Opinione scritta da Giu_Bi

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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    27 Settembre, 2016
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Rosa o Deserto?

Al mio esordio nella lettura di Camilleri temo di aver sbagliato libro, perché mi è ora difficile scindere la competenza narrativa - senz'altro notevole - di quest'Autore, dalla istintiva noia che mi ispirano questa Laura e molti dei personaggi che concorrono a definirne il ritratto attraverso parole, lettere, frammenti di memorie.

Laura è sparita. E' una donna colta, bella e volubile, sicché la sua sparizione scoperchia una vasta gamma di disperazioni, risentimenti ed interessamenti talvolta artificiosi. Il marito, istituzione nel mondo letterario, rivela in verità una condizione di patetica sudditanza psicologica verso Laura.
Il Commissario dispiega ogni risorsa allo scopo non tanto di trovare, bensì di comprendere Laura, travisando dunque totalmente il proprio ruolo istituzionale. L'amica del cuore, l'amico psicanalista, l'avvocato dimostrano un atteggiamento reverenziale e acritico nei confronti di Laura.
Infine questa Madonna ci degna di una tanto breve quanto sgarbata apparizione, per rivelarci che intende elevarsi al sacrificio del corpo e della mente individuale a favore di un nobile slancio umanitario. Peccato che la sua immaturità emotiva lasci dietro di sé una tale scia di legittime domande irrisolte, di comunicazioni mancate, di responsabilità rigettate, che l'espressione "noli me tangere" sembra alludere a una inafferrabilità dettata unicamente da scarso spessore.

Lo stile di Camilleri è chiaramente tanto buono e collaudato da potersi permettere di ricorrere senza sbavature a escamotage narrativi assolutamente moderni: dialoghi, testi di sms e articoli di giornale sono gestiti con maestria, rendendo il testo piacevole e stimolante.

Mi domando dunque quale fosse l'intento dell'Autore rispetto a questo personaggio; se fosse sua intenzione destare ambivalenza ed emozioni vivide, considero la missione perfettamente riuscita.
Se invece ha desiderato raccontare di un viaggio di crescita interiore, se ha voluto presentarci - attraverso un punto di vista narrativo inedito - una sorta di romanzo di formazione, bè... con dispiacere ho percepito una certa assenza di profondità.

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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    10 Febbraio, 2016
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... e per sempre ci resteremo.

Attenzione: lievi anticipazioni!
Ha davvero un tocco da maestra Shirley Jackson, che leggera come una piuma ci introduce nel piccolo mondo stregato di Mary Katherine “Merricat” e Constance “Connie” Blackwood.
Le due sorelle vivono in un’antica, splendida casa vuota con l’invalido zio Julian; il resto della famiglia è morto sei anni prima per un non troppo misterioso avvelenamento. Le ragazze però vivono una vita serena e fatata, nell’isolamento consolidato da anni e mantenuto a ogni costo. La questione dell’omicidio tuttavia riemerge con insistenza per voce dello zio Julian, che ne parla e ne scrive ossessivamente nei suoi “appunti” e impedisce alle sorelle (e con esse al lettore) di dimenticarsene, lasciandosi ipnotizzare dall’idilliaco nitore della loro quotidianità.

Gli equilibri si rompono bruscamente con l’arrivo del cugino Charles, latore potenziale del tanto temuto “cambiamento”. Il cambiamento semina la superstizione, la paura, infine il panico e la violenza.
Il lettore vive un lieve ma inesorabile crescendo di tensione, che sfocia in una scena d’inaudita distruttività: la violenza è fortissima nelle azioni dei personaggi – i paesani inferociti che si sentono finalmente autorizzati a scaricare la propria violenza su casa Blackwood – ma anche nel racconto della Jackson, ripetitivo, ipnotico, che indugia spaventosamente sui piccoli moti d’odio nell’animo dei paesani. La scena della distruzione è straziante, e fa implorare la fine.

La scrittura è semplice ma assai efficace; l’Autrice rende perfettamente l’atmosfera inquietante attraverso le piccole frasi cantilenanti, i pensieri superstiziosi di Merricat che sono inseriti con apparente noncuranza nel tessuto del racconto, ma stridono così forte che non si possono più ignorare: ben presto il lettore sente che “c’è qualcosa che non va”. Le piccole ossessioni, i gesti ripetitivi con valenza magica si accumulano ad alimentare la perdita di contatto con la realtà, la superstizione, l’inquietudine.

