maggiore è però l'aver inserito brillantemente dei parallelismi tra la nostra realtà e questo mondo ucronico: nel modo in cui vengono discriminati i prodigies che non si conformano agli standard dei Renegades, nello strapotere impiegato da chi deve mantenere l'ordine e nella condizione dei detenuti nelle carceri. Pur considerando un po' esagerata la situazione vissuta da Nova e dagli altri personaggi, non si fatica a leggere tra le righe una condanna molto forte, e per nulla fantascientifica.


NB: Libro letto in lingua originale

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    07 Giugno, 2024
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Peccatori di provincia

Siamo in un piccolo paesino di provincia, a metà degli anni Cinquanta dello scorso secolo: Brisa è una ragazza che potrebbe definirsi una giovane come tante, bella o brutta, dipende da chi la guarda. Ha una caratteristica che potrebbe renderla interessante, una eterocromia che non è una malattia ma una particolarità, ha un occhio di un colore e l’altro di un colore diverso. Insomma, niente di che, ma al popolino ignorante del posto in cui vive è più che sufficiente per etichettarla come la “stria”, la strega del paese. Una folta chioma nera racchiusa in una grande treccia che funziona un pochino come la bacchetta di un rabdomante, non aiuta a riabilitare la nostra figliola, che ha fama di presagire le cose a venire, piccole verità come indovinare il sesso dei nascituri, o altre più gravi, o interessanti, come gli eventi disgraziati in cui occorrono i mariti delle amiche. Brisa è innamorata di Primino, il miglior amico di suo fratello Tumaia: sono giovani del loro tempo, e i giovani cantano e suonano, naturalmente!
Da bravi provinciali, sono particolarmente sensibili alle mode che vengono da fuori; Elvis Presley, tanto per dirne una, è un mito, per cui è tutto un imitare e scimmiottare il divo americano, con tanto di capelli a banana, cintura in pelle di pitone, colpo d’anca scandaloso e innovativo, e “Love me tender” a tutto spiano.
Amami teneramente: certo, anche qui si ama, naturalmente.
Primino, Tumaia e altri amici girano i paesi suonando: la loro band si chiama “I cavedani di Gorino”. Già, i cavedani, i pesci d’acqua dolce tipico del loro paese; sennonché nel posto devono aggirarsi evidentemente anche squali, poiché scompare misteriosamente un bambino. Una cosa sospetta, perché in passato è già successo qualcosa di scabroso, anche in provincia alberga il peccato, anche nelle frazioni più piccole risiedono individui sospetti, peccatori di provincia.
Questa la storia: e qui Paola Baraldi interviene, con la sua scrittura attenta e accurata, con tatto e sensibilità, e lo delinea chiaro: esistono reti per catturare pesci, e reti mimetiche, per celare rifiuti repellenti, miserie e indegnità umane.
Per vederle, servono due occhi di colore diverso, come li ha Brisa.
Perché sapete, più delle streghe, sarebbe il caso di temere i demoni.
Il grande merito di Paola Rambaldi è che ha saputo offrirci con garbo, direi con fine cortesia, una storia delicata, reale, concreta, mai astratta anche nei momenti con risalti paranormali. La scrittrice ferrarese non riporta un thriller o un horror pauroso di per sé, ma un ancora più terrificante, proprio perché reale, racconto di ignobile orrore, dove non mancano pagine crudeli ed efferate, perché precise e circostanziate.
È un testo però sempre rispettoso di fatti, personaggi, vittime, e per inciso, dello stesso lettore, il che non è mai così scontato, taluno preferisce propinare l’effettaccio prezzolato fine a sé stesso. La Rambaldi fa invece di più: ogni rigo è essenziale, funzionale alla trama e alla logica dell’ordito, la scrittura è fantastica ma il particolare è sobrio e sfrondato, corrisponde con rigore al vero. L’autrice possiede scrittura incisiva, fluente e pertinente, concisa nei capitoli e nei dialoghi, e però è esaustiva, scrive e definisce, puntualizza con chiarezza, delinea avvenimenti, personaggi, ambienti e atmosfere con maestria, in maniera asciutta e persuasiva, non ricorre all’effetto in sé ma è provvista da sé di scrittura efficace.
Brisa in dialetto stretto significa non farlo: io in italiano direi che non leggerlo, quello sì, sarebbe un peccato.

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Paola Rambaldi
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Romanzi storici
 
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    07 Giugno, 2024
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La guerra non fa preferenze

Tra l’estate e l’autunno 1938 in Spagna si combatté quella che poi fu definita la battaglia dell’Ebro. L’esercito repubblicano, per cercare di alleggerire la pressione che le armate franchiste stavano esercitando in direzione di Madrid, valicò in vari punti il fiume Ebro, in Catalogna, per aprire un secondo fronte. I nazionalisti furono colti di sorpresa e, nei primi giorni, sembrò che l’offensiva avrebbe avuto successo. Però, dopo aver percorso pochi chilometri oltre le sponde, l’avanzata si impantanò e iniziò una serie terribile di scontri d’attrito per la conquista o riconquista di ogni singolo avamposto, villaggio, cimitero.
Fu la battaglia più feroce di tutta la guerra civile. Si calcola che nei cinque mesi in cui durò, complessivamente persero la vita oltre 15.000 uomini e rimasero feriti, alcuni in modo gravissimo e permanente, almeno 50.000 combattenti. La sconfitta delle truppe repubblicane determinò, di fatto, l’esito finale della guerra e la vittoria dei franchisti.
In questo romanzo Pérez-Reverte concentra il suo racconto nei dieci giorni successivi alla notte tra il 24 e il 25 luglio, quando le truppe repubblicane varcarono l’Ebro per posizionarsi nell’immaginario paese di Castelets del Sangre, contendendo ogni metro alle, inizialmente impreparate, truppe nazionaliste che lo presidiavano. Come la località geografica, pure i personaggi che agiscono nella vicenda sono, per lo più, inventati, con l’esclusione dei nomi storici che, talvolta, compaiono nell’azione o nella narrazione dei protagonisti. Alcuni di essi, però, sono palesemente ispirati a persone reali che parteciparono davvero a quegli eventi. Inoltre i fatti narrati sono tragicamente aderenti a quanto avvenne davvero in quei giorni e l’efferatezza di quei combattimenti ricalca esattamente quanto successe allora.

“Linea di fuoco” è un romanzo duro, difficile da leggere, non tanto per lo stile narrativo che resta quello tipico di Pérez-Reverte, agile, fluido, diretto, quanto per i suoi contenuti, aspri, dolenti. È soprattutto un romanzo di fatti, azioni concitate e frenetiche che si susseguono brusche e incalzanti come una carrellata di diapositive su scontri a fuoco e sull’indiscriminata, assoluta brutalità con la quale i contendenti si affrontarono, senza rispetto neppure per chi si arrendeva. Il filo conduttore di tutta la storia è l’orrore della guerra col suo sottofondo sonoro di colpi di fucile e di mitragliatrice – che sibilano in ogni pagina, quasi in ogni riga, intervallati dalle deflagrazioni di granate e proietti d’artiglieria che spaccano ossa, dilaniano corpi – e di lamenti di poveri giovani straziati e morenti.
Non trovano posto, se non marginale, i sentimenti e le emozioni se si escludono quelle primordiali dettate dall’istinto di sopravvivenza o dall’adrenalinica pulsione predatoria. Nonostante ciò, nei radi momenti di tregua tra i combattimenti, c’è ancora qualcuno che cerca di aprire il suo animo a qualcun altro, di esprimere onestamente e apertamente il proprio pensiero, al di là dalle ideologie e dei giochi di potere; in questi radi casi si possono osservare gli spiragli di una umanità alla deriva.
“Linea di fuoco” non è neppure, propriamente, un libro di personaggi, per quanto, di questi ultimi ce ne siano davvero tanti, al punto da rendere difficoltoso ricordarli quando compaiono nella narrazione. Soprattutto perché, in ogni capitolo, si salta da un lato all’altro del fronte, da un centro di scontri a un altro, senza soluzione di continuità, rendendo frammentata la descrizione degli eventi, spezzettando in cento rivoli il fluire del racconto, e rendendo disagevole il ricordare da che parte combattesse questo o quel personaggio. Ma probabilmente questa confusione è voluta e rientra negli intenti dell’A. che non appoggia questa o quella fazione, ma mostra la tragedia dei singoli uomini espunti dalle schiere a cui appartengono, ma affratellati dal crudele destino comune.
Giacché il romanzo non parteggia per nessuno, è obiettivo nel mostrarci come non sia possibile operare una divisione manichea negli schieramenti. In entrambi i campi ci furono eroi e individui più che spregevoli. Ci furono i vigliacchi, magari costretti a diventare valorosi per necessità di sopravvivenza, e i combattenti devoti alla propria causa che ad essa sacrificarono tutto, anche la propria giovinezza. Nella storia non mancano i criminali per tendenza, gli individui stolidamente ideologizzati che ragionano solo per slogan e per i quali gli uomini che comandavano erano solo pedine di una scacchiera mossa da mani che stavano al sicuro, distanti dalla linea di fuoco. Poi ci sono le “anime pure”, gli onestamente convinti dei propri ideali e i poveri esseri strappati da casa, magari neppure diciottenni, per fornire “carne da cannone” in quel mostruoso tritacarne. Rari, ma forse, per questo motivo, più meritevoli di attenzione, gli esseri lucidi e razionali che cercano di riflettere con la loro testa sulla condizione umana e sulla situazione in cui si trovavano e lo fanno anche a rischio di essere indicati come traditori e finire epurati da chi tira le fila del grande gioco. Insomma, alla fine, ne esce un bel campionario di umanità.

Conclusivamente si tratta di un bel libro sulla guerra e, contemporaneamente, contro la guerra, che coinvolge e strazia soprattutto perché è impossibile leggerlo e dimenticare che, non troppo distante da noi, si sta svolgendo una tragedia del tutto simile dove gli esseri umani, portatori di pensieri, sentimenti e speranze, sono solo numeri di una statistica che conta i morti, i feriti e i dispersi. È anche un libro istruttivo perché richiama alla memoria una pagina di storia ormai lontana nel tempo, ma che sarebbe un crimine archiviare in un remoto dimenticatoio, soprattutto perché, noi italiani, vi giocammo un ruolo non secondario. È un romanzo, però, che conviene leggere cercando di conservare il maggior distacco emotivo, soprattutto deve ritenersi severamente vietato affezionarsi a qualsivoglia personaggio: potrebbe essere la prossima vittima dei combattimenti, di lì a qualche pagina: la guerra, si sa, non fa preferenze.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    07 Giugno, 2024
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Ove l’irriducibile ostinato

Ove è un uomo di quasi sessant’anni (per la precisione 59 compiuti) vedovo da circa sei mesi e, da poche settimane, pure senza lavoro, perché pre-pensionato contro la sua volontà dalla società di costruzioni edili da cui dipendeva da decenni. Ormai ha un unico desiderio in testa: raggiungere al più presto possibile l’adorata moglie Sonja alla quale, ogni settimana, reca una rosa al cimitero della chiesa.
Nondimeno nel frattempo non desiste dal portare a termine tutti i compiti che s’è prefisso di svolgere quotidianamente, anzi, puntigliosamente, perché, per Ove, le regole vanno rispettate, giuste o sbagliate che siano.
Così, ogni mattina, si sveglia alle sei meno un quarto, si prepara un caffe “normale”, cioè filtrato alla vecchia maniera, non come quelle porcherie fatte con le macchine espresso, e perlustra il suo quartiere, per assicurarsi che non ci siano auto parcheggiate nel vialetto pedonale, che le biciclette siano tutte nell’apposita rimessa, che non ci siano mozziconi per terra, che sia rispettata la raccolta differenziata dei rifiuti (anche se ritiene un’idiozia la regola stessa), che gli ospiti non lascino l’auto per più di ventiquattr’ore negli spazi loro riservati, che la sua Saab sia a posto e con le gomme ben gonfie, che inesistenti vandali o, peggio, ladri non abbiano danneggiato le proprietà della zona. Poi torna a casa e, vestito elegantemente, come piaceva a Sonja, si prepara a suicidarsi, ma, manco a farlo apposta, ogni giorno accade un imprevisto: quando non si spezza la corda con cui vorrebbe impiccarsi, c’è un nuovo vicino, imbranato, che non sa manovrare col rimorchio e gli sfonda la cassetta per le lettere; o sua moglie, una piccola iraniana ‘molto’ incinta, viene a chiedergli questo o quel favore; o un gattaccio randagio e rognoso, rischia di morirgli congelato davanti a casa; o, infine, il suo vicino Rune – col quale, dopo una amicizia durata anni, è in lite perenne dal 1990 – sta per essere portato via dagli assistenti sociali perché malato di Alzheimer e non va certo bene, visto che gli uomini con la camicia bianca fanno solo guai.
Insomma, continui contrattempi gli impediscono di portare a termine il suo intento, perché, se c’è qualcosa che non va per il verso giusto, Ove si sente in dovere di porvi rimedio. Così, suo malgrado, è costretto a “mettere ordine” in quel mondo che vorrebbe solo lasciare per raggiungere il suo amore assoluto.

È difficile che in un romanzo tutti i personaggi ci risultino, all’inizio, insopportabili, antipatici e sgradevoli, ma questo libro dello svedese Fredrik Backman ci va molto vicino. Ove, ci viene presentato come un individuo fastidioso e irritante; “amaro come una medicina” lo definiscono i vicini. Per un italiano, poi, che, tipicamente osserva regole e convenzioni interpretandole in modo “creativo” per adattarle ai propri bisogni e utilità, la rigida, intransigente ottemperanza alle norme, anche quelle più futili e astruse, che dà Ove è veramente troppo da digerire. La sua inflessibilità mentale ci rammenta certe rigidità di pensiero tipiche di alcune forme di autismo: lui si sente in obbligo, non solo di rispettare pedantemente tutte le direttive, anche quelle che si è autoimposto, in maniera risoluta, ma di farle rispettare, con toni aggressivi, pure a tutti gli altri e se non ce la fa, va su tutte le furie. Insomma è un vero piantagrane.
Però, è inevitabile che un personaggio così dia occasione per innumerevoli scenette comiche e, dopo un po’, non si faccia che ridere, di cuore, delle sue disavventure, dei battibecchi con Parvaneh, la vicina di origini persiane, degli scherzi che faceva a Rune (tanto simili alle “battaglie” che Paperino ingaggiava con l’irriducbile vicino Mr, Jones), della sua ossessiva mania per le Saab. Si ride pure delle evenienze tragiche, come l’infinita serie di tentativi di suicidio non andati a buon fine.
L’A., poi, furbescamente, usa tutti gli artifici per farci diventare inesorabilmente simpatico il povero Ove del quale scopriamo, pian piano, che è nato, è vero, con un carattere chiuso e introverso, ma che la vita non ha contribuito affatto ad addolcirlo, colpendolo con ogni possibile serie di disgrazie e tribolazioni. Inoltre, quel suo desiderio maniacale di sistemare ogni cosa nasconde una bontà infinita, un animo che mal accetta di vedere ingiustizie e dolore negli altri senza cercare di dare il meglio di sé stesso per risolverli o, almeno, lenirli.
Chi ha familiarità con il fumetto americano “Dennis la minaccia”, in lui non può che individuare il burbero, ma generoso Mr. Wilson, ma sono tanti i modelli nella letteratura di generosi scorbutici che alla fine sentiamo di amare totalmente.
In definitiva si tratta di un buon romanzo abilmente strutturato e narrato, dove la comicità di facciata, talvolta irresistibile, vela anche una profonda malinconia e commossa dolcezza. Alla fine, incredibilmente, si inizia quasi a invidiare quel rione sperduto della Svezia con il suo intransigente sistematore di ogni stortura e a voler bene a quel rompiscatole di Ove.
Ottima storia, quindi, e, in definitiva, pure buono spunto per una trasposizione cinematografica. Non per nulla ne sono già stati tratti due film, uno svedese e uno, molto più recente, che vede nei panni del protagonista un Tom Hanks molto nella parte.

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Classici
 
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dani79 Opinione inserita da dani79    06 Giugno, 2024
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Nel vecchio sta il nuovo. Da leggere.

Avete presente quando per mesi e mesi vi passano tra le mani e sotto gli occhi dei libri brutti, e vi sentite perseguitati dalla sfortuna del lettore? Quando pensate che forse è arrivato il momento di mettere da parte i libri e dedicarsi, nonostante un'innata maldestrezza, al ricamo? Mi trascinavo ormai da una dolorosa lettura all'altra, quando nell'edicola del mio piccolo, piccolissimo paese mi imbatto in un leziosa e infiorata copertina di Jane Eyre. Ho sempre nutrito numerosi preconcetti su questo libro, in ragione del genere, che non è propriamente quello che più mi si aggrada, e del film (per intenderci, quello di Zeffirelli), che non ho mai gradito particolarmente, nonostante riconosca sia un capolavoro. Che dire, alla fine l'ho acquistato e ho fatto bene. Che magia, che meravigliosa scrittura, che diligenza intellettiva, che modernità! Dopo aver letto Jane Eyre, perdono generosamente chi ha scritto quei brutti libri, che i libri mi facevano odiare.
Comunque, leggetelo! Che siate lettori schizzinosi o no, che godiate di un temperamento romantico o che, come me, proviate maggiori e più profonde emozioni di fronte a una carbonara che a un tramonto, vi prego di non stornate questo classico dalle vostre prossime letture. È un libro di democratica bellezza. Merita tutta la vostra attenzione.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    05 Giugno, 2024
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Un commissario in pensione

Il commissario Bordelli ha varcato la soglia della pensione. Ora ha tanto tempo libero da passare con il suo cane in mezzo ai boschi, con la bella e giovane Eleonora, e con i suoi amici, organizzando quelle belle cene dove tutti raccontano un pezzo di vita e un pezzo di storia.
Ma Bordelli decide di rispolverare un vecchio caso di circa venticinque anni prima , che lui stesso, alle prime armi, non era riuscito a risolvere, praticamente il suo unico caso insoluto.
Con tutta la tranquillità che il tempo, ora, gli regala, si mette a indagare su questo vecchio caso di omicidio.
Ma il tutto è diluito nelle lunghe giornate di riposo forzato, l'ex commissario non ha più nessuna fretta , ha solo curiosità e tanta voglia, o meglio necessità, di riempire la giornata con qualcosa di stimolante da fare. Tutto procede a rilento, tanto che fino alla fine del romanzo non ne verrà a capo, e si impegnerà ad aiutare Piras, a risolvere due casi, che il suo ex vice ha per le mani in questo momento.
Ho trovato questo romanzo di Vichi, un po' scollegato, come se anche lui non sapesse che farne del suo commissario. I pensieri di Bordelli sono praticamente sempre gli stessi e spesso risultano ridondanti e ripetitivi. Anche le indagini sono scollegate e senza un filo logico, insomma è come se il protagonista annaspasse nella sua libertà senza sapere che farsene. E si sofferma più a rifletterci che a godersela. Forse è voluto dall'autore, ma il risultato è dispersivo.
Meritevoli sono i racconti suoi e dei suoi amici, davanti a una bella cena e del buon vino, quelli hanno sempre il prezioso sapore della storia del nostro passato, che non dobbiamo mai dimenticare.

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Romanzi
 
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    04 Giugno, 2024
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Madre dolorosa

Storia di un rapporto madre-figlia conflittuale e freddo, che mi ha fatto male leggere. Soprattutto perché è raccontato in una fase della vita della madre dove la madre è in difficoltà e la figlia sembra avvicinarsi a lei per dovere, senza calore, senza amore. La madre ha perso il controllo di sé. Colpisce molto il punto in cui si racconta che, con altre malattie, la famiglia sarebbe stata più dolce con lei, quasi che, se si ammala la testa, fosse una colpa più grave della persona. La memoria della madre è diventata un manoscritto ad inchiostro simpatico ed anche questa è una condizione di fragilità verso cui non ho trovato, nella figlia, il calore e l’empatia che una figlia avrebbe dovuto avere. Lo stile è anch’esso freddo, quasi a voler dare anche stilisticamente l’effetto del distacco. E’ anche vero però che nel raccontare ricordi, si ricostruisce un rapporto. Dobbiamo solo prestare attenzione a non farlo troppo tardi.

