Opinione scritta da Scavadentro
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Un equilibrio etico perfetto
In questo “La misura del tempo” l'avvocato Guido Guerrieri vive il presente ed il passato. La figura che lo porta agli anni '80 della sua post laurea è quella di Lorenza: La donna è ora una sessantenne dimessa, invecchiata, opaca, con le dita gialle di nicotina e un lavoro precario. Tutto il contrario dell’immagine che l'avvocato ricorda della stessa, con la quale nella sua verde gioventù aveva fatto coppia passando dall'adolescenza all'età matura, tra cinema impegnato, spiagge, passeggiate per la città, caldi momenti di sesso. Lorenza era libera, disinibita, bellissima, sensuale e sessuale, decisionista ed aspirante scrittrice. In un certo senso Guido era stato “svezzato” ed abbandonato. L'oggi della donna ha viceversa in atto un dramma: suo figlio Iacopo (che ha inanellato reati di spaccio ecc...) è in carcere con una condanna in primo grado per omicidio e la prospettiva di essere parimenti condannato anche in secondo grado.
Carofiglio è certamente uno degli autori italiani più completi e di vertice nel panorama letterario odierno. A fronte di una purezza stilistica non comune, troviamo anche un nucleo etico centrale alla base delle sue opere. Per essere più chiari, un suo romanzo trascende dai confini classici, essendo palesemente un'altra cosa: questa “cosa” è una “lezione morale”. La trama, il narrato, i personaggi stessi (in questo caso l'avvocato Guerrieri, la vecchia fiamma Lorenza, il figlio Iacopo condannato per omicidio in primo grado, Annapaola simil-fidanzata e detective privata, Consuelo anch'ella avvocatessa, il poliziotto in pensione Tancredi, i vari magistrati e poliziotti, i vari testimoni ecc..) sono funzionali a esprimere valori etici in relazione ai temi della giustizia e alla sua applicazione. Carofiglio si interroga sul ruolo della magistratura, sulla deontologia degli avvocati difensori, sul sistema giudiziario in toto e sulle responsabilità di questi soggetti di potere nei confronti della società e degli individui. Questo tipo di approccio è tema comune e perno della filosofia seguita anche in questo testo dall'avvocato Guerrieri, sempre impegnato nelle analisi interne ed esterne, dialogante con il suo “Mister Sacco” (sacco da boxe). Sofferente di insonnia, la risolve recandosi nella libreria/caffè in Bari, aperta solo di notte, ricca di personaggi originali e anch'essi “straordinari” con i quali Guerrieri dialoga di letteratura, filosofia, poesia ecc... Guido è essenza positiva del ruolo di difensore, prescindente dall'indagato e dalla sua colpevolezza. Per Carofiglio è essenziale la garanzia ad essere comunque difesi e che il sistema porti ad un giudizio di condanna o di assoluzione frutto di approfondite e attente indagini, volte a eliminare qualsivolgia dubbio sia nell'uno che nell'altro senso. Non si tratta di distinguere il bene dal male, ma di verificare la situazione oggettiva da tutti i punti di vista, fugando le zone d'ombra e raggiungendo un verdetto sia in concreto che in astratto. In certi passaggi il lettore non attento potrebbe perdersi, o addirittura tediarsi (durante la conferenza iniziale di Guerrieri; nelle arringhe finali di accusa e difesa ecc..). Credo sia una scommessa vinta quella di Carofiglio di mantenere il livello di attenzione alto, superando questa difficoltà e regalandoci un finale (che ovviamente non svelo) che come di consueto in questo autore ci lascia un retrogusto dolce amaro.
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Casa dolce casa....
Questo libro è corrosione ed erosione. L'incipit è destabilizzante, con il professor Laing che sta mangiando carne di cane.... Per Ballard gli aggettivi certo non mancano: surreale, feroce, distopico, violento, grottesco, barbarico, allucinatorio, orrorifico, disturbante.... Questo tipo di letteratura e di vera e propria filosofia del vivere o la si ama o la si odia. E' legittimo chiedersi se la visione dell'opera di questo autore, presa in toto, abbia un filo conduttore comune. Effettivamente l'estremizzare è funzionale sempre e comunque ad un'idea di fondo che vede l'uomo inevitabilmente preda di un regresso prima che fisico etico. In questo romanzo feroce si descrive e si segue passo dopo passo il progressivo imbarbarimento degli inquilini di un condomino elitario, esempio di evoluzione tecnologica riservata a pochi, ma bene presto trasformatasi in sublimazione negativa di tutte le schizofrenie umane. Si descrivono due piani distinti: l'esterno, ove la massa residente si reca per andare a lavorare, e l'interno, il condominio di mille alloggi, ove pian piano gli abitanti si ritirano come in una prigione volontaria, e all'interno del quale si svolgono feste degenerate in sabba, abusi di ogni genere e violenze sempre più efferate sino all'omicidio. Tre personaggi principali si muovono in questo contesto: Richard Wilder (atletico pseudo regista televisivo), Robert Laing (professore di medicina) e Anthony Royal (anziano architetto progettista dell’edificio). Ciascuno di essi rappresenta una classe sociale differente, con una graduale importanza , a seconda del piano occupato. Il primo anela a salire sino all'ultimo piano, il secondo cerca stabilità nel mezzo, il terzo è al vertice e si abbandona ad un misticismo al quale si aggrappa anche quando gli eventi drammatici consiglierebbero di abbandonare lo stabile. Nel narrato tutti i confort che il grattacielo fornisce (piscina, centro commerciale, ascensori ad alta velocità, scuola materna, giardino pensile etc…) divengono luoghi di regressione primitiva e violenta. La struttura del grattacielo inizialmente presenta confini: i primi nove piani sono occupati dal “proletariato” (tecnici, operai specializzati..) dai quali inzia una sorta di rivolta. Dal decimo piano alla piscina e alla terrazza-ristorante del trentacinquesimo abbiamo la “borghesia” costituita da membri delle professioni, accentratori e egoisti ma relativamente tranquilli: medici e avvocati ecc.. Sopra la medio alta borghesia si trovano i residenti elitari, i “nobili” capitantati dall'architetto artefice: una classe superiore costituita da una ristretta oligarchia di piccoli magnati e imprenditori. Gradualmente si acuiscono antagonismi bellicosi e violenti tra gli appartenenti alle diverse classi sociali. Questi scontri provocano un blocco elettrico di quindici minuti che fa esplodere alterchi, furti e violenze di ogni tipo e sempre più tribali. Il grattacielo diviene preda di prepotenze e prepotenti, e si instaura velocemente la legge del più forte. Delitti, sopraffazioni, sabotaggi mirati agli ascensori per impedirne l'uso divengono quotidianità. Gli abitanti distruggono mobili e creano con essi barricate integrate concumuli di rifiuti. La mancanza di cibo e acqua spinge fino al cannibalismo e gruppi di facinorosi si spingono a organizzare spedizioni punitive. Il condominio vede infine gruppi assurti a veri clan tribali che cercano la conquista dell’edificio con morbosità collettiva. Il romanzo rimane “aperto”, e come detto inizialmente crea disagio e pone un quesito che ogni lettore deve personalmente affrontare: ci troviamo di fronte ad un genio o ad un provocatore? Personalmente penso ad entrambi....
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Ma che ti dice la testa?
Questo romanzo breve di Simenon è fatto di carne. Betty è praticamente l'unico personaggio che emerge e che seguiamo già in apertura persa nell'alcool, dentro ad un sordido locale notturno fumoso e pieno di tipi che definire “originali” è riduttivo (militare americano, medico drogato, languide prostitue, vecchi impotenti ecc..). La giovane protagonista ci viene a poco a poco svelata, moglie e madre che non è mai riuscita a recitare il suo ruolo. Tra le nebbie dell'alcool (ma quanto bevono e fumano i personaggi di Simenon!) veniamo a conoscere il motivo per il quale la donna dai vestiti alla moda sia ora smarrita, sporca, reduce dal vagare senza meta precisa dopo essere stata sorpresa dall'augusto marito a letto con uno dei molti amanti. Questo stato di autodistruzione permea tutto il narrato, cogliendo gli aspetti contraddittori di una donna che ha seguito la morale comune soggiacendo ad essa ed ai ruoli imposti, sempre senza serenità o gioia. In uno stato di apatia che sfiora il disadattamento si colloca nel nulla, con l'idea di dimenticare e dimenticarisi. Ella riflette anche quando una sua simile, la vedova Laure Lavancher, la raccoglie” nel sordido bar e la cura in albergo riconoscendo in Betty una copia più giovane di se stessa. La donna quarantenne ha senitmenti infermeristici francamente insoliti, e non si capisce se il suo sia un intervento salvifico per la ragazza o per se stessa. Fatto sta che la ragazza perduta è ora nella stanza 53 ove le venogno recapitati gli effetti eprosnali della sua vita precedente, e dove si rifugia in attesa di non si sa che. Il lettore qui può schierarsi: Betty è una viziata irresponsabile, ubriacona e tabagista? E' una madre e moglie snaturata che senza pensieri si concede a qualsiasi amante, rifiutando implicitamente il ruolo genitoriale? E' incapace di provare sentimenti? Oppure è un'eroina suo malgrado, che rifiuta il ruolo di moglie alto borghese? E' una vittima della società perbenista? E' una ragazza di ventotto anni che rimpiange la figura paterna che ricorda con nostalgia? Personalmente non trovo gradevole l'autocommiserazione ed il fatalismo. Non sopporto inoltre l'inanità verso gli eventi, subiti senza lottare. Noto una dose troppo grande di viltà e inerzia mista ad egoismo. Onestamente tra i lavori di questo autore non annovererei “Betty” tra i suoi migliori. E' interessante la discesa e la disamina degli aspetti intimi del mondo interiore femminile, sempre da considerare in base ai tempi nei quali si svolge e alle condizioni femminili della Francia ove si dipana il romanzo. Non apprezzo le figure maschili sempre rudi e carnali, rappresentate da Mario, padrone del bar, amante della Lavancher. Comprendo la critica all'alta borghesia incarnata nella famiglia del marito di Betty, suocera compresa, che pur di salvare le apparenze sarebbe disposta a “perdonare” i tradimenti coniugali in nome delle apparenza. Infine trovo paradossale il finale (che non svelo) a dimostrazione della considerazione che Simenon ha sempre avuto nei confronti delle donne, sovente indicate come imperfette non tanto nel fisico quanto nella psiche.
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Ma allora chi è stato? Bho?!
Chi sarà Robi, il “bambino rosso” che Giacomo, figlio di Ada, ha come unico amico di scuola? Nessuno se lo chiede, men che meno Ada, la quale ha vissuto a Londra con il padre pakistano del bambino , tale Bashir (ingeniere) perché doveva affrancarsi dalla coppia genitoriale separatasi. La donna è tornata a Serana, paesino montano della Val di Susa, sconvolta dalla perdita in culla della secondogenita Laura. Soffre di capogiri e malori, in una situazione tale da non riuscire a ricominciare a rifarsi una vita ( e ci si chiede “ma di che vive”? ). Il ragazzo va a scuola dalle suore, dove naturalmente non viene accettato da compagni e compagne in quanto “diverso” per etnia e colore della pelle e perché parla l'inglese. La madre è presa dalle sue paranoie, circondata da: Radames parrucchiere omosessuale (ma pensa!) e ciarliero che però rimane nel paesino a onta delle discriminazioni; Sergio suo “maestro” di cermaica (perché per rinascere qualcosa bisogna pur fare) ex tossicodipendente con il quale pensa di avere un rapporto più intimo; Antoni ex compagno di scuola motociclista attempato palesemente single sfigato anche li possibile copulatore ma rifiutato durante gita montana; Mariella sua ex compagna di scuola ora divenuta la signora borghese più ricca e conformista del paese con venature razziste, cinica, fredda, intimamente soddisfatta di aver sposato il più ricco del paese (che fabbrica assi di cessi multicolori, riscaldate ecc...) ; Giorgio marito ricco di quest'ultima, con il quale finalmente Ada si concede a vari rapporti sessuali prima si, poi no, poi l'istinto che prevale sulla ragione e chi se ne frega. Mentre la donna è distratta, sia dal proprio lutto sia sul profondo malessere psicologico di cui è vittima, anche impegnata a districare il rapporto con la propria madre che (udite!) si scoprirà che anch'ella era stata toccata da una tragedia coinvolgente figli, il ragazzo/bambino Giacomo si accompagna al rosso crinuto amico che solo dai dialoghi è evidentemente psicopatico, violento, misogino, delinquente, diabolico. A Serana (dove scompaiono un sacco di persone misteriosamente) è infatti presente un castello diroccato ove un negromante si dilettava con sacrifici umani e le peggio cose, scribacchiando rune ovunque. Queste rune (che riuscirà ad interpretare solo il macellaio del paese [!] che per diletto si occupa di leggende ed esoterismo) non sono alla luce del sole, ma in una scala sotterranea che Giacomo scoprirà inoltrandosi in un sotterraneo che da centinaia di anni nessuno ha mai neppure intuito. Intanto una compagnuzza (Jennifer) scompare, e da qui via alla polizia, ai sospetti, ai giornalisti ecc.. In questo frangente Ada è troppo impegnata a scatenarsi in amplesso in auto con il marito della Mirella (sorpresi dai Carabinieri!) e quindi non pensa neppure che il figlio abbia un amico inventato, né si preoccupa di farselo presentare.... Giacomo intanto con il bambino rosso si da a letture esoteriche, riti cimiteriali, decapitazioni di bambole, sacrifici animlai, schifezze varie. E poi gli viene la febbre alta e la bava alla bocca (esorcismo?) e la madre infine si preoccupa. Il pericolo incombe? Bho? Il finale è piovoso e confuso, privo di senso. Dovrebbe esserci ansia, angoscia, mistero. Tutto risulta abbozzato, indefinito, già sentito. L'autore vuole dirci che troppo spesso i genitori siano ignari di quanto avviene sotto i loro stessi occhi? Per carità, è possibile trovare una simile morale: il libro però risulta scipo, senza mordente, con personaggi improbabili di forma e non di sostanza. Penso che Fois sia amico di Derossi se cita Dürrenmatt ed Ammanniti con i quali questo testo nulla ha da spartire. Un tentativo sufficiente, ma niente di più. Si salva solo l'ambientazione. Naturalmente non vi dico se c'è il lieto fine, tanto lo si intuisce.... Peccato.
