Opinione scritta da dionysos41
2 risultati - visualizzati 1 - 2 |
l'estraneità della vita
Vi siete mai chiesti, camminando per la strada, quali pensieri, quali fantasie, quali desideri, quali paure, quali vite insomma nascondano le facce che vi vengono incontro, vi passano accanto, vi oltrepassano, si allontanano per sempre da voi? Se le loro bocche si aprissero per raccontarvi le emozioni del momento, non capireste molto di più che se non avessero parlato. La letteratura è stata vissuta si può dire quasi da sempre con l’idea che al lettore bisogni far capire tutto, spiegare ogni dettaglio. E se invece raccontare fosse mostrare solo qualche scheggia di una storia? E’ ciò che fa Paolo Marati in questa bella raccolta di brevi racconti. O come chiamarli? Lampi, squarci di conoscenza in un buio fitto di qualcosa che non si può conoscere. Ma non l’abisso dell’inconscio, i segreti dell’ego o del superego: per sua e nostra fortuna lo scrittore di questi racconti non raccatta il banalume della psicanalisi mal masticata e peggio digerita dalla mezza cultura oggi dilagante in Italia. Ciò che s’intravede qui sono frammenti di una vita già di per sé frammentata. Nulla è spiegato, perché non c’è nulla da spiegare: che cosa dovrebbe dire di sé la foglia che si accartoccia per l’eccesso di calore? O che cosa potrebbero dirci di più gli spudorati email (la parola inglese è neutra, non femminile) che strillano un amore forse inesistente? È il racconto che chiude la raccolta. Si dice dormire insieme, e invece si dorme ciascuno per sé. Anche il sesso, può darsi è così. Magari perché l’altro, o l’altra, ha l’alito che puzza. O credere per sempre ciò ch’è solo istantaneo. I personaggi di questi racconti sembrano strani, incomprensibili, può darsi allucinati, schizzati, ma sono solo di se stessi ciò che appaiono nell’attimo del racconto. Appunto come la gente che incontri per strada e non vedrai forse mai più. C’è inoltre un altro boccone inappetibile, ancora più amaro, più duro e pesante, che lo scrittore fa ingoiare malamente al lettore: nemmeno di sé stessi i personaggi capiscono o conoscono veramente qualcosa. E allora la sensazione sostituisce il ragionamento o il ragionamento è solo un tentativo infelice di conferire forma razionale alle libere associazioni del cervello. Ciò che effettivamente emerge, alla fine della lettura, è una irrimediabile solitudine, una irreversibile infelicità. La prosa, scarna, quasi priva di subordinate, ne proietta sulla pagina l’ombra minacciosa. Viene voglia di chiedersi: e poi?
Dino Villatico
Roma, mercoledì 14 maggio 2008.
Indicazioni utili
Il miglior romanzo italiano di questi ultimi anni
Ma che cosa cercano in un romanzo i lettori ai quali non è piaciuto questo bel romanzo d'esordio di uno scrittore venticinquenne? E' il più bel libro da molti anni a questa parte. prosa "ridondante"? Finalmente una prosa, in un panorama sconfortante di sciattezza, anche nei libri di scrittori alla moda o celebrati. Se la prosa di Giordano è ridondante allora lo è anche quella di Gadda o di Pasolini o di Javier Marías, per citare lo scrittore vivente più grande che oggi ci sia. La prosa di Giordano ha stile. Cosa che manca in genere a quasi tutti gli scrittori italiani di oggi. O si vuole una prosa da messaggini telefonici? Angoscia? senza speranza? Ma che cercano, ripeto, molti lettori in un romanzo? Per la speranza e la consolazione ci sono lo psicologo e il prete. Un romanzo affronta la realtà della sua epoca, e la nostra di speranze non ne dà molte. E poi: c'è speranza nel Werther di Goethe o nella Recherche di Proust? per ritornare a noi, nei romanzi e nei racconti del grandissimo Gadda? in Calvino? c'è speranza nella prosa di Leopardi. a tutt'oggi il migliore osservatori dei "costumi" italiani. Giordano inoltre, per sua e nostra fortuna, non appartiene alla schiera dei letterati o letteratucoli già sbeffeggiati dall'Alfieri, sempre disponibili a seguire una moda e a servire un potente, proviene dalla ricerca scientifica, come Gadda, guarda caso. Forse nasce da questo l'esattezza dell'osservazione e della sua prosa, la lucidità senza lacrime dello sguardo, la secchezza che non addolcisce il dolore. Chi non ha ancora letto il romanzo, lo legga. Quanti poi avendolo letto lo abbiano trovato appunto angosciante, cupo, ridondante, si leggano, per guarire dalla propria superficialità, "La cognizione del dolore" di Gadda. Forse finalmente capiranno che cosa significhi essere scrittore.
Indicazioni utili
2 risultati - visualizzati 1 - 2 |