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Il caffè alla siciliana
C’è il fascino delle storie inventate e c’è la crudezza della realtà, nel racconto che mescola la figura d’invenzione di un carabiniere inviato in Sicilia alla fine degli anni ’70, con i crimini veri commessi da Cosa Nostra in una lunga stagione di violenza e crudeltà. Questo in sintesi estrema è il succo del libro di Massimiliano Nardi intitolato Un caffè alle mandorle.
Assassini e violente manovre che si intrecciano con le abili e le spericolate speculazioni del bancario Michele Sindona, ucciso da un caffè avvelenato bevuto all’interno del carcere dove scontava la sua pena. Sono misteri svelati e altri rimasti irrisolti.
L’autore è un “nom de plume”, uno pseudonimo, dietro cui si cela chissà chi? E questo è un ulteriore elemento di curiosità. Poi ci addentriamo in un avvertimento dal sapore ambiguo che così recita:
“Seppur collocati nel contesto di fatti realmente accaduti, le storie narrate in questo libro sono il frutto della fantasia dell’autore. Il ruolo dei personaggi, delle società, delle organizzazioni dei partiti politici, delle testate giornalistiche, dei programmi radiofonici e televisivi, delle pubbliche amministrazioni e in generale dei soggetti pubblici e privati realmente esistiti è stato liberamente rielaborato e romanzato, così come la partecipazione alle vicende immaginarie dei personaggi inventati dall’autore. Qualsiasi collegamento con persone vissute o viventi, non esplicitamente individuate, è perciò puramente casuale. L’improbabilità degli eventi raccontati in questo libro è la prova che sono veramente accaduti”.
Così il lettore si inoltra all’interno di una trama ad alta valenza cinematografica, che gli comunica uno splendore all’insieme di una decadenza di una Sicilia quanto mai intrigante. Siamo a Palermo nel 1978, quando il trentenne capitano dei carabinieri Perego riceve la sua nuova assegnazione, proprio quanto Anna, la moglie, è in attesa del loro primo figlio. Ma il capitano non rinuncia, Palermo lo attira come una sirena, del cui fascino è ormai completamente soggiogato. Lei capitale dal millenario prestigio, con fondali di bellezza impareggiabile. Anche alla luce di ciò che la città è diventata, stando a quanto affermano i rapporti dell’Arma, è un vero campo di battaglia e di scontri furiosi tra l’ala moderata della mafia e belve scatenate come Totò Riina e Provenzano, due fantasmi, che girano indisturbati, segnalando ovunque la loro presenza terribile. Il capitano è consapevole di avere della città e dei suoi problemi una visione estremamente letteraria più che reale. Conosce Sciascia, ha letto ed amato Il giorno della civetta. Però è giovane, e forse anche un po’ ingenuo. Appena giunto in città non si nega una visita al “Charleston”, il ristorante liberty dove Michele Greco dispensa i suoi favori e i suoi sfavori. E non basta: in una riunione in caserma apprende che per il capo della Procura non farsi i fatti propri riguardo alle cosche mafiose significa rovinare l’economia siciliana. Capisce così di quanto sia pericoloso cercare di comprendere la natura di Cosa Nostra in Sicilia.
Gli nasce una figlia al Nord, a Pavia, ma le dolcezze della vita familiare sono presto sconvolte dalla morte di un suo confidente, e dalla morte di Boris Giuliano, colpito vigliaccamente alle spalle. Un persistente ed enigmatico fil rouge porta l’astuto ed intelligente capitano ad imbattersi nella figura di Michele Sindona, in fuga da New York e riparato in Sicilia, protetto a tal punto da sconfiggere il coraggioso capitano, che viene immediatamente trasferito a Roma e poi al Nord. Ma a Pavia il coraggioso capitano riceve rivelazioni riguardanti Sindona, così sconvolgenti da dare da pensare. Riflettendo, magari, davanti ad un buon caffè alla maniera siciliana….. Buona lettura!