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Romanzi
 
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    03 Giugno, 2024
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A piccoli passi

Questo è un romanzo giovane, attuale, ben organizzato: da ascoltare. Proprio da sentire invece di leggere, anziché scorrere le pagine, si seguono con attenzione i dialoghi dei protagonisti e di tutti i personaggi, tra di loro è incluso lo stesso autore. Una sorta di libro parlato, quindi, dove più che azioni si avvicendano monologhi, discussioni a voce multipla, pensieri, riflessioni tra se e sé. Tutti parlano sempre in questo romanzo, nessuno tace, nemmeno un silenzio eloquente, ognuno dice la sua, magari a sproposito, e ognuno a suo modo spiega, giustifica, se non si parlano si scrivono messaggi sul cellulare, tutti hanno le parole per dirlo, tant’è che serve a distinguerli il differente font utilizzato. Una protagonista principale eccelle, Nina, una deliziosa ragazza contemporanea, dolce, incantevole, magica anche in senso letterale, è davvero una maga, per lavoro tramandatole dal genitore allieta con giochi di prestigio le feste dei bambini. Attraverso lei, e il suo essere tanto autentica quanto contraddittoria, sappiamo di tutti gli altri, Nina a ruota libera trasmette, riporta, decifra tutti gli altri comprimari, interagisce con loro e in tempo reale ci informa, ci dice, si racconta e ci racconta. Qui si narra di vita reale, e perciò di famiglia, anche di solitudini, perché c’è chi si spende per creare un progetto almeno simile nelle intenzioni alla famiglia del mulino bianco, senza garanzie di successo, ma accontentandosi anche della sola buona intenzione. E chi invece vuole stare solo, perché stare insieme costa fatica, ma va bene lo stesso, non c’è nulla di male a voler vivere senza qualcuno accanto, perché sia una scelta, altrimenti è solo una prigione da cui si desidera evadere. A discapito altrui, talora a sfregio di volontà diverse equivocate a forza. Manuel Bova con il suo “Un millimetro di meraviglia” d'incanti e sbigottimenti ne riporta chilometri, quelle di esistenze magari tribolate, malinconiche, stentate e però navigate; di padri presenti ma assenti e padri assenti nel presente; di mamme che non ce ne è una sola, e di nonni, di amori vecchi e nuovi, perduti e ritrovati, dispersi e ossessivi, di cibi: pizza bufala, prosciutto cotto e ricotta; uova a decoro su qualsiasi pietanza, piatti vegetariani; tè al limone, alla pesca, e ricette improbabili. Un buon libro, una lettura scorrevole che è un tutt’uno istintivo, autentico e genuino, un fluire dalla penna alla carta direttamente dell’inventiva dell’autore, senza tanti filtri, od omissioni per correttezza, né alcuna censura, questo è un racconto di vita, di vite, e degli intrecci inevitabili dell’esistenza. Internet non c’entra, è l’umanità che è fatta per essere connessa, l’indole del vitale vuole che si muova in sincronia o in disaccordo con gli altri, sfiorandolo, urtandolo, calpestandolo. Ogni tanto intrecciando una relazione particolare; perciò, lievitando con un alter ego a sé sodale su uno step successivo. Succede anche di precipitare bruscamente a valle, irrimediabilmente divisi. E altro non c’è da fare che riprendere ad arrampicarsi per fuoriuscire dalla scarpata. Esistono anche persone che non sono fatte per stare da sole. Persone che piuttosto che non avere qualcuno a fianco si fanno andare bene un surrogato di compagno, magari se lo inventano, si illudono, si fissano di essere anche parimenti ricambiati se non di più. Quasi sempre uomini, che la felicità la identificano in una donna, e solo in quella, a forza quella. La felicità in sé è invece qualcosa d'improvviso e imprevedibile, che sorprende, una meraviglia: dipendente da una miriade di particolari incasellati su una tratta chilometrica, dove ciascuno ha da cercarsi il suo frammento, spesso di un solo millimetro. Siamo formiche, piccoli esseri che quotidianamente si mettono in marcia, seguiamo i nostri percorsi seguendo traiettorie casuali che intersecano quello di altri, ci scambiamo informazioni, sensazioni, esperienze, ognuno avanza un poco alla volta, a piccoli passi, nell’ordine di pochi millimetri, alla ricerca della propria personale idea di felicità. La felicità però non è un traguardo, e per fortuna; se esistesse un arrivo preciso, una volta raggiuntolo non avremmo più motivo di riprendere il cammino. Invece la gioia sta nel viaggio, non nella destinazione, e nella compagnia già dalla partenza, nonni, genitori, amici e amori e quanti altri si aggregano durante il percorso, tutti insieme senza lasciare nessuno indietro. Un millimetro di meraviglia lungo mille miglia è quello che dà il senso al formicaio, detta il ritmo dell’esistenza vissuta per intero, a ciascuno il suo. Manuel Bova, che è assiduo sul social, dichiara di sé che scrive cose: sarà, ma sottolineerei che non scrive di cose in senso materiale, scrive, e direi bene, di persone, e fa bene, benissimo. Tratta di emozioni e sentimenti, racconta vite, e quindi caratteri e nature, descrive fatti, emana sensibilità da quanto riporta, ci fa commuovere in particolare quando parla di nonni, di anziani, di quanto amore e quanta delicatezza si cela nella senilità. Infine, un lieto fine sui generis: la meraviglia è donna, ricordiamolo. E serve educare perché chi deve intendere intenda, e non intacchi la meraviglia. Nemmeno di un solo millimetro.

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A quanti hanno nonni, o li ricordano, o lo sono essi stessi.
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Romanzi storici
 
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3.5
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4.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    03 Giugno, 2024
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Non assomigliarsi e volersi bene.

Un altro Andrea Vitali, lontano da Bellano e dai suoi abituali protagonisti, lontano dal maresciallo Maccadò e dalle amene divertenti storie che hanno per anni animato i suoi romanzi. Questa volta troviamo un Vitali più impegnato, la storia emblematica di un nucleo familiare dai primi del secolo scorso via via fino agli anni del dopoguerra e oltre: una storia tutta italiana, ad ampio respiro, che dimostra come l'amore possa appianare divergenze e unire persone di origini e cultura diverse.
Tutto inizia ai primi del Novecento, a Manerbio. Il notaio Piedivico, titolare di un avviato e rinomato studio, ha un figlio, Oreste, che non vuole saperne di proseguire nella carriera del padre e desidera solo una cosa: diventare veterinario, un sogno covato da anni che, alla fine, si avvererà e farà di Oreste un ottimo professionista. Cavalli, mucche, muli saranno i suoi pazienti: non avrà bisogno di uno studio, girando lui stesso per cascine e fienili, e, col tempo, si farà apprezzare a tal punto da essere consultato per consigli e piccoli interventi anche su persone del posto. Si sposterà su una Benelli di terza mano e riuscirà anche a coronare un suo timido sogno d'amore portando all'altare la figlia di un fattore del posto, Ludovina Anzibene, una strana ragazza, introversa, che, per unirsi con Oreste, sarà consigliata dal padre di rompere un fidanzamento già avviato con un bravo giovane di campagna, Ottaviano. Nascerà Felicino, gracile, bruttarello e verrà affidato alle cure di una prosperosa ragazza, Versalia, che per tutta la vita sarà fedele e di grande aiuto alla famiglia Piedivico, anche perché la povera Ludovina, sempre più stanca e spossata, dovrà essere ricoverata in un sanatorio, affetta da tubercolosi conclamata. Ma i guai non finiscono: anche se Ludovina si riprenderà e Felicino, in collegio dai Barnabiti, si rivelerà un piccolo genio, un'immane disgrazia colpirà la famiglia: Oreste, in giro per visite con la sua Benelli, perderà la vita in un incidente.
Passano gli anni. Felicino si laurea brillantemente in legge e si trova una sussiegosa e ricca ragazza di città mentre Ludovina sposa il fidanzato di un tempo: due famiglie, una di campagna l'altra di città, diverse e lontane come abitudini e mentalità. Gli incontri si fanno meno frequenti, vicende alterne con situazioni complicate ed inattese complicano la vita degli uni e degli altri. La vita in campagna ha ritmi più lenti, si vive all'aria aperta, si è a contatto con la natura, con gli animali, con un'azienda agricola che può dare grandi soddisfazioni, mentre in città le esigenze sono altre, gli impegni sociali sono stressanti, il livello di vita porta ad ambizioni sempre maggiori: gli eredi dell'originaria famiglia Piedivico sembrano allontanarsi sempre più, ma Andrea Vitali ha riservato per i lettori, proprio negli ultimi capitoli del racconto, un magistrale colpo di scena, un'inattesa novità che costituisce alla fine la vera chiave di lettura e la morale di tutta la storia.
Lo stile narrativo è brioso e scorrevole, il lettore si sente piacevolmente coinvolto, anche se a volte affiora una certa nostalgia per il Vitali di Bellano e di certi indimenticabili e coloriti personaggi. Ma la saga familiare dei Piedivico, che percorre quasi tutto il secolo scorso, ha un suo significato: è lo spaccato di una famiglia lombarda attaccata pervicacemente alle sue origini, e che, da quelle origini, trae affetto e riconoscenza.


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Altre opere di Andrea Vitali.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    03 Giugno, 2024
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Napoli è un presepe tutto l'anno

Ricciardi è un uomo la cui esistenza viene vissuta tra silenzi profondi e rumori assordanti. Per colpa di un dono, che lui chiama “il Fatto”, si è imposto una prigione, dentro cui vive in una condizione di forzata solitudine, la cui impronta gli grava addosso ogni giorno, in ogni sua scelta di vita. Questo episodio della serie, in cui l’amore degenera e diventa follia, è particolarmente bello, forse perché ambientato nel periodo di Natale, con tutto il calore che queste feste portano, ma anche con tutta la malinconia che possono infondere, perché il Natale rinforza lo stato d’animo in cui ci trova. Se siamo felici è la festa più bella dell’anno, se siamo tristi è la festa più terribile. In particolare il capitolo narrativo lento (dove, come di solito fa questo autore, un tema centrale è declinato in modo differente a seconda del punto di vista dei personaggi) è dedicato proprio al Natale caldo e al Natale freddo ed è una narrazione che ci mette comunque i brividi. Molto interessante tutto il simbolismo del presepe, che non conoscevo e che mi vedere la città di Napoli come un presepe, per tutto l’anno.

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Fantasy
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    03 Giugno, 2024
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Tre commenti in uno!

Commento per "La falconiera"

SICURA NON SIANO VAMPIRI, SÌ?

Dalla biografia di Elizabeth May disponibile sul sito della Sperling & Kupfer veniamo a sapere che la sua carriera come scrittrice è iniziata con una storia sui vampiri. È chiaro che si tratta di questo stesso romanzo perché, nonostante vengano chiamati fae, le creature combattute dalla protagonista di "The Falconer" sono evidentemente dei vampiri: sono bellissimi, sbrilluccicano, cacciano solo di notte, affascinano gli umani con una persuasione magica, squartano le persone per nutrirsi nella loro "essenza vitale". La mia teoria è che, all’epoca della pubblicazione del libro, il momento d’oro dei vampiri fosse già passato e quindi la cara Elizabeth abbia dovuto ripiegare sulle fatine.

La trama è prevedibile in modo imbarazzante: scommetto che riuscirete anche voi ad indovinarla a colpo sicuro partendo dal solo spunto iniziale! Siamo nella Scozia del 1844 (o almeno, in una sua versione fantasy-steampunk) e la diciottenne Aileana "Kam" Kameron diserta gli impegni sociali che il suo status prevede per dare la caccia ai fae; potreste pensare che lo faccia per salvare gli innocenti esseri umani, che queste creature non le possono neppure vedere, e vi sbagliereste: il suo è semplice desiderio di vendetta. Una fatina ha infatti ucciso sua madre un anno prima e da allora lei si è dedicata ad un genocidio sistematico, aiutata nella sua opera caritatevole da Kiaran -aka l'immancabile bel tenebroso che nasconde un animo sensibile- e dal pixie Derrick, per me protagonista morale della storia.

Ci si potrebbe chiedere perché lei non conceda il beneficio del dubbio alle decine e decine di fatine che uccide, dal momento che due di loro le sono amici. Il motivo è la limitatezza delle riflessioni di Aileana: non può porsi dilemmi etici perché i suoi pensieri ruotano unicamente attorno al desiderio di vendicarsi, alle preoccupazioni su quello che dice la gente sul suo conto (a quanto pare in tutta Edimburgo non si parla d'altro) e, da metà libro in poi, a quanto vorrebbe limonarsi Kiaran. Perché il romance ci deve sempre essere, anche quando i protagonisti sono talmente poco caratterizzati che manca proprio un minimo di base.

Il romanzo avrebbe anche degli elementi positivi, oltre al già citato Derrick per i cui diritti sindacali mi batterò ad oltranza. La scelta della Scozia come ambientazione è carina, anche perché da all'autrice la possibilità di rendere particolare il linguaggio dei personaggi; apprezzo inoltre il lavoro di ricerca per caratterizzare i diversi tipi di fae, ispirandosi alla tradizione folkloristica. Tutto il resto però è un grosso no, per me.

Gli elementi steampunk sembrano inseriti a casaccio e non sempre sono in linea con il concetto della forza motrice del vapore come base dell’evoluzione tecnologica; May sembra semplicemente aver inserito degli oggetti con intelligenza artificiale in un contesto storico. Tra l'altro, fingerò di credere che Aileana sia la talentuosa inventrice dietro queste diavolerie, nonostante ciò non sia per nulla in linea con il suo personaggio, come fingerò di credere a tutta la premessa sulle fatine imprigionate, che per la cronaca è piena di buchi di logica.

Tutta la parte finale poi è estremamente confusa: i protagonisti si preparano alla battaglia offscreen, in modo molto conveniente e con una facilità imbarazzante, e quando ho letto l'epilogo ho avuto il serio dubbio che alla mia copia mancassero delle pagine, talmente è aperto. Ovviamente si tratta del primo libro in una serie, ma almeno qualcuna delle tante storyline iniziate andava portata a termine.
Ciò che più mi ha stupito è però come Colleen Gleason non abbia fatto causa a May per questo plagio senza vergogna della serie I cacciatori di vampiri! I misteri dell'editoria...


Commento per "Il trono evanescente"

APPROVATO DA LEONARD SHELBY

Dopo il parziale fallimento di "The Falconer", avevo decisamente ridimensionato le mie aspettative prima di iniziare il secondo capitolo della trilogia di Elizabeth May, eppure come una novella Dewey nel celebre meme sono comunque delusa dal risultato. Questo perché "The Vanishing Throne", non pago di riproporre i problemi del volume precedente, aggiunge ulteriori elementi di frustrazione per la sottoscritta, a partire dalla trama.

Innanzitutto, gli eventi di questo romanzo sono mossi unicamente dagli antagonisti mentre gli eroi, potendo, si accontenterebbero di vivere nascosti ed ignorare il dettaglio insignificante dello sterminio dell'umanità ad opera delle fatine. Per fortuna ci sono i cattivi: la ricerca di un potente artefatto magico è il motore principale della (poca) azione del libro; gli altri fulcri narrativi sono la scoperta delle origini dei reami fatati e i siparietti romantici tra Aileana e il suo delizioso interesse amoroso.

Ritroviamo la nostra protagonista a Sìth-Bhrùth prigioniera delle fate cattive che, finalmente libere, stanno conquistando il pianeta, o almeno così credono i personaggi, e io voglio fidarmi. Dopo un'evasione non proprio al cardiopalma, Aileana torna nel mondo umano per scoprire che è passato molto più tempo di quanto credesse e per tediarci ad oltranza con i suoi immotivati sensi di colpa. Seguire il suo POV è stato decisamente sfiancante: non solo il lettore è chiamato a subire i suoi monologhi su come abbia fallito nel salvare da sola il mondo (un'impresa molto verosimile, in effetti), ma deve sentirsi ripetere ad oltranza una serie di frasi dette dagli altri personaggi che lei copia-incolla ogni tre righe, probabilmente per allungare un po' il testo.

Avere una protagonista così passiva rende il ritmo della narrazione estremamente lento, ad eccezione degli ultimi capitoli in cui vediamo un po' più di azione. Un altro problema è la ristrettezza del cast: si ha l'impressione che la cara Elizabeth dovesse pagare di tasca sua le comparse, e quindi ci troviamo con una storia dove in scena si vedono solo i protagonisti e qualche sporadico personaggio secondario, ovviamente di pochissima utilità ai fini della trama. Ma veniamo alla parte peggiore, ossia il romance.

Ammetto che in un primo momento Aileana e Kiaran come coppia non mi dispiacevano, poi l'autrice ha iniziato a fare delle rivelazioni allucinanti sul passato di lui, e la nostra eroina non si arrabbia minimamente alla scoperta di essere innamorata di un genocida, è solo un po' risentita perché duemila anni prima a lui piaceva un'altra! A questo punto, lei dovrebbe perdonare subito anche le altre fate cattive, ma la bussola morale di Aileana è mossa unicamente da simpatia ed attrazione, quindi Lonnrach e il suo seguito devono essere puniti in quanto spietati assassini, mentre Kiaran è un cucciolo tormentato che ha già pagato troppo.

Ancor più allucinante come l'autrice tenti di ribaltare torto e ragione anche nel caso della Cailleach, che espone un concetto forse triste ma giusto (l'equilibro nella natura tra vita e morte), e per questo viene dipinta come malvagia. Il messaggio che passa così è estremamente infantile e diseducativo: non voler accettare gli eventi negativi come imprescindibili nella vita di una persona.

Dell'intero romanzo posso salvare solo il mio caro Derrick, sempre protagonista morale della storia per quanto mi riguarda, ed i dettagli folkloristici sui fae, in particolare quando ci si sofferma sulle origini del loro mondo e sul modo in cui è direttamente collegato a quello umano.

Anche così, nel complesso siamo però ben lontani dalla sufficienza.


Commento per "Il regno caduto"

REDENZIONE PAZZI ASSASSINI? DA QUESTA PARTE, PREGO

Scegliere di affrontare questa lettura subito dopo un libro tanto deludente come "La malinconia dei Crusich" non è stata proprio una buona idea, in particolare perché già intuivo che la serie The Falconer non si sarebbe risollevata miracolosamente all'ultimo volume. Qual è il motivo di tanta fretta, allora? sembrerà banale, ma mi sono resa conto di aver dimenticato quasi del tutto gli avvenimenti del secondo capitolo, letto solo tre mesi fa! Urgeva quindi affrettarsi a completare la trilogia, anche se posso confermare sia una pessima scelta leggere consapevolmente due libri brutti di fila.

La storia ricomincia ad un paio di mesi dalla conclusione di "The Vanishing Throne", con la nostra eroina Aileana "Kam" Kameron resuscitata e convenientemente privata dei suoi ricordi: questo espediente permette infatti all'autrice di inserire decine di spiegoni nella prima parte del romanzo. Superato questo momento di angoscia per nulla angosciante, visto che la protagonista riacquista la memoria con la stessa rapidità con cui io mi scolo il the freddo in estate, può partire la trama vera e propria. La missione principale in "The Fallen Kingdom" è ritrovare un libro magico, poco più di una leggenda, che potrebbe risolvere tutti i problemi della serie; mi pare quasi superfluo specificare che di tale manufatto -di cui nessuno sa niente da milioni di anni, considerato dalle fatine alla stregua di una fiaba- verranno individuati locazione e modalità di recupero nell'arco di due scene.

A rendere ancora più tediosa la narrazione contribuiscono le dinamiche tra personaggi che si ripetono praticamente identiche ogni dieci pagine circa; risulta inoltre difficile percepire l'importanza di quanto i protagonisti stanno tentando di ottenere, visto che loro stessi preferiscono pensare ad altro (aka bombare come conigli ad ogni occasione) oppure agire d'impulso, senza neanche fare due domande a chi chiaramente ne sa più di loro sui pericoli che li aspettano. Per poi sorprendersi della loro stessa stupidità!

Ad essere onesti, non ci sono grossi cambiamenti sul fronte dei personaggi: come già detto, sono di un'idiozia imbarazzante (sì, anche le fatine millenarie) ed hanno una bussola morale tutta loro, per cui chi commette genocidi ha diritto al perdono mentre chi osa leggere nella mente dell'imparziale Aileana viene condannato a morte. Si ripropone anche il problema del taglio dei fondi per le comparse, tanto che oltre ai tre amici umani della protagonista non c'è nessuno nell'accampamento della regina Seelie; e quando dico nessuno non sto neanche esagerando, visto che May non si sforza neppure di nominare la presenta di qualche soldato fatato a fare la ronda o a scortare la sovrana. E voi direte: certo, non ci sono perché hanno voltato le spalle ad Aithinne e ora patteggiano per la corte Unseelie; peccato che anche il castello di Kiaran sia completamente deserto.

Potrei anche sorvolare su questi dettagli del world building se l'autrice stessa non ci tenesse ad inserirne continuamente di nuovi, in netta contraddizione con quanto spiegato nei capitoli precedenti. Ovviamente ci sono incongruenze anche nel passato dei personaggi e nel sistema magico, ma una volta messo in chiaro che l'aspetto su cui May si impegna maggiormente è quello romantico, la cosa non stupisce più. C'è anche da considerare che sono presenti molte meno ripetizioni fastidiose rispetto al secondo libro: un miglioramento piccolo ma molto gradito.

Tirando le somme di questa conclusione di serie, mi viene da pensare che forse in un momento meno frenetico avrei saputo apprezzarla di più (leggasi, detestarla di meno). È altrettanto vero che, se avessi potuto dedicarle più tempo, avrei notato altri buchi di logica, quindi forse è meglio sia andata così.


NB: Libri letti in lingua originale

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    03 Giugno, 2024
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Vellutata rinascita

Repubblica Ceca e Slovacchia, due paesi diversi per lingua, tradizioni, cultura, che dopo un tentativo mal riuscito di convivere all'interno della stessa nazione, la Cecoslovacchia, prendono coscienza delle proprie differenze e decidono di dare vita ad una separazione amara ma cosciente, dolorosa ma avvenuta con una tale delicatezza da passare alla storia come "Divorzio di velluto". "Anche l’idea della Cecoslovacchia era fallita. Bratislava era diventata la capitale di un paese che nessuno conosceva, Praga, la magica, lusinghevole e perfida aveva attirato le folle per essere dissanguata. Ciò che non era cambiato era la posizione dei due paesi, uno a fianco dell’altro. I loro figli non avrebbero smesso di intrecciarsi, di cercarsi, specchi di loro stessi, a volte innamorati, a volte indifferenti, ma intenzionati a guadagnarsi il proprio posto nel mondo. Forse doveva andare così." Katarina e Eugen, una bella coppia di innamorati che, travolti dalla passione e guidati dall'entusiasmo, decidono di bruciare le tappe per poi rendersi conto, tristemente ma con estrema consapevolezza, di essere divisi da divergenze tanto profonde quanto insanabili che non possono che portarli a separare le proprie strade, così come è successo per i loro paesi d'origine. "Era tutto molto veloce, ma quando si arriva a un bivio, la vita sceglie e Katarína sapeva che poteva solo seguirla. Le parole non dette, le attenzioni mancate sono quelle a far maturare le decisioni. Sembrano brusche, le scelte, ma solo perché arrivano addosso sul momento: una punta dell’iceberg che finalmente si vede." Un parallelismo, quello fra i due Stati e i due coniugi, che ci accompagna per tutta la lettura di questo breve ma intenso romanzo di Jana Karšaiová, seppur in maniera diversa. Se la questione geopolitica rimane infatti appena accennata, alleggiando come una cappa su tutto il racconto, senza tuttavia entrare in primo piano, la storia di Katarina e del suo divorzio, anch'esso in un certo senso "di velluto", è l'oggetto principale della narrazione. Conosciamo la protagonista quando il rapporto con Eugen è ormai compromesso e lei, da Praga, città dove vive e lavora e nido del suo amore sulla via del tramonto, si reca senza il marito nella città natale, Bratislava, per le festività. Il ritorno nella casa dei genitori, il rapporto burrascoso con la famiglia, il piacevole ricongiungimento con le sue amiche storiche, il particolare momento personale che sta vivendo, generano nella donna un'altalena di ricordi, riflessioni, bilanci e progetti che arrivano al lettore attraverso continui salti temporali tra il presente, l'infanzia, la giovinezza, ripercorrendo la sua intera esistenza e raccontando della nascita e della fine di un rapporto in cui aveva riposto moltissime speranze. Nonostante le origini e la lingua madre siano slovacche, l'autrice decide coraggiosamente di scrivere quest'opera nel suo idioma adottivo, imparato tra l'altro da autodidatta, cioè l'italiano. Ne deriva una prosa essenziale, priva di virtuosismi, che in alcuni momenti può sembrare anche fredda, asettica, ma in grado comunque di coinvolgere il lettore, forse proprio per questa sua capacità di andare dritta al punto, senza temporeggiare in giri di parole. Jana Karšaiova è brava ad intrecciare la storia principale con quelle degli altri personaggi e quella delle nazioni, mischiando il tutto armonicamente e consentendo una lettura scorrevole ma mai superficiale, affrontando il tema della vita con tutti i suoi alti e bassi, i successi e le sconfitte, gli entusiasmi e le paure, e lasciando presagire che ogni episodio, che sia infausto o felice, può rappresentare un nuovo inizio. Per Katarina sarà un viaggio in Italia, per passare il capodanno insieme all'amica Viera, che nel Bel Paese ha trovato la sua vera "Patria" (e qui potrebbe esserci qualcosa di autobiografico) a portarla ad una decisa presa di coscienza che sarà il punto di partenza per la sua vellutata rinascita. "Era l’alba quando aveva lasciato la casa di Eugen. Era sgattaiolata fuori dal letto mentre lui dormiva girato sul fianco come sempre. Si era vestita e aveva preso la borsa dal divano. Prima di andarsene, Katarína si era spruzzata il profumo nel buio dell’ingresso. Si era fermata per ascoltare i rumori della casa, il ronzio quasi impercettibile del frigo, il sussurro familiare dell’acqua nei termosifoni, le era sembrato di sentire lo scricchiolio del letto, forse Eugen si era girato. Aveva appoggiato sulla mensola le chiavi e chiuso delicatamente la porta di casa, era pronta."