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Distopico è l'uomo
Un autore fuori dagli schemi come Ballard è amato o parimenti mal sopportato. Alcuni lo ritengono privo di senso, inutilmente provocatorio, esponente di un pessimismo superficiale. Dal mio punto di vista libri come “Il condominio”, “Crash” , “La mostra delle atrocità” e questo “Il mondo sommerso” sono esempio coerente di una filosofia dalla quale l'autore non si discosta e non vuole discostarsi. Egli utilizza un timbro non soltanto fantascientifico, ma che spazia tra l'horror, il sociologico, il disturbante. Nel mondo di Ballard l'uomo è in continuo conflitto con se stesso, immerso in una natura di volta in volta malata, collocato in situazioni estreme dalle quali non esce che attraverso la sofferenza fisica e psichica. In questo romanzo breve il mondo nel quale si svolgono i fatti è quello risultante da una serie di tempeste solari, che hanno riscaldato la terra provocando lo scioglimento dei ghiacci rendendo invivibile la maggior parte del pianeta. Lo scienziato Robert Kerans fa parte di una squadra di ricercatori, sotto la protezione del colonnello Riggs, con l'incarico di perlustrare quel che resta di intere città sommerse dalle acque in seguito a questa catastrofe. L'innalzamento delle acque a livello planetario ha creato dei paesaggi fantasmagorici, con fauna e flora costituita da alligatori, rettili vari, zanzare ecc.. che si crogiolano sui tetti di palazzi ormai in disfacimento, tra mangrovie, alberi tropicali, miasmi di palude malsani e terribili. L'atmosfera primordiale influisce sui sopravvissuti di questa civiltà ormai scomparsa: i personaggi sono psicopatici, malnutriti, contaminati dalle radiazioni. Molti sono preda di incubi e follia, dalla quale non rimarrà esente neppure Kerans, che tra la fuga inevitabile assieme ai pochi superstiti nelle aree abitabili sempre più ristrette, è attratto dalla prospettiva di inoltrarsi nelle foreste fangose sempre più bollenti. Un lucido suicidio, un fondersi con l'ineluttabile destino dell'intera razza, preferibile ad una sopravvivenza stentata e patologica. Tutti gli attori del testo, i militari, gli scienziati, la donna di classe, i razziatori seguono il loro inconscio trasformando il paesaggio reale in onirico, creando un moto collettivo auto distruttivo che infine privilegia l'irrazionale come unica via di uscita all'orrore della fine del mondo. Il caos e la morte infine prevarranno sul tutto. Un'analisi spietata ma, come premesso, coerente con la filosofia che pone l'uomo non al centro dell'universo, ma soggiogato da esso, preda degli eventi e vittima degli stessi. Impotente e costretto a camminare verso il baratro. Quindi in definitiva non è una questione di apprezzare o meno elementi stilistici e narrativi, bensì condividere o meno un'etica e una visione che si deve ammettere assai originale.
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basi di una saga
Breve premessa: chi si aspetta l'avvio di una mitologia epica eviti di iniziare a leggere questo ed i successivi sette libri di Sapkowski che hanno come protagonista lo “strigo” Geralt di Rivia. Capolavori come il Signore degli anelli, tutta la saga di Shannara di Terry Brooks o i testi di David Eddings e finanche Il trono di spade e seguenti hanno infatti rappresentato per il sottoscritto le basi del fantasy, assurgendo a livelli molto alti (senza voler essere blasfemi) come l'Odissea, L'Eneide o L'Iliade. Qui siamo su sentieri più bassi, su una qualità ottima e tematiche scorrevoli e piacevoli. Ma da questo punto di origine, rappresentato da “Il guardiano degli innocenti”, balza agli occhi il diverso approccio sulla materia e lo sviluppo del e dei personaggi. In primis lo strigo (che assomiglia un po' all'elfo nero Drizzt Do'Urden creato da R.A. Salvatore) , appare al lettore come figura singolare, semplice, con caratteristiche evidenti. Non c'è un punto di partenza specifico, una narrazione generale (guerre, ricerche ecc..) ove Geralt si muove. Ci sono sette racconti (frutti di una elaborazione atta a legare i quattro originali apparsi nell'obsoleto “Wiedzmin” testo edito solo in polacco e ceco) che con una certa dose di ironia (evidenti rifermenti alla favolistica con Cenerentola e Biancaneve) propongono lo strigo informandoci brevemente del suo ruolo di cacciatore di mostri quali basilischi, vampiri ecc.. che infestano i villaggi e le città. La professione è altamente disprezzata dalla popolazione e dai nobili, anche se necessaria non soltanto all'eliminazione dei citati ma anche per la liberazione da maledizioni di ogni sorta. Nel mondo di Geralt sono presenti i maghi, i regnanti, i druidi, i cantastorie, i borgomastri, le sacerdotesse ed inoltre elfi, ondine, silvani, nani, gnomi e molte altre creature indicate con i nomi originali in lingua polacca. Nel libro si alternano personaggi affiancati allo strigo, come il bardo Ranuncolo , la sacerdotessa Nenneke e la maga Yennifer. Le vicende sono gradevoli e ben congegnate, e Geralt non viene infuso di un'aura di invincibilità, ma mantiene una dose di umanità che lo rende istintivamente simpatico. Dialoghi e ritmo fanno ben sperare per i futuri romanzi che mi impegno a recensire prossimamente. Non so come giudicare la trasposizione televisiva in serial che è stata annunciata da Netflix. Certamente, considerato che da questi testi è stato tratto un videogioco a quanto pare molto famoso, la mia recensione potrebbe risultare incompleta o non molto attinente e calzante. Soprattutto per i più giovani che, data la mia età senescente, saranno i più numerosi …...
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Lucido, tragico destino
Questo testo del 1942 è pervaso di lucidità ed è un esempio di phatos attraverso pochi personaggi perfetti, interpreti di una vicenda simoblo funzionale a dimostrare come il destino di ogni uomo, a parere dell'autore, sia segnato indelebilmente e ad esso non ci si può sottrarre. Come di consueto Simenon descrive con stile asciutto e realistico non solo il panorama rurale immobile e chiuso della campagna francese del periodo, ma inserisce personaggi nel contesto assolutamente verosimili e connotati da caratteristiche fisiche e psicologiche nette e calzanti. La vicenda parte da Jean, giovane di famiglia ricca appena uscito di prigione, che vaga senza una meta precisa. Sulla corriera incontra la matura vedova Tati Couderc, la quale istintivamente lo “assume” come garzone imponendosi più che proponendosi. Quasi naturalmente Jean si abbandona in questa nicchia, cercando nelle mansioni campagnole (tagliare l'erba, pulire le gabbie dei conigli, attivare l'incubatrice per i pulcini, mungere ecc..) un oblio della mente e dei sensi; sempre seguendo il flusso degli eventi, facendosi trascinare, trova stasi e meccanismi quotidiani con un atteggiamento volutamente passivo. Ben presto diviene l'amante della vedova, che sfida la morale comune non nascondendo la relazione né ai gendarmi né agli abitanti del paese. Jean si illude di aver trovato una sorta di pace interiore scandita dal trascorrere del tempo: il destino è però ineluttabile e non si può sconfiggere. Fatalmente l'atmosfera si incupisce. Lo suocero vecchio e sordo che vive con Tati nella casa lungo il canale, è conteso dalle cognate, squallide come i loro mariti, che hanno come unica mira la “riconquista” della casa e dei terreni ora gestiti con fermezza e forza dalla vedova. Lei resiste con sprezzo, rifiutandosi di lasciare in mano dei parenti sia l'anziano (che comunque disprezza per la lascivia dello stesso) che i beni. Questo atteggiamento di difesa sfocia in liti e contrasti familiari, tra l'accerchiata donna e i suoi avversari che con ogni mezzo la contrastano. Lei è cocciuta e decisa, in quanto entrata in quella casa quattordicenne ha dovuto lavorare e sfinirsi per mantenere efficiente e produttiva la proprietà. Al culmine di un ennesimo scontro Tati viene ferita alla testa e deve forzatamente mettersi a letto rimanendo inferma. In tale condizione si affida all'uomo che ha accolto, delegando le mansioni ma vivendo in perenne stato di ansia, temendo che Jean decida di lasciarla e fuggire da lei. Ad appesantire la situazione trasformando il dramma in tragedia si inserisce la figura carnale di Félicie, vicina nonché sedicenne nipote della vedova. La ragazza, figlia della cognata e di un ubriacone violento e sfaticato, è permeata da una malizia sordida. Ella è già madre e priva di marito ed è avvezza ai piaceri sessuali. Jean, come privo di volontà propria ed anzi rassegnato, subisce il fascino erotico di Félicie instaurando un rapporto basico quasi animalesco. Egli cerca di celare a Tati la tresca, ma la donna, istintiva, viene colta da una gelosia ossessiva che fatalmente indurrà l'uomo a cadere nuovamente nel delitto.
Simenon dimostra di essere un maestro nel tratteggiare in poche pagine un mondo intero sia esterno che interno, che mette a nudo i peggiori istinti umani. Egli ci porta a prenderne atto, senza cercare scorciatoie etiche o vieppiù esprimere giudizi, ma lasciando al lettore lo spazio di indagine e di riflessione.
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un Lansdale più intimo e sentimentale
Ognuno di noi ha delle compulsioni. Una delle mie è l'impulso irrefrenabile che mi porta a leggere l'intera produzione di autori che mi colpiscono nel profondo e divengono quindi dei cult personali a prescindere. Uno di essi è Joe R. Lansdale, noto principalmente per la serie di Hap e Leonard, ma che nella sua copiosa produzione letteraria ci ha regalato delizie quali “La foresta” , “Paradise sky” , “Echi perduti”, “In fondo alla palude” ecc... Quasi tutti questi lavori sono ambientati nel Texas e narrano di uomini e donne degli strati sociali più bassi. Denominatori comuni sono anche l'avventura, il viaggio, la crescita durante la narrazione. Questo romanzo breve si discosta da questi canoni, nel senso che si tratta di una storia “semplice” anche se poi così semplice non è. Per spiegare questo elemento mi permetto di citare (non è mio costume ma è necessario per chiarire il concetto) come l'io narrante (è la stessa Dot a raccontarsi in prima persona) introduce la vicenda: “Potreste pensare che questa non sia una storia vera, perché una parte di essa contiene cose a cui è difficile credere, ma vi assicuro che non c'è niente di inventato, dall'inizio alla fine. Vi dirò la pura verità, dal principio alla fine. Vi dirò che i miei amici mi chiamano Dot, e che preferisco che i miei nemici non mi chiamino affatto. Si tratta di una grande avventura? Be', nessuno andrà sulla luna o scalerà una montagna altissima. Ma per me è un'avventura. È la mia vita quotidiana”. Il romanzo si fonda proprio sulla vita “normale” di Dorothy «Dot» Sherman, ragazzina coraggiosa che deve affrontare una situazione familiare che è un eufemismo definire difficile e complicata. Abita in una rulotte con il fratellino, la madre sfaticata (abbandonata dal marito che classicamente era uscito per acquistare un pacchetto di sigarette e non ha mai ritornato). Inoltre ha una sorella nella medesima condizione abitativa, che viene costantemente picchiata da un marito violento ed ubriacone. Dot conta quindi soltanto su se stessa, ormai in un certo senso rassegnata: ha smesso di studiare e lavora in un fast food come cameriera sui pattini. Si “difende” dalla vita anche menando le mani. Sogna di potersi finalmente affrancare, riprendendo gli studi e creandosi finalmente un futuro migliore. L'apparizione di Elbert, un tizio che dichiara di essere il fratello di suo padre e si fa ospitare nella roulotte di famiglia, costituisce un cambiamento. L'uomo infatti, di cui inizialmente la ragazza diffida, potrebbe essere chiunque. Emerge infatti che Elbert ha avuto alcuni episodi di piccola criminalità, ma con il passare del tempo conquista la fiducia della ragazza comportandosi correttamente e da vero “zio”, inducendo Dot a credere non dico a un futuro radioso, ma almeno alla possibilità di un possibile miglioramento. Un romanzo in un certo senso “minimalista”, ma tenero e in certi passaggi commuovente: chi è abituato alle scene di azione e alle scazzottate, ai delitti e ai repentini cambi di prospettiva tipici di Lansdale rimarrà forse un po' deluso, ma la carica di umanità dei personaggi supplisce abbondantemente. Alla fine non si può che augurare ogni bene a questa ragazza bella dentro e fuori.
