Opinione scritta da MaxRenn
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Forgotten Gods
Shadow ha appena finito di scontare tre anni di prigione per una rapina finita male. E’ un tipo grande e grosso che non parla molto, ma è tutt’altro che stupido: è più che altro un’ombra, proprio come il nome che porta. Poco prima di essere rilasciato scoprirà di aver perso la moglie in un incidente, e rimasto senza più motivi per andare avanti, accetterà l’ambigua offerta di lavoro di un tale Mr. Wednesday, una via di mezzo fra un imbroglione e un mentalista (se non proprio un mago); accetterà di fargli da galoppino/guardia del corpo, ma si renderà presto conto che il signor Mercoledì è molto più di quello che sembra… Mentre si profila all’orizzonte uno scontro finale fra vecchi dei di importazione, e nuovi dei tecnologici e digitali. Shadow finirà invischiato in una vicenda più grande di lui, e dovrà addirittura assumere il ruolo di ago della bilancia.
Vicenda on the road che parla di divinità dimenticate (o che rischiano di finire nel dimenticatoio), American Gods di Neil Gaiman è un fantasy piuttosto atipico: darkissimo come da tradizione per quanto riguarda il suo autore, la narrazione risulta anti retorica e anti epica: scordatevi clamorose ed eroiche battaglie alla Tolkien o sanguinosi duelli alla Howard, qui siamo più dalle parti del sogno (e infatti i sogni saranno fondamentali durante il dipanarsi degli eventi), nonostante gli dei siano umanizzati. E molto spazio è dedicato proprio a loro: dispersi nel vasto continente americano, spesso fragili e soli, gli dei possono davvero esistere, e quindi vivere, solo se ci si ricorda di loro. Ma il cuore dell’uomo è facile da conquistare, quanto la sua memoria è pronta a dimenticare, e a ogni vecchio credo è fin troppo facile sostituirne uno nuovo, magari che stia più al passo coi tempi.
American Gods è un romanzo malinconico e un po’ nostalgico, a tratti originale e quasi spiazzante nel modo in cui tratta gli argomenti che narra; è sempre profondo e mai banale, anche se a volte risulta un po’ troppo misterioso, e non tutto viene spiegato fino in fondo. Ma forse è meglio così: il lettore non dovrebbe mai essere passivo, deve lavorare di fantasia anche lui, o no?
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La lotta per la vita
Santiago è un anziano uomo di mare che non riesce a pescare più nulla da ben ottantaquattro giorni. Si sente perseguitato dalla sfortuna, e della sua malasorte sono convinti anche quelli che lo circondano: da tempo ormai ha perso l’aiuto del giovane Manolo, passato sulla barca di qualcun altro la cui sorte appare decisamente migliore. Spezzato nel corpo e nell’anima, ma non ancora piegato, con cocciutaggine si imbarca per l’ennesima volta, spingendosi al largo il più possibile, in cerca di pesce ma soprattutto di riscatto. Alla sua lenza abboccherà il più grosso pesce spada che gli sia mai capitato nella sua lunga carriera: diverrà presto una battaglia per la sopravvivenza, protratta per giorni di fatica disumana, ma anche di un rispetto profondo dell’uomo per la sua vittima necessaria. Il pesce soccomberà all’indomita volontà del vecchio, ma sarà solo l’inizio di una lotta contro la natura e il destino beffardo.
Il mare immenso circonda e sovrasta il piccolo uomo tenace, eppure la soverchiante forza superiore non riesce a dissuadere il protagonista dai suoi propositi, che si arrangia in mille modi pur di raggiungere il suo obiettivo, che pare sempre più chimerico anche ai suoi stessi occhi, eppure non per questo si lascia tentare dallo sconforto e da una facile, seppur sensata, ritirata. Preferirà sanguinare (letteralmente) pur di portare a casa un risultato, fosse anche solo quello di averci provato, stremando se stesso e il suo vecchio corpo acciaccato.
Forse il lavoro migliore di Ernest Hemingway, di sicuro quello più vicino al suo sentire; pur essendo un romanzo piuttosto breve, qui c’è tutta la sua poetica, alla massima potenza: la lotta quotidiana dell’uomo per realizzare se stesso; la natura che ammalia ma è pronta a schiacciarti in ogni momento; il coraggio e la forza di volontà insopprimibili; il senso di morte incombente che toglie ogni senso, ma mai la forza di opporsi a esso, per quanto inutile e assurdo possa sembrare ogni sforzo.
Santiago si fa simbolo della rivolta ai propri limiti, alla natura, alla morte: per quanto inevitabilmente sconfitto, ne esce almeno in parte vittorioso; integro nella propria dignità, malinconico ma mai disperato, otterrà rispetto e ammirazione al termine della sua titanica impresa, anche se infruttuosa. Il vecchio e il mare è un classico della letteratura marinaresca, allo stesso livello di opere altrettanto celebri come il Moby Dick di Melville e Lord Jim di Conrad. Insomma, da leggere almeno una volta nella vita.