Le porte di casa Blackwood si richiudono infine alle spalle delle due sorelle che, riuscite nell’intento di buttare fuori il resto del mondo, si rintanano a leccarsi le ferite nella loro tana di piccole, regolari abitudini. Al lettore rimangono impresse l’inquietudine, il ricordo dell’odio esplosivo che scorre appena sotto pelle, e una certa ineffabile nostalgia per un mondo dal quale si sente inesorabilmente escluso.
Potente, elegante, bellissimo.

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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    10 Febbraio, 2016
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"Tutto da rifare"

Questa è la storia di una vita che cambia all’improvviso, di certezze incrollabili che a un tratto sfuggono all’evidenza della quotidianità e obbligano la persona a dare senso alla propria esperienza, reinventandosi.
La protagonista è Chiara, il che conferisce un tono autobiografico al romanzo; Chiara viene lasciata dall’Amore di sempre, e perde il lavoro. In cura presso una psicologa, Chiara è incoraggiata a recuperare sé stessa tramite un gioco: per un mese dovrà, ogni giorno, fare per dieci minuti qualcosa che non aveva mai fatto prima. Questo espediente terapeutico si rivelerà la chiave per una nuova conoscenza di sé e del mondo, e finalmente l’apertura e la ricostruzione.

I “dieci minuti” quotidiani di Chiara sono il perno intorno al quale si struttura il romanzo: brevi capitoli in cui, alla sperimentazione del nuovo, si affianca la narrazione del passato. L’idea dell’Autrice è spiritosa, inconsueta e conferisce una sensazione di “leggerezza” al romanzo, quasi che il lettore sbirciasse tra gli appunti quotidiani nel diario di Chiara.
Purtroppo però il linguaggio, infarcito di discorsi diretti e colloquialità, non sembra adeguato alla forma narrativa del diario, che dunque appare adottata un po’ “a caso”.
Inoltre certi personaggi e situazioni appaiono irrimediabilmente banali, e questa sensazione si accentua ulteriormente per l’evidente intento di farli apparire, invece, interessanti e anticonvenzionali.
A tratti ho percepito Chiara addirittura irritante, con la sua esasperata dipendenza dall’altro, la sua immaturità emotiva e l’ostinato rifiuto di una serie di evidenze della propria vita… Caratteristiche che, intuisco terminando il romanzo, non troveranno alcuna autentica maturazione.

Un personaggio che lascia poco, dunque, per un romanzo che lascia poco, se non la curiosità e la motivazione a nuove esperienze; un desiderio, tuttavia, che rischia di esaurirsi in fretta a causa della poca “sostanza”.
Per letture LEGGERISSIME.

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Romanzi altrettanto leggeri e "commerciali"
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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    08 Febbraio, 2016
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La coscienza che non muore

Brevissimo questo romanzo, in cui Nabokov mostra il mondo del protagonista da una prospettiva assolutamente inedita: la coscienza di lui che sopravvive al corpo dopo il suicidio.

Un giovane russo – innominato – è istitutore a Berlino, dove frequenta una cerchia di connazionali. Con un’indifferenza che rasenta l’inerzia intreccia una relazione con una donna sposata ma, scoperto dal marito, decide con altrettanta repentina irriflessività di uccidersi.
Comincia dunque il peregrinare dell’occhio, ovvero della sua coscienza che rimane viva e interagisce nel mondo. La trama del romanzo, inizialmente incentrata sul protagonista, si decentra di colpo allargandosi al microcosmo sociale in cui questi vive, e gradualmente si avvita sulla figura di Smurov. L’Occhio va alla smaniosa ricerca di dettagli su Smurov, lo cerca rappresentato negli occhi degli altri, nel tentativo di completare una rappresentazione che resta tuttavia sempre vaga. Infine il cerchio si stringe gradualmente, e l’occhio trova e riconosce sé stesso.

Le atmosfere e i personaggi del romanzo evocano un senso di vaga malinconia, di sobrietà e decadenza… atmosfere diverse – ad esempio – da quelle che troviamo in “Lolita”; eppure l’Autore non sa rinunciare a quella particolare firma di bizzarrìa che conferisce un inatteso tocco grottesco ad alcuni personaggi.
Credo però che sia nell’uso del linguaggio che la sua creatività si esprime al meglio: Nabokov è dotato del talento di dar vita alle parole e alle espressioni, di farle palpitare, coinvolgendo chi legge in un rapporto sensuale con l’esperienza umana dei personaggi.
L’abbondanza di aggettivi usati in modo decisamente inatteso, l’ironia che caratterizza scene apparentemente banali rimandano una venatura umana, dicono al lettore qualcosa che egli sa già, ma in modo tale che l’esperienza risuoni umanamente, inevitabilmente nota.
Per queste ragioni trovo che la scrittura di Nabokov rasenti il sublime.

