Opinione scritta da PaparattoC
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Un nuovo significato....
I lettori più fedeli di Carofiglio conosceranno, ormai fin troppo bene, uno dei suoi più noti personaggi: l’avvocato Guido Guerrieri.
Per chi scrive, è invece la prima esperienza di lettura dell’autore, nonostante avesse già avuto modo di apprezzare la miniserie televisiva, ispirata a due delle vicende che coinvolgono il noto legale pugliese.
Si è scelto allora, l’ultimo dei suoi romanzi, come punto di partenza di questa serie di letture che senza meno proseguirà, a ritroso, verso le precedenti opere.
La vicenda raccontata è di per sé molto semplice: una donna, Elvira Castell, viene accusata di aver ucciso a colpi di pistola l’ex compagno e convivente della sorella. Si rivolge quindi all’avvocato Guerrieri per l’impostazione della difesa, dinnanzi alla Corte d’Assise. Si è trattato di omicidio premeditato o legittima difesa?
Il racconto visto con gli occhi dell’avvocato, si alterna così tra l’avanzare del processo e le sue vicende più intime e personali, che disegnano qualche tratto caratteristico del protagonista, ormai forse giunto al termine della carriera.
Soffermandosi esclusivamente alla trama, ad una prima approssimazione questa potrebbe apparire piuttosto banale, almeno è questa la sensazione trasmessa all’atto dell’acquisto: è certamente necessario scendere più nel profondo.
Insomma, aldilà della vicenda squisitamente legale narrata, che comunque offre una qualche nozione processuale ai non addetti ai lavori, occorre rilevare come l’usus scribendi dell’autore, così come il suo stile siano straordinari e siano contraddistinte da una certa piacevolezza. Guerrieri offre riflessioni molto profonde, in grado di coinvolgere il lettore e quasi farlo ritrovare nella sua stessa condizione. Le riflessioni che nascono nella mente del lettore e per le quali l’avvocato si interroga, sono le più varie, da quelle sentimentali o più in generale esistenziali raggiungendo un alto grado di intimità, tale da far affezionare chi legge al personaggio.
Non si tratta allora di tecnicismi giuridici buttati qua e là, nell’espletamento delle funzioni che comporta l’esercizio della professione forense, si tratta di vita, di vita vissuta, di un uomo ormai maturo che vive, forse talora sopravvive, mettendosi a nudo dinnanzi al lettore.
La vita torna sempre allora, anche tra le pagine di questo romanzo: essa è il “contenitore” di tutto, è ovviamente la base di ogni nostro aspetto. È un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi, dice Carnelutti, lo psicoterapeuta che ha in analisi Guerrieri. La vera grande sconfitta sarebbe rinunciare alla vita, questa va invece vissuta, occorre trovare sempre un nuovo significato per continuare a viverla, per riprendere il nostro cammino. Un unico grande disegno che tutti siamo chiamati a realizzare.
L’autore tratta poi un tema già discusso, il rapporto legalità-giustizia, il filo sottile che separa la verità processuale da quella fattuale, laddove ciò che conta non è accertare la reale innocenza di taluno, quanto dimostrare l’esistenza del ragionevole dubbio, anche solo uno, circa la colpevolezza dell’imputato.
L’esito del processo, nonostante non fosse così inaspettato, metterà in crisi il protagonista, che comprende, anche per via del supporto di Carnelutti, come sia giunto il momento di cercare un senso nuovo. Perché forse, è questo che facciamo tutti in qualche momento della nostra esistenza: scrutiamo oltre, alla ricerca di un nuovo orizzonte.
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Il giustiziere
Apprezzo molto Manzini e il suo genere, interessante è risultato il suo ultimo scritto.
Tutti i particolari in cronaca, ruota attorno alle vicende di Carlo Cappai e del giornalista Walter Andretti. Il primo, magistrato mancato, ex poliziotto, ora impiegato presso l’archivio del Tribunale, di cui conosce molti dei casi contenuti in quei faldoni, soprattutto quelli conclusi con un’assoluzione, poiché gli imputati non sono stati ritenuti responsabili. Il secondo è il giornalista di una testata di second’ordine, trasferito dalla sezione sport alla cronaca, in cui non ha alcuna esperienza e dovrà imparare a familiarizzare con quel “nuovo mondo” inesplorato. In città si verificano degli omicidi, che in qualche modo interesseranno i protagonisti sino a far intrecciare le loro storie.
L’autore affronta, attraverso una semplificazione romanzata, una delle questioni più spinose per gli addetti ai lavori, ossia, il rapporto tra giustizia e legalità. Questi due concetti, è risaputo, non sono perfettamente coincidenti e la legalità molto spesso non collima affatto con la giustizia. Cappai spiega che esiste una giustizia con la G maiuscola e una con la G minuscola. L’applicazione delle procedure previste dalla legge, non sempre sono orientate a fare giustizia, garantiscono la legalità ma non la giustizia. L’archivista, infatti, persona sola, che non ha mai dimenticato il suo primo e unico amore, Giada, rimasta uccisa diversi anni prima, conosce bene quei processi conclusisi con l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”. Quegli imputati non erano innocenti, ma per la legge risultano tali. Se per la legge, quindi, molti di questi imputati sono innocenti, lo stesso non può dirsi per Carlo Cappai che ha trascorso la propria vita a studiare questi casi sino a creare un sistema di giustizia parallelo.
Uno scollamento, ci dice il protagonista, esiste tra l’innocenza e la colpevolezza, essere ritenuti non colpevoli non significa essere innocenti, anche solo l’intenzione di commettere un crimine, la ferma volontà, non ci rende innocenti. Semmai ci rende non colpevoli, così come ci rende tali il ragionevole dubbio instillato in un’aula di tribunale, a prescindere dalla commissione di un fatto criminoso. Innocenza allora è altra cosa: è totale purezza d’animo ed è lì verosimilmente che regna la giustizia.
In breve, quali le considerazioni e sensazioni suscitate in chi scrive: ho trovato di notevole interesse la tematica e anche la modalità con cui è affrontata, intrecciata nel racconto criminoso che coinvolge i protagonisti.
Emerge anche l’importanza dei sentimenti, quelli veri, che non sbiadiscono al trascorrere del tempo e che posso condizionarne l’esistenza, anche negativamente. La tematica è certamente complessa, la giustizia è qualcosa di importante e forse di trascendentale. La legge cerca in qualche modo di collocarsi nel solco della giustizia, ma soltanto in parte ci riesce, facendo coincidere le due cose.
Probabilmente essa, non appartiene del tutto agli uomini che cercano di controllarla, ma che spesso si rivelano incapaci e rispondono alle ingiustizie con altre ingiustizie. La vendetta potremmo domandarci, è uno strumento riparatore, che rende giustizia?
Sul finale il protagonista si accorge probabilmente della contraddizione, si rende conto di essersi considerato al di sopra degli altri, di aver cercato di impartire la propria di giustizia. Commettere un efferato delitto è giusto? Certamente no, risponderemmo. Ma è giusto rispondere a quel delitto con altro delitto? Possiamo considerarla giustizia? La risposta è altrettanto negativa e ciò prescindendo dal dato legale, da quella verità processuale, che spesso non coincide con la realtà.
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L'essere e l'apparire
Leonard Franks ex poliziotto in pensione, scompare improvvisamente dalla sua casa nel Dartmoor, dove viveva con la moglie Ellie.
Le indagini della polizia sembrano non avere successo, così Melanie Craw, figlia di Leonard e poliziotta in carriera, decide di ricorrere a canali non ufficiali.
L’indagine sulla scomparsa sarà affidata a David Racke, abile investigatore privato, specializzato nella ricerca di persone scomparse, conosciuto nell’ambiente per i metodi poco ortodossi.
Racker avvia cosi le ricerche, inizia a scavare nella vita di Franks, esamina gli ultimi casi di cui questi si è occupato e si addentra in una serie di vicende oscure che lo condurranno poi all’inatteso finale.
Il romanzo non ha un carattere molto complesso, la trama tessuta risulta parecchio lineare e semplice, ma comunque una lettura certamente piacevole.
Inoltre, non si scorge alcuna ovvietà anticipata, questo contribuisce a mantenere quella necessaria suspence, utile al lettore per proseguirne la lettura.
L’impostazione è progressiva, si aggiungono sempre più tasselli al racconto, apparentemente disconnessi, fino a giungere ad un graduale riordino che ridisegna così il quadro complessivo utile a comprenderne la storia nel suo insieme.
