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Romanzo poetico a cavallo tra due epoche
“C’era una volta una casa, una casa antica, che si chiamava 'la casa della moschea'. Era una grande casa, con trentacinque stanze. Lì, per secoli, famiglie dello stesso sangue avevano vissuto al servizio della moschea”.
Con questo incipit fiabesco che ricorda un po’ i racconti mediorientali de “Le mille ed una notte”, ci si approccia a questo libro dello scrittore iraniano K. Abdolah, emigrato in Olanda ed esule dal suo paese per sfuggire alle persecuzioni del regime. La casa della moschea è una storia narrata con l’intento principale di testimoniare e fare arrivare al lettore una storia assolutamente realistica e credibile sull’Iran, in un momento storico fondamentale per la storia del Paese legato alla caduta della monarchia filo occidentale governata dallo Scià ed al successivo insediamento di un regime teocratico autoritario guidato dall’ayatollah Khomeini. Merito dell’autore è quello di seguire un percorso romanzesco molto delicato, tratteggiando un’atmosfera quasi magica in cui viene messa al centro della vicenda la figura del capofamiglia Aga Jan, ricco mercante di tappeti proprietario della casa (e della moschea che dà il titolo all’opera) in una città importante dell’Iran. Aga Jan è rappresentante di un Islam moderato in cui i valori della tradizione persiana sono vissuti nel pieno rispetto dell’altro. Accanto al protagonista sfilano tanti personaggi, a partire dalla moglie dello stesso, per poi proseguire con i vari Imam che guidano la moschea, altri parenti, senza dimenticare le due domestiche della casa. Il tocco sapiente di Abdolah permette di intrecciare un racconto in cui si parla di matrimonio, fede, vita quotidiana in un contesto nel quale, pur prevalendo le dinamiche tradizionali (basti pensare alle varie citazioni delle sure del Corano riportate in molti capitoli del libro), si percepisce il momento di “passaggio” rappresentato da quei frammenti di vita occidentale che cercano progressivamente di penetrare nel paese, come ad es. l’arrivo delle prime televisioni, l’apertura di un cinema.
Eppure ad un certo punto tutto questo meccanismo crolla, di fronte al successo della rivoluzione islamica, all’affermazione di una spirale di violenza finalizzata all’instaurazione della Sharia. Tutto questo meccanismo è sintetizzato dalle parole dell’illuminato e mite Aga Jan, che assiste senza potere ostacolare il traumatico capovolgimento, provando altresì sulla propria pelle la sofferenza di una perdita familiare a causa della dittatura (“È successa una rivoluzione, Faqri, questo non è solo un rovesciamento del potere politico, qui si è capovolto qualcosa nella testa della gente. Stanno per succedere cose che nessuno di noi avrebbe mai immaginato in una vita normale. La gente commetterá atrocità terribili. Guardati attorno, non vedi come sono tutti cambiati? Le persone sono quasi irriconoscibili. Non si capisce se si sono messi una maschera o l'hanno gettata").
Un libro da leggere per svariati motivi ed imparare a non temete l’Islam considerata la (tanta) poesia di cui è permeato: innanzitutto per lasciarsi trasportare dalle ambientazioni familiari quasi fiabesche in cui il lettore riesce a sentirsi un ospite all’interno della casa della moschea, quindi per vivere un’avventura come si trattasse di un viaggio turistico, infine per approfondire la questione politica e comprendere meglio come l’Iran di oggi sia la diretta conseguenza dei fatti narrati.
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L'unico suo libro che ho letto, "Viaggio delle bottiglie vuote", è ambientato in Olanda. Ma c'è anche lì un 'omaggio all'Iran' tramite la figura della madre.