“Di lei non sapevo assolutamente nulla, accecato com’ero da quella grazia bruciante che tutto usurpa e giustifica e che, diversamente dall’anima umana (spesso accessibile a possesso), non è in alcun modo acquistabile, proprio come non possiamo annoverare tra i nostri beni i colori di nubi sfilacciate al tramonto sopra le case nere, o l’effluvio di un fiore che continuiamo a inalare con narici tese, fino allo stordimento, senza poterlo completamente estrarre dalla corolla”.


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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    26 Gennaio, 2016
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La bidimensionalità che non paga

“Sono tutte stronzate” si ripete come un mantra Morris Bellamy, e questa formula magica gli permette di compiere con freddezza i delitti più cruenti in nome di un solo obiettivo: recuperare i romanzi inediti del suo scrittore preferito, e finalmente scoprirne il finale. Guai a chi si troverà sulla sua strada!
La frase di Morris mi risuona in testa alla fine di quest’ultimo romanzo di Stephen King, nell’atto di fare un bilancio di questa lettura e “sentire” il romanzo, ciò che mi ha lasciato dentro. E purtroppo mi sembra proprio adatta.

La trama sa coinvolgere, lo stile è buono (trattasi pur sempre di uno scrittore di fama, spesso meritata), il ritmo narrativo è serrato, eppure manca qualcosa.
Il lessico è volutamente crudo e tagliente: parla un narratore poco appariscente, che sembra voler trasmettere tutta la brutalità e la prosaicità di certi personaggi. Eppure rimango perplessa dalla volgarità del linguaggio e delle immagini, per quanto coltivata intenzionalmente per immergere il lettore in un contesto di degrado morale, e temo che possa trattarsi semplicemente della scelta più banale, indice di una sottostante povertà di contenuti.
E poi, ancora, quelle frasi brevi e spezzettate! Che nostalgia per gli autori capaci di tornire pazientemente lunghe frasi, invece di troncarle miseramente facendo loro indossare la maschera artificiosa della colloquialità e dell’immediatezza.

In sintesi temo si tratti di un romanzo prodotto in serie, con personaggi e storie prodotti in serie. I protagonisti, le frasi, i brandelli delle loro storie affollano le pagine di un libro in cui però manca l’anima.
E’ solo vicenda, solo azione autoreferenziale in cui non scorgo profondità né tridimensionalità. Girata l’ultima pagina, accade che il libro non mi lasci nulla.
La sensazione rispetto all’autore e alle sue potenzialità è di talento sprecato, di rinuncia agli aspetti qualitativi a favore di un criterio di quantità “commerciale” che proietta assai lontano dalla buona narrativa.

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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    20 Gennaio, 2016
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Tutti i colori riflessi negli occhi dell'altro

Un nuovo romanzo di Murakami, un nuovo giovane uomo alla ricerca d’identità. Non è forse una novità rivoluzionaria rispetto alle tematiche dell’autore, che qui sceglie di esplorare nuove sfumature di un paesaggio già familiare.
Il pellegrinaggio è quello di Tsukuru: adolescente prima, adulto poi, che sempre si porta dentro un nodo irrisolto.
Tazaki Tsukuru si percepisce vuoto e “incolore”, sente di non aver nulla di valore da offrire; in questo clima di desolazione interiore l’appartenenza a un gruppo di amici gli garantisce la possibilità di riempire la propria identità, trovando negli altri il necessario completamento di sé. La misteriosa espulsione dal gruppo è un drammatico giro di boa per il giovane Tsukuru, che ne rimane segnato fino a percepire un profondo e mortifero senso di vuoto. Arrampicatosi a fatica sull’orlo del precipizio, Tsukuru conserva tuttavia una desolazione interiore e un’interdizione ai legami che gli rimarranno appiccicati addosso fino all’età adulta, e lo condanneranno a relazioni tiepide, contenenti fin dal principio il germe della propria fine.
Nella vita di Tsukuru compare però Sara, finalmente capace di riscaldare le braci di un istinto vitale da tempo sopito; il pellegrinaggio di Tsukuru ormai non può più attendere: è tempo di ripercorrere le tracce della propria giovinezza alla ricerca di senso.
Il viaggio aiuterà Tsukuru non tanto a ricostruire la verità storica, quanto piuttosto a recuperare, attraverso gli occhi e le parole degli altri, le sfumature della propria presenza nel mondo. Il racconto dei suoi amici permette a Tsukuru di comprendere il proprio ruolo nel gruppo di un tempo, e recuperare aspetti della propria storia personale di cui era inconsapevole.