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E' una vita schifa (ma va vissuta)!
“Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa, e che cosa facevano i mei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.”
A un certo Holden Caulfield non gli si può imporre nulla: anche quando deve raccontare i fatti suoi, deve farlo nel modo e coi tempi che più gli piacciono, o si metterà a tergiversare. Be’, a dir a verità lo farà comunque, ma se si mette di impegno potreste ritrovarvi ad ascoltare le cose più pazzesche!
Il giovane Holden è la lunga “confessione” (solo alla fine si scoprirà perché il ragazzo sta vuotando il sacco) di un adolescente problematico, espulso dal collegio in cui studia mal volentieri, a causa dell’ennesimo pasticcio in cui è andato a cacciarsi. Holden, prima di essere costretto a tornare a casa dai suoi e affrontarli, si farà un allegra gitarella in quel di New York, dove si ficcherà nelle situazioni più improbabili, naturalmente col suo particolarissimo stile.
Il nostro è una specie di filosofo sopra le righe, un individuo ancora giovane ma già preso dai suoi mille pensieri: ha un’opinione praticamente su tutto e su chiunque, per quanto di solito vaga se non addirittura contraddittoria, ma mai banale o noiosa. In fondo è una sorta di sperimentatore della vita: osserva chi suscita il suo interesse e poi lo accosta, a volte con risultati tragicomici, a volte mettendosi nei casini (come con un certo Maurice). E’ un personaggio davvero vitale, e anche se appare confuso, risulta assai più interessante di molta dell’umanità che gli ronza intorno, magari gente coi piedi ben piantati a terra, ma privi del minimo slancio o entusiasmo. Paradigmatico in tal senso è l’incontro che ha con la sua (quasi) fidanzata Sally: sull’onda dell’entusiasmo propone alla sua bella una vita lontano da tutti, senza avere un’idea precisa sul come farlo, ma comunque fiducioso. Ovvio che riceva un no come risposta, eppure il suo piano ingenuo e velleitario è pura vitalità, tipica di un individuo che riserva le sue simpatie al compagno di scuola morto suicida e non ai vincenti (o presunti tali) che lo tormentavano, o la cui massima aspirazione sarebbe acchiappare ragazzini in un campo di segale (da cui il titolo originale, The catcher in the rye): insomma, Holden è completamente immune a qualsiasi tentativo di omologazione, e non per spirito di contraddizione o perché segua degli ideali o un’ideologia, ma perché lui è proprio così, e non potrebbe essere altrimenti. Se si è stati degli adolescenti almeno un po’ sognatori, non si faticherà certo a identificarsi con l’irrequietezza di un personaggio simile.
Il rapporto quasi paterno (a suo modo, mi raccomando!) con la sorellina, sarà l’occasione che gli permetterà di iniziare un percorso nuovo, forse la tanto agognata maturazione che lo renderà uomo.
Questo romanzo portò alla fama il suo autore, J. D. Salinger, entrando di diritto nel novero dei classici della letteratura americana del dopo guerra. Da leggere assolutamente!
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Un viaggio verso l'ignoto
Il protagonista de The narrative of Arthur Gordon Pym of Nuntucket, Arthur Gordon Pym, è un giovane che sente irresistibile il richiamo del mare: con l’aiuto del suo amico Augustus, si imbarca clandestinamente a bordo del Grampus, per poi ritrovarsi nel bel mezzo di un ammutinamento, occasione in cui conoscerà il bizzarro marinaio Dirk Peters, un mezzo selvaggio il cui aspetto incute timore, ma che si rivelerà coraggioso e leale. E’ solo l’inizio di varie peripezie, in cui l’unica costante risulta il rischio della morte, tema caro a Poe, presente nella maggior parte della sua produzione. Unici superstiti di un successivo e disastroso naufragio, Pym e Peters vengono salvati dal Jane Guy, nave diretta al Polo Sud, lì dove inizia una nuova fase del romanzo, un viaggio verso l’ignoto che prima li farà sbarcare sull’isola di Tsalal, dove vive una razza di indigeni tanto falsa quanto pericolosa, e che infine li porterà in territori sconosciuti a qualsiasi umano.
Gordon Pym è una delle invenzioni più riuscite di Poe: non è un semplice avventuriero in cerca di tesori o di gloria, ma un uomo totalmente dedito alle proprie ossessioni, il cui fine ultimo è vivere ciò che ha sempre sognato, a tutti i costi. Significativa è una sorta di confessione all’inizio della narrazione (il romanzo è una specie di diario - testimonianza in prima persona): “Mi attiravano le visioni di naufragi e di fame, di morti o di prigionia fra genti barbare, di un’esistenza trascinata nel dolore e nelle lacrime, su uno scoglio grigio, solitario, in mezzo a un oceano irraggiungibile, ignoto”.