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Chi è la vittima e chi è il colpevole?
Quando ho letto questo testo di Simenon mi sono posto un quesito relativo non al romanzo, ma all'autore. Egli, noto appassionato del genere femminile, ha passato una vita a corteggiare e “consumare”, non celando questa sua “debolezza” cronica. Curiosamente il suo personaggio più noto, il Commissario Meigret, è affiancato da una figura fissa (la moglie) alla quale è fedele. Nei lavori ove non compare il commissario, tutti i ruoli maschili sono caratterizzati da mariti che si concedono amanti più o meno frequentemente, spesso con la passiva accettazione da parte delle consorti. In questo romanzo breve le figure principi sono Francois e la moglie “Bébé”. Il punto di partenza è costituito da un tentativo di avvelenamento maritale che una domenica di fine estate la donna mette in atto aggiungendo arsenico al caffè, servito in giardino alla presenza del cognato, della sorella (hanno sposato due fratelli) e della madre. L'uomo riesce ad accorgersi di quanto in atto (è un chimico) e con lucidità riesce a salvarsi tramite lavande gastriche. Ovviamente viene ricoverato. Inevitabilmente la consorte viene arrestata e con assoluta calma non solo confessa il gesto, ma conferma una premeditazione. Qui Simenon comincia “l'analisi”. François mentre è convalescente, non si lascia andare a sentimenti di odio verso la moglie. Cerca viceversa di comprendere le motivazioni profonde di Bébé. Nel farlo si rammenta la loro vita comune, partendo dal loro primo incontro a Royan, dieci anni prima, ripercorrendo le tappe sia del loro rapporto sia della loro situazione economica, sempre più florida e ricca. In questo processo (con una lenta ma consapevole autocritica) egli si sfila dal ruolo oggettivo di vittima, assumendosi le colpe e la responsabilità di aver portato Bébé a tentare un avvelenamento. Nel suo io profondo si rende conto di aver agito non tanto o solamente per accrescere il benessere reciproco, ma da marito egoista, assorbito nel suo ruolo di imprenditore di successo sempre più ampio. Si accorge di aver fatto prevalere l'io sul noi. Anche le amanti l'hanno fatto sentire importante, deluso dalla “freddezza” si Bébé la quale non “sa fare l'amore”. Nella solitudine della stanza in clinica, riesce a giudicare con chiarezza il loro matrimonio. Esso è divenuto una piatta abitudine in un clima di rassegnazione alto borghese, ove la moglie è conscia delle avventure del marito che accetta facendo finta di nulla. Al termine di questa introspezione capisce che Bébé non era una donna gelida e insensibile, come aveva superficialmente inteso, ma che il suo amore era puro e a causa di questo sentimento aveva messo in atto l'avvelenamento. Sentendosi quindi responsabile della crudeltà morale in cui l'ha tenuta decide di perdonarla. Questo suo atteggiamento non solo non viene condiviso negli ambienti familiari e di lavoro, ma neppure il difensore della moglie riesce a comprendere il motivo che porta Francois a preoccuparsi del processo contro Bébé, portandolo al punto di seguire difesa legale con la speranza di una assoluzione. Ciò che egli decide, come un riscatto morale, è di aspettarla a prescindere dalla condanna. Un testo sulla “verità” sorprendente, che ribalta i ruoli da molti puni di vista. Notevole per temi e per l'epoca.
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decadenza di una famiglia
Questo romanzo di Simenon è particolare nella produzione del medesimo. E' infatti un affresco corale che ritrae la famiglia degli imprenditori Donadieu. Questi sono un clan de La Rochelle che abitano nel loro palazzo a più piani, rigidamente legati a regole e gerarchie familiari a piramide. Al vertice è l'armatore Oscar Donadieu, che regna sui quattro figli e sulla moglie. A dimostrazione di questo stato di fatto è emblematica una frase in apertura del libro: quando vanno a messa la domenica, formano «una processione dove l’unico assente era il buon Dio». E ad osservarli, i loro movimenti apparivano «predisposti in modo così rigido che avrebbero potuto scandire la vita della Rochelle con la stessa precisione delle lancette del grande orologio della Torre». A incrinare irrimediabilmente la situazione è la tragica quanto misteriosa morte del capostipite, annegato a tarda sera nei pressi del canale che costeggia le sue aziende, mentre sta rientrando a casa. Questo evento apre una cronaca asciutta e oggettiva della disgregazione progressiva della famiglia, formata da personalità assolutamente inadatte e capaci. C'è il figlio maggiore che di carattere debole ha messo incinta la segretaria ed ha una moglie insoddisfatta ed “esoterica”; la sorella maggiore che ha sposato un buon ragioniere (ma nulla di più) la figlia minore diciassettenne invaghita dell'arrivista Philippe ed il figlio minore cagionevole di salute, mistico, immaturo. Ed in ultimo la vedova che “liberata” da un marito tirannico eccede nelle spese e infine si affida progressivamente al genero Philippe, accelerando così la tragedia. Quest'ultimo è infatti teso a cercare con ingordigia di “creare” una dinastia calpestando qualsiasi principio morale, non esitando a concupire la moglie del suo socio prossimo milionario senza minimamente pensare alle conseguenze. Tutto il romanzo è permeato di un senso di ineluttabilità, di un destino avverso che non ammette repliche. I panorami sia cittadini che campestri sono cupi, densi di sentimenti di rivalsa che promettono disgrazie. Una prova letteraria che dimostra l'arte di Simenon, ancora una volta da non canonizzare nel genere giallo, ma da considerare un autore a tutto tondo tra i maestri del novecento.
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Da Grandi ci si ammala
Premetto che alcuni romanzi di Ammaniti (Ti prendo e ti porto via, come Dio comanda, che la festa cominci ecc..) li ritengo eccellenti sia per stile che per contenuto. Questo autore riesce a descrivere eventi drammatici e tragici con crudezza, senza mai scadere nel volgare o nel fastidioso (soprattutto nei racconti). In questo romanzo la protagonista assoluta è Anna, ragazzina tredicenne. Nella Sicilia (e nel globo) del 2020 si è diffuso con violenza un virus letale che ha decimato la popolazione adulta. Soltanto i bambini sono immuni all’epidemia (definita "La rossa"). Ma appena questi ultimi divengono adolescenti cominciano ad avvertire i sintomi della malattia, presente all’interno del loro organismo, che si svilupperà inevitabilmente con la crescita, portandoli allo stesso destino di morte già riservato ai loro genitori. Anche il padre e la madre di Anna hanno subito questo repentino decorso. Negli ultimi giorni di vita la madre fornisce la figlia di un quaderno con le "Cose utili" facendo promettere ad Anna due cose: badare e fungere da baluardo al fratello minore Astor ed insegnare a leggere allo stesso. La ragazzina viene investita di queste responsabilità, ed in mezzo ad un mondo sempre più devastato e preda della natura, cerca di sopravvivere procurandosi con fatica il cibo, nascondendo se stessa ed il fratello nella casa materna. In questo contesto accade un evento drammatico che induce Anna a lasciare il proprio rifugio: il rapimento di Astor da parte di una banda (di altri adolescenti) che "raccoglie" i bambini per condurli . La ragazza parte immediatamente alla sua ricerca, legata al giuramento fatto alla mamma morente. Si trova in panorami da dopo bomba, tra edifici in disfacimento, strade disastrate, personaggi morenti e pericoli. In questo viaggio viene affiancata da un cane che si rivelerà una sorta di angelo custode (ispirato a London come affermato dallo stesso autore) e da Pietro. Questi è un coetaneo il cui scopo è riuscire a trovare delle scarpe di una determinata marca che avrebbero poteri taumaturgici sinanche a scofiggere "La rossa". In questo viaggio ci si emoziona e ci si immedesima. Si fa il tifo per questa bambina obbligata a crescere e che, con coraggio indomito, affronta pericoli e si getta nelle situazioni più difficili. Il contesto non si limita al tipico racconto fantascientifico, si va molto al di la del romanzo di genere. Folgorante l'incontro con un gruppo di bambini così piccoli da non essere in grado di utilizzare il linguaggio, con una regressione agghiacciante allo stato semi animale. Al termine del libro non si può non essersi affezionati alla protagonista: unico neo il finale aperto; l'idea di base è buona, dovrebbe essere sviluppata proseguendo l'avventura di Anna anche in altri episodi. Questo testo sembra infatti quasi preparatorio per un ciclo epico moderno che francamente se non arricchito risulterebbe incompleto.
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L'etica dell'indagatore
La scrittura di Carofiglio è limpida. La sua purezza è non solo nello stile, ma soprattutto nei contenuti. In tutti i lavori di questo autore l'atmosfera che si crea è di alto tenore etico. Ciò è palese nel personaggio principe avvocato Guido Guerrieri, così come in questo romanzo breve con il maresciallo Pietro Fenoglio. Nel testo quest'ultimo, a fine carriera, si confronta con Giulio. Entrambi sono "costretti" a sedute terapiche riabilitative. In breve queste occasioni si trasformano in approcci filosofici tra l'uomo maturo ed il ragazzo che deve decidere cosa diventare e cosa fare. Fenoglio in quest'ottica, utilizza la propria esperienza personale non tanto per dare un indirizzo o instillare convinzioni, bensì per ampliare la mente del suo giovane interlocutore. Il percorso "formativo" parte dal passato, quando lo studente di lettere che mai si sarebbe arruolato nell'Arma viene a farlo in seguito alla tragica scomparsa paterna. Fenoglio comincia a ripercorrere le tappe della propria esistenza legate alle indagini, alle metodologie utilizzate, alle scelte etiche di volta in volta prese. Grazie al suo spirito di iniziativa vediamo come sia riuscito ad entrare nel settore investigativo. Mentre i due interlocutori eseguono esercizi per risanare e recuperare il loro corpo, divengono più intimi e quasi naturalmente si crea un legame "allievo – maestro" a livello filosofico. Nel narrare le proprie svariate esperienze Fenoglio sottolinea l'importanza del dialogo e dell'empatia. Così apprendiamo del salvataggio di un ragazzo intenzionato a suicidarsi, indotto dalle parole "giuste" a sconfiggere i suoi demoni. Apprezziamo la calma e la pacatezza dell'inquirente che porta quasi "naturalmente" un giovane fragile a confessare il proprio delitto. Punto fermo di Fenoglio è l'osservazione, unita a tecnica ed esperienza: con questi mezzi si incastra un bugiardo, si salva dalla prigione una prostituta che è stata costretta ad ascriversi un omicidio mai commesso. Nei vari dialoghi tra Pietro e Giulio si sviscera la capacità di interpretare una testimonianza, utilizzando psicologia e attenzione. Fenoglio ci dimostra che le persone non sono affidabili come testimoni, in quanto tutti (anche e sopratutto in buona fede) tendono a mentire: tutti in realtà finiscono per raccontarsi la propria versione. Sta all'investigatore trarre da tutte le diverse testimonianze quella più attinente alla realtà oggettiva. Si assiste quindi a una "lectio legis" ove si apprezza l'umanità e l'acume di chi deve con il suo operato fornire gli elementi utili all'autorità giudiziaria per perseguire o assolvere. Carofiglio, ex magistrato, dimostra ulteriormente la sua professionalità e perizia sia giuridica che letteraria.