Il romanzo non sarà forse la sua creazione più sfavillante, ma lo stile di Murakami non delude mai. Narratore apparentemente assente dal racconto, il suo tocco in realtà è profondamente intessuto in ogni immagine e, soprattutto, nel ritmo della narrazione, capace di indugiare minuziosamente sul dettaglio come di scivolare repentina catapultando altrove il lettore.
Le storie di Murakami, spesso incentrate sulla ricerca del senso di sé, raggiungono l’obiettivo utopico del perfetto equilibrio tra il sé e l’altro, tra la solitudine e la relazionalità. Tanto i suoi personaggi riescono a farci godere della dimensione della solitudine, in cui ogni piccolo gesto risuona di un’eco quasi assordante, così essi hanno bisogno dell’altro per trovare e conservare il senso di sé.
E’ l’atmosfera rarefatta e onirica del racconto di Murakami che ci permette di tollerare i drammi interiori dei suoi protagonisti e la costante, drammatica assenza di risposte. L’autore è maestro nel distillare, dalla pesantezza del dramma umano, la leggerezza che serve alla sopravvivenza.

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...e gradito altri libri di Murakami, in particolare "Dance, dance, dance", "a sud del confine, a ovest del sole", "nel segno della pecora", "l'uccello che girava le viti del mondo"...
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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    12 Gennaio, 2016
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Chi è che ascolta da dietro il lettino?

Questa è la recensione di una lettrice psicoterapeuta, su di un romanzo scritto da uno psicoterapeuta, che racconta di psicoterapeuti e loro destini. Pur rischiando una certa autoreferenzialità, non posso non cimentarmi in quest’impresa.
Yalom è uno psichiatra californiano piuttosto noto agli “addetti ai lavori”. In questo romanzo, il primo che ho letto, si è rivelato inoltre dotato di una vera anima da romanziere! Ecco un autore brillante, che sa scivolare con abilità tra le vicende dei (tanti) protagonisti aprendo e chiudendo magistralmente una serie di finestre narrative, sempre di lunghezza adeguata a incuriosire e interessare il lettore senza mai fargli perdere il filone entro il quale le diverse vicende fluiscono, rivelando infine sorprendenti interconnessioni.
E’ questa una trama che mette tanta carne al fuoco, così che ci si trova a un tratto a domandarsi dove l’autore voglia arrivare, e come riuscirà a risolverla; eppure, riesce.

Il romanzo racconta le vicende di tre psicoanalisti: Seymour Trotter, Ernest Lash e Marshal Streider. Questi affermati professionisti, alle prese con la pratica quotidiana e con le storie dei loro pazienti, non tardano a rivelare il loro lato più umano sperimentando dubbi, avidità, preoccupazioni, attrazioni pericolose e competitività, ma anche dedizione, correttezza, curiosità, voglia di condivisione.
Non manca però lo spazio dei “pazienti”: persone che intraprendono una psicoterapia per le ragioni più diverse, figure che ancora sorprendono per la loro straordinaria umanità e capacità di mettersi in discussione e cambiare, esplorando – talvolta con fatica – le proprie emozioni.
I personaggi prendono vita nei dialoghi, definendosi vividamente attraverso le loro parole e azioni.
Nel romanzo sono presenti diverse riflessioni sulla tecnica psicoanalitica, che risultano tutto sommato abbastanza fruibili anche per i non esperti, essendo comunque incastonate in una trama romanzesca brillante, ammaliante, scorrevole.

