Opinione scritta da Kaonashi

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Kaonashi Opinione inserita da Kaonashi    15 Agosto, 2015
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Non chiamatelo Tim Burton

“Uno, non toccare le lancette.
Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti, mai e poi mai.
Altrimenti, nell'orologio del tuo cuore, la grande lancetta
delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle,
le tue ossa si frantumeranno,
e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi.”

1874, in quella che verrà chiamata la giornata più fredda del mondo, in cima ad una collina, preso colei che tutti chiamano “la strega”, una giovane donna partorisce Jack. Jack, nascendo in quelle condizioni climatiche, ha il cuore congelato, ed è per questo che la strega decide di impiantargli un orologio a cucù, che possa consentire al suo cuore di battere. L’orologio di Jack riesce a salvarlo, ma non gli consente di vivere la vita che vorrebbe, poiché, come le regole sopra scritte affermano, è un’arma a doppio taglio. Un giorno il cuore di Jack verrà messo a dura prova dall’incontro con una ragazza di cui si innamorerà all’istante, ed è qui che inizierà la sua storia per riuscire a stare con lei.
L’ultima fatica di Malzieu è uno dei libri più controversi degli ultimi anni. Fiaba adulta steampunk dai toni dark, procede da un incipit molto fabuloso fino a giungere a dei toni sempre più oscuri. Ci sono due errori fondamentali che si possono compiere leggendo “La Meccanica del cuore” o preparandocisi alla sua lettura, lanciarsi in errati confronti e paragoni con registi che semplicemente non c’entrano nulla e che vengono tirati in ballo o spacciati per “innovatori” fin troppo spesso in contesti fuori luogo con una sopravvalutazione di fondo senza pari (ogni riferimento a Tim Burton è puramente casuale), oppure credere di essere di fronte ad una comunissima fiaba per bambino o ancor peggio credere di leggere una fiaba horror (!). La presentazione de “La meccanica del cuore”, l’immagine pubblica che si cerca di trasmettere allo scopo di promuoverne le vendita, è ciò che lo penalizza di più. Perché il libro di Malzieu non è una fiaba per bambini, non è una fiaba horror, e per fortuna non è un tentativo di imitare Tim Burton, e se proprio dovessimo lanciarci in paragoni cinematografici, sarebbe più facile trovare punti in comune con Miyazaki che con Burton. Ma d’altro canto, Miyazaki non è, almeno in Italia, un regista di richiamo quanto Burton. La meccanica del cuore è un perfetto esempio di un modo delicato di trattare l’evoluzione psicologica umana. L’innocenza infantile promossa e propostaci nell’incipit si fa gradualmente sempre meno presente, lasciando spazio ai problemi dell’età adolescenziale, sempre affrontati in un contesto fiabesco e mai improvviso: l’evoluzione di Jack è lenta, comprensibile ed è facile immedesimarsi in essa. La grandezza del romanzo sta nel riuscire a trattare tale evoluzione con una delicatezza unica: entrati nello spirito, mai una vicenda proposta risulta sgradevole o fuori posto, ma perfettamente integrata, spesso allegoricamente, nella formazione di Jack. Mi permetto di far notare che non è un libro da leggere a mente spenta. Non tutto ciò che leggiamo ha un significato letterale, la meccanica del cuore è un libro assai simbolico (già nelle sue stesse fondamenta) e leggerlo credendo che tutto ciò che accade debba essere razionale è svilente per la letteratura stessa.

Punto forte della narrazione è lo stile di Malzieu. Scorrevole, delicato, ma che non manca mai di inserire in modo mai coatto nuovi elementi che portano ad osservare un’evoluzione dei toni. E’ tutto graduale. Ci si abitua a vedere come nulla sia perfetto, come si cresca e le difficoltà si pongano sul nostro cammino. Nulla è semplice e scontato. Ma almeno, qui, lo si legge in un contesto di atmosfere fiabesche e oniriche di cui, almeno nella mia esperienza, è impossibile non innamorarsi.

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Kaonashi Opinione inserita da Kaonashi    23 Luglio, 2015
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Potenzialità sprecate

In “Sogni di Sangue” ci viene narrato di Enoch, un ragazzo che necessita di due protesi d’acciaio per camminare e per tale ragione viene fatto oggetto di bullismo e chiamato “Wall-E”. Questo incipit fa da sfondo alla narrazione, che, esattamente come l’incipit stesso, risulta un enorme calderone, un mix nel quale vengono gettati tanti elementi e nessuno di questi viene adeguatamente sviluppato. L’impressione, leggendo Sogni di Sangue, è di leggere un libro scritto frettolosamente, un libro che avrebbe parecchio beneficiato di qualche mese in più di scrittura, e che purtroppo risulta, cosi com’è, meno soddisfacente di quanto avrebbe potuto essere.