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Il vecchio Holden
Non vi arrabbiate per la mia recensione/critica.... Soprattutto per quel 2 in piacevolezza. Non si irritino tutte quelle persone che (ne conosco almeno un paio) tengono religiosamente questo testo sul comodino e lo guardano prima di spegnere la luce ed addormentarsi. Non se l'abbiano a male gli adoratori di Baricco (sono tra questi) il quale ha fondato la meritoria "Scuola Holden". Ma questo romanzo, pur eccellente per stile e contenuto, non è "piacevole". In primis per il contesto "Americano" precursore certo di un sacco di movimenti che porteranno a fenomeni culturali e di costume decisivi per le future generazioni, ma che un europeo, soprattutto odierno, può apprezzare sino ad un certo punto. Il lettore odierno, magari ventenne e trentenne, seguendo lo sviluppo della trama bighellonante del giovane che in fondo non sa bene in che direzione andare con la propria vita (studi si, studi no, borghesia si, borghesia no, canzoni, amici, musica, droga, alcool , sesso ...Boh?) non possono fare a meno di aggettivarlo come "datato". Per carità, certamente originale, certamente anticipatorio, certamente folgorante per l'epoca in cui è stato scritto, ma attualmente Caufield risulta stucchevole. Insomma ciò che negli anni '50 era trasgressivo, rivoluzionario e inaccettabile nella società americana nella quale i comportamenti di questo sedicenne erano non solo censurabili, ma deprecabili, oggi fa sorridere o al limite intenerire. Certamente da leggere, ma se per l'epoca era un romanzo di formazione, adesso no lo è più perché è cambiata la società e sono cambiate le persone. Ora, se volete, dissentite....
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La anticamera della tragedia.
In questo romanzo breve Simenon rimarca ciò che anche nei romanzi con protagonista il Commissario Meigret emerge quale elemento comune alla sua scrittura: la ricerca a partire dalla personalità e dall'indole del o dei colpevoli. Costantemente l'investigatore si pone, per risolvere l'indagine, nei panni dell'assassino, onde comprendere i meccanismi che lo hanno portato al delitto. Ne "La camera azzurra" , come in altri testi "psicologici", si riscontra un ulteriore passaggio, con l'immedesimazione. In questo caso i due sono amanti clandestini, Tony ed Andrée: lo scrittore evidenzia il diverso valore che l'uomo e la donna danno al loro rapporto. Tony, emigrato italiano, "straniero" che si è fatto da se, vive l'avventura extraconiugale godendo del momento ma senza pensare ad intaccare la sua vita familiare. Considera l'amante carnalmente, ma non sentimentalmente. Egli è marito e padre che ha colto l'attimo. Si rimira nello specchio immediatamente dopo il rapporto, con la testa già altrove: non parla la stessa lingua dell'amante. Lei è invece completamente presa nel vortice della passione, da considerare il loro un futuro di coppia vincolato. Lei lo incalza (più volte nel testo il dialogo viene ripetuto mnemonicamente) sulla solidità del loro amore, sulla conseguenza estrema (il marito di lei malato prossimo alla fine) che prevede l'eliminazione degli ostacoli rappresentati dalla moglie di lui. La narrazione comincia con Tony interrogato e recluso, che non si capacita di quanto avvenuto. Troppo tardi ha cercato di evitare il disastro. Qui si evidenzia con drammaticità il diverso piano sul quale si muovono i personaggi. Lui e lei parlano lingue diverse. Egli non concepisce ciò che per lei è ineluttabile, naturale, irrevocabile. Lui nel rischio di essere colto in flagrante fugge. Lei persevera e continua a portare avanti il suo progetto esternatogli con lettere che lui riceve con angoscia, con paura. Come detto è disposto a abbandonare tutto per evitare un destino tragico che, già scritto al momento della caduta in tentazione. Non ha importanza la colpevolezza di lei o di entrambi. L'amore li ha condannati.
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La giostra dei sentimenti
Quando ho iniziato la lettura di questo testo di Eric Emmanuel Schmitt, francese naturalizzato belga, chissà perché ho avuto la percezione (forse errata) di trovarmi nella tipologia nella quale Perec ed altri maestri eccellevano: quella “scrittura circolare” che se leggera e limpida sfocia nel capolavoro. La trama che si dipana in oltre seicento pagine (divorate nonostante la mia idiosincrasia immotivata verso i testi troppo estesi) è divertente, gradevole, fresca, profonda, concreta. Potrei aggiungere una serie di aggettivi qualificativi positivi, ma credo che ogni lettore possa scoprire elementi godibili in ogni personaggio, in ogni vicenda personale, in ogni carattere descritto. Il filo conduttore ha un punto di partenza: nella Place Guy d'Arezzo dimorano una serie infinita di pappagalli d'ogni specie e colore. In questo sfondo tropicale tutti gli abitanti di questa area di Bruxelles ricevono la stessa lettera su carta gialla con il seguente testo: “Questo messaggio solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi”. Una semplice dichiarazione d’amore che dà il via a una catena di vicende (divertenti, drammatiche, conflittuali, tragiche ecc..) che finiranno per sconvolgere la vita degli abitanti della piazza. L'autore li presenta ad uno ad uno: la fioraia dal carattere impossibile con il marito devoto e buonissimo, il giardinere bello e sempliciotto, la portinaia con amante afgano, l'economista prossimo a divenire presidente, la terza moglie gaudente della carriera di quest'ultimo, il professore di filosofia ed il suo compagno appariscente, la famiglia del banchiere, la maniaca in cerca di continue emozioni, la grassa con figlia adolescente, il ricco che mantiene l'amante, lo scrittore famoso che instaura un rapporto a tre con la amante della moglie, il ragazzo diciannovenne che vive con un terribile segreto, la mantenuta, la modella, il gallerista con segretaria devota, l'assessuato, la ricca rovinata dal gioco con pappagallo annesso, ecc... ecc... ecc... Di questo mondo Schimtt dipinge un meraviglioso ritratto dal punto di vista sessuale, in maniera così perfetta da superare qualsivoglia remora morale, che impedisce il giudizio anche nei confronti di personaggi sgradevoli (l'economista sessantenne continuamente in cerca di sesso; la “moglie” che con complicità maritale si fa possedere da chiunque e nei luoghi e modi più disparati; il banchiere che si da a frettolosi sfoghi omosessuali...). Tutto, alla luce della scrittura sempre originale e viva , ci appare soffuso di un intento etico nobile: nulla è immorale, ciò che per un individuo è tabù o inaccettabile, può essere la situazione ideale di un altro. In amore non c'è giusto o sbagliato ma la diversità diviene elemento di un unicum che esalta i sentimenti e non li frustra o peggio condanna. Un libro decisamente originale e piacevole.
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Il Re della confusione
Raramente mi sono imbattuto in un testo come questo, che provoca in me sentimenti e reazioni contrastanti. Comincio col dire che il libro è di difficile definizione: in alcune librerie è esposto nel settore ragazzi, in altre nei fantasy, in ulteriori nei fumetti (?) o nella fantascienza. Personalmente penso che Figueras si sia cimentato in un'impresa francamente difficile, cercando di riunire in un unico narrato la storia di più personaggi, su più piani temporali ed in più generi. Il filo conduttore, Milo, ragazzo argentino vittima di un regime dittatoriale, viene affiancato da personaggi più o meno riusciti e oggettivamente accettabili solo in un contesto che prevede l'uso del fantastico e dello spazio metafisico. La lettura scorre soltanto se si accetta questo punto di vista, che si apre con il protagonista che durante le esequie dell'Autore (assassinato dal regime), è in loco nel ruolo di becchino. Tra le nebbie appaiono quattro figure, parto fumettistico del defunto, completamente autonome e differenti tra loro: Tariq il Moro giunto dall'epoca di Artù e Merlino, il pirata Saigon Blake emerso dalla Cina delle guerre dell'oppio, Metnal, vampiro di origine sudamericana che è in realtà un “non vivente” e antagonista del diavolo, ed infine Flint Moran, da un epoca futura e dotato di astronave organica (senziente e dotata di emozioni). Qui abbiamo un primo punto di partenza con le vicende di Milo (che abita nel Delta acquitrinoso) e dei suoi amici il Bava, il Bonzo ecc.. e del Vecchio (che da una vita presidia una specie di triangolo misterioso ove avvengono fenomeni spazio-temporali), che si svolgono nel “presente” (se di esso si può parlare...) di un'Argentina come detto dittatoriale con Polizia e OFAC che uccidono e perseguitano le latitanti tre figlie dell'Autore (una quarta è già stata “eliminata” ma apparirà comunque...) e la Vedova. In questo filone Milo ha a che fare con un padre ubriacone, miserabili vari, la detta polizia, sino all'arrivo del Pilota, altra figura emersa dal passato con intenzioni omicide. Contemporaneamente si sviluppano altre sotto trame: Tariq rientra nel medioevo post romanico dell'età arturiana diversa ed abbruttita; Blake nella Cina dove la sua nemica ora è sua amante, nel bel mezzo di un attacco europeo al palazzo imperiale tra francesi, inglesi e mongoli: con l'ausilio di Moran interverrà nel conflitto. Metnal procede nel trasformare la defunta figlia dell'autore Helena in una creatura a lui analoga, per poi sfidare il diavolo (?) in una lotta che non ci viene narrata... Insomma una trama che con il procedere delle pagine (troppe) giunge ad un finale onestamente deludente e che non giustifica un eccesso dimensionale del romanzo, che nulla ha a che vedere con Salgari né tanto meno con Verne o Stevenson.... Per concludere una serie di buone idee sviluppate con difficoltà e con confusione.
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L'amore che tutto travolge
Ciò che contraddistingue un grande scrittore da un ottimo o buon scrittore è l'universalità della sua produzione. Nel caso di Simenon anche il lettore medio nota un narrato che immediatamente si eleva al di sopra del “genere” assurgendo a pura arte del raccontare vicende di un tale spessore e significato, evidenziando qualità del romanzo che lo rendono unico e prezioso in se stesso. Questo testo del 1947 ha tali caratterisitiche: non ha come protagonista il Commissario Meigret (presente in ben 45 opere) e quindi non è riconducibile al “giallo” od al “noir”, ma è un monologo del personaggio principale che in forma epistolare si apre al “Suo giudice” mettendo a nudo la sua esistenza e la sua inadeguatezza alla vita ed all'amore, scavando nel passato per giungere alle motivazioni per le quali si è trasformato in assassino in preda ad un sentimento morboso e malato. L'autore belga dipinge il ritratto di un medico di campagna figlio di contadini, con madre umile e sottomessa ad un marito preda del bere e del dongiovannismo (che gradatamente erode i propri beni sino a suicidarsi). Charles Alavoine viene abituato sin dall'infanzia a vivere secondo i desideri degli altri. Egli diviene medico (l'alternativa materna era il ruolo di prete) , padre, marito, vedovo, nuovamente marito. Si dedica alla caccia , al bridge, con l'anziana madre si trasferisce in una cittadina di provincia conformandosi, seguendo le convenzioni ma senza passione. Anche l'amore (l'obbligo di avere moglie) diviene un dovere e non certo un piacere, uno status sociale. Egli passa da una prima moglie silenziosa e devota (che morirà di parto) senza amarla, e ad una seconda (Armande) che gli viene imposta e quasi naturalmente diviene padrona della sua esistenza trattandolo come un bambino, organizzando la loro vita in una quotidianità nella quale il medico Charles Alavoine transita passivamente. In questo contesto giunge violento ed inaspettato l'incontro con una donna dal passato torbido, Martine, che gli farà “ritrovare la sua ombra perduta” ma che a causa del sentimento forte e passionale instaurato lo travolgerà sino al delitto ed alla perdizione. Nell'incipit il protagonista svela in fondo il desiderio di confessare, di farsi comprendere, di motivare il suo gesto e le sue scelte scellerate, la sua morbosità, la sua ossessiva gelosia, a colui che è “Giudice” dando al termine un'accezzione quasi religiosa. Il protagonista non vuole assoluzione né pensa di meritarla, ma chiede comprensione ( “Vorrei tanto che un uomo, un uomo solo mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei”). Da sottolineare come lo stesso Simenon sia stato nella sua vita un personaggio noto per essere un "playboy" e “traditore” delle sue compagne ufficiali, soprattutto nella seconda parte della sua vita: egli stesso dichiarava senza pudore di aver avuto rapporti sessuali occasionali (spesso più di una volta al giorno) con circa diecimila donne. Oggi un tale atteggiamento sarebbe non solo censurabile, ma darebbe la stura a decine o centinaia di procedimenti civili e morali contro uno scrittore che dichiarava di considerare il sesso “indispensaible come respirare”... Mi limito a apprezzare l'opera anche in un contesto temporale assai diverso da quello odierno. In definitiva un romanzo psicologico di alto livello e magistralmente scritto.
