Opinione scritta da CRISTIANO RIBICHESU

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    19 Agosto, 2019
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Sicuramente un sutore coraggioso


All’autore di questo romanzo è stato assegnato il Premio Strega nel 2014 per “Il desiderio di essere come tutti". Molto si discute in merito a questo riconoscimento negli ultimi anni, spesso il verdetto è criticato. Ho letto molti pareri contrari alla vittoria di “La ragazza con la Leica" e anche io ho personalmente preferito “Resto qui" di Balzano.
La mia personale esperienza con altri Strega comprende la lettura di “La scuola cattolica" di Albinati e chi lo conosce converrà che si tratti di un tomo piuttosto ostico da sorbire. Sono quindi propenso a credere che la giuria di questo ambito premio sia da anni alla ricerca di qualcosa che risulti il più lontano possibile dal romanzo convenzionale. Non è la storia in sé che importa e nemmeno un particolare stile di scrittura. Ciò a cui si tende a dar credito è il contenuto filosofico e culturale.
Dopo questa divagazione mi dedico senz'altro alla lettura appena terminata, alla fine della quale sono sicuro possano esistere molteplici reazioni. Le più lontane tra loro potrebbero portare a domandarsi: “ma questo non sa più che cazzo scrivere?”, ma è certamente possibile udire il commento: “mi sono immedesimato totalmente nel protagonista della storia".
Dove sta quindi la verità? È questo il bello della letteratura nella sua interezza. Il gradimento sarà sempre soggettivo.
L’animale di cui parla Piccolo risiede secondo lui in ogni uomo, ogni maschio che si sente parte di un gruppo contrapposto all’altro sesso. L'immagine di copertina è rivelatrice. Al passaggio di una donna avvenente, coloro che sono ritratti in quella fotografia sono rapiti, estasiati e comunque rivolgono a lei la loro attenzione, forse nella speranza di attirare la sua.
Il romanzo pare autobiografico e mi spinge a complimentarmi con l'autore perché le sue affermazioni tendono a essere impopolari, soprattutto per l’universo di lettrici femminili. L’approccio al sesso che, fin dall'infanzia si sviluppa nella mente del protagonista, influenzato da autentici mostri sacri dell'erotismo, lo conduce a una forma quasi perversa di rapporto con le donne.
Bisogna inoltre ammettere che talvolta i concetti sono ridondanti o procurano disappunto.
Concludo dichiarandomi grato all'autore per due motivi. Il primo è poco rilevante per molti, ma trovo esilarante la riesumazione del mitico “Lando tre palle" (pochi capiranno). Il secondo riguarda il mestiere di sceneggiatore che Piccolo porta avanti e in particolare sono davvero felice che abbia consegnato a Paolo Virzi' una storia splendida e emozionante da cui è nato il film “La prima cosa bella".

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    16 Agosto, 2019
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I sentimenti della morte


Sono sicuro che molti, come me, considerano Saramago un genio della narrativa. Sinossi che definire originali è restrittivo consentono lo sviluppo di una trama che coinvolge il lettore per la sua originalità e consente all'autore di analizzare i meandri dello spirito di un essere umano grazie alle situazioni inverosimili in cui i personaggi vengono a trovarsi.
Che la morte (con la m minuscole, e capirete il perché se leggerete questo romanzo) decida di sospendere il proprio millenario compito di divina istituzione è un fatto impensabile che comporta numerose spiacevoli conseguenze in un'intera nazione, tanto da rendere auspicabile la fine di questo singolare sciopero.
Non è semplice immaginare quali siano i sentimenti di colei che ha il compito di porre fine alle nostre esistenze. L'autore da una sua interpretazione e il lettore, rapito, si lascia trasportare tra le sue elucubrazioni fiducioso.
Lo stile di scrittura è inconfondibile. La solita sensazione di esser presi per mano e condotti in un mondo immaginario ma reale è presente dalla prima all’ultima pagina.
Non si può far altro che levare il cappello e inchinarsi di fronte a tanta intelligenza e capacità descrittiva.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    15 Agosto, 2019
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Conoscere il Perù


Quando, alla fine degli anni novanta, Guanda incaricò Luis Sepulveda di dirigere la collana “La frontiera scomparsa" egli la intese probabilmente come una specie di missione. Assunse l'impegno di rendere conosciuti a noi italiani una schiera di autori dell’America Latina che gravitavano ai margini dei più conosciuti Marquez, Vargas Llosa, Scorza, egli stesso e altri eletti.
Uno di essi era Alfredo Pita, scrittore e giornalista peruviano, impiegato presso agenzie di stampa francesi, ma con un passato politicamente impegnato risalente agli anni vissuti nel suo paese di origine.
Molti di noi associano il popolo peruviano alle numerose famiglie che affollano nei giorni di festa i parchi delle nostre città, che si dilettano nell’arte culinaria della carne alla brace ascoltando nostalgici e festaioli la musica del loro paese. Grazie a questo racconto possiamo conoscere più a fondo questo popolo.
Pita ci consegna un romanzo atipico per la provenienza letteraria. Scritto in uno stile che definirei europeo ma che svela i disagi, la violenza a sfondo politico, la repressione coadiuvata da potenze internazionali, il razzismo che da sempre ostacola l’integrazione tra i nativi e i discendenti dei colonizzatori. Una storia avvincente che rende partecipi, che insegna.
Purtroppo è questo l'unico romanzo di Pita tradotto in italiano, tra l'altro ad opera di Pino Cacucci, e sono fermamente convinto che ci stiamo perdendo qualcosa.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    11 Agosto, 2019
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Seguendo una scia... buona fortuna Scalia


Amanti del romanzo poliziesco nostrano unitevi! Ancor più chi predilige l'ambientazione sicula, e ultimamente sono in molti. Immagino troverà numerosi estimatori questa autrice che propone per la seconda volta la sua eroina, il vicequestore Vanina Guarrasi.
In questi casi lo stile di scrittura non sembra abbia particolare incidenza e che sia deputata ad essere “acchiappante" principalmente la trama.
Esprimo pertanto il mio modesto parere, che modesto è senz'altro in questo caso, vista la mia scarsa affinità con questo genere letterario.
Sono stato inconsapevolmente portato a immaginare una fiction televisiva. Storia e personaggi sembrano adatti a una sceneggiatura. Pensate a un Gigi Proietti o a Nino Frassica, anche se la divisa non combacia.
Ho incontrato però molti stereotipi ormai ripetuti in tutte le salse e in ogni dialetto. Anche quello che parrebbe un finale a sorpresa ha ben poco dell'inimmaginabile, salvo il fatto che finale vero non è.
Perché dovrei essere io, nella mia già dichiarata ignoranza, a svelare il reale epilogo? II vicequestore attende un vostro giudizio.

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Camilleri
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    08 Agosto, 2019
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Memorabile memoriale


Nel 1711 il re Giovanni V del Portogallo, per rispetto di un voto, in seguito alla nascita della sua primogenita, ordinò la costruzione di un convento sulla collina che sovrastava il borgo di Mafra.
Furono necessari 29 anni per portare a compimento un'opera paragonabile a poche altre in quanto a materiale, uomini e bestie impiegati.
Nel suo stupendo racconto Saramago trae spunto da questa vicenda storica per narrare una magnifica storia d'amore, quella che uni' Blimunda e Baltazar e per svelare con malcelata irriverenza gli inutili fasti delle corti dell'epoca e la grande povertà che faceva da contraltare tra i sudditi di quell'immenso regno coloniale.
Con il suo solito stile scarno e privo di virgolettato a evidenziare i dialoghi, l’autore conduce il lettore indietro nel tempo, lo accompagna per mano e gli parla come se stessero osservando insieme ciò che accade. Talvolta ironico, in alcune affermazioni blasfemo, sempre con spirito critico ma comprensivo, egli è in grado di provocare sorrisi e profonde riflessioni a pochi righe di distanza.
I molti estimatori che apprezzano Saramago per il romanzo Cecità giudicheranno forse inferiore quest’opera letteraria, anche perché è paradossalmente più difficile da comprendere. Un misto di realtà e fantasie antiche. Credenze popolari e leggende che giungono a noi filtrate da trecento anni di progredire del genere umano.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    02 Agosto, 2019
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Cent'anni di rettitidine


