Opinione scritta da Mancini
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Un problema con due soluzioni
"Mi chiedevo se è possibile che i ruoli di un'amicizia cambino a un certo punto, o sono invece destinati a restare uguali attraverso lo scorrere del tempo e il lento trasformarsi delle persone".
Mario e Guido, due amici.
Mario e Guido, due mondi.
Mario e Guido, due diversi modi di dare una soluzione alle inquietudini giovanili che esplodono vive e feriscono ciò che siamo.
De Carlo parte da un problema attuale e sempre esistito, quello dell'inquietudine del cosmo adolescenziale, concentrato di incertezze e illusioni, e finisce per darci due ipotetiche soluzioni, entrambe estreme, entrambe vicine quanto un'amicizia.
Mario, voce narrante, che nella maturità trova una soluzione alle sue inquietudini, rifugiandosi nella vita bucolica al riparo di ogni centimetro di cemento cittadino che tanto lo aveva molestato da ragazzo.
Guido, che crescendo non riesce a svincolarsi da quelle stesse inquietudini e va avanti continuandosi a lacerare la mente incapace di rompere definitivamente quel guscio entro il quale continua a crescere, consumando sempre più lo spazio che gli sta attorno e soffocando nell'angusto che prenderà via via il nome di "depressione".
Un'amicizia che continua non come due rette parallele, ma come due curve sfasate che a tratti si allontanano per poi avvicinarsi e sovrapporsi in altri momenti, in un continuo alternarsi instabile, ma sempre coerente con un concetto di amicizia che vive piuttosto all'interno delle consapevolezze di ognuno dei due protagonisti, non in abitudini esterne e meccaniche.
Questa storia ci regala un concetto di amicizia del tutto nuovo, o forse già visto per i più fortunati di noi, fatto non di continue telefonate o serate in discoteca e pizzeria, ma piuttosto caratterizzato da continue introspezioni per cercare l'altro proprio all'interno di se stesso.
La potenza narrativa e l'analisi psicologica sottile, a volte nascosta con sapienza tra le righe, rende questa storia adorabile e commuovente con un crescendo programmato e intuibile man mano che ci si avvicina ala fine.
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Amore o sesso?
David Kepesh, professore universitario che non sopporta il passare del tempo, trova nelle belle studentesse del suo corso la giusta motivazione per esorcizzare questa atavica paura.
Del resto il fascino dell’intellettuale maturo è la leva adatta a suscitare un interesse autentico in chi, più ragazzina che donna, cerca il trampolino di lancio per superare una buona volta le reti protettive del perbenismo per provare autentici nuovi stimoli.
Il prof Kepesh, alterego di Roth, non usa mezze misure. Per lui il sesso è lo strumento con cui esternare la propria voglia di vivere.
Egli ama la forma femminile perché non riesce a vedere qualcosa di più bello in natura ed esprime tale desiderio estremizzando spesso il suo approccio e dipingendo il sesso con le sue forme più estreme e meno convenzionali.
Quando però si trova di fronte la cubana Consuela Castillo tutto si ferma. Quello che era piacere per il piacere finisce per assumere connotati di serietà. Consuela è una donna, non la solita ragazzetta, e ciò servirà per riportare David alla dimensione dell'amore convenzionale, quello che fa torcere lo stomaco, che provoca gelosia è che fa star male.
Ed è proprio dove egli trova la pace che la cruda realtà della morte squarcia la serenità conquistata, rendendo questo romanzo ancor più opera d'arte.
Dal solito linguaggio spudorato e diretto di chi sa il fatto suo, Roth ancora una volta riesce a dividere. Infatti il suo stile può provocare fastidio ai più sensibili a questo tema oppure, come è stato per me, può catturare l'attenzione e far vivere sensazioni plurisensoriali rendendo l'esperienza della lettura un po' diversa dal solito.
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Un viaggio lungo tre generazioni
Le scelte di ognuno di noi, a volte contestualizzate nel confine stretto di alcune convinzioni del momento o più profondamente determinate dal temperamento che ci caratterizza e ci forgia, finiscono inevitabilmente per ricadere anche sui nostri figli.
Siamo un po’ quello che i nostri padri hanno deciso (inconsciamente) che noi saremmo stati.
Quando David Karnowski, il patriarca, decise di lasciare la natia Polonia, troppo stretta per il suo spirito libero, non poteva immaginare dove sarebbe finito di lì a breve.
La storia che ci racconta Singer, quello meno noto, quello che il Nobel, al contrario del fratello, non lo avrebbe mai visto, è la storia di tre generazioni (nonno – padre – figlio) e di tre Nazioni (Polonia – Germania – USA), ingredienti messi in un unico contenitore e miscelati sapientemente per dare vita a questo riconosciuto capolavoro della letteratura Americana di stampo Ebreo.
Sono infatti molteplici gli elementi che accomunano i tre Karnowski, tutti e tre perennemente in fuga da qualcosa e da qualcuno.
Se David sceglie la Germania come alternativa alla stantia Polonia, suo figlio Georg a sua volta, dopo l’esplodere della morsa antisemita hitleriana, non ha troppo tempo per decidere e fa quello che molti suoi compagni di sangue fecero in quel tempo, emigrare in America.
Lo fa per dare un’alternativa valida a suo figlio Jegor, sempre più oggetto di scherno da parte dei suoi compagni ariani, sapendo che per se stesso, medico ormai famoso e apprezzato, si tratterà di una regressione dalla quale non si sarebbe più ripreso.
E come in gran parte delle fughe, in gran parte delle corse a perdifiato dove non c’è una meta concreta, dove l’incertezza è l’unica guida, arriva il momento dello schianto, un grosso muro, prima offuscato dalla nebbia dell’ignoto si presenta di fronte e ci si finisce contro, inermi, senza avere il tempo di frenare!
E chi ne pagherà le conseguenze più nefaste è proprio l’ultimo dei Karnowski, Jegor, troppo fragile per sopportare quei cambiamenti e troppo vessato da quelle ideologie marce, causa dello scempio mondiale che si stava consumando.
Lui, che nemmeno si considerava un Karnowski, che preferiva assumere il cognome della madre, lei sì che era ariana, piuttosto che passare per ebreo; eppure lì dove la volontà e le convinzioni interne possono mentire, le caratteristiche esterne cedono il passo alla cruda verità, i capelli e la carnagione scuri, il naso prominente, quello dei Karnowski e la testardaggine, anch'essa presente in tutti e tre i nostri personaggi, che tanti guai ha loro provocato, ma che allo stesso tempo conferisce loro quell'autenticità che non può far restare indifferenti.
Una storia, forse come tante, ma mai abbastanza banale da “muovere gli animi” e soprattutto il ricordo, unico mezzo per garantire ancora dignità a tutte le povere vittime di quell'assurdo male che fu l’antisemitismo.
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La dignità mal celata
Un negozietto, come quelli di una volta, dove si vendeva tutto e niente.
Un negoziante, ebreo, anche lui come quelli di una volta, che se ti doveva far credito lo faceva più come piacere personale che come un favore.
Una moglie sempre presente quanto critica e petulante verso tutto quello che l'inerme marito fa di giusto e di meno giusto.
Una figlia, ormai in età di matrimonio, ma che non ci pensa perché è più forte la voglia di realizzarsi che altro.
Morris Bober incarna l'ideale dell'uomo onesto e dignitoso sino alla fine.
Nonostante gli incassi vadano sempre peggio e il suo negozietto non riesca a stare al passo di quelli più moderni e più settoriali che gli spuntano intorno, egli va dritto per la sua strada, vivendo di ideali e di ricordi benché la sua salute precaria non gli consenta nemmeno più di stare dietro al bancone.
Provvidenziale sarà l'arrivo di Frank Alpine, non ben definito tuttofare che in cambio di vitto e alloggio si offre di dare una mano.
La narrazione presenta tratti di perfetto realismo, Malamud, il Maestro, ci dipinge con colori freddi l'America del primo secolo scorso fatta di tombini fumanti e strade spoglie, lontana da quello che è il sogno americano puro.
Le difficoltà e le imperfezioni risiedono in questa famigliola che non fa altro che vivere, a modo suo, quello che la volontà divina ha riservato od ogni singolo componente di essa.
E' la comparsa del commesso Frank a dare una svolta o forse addirittura un senso reale ad una esistenza che si era sino ad allora espressa solo a metà e che ci prende e ci porta pian piano con sé in un dispiegarsi narrativo come pochi.
Il mio primo Malamud; ora senza esitazione posso dare seguito a tutto il resto della sua opera.
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La malattia dentro la malattia
La mente fa brutti scherzi, non c’è dubbio, se poi la si mette in mano ad un autore di thriller, ciò che ne consegue è un’affascinante opera che difficilmente annoierà.
Viktor Larenz è un ben noto psichiatra di Berlino che vive nel più pieno agio e nella più evidente serenità, sino al giorno in cui sua figlia Josy scompare nel nulla. Preso dallo sconforto e non ben supportato dalla fredda moglie, decide di ritirarsi per qualche giorno su un’isola del Mar del Nord per prendere contatto con il suo dolore e quindi, si spera, per esorcizzarlo.
Qui incontrerà Anna, una donna dai contorni poco definiti che pare in qualche modo coinvolta con la scomparsa della piccola Josy, sebbene appaia disturbata psichicamente, quindi un buon esercizio per lo psichiatra Viktor.
L’ambientazione onirica di questa isoletta minacciata da una sempre più imminente tempesta contribuisce prepotente alla definizione di una scenografia da thriller.
Sebastian Fitzek usa sapientemente tutti gli ingredienti necessari a rapire l’attenzione del lettore che non potrà fare a meno di ipotizzare plausibili soluzioni all’enigma centrale, il motivo della scomparsa di Josy, che costantemente viene alimentato da elementi più o meno rilevanti per la trama del romanzo, ma tutti ben guarniti da una sufficiente dose di suspense.
Ma se non si dovesse sentire il necessario bisogno di figurarsi una fine, il romanzo può essere vissuto “al momento”, gustandosi la linearità tutta tedesca dello stile narrativo reso ancor più gradevole, ma questo può piacere e non piacere, dalla brevità dei capitoli.
Del resto anche intuendo un finale, la qualità della narrazione non farà di certo perdere la voglia di arrivare sino alla fine.
Seconda piacevole scoperta per me nell’ambito del thriller tedesco dopo Wulf Dorn, questo autore è entrato a far parte dei miei preferiti, per ciò non perderò occasione di andare avanti nella lettura delle sue opere.
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Le relazioni
Mauro, un funzionario diligentissimo e dedito al lavoro almeno quanto alla sua piccola famiglia.
Un incarico importante, forse quello della vita, redigere una relazione a seguito di una ispezione ad una banca “difficile”, piena di falle, ma fortemente protetta dalla politica.
Gli ingredienti del romanzo sono pochi e ben strutturati, lo svolgersi degli accadimenti può essere facilmente intuito a priori, ma alla fine Camilleri riesce a mettere insieme degli elementi che appassionano e che scivolano, senza troppi fronzoli, verso la conclusione che rimane un po’ meno intuitiva, ma originale.
Parallela alla relazione cartacea si materializza un’altra relazione, quella di Mauro con Carla, troppo bella, troppo giovane perché le solide barriere morali Mauro rimangano in piedi.
Proprio lui, così attaccato alla moglie e al loro figlioletto, la cui salute precaria costringe lui e sua madre a passare qualche giorno lontani da casa, in mezzo all’aria salubre della campagna.
Una solitudine temporanea accompagnata dallo stress di un lavoro opprimente che si sta complicando ora dopo ora; ingredienti fondamentali per cedere ad un invito fin troppo facile, fin troppo falso!
E’ il mio primo Camilleri, volevo leggere questo autore già da tempo, ma non sapevo da dove iniziare; poi quest’ultimo romanzo dalla copertina simpatica mi ha attratto in libreria, quindi ho capito che era arrivato il momento.
La divisione in capitoli c’è ma è fittizia, il romanzo è privo di discontinuità e segue una linea narrativa continua. L’uso del tempo verbale al presente riesce, con il suo solito fascino, a portare il lettore all’interno della scena, del resto si sa, Andrea Camilleri nasce come scenografo e regista e questa storia me la vedrei moto bene rappresentata sul palcoscenico di un teatro.
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Un'ombra del passato
Di fronte alla malattia, quella che ti lascia senza speranze, spesso si è costretti a rivedere tutto il corso della propria vita e prendere decisioni a prima vista impopolari, ma che affondano le radici nella coscienza con cui ci si vuole riconciliare a tutti i costi come atto ultimo per uscire di scena privi di nodi nell’anima.
E’ quello che fa Seth Hubbard, milionario del Mississippi, qualche istante prima di impiccarsi ad un Sicomoro.
La sua ingente eredità era già stata assicurata ai suoi due figli tramite un testamento regolarmente depositato in un grosso studio di avvocati, ma poco prima del suicidio Seth redige un nuovo testamento olografo che annulla il precedente e che è destinato a scatenare di lì a poco una guerra giudiziale degna del nome Grisham.
Beneficiaria del nuovo lascito è la badante nera di Seth, Lettie Lang, umile donna che con fatica a conduce la sua vita dovendo combattere quotidianamente con un marito buono a nulla perso nella morsa dell’alcol, la madre ammalata, un figlio che è chiuso in cella, altri figli e nipoti tutti chiusi nella stessa umile casa che fatica a contenerli.
Si apre il sipario sull’aula di tribunale che vede uno stuolo di avvocati che sfilano sulla passerella con artigli ben affilati e pronti a non guardare in faccia nessuno data la somma in gioco di 24 milioni di dollari.
Come Grisham ci ha abituati da sempre, spicca sin da subito la figura dell’avvocato buono e capace, Jake Brigance, a cui Seth aveva affidato con una lettera il suo testamento olografo e che egli dovrà difendere sino alla fine.
Jake non si limiterà alla pura difesa del testamento, ma avvalendosi dell’aiuto di figure pittoresche e fuori dalle righe, sempre avvocati per carità, farà luce su un passato che nascondeva antiche dispute.
L’ombra del Sicomoro è quell’ombra che esisteva nella vita di Seth Hubbard e che in qualche modo riaffiora prepotente per dare a tutti una lezione di vita, per dipanare il groviglio che le teste malpensanti che giravano attorno a Seth avevano creato, mandando già al patibolo la povera Lettie.
Di nuovo Grisham si occupa di quella parte dell’America, il Mississippi, dove ha passato la sua giovinezza, di nuovo costruisce lo scenario della sua lotta legale attorno alla contrapposizione bianchi-neri che tanto infervora gli animi dell’America degli anni 80.
E il tutto lo fa con il suo classico stile pulito, ragionato, logico; gli eventi sono narrati con linearità e con un linguaggio davvero gradevole, elementi degni di un avvocato quale egli è nel più profondo dell’anima.
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I mille volti della paura
La Paura come parte viva della quotidianità di ognuno di noi, come esperienza che tutte le persone sane hanno provato nella loro vita.
Conviviamo con le nostre paure, cresciamo con loro, le combattiamo e spesso cediamo a loro, ma a volte ci aiutano anche a crescere e ad imparare.
Quando però la paura diventa estrema, va al di là di ogni sana sensazione naturale e sfocia nella malattia, nella fobia e allora c’è bisogno di aiuto per sopravvivere.
Sarah, Mark, il signor Nessuno, Stephen e tutti gli altri attori sono a loro modo tutti in preda alle loro paure, in forme differenti, con conseguenze diverse.
Eppure c’è una rete nascosta che li tiene tutti uniti, a corredo di una trama da psicothriller di tutto rispetto.
Wulf Dorn ancora una volta riesce a convincere strutturando una storia partendo da tanti rami differenti per poi giungere al tronco, sintesi e unione di una trama articolata che trova alla fine il suo senso più profondo e compiuto.
Il livello di tensione e quindi la proporzionale voglia di leggere il capitolo successivo appena finito il precedente sono alti grazie a diversi elementi che sono parti integranti della storia, quali la brevità dei capitoli che donano snellezza alla storia e il sorgere continuo di elementi nuovi, tutti concorrenti alla costruzione del finale.
Questa è la storia di una paura, di tante paure e l’insegnamento che loro abitano dentro di noi, per cui inutile cambiare casa, regione o compagna, dobbiamo affrontarle per sconfiggerle, altrimenti ci seguiranno ovunque!
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Il male riaffiora dopo vent'anni
Ellen ha paura dell’Uomo Nero.
Anche Lara ha paura dell’Uomo Nero.
A separare Ellen da Lara ci sono vent'anni di rimozione, una protezione dell’anima necessaria a mettere una toppa temporanea ad una sofferenza piombata dal cielo troppo presto, negli anni dell’innocenza.
Quando la dottoressa Ellen Roth, giovane psichiatra, si trova davanti al caso della donna senza nome chiusa nella stanza n.7 intuisce subito che c’è qualcosa di misterioso dietro alla sua storia e per questo decide di occuparsene con cura, soprattutto quando la donna scompare misteriosamente.
Inizia una serie di colpi di scena che incalzano a ritmo sostenuto misti a qualche elemento di forzatura a cui l’autore si appella per districare alcuni nodi altrimenti difficilmente solubili.
Il lettore attento riuscirà, attorno alla metà del romanzo, ad intuire la chiave di volta, quantomeno la natura della soluzione, ma nonostante ciò non mancherà di essere piacevolmente sorpreso da altri colpi di scena che completeranno e insaporiranno la storia.
La storia c’è, lo stile è asciutto e piuttosto semplice come ci si aspetta da un autore tedesco che peraltro scopro aver lavorato a contatto con pazienti psichiatrici in qualità di logopedista.
La narrazione scorre veloce proprio grazie allo stile semplice addizionato da una buona dose di colpi di scena e di qualcosa di perennemente sfuggente che si rivela nella sua ovvietà pian piano andando avanti con la lettura.
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Un treno di sogni
Maggio 1940, le truppe Tedesche stanno per invadere l’Olanda e ben presto entreranno anche in Belgio e in Francia dove Marcel vive in un remoto paesino, Fumay, con moglie incinta e figlia.
Marcel passa i suoi giorni a riparare radio e a dar seguito alla sua vita piatta, priva di emozioni, con accanto una moglie che poco lo aiuta a tirare fuori grinta e passione.
Date le circostanze, in paese c’è grande fermento per raccogliere quei pochi affetti che possono stare nello spazio di una valigia e salire su uno dei treni che regolarmente partono per una destinazione incognita ma che si presume essere migliore di quella attuale.
Così fa Marcel e la sua famiglia ed inizia il loro viaggio, il suo viaggio verso qualcosa di nuovo, verso una riscoperta interiore che ormai sembrava perduta, invece era solo dormiente.
Basta una separazione di Marcel dal resto della famiglia, destinati a scompartimenti diversi (il padre sarà costretto in uno scompartimento adibito in precedenza al trasporto di bestiame) ed un successivo frazionamento del treno che dividerà definitivamente le loro sorti, a dare inizio al viaggio di Marcel in una dimensione parallela, quella dell’amore e della passione come forse mai li aveva visti o quanto meno che aveva ormai dimenticato.
E’ Anna, una giovane ebrea ceca, ad accendere nel protagonista il forte desiderio inebriante.
Avvolta nel suo vestito nero come a protezione da un passato nebuloso, ben presto essa si avvicinerà a Marcel che accoglierà fiero il suo invito, sia esso di protezione, sia esso di affetto oppure di becera convenienza, poco importa, l’importante è stringerla a sé, toccare il suo giovane corpo sino a possederlo in mezzo a tutta l’altra gente dormiente tra le pareti di un vagone del treno che lo sta portando verso una rinascita dei sensi, da troppo tempo assopiti.
Il viaggio continua, si attraversano paesaggi sempre nuovi, si assapora il gusto amaro di una guerra insulsa e se da un lato sfuma il ricordo della vera famiglia (sino a non ricordare nemmeno più i volti delle sue care), dall’altro cresce l’amore verso Anna che non chiede nulla, se non stargli vicino e soddisfare il suo bisogno d’affetto.
Il treno rappresenta per Marcel un sogno che coincide freudianamente con la realizzazione di un desiderio mancato; lì si è preso una pausa dalla sua vita quotidiana per immergersi in quello che ha sempre desiderato, una vita piena di passione e amore.
Faranno da cornice agli eventi alcuni luoghi di mare, il mare che Marcel non ha mai visto e che gli si presenta davanti nel miglior momento possibile, un’aggiunta di sale che rende il racconto ancor più onirico.
Ma dopo ogni bel sogno arriva il risveglio, l’amarezza in bocca, la resa dei conti con la realtà che ti riacchiappa e ti riporta a terra mettendoti sulle spalle quel fardello di responsabilità che avevi lasciato, ma solo per un po’.
Come sempre Simenon riesce a racchiudere in poche pagine e, in questo caso, nel vagone di un treno, un insieme di dialoghi, di sensazioni, di paesaggi che rendono il racconto piacevole e unico nel suo genere.
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Ricerca di una complicità
Ci possono essere momenti nella vita di ognuno di noi in cui azioni spesso non dipendenti dalla nostra volontà, piccole distrazioni, errori di valutazione, portano come conseguenza ad eventi nefasti capaci di cambiarci la vita.
Spesso, a fatto avvenuto, entriamo in uno stato d’animo dove la nostra sensibilità viene esaltata, non vediamo più quello che vedevamo prima, il mondo ci appare più rumoroso, i nostri nervi si scoprono e diventano oggetto di proiettili di sensazioni vive!
E’ quello che succede a Joseph Lambert, vittima di una strage non voluta che però finisce per risvegliarsi dal torpore di una vita spesa a vagare alla ricerca di un senso compiuto, lontano dal banale gruppo di cose e di persone che lo circondano, lontano da una moglie che è ormai solo una presenza fisica, lontano dai parenti che frequenta solo per dovere.
Con la solita magistrale capacità analitica dei fatti e dei pensieri, Simenon sviluppa il percorso del cambiamento di un uomo il quale, pur continuando a fare quello che sempre ha fatto nella sua vita di capitano d’azienda, ora rivive la sua vita sotto una prospettiva differente, al di là dello scontato senso di colpa per una strage provocata per pura voluttuosità.
Ora, quasi avendo intuito di essere alla fine della sua vita sebbene non avendone ancora la certezza, egli ha solo bisogno di capire, di mettere insieme i pezzi sparsi della sua vita, di darle l’ultimo senso prima della fine.
Di qui la ricerca ultima del significato di uno dei più pesanti punti non risolti, ovvero il comportamento della sua segretaria-amante Edmonde, al suo fianco durante il fatale incidente, essa stessa oggetto della colpevole voluttuosità omicida, quindi la sua complice!
Un gioco di sguardi, di parole non dette, di un mistero che lascio al lettore capire se si risolverà o meno.
Joseph in fondo nella sua vita ha sempre avuto bisogno di complicità perché ne è stato privato dal suo carattere schivo e burbero.
Non avrebbe però mai sperato di arrivarci in quel modo, solo e scontento.
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Fuga senza ritorno
Quando Marcus Messner, giovane iscritto al college della sua città natale, decide di cambiare istituto e trasferirsi a chilometri di distanza da casa dei suoi, dove ha vissuto sino ad allora, è perché la sua sopportazione nei confronti della morbosa apprensione del padre ha raggiunto il limite.
Da allora qualcosa cambierà irreversibilmente nella sua vita.
E’ il 1951, la guerra tra le due Coree sta seminando morte e distruzione e l’unico modo per migliaia di giovani statunitensi per sottrarsi alla chiamata al fronte è quella di studiare con profitto.
Nel nuovo college di Winesburg le intenzioni di Marcus sono né più né meno che quelle, in linea con la sua condotta di ragazzo diligente che sin da piccolo era stato educato al lavoro nella macelleria kosher di famiglia dove erano nati e poi proliferati i continui scontri con quel padre le cui vedute conservatrici iniziavano a porre vincoli troppo ottusi alla crescita del protagonista.
Eppure la permanenza e i buoni propositi non si rivelano così fluidi e scontati; ben presto Marcus si troverà a fronteggiare piccoli problemi di vita quotidiana che, se da un lato lo distoglieranno dal dovere, dall’altro faranno maturare in lui quel rifiuto nei confronti di una politica bigotta e pseudo-clericale professata nel college e che rappresenteranno di lì in poi la sua “indignazione”.
La prima uscita con Olivia, ragazza incontrata nel college, finisce per scardinare definitivamente la ormai precarie certezze che il giovane si era costruito e che si basavano sulla cultura castigata e conservatrice del papà macellaio di origini ebree, della famiglia felice a tutti i costi dove le tensioni era meglio reprimerle in nome di una facciata da conservare al cospetto degli altri.
Olivia è il suo contrario, figlia di divorziati, disinibita, con problemi comportamentali, un esempio di quello che c’è fuori dal “guscio” dei Messner o che più propriamente è contenuto in potenza nei Messner ma trattenuto da uno scudo inconscio che li protegge e li fa sopravvivere, ma che ora è finalmente pronto ad esplodere in un pianto liberatorio.
Romanzo atipico quello di Roth, il mio primo, dietro ai cui eventi si nascondono sottili parafrasi di vita e il cui messaggio, sapientemente rinchiuso nell’originale epilogo, è un insegnamento che spaventa.
Tanto è stato attento e premuroso lo studente modello a perseguire il suo percorso che lo avrebbe tenuto lontano dalla guerra, tanto più una banalità, che qui non riporto, lo ha dato in pasto a quella guerra che se lo è portato via.
Marcus è l’agnello sacrificale di una cultura, quella conservatrice Americana di quegli anni (ma non molto dissimile alla odierna, a tratti un po’ bigotta), che poco lasciava alla libertà di pensiero personale e Marcus avrà a disposizione solo quegli istanti prima di morire per riflettere sui suoi errori.
Come una beffa, solo in quegli istanti, sotto morfina, finirà per imparare l’unico insegnamento che quell’odiato padre vicino alla follia gli aveva propinato nel corso della sua breve vita: stare attento a quel “terribile, incomprensibile modo in cui le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli esiti più sproporzionati”.
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Stoicismo magistrale
A metà del secolo scorso, in un lager sovietico, si svolge una regolare giornata, una delle tante, tutte paurosamente uguali, tutte tristemente “normali” per le centinaia di detenuti il cui destino sembra aver fatto a cazzotti con l’illogica legge sovietica secondo cui si finiva in prigione per motivi discutibili.
Ivan Denisovic è al suo ottavo anno di prigionia; ne deve scontare dieci per essere stato così stolto in guerra da essere stato preso prigioniero dai Teseschi.
Questa la sua colpa.
Dieci anni di inferno, alla fine dei quali peraltro non vi è la certezza della fine.
Il tutto in un ambiente angusto, gelido; il termometro è costantemente parecchi gradi sotto lo zero per tutte le 24 ore. L’autore descrive con maestria la pungente sensazione del freddo siberiano attraverso particolari che danno vita alle stesse sensazioni provate dal protagonista.
Eppure per Ivan, ma come per lui lo stesso vale per ogni altro suo compagno, la vita lì dentro ha ormai preso la piega della normalità perché probabilmente la giusta ricetta per sopravvivere a condizioni che ci fanno rabbrividire solo pensandoci è esattamente quella.
Ci si chiede se sia davvero possibile un atteggiamento così stoico di fronte ad un inferno di tali dimensioni eppure il realismo viene da una solida verità, che è sapere che la descrizione degli eventi e della condizione nel lager proviene da un autore che è stato egli stesso imprigionato in uno di quelli, esperienza che è stata cruciale per la sua formazione di scrittore.
L’atmosfera rimane claustrofobica ed opprimente sebbene si è portati facilmente ad apprezzare la superba forza di volontà del protagonista che riesce a gioire di quei pochi elementi e momenti della giornata quali quelli passati in mensa a mangiare la solita ma essenziale brodaglia acquosa.
Ultimo, ma non meno importante motivo per tenersi in vita è lo spirito di gruppo, la solidarietà che accomuna ogni detenuto e che si esprime con piccoli favori e scambi; solo chi riuscirà ad entrare in empatia con il resto del gruppo potrà contare su una ulteriore riserva di ossigeno necessaria ad attendere un nuovo inizio di vita.
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Con loro o contro di loro
Due fratelli e le rispettive mogli si ritrovano in un lussuoso ristorante durante una cena per discutere di un argomento che ha turbato improvvisamente le loro esistenze. I loro figli hanno commesso un delitto, l’uccisione di un barbone, quasi per gioco, per quella incosciente negligenza adolescenziale che ti fa combinare di tutto, a volte con conseguenze inattese.
Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso tutto, la gente ha visto il fatto in televisione, sebbene l’identità dei due giovani non sia chiara.
Di qui l’autore, con una bravura insolita, riesce a comprimere nell’ambito della durata di una cena l’intero racconto che non risulta mai né privo di dettagli né noioso.
Come si reagisce di fronte ad un atto delittuoso commesso da un giovane figlio? Ci si immedesima completamente nel suo stato emotivo prendendone le difese in modo incondizionato oppure lo si allontana e condanna come fosse uno dei tanti delinquenti sulla faccia della terra?
Qui troviamo entrambe le versioni, entrambi gli atteggiamenti impersonati da attori dal temperamento completamente differente.
Serge, il fratello/padre politico di fama e in lizza per il posto di Primo Ministro, appare subito quello distaccato e incline a condannare l’ignobile gesto in nome di una pseudo-morale che gli è imposta dall’etichetta. Le elezioni sono vicine e un’auto accusa pubblica potrebbe dare lustro alla sua immagine imprimendogli l’ultima necessaria spinta verso il successo.
Paul, il fratello/padre professore in aspettativa, ben supportato da sua moglie, mostra invece sin da subito un amore protettivo verso il proprio figlio al limite della negazione della colpa, quasi come se la vittima avesse meritato l’ignobile fine perché si trovava nel posto sbagliato.
I caratteri dei commensali vengono dipinti pagina dopo pagina e si scoprono le psicologie per nulla banali di ognuno di loro. Paul è di sicuro il personaggio meglio sviluppato, nonché voce narrante, del quale emerge un passato di difficoltà che lo hanno persino spinto ad allontanarsi temporaneamente dal proprio lavoro di insegnante.
Paul assomiglia a suo figlio molto più di quanto Serge assomigli al proprio; questo rapporto di forte empatia porterà ad una sintonia emozionale così forte da oltrepassare ogni normale ostacolo morale rendendo di fatto il rapporto padre/figlio estremamente saldo, seppure caratterizzato da una “normale” ma solo apparente distanza.
Del resto Paul sa bene cosa voglia dire l’istinto, l’agire di pancia, atteggiamenti che lo hanno sempre contraddistinto durante la sua vita portandogli non pochi problemi.
Il lettore si troverà dunque tipicamente a dover prendere le parti di una delle due fazioni e non sarà poi così difficile perché sarà portato a ragionare non seguendo la legge, ma entrando vivamente, accompagnato dall’autore, nell’animo turbolento del vero protagonista, Paul, capendone appieno le debolezze che però spesso si rivelano anche essere i suoi punti di forza.
L’atmosfera del racconto rimane costantemente sospesa facendo attendere un finale che sempre più mi ha ricordato una lenta chiusura di un sipario su una scena conclusiva di un dramma teatrale.
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Introspezione e sofferenza
Diviso in due parti, un lungo monologo la prima, un racconto la seconda, quest’opera segna un nuovo capitolo nella vita letteraria di Dostoevskij aprendo la strada a quella che si proporrà poi come la sua grande letteratura che ha lasciato un segno tangibile nella vita di tutti i lettori.
Temporalmente non in successione e staccati da una ventina d’anni le due parti vogliono fungere da introduzione al pensiero la prima (Il sottosuolo) e da applicazione di tale pensiero alla vita reale la seconda (A proposito della neve fradicia).
L’autore, che si identifica nel personaggio narrante, inizia così la lunga descrizione del proprio carattere; ne viene fuori un personaggio in sostanza cattivo, ostile nei confronti di chi gli è attorno, colleghi compresi, verso i quali non si risparmia di apparire sadico e di provocare loro il massimo disagio.
Ma il lettore ci mette poco a capire che tutto ciò è sola apparenza, un meccanismo di difesa messo in atto da una persona fragile che vive ai margini della realtà, schiva come chi si sente inadeguato a vivere in una società del ‘2+2 fa 4’, la società della necessità, dell’apparenza, del ‘devo farlo perché è di moda’.
E’ questo che il protagonista non accetta. Siamo in piena epoca positivista e il progresso scientifico, motore di una dirompente rivoluzione industriale, ha istruito le masse a ragionare con la scienza, con la ragione che diventa la sola leva capace di costruire ragionamenti e, a seguire, tutta la realtà che ne consegue.
L’allontanamento da uno schema così rigido e ragionato si trasforma in un allontanarsi dalla realtà e nel rifugiarsi in se stesso, in quel sottosuolo che fa da tana ristoratrice entro cui esprimere tutto il suo disprezzo e la sua voglia di essere portatore di libertà, di esprimere la propria opinione, di dire la sua, in netto contrasto con la mera omologazione di tutto il resto del mondo che si piega al volere della necessità.
Ma è qui, nel sottosuolo, che invece del riscatto egli finisce per isolarsi ancor più dal mondo e cova la sua inadeguatezza che lo farà apparire così frustrato e carico di tensione agli occhi di chi lo incontrerà.
La seconda parte dell’opera riporta il protagonista indietro nel tempo, alla sua giovinezza, uscendo dalla struttura stretta del monologo riportando alcuni avvenimenti che rafforzano e descrivono meglio quell'aura di decadenza e di frustrazione al limite del disagio mentale che lo accompagnano ogni momento della sua vita.
Lo vediamo interagire con la gente, quella gente che inizialmente affronta spavaldo a testa alta sicuro di poter ‘educare’ ai suoi ideali di libertà di pensiero, ma che si rivela essere un muro contro il quale egli puntualmente si scontra facendosi male e reagendo con crisi isteriche, unico modo per evadere all'istante da una realtà che non gli appartiene, prima del totale rifugio nel sottosuolo ove, almeno temporaneamente, riesce a trovare la sua apparente pace interiore.
Con questa opera Dostoevskij non solo sancisce l’inizio di una nuova epoca letteraria in Russia, ma introduce in letteratura il concetto di ‘interiore’ che farà da apripista per la teoria dell’inconscio di Freud e ispirerà autori quali Joyce e Woolf che nella letteratura inglese introdurranno lo ‘stream of consciousness’, quella tecnica di riportare il monologo interiore eliminando ogni tipo di rielaborazione mentale.
Il tutto fu ispirato all'autore dal duro periodo di prigionia al quale fu sottoposto pochi anni prima e che lo fecero entrare profondamente in contatto con la propria interiorità, un contatto viscerale che aggiunge un ulteriore valore autentico allo scritto che ci invita prepotentemente alla riflessione su noi stessi facendoci sentire di fatto come attori divisi tra il palcoscenico della realtà interiore e quello della più scontata e familiare realtà esterna.
Senso di colpa
Sebbene Lisa si sforzi di essere una madre e moglie attenta e premurosa non riesce a sottrarsi al ritmo sostenuto della sua vita in una tranquilla località del Regno Unito.
Si prende cura dei sue tre figli, due dei quali, un ragazzo ed una ragazza, stanno per passare attraverso la soglia di quell’età critica che ti cambia e ti rende pronto a guardare il mondo con occhi diversi.
Suo marito Joe è un uomo che pur nella sua mediocrità gli è necessario per andare avanti, una delle sue poche certezze, rafforzata ancor più da qualche momento di ordinaria debolezza.
Il suo lavoro, come responsabile di un canile, le permette quella giusta e terapeutica evasione dalla quotidianità e le dà un contributo necessario a mantenere uno stile di vita dignitoso o giù di lì.
Una famiglia come tante.
Ma il ritmo sostenuto e l’insoddisfazione ti portano a non essere impeccabile, a compire degli errori, degli atti mancati che molto spesso si traducono in sottili noie, ma capita prima o poi la volta in cui non riuscirai mai più a perdonarti di essere stato sovrappensiero.
E questo Lisa lo subirà come un fiume in piena.
La scomparsa della figlia della sua “amica” Kate, compagna di scuola di sua figlia maggiore, sembra proprio essere quel macigno che quel giorno ha scelto di colpire Lisa, troppo assorbita dalle normali ma opprimenti vicende della sua vita, rendendola responsabile, seppure in parte, della scomparsa di Lucinda.
E da lì parte una serie di eventi tipici di un thriller che riescono, con la giusta dose di tensione, a portare il lettore a voler andare avanti per scoprire qualcosa che si cela sotto la veste della pura ovvietà.
Cosa si nasconde sotto la scomparsa di Lucinda? Troppo vicini temporalmente i rapimenti di altre due adolescenti della sua stessa scuola, troppo ovvio il parallelismo tra le tre storie, eppure scivolando tra le pagine di questo romanzo ci viene naturale fare alcune domande per dare risposta a diversi ragionevoli dubbi.
Romanzo d’esordio di questa scrittrice, che ancor prima di esserlo è stata madre, moglie e asssidua lavoratrice con la normale paura di poter inciampare in un piccolo ostacolo che la vita ci riserva portando a volte conseguenze disastrose; di qui la riflessione a guardare all’interno delle nostre stesse vite e, dove possibile, ricalibrare paure e priorità per assicurarci un cammino di più alta qualità.
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Uno spaccato della società Vittoriana
Ai tempi d'oggi un colpo pari a quello descritto in questo romanzo non sarebbe probabilmente possibile, invece a metà '800, nell'Inghilterra Vittoriana, la maestria e l'ingegno di Edward Pierce riuscirono ad ideare ed attuare quello che per molto tempo costituì argomento di discussione dai più eleganti salotti alle più basse bettole del Paese.
E parliamo di una storia realmente accaduta!
Nonostante ciò non si perde mai la sensazione di leggere un romanzo e non certo il rapporto freddo di una sequenza di fatti.
Ma a dare a questa storia un tocco di personalità che la rende un ibrido tra un giallo ed un romanzo storico è la sapiente analisi dell'età Vittoriana che l'autore ci regala.
Sono infatti tante le digressioni storiche che intervallano la normale narrazione degli eventi e che spiegano usi e costumi di quella particolarissima epoca alleggerendo dunque la lettura.
La descrizione è fatta così bene che immergersi nel contesto descritto è facile e piacevole quasi avvertendone i suoni, i profumi, i colori.
L'autore si sofferma anche a spiegare il significato di alcuni termini usati in quel tempo per descrivere degli attrezzi o delle attività legati al mondo criminale.
Quello che più lascia straniti è che a compiere l'atto del furto di lingotti d'oro destinati alle paghe dei soldati Inglesi impegnati in Crimea non troviamo il classico delinquente ignorante e di basso rango, bensì un benestante Signorotto alto-borghese.
Ma come detto all'inizio, questo è un colpo per pochi, dove l'astuzia e l'intelligenza prevalgono rispetto al mero bisogno di denaro.
Un finale a sorpresa che esalta ancor più le doti del nostro ladro gentiluomo verso il quale non possiamo non provare un po' di ammirazione.
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Una donna ritrovata
Poche pagine dense di introspezione che portano direttamente al centro delle emozioni della protagonista rendono questo breve racconto un momento di riflessione intensa che può anche aiutare a guardarsi dentro se se ne ha voglia.
Nadia, una donna come tante, ha sempre vissuto una vita come tante, con un marito, due figli, una famiglia che spesso si definisce tranquilla, sino a quando inspiegabilmente si ritrova a partecipare ad una rapina con una coppia non meglio definita.
Ma perché quel gesto?
Come si può incastrare un atto criminale nella vita “normale” di una donna come tante?
La risposta arriverà in carcere, momento di forte introspezione della protagonista, momento delle verità nascoste che lentamente emergono dal sottosuolo dell’animo umano, aiutate dal sapiente lavoro dello psichiatra.
Ed è qui che la vita precedente da normale si scopre essere stata una vita vuota, priva di affetti ed attenzioni, linfa vitale per una donna.
Singolare il modo in cui Nadia descrive la vacuità di se stessa uscendo dal proprio corpo ed impersonandosi in un’altra donna, quella che vorrebbe essere, quella che racconta la storia di Nadia allo psichiatra, primo vero uomo capace di darle attenzioni.
Nadia così si riscopre, espelle l’immagine ormai vecchia di sé che non le appartiene più e nel disfarsene dà un senso a quello che è stato o che, meglio, non è mai stato!
Data la brevità del racconto la narrazione è densa di contenuto, sempre incentrata sulle ragioni dell’anima e riprende temi attuali quali quello dell’alienazione della famiglia e del forte potere di indurre all’introspezione esercitato dalla condizione di essere reclusi, per accorgersi, magari troppo tardi, di verità che forse altrimenti non sarebbero mai venute a galla.
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Una prospettiva alternativa della morte
La morte di una persona cara è capace di sconvolgere, distruggere, cambiare, e se la persona in questione è una ragazzina (Susie) che ha anche dovuto subire uno stupro, preludio al terribile delitto, ciò può rappresentare, per chi resta, un motivo valido per cambiare la propria prospettiva di vita, la propria concezione della realtà da quell' istante in poi.
Tale scenario accomuna ahimè migliaia di famiglie del mondo reale, vicine a quella di Susie, ma lo stile narrativo di questo romanzo riesce a mutare prospettiva d'osservazione, facendoci analizzare il dolore proprio da chi non c'è più, dall'occhio di Susie.
Perché siamo di fatto di fronte a due tipologie differenti di vittime, da un lato chi se ne va, dall'altro chi resta, entrambi capaci a loro modo di provare dolore, un dolore diverso, sconosciuto l'uno, parte della nostra vita l'altro ma pur sempre dolore.
L'atmosfera irreale di Susie che da morta è voce narrante e presenza viva nel mondo dei vivi non disturba affatto, anzi crea la giusta aria rassicurante e protettiva che chiunque abbia subito una perdita del genere vorrebbe sentire per sempre.
Eppure, nonostante tutto, con il proseguire del racconto ci rendiamo conto che chi ha davvero bisogno è Susie, morbosamente attaccata a quella Terra che ha lasciato così prematuramente e interessata con amore a tutte le vicende di chi la piange tanto da palesare la sua presenza in Terra.
E dunque, mentre chi resta finirà per avvalersi di quel potente e naturale strumento che è l'elaborazione del lutto, forte del supporto morale e dell'unione di tutta la famiglia, Susie si vedrà costretta a prendere atto di come va la vita e a continuare a vegliare su di loro, attendendo solo il giorno in cui tutti saranno di nuovo insieme.
Un romanzo che con un tocco di magia ci fa sognare un po' e ci fa riflettere su un tema tanto ostico, la morte, donandole una prospettiva migliore.
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Favola d'altri tempi
Questo romanzo è una favola d'altri tempi, lì dove con le favole si voleva raccontare qualcosa di magico che altrimenti non sarebbe stato così incisivo e chiaro.
Un noto avvocato di New York, Tin Win, di origini birmane scompare improvvisamente e sua figlia Julia si mette alla ricerca del suo passato, in quel suo luogo di nascita, la Birmania, così lontano geograficamente e spiritualmente dalla frenetica vita americana.
Il distacco da casa e l'immersione in un mondo tutto nuovo è da una parte un attribuire un senso ultimo a quella inspiegabile scomparsa, dall'altra un ritrovare se stessa prendendo una pausa dalla vita necessariamente superficiale dei grattacieli.
Prende quindi forma la contrapposizione Oriente verso Occidente, spirito contro superficialità d'animo, che man mano farà da preludio alla descrizione di due tipi di amore diversi, ugualmente reali, entrambi parte della vita di Tin Win, l'uno però più reale dell'altro, quello che prende le viscere e ti trascina via con forza facendoti dimenticare tutte le paure.
Come in gran parte delle favole, ci sono elementi irreali e spesso troppo mielosi, ma fanno parte della specifica struttura della narrazione che, se debitamente fatti propri, possono anche aiutarci a sognare un po' visto che ormai lo facciamo poco di frequente, noi occidentali più vicini ai grattacieli che alle più intime profondità dell'anima.
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Non è mai troppo tardi
Un titolo irriverente che evoca eventi pregni di decadenza e moralismi inesistenti, ma a grande sorpresa dietro a ciò si cela un inno all'amore, una poesia scritta tutta d'un fiato da chi aveva sempre creduto che l'amore avesse una forma ben precisa, salvo scoprire in tarda età che così non era!
Protagonista un novantenne giornalista e professore di lettere che ha speso la sua intera vita nella solitudine dei suoi libri, la sua musica classica e l'amore carnale, quello a pagamento che non gli ha mai permesso di sposarsi perché andava bene così!
Alla soglia dei novant'anni decide di farsi un ennesimo regalo, questa volta con una minorenne vergine che riesce a trovare grazie all'aiuto di una sua vecchia amica che gestisce un bordello.
E' qui, dove il pudore potrebbe mettere un freno inibitore che impedisce di proseguire la lettura in quanto al limite del decente, che si ha la svolta che solo un tale maestro della letteratura ha potuto tessere con un prestigio disarmante.
Il protagonista, narratore in prima persona, passerà intere notti a letto con la ragazzina, che soprannomina Delgadina, senza mai di fatto compiere atti sessuali diretti nei suoi confronti, ma solo sfiorandola e parlandole, essendo lei ogni volta addormentata sul letto della spoglia camera del bordello.
Il professore notte dopo notte porta con sé un oggetto per arredare la stanza, un quadro, una radio per ascoltare la musica classica, dei fiori, il tutto per dare senso a quegli incontri che pian piano diventano per lui necessari quanto il vero amore che sta nascendo per quel fiore appena sbocciato, quanto il vero amore che egli dopo novant'anni e qualche centinaio di donne "usate" riesce a sperimentare per la prima volta in assoluto e che lo fa stare male come un perfetto giovanotto alle prime armi.
Un'adolescenza che ritorna e che gli fa capire la sostanza perduta sino a quel momento, una occasione di effettuare un' introspezione a tutto tondo e comprendere dei meccanismi magici per i quali non risulta essere mai troppo tardi.
E così i novant'anni si trasformano dall'età della decadenza ad una scoperta di volerne vivere altri novanta per poter recuperare il tempo perso e ridare senso all'amore che sino ad allora non era stato amore.
Un racconto in cui ti sembra di ascoltare la voce di chi narra, una voce grave e piena di sentimento, un monito che fa riflettere.
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Il problema insoluto
Osservando la celebre foto di Albert Einstein che lo ritrae in età matura che fa' la linguaccia come a prendersi gioco del fotografo o di tutti coloro che l'avrebbero osservata, si ha un'immagine dello scienziato gioiosa e spensierata, un uomo sicuro di sé, prerogativa essenziale e forse scontata per un personaggio del genere.
Invece questo romanzo mette a nudo la fragilità di un'intera famiglia, la sua, raccontandoci ciò che che c'è dietro quella figura dalla mente immensa che è stata in grado di cambiare la concezione della fisica. Non solo gloria e fama, ma anche tanto dolore e tanta vita "di tutti i giorni".
La storia è quella del figlio Eduard, ricoverato presso la celebre clinica psichiatrica svizzera Burghölzli, che all'inizio del '900 era stata fulcro della psichiatria mondiale grazie ad eminenti figure quali Bleuler e il suo discepolo Jung.
Eduard viaggia con la sua mente che è intrappolata nel guscio amorfo della schizofrenia che gli fa' sentire e vedere cose presenti solo nella sua mente, una malattia che si porta dietro probabilmente da una famigliarità materna. Ed è proprio sua madre, Mileva, concetto moderno di martire, a farsi carico delle sue sofferenze per tutto quello che le è possibile, quasi non fosse già stata caricata a sufficienza dalla vita, con quel suo difetto alle anche che non la fa camminare bene, con la prematura dipartita dello scienziato dalla sua vita, che, forse, le stava troppo stretta come spesso accade a personalità di tale livello.
La sensibilità amplificata di Eduard fa' da cassa di risonanza a quell'abbandono paterno che se non è possibile codificare come causa del suo male di sicuro ha contribuito ad appesantirne le conseguenze come evidenziato in più passi della storia dalle espressioni di odio di Eduard verso il padre, sebbene egli ne riconosca ed esalti costantemente le indubbie qualità mentali.
Dall'altra parte Albert che non si può di certo sottrarre alle tragiche conseguenze del suo gesto che pagherà non da subito, ma da quando è costretto a fuggire in America dall'ombra del naziszmo che lo perseguita.
Ad iniziare da quella visita al figlio, l'ultima della sua vita, immortalata da una foto che li ritrae vicini ma allo stesso tempo tanto lontani e in cui, dall'espressione di Albert, viene fuori prepotente tutta l'angoscia di un uomo che tanto aveva dato sino ad allora all'umanità, tanto aveva ricevuto, ma che ora, lì vicino al figlio per l'ultima volta, appare terribilmente triste e sconfitto.
Non ci si può trattenere dal provare una tenerezza infinita per questo ragazzone che nonostante la sua condizione risulta capace di soffrire per ogni torto subito dalla vita, ultimo dei quali la morte della madre, unico vero sostegno di una vita sublimata, essa stessa vittima a sua volta di una sublimazione che la aliena e la fa' vivere solo per uno scopo ben preciso, un compito divino a cui lei non può sottrarsi perché madre, a differenza di Albert che suo malgrado è fuggito via lontano dai loro cuori.
Il riscatto di Eduard arriva puntuale alla fine del racconto, quando un giornalista lo informa della morte del padre e gli mostra quella foto che li ritrae insieme per l'ultima volta.
La tristezza di Albert ora è evidente anche al figlio che intuisce che forse la causa di quella tristezza è proprio lui, per una volta crede di essere potuto essere lui a far soffrire il padre, questa volta è Eduard che ha vinto su suo padre, ed il suo volto cambia espressione e ritrova, dopo tanto, troppo tempo, uno spiraglio di serenità!
Questo è un romanzo che, pur non mancando di precisi riferimenti storici della vita degli Einstein, si propone di indagare sulle loro anime, territorio che ha suscitato in me un interesse forte e che resta il solo modo per entrare nel pieno del significato della frase di Einstein "mio figlio è il solo problema che resta senza soluzione"!
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Un amore non compreso
Leggendo il titolo di questo racconto e associandolo all’immagine di copertina raffigurante una donna in un costume succinto è stato facile farsi un’idea del contenuto….totalmente errata.
Lo scenario è una Istanbul degli anni trenta, carica di quel fascino che le è dovuto da sempre, tagliata a metà dal Bosforo, distesa tra due continenti che se la contendono e che ne fanno una perla rara al mondo.
La giovane e magnetica ungherese Nouchi ha seguito le orme di tante altre sue conterranee fuggite dal proprio nido per cercare lavoro e soldi facili nei vari night-club della Turchia.
Bernard de Jonsac, meno giovane, interprete e tuttofare francese presso l’Ambasciata di Istanbul si trova proprio in uno di quei night-club, ad Ankara, per cercare un pò di compagnia.
L’attrazione per quella ragazzina così invitante è scontata, un pò meno scontata la richiesta di Nouchi di portarla via con sè ad Istanbul.
E invece la voglia di evadere, di scappare da un passato nebuloso e fatto di immagini ancora troppo dolenti, il disprezzo per quella povertà che l’aveva oppressa sin da piccola, spiegano molto bene la chiara volontà della ragazza intenzionata a riscattarsi, a diventare ricca non con un lavoro sporco e a dimostrare che è arrivato il suo momento.
E sebbene inizialmente sembra disprezzare la comitiva del suo nuovo amico, fatta di un mucchio eterogeneo di individui non meglio precisato, uomini dalla poca voglia di lavorare e il vizio di bere e fumare hashish, pian piano scivola nel loro mondo e si fa trasportare cercando sempre di non perdere di vista l’obiettivo principale della sua missione, quello di avere, di realizzarsi.
Ma più lei si fonde con loro, più la gelosia di Jonsac diventa prepotente, sebbene lui, a causa della sua naturale indole rassegnata e remissiva, riesca a fare ben poco per tenersela stretta.
A ciò non gioverà nemmeno un inatteso matrimonio tra i due, organizzato furtivamente solo per evitare l’espulsione di lei data la sua condizione illegale in quel Paese.
La storia pendola tra la furba leggerezza di Nouchi, civetta tra tanti pretendenti, e l’amore tenero e inespresso di Jonsac che subisce questo matrimonio in bianco, che lei mai avrebbe voluto.
Eppure Jonsac medita una vendetta, un modo per tentare almeno di farla ingelosire e lì dove trova una potenziale luce, Lelia, i suoi timidi modi di fare finiscono per complicare ancor più i fatti, sfiorando una tragedia.
Ma sarà proprio la tragedia mancata a rimettere in binario Nouchi che mossa da compassione è costretta a rivedere la sua posizione e a concedere se stessa a colui che tra tutti, forse per la prima volta in assoluto, la stava amando.
Jonsac rimane un uomo perdente che non ha saputo giocare le sue giuste carte, ma di sicuro si è complicato la vita decidendo di imbattersi in chi con la sua indole aveva poco o nulla a che fare, disturbato da una cerchia di amici che poco avevano in comune con lui se non andare a cenare sempre tutti nello stesso ristorante...il ristorante di Avrenos!
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La sofferenza vera
Nel Padiglione Cancro entri "qualcuno" e diventi un ammalato.
E non importa se entri con giacca e cravatta o con degli stracci, perchè varcata la soglia ogni singolo dettaglio o persona ti fa ricordare che tu hai il cancro.
Pavel Nikolaevic Rusanov credette di entrare in un ospedale ordinario, nulla di che, poi lui, dirigente di partito, sarebbe stato trattato da vero ospite d'onore; per questo, famiglia al seguito che lo scortava, non si fece mancare nemmeno il "pigiama nuovo nuovo, color verdebruno, e delle soffici pantofole da camera, con il risvolto di pelo", per rendere la degenza un pò più confortevole.
Per non parlare delle premure di sua moglie Kapitolina Matveevna che si sincerò immediatamente con l'infermiera che il marito fosse trattato con premura in quanto funzionario molto quotato, per cui avvezzo ad essere trattato con le massime attenzioni da tutti quelli che in qualche modo ci avevano a che fare.
Sino a quando non entrò nella stanza alla quale era stato destinato.
La famiglia non c'era più, il mondo esterno nemmeno, le attenzioni della gente solo un lontano ricordo.
Ora solo altri ammalati, come lui, chi più grave, chi meno, "otto esseri squallidi, in quel momento a lui quasi uguali, otto malati dai pigiama bianchi e rosa, ormai molto stinti e lisi, uno rattoppato, l'altro strappato, quasi tutti sproporzionati alle persone che li portavano".
Rusanov non ci mise molto a capire che l'aria che avrebbe respirato in quel posto aveva poco a che fare con ciò a cui egli era abituato; eppure ciò era un passo obbligato per prendere totale coscienza della gravità della malattia.
I veterani della stanza ormai riuscivano a sdrammatizzare il loro disagio, come Efrem, dalla parola facile che usava disinvolto termini quali "cancruccio" e "cancrone", un pò per sdrammatizzare, un pò perchè la lunga degenza portava effetti disastrosi e faceva perdere la pazienza.
La narrazione procede con la descrizione degli altri ospiti, ognuno con la sua storia, ognuno con il suo cancro, per ognuno dei quali Solzenicyn ci regala dei ritratti eccezionali che con poche pennellate ci trasportano dentro di loro facendoci comprendere la sofferenza e la voglia di guarire oppure, sembrerà strano, quella di morire, perchè per alcuni di loro solo la morte poteva rappresentare l'assenza di ogni dolore.
E tra tutti un posto d'onore spetta a Kostoglotov, ex deportato che subì la tragica esperienza del gulag, e nel quale è facile scorgere i forti tratti autobiografici dello stesso Solzenicyn, cancro incluso.
Rusanov contro Kostoglotov, il potere politico contro la lotta per i diritti umani, la finzione contro l'autenticità, la freddeza nei rapporti contro la voglia di amore, spesso soffocata.
La narrazione è attenta e scorrevole, ogni capitolo è compiuto e si sofferma su di un personaggio oppure su un rapporto tra più personaggi dando sempre quella sensazione di piacevole pesantezza che ci fa riflettere e soffrire insieme a tutti gli ospiti.
Un finale non scontato che accompagna Kostoglotov al di fuori dell'ospedale, finalmente "libero" come fosse uscito da prigione a godere di semplici cose quali una passeggiata e finalmente pronto a dichiarare il suo amore per quella persona che lo aveva curato, la dottoressa Gangart, verso la quale non era mai stato capace di esternare nulla, sia per timidezza, sia perché nel Padiglione cancro non c'era spazio per l'amore!
Un romanzo pieno di sofferenza, ma anche di amore, amore celato, ma non per questo di scarsa potenza; una cornice alla vita dell'autore che la sofferenza l'aveva vissuta e in tal modo ha deciso di farcela conoscere con un monito a non dimenticare.
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Un'amicizia lunga una vita
Come un quadro dipinto con poche pennellate decise e dai colori saturi, così questo racconto riesce, in poche pagine, a raggiungere la sua completezza in una storia che ci regala sensazioni che ho trovato appaganti e profonde.
E del resto l'autore, Fred Uhlman, per un periodo della sua vita si è dovuto guadagnare da vivere proprio vendendo i suoi quadri, pur non essendo un pittore di professione, ma per necessità.
E di professione, a ben vedere, non è stato nemmeno uno scrittore perché nasceva avvocato.
Ma le vicende di una vita travagliata e una condizione disagiata quale l'appartenenza ad una famiglia ebrea in terra tedesca ai tempi del nazismo sono riuscite ad imprimere a questo "avvocato" una forza tale da fargli esprimere l'essenza di una vita di sofferenze in un piccolo capolavoro che pare debba rimanere per sempre nel panorama della letteratura mondiale.
Protagonista il sedicenne Hans, appartenente ad una famiglia tedesca di origine ebrea sempre vissuta in Germania e che sente vivamente, soprattutto nella figura di suo padre, il senso di appartenenza a quella terra, alla parte nobile di quella terra, patria di "Goethe e di Schiller, di Kant e di Beethoven".
Un'amicizia che d'improvviso esplode con il coetaneo Konradin, figlio di nobili, anch'essi legati visceralmente alla loro nazione, ma a quell'altra faccia, quella "nazionalista", quella marcia che stava prepotentemente costruendo se stessa per mano di un singolo che attirava folle e plagiava menti.
Se da una parte Hans si dimostra un libro aperto agli occhi del nuovo amico aprendogli la porte di casa e presentandolo alla propria famiglia orgoglioso di quell'amicizia, Konradin si mostra sempre un po' più riservato e distante tenendo lontana la sua famiglia da Hans.
Questi inizialmente non ne comprende il motivo che invece diventa manifesto durante un evento pubblico, in un teatro, dove Hans tragicamente intuisce quella enorme distanza tra la famiglia di Konradin e la propria, specchio del contrasto storico tra nazisti ed ebrei.
E il conseguente cambiamento di atteggiamento, il distacco del fidato amico Konradin fanno da chiusura temporanea del rapporto tra i due che in realtà non si rivedranno mai più, perché figli di ideologie troppo distanti.
Ma è alla fine, nelle ultime righe del racconto che Hans, ormai adulto e stabilitosi in un altro continente, leggendo uno stralcio di una comunicazione del vecchio Liceo frequentato da ragazzo, trova il senso di quell'amicizia che trent'anni prima sembrava essere terminata per una divergenza di idee.
È qui che quell'amico da "perduto" diventa "ritrovato"!
L'amico ritrovato si legge in poco meno di un paio d'ore e rimane nel cuore, immagino, per sempre.
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Una famiglia atipica
Leggendo il titolo si potrebbe essere portati a pensare al singolo che, preso dall’angoscia di qualche evento doloroso o perché malato di gioco, si rinchiude in un casinò ad attendere la fine del proprio denaro, inesorabile epilogo degno di ogni dipendenza, ma che nella mente del malcapitato rappresenta la sola vera valvola di sfogo in cui annegare i propri pensieri.
Storia già sentita, troppe volte.
Il vero quadro raccontato da Dostoevskij ne “Il giocatore” è quello di una famiglia allargata atipica dalla morale dubbia.
Atipica perché non rispondente alla solita struttura genitori-figli, di dubbia morale perché ognuno dei componenti sembra non provare dei sentimenti veri e genuini verso nessun altro.
Il Generale, anonimo capofamiglia, spoglio di qualsiasi autorità degna del proprio titolo è caduto in rovina e ha un disperato bisogno di soldi per estinguere il suo debito con il Marchese De-Grieux, presenza non meglio definita nel racconto.
Aleksej Ivanovic è il precettore dei figli più piccoli del generale che ha anche una figliastra, Polina, innamorata di De-Grieux e della quale Aleksej è invaghito.
Tutti insieme si ritrovano in una cittadina della Germania per giocare alla roulette insieme a Madamoiselle Blanche, di cui Il generale è innamorato, e la madre di lei.
Unica salvezza, ancor più che il gioco, potrebbe essere una tanto attesa lettera con la notizia della morte della nonna Antonida, malata da tempo, la cui eredità sarebbe una manna dal cielo.
Ma non solo la lettera non arriverà mai, ma a gran sorpresa sarà proprio la nonna stessa in carne ed ossa a presentarsi e la stessa scoprirà una forte passione per il gioco che la condurrà attraverso vicende che si dividono tra il comico e il grottesco.
La narrazione non entra nel dettaglio dei sentimenti di nessuno dei personaggi, si limita solo alla descrizione dei fatti, ma nonostante ciò il lettore riesce ad avere chiaro in mente un quadro desolante che ne esce perché il gioco pare essere il solo mezzo per risolvere sia situazioni patrimoniali che passioni che hanno difficoltà a trovare una via di sfogo più naturale.
E il gioco, come avviene nella vita reale, è capace di portare grandi gioie e grandi dolori, molto spesso in un frangente di tempo davvero limitato.
Non mancano i momenti di pura comicità e in questo senso vincente si rivela la figura della nonna e la sua poltrona sulla quale siede mentre è portata da un posto all’altro da tutto il suo entourage.
La differenza sociale tra le diverse classi è l’altro tema chiave del racconto; nobili e “gente comune” messi l’uno affianco all’altro, con il contrasto tipico che ne consegue, con le relazioni che si costruiscono e si sfaldano come fossero nodi legati alla buona.
Unico vero “vincitore” del gioco, quello sociale, non quello d’azzardo, risulta Aleksej il precettore, equilibrio di varie qualità, pur senza eccellere in nessuna di loro.
Il Giocatore si legge in modo piuttosto liscio proprio perché non impegna, non per questo però manca di far riflettere su situazioni di vita che molti di noi della “vita reale” si sono trovati a vivere almeno una volta.
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Il non processo
Il Processo narra una vicenda che vede protagonista un funzionario bancario di nome Josef K. il quale nel giorno del suo 30º compleanno riceve la visita di due sconosciuti che lo dichiarano in arresto.
Di qui parte la discesa verso meandri sconosciuti della mente e della giustizia umana attraverso i quali è facile perdere sia l'orientamento che la fiducia stessa verso una risoluzione positiva la quale non verrà mai.
Ed è lì dove ci si aspetta che una normale e più volte sentita storia di giustizia o ingiustizia prenda il suo svolgimento che il lettore rimane interdetto nello scoprire che la narrazione segue un filo al limite del logico, colorandosi di tratti puramente tipici dello stile kafkiano.
E si passa quindi attraverso un "non tribunale" formato da un "non giudice" accompagnato da un "non pubblico"; il tutto sovrastato da un insolita e ancor più terribile mancanza: l'accusa.
Eh si, perché nessuno in questa storia si preoccupa di capire di cosa il povero Josef K. sia stato accusato, nemmeno lui stesso per il quale la voglia di auto difendersi è di gran lunga superiore a quella di conoscere il motivo per il quale lo si fa'.
A poco servirà la comparsa di alcuni personaggi che cercheranno di dare un aiuto al protagonista che ormai è spacciato e non ha alcuna possibilità di riscatto.
Il Processo è un romanzo che porta in sé i tratti tipici di un racconto onirico con un misto di desiderio di soluzione da una parte e accostamento illogico di elementi e personaggi dall'altra.
Ed è forse questo accostamento al sogno che lo rende in sostanza unico e a tratti divertente alleggerendo un po' quell'aria soffocante che emerge dalla descrizione dei luoghi e degli stati d'animo.
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Un pezzo di Puglia
Il matrimonio in Puglia non è un evento, è una dimensione spazio-tempo parallela dove può succedere di tutto!
E solo chi lo ha vissuto in prima persona, come me, sa cosa vuol dire!
In questa storia si ripresentano uno dopo l’altro molti degli elementi tipici che sono parte strutturale delle vicende che caratterizzano il copione classico del matrimonio Pugliese, il quale ha sempre la stessa trama e spesso gli stessi interpreti.
A fare da cornice all’intero racconto è il potente Maestrale che continuerà a soffiare per tutta la durata della storia che si articola in un weekend. Ed il vento vuole rappresentare l’immancabile elemento che dà il via ad un serie di pensieri scaramantici che sono parte della linfa necessaria di un matrimonio, ancor più se Pugliese.
E via con gli scongiuri affinché almeno all’uscita dalla chiesa il vento ceda al clima di gioia e alle acconciature architettoniche delle signore pianificate già mesi addietro, ognuna dal proprio parrucchiere di fiducia, ovvio, perché il proprio è sempre il migliore!
I personaggi principali ci si aspetta siano la sposa e lo sposo, del resto è la storia del loro matrimonio, di fatto non è così perché traspare in modo più viscerale ed autentico la passione di vecchia data che accomuna Ninella, madre di Chiara (la sposa) a Don Mimì, padