Opinione scritta da Fabio Barcellandi
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Contagio!
"Quando il potere spinge l'uomo all'arroganza, la poesia gli ricorda i suoi limiti.
Quando il potere restringe il campo dei suoi interessi, la poesia gli ricorda la ricchezza e diversità della sua esistenza.
Quando il potere corrompe, la poesia purifica, poiché l'arte afferma le fondamentali verità umane che devono servire da pietre di paragone del nostro giudizio."
John Fitzgerald Kennedy
La fabbrica di batteri è il poeta.
La fabbrica di batteri è la poesia.
La fabbrica di batteri è [di] Dana Drunk.
Batteri che sono germi, germogli in attesa di poter germinare vita.
Batteri che sono lieviti, fermenti in attesa di poterla diffondere la vita.
Poesia e poeta, dunque, come genesi e veicolo di vita.
E pensare che c'è chi non la considera [la vita?] la poesia, e pensare che c'è chi la trascura [la vita?] la poesia, e pensare che c'è chi non la comprende [la vita?] la poesia, e pensare che c'è chi la ignora [la vita?] la poesia... e pensare che c'è chi non la vive [la vita?] la poesia!
E il pensare che tutto ciò sia dovuto all'errata interpretazione di una figura retorica, all'errata interpretazione della poesia, proprio per avere smesso di considerarla, proprio per averla trascurata, proprio per avere smesso di comprenderla, proprio per avere deciso di ignorarla, proprio per avere smesso di viverne: fa male, ammala.
La figura retorica in questione è la sineddoche, "una figura retorica che consiste nell'uso in senso figurato di una parola al posto di un'altra, mediante l'ampliamento o la restrizione del senso. La sostituzione può riguardare:
? la parte per il tutto (albero al posto di nave)
? il materiale per l'oggetto (ferro al posto di spada)
? il singolare per il plurale e viceversa (l'Italiano - come persona - all'estero per gli Italiani all'estero)
? il genere per la specie e viceversa (il mortale per l'uomo; il felino per il gatto)".
Nello specifico è la restrizione del [buon?] senso, la parte per il tutto, che a un certo punto della storia culturale ha fregato [la vita?] la poesia: la nascita della letteratura di evasione.
Il concetto stesso di letteratura di evasione, inizialmente un genere letterario come tanti possibili altri, ha finito per divenire il genere letterario, la letteratura tutta. E la poesia, che di evasione ha ben poco, in quanto molto più introspettiva e profonda, concreta e materica oltre ogni più facile apparenza, ha finito per venire soppiantata, per essere accantonata, per morire, quasi. Soprattutto quando il potere ha ulteriormente [volutamente?] frainteso evasione con distrazione, arrivando a utilizzare la letteratura e la cultura tutta, come evasione per distrazione delle persone dalla vita! Frattura, quella fra vita e letteratura, fra vita e poesia, che non può che generare mostri.
E se questa è la vita che il potere ci prospetta, una vita che lui stesso ci ha riempito di mostri da cui necessariamente distrarci, poi, ecco che la poesia, solo apparentemente in punto di morte, riprende vigore, si rafforza, tornando a far luce sul buio calatoci sulla ragione, sulle nostre ragioni, a cui la poesia dà voce. Inutile negare, nascondere, ignorare, distrarre, i mostri ci sono e ci annienteranno; prendiamone coscienza, non potrà farci più male, ci permetterà anzi di proteggerci, di difenderci, di sconfiggerli, grazie, per converso, proprio a quei batteri che la fabbrica della poesia, la fabbrica del poeta, la fabbrica di Dana Drunk produrranno su vasta scala, il nostro antidoto.
La poesia di Dana Drunk ricuce la frattura fra vita e letteratura, fra vita e poesia.
La poesia di Dana Drunk è una poesia schietta, sincera, vera, vera poesia.
La poesia di Dana Drunk dice le cose come stanno? Ma nient'affatto non ci si dimentichi che le cose non stanno affatto come dice Dana Drunk: questa la sua metafora, che non è artificiosa, artificiale come tante, troppe altre, altère, ma reale, concreta, sentita, vissuta.
I sentimenti del poeta Dana Drunk sono quelli della donna Dana Drunk sono sentimenti di dolore, di rabbia, di rivolta nei confronti di una vita che non rispecchia più la sua vita, che non la rappresenta, che non le appartiene più, ma che al contempo sono anche sentimenti di speranza, di passione, di amore, per una vita che comunque le scorre dentro, la attraversa, le dà vita.
Il dolore di Dana Drunk è dolore vero, provato, sentito, vissuto sulla propria pelle e attraverso la pelle di chi ama e delle persone a cui vuole bene, di cui è amica.
La rabbia di Dana Drunk è rabbia vera, trasmessale dal morso della vita cagna matrigna.
La rivolta di Dana Drunk è senza speranza? Assolutamente no, perché mai verrà meno, nemmeno nel caso in cui davvero non ci sia nessuno con cui prendersela, il suo canto non smetterà di echeggiare, perché Dana Drunk è la poetessa che canta “Cose Velenose” (il suo gruppo musicale, ndp) anche, e niente è più velenoso della verità, che nessuno vuole più sentire.
Per questo il poeta scrive, un poeta scrive, e la poesia è scritta, perché ciò che muore, come la verità e come la poesia a volte sembrino, non scompaiano, lasciando segni che, codice genetico, possano ricostruire – dopo un crollo quanto mai necessario e auspicato – trasformando i paletti imposti da altri, in pali infitti, invitti, fondamenta di quella/questa fabbrica di batteri che possa contagiare: salvando.
Questo il nuovo DNA, la nuova D[A]NA DRUNK, to be drunk/tutta da bere, metafora del lèggere leggère parole come massi, sassi, materiali da costruzione: germ[ogl]i di quella li-ber-tà, di cui Dana Drunk è inevitabilmente schiava.
Viva quindi la poesia di Dana Drunk, viva quidi il poeta Dana Drunk, viva quindi "La [sua] fabbrica di batteri", la nostra salvezza, la nostra salute: diffondiamola!
Fabio Barcellandi
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ANCHE ORA CHE LA LUNA… – lettera di Fabio Barcella
"ANCHE ORA CHE LA LUNA…"
"Anche ora che la luna...
a che serve se quando tu c’eri
lei era già andata via
Anche ora che la luna c’è non ci sei tu
e mi domando se anche le stelle giocano con te
come te e ancora mi domando se nella terra
dove sei voluta andare c’è la stessa luna e lo stesso mare
Anche ora che la luna torna
tu forse se tornerai, tu ritornerai diversa
non sarai più con me che non ho luce
e non ho stelle in universi andati
avevo speso i miei pensieri tutti per te
E non ne trovo altri, cerco invano prima
che la luna torni mentre non ci sei
Non sei più e mi chiedo se la luna ha trucchi
e inganni se ha complici o tiranni d’amore
quella luna che non c’è
Ed io qui seduto davanti la soglia
e tu a guardare altro cielo altro mare
dove la luna che qui non c’è
lì c’è!"
Caro Beppe,
grazie. Anche ora che la luna… anzi, soprattutto ora che la luna… è più vicina grazie a te, grazie.
Da sempre ce la indichi, la luna e da sempre la luna è lì, dove tu ci dici, ma noi niente. Ciechi, o più probabilmente miopi ed egoisti tanto - certo - che invece di guardarla, in tutto il suo splendore, non riusciamo che a vedere il nostro misero dito; i più fortunati il tuo, quanto meno, che già è un inizio.
Chiunque altro si sarebbe da tempo e giustamente arrabbiato, si sarebbe infuriato, ci avrebbe maledetto, magari ripudiato o peggio, amareggiato, si sarebbe ripudiato lui stesso, per non dover più avere a che fare con un simile manipolo di irrimediabili. Ma non tu, no, tu no.
Tu sei andato a prendercela!
Poeta, a te nulla è impossibile, nulla, perché nulla possiedi e il nulla, tutto, ti obbedisce.
Ti sei messo in viaggio e sei andato nello spazio, MySpace, che non è il mio, ma è anche un po’ mio e tuo e suo… Un viaggio lungo, il tuo, lungo e incerto, pesante, difficile e pericoloso. Un viaggio ancora in atto.
E così sei partito, destinazione? La luna.
La strada? La musica.
La musica che hai ascoltato, la musica che ti ha salvato, la musica che ti ha fatto tornare, la musica che ha saputo metterti le ali per spiccare il volo, che ha saputo ridarti voce, le parole, per tornare a parlarci, a indicarci la luna, la musica che ci ha salvato, quella di Yndya, di Giuliano Perticara, di Alessandra Celletti, di Dario Pierini, di Giovanni Renzo, di René Aubry e Lino Cannavacciolo fra gli altri, tanti.
E quindi la poesia, dopo la musica, grazie alla musica, su quelle note che hanno saputo farsi strada fino a noi, grazie alla voce, la tua in primis e poi quella di tutti gli amici attori che come in una maratona si sono dati il cambio passandosi il testimone, da Arnoldo Foà a Lina Bernardi, a Cristina Cellini, a Nini Ferrara, fra gli altri, tanti.
Poesia scritta, poesia letta, poesia recitata, poesia musicata e poesia visiva, quella dei quadri e delle opere di cui la tua strada è costellata, lastricata, a fare luce sulla materia dell’immateriale arte. Quella di Fabio Mariani, di Shikanu’, di Gene, fra gli altri, tanti.
Di me e di altri, ancora recita il tuo MySpace, la tua poesia, quindi, ma non solo, anche la poesia di altri poeti, quella di Mariaelisa Giocondo, di Andrea Garbin, di Chiara Daino e di Beatrice Niccolai, fra gli altri, tanti.
Finché sulla luna ci sei arrivato, finché la luna l’hai trovata per davvero, lei c’era, tu lo dicevi, e come promesso ce l’hai (ri)portata, in questo viaggio ancora in atto, ma di ritorno.
La luna, piena, la cultura tutta, in senso lato, ampio che a partire dagli incontri alla Pellicanolibri e dall’inaugurazione di "Malaspinarte 2008" a Massa, per passare poi dal premio per la poesia "CIAC 2008" a Castel Sant'Angelo, verso il premio "Iceberg News" (Teranova-Villa medici) per ...parole... (2008) e il "Tour Salento" per l’omonimo international film festival, ti/ci ha condotto a "I Poeti e Pittori dallo Spazio", rassegna di nuova poesia e arte contemporanea con autori emergenti, ma di già provato valore.
Grazie. Anche ora che la luna… anzi, soprattutto ora che la luna… è qui, davanti i nostri occhi grazie a te, grazie, caro Beppe.
Tuo, Fabio Barcellandi
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libro, manuale, bibbia, bigino, guida, compendio,
Il libro (manuale, bibbia, bigino, guida, compendio, navigatore, a seconda del grado di consapevolezza del maschio lettore) l’ho finito. Lodo (non la Francesca, ma la Cristina e la Laura) le autrici che hanno deciso di assumersi un così alto grado di rischio. Elevare l’uomo/operaio (con tutto il rispetto) addetto al martello pneumatico, al rango di uomo/amatore. Be’ complimenti! Lodevoli (appunto) intenti, ma scarsa (anche solo numericamente parlando, rispetto alle donne) materia prima. Dura è la cervice e anti-elastica per definizione la matrice… L’uomo dovrebbe innanzitutto comprendere come anche una sola micro-attenzione rivolta al sesso femminile, il sesso femminile (la donna, sto parlando della donna, brutti scimmioni) la ritorna moltiplicata enne volte. Basterebbe quindi davvero così poco (e ciononostante…) per “godere” enne volte, ma l’accidia (credo si tratti proprio di questo) di cui endemicamente soffre l’uomo è talmente radicata! Se solo potesse intuire (lo so, fantascienza allo stato puro) come far bene, farebbe del gran bene, soprattutto a sé stesso… e sto parlando dell’avventura perfetta, chiamata vita. Provate solo a pensare cosa non sarebbe di noi uomini se applicassimo i suggerimenti di Cristina e Laura alla vita di tutti i giorni, alla compagna di tutti i giorni, della nostra vita? Il paradiso in terra, l’eden, da cui non siamo stati estromessi, come ci piace di credere, ma in cui tutt’ora viviamo senza rendercene conto, perché sporcato dalla colpa ch’è nostra: l’aver creduto che la causa di tutti mali fosse la donna, mentre è vero l’esatto contrario. Ciechi, anzi, meglio, miopi, pagliuzza/trave non ci suscita proprio alcun ricordo? Ma a che pro continuare? Siamo un caso (clinico) disperato se la donna, Cristina e Laura nella fattispecie, accetta di farsi tradire, perché le si resti fedele! Ossimoro, metonimia, Poesia allo stato puro. Complimenti davvero.
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L’universo dentro
L’universo dentro, perché questo è quello che contiene l’uni/verso di Elisabetta Vatielli e di cui queste poesie non sono che la “lacrima” - la poesia - quella parte “visibile” della sua “anima”. L’espressione del suo “massimo dolore” e della sua “massima gioia”, niente di lacrimoso, per intenderci, più la punta di un iceberg ancora tutto da scoprire, leggendolo, questo “Allora splenderò” e allora davvero splenderà, nell’occhio di ognuno, lettore, la lacrima/anima che ognuno di noi possiede e che la poesia è in grado di riaccendere. Per riscoprirci affini, non più soli, forse, ma in grado di brillare di luce intensa.
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Diario inverso
"Diario inverso" non è un viaggio a ritroso nel tempo, non è un’operazione nostalgica, di recupero di un passato mitico e felice, "Diario inverso" è un viaggio, un percorso in versi nel verso, in/verso. È un viaggio nella poesia, verso la poesia, alla scoperta della poesia e per questo un processo – un progresso – e non un recesso. "Diario inverso" è il resoconto di un percorso nel sé e non nel grembo materno che l’ha generata, Lucianna Argentino, ma nel grembo materno che ha generato e che ancora genera la sua poesia, il suo stesso grembo, generatore di poesia. È un viaggio alla radice del sé, all’origine della vita della poesia.
Come lucidamente evidenzia Marco Guzzi nella prefazione al volume: “La vera poesia contemporanea è una sperimentazione di stati interiori, una ricerca di altri punti di vista, più profondi del nostro sguardo sensoriale.”
"Diario inverso" non è una salita al cielo in cerca di luce, ma è, semmai, una discesa agli “inferi” per portarvi la luce che mancava, che necessitava per scoprire il cielo che vi si celava “in fieri”: lei poeta, lei a sua volta parola, nome, poesia:
"Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
- oscurata la luce, sospesa la grazia –
[…] imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia."
Lei che è contenuto e contenente, lei che è nutrita e nutrimento, lei che è sostegno e sostentamento, lei che è immagine di Dio e se stessa, alla perenne ricerca di Dio che pure è, ma che non ricorda, forse.
"Visito quell’altrove dove le cose si spogliano
di vaghezza per indossare una nitidezza
più prossima alla verità, ma mi strattona via
quel suo sguardo per cui dell’insieme
sono il particolare che sfugge."
Un viaggio del verso nel verso, del verbo nel verbo, verso il verbo da cui proviene, che è, che crea! Lucianna Argentino si spoglia, di ogni certezza, si mette a nudo, del dubbio, sinceramente, onestamente e pur impaurita, necessita di compiere questo percorso, di procedere in questa intima speculazione che la condurrà su sentieri invisibili, inesplorati, immanenti.
"Stanotte è tutto così intimorito ed esitante
che è l’anima a chiedersi se il corpo le sopravvivrà
in quest’avvenire senza presente."
"Non molto di più mi è dato di vedere
e udire da questo esiguo spazio da cui, tuttavia,
una verità senza orme circoscrive l’immenso."
Il corpo, è lei, il poeta, e l’anima, è lei, la poesia, che è poeta e poesia, che è corpo e anima, che non c’è dicotomia, che non c’è separazione, ma compresenza, compartecipazione, compenetrazione. La poesia è poeta e poesia, il poeta è poesia e poeta. Il poeta diviene oggetto della poesia, non più solo soggetto, il poeta è corpo e anima della poesia. È materia e immateriale, è terra, polvere, carne ed è aria, spirito, anima. E da questa posizione, direi privilegiata, ma nuova, sconosciuta, senza più punti di riferimento, ecco l’enorme possibilità e potenzialità di una vera ricerca, di un vero percorso, di un vero viaggio.
"Chi può dirmi chi sono
se lui non mi è più specchio?"
e da qui, da queste premesse, l’esigenza di un diario in cui puntualmente appuntare la genesi di un mondo nuovo, sconosciuto, il mondo poetico di Lucianna Argentino.
Un mondo nuovo da lei generato, la sua poetica, e in cui lei stessa, poi, novella Prometea, porterà la luce, la sua poesia. Un mondo senza confini, sconfinato, ma in cui ogni cosa avrà il suo preciso e puntuale posto, un mondo in cui ci sarà ogni cosa e il suo contrario, ma che non si escluderanno affatto, anzi, convivranno, coesisteranno. Bene, male, luce buio, uomo, donna, uomo, Dio, voce, silenzio, corpo, anima, paura, fede, vita, morte, bianco, nero:
"Io sono il bianco e lui è il nero
e da bianco mi avvicinai al suo nero
perché si stemperasse un poco,
perché sfumasse in una chiarità devota…
Ma il suo nero ha la qualità del bianco:
riflette la luce e se ne difende
murando vivo il sole – e il mio bianco è
come il nero: assorbe la luce e se ne nutre."
In una parola: poesia, ossimora per eccellenza, per antonomasia, che tutto contiene, che tutto include senza scelta, senza giudizio, senza discrimine, senza malizia, puro, cristallino, come un bambino
"C’è una chiaroveggenza possibile solo
nell’infanzia…"
come un mondo bambino, in divenire, eccolo allora, il Diario inverso di Lucianna Argentino, un viaggio in avanti nel tempo.
