Opinione scritta da Alessandro Azzini

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Alessandro Azzini Opinione inserita da Alessandro Azzini    17 Febbraio, 2021
  -  

Un'eterna nostalgia del presente

L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera è stato per me un libro (non senza vergogna) di cui ho sempre saputo l’esistenza e poco altro. Un po’ come il filetto alla Wellington. Esiste, ma esattamente cos’è? E se ora questo filetto dal sapore anglosassone continua a rimanermi un mistero, Kundera invece ha iniziato a svelarsi e non potevo farmi regalo più grande.

Ambientato alla fine degli anni sessanta - tra la Primavera praghese e la successiva invasione sovietica - il romanzo, attraverso le ossessioni e fragilità dei suoi protagonisti (Tomáš, Tereza, Franz, Sabina), si propone di dipingere un perfetto quadro di quella che è la più misteriosa e ambigua di tutte le opposizioni umane: l’opposizione pesante-leggero.
«Davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza è meravigliosa?»
È infatti questo l’eterno dilemma che pagina dopo pagina si insinua all’interno della mente del quartetto amoroso, generatosi da una parte per via di sei ridicole coincidenze (Tomáš-Tereza) e dall’altra a causa di quell’inevitabile attrazione che sgorga fra due vocabolari opposti (Franz-Sabina).

In poco più di 300 pagine si ha la possibilità di cogliere il vero andamento della vita umana, nonché del suo tempo. Un tempo che non ruota in cerchio, ma avanza veloce in linea retta; d’altronde «è per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione».
Ed ecco allora che conclusa la lettura una nuova amara consapevolezza («Es muss sein») batte nelle tempie sempre più chiara: leggerezza e pesantezza son destinate a fondersi in un’eterna nostalgia del presente e, alla fine, tutto quello che si sceglie e apprezza come leggero non può far altro che rivelare - prima o poi - il suo peso insostenibile.

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Romanzi autobiografici
 
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Alessandro Azzini Opinione inserita da Alessandro Azzini    21 Gennaio, 2021
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Il miracolo della letteratura «frin-frin»

Leggenda Privata di Michele Mari è uno di quei libri che merita di essere letto innanzitutto per il suo vocabolario, per come è scritto: latinismi, citazioni continue, mises en abîme, manierismi, aposiopesi e parole alate, ancora adesso inafferrabili, trovano perfettamente il loro spazio in un periodare di una bellezza senza tempo.

L’Accademia dei Ciechi ha deliberato: Michele Mari deve scrivere la sua autobiografia o, come gli ha intimato Quello che Gorgoglia, «isshgioman’zo con cui ti chonshgedi». Temibile richiesta che, però, di fatto lo può salvare dall’incubo di ogni scrittore: veder scritta banalmente la propria vita da qualcun altro.
L’io inizia così a dar voce a quel destino passato per la cruna di un ago, il suo (in effetti fu «una borsa su cinquecento» quella vinta dal padre Enzo), prediligendo una via aneddotica e non lineare.
Sono dunque i moltissimi aneddoti, scanditi dal ritornello «nacqui d’inverno», a ripercorrere la sua “sanguinosa” infanzia-giovinezza, vissuta fra due entità opposte (i propri genitori, i «miei-loro»), una cameriera senza nome («Dea ma volgare»), rimembranze ancor oggi angosciose («vuoi un uovo?», «nastri gialli»), atti mancati e incubi fantastici, destinati alla condanna della ripetizione.

Un racconto privato in cui - pagina dopo pagina - viene mostrato in maniera sempre più evidente il miracolo di cui la letteratura «frin-frin» è capace: la possibilità di perfezionare-domare le proprie ossessioni con un solo e semplice strumento, la parola scritta.

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