Il romanzo nel complesso parla di cambiamento e messa in discussione, fenomeni dai quali lo psicoterapeuta stesso non è affatto immune, ma continuamente sollecitato a rivedere la propria tecnica e il proprio “esserci” nella relazione con ogni singolo paziente.
L’autore è stato capace di raccontare la psicoterapia nella sua verità più “umana”: chi si cela dietro l’immagine neutra e imperturbabile dello psicoterapeuta, figura densa di proiezioni e timori? Nient’altro che una persona.
Come lettrice ho trovato il libro gradevole e convincente. Come psicoterapeuta, mi sono sentita ben rappresentata – da un grande “collega” - nella mia professionalità, così umanamente rispettosa tanto della sofferenza che vorrebbe curare, quanto nostro essere persone.

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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    17 Dicembre, 2015
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Tanta azione, poco pensiero

“Martha Peake” narra la storia turbolenta di una ragazza coraggiosa, vittima di un padre dannato, che emigra in America ai tempi della Guerra d’Indipendenza svolgendovi un ruolo rilevante nelle vicende storiche del tempo. La storia di Martha e dello sfortunato padre Harry è narrata postuma, dal giovane parente di un uomo che intrattenne in passato misteriose relazioni con i due protagonisti.

La trama, di per sé piacevole, promette coinvolgimento e azione.
Leggendo “Martha Peake” m’imbatto in un McGrath decisamente inatteso rispetto ad altri suoi romanzi. Sembrano scomparire la finezza introspettiva e la tensione psicologica di “Follia” o “Trauma”, per lasciare spazio ad ambientazioni più esteriori, ricche di azione e avvenimenti.
Purtroppo il romanzo non mi ha favorevolmente colpita, complice forse una traduzione un po’ approssimativa in cui tempi e modi verbali, punteggiatura e veri e propri errori lessicali stridono – seppur occasionalmente – con una serena lettura. Nonostante le avventure narrate aspirino ad essere piuttosto travolgenti, la lettura procede un po’ a fatica.
L’espediente narrativo di affidare il racconto a un personaggio tanto lontano dalla vicenda non sembra funzionare. La narrazione risulta frutto delle inclinazioni e dei voli pindarici del narratore, al punto che la finezza nella descrizione di certi episodi appare proprio inspiegabile! L’estremo coinvolgimento emotivo del narratore appare, poi, un po’ artificioso, e finalizzato unicamente a veicolare un discutibile “colpo di scena” finale, in cui gli intenti dei personaggi risultano totalmente ribaltati.
Un ulteriore elemento di sconcerto è dato dalla disomogeneità nell’atmosfera del libro, che promette inizialmente di assumere cupe tinte gotiche, ma prende poi i caratteri del romanzo d’avventura, con la pretesa di includere importanti venature storiche che restano però appena abbozzate dai destini di pochi personaggi secondari.
La sensazione complessiva durante la lettura è quella di aver “perso dei pezzi”, per via di diversi salti concettuali che non si giustificano in un adeguato approfondimento psicologico dei personaggi, le cui azioni, emozioni e pensieri sembrano balzare qua e là in preda a una certa impulsività narrativa.

Nel complesso non si tratta sicuramente del romanzo che ho preferito, tra quelli dell’Autore.
La lettura non è spiacevole, beninteso, se approcciata con la leggerezza e la curiosità del lettore che vuole “vedere cosa succede”. Ho provato però una certa nostalgia per il McGrath capace di generare quella tensione psichica che incatena al libro dalla prima all’ultima pagina.

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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    27 Luglio, 2015
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Il voluttuoso abbrutimento di Amèlie

“Stupore e tremori” é un breve romanzo autobiografico che ha l’effetto di una doccia fredda, e il potere di ridimensionare drasticamente ogni narcisismo.
Amèlie, belga nata in Giappone da una famiglia di diplomatici, vi vive la prima infanzia e vi ritorna dopo la laurea, assunta in una grande azienda: la Yumimoto. Sarà grande lo sconcerto vissuto dal lettore occidentale – parallelamente alla protagonista – nel confrontarsi con i meccanismi culturali e relazionali che regolano la vita nell’azienda giapponese, massima espressione di una cultura gerarchizzante e alienante per il singolo, a favore di una concezione collettivista.
Il romanzo è a tratti divertente, a tratti crudele: il lettore non può non vivere con empatia la vicenda di Amèlie. L’inevitabile sensazione di degnazione, di spreco, di “meritare” di più lascia presto il posto a una bizzarra forma di sollievo; ridimensionare le proprie aspettative si può e si deve in un’azienda come la Yumimoto e, tutto sommato, non è poi così male: è un “voluttuoso abbrutimento”: “com’era bello vivere senza orgoglio e senza intelligenza. Mi ibernavo”.
Amèlie sperimenta l’insospettabile sollievo dell’umiltà, la grazia pacata della deresponsabilizzazione, sente di uscire da sé stessa; solo il potente strumento dell’ironia la salva dal degrado, e la aiuta invece a trovare un senso – per quanto bizzarro – alla sua caduta.