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Il senso della musa
È un piccolo manuale di scrittura poetica questo "Il senso della musa" di Andrea Garbin. Cioè in realtà, più che un manuale, che la poesia difficilmente si potrà insegnare veramente, è un approccio, è l’approccio di Andrea Garbin alla poesia - l’approccio di un poeta alla poesia - che vale più di un manuale per chi ha occhi per intenderlo.
E giusto gli occhi serviranno, ché la musa pare “sentirsi” con la vista, più che con ogni altro senso, il suo senso e quale l’augurio iniziale, iniziatico, se non di perderla la vista?
"Spezzàte quésto sguàrdo infàusto ed agghiacciànte."
Per ritrovarla, certo, ma non quella di prima, non più. O sarà il mondo a essere cambiato nel frattempo? La realtà circostante a mutare, che dopo un necessario black-out
"Càla la nòtte attórno a me,
ma non mi scòsto dal vècchio àlbero,
méntre la gènte, in paése, si apprèsta a dormìre,
veglierò silenzióso ascoltàndo la natùra,
parlerò con éssa, prìma che vènga il giórno,
diverrò pàrte di quésta nòtte silenziósa."
non avrà più “un” senso, ma “il” senso, della musa e sarà a suo modo
"Confòrto
Dólce il mìo sguàrdo si sofférma nel nùlla
Osservando l’ànime che mai più arderànno
In quésta atmosfèra óve il tèmpo trastùlla
E la mòrte del giórno consùma i mièi sógni
Del mìo còre li sènsi ritròvo in affànno."
Ed è così che "Prima del sonno" si conclude la prima parte di questa raccolta, "L’inconsapevolezza di una genesi poetica", consapevolmente:
"i mièi òcchi a scrutàre cos’è la realtà
[…] la piòggia che bàgna ògni essènza
prìma del sónno che tùtto scompàre
soaveménte…
soàve dólce attràzione del nùlla."
per riaprirsi su "Sensi e dissensi":
"conósco le paròle, ma non lèggo
poiché l’òcchio mi tradìsce il cuòre"
Il poeta sa, ma non sa, dubita, sa di non sapere e che comunque ogni sapere non è che parziale, temporaneo, al poeta non resta che guardare senza conoscere, senza farsi un’opinione, un giudizio definitivo, che sarà inevitabilmente - e sempre - tradito.
"Se nel tùo sguàrdo c’è bellézza
Cóme farò a distòglierlo non so,
e mi pentìrei d’avérlo fàtto."
Al poeta compete guardare la bellezza, il poeta necessita di questo contatto perenne con la bellezza per cui andrà cercandola in ogni possibile dove, se non avrà la fortuna di trovarsela davanti gli occhi, perché la bellezza "sveglierà i mièi sènsi estìnti" e così facendo salverà il mondo dal sonno eterno che è la morte.
"e gli òcchi tuòi cóme li astri
nòtti lontàne saprànno schiarìre,
poiché adèsso è catàrsi.
e védo […]
ùna sensazióne che mi abbrànca il cuòre
e si sciòglie nélla ménte cóme liquìdo impùro,
nélla mìa ménte che crédevo defùnta,
si sta risvegliàndo ùna troneggiànte tenerèzza".
Vista che non è soltanto “vista”, naturalmente, ma un vedere più complesso, più completo, che comprenda quindi tutti i sensi, questo il “senso” di "Sensi e dissensi":
"Ho in tàsca un fòglio di càrta,
spésso vi infìlo la màno
per sentìre il fragóre di quélle paròle
[…] nel tastàrlo
e che l’olfàtto, òcchio di ùna mìa imminènte azìone,
gùsti l’illusióne, splèndido miràggio d’un amór capàrbio."
per ritornare alla vista che è sempre e comunque vista, a chiudersi con la poesia "L’òcchio".
"Il senso della musa" parte terza di questa silloge e ultima è dunque la vista? E la musa è dunque “una” musa? Ma nient’affatto, la musa, la sua musa, del poeta Andrea Garbin: "La mìa musa", sono nove: Calliope, Polimnia, Clio, Urania, Melpomene, Tersicore, Talia, Euterpe e Erato.
"À?ggi, ho conosciùto le mìe àrti
Mi sóno fàtto Apòllo sul Parnàso
Ho prèso il sùo sguàrdo, l’ho guidàto
Azzùrro il cièlo, e le ho dètto:
‘sèi la mìa mùsa, tu sèi il mìo fióre."
Ciò detto, però, nulla è ancora definito né definitivo, in fondo: "Còs’è il bèllo?"
Già, cos’è il bello? Ma ce lo di ce il poeta, chiaro,
"E quàndo vìdi il màre aprìrsi, mìte,
ai sàturi tuòi òcchi,
capii quàle bellézza
inseguìre, trovàre, conquistàre
capii dóve sbagliàva la nazióne
capii dóve sbagliavàno i mièi òcchi
nel cercàre bellézza
dóve bellézza non si può trovàre,
dóve bellézza muòre."
no?
E allora non resterà che andarla a leggere, Andrea Garbin l’ha scritta, non resterà che guardarla, contemplarla, studiarla, memorizzarla, questa rara e lieve, soave poesia, per non distoglierla più da noi, ché ci pentiremmo d’averlo fatto.
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Luce all'intero
"Verso non me." Verso qualcun altro? Verso qualcos’altro? Non verso di me? Verso che non sono io? Verso non mio?
Domande senza risposte? Ci prova Franco Tutino, al suo esordio editoriale, a fare luce, a portare la sua "Luce all’intero".
"Un viaggio che allontani, che riporti,
un viaggio verso nostri porti:
che possa illuminare l’esistenza,
e i troppi giorni senza."
Più che una risposta (che pure ci sarà per chi saprà leggerla), Franco Tutino propone un metodo per fare "Luce all’intero", un metodo che prevede un allontanamento, un prendere le distanze (un estraniamento? nient’affatto) che permetta di poter guardare all’accecante vastità, ampiezza, immensità dell’intero, vedendolo infine, o meglio, permettendogli di illuminarci, di illuminare la nostra esistenza, il suo senso soprattutto, per "i troppi giorni senza."
Un viaggio che subito si trasfigura nelle parole del poeta,
"Ritorna primavera,
torna ai fiori,
ed io dalla mia sera
torno fuori."
che già è un’andata e un ritorno e il suo contrario, un tornare fuori.
"Dovrei mettere a posto questa vita
Fermandomi, smontando, costruendo;
ma lo farò quando sarà finita,
intanto io continuo correndo."
eppure
"Sento guarire più di poesia
che non di prescrizioni regolari
ricette per non vivere con sé."
Si sa, il poeta è un “fingitore”, lo dice bene Fernando Pessoa, ma non è un fingere che attiene alla menzogna, quanto piuttosto alla fiction (che nulla ha a che vedere con la “realtà” televisiva), alla rappresentazione dei sentimenti, di tutti i sentimenti umani, compresi quelli in apparente aperto contrasto fra di loro.
"Ho voglia d’incontrare tenerezza
e farmi raccontare allontanando."
"Meravigliosi amori, amori tanti,
per esser nuovi, uscire dalle mura."
e quindi
"Tu sei la profondissima emozione
Che dà luce all’intero, lo compone."
"Leggo, volgendo a me, poesie d’amore
e torno indietro, a storia già vissuta.
Fu muta, senza versi – non poteva –
troppo dolore mi aveva stretto, chiuso.
Ora saprei trovare altre parole,
ma solo vuoto avrei se andassi tu."
Andare, venire, ritornare, fermarsi, partire, restare, nell’apparente incongruità degli atteggiamenti, del senso, ecco che un senso comincia a farsi strada, la vista. Franco Tutino utilizza le sue parole, i suoi versi brevi come flash da puntare sull’intero per coglierlo, sfaccettatura per sfaccettatura, tessera per tessera e come un puzzle ricomporlo.
"Carezze di parole.
Bastano, sole,
a farti leggere me.
Ed io a scoprirti."
"Troppe vite sono giunte alla mia porta
Perché io possa sceglierne una sola.
Ed il cuore a ognuna vola."
Confusione? Incertezza? Dubbio? Per niente, c’è finalmente comprensione, ma soprattutto accettazione, l’intero, l’integro, immenso uomo si scopre umano, profondamente e l’apparente debolezza della nuova condizione non è che la sua maggior forza - e quanto maggior forza e grandezza e, quasi, “divinità” nell’essere umano!
"Lo specchio mi rimanda l’apparenza,
appartenenza ai miei vissuti anni.
Tratti cambiati, stesso sguardo intenso,
pronto al sorriso, a contrastare chi
mi assale in sé convinto.
Non sono vinto, non sento di temere
sembianze in cambiamento,
né vane posizioni mie esteriori
che posso non più avere.