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Peste e corna (diaboliche)
Ritengo Eraldo Baldini uno dei migliori scrittori italiani contemporanei. Una delle motivazioni alla base di questa considerazione è la originalità delle trame che non viene canonizzata nel genere (thriller, giallo, storico, sociale ecc...) ma di volta in volta descrive una vicenda storicamente ben delineata, con personaggi definiti e verosimili. Alcuni critici hanno inquadrato questo autore come (parafrasando un titolo del medesimo) inventore del gotico rurale. Dissento da questa generalizzazione. E' vero che le ambientazioni di “Stirpe selvaggia”, “L'uomo nero e la bicicletta blu”, “Gotico rurale”, “Nevicava sangue” ecc.. sono peculiarmente agresti e “di villaggio” , ma trovo riduttivo fermarsi a questa semplificazione. Nell'ultimo lavoro “La palude dei fuochi erranti” ci troviamo nella Romagna del 1630 ove la peste infuria e alcuni fenomeni misteriosi si manifestano nelle paludi e nelle terre della piccola comunità di Lancimago. Gli abitanti si apprestano ad affrontare l'epidemia , e i monaci decidono di scavare una fossa nel terreno di loro proprietà per le inevitabili sepolture. Durante gli scavi emergono scheletri sepolti dopo morte violenta (legacci, crani fracassati). L'abbazia diviene teatro di intrighi, che il commissario apostolico Diotallevi (impegnato nell'istituire il cordone sanitario) deve districare fronteggiando il suo passato di orfano, e una serie di inquietanti personaggi (la strega, il conte, l'abate, monaci vari, contadini, una “santa” sull'albero ecc...) e di strani fenomeni di fuochi erranti, brama del cugino del conte “pseudo scienziato” precursore dello sfruttamento dei gas naturali che nel contesto sarà cardine. La vicenda scorre facilmente, alternando colpi di scena a fasi più “intime”. Il testo ha il pregio della sintesi e dell'essenzialità, dipingendo un affresco dell'epoca con aspetti propedeutici. Alcuni dialoghi e scenari ricordano “Il nome della Rosa” o alcuni passaggi l'inquisitore Eymerich di Evangelisti. Colpisce il contenuto per la sua verosimiglianza. Non ci sono elementi fantastici o improbabili. Tutto è nella sua crudezza estremamente aderente alla realtà tragica (epidemia, fame, violenza, ignoranza, superstizione, avidità, malvagità ecc.) di un'epoca buia della nostra storia medievale. Un buon libro che scorre in un pomeriggio.
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Minimalismo ma di qulaità
Mi sorprende l'atteggiamento di alcuni recensori che da determinati scrittori pretendano il livello assoluto. E' ovvio che capolavori come "L'uomo della pioggia" o "Il momento di uccidere" siano l'eccellenza di una eccellenza, ma appunto culmini di comunque vette. Grisham ci ha abituato a romanzi meno articolati, con personaggi ridotti, con tematiche morali precise. La confezione di questo, che sembra un racconto lungo e non un romanzo vero e proprio, si basa su un precetto caro all'autore: la redenzione o meno aulicamente il "mettere le cose a posto" in fondo sempre presente anche negli altri suoi narrati. In questo libro l'obiettivo si snoda tramite il baseball e il racconto di una tragedia frutto di invidia, cattiveria, fatalità, destino. Qui un figlio ormai uomo fatto "costringe" un pessimo padre in fin di vita a causa di un male incurabile, a fare ammenda nei confronti del suo passato. Così facendo ci porta in una vicenda di miserie umane e decadenza, indicando una via , seppur tardiva, di pentimento e se non di redenzione almeno "consolatoria". Non ci sono né vinti né vincitori. Solo uomini segnati che, soprattutto nella figura del padre, hanno trasformato le loro carenze in infelicità. Si può obiettare che il narrato sia una storia molto americana, con incursioni sportive di difficile comprensione per un europeo: in ogni caso il prodotto è piacevole al di la dei contenuti.
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Lezione di storia
Il Follet delle trilogie storiche è ad altissimo livello per lo stile. Questo ultimo e terzo capitolo non raggiunge la perfezione de "I pilastri della Terra" (capolavoro) e Mondo senza fine (semi capolavoro) ma ben affresca il periodo storico dell'età elisabettiana, spaziando non solo in Inghilterra ma in Francia, Belgio, mari e oceani. I protagonisti sono ben caratterizzati, sia per quanto concerne i "buoni" che i "cattivi". Naturalmente ci sono i buonissimi (Ned) e i cattivissimi (Rollo-Pierre). La vicenda è arricchita da figure realmente esistite, che operano in sinergia con i personaggi puramente inventati. I messaggi etici dell'autore sono ben noti: la tolleranza religiosa, la convivenza tra diversi, la schiavitù, il senso del dovere, la moralità e l'immoralità, gli amori avversati, la nobiltà in fondo prigioniera degli intrighi di potere, la lotta per prevalere anche tramite eliminazione e massacro degli avversari. Molto efficace l'alternarsi dei protestanti e dei cattolici, a seconda del sovrano di volta in volta prevalente. Commuovente la figura di Maria Stuarda eterna prigioniera e in fondo vittima di se stessa prima che degli altri. Verosimile la Elisabetta avara ma scaltra che riesce a regnare nonostante opposizione interna ed esterna. Salvifico il lieto fine con il prosperare dei figli e dei nipoti, con una prevalenza del bene sul male seppur attraverso dolore e sofferenza e soprattutto sacrificio. Uno dei pochi testi che giustificano le centinaia di pagine, funzionali ad un narrato così complesso e ricco.
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Il Barone Rampante sulla nave
Alessandro Baricco è stile puro. Alcuni suoi lavori sono eccellenti (Oceano Mare, Catelli di rabbia), altri meno emozionanti, ma in ogni caso perfetti (Seta, tre volte all'alba, Emmaus). Molti recensori hanno definito questo autore come un affabulatore, forse condizionati dall'impegno nel campo del teatro, della musica, delle rubriche giornalistiche (Barnum) o informatiche (The game). Niente di più errato. Anche Leonardo da Vinci (mi si perdoni il paragone) non era certo solo inventore.... Credo che un critico oggettivo sia in grado di notare immediatamente l'estrema accuratezza che Baricco fa propria nella scelta dei termini, delle frasi, delle descrizioni. Il meccanismo è perfetto, quasi matematico. Non vi è lo strabordare quantitativo che connota molti autori (anche italiani) che in 400-500 pagine ci narrano ciò che con 150 massimo 200 potrebbero efficacemente trasmetterci. Questa sintesi nulla toglie all'efficacia emozionale e quasi magica della storia. Leggere Baricco è come tuffarsi nelle fiabe italiane di Calvino o ancor più indietro nell'Odissea. Ci coglie uno stupore e una meraviglia che solo i grandi scrittori riescono a trasmetterci. Quando ho letto Novecento (discretamente trasposto sul grande schermo) mi è immediatamente sovvenuta la figura del Barone Rampante, di calviniana memoria. In questa micro storia in poche, magistrali pennellate si snodano temi universali, l'amore, la solitudine, l'amicizia , l'arte, la consapevolezza di avere un posto nel mondo e nella storia, nella vita. La scelta di come siamo e di come vorremmo essere, l'inevitabilità della fine di uno che può essere l'inizio di altri. Leggere Baricco è come ascoltare una canzone a volte triste e a volte allegra, un susseguirsi di elementi emozionali spesso non definibili. Il senso generale è quello di aver assistito ad un fenomeno naturale connotato da bellezza, come un tramonto o una stella cadente. Baricco esce dai confini del libro come pochi altri (forse la Capriolo) rendendo tangibili le emozioni.
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Cronache di un mondo antico e moderno
Spesso ci dimentichiamo che la società contemporanea è figlia della storia. Ma non solo di quella recente, con le sue guerre e le sue tragedie, ma originata dal mondo antico greco e, per noi , soprattutto romano. In questo senso la figura di Giulio Cesare e della sua impresa gallica ci racconta una porzione del nostro passato sorprendentemente attuale e significativo. Il narrato non è semplicemente un resoconto più o meno fedele degli eventi bellici (si sa la storia la scrivono i vincitori) e non deve ingannare lo stile descrittivo e oggettivo che denota una mancanza di emozione o enfasi. Ciò che ci viene raccontato è una fase della costruzione dell'impero, nel contesto politico dell'epoca, delle resistenze si esterne (i popoli conquistati) ma anche degli equilibri senatoriali spesso avversi al detto Cesare, impegnato non solo a cercare la gloria, ma tramite essa imporsi a Roma, guidare un esercito di fedeli sempre più forte, concentrando sforzi economici a elevare il suo ruolo e la sua persona sino a raggiungere il potere assoluto. Alcuni critici hanno sottolineato la scarsità del fattore umano e l'aspetto cinico dello stile. A mio avviso traspare comunque da parte dell'autore un rispetto per i propri uomini e una risolutezza non comuni, anche a fronte di uccisioni di massa, eventi sanguinosi, battaglie contro un nemico terribile ma la cui sconfitta diviene meta, diviene elemento necessario non solo per la sopravvivenza dei romani impegnati nella guerra, ma salvacondotto per aprire le porte dell'Impero.
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Il trionfo del tragicomico
Il Camilleri di Montalbano dista parecchio dal Camilleri profondamente "siculo" e dialettale. Quest'ultimo emerge nelle opere di diversa ambientazione storica e temporale, con elemento imprescindibile la locazione territoriale della Sicilia di Vigata, Montelusa e isolana in genere. L'autore con questo ed altri romanzi ha creato un'epopea che sfocia nel mito, nella teatralità più pura e autentica, nel popolare più nobile e mai popolaresco. I contadini poveri e considerati "bestie" o oggetti dalla nobiltà arrogante e immorale sono descritti e si ergono in un'aura di dignità umana che tocca vertici altissimi, sfiorando il miglio Verga. Ma se i maestri del verismo connotavano le loro opere con la tragedia, qui invece si ha una tragicommedia e una serie di situazioni divertenti e di sagacia contadina tali da far alternare commozione e risata in alternanza non solo di capitolo in capitolo, ma di frase in frase. I ritratti delle figure religiose, civili, dei braccianti e degli sgherri, dei parrini e dei mistici, creano mini trame nella narrazione generale, realizzando un quadro ampio e colorato, ricco di odori, sapori, sentimenti. La difficoltà iniziale del linguaggio utilizzato molto dialettale ma anche maccheronico (come dello spagnolo dei nobili) viene presto superata dall'intendimento istintivo del termine. Ci si abitua e ci si immerge quindi non solo in una storia epica, ma anche con un linguaggio originale e adatto proprio a questo tipo di vicende e personaggi. Le figure quasi animalesche sono sanguigne, sessuali, vive. Provano fame e desiderio e vivono con intensità senza rassegnazione, con un senso di comunità oggi sconosciuto. Quest'opera ha un valore etico, una morale che va molto al di la del romanzo. Ci lascia una figura del romanziere filosofo, civilista, democratico, umano, solidale. Tutti elementi che emergono a mio avviso con maggiore forza nelle opere extra Montalbano.
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fiammiferi svedes
Lagercrantz ha ricevuto un'eredità scomoda ma stimolante. Far procedere ed in qualche modo far rivivere le emozioni della saga di Lisbeth Salander e di Mikael Blomqvist. Siamo all'epilogo (?) della vicenda, con trame e sotto trame non eccelse ma comunque discrete e sufficienti a tenere vivo l'interesse del lettore, seppure con uno stile di scrittura un po' basico, molto televisivo e stereotipato. Non vorrei peccare di snobismo, ma ho la sensazione che l'autore si abbia effettuato un'operazione diligente ma priva di profondità. Mi spiego meglio: vedo lo scrittore che con abilità artigianale ma non artistica ha a disposizione delle figure note personaggi già ben delineati, da inserire in una trama accettabile e in un cotesto verosimile. Con un esempio forse non calzante ma spero efficace vedo una situazione simile a quella della Hannah con il personaggio di Poirot della Christie, fatto "rivivere" in tre romanzi gradevoli, piacevoli, pur leggibili, ma non "autentici". Più che un romanzo "La ragazza che doveva morire" è una sceneggiatura di serial. Nulla da dire sulle vicissitudini molto svedesi del giornalista di "Millenium" che ha a che fare con colleghe innamorate o affascinate (ma come farà a concupirle tutte?) e si tuffa nel mistero del vagabondo trovato morto, tra ministri, servizi segreti, rimandi al passato che coinvolgono i personaggi della saga a tutto campo. Senza svelare troppo ritengo forzato lo scontro finale tra le due sorelle e semplicistico lo svolgimento del medesimo. Grotteschi come al solito i motociclisti-delinquenti e le fiamme lesbiche della cupa quanto maschia Lisbeth. Dubito fortemente che questo sia l'ultimo libro della serie, anche se le operazioni di questo tipo, analogamente a quelle relative alle serie tv, sono legate a doppio filo al gradimento del pubblico pagante...Per concludere una lettura non troppo impegnativa ma accettabile.