E’ un uomo, seppur ancora giovane, che sa quel che vuole, e ha la fortuna (e la sfortuna) di riuscire a ottenerlo. Somiglia molto all’Ulisse dantesco: bramoso di posare gli occhi dove nessun altro è ancora giunto, troverà infine le sue Colonne d’Ercole. Insieme a lui il lettore vivrà un’esperienza difficile da dimenticare, un misto di angoscia e desiderio inestricabili, destinati a tramutarsi in nostalgia, che spinge a rileggere il libro a distanza di tempo, come ogni classico che si rispetti.
Questo romanzo ha ispirato pietre miliari della letteratura, come il Moby Dick di Melville e Le montagne della follia di Lovecraft, giusto per citarne un paio. Da leggere quando si è alla ricerca di emozioni forti, quando la banalità del quotidiano si fa troppo opprimente, e la fantasia urla nella testa in cerca del suo sfogo: allora Gordon Pym vi trascinerà in una dimensione proibita, al di là dei sogni più pazzeschi!
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Rabbia & party crashing
E se la realtà non fosse altro che una malattia? E’ a questo genere di domanda che tenta di rispondere Chuck Palahniuk con il suo romanzo Rabbia: una storia “orale” (la vicenda è narrata dal punto di vista di vari personaggi/testimoni) al cui centro c’è la figura mitizzata di Buster “Rant” Casey, un ragazzo a dir poco bizzarro cresciuto in provincia, per poi approdare nella grande città e causare coi suoi comportamenti promiscui un’epidemia di rabbia. Tutto questo calato in un mondo distopico in cui la popolazione è divisa fra diurni e notturni, in cui ci si “incanala” esperienze più o meno stupefacenti, e in cui i giovani sono dediti al party crashing, una sorta di autoscontro privo di regole. E se tutto ciò vi sembra estremo, aspettate di arrivare all’ultimo terzo della storia per ricredervi…
Rant (nomignolo che deve a qualcosa di assai poco piacevole) è l’ennesimo personaggio sui generis partorito da Palahniuk, ma gli manca quella follia carismatica che avevano l’impiegato schizoide di Fight Club e il Victor Mancini di Soffocare. E’ una figura un po’ bidimensionale, e certo la narrazione “orale” non aiuta a dargli spessore.
Come al solito all’autore statunitense piace provocare, ma certo la provocazione di per sé non basta per scrivere un buon romanzo: nonostante la scrittura sia di buon livello, alla narrazione manca la ciccia. Leggere alla voce: sostanza. E’ una storia che si lascia leggere senza troppe difficoltà (se vi piace il genere) ma manca di profondità. Insomma, il buon Chuck ha scritto di meglio.
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Due bottoni al posto degli occhi!
La piccola Coraline Jones tende ad annoiarsi facilmente, e non si accontenta dei soliti giochi. Coraline (e non Caroline, mi raccomando, o vi farà notare il vostro errore) ama andarsene in giro ad esplorare, e la sua nuova casa sembra fatta apposta per la sua passione: non solo è tanto grande da poter ospitare più famiglie, ma c’è anche una misteriosa porta chiusa a chiave che in teoria si apre sul nulla. In teoria perché si tratterebbe di un appartamento ancora sfitto, il cui ingresso è stato murato, eppure sembra nascondere una dimensione alternativa, che sta chiamando Coraline. E quando la bambina attraverserà la soglia proibita, si ritroverà in una bizzarra copia di casa sua, dove vivono strane versioni dei coinquilini, di suo padre e soprattutto di sua madre!
Coraline di Neil Gaiman è una fiaba dark che ricorda le atmosfere lugubri e favolistiche del cinema di Tim Burton, tanto per capirci. E’ una storia adatta ai bambini di tutte le età, soprattutto i più grandicelli (si, mi riferisco proprio a quelli con tanto di barba e panza).
L’altra casa, in cui tutto è possibile e ogni desiderio esaudito, è un posto in apparenza perfetto, dove verrebbe garantita la felicità di qualsiasi bambino, un posto fatato dove i genitori non sono mai troppo occupati, in cui è disponibile ogni tipo di divertimento e i pranzi sono tutti prelibatezze; eppure sotto la fragile superficie dell’apparenza si nasconde il mondo vuoto e arido di un essere famelico: l’altra madre, che ama Coraline soltanto a parole, ma che in realtà è capace solo di possedere come il più disperato degli avari, ha due bottoni neri al posto degli occhi, simbolo del nulla al posto dell’anima, così come le sue creature, vuoti simulacri condannati a scimmiottare una vita che non vivono davvero.