Veri dolori ho avuto, altri vivrei
per miei o altrui abbandoni: e
desideri assenti, e passi rifugiati
verso non me."
Così si chiude la prima parte di questa affascinante e raffinata raccolta: "Apro confine", che più che altro è un “varco confine”, a cui seguono "Poesie con mia madre" e la tanto attesa "Luce all’intero", sezioni che danno la misura della nuova ritrovata dimensione umana e in cui il verso pure… vola:
"Poesie con mia madre":
"A chi racconterò dentro di me
trovando le risposte e la tua voce
quando nei miei pensieri solamente
potrai tornare, essere a me voce?"
"Non posso viver solo di ricordi,
voglio la vita che non so scordare."
"Luce all’intero":
"Dovrò tornare indietro, verso il meno
di questo mondo che mi chiede tutto:
così che io di me conosca almeno
quello che sento, fiore del mio frutto."
"Ed io nulla saprei, né fare nulla,
se povero restassi di chi amo."
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Chi cerca...
"Cercando luccicanza", la poetessa, o meglio, il poeta Dana Drunk la trovò!
Perché come ben si sa, chi cerca… è inevitabile, ma ciò che veramente conta è sapere se ciò che ha trovato è ciò che cercava e, al limite del paradosso, se si è resa conto di averlo trovato, che non è affatto scontato.
Si legge nell’introduzione scritta di suo pugno:
"Ben presto ho iniziato a scrivere poesie, racconti e canzoni per puro spirito di sopravvivenza, per affermare me stessa a discapito di chi mi voleva zitta e buona. E questa cosa mi ha salvata, altrimenti la rabbia e la delusione che provavo nei confronti della società in cui vivevo mi avrebbero arsa."
Apparentemente pare proprio che Dana Drunk abbia trovato quello che cercava, la scrittura, e così si sia addirittura salvata evitando la combustione, l’esaurimento, la fine, il buio.
Ma non è così, tutt’altro e per fortuna oserei dire.
Una ricerca come quella iniziata per la propria sopravvivenza non poteva che condurla all’interno di se stessa e non al suo esterno, in fuga, la scrittura, quindi, non come fonte esterna di salvezza, ma come veicolo per entrare in contatto con se stessi, per scendere nelle più intime profondità del sé alla ricerca della propria luce sepolta e farla infine splendere, luccicare, incendiare di tutta la propria passione, di tutta la propria energia, del proprio fuoco, un fuoco inestinguibile e salvifico.
"Un tempo
la vostra ignoranza mi feriva
e dentro i miei occhi
la luce girava in fuoco
e dopo poco
le mani nervose muovevo
e mordevo coi denti le labbra.
Un tempo
io ero la vittima della vostra barbarie."
Araba fenice, dalle proprie ceneri, proprio bruciando si è salvata e novella Prometea potrà salvare anche noi o quanto meno chi avrà il coraggio di leggerla la sua poesia, toccando con mano l’intensità del suo fuoco umano e artistico.
"E luce fu
Scintilla cielo-mare
bagni di luce sulle case
acqua evaporata sugli asfalti
montagne lontane
stagliate agli orizzonti
limpidi e chiari: finalmente vedo."
Fuoco che nella trasformazione, nel cambiamento, è anche mimesi, metamorfosi:
"Onde di fumo fluttuanti
scorrono tra i miei capelli
bruciano nei miei occhi.
Il grigiore ondeggiante
mi avvolge in un gioco
di forme e sapori.
Non sono con voi
non sono tra voi.
Cercherete invano
se cercate."
Ma una vera salvezza per essere tale deve essere bidirezionale, nel darcela, lei, dobbiamo restituirgliela, noi. Non lasciamo quindi che quell’intenso e benefico fuoco rimanga chiuso in un libro, apriamolo, leggiamolo, liberiamolo, "È freddo / ed il mio respiro / sembra fumo." pronto a incendiarsi, non permettiamo che prevalga il freddo, la glaciazione dell’anima, "È freddo / ed il mio respiro / resta fumo." gettiamo sale sul ghiaccio,
"Sale sul viso
È la perdita dei sensi
che mi affligge
sento la morte che entra
dentro e piango
piango
finché non sento il sale
bruciare sul mio viso
all’improvviso
rinascerò."
"Tu mi scivoli via
come una lacrima.
Spunti lentamente
dagli occhi
accendi un fuoco
e poi scivoli
scivoli via come una lacrima."
"Taglierò le corde del legame
lascerò l’alcool bagnare il mio dolore"
"La fiamma che mi brucia"
"Il petto scoppia
Muoio.