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    02 Giugno, 2024
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Redenta

«[…] E d’un tratto iniziai a piangere, ed era una cosa nuova, perché nella mia vita io non avevo pianto mai e mi faceva specie che il dolore spaccava così il suo guscio e colava fuori, dove potevano vederlo tutti.»

Il suo nome è Redenta ed è nata con la scarogna. La sua è una vita segnata sin da subito da difficoltà e perdita, da una redenzione per un peccato radicato nell’anima. Nata dopo tre figli dati alla luce morti dalla madre, è il frutto di una richiesta della madre fatta al mago di Castrocaro, dove le vicende si alimentano e prendono forma. All’inizio parla poco, quasi nulla, sembra tarda, poi si scopre che al contrario la voce c’è ma non vuole usarla. È una bambina magra ma agile, molto legata alla Fafina e al suo Bruno. Tuttavia, la polio non la risparmia, sopravvive ma resta sciancata a vita. Sarà anche, per altre circostanze, disonorata ma mai perderà la sua indole gentile, dolce, quasi misericordiosa. Il suo animo è intriso di pietà così come profetizzato ancor prima della sua nascita. In realtà il suo è un vivere disilluso, è una donna che non si aspetta nulla dalla vita e che, semplicemente, spera nel mantenimento di una promessa, un giuramento, fatto proprio da Bruno. Le circostanze nefaste, gli anni della guerra, l’arrivo del Fascismo, l’incedere della violenza, renderanno ancora più impossibile che questa promessa venga mantenuta e alla fine per lei, a differenza delle due sorelle, non ci sarà altra sorte se non quella di andare in moglie ad Amadeo Neri, ovvero, Vetro. Se la sorella Marianna si innamora di un uomo e attende il suo ritorno al fronte, Vittoria che dalle sorelle è così diversa, studia per diventare infermiera e poi medico, si trasferisce a Firenze e vive una vita fatta di sapere. Dal momento in cui nella vita di Redenta entrerà Vetro, sarà per lei un peccato costante da espiare per sopravvivere alla bestia, al boia, a colui che l’ha voluta perché così mansueta e perché credeva di poter fare di lei ciò che più voleva. Alla fine, ella, non doveva far altro che far da moglie abbassando il capo e sopperendo ai suoi doveri coniugali, con capo chino e indole silenziosa. Bruno, di contro, crede nei valori, nella giustizia. Per lui non ci sono sfumature.

«[…] E capii perché non s’era più fatto vivo prima: per non mascherarsi nella falsità. Perché queste parole tradivano i suoi sinceri pensieri sulla guerra. Tradivano la sua idea di giustizia. E per Bruno, al di fuori della giustizia, non c’era niente.»

E poi c’è lei, Iris. Tavolicci è il luogo dove nasce e cresce ma è anche il luogo che lascia per seguire la sua intelligenza e cercare un futuro migliore. Cresce tra i banchi della scuola che sua madre ha tirato su arrivando un giorno come un altro da lontano, incinta di lei e senza un marito. Diventa una seconda madre per il fratello Paolo ma poi arriva il giorno di partire; ad attenderla c’è Forlì, c’è il suo lavoro dai marchesi. Qui conosce Diaz ma soprattutto conosce ed abbraccia la causa. Perché gli anni dei soprusi sono arrivati, perché il Fascismo è ormai realtà, perché le camicie nere sono una costante e una certezza e non hanno pietà per nessuno. E c’è l’amore che spinge al sentimento, e c’è la necessità di ripartire e rinascere, credere in un ideale per sopravvivere a quel dolore che sta mietendo dolore, vittime e morte.

«[…] E già sapevo che la violenza o è assoluta o non è niente, e quando non è niente allora puoi sfuggirle.»

Le storie dei protagonisti si uniscono e fondono intersecandosi tra loro e ricostruendosi pagina dopo pagina, sezione dopo sezione. La narrazione si intervalla, lasciando la parola quando a Redenta, quando a Iris, lasciando che le storie di ciascuna diventino una cosa sola. Perché il destino talvolta è beffardo e unisce le strade, modella e plasma le sorti, condivide le ingiustizie e i dolori ma non anche le gioie.
Lo stile narrativo è perfettamente calzante con i tempi che vengono descritti, in alcuni passaggi rischia di essere un poco ridondante ma nel complesso regge bene il susseguirsi degli eventi. Il lettore è colpito e incuriosito da quel che legge, ne è trattenuto. Ogni pagina si cuce nella sua pelle e la curiosità di sapere come andrà a finire la storia delle due eroine, prevale su tutto. È al contempo un libro duro, molto duro. Ci sono alcune scene di violenza che sono talmente vivide da percepirle sulla propria pelle. È, ancora, “I giorni di vetro” un libro che suscita empatia. Notevole anche la ricostruzione storica che accompagna e definisce le vicende.
L’opera di Nicoletta Verna si offre al suo pubblico con la semplicità della complessità taciuta e riesce a delinearsi e a sedimentarsi nel cuore e nell’anima di chi legge.

«[…] E domani ti ricorderà di questa pena e ti sembrerà che non sia mai finita. Perché il male che patisci una volta lo patisci per sempre.»

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    02 Giugno, 2024
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Eugénie e Marie

«[…] Andavo a letto. Veniva anche lei. Qualche volta mi abbracciava. Altre volte si addormentava subito, lontana al fondo della sua stanchezza.»

Uno dei primi aspetti che colpisce leggendo “Génie la matta” di Inès Cagnati è senza dubbio lo stile. La prosa è narrata con pennellate incisive, rapide, prive di fronzoli ma al contempo poetiche e taglienti. Per il lettore si dipinge un quadro fatto di istantanee vivide. È in tutto e per tutto un romanzo potente e figurativo.
Tema centrale dell’opera è il rapporto tra madre e figlia ma è anche una storia di dolore, miseria, solitudine, incomprensione, coraggio, pregiudizi, amore. È la storia di due donne, ciascuna vittima, ciascuna reietta per quella società che non accetta il diverso, che non accetta ciò che non è precostituito. A narrare la vicenda di Eugénie, la madre, è Marie, la figlia. La madre è la figura verso la quale ella rivolge tutto il suo amore più puro e incondizionato. Quest’ultima è una donna piegata dagli eventi, dal dolore, dalla vita. Seppur proveniente da una ricca famiglia del luogo è diseredata ed emarginata a causa di quella violenza che subisce da un compaesano e che la lascia incinta.

«[…] Perché mai niente ti avverte che stai vivendo un giorno particolare, un inizio e una fine, nemmeno se è l’inizio di qualcosa di bello, perché certe cose sembrano normali o belle e poi dopo ti accorgi che diventano tremende.»

L’evento che porta disgrazia, così come lo definiva la nonna di Marie, porta Génie ad essere sola. Dopo il parto va così a vivere in una fatiscente casa ai margini del villaggio con la sua bambina. Si rifugia in un luogo che si trasforma nella sua alcova e si cela in un silenzio che viene rotto solo da alcune frasi ripetute ossessivamente. Il tutto per aver scelto di tenere quella bambina frutto della violenza subita. La vita di Génie si articola nella fatica del lavoro, dalla mattina alla sera, girando tra campi e fattori, tra persone che non si pongono alcun tipo di problema nello sfruttarla. Marie, di contro, crescerà studiando, amando la madre in modo viscerale, e a sua volta incontrerà un uomo, Pierre, giovane aviatore, di cui si innamorerà. La freddezza di Génie nei suoi confronti, l’incapacità di comprendere alcuni suoi comportamenti, non scalfirà il legame con la madre.
Una madre e una figlia che sono tuttavia legate dallo stesso destino: come la madre anche la figlia subirà la forza brutale dell’uomo. Uno stesso dolore che sfugge al controllo, un eterno replay della vita di Eugénie su quella di Marie. Non esiste gioia, non esiste speranza, non esiste riscatto. Dolore, ancora dolore, in una vita non vissuta ma sopravvissuta.

«[…] E poi succedono le cose, sempre le stesse, e da quelle non ti potevi difendere, in tutte quelle sere perdute potevi solo sperare di avere la forza di sopportarle.»

Una solitudine latente anche in quella che è una ricerca costante di affetto di voglia di legami. In una costante tra avvicinarsi e allontanarsi, tra una madre e una figlia. Una figlia che rincorre la madre, una madre che fugge dalla figlia, che la tiene a distanza. È un rapporto fatto di silenzi, lacrime sul cuscino a notte fonda e una campagna che fa da sfondo con il suo lavoro e il suo ritmo rapido tra campi di granturco e l’uccisione degli animali da allevamento.
“Génie la matta” è un romanzo che morde la pancia e scuote l’anima e il cuore. Suscita tanta empatia ma anche tante emozioni contrastanti per questa condizione umana a cui sembra non esserci scampo. È uno di quei libri, ancora, che leggi a piccoli sorsi e che si incunea dentro con poche e semplici parole perché il dolore non ha bisogno di troppi lustri per essere narrato.
Al tutto si sommano capitoli brevi che sembrano istantanee, quasi foto ricordo di un momento ormai trascorso in un tempo indefinito. “Génie la matta” è uno di quei libri che ho letto lo scorso anno, nel 2023, ma che come spesso accade ha richiesto tempo per essere narrato perché è esso stesso un tumulto di sensazioni dalle sfumature variegate.

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68 Opinione inserita da 68    31 Mag, 2024
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Il potere della memoria

Vita, morte, memoria, solitudine, amicizia, letteratura risuonano in “ Il mio sottomarino giallo “, un viaggio tra presente e passato con una vicinanza condivisa, accompagnati da volti vividi e immaginari, musica e poesia, auspicando che il ricordo non si perda nella dimenticanza, il dolore non sconfini nella solitudine più estrema, l’ immaginazione legittimi la propria presenza nel mondo, la poesia scandisca i giorni, il pianto di ferite aperte generi la speranza.
Agosto 2022, mentre uno scrittore crede di avere avvistato Paul McCartney seduto sotto un albero in un parco pubblico londinese, cinquant’anni prima, nel luglio del 1969, ancora bambino, lo stesso scrittore riceveva dal padre la notizia della morte dell’ amata madre, due momenti distinti e contigui, nell’ intrecciarsi, negli esiti protratti, perché ciò che governa la vita risiede dentro di noi.
Da quel tragico istante Il protagonista cercherà di mantenere vivo il ricordo, di non dimenticare, di trattenere i morti, dialogando con l’ eterno, il naturale e il sovrannaturale, inscenando un viaggio tra reale e immaginario in giorni svaniti nel dolore della perdita.
Ancora bambino lo accompagnano la lettura della Bibbia, la presenza di Dio, la musica dei Beatles, lunghe digressioni nel nord del paese, il dialogo con i morti, la presenza-assenza del padre, una matrigna, due amici anziani, qualche anno più tardi la scoperta della propria vocazione letteraria, della poesia, della scrittura, del silenzio, del senso dell’ amicizia, ma anche uno stato di smarrimento al confine tra la vita e la morte, l’ incapacità di trovare un senso, parole significanti che riescano ad abbracciare mondi interi e a dare voce all’ interiorità.
La scrittura di Stefansson, una miscela di lirismo immaginifico e di sottile ironia, utilizza la fiction per trattare l’ essenziale in una trama scarna arricchita da immagini, creatività, poesia, riflessioni che scavano nei recessi della vita.
Il giovane protagonista, affranto dalla scomparsa materna, sua musa ispiratrice, e non c’è perdita peggiore per un bambino, non sa relazionarmi con un padre collerico, silenzioso, corroso dal dolore, accompagnato dall’ alcool, da Dio, dalle canzoni di Johnny Cash e Rod Stewart.
La lettura della Bibbia, un modo per cercare di trattenere la morte, lo confronta con il Dio del Vecchio Testamento, brutale, iracondo, crudele, poco misericordioso, preferendogli il figlio Gesù la cui pietas lo rende così umano.
Lunghe estati trascorse in solitudine nella campagna del nord del paese, dialogando con i morti, fanno pensare che non sia alla ricerca di consolazione ne’ che voglia dimenticare, inseguendo una porta tra la vita e la morte, arrabbiato per quello che ritiene un abbandono, lei che gli aveva detto

…” siamo una cosa sola e tu sei il mio respiro”….

Quesiti irrisolti lo attraversano, quanto della propria vita ricorda e può ricordare, di quanto spazio dispone la memoria, il passato può ritornare, come può morire chi è amato e non dimenticato?
Risposte presenti nella purezza letteraria, un luogo senza frontiere dove avvicinarsi alla comprensione dell’ universo, nei romanzi i morti resuscitano, il passato si desta per farsi tempo nuovo, un mondo in cui le voci dei morti e dei vivi si intrecciano creando una melodia,

…” un ricordo che tende verso l’ infinito”,,,.

perché

…”E’ terribile quando qualcuno viene dimenticato, i morti devono continuare a potere contare sui vivi”..

Così accade a coloro che non si meravigliano, che giudicano senza sapere, i cui pensieri asfissiati muoiono dentro, morti viventi senza saperlo.
Mentre il presente svanisce il protagonista vede i giorni con nuovi occhi, deposti quelli dell’ infanzia, lo sguardo rivolto non al cielo ma alla propria interiorità a scovare profondità e universi, ricordando un’ amico d’ infanzia, Orn, suo fratello d’ elezione, che vive dentro di lui, se ne’ andato ed è tornato per salvarlo.
La letteratura è vita e

…” vivere è essere presenti, chi è presente arricchisce il mondo “….

“ Il mio sottomarino giallo “ è un viaggio allargato inserito in un tempo atemporale che risponde al desiderio della memoria e al cantico delle parole, all’ interno di un’ accentuata interiorità , il luogo che governa le nostre vite, trattenendo le voci che abbiamo dentro.
E allora ci si ritrova in una solitudine contornata da tante presenze

…” perché per la prima volta dopo molti anni percepisco la loro presenza dentro di me, nel sangue, nel respiro, e per la prima volta non sono più solo”…

perché

…” qualcuno deve pur rimanere in vita per raccontare la nostra storia”….

e si parte per scavare in una terra lontana all’ origine del mondo, che nelle proprie profondità nasconde dei versi che sono l’ immagine della disperazione…

Non dimenticarmi, e allora sono vivo.
Pronuncia il mio nome, e la morte si allontana.
Trasformami in un canto e i missili si sgretolano
Prima di toccare terra.
Ricordati di me e i carri armati si arrestano.

Sono parole in grado di unire passato e presente, di generare il pianto, ferite aperte che non si rimargineranno, accompagnate da lacrime di dolore e di speranza

…perché ciò che governa la vita risiede dentro di noi…

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    31 Mag, 2024
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Il libro parlato

Avete presente “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo?
Ecco, “Nannina” è un romanzo che, a grandi linee, riporta lo stesso sottinteso, cioè:
“…La morale di questa storia è che a certe femmine sfortunate come Filumena serve tutta la vita per riuscire a piangere. Ma poi, quando hanno imparato, possono fare un bel respiro e permettersi pure di sorridere un poco.”
Vale a dire, queste donne hanno appreso compiutamente, spesso a caro prezzo, sempre a proprie spese e sulla propria pelle, tutto quanto di essenziale e significativo è possibile assorbire dall’esistenza, e che può bastare per tutta una vita, e anche per più di una.
Come tutte le buone esperienze però, queste per mantenersi valide, efficaci, sempreverdi, vanno diffuse, fatte girare, raccontate.
Le storie di vita sono come acqua fresca, salubre, sorgiva, perché disseti e adempia la sua funzione ristoratrice, va fatta girare, irradiata, estesa per irrigare i campi, rinfrescare le teste sotto il sole, portare pausa e ristoro, se la si incanala e la si rinchiude in vasche circoscritte, a uso di singoli, di pochissimi privilegiati, le acque ristagnano fino a imputridirsi, e basta.
Anna Grimaldi detta Nannina, la protagonista di questa storia, tanto insolita quanto affascinante, con un sapore antico, d’altri tempi, e però intrigante e coinvolgente, questo fa, la vita la racconta, la descrive, la ripete in giro, la condivide, la declama in pubblico, dapprima per pochi intimi, poi in spazi più grandi, nei cortili dei caseggiati popolari, poi nelle fiere, nelle feste di piazza, finanche ai funerali, ampliando via via sempre più pubblico e platea, fino a divenire nel suo ambito una celebrità, rinomata e richiesta a gran voce, retribuita al meglio data la sua abilità.
Letteralmente Nannina racconta il fluire dell’esistenze, sua e degli altri, la mima, la recita, la rappresenta, ne fa ironia e parodia, è una cantastorie del suo tempo, l’immediato secondo dopoguerra.
Anni difficili, di fame, di stenti, di miserie, in particolare in certi contesti di degrado, e però magari proprio per questo vivi, vitali, rigogliosi, assetati di ascolto, smaniosi di sapere e di immedesimazione.
Anni in cui la televisione è agli albori e quindi non per tutti, la radio non è esaustiva per gli animi semplici bisognosi, più delle parole ascoltate, di “vedere” in dialetto per capire al meglio quanto rappresentato, cinema e teatri hanno ancora prezzi proibitivi per certi ceti, la carta stampata non è accessibile a gran parte del popolino poco avvezzo alla lettura e scrittura.
Tuttavia, la gente vuole sapere, anche e soprattutto di fatti usuali e comuni alla propria esperienza, storie insomma magari deteriorate, “sgarrupate” in termini dialettali, serve quindi chi racconti, e possibilmente bene, le “struppole”, le storie lacerate e strampalate in ogni senso, una “cuntastruppole”. Nannina è l’equivalente dell’epoca di un libro parlato, un podcast, un audiolibro una storia a voce. Un novellare attorno al fuoco di un bivacco, sotto le stelle, o al chiuso in un fienile o vicino al camino, un incantare l’uditorio come fa Ulisse alla corte di Alcinoo: rigorosamente a voce sola. “Nannina” è il bel romanzo, originale e incisivo, l’esordio di Stefania Spanò, scrittrice esordiente, certamente, però non nuova al raccontare storie, che in estrema sintesi è quello che deve saper fare ogni buon scrittore. Se è vero come è vero, infatti, che ogni autore riversa parte di sé stesso nella sua opera, Stefania Spanò è lei per prima una cantastorie, prima ancora di scrivere una storia tutta sua, che appartiene al suo vissuto e a quello della sua famiglia, racconta e sa raccontare bene.
A voce, ma non solo; su carta, certamente; ma finanche a segni, ben delineati con metodo, regole, struttura, espressività, in definitiva con immagini segnate, il che è un idioma, una lingua a sé stante.
Per indole, per scelta, per vocazione, la Spanò è esaustiva nel suo narrare, non solo nel suo romanzo, fuori dalla pagina scritta l’autrice infatti insegna nelle scuole.
Per essere precisi, fa oltre, sostiene nell’insegnare, e fuori scuola comunica nelle periferie urbane tramite laboratori di teatro, di poesia, di scrittura creativa, dove non arriva con il parlato, a voce, oralmente, fa ancora di più e forse, chissà, per qualcuno anche meglio, si esprime alla grande con i soli segni, con una lingua a se stante che fa leva più sul canale visivo segnante che su quello audio verbale, la giovane autrice è infatti anche una interprete LIS, la lingua italiana dei segni, la lingua della comunità sorda del nostro Paese.
Volete che una persona così non racconti alla grande, e riporti ancora meglio le sue storie?
Le sue pagine sono accese, trascinanti, sprigionano vita, finanche odori, come quello intenso del baccalà, pietanza simbolo della festa in onore della Madonna del Cavone!
I fatti che racconta, i “cunti” riportati, sono ameni, bizzarri, atipici, geniali, scongiurano e liberano perfino dai timori della morte:
“…Siccome poi pochi sapevano leggere e scrivere, il messaggio era quasi sempre un “cunto”, ché quelli tutti li ricordavano a memoria, e ognuno ne aveva uno a cui era particolarmente affezionato e che gli sembrava esprimere bene il segreto della vita…”
Stefania Spanò racconta, e si racconta, fa catarsi di sé stessa, rievoca le sue origini, gli inizi che sono di lettrice, come è tipico di chi poi si dedica a scrivere, ma di lettrice attenta al contesto linguistico in cui vive:
“I libri sono tutti in italiano. L’italiano mi affascina, ma non è la mia madrelingua, e mi ci misuro ancora con qualche fatica. Più la imparo e più sento di allontanarmi dalla mia famiglia. Esiste solo nei libri e in bocca ai professori l’italiano… “
Cerca ben altro per esprimere al meglio la realtà eletta del suo humus ordinario:
“Cerco un libro bello come il “Canto di Natale” di Dickens ma ambientato a Secondigliano, ce ne sono?”
Certo che esistono, ci mancherebbe che una tale eccelsa autenticità non sia già stata descritta, come per esempio ne “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortense:
“ …Non è Secondigliano, è Napoli, ma sono racconti belli di gente vissuta al tempo dei tuoi nonni…”
In quel tempo, ma non solo: perché il raccontare a voce è una malia, un ascoltarsi l’un con l’altro, incanta ora come ieri, domani, sempre.
Raccontare è donare gentilmente, offrirsi, è un favore, un servizio, un omaggio, un presente sempre gradito, ancora oggi:
“…I bambini trattengono il fiato per alcuni secondi, poi battono forte le mani, palmo contro palmo, come a voler acchiappare la magia nell’aria e farsela entrare nelle impronte digitali…”
“Nannina” di Stefania Spanò allora non è solo un romanzo, è molto di più, è una benemerenza sociale, è un riconoscimento civile, un lavoro virtuoso, una grazia letteraria, va oltre la lingua o lo scrivere in sé, è un elogio del raccontare in maniera quanto più possibile diretta e multi modale l’esistenza, nelle varie forme in cui si presenta nel suo evolversi, serbarne la memoria, custodirla, divulgarla, anche in quelle più tristi e drammatiche, come certi quartieri oggi tristemente noti alle cronache:
“ Caivano, Parco Verde. Verde, non per le siepi e le aiuole, ma per il colore dei palazzoni, in fila uno dietro l’altro…brutti perché la bellezza è un privilegio dei ricchi…e poi a furia di guardare il palazzone brutto e quadrato ti senti brutto e quadrato pure tu e con il passare degli anni te ne cadi a pezzi come il palazzo…”
Tutto questo va a esclusivo merito del talento innato, certo, ma indissolubilmente unito all’impegno, alla fatica, alla ricerca rigorosa dell’autrice, alle sue molteplici esperienze di vita.
Davvero una bella storia, un racconto incantevole, una novella deliziosa, a farla breve: un cunto.

