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Prolungata attesa del nulla....
Un paio di anni fa ero stato favorevolmente colpito da questo autore dopo la lettura di " Irene ", un buon romanzo ( poliziesco) dalla scrittura dettagliata, lineare, con una ottima definizione dei personaggi sullo sfondo di freddi paesaggi parigini, con intrecci mai banali ne' pause narrative o cadute di stile e per l' intrigo psicologico e relazionale della trama.
E che dire della figura del commissario Verhoeven, controversa, intrigante, con un passato famigliare complesso, tratti fisici peculiari, di una durezza comportamentale bilanciata da una rara sensibilità intellettiva. Non lessi altro, ma annotai il nome dell' autore.
Qualche giorno fa ho incrociato per caso il suo ultimo romanzo e, sospinto da piacevoli ricordi, ne ho iniziato la lettura. La sensazione immediata è stata di inoltrarsi in un paesaggio ingrigito, nebbioso, disadorno, tra volti e suoni sconosciuti, irriconoscibili, non per il genere, ma per le caratteristiche intrinseche al romanzo, a cominciare dalla penna, lontana da qualsiasi gradevole memoria.
Addentrandomi tra le pagine, in attesa di una costruzione in divenire, ho iniziato a chiedermi: che genere di romanzo sto leggendo: un giallo? ( ma il mistero tale non è perché svelato da subito ), un thriller psicologico? ( ma non c' è nessuna profondità nei personaggi trattati ne' indagine del profondo ), un semplice romanzo? ( senza alcun approfondimento relazionale, realista, intimista, sociologico, filosofico, storico, contemporaneo.... ), insomma, quale l' intento dell' autore?
In verità, l' incipit ne è anche l' epilogo, ci troviamo di fronte ad un testo scarno, spogliato di una qualsiasi trama e di ogni profondità, infarcito di una serie di luoghi comuni ( descrittivi e sentimentali ) con personaggi mai definiti, inconsistenti, un protagonista che vorrebbe da subito lasciare una realtà che sente infernale ed insostenibile per ritrovarsi parecchi anni dopo nello stesso contesto, in una schizofrenia del quotidiano, sollevato per quello che non è stato ed affranto per quello che potrebbe ancora essere ( ma solo nella sua mente ), sempre con un' utopica e salvifica idea di fuga, inseguito dalla possibilità di un evento ma prevalentemente dalle proprie paure ed ossessioni di bambino non cresciuto ( la storia si svolge in un arco temporale di sedici anni ), con rapporti sentimentali di superficie e relazioni personali inconsistenti.
Un trama improbabile, terrificante nella sua iniziale presentazione e svolgimento ( l' improvvisa scomparsa di un bambino di sei anni e la sua ricerca ossessiva ) ma sconcertante nella leggerezza e caducità dello svolgimento, nella insipidezza delle cadute di tono, nello stile scialbo, nello svolgimento monocorde, nella ossessiva ripetitività, uno scorrere delle stagioni senza un filo di vento, ne' una scossa emotiva, incatenando il lettore in una morsa di noia e di nulla.
L' attesa e la speranza rimangono, che succeda un qualcosa, che si entri in una storia, che inizi una relazione, un reale scambio di sentimenti, che ci sia un colpo di scena che reindirizzi la trama, insomma che si esprima un qualsiasi contenuto.
Niente di tutto ciò, ed ancora più inquietante, all' alba di una illuminante ed ormai insperata rinascita ( nelle ultimissime pagine ), di una improvvisa scossa emotiva, di una suspance annunciata e finalmente un poco svelata, sopraggiunge l' epilogo e tutto definitivamente svanisce ( ma forse è meglio così).
A questo punto qualsiasi tentativo di approfondimento mi pare superfluo, il migliore commento sarebbe un foglio lasciato in bianco, un tema non svolto, non per incapacità' o svogliatezza, ma per motivata e volontaria astensione e mancanza di contenuti da analizzare.
Alla fine, circondati da un senso di nulla, è come ritrovarsi all' inizio, la sola salvezza per l' autore sta nel ricordo di altro.
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Avevo letto altri Lemaitre con furore, ma questo e' veramente impresentabile.