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Quando il sacrificio non porta a nulla...
Economia, società, politica, e umanità. Questi sono gli ingredienti, le tematiche, i macrotemi a cui puoi ricondurre lo straordinario lavoro di Steinbeck, premio Nobel del 1962.
Fin dalla prima pagina di “Furore” si ha da subito la sensazione di non essere di fronte a un libro qualsiasi. È un drammatico dipinto della crisi sociale che coinvolse l’America a seguito della Grande Depressione del 1873 in cui il settore agricolo, quello più colpito perché ancora fondamentale, perse ogni punto di riferimento. La medesima cosa accadde drammaticamente alle persone che ne facevano parte. Tom Joad e la sua famiglia appartengono a questo ceto, duramente colpito. Soppiantati dai trattori, sfrattati dalla loro casa, si ritrovano depravati di ciò che loro hanno costruito con le loro stesse mani e costretti a fuggire in balìa degli eventi in una società, quella americana, ancora incapace di far fronte alla disuguaglianza e all’ingiustizia sociale che diventerà la cifra distintiva di quella realtà. E di questo libro. Perché “Furore” è uno squarcio di verità e realtà. Apre gli occhi, apre la mente, apre le coscienze.
Ed ecco che allora inizia un lungo e tragico viaggio in un climax di sofferenza che il lettore non può non avvertire. Si rimane attoniti e sopraffati dai vertici di emozioni suscitati dalle penna di Steinbeck. Oltre seicento pagine di pura avventura. Oltre 600 pagine di pura adrenalina. Dove si viene a conoscenza della rabbia, del furore (appunto...) di una parte di popolo. Si apprende infatti la fosca visione del ceto lavoratore e operaio verso le banche, la finanza, le grandi aziende il cui scopo, come si sa, è la massimizzazione del profitto. Il che significa incrementare la produttività e, in conclusione, la sostituzione dell’uomo con la macchina incuranti delle conseguenze sociali che ciò comporta; la competizione verso il lavoro che genera una grande domanda a fronte di un’offerta manuale e bisognosa di manodopera sempre più bassa. Questo determina un salario bassissimo per i lavoratori. È la corsa alla sopravvivenza. La famiglia Joad si ritroverà costretta a vivere ‘alla giornata’, a lottare per raccogliere l’uva, le pesche e infine il cotone per pochi centesimi all’ora. Necessari per quella poca carne, per quel tozzo di pane che permette loro di arrancare e andare avanti.
E quando si ci ritrova a lottare per sopravvivere ognuno si sente un peso per l’altro: la coesione famigliare verrà messa a dura prova e verrà alla fine salvaguardata, per quanto possibile, dalla donna. “Ma’”. Viene chiamata così nel racconto, la figura femminile più rappresentativa - per sua natura - che si porterà sulle spalle l’intera famiglia, incitando al sacrificio, alla sopportazione e alla fatica.
È con questa famiglia, con questo ritratto economico e sociale che Steinbeck lancia il suo grande j’accuse alla politica rea di non aver saputo governare il cambiamento e di aver abbandonato il ceto più povero a se stesso, ampliando le disuguaglianze. Pertanto è difficile immaginarsi un finale positivo per la famiglia Joad. Dopo 600 pagine si comprende la grande tensione sociale che si viveva in quel tempo, inevitabile quanto drammatica. Dopo 600 pagine si rimane attoniti nell’osservare l’incontrovertibile scorrere degli eventi che più si diradano nel racconto, più lasciano dietro di sè una frattura sempre più profonda nel tessuto sociale del paese e in quello intimo delle famiglie.
Ed ecco che allora si arriva all’umanità, l’unico ingrediente rimasto. Di valore. Merce rara e unica. Merce non commerciale appunto. E il gesto più alto di umanità non verrà fatto nei confronti della nostra sventurata ed emblematica famiglia che pure lo meritava dopo un viaggio di pura sofferenza, immensa frustrazione, vana dedizione, false speranze e sacrifico non ripagato. Eppure sarà la famiglia stessa a offrire, con il loro bene più grande che è rimasto in un tempo così difficile, il più grande gesto di umanità nei confronti di uno sconosciuto che sta per lasciare questo mondo dimenticato da tutti. Ma non dai Joad. Loro no. Poveri, sfiniti, malnutriti e maltrattati regalano umanità e dolcezza. Ed è nella potenza di quell’atto che nasce il sorriso, la condivisione e la speranza. Steinbeck ci insegna che l’uomo è di più, vale di più e può dare di più di ciò che sembra avere. Nonostante tutto. Ma è proprio per questo che nasce la rabbia anche - e sopratutto - in noi lettori, impotenti a ciò che stiamo leggendo e in balìa del racconto, che era la realtà di quel tempo, della famiglia Joad. Nasce il furore in noi e in loro.
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