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A chi ama ascoltare racconti di vita.
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    30 Mag, 2024
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Il criminale piccante

Giallo all’italiana, con un’impronta di napoletanità che diventa un tratto distintivo, uno dei più gradevoli. Il libro si apre con un omicidio ed un cadavere ritrovato in una strana posizione e con addosso simboli che ritroveremo nel corso della storia. La scena principale e quelle poi successive si popolano di personaggi, di vita, di chiacchiere, di battute in dialetto, di piatti di cucina e ne nasce un giallo che è un vero e proprio figlio degli incantesimi di questa città unica e della sua gente. La scoperta dell’assassino non è il punto più interessante, anzi, passa quasi in secondo piano, perché protagonista è la trattoria e la sua gente.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Mag, 2024
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La vedova allegra

Dopo aver imbroccato una dopo l'altra una sequela di letture al più mediocri e al peggio terribili, sentivo la necessità di trovare rifugio in un porto sicuro. E chi meglio della cara Agatha poteva darmi il tanto necessario riparo? in particolare, la mia scelta è ricaduta su uno dei suoi più apprezzati gialli tra quelli in cui compare la figura del pavonesco Hercule Poirot, ossia "Se morisse mio marito". Un titolo che stravolge nella forma l'originale britannico, pur mantenendone la sostanza, a differenza di quanto succede con la discutibile versione statunitense "Thirteen at Dinner": avrà anche senso nel contesto della narrazione, ma non trasmette granché per quanto riguarda il giallo di fondo.

Come spesso accade, ci troviamo in un momento storico parallelo al periodo di pubblicazione, ovvero gli anni Trenta. In realtà, la premessa ci informa che gli eventi raccontati hanno avuto luogo tempo prima, ma solo adesso il solito capitano Arthur Hastings si sente pronto a svelarli al grande pubblico. Il motivo di tanto mistero è presto detto: la vittima è George Alfred St. Vincent Marsh, quarto baronetto di Edgware, una figura tanto in vista da suscitare un certo interesse da parte dei curiosi. Prima di arrivare al delitto assistiamo però all'incontro tra il duo protagonista e l'attrice Jane Wilkinson, moglie di Lord Edgware dal quale spera di ottenere presto il divorzio grazie proprio al buon Hercule. Questi suoi tutt'altro che discreti propositi la portano a finire logicamente in cima alla lista dei sospettati non appena il cadavere dell'uomo viene rinvenuto soltanto un paio giorni dopo nella biblioteca.

Il cast è ancora una volta formato da personaggi molto carismatici, seppur a tratti caricaturali; tra questi spicca ovviamente Jane Wilkinson, nei panni della vedova meno affranta della Storia, però anche caratteri meno centrali -come l'imitatrice Carlotta Adams ed il capitano Ronald Marsh, che si fa subito notare per l'eccessiva sicurezza di sé- riescono a incuriosire il lettore. Ovviamente Poirot ed Hasting sono sempre dei protagonisti piacevoli da seguire, e la loro dinamica risulta al solito efficace grazie ai continui punzecchiamenti, anche se avrei preferito qualche risposta accomodante in meno da parte dell'ex capitano. Un altro elemento interessante all'interno del cast è l'ispettore James Japp, già apparso in altri romanzi e racconti, che qui si fa carico di una parte delle stroncature di Poirot, incassandole quasi con orgoglio.

Il secondo, grande merito della prosa è quello di delineare un mistero complesso e ben articolato, seppur all'apparenza possa risultare più semplice da seguire rispetto ad altri. Questa sensazione non rende però meno avvincente la lettura, anzi per quanto mi riguarda sono convinta possa spronare ancor di più il lettore a mettere al lavoro le sue celluline grigie. Come sempre, sistemare al posto giusto tutti i pezzi del puzzle non è affatto semplice, eppure il punto di vista più rintronato del solito di Hastings penso possa fornire un piccolo aiuto in questo senso.

E nel caso i suoi granchi clamorosi non vi sembrino sufficienti, potete sempre ripiegare sulla prefazione, che fornisce dei suggerimenti alla risoluzione del giallo fin troppo spoilerosi per i miei gusti: forse sarebbe stato meglio leggerla una volta terminato il romanzo! In generale, la recente edizione non brilla per qualità, essendo farcita da un gran numero di refusi, in alcuni casi di battitura ma sopratutto nella coniugazione dei verbi. Una constatazione alquanto infelice se consideriamo che si tratta di un classico pubblicato quasi un secolo fa, e dal prezzo tutt'altro che conveniente.

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Calderoni Opinione inserita da Calderoni    28 Mag, 2024
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Tensione, sospetto, cose non dette

Il diavolo sulle colline è uno dei romanzi di Cesare Pavese che ho più apprezzato, lo pongo alla pari de La luna e i falò, assoluto capolavoro della narrativa dell’autore piemontese. Il diavolo sulle colline è stato finito nell’ottobre 1948 ed è un libro ricco di tensione, sospetto e cose non dette. Insomma, c’è tutto Pavese. Dialoghi allusivi, mai limpidi e lineari, molto franti, spezzati e ondivaghi. La notte domina sul giorno, soprattutto all’inizio del romanzo. Dalla Torino notturna si passa alle colline, dalla città si passa alla campagna. Non mancano i riferimenti all’opposizione tra mondo contadino e mondo borghese. E poi, a differenza di molti altri romanzi di Pavese, si percepisce un pathos narrativo che frizza e lascia scorrere la pagina. Il romanzo è breve (nell’edizione letta 124 pagine) ma la spartizione in capitoli è incessante: ce ne sono ben trenta per una media di quattro pagine per capitolo. Tutto questo aiuta la lettura. Pavese non è facile da leggere e capitoli troppo lunghi rischiano di essere difficilmente decifrabili: ogni aspetto di un libro di Pavese ha bisogno del suo spazio distinto dal resto.
Come detto, c’è pathos narrativo perché la trama è più forte che in quasi tutti gli altri romanzi di Pavese. Sono tre i protagonisti, tre ragazzi: colui che narra in prima persona, Pieretto e Oreste. Sono tre universitari: il protagonista e Pieretto studiano legge, Oreste medicina; quest’ultimo è figlio delle campagne ma sogna di diventare medico. Nella vicenda si inserisce prepotentemente un altro ragazzo: il Poli. È lui il motore della vicenda. Viene incontrato in una delle tante notti vissute in giro per Torino dai tre amici. È un Poli confuso, quasi fuori dal mondo che viene riportato nella realtà da un urlo ferino, bestiale, quindi inumano. Poli fa uso di sostanze, eppure viene da un’agiata famiglia. La sua infanzia e la sua adolescenza lo segneranno per sempre. Serve e governanti, che gli hanno ronzato intorno fino ai tredici e ai quattordici anni, l’hanno educato a «ogni sorta di sciocchezza, di cui la principale era che ricchi si nasce e ch’era giusto che le donne facessero la riverenza alla mamma». Proprio per questa ragione una serva se l’era preso nel letto non ancora dodicenne e gli aveva succhiato il midollo per mesi, poi non contenta lo portava dentro il bosco e ci giocavano a pigliarsi, tanto che lo stesso Poli divenne libertino ancor prima di essere uomo. Per lui la vita fu ben presto sonniferi da rubare alla madre per darsi alla droga, masticare tabacco, schiaffeggiare le serve per avere il pretesto di abbracciarle e farsi stringere. E sono proprio le donne che si intrecciano alla storia di Poli a far procedere la vicenda del protagonista, di Pieretto e di Oreste.
Le due donne che legano il proprio nome a Poli sono Rosalba e Gabriella. Rosalba è il vizio, è la pazzia, è l’amante. Poli entra in scena nelle notti di Torino con Rosalba, ma la storia finisce malissimo: Rosalba spara a Poli che resta moribondo dopo aver preso una pallottola in un fianco, sfiorando il polmone. La loro è un’avventura losca, illogica, anche perché Poli ha una moglie: Gabriella. L’incontro con il protagonista, Oreste e Pieretto appare come una liberazione per Poli, che di colpo si risveglia dal torpore, si scuote dalle droghe e ritorna al Greppo. Ad aspettarlo, come sempre, c’è Gabriella che, nonostante tutto, vuole bene a Poli. Non lo abbandona, sebbene possa concedersi anche ad altri nel contesto del Greppo (vedi Oreste). Tuttavia, l’amore, quello vero e puro, non si dimentica nemmeno nelle difficoltà altrui e Gabriella lo dimostra.
Poli, il diavolo, nelle sue fragilità e nei suoi annebbiamenti dovuti alla droga e all’alcol non manca di parlare di Dio. «Io chiamo Dio l’assoluta libertà e certezza. Non mi chiedo se Dio esiste: mi basta esser libero, certo e felice, come Lui. E per arrivarci, per essere Dio, basta che un uomo tocchi il fondo, si conosca fino in fondo» riferisce Poli. E Poli, un po’ come Pavese, il fondo l’ha toccato. È tisico, scopriamo in fondo che sputa sangue, può apparire pazzo ma era un uomo malinconico, solo, di quelli che a forza di pensarci sanno già prima quel che gli deve toccare. Ma ha un vantaggio rispetto a molti altri: ha comunque Gabriella al suo fianco, anche nell’inverno della vita. A un certo punto il protagonista, al volgere dell’estate, si fa nostalgico: «Che cos’è questa villa nelle sere d’inverno? Mi prese una pena improvvisa, uno sconforto, all’idea che l’estate sul Greppo, l’amore di Oreste, quelle parole e quei silenzi, e noi stessi, tutto sarebbe passato, tra poco, finito». È vero quell’estate stava andando in archivio, così come l’avventura del protagonista, di Pieretto e Oreste al Greppo, le luci della festa si stavano spegnendo. Eppure Gabriella sarebbe rimasta al Greppo con il suo Poli.
Come ne La luna e i falò è forte la componente delle radici, quelle che ci legano inevitabilmente a un luogo del mondo. Ognuno di noi affonda la propria identità in una determinata realtà e questa resterà per sempre. Memorabile, in tal senso, è l’incipit de La luna e i falò, una delle pagine più vere ed emozionanti della nostra letteratura. Ne Il diavolo sulle colline si parla di origini grazie a Oreste, nel momento in cui il protagonista e Pieretto decidono di andare proprio nelle terre natie di Oreste durante l’estate. «Per Oreste erano luoghi familiari, c’era nato e cresciuto, dovevano dirgli chi sa che. Pensai quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessuno altro li sa» afferma la voce narrante. Poi, dai luoghi di Oreste si passa a quelli del Greppo, quindi a quelli di Poli. E l’analisi prosegue. «Penso sempre – dice il protagonista – che vederti in questo luogo dove sei stato bambino, deve farti un certo senso. Per te, qui tutto deve avere una voce, una vita sua... Questo misto di abbandono e di radici, non è semplice campagna, è qualcosa di più».

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    28 Mag, 2024
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Una veste di estrema solitudine

Un corpo snello, membra adolescenziali, un viso forte, deciso, con una coppia di intensi occhi neri e un ciuffo di capelli del colore del miele. Una maniera inconfondibile di muoversi, e finalmente una voce che ha l'intensità di un bacio soffocato e l'emozione di una risata. Questo è l'amore secondo Leo, questa è la descrizione del momento in cui il protagonista vede per la prima volta Thomas e capisce subito, al primo sguardo, che non potrà mai più amare nessun altro che non sia Thomas. La passione travolge i due ragazzi, in una Parigi bohemian che sembra lo sfondo ideale per una storia d'amore tra giovani artisti assetati di vita, rampante scrittore italiano Leo, tedesco musicista di belle speranze Thomas. Viaggi, cene, interminabili serate alcoliche, caratterizzano la vita dei due, alle prese con il fuoco iniziale che accompagna la forza di un sentimento che, pur restando vivo e intenso con il passare del tempo, inizia a generare esigenze diverse per l'uno e per l'altro. Mentre Thomas dimostrerà un attaccamento quasi morboso nei confronti del compagno, un'esigenza viscerale di avere sempre al fianco quello che ritiene l'uomo della sua vita, Leo inizierà a manifestare un bisogno di indipendenza che rischierà di corrodere il loro rapporto. "... La piccola frase che si trovò a scrivere in una di queste lettere fu 'camere separate'. E spiegò a Thomas che avrebbe voluto, con lui, un rapporto di contiguità, di appartenenza ma non di possesso. Che preferiva restare solo, ma nello stesso tempo, pensava a lui come all'amante prediletto, al favorito di un fidanzamento perenne. Che non dovevano temere della loro solitudine, anzi viverla come il frutto più completo del loro amore perché, in fondo, pur nella separatezza, loro si appartenevano e continuavano ad amarsi. Che ogni anno avrebbero trascorso la primavera e l'estate insieme, viaggiando, e che ognuno, durante l'inverno, avrebbe lavorato ai propri progetti. Che era una scelta difficile, soprattutto diversa, ma che in cuor suo, Leo non si sentiva di fare altrimenti. Che, infine, a 'camere separate' lui sarebbe stato fedele fino alla morte". Sarà proprio la tragedia della morte, implacabile, ineluttabile, spietata, a mettere un punto sulla questione, ammantando ogni pagina di una veste di estrema solitudine. Intimo, malinconico, disilluso, questo libro dal carattere fortemente autobiografico di Pier Vittorio Tondelli racconta la vita attraverso la bellezza dell'amore, l'orrore della morte, il dolore del lutto, con una voce delicata, quasi sussurrata, come il racconto confidenziale che si fa ad un caro amico: il lettore. La prosa dolce, gradevole, accompagna finemente una storia intrisa di dolore e senso di colpa, sentimenti che dominano l'animo dell'amante sopravvissuto, che si rende conto di non poter più amare come fatto finora, di non poter più vivere una vita piena come lo è stata la sua prima del triste evento. Chiuso in se stesso, inizia un viaggio nella propria interiorità, mettendo in discussione il suo lavoro di letterato, il suo modo di essere, cercando un riavvicinamento alle proprie radici. L'aspetto introspettivo, predominante in quest'opera, è eccellente e questo può sembrare facile, visto che il protagonista è dichiaratamente un alter ego dell'autore, ma non è così scontato, perché non è mai facile mettere a nudo se stessi e i propri sentimenti con la maestria che qui dimostra Tondelli. Intensa e commovente, quest'opera appare come un vero e proprio testamento letterario, una struggente confessione che sa di commiato, una sorta di congedo dell'autore nei confronti dei suoi lettori, della vita (l'aids lo porterà via di lì a poco), da un mondo nel quale, probabilmente, non si è mai sentito veramente a suo agio. "Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione pubblica di un complesso di colpa, di un’angoscia che lui ha sentito forse fin dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice. E questo senso di colpa, per essere nato, per aver occupato un posto che non voleva, per l’infelicità di sua madre, per la rozzezza del suo paese si è dislocata in un mondo separato, quello della letteratura, permettendogli di sopravvivere, anche di gioire, ma sempre con la consapevolezza che mai la pienezza della vita, come comunemente la intendono gli altri, sarebbe stata sua. Il senso di una sottrazione primaria, probabilmente è questo che l’ha spinto al punto in cui è ora."

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marialetiziadorsi Opinione inserita da marialetiziadorsi    28 Mag, 2024
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Un amore distruttivo

“Sono Tollak di Ingeborg. Appartengo al passato”

Tollak è un uomo ormai anziano, vedovo (la moglie Ingeborg è sparita nel bosco molti anni prima e mai più tornata), i figli Hillevi e Jan Vidar non lo amano e vivono ormai lontano, in città, quasi senza contatti con il padre. Tollak vive in un certo modo da eremita insieme a Oddo, un ragazzo con un ritardo cognitivo, da tutti considerato “lo scemo del paese” che ha accolto in casa sin da quando era bambino perché la famiglia originaria non poteva mantenerlo. Lo ha praticamente adottato e fatto crescere con i suoi figli che hanno sempre faticato a capire questa scelta paterna.
Nonostante il forte desiderio di Ingeborg di trasferirsi in città Tollak, che ha rilevato una fattoria e una segheria che non fa buoni affari pur di rimanere a vivere ai margini del bosco, si rifiuta categoricamente di abbandonare la sua casa e la sua vita. E nulla riesce a farlo desistere da questa scelta.
Il romanzo è un lungo soliloquio di Tollak, in primo luogo, con la moglie Ingeborg, amatissima, dai bei lineamenti dolci, e che ha sempre ricambiato il suo amore. Ma Tollak parla anche con se stesso e con le persone via via venute in contatto con lui per le necessità della vita.

“È con lei che parlo.
Le parlo più adesso di quanto non abbia mai fatto prima. Giro per la casa, in cortile, per i boschi e parlo con Ingeborg.”

Tollak è un uomo pieno di rabbia e di rancore, furioso con se stesso e con il mondo. Sembra non avere pace nella sua furia cieca e non trovare requie mai e in nessun luogo salvo nell’alcol.
Dopo la diagnosi di cancro decide di convocare i figli e di spiegare loro cosa è realmente successo nel loro passato, tutto quanto loro non sanno e che pensa che debbano finalmente venire a sapere. Ha bisogno di condividere alla fine i suoi segreti, le terribili verità che ha sempre tenuto nascoste.
Tollak nel corso del romanzo ci ricorda momenti di vita familiare passata: i figli bambini, tante scene di quotidianità con la moglie. Si avverte che in fondo ha amato tutti benché in modo decisamente distruttivo. Un amore scuro e profondo come la notte.
Il libro è però anche una lunga storia d’amore. Una storia triste e malinconica che riesce a trascinare il lettore nelle spire dei contorti pensieri di Tollak, nella sua linga confessione: è un uomo che non è mai riuscito ad accettare i progressi ed i passi avanti del mondo rimanendo ancorato ad una vita fuori da tutto, a lavorare in una segheria che non gli dà più lavoro, mentre la moglie ed i figli tendevano ad una vita al passo con i tempi. Lui considera invece corrotto tutto ciò che è contemporaneo, che è diverso dal suo mondo. Per questo non approva i desideri della moglie così come quelli dei figli lo lasceranno infatti solo, oltre la “prigione” nella quale lui li avrebbe voluti confinati. E gli daranno in cambio un forte carico di rancore e incomprensioni.
E’ un romanzo triste questo, senza scampo e senza pietà. E’ la parabola di un uomo che non ha mai saputo godere di tutto quanto la vita gli ha offerto e che ha, anzi distrutto con caparbia volontà.

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Baumgartner, di Paul Auster
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Politica e attualità
 
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AndCor Opinione inserita da AndCor    28 Mag, 2024
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"Normalizzazione", dalla Calabria al mondo intero

15 Agosto 2007: è la data della strage di Duisburg, che fa da importante spartiacque tra 'ndrangheta tradizionale e avanguardista, tra 'darwinismo criminale', in cui bisogna dimenticare le faide rurali e le mafie 'ancora ferme al business del cemento e delle estorsioni', e strategia del basso profilo - fatta di assuefazione, diversificazione e violenza centellinata - che ha permesso alla criminalità calabrese di imporsi in (almeno) 34 paesi fra tutti i continenti.
Il traffico di armi e di esseri umani per la guerra in Ucraina, le 'azioni "filantropiche" a sostegno delle famiglie in sofferenza' per il Covid-19, la "Tripla Frontiera" sudamericana, l'intricato rapporto tra l'Australia e Frank Madafferi, Rocco Morabito e un'anonima applicazione di messaggistica, il ritorno al baratto nell'Africa subsahariana e i 316 Kmq di Malta con i suoi trecento casinò virtuali sono solo alcuni dei tanti temi toccati dal saggio e accomunati dal rapporto di proporzionalità diretta tra corruzione e malavita.
E 'l'eterna sfida tra guardie e ladri prosegue nel mondo digitale' fatto di like, fake news, cashing out e black market, mentre ulteriori sguardi criminosi attenzionano sia i fondi del PNRR sia i Paesi privi del 416bis sempre attraverso quello 'sguardo presbite' che 'più che concentrarsi sul presente, guarda lontano' sfruttando il 'meccanismo perverso di vasi comunicanti, dove la sofferenza dell'uno è proporzionale al godimento dell'altro'.