Questo è per me il terzo romanzo di questo autore francese che apprezzo sempre più. Sono convinto come molti che il suo lavoro più riuscito rimanga per ora “Il club degli incorreggibili ottimisti", ma non sono rimasto deluso dalle letture successive.
Guenassia è un profondo conoscitore della storia europea del ventesimo secolo e sa tessere le trame dei suoi romanzi con padronanza e stile.
La vita centenaria di Joseph Kaplan, un ebreo cecoslovacco nato a Praga nel 1910, è narrata con ricchezza di particolari storici. Gli amori, la guerra, il suo lavoro che lo porterà a esercitare la professione medica ad Algeri, fino al giorno del suo rientro in patria, sono strumento di analisi di un periodo in cui le popolazioni europee hanno scritto la storia inseguendo i loro ideali, giusti o sbagliati che fossero.
Mentre nel suo romanzo d'esordio si descrive la vita di coloro che, fuggiti dal regime comunista, vivono le loro esistenze nostalgiche riunendosi in un bar di Parigi, in questo racconto si affronta il paradosso di una speranza infranta, quella di coloro che sono rimasti al di là della cortina alla fine della seconda guerra mondiale. Un popolo ingannato che aveva creduto ciecamente nel progressismo.
Il divenire degli eventi mostra ampie pagine di storia. Non manca un omaggio ad Albert Camus, inserito nel periodo nord africano della vita di Kaplan, mentre ci si domanda chi sia l’Ernesto G. citato nel titolo. La risposta la si avrà nella parte finale del romanzo e sarà sorprendente. Non avrebbe senso un'anticipazione in queste righe. A me è piaciuto approcciare il libro evitando rivelazioni che avrebbero condizionato la mia lettura.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    29 Luglio, 2019
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Un noir dalle forti tinte sociali


Raramente sono attratto da romanzi polizieschi, genere noir. Complice una recensione entusiasta e la mia consueta vacanza in Salento ho deciso di immergermi nel torbido, nuotare nel mistero.
L'intento dell'autrice è chiaro: sdoganare quel magnifico territorio dai luoghi comuni che ormai lo caratterizzano ma che sono stati adattati in funzione del loro richiamo turistico.
Chicca è il nome della protagonista, maresciallo dell'Arma dal carattere forte che vive in perenne lotta con la diffidenza che manifestano i colleghi dell'altro sesso.
E di "chicche" è piena la storia. Notizie e curiosità non note a molti nativi del posto.
La trama è intrigante ma ritengo più interessante l'aspetto sociale che emerge, la lotta all'omerta' e al potere del denaro che tutto compra e corrompe.
Un piccolo appunto personale nasce dsll'impressione che proprio i luoghi comuni che si vuole combattere siano richiamati troppe volte con riferimento a specialità gastronomiche e al motto "lu sole, lu mare, lu vientu". Ricordiamo quindi che il Salento non è solo mare e sole, pucce e friselle, pasticciotti, fave e cicorie.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    27 Luglio, 2019
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Bella scoperta


Delizioso e realistico. Questo romanzo è un’amabile e irriverente parodia. La trama è snella e divertente quanto lo può essere un racconto di Andrea Vitali, sebbene egli narri ciò che accade in un paese che si trova geograficamente agli antipodi da quello in cui si muovono i numerosi protagonisti nati dalla prolifica immaginazione di Tea Ranno.
Sicilia, profonda Sicilia. Linguaggio paesano che tanto allieterebbe il maestro Camilleri. Personaggi singolari che vivono di schiettezza e di omertà come in una pietanza agrodolce, verosimili quanto lo furono i Malavoglia e Mastro Don Gesualdo.
Una semplicità disarmante pervade le pagine di questo piccolo gioiello in cui risplende la speranza di un futuro onesto e vissuto in armonia con il prossimo.
Coinvolgente e a tratti esilarante. Senza inutili pretese stilistiche raggiunge il cuore e scatena l’ilarità. Mi complimento vivamente con un'autrice che non conoscevo e che forse non avrei scoperto se non mi fossi imbattuto in una splendida copertina e non fossi stato attratto dal titolo.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    24 Luglio, 2019
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Contro ogni convenzione e convinzione

Il grande successo internazionale ottenuto alcuni anni or sono fa sì che questo romanzo sia tuttora consigliato da premurosi librai. Grazie a uno di essi è giunto tra le mie mani quale gradito presente da parte di una cara amica.
Le prime pagine spingono a supporre si tratti di una semplice e mielosa storia di adulterio, farcita di sentimenti scontati, vissuta da una più contemporanea Madame Bovary. Il coinvolgimento avviene lentamente, s’intensifica e raggiunge l’apice negli episodi descritti nell’ultima parte.
Un meticoloso lavoro di ricerca ha consentito all’autrice di proporre la biografia romanzata di uno dei più famosi architetti del ventesimo secolo, Frank Lloyd Wright e di Mamah Borthwick, la donna che con il suo fascino provocò il suo abbandono del tetto coniugale.
Entrambi dotati di forte personalità e orgoglio, capaci di affrontare le convenzioni di un mondo ancora troppo bigotto, vissero un amore contrastato dall’opinione pubblica e perciò ancor più profondo e convinto.
Mamah stessa descrive il loro innamoramento e le battaglie combattute per far prevalere non semplicemente il loro sentimento reciproco, ma essenzialmente la necessità di affrontare la propria esistenza soddisfacendo aspirazioni, alla continua ricerca di un appagamento che permetta di donare il meglio di se stessi alle persone amate.
In questo romanzo è affrontata esaustivamente la parabola del femminismo con riferimenti continui alle diverse ideologie enunciate dalle maggiori esponenti di quel movimento, si percepisce il contesto storico in cui il tradimento e l’eventualità di un divorzio, sebbene previsto dalla legge, ancora venivano considerati un imperdonabile peccato contro la chiesa, inaccettabili per gran parte della intransigente popolazione statunitense.
Lo stile descrittivo è scorrevole anche se talvolta pare esagerato. Il fatto che gli avvenimenti narrati siano realmente accaduti amplifica l’interesse del lettore, donandogli un pezzetto di cultura contemporanea.

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Romanzi storici
 
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    21 Luglio, 2019
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Quasi un'autobiografia


Romanzo postumo, pubblicato nel ’98, tre anni dopo la morte dell’autore, può essere considerato un testamento facente, con onore, parte della “letteratura delle macerie”, così fu definita l’opera letteraria di Boll.
Una famiglia tedesca durante gli anni dell’avvento nazista reagisce in maniera differente ai mutamenti provocati dall’ascesa al potere di Hitler. Vergogna e preoccupazione alimentano i pensieri della madre, una sorta di indifferenza sembra abitare i pensieri del padre, mentre i due figli affrontano con spirito diametralmente opposto la progressiva trasformazione in atto nel loro paese.
La follia bellica porterà ognuno a confrontarsi con le proprie idee e la propria fede, ad affrontare il proprio destino e le disgrazie fino alla perdita della speranza.
La biografia dell’autore porta a supporre che molto di ciò che è narrato nelle pagine di questo libro sia stato da lui vissuto in prima persona, pagato con sofferente costrizione.
“… ci sarà la guerra, proprio come ci saranno sempre i ricchi e i poveri, finché esisterà il mondo, e quanto più a lungo esisterà, tanto più ingiuste saranno le guerre, tanto più poveri i poveri; perché non si lascerà loro neppure la consolazione del cristianesimo, la consolazione che in un ordine superiore la loro povertà li mette al di sopra dei ricchi…”
“(dobbiamo) pensare ogni giorno della nostra vita che quanto è accaduto in questi sette anni non è stato sogno, ma realtà. La gente lo dimenticherà di nuovo, la stirpe degli ignari tornerà sul trono e benché sia quasi certo che gli ignari vinceranno ancora, noi annunceremo la realtà.”
La lettura è spesso appesantita dal ripetersi continuo di metafore e allegorie, ma ci si abitua e se ne avverte il beneficio, come opportuno è il ripetersi di aggettivi e sostantivi a porre l’accento sulla loro importanza e renderne penetrante il significato.

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Racconti di viaggio
 
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    11 Giugno, 2019
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Uomini alla fine del mondo

Siamo al cospetto di uno dei più grandi romanzieri latino-americani del XX secolo, spesso paragonato ad autori come Conrad e Melville. Una breve introduzione a questa raccolta di racconti è stata scritta da Luis Sepulveda ed è colma di ammirazione, vi si riconosce in Coloane un talento smisurato nel saper descrivere singolari personaggi, pionieri in una terra inospitale.
Vorrei poter unire il mio insignificante plauso a quello dei numerosi estimatori, ma qualcosa non ha funzionato nel mio approccio a questo testo.
Non so spiegarmi perché io non riesca a farmi coinvolgere pienamente dai racconti brevi, ma lo devo ormai accettare come un dato di fatto e pertanto le premesse non erano positive. Un secondo influente fattore lo fornisce il mio amore per i grandi scrittori sudamericani, uno su tutti Garcia Marquez. Un’assonanza con quel genere di romanzo era ciò che mi aspettavo di trovare tra le pagine di “Terra del fuoco”. Col senno di poi mi rendo conto che gli autori ai quali Coloane è stato paragonato non sono affatto latino-americani, che “Moby Dick” non ha affinità con “Cent’anni di solitudine”. Ho appurato quanto sia adeguato tale accostamento, rendendomi conto di aver cercato di stabilire un contatto partendo da presupposti errati.
Nei nove racconti raccolti sotto il denominatore comune del territorio in cui sono ambientati, è la sterminata e selvaggia regione la vera protagonista, fucina di personaggi orfani di speranze, privi di illusioni. Sono storie che ho immaginato di ascoltare seduto ai margini di un bivacco, nella penombra procurata dalla luce lunare e dalle braci schioppettanti di un fuoco morente, narrate con voce calda da un vecchio nostalgico.
La Terra del fuoco è ai confini del mondo e coloro che la abitano rappresentano i confini del genere umano. Le loro anime corrose dal mare e dai venti impetuosi, da una vita solitaria e infelice, dallo sfaldamento dei propri sogni, altro non sono che la metafore di quelle spiagge e di quelle scogliere disagevoli e lontane che il tempo logora, trasforma e vince.