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In America niente diritto allo studio....
Un enorme pregio di Grisham è la nitidezza del narrato e la perfezione nel concludere una trama sempre a cerchio. I personaggi entrano in scena, vivono nel contesto, si trovano in situazioni difficili e indistricabili, trovano soluzione e giungono al finale, lieto o non, ma comunque conclusivo e definitivo. Il prodotto è sempre di altissima qualità stilistica, a prescindere dal contenuto, in questo caso minimalista ad occhio europeo, poiché il tema affrontato è prettamente statunitense. “La grande truffa” narra infatti dei tre studenti di legge Mark, Todd e Zola che sono ormai oberati dai debiti di studio, destinati a una carriera di avvocato mal pagata e usurante, finalizzata a coprire le enormi spese sostenute. Ci viene descritto uno spaccato delle scuole di legge di Washington (e di tutti gli USA) che sono in mano a lobby e pescecani, i quali si arricchiscono sulle spalle dei giovani illusi, ben presto consci di essersi impegnati in una carriera scolastica e successivamente legale priva di prospettive. I tre protagonisti, per ragioni diverse in crisi, subiscono l'evento scatenante nel suicidio di un loro amico/compagno Gordy anch'esso schiacciato dalle circostanze, il quale li lascia con l'eredità di una enorme documentazione comprovante il sistema di sfruttamento degli studenti. Gordy aveva infatti accertato che la Foggy Bottom Law School (da loro frequentata) veniva gestita dal miliardario Rackley, affiliato a banche concessionarie di prestiti universitari. I tre, spinti da un desiderio di vendetta e dalla situazione disperata, hanno l'idea, folle, di abbandonare gli studi per spacciarsi come avvocati esercitando in tribunale. L'idea prende corpo e i primi passi si rivelano incoraggianti, stante la mancanza di verifiche durante le udienze, e la sfrontatezza dei due protagonisti. Ovviamente con il trascorrere del tempo cominciano a emergere le prime criticità, sempre meno gestibili dagli auto nominatisi avvocati. Qui gli eventi precipitano sino al finale (che non svelo) ove come detto l'autore tira le fila dell'intera vicenda collocando i protagonisti nel prevedibile giusto (lieto?) fine. Rimane un po' di amaro in bocca nel constatare la aridità familiare di Tod e Mark che possono cancellare il passato senza rimpianti né affetti.
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Un amore, non l'amore.
Dino Buzzati è una di quelle figure che hanno elevato la letteratura italiana, precursore per stile e originalità. E' autore di capolavori come "Il Deserto dei Tartari" ed i suoi racconti sono perle uniche ed emozionano ancor oggi dopo quasi cent'anni. La critica (soprattutto quella "colta") ha definito "Un amore" non positivamente, definendo l'opera un tentativo di Buzzati di affermazione globale, non più criptico o fantastico, teso a raggiungere un pubblico vasto per ragioni di "cassetta". Non concordo con queste tesi, sia per contenuti che per stile. La scrittura di Buzzati è si chiara e scorrevole, ma per leggere tra le righe del romanzo occorre dimestichezza con tutto il lavoro autoriale certamente patrimonio solo di lettori preparati e consapevoli del mondo metafisico, fantastico e immaginifico dello scrittore. Il protagonista del libro, Dorigo, non è solo figura borghese arricchita incapace di amare a pagamento. Laide non è solo la ballerina prostituta minorenne già segnata dalla vita, bugiarda e approfittatrice. Bisogna inserire il contesto, l'Italia che sta vivendo il boom economico, gli anni '60 con le prime avvisaglie di un movimento di liberazione sessuale e sociale agli albori ma ben presente. Buzzati espone la vita vuota e "inutile" di Dorigo, il suo innamoramento cieco verso la ragazza che diverrà ben presto la sua mantenuta. Ci racconta la testarda illusione di un uomo ormai maturo che ignora volutamente i tradimenti. Laide approfitta economicamente e sentimentalmente con spudorate menzogne di Dorigo. Il rapporto si basa su un cinico accordo che coinvolge sempre più soltanto la parte maschile , umiliata a fare d'autista alla ragazzina che palesemente si gode i frutti della sua bellezza con sfrontato egoismo. Dorigo quindi accetta il "cugino" di Adelaide, le paga vacanze in albergo ecc.. trasformandosi in uno "zio" che solo con regole precise può usufruire dell'amore nell'appartamento da egli stesso pagato. L'uomo nel confronto con se stesso più volte tenta di eliminare il sentimento, ripromettendosi di agire con forza e liberarsi di quell'amore che in momenti di lucidità riconosce come inesistente e a senso unico, basato solo su un contratto economico. I continui ripensamenti ci descrivono magistralmente il rapporto tra esseri umani, tra l'innamorato illuso ma per questo tenace, la donna giovane e sensuale unica meta, unica ragione di vita e quindi impossibile da lasciare. Dorigo si aggrappa a questo sentimento indeterminato (non l'Amore ma un amore) come un naufrago in vista della morte certa, che senza questo sentimento sarebbe ancora più terribile a chiusura di una vita inutile. Non svelo il finale anche se trattasi di un “classico”, anche se rappresenta l'unico motivo di dubbio e contraddittorio per la scelta dello stesso nell'economia generale del romanzo.
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Dilettante di successo
Premetto che le mie recensioni sono istintive, scritte di getto senza troppo riflettere. Ritengo infatti necessario “sentire” le proprie emozioni mentre fluiscono durante la lettura e terminato il,libro , onde non perdere il “gusto” dell'opera, estraggo da me stesso le sensazioni provate. Ovviamente questa prassi è personale e probabilmente difficilmente condivisibile. Ciò detto, “Wool” lo tenevo da un po' in attesa, in quanto diffido dei fenomeni nati su internet e sulle modalità di successo portati dalla massificazione. La lettura del romanzo ha confermato parzialmente la mia ritrosia. Le note positive sono nel contenuto, o meglio nell'idea di fondo. Scrittori di ogni epoca si sono cimentati nel descrivere il mondo dopo una catastrofe (malattia, guerra, carestia, meteorite, eruzione, inondazione ecc.. ecc..). Nel caso di Howey l'umanità è relegata in 140 piani di silo e organizzata in una sorta di sopravvivenza, con orti, mercati, gerarchie interne (sindaco, sceriffi, vice sceriffi) atte a conservare la vita. Le scale sono percorse dai portatori, che transitano tra i livelli alti, intermedi e bassi. Troviamo nel profondo i meccanici, poi i ricambi, l'IT (con i server e il potere ) e avanti sino alla camera dalla quale escono per condanna i “Pulitori” rei di aver violato la religione interna, e che escono dal silo in un panorama devastato da tossine e veleni corrosivi. I condannati dopo aver effettuato la pulizia che garantisce la “Vista” sono destinati a morte certa. La nota negativa è costituita dai personaggi e dallo sviluppo degli stessi. Il vice sceriffo e la vecchia sindaco saggi, i cattivi dell'IT, i sanguigni meccanici che scateneranno una rivolta, il tecnico genialoide e per finire la coppia Lukas e Juliette (che per trent'anni fa la meccanica e poi di colpo lo sceriffo e poi di colpo l'eroina e poi....). Il campionario esposto mi sa tanto di ruoli da serie televisiva, con caratteri assai superficiali e situazioni molto prevedibili. Ovvio che l'eroina sarà condannata alla “Pulizia” perché scopre o sta per scoprire segreti che minano la società instauratasi, , ovvio che si salverà, ovvio che riuscirà a trasmettere la “verità” ,ovvio che scoprirà altro che non scrivo per non anticipare troppo... Ma l'interesse iniziale scema scorrendo le pagine. Un universo potenzialmente ricco di prospettive e possibilità di invenzione, che si trasforma in un piatto già visto e gustato. Qui emerge, e mi si perdoni il giudizio, la figura dello scrittore dilettante che si auto produce su internet e a furia di passa parola e elogi diviene famoso e (per forza) vende i diritti per un film tratto dall'opera. Per carità, complimenti vivissimi per il successo planetaria, ma un'opera che lascia il segno ha ben altre caratteristiche e pregi. In particolare lo stile di scrittura, che qui è basso come l'ultimo piano del silo....
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Gli albori del surrealismo
Molti sono gli scrittori italiani che, per varie vicissitudini, sono misconosciuti al grande pubblico. Eppure alcune figure (Achille Campanile per la letteratura umoristica, Ennio Flaiano per la satira e Malerba, Manganelli, Morselli ecc.) meriterebbero ben altra considerazione e platea. Tra essi è certo Tommaso Landolfi, capace di una scrittura unica e innovativa, assolutamente anticipatrice di movimenti e tematiche solo nel tardo novecento sviluppatesi. Leggere i racconti grotteschi e surreale partoriti dalla fantasia dell'autore è come ammirare una tela di De Chirico o meglio ancora di Salvador Dalì. Le invenzioni sono continue e spiazzanti, con rimandi simbolici e riferimenti all'inconscio, all'incubo, alla malattia fisica e mentale, al disagio di vivere e alla rottura degli schemi. Il racconto che da il nome alla raccolta, "Il mar delle blatte", ben dimostra questa totale rottura degli schemi allora sacri e inviolabili in letteratura (siano nel 1939). Il protagonista del narrato è il giovane Roberto, giovane spensierato al cui padre, avvocato, ispira sentimenti di preoccupazione per mancanza di spirito e conformismo. Ben presto il racconto assume toni landolfiani con la figura paterna che da una ferita al braccio "partorisce" un verme azzurrino e una serie di oggetti-simbolo, che scatenano la verve di Roberto, il quale si trasforma in avventuriero e trascina il padre al porto. Ivi si imbarca con una ciurma di volgari marinai, ognuno chiamato come l'oggetto fuoriuscito dalla ferita, imprigionando altresì l'amata Lucrezia. La destinazione è il mar delle blatte, costituito da immondi insetti (Kafka? la metamorfosi?) La ragazza, che Roberto vuole conquistare, ama invece il verme azzurro, con il quale il protagonista ha un confronto paradossale dal quale ovviamente esce sconfitto. Il narrato è permeato di riferimenti grotteschi, forse disturbanti ma assolutamente geniali. Ogni racconto è di per se una sorpresa, sia per il periodo in cui viene concepito (ripeto anni '30) sia per il contenuto. Onde non essere tedioso o svelare troppo mi limito a segnalare quello sul lupo mannaro, ove il protagonista ruba la luna, rivelatasi una vescica biancastra...Alcuni critici hanno visto nel Landolfi molti simboli sessuali criptati. Mi limito a rilevare che la scrittura di questo autore è assolutamente unica e meritevole di analisi ben più approfondita.
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Ma l'aldilà è in Cina?
Il tema della vita oltre la vita ha spesso trovato sbocco in molti autori precedentemente impegnati in altre opere. Il più recente che rammento è Glenn Cooper che con “Dannati” e già in precedenza con il ciclo della Biblioteca dei morti ha spaziato con fantasia e una certa perizia. Anche i coniugi svedesi riuniti sotto lo pseudonimo Lars Kepler si son cimentati nel campo, con la vicenda della tenente Anderson e del figliolo. La dura e pura e ovviamente traumatizzata soldatessa (ma gli svedesi sereni esistono?) reduce da eventi bellici tragici (tutti attorno muoiono e lei solo un coma) è convinta di essere stata nell'aldilà, che più che un porto delle anime ricorda certi quadri di Bosch e scenari da videogioco cupo e orientale, con masse di individui più o meno morti che sperano di vincere la lotteria e di non essere trasportati definitivamente all'Inferno o al Purgatorio o al Paradiso bensì di rinascere o resuscitare uscendo dal tunnel di luce, ritornando nella loro dimensione carnale. Francamente grottesca la protagonista che per salvare il figlio si deve sottoporre a nuova pseudo dipartita, onde raggiungerlo e ripercorrere il tragitto nuovamente verso la vita, ben sapendo che la lotteria non è che si vince due o tre volte di fila. Gli scontri con archi e frecce, orde di anime dannate, bande di delinquenti in un'anarchia improbabile e ingiustificata, fanno da sfondo ad una trama assai povera di spunti e riflessioni, e anche scenograficamente ripetitiva e a tratti fastidiosa. Personaggi di contorno inconsistenti (mi si perdoni la battuta: forse perché trattasi di fantasmi eterei per natura...). Nei precedenti lavori la coppia Kepler , soprattutto con “L'ipnotista” e il ciclo di Linna , ci ha abituati ad un livello assai più elevato, pur di genere e pur con riserva per finali scontati e prevedibili. Con “Il porto delle anime” si nota una inadeguatezza sia di stile che di argomento, come se la materia non fosse nelle corde degli autori. Anche il senso di inquietudine che un tema così profondo e intenso dovrebbe provocare, viene meno a causa della superficialità di tutto il romanzo. Peccato.
