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OMAGGIO IMPERFETTO A VIRGINIA WOOLF
La peculiarità de “Le ore” è costituita dall’intrecciarsi di tre distinte storie, divise tra loro da decenni di distanza e unite da un unico elemento in comune, il romanzo “La signora Dalloway”. “La signora Dalloway” è infatti il libro che Virginia Woolf sta scrivendo e di cui seguiamo le prime fasi della creazione, quello che la casalinga californiana Laura Brown sta leggendo e di cui l’editor newyorkese Clarissa Vaughan sembra quasi essere, fin dal nome di battesimo, la reincarnazione moderna. E’ difficile dire esattamente cosa penso dell’opera di Cunningham. E’ indubbio che lo scrittore di Cincinnati possieda la sensibilità (non certo lo stile!) di Virginia Woolf, ma l’operazione tentata con il suo romanzo ha un che di troppo artificioso, di progettato a tavolino. Intuiamo facilmente che dietro alle sue pagine c’è un ampio studio delle biografie dedicate alla famosa scrittrice e una minuziosa e devota lettura del suo capolavoro del 1925. Trovo anche del tutto pertinenti i dubbi di Virginia Woolf sulla sorte della sua protagonista, nella quale l’autrice inizialmente mette tutta la propria disperazione, enorme e tragica anche se scaturisce da qualcosa di apparentemente insignificante, ma che poi sceglie di “salvare” creando un suo doppio, un alter ego (Septimus) che si sacrificherà inconsciamente per lei, suicidandosi. Vita e finzione, realtà e arte si fronteggiano, si condizionano e si nutrono a vicenda, in un parallelismo che fa scaturire innumerevoli spunti di stimolante riflessione. I due poli della dialettica woolfiana sono quelli della normalità e della follia, declinata quest’ultima in un’accezione in cui è compreso lo stesso genio artistico, la capacità di assorbire tutte le impressioni e le sensazioni della vita anche a scapito della propria salute mentale. Da ciò deriva la contiguità con la morte (“Oh, pensa Virginia, appena prima del tè, ecco la morte”, che è poi la stessa frase pronunciata da Clarissa Dalloway durante il suo party quando viene a conoscenza del suicidio di Septimus), e di qui il sacrificio dell’uomo di genio a favore della mediocre umanità per consentire ad essa di poter godere, per tramite dell’opera d’arte, dell’esistenza. Questo è il significato più profondo de “La signora Dalloway” visto attraverso gli occhi della sua autrice: una profonda nostalgia nei confronti di chi è capace di godere dell’attimo e amare la vita accettando i propri limiti e la propria finitezza, espressa da colei che è vittima invece di una sorta di maledizione, quell’attrazione fatale verso l’al di là (inteso come morte, ma anche come superamento dei limiti insito nella creazione artistica) che toccherà il suo culmine nel suicidio per annegamento.
Quando si passa agli episodi “moderni” di Laura Brown e di Clarissa Vaughan iniziano i problemi, perché se la scelta di creare un doppio “in minore” della scrittrice nella figura della frustrata casalinga è ancora sufficientemente efficace nel mostrare stati d’animo autonomi, sempre sul punto di prendere la via di scelte drastiche ed estreme (la fuga dalle responsabilità domestiche e familiari, il ripudio del fallimento esistenziale per mezzo del suicidio) oppure di rientrare nella routine di tutti i giorni, la riproposizione mimetica della giornata londinese della signora Dalloway nelle 24 ore della sua omologa americana ha troppo l’aria di un ricalco forzato, se non proprio pedissequo. Infatti a Clarissa Vaughan (chiamata Dalloway dal suo amico Richard) vengono fatte vivere da Cunningham le stesse identiche, precise, esperienze che costellano “La signora Dalloway”. A partire dagli episodi della giornata (la passeggiata per comprare i fiori, l’incontro con Walter Hardy alter ego di Hugh Whitbread, la visita di Louis-Peter Walsh, ecc.) fino ai singoli personaggi (Richard-Septimus, Sally-Richard, Julia-Elizabeth, ecc.) tutto è identico, fin nei minimi particolari (anche se non nello spirito) al capolavoro di 70 anni prima. Il fatto è che in questa “signora Dalloway fine XX secolo” tutto subisce un’attualizzazione che, come spesso capita in operazioni del genere, immiserisce non poco il soggetto. Infatti sembra che Cunningham, per attualizzare la storia e distinguerla dall’originale, non abbia saputo far di meglio che cogliere della nostra epoca i cambiamenti più superficiali. Così tutte le coppie, nessuna esclusa, sono gay, Julia è figlia di una “provetta” e l’AIDS sembra che non risparmi nessuno. In questo modo “Le ore” ottiene l’effetto involontario di apparire una parodia de “La signora Dalloway”, con ciò sprecando in parte quelle che erano le sue notevoli ambizioni (l’attualità del pensiero di Virginia Woolf) e svilendo non poco i suoi risultati con uno stile che pare quello di un ventriloquo, pur riconoscendogli un garbo psicologico non comune (quasi femminile, direi, se non fosse che temo che ciò derivi più che altro da una eccessiva immedesimazione dello scrittore nel modello woolfiano) e una discreta abilità nell’intrecciare, arricchendoli con echi che trapassano da un’epoca all’altra, i destini delle sue tre protagoniste.
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