Opinione scritta da alxeimon
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La storia è fatta di piccoli gesti anonimi
"Il sentiero dei nidi di ragno", scritto da Italo Calvino nel secondo dopoguerra, esprime al meglio i dolori, i disagi e le profonde ferite della seconda guerra mondiale e della resistenza partigiana, attraverso chi per primo non comprende a fondo questi argomenti, offrendo uno spunto di riflessione diverso per mezzo del protagonista, Pin, un bambino con difficoltà sociali ed economiche non indifferenti che, proprio attraverso la sua ingenuità e incomprensione, saprà lasciare il lettore di stucco, esattamente come i bambini di oggi.
Da cosa cominciare per descrivere questo piccolo romanzo? Innanzitutto mi piacerebbe precisare che, ancora una volta, questa è stata una lettura "impostami" dalla scuola, motivo per cui mi ero inizialmente posta in un atteggiamento riluttante ma, dopo il primo capitolo un po' lento e confusionario, ho dovuto assolutamente ricredermi e addirittura scoprirmi nel non voler staccarmi neanche per un momento dalle pagine: il tutto ha a mio parere un'unica ragione, e cioè l'estrema modernità degli argomenti trattati e la semplicità con cui Pin giunge a determinate conclusioni che, se pur banali, riescono sorprendentemente ad aprire nuove prospettive nella mente del lettore.
Il contenuto è impagabile: la crescita prematura di Pin che si trova catapultato nel mondo degli adulti e delle cose "dal sapore aspro" - donne, fumo e guerra -, la lotta per l'indipendenza dal nazifascismo, l'incapacità per gli uomini in guerra di ricordarsi della loro essenza di Uomini, con il conseguente annullamento delle loro personalità individuali e l'inconsapevole identificazione in semplici mezzi della guerra, in una mistione densa e eterogenea di vita partigiana.
Tutto ciò ha un significato magistrale che culmina in uno dei capitoli più discussi - e autobiografici -, cioè il nono, dove il capitano Ferriera e il dottore Kim prendono per un po' il ruolo di protagonisti, in un capitolo che considererei probabilmente il migliore che abbia mai letto nella letteratura italiana.
Concludo dicendo che la scelta, da parte dell'autore, di dare un finale così aperto e assolutamente sottinteso è piacevole così come raramente mi è capitato: la suggestiva scena di Pin e Cugino per mano tra le lucciole che possono sembrare magiche ma che, per Pin, viste da vicino, “sono bestie schifose anche loro”.
PS: Tengo molto a riportare un passo che, a mio avviso, è significativo e fondamentale per la comprensione di tutto il romanzo e che, allo stesso tempo, è fonte di grande commozione e ammirazione nei confronti della forza d'animo mossa da ideali forti:
«Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: «ti amo, Adriana». Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.»
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La più profonda alienazione della letteratura
Timido e umile di fronte ai grossi tomi fra i classici e non, "Il vecchio e il mare" è probabilmente il libro più coinvolgente che si possa mai leggere.
Fin dalle primissime pagine, si può perfettamente cogliere quanto la forza delle parole artisticamente scelte e ricercate possa penetrare così tanto a fondo nell'animo di chi le legge, al punto che ci si sente assolutamente trascinati a forza dalla realtà per poi alienarsi totalmente e trovarsi lì - proprio lì - sulla barca, accanto al povero vecchio. Eppure, a ragione, il lessico non è per nulla complesso o particolarmente astruso: ciò che rende sensazionale questo piccolo volumetto è proprio il fatto che il nostro Hemingway - spesso barbariamente accusato di ovvietà e di banalità - abbia saputo rendere interessante ciò che è lungi dall'esserlo per l'uomo medio del ventesimo e del ventunesimo secolo.
Gli aspetti che più andrebbero lodati all'autore - e che ne sono quindi fonte di successo nella narrazione - sono senza dubbio l'espressione del rispetto e dell'amore per la natura, elementi umani che ormai sono sempre più rari.