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De Luca coraggio o incoscienza?
Nella vasta e variegata (giallo, inchiesta, saggio ecc..) produzione letteraria particolare originalità ha il Commissario De Luca, protagonista di romanzi ambientati nell'Italia fascista in via di disfacimento. Nella Bologna del 1943 il poliziotto si muove in un ambiente in pieno fermento, con i tedeschi che devono ripiegare, i fascisti che resistono con sempre più crudele accanimento, con i comunisti e partigiani che fanno sentire la loro pressione con attentati e azioni. De Luca, infiammato dalla passione dell'indagine ad ogni costo, si trova a gestire il ritrovamento di un cadavere senza testa e di una testa senza cadavere, con figure di ebrei, gerarchi, mercanti di borsa nera, elementi di una degenerazione morale e civile. De Luca quasi rifiuta il contesto storico e politico per testardamente inseguire la "Verità e Giustizia", sino a sacrificare l'amore, la carriera, gli ideali. Molti lo esortano a lasciar perdere, a accettare una comoda versione dei fatti, a soprassedere. Gli viene offerta più volte una via di fuga, una porta aperte, ma egli la rifiuta non per coraggio, ma per quell'istinto quasi autolesionistico che pospone a tutto la finalizzazione, la risoluzione e lo scioglimento di tutti i nodi. Questa testardaggine farà scegliere a De Luca di aggregarsi alla polizia politica, pur di portare a termine l'indagine. Come nei romanzi cronologicamente precedenti ma temporalmente successivi questa sua scelta coraggiosa o per meglio dire incosciente ne segnerà il futuro pesantemente sia a livello umano che di carriera. Avvincente e emozionante anche se non come i precedenti.
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Adamsberg e l'aracnide
La Vargas è una delle tante autrici (ed autori) delle quali attendo con piacevole urgenza i lavori. Come mia abitudine la scoperta di questa scrittrice mi ha portato a saccheggiare tutte le sue opere, a mio parere unico sistema per poter godere appieno del filo narrativo di una serialità. In questo caso il personaggio di Adamsberg e della sua variopinta e multiforme squadra omicidi può essere affrontato con cognizione e memori del passato del medesimo. Certi atteggiamenti , il proverbiale metodo da "Spalatore di nuvole" hanno necessità di pescare tra le radici e gli albori di una figura originale e unica nel genere "noir". Venendo a questo titolo, il livello altissimo della scrittura si conferma, sia per trama che per contenuti morali, aggiungendo un tassello al vissuto etico del commissario, stavolta incaponito a ricercare omicidi la cui origine si perde nel passato, in una torbida vicenda di vessazioni e angherie che trovano nemesi nel morso della reclusa, ragno non particolarmente velenoso ma letale se autore di molteplici morsi. Il filo seguito da Adamsberg è costituito da indizi esilissimi e di difficile individuazione, dato il tuffo nel passato e la ricostruzione di eventi tragici risalenti a decenni prima. Gli anziani inizialmente visti come deceduti incidentalmente fanno risuonare un campanello di allarme nell'indagatore, il quale come sempre inizialmente sarà visto con scetticismo da tutta la sua squadra e in particolare dal suo vice Danglard che al solito viene preso da una crisi risolta solo dalla capacità gestionale del suo superiore. Come sempre molti sono i personaggi sgradevoli capaci di azioni meschine e violente. L'etica di Adamsberg lo porterà a risolvere gli omicidi di tali individui moralmente colpevoli.
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Scandinavi tormentati e tormentanti
Premetto che le recensioni del sottoscritto son naturalmente parziali e personali, condizionate da gusti opinabili..ma tant'è... In questo senso il contenuto di questo lavoro è veramente scarso e stereotipato, con luoghi comuni, personaggi scontati e una trama che proprio non mi ha emozionato. Il senso del "già visto" permea tutto il narrato, a partire dall'incipit perso nel passato con il via a una vicenda trita e ritrita di disagio familiare in stile Läckberg. I due poliziotti incaricati dell'indagine sugli omini di castagne ricalcano figure già note (vedasi Lars Kepler con l'ispettore Linna o Harry Hole di Nesbo) costituite dalla parte maschile Hess e da quella femminile Thulin. Naturalmente lei non è contenta di lavorare con lui ma per poter ambire ad una promozione e trasferimento fa buon viso; lui sembra svagato perché ha alle spalle il solito dramma scandinavo quindi vive trasandato, non rispetta le regole, e appartenendo all'Interpol inizialmente si strania dall'indagine. Lei essendo la parte femminile è iperattiva, autonoma, con legami familiari complicati ma ovviamente unica mente brillante in un gruppo di poliziotti burocrati, incompetenti e incapaci di fare due più due. Questi si alternano a politici e politiche che sono al servizio del popolo e però hanno qualche segreto (sempre d'infanzia) del quale sono inconsapevoli così presi dal loro ruolo di integerrimi rappresentanti del cittadino scandinavo. La trama si svolge con rapimenti di bambini, giovani capri espiatori con problemi sociali e di droga, finti colpevoli naturalmente pazzi emuli di assassini più feroci di loro, mutilazioni (se non ci sono elementi sanguinolenti non siamo in scandinavia) e un killer imprendibile che è sempre un passo avanti alla Polizia, aggira ogni posto di blocco, inserisce omini di castagne il cui significato solo i due eletti investigatori sviscereranno ed è guidato da un senso di vendetta che soltanto al termine del libro emerge (e quando si comprenderà chi è l'assassino, che ovviamente non svelo, cascano le braccia senza bisogno delle amputazioni perpetrate dallo stesso.....). Sinceramente queste figure di delinquenti assolutamente imprendibili e algidi irrita. Già mi sono stancato di leggere Kepler per la ripetitività di questo meccanismo, con assassini che sembrano morti ma ovviamente rinascono dalle loro ceneri perché il male, si sa , non muore mai: quindi non ho intenzione di leggere il prevedibile sequel di questo lavoro danese, evidentemente mirato a divenire presto un serial televisivo poi riedito con produzione USA ecc ecc ecc.....
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In Africa è un'altra cosa
L'autore è stato inviato di varie testate per molti anni in Tunisia, Marocco, Mauritania ecc.. Profondo conoscitore di quella parte di mondo ha voluto tessere una trama pseudo gialla/intrigo politico militare che a mio modesto avviso non convince molto. Sinteticamente una banda di delinquenti spagnoli capeggiata da El Guapo, in un momento di crisi economica e vari problemi personali (chi per la prossima gravidanza della compagna, chi per debiti con gli strozzini, chi per la ninfomania della compagna...) vengono ingaggiati per effettuare un colpo presso una banca di Marrakech, in Marocco. La proposta viene effettuata da un gioielliere losco, come infidi ed ambigui risultano tutti i personaggi del libro. Affiancato al gruppetto e organizzatore-accompagnatore è il Saharawi (etnia arabo berbera) che fa da garante, guida, uomo di logistica che ovviamente nasconde fini che i quattro mentecatti e violenti ispanici non sospettano. Seguiamo il viaggio in pulmino modificato per scopi rapinosi, che porta i protagonisti e tre delle compagne sino a Gibilterra e poi nel nord Africa. In questi frangenti gli spagnoli danno il peggio di se, sempre calmierati dal berbero che media, contatta, spiega. Il messaggio pare: “Vedete come sono cafoni, violenti, irrispettosi, ignoranti, stupidi gli europei e viceversa come sono nobili, ispirati ad ideali superiori, belli, dotati e caparbi i nordafricani?”. La vicenda parallela del gioielliere, della Guapa a casa gravide e ignara, la polizia e le forze dell'ordine in genere, contribuiscono a complicare una trama confusa di per se, leggermente elevata da dialoghi a volte divertenti e sagaci, ma spesso connotati da una filosofia di fondo forzata e elementare. Si salva l'ambiente e alcune descrizioni, la discrepanza tra Africa ed Europa negli atteggiamenti e nelle etnie. Senza svelare troppo il finale è veramente deludente o comunque criptico, e nemmeno troppo catartico. L'idea di partenza, in fin dei conti buona, risulta quindi scarsamente sviluppata.
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Sicilia moderna
Un difetto di Savatteri è che ha scritto, per ora, troppo poco. La coppia ben assortita di Lamanna e Piccionello è infatti assai godibile, molto affiatata e originale. Quindi potrebbe facilmente esprimersi in un progetto seriale efficace. Abbiamo imparato a conoscerla soprattutto nei racconti di volta in volta editi da Sellerio e il livello del narrato è sempre stato estremamente piacevole: ironia, acutezza, una certa dose di cinismo e soprattutto di disincanto contraddistinguono l'investigatore per caso Saverio, il quale è perfetto per la Sicilia moderna e ricca di cultura nella quale si alternano personaggi atipici e ben caratterizzati, funzionali allo sviluppo del romanzo. La trama intessuta è forse leggermente inferiore a quella d'esordio (la fabbrica delle stelle) richiamando un giallo classico. Oltre al filo principale qui anche Piccionello è impegnato a risolvere una questione relativa alla sua numerosissima famiglia, e le due vicende scorrono parallele sino al finale. Il sito archeologico di Kolymbetra permette a Savatteri di accompagnare il lettore attraverso panorami e squarci che dimostrano la vitalità di questi luoghi e contestualizzano il delitto, in fondo finalizzato a concepire un'opera che va al di la del semplice giallo ma sconfina in temi sociali e di "ragionamento", ben espressi nei dialoghi tra Lamanna e Piccionello. La figura di Suleima, architetta a Milano e fidanzata di Saverio, brilla di luce propria per bellezza interiore e se posso permettermi anche esteriore, con una sensualità che crea un sentimento di invidia mitigato dalla consapevolezza (che giunge tardiva) che trattasi di personaggi di fantasia. Quindi consiglio di non focalizzarsi troppo sull'invenzione delittuosa e sull'indagine, ma di soffermarsi ad apprezzare lo stile fresco e moderno del linguaggio e la vitalità dei personaggi e dei luoghi. Ben vengano scrittori orgogliosi della propria terra e innovativi.
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Storia del dentro e del fuori
La Capriolo è scrittrice essenziale, un'artigiana della parola che sfocia nell'arte pura. Ciò era per precedenti lavori come "Il nocchiero" e "Il doppio regno" , così come in certi passaggi di "Mi ricordo". Come sempre i personaggi sono intensi e veri, carichi di vita vissuta e ricordi, dolori e sentimenti contrastanti, che l'autrice ci svela con l'andare del romanzo, ritmico e piacevole come una canzone, musicale anche nei drammi personali che si svolgono in un filo conduttore che mai ci lascia, intersecandosi ne finale con la fusione delle storie parallele delle due protagoniste, Adela e Sonja. Pian piano le conosciamo nelle loro debolezze e nella loro intimità, nelle loro speranze e nelle loro illusioni, comunque coraggiose nel solcare le pagine più nere della storia con una sorta di levità, nonostante la tragedia dei popoli e le miserie umane, la guerra, la necessità di sopravvivere a costo di spezzarsi dentro senza mai più riaversi. La Capriolo è originale nel linguaggio e nella scelta di rendere il ritratto di una delle due protagoniste mediante l'epistola. Così facendo riannoda il passato con il presente, fatto sia di luoghi che di personaggi. Ci da anche una speranza di ripartenza, se non di rinascita, con la possibilità di trarre dal vissuto personale intimo almeno l'acquisizione di una consapevolezza dell'esistere che la protagonista ha perso suo malgrado. Gli ambienti e i rimandi sono degni della migliore letteratura classica. Con un'autrice come questa occorre però saper leggere tra le righe, poiché il livello è molto alto e ad una lettura non preparata questo romanzo, come tutti i lavori della Capriolo, potrebbe apparire etereo e kafkiano, senza un significato preciso, che invece trapassa le pagine come la luce di un faro nel Novecento delle protagoniste e nel nostro.
