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L'arminuta
 
L'arminuta 2017-02-19 19:45:13 silvia71
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    19 Febbraio, 2017
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Il ritorno

Semplicemente bello, amaro, struggente, incisivo.
L'ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio brucia come sale su ferite aperte, parla di figli e di genitori, di incontri ed abbandoni.

Lei non possiede un nome di battesimo ma è detta da tutti i paesani “arminuta”, la ritornata.
Scaricata come una merce da chi ha sempre considerato genitori, passata dal calore della propria casa al gelo di un focolare sconosciuto, catapultata in un mondo aberrante per lei, tredicenne vissuta tra coccole, agi e serenità.
La nuova casa è popolata da persone diverse, che parlano solo dialetto, che lottano ogni giorno con un demone chiamato miseria, che si azzuffano per due rigatoni al sugo, che condividono pochi metri quadri tra odori nauseabondi e grigiore.

Quello narrato dall'autrice è un salto nel vuoto come solo può essere lo sradicamento di un'adolescente, un evento complesso da immaginare e da rendere a parole; eppure l'effetto prodotto dalle immagini dipinte è poderoso, tanto da provocare uno stillicidio doloroso dalla prima all'ultima pagina.
La voragine emotiva narrata è generata dall'intreccio dell'assenza improvvisa e immotivata di coloro che ti hanno cresciuto e amato e dall'apparire altrettanto veloce di due persone che scopri averti generato e ceduto e di fratelli e sorelle estranei.
E' complicato parlare di temi forti e scottanti di questo tenore, sottolineando gli stati d'animo di ogni personaggio e delineando le infinite sfumature legate ad uno sguardo, ad una lacrima, ad un gesto quotidiano.
Grande prova di scrittura dell'autrice abruzzese, dotata di una penna affilata e tagliente come una lama, una scrittura sintetica che riesce ad intrappolare su di un rigo emozioni, lacerazioni e sogni infranti.
Un tema pesantissimo, come il mondo che crolla sulle fragili spalle di un'adolescente, scopre altri nervi scoperti, come le dinamiche familiari ambientate negli anni Settanta in un contesto rurale e genuino. Altro merito dell'autrice è di aver fotografato un pezzetto di Italia, contestualizzando la storia nel suo natio Abruzzo, riportando alla nostra memoria immagini in bianco e nero di una nazione tra crescita e difficoltà, dove non tutti potevano permettersi una giornata in spiaggia ed un piatto di frutti di mare.
Un'Italia di braccianti e di operai che fatica a portare il pane a tavola, che appare arida e priva di sentimenti, ma sotto una scorza dura ci sono cuori che battono per le disgrazie ed i dispiaceri che la vita porta sempre con sé.

Tante le lacrime eppure tanta dignità nel corso di tutta la narrazione, evitando la ricerca di sensazionismo ma facendo assaporare genuinità e naturalezza, senza artifici.
Un romanzo senza vincitori, c'è chi ha scelto e chi ha subito, ma tutti insieme ingrossano le fila dei vinti.

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Commenti

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29 Novembre, 2017
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l'ho preso dopo aver letto la tua recensione: . E' bellissimo. Grazie Silvia

29 Dicembre, 2017
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Nella narrativa si è scritto, inventato, raccontato tutto: dalla maternità all'abbandono, dalle relazioni familiari alle delusioni e ai traumi, per rimanere nei temi che sono al centro di questo romanzo.
Fra tutto il già detto e ridetto, quindi, solo lo stile narrativo può conquistare un lettore "forte", ossia una persona che legge molto (e magari per mestiere, come me). Lo stile narrativo dell'ultimo romanzo della Di Pietrantonio è debole: nello sforzo di trovarne uno proprio, l'autrice barcolla tra infantilismi, metafore imbarazzanti, vocaboli dialettali che mal si adattano in frasi in lingua italiana, ovvietà espressive.
L'architettura del romanzo è molto elementare e di conseguenza anche la trama lo è. I temi, anche se validi, soccombono alla scarsa originalità stilistica.
Non meritato, a mio parere, il Campiello.
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