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Romanzi
 
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    04 Giugno, 2019
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Rincorrendo un futuro migliore

Assaf è un giovane introverso con insufficiente autostima. È inconsapevole delle doti empatiche che lo caratterizzano e ignaro limita le proprie ambizioni. Tamar è una ragazza forte e determinata, talmente determinata da decidersi a compiere un’impresa pericolosa e quasi impossibile. Due adolescenti diversi a tal punto da essere fatti l’uno per l’altra, ma quante traversie dovranno affrontare prima di incontrarsi.
In questo romanzo Grossman sfodera uno stile semplice e avvincente, ben diverso da quello che ho incontrato in altri suoi scritti introspettivi e in cui sembra sperimentare le proprie doti, sfruttando la sua profonda conoscenza dell’animo umano.
Una storia originale e genuina. Pur non impegnandosi nell’ipotizzare un assassino, senza domandarsi quale possa essere l’epilogo della vicenda, il lettore insegue con passione i due protagonisti, rincorre la cagna Dinka al fianco di Assaf alla disperata ricerca della sua padroncina.
Un romanzo che può causare un ragguardevole ritardo nello spegnimento del lume accanto al letto, procurare notti insonni e chi non sa attendere che gli sia rivelato cosa accadrà in un prossimo capitolo…

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Classici
 
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    29 Mag, 2019
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La grazia

Un romanzo breve scritto cent’anni fa. Una delicata raccolta d’immagini. La descrizione di un mondo lontano nel tempo che riusciamo ormai solo a comprendere, che provoca un pizzico di nostalgia per valori perduti e per la semplicità del pensiero, colmo di umiltà e modeste ambizioni.
Nel pieno rispetto del proprio nome, l’autrice narra con grazia immensa la storia di una madre e del figlio sacerdote. Racconta di come l’abnegazione di una donna, sostenuta dal desiderio di agevolare l’esistenza del proprio figlio possa non raggiungere il suo scopo.
Non è per vocazione che egli diventò prete e parroco del paesino di Aar. L’ansia di donargli un avvenire sicuro e stabile nascose alla madre le sue reali inclinazioni, escluse la possibilità di vivere un amore terreno sano e coinvolgente.
Due personaggi genuini ai quali la Deledda scoperchia il cuore rendendoci partecipi dei loro timori, dello struggimento causato da un imprevisto scuotimento delle loro anime.
Grazia Deledda è colei che ha saputo aprire un varco per le numerose scrittrici che le sono succedute, ma è difficile far fruttare la pesante eredità che ha lasciato loro. L’armonia e il sentimento che scaturiscono dalle pagine dei suoi romanzi sono difficili da emulare.

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Letteratura rosa
 
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    23 Mag, 2019
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I disastri di una vita normale

Nelle prime pagine della copia che ho ricevuto a titolo gratuito è chiaramente evidenziato si tratti di una “edizione fuori commercio” “bozze non corrette”. Tale provvisorietà non è per nulla evidente. In diversi romanzi letti ho trovato molti più refusi e incongruenze.
Confesso che, se non fosse capitata l’occasione di riceverlo senza esborsi, non avrei acquistato il libro. Questo non induca a supporre una mia avversione nei confronti dell’autrice, meritatamente seguita da un affezionato pubblico di lettori/lettrici. Solamente, tra la miriade di pubblicazioni disponibili, la mia scelta ricade solitamente su altri generi.
Questo romanzo potrebbe essere distrattamente definito l’apoteosi della sfiga, indipendentemente dal fatto che possa avere o meno un lieto fine. La protagonista, una donna di mezza età con il cruccio di una menopausa precoce, ha una particolare predisposizione a barcamenarsi in una serie di sventure sentimentali. Tradimenti, rapporti di coppia complicati da figliastri, nipoti, una sorella sbandata, una ex moglie sicuramente parente di Crudelia De Mon, sono ingredienti quotidiani nella vita di Alessandra.
Il fatto che si tratti di una fiction permette di accettare quest’abbondanza di sventure, rendendo scorrevole la lettura, a volte commovente. Una lettrice può facilmente immedesimarsi e trovare corrispondenze con la propria realtà. Per un uomo può essere strumento di decodifica per il misterioso universo femminile.
La mia fatica nel costruire un’opinione personale nasce dall’analisi di ciò che immagino possa rimanermi impresso nella memoria. Forse nulla. Nulla perché lo stile non è quello che amo, perché ho bisogno che l’esposizione dei fatti e l’analisi dei sentimenti siano supportate da una descrizione meno fredda dell’ambiente che circonda i protagonisti. Ho bisogno che un autore sostenga la mia immaginazione accompagnandomi all’interno di una stanza, rendendomi triste come può esserlo una giornata di pioggia, allietandomi e riscaldandomi con i caldi raggi del sole d’estate.
L’autrice dichiara in appendice di aver raggiunto una maturazione personale che la spinge a considerare in maniera più equilibrata gli avvenimenti che descrive. Naturalmente l’esperienza insegna ed è giusto condividerla con chi è incline all’ascolto, raramente si tratta di un individuo in giovane età. Per questo sono propenso a consigliare la lettura principalmente a miei coetanei.

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Romanzi
 
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    21 Mag, 2019
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Un piccolo Gabo

Propongo un breve resoconto di lettura poiché il romanzo che ho appena terminato è in sostanza irreperibile. Sebbene negli anni novanta l’autore ottenne numerosi riconoscimenti e il suo successo fu amplificato dalla conversione cinematografica de “Il mandolino del capitano Corelli”, le sue opere stazionano oggi nell’anticamera dell’oblio.
Egli si autodefinì “parassita di Marquez” e l’influenza del grande Gabo è evidente in questo romanzo. Il genere definito “realismo magico” ha avuto altri autorevoli esponenti e Louis de Bernières si è schierato al loro fianco timidamente, in una foto di gruppo sfocata, in terza fila, la dove merita di stare ma poco può essere notato.
Una storia grottesca ambientata in un luogo non precisato dell’America Latina. Gli ingredienti sono presenti e in dose appropriata. Come in un romanzo di Marquez si è spinti a sorridere degli improbabili personaggi, delle puttane tristi, ma anche a riflettere su avvenimenti e azioni che paiono inverosimili solamente in prima analisi.
Difficile, quasi impossibile, reggere il paragone con l’autore che ha ispirato questo e altri romanzi di Bernières. Lo stile è simile, la poetica non proprio. Pertanto la ritengo una lettura consigliabile per un amante del genere, un nostalgico che pone la storia del colonnello Buendia alla pari con quella di un suo familiare.

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Gabriel Garcia Marquez
Manuel Scorza
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    10 Mag, 2019
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il "non" sogno americano

Definire prolifica quest’autrice è riduttivo. Aver letto uno soltanto dei cinquantasette romanzi da lei pubblicati – senza contare le raccolte di racconti, i saggi, le sceneggiature e la letteratura per bambini – non mi consente di azzardarmi a trovarle una collocazione tra i maggiori esponenti della letteratura nord-americana. La lettura di questo romanzo, scritto nel 2009, quando la Oates aveva già più di settant’anni, mi ha procurato in ogni modo profondo piacere.
Le motivazioni sono molteplici, a partire dallo stile di scrittura, semplice e descrittivo al punto giusto. L’ambientazione è quella che spesso troviamo in narrazioni di successo e sono portato ad accomunarla con quella scelta da Truman Capote in A sangue freddo, Philipp Meyer in Ruggine americana. La vicenda si svolge negli anni ottanta a Sparta, una cittadina dello Stato di New York, non distante dal lago Ontario, zona in cui l’autrice ha vissuto la sua infanzia.
I tragici avvenimenti che vi sono narrati influiranno pesantemente sulla formazione dei due giovani principali protagonisti, Krista e Aaron. La decadenza e la mancanza di prospettive fanno da contorno e spesso caratterizzano l’essenza del comportamento quotidiano di ogni personaggio.
Sono principalmente i ricordi di Krista a svelare le ansie e le paure, a dissotterrare lontani e tristi ricordi, narrando le emozioni che, all’epoca, provocarono in un’adolescente insicura.

“Edward Diehl? Dobbiamo parlarle”
Furono queste le terribili parole che cambiarono per sempre la vita di mio padre.
Distrussero la sua vita, la banale esistenza di un uomo americano del suo tempo e del suo paese, in apparenza del tutto identica a quella di centinaia di migliaia di altri uomini americani, e nessuno dei suoi cari si sarebbe mai augurato che accadesse.

E’ ancora l’America, non quella del mito, del “sogno americano”. Quella delle persone dimenticate, generate dal nulla e che nulla creeranno, rimanendo un numero sommato ai milioni di abitanti di quell’immenso territorio.