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Hap e Leonard non tradiscono mai
Ho letto tutti i libri di Lansdale, compresi quelli con protagonisti Hap e Leonard. Premetto che il contenuto di questo è leggermente inferiore agli altri, in quanto leggermente ripetitivo. Ciò detto si deve sottolineare che lo stile di questo autore è originale e unico, forse non gradito ai puristi, ma estremamente efficace e per certi versi universale. Credo infatti che Lansdale sia perfettamente percepibile e comprensibile a una gran parte di lettori, non solo dai malati onnivori come me, ma anche da coloro che leggono solo saltuariamente. Raggiungere il maggior numero di utenti non intacca però la qualità del narrato, sempre vivace e sorprendente con colori e emozioni, sapori e musiche. I cattivi come sempre abbondano anche in questa trama, che comincia con una madre ed un figlio abbastanza ripugnanti che ingaggiano i nostri detective alla ricerca della Jackrabbit del titolo (rispettivamente figlia e sorella). Naturalmente l'indagine porterà la nostra coppia ad affrontare nemici allucinati e un segregazionista "padrone/boss" di una cittadina denominato "Il Professore" che ovviamente non risulterà gradito soprattutto al sempre attaccabrighe Leonard, pronto a usare mezzi leciti e non scontrandosi con il codice morale di Hap. I personaggi di contorno sono godibili e ben caratterizzati, andando a pescare nel passato dei due in quanto Marvel Creek è luogo di memoria dal quale emergono una serie di ricordi e nostalgie. Il linguaggio è crudo e a volte scurrile, ma verosimile ed al passo coi tempi. Lansdale è uno scrittore sincero, e le volgarità che escono dalla bocca dei suoi personaggi non sono fastidiose in quanto pertinenti al contesto. Sono più una questione estetica che etica, come gli abiti di scena e le coreografie di un balletto. Il meccanismo privo di queste caratteristiche non funzionerebbe. Menzione particolare per il cane che Leonard adotterà, che dimostra la sensibilità verso gli animali spesso umanizzati nelle opere precedenti. Senza rivelare troppo si deve rimarcare che l'autore non narra in funzione del finale lieto o meno: l'intento di Lansdale è in fondo di dipingere un quadro che può essere visto di fronte, di lato, da vicino scorgendone i particolari o anche di sfuggita apprezzando ritmo e profondità. Un ulteriore elemento da apprezzare è relativo alla intensità delle pagine (dato esteso a tutti i libri di Lansdale) che seppur numericamente ridotte ampliano il narrato e sono essenziali alla storia. Spesso ci si imbatte in ottimi romanzi, anche gialli o noir, che alla fine della fiera ci fanno riflettere ed affermare "Ma ciò che ho letto in 500 pagine non era più facile raccontarlo in 200-300 ?" Ogni capoverso di Lansdale è puro piacere e nulla va sprecato. Si è notato che è uno dei miei autori preferiti?..........
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Flussi e riflussi storici
Vi sono autori che colpiscono sentimentalmente. Personalmente uno di questi è Robecchi, che dal primo lavoro "Questa non è una canzone d'amore" (capolavoro assoluto) entra dentro il lettore e tocca punti sensibili a vari livelli. Lo stile unico ci porta in questo romanzo ad una nuova vicenda ove compaiono Monterossi, Falcone e ulteriori personaggi della Milano attuale, descritta con rara maestria e senso dell'ironia. Come sempre la trama è la strada che l'autore percorre per inviare messaggi molto profondi, sul clima politico attuale, sull'arroganza e la tracotanza di una certa casta intellettuale, sulla evidente ingiustizia tra le classi sociali. Questi tempi nuovi coinvolgono anche i poliziotti ricorrenti nei testi di Robecchi, i quali faticano a svolgere con onestà e dedizione il loro lavoro a fronte delle contraddizioni e pressioni che vengono dall'alto. La figura di Oscar Falcone affiancato da una ex poliziotta già apparsa in precedente narrato, con l'ausilio di Monterossi conduce una indagine parallela alla base del romanzo. Come al solito i colpi di scena, le emozioni e le invenzioni si susseguono con ritmo e chiarezza, dimostrando ancora una volta la vena creativa di un autore che nulla ha da invidiare ai più noti Manzini o Malvaldi e finanche a Camilleri. Molto riuscita la parte assegnata a Monterossi di fiancheggiatore-protettore della cliente di Falcone, la quale incarica quest'ultimo di ricercare il marito scomparso. Interessante la visione di amore totale al di la del bene e del male che non svelo per evitare spoiler. Alla fine del libro già si rimane in attesa del prossimo.
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Donne che odiano gli uomini
Mi rendo conto di essere leggermente contro corrente nel giudicare mediocre per contenuto e piacevolezza questo romanzo della Lackberg. Ammetto che la mia opinione è altamente condizionata dal pregresso, avendo avuto modo di apprezzare i precedenti lavori dell'autrice svedese, da "La principessa di ghiaccio" a "Donne che non perdonano" tutti di buon ed ottimo livello. Questo ultimo romanzo non mi convince per una serie di motivi per carità opinabili: in primis la protagonista (che come molti personaggi della Leckberg parte da un'infanzia tragica) la quale di per se si chiude volontariamente nella gabbia dorata, sposando un emerita carogna e illudendosi di essere amata da un uomo evidentemente egoista, donnaiolo e mediocre. E' francamente inverosimile la tenacia nel perseverare nel ménage da parte di Faye, succube e inerte nel mondo multi milionario e di apparenze auto costruito. Jack è totalmente negativo: orbene la lei che a tutto ha rinunciato si separa solo al palese tradimento e , sorpresa, si trova senza più un soldo perché lei credeva (??) nell'amore.....Ancor più inverosimile la rinascita economica e sociale (tramite un profumo?...) che come sottofondo ha certamente la cavalcata delle Valkirie e la consapevolezza che le donne sono molto meglio degli uomini, che una quarantenne si diverte molto più con un toy boy che con il marito (esplicitamente). Tutto questo percorso pare una sorta di vendetta privata che sospetto lateralmente autobiografica (l'autrice è stata sposata tre-quattro volte) e il genere del romanzo alla fine risulta un non giallo, un non thriller, un non verista, un non narrato sociale... Ne emerge un conflitto dal quale si salvano soltanto la figura della molto più genuina e "vera" Chris che non teme di godersi la vita e i piaceri connessi, e una galleria di comprimari che danno comunque una immagine assai mortificante dei rapporti tra donne e uomini nella Svezia attuale, sinceramente molesta. Se come pare questo romanzo apre un ciclo, spero nei successivi capitoli onde rinnovare i prodromi che nel villaggio di Fjallbacka avevano trovato equilibrio e originalità nei precedenti personaggi ben riusciti e molto meno forzati di questi ultimi. Rimane lo stile molto personale della svedese, ma ben poco altro.
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Uomini in scatola
Pregio di Malvaldi è lo spaziare oltre il proprio filone principale. L'autore infatti è noto e conosciuto principalmente per la fortunata serie di romanzi del "Bar Lume" , trasposti televisivamente e ormai giunti ad sette capitoli più una raccolta di racconti, ma ha dato prova di grande stie e abilità narrativa ambientando le sue opere anche in ambiti diversi (vedasi "Odore di chiuso" con l'Artusi protagonista o "Argento vivo" che mi sa di riferimenti autobiografici). In questo lavoro che si dipana essenzialmente più come un "racconto lungo" entrano in campo elementi molto interessanti e sociali. Salim, il protagonista, migrante laureato giunto in Italia a seguito di una truffa, ha la sventura di fidarsi di un cugino coinvolto nel traffico di droga, e diviene vittima del sistema che lo porta a condanna e detenzione. Egli però riuscirà nel difficile (ma non drammatico) habitat carcerario a trovare dimensione culinaria, di dialogo con le figure positive delle guardie (ovviamente positive e negative) suggerendo al lettore una visione se non confortante, almeno di speranza in senso lato, pur soggettiva ma comunque realizzabile. Ecco quindi emergere il valore della dignità umana, dell'adattarsi alle situazioni anche avverse, con una certa dose di ironia e saggezza. Altro pregio è la leggerezza stilistica nell'affrontare un tema forte, evitando la facile polemica sia di tipo paternalistico e fraterno sia viceversa di condanna a prescindere dei rei. Malvaldi (coadiuvato da Ghammouri) fa risaltare la nobiltà morale dell'individuo all'interno di un contesto che viceversa porta l'essere umano a degenerare e non al recupero. Bel messaggio sociale di possibilità di redenzione e reinserimento, che pone in secondo piano il contenuto "giallo" del libro, che come sempre è godibile e originale.
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Grosso, grasso e politicamente scorretto
Vertigo Kulbertus , obeso e accidioso, goloso e scorretto, entra di diritto tra le figure dei commissari, ispettori, detective ecc.. degni di menzione per originalità ed unicità. Tutto il romanzo è permeato di una follia insita in ogni personaggio, che permette ad una trama ad alto numero di cadaveri di avere toni divertenti e squillanti, con ritmo e colore. In questo senso il narrato in alcuni frangenti va in secondo piano rispetto a tragicomici siparietti con soggetti assolutamente privi di morale, egoisti, perfidi e carichi di rancori reciproci. Molto acuta la scelta di legare ad un presunto omicidio di quarant'anni prima la catena di omicidi trattati. Ottima l'ambientazione nel paese e nell'Hotel, contraddittorio nella gerente e nei frequentatori. Molto abile l'autore a procedere nel narrato con vicende parallele che permettono godimento in ogni capitolo. Reugny ha molto da svelare su vari livelli, che permettono al giallo di assurgere e assumere toni del romanzo non di genere. Nota positiva la moderazione quantitativa, che non incide su una trama che invece scorre piacevolmente e si conclude ironicamente facendoci comprendere la filosofia di fondo. Non ci si aspettino buoni e cattivi da nessun lato della barricata. Soprattutto nel divertentissimo Vertigo.
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Questione morale
Breve ma necessaria premessa: nell'affrontare la lettura di un romanzo occorre in primis collocarlo geograficamente, storicamente e socialmente. Un simile atteggiamento, forse presuntuoso, è motivato dalla estrema diversificazione negli aspetti menzionati, che troviamo di volta in volta nell'autore affrontato. Per esemplificare e semplificare nel campo del "giallo" (o thriller o noir..) la nazionalità già funge da filtro: un nordamericano avrà lessico tagliente, spedito, intenso. Un francese toni più pacati, nebbiosi, intimisti. Uno spagnolo elementi di colore, sanguigni, solari ecc... In questo caso la Penny è evidentemente "canadese" nel senso di aggettivo e non di sostantivo. Tutto il libro è infatti permeato di un senso morale in capo al protagonista ed ai comprimari, che risulterebbe assolutamente incomprensibile in altre dimensioni geografiche. Armand Gamache è in continuo conflitto con se stesso poiché per un canadese il fine non giustifica i mezzi e venire a patti con una condotta che si scosta soltanto di poco dai principi etici, è per lui un ostacolo drammatico da superare. Questo codice vincola personaggio, scrittore e di conseguenza lettore, con quest'ultimo che come sopra accennato deve adeguarsi. Quindi non stupisca l'immobilismo iniziale del poliziotto che pur rivestendo ruolo di vertice assoluto, non interviene per coscienza e per lo stesso valore lascia che la sua figura sia disprezzata o dileggiata, in nome di un esito finale che nulla ha dei toni trionfalistici di altre opere. I personaggi delle "Case di vetro" sono numerosi, ma accuratamente descritti, il ritmo non intenso ma comunque costante. Se si può dare un consiglio al lettore riguarda la pazienza. Il finale ripaga almeno in gran parte dell'attesa. Siamo comunque di fronte ad un prodotto a suo modo originale.
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Sapevo già chi era
Zoo è palesemente indicato come il gemello di "Io so chi sei". Effettivamente la lettura del secondo è vincolata a quella del primo. E per vincolata si intende necessaria per comprendere una trama che apparentemente semplice si dipana nel racconto drammatico della detenzione della protagonista, accanto a personaggi improbabili ma accettabili soltanto nell'ottica fumettistica dalla quale l'autrice proviene. Avendo altresì letto "A mani nude" e "Il filo rosso" un pochino ci si domanda se l'autrice abbia trovato nel tema della detenzione forzata un filone da esplorare ed espandere, e che su questo stia tessendo trame un po' eccessive non tanto per i contenuti ma quantitativamente. Il romanzo fatica a decollare o forse semplicemente si è in attesa di un ulteriore ultimo capitolo della vicenda, che ad oggi appare come logica conclusione di un progetto ambizioso che francamente non ha prodotto le emozioni provate con la lettura dei primi lavori della scrittrice.
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