Opinione scritta da BB70
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Una donna vera
Intanto le ultime 10 pagine sono belle da tagliarsi le vene. E’ un lungo monologo con il quale Natalia racconta la sua storia, e quella della sua Barcellona del prima, durante e dopo rivoluzione civile e della presa di potere di Franco. Ma non fatevi ingannare dalla parola monologo, perché Natalia è una ragazza bellissima ma di bassa cultura, un po’ oca e ingenuotta ed il fluire delle sue parole è il fiume in piena di chi vive e contemporaneamente descrive, con la velocità dell’entusiasmo della gioventù e degli avvenimenti. Viene invitata a ballare, un giorno, sulla Piazza del diamante del quartiere Gracia e balla, bacia e si innamora in un minuto, fino a sposarsi il minuto dopo e mettere su casa con Quimet, spagnolo verace focoso ma anche aggressivo e intransigente che la comanda e la coccola, ma soprattutto la comanda e che la indurrà ad avere dei bambini e a vivere con 80 colombi tanto da non riuscire a togliersi il puzzo di dosso mai. E sembra che Natalia subisca, anche se sorridendo, l’entusiasmo del marito e del suo sidecar su cui porta in giro il figlio neonato ad altissima velocità, costringendola a stare in apnea fino al loro ritorno, e delle sue idee mirabolanti, e dei suoi ritorni a casa prima con idee rivoluzionarie, poi con bombe e fucili fino a non vederlo ritornare più. Tanto che dopo avere venduto tutto fino al materasso, e avere buttato il figlio maschio in un collegio per bambini abbandonati per non avere di che nutrirlo, abbandonata a se stessa e lasciata completamente sola a combattere la fame in quanto moglie di un miliziano che la guerra non è riuscita a vincerla, dovrà trovare il modo di salvarsi e continuare a vivere. Finalmente, dopo anni, mi è capitato tra le mani il ritratto di una donna vera e viva, che sta a tanto così dalla morte ma non si compatisce mai, sanguigna, passionale, un po’ serva, un po’ puttana e un po’ santa, ma sempre piena di grazia
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feroce
Premiato con il National book award e primo di una trilogia.
Anno 2005, a Bois Savage, nel Mississipi, dove ci sono ancora i quartieri neri e i negozi per i neri, vive questa povera famiglia, ovviamente nera; madre defunta nel dare alla luce l’ultimo figlio Junior, altri 3 figli, padre alcolista e violento con l’ossessione degli uragani, che passa tutto il suo tempo, tra una birra e un superalcolico, a sbarrare finestre e ad accumulare scatolette di cibo per le conseguenti carestie che non arrivano mai.
Esch, voce narrante, l’unica femmina, 14/15 anni o giù di lì, che ha cominciato a fare sesso a 12 praticamente con tutti, e mentre attende il ciclo che non arriva, si rende conto di essere incinta.
Randall, che pensa solo a giocare a basket e deve capire come fare a trovare i soldi per entrare nella squadra e comprare ciò che serve.
Sketaah con il suo piccolo dramma, ovvero China, pit pull bianco da combattimento che ha appena partorito cuccioli che non si sa se sopravviveranno in un ambientino a dir poco malsano come il cortile di casa, invaso da carcasse di elettrodomestici, fango, galline e via dicendo.
Gli adolescenti sono abbandonati a se stessi, manca del tutto la benché minima figura di riferimento, si arrabattano per arrivare a sera e cercare di risolvere i problemi, si prendono cura come possono gli uni degli altri e ovviamente non danno più alcun credito al padre, un macigno, più che un padre, neppure quando si mette ad urlare che si sta avvicinando un nuovo uragano, che si chiama Katrina.
Molto crudo, violento, non c’è pietà e nulla viene risparmiato, dalle umiliazioni al sesso spiccio sui furgoni ai combattimenti dei cani, un microcosmo privo di adulti che non sa come vivere e si limita a sopravvivere e dove, appunto, non si cerca nemmeno più di salvarsi la vita, ma solo le ossa.
Su tutto questo si abbatte l’uragano più feroce della storia.
Voto alto, ma ultime 100 pagine strappa-budella voto 10.
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