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A sangue freddo di Truman Capote
Ruggine americana di Philipp meyer
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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    03 Mag, 2019
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un popolo complesso

Considerato il più grande scrittore indiano in lingua inglese, quest’autore mi è stato consigliato in seguito all’opinione che ho espresso dopo la lettura di un romanzo di Sunjeev Sahota. Non conoscevo Ghosh e non sono certo che Mare di papaveri sia cronologicamente il romanzo più adatto per un approccio, ma è comunque il primo di una trilogia molto apprezzata.
Trasportato nella prima metà dell’ottocento in paesaggi esotici, in prossimità della foce del Gange, seguendo la narrazione, il lettore ha la possibilità di assorbire lentamente la complessità di un popolo singolare, religioso e superstizioso, assuefatto e guidato da dogmi che condizionano l’esistenza dei membri delle numerose caste sociali, ognuna delle quali occupa un posto definito su una scala di valori universalmente riconosciuta.
I numerosi personaggi sono distanti per formazione e vissuto, ma li accomuna un unico destino. Il loro futuro dipende dall’esito della traversata che affronteranno a bordo dell’Ibis, una goletta inglese acquistata da un ricco possidente e commerciante di oppio con lo scopo di trarre guadagno dalla deportazione di sventurati e derelitti in cerca di riscatto. Al di là del Nero Oceano, la loro meta sono le isole Mauritius.
Con piacevole poetica e minuzia descrittiva, Ghosh racconta una vicenda complessa e coinvolgente, descrive con dovizia di particolari le usanze terrene e le tecniche marinare, cercando di svelare e far comprendere almeno in parte le tradizioni di una popolazione eterogenea e straordinaria.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    19 Aprile, 2019
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Vi prego, non mi fustigate

Non sono un amante del genere Thriller-Poliziesco e pertanto v’invito a considerare questa mia opinione con il necessario distacco, mi perdonino gli affezionati lettori di colui che è ritenuto un maestro in questa tipologia di racconti.
Il mio incontro con Nesbo deriva dall’invito proveniente da un amico che, per far si che avvenisse, mi ha prestato fiducioso una copia del romanzo in oggetto. Mi rendo conto che, trattandosi di uno degli ultimi editi di una serie che prende il nome dal protagonista, Harry Hole, non può essere ritenuto adatto all’approccio e che un’unica esperienza di lettura non consente di esprimere un giudizio sull’autore. Mi limiterò pertanto a esporre un parere senza tener conto delle mie inevitabili lacune.
Kristiania è l’antico nome di Oslo e un ingiustificato affetto mi lega a questa città a causa del mio nome di battesimo, sebbene il quadro che appare agli occhi del lettore, rappresentante i suoi abitanti, il loro stile di vita e la decadenza morale, non sia affatto lusinghiero. Tossicodipendenza, politici e poliziotti corrotti, assenza di valori etici, se si esclude quelli che governano il pensiero di un integerrimo eroe di strada, Harry Hole appunto, rivelano il degrado culturale di un paese economicamente prospero. Molti ritengono che cagione di tanta delinquenza sia proprio l’eccessivo benessere.
Una trama intrigante e piena di colpi di scena, che spinge a supposizioni immancabilmente smentite da nuove rivelazioni, degna di una trasposizione televisiva per il canale Foxcrime o, considerando i suoi celluloidici natali, per il pubblico di nicchia di Laeffe.
Il prode e irreprensibile Harry ha da sudare le fatidiche sette camice per risolvere un caso che coinvolge i suoi sentimenti. Sempre a un passo dalla sconfitta, rischiando ripetutamente la pelle e sottraendosi alla morte come meglio non saprebbe fare un supereroe Marvel, non abbandonerà mai la ricerca della verità poiché consapevole di essere innanzitutto un poliziotto.
Ritornando al piccolo schermo, ammetto di essere un fruitore appassionato di serie TV che vanno da Poirot a Blacklist, da Miss Marple a Criminal Minds. In quel contesto sono certo che non perderei una sola puntata di quella tratta dai romanzi di Nesbo. Sarebbero adrenaliniche procacciatrici di svago e distrazione, esattamente ciò che mi ha procurato la lettura di questo romanzo.
Ora corro a indossare un elmetto!

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    17 Aprile, 2019
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Ritorno a Pozzochiaro

Solamente un mese fa ho terminato la lettura di “Ritratto di famiglia con errore” dello stesso autore. Favorevolmente impressionato, ho acquistato il suo secondo romanzo, appena pubblicato.
Sono nuovamente le strade di Pozzochiaro, un piccolo comune poco distante da Milano, il teatro in cui si muovono i personaggi nati dalla fantasia di Valentino. Ancora i primi anni novanta sono il periodo scelto per l’ambientazione storica. Gli abitanti del paese ricordano ancora la vicenda che ha rischiato di guastare tragicamente l’avvenire di Milo e del suo fratellino.
Con stile essenziale e con una continua alternanza di punti di osservazione, lo scrittore ha deciso di narrare gli avvenimenti in modo che ci sembri siano gli stessi protagonisti a raccontarli. Ho avuto spesso la sensazione di essere seduto in loro compagnia nel tinello di un appartamento modesto, davanti a una tazzina di caffè fumante, poggiata su una tavola ricoperta da una tovaglia plastificata con disegni colorati, di ascoltare il loro racconto e avere la fortuna di indovinarne i pensieri nascosti.
Avvenimenti tragici e incresciosi, provocati spesso da una serie di combinazioni fatali, fatti che siamo portati a pensare possano capitare solo agli “altri” - ma, come cantava Umberto Tozzi, ricordiamoci che “Gli altri siamo noi” - l’atmosfera grigia e noiosa di provincia, il conflitto inevitabile tra genitori e figli, l’ambiente scolastico abitato da bulletti e timidi romantici sono elementi noti che attirano il lettore, lo rendono partecipe di ansie e insicurezze che ben comprende.
Mi accomuna con l’autore la voglia di descrivere situazioni reali e popolari, procurate dal ricordo di un recente passato e forgiate dalla fantasia. Il successo che stanno ottenendo i suoi romanzi e che gli auguro sia destinato ad aumentare dimostra senza dubbio la sua maggior sagacia, competenza e bravura.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    09 Aprile, 2019
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faticoso ma necessario

Parentesi classica che mi concedo periodicamente. Questo romanzo a forte carattere autobiografico, fu il primo grande successo letterario, scritto nel 1901, all’età di 26 anni, da un autore considerato in seguito tra i maggiori di sempre nella letteratura mondiale.
Il sottotitolo “Decadenza di una famiglia” fa presupporre, a ragione, che si tratti di una saga famigliare. Il periodo storico va dalla prima metà dell’ottocento fin quasi al termine del secolo. L’ambientazione è nel nord della Germania, una nazione dai confini geopolitici differenti rispetto al presente, tanto da far considerare stranieri gli abitanti di Monaco di Baviera ancor più dei residenti a Copenaghen. Più precisamente ci si trova a Lubecca, cittadina in prossimità del Mar Baltico, in cui nacque l’autore nel 1875.
Lasciando a margine il riassunto di una trama che non ha nulla di sconvolgente poiché sono narrate le vite dei membri di un’importante e rispettata famiglia di commercianti, generazione dopo generazione, evidenziando l’influenza esercitata sulla comunità cittadina e le funzioni sociali svolte con zelo e abnegazione, ritengo sia utile soffermarsi sull’eventualità della presenza di un latente messaggio che l’autore ha voluto far giungere al suo pubblico di lettori.
Che la decadenza sia economica è evidente, ma ancor più manifesta è l’incapacità di adattarsi al progredire di nuovi ideali e stili di vita. La rispettabilità della famiglia, la continua attenzione alla custodia delle apparenze, l’imprescindibile ereditarietà nella gestione dell’azienda famigliare, il dare importanza unicamente agli aspetti materiali della propria esistenza, fin quando non intervenga il tarlo di una fine imminente che riattiva la fede e le speranze più mistiche, sono narrati con senso critico e a volte ironico.
La lettura è alquanto ostica a causa dello stile ampiamente descrittivo, tipico dell’epoca, che possono giudicare soporifero coloro che amano i colpi di scena e trame comunque più avvincenti.
Personalmente ho trovato deliziosi alcuni capitoli, in particolare quello in cui si narra della morte della nonna Elisabeth e di come vive quel triste evento il nipote. Sconsiglio invece di approcciare altre parti del romanzo in ore serali, dopo una pesante giornata di lavoro, con l’unico supporto di una flebile luce.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    02 Aprile, 2019
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Indiani d'Inghilterra

