Dettagli Recensione
Arte, artisti, vita…
Un artista che comincia a realizzare dipinti capovolti in un mondo intatto ma libero dalle costrizioni della realtà, una tela per affermare e rappresentare se’ e gli altri, il misterioso suicidio di un uomo in un museo che innesca un dibattito su arte, vita, violenza, paura, genitorialita’, la scomparsa di una madre dopo lunga malattia causa di una dolorosa presenza e di un senso di rinascita dietro lo sguardo di una cinepresa.
Momenti e contingenze per affrontare e interrogarsi su arte e vita rifacendosi a un passato ingombrante, la voglia di essere, di esprimersi, rinascere, comunicare, misteri irrisolti, quesiti importanti, gravati dal peso di un contratto sociale in atto.
Assenze presenti, presenze assenti, quanti volti in un’ opera immaginata, creata, guardata, letta, condivisa, vissuta dentro.
L’ arte espressione di se’, della propria storia, angolo privilegiato da cui osservare il mondo, libera essenza, un modo di leggersi dentro, scrutare l’ imperscrutabile, rifugio per l’ anima, un tempo in cui sostare per non vivere, semplice rappresentazione e narrazione del reale.
Arte ed artista, binomio di compromessi oggetto di un egoismo che tralascia la personale idea di famiglia, assoggettando il femminile a un’ idea inespressa di genitorialita’.
Nel mezzo un reale in cui sostare, in cui una donna viene improvvisamente assalita per strada da un’ altra donna insinuando in lei un profondo malessere fisico e mentale, generando una controfigura che vaga per il mondo al suo posto.
L’arte può richiamare se stessi, farsi lettura privilegiata, esprimere sofferenza, una peculiare modalità espressiva, esposta agli occhi di chi la guarda, e se fosse semplice espressione del proprio egoismo?
Può il non amore di una madre generare l’ amore dei propri figli quando la sua capacità di ferirli è illimitata, vissuti da sempre in uno stato di completa solitudine, avvezzi all’ invisibilità?
Può una cinepresa diventare un nascondiglio sicuro da cui guardare senza essere visti, la morte restituire vita alla vita, l’ uso della violenza essere legittimato, convivere con la paura, desiderare un figlio come retaggio della propria infanzia, pervasi dal terrore di vivere?
Può una donna rinunciare a se stessa e all’ intimità famigliare per favorire l’ espressione artistica di un coniuge geloso della propria libertà, contribuendone al successo e reclamandone una parte tutta per se’?
Il corteo inscena una giostra di sensazioni forti, aspre, vivide che sgorgano dal profondo per sostare in una superficie apparente, momenti riconducibili al cuore dell’ esistenza, domande inevase, una galleria eterogenea di protagonisti, picchi di ingegno, di sensibilità, situazioni occasionali, contingenti, paradossali che richiamano istanti fissati dai ricordi, su tela, dall’ occhio di una cinepresa, da una presenza legittimata.
Rachel Cusk e una scrittura apparentemente fine a se stessa, lunghi monologhi non condivisi, digressioni afinalistiche mentre si cena in compagnia gustando un buon vino, percorsi dalla lontananza, turbati da un gesto estremo legittimato dall’ espressione artistica nella propria misteriosa presenza.
Una prosa ricca in un palcoscenico minimale, tocchi essenziali tra spirito e materia, una complessa sovrastruttura psicologica che ogni volta ridefinisce se stessa, un disordine organizzato con un forte senso di incompletezza nel tormentato viaggio del profondo che lo caratterizza.