Sinteticamente, dalla lettura emerge lo scollamento che spesso si verifica tra l’essere e l’apparire, spesso una vita apparentemente idilliaca, può nascondere dei lati oscuri ed impercettibili celati da una fittizia caricatura sociale dell’individuo.
In definitiva un romanzo leggero e coinvolgente, piacevolmente interessante, da leggere senza grandi difficoltà.
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Quando il medico diventa paziente
Siamo a Firenze, Pietro Gerber è un giovane psicologo infantile, che attraverso la tecnica dell’ipnosi scava nella memoria dei bambini.
Improvvisamente riceve una telefonata da Teresa Walker, psicologa australiana, che gli presenta un caso interessante, una paziente, Hanna Hall, è convinta di aver ucciso il fratello Ado, quando era ancora una bambina ma di ciò sembra non ricordare nulla, forse un caso di amnesia selettiva.
La paziente giunge in Italia e sarà proprio il Dottor Gerber ad occuparsene, è verò, Hanna Hall oggi è un’adulta, ma quei ricordi offuscati risalgono al periodo in cui era bambina, il compito del dottor Gerber sarà quello di indagare nella psiche di quella bambina, ormai adulta, ed accertare la veridicità di quel ricordo.
Sottoposta ad ipnosi, la Hall inizia a ricordare la sua infanzia attraverso dei flashback, i continui spostamenti clandestini con i genitori da un luogo all’altro, presso diverse dimore, le cosiddette “case delle voci” con al seguito la cassa contenente il corpo del piccolo Ado.
Ma cosa nasconde quella famiglia e perché cambia frequentemente collocazione?
Chi sono gli “estranei” da cui occorre difendersi?
Chi è veramente Hanna Hall, cosa la lega al Dottor Gerber, come è possibile che questa sia a conoscenza di una serie di informazioni sulla sua vita?
Carrisi ci propone un interessante thriller psicologico che, devo dire, presenta un ottimo grado di coinvolgimento. Del resto, l’autore è una garanzia, riesce sempre a creare quella tensione quel brivido e quella suspence, necessari a spingerti inesorabilmente verso la fine del racconto.
La storia è ben costruita, propone una serie di personaggi che poi in qualche modo presentano reciproci collegamenti, lo stesso protagonista si troverà direttamente coinvolto nella vicenda.
Il grado di soddisfazione è dunque elevato, appezzo molto la tecnica di scrittura di Carrisi, nonché la sua capacità di renderla viva, non un racconto piatto e faticoso, ma una dinamica esperienza in grado di conferire al lettore importanti percezioni.
Procedendo nella lettura, il puzzle inizia a ricomporsi, conferendo un senso logico alla storia, che affonda le proprie radici nel mondo della psicologia, e soprattutto evoca il complesso tema della tutela dei minori.
Scopriremo chi sono i “genitori” di Hanna, perché questi si nascondono, la loro provenienza dal San Salvi, un ospedale psichiatrico fiorentino poi chiuso per effetto di una legge del 78, nonostante al suo interno, “la vita trovasse il modo di andare avanti”.
Ma soprattutto scopriremo chi è davvero Pietro Gerber, quale è il segreto che suo padre ha nascosto per anni e cosa lo lega effettivamente ad Hanna Hall e proprio attraverso il protagonista scopriremo come spesso la stabilità e le certezze acquisite nell’arco di una vita non sono altro che un’illusione, pronti a vacillare alla prima difficoltà.’
Il finale si presenta leggermente sottotono, il racconto spinge veloce verso la conclusione, ma ho rilevato una certa frettolosità nella dissoluzione dell’impalcatura costruita, l’autore attribuisce una rapida collocazione ai personaggi, mette in luce il legame tra Gerber e la Hall e chiude la storia, ma lascia quel pizzico di insoddisfazione, come se mancasse qualche tassello per raggiungere un totale appagamento.
In definitiva, un ottimo romanzo per il genere, Carrisi si conferma ancora una volta un valido autore di thriller, in grado di coinvolgere il lettore, metterlo in tensione e proiettarlo inesorabilmente al culmine della storia.
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Il male contro il male
Devo ammettere che il primo tentativo di approccio al libro non ha avuto molto successo, dopo una lettura quasi forzata delle prime pagine, non trovavo quell’interesse e quella piacevolezza necessaria che ti spinge a progredire, divorandone le pagine.
