Dettagli Recensione
narrativamente... saggio
Un romanzo che molti definiscono un capolavoro. Ma noi lettori non siamo tutti uguali (per fortuna), ognuno con la propria esperienza, ognuno con il proprio punto di vista. Tutti gli autori sono criticabili: e un lettore che ha letto dalla prima all’ultima pagina, ha il sacrosanto diritto di dire il suo parere.
Personalmente, pur riscontrando in Eco un autore di livello medio - superiore, tuttavia in ne “Il nome della rosa” ho parecchio cose da dire.
Romanzo capolavoro “Il nome della rosa” non è: lo sfondo narrativo è superbo, le descrizioni solide e le dissertazioni sul vetro, sul riso, sulla luce, sul silenzio, sulla lingua e sui frati e fraticelli… convincenti. Una tecnica intelligente, dove però le descrizioni rimangono descrizioni punto: a sé stanti, dove stona il genere deduttivo alla Sherlock Holmes di frate Guglielmo, per un riconoscibile dottor Watson in Adso. Una coppia inquirente già vista, quindi, che a mio giudizio molto toglie al romanzo che avrebbe dovuto seguire una strada propria. Scrivendo è logico che si ripercorrano altri libri o ci si rifà a qualche personaggio letto, ma qui l’influenza di Doyle è davvero troppa e inopportuna e troppi concetti sui religiosi stancano: più che un punto di vista dell’autore emerge un lavoro da saggista, di storico convinto. Le varie citazioni arricchiscono e (ma) nulla aggiungono. Un romanzo dove la vena creativa di narratore si individua a fatica, dove certi passi sono inutili nell’economia della trama e poco rendono l’idea: i personaggi sono solo voci che dicono, una scusa per snocciolare concetti e restituire un lavoro di ricerca, di professorone a cui è cara la parola. Un romanzo non giallista – filosofico, ma assolutamente letterario, dove anziché l’impronta dell’autore si coglie meglio il suo lavoro di ricercatore. Un romanzo che poteva essere scritto in 200 pagine e ( a dispetto delle quasi 500 pag) avrebbe fatto meglio la sua figura: il di più stanca, è zavorra intellettuale che poco dà, e anzi irretisce quel lettore che non vuole farsi influenzare e mal concepisce un’intelligenza ostentata. Buone le descrizioni del labirinto, poco incide l’esperienza sessuale di Adso, così come la sua esperienza su frate Michele rimane sulla penna perché non rende l'idea macabra della scena. Dove il narratore è chiamato a incidere con la sua creatività, spunta il letterato, il saggista, lo scopritore di manoscritti. Questo a mio giudizio è il vero limite del romanzo.