Sento il sangue caldo
scendere lentamente
lungo il petto.
Sulla pelle
Si secca.
Scoppio.
Sento il cuore gonfio
lacerarmi lentamente
dentro il petto.
La mia carne
si sfalda.
Chiedo venia
chiedo pietà!
è questo il caos?
È questa la vita?
Mi penetra
si espande
tutto si riaccende
tutto si ravviva.
È questa?...Ne voglio ancora."
È questa, sì, la vita, e noi? Ne vogliamo ancora? Altra? Perché nelle parole di Dana Drunk, Cercando Luccicanza c’è molto di più di questo, da leggere, con cui riscaldarsi, con cui rigenerarsi, con cui riconciliarsi, con se stessi, che non è poco.
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Saprà sorprendervi!
Davvero molto ben scritto, sorprendente, intrigante, coinvolgente, certo, magari non tutti i nodi vengono al pettine, ma è assolutamente indolore.
Non ricordo il tempo di aver letto fantascienza, ne ho un vago sentore, come di reminiscenza, come di "déjà-vu", dagli anni dell’infanzia in cui saltuariamente ricevevo in regalo libri del genere, ma non è assolutamente necessario esserne un cultore, per apprezzare questo piccolo capolavoro, anzi, lo consiglio con maggior entusiasmo proprio a coloro i quali storcono il naso di fronte alla parola fantascienza: saprà sorprendervi!
E’ una promessa, soddisfatti o rimborsati.
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Kaine / pain
Kaine (soggetto) / pain (complemento) – non uso il termine protagonista a proposito.
È su questa rima baciata e al contempo inversa che si gioca tutto Painlog: “Diario del dolore”, dolore subito, ma anche elargito. Uno splendido libro davvero, nonostante sia di genere… fantascienza, e una volta memorizzato il piccolo scoglio dei dogmi della nuova (?) religione, riesce a coinvolgere a tal punto il suo lettore da fargli dimenticare che quella non è ancora la realtà! Bravo, complimenti a Luca per la maestria con cui ha saputo guidare un neofita (di fantascienza) per 320 pagine capolavoro in 320 minuti o giù di lì. Fantascienza, certo, ma anche fantasia, scienza (che non è la stessa cosa), filosofia, religione, intelligenza, sagacia, humour e quant’altro, davvero di tutto di più e se sarete altrettanto intelligenti, quanto meno, non ve lo lascerete di certo scappare.
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Approfondire un mistero
Un libro davvero interessante, la dimostrazione pratica di come approfondire un mistero, non ne diminuisca il fascino, semmai lo accresca. Aneddoti virtualmente inediti che contribuiscono a fare della magia di Harry Potter un incantesimo ancora più potente. Bel lavoro.
Ma c'è una controindicazione, a un certo punto finisce. Ho provato lo stesso smarrimento che regolarmente provo ogni volta che finisco un volume della saga del maghetto. E adesso?
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Un piccolo capolavoro
Questo romanzo mi è piaciuto molto, per come è scritto: il suo stile, la sua maturità, il suo giusto mix di descrizioni e dialoghi, di narrazione e azione, di caratterizzazione e stereotipo (nel senso buono del termine) tali da renderlo letterario - di letteratura - quasi più che di scrittura; la tecnica, che fa sì che ogni pezzo si incastri fluidamente nell’insieme del disegno generale; la storia, anche, appassionante, avvincente, coinvolgente, originale, intrigante; i personaggi, ben tratteggiati, sia nel bene, che nel male, nel senso di positivi e negativi, ognuno è ciò che deve giustamente essere, anche nell’ambiguità di determinati aspetti. Insomma, un piccolo capolavoro.
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Da brivido
Vi è mai capitato di leggere un libro che vi piace moltissimo? Tanto che vi immergete nella sua lettura dimentichi del tempo che passa? Tanto da letteralmente divorarlo? Ecco, questo è uno di quei libri! A me, però, capita un’altra cosa, quando è uno di quei libri che mi ritrovo per le mani… mi fermo, quasi, rallento, la lettura, presago della malinconia, del senso di abbandono che inevitabilmente m’invaderà l’attimo in cui leggerò l’ultima parola (come quando finisce un amore).
Fantasy ad ampio respiro, ho capito che è uno dei generi che preferisco.
Un finale davvero degno e, secondo me, l’unico possibile, l’unico vero. Un intero manuale di filosofia, ma che dico, un’intera filosofia in poche magnifiche righe. Da brivido.
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