Inevitabilmente, dopo poco ho deciso di abbandonarne la lettura, inutile leggere qualcosa forzatamente, senza motivo alcuno.
Tuttavia, a distanza di tempo, decido di leggere questo romanzo- vale sempre la pena leggere un libro - e dopo i primi sforzi il racconto acquisisce sempre più scorrevolezza fino a giungere alla conclusione.
Apprezzo molto Carrisi avendo già letto altri scritti, tra cui il suggeritore, e certamente leggerò altri suoi romanzi, prediligendo questo genere; Occorre constatare comunque che, rispetto ad altre sue opere, ho trovato questo scritto eccessivamente sottotono, con un decorso lento e poco incalzante delle vicende descritte; una sorta di appiattimento che a tratti genera un senso di noia seguito dalla volontà di abbandonarne la lettura.
L’aspetto più ostico, come sostenuto dai più, è l’eccessiva presenza di protagonisti e di contesti temporali; con ciò non mi riferisco ai due protagonisti, Marcus e Sandra Vega, è senz’altro accettabile che i protagonisti siano più d’uno, ma in questo racconto i personaggi sembrano davvero eccessivi.
Si espongono diverse vicende, spesso macabre, che riguardano i molteplici personaggi sparpagliati in tutto il racconto, tutto questo senza percepire alcuna forma di collegamento, generando alla fine una gran confusione nel lettore, a cui contribuisce peraltro la presenza di flashback.
Vero è ovviamente che, avviandosi verso la conclusione, almeno alcune vicende si riordinano fornendoci un senso del tutto, ma non possiamo soffermarci solo sulla fine, bisogna considerare anche il “mentre” e proprio in quel “mentre” spesso si ha una sensazione di smarrimento.
Anche il finale non è poi così travolgente, di certo si chiariscono diversi aspetti, si mette un certo ordine a quell’ aggrovigliata matassa di eventi, ma non suscita quello stupore tipico di un thriller, dove tutto è diverso da ciò a cui si pensava.
Vi sono comunque anche aspetti positivi che emergono, ogni libro insegna qualcosa fornendoci materiale su cui riflettere, ciò indipendentemente dalla piacevolezza della storia.
Una componente interessante è quella legata alla Penitenzieria Apostolica e all’attività svolta dai penitenzieri alla ricerca del male, nonché alle ulteriori riflessioni che possono sorgere intorno a quest’ultimo:
Il bene e il male sono innati o dipendono dal nostro percorso?
In tal senso si aprono riflessioni utili all’individuo, dalla storia emerge, infatti, la possibilità che ciascuno di noi sia portatore di una componente maligna, pronta a fuoriuscire all’occorrenza:
“Si può instillare una rabbia omicida in qualsiasi animale, annullando il retaggio della sua specie. Perché l’uomo dovrebbe fare eccezione?”
Da questo punto di vista quanto descritto da Carrisi è molto avvincente, soprattutto riguardo all’esperimento volto a tirar fuori il male in colui che poi si rivelerà uno dei personaggi principali.
Si vuole quasi precisare come in ognuno di noi regni il male, si tratta solo di stabilire se farlo venir fuori o lasciarlo represso e sopraffatto dal bene.
Ancora, è possibile che un mezzo di contrasto del male sia il male stesso?
In questo senso mi sono posto l’interrogativo traslando quella domanda in un contesto reale, il male può essere lo strumento più efficace contro lo stesso male e il ricorso a questo può essere giustificato quando si è subito un torto dalla vita?
La risposta penso sia semplice, lo stesso Carrisi scrive, attraverso le parole di Smith, che il male genera solo altro male, la migliore soluzione allora dovrebbe essere quella di rispondere sempre con il bene.
In conclusione, è tutto sommato un bel libro, anche se eccessivamente caotico per la presenza dei troppi personaggi e con un inizio non molto incalzante, occorre andare parecchio avanti per iniziare a percepire quell’interesse, utile a spingersi sino in fondo.
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Spunto di riflessione
Il Prof. Langdon si trova in Spagna, presso il museo Guggenheim, dove il suo amico ed ex allievo, Edmond Kirsch, terrà un’importante conferenza in cui rivelerà al mondo una sconvolgente scoperta scientifica.
Poco prima che ciò possa accadere, questi viene brutalmente assassinato scatenando il panico nel museo; da qui l’inizio della travolgente notte del professore che accompagnato da Ambra Vidal - futura regina di Spagna, nonché direttrice del museo- cercherà di rivelare al mondo l’importante scoperta.