Il magistrato reggino, affiancato dal giornalista scrittore con cui condivide la provincia natale, afferma che 'Si tratta di guardare il mondo con altre lenti, non quelle della morale ma del profitto', in cui postmodernità, iperconnessione e globalizzazione non colgono mai di sorpresa la mala calabra, liquida e mutevole senza in alcun modo tradire le sue radici storico-culturali.

Tra analisi minuziosa dei vari fenomeni criminosi, lessico medio e testo alquanto scorrevole, lo slogan, in continua sovrimpressione nella mente di chi scrive e di chi legge, è sempre lo stesso: 'Por la plata lo que sea'*.

*per i soldi qualunque cosa

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"La rete degli invisibili";
"Complici e colpevoli", degli stessi autori.
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68 Opinione inserita da 68    27 Mag, 2024
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Mistero irrisolto

La vita nel proprio indefinito mostrarsi, il desiderio alimentato dal contingente, attimi impressi nella memoria, attese inafferrabili, dialoghi monchi, silenzi protratti, incontri auspicati, rinnovati, perduti, maschere indossate, visi spogli.
E ancora matrimoni dispersi, acciaccati, sopravvissuti, sogni, attese, la paura della solitudine, relazioni famigliari controverse, padri-figli, figli-padri, madri assenti, giorni, identici, rinnovati, indifferenti, per non smarrirsi, aggrappandosi a quello che è stato, a desideri controversi.
L’ attraversamento degli anni rende più indulgenti, pochi volti toccati e fissati dentro, persone che restano, se ne vanno, l’ inizio di una crisi, la fine di una relazione, momenti sospesi e ripresi per svanire nel nulla.
Tutto cambia, individui per i quali la vita è senza filtri ne’ meccanismi di difesa, cuori infranti, naufraghi che si sostengono a vicenda, cambiamenti che segnano esistenze, decisioni irrevocabili, vite contrapposte, contigue, affrante.
In fondo che cos’è il vivere se non un’ evoluzione permanente, una sperimentazione fallimentare, attimi ripetuti e rinnovati, una vicendevole rappresentazione del reale, un palcoscenico dove recitare una parte, un grande mistero irrisolto.
Eshkol Nevo cavalca la vita analizzandola dettagliatamente, fotogrammi di quotidiana umanità, sguardi, bugie, confessioni, angoli di mondo in cui ritagliarsi un piccolo spazio di sopravvivenza, un ebraismo ancora alla ricerca di un’ identità, la gravosa questione dello stato palestinese nel cuore dell’ ebraismo stesso.
È una quotidianità in cui pare impossibile fare quadrare i conti, in cui addormentarsi dandosi le spalle, è una storia rimossa da raccontare, è il silenzio di due vecchi amici, è una possibilità letta negli occhi di una donna, un padre e una figlia che inventano spezzoni di storie, decine di lettere per scacciare la lontananza, è il suono di una campana interrotto improvvisamente.
E ancora è una canzone che attraversa generazioni, è un desiderio da esprimere prima che sia troppo tardi, uno sguardo profondo fissato dopo vent’anni, qualcosa di inaspettato nel cuore della notte, la fuga da un presente inaccettabile, e’una piscina da preparare per il prossimo paziente, e’ un bugigattolo che dopo tanti anni riappare ancora in sogno.
In “ Ogni cosa è fragile”, si esemplifica l’ indecifrabilità e l’ inafferrabilita’ delle relazioni e dei sentimenti, lo scorrere inevitabile del tempo, vite dimenticate che si riacciuffano improvvisamente, vicine, lontane, controverse, momenti sospesi che si danno forza, interrogandosi sugli enigmatici comportamenti altrui non traendone risposte se non nel semplice fluire dei giorni, in quel

…” hai notato com’è cambiata la città’ nel frattempo, tutto cambia, tutto, proprio tutto è effimero”…

In “ Non ti piacerà “ si respira l’ intenso legame padre-figlia nel dolore di un lutto e nella reciproca lontananza, nell’ interpretazione di una vita in cui si prova e si sbaglia, delusi da se stessi, con la paura di deludere gli altri, in silenzio, senza un programma, affiancati nello sguardo mentre

…” chi è atterrato si mescola con chi sta per partire, si tagliano la strada gli uni con gli altri, a volte sono lì lì per urtarsi, ma all’ ultimo, ultimissimo secondo, si salvano”…

In “ Campane”, forse il racconto più intimo, il dolore della perdita rende necessario il viaggio e la permanenza in una terra lontana dove immergersi in una storia millenaria, accompagnati dal silenzio, dalla solitudine, dalla scrittura per rendere sopportabile l’ insopportabile e sentirsi parte dell’ amorevole compagine umana fino a quando, improvvisamente

….” nell’ ora in cui mia madre è morta, un assoluto silenzio è calato sul mondo. Solo alle due e mezzo le campane hanno ripreso a suonare”…

Eshkol Nevo e i suoi racconti, spezzoni di un’ umanità imbevuta di desiderio, corrosa dai cambiamenti, dalla nostalgia, un viaggio negli abissi di vite condite di normalità e setacciate nella propria oscura intimita’. La prosa è fluente nella propria semplicità, la psicologia prevalente, un’ acuta osservazione del reale e un approfondimento relazionale restituiscono profondità.
Restano spezzoni di storie da scandire nei propri particolari definenti, dalle quali estrapolare una parte di se’, da lasciare andare, in cui perdersi per ritrovarsi, una vita difficile da contenere, fluida, trasformista, statica, bugiarda, dolorosa, stupenda, sempre e comunque se stessa.

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topodibiblioteca Opinione inserita da topodibiblioteca    26 Mag, 2024
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L'inutilità dei pregiudizi

“Avrei voluto non avere visto dell’uomo, la prima volta che entrò nel negozio, nient’altro che le mani: lente, intimidite e goffe...Mi sarebbero bastati quei movimenti...per capire che non si sarebbe curato, che non aveva nessuna idea da cui trarre la volontà di curarsi”.

Da queste descrizioni secche, incisive e lapidarie che si trovano a pagina 1 e 2 di questo breve romanzo, Onetti ci fa intuire quello che sarà il finale di una storia probabilmente non a lieto fine. Siamo in Sudamerica, il protagonista è un ex giocatore di basket ammalato di tubercolosi che si reca in una località di villeggiatura dove è presente un sanatorio con l’intenzione di farsi curare. Ma quello che preme a Onetti non è tanto “il cosa” raccontare bensì “il come”, e lo fa avvalendosi di un espediente nel quale il narratore in terza persona è il proprietario dell’emporio cittadino, crocevia di turisti ed abitanti del luogo in cui è inevitabile mettere piede. Il racconto diventa così un meccanismo stratificato a più voci di tanti testimoni (dall’infermiere, alla cameriera dell’hotel dove l’uomo ha scelto di dimorare, all'agente immobiliare etc) che osservano e riferiscono al narratore le proprie impressioni sul protagonista.

Prende progressivamente forma una storia in cui accanto al malato, uomo schivo e solitario “...con il suo vestito grigio di città, il cappello calato sulla nuca” si affiancano due donne, l’una matura con figlio a carico e l’altra giovane, come se si trattasse di una contesa, di una scelta finale a carico del protagonista. Da questi scorci, dal voyeurismo dei tanti curiosi, dalle insinuazioni e dai pregiudizi della gente, ecco che si definisce un puzzle frammentato nel quale è il narratore a tirare le fila. Fino alla conclusione che nel richiamare il titolo del romanzo sembra voler ricordare, in primis ai lettori, quanto sia facile, oltre che dannoso e crudele, ricostruire le vite altrui dalla semplice osservazione dei fatti, da un'etichettatura talvolta avvelenata che in conclusione si rivela fallace.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    25 Mag, 2024
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Un groviglio inestricabile.


Da un'esperta scrittrice di gialli, ecco un altro romanzo interessante, con una trama coinvolgente e costellata da imprevisti. Siamo ad Albenga, dove operano gli amati protagonisti dell'autrice, il commissario Rebaudengo, ormai in pensione, e la sua fidanzata Ardelia Spinola, medico legale. Una serie di fatti turbano la vita della tranquilla cittadina: prima un avvocato, Giordano Bruno Siri, dà i numeri spogliandosi per strada e urlando frasi sconnesse fino al fermo della polizia ed al conseguente ricovero coatto, poi un illustre medico, Natale Mortigliengo, si suicida apparentemente senza motivi plausibili, lasciando la famiglia distrutta dal dolore, infine una giovane donna viene rinvenuta cadavere tra i rami di un albero, nei pressi di un fiume. Non basta: un noto gelataio del posto, Isidoro, scompare improvvisamente senza dare notizie. Si cerca un nesso tra questi ritrovamenti, la polizia inizia le indagini, la Spinola dà una mano, consigliata dal commissario, emergono fatti sconcertanti: viene identificato il cadavere della donna uccisa, si tratta di Serafina, ex amante di una notissima pianista, Norma, amica della Spinola. Il rapporto tra Norma e Serafina era molto intenso, la ragazza si fingeva addirittura cieca per stimolare la compassione di Norma: scoperto l'inganno, Norma l'aveva lasciata, suscitando in Serafina sentimenti di odio e di vendetta.. Si sospetta quindi di Norma come autrice del delitto, ma altri fatti avvengono complicando una trama già complessa: un ricatto a luci rosse per quanto riguarda l'avvocato impazzito ed il medico suicida, ed una collaborazione amichevole e fattiva tra Dorotea, giovane figlia del medico, ed un riapparso gelataio, che sa molte cose, si confida con la ragazza e continua ad indagare pericolosamente per conto suo.
Tutta la vicenda appare come un groviglio apparentemente inestricabile, ma, alla fine, ecco che un inatteso colpo di scena farà riemergere verità nascoste ed indicherà il colpevole, diabolico architetto di ogni mossa delittuosa. Una vicenda che riflette in certi particolari i malanni della società contemporanea, gli abusi che si compiono, i segreti inconfessabili che si celano dietro apparenti rispettabilità. Perché, come scrive Cristina Nava, " ...in questa epoca che si finge illuminata non è arrivata alcuna luce a illuminare gli angoli bui pieni di ragni".
La storia è ben costruita, avvincente, densa di imprevisti, scritta con stile raffinato, che lascia spazio ad ampie riflessioni su ambienti e personaggi. Cito, ad esempio, la descrizione di un'ora vespertina, in Liguria, subito dopo il tramonto, che non può non lasciare un segno nella memoria: "... il cielo è terso, come se il mondo fosse appena nato, non da una serie di cataclismi cosmici ma dal sogno di un bambino. Bambagia color delle albicocche riflette sull'acqua il rimpianto di un tramonto già perduto dietro la montagna...". Leggendo, ci si può anche emozionare, perdendosi in nostalgie e ricordi lontani, sbiaditi nel tempo ma mai dimenticati.




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Mian88 Opinione inserita da Mian88    25 Mag, 2024
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L'apparato Umano

«[…] Il mondo festaiolo è come se obbedisse a un ordine non dato. Sulle note di questo brano, tutti si mettono a fare il trenino. Scorrono così volti immondi e sofisticati. Preadolescenti eccitati, qualche bambino, addirittura un paraplegico sulla sedia a rotelle, bancari, proprietari di ristoranti, gestori di concessionari d’auto, nonne piene di vita. E poi risate, risate, tante risate. Chissà perché.»

Roma. Roma con i suoi tumulti, Roma con i suoi sfarzi, le sue luci, i suoi eccessi, le sue perdizioni. Tra trenini alimentati da risate in paradosso per abusi e verità celate da falsità e apparenze, tra consapevolezze che infrangono quella maschera costruita ad hoc e con così tanta maestria negli anni. Perché alla fine, Roma dà e Roma toglie. Ma cosa ci resta poi? Chi siamo davvero? Cosa ci appartiene e cosa non ci appartiene?
In questo scenario articolato tra mondo di apparenza, convenienza, scarsi valori e opulenza, cammina Geppino Gambardella, per gli amici Jep. Quest’ultimo ha all’attivo un unico libro, “L’apparato umano”, che al tempo ha fatto un discreto successo e vive scrivendo articoli di giornale per Elide Lettieri, per tutti “Dadina”, una nana tanto piccola quanto astuta e acuta nel valutare e riconoscere chi ha davanti. Il nostro antieroe scrive articoli di costume, intervista maestri del cinema, soggetti borderline che si sentono artisti quando non lo sono e vive alla ricerca di un tutto quando abita in un grande Niente. A fargli da contorno, eroinomani, ex star dello spettacolo, nobili decaduti, uomini e donne alla ricerca di un successo che oggi è dato dal fare l’attore e domani dallo scrivere, cocainomani, magnaccia e chi più ne ha più ne metta.

«[…] Sono anni che tutti mi chiedono perché non torno a scrivere un romanzo. Ma guarda là fuori, Ahè. Guarda in terrazza. Quella gente. Questa è la mia vita. Ed è niente. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul niente e non c’è riuscito. Come potrei riuscirci io?»

A far da sfondo lei, la Grande Bellezza: Roma. Roma con i suoi cieli, i suoi modi di vivere, il contrasto costante tra luci e ombre dato da palazzi romani, da un lato, la Fornarina di Raffaello dall’altro, regole di costume e di etichetta pedisseque, uomini e donne come Ramona che nel suo essere “coatta” è quanto di più autentico Jep conosca in un mondo non autentico. La Fornarina di Raffaello ricorda a Jep Elisa De Santis, l’unica donna che ha mai amato nella sua vita quando ancora era un ragazzo. Ora che di anni ne ha compiuti sessantacinque, scopre che ella è morta. Questo rappresenta in lui la crepa che si insinua nella costante dei suoi giorni. È una crepa che prende sempre più forma e forza; non si può tornare indietro ora che qualcosa si è rotto.

«[…] Romano: Se dopo tanti anni vuoi riprendere a scrivere, significa che è successo qualcosa.
Jep (fa spallucce): A Roma succede sempre qualcosa.»

Avvicinarsi a un titolo come “La grande bellezza”, significa avvicinarsi a una sceneggiatura intrisa di riflessioni che lasciano il segno per la profonda durezza dei contenuti e il profondo cinismo che si articola tra le varie pagine. Il ritratto che emerge della nostra società attuale è molto veritiero ed è anche per questo che suscita emozioni diverse. Le stesse diverse emozioni, anche contrastanti, che emergono osservando il film, che al tempo della sua uscita nelle sale divise il pubblico tra chi lo aveva amato e chi, al contrario, lo aveva odiato. E se ci pensiamo bene, è normale che sia così. Si tratta di un qualcosa che non suscita empatia bensì distanza. Chi legge o vede la pellicola è spiazzato da quel che si trova davanti, tende a volerlo negare, a rifuggire dall’accento che viene posto e in modo così nefasto sui nostri anni del contemporaneo. Dall’altro lato, si cerca di resistere e di non rifuggire a quanto si osserva per riflettervi, capire, interrogarsi.
La sceneggiatura nulla toglie al film, anzi, definisce alcuni aspetti che nella trasposizione restano vacui, indefiniti. Al contempo, ne emerge un testo dalla scrittura lineare e compatta che si imprime nella mente.
Tra le pagine le stesse sensazioni del film, tra il Felliniano e il malinconico ma anche il surreale e poetico e l’amaro.

«[…] Tu t’annoi con me. Io so’ normale. Con tutte le matte che conosci perché proprio io?»

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Mag, 2024
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Estremi di una vita

«[…] In casa ci doveva essere anche il caffè e adesso che gli arrivava la pensione non mancavano mai né il tabacco né il caffè e anche oggi il caffè era buono, stamattina come tutte le altre, quindi da questo punto di vista era tutto come sempre, sì, ma al tempo stesso tutto sembrava essere diverso, o no?»

Classe 1959, Jon Fosse è lo scrittore e drammaturgo norvegese vincitore del Premio Nobel per la Letteratura del 2023. Tante le opere che lo caratterizzano e tutte intrise da un filo rosso che prende per mano e conduce tra spazi temporali che si sospendono e atmosfere oniriche che si susseguono.
“Mattino e sera” è un lungo racconto che non si distacca da questa impronta. È scritto con uno stile rapido, pulito, asciutto ma al tempo stesso è scandito da un ritmo ben cadenzato che ne evidenzia la profondità. Si può suddividere in due parti; ad essere raccontato è quello che rappresenta il mattino e ciò che rappresenta la sera di Johannes, figlio del pescatore Olai, nipote del nonno pescatore di cui porta il nome e di cui ha abbracciato la professione, marito di Erna da cui ha avuto in dono sette figli.

La narrazione ha inizio proprio con la nascita del figlio maschio, tanto, troppo attesa, dopo un’unica altra figlia ormai adolescente. Olai è seduto al tavolo, segue il parto di Marta, la moglie, ha paura ad ogni urlo, attende. È il suo mattino. E quelle stesse riflessioni accompagneranno il figlio durante tutta la sua vita, sino alla tarda età.

«[…] Entra in soggiorno e poi nella camera e lì vede papà Johannes sdraiato sul letto e ha un’aria tranquilla, quasi come se stesse dormendo, pensa Signe e gli prende la mano, quasi come quando ero una bambina, pensa Signe e sente fremere dietro gli occhi e gli occhi si riempiono di lacrime.»

Nella seconda parte del racconto conosciamo Johannes ormai da anziano e vedovo. Le giornate scorrono monotone nella casa. Si sveglia all’alba, è anchilosato e incapace di muoversi, al contempo e in paradosso è colpito da una strana leggerezza. È un tempo atipico, di ricerca e riscoperta. Dopo aver ispezionato la soffitta si reca verso la costa per controllare la sua barca, qui incontra l’amico di sempre, Peter. Tante le confidenze vissute negli anni, tra scene di altri tempi e corpi ormai cambiati. È ora di tornare a casa, sta giungendo la sera e a breve arriverà sua figlia. Vede sua moglie, ma non era morta?

Un bambino nasce, un uomo muore, nel mezzo una vita che passa tra pensieri, emozioni, sensazioni, dolori e gioie. “Mattino e sera” di Jon Fosse è un libro solo in prima apparenza lineare e semplice, è in realtà uno scritto complesso che cela al suo interno molteplici piani temporali e variegate sfaccettature umane.

È uno di quei libri da assaporare poco alla volta, piano piano. Ogni frase ha un suo perché tanto stilistico quanto di contenuti e significati. Non è una lettura per tutti, non necessariamente determinerà un consenso unanime, ma chiede di essere letta e trattiene.

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    24 Mag, 2024
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Celebrare il dolore

"«Divorzio dalla famiglia» ci aveva detto nostro padre. Non aveva mai più aggiunto altro quindi, ancora oggi, tengo come valida la spiegazione." Un viaggio nel burrascoso mondo dei rapporti famigliari che non può che essere, nella sostanza, un viaggio all'interno di se stessi: è questo ciò che facciamo leggendo questo testo fortemente autobiografico di Ilaria Bernardini, scrittrice e sceneggiatrice di successo, quarantenne con un figlio adolescente, imitatrice "di personaggi di Bertolucci, di pugili e di sirene playmobil." Ilaria da qualche anno non ha più alcun rapporto con il padre, o meglio, il suo può essere considerato un rapporto unilaterale. La donna infatti cerca in tutti i modi di contattare il genitore: email, messaggi, foto, note vocali, tutto ciò che può essere utile ad avere un briciolo di contatto con l'uomo che le ha dato la vita resta disatteso, senza risposta, cade in quella crepa profonda che si è venuta a creare tra i due. Ma perché è successo questo? Per spiegarne i motivi Ilaria dovrebbe prima conoscerli, e per conoscerli non c'è altra via che andare a scavare in tutto ciò che è stata la loro vita insieme, prima che Achille, questo il nome del padre latitante, prendesse la decisione di tagliarla fuori dalla sua esistenza. "Abbiamo la stessa età, non abbiamo nessuna età. Siamo bambino e bambina, fratello e sorella, molto più che padre e figlia. E in questo sguardo orizzontale, in questo dolore che ha una radice molto più antica di me e di noi, sta tutta la nostra unione e tutto il nostro amore." La scrittura diventa quindi il mezzo per sciogliere i nodi di un rapporto fatto di passioni comuni, liti furibonde, momenti di grande tenerezza e altri di assoluta indifferenza. La pagina resta l'unico spazio su cui Ilaria può continuare ad incontrare l'uomo attraverso ricordi più o meno reali, dialoghi immaginari, evocazioni di racconti. Finché non trova un nuovo terreno di speranza, un luogo fisico ma anche fortemente simbolico su cui proporre al genitore di incontrarsi, o meglio scontrarsi: il ring. "Ciao papà! Ho trovato i guantoni che chissà come mai mi avevi regalato a sedici anni e chissà come mai ho sempre tenuto, casa dopo casa. Non li ho mai usati ma da qualche mese mi alleno a boxe. Ti va un incontro sul ring, il 22 settembre a Milano? Sono ancora una totale schiappa ma spero di migliorare. Baci, Ilaria." La comune passione per il pugilato diventa il pretesto per un faccia a faccia, ma Achille non risponde, non si sa neanche se abbia letto le parole della figlia e, se si, se le abbia prese sul serio o snobbate con fredda indifferenza. Il dubbio non impedisce comunque alla donna di concentrarsi sulla sfida, allenarsi con costanza, preparare l'evento nei minimi particolari, ring, kimono, volantini, perfino i venditori di supplì a bordo ring. Nel frattempo la vita scorre, ci sono la pandemia e il lockdown, le sceneggiature da scrivere, un figlio adolescente con cui instaurare un rapporto che non li porti sulla stessa strada dove sono finiti lei e suo padre, l'incontro con il suo idolo Bernardo Bertolucci. Soprattutto, c'è la costante, incessante ricerca dei perché, delle ragioni, dell'origine di un distacco che più dura nel tempo più sembra definitivo, di una "assenza che è potentissima presenza". Salirà, Achille, su quel ring? Riuscirà, Ilaria, a mettere all'angolo il suo inafferrabile avversario? "Il dolore non esiste" recita il titolo di questo libro in cui, con grande autoironia e senza alcuna autocommiserazione, l'autrice si mette a nudo, scopre se stessa e (cosa che i congiunti, a quanto pare, gradiscono ben poco) la sua famiglia. "Il dolore non esiste" le ha insegnato Chillino quando, per giocare, mordeva e pizzicava lei e le sue sorelle e insieme ridevano come matti. Una frase che ritorna spesso, un mantra che non serve a non sentire un dolore che invece esiste eccome, che fa parte di qualsiasi esistenza umana, senza il quale probabilmente non ci sarebbe vita, ma ad affrontarlo con la forza necessaria, con la dovuta consapevolezza, a celebrarlo come qualcosa di indissolubile da noi stessi, anche quando fa male. "Rileggo tutte le mail in cui gli chiedo: “Perché non ci sei?”. Studio le sue risposte laconiche. Quelle in cui mi scrive che non c’è non solo per me ma per nessuno, e mi parla degli arcobaleni che io vorrei vedesse anche se è cieco. Ne trovo una in cui gli invio una nota audio con la voce di mio figlio che canta una canzone sul suo numero preferito, l’otto. Mio padre non risponde. Ne trovo una in cui mi spiega cheda quando ha un anno non si è mai sentito connesso agli umani. E che a me, come a tutti gli altri, è legato da una profonda estraneità. “Sono estraneo anche alle persone particolarmente vicine, alla come-si-chiama famiglia .” Il suo silenzio non è rancore o offesa, spiega. “La vicinanza è una casualità, anche se ogni estraneità è unica. Noi tutti siamo stati fortunati perché ci siamo trovati sostanzialmente simpatici. Ma è così forte la luce, il lampo, il fulmine dell’estraneità che quando arriva acceca. Mi passerà quindi di certo questo bagliore” assicura, “è sempre stato così, è questo il mio modo di respirare.”