Seguendo il filone indiano rappresentato in un passato recente dai romanzi di Dominique Lapierre, dopo aver conosciuto le interessanti opere letterarie di Neel Mukherjee, sono andato a scoprire quest’ autore inglese, indiano di discendenza paterna. Direte che mi manca colpevolmente Gregory David Roberts: un passo per volta…
Siamo di fronte a una cultura e tradizioni sensibilmente lontane dal nostro mondo contemporaneo. Giungono spesso alle nostre orecchie testimonianze entusiaste di esperienze indimenticabili lungo le rive del Gange o in severi monasteri induisti. Un’esaltazione che contrasta con chi ha vissuto o conosciuto dai racconti dei propri avi il calvario della maggior parte degli abitanti di quell’immensa nazione e se n’è reso testimone sulle pagine di un libro.
Tochi, Randeep, Avtar e Narinder – i primi tre di sesso maschile, mentre la quarta è una giovane e bella ragazza – abbandonano il loro paese natale per raggiungere la favolosa Inghilterra. Che sia una favola quella che è stata raccontata loro è chiaro fin dai primi giorni vissuti sul suolo britannico. Un sogno che s’infrange contro una realtà di stenti e umiliazioni, una miseria ancor maggiore di quella dalla quale sono fuggiti.
Essi rimangono imprigionati dalla loro scelta in un mondo che vorrebbero abbandonare ma che li costringe a combattere quotidianamente per un letto e un po’ di cibo, impedendogli di far ritorno sui propri passi. Disperazione e povertà. Una storia d’immigrazione che, pur essendo di attualità da decenni, sfiora i nostri sensi raramente dalle pagine dei giornali o, per pochi minuti, dallo schermo di un televisore.
Vorrei dare un avvertimento poiché la religione e le usanze indiane sono sconosciute a molti di noi.
Poco importa non conoscere il “roti”: pane tipico dell'Asia meridionale fatto di un tipo di farina integrale macinata a pietra (nota come farina atta), consumato in India, Pakistan, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka.
Forse si può evitare di sapere cosa sia un “chunni”: un Chunni o Dupatta è una sciarpa lunga che è essenziale per molti abiti delle donne indiane e dell'Asia meridionale.
Certamente è vantaggioso avere idea di cosa sia un “gurdwara”: letteralmente "la porta del Guru", luogo di culto del Sikhismo, tempio e luogo di riunione allo stesso tempo.
Oppure utile è immaginare cosa significhi essere un “chamar”: una delle comunità indigene dell'India che dopo l'indipendenza è stata classificata in caste programmate. Questa è anche una delle tante comunità emarginate cui hanno negato i diritti umani di base sotto il famigerato sistema di caste (Varna-Vyavastha) dei brahmani indù.

Il libro è colmo di termini sconosciuti a noi europei, non a tal punto da “ingolfare” la scorrevolezza del testo.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    26 Marzo, 2019
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Coe gioca in casa

Che l’adolescenza sia un’età difficile è opinione comune. Che esista un periodo nell’esistenza di un essere umano facilmente vivibile è comunque da dimostrare. Sono tuttavia sicuro che il nostro carattere, i princìpi, le convinzioni, abbiano origine e mettano radici nelle nostre menti in quegli anni, quelli in cui diveniamo una macchina pensante.
Quanto può plagiarci l’ambiente familiare, la presenza silenziosa o invadente di un genitore? In che modo possiamo essere condizionati dall’estrazione sociale, dal percorso scolastico e dalla frequentazione di coetanei dalla personalità influente? Le scelte che faremo saranno inconsapevolmente guidate da numerosi agenti esterni o saremo capaci di resettare le informazioni per costruirci una coscienza vergine?
Jonathan Coe gioca in casa in questo romanzo, ambientato nella sua città: Birmingham; nella scuola che ha frequentato: la King Edward’s School, un prestigioso istituto riservato a rampolli di famiglie benestanti, con qualche rara eccezione che potremmo definire fortunata ma anche il contrario. Un’ambientazione che può ricordare il meraviglioso film “L’attimo fuggente”, manca solamente il mitico professor Keating, anche se il contesto storico è successivo di una ventina d’anni.
Sono prevalentemente loro, gli studenti della King Edwrd’s, i protagonisti, con le loro ansie, gli amori, le amicizie, i dissapori. Sulle loro spalle gravano le aspettative dei padri, ma ancora ne sono inconsapevoli e coltivano i loro interessi giovanili, sognano un futuro da scrittori o musicisti, amori travolgenti e indissolubili.
La trama di questo romanzo consente all’autore un’alternanza di argomenti, alcuni apparentemente futili poiché frutto di menti acerbe, altri di notevole importanza storica in un’Inghilterra alle prese con una svolta politica e sociale. Ed è così che viene dipinto un quadro che può sembrarci non ben definito, di stile impressionista, che, visto nella sua interezza, da una debita distanza, sa trasmettere messaggi, provocare riflessioni.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    16 Marzo, 2019
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Per i nostalgici degli anni 90

La prosa semplice e diretta che caratterizza questo romanzo evidenzia la profonda conoscenza degli schemi mentali risiedenti nell’animo di un bambino. L’autore non ha ritenuto necessario utilizzare un linguaggio “bambinesco”, ma ha sicuramente fatto in modo che si potessero riconoscere molte delle ansie e le paure che accomunano l’infanzia di ogni uomo.
Mentre ci s’innamora del personaggio principale – Milo, per tutti Mio – si sorride incontrando numerosi richiami alla quotidianità fanciullesca dei primi anni novanta. La trama diviene incalzante a seguito di un episodio che turba l’ordinaria esistenza di una famiglia. Un avvenimento che potrebbe tramutarsi in tragedia.
Si tratta del primo romanzo scritto da un autore di libri per bambini e ghostwriter di professione. Da qualche giorno la Società Editrice Milanese ha pubblicato il suo secondo lavoro: Tu salvati. Le premesse m’invogliano a rinnovare la fiducia casualmente accordata approcciandomi a questo nostalgico ritratto di famiglia.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    16 Marzo, 2019
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Autore riscoperto

Meritevole di lode la scelta di questa casa editrice (Mattioli 1885) di rispolverare scritti datati della letteratura nord-americana degni di tornare tra gli scaffali delle librerie. Unico appunto va fatto alla scarsa attenzione nel lavoro di trascrizione che genera la presenza di numerosi refusi di stampa.
Le pagine di questo libro mi hanno riportato ai miei giochi d’infanzia, quando ci si divertiva imitando gli indiani e i cowboy. Un diletto tanto dimenticato che ci stupiremmo nel vedere i bimbi di oggi rincorrersi con pistole giocattolo, archi e frecce. Sono proprio quei giochi che hanno ispirato la mia penna nella stesura del mio primo romanzo e sempre riserverò loro un posto d’onore nella mia memoria.
Gli Uomini di Frontiera furono coloro che per primi si avventurarono oltre le frontiere a ovest del Missouri, in una terra selvaggia che chiamavamo Far West, popolata da animali selvatici e dalle ostili tribù pellerossa che combatterono inutilmente e per decenni l’uomo bianco, i lunghi coltelli, cercando di preservare la loro egemonia.
Boone Caudill, Jim Deakins, Dick Summers, sono i protagonisti di questo romanzo. Una letteratura western lontana dagli appariscenti personaggi interpretati sullo schermo da John Wayne e compari. L’autore dichiarò che l’idea gli venne agli inizi del 1940 perché non era mai stato scritto un racconto onesto sugli uomini di frontiera. Essi aprirono la strada inconsapevoli alle schiere di coloni che causarono lo sterminio delle popolazioni autoctone, ma in realtà amarono profondamente quei luoghi incontaminati e affrontarono con rispetto quel nemico.
Capace di scavare nell’animo di quei rudi combattenti e di descrivere con poesia gli sterminati paesaggi teatro delle vicende narrate, Guthrie riesce a coinvolgere il lettore e a trasportarlo tra le deboli correnti dei fiumi, in cima alle aride montagne nei gelidi inverni, in luoghi ormai scomparsi che la sua penna ha tramandato con dovizia di particolari.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    13 Marzo, 2019
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Le colpe dei padri...

Condensata in poche pagine una storia che costringe a continue riflessioni. Ogni personaggio è descritto o si descrive con ciclici lampi che tratteggiano azioni e riflessioni. Il vero protagonista è il piccolo Théo, un bambino travolto dall’egoismo, la presunzione e la vigliaccheria dei suoi genitori. Presunzione perché, troppo spesso, gli adulti sono convinti di poter facilmente comprendere i pensieri dei loro figli, forti dell’esperienza maturata grazie a una sola infanzia, la propria. Egoismo perché le facili conclusioni sulle quali si basano le reazioni degli adulti, non sono altro che giustificazioni che permettono loro di smacchiare la propria coscienza. La vigliaccheria nasce dalla mutazione di questo egoismo in paura di rivelare la propria debolezza, facendo gravare un peso insostenibile sulle spalle di un’anima pura e perciò letalmente corruttibile.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    07 Marzo, 2019
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PAGINE DI STORIA SCONOSCIUTA