Chi almeno una volta ha letto un’opera di Dan Brown riconoscerà certamente l’impostazione tipica adottata nei suoi racconti; un “modus operandi” certamente efficace, capace di coinvolgere il lettore e accompagnarlo all’interno della storia.
Non si può infatti non riconoscere la sua abilità ad inserire all’interno del racconto di fantasia, aspetti e tematiche quanto mai interessanti e attuali, creandone un perfetto intreccio.
In Origin, la disciplina della simbologia, una costante nei romanzi con protagonista Robert Langdon, seppur presente rimane in qualche modo sullo sfondo, perdendo quella assoluta centralità che, invece, caratterizza i precedenti scritti.
Ciò che assume particolare rilevanza è così sintetizzabile:
1) Rapporto religione – scienza
2) Rapporto uomo – tecnologia
Probabilmente ciascun essere umano, almeno una volta nella vita, si sarà chiesto da dove veniamo: siamo frutto di una creazione divina o figli di un fenomeno scientifico?
Certamente non abbiamo una risposta precisa ad una tale domanda, ne potrà essere Brown con un romanzo a fornircela; senza dubbio, però, uno spunto di riflessione emerge e di questo va dato atto allo scrittore.
La posizione della scienza che si contrappone alla religione è qui rappresentata da Edmond Kirsch, il quale ritiene di poter dimostrare come l’uomo sia frutto di un processo fisico verificatosi nell’universo; da ciò, con il trascorrere dei secoli, si è sviluppata la vita.
L’uomo, insomma, rappresenterebbe un incidente cosmico, non il frutto della creazione divina, così come sostenuto dalle più importanti religioni.
D’altra parte, emerge il complesso rapporto che va generandosi tra uomo e tecnologia. Potremmo allora interrogarci su quale sia la nostra destinazione futura, se sia possibile che, in un futuro prossimo, l’uomo venga sopraffatto dalla tecnologia.
Potrebbe, in questo senso, configurarsi la paradossale situazione per cui l’uomo rimanga vittima delle sue stesse invenzioni?
Proprio Winston, il software concepito da Kirsch, chiaramente frutto della fantasia dello scrittore, è rappresentativo della situazione di sopraffazione che, non si esclude, un giorno potrà verificarsi. È più che possibile, infatti, che la tecnologia se non correttamente gestita, potrà sfuggirci di mano, più di quanto non sia già accaduto.
In conclusione, prescindendo dalla storia narrata, volutamente lasciata in secondo piano, ciò che più rileva sono le tematiche a cui la storia stessa si riconduce, utili certamente a svolgere una riflessione in ciascuno di noi, pur in assenza di risposte certe.
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Il male è tornato
Acquistato per caso mentre girovagavo in libreria, si è rivelato un interessante noir italiano da leggere tutto d'un fiato.
Siamo nella bergamasca, dove soltanto pochi metri separano un gregge di pecore da un centro commerciale e dove riservatezza è il nome attribuito ad un'omertà non molto diversa dai paesi del sud Italia.
Due giornalisti, Marco Besana e la stagista Ilaria Piatti, investigano sui ripetuti delitti che si susseguono; macabri e nauseanti femminicidi ad opera di un serial killer con evidenti disturbi psichici, addirittura dedito al cannibalismo.
Besana è il classico disilluso che alla soglia del prepensionamento, si ritrova a fare i conti con il suo vissuto, convivendo con i propri rimpianti. Ilaria - d'altro lato - con un passato oscuro alle spalle , si affaccia per la prima volta al mestiere che ha sempre sognato con tutto l'entusiasmo di una neofita; due categorie sociali contrapposte impegnate in una vera e propria caccia all'uomo.
Ciò che rende interessante il racconto è il parallelismo con un fenomeno realmente verificatosi: alla fine dell'ottocento, infatti, proprio in tali luoghi - interessati da pellagra e fenomeni cretinosi - , operava indisturbato Vincenzo Verzeni, il primo criminale italiano, le cui condotte sono ora emulate a distanza di oltre cento anni da un killer misterioso, che seleziona con dovizia le sue vittime. Le indagini e le inchieste dei due giornalisti di nera consentiranno l'individuazione dello stesso, che, come normalmente accade è sempre il meno sospettabile.