La Nothomb ci guida con grazia tagliente lungo la decadenza di Amèlie, con la sua scrittura asciutta ma ricca di spunti ironici. I dialoghi prendono vita con immediata fruibilità, e i caratteri e le emozioni traspaiono attraverso le frasi concise dell’Autrice.
- E’ certa di non farlo apposta?
- Assolutamente certa.
- Ce n’è molta di … gente come lei nel suo paese?
Ero la prima belga che conosceva. Un rigurgito di orgoglio nazionale mi indusse a rispondere la verità:
- Nessun belga è come me.
- Ciò mi rassicura.

L’ironia è ciò che dà impronta alla scrittura dell’Autrice, ed è lo strumento che permette di trasformare la disgrazia in bizzarrìa, il degrado in purificazione, lo sconcerto in ammirazione.

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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    19 Luglio, 2015
Top 500 Opinionisti  -  

La danza dell'invidia

Come si può, in nemmeno cento pagine, rivelare così tanto delle emozioni umane più sotterranee, della rivalità tra donne, dell’insicurezza che si tramuta in distruttività? La Némirovsky lo fa brillantemente ne “Il Ballo”.
Lo stile dell’Autrice, asciutto e impeccabile, appare davvero attuale nonostante il romanzo non sia poi così giovane; i dialoghi sono carichi di espressività, che emerge attraverso una colloquialità mai banale ma che, anzi, stride piacevolmente con le brame di elevazione sociale dei protagonisti, rivelandone immediatamente la prosaicità. Alla lettura si scatenano emozioni vivaci e talvolta sgradevoli, come accade quando ci si pone di fronte alle verità scomode.
L’invidia è il sentimento che fa da filo conduttore nel Romanzo, e determina pienamente i pochi – ma significativi – momenti di snodo che decideranno l’esito della vicenda.
La signora Kampf non può ammettere che la figlia Antoinette stia crescendo e diventando, a propria volta, una donna. Essa desidera troppo ardentemente di risarcirsi della mortificazione passata attraverso la ricchezza appena acquisita, e forse prova rabbia verso la figlia, vissuta invece come più “fortunata”. “Ah, credi di fare il tuo ‘debutto in società’ l’anno prossimo! Chi ti ha messo questi grilli per il capo? Sappi, mia cara, che io comincio soltanto adesso a vivere, capisci, io, e che non ho intenzione di avere tra i piedi una figlia da marito…”.
Antoinette, chiamata ostinatamente “bambina” nonostante i suoi quattordici anni, a propria volta non può comprendere il rancore, l’astio, il desiderio di rivalsa della madre; “mai Antoinette aveva visto negli occhi della madre quello sguardo freddo di donna, di nemica”. A quel punto, ogni donna che goda della propria indipendenza e femminilità diviene altrettanto ostile ad Antoinette; la governante inglese che incontra segretamente il suo amante diviene la goccia che fa traboccare il vaso: il dramma di non essere vista, di sentirsi esclusa da un mondo adulto di delizie che sembra non volerla accettare, scatena la distruttività di Antoinette che, in un parossismo di invidia, sembra decidere che tutte le altre donne debbano soffrire quanto lei: tutte, a partire dalla madre.
Intuiamo infine che Antoinette crescerà arida e priva di rimorsi proprio come la madre; la Némirovsky sembra voler suggerire il peso e l’ineluttabilità di certe “eredità affettive”, in cui il cerchio del rancore e del disconoscimento è destinato a perpetrarsi senza possibile soluzione.

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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    13 Luglio, 2015
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CHE FARE DEL PASSATO?

