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Il sosia
“Questa storia inizia con un pugno in faccia e finisce con un colpo di pistola, o viceversa, a seconda dell'ordine che vogliamo dare alle cose, perché l'ordine è solo una convenzione e il tempo, che sembra allineare gli eventi lungo sequenze immutabili, talvolta si ritorce su se stesso come legno di vite. In ogni caso c'è un pugno, ben assestato, ma alla persona sbagliata. E c'è un colpo di pistola, sparato alla persona giusta, ammesso che esista qualcuno che davvero si merita un proiettile.”
Un bell'incipit letterario, di quelli che creano una relazione immediata con il lettore (Alessandro Perissinotto insegna all'Università di Torino teorie e tecniche delle scritture).
Una “confidenza” reciproca – quella tra lettore ed autore – che sembra però disperdersi dopo le prime pagine: in fondo, lo stile di scrittura appare asciutto, quasi elementare, e non rende al lettore più esigente quel gusto proveniente da certi lampi di bellezza letteraria o da una particolare ricercatezza del linguaggio. Così si continua a leggere per quella curiosità istintiva che si materializza in un interrogativo ricorrente (più di quanto si sia disposti a credere): “dove vuole arrivare?”...
“Le colpe dei padri” si snoda su un doppio filo conduttore, apparentemente su una duplice storia.
Il protagonista è l'ingegner Guido Marchisio, numero tre della filiale italiana di una multinazionale tedesca della metalmeccanica, la Moosbrugger. Il suo mentore, il dirigente francese Morani, gli ritaglia il ruolo di protagonista in una situazione non proprio piacevole: l'inizio del piano di “risanamento” aziendale, preannunciato da una cassa integrazione che per molti operai delle officine sfocerà nel licenziamento. Una dimostrazione di fiducia da parte della società, che Guido Marchisio deve saper cogliere per rafforzare la propria immagine di uomo di successo.
Proprio in quei giorni, tuttavia, un accidente costringe l'ingegnere a fermarsi in un bar della Falchera, “quartiere-satellite” della Fiat nella Torino degli anni '70, un'area residenziale proletaria e malfamata che di quegli anni ha conservato le sue caratteristiche di zona periferica, la sua marginalità. In quel bar accade un episodio del tutto inatteso e al quale, almeno all'inizio, Guido Marchisio non è disposto a prestare particolare attenzione: un perdigiorno lo scambia per un'altra persona, facendogli intendere che in giro per Torino ci sarebbe un suo sosia. Non è così probabile, in realtà, trovare un “doppio” dell'ingegner Marchisio, visto che l'eterocromia (cioè l'avere due occhi di colore diverso l'uno dall'altro) non è una caratteristica così diffusa. Eppure, evidentemente...
Torniamo alla domanda lasciata in sospeso: dove vuole arrivare, Perissinotto?
Quando, nel seguire i due fili della storia, il lettore si accorge di avere in realtà tra le mani i due capi di uno stesso filo (e questo accade, più o meno, oltre la metà del libro), allora “Le colpe dei padri” diventa una vera scoperta. Si capisce che il suo autore ha volutamente tralasciato le ambizioni stilistiche, preferendo “semplicemente” raccontare una storia e una città, Torino, con uno sguardo al presente, in cui è ambientata la storia, ed uno al passato (gli anni delle fabbriche – e della fabbrica torinese per eccellenza: la Fiat – ma anche gli anni del terrorismo di sinistra).
E, sia detto per inciso, in questo caso l'impresa non era facile per un ulteriore motivo: il tema del sosia, del doppio, è ampiamente sfruttato in letteratura e cinematografia. Perissinotto lo sa, tanto da “giocare” con richiami a Conrad, Dostoevskij e Borges in un apposito capitolo del libro. Aggiungerei ad essi almeno José Saramago, il quale (ne “L'uomo duplicato”) tratta il tema in una maniera che per certi versi ricorda la storia dell'ingegner Marchisio.
Perissinotto, per nulla spaventato dagli illustri precedenti, prosegue nel suo intento e confeziona un bel finale – robusto e ineccepibile – che conclude degnamente il volume. Il lascito, per il lettore, è la serie di intelligenti contraddizioni in esso delineate, che per il protagonista del libro sfoceranno nel vero e proprio dramma personale.
Non sarà un capolavoro “Le colpe dei padri”, non avrà vinto il premio Strega nel 2013 (arrivò secondo), ma è la dimostrazione che in Italia ci sono ancora scrittori che sanno cosa raccontare e come raccontarlo.
“E' questa la colpa più grande di ogni padre, quella di costringere i figli a rendergli conto delle loro azioni. In questo, i padri terrestri sono più esigenti di quelli celesti. Quelli celesti li possiamo negare o addirittura possiamo scegliere quello che ci sembra più facile da esaudire: Dio, Geova, Allah, Buddha, Manitù; quale dio mi si addice meglio? Di quale mi sarà più semplice essere figlio obbediente? Dei padri umani, invece, siamo prigionieri: siamo liberi di compiacerli o di deluderli, ma non di plasmare le loro aspettative nei nostri confronti.”
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letto lo scorso anno e apprezzato per il contenuto, la scrittura è molto semplice
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