Bainbridge Island è il luogo in cui si svolge la vicenda narrata in questo romanzo. Sebbene l’autore abbia preferito sostituirne il nome con San Piedro. Su quest’isola ha lavorato come insegnante e, per quel che ne so, risiede ancora con la propria famiglia. Essa è situata a poca distanza dalla costa, nel Puget Sound, uno stretto non distante dalla città di Seattle, sulla costa nord occidentale degli stati Uniti.
Sin dalla fine del diciannovesimo secolo, una nutrita comunità di persone provenienti dal Giappone mise radici in quei luoghi, mantenendo intatte le proprie tradizioni, ma contribuendo attivamente alla coltivazione e raccolta delle fragole e impegnandosi in una lenta integrazione. Integrazione interrotta drasticamente il 7 dicembre 1941, giorno in cui le forze aeronavali giapponesi attaccarono la flotta americana stanziata nella base navale di Pearl Harbor.
Ciò che dovette subire la gente di origine nipponica residente in quei luoghi non è molto differente dalla persecuzione perpetrata nei confronti degli oppositori ai regimi nazionalsocialisti qui in Europa. Con un preavviso di otto giorni, ogni giapponese dovette abbandonare la propria casa e fu internato in un campo di concentramento a Manzanar, in California.
Molti di loro tornarono sull’isola al termine del conflitto tra le due nazioni e cercarono di rimettere insieme i cocci di un’esistenza interrotta. Le principali attività sull’isola erano appunto la coltivazione delle fragole e la pesca del salmone. Inevitabilmente essi scelsero una delle due possibilità di guadagno, scontrandosi però con la diffidenza e il pregiudizio che si erano ormai depositati nell’animo dei concittadini americani.
Il ritrovamento del cadavere di Carl Heine, pescatore di origine tedesca, annegato e impigliato tra le reti della sua barca, spinge lo sceriffo della contea a impegnarsi in un’indagine apparentemente inutile che lo porta però a ipotizzare che non si tratti di un fatale incidente. I suoi sospetti ricadono sul giovane Kabuo Miyamoto e una serie d’indizi porta al suo arresto.
La trama è quindi incentrata sul processo che si svolge in città durante un’eccezionale nevicata che copre l’intera isola del suo strato candido, portando gelo e disagio per tre giorni consecutivi. Tra testimonianze e requisitorie s’inseriscono i ricordi dei protagonisti, i fantasmi del passato, gli orrori della guerra, in un clima surreale e ostile.
Pubblicato nel 1994, “La neve cade sui cedri” ottenne un notevole successo e ne fu tratto un film nel 1999, interpretato, tra gli altri da Ethan Hawke e Max von Sydow.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    27 Febbraio, 2019
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TAPPATEVI IL NASO

Consapevole dei numerosi lettori che hanno lodato con entusiasmo questo romanzo, considerato ormai un best seller a livello planetario, oso andare controcorrente.
La storia si basa sull’incredibile, inumana capacità olfattiva e sulla totale ignavia del protagonista. Unico sentimento evidente è il suo disprezzo per il genere umano, non per il suo stile di vita o modo di essere ma più propriamente per il suo odore.
Siamo di fronte a una vicenda irreale, una macabra fiaba per adulti, talmente inverosimile da non riuscire a impressionarmi nemmeno quando sono descritte situazioni oscene, crimini efferati, atti malvagi e diabolici.
Ho pensato di giustificare questo mancato innamoramento con la mia predilezione per storie reali o almeno realistiche, ma rammento di aver molto apprezzato un altrettanto improbabile racconto qual è “Cecità” di Saramago. Perché non sono riuscito a entrare in sintonia con la narrazione, indubbiamente lodevole per stile e struttura?
La risposta potrebbe suggerirmela l’autore stesso. Sono forse uno dei pochi esseri umani non influenzabili dalla perfida essenza creata da Jean-Baptiste Grenouille. Sinceramente dispiaciuto, devo confessare di non essere capace di sentire il suo Profumo.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    15 Febbraio, 2019
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TRASPORTATI TRA LE VIE DI BELFAST

Se avessi potuto scegliere in che modo desideravo mi fosse raccontato l’eterno conflitto tra cattolici e protestanti, unionisti e repubblicani, che ha ottusamente insanguinato le strade di Belfast senza che i famigerati attentatori, autori di stragi e assassinii, si rendessero minimamente conto che gli sfortunati destinatari dei loro delitti non erano altri che loro concittadini, povera gente debole e senza colpe, non avrei potuto sperarne uno migliore di quello scelto da Robert McLiam Wilson.
Spesso scanzonata, talvolta messaggera di coraggiose denunce, la raffigurazione che scaturisce dalla penna di questo geniale autore è capace di trasportare il lettore tra le strade della capitale nordirlandese, nei pub e nelle misere abitazioni dei protagonisti involontari di un’infelice vicenda storica.
Un po’ Trainspotting, ma con lessico attento e competente.
In Eureka Street e nei suoi dintorni vive il gruppo di amici di cui si narrano le esistenze durante gli ormai lontani anni novanta. Grazie al racconto in terza persona, frammisto alla testimonianza diretta di uno di essi, vengono a galla le incongruenze e le assurdità di una guerra che tale non è stata, poiché gli opposti schieramenti non si sono mai affrontati in campo aperto, ma vigliaccamente hanno preferito spezzare vite con banale casualità.
L’autore descrive in modo eccelso la confusione creata nella storia di un popolo diviso politicamente e non secondo natura, essendo nato e cresciuto a Belfast e avendo sperimentato sulla propria pelle il disagio derivante da una sventurata adolescenza.

“Sparsi in tutta la città, sui marciapiedi, davanti ai portoni o tra le aste delle inferriate, ci sono mazzi di fiori. In ogni angolo di strada, avvolti in carta trasparente, piccoli giardini artificiali, fiori ancora freschi dai colori vivaci, oppure avvizziti e spenti. Ogni passeggiata in città è cadenzata dal susseguirsi di quei mazzi posati dagli abitanti di Belfast là dove sono stati uccisi i loro concittadini. Quando i petali sono ormai secchi, ci si domanda chi sia morto in quel punto e non si riesce mai a ricordarlo.”

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    10 Febbraio, 2019
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per chi ama i classici russi

Tra i classici russi una perla di stile e sensibilità. Il capolavoro di Ivan Aleksandrovic Goncarov che non è stato uno scrittore particolarmente prolifico. Dei suoi tre romanzi solo due sono disponibili nei cataloghi delle case editrici italiane.
Oblomov è un semplice signorotto di campagna che vive a Pietroburgo grazie alla rendita che proviene dai suoi possedimenti. Nulla gli è stato insegnato, non sa nemmeno sfilarsi da solo gli stivali. Non è in grado di gestire le proprie finanze, soldi ne ha sempre avuti e nemmeno ricorda come li spende. Non più giovane e dal fisico alquanto rilassato, ha dimenticato le sue aspirazioni e vive nell’oblio le proprie giornate.
Tutto spinge a immaginare un personaggio negativo e odioso. Egli è invece un esempio di bontà. Il suo amore verso coloro che gli concedono la loro amicizia è sincero, profondo. Il suo caro confidente Stolz conia per lui un nuovo genere di contegno che chiama “oblomovismo”, in qualche modo simile al nichilismo del giovane Rudin narrato da Turgenev.
Un sostantivo che è presente nei nostri dizionari. Treccani così lo definisce: “Atteggiamento di apatica e fatalistica indolenza, assunto come caratteristica emblematica della generazione russa anteriore all’abolizione della schiavitù della gleba (1861).”
Goncarov è stato un grande narratore, degno di sedere accanto ai più magnificati suoi conterranei. I suoi personaggi sanno provocare profonde riflessioni a un secolo e mezzo dalla loro concezione.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    07 Febbraio, 2019
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Lontano da noi

Per la seconda volta mi cimento con un romanzo di quest’ autore. Gli scenari sono molto simili a quelli del precedente (La vita degli altri) e ancora mi ritrovo in imbarazzo di fronte a condizioni di vita difficili da comprendere e accettare per un cittadino del vecchio continente.
Siamo in India, nella zona del Bengali, trasportati tra la povera gente delle campagne che vive di stenti ed espedienti; nel mondo senza futuro di una donna che trascorre le sue ore cucinando in appartamenti abitati da famiglie abbienti per fare ritorno ogni sera nello slum in cui abita, una delle baraccopoli della città; ci preoccupiamo per il destino di una bambina allontanata dal suo paese natale che inizia una nuova vita come domestica presso una coppia dalla morale retrograda e inumana.
Ancora altri personaggi appaiono, ognuno nel suo tentativo di “redenzione”, come il povero contadino che sogna di far soldi trascinando al guinzaglio un giovane orso che ha addestrato maldestramente per farlo ballare di fronte a improvvisate platee di spettatori.
La narrazione è ancora di alto livello e arricchisce la conoscenza con dettagliate descrizioni delle disumane condizioni di vita dei malcapitati protagonisti. Vi è inoltre una parte in cui si disserta fervidamente in merito all’arte culinaria di quel lontano paese.
Solo il legame che si vuole evidenziare tra i personaggi presentati nelle storie narrate mi sembra labile e forzato, forse inutile. Si ha la netta sensazione di aver letto una raccolta di racconti.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    07 Febbraio, 2019
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Il mondo dei vinti