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68 Opinione inserita da 68    24 Mag, 2024
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Dolore protratto

La vedovanza di Maria Leonor, dolorosa nel lutto che la attanaglia, ne segnerà il progressivo ritorno al proprio ruolo di donna e di madre, trascinandola nell’ impeto della voluttà.
Un prolungato malessere fisico e psichico sconfinato in una lunga convalescenza, attorno a se’ l’ affetto dei figli, la premura della domestica Benedita, la vicinanza dell’ amico medico Viegas, del cognato Antonio, attenzioni che avverte in modo confuso, come in un sogno.
Lunghi giorni rinchiusa in una strana apatia, uno stato di abbrutimento, nessuna scintilla ad animarla, un dolore folle che a poco a poco si fa

…” rassegnata nostalgia stemperata dalle preoccupazioni quotidiane”,,,
.
Il tempo la confina nel peso schiacciante della vedovanza, sola nella grande casa, la’ fuori la vita continua a mostrarsi al ritmo delle stagioni e nei mutamenti di una natura inclemente.
Circondata dai libri appartenuti al padre e al marito, due caratteri differenti, uno inquieto, torturato da un’ angoscia intima, tirannica, assurda, l’ altro pratico, calmo,

…”che ha percorso un cammino chiaro, illuminato dal sole dei campi e dei raccolti”…

entrambi scomparsi ma in lei ancora presenti, due concezioni di vita che rendono Maria esitante, alla ricerca di se’, di qualcosa che le manca e che sa che

….” le donerà la calma redentrice di cui ha bisogno ”….

La sua e’ stata una vita oscillante, da nubile sotto la soverchiante influenza paterna, con un’ impressione di vuoto circostante, da sposata dominata dalla volontà e dal desiderio di andare avanti, in uno stato di completa trasformazione fisica e psichica.
La morte del marito l’ ha riportata a una condizione di non appartenenza, a quel passato popolato di terrore e di ombre, sterile, inutile, che ormai riteneva morto.
L’ incapacità di soffrire la distoglie dalla sua proverbiale sensibilità ricoprendola di indifferenza in un nuovo stato di insicurezza, estranea nella propria casa, sapendo che

…” bisogna vivere comunque, purché sia vivere”…

Il sofferto ritorno alla normalità, agli affetti rimasti, ai piaceri di madre, ai desideri di donna, paiono restituirla al desiderio di amare declinando il proprio stato di vedovanza, generando eco e pettegolezzi, dentro di se’ un rinnovato sconforto, ostaggio di tradizioni obsolete e di un destino avverso.
E allora Maria ricade in una solitudine molesta, vittima di una presenza ingombrante, sopraffatta dai sensi di colpa, spiata, prigioniera di una dimora dove si respira un’ aria da tragedia greca, turbata dagli occhi indagatori di chi è una presenza tacita, esposta a un ricatto ingombrante, a doppi sensi, duello di sguardi parlanti.
Che cosa significa vivere le proprie emozioni, quali paure e pericoli incombono, si insinuano in coloro che l’ hanno accudita, accompagnata, sostenuta, guarita, amata, riportandola al vero senso di se’, ricerca allontanata e abortita di un futuro negato e nefasto.
“ La vedova”, primo romanzo di un giovane Jose Saramago, composto sotto la dittatura di Salazar, contiene tracce di temi tanto cari all’ autore, un viaggio nelle indefinite sfaccettature dell’ animo umano, anche se l’ impegno civile e la critica a una società ingiusta e antiquata paiono ancora lontane da compiutezza e profondità contenutistiche.
Maria Leonor si fa paladina di un universo femminile silente e soggiogato in un paese antiquato, cattolico a oltranza, sentimenti e desideri oggettivati nella vivacità di un contorno bucolico e nella minuziosa rappresentazione di oggetti animati, ancora in fieri la critica a tradizioni obsolete insite nell’ integralismo religioso e nelle dittature verso il conseguimento di una libertà espressiva e intellettuale indispensabile a una società equa e umanitaria.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Mag, 2024
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E così spero di voi...

Pur avendolo sentito spesso nominare e consigliare, non mi era mai capitato di leggere nulla di Manfredi, però avevo da diversi anni in libreria una copia recuperata un po' per caso di "Otel Bruni", quindi ho deciso di dare una possibilità alla sua prosa. Forse avrei dovuto essere più accorta nella mia scelta perché questo romanzo si è rivelato non solo una lettura dagli oggettivi problemi contenutistici, ma anche un genere di narrazione poco in sintonia con i miei gusti letterali.

La storia si ambienta nella prima metà del Novecento in un paesino della campagna emiliana e romanza la vita quotidiana della famiglia contadina Bruni, antenati dell'autore stesso. Seguiamo principalmente i figli e le figlie dei capostipiti Callisto e Clerice, vedendo come l'iniziale unità familiare venga progressivamente intaccata tanto dai grandi eventi della Storia quanto dai piccoli contrasti domestici. Sullo sfondo si intravede il cosiddetto Otel Bruni, la grande stalla di famiglia dove amici e viandanti trovano ristoro in caso di necessità.

E già qui troviamo il primo problema, dal momento che di questo Otel Bruni vediamo davvero poco: sembra rilevante nella scena d'apertura, ma poi diventa un'ambientazione come le altre, tanto che durante la Prima Guerra Mondiale viene completamente abbandonato mentre seguiamo le vicende dei giovani Bruni al fronte. Questo si collega alla seconda, grave mancanza del romanzo, ossia la scelta di raccontare o perfino riassumere una gran parte degli eventi anziché mostrarli direttamente al lettore. In questo modo si perde del tutto la premessa narrativa alla base del libro: non incontriamo quasi mai le persone ospitate nell'Otel Bruni, non vediamo i Bruni accogliere qualche sventurato, non percepiamo l'atmosfera di convivialità che questa propensione all'ospitalità dovrebbe creare.

Rimanendo sul piano oggettivo, altri difetti sono rappresentati dalla presenza di troppi personaggi, tutti carenti sul fronte della caratterizzazione. Reputo assurdo poi che figure teoricamente rilevanti -come le mogli di alcuni fratelli- non vengono neppure menzionate, mentre a caratteri estranei alle dinamiche familiari venga dedicato parecchio spazio. A livello d'intreccio abbiamo davvero poco materiale, tanto che nell'epilogo il caro Valerio Massimo sembra quasi colpito da un'epifania e, realizzato di non aver seguito una vera trama, inserisce un colpo di scena con cui tenta (fallendo) di chiudere un cerchio immaginario.

La prosa dell'autore crea inoltre uno scollamento tra le premesse narrative e la loro effettiva resa; un chiaro esempio è rappresentato dal capitolo dedicato alla lettera del notaio genovese: il lettore viene informato che questo evento sconvolgerà gli equilibri tra i Bruni, ma a fine capitolo Manfredi si premura di sottolineare di come nessuno si occuperà più della vicenda. In relazione allo stile va poi specificato che in più passaggi si ha l'impressione di leggere un manuale agricolo o un saggio storico anziché un romanzo, e mi sembra davvero strano dirlo (visto che di solito le mie lamentele virano nel senso opposto) ma avrei di gran luga preferito trovare meno Storia e più storia in questo libro.

Altre critiche personali riguardano la scelta di avere soltanto personaggi puri e buoni come protagonisti -perché tendo a preferire dei caratteri meno perfetti e più verosimili-, ed il sottotesto nostalgico e patetico che trasuda dall'intera narrazione: rimpiangere continuamente un passato idealizzato non fa proprio per me! Come non fa per me la retorica della disgregazione familiare, qui perfino priva di sostanza dal momento che, benché i Bruni abitino nel podere da almeno un centinaio di anni, non vediamo nessuno dei fratelli di Callisto quindi anche il loro nucleo è il risultato di una qualche sorta di scissione.

In barba alla negatività, voglio nominare anche qualche aspetto positivo del romanzo. Innanzitutto mi ha stupito non poco la scorrevolezza del testo, a dispetto dell'ampio utilizzo di dialettismi anche al di fuori dei dialoghi; dialettismi che hanno comunque il pregio di rendere la storia in linea con il contesto culturale. Pur non avendole apprezzate appieno, mi sento di menzionare (e lodare!) nuovamente l'accuratezza storica e l'ambientazione realistica, che permettono una buona immersione nelle vicende raccontate. Per ultimo cito l'elemento folcloristico, che si mescola ad una sorta di realismo magico e dona un tocco di colore ad una storia altrimenti in bianco e nero.

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68 Opinione inserita da 68    22 Mag, 2024
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Amore consapevole

…” In questo anno siamo diventati adulti. La felicità è cosa che possiamo prendere semplicemente a piene mani, con gratitudine”…

Il turbolento iter sentimentale di due ragazzi, Ikuo e Momoko, di estrazione sociale differente, destinati a un matrimonio che, ottenuto con difficoltà il benestare delle rispettive famiglie, deve attendere ancora tredici mesi per compiersi, al termine degli studi universitari di Ikuo, colorandosi dell’ imprevedibile respiro di giorni destinati a unirli per sempre.
Un viaggio intimo, frammentario, imprevedibile, irto di ostacoli, un percorso parallelo, separato, divergente di due vite ancora acerbe, indefinite, inconsistenti, nell’ iniziale sentimento di essere catalizzatori del mondo, muovendosi con calma, accompagnati dalla vita in una corrente dolce e tranquilla.
Un rapporto fondato sulla timidezza e tranquillità’ di Ikuo, studente di giurisprudenza che odia la propria debolezza, mentre Momoko, impiegata nelle libreria di famiglia, bella e brava, pensa di amare troppo ma crede fermamente in quel sogno e vorrebbe che lui fosse più aperto.
Un’ unione inconsapevole che sembra percorrere un sentiero definito e destinato all’ ovvio, una declinazione che esporrà la copia alle inevitabili difficoltà del presente, attutendone i contorni di unicità, rivestendola di una routine che pare smorzarne l’ intima essenza.
Il rapporto tra Ikuo e Momoko respira di incertezza, sembra smarrire il proprio senso di profondità, di intensità sentimentale ed emozionale, gli sguardi rubati, il piacere della carne, oltraggiato e percosso da quell’ attesa che ne ha sottratto la passione della conoscenza.
Mentre i mesi scorrono e il traguardo si avvicina, la sottrazione spiritale e corporale declina nelle turbolenze del reale, abbandonandosi a desideri irrefrenabili, a paventate curiosità erotico-sentimentali, artefici sconclusionati del proprio destino, riflesso di altre storie, vittime di complotti e di gelosie, di un mondo che non sa cosa farsene del loro amore.
L’ attesa vive e sopravvive a se stessa per farsi insostenibile, un cammino che scoperchia la bruttezza del reale, riflettendo ai loro occhi la bellezza, l’ unicità, la purezza, la fedeltà del loro amore.
Momoko riconosce in Ikuo lo specchio di una gioventù pulita, in lei sopraggiunge una strana pace, allontanando da entrambi quel senso di inquietudine che fino a quel momento li ha attraversati, rafforzando un legame che li avvicina al comune senso del pericolo rasserenandoli.

…” Due spiriti uniti senza l’ intralcio della carne, due cuore mai così vicini ”…

Yukio Mishima, in questo romanzo giovanile uscito per la prima volta in Giappone nel 1956, appartenente al filone leggero della sua produzione letteraria, costruisce un intreccio intimo, delicato, intenso che pone relazioni e sentimenti al centro della vita dei due protagonisti.
È una levita’ vivida e profonda, tra l’ ironico e il malinconico, sempre presente a se stessa, una riflessione su un reale controverso che cerca di deviare un destino già scritto.
La consapevolezza riporta a se’ una relazione discussa ma indiscutibile, sospinta da una forza intrinseca che certifica l’ indissolubilità e la normale grandezza di un legame siffatto.


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68 Opinione inserita da 68    22 Mag, 2024
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Ieri, oggi, domani


…” Lui fingeva di tornare al suo passato, ma in realtà stava guardando dentro una realtà alternativa, una versione diversa della sua storia, un mondo invisibile”…

Boston, primi anni ‘80, David e Ada, padre e figlia, una dimensione ristretta, forse non una famiglia ma una coppia e adesso neppure quello, gli adulti da sempre il proprio mondo, una donna pagata per essere una madre surrogata.
Questa la quotidianità di Ada sin da bambina, David a capo di un laboratorio che ha creato Elixir, un programma per replicare il linguaggio umano, ore di solitudine, fine settimana condivisi con un genitore che la educa a modo proprio, matematica, fisica, informatica, neurologia, sottraendola a una frequentazione scolastica che ritiene superflua.
Un amore incondizionato per un uomo veloce, arzillo, gentile, affettuoso, pieno di inventiva, la persona più retta che ci sia, un legame fatto di conversazioni, una vita condivisa e appagante, la sola da lei conosciuta.
David e’ l’unico in grado di capirla e conoscerla, eppure Ada soffre l’ assenza di rapporti con i coetanei, anni da sempre trascorsi in un mondo di adulti.
In lei è presente una conflittualità tra la razionalità e scientificità di chi la tratta come un piccolo calcolatore umano e la propria esigenza relazionale, il desiderio di una famiglia all’ interno di un mondo imperfetto, doloroso, emozionale, dal quale David ha sempre cercato di proteggerla.
Come conciliare i due aspetti, un giorno sarà necessario, quando Il padre se ne andrà affidando Ada alle cure di una collega, Liston, che la crescerà’ nella sua casa.
È allora che Ada dovrà rivedere se stessa, il passato, fare i conti con l’ irrazionalità, gli aspetti ondivaghi dell’ adolescenza, amori, relazioni difficili, senso famigliare, di appartenenza, la propria strana unicità, la solitudine, la relazione con una possibile madre e i suoi tre figli, gli scambi interpersonali.
Che cos’è una famiglia e quali dinamiche la attraversano? Dove si trova David, chi è realmente e che cosa gli è successo? E se fosse un impostore che ha ingannato tutti?
Ada ritorna al trapassato ricercando origini sconosciute, si proietta in un futuro lontano sulle tracce paterne, incontra una verità insita nella propria infanzia e una presenza parallela che aleggia sulla propria testa come un fantasma ( Elixir ), ma è l’ unico modo per rapportarsi con David.
Da bambina, al proprio ingresso nella famiglia Liston, ricercava qualcosa, conforto, protezione, cibo, la vicinanza di un adulto ( Liston ) dopo che

…” per la maggior parte della vita si era sentita semplicemente un cervello dentro un contenitore”...

molto tempo dopo continuerà il proprio dialogo a distanza con David, proseguendone gli studi, permettendo a Elixir di rapportarsi con la quotidianità.
La verità fa male, è espiazione, perdono, un nuovo inizio, sguardo differente sul passato e sul mondo. David si era speso nella costruzione di un luogo irraggiungibile e segreto per se’, per Ada e per Elixir, libero da ingiustizie in un mondo che superasse la fallacia e la follia umana perché

…” solo gli esseri umani sono i grado di farsi del male tra loro, solo gli esseri umani vacillano e si tradiscono con frequenza straordinaria e spaventosa”…

C’è un futuro lontano in un mondo invisibile, virtuale ma tremendamente reale che ravviva i ricordi, una felicità sconfinata nel benessere, nel quale l’ intelligenza artificiale ha superato il quoziente intellettivo umano. C’è una creatura in grado di generare immagini, di ricostruire mondi e sensazioni vissute, di attraversare e restituire esperienze, sensoriali, gratificanti, emozionali, una creatura che si nutre di conoscenza.
È immortale, onnisciente, cangiante, perfetta ma in fondo si annoia, interessata alla propria origine primaria, vissuta da essere umano, al proprio creatore, con una storia da scrivere, costruire, raccontare, rivivere, istanti, conversazioni, ricordi, una trama che potrebbe interrompere, cambiare, sostituire, mentre scorrono le immagini di una stanza in cui c’è un uomo che parla…
“ Il mondo invisibile “ è un romanzo stratificato e polimorfo, percorso da sbalzi temporali. Scienza, famiglia, società, umanità, robotica, un linguaggio tecnico e informatico in una dimensione intima e lirica, l’ accurata rappresentazione di un mondo difficile da incasellare e di un futuro già scritto ma aperto alla speranza in un umanesimo dissolto.
Gli strumenti tecnologici sembrano bastare a se stessi, valicare pensiero e rappresentazione umana, mostrare un contingente sfavillante dove tutto appare e nulla è irraggiungibile ma rimane un quid inesplicabile, respiro intrinseco condiviso, un sentimento presente e inafferrabile, unico nella propria non rappresentatività.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    22 Mag, 2024
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Un delitto omofobo

Mancano solo tre mesi alla pensione del caro commissario Bordelli, che passeggia per i vicoli della sua città, rinata dopo la tragica alluvione, vivendola nelle sue infinite peculiarità. La sua relazione con Eleonora ha ripreso in maniera stabile, il suo valido collega Piras è diventato vice commissario, e i suoi pranzi “da Cesare”, nonostante la sua volontà, sono sempre più luculliani.
Bordelli vorrebbe passare questi tre mesi serenamente, ma invece gli capita per le mani un delitto, tanto atroce quanto inutile, perché fine a se stesso; un nobile conte anziano e omosessuale viene ucciso in modo spietato.
Il caso non è poi così difficile, in sé, perché il Conte usava registrare, tramite un magnetofono nascosto in una intercapedine, tutti i suoi incontri “clandestini”, sempre consenzienti. E dall’ultima registrazione Il commissario e il suo vice, possono, purtroppo e per fortuna, ascoltare tutto quello che è successo in quella maledetta sera.
Un giovane “amichetto” del Conte, si fa invitare a casa sua e sul più bello, evidentemente d’accordo con loro, apre la porta a quattro bastardi sconosciuti e omofobi che torturano e uccidono crudelmente il Conte.
A questo punto basta solo un po’ di fortuna per ritrovare” i Quattro dell’Ave Maria”, così si fanno chiamare, e dar loro quello che si meritano.
Bordelli prima di essere un commissario, è un uomo, che ha un profondo senso di giustizia, che spesso valica la legalità, e diventa vendetta. Il più delle volte riesce a frenare questo suo istinto con l’aiuto della sua vita quotidiana, scandita, dall’amore per la sua donna, e l’affetto per i suoi amici, con i quali è assiduo e sempre presente. Non mancano mai infatti le sue famose cene, in cui li riunisce tutti insieme scaldati dalla fiamma, sempre viva, di un camino, un calice di vino, cibi gourmet e racconti di vita vissuta da ognuno di loro.
Grazie a Vichi spesso dimentichiamo il giallo e riflettiamo sulla vita, sul destino, su ciò che eravamo e su quello che siamo diventati, nel bene e nel male. “ …a volte il destino si divertiva a giocare con la vita degli esseri umani…A volte a lor favore, a volte contro di loro.”
Ogni personaggio descritto dall’autore ha una sua etica ed è coerente con essa. Ed è per questo che il lettore riesce ad accettare e ad amare ogni singolo personaggio descritto, per quello che è, da Ennio, che ruba solo ai ricchi, a Dante inventore, immerso nel suo laboratorio fino a tarda notte, passando per il Colonnello Arcieri, il medico legale Diotivede e il fedele e acuto Piras.
Non manca nei romanzi di Vichi l’amore per la natura e per gli animali, frequenti e necessarie come l’aria sono per Bordelli infatti le sue passeggiate col suo cane Blisk, per le colline fiorentine.
Il tutto è condito sullo sfondo da un profondo amore per la cucina toscana.
Infine, ma non per ultimo, la sua passione, oltre che per il racconto, per la lettura. E’ proprio grazie a Vichi che ho conosciuto Alba De Cespedes, che non manca mai di citare in ogni suo romanzo.
“I romanzi gli facevano l’effetto di uno specchio magico: poteva osservare se stesso e anche il mondo che si rifletteva alle sue spalle. In altre parole leggere era come un viaggio, sia nelle lontananze, sia nella propria intimità. Senza nessuna fatica, scorrendo le pagine era costretto a conoscersi meglio… Si poteva quasi dire che per leggere ci voleva un po’ di coraggio.”

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Scienze umane
 
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Ransie_LaStrega Opinione inserita da Ransie_LaStrega    22 Mag, 2024
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La passione per i classici.