Ogni spunto narrativo, descrittivo e psicologico introdotti nel corso dei brevi capitoli che compongono il libro, si dissolvono rapidamente in un nulla di fatto. Ogni qual volta si ha l’impressione che quella sia finalmente l’occasione per sviluppare carattere e background dei personaggi (minimo, se non nullo in certi casi), per approfondire minimamente il comparto descrittivo (pressoché assente), o qualunque cosa per concedere al lettore un maggior senso di immedesimazione e dare credibilità intrinseca allo scritto, si viene immediatamente ricacciati alla realtà, in quanto quello spunto viene quasi immediatamente abbandonato per affrontare un nuovo punto, poiché il libro offre troppa, troppa carne in tavola per le pochissime pagine che lo compongono. I personaggi ci vengono introdotti come nulla fosse, con una o due righe di descrizione che non consentono in alcun modo di renderli interessanti agli occhi del lettore o di poter comprendere realmente perché facciano quello che fanno (oppure, ancor peggio, la restante parte dei personaggi offerti sono guidati da una psicologia semplicistica, che continua a conferire quella fastidiosa sensazione di leggere approposito di “gusci vuoti” che compiono una serie di azioni impulsive). Il comparto narrativo si evolve con una velocità semplicemente improponibile, e nel corso di 120 pagine (scritte in caratteri enormi, mi permetto di aggiungere) si passa dal trattare argomenti puramente materialistici, passando per fasi oniriche ed esoteriche, fino a raggiungere mitologia egizia, tutte trattate in modo superficiale e frettoloso.

C’è qualcosa di buono in “Sogni di Sangue”. Senza dubbio le tematiche trattate, l’idea di base, e le velocità con cui vengono trattate, pur lasciando enorme amaro in bocca una volta terminata la lettura (ed in parte nello svolgimento della stessa), riescono a coinvolgere fino alla fine, e la lettura è, stilisticamente, abbastanza scorrevole. Ciononostante, l’impianto narrativo crolla sulle sue stesse fondamenta, e mi piacerebbe dire che ciò accada sul finale, ma purtroppo accade in realtà assai prima.

E’ quindi questa l’impressione che si ha leggendo l’ultima fatica della Ghinelli: potenzialità sprecate. Un pasticcio che purtroppo risulta essere disordinato ed insoddisfacente, nonostante qualche indubbio elemento interessante. Come lettura leggera, dove per leggera intendo a mente totalmente spenta e senza alcun tipo di pretesa, risulta essere un testo mediamente gradevole. Peccato, però, che non riesca ad essere nulla di più di questo.

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Kaonashi Opinione inserita da Kaonashi    16 Luglio, 2015
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L'ALLEGORIA DEL GIOCO

Il racconto di Zweig è una storia breve ma interessante. Impossibile sintetizzare in poche parole la trama, poiché significherebbe anticipare il libro intero: possiamo dire che Czentovic, campione di scacchi, si ritrova nel corso di una traversata marina a giocare con un misterioso sconosciuto, che sembra riuscire a tenergli testa. La novella di Zweig è tuttavia molto più di questo.

La partita a scacchi è un’interessante allegoria di distrazione, di un piacere più o meno transitorio che diventa ragione di vita in presenza di situazioni che tale la fanno diventare. Novella degli scacchi non vuole limitarsi a raccontare uno scontro a scacchi tra due soggetti più o meno geniali, ma si fa portavoce di un’analisi psicologica sottostante alle ragioni dietro la maniacalità verso il gioco, si concentra non sugli scacchi, ma sugli scacchieri dipingendoli come allegorie di soggetti bisognosi di un’ancora di salvezza, riuscendo al contempo a dipingere tratti della società circostante.

Arrivato a questo punto Zweig si trova al termine della sua carriera letteraria (si suiciderà solo l’anno dopo), e lo stile ne è testimone: la scrittura è assai scorrevole, risultando adatta inizialmente per una leggera lettura per poi riuscire a trasformarsi in una delle più angoscianti narrazioni mai lette, e non perché la trama preveda momenti narrativamente studiati per risultare tali, ma per la semplice empatia che Zweig riesce a far si che il lettore leghi con il personaggio interessato. Come detto infatti, Novella degli scacchi è prima di tutto un racconto psicologico.