Come non ci si potrebbe commuovere di fronte alla dedizione del giovane Manolin che, nonostante i tempi duri e le imposizioni genitoriali, si ritrova costantemente a pensare al suo maestro, a chi gli ha insegnato a vivere, a procurarsi sostegno, a pescare? Come non potrebbero colpire le attenzioni della nuova generazione per la vecchia? Ecco che, discretamente, Hemingway lascia che nei suoi lettori si insinui quel senso di manchevolezza, quel senso di vergogna al cospetto di un mondo umile e nobile, che ormai tendiamo a mettere da parte e che le nuovissime generazioni addirittura disconoscono, un mondo nei confronti del quale dimostriamo sempre minor gratitudine, minor rispetto.
E come tralasciare quel panismo - come lo definirebbero i Greci - quel senso di fusione fra l'uomo e la natura? Ciò che scuote l'animo del lettore è proprio la naturalezza e la purezza del rapporto fra questi due elementi, un rapporto ad armi pari con questa natura, questa incredibile forza che assume un ruolo di entità con cui discutere, confrontarsi: un'entità da amare e da rendersi amante, per poi non pentirsene mai.
D'altronde, questo è proprio ciò che esprime "Il vecchio e il mare" alla sua conclusione: credere in sé stessi e nelle proprie fonti di ricchezza è il primo passo verso il successo e l'apprendimento.
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Un ottimo stile che perde il suo raffinato valore
"La verità sul caso Harry Quebert” è un romanzo giallo di Joël Dicker scritto nel 2012. E’ ambientato nel 2008 e si incentra sul rapporto tra Marcus Goldman, giovane scrittore di successo, e il suo vecchio insegnante di letteratura, Harry Quebert, personalità universalmente apprezzata e omaggiata in tutto il mondo.
Il romanzo è formato da un prologo e un epilogo e da tre parti centrali, suddivise in 31 capitoli, introdotti a loro volta da un particolare consiglio che il grande Harry Quebert dà al proprio allievo Marcus, sia in ambito lavorativo che in ambito personale: Marcus, infatti, è attanagliato da due grandi problemi, cioè la solitudine e il cosiddetto “blocco dello scrittore”, che rischia di portarlo al fallimento e alla violazione del contratto con la sua casa editrice. Per far fronte a questi problemi, dunque, decide di trasferirsi ad Aurora, una cittadina del New Hampshire, dove Harry Quebert ha trovato da tempo la pace dalla sua popolarità nella grande villa di Goose Cove.
Proprio quando sembra andare tutto per il verso giusto, però, Marcus Goldman viene a conoscenza di un evento che sconvolgerà - oltre che lui - il mondo intero: il ritrovamento del cadavere di Nola Kellergan, scomparsa nel 1973, nel giardino della villa di Harry Quebert.
Il famoso scrittore viene subito trasferito in carcere dopo aver ammesso di aver avuto, proprio in quegli anni, una storia d’amore con la piccola quindicenne, proprio quando l’allora trentenne professore dell’Università aveva pubblicato il suo grandissimo successo, “L’origine del male”.
Marcus, quindi, convinto dell’innocenza più volte ribadita da Quebert, comincia ad indagare sul caso, rispolverando tutti i misteri e gli intrighi della piccola cittadina di Aurora, scoprendo così numerose ambiguità tra i vari abitanti, che avevano sempre mostrato calore sia nei confronti della piccola Nola Kellergan che del famoso scrittore Quebert.
Allo scrittore Joël Dicker, bisogna riconoscere una grande immaginazione che si articola bene nel corso del romanzo ma che scema un po’ negli ultimi capitoli, cosa che è piuttosto frequente, purtroppo, nei libri dotati di così numerose pagine. Fortunatamente, però, la lettura risulta molto scorrevole grazie all’estrema semplicità con cui vengono raccontati gli eventi e con cui viene espressa l’immensa preoccupazione del protagonista Marcus, sommerso dalla popolarità e assolutamente crogiolato nell’illusione che essa duri per sempre.
La storia del caso, insieme a tutte le scoperte che il protagonista fa nel corso del racconto, viene via via arricchita da numerosi flashback, testimonianze, appunti, trafiletti di quotidiani e riflessioni al punto che il libro si trasforma in un vero e proprio “tavolo di lavoro” di un investigatore. Questo, quindi, fa sì che raramente il lettore tralasci dei particolari, che vengono sempre avvalorati e sfruttati fino alla fine.
Come spesso accade per i gialli, però, la critica è ragionevolmente divisa a causa di alcune cadute di originalità nel corso della narrazione, che al lettore non sembra concludersi mai, quasi come se lo scrittore si fosse affezionato al romanzo e non trovasse un modo per concluderlo, arricchendolo al contrario di ovvietà scontate che hanno il solo ruolo di far raggiungere le 800 pagine al libro.
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Genuino come il suo scrittore
Semplice e senza impegno, “Cose che nessuno sa” è il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia, docente palermitano di lettere in un liceo classico di Milano.
Per chi conosce anche solo nelle linee generali la vita del giovane scrittore, risulta facile ritenere il romanzo come una vera e propria raccolta delle esperienze passate e presenti del professore, che le proietta abilmente in tutti i personaggi della sua storia, dalla stessa protagonista Margherita fino al ribelle e testardo professore di latino: è sorprendente, infatti, come ogni personaggio sembri effettivamente possedere un piccolo lato dello scrittore - l’aspetto sognatore, quello presuntuoso o quello misterioso, come anche quello saggio.
Il pilastro principale della storia, però, sembra essere proprio quell’unico elemento che non possiede proprio nulla - caratterialmente parlando - del suo creatore, tranne che per le sue origini prettamente siciliane, che conferiscono al romanzo quella sfaccettatura semplice e pura, riconducibile nel ruolo fondamentale di nonna Teresa, che ha sempre una buona parola per tutti - anche per chi non sembra in apparenza meritarne - e che ogni tanto rilascia qualche sentenza su qualsiasi campo, attraverso l’essenziale presenza di proverbi e paragoni culinari, ricchi di quella dolcezza caratteristica delle sole nonne.
“Cose che nessuno sa” è un libro da prendere per quel che è: una storia semplice, ma ricca di piccoli colpi di scena, attraverso cui lo scrittore ha voluto liberarsi - o forse annotare - ciò ha imparato e affrontato nella sua stessa vita, mettendoci dentro la propria passione per la Sicilia, per il suo lavoro, per i suoi alunni, per i libri, per la musica e per l’amore, che spesso risulta essere un argomento così lontano dal contesto scolastico ma che, con sorpresa, ci si ritroverà a scorgere in quasi ogni pagina.
Con il suo secondo libro, Alessandro D’Avenia ha dimostrato ciò per cui, purtroppo, non è stato completamente apprezzato da chi non ha saputo andar oltre il suo primo romanzo: l’utilizzo della terza persona - in alternativa alla prima utilizzata in “Bianca come il latte, rossa come il sangue”- rende giustizia al professore e mette in evidenza la sua capacità di scrivere e raccontare una storia piena comunque delle sue tristezze, esattamente come quella precedente.
Il consiglio, dunque, che ci si sente di dare a chi non ha apprezzato il primo romanzo, è quello di leggere ugualmente il secondo (anche senza aspettative troppo alte) in quanto una rivalutazione di D'Avenia, se pur in parte, è d’obbligo perché ci si rende conto di quanto in realtà la sua idea sul mondo sia così bella al punto che lui stesso spinge, quasi, i suoi lettori ad amare di più la vita e ad avere, forse, un po’ più di comprensione nei confronti di sé stessi.
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Consigliato a chi è capitato di seguire o di leggere D'Avenia nel ruolo di opinionista sui social network, sui giornali o sul suo blog.
"Okay? Okay." Spontaneità e semplicità.
Spinta dalla curiosità che mi aveva infuso il trailer del film in uscita a settembre, chiesi ad una mia amica di prestarmi il libro di "Colpa delle stelle", essendo oltretutto attirata da un argomento per me molto toccante.
Sfortunatamente, credo che le altissime aspettative, date dalle più che positive recensioni che avevo letto sulla profonda e quasi crudele tristezza (che si diceva pervadesse "ogni angolo del libro"), mi abbiano inevitabilmente portato a concludere la lettura con la sensazione di non essere pienamente soddisfatta, sebbene l'avessi divorato in pochi giorni.
Senza ombra di dubbio, il contenuto a mio parere è uno dei migliori che si possa leggere in un libro - la malattia, la convivenza con essa, i profondi cambiamenti che provoca nella famiglia, le sue derivazioni, il tentativo di rinascita, la speranza, la morte -, ma a mio parere credo che, ad un certo punto, non conti più tanto cosa si stia leggendo, quanto piuttosto come ce lo stiano raccontando; mi spiego meglio: ciò che spesso mi è capitato, ultimamente, è proprio il trovarmi in disaccordo con lo scrittore per quanto riguarda le modalità con cui ha deciso di proporre la sua storia, e questo è uno dei casi. "Colpa delle stelle", infatti, sebbene sia un libro molto scorrevole, risulta fin troppo spesso "arido" nello stile, quasi apatico e poco approfondito, soprattutto nell'analisi dei personaggi di Hazel e Augustus, i protagonisti.
La sensazione che si prova è quella di avere per le mani troppi argomenti esageratamente importanti e complessi, i quali non è possibile raccontare tutti quanti con la precisione che ognuno di questi meriterebbe: parliamo naturalmente di cancro ma, piano piano, fanno capolino l'amore e il matrimonio fragile, insieme a tutte le devastanti conseguenze di una storia così pesante da gestire. Credo dunque che lo scrittore avrebbe dovuto fare uno sforzo, cercando di "setacciare" in qualche modo gli argomenti trattati, rendendo in questo modo ai lettori più semplice la schematizzazione e la comprensione totale dei personaggi che ha creato, non attraverso una banalizzazione degli eventi, ma piuttosto attraverso dei piccoli inserti introspettivi che favorissero un accompagnamento del lettore nei meandri della mente di Hazel e di Augustus, la cui storia d'amore è a mio parere una delle più tenere e vere tra quelle raccontate negli ultimi anni.
A questo proposito, mi sento comunque in dovere di consigliare il libro: la storia d'amore dei protagonisti, il rapporto con la cecità da parte del personaggio di Isaac, così come la complessa reazione alla vita - o morte? - dello scrittore Peter Van Houten, forniscono al lettore diversi spunti di riflessione che vale sicuramente la pena intraprendere.
Mi permetto in conclusione di consigliare, a chi ha intenzione di leggerlo, di porre attenzione alla parte centrale del libro, la quale è densa di elementi che forniscono un'ottima opportunità al lettore di estraniarsi per un momento del contesto americano.
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Intrappolata in una me che non sono io
«Vorrei essere bella come ciò che sento dentro di me.»
Inserito in un contesto ottocentesco, "Storia di una capinera" si guadagna senza dubbio una candidatura al mio libro preferito in assoluto.
Sebbene inizialmente sia difficile riuscire a rapportarsi con lo stile epistolare unilaterale, la lettura delle riflessioni dell'ingenua "capinera" scorre veloce, anche grazie ad una precisa spartizione temporale realizzata dall'autore.
Ciò che lascia senza fiato e che invoglia il lettore a lasciarsi travolgere completamente dalla lettura, è propria la purezza che emana la protagonista Maria in ogni sua sfaccettatura: dire che il libro parla d'amore è a mio parere un po' riduttivo; piuttosto, oserei dire che il fulcro portante della narrazione è proprio la genuinità e l'eleganza di una giovane educanda d'altri tempi che, nella sua tristezza e totale resa alle dure leggi della società - e della povertà -, è capace di un sentimento così nobile come l'amore, cosa che è certamente rara da trovare negli ultimi tempi.
La sorpresa, la semplicità e la meraviglia esprimono la più commovente delle tenerezze e portano, in qualche modo, a credere ancora una volta nell'amore puro ed incondizionato, a prescindere da ogni esperienza negativa che si possa aver provato. Queste sensazioni dominano l'atmosfera, che assume un significato quasi magico, e sono alternate a piccole scene quotidiane che irrompono crudelmente nel microcosmo di Maria, quasi come se si volesse sottolineare la differenza - o la superiorità - di tali sentimenti rispetto ai futili e banali problemi sociali e ai meschini espedienti vantaggiosi, che tuttavia fanno capolino solo timidamente, quasi con timore rispetto alla magnificenza dell'amore.
Per concludere, credo che un piccolo accorgimento al titolo sia d'obbligo.
La metafora operata da Verga, che lega la protagonista e una capinera, è una delle più sublimi della letteratura italiana: si soffre d'altro, oltre che di fame e di sete.
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L'affascinante autodistruzione del proprio Io
Totalmente ammaliata dallo stile e dalla mente pirandelliana a seguito della lettura "forzata" dalla mia insegnante di italiano del capolavoro "Il fu Mattia Pascal", mi sono recentemente lasciata travolgere da quest'altro romanzo estremamente geniale dello scrittore siciliano.
L'elemento sicuramente più importante del romanzo è senza dubbio la perspicacia dello scrittore nel cogliere una così necessaria crisi di identità che ogni uomo, prima o poi, vive nel corso della propria esistenza. Interessante è l'approccio, la realizzazione di una tesi ai limiti dell'assurdo e la successiva presentazione di diverse antitesi che vengono totalmente svalutate grazie ad ingegnose - e folli - argomentazioni.
Il doppio, già presentato attraverso il duo Mattia Pascal-Adriano Meis, diviene molteplice nelle "centomila" personalità che vengono realizzate dalle persone che circondano il protagonista Vitangelo Moscarda che, sentendo annullato e frantumato quell' "uno" che è lui per sé stesso, trasforma quei "centomila" in "nessuno" attraverso il solo uso della parola, lasciando il lettore sbigottito al pensiero che qualcun altro possa aver fondato una tesi di vita su tali sillogismi iperbolici che hanno quasi il sapore del paradosso.
La pazzia e la distruzione, presentati da Pirandello e dal suo personaggio Moscarda come le due alternative all'umana crisi di identità, proprio nel protagonista si fondono in una follia autodistruttiva portata alle estreme conseguenze e che culmina proprio alla fine del libro con una conclusione che, allo stesso tempo, darà delle risposte e farà nascere altre domande.
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Sfacciato, determinato ed incredibilmente realista
Ecco come descrivere questo libro di J.K. Rowling, la mamma di Harry Potter, che ha fatto sognare le ultime generazioni.
“Il seggio vacante” si presenta subito per quel che è: un libro senza pretese, una sperimentazione modesta senza alcun impegno, che funge da “depuratore” dalla magica saga. Nonostante ciò, nel nuovo romanzo, la scrittrice si difende benissimo dal passaggio cruciale, raccontando una realtà assolutamente disincantata, in cui focalizza la sua attenzione su ognuno dei personaggi, che vengono messi a nudo grazie alla capacità straordinaria con cui la scrittrice riesce a rendere importante ogni minimo dettaglio della narrazione.
Si tratta della storia del piccolo borgo di Pagford, caratterizzata da costanti lotte di fazioni interne, che trovano sbocco dopo anni di silenzio ed equilibrio, una storia raccontata attraverso un intreccio particolare e avvincente. La realtà di Pagford è dominata dal classismo, dai pettegolezzi, dalle invidie dei cittadini più ambiziosi, dai problemi familiari, dai litigi fra marito e moglie, fra amici e vicini di casa, dalle problematiche adolescenziali: leggendo, ci si ritroverà catapultati nell’universo pungente del paese che, alla fine del romanzo, lascerà senza fiato.
“Il seggio vacante” è indubbiamente un libro sincero, un’opera commovente che cerca di evidenziare gli aspetti più realisti e, allo stesso tempo, più drammatici della società contemporanea, caratterizzata dall’ipocrisia, dalla vergogna e dall’incapacità dell’uomo di essere altruista: un libro crudo che fa discutere, ma che di certo non passa inosservato.
PS: Colgo l'occasione per riportarne un piccolo passo:
«Colin aveva il brutto vizio di dare giudizi affrettati, fondati sulla prima impressione, su un unico episodio. Non riusciva mai a cogliere l'immensa mutevolezza della natura umana, né che dietro ogni faccia, anche la più anonima, si nascondeva un mondo unico e in continuo fermento esattamente come il suo.»
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Sconsigliato a chi si aspetta qualcosa di simile alla saga potteriana o con qualche strascico fantasy: il taglio rispetto al passato è netto ed invalicabile.
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