Che Guendalina Middei alias il Professor X sia un'amante indiscussa dei classici e della letteratura è fuor di dubbio e palese in ogni riga che si legge nel suo saggio. Amante della letteratura russa e delle opere intramontabili di Dostoevskij e di Tolstoj ne trasmette in maniera, direi eccelsa, ogni particolare descrizione. Chi ha letto Dostoevskij sa benissimo quanto sia scoraggiante imbarcarsi nelle lunghe descrizioni dei suoi romanzi, eppure Guendalina Middei spiega in maniera semplice, chiara e con stupefacente entusiasmo, ciò che l'autore vuole trasmettere al lettore e quello che ha reso l'autore stesso così emotivamente provato, raccontando anche la sua vita e quei curiosi episodi che gli hanno fatto scrivere opere eterne quali Anna Karenina, Guerra e Pace, Delitto e Castigo etc..
Semplice capire che di una passione così forte, l'autrice ne faccia la sua professione: insegnante nei licei. Permettendomi di dire che spero faccia rivivere i personaggi dei classici a tutti i suoi alunni, così come fa con i lettori che "inciampano" nel suo libro "Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera".
L'autrice affronta descrizioni di opere e riflessioni di vita di autori come Leopardi, Manzoni, Mann,la Jane Austen, tutti lasciano un segno nelle loro opere, ebbene, Guendalina è l'insegnante che ce lo ricorda, snocciolando ogni versetto di poesia ed ogni frase nel testo de: " I Buddenbrook".
Forse (e qui è una mia avversione), la parte che mi è piaciuta meno è proprio quella dedicata a Leopardi, ma ammetto che non ho amato particolarmente queste opere durante il periodo scolastico, ciò nonostante è stato piacevole riscoprirle attraverso le pagine di Guendalina Middei.
Elettrizzante leggere quelle conferme che Guendalina Middei analizza minuziosamente circa un George Orwell che attraverso "1984", "La fattoria degli animali" ed altri. Proprio con Orwell si evidenzia quanto la comunicazione sia un enorme potere. Sembra tanto banale ma non lo è. E' ciò che accade oggi senza la possibilità di capirlo realmente, cosa che Guendalina spiega attraverso le trame dell'autore. Il suo viaggio tra i classici continua con Kafka, con Giuseppe Tomasi di Lampedusa ed è piacevole davvero.

Spero che altri si avvicineranno al mondo che Guendalina Middei ha perfezionato con il suo spirito ironico e diretto. In maniera davvero originale sa far innamorare il lettore di Anna Karenina e delle fitte trame della sua tormentata storia. Il saggio del "Professor X" è una conferma di come i classici non moriranno mai e sono sempre presi come spunto di riflessione nella vita di autori e di storici. Il conte di Montecristo di Alexander Dumas, raccontano un pezzo di storia attraverso le avventure travolgenti di Edmond Dàntes. Così Guendalina Middei percorre le strade di Recanati verso la dimora Leopardi e descrive i luoghi del poeta e le sue frustrazioni interiori che ne hanno reso un simbolo del pessimismo.

Aspetto con ansia un saggio di Guendalina sulle scoperte scientifiche di Jules Verne.

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Romanzi storici
 
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    21 Mag, 2024
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Cime tempestose

Sono i giorni di vetro quelli che gelano un cuore di sangue e di affetti, lo ghiacciano in un cristallo rozzo, grossolano, per di più estremamente fragile, e perciò pericoloso.
Un cuore simile non è lastra di sicurezza, malgrado l’apparenza si frantuma, non si polverizza innocuo, si scheggia facilmente in frammenti acuminati, stalattiti, aculei di ghiaccio taglienti come rasoi, e come quelli crudeli.
“I giorni di vetro” di Nicoletta Verna di questo racconta, è un testo magistrale, inteso nel senso di un romanzo che spiega, meglio di ogni saggio specifico, cosa e come è stata un’epoca tra le più importanti, ed infauste, della storia del nostro Paese.
Racconta nei fatti, anzi fa raccontare dalla viva voce di testimoni diretti, seppure romanzati, i giorni dolorosi dell’avvento del regime fascista, a far data dall’assassinio di Matteotti, fino ai primi momenti della liberazione da parte degli alleati.
Nessuno resta com’era, nei giorni di vetro, nelle sventure, ci si distingue: le donne, e quelli come loro che gli si smuove l’empatia, e gli uomini, a cui esce fuori la carogna. Non è un libro di Storia, ma una raccolta di fatti fittamente intrecciati a costituire la Storia, inventa ma dice il vero, talora il verissimo, racconta luoghi, episodi, persone che costituirono la trama di quei giorni, descrive con scrittura limpida, rustica, locale, con una elegante penna agreste e campestre, quanto realmente successo rivelato attraverso, guarda caso, un vetro, uno solo, però da ingrandimento fedele, perfetto e senza macchie, trasparente e veritiero. Tutt’altra cosa di un vetro solido e amorfo, magari confezionato a mo’ di gioiello in un misero pacchettino regalo, che tutt’al più può fungere da infausto memento. Protagonisti principali sono l’orfano Bruno e la stupenda, splendida, luminosissima Redenta, la gemma, la perla, il monile più bello e delizioso dell’intero romanzo, la sola che non è di vetro banale.
In punta di piedi, tranquilla, schiva, silenziosa e attenta, da tutti detta sfortunata e meschina perché tra l’altro colpita dalla polio che le renderà impedita in una gamba, è lei sola l’anima intelligente, il fulcro amorevole, l’epopea eroica di quei giorni, in quei luoghi, con quelle persone, la sola a fronteggiare, con coraggio sovrumano, il Male, farsene carico di persona, e redimere tutti gli altri da quello. La sola a comprendere una grande verità della vita, che il più delle volte se noi stiamo bene non è per merito o per virtù ma perché a qualcun altro tocca stare male al posto nostro. Non avrà epica, nessun finale per lei pari alla resurrezione di Tolstoj, niente lieto fine con Bruno, per lei finanche resterà un mistero incomprensibile lo strano comportamento del suo amato, anche se sarà certissima che Bruno le vuole un bene da morire. Il lettore capirà infine che molte volte ciò che sembra, non è. E altri personaggi ancora tutti splendidamente descritti, sfaccettati, Adalgisa e Primo, la Fafina, Zambuten, Marianna ed Aurelio, e poi Diaz e Iris. Iris come l’opera, non come il fiore, che quella del grande fiume è terra d’opera, opera lirica e opere di fatica dei campi, dove la gente lavora e basta: nei campi, a casa, nel bosco. Brava gente industriosa, onesta, sono terre di borghi, casali, pascoli e coltivati, dove non si ha tempo per il Male, chi non può lavorare perché è troppo piccolo o troppo vecchio, aspetta di crescere oppure di morire in pace circondato da affetti…fin che il Male non si presenta. Viene da fuori, in pompa magna, come a Tavolicci, qui in alto, in cima e ben nascosto saranno cime tempestose, sarà memoria di sangue, di fuoco, di martirio, come altrove, per fatti analoghi, incisero sulla pietra, a monito futuro. Sempre è così nei giorni di vetro, giunge il Male, fa dei giri immensi e poi ritorna, è orbo ma ci vede benissimo, non è misterioso, ha storia propria, cattiveria intrinseca addestrata tra poveretti di pelle scura, neanche è brutto, si ammanta di medaglie ed onori, ha finanche nome e cognome, si chiama Amedeo Neri. Fa il Male, pratica il Male, distribuisce il Male a piene mani, tanto da farti sospettare che stai pagando il tuo, quanto meriti, giacché quel giorno certamente dovevi essere fra chi ha ammazzato Cristo. Invece no, prima o poi l’abbiamo ammazzato tutti, Cristo.
Ma vedete, Lui è come Redenta, redime, riscatta, ci offre ancora una opportunità.
Ai giorni della merla, infatti, di gelo, di vetro, segue sempre l’estate di san Martino.

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Nicoletta Verna
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Lonely Opinione inserita da Lonely    21 Mag, 2024
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Il doblone Brasher

Terzo noir di Raymond Chandler, con Philip Marlowe, pubblicato nel 1942. Il genere hardboiled, è stato creato da Hamlett, con il suo protagonista Sam Spade, e proseguito e portato al successo da Chandler, con il famoso Philip Marlowe.
L’archetipo dell’investigatore privato hardboiled è un uomo duro ma giusto, arrogante con i prepotenti e generoso con i più deboli. Affascinante e seduttivo con le donne, di solito alte belle e bionde, ma che rimane affascinato dalle più timide e poco appariscenti. Sempre senza un soldo perché essenzialmente è un avvocato delle cause perse. Ha una sua deontologia, e non si vende facilmente per denaro. E’ facile alle “scazzottate” ed ha un rapporto sempre ambiguo con la polizia, perché segue una sua linea e non scende a compromessi. Insomma una sorta di eroe romantico.
Questo terzo romanzo ha una trama molto complessa e ricca di personaggi enigmatici. Questa volta Marlowe deve ritrovare, per conto di Mrs Murdock, un’anziana e ricca vedova, un’antica e rarissima moneta d’oro, il doblone Brasher, rubata alla preziosa collezione del defunto marito.
Marlowe segue una buona pista, ma non appena comincia a indagare, si scontra con una serie di, apparentemente, inspiegabili omicidi, che rendono più fitto il mistero. Per svelare l’intrigo scava nei bassifondi di una Pasadena, dall’aria immobile e soffocante, descritta dalla penna di Chandler in modo sublime
“Il mattino aveva un odore pesante d’estate, e tutto quel che cresceva dalla terra era perfettamente immobile nell’aria irrespirabile di quella che, a Pasadena, chiamano una bella giornata fresca.”
Insuperabile nelle sue descrizioni di luoghi e personaggi, Chandler incanta il lettore, che crede di essere di fronte a un giallo, dalla lettura facile e leggera, ma che si ritrova presto a confrontarsi con un vero romanzo, che dimostra che anche un giallo, a questo livello, può essere letteratura “importante”
“La villa era in Dresden Avenue nel quartiere di Oak Knoll, a Pasadena. Era un edificio solido, dall’aspetto tranquillo, coi muri di mattone color borgogna, il tetto di tegole e un motivo ornamentale di pietra bianca. Le finestre della facciata, a pianterreno, avevano i vetri impiombati. Quelle dei piani superiori erano in stile rustico e avevano una cornice di finto granito in stile rococò. Dalla facciata, fiancheggiata da un filare di cespugli in fiore, si estendeva un tappeto verde di circa mezzo acro che scendeva dolcemente verso la strada e a un certo punto pareva stringersi intorno a un enorme cedro come una marea verde intorno a uno scoglio. …Lasciai la macchina in strada, camminai sulle pietre piatte infisse nel verde del prato per segnare il sentiero, e suonai il campanello d’un portico dal tetto appuntito. Un muricciolo di mattoni correva dalla facciata della casa all’inizio del viale. Qui, su una colonnetta di cemento era dipinto un moretto in calzoni da cavallerizzo, con la giacca verde e il berretto rosso. Aveva una frusta in mano e ai suoi piedi, nel cemento, era infisso un anello per legare i cavalli. Aveva una faccia triste, il moretto, come se fosse rimasto lì in attesa per parecchio tempo e ora cominciasse a scoraggiarsi. Mentre aspettavo che qualcuno venisse alla porta, gli andai vicino e gli diedi una pacca amichevole sulla testa.”
E questo è solo l’inizio.
Anche se non all’altezza di “Il Lungo Sonno” e “ Addio mia Amata”, almeno secondo me, è comunque un bel leggere.

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Romanzi storici
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    21 Mag, 2024
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In Romania nel 1940

Harriet e Guy si sono sposati da poco in Inghilterra e stanno raggiungendo in treno Bucarest, dove Guy insegna inglese all’Università. Siamo nell’autunno del 1939 e la Germania ha appena attaccato e invaso la Polonia.

I coniugi Pringle rimarranno in Romania durante quei mesi frenetici e drammatici per la storia dell’Europa e del mondo, trascorrendo le loro giornate tra le attività all’Università, le conversazioni nei bar e i pranzi e le cene nei ristoranti più o meno di lusso, feste e spettacoli teatrali che riuniscono la società autoctona e quella straniera.

La narrazione è in terza persona ma filtrata secondo il punto di vista di Harriet. È attraverso lo sguardo della giovane che anche noi possiamo osservare la capitale rumena nei delicati mesi che vanno dall’autunno del 1939 fino all’inizio dell’estate del 1940. Possiamo conoscere i personaggi che popolano il mondo intorno ai coniugi Pringle, dagli intellettuali inglesi amici e colleghi di Guy, a personaggi a dir poco singolari come Yakimov, un inglese di origini russe dell’alta società ormai decaduto e impoverito, ai rumeni, come appaiono ad una ragazza inglese emigrata in quel luogo nel 1940. L’occhio di Harriet è acuto, sa cogliere e osservare la realtà che la circonda. Nel romanzo sono riportati gli stati d’animo, le vicissitudini, le emozioni e i sentimenti della donna; Manning racconta tramite Harriet la vita in un Paese straniero, le preoccupazioni per la guerra, la conoscenza approfondita del marito, che non c’era stata prima del matrimonio, l’esplorazione di una interiorità che si svela al lettore attraverso descrizioni si situazioni e scarne ma lampanti frasi di commento.

Il racconto di Manning non vuole sviscerare e approfondire motivazioni o dilungarsi sulle cause dei problemi: è più simile a una narrazione per immagini – in effetti l’autrice aveva una formazione alla Portsmouth School of Art come pittrice- suggestivo, dettagliato, nitido, in cui è semplice entrare e è facile comprendere.

« […] Guy entrò di corsa dietro di loro. A causa della lite di quella mattina, per Harriet fu come vederlo con occhi nuovi: un uomo disinvolto dotato di un’ampiezza di vedute e di un’imponenza fisica e mentale disarmanti. La sua stazza le dava l’illusione di sicurezza, poiché quello era, e Harriet se ne rendeva ormai conto: un’illusione. Guy era un porto che si era rivelato troppo poco profondo: non c’era modo di entrarvi. Per lui, i rapporti personali erano accessori. La sua realizzazione risiedeva nel mondo esterno.»

“La grande fortuna” di Olivia Manning è stato pubblicato in Inghilterra nel 1960 ed ora Fazi ce lo ripropone nella traduzione italiana. È il primo volume della trilogia dei Balcani. Non vedo l’ora di leggere anche i prossimi!

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Romanzi
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    21 Mag, 2024
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Attacco di panico

« Ci sono un sacco di cose sulla Terra che considererei magiche se non fossero reali. Sognare, per esempio. Il fatto che i bambini prendano vita all’interno del corpo delle donne; il concetto in sé del concepimento. I castelli. Gli alberi. Le balene. I leoni. Gli uccelli. Gli arcobaleni. L’acqua. L’aurora boreale. I vulcani. I lampi. Il fuoco.»

“Moriremo tutti, ma non oggi”, romanzo di Emily Austin pubblicato in Italia da Blackie Edizioni, ci parla di Gilda, ragazza ventisettenne, canadese, lesbica, atea, che vive la sua vita con grandissime difficoltà. Ha continui attacchi di panico, ansia, depressione. Non riesce a svolgere le normali attività quotidiane né a tenersi un lavoro. Il personaggio di Gilda si inserisce nella scia delle protagoniste millennial della letteratura anglosassone contemporanea, eroine sovrastate dal male di vivere e devastate dall’incapacità di dare un senso a qualcosa che forse un senso non ce l’ha (tanto per citare Vasco Rossi).

Il romanzo è scritto bene e il suo maggiore pregio è proprio l’ironia, le vicende di Gilda sono tragicomiche e mentre ci fanno sorridere ci strappano anche dei pensieri amari. Tuttavia, secondo il mio modesto parere, l’impianto narrativo non è sufficientemente coinvolgente. La protagonista è, in fondo, riuscita letterariamente, ma la trama è scadente, la vicenda piuttosto banale e grottesca. In conclusione quindi, una lettura piacevole ma non particolarmente toccante.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    20 Mag, 2024
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Il romanzo dell'infanzia perduta

Quarto episodio della serie del commissario Ricciardi, ambientata nella Napoli degli anni ‘20, che dipinge una città dai colori grigi e dai toni freddi, in sintonia con la malinconia intrinseca del protagonista, un uomo destinato a camminare nel dolore e ad esserne soffocato. L’indagine ruota attorno alla morte di uno scugnizzo, un bambino come ce ne stanno tanti in questa città, sulla strada, un po' figli di nessuno, un po' abbandonati a se stessi, un po' figli di chi se li trova sulla propria strada e ne può cambiare, nel bene e nel male, le sorti. Interessante è la storia, il Fatto che si rivela in maniera inaspettata, ma più ancora lo è l’evoluzione dei personaggi, anche di quelli secondari. Ci ritroviamo a provare sempre più simpatia per Bambinella, che si rivela essere il centro dell’informazione della città, così come a trovare sempre più irritante Garzo, sempre più schiavo dei poteri forti. Magistrale il capitolo in cui l’autore descrive una domenica sotto la pioggia, con il punto di vista di tutti i personaggi, in una girandola che li tocca tutti, senza dire il nome di nessuno. Un tocco di classe la postfazione, in cui l’autore dialoga direttamente con uno di loro, in questo caso il dottor Modo, in uno scambio che trascende reale ed irreale, Napoli vecchia e Napoli nuova.

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Fantasy
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    20 Mag, 2024
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Appropriazione culturale Q.B.

Mi rendo conto che a volte sono un po' prevenuta nei confronti della narrativa per ragazzi, ma anni ed anni di letture al massimo mediocri sbandierate come capolavori imperdibili mi hanno portato ad essere sempre più diffidente verso questo target. E purtroppo "Rebel. Il deserto in fiamme" non si è dimostrato un'eccezione alla regola, rivelandosi un'amalgama composta da cliché già visti in centinaia di altri libri ed una prosa decisamente infantile. Anche comprensibile, dal momento che si tratta proprio dell'esordio di Hamilton, ma impossibile da accostare alla definizione «straordinariamente originale e affascinante» data dalla CE italiana.

Per inventare il suo universo narrativo, la cara Alwyn unisce un contesto simil-mediorientale tanto in voga nel panorama fantasy una decina di anni fa con degli elementi tipici dei film western, come pistole, ferrovie, miniere e canyon; il tutto viene racchiuso nel quadro del solito governo oppressivo che un manipolo di adolescenti dovrà debellare. In questo scenario veniamo affidati al POV di Amani Al'Hiza, una ragazza proveniente dall'Ultima Contea, dove abbondano soltanto povertà e proiettili; mentre porta avanti il suo piano per sfuggire ad un matrimonio impostole dalla famiglia, Amani incrocia la strada del ricercato Jin con il quale partirà alla volta della lontana Izman, capitale del sultanato Miraji.

Una premessa non troppo originale, ma con del potenziale; potenziale che l'autrice si prodiga per sprecare in ogni modo possibile. In realtà alcuni aspetti riusciti ci sono, seppur risibili e marginali; un esempio è dato dall'idea di far intraprendere un percorso di scoperta interiore alla protagonista, che passa dal coltivare vaghi progetti di libertà personale all'impegnarsi in modo serio per migliorare le condizioni di vita di tutti nel suo Paese. Per quanto bizzarra, ho trovato carina anche l'idea di accostare elementi tanto lontani per arricchire questo mondo fantastico, inoltre ho apprezzato il messaggio egualitario di fondo pur trovandolo eccessivamente didascalico e ripetitivo.

In definitiva, i pregi sono pochi e neppure troppo solidi, quindi passiamo ai tanti tasti dolenti. Partiamo con la narrazione, che ho trovato troppo rapida e caotica: si passa da una scena all'altra senza che i personaggi stessi abbiano avuto il tempo di assimilare gli avvenimenti; lo si vede molto bene nel momento in cui scoprono senza troppo stupore la distruzione di Dassama, ad esempio. La cara Alwyn arriva perfino a saltare a piè pari intere scene, che poi riassumele all'inizio del capitolo successivo; questo dovrebbe forse rendere più scorrevole la lettura, ma a me è sembrato solo una furbata per agevolare il percorso dei protagonisti e passare ai momenti che trovava più interessanti.

A dispetto dello spunto insolito, il world building fa acqua da tutte le parti, sia perché non viene mai chiarito il motivo di questo miscuglio culturale sia per la pesante presentazione, realizzata ricorrendo a lunghi spiegoni piazzati nei momenti meno opportuni. Ad esempio, all'inizio del romanzo la protagonista entra nel negozio dello zio e, dopo averci informato di averlo trovato vuoto, passa ad elencarci tutte le creature soprannaturali che potrebbero entrarci nella notte; una scelta a dir poco bislacca, dal momento che il locale è deserto e non vedremo nessuno di questi esseri fantastici nell'immediato futuro.

Passando ai personaggi, devo dire di aver trovato un eccessivo numero di comprimari, che in un volume dove la narrazione è tanto rapida a passare da un contesto all'altro finiscono inevitabilmente per essere caratterizzati in base a degli stereotipi; inoltre, mi sorge il dubbio che una buona parte di loro sia stata inserita come mero riempitivo e per questo non ricomparirà più. Ovviamente l'insopportabile protagonista non migliora la situazione: Amani è spavalda ed incosciente per il gusto di esserlo, inoltre dimostra una superficialità ed un egoismo non solo imbarazzanti -se consideriamo che l'autrice vorrebbe venderla come un'eroina intrepida- ma anche in contraddizione con le tragedie alle quali ha assistito.

D'altro canto in questo romanzo disgrazie e morti violente vengono superate con estrema leggerezza, perdendo così gran parte della propria carica emotiva. Una carica che non si riprende quando passiamo alla sottotrama romance, sviluppata in maniera eccessivamente veloce e forzata; si percepisce in modo chiaro la mano dell'autrice dietro il presunto innamoramento tra due personaggi con poco in comune e solo una manciata di interazioni degne di nota.