Mi tocca segnalare una a mio avviso inadeguata e troppo improvvisa transizione dai toni leggeri dell’introduzione alla storia narrata dal dottor B., che vuole si risultare pesante per il lettore proprio per meglio permettere l’identificazione del lettore stesso con la situazione narrata, ma risulta mal digeribile da quest’ultimo proprio per l’inaspettato e a tratti quasi traumatico cambio di tematiche, e un protrarsi troppo a lungo nella narrazione stessa. Ciononostante, tale momento riesce nell’intento di immergere il lettore nel mondo narrato. Trova il suo apice nella sequenza finale, incredibilmente ansiogena, che riesce a mischiare con un’arte quasi perfetta la “leggerezza” di una partita a scacchi con la situazione psicologica di B. ad essa sottostante.

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Kaonashi Opinione inserita da Kaonashi    09 Luglio, 2015
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Immenso nella sua brevità

Eviterò le tipiche introduzioni su trama e autore, tanto li conoscete tutti e sprecherei soltanto il vostro tempo. Andrò direttamente al sodo e cercherò di farlo il più brevemente possibile: la Metamorfosi è un racconto sconvolgente.

E non è affatto sconvolgente per quello che narra. Anzi, ne “La Metamorfosi”, eccetto per l’introduzione, le brevissime evoluzione psicologiche dei protagonisti e il finale, non accade praticamente nulla. E se ho dato 3 stelline al contenuto è proprio per segnalare questo: non è un difetto, non è neanche una carenza, è una proprietà intrinseca del racconto stesso, quella di avere ben poco in ambito contenutistico (perlomeno esplicito, ma a questo ci arriveremo più avanti). Cosa rende, quindi, un racconto cosi breve e cosi prevalentemente descrittivo cosi sconvolgente? Non è quello che viene narrato, non è il “cosa”, è il “come” a renderlo tale. Mai letto prima d’ora un autore capace di scrivere con tale asciuttezza, volontariamente freddo e distaccato come Kafka. La breve vicenda, ricca di particolari, ci è narrata con una tale quasi indifferenza da parte di Kafka, al punto tale da permeare quasi il racconto a tratti di un’ironia nera tutt’altro che universale e facilmente rilevabile, ed è questo che rende un racconto che di per sé sarebbe soltanto ottimo un capolavoro che merita di essere ricordato negli anni. In passato lessi definire lo stile di Kafka “asettico”, penso sia la definizione più adatta.

Prima parte della grandezza de “La Metamorfosi” è dunque lo stile, la seconda è rappresentata dal tema dell’alienazione che riesce cosi sottilmente ed allegoricamente ad affrontare. Impossibile che la vicenda di Gregor non porti il lettore a ragionare sul significato intrinseco della trasformazione del suddetto in un insetto. Gregor è, niente più e niente di meno, un escluso dalla società per le differenze che lo caratterizzano dalle stesse. E’ compreso, ed in parte accettato dalla famiglia, unico rifugio in cui un soggetto in queste condizioni può rintanarsi, ma è rifiutato da chi non lo comprende e da chi non accetta la sua diversità da loro. Il difficile rapporto di Gregor sia con la famiglia che con gli altri soggetti che si trovano ad osservarlo in quelle condizioni rispecchia anche in parte il difficile rapporto di Kafka col padre (leggasi: Lettera al padre), qui evidenziato nella figura di un genitore che gradualmente inizia a disprezzarlo sempre più, non conferendogli quell’affetto e quell’attenzione di cui ogni figlio necessità. E’ cosi che Gregor diventa non solo fisicamente, ma anche mentalmente diverso. L’isolamento lo rende il suo peggior alter ego, rendendolo ciò che egli stesso non vorrebbe essere. Si potrebbe parlare per giorni di tutti i rimandi allegorici e storici a cui “La Metamorfosi” può essere ricondotto. La grandezza di un classico, mi piace ripetere, è saper affrontare tematiche che negli anni sembrano sempre attuali, tematiche che sopravvivono nei secoli. Gregor è un bambino vittima di bullismo. Gregor è un clochard. Gregor è un uomo ingiustamente accusato di un crimine non commesso. Gregor è un figlio a cui non viene permesso di uscire di casa. Gregor è tutto ciò che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, abbiamo avuto modo di essere.

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Kaonashi Opinione inserita da Kaonashi    09 Luglio, 2015
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Alte pretese, rispettate solo in parte

Ne “Il signore delle mosche” ci viene narrato di un gruppo di ragazzi, bambini ed adolescenti, che in seguito al crollo di un aereo finiscono in un’isola. La componente narrativa è quasi secondaria rispetto alla psicologia umana, che Golding tenterà di mettere a nudo nell’esporre le diverse debolezze e gli istinti che prenderanno piede in ogni bambino.

I personaggi, va detto, si poggiano su degli stereotipi assai comuni. I topoi letterari a cui essi riconducono possono immediatamente essere scorti anche dal lettore più inesperto, che potrà notare come la marmaglia di bambini è composta dal protagonista (Ralph), il quale pur essendo un ragazzo del tutto nella norma viene visto come speciale dagli altri, dal tipico “bullo” geloso del protagonista, dal bambino socialmente imbranato cui il protagonista si legherà, e cosi via. Realisticamente non si riesce a notare, nel corso della lettura, un reale sforzo compiuto per differenziare i personaggi gli uni dagli altri, che tranne i tre sopracitati si andranno a collocare all’interno di un mucchio nel quale difficilmente si andranno a discernere gli uni dagli altri. Narrativamente infatti, dal punto di vista prettamente del romanzo, Il signore delle mosche mostra qualche debolezza. Le vicende sono narrate con molta lentezza, trascurando molti meccanismi causa-effetto e portando ad uno sviluppo psicologico di fatto estremamente semplice, che non conferisce profondità a dei personaggi nei quali risulta quasi impossibile osservare delle figure reali. Il setting e la particolare premessa della vicenda è ciò che lega il lettore e lo porta a continuare, seppur purtroppo l’assai prevedibile svolgimento, composto da una lenta degradazione degli aspetti sociali dell’umanità verso il selvaggio, non riesca a soddisfare come ci si aspetterebbe. Va inoltre segnalato, e qui non sono purtroppo in grado di attribuire la colpa a Golding oppure al traduttore, che la lettura è assai poco scorrevole. Il libro prosegue dando per scontato fin troppo e con dei dialoghi che, pur dovendo rappresentare dei bambini, risultano nella maggior parte dei casi ai limiti della superficialità, portando a delle interazioni umane ripetitive e a tratti quasi incomprensibili. Golding risulta inoltre assai altalenante nel suo modus scribendi, decidendo di trascurare dettagli e precisione nelle descrizioni che probabilmente avrebbero conferito una maggior immersione nella vicenda, a discapito di altri dettagli che invece ci vengono comunicati costantemente, con una ripetizione quasi martellante, come il gesto del protagonista per sistemare i propri capelli. Il più grande problema de “Il signore delle Mosche” è l’immensa creazione di aspettative nel lettore per un romanzo con tantissime potenzialità, sia narrative che introspettive, ma che si riduce ad una piuttosto breve lettura che riesce a raggiungere solo dei brevissimi picchi sul finale, trascurando grossolanamente la narrazione nella fase centrale a discapito di non troppo convincenti digressioni.

E’ quindi tutto da buttare via ne “il signore delle mosche”? Assolutamente no, e sarebbe pretestuoso per un comune lettore come me affermare questo. Pur nei suoi problemi, riesce ad offrire un interessante spaccato di istintualità e natura umana posta in una situazione diversa dal solito. L’idea di base proposta è ottima, e nel finale riesce a raggiungere interessanti, seppur brevi, picchi di intensità. Riesce inoltre, a proporre numerose allegorie interessanti, sulle quali il lettore più interessato potrà ragionare e costruirsi una propria idea su quanto proposto: nota positiva a tal proposito è uno dei punti più forti della scrittura di Golding, che non rende nulla evidente e costringe il lettore a pensare con la propria testa.

Trattasi quindi di un’interessante opera pessimistica che, pur forse non essendo il meglio a cui si potesse ambire – specie considerando la pretenziosità implicita nell’opera stessa – risulta comunque un potente catalizzatore di pensieri nel soggetto che lo legge.

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Kaonashi Opinione inserita da Kaonashi    07 Luglio, 2015
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Una riflessione sulla vita e sull'amore

"Ho raccolto con cura e qui espongo quanto ho potuto trovare sulla storia del povero Werther, e so che me ne sarete riconoscenti. Voi non potrete negare la vostra ammirazione il vostro amore al suo spirito e al suo cuore, le vostre lacrime al suo destino.
E tu, anima buona che come lui senti l'interno tormento, attingi conforto dal suo dolore, e fai che questo scritto sia il tuo amico, se per colpa tua o della sorte non puoi trovarne di più intimi."

Con queste parole veniamo introdotti a "I dolori del giovane Werther", probabilmente la più celebre tra le opere di Goethe. La storia, narrata secondo una formula prevalentemente epistolare, racconta di Werther, un giovane ragazzo che, trasferitosi in campagna presso il villaggio di Wahlheim, vive delle nuove esperienze e fa conoscenza di colei che riterrà essere la donna della sua vita, e dalla quale sarà immediatamente ammaliato: Carlotta. Ed è attraverso una serie di lettere che Werther scrive al suo amico Guglielmo che noi veniamo a conoscenza di ciò che egli vive in quel villaggio.