In questo Romanzo troverete ben poca azione. E’ un’opera di stampo introspettivo, che segue l’ondeggiare delle passioni e dei dubbi del protagonista: Hajime, un uomo adulto che cerca di comprendere cosa fare del proprio passato; un passato che - incarnato dalla seducente figura femminile di Shimamoto - non sa integrarsi con il presente, assumendo invece una coloritura quasi mortifera.
La seduttività esasperata e misteriosa di Shimamoto appare a tratti un po’ sterile, e il personaggio adulto sembra aver poco a che fare con la Shimamoto bambina che l’Autore ci presenta all’inizio del Romanzo.
La scelta sentimentale di Hajime sembra simbolizzare, in sostanza, una scelta tra la vita e la morte, tra il passato e il futuro. Il lettore sperimenta con lui la tensione inconciliabile che nasce dal dover scegliere tra gli opposti, senza possibilità di sintesi né integrazione; questa tensione è più del dolore, è diversa dalla paura: è la sensazione di disintegrarsi e perdere il senso di sé.
Quando Shimamoto infine scompare, Murakami non ci fa mancare un velo di magia, sua firma inconfondibile, facendo scomparire ogni oggetto che costituisse la prova della sua esistenza. E Hajime sente quasi di impazzire: “La convinzione che la busta non fosse mai esistita si allargava a dismisura dentro di me. Corrodeva la mia mente, schiacciava e inghiottiva voracemente la certezza che, invece, la busta era esistita davvero”.
Ma Hajime sceglie la vita: “Quel giorno sarei potuto morire sull’autostrada insieme a Shimamoto, invece ero lì con la mano calda di Yukiko poggiata sul mio petto”.
Non ritengo che quest’opera spicchi tra quelle di Murakami, che tuttavia mi convince di nuovo, e attraverso queste duecento pagine fluide e coinvolgenti dona sempre molto con il suo stile sobrio, intenso, tagliente come un’affilata lama giapponese.

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Murakami, Yoshimoto
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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    09 Luglio, 2015
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UN'OPERA SENZA TEMPO

Consegnandomene una vecchia edizione quasi fosse un tesoro, i miei genitori mi dissero: “è ora che tu lo legga”. Avevo solo undici anni, ma da allora “Il Signore degli Anelli” è diventato la chiave di volta della mia passione per la lettura, che pur spazia molto lontano dal genere “fantasy”: una classificazione che mi pare assai riduttiva.
Il Signore degli Anelli è un’opera mastodontica che Tolkien costruisce con cura minuziosa, preparandolo a lungo e infine contestualizzandolo in una cornice storiografica e culturale completa.
Tolkien ci offre un mirabile racconto che intreccia vicissitudini umane quanto mai attuali con personaggi mitici, rappresentanti simbolici di un’umanità archetipica che popolano il suo mondo interno.
L’estrema abilità del Narratore consiste, a mio parere, nel sapersi rendere assolutamente trasparente. La narrazione di Tolkien non sbandiera abilità e autocelebrazione, è invece un racconto pulito e impeccabile. Ogni frase del libro è cesellata con la massima cura e al tempo stesso spogliata di qualsivoglia pesantezza. Così rimane solo il fine piacere della lettura: una lettura che ci rapisce e ci trasporta lì, nella Terra di Mezzo.
I personaggi che danno vita alla storia sono complessi, e spesso declinati nelle loro sfaccettature: Galadriel, maestosa Regina degli Elfi, mostra – quasi impercettibile – un lato oscuro, come gli Elfi in generale rappresentano sì “i buoni”, ma di una bontà complessa, suscettibile di assumere una sfumatura sinistra.
Gli Umani sono per l’appunto tali, conducono dunque le loro esistenze nel tentativo di conciliare forza e rettitudine con tentazioni, avidità, contraddizioni (Boromir, come Isildur prima di lui).
Gli Hobbit, bizzarri eroi che suscitano tenerezza e ammirazione, sono forse i più “umani” di tutti.
Il libro trascina a tratti faticosamente, quasi a concretizzare nel lettore la fatica della missione, a volte vorticosamente, e lascia senza fiato.
Il difficile viaggio della Compagnia verso la distruzione dell’Anello sembra alludere parallelamente a un viaggio nella profondità dell’animo. Incontriamo personaggi a volte salvifici, altre volte letali: esseri indefinibili in base a parametri razionali, creature plasmate dal dolore o dalla saggezza ci accompagnano attraverso boschi gai od oscuri, paludi, fiumi e torrenti, ampie distese, fino ai più oscuri recessi di Mordor, in cui ci inoltriamo - benchè con paura e reticenza - ad affrontare il più spaventoso tra gli esseri.
Infine il Bene trionfa, come nella più classica delle fiabe: ma la maestosa abilità di Tolkien fa sì che ogni creatura, immagine ed emozione restino impressi, indelebili, nella mente, voltata l’ultima pagina di questo Romanzo.

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