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Ostriche e libertà di astensione
Che casualità. Proprio l’atra sera, seduto a gambe incrociate su un plaid, vedevo lo sguardo di un caro amico che si fissava su di me mentre sillabavo per l’ennesima volta, neanche fosse una profezia azteca: “perle ai porci!”. Perle. Perle come simbolo di una preziosità che non può essere compresa. Perle, tante altre volte, come simbolo di un’ambiguità che può essere travisata, deformata, decontestualizzata, mascherata e definitivamente utilizzata da un mammifero con capacità decisamente superiori a quelle di un suino, ma certamente con meno buonsenso. L’ominide, ahinoi, sa servirsi della perla-ambiguità per scopi ben diversi rispetto a quelli previsti da chi ha aperto l’ostrica.
Nel nostro caso, il pescatore di ostriche, o meglio di huîtres, si occupa di letteratura. È uno scrittore, si chiama Michel e sembra avere una predilezione per quel filone letterario che dagli inizi del Novecento proietta e inchioda il genere umano in un tempo a lui prossimo, degenerato e irrecuperabile. Tale predilezione non impedisce di mettere in luce l’acquisita competenza di genere del signor Houellebecq. Ma l’acquisizione di una cultura letteraria specifica, come del resto anche quella sull’opera di Huysmans e degli autori francesi del XIX secolo, non può, a parer mio, dirsi tale se da essa non si sono tratti e messi in pratica i principi fondativi del genere stesso. Uno dei fondamenti strutturali che accomuna una fetta sostanziosa della letteratura distopica è quello che riguarda l’ambientazione socio-politica della vicenda narrata. Il fatto che i maestri del genere non si siano quasi mai cimentati nella narrazione di avvicendamenti contestualizzati su scenario reale (e per reale si intende esistente, con persone esistenti) non ha creato il minimo dubbio al signor Houellebecq. Dubbio che invece, a parer mio, si sarebbe dovuto porre ad ogni battuta della prima stesura del suo romanzo. I maestri del genere, come i maestri -indiscutibili fiaccole di sapienza e competenza- di ogni altro genere, sono tali perché a loro sono riconosciuti meriti incontestabili, perché non compiono errori nella pratica del loro mestiere. Perché sanno attenersi a un buon gusto che, in casi specifici come questo, si sarebbe dovuto esprimere nella scelta di un quadro sociale, geografico e antropologico non politicizzato, non veridico, non travisabile, non utilizzabile per altri fini. Il signor Houellebecq fa letteratura, scrive di letteratura, ma dimostra, nella mia personalissima opinione, di aver imparato ben poco da essa e da chi prima di lui l’ha fatta senza compiere errori così grossolani.
Scrivere di un popolo e della sua sottomissione ad un altro popolo, porre l’accento su diversità, tradizioni vissute come restrizioni, buttare nella mischia qualsiasi cosa faccia polverone, non importa a quale prezzo, non importa a quale deformazione siano costrette le fonti. Tutto un’insieme di azioni che sono consentite da quella che viene definita “libertà di espressione”, la più sacrosanta, la più millantata, la più sventolata. Lo spauracchio più radicato e verbalmente ineccepibile, la lapide conficcata nel terreno e mai più smossa. Parlare della Francia sarebbe troppo facile, e sarebbe troppo sbagliato. E sarebbe troppo pretenzioso da parte mia, che, invece, mi limito ad esaminare la bordura, la linea sfrangiata di una situazione nazionale ed extranazionale che presenta un quadro di una complessità incommensurabile, e per questo solo ipoteticamente dissertabile. La passamaneria che cinge tutto, come accennavo, riguarda la libertà di esprimersi. In questa rientra tutto, un tutto che prevede anche la negazione. Se la libertà di esprimersi è tale, allora essa contiene anche la libertà di non esprimersi. Una libertà che, per quanto paradossale, può essere esercitata nel medesimo modo. Non un’autocensura, non una mortificazione della propria opinione. Solo un semplice ragionamento che verte su quanto sia opportuna, in nome di una libertà che è possibile esercitare in quanto diritto inalienabile, la divulgazione di una tematica sufficientemente ambigua da poter essere fraintesa da una percentuale di audience priva delle competenze necessarie per discernere la fantasia dall’istigazione all’emarginazione e all’odio razziale. Anteporre la propria libertà di parola (ribadisco, incontestabile) alle conseguenze cui quest’ultima può portare, conseguenze tangibili, fisiche in quanto indiscriminatamente violente nei confronti di quella che nel 2015, nel mondo reale, è ancora una minoranza; fomentare involontariamente la diffidenza verso ideologie la cui credibilità è già gravemente minata.
Tutto questo, pur sembrandomi lampante, non è ovviamente esplicito. Tutto questo riguarda la libertà. Libertà che, nella mia opinione e nel’opinione di chi me l’ha inculcata, è mia fino a che non incontra quella dell’altro. Libertà che è rispetto, il cui esercizio non deve ledere l’altrui incolumità. In questo, nella giustificazione in cui si sa di potersi rifugiare, nella certezza di una tutela costituzionale e democratica, mi sembra si annidi la gravità e la leggerezza con cui viene utilizzato il mezzo letterario, di una potenza incontenibile se lanciato nel mezzo di un grumo di tensioni contrapposte e in via di cedimento. Sono certo che nessuna delle mie elucubrazioni, niente di simile e similmente polemico fosse nelle intenzioni dell’autore. Ma scrivere significa anche questo, significa sviluppare una coscienza del mezzo letterario stesso e di ciò che esso è in grado di fare qualora non fossimo in grado di controllarlo o di presumerne le conseguenze. Significa, inoltre, assunzione di responsabilità. Significa saper essere opportuni, possedere un’onestà intellettuale e una coscienza che abbiano potere su di noi e che regolino le nostre scelte, le nostre azioni, le parole che escono dalla bocca con troppa velocità. La parola leggera, la più esecrabile, la parola senza peso, la parola che esce senza che le si attribuisca un portato oculatamente soppesato. Le parole leggere si possono dire a gambe incrociate su un plaid mentre si fuma qualche sigaretta; non, certamente, all’interno di un medium di rilevanza globale che si prevede di lanciare in un lago di benzina.
Mi sembra opportuno, vista la preponderanza di argomentazioni personali, scusarmi sia con chi avrebbe necessitato un approfondimento maggiore degli elementi formali del romanzo di Michel Houellebecq, sia con chi si senta urtato dalla trattazione di tematiche sensibili. Ribadisco il carattere personale delle mie affermazioni e la mia più serena apertura al dialogo.
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a tutto quanto antepongo senz'altro i miei complimenti per la tua recensione, come sempre estremamente garbata ed esauriente, e per lo spirito dialettico del tuo pensare. Il punto su cui sembra che le nostre opinioni siano in disaccordo, è, in realtà, a tutti gli effetti un punto di accordo. Mi sono guardato bene dall'affermare che gli intenti dell'autore fossero quelli di fomentare l'odio razziale, ho anzi esplicitato l'opposto tentando di sottolineare a più riprese come le mie argomentazioni fossero dei derivati personali nella loro totalità. Il confine tra il sostenere una tesi in maniera dichiaratamente esplicita (parlo in questo caso dell'autore) e la trattazione di tematiche che solo involontariamente rimandano a tali tesi, a parer mio, si annulla di fronte alle ipotetiche conseguenze. Per logica, sia che vi sia volontà o che non ve ne sia, queste ultime saranno simili. In questi casi la discriminante, a parer mio, non sta in cosa si è voluto esprimere ma in cosa effettivamente, fattivamente, risulta stampato nero su bianco. E dico questo in seguito ad un tentativo di immedesimazione nel cittadino che già di per sè nutre delle ideologie non particolarmente propense e in accordo alla creazione di società multietniche, come tanti ce ne sono, ahinoi. Mi immedesimo nella già radicata indisponenza nei confronti dell'alterità etnico-culturale, e mi immagino che effetti possano creare le vicende narrate da Houellebecq all'interno di una mentalità che non tollera le minoranze. A fronte di questo, a fronte di un possibile, ulteriore inasprirsi della propria ideologia, quanto conta la volontà più recondita dell'autore? Quanto può contare per il cittadino filo-xenofobo che l'autore balbetti a posteriori "mah, io veramente, non volevo dir questo"? A mio parere, niente. Quando si necessita di una legittimazione, di un rafforzativo che dia validità alle proprie convinzioni, per quanto errate e criminose esse siano, siamo disposti a leggere, a raccogliere e a portare materiali che provengono dai posti e dagli ambiti più disparati. Cosa c'è di meglio dell'opera di uno scrittore, un intellettuale, per poter consolidare le proprie tesi e gettarle in faccia, non sempre in maniera civile, all'oggetto della propria avversione? E' per questo motivo che questo romanzo mi spaventa profondamente. Mi spaventa perché il mondo non è un'Arcadia, un mondo utopico di inconcussa civiltà in cui tutti hanno i mezzi per comprendere cosa nasca come provocazione e cosa nasca come incitamento. Ed è per questo che ho tentato di porre l'attenzione sul mezzo letterario, che, per quanto alto, resta sempre un mezzo nelle mani di tutti, anche di chi non sa utilizzarlo nel modo più consono.
Annamaria, mi scuso per la cascata di parole. Resto aperto per ulteriori chiarimenti e ulteriori riflessioni.
Francesco
è un piacere leggervi! grazie
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Interessante e ben articolata la tua recensione.
Penso di non leggere il libro, che probabilmente avrà alte vendite per questioni non letterarie.