E come poteva l'edizione nostrana non peggiorare ulteriormente la situazione? sia con una traduzione poco attenta, sia con la mancanza di mappa e glossario. Avrei apprezzato anche delle note che chiarissero il significato delle tante parole in arabo; da lettrice, posso anche intuire che la sheema sia una sorta di copricapo, ma sarebbe stato molto più interessante leggerne una chiara descrizione, magari incorporata in modo omogeneo al testo. Va precisato che questo sforzo non è stato fatto neppure nell'edizione originale, e ciò aumenta la mia impresso secondo cui l'autrice avrebbe adattato una storia di stampo distopico al contesto mediorientale per motivi di marketing.

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Classici
 
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Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    19 Mag, 2024
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L'eco

"Gli indiani capiscono se gli vuoi bene o no, in questo non si lascino ingannare. La giustizia non basta a soddisfarli, ed è per questo che l'impero britannico è poggiato sulla sabbia" .
"In quell'esigente paese il vero non è vero, se non è accompagnato dalla bontà" .

Un romanzo assai bello e particolarmente interessante.
Due donne inglesi desiderose di scoprire 'la vera India', durante il periodo 'britannico' . Sono la signora Moore, già parecchio anziana, e Adela Quested, ancora ragazza. Giunte in Oriente anche con l'idea di un futuro come suocera e nuora, col trasferimento di quest'ultima, col matrimonio, in India.
Legate da amicizia e profondo affetto hanno, seppur diverse, entrambe personalità affascinanti.
Altro protagonista è Aziz, giovane medico indiano, già vedovo con tre figli.
Poi c'è l'India che "non è una promessa, è solo un richiamo" e dove "nulla è identificabile, e il semplice fatto di domandare una cosa basta a farla scomparire o dissolvere in qualcos'altro" .
E ci sono le Grotte di Marabar.
Ma che cos'è veramente successo in quelle grotte da segnare così profondamente, benché in evenienze diverse, le due donne ?

Un capolavoro letterario dove realismo e simbolismo si abbinano in splendida fusione , e il contesto socio-culturale e storico-politico interagisce sorprendentemente con le vicende dei personaggi .

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topodibiblioteca Opinione inserita da topodibiblioteca    19 Mag, 2024
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Quando la Storia si mescola con la vita

In quest’ultima fatica letteraria di McEwan si ritrovano molti di quegli elementi che contraddistinguono il noto autore inglese. Innanzitutto lo stile e la prosa assolutamente eleganti ma anche la centralità e la vocazione individuale alla scrittura, già vista in “Espiazione”. Lezioni infatti è anche un atto d’amore verso questa arte, considerando che Alissa, la moglie del protagonista, Roland ad un certo punto del romanzo decide di abbandonare la famiglia (marito e bimbo da poco nato) proprio per seguire questa sua vocazione personale, diventando una scrittrice di fama internazionale, di grandissimo successo editoriale ed osannata dal pubblico. Tra gli spunti su cui riflettere contenuti nell’opera ci sta proprio anche questo aspetto: se può ritenersi giustificabile un comportamento del genere quando il risultato è quello di lasciare ai posteri contenuti letterari dal valore universale (per la risposta si rimanda alla lettura del libro).

Lezioni però è anche molto altro: un romanzo fortemente autobiografico, perché il passato di Roland assomiglia alla vita dell’autore (l’infanzia vissuta all’estero per seguire la carriera militare del padre, gli studi compiuti lontano da casa, fino alla scoperta di avere un fratello sconosciuto). Una storia di vita raccontata anche avvalendosi di flash back, dall’infanzia fino all’anzianità di Roland, con sullo sfondo gli eventi più importanti della storia del XX° e XXI° secolo come ad es il secondo Conflitto Mondiale, il Nazismo in Germania e il movimento della “Rosa bianca” che cerca di contrastarne l’ascesa, la caduta del muro di Berlino, il governo Thatcher nel Regno Unito, la centralità delle tematiche ambientali ed anche il lockdown causa Covid. Con la percezione che gli avvenimenti storici e gli stati d’animo dell’opinione pubblica mondiale sembrano in qualche modo accompagnare i dubbi, i momenti di estasi ed i tormenti del protagonista, che sembra capire troppo tardi qual è il segreto dell’esistenza (“Ecco come ci si può mettere con successo alla guida della propria vita, pensò Roland. Facendo una scelta, imparando ad agire! Era questa la lezione. Peccato non avere conosciuto il trucco molto tempo prima").

La vita di Roland è condizionata innanzitutto dalla crisi globale dei missili di Cuba che sembra irrimediabilmente condurre l’umanità verso il baratro. Ed è da queste premesse che Roland adolescente inquieto farà quel passo che condizionerà la sua esistenza futura: affidarsi a Miss Cornell, la sua insegnante di pianoforte che lo svezzerà si all’età adulta svelandogli i piaceri più viscerali, ma che al tempo stesso abuserà del suo ruolo dominante assoggettandolo al suo volere (“I loro ruoli, maestra, allievo, le gerarchie e la prosopopea della scuola...era tutto soltanto un diversivo che doveva tenere la gente lontana da questo”). Lungo l’intero corso della storia sono le figure di Miss Cornell, e di altre due donne, rispettivamente la madre (succube del marito) e la moglie Alissa (che non esita ad abbandonarlo dopo il matrimonio per seguire la sua volontà di diventare scrittrice) a condizionarne le scelte, obnubilando in qualche modo la sua volontà e facendo emergere un’indolenza esistenziale a scapito di un talento (musicale in primis) che così risulta inespresso.

Nelle circa 600 pagine del romanzo (forse unico vero neo in quanto a tratti Mcewan dà l’impressione di tergiversare eccessivamente allungando un po’ il brodo della narrazione) l’autore riesce così a coniugare un racconto che mischia sapientemente gli avvenimenti della storia (con la “S” maiuscola) a quelli individuali, tratteggiando una vita in cui è possibile ritrovare quelle indecisioni, quei dubbi e rimpianti che forse accomunano le esistenze di molti.

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    17 Mag, 2024
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…e fuori nevica

Con “Pioggia”, l’ultimo suo romanzo seriale che vede per protagonisti gli oramai noti operativi di polizia in organico al commissariato di Pizzofalcone in Napoli, Maurizio De Giovanni non intende riferirsi solo alla precipitazione atmosferica uggiosa e torrenziale, malgrado la persistenza della stessa che, pressoché incessantemente, fa da sfondo, da scenario acqueo vaporizzato, alle vicende narrate.
E lo dichiara subito, già nelle prime righe: la pioggia la intende come sentimento.
La pioggia qui fa solo da unione, è come un denominatore comune, i fatti accadono velati dalle gocce più o meno grosse e fitte, e vengono descritti come dall’esterno di un acquario; tuttavia, la loro visione non risulta affatto distorta, le vicende fluttuano regolarmente in onde sinuose ed eleganti, scorrono in un mezzo comune.
I rovesci riversati dai nuvoloni grigi, per quanto scrosci continui ed insistenti fino all’ultima pagina, sono essenziali alla trama perché sono perturbazioni, certamente, ma dell’anima dei personaggi.
Sono cateratte d’acqua che scuotono il telaio interiore di protagonisti e comprimari, molto più che rivoli tumultuosi che, come cascate, si scaricano per devastare strade, paesaggi e intelaiatura di una città a torto considerata desueta a certi accadimenti atmosferici. Niente luoghi comuni, in questa storia, niente se non piove ora quando, la terra vuole acqua, o simili. “Pioggia”, qui e ora, non è un romanzo, nemmeno un giallo in senso stretto, è un sentimento, De Giovanni incanta con la storia dell’acquazzone intrinseco ed improvviso che talora tuona in chiunque di noi, e rivolta a galla ricordi, pensieri, rimpianti, rimorsi. Il bene compiuto è bello pesante, sta a fondo, non riemerge, ma il male è banale, perciò fatuo e leggero, galleggia, e scatena tempesta.
I fatti del passato, allora, qualsiasi superficie riflettente come uno specchio d’acqua te li presenta a chiedertene conto, ammenda e spiegazione; si scatena nel proprio interno un’alluvione di sentimenti che tutto travolge e rivolta, portando in vista alla propria coscienza, alla personale consapevolezza, umori sopiti, brividi improvvisi, emozioni dimenticate di vario colore, spesso quelle più nere.
Non è una tempesta che, ritiratosi le acque, lascia al suolo nel suo rifluire negli argini del limo buono e fertile, è temporale invece che fa male, acqua che può trasmutarsi in geyser, erutta bollente dal profondo allorché trova il canale adatto per riversarsi all’esterno, e scotta, fa male. Spinge ad uccidere, e così ustiona vittima ed assassino, li deturpa entrambi. “Pioggia” è rivoluzione, è il leit motiv della trama, ciascuno a suo modo, protagonisti e comprimari, si misurano con quella e con quella interagiscono, l’acqua funge da collante, è il bacino liquido e turbolento nel quale sussultano le vicende, sia quelle della vittima nonché quelle intime e personali dei componenti il team investigativo. Cosicché si creano storie nella storia: dapprima le indagini su un delitto, che di per sé investigano non tanto sulla morte della vittima, ma sulla sua esistenza in vita, poiché solo in quella si possono rinvenire i motivi che hanno portato al fatto delittuoso. Quindi, si sonda tutto quanto a conoscenza di vicini, parenti, comparse e sodali della stessa. In parallelo, si saggiano le vicende personali dei componenti della squadra poliziesca, nata come una sorta di parcheggio di derelitti, se non di discarica, di elementi scomodi di vari distretti di polizia sparsi per il comprensorio metropolitano. Rivelatosi invece un tutt’uno abile ed affidabile, per aver raggiunto lusinghieri risultati professionali sul territorio, e però ancora in discussione, ancora sulla corda e costretti ad industriarsi sempre una spanna buona sopra l’eccellenza a pena di scioglimento, con la solita motivazione di invidiose meschinità politiche. Riuscendovi alla grande, facendo leva sul sentimento di unione che li contraddistingue, dimostrando con i fatti che se la pioggia fa da unione, l’unione fa la forza, raggiungono risultati e soluzioni esclusivamente agendo da squadra solidale.
“Pioggia” è un racconto di sentimenti allora, e perciò è un bel raccontare: poiché De Giovanni in questo eccelle, non tanto nel creare intrighi polizieschi, in cui comunque si sbriga alla grande, ma perché ha bella penna nel delineare i meandri dei sentimenti, è il campione del sentimento principe della sua città, la sensibilità. Ascolta con attenzione gli umori della sua città, ricettiva e empatica, riversandoli su carta ha creato un format fortunato, che si ripete da qualche volume e però funziona sempre, miscela alla grande passione e sentimenti, ordine e rigore, azione e reazione, sprazzi di umorismo e momenti di autentica solidarietà, si destreggia con bravura, esperienza, tecnica e maestria, i suoi sono libri già visti e sempre nuovi, sempre graditi, poiché i buoni sentimenti, certi valori, alcune virtù, fanno giri immensi, magari si bagnano, poi tornano. Ci ritornano: come il senso dell’amore per i propri figli.
Perciò, magari fuori non solo piove, ma nevica, non importa, non vale a fermarli, si industriano spasmodicamente per i propri figli l’ispettore Giuseppe Lojacono con la giovane Marinella, sotto la pioggia battente; l’agente Francesco Romano con la piccola Giorgia, sotto la pioggia fortissima; Elsa Martini, ed il PM Diego Buffardi con la loro figlioletta, l’incredibile Vittoria, sotto una pioggia incessante; finanche l’avvocato Leonida Brancato, con il proprio figliolo Giancarlo e con la figliola acquisita, Brigida, che in realtà è la nipote, sotto una pioggia improvvisa; il boss della camorra Saverio Sibillo con il suo degno figlio Gennaro, travolti da una pioggia tumultuosa, e Ottavia Calabrese con lo sfortunato Riccardo, sotto una pioggia struggente; Adolfo di Nardo e la moglie Nora, genitori dell’agente Alex Di Nardo, sotto una pioggia preoccupante.
E altri, ma inutile tirarla a lungo oltre, lasciamo fare alla pioggia, tanto, prima o poi, smette. Per poi riprendere, a tempo debito, sono cose della vita.

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Maurizio De Giovanni
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Mag, 2024
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Un sabato finito tragicamente.

Questo romanzo di Camilleri, già pubblicato nel 2009, è molto diverso dalle consuete storie dell'autore cui siamo abituati e che hanno sempre riscosso grandi consensi. Dimentichiamo il commissario Montalbano ed i suoi simpatici scagnozzi, così come il dialetto siciliano, ed entriamo con circospezione in tutt'altra atmosfera: siamo in una città non definita, i personaggi principali sono sette, tre coppie male assortite ed un amico, appartenenti a ceti sociali benestanti, con problemi di convivenza o personali irrisolti e sempre sull'orlo del fallimento. Pesano sul loro presente traumi che si trascinano dall'infanzia: un'infanzia che Camilleri inserisce nel racconto e che trascorre costellata da incomprensioni, litigi, comportamenti sessuali deviati da parte di una madre e di uno zio e addirittura sospetti di eventi delittuosi.
Ed ecco i nostri protagonisti: sono Matteo e la compagna Anna, Fabio con Giulia, Andrea con Renata e infine Gianni, gay solitario, con il quale Matteo, ai tempi del liceo, aveva avuto fuggevoli rapporti. Ed è proprio un Gianni redivivo che fa pervenire a Matteo, alcune foto compromettenti, ricattandolo e sconvolgendo la sua vita: Gianni vuole rivedere Matteo, cerca di minimizzare mentendo, ma, ormai, le voci si rincorrono, altri amici del giro forse sanno, si crea un clima di sospetti e paure. Si giunge al "sabato" del titolo: un incontro conviviale delle tre coppie al quale partecipa Gianni avrà un'inaspettata conclusione, degno colpo di scena finale che, in sostanza, vorrebbe essere una denuncia della deriva morale di una certa società contemporanea all'inizio del terzo millennio, una società fluida, instabile, priva di valori morali consolidati e di certezze. Nessuna speranza di riscatto, secondo Camilleri, soprattutto in presenza di un ambiente sociale vittima di infanzie traumatizzate, vissute tra orrori e vessazioni di ogni genere.
Il messaggio appare quindi chiaro: il comportamento da adulti può essere influenzato da quello che ognuno di noi si porta dietro dall'infanzia, tanto più quanto più l'infanzia è tribolata e povera di affetti. Camilleri stigmatizza così i suoi personaggi, talora esagerando, accentuando i toni fino a trasformare alcuni dei protagonisti in veri e propri simboli di un mondo malvagio e corrotto: a questo proposito cito solamente Renata, la compagna di Andrea, una ninfomane senza ritegno che perseguita in tutti modi Matteo, di cui è invaghita, pretendendo prestazioni sessuali in qualsiasi circostanza.
Dove invece Camilleri eccelle è nello stile narrativo, volutamente essenziale, scarno, privo di inutili fronzoli: ritroviamo qui il vero Camilleri, quello dei polizieschi di Montalbano, dove l'azione è tutto e la freschezza narrativa si impone.


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I libri di Camilleri che non hanno Montalbano come protagonista.
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    17 Mag, 2024
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I classici e il loro fascino

«[…] Leggere un classico è come entrare in profonda intimità con un estraneo. Nell’atto della lettura crolla ogni barriera, ogni resistenza; cade ogni finzione, e quell’estraneo ti diventa caro come un vecchio amico. E così i classici sono quei libri che non ti stanchi mai di leggere e rileggere, e che senti di dover sottolineare a ogni riga. Li ricordi anche a distanza di anni, perché ormai fanno parte del tuo essere.»

Dopo “Clodio” e “Intervista come un matto” Guendalina Middei torna in libreria con “Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera. L’arte di leggere i classici in dieci brevi lezioni”. In quest’ultima fatica l’autrice si interroga e ci interroga su molteplici quesiti, ma ci offre anche delle risposte ai tanti interrogativi.

Ci siamo mai chiesti perché torniamo ai classici anche se ormai sono passati decenni se non secoli dalla loro prima pubblicazione? Ci siamo mai chiesti perché li consideriamo quasi implicitamente una “garanzia” di lettura?

Il classico fa parte del nostro patrimonio culturale e sociale e fa parte di una dimensione tanto filosofica quanto sociale che ha plasmato l’immaginario collettivo che per effetto finisce con l’empatizzare e rispecchiare il proprio vissuto in quelle determinate vicende. Se da un lato vi è un effetto immedesimazione, dall’altro vi è un effetto emozione perché questi libri ne suscitano in noi un coacervo. È impossibile allora non amare i classici e questo perché sono uno strumento che ci parla e ci dice tanto di noi.

Il viaggio in cui ci conduce Guendalina Middei è un percorso molto originale che ci accompagna con mordente e passione passando per quelli che sono nove grandi della letteratura. Da Leopardi, a Tolstoj, passando per Manzoni, e ancora Mann, Kafka, Dostoevskij e tanti altri riflettiamo su quelle che sono le illusioni in particolare di una società moderna che fatica ad affrontare il presente.

Un piccolo grande saggio è “Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera. L’arte di leggere i classici in dieci brevi lezioni” che sorprende e incuriosisce, che solletica la voglia di sapere e di trovare risposte alle tante domande spesso irrisolte.

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barbara.g.76 Opinione inserita da barbara.g.76    16 Mag, 2024
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LE APPARENZE: OVVERO L'IMMAGINE CHE GLI ALTRI HANN


2 Luglio 2022. Due ladri stanno per rapinare un'importante gioielleria di Ginevra. Ma questo non sarà un colpo come tutti gli altri.
Venti giorni prima, la bella e conturbante Sophie Braun sta per festeggiare il suo quantesimo compleanno; la sua vita sembra essere perfetta: abita in una lussuosa casa di vetro nella periferia di Ginevra con il marito Arpad e due figli. Poco distante da loro vive la famiglia Liegeran, Greg di professione poliziotto, Karine la moglie, commessa in un negozio e i loro due figli. Greg e Karine sono ossessionati dai vicini, dalla loro vita perfetta...in particolare Greg, comincia sistematicamente a spiare Sophie in ogni momento, la ammira....la desidera..
Un altro uomo misterioso spia la famiglia Braun; nel giorno del compleanno di Sophie si presenta con un regalo che sconvolge le vite dei protagonisti.
I segreti che Arpad e Sophie custodiscono si svelano piano piano in un'altalena di fatti presenti e passati dando vita ad una trama in cui "niente è mai come sembra" e "tutto è il contrario di tutto"...
.
Considero questo romanzo come "una perfetta evasione dal quotidiano". La trama è piacevole lo stile dell'autore sempre impeccabile, fatto di colpi di scena continui, stravolgimenti dei personaggi, sempre pronto a calare l'asso nella manica e quindi, rimescolare le carte.
Tuttavia, avendo letto quasi tutti i suoi romanzi e potendo fare una sorta di paragone, posso dire che i protagonisti di "Un animale selvaggio" sono ben diversi dai carismatici Harry Quebert, o Markus Goldman o Stephanie Mailer .... Pur avendo un passato.alle spalle che li caratterizza e li trascina nel presente della trama, essi, appunto, risultano un po scontati e troppo presi dai loro intrecci amorosi...
Il tema predominante è senz'altro quello del "niente è come sembra" perché davvero in questo romanzo le apparenze sono protagoniste, quasi a voler criticare una società che qui pone le sue radici.

Merita come lettura di evasione, ma è lontana dai precedenti romanzi che mi avevano catturata maggiormente.
.

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consigliato per una lettura distensiva, poco impegnativa
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    16 Mag, 2024
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Tra fantasmi e libri

«[…] Era come l'inizio di ogni spettacolo in cui le strade si svuotano e qualcosa di terrificante emerge dalla nebbia o dal fuoco.»

George Floyd è stato ucciso da un poliziotto bianco. Rabbia, guerriglia urbana sono all’ordine del giorno in quel di Minneapolis a causa di questo evento scatenante, seppur sia la primavera del 2020 e seppur sia un momento cruciale per il mondo che si avvia ad affrontare quella che sarebbe stata la pandemia da Covid-19 con tanto di lockdown.
Tookie, protagonista di queste pagine, è una donna di mezza età, ha un passato turbolento e molto complesso, ed è una figura che si ritrova a fare ci conti con il ritorno di una cliente della libreria, Flora, morta d’infarto. La nostra eroina ha un passato che la vede reduce da una condanna e che la riporta alla realtà in un contesto dove è costretta a fare i conti con tragicomiche figure spettrali.
Da questi brevi assunti ha inizio una storia dove suspense e tensione crescono in parallelo con black-humour, ironia e riflessioni interiori. Quel che ne emerge è infatti una vicenda composta da molteplici fili tra loro intessuti e dove la protagonista, ma anche il lettore, sono chiamati a interrogarsi e a cercare risposte alle tante domande.
Un po’ come già nella cultura indiana che nella sua struttura dialogante “include forme intricate di relazioni umane e infiniti modi di scherzare”. E forse gli orrori, la brutalità della polizia, vite rovinate da errori, possono davvero trovare una redenzione e abbracciare una nuova realtà. Da qui anche la metafora del Covid come un fantasma silenzioso che colpisce, abbraccia e miete vite umane.

«Cosa succede quando lasci durare troppo a lungo un regalo insoddisfacente? Diventa tutta la tua storia.»

“L’anno che bruciammo i fantasmi” della Erdrich ha anche un altro pregio: al suo interno contiene letteratura pura con tanti rimandi ad altri libri che, se non letti, finiscono irrimediabilmente in TBR.
Tuttavia, questo può essere anche l’elemento destabilizzante della lettura. Eh sì, perché se il libro inizia come un crime che incuriosisce e si vuol leggere per scoprire il mistero che si cela, dopo, nella sua seconda parte, diventa altro, si trasforma in un romanzo in cui si parla di libri e di letteratura pura. Non che questo sia un lato negativo, ma certamente se chi legge si aspettava altro e si era focalizzato sulla prima parte, è un elemento destabilizzante che rischia di far perdere di interesse alla narrazione.
Nel complesso, però, “L’anno che bruciammo i fantasmi” di Louise Erdrich resta una lettura piacevole e pungente e questo anche grazie a questo stile narrativo vivido, magnetico e scanzonato.

«Quando siamo giovani, le parole sono sparse intorno a noi. Come loro sono assemblati dall'esperienza, così lo siamo anche noi, frase dopo frase, finché la storia non prende forma.»

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