Dettagli Recensione
Tullio
1943. Roma, quartiere di San Lorenzo. Le bombe cadono senza sosta, il terrore è diffuso, la vita è un alito, un sospiro che può venire meno da un momento all’altro. Tullia ha sei anni quando assiste al crollo della sua abitazione, ha sei anni quando inizia a sentire i morsi della fame e dell’indigenza, quando diviene preda e vittima della malattia mentale della madre, Rosa. Rosa che è incapace di qualsiasi forma di sentimento, di amore, di emozione. Rosa che è l’unico punto fermo che le resta dopo la morte prematura di quel padre venditore ambulante di spazzole per i capelli della quale la piccola diventa inconsapevole erede. E così, per aiutare la famiglia nei suoi bisogni primari e stante l’incapacità di farlo di quella donna alla quale non vuole assomigliare nemmeno alla lontana, ecco che si avvia per le strade e i sobborghi di quella capitale che può offrirle poche briciole per sfamare i fratelli.
«Non sarebbe stata felice in nessun luogo, e s’infuriava per questo. Scappava dalla guerra ma se la portava dietro, una vita in trincea senza ragione.»
Per ogni capitolo, un anno. Per ogni capitolo, un avvenimento che segna la vita di questa protagonista così intensa e provata dall’esistenza che la circonda. Alla fine, la scelta inevitabile: andarsene. E risvegliarsi ragazza madre. Perché Roma non è una madre più gentile e affettuosa di Rosa, è al contrario un luogo pieno di ostacoli, di pericoli e di peripezie. Tra case popolari, fabbriche, lotte operaie, decadenza, urbanità, rivendicazioni sindacali, un inarrestabile fatalismo popolare e la voce di quella madre che continua a essere una presenza costante, di troppo, in quella mente che continua a risentirne la presenza quasi come se questa fosse uno spettro. Tullia deve sopravvivere, non può e non deve arrendersi. Trasforma il suo sacrificio in forza, il suo orgoglio diviene la sua principale arma alla dignità.
Conosciamo la nostra eroina venditrice ambulante, la riscopriamo lavandaia e ancora cuoca. Assistiamo al suo rapporto con Marzia, la figlia e con lei torniamo indietro nel tempo rivivendo quegli anni che per prima hanno visto l’adulta ribellarsi a quel che la circondava.
«Ma lei restava ferma, instupidita, pazza del niente che le aveva lasciato la guerra.»
Caratterizzato da una scrittura evocativa, potente, che arriva e resta, “Niente per lei” è un romanzo che ci fa riflettere e che ci invita a non arrenderci quando le difficoltà sembrano volerci piegare a ogni costo. È un elaborato intriso di emozione, di sentimento, è vivido e tangibile con mano stante la sua interezza. È un componimento che affronta quelle ferite mai cicatrizzate e che si snodano sul principio de “mors tua vita mea”, un imperativo che è costante in tutto il volume e che fa della voce narrante un eco nella mente.
Uno scritto che ha inizio a Roma, San Lorenzo, nel 1943 e che termina a San Lorenzo, Verano, nel 1990. Uno scritto che scatta una fotografia su quasi mezzo secolo e che ricostruisce con accuratezza e precisione l’Italia dagli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale sino a intessere le basi per quella – al tempo della narrazione – prossima Seconda Repubblica.
«[…] Le figlie che lasciavano le madri in manicomio per diventare madri a loro volta. La stessa speranza di sopravvivenza che divideva invece di unire.»