Devo dire che questa lettura mi ha notevolmente intrigato proprio per il risalto che gli autori hanno inteso attribuire ad un reale fenomeno criminologico dell'Italia ottocentesca.
Questi mettono in luce la figura di Vincenzo Verzeni e gli studi che su di esso effettuò Cesare Lombroso, giovane pschiatra in carriera, che definì Verzeni un sadico sessuale, vampiro e divoraore di carne umana.
Lombroso è considerato il padre della criminologia moderna, fu esso infatti che attraverso un esame antropometrico eseguito sul Verzeni mise in luce una particolare conformazione encefalica secondo lui comune nei " selvaggi".
Dalla lettura pertanto possono emergere diversi spunti utili all'approfondimento, in primo luogo rileva il profilo anatomico: la possibilità che esistano devianze strutturali che incidono sulla personalità degli individui. Ma sopratutto, emerge per l'ennesima volta, il condizionamento che ciascuno subisce dal proprio vissuto o da quello di altri: tutti noi viviamo il presente sulla base di quanto accaduto nel passato, tutti, assassino incluso.
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Un banco di prova per la fede ?
Dopo diverso tempo dall'acquisto,decido finalmente di rispolverare il fenomeno editoriale di cui tanto ho sentito parlare: una lettura soddisfacente.
Ovviamente trattasi pur sempre di un romanzo, quindi come tale andrà considerato, si tratta comunque di una ricostruzione dell'autore, non del libro della verità.
Ciò che si può rilevare dalla lettura del racconto è come il thriller passi in secondo piano, poichè sono altre le vicende che rendono interessante lo scritto; questo rende il romanzo, un thriller diverso dai tanti.
Jacques Saunière, curatore della grande galleria del Louvre, viene brutalmente ferito da una figura misteriosa, che poco dopo fugge. In fin di vita Sauniere predispone un messaggio in codice rivolto all'agente Sophie Neveu e all'ormai noto Professor Langdon. Inizia così un viaggio nel passato, alla ricerca di un tesoro di inestimabile valore su cui aleggia un mistero millenario: il GRAAL, oggetto misterioso su cui ancora oggi il genere umano si interroga e la cui entità non sembra essere così scontata come sembra.
Devo dire che l'interesse del lettore si concentra prevalentemente sulle vicende "esistenziali" alla base della storia: poco importa dell'omicidio di Saunière, più interessanti risultano, invece, gli aspetti divini e storici che aprono un ampio spazio di riflessione e pongono diversi interrogativi.
.Ribadisco non si tratta di verità assoluta, peraltro l'autore non intende arrogarsi tale monopolio (almeno credo), ma può essere una lettura utile e un valido spunto di riflessione per il lettore che potrà porsi degli interrogativi sulla vita di Gesù Cristo, che poi si tratti di una ricostruzione da prendere con le pinze (completamente falsa per alcuni) è altro discorso, ma non più di tante altre.
Leggendo il romanzo, aldilà della finzione narrativa mi sono posto spontaneamente delle domande:
- potrebbe essere che Gesù fosse più uomo di quanto si pensi, l'autore evidenzia la prevalenza dei profili umani del Cristo ?
- potrebbe essere che Gesù fosse sposato con Maria Maddalena e avesse avuto dei figli, da cui è derivata una discendenza ancora oggi presente? Peraltro non vedo nulla di male in un ipotetico matrimonio di Gesù;
- potrebbe essere,inoltre, che fosse la stessa Maddalena ad essere incaricata di fondare la Chiesa e non San Pietro, che vi fosse quindi un femminismo sacro soffocato alle origini ?
Ovviamente non abbiamo delle risposte certe a queste domande, e queste non potranno sicuramente provenire dalla lettura del romanzo, ciò non toglie che si possano configurare tali interrogativi utili ad allenare lo spirito critico di ogni lettore, a far si che ciascuno di esso metta in discussione le proprie idee, mutandole o rafforzandole senza paura di far vacillare la propria fede, che, se forte, non subirà alcun pregiudizio.
Insomma,da cattolico dico: siamo sicuri che la ricostruzione che conosciamo - per chi la conosce - sia quella vera, possiamo dire con certezza che la Chiesa sia detentrice della verità e non abbia invece trasmesso ciò che voleva trasmettere o ricostruire?