Strutturalmente l'opera si presenta come un romanzo epistolare, e la progressione degli eventi ci viene narrata esclusivamente (perlomeno inizialmente) sotto la prospettiva di Werther, si ha cosi la possibilità di osservare la crescita psicologica del personaggio. La natura cosi apparentemente "solo" romantica dello scritto tradisce una profondità concettuale enorme, poiché I dolori del giovane Werther è un libro incredibilmente comunicativo e toccante nelle poche pagine che lo compongono. La scrittura di Goethe è appassionata e sentita, ed il lettore non può che sentirsi coinvolto ed avvertire empatia per tutto ciò che Werther dice e fa, trovandosi a controbattere o concordare con le opinioni del giovane quasi si trattasse di una vecchia conoscenza che ci espone le proprie idee. E proprio Werther, in virtù del fatto d'essere un personaggio parzialmente ispirato dalla vita di Goethe, si configura come uno dei personaggi più profondi e meglio caratterizzati della storia della letteratura intera. Werther è vero, appassionato, la sua visione della vita non può non portare il lettore a coinvolgersi nelle sue vicende rivivendo le proprie, e la crescita psicologica che subisce nel corso della narrazione è semplicemente perfetta. E tutta la sua crescita avviene per via di un comune denominatore: l'amore. Altro elemento di estrema maturità è proprio il modo in cui questa tematica è affrontata. Werther offre più volte le sue prospettive sull'amore, portando il lettore a riflettere inevitabilmente sulla duplice natura dello stesso: l'amore è ciò che rende un uomo quello che è, l'amore è ragione di vita, l'amore può permetterti di raggiungere picchi di felicità mai raggiunti prima. Ma l'amore è anche al servizio della creatura più volubile che esista al mondo: l'uomo. Può distruggerti se non si svolge come vorresti, può farti dimenticare tutti gli stimoli che ti hanno reso la vita soddisfacente fino ad allora, perché non puoi sottrarti a quell'ideale di amore perfetto a cui tutti, in un modo o nell'altro, abbiamo sempre aspirato.

La grandezza del Werther sta proprio in questo: la prevedibile componente didascalica è assente, non cerca di prendere per mano il lettore per condurlo ad una via interpretativa più semplice e ovvia, ma lo stimola a riflettere e trarre le proprie conclusioni. Un libro dalle capacità introspettive immense, in grado di superare le barriere poste dalla natura romantica dello stesso, elevandosi non ad un semplice racconto di una storia d'amore, ma ad una riflessione sull'amore e sulla vita in tutti i loro aspetti più caratterizzanti, narratici attraverso una storia interessante, con enormi capacità di stimolare l'immedesimazione altrui, con delle relazioni umane costruite a puntino, e con un'enorme mano che spinge il lettore a riflettere su ciò che sta leggendo, senza affrontarlo passivamente.

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Kaonashi Opinione inserita da Kaonashi    07 Luglio, 2015
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Il delirio di un universitario

Branchie è il primo libro scritto da Niccolò Ammaniti, realizzato nel corso dei suoi studi universitari. Ci viene narrato di Marco, un giovane malato di cancro che intraprende un viaggio verso l'India per costruire un acquario, ed è li che vive una serie di avventure sempre più tendenti verso il surreale.

Branchie, forse non l'ho ancora precisato, è delirio puro. Ammaniti non si cura di piacere al lettore, di risultare credibile ai suoi occhi o di proporre qualcosa che possa intrattenere in modo sensato: il suo è un puro viaggio visionario in un mondo tanto improbabile quanto instabile nelle sue fondamenta, permeato di ironia nera e di uno stile noncurante di essere politically correct. La graduale trasformazione da romanzo con una premessa del tutto normale - quella precisata all'inizio - verso un concentrato di storie al limite dell'assurdo è posto con naturalezza da Ammaniti, che non si sente in dovere di giudicare il suo viaggio.

E seppur sia da applaudire la sua noncuranza nei confronti di norme stilistiche canonizzate o ad una trama che debba necessariamente rispettare dei modelli già affrontati, non si può d'altra parte ignorare che Branchie è fondamentalmente un'opera estremamente vuota a livello contenutistico, che non propone - e non vuole proporre - nulla che colpisca il lettore a livello emotivo o che lo porti a riflettere su qualcosa.
Trattasi dunque di uno scritto senza pretese, che si fa trascinare dall'onda e si evolve in sé stesso risultando quasi un immenso flusso di coscienza riportato in un romanzo. E come tale deve essere affrontato.

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