Perché la perfezione non può esistere, e la sua apparenza è solo una maschera, una trappola che brama intrappolare la vita altrui: la favola in questione vuole ricordarci che non può esistere felicità senza un percorso che includa anche il sacrificio e il dolore, elementi essenziali per conoscere se stessi e imparare a convivere con gli altri. Chi sfugge la realtà è condannato all’illusione, da cui presto o tardi non può che esserci il fin troppo ovvio e triste risveglio.
Nota di merito per le illustrazioni di Dave McKean, presenti in apertura di ogni capitolo; in particolare ho apprezzato la copertina, tenebrosa al punto giusto.
Ispiratosi a La casa delle vacanze dell’amico e conterraneo Clive Barker, l’inglese Gaiman con Coraline confeziona un piccolo capolavoro dell’inquietudine infantile: la noia e l’insoddisfazione possono essere leve potenti, capaci di spingerci a osare, ma a volte possono indurci a fare il classico passo più lungo della gamba... E farci cadere in un baratro oscuro da cui non è affatto facile tornare. Chiedetelo a Coraline Jones, se non ci credete!
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L'orrore al di là dello spazio e del tempo
Uno strano paziente è scomparso in modo inspiegabile dalla clinica per malattie mentali di Providence, Rhode Island. Il suo comportamento bizzarro lo distingueva dagli altri ospiti della struttura, che certo non si possono definire gente comune: trattasi di Charles Dexter Ward, un giovane di ventisei anni, magro e dall’aspetto decrepito, con una macchia scura sul petto di origine non identificata, che sussurra appena invece di parlare, le cui fissazioni vertono su tutto ciò che è antico, tanto da fargli dimenticare ciò che è invece moderno. Se non fosse impossibile, ci si potrebbe convincere di avere a che fare con il sopravvissuto di un’altra epoca...
Queste le premesse del romanzo Il caso di Charles Dexter Ward, in cui H. P. Lovecraft si dilettò nel costruire una storia a base di stregoneria, uno dei temi che più lo affascinava. In breve: il giovane Ward è uno studente appassionato di antichità, che quasi per caso si imbatte nel ritratto di un suo antenato, tale Joseph Curwen, che gli somiglia in maniera impressionante, tanto da sedurlo in qualche modo, arrivando a ossessionarlo. Il passato di Curwen non è dei più limpidi: sospettato di pratiche stregonesche, fu fatto fuori secoli prima da un gruppo di cittadini/giustizieri, stanchi dei suoi “esperimenti” contro natura; pare riuscisse a resuscitare i morti, soprattutto personaggi illustri deceduti da secoli, costringendoli poi a cedere il loro sapere. Sembra che il giovane Ward stesse percorrendo una strada simile a quella battuta dal suo antenato prima di venire internato, a causa delle manifestazioni della sua follia, negli ultimi tempi sempre più evidenti.
Nonostante la storia in questione sia di genere fantastico, presenta una forte componente autobiografica: non è difficile per chi conosce l’autore ritrovarlo nel protagonista da lui creato, che risulta quasi un alter ego: l’interesse del solitario di Providence per tutto ciò che è antico è noto e risaputo, come l’amore che nutriva per la sua città natale, a cui con questo romanzo rende un sentito omaggio.
La coppia di personaggi Ward/Curwen sono uno lo specchio e l’opposto dell’altro: pur somigliandosi come due gocce d’acqua, e ricercando ambedue la conoscenza, divergono in modo netto per l’uso che ne fanno: Ward vuole “solo” arrivare a comprendere sfere della conoscenza ignote agli altri esseri umani, mentre Curwen non si fa scrupolo di usare le nozioni acquisite per accrescere il proprio potere; la sua ambizione non ha freni, tanto che è disposto a sovvertire le leggi naturali pur di raggiungere i suoi scopi, anche a rischio di gettare l’universo intero nel caos. Toccherà al dottor Willet, un vecchio amico della famiglia Ward, rimettere le cose a posto. Ma c’è sempre un prezzo da pagare.
The case of Charles Dexter Ward è una delle creazioni più note di Lovecraft, e pur non facendo parte del celebre Ciclo di Cthulhu, resta una pietra miliare nella sua produzione. Il motivo è presto detto: parla di sogni impossibili da realizzare, se non nelle storie di fantasia; narra di improbabili ritorni dall’al di là, insomma di un modo per sconfiggere la morte, sogno proibito per eccellenza fin dall’alba dei tempi. Inoltre è un incubo in cui tutti gli ingredienti funzionano alla grande, fungendo da classico ammonimento ai comuni mortali che volessero travalicare i limiti imposti dalla realtà: perché per ritrovarsi nei guai a volte basta solo un attimo e un pizzico di presunzione. Ma il mondo della letteratura sarebbe decisamente più noioso senza questo genere di antieroi, non credete?
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