La verità è che la fede è qualcosa di irrazionale, non può trovare fondamenti logici e probabilmente deve essere così, questo però non significa non poter non entrare in contatto con altre ricostruzioni a cui si è liberi di non credere, ma che possono rappresentare altrettante valide alternative; del resto, lo sappiamo bene, il cristianesimo ha avuto un'espansione pluridirezionale, ma chi può dire "razionalemente" quale di queste sia la giusta ricostruzione?
Nessuno può dirlo, ciascuno deve professare la propria di fede, nella sua irrazionalità: ciascuno ha il propio credo, le proprie ricostruzioni, i propri convincimenti, "le proprie verità "ed è giusto così, ciò però non significa avere i paraocchi e rifiutare, anche solo di ascoltare, qualsiasi altra interpretazione.
Concludo, quindi, ricordando che è solo un Thiller (in sè nemmeno molto interessante), ma la tematica che tocca lascia spazio a diversi interrogativi, a cui l'uomo non potrà mai rispondere.
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La maschera di Cesare
Anche il primo romanzo di Marone affronta magistralmente e con la giusta ironia gli aspetti più complessi della vita: il tutto con un'apprezzabile leggerezza.
Cesare Annunziata è un settantasettenne, vedovo, con due figli, che trascorre in solitudine l'ultima fase della sua esistenza, salvo sporadici rapporti con gli stessi figli, l'amico Marino e con Rossana, l'ex infermiera, che dedica particolari attenzioni agli anziani del quartiere.
Cesare appare burbero e cinico senza preoccuparsi, in quella fase della vita, di chi lo circonda, le sue condotte sono infatti giustificate dal fatto di essere “vecchio”, quasi come se la vecchiaia gli garantisse una forma di immunità.
Dalla lettura dell'opera è evidente come l'autore intenda costruire un personaggio all'apparenza odioso ed egoista, ma che nasconde diverse fragilità e a cui il lettore non potrà non affezionarsi.
Cesare fa di tutto per non far emergere la sua reale personalità, al contrario ritiene di essere un trasformista, assumendo le sembianze delle figure più improbabili, in relazione alle circostanze in cui si trova. Il suo vero essere emergerà solo con l'arrivo della vicina Emma, giovane donna che subisce violenze domestiche e che farà venir fuori tutto l'altruismo e la bontà del burbero settantasettenne.
Questi infatti, dinnanzi a situazioni così ingiuste non può non intervenire, sebbene – a suo dire - la giustizia sia una mera invenzione dell'uomo, non esistente in natura.
Marone con questo romanzo ci fornisce gli strumenti per avviare importanti riflessioni su questioni fondamentali quali la vecchiaia, l'omosessualità, la solitudine, la famiglia e la violenza sulle donne (problema quanto mai attuale) e lo fa in modo strepitosamente leggero e coinvolgente, attraverso le vicende di un uomo, incredibilmente segnato dalla vita, che trascina con sé un grosso bagaglio di vissuto e di rimpianti, consapevole degli errori commessi.
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Un romanzo sulla VITA
Anzitutto, inizio col sottolineare l'immenso entusiasmo di aver scoperto - leggendo il suo secondo lavoro editoriale - l'esistenza di un grande autore emergente, le cui opere non mancherò di continuare a leggere.
Tutto è incentrato sulla figura del quarantenne Erri Gargiulo, personaggio ironico e disincantato, che trascina con se un grosso macigno, di cui sembra impossibile liberarsi: il passato.
La sua vita, infatti, non è stata del tutto lineare: quattro fratelli, due padri, una madre e mezza, la continua ricerca di un figlio, una miriade di non scelte ,una moglie e il suo tradimento. Proprio dopo quest'ultimo avvenimento Erri inizierà a comprendere di dover afferrare la sua vita, lasciarsi il suo pesante passato alle spalle, iniziare a scegliere e ad essere felice.
Si tratta di un racconto squisitamente attuale, che affronta uno degli aspetti sociali più complessi e variabili, in tutta la sua evoluzione: la famiglia.
La famiglia è il punto nevralgico di tutto il romanzo, nello specifico la famiglia allargata, o per meglio dire, le famiglie allargate su cui Marone si sofferma, e a ridosso delle quali Harry conduce la propria esistenza.