Spero che questo mio consiglio di lettura raggiunga un gran numero di persone, poiché in questo caso si tratta di un romanzo che, per svariati motivi merita di essere letto.
Ci si trova di fronte ad uno scritto che immerge il lettore in modo spietato tra le vicende di una famiglia disgraziata che abita in un sobborgo di Johannesburg negli anni novanta.
Un periodo storico importante per quel paese che in pochi in Europa possono dire di conoscere appropriatamente.
Lo stile narrativo mi ha fatto pensare ad un moderno verismo. In me è sorto naturale l’accostamento ai grandi capolavori di Emile Zola, in particolare mi ha rammentato la triste ambientazione, la miseria e la dissolutezza dei personaggi che vivono nel villaggio di minatori raccontato in “Germinale”.
Gli allucinati pensieri, i ragionamenti contorti, dei quattro personaggi principali, si susseguono e si confondono portando alla luce un quadro sconvolgente di povertà e disagio.
Ciò che può stupire è che non si tratta di persone di colore, ma di discendenti dei colonizzatori bianchi.
Un romanzo incredibilmente grezzo, violento e inumano. Una storia di disperazione. Raramente mi è capitato di imbattermi in un testo così crudele.
L’autrice è un’illustre accademica sudafricana che, purtroppo, non si è preoccupata di coltivare la sua notevole attitudine narrativa. In ogni caso questo libro pubblicato nel 1994 in lingua Afrikaans, il cui titolo originale è “Triomf”, ha riscontrato un notevole successo internazionale.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    31 Gennaio, 2019
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Un mondo sconosciuto

Questo romanzo, quando fu pubblicato per la prima volta nel 1967, ebbe un considerevole successo. Attualmente è oggetto di riscoperta da parte dei lettori dell’America settentrionale, tanto da essere considerato un caso letterario. Tradotto e pubblicato da Neri Pozza l’anno scorso, mi è stato vivamente consigliato quando mi sono recato allo stand della casa editrice in occasione del Salone del libro di Torino.
Come spesso mi capita, non ho voluto leggere recensioni, né tantomeno il risvolto di copertina. Mi sono quindi avventurato tra le pagine del libro inconsapevole di ciò che vi avrei trovato.
Mi è difficile giudicare lo stile di scrittura e credo che molto dipenda dall’opera del traduttore. Mi limiterò quindi a esprimere la mia opinione sulla narrazione nel suo complesso.
Non ci si aspetti una storia avvincente, piena di colpi di scena, contorta o intrigante. In realtà, non capita niente di particolare in quelle sperdute e inospitali terre del Montana. Siamo negli anni venti e l’autore ci presenta i personaggi e l’ambiente che li circonda con semplicità. Svela pensieri, ansie, arroganza e ambizioni dal punto di vista dei protagonisti, evitando di schierarsi e giudicare il loro comportamento.
Gli abitanti di quei luoghi sono contadini, braccianti e allevatori che, inseguendo un sogno, hanno cercato fortuna nei territori sottratti alle popolazioni native e sono rimasti amaramente delusi, sconfitti.
In pochi sono stati in grado di trarre beneficio dai rari frutti di quelle aride lande, desolate e dagli inverni insopportabilmente gelidi. Attorno ad una di queste famiglie si dipana la trama del romanzo che preferisco non svelare. Ciò che si forma nella mente del lettore è un’opinione personale relativa alla condotta e al pensiero dei protagonisti, lentamente e inesorabilmente. L’epilogo potrà essere soddisfacente per alcuni e deludente per altri, com’è giusto che sia.
Si potrebbe accostare l’opera di Savage a quella di William Faulkner, considerandolo uno dei suoi eredi. Personalmente ritengo che sarebbe esagerato. Ho letto comunque con piacere il romanzo e sono felice di aver ampliato le mie conoscenze grazie ad esso. Sarei lieto di conoscere il parere di qualche lettore esperto, profondo conoscitore dell’opera di Savage e della letteratura contemporanea statunitense.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    31 Gennaio, 2019
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Originale simmetria

Seconda mia esperienza con questo scrittore israeliano di enorme talento e in possesso di una grande capacità di analisi dei sentimenti.
Si tratta di una storia di amicizia, quelle con la A maiuscola. Un rapporto che resiste a ogni avversità, mutamento e tradimento. Ognuno dei quattro principali protagonisti è inconsapevole tassello di questo legame. Spiriti e aspirazioni differenti convivono e si supportano grazie a un sentimento superiore che distrugge ogni ostacolo e divergenza.
La vicenda si svolge principalmente a Tel Aviv e a Haifa, il periodo è quello che va dai mondiali di calcio del ‘98 a quelli del 2002, con numerose reminiscenze portate a galla dallo io narrante che è un membro di questa indistruttibile compagnia.
Non è difficile trovare similitudini con il proprio passato. Ognuno di noi può essere testimone di una grande amicizia reputata indissolubile. Non tutti hanno la fortuna di poter dimostrare che tale desiderio si sia realizzato, di essere stati capaci di non sciogliere quel nodo che sembrava così stretto.
I quattro giovani descritti da Nevo hanno molti interessi in comune, altri diversi e lontani. Vivono alcuni periodi in simbiosi, in altri momenti si allontanano. Giungono anche a odiarsi, ma sempre li porterà a riappacificarsi il laccio che li ha uniti.
In quel 12 di luglio del 1998, durante la finale dei mondiali di calcio, i quattro amici decidono di scrivere il loro più grande desiderio per gli anni a venire su foglietti che verranno conservati fino al giorno del prossimo atto conclusivo di quella manifestazione, che avverrà in Giappone nel 2002.
Il lettore scoprirà insieme al narratore la simmetria che legherà tali desideri.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    29 Gennaio, 2019
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Attuale e piacevole

I personaggi che Hamsun presenta nei suoi romanzi sono sempre originali. Alcuni mesi fa ho passeggiato tra le vie di Oslo al fianco di un giovane scrittore sperando che un colpo di fortuna potesse strapparlo dalla totale indigenza nella quale era precipitato.
In Pan si è alle prese con la storia narrata dal tenente Glahn. Il suo amore per la natura lo spinge ad affittare un capanno ai margini di un bosco, poco sopra alla cittadina di Sirilund, nel Nordland. Vive serenamente di caccia e pesca fino al giorno in cui conosce Edvarda, la giovane figlia di un commerciante.
Fin qui si potrebbe pensare a una specie di romanzo d’appendice, se non fosse che la vicenda ha sviluppi inaspettati e l’animo del protagonista subisce continui scossoni dovuti alla sua infatuazione mal ricambiata dalla cinica e viziata ragazza, oggetto dei suoi desideri.
Egli stesso ci racconta la confusione che crea nella sua mente il continuo tira e molla cui è convinto di essere costretto.
La bellezza del luogo, il trascorrere dei giorni e i mutamenti climatici sono ben descritti. In questo paesaggio meraviglioso, consumando molte ore in solitudine, l’animo umano può essere influenzato in maniera profonda da piccoli accadimenti che scombussolano l’esistenza, generando lampi di follia.
Breve e piacevole lettura che ha molto di attuale sebbene il romanzo sia stato pubblicato più di un secolo fa.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    24 Gennaio, 2019
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Ahimè troppo breve

Inutile spendere parole per introdurre un mostro sacro della letteratura italiana. Forse lo è anche ricordare che questo breve racconto è il primo di una trilogia che si conclude con “Il cavaliere inesistente”. Del secondo, “Il barone rampante”, ho un simpatico ricordo poiché, come per molti miei coetanei, è stato per me una piacevole lettura che risale a diversi lustri fa. Regolarmente riaffiora dalla mia memoria Cosimo Piovasco di Rondò.
La storia di Medardo di Terralba è invece una splendida allegoria utilizzata per riflettere sulla convivenza del bene e del male nei cuori e nelle coscienze di ogni essere umano. Divertente e fiabesco ma ahimè brevissimo, ha allietato poche ore di un pomeriggio finalmente nevoso nella città che tanto ha amato il compianto cantastorie.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    23 Gennaio, 2019
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Un supereroe triste

Sedotto dal più noto “Il club degli incorreggibili ottimisti”, ho acquistato questo romanzo sperando di non rimanerne deluso e di ritrovarvi lo stesso estro. Soddisfatto in parte, ma è chiaro che le mie aspettative fossero aumentate.
Guenassia sembra avere la necessità di stabilire un punto di partenza in coincidenza con l’infanzia del suo principale protagonista. Thomas Larch nasce a Delhi, dove trascorre la prima parte della sua vita, da padre inglese e madre indiana. Quando la famiglia si trasferisce a Londra entra a far parte di una ristretta comunità di bambini che i coetanei indigeni usano chiamare “paki”, proprio come è capitato al giovane Farrokh Bulsara, alias Freddie Mercury.
Uso un sostantivo di cui spesso si abusa ma che, in questo caso, è sicuramente appropriato: il romanzo narra le vicissitudini di Tom, le tappe della sua esistenza scaturite da avvenimenti incontrollabili misti a scelte inconfutabili. Un susseguirsi di episodi conformi alla vita di un uomo comune alternati a eventi straordinari, degni della biografia di un supereroe. Gli ideali richiamati nel titolo vanno intuiti e interpretati, ricercati nelle rinunce e nelle strade che il protagonista decide di percorrere.
Il testo scorre piacevolmente, con uno stile semplice e chiaro. Le peripezie del giovane Tom paiono al limite della verosimiglianza, forse un po’ hollywoodiane. La fantasia di Guenassia si muove comunque in un contesto reale e coinvolge il lettore in una fiction originale e seducente.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    18 Gennaio, 2019
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Delicato gioiello

Una periodica attrazione verso i classici russi ha stimolato la lettura di questo romanzo scritto a metà dell’ottocento da un autore che non è spesso menzionato ma che merita un posto di riguardo accanto ai suoi compatrioti più osannati. A quanto pare si tratta del primo di una trilogia – già allora erano in voga – di cui fa parte il più famoso “Oblomov”. La purezza e il romanticismo della narrazione ricordano quelle che caratterizzano i romanzi di Puskin. L’introspezione e l’analisi dei sentimenti, lo scandagliare nel profondo della coscienza umana, rammentano gli scritti più complessi di Dostoevskij. Il giovane Aleksandr Fjodoryc, pieno di speranze, con il cuore ricolmo di gioia e amore per il prossimo, in giovane età, saluta la tranquilla cittadina rurale in cui è nato per stabilirsi a Pietroburgo. Il fratello del defunto padre lo accoglie poco amorevolmente e gli schiude le porte di un mondo ben diverso da quello che si aspettava di conoscere.
L’amore, l’amicizia, le aspirazioni, ogni sentimento del giovane Aleksandr subirà dolorosi assalti ai quali non saprà opporre la resistenza necessaria. Goncarov era capace di descrivere i mutamenti dell’animo con accortezza. Il breve giudizio di Tolstoj, evidenziato in copertina, gli rende omaggio. Molto di ciò che corrompe la mente del protagonista, è riconducibile a periodi contemporanei, sebbene meno travolgenti siano le passioni nei giorni nostri.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    13 Gennaio, 2019
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La guerra di una vita

“A noi due!” ho pensato soppesando tra le mani questo tomo da più di ottocento pagine. Non ero seriamente spaventato, curioso certamente. Conoscevo appena la scrittrice per aver visto molti anni fa un film tratto dal suo più famoso romanzo “Le età di Lulù”, che non ha nulla a che spartire con la storia narrata in questa sua ultima fatica.
Faticoso è stato sicuramente l’immenso lavoro di ricerca della documentazione necessaria per partorire questo romanzo che si può definire storico vista la nutrita presenza di personaggi realmente vissuti.
Una fitta ragnatela di avvenimenti, apparentemente slegati tra loro, ha inizio nella Spagna repubblicana poco prima dell’avvento de il Caudillo Francisco Franco. Impegnativo è per il lettore rimanere legato alle vicende che s’intersecano, riconoscere i protagonisti e conservarli nella memoria durante la lettura.
Almudena Grandes svela gli aspetti meno conosciuti di una guerra civile a cui ha fatto seguito un conflitto mondiale nel quale i franchisti si sono schierati al fianco dell’invasore nazista. La convivenza tra individui di ideali opposti, costretti a turno a mantenere segreti i loro princìpi, che procura esistenze insicure e malessere a una moltitudine di cittadini spagnoli.
Il centro del racconto, la fetta più importante, narra delle vite sacrificate da due uomini, legati da una profonda amicizia. Si tratta di sacrificio e non martirio. Sacrificio poiché essi sono costretti non essere se stessi, a crearsi un’esistenza fittizia, ad agire nell’ombra, in incognito e come agenti segreti di un esiliato governo repubblicano.
Non voglio andare oltre rischiando di rubare lo stimolo ad avventurarsi in questa lettura. Non vi si incontrano difficoltà causate dallo stile, pertanto è sufficiente attendere che la smania di conoscere l’evolversi delle vicende diventi capace di scatenare la passione necessaria per evitare una meschina fuga dal peso delle numerose pagine.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    31 Dicembre, 2018
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Un'altra America

Acclamato e pluripremiato romanzo. Un autore accomunato a mostri sacri quali Faulkner e Joyce. Meritevole di grande attenzione per la trama e il singolare metodo di narrazione, del quale mi ha maggiormente impressionato la capacità di descrivere i pensieri, le elucubrazioni di ogni personaggio, con l’esatta confusione che caratterizza il loro emergere nella mente umana.
Lo splendido paesaggio che circonda i protagonisti di questa vicenda si scontra con lo squallore delle loro esistenze. Il passato dei padri che hanno saputo sfruttare lo sviluppo industriale e il proliferare d’insediamenti produttivi è ormai un lontano ricordo per i figli che non hanno avuto il coraggio di abbandonare un territorio ormai in totale depressione.
Isaac English e Billy Poe sono i due giovani protagonisti di questo racconto. Sebbene la loro età suggerisca possano esistere un’infinità di prospettive, sembra che le loro speranze siano ormai disilluse. Le giornate inutili e trascorse a rimuginare sulle opportunità mancate rivelano il disincanto imperante tra gli abitanti di cittadine semiabbandonate e dimenticate.
Un tragico e fortuito evento renderà ancor più angosciosi i giorni descritti nel romanzo. L’epilogo non è per niente scontato e spinge il lettore a una completa immersione.
Numerosi personaggi possono essere considerati di contorno, ma certamente fondamentali per ben descrivere lo sgretolamento graduale di una comunità.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    30 Dicembre, 2018
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Meritevole esordio

Un lodevole e promettente esordio per questo autore francese, forse un po’ tardivo.
Bisogna comunque sottolineare che non si tratta di un neofita sconsiderato, essendo Andrea conosciuto regista e sceneggiatore.
Shell è il nomignolo che viene affibbiato al piccolo protagonista di questo racconto. Un bambino nato diverso dagli altri. La nonna gli ha raccontato che la sua disgrazia è da imputare a un personaggio malvagio chiamato Malocchio.
Si può immaginare una forma di autismo o ritardo mentale. Il reale difetto che lo relega ai margini degli spensierati giochi d’infanzia dei suoi coetanei non è specificato poiché è egli stesso a raccontare la storia di quell’estate del 1965.
Il mondo visto con i suoi occhi è differente, forse più bello, certamente più avventuroso. Vien da pensare che saremmo tutti migliori se fossimo capaci di rendere più semplice la nostra esistenza, credere ancora ai draghi, ai castelli fatati ed essere fedeli sudditi di un’amabile regina.
Delicato e struggente. Posso immaginare quanto questa lettura sia in grado di colpire ancor più il cuore di chi vive o ha vissuto un’esperienza affettiva con epicentro un personaggio simile al piccolo Shell.

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CRISTIANO RIBICHESU Opinione inserita da CRISTIANO RIBICHESU    28 Dicembre, 2018
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Memorabile

Scelto senza seguire alcun consiglio di lettura. Il mio incontro con questo romanzo è stato piuttosto casuale. Giunto in anticipo nel luogo in cui avevo appuntamento con un amico, ho deciso di trascorrere il tempo a mia disposizione girovagando tra gli scaffali di una grande libreria in un centro commerciale. Confusa tra molte altre, la copertina di questo spesso tomo mi ha attratto inspiegabilmente. Dopo aver letto la quarta di copertina, ci ho messo un po’ di tempo per decidere di acquistarlo, perché 18 euro e 60 non sono mica pochi… ma alla fine sono contento di poter dichiarare di aver speso bene i miei soldi.
Il romanzo è ambientato a Parigi, in un tempo che va dalla fine degli anni cinquanta fino al luglio del ’64. Michel Marini è il giovane adolescente che ci racconta la sua storia. Una vita piuttosto normale e indubbiamente simile a quella che i suoi coetanei conducevano nelle nostre città in quegli anni. Una famiglia benestante ma non ricchissima, gli studi liceali, le prime infatuazioni e la moltitudine di dubbi e incertezze tipiche di quell’età.
Con leggerezza e stile, Guenassia inserisce gli avvenimenti storici che fanno da contorno alle vicende narrate, generando e ampliando il contesto, pagina dopo pagina. I personaggi vivono tali avvenimenti con distacco, in alcuni casi, o ne sono protagonisti, in altri. E’ sempre Michel il testimone di quei giorni, colui che racconta con ironia e sarcasmo, rabbia e disincanto.
Chi erano i membri del club nominato nel titolo? Michel li incontra per caso, curiosando nel retro del salone di un bar che frequenta per giocare a biliardino con gli amici. Essi sono rifugiati politici giunti dall’est, da quei paesi in cui il regime comunista non ammette possa esistere un’opposizione alle sue idee. Uomini che hanno abbandonato le loro mogli e i figli, che sono fuggiti portando con sé solamente i ricordi. Nulla rimane della vita precedente e ben poco sono in grado di ricostruire nel paese che li ha accolti malvolentieri. Guenassia mescola le loro storie con quella del giovane Michel, che diventa loro amico e frequentatore assiduo del club.
Erano gli anni sessanta colmi di fermenti ideologici, stravolgimenti politici. Un periodo instabile come lo è l’adolescenza. Meravigliosamente tutto si unisce e si confonde tra le pagine di questo delicato romanzo generazionale che allieta e istruisce al tempo stesso.

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