Dettagli Recensione
Un romanzo fantasioso ma alquanto prolisso.
Per chi si vuole avvicinare alla letteratura sudamericana del '900, sicuramente Marquez è un pilastro importante, e questo romanzo lo è in particolar modo perché racchiude in sé una serie di caratteristiche che, personalmente, ho ritrovato nell'autore brasiliano Jorge Amado: la grande fantasia, gli ambienti microcosmici in cui si muovono i personaggi, la religione come un di più rispetto alla più accreditata magia e saggezza popolare.
Macondo è un microcosmo pacifico, un po' arido, scosso ogni tanto dalle allegre incursioni delle carovane di zingari, che portano stupore, magia e un pizzico di progresso in quel luogo abbandonato.
La storia della famiglia Buendìa, come nota l'indistruttibile matriarca Ursula, è un continuo ripetersi, a spirale, delle stesse vicende, degli stessi errori,si direbbe quasi delle stesse persone, vista l'interminabile sfilza di figli, nipoti e pronipoti che si chiamano tutti José Arcadio, Aureliano o Arcadio (e, se sono donne, Ursula, Amaranta o Remedios).
In parallelo, Macondo si evolve assieme ai Buendìa, conoscendo il progresso, la guerra, l'avvento dei gringos e della compagnia bananiera, per poi ritornare a un punto di partenza in cui l'oblio e la solitudine fanno da padrona.
E' un romanzo ad ampio respiro, ricco di drammaticità ma mai lacrimoso, ironico ma non divertente.
Personalmente ho trovato deliziosa la fantasia dell'autore, ma estenuante la sfilza di nipoti, pronipoti, figli illegittimi tutti con lo stesso nome che la matriarca di ferro Ursula, assieme a nipoti, nuore e figlie adottive alleva senza batter ciglio, instancabile e saggia.
La lotta di Ursula è, a mio parere il simbolo principale della storia: finché si proteggono le vite future, c'è speranza. Ursula resiste alla guerra e le si oppone, a modo suo, resiste all'anaffettività e all'inflessibilità del figlio Aureliano, e cerca di predicare, invano, contro la tendenza endogamica che flagella la loro stirpe.
Se da un lato si resta sedotti dall'incredibile inventiva dell'autore, d'altro canto la trama del romanzo è incredibilmente spessa e appesantita da sequele di nomi che richiedono al lettore uno sforzo titanico per riprendere le fila della storia di ognuno di loro.
Succede così che certe parti memorabili, come certe citazioni del savio catalano, rischiano di passare inosservate e di perdersi nel mucchio di eventi e personaggi contingenti che non sempre sono interessanti.
I corsi e ricorsi della storia sono il filo conduttore principale del romanzo, ma a volte questa ripetitività stanca, e il lettore si ritrova a boccheggiare dinanzi all'ennesimo figlio illegittimo, l'ennesimo amore frustrato/proibito, l'ennesima figura femminile tormentata che raramente spicca per doti interiori o vivacità intellettuale (con l'eccezione, probabilmente di Ursula stessa e di un paio di sue pronipoti).
Lo consiglio solo a chi ama immergersi in letture fluviali e a chi vuole avvicinarsi alla letteratura sudamericana.