Il personaggio descrive, brillantemente e spesso con una buona dose di ironia, la sua vita e la vita dei personaggi che lo circondano, tutti con una loro storia e in qualche modo segnati dalla loro condizione passata:
- Giovanni che ha scelto la professione del padre senza volerlo realmente
- Valerio superficiale e scapestrato,
- Sol figlia del padre e della nuova moglie apparentemente instabile e libertina
- Arianna, figlia del patrigno, con cui Erri sin da bambino coltiva un rapporto speciale
Il suo modo di vivere, o meglio di sopravvivere, è sicuramente il frutto di una serie di condizionamenti, che lo hanno reso una persona fragile, sensibile e molto insicura; tra questi emerge sopratutto la figura autoritaria della madre, che dopo la separazione dal padre ha costituito una nuova famiglia, da cui sono nati i suoi due fratelli: la famiglia Ferrara.
Proprio la madre quindi è una dei fattori, che sembrano essere la causa di tutte le incertezze e le non scelte di Erri, una madre che a detta d questi "ha avuto un passato da dimenticare, ma il presente avrebbe potuto costruirselo come credeva".
Ma è proprio quel presente che Erri non riesce a costruire liberandosi dal suo di passato, vivendo così in una bolla di indecisione e vittimismo (se vogliamo giustificato), che trova fondamento nel suo vissuto.
L'abbandono della moglie e un arrivo inaspettato, condurranno Erri a convincersi che se non vuole una vita che non gli appartiene, deve avere il coraggio di ribellarsi e prendere finalmente la decisione più difficile della sua esistenza.
Il termine "vita" emerge assiduamente nel racconto di Marone, perché è proprio su questa che esso è incentrato, in tutti i suoi aspetti, in particolare sulla possibilità di scegliere la propria.
In tal senso voglio concludere proprio con una riflessione: è possibile liberarsi dal proprio passato e dai condizionamenti familiari, non essere quello che noi o altri abbiamo vissuto?
Oppure, in fondo, tutto sommato, viviamo anche un po la vita di qualcun altro, dimenticandoci spesso della nostra e rinunciando, così, a ribellarci a ciò che non ci appartiene?
Erri avrà finalmente iniziato a vivere ?
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Nulla di particolare...
Nel suo ultimo elaborato editoriale, Grisham non ha espresso il massimo delle sue potenzialità, sviluppando - a mio avviso - un romanzo poco interessante, semplicistico, a tratti noioso.
Florida, Lacy Stoltz è una donna in carriera alla CDG, impegnata nel contrastare attività di corruzione che coinvolgono i giudici più insospettabili dello Stato.
La storia ha inizio quando Greg Meyers, ex avvocato dal nome fittizio, si rivolge alla commissione con l'intento di sporgere denuncia nei confronti della giudice Claudia Mcdover, fornendo una serie di informazioni ricevute grazie ad una talpa, con l'ausilio di un intermediario.
La vicenda andrà via via complicandosi, diventando oltremodo pericolosa tanto da mettere in pericolo la stessa vita degli investigatori,conducendo all'emersione di una moltitudine di affari illeciti, ad opera di un'arguta banda criminale attiva sul territorio della tribù dei Tappacola.
Sin dalle prime pagine il romanzo scorre molto lentamente e non coinvolge il lettore come dovrebbe, anzi addirittura potrebbe finire per annoiarlo, scivolando in una serie di tecnicismi sicuramente poco interessanti.
Indubbia è l'abilità dell'autore di descrivere con particolare dovizia le tecniche, o comunque il modus operandi, dei protagonisti ma, in ogni caso il racconto si presenta "piatto" e poco avvincente.
A contribuire a ciò , vi è la mancanza di un certo grado di incertezza sulla colpevolezza della giudice,
ci si accorge subito infatti del suo diretto coinvolgimento, facendo così venir meno quella sana e necessaria suspense.
Scontata, inoltre, è l'identità dell'informatore - di cui si viene a conoscenza nelle pagine finali - senza suscitare in chi legge nessuna forma di stupore (come a dire: "non poteva che essere lui").
Pertanto, sicuramente si tratta di un romanzo semplice e leggero in alcun modo impegnativo, ma al contempo rappresenta un'opera poco interessante che ho trovato decisamente noiosa.In relazione a tanti altri romanzi di Grisham, questo è sicuramente di livello inferiore, adatta a chi intende leggere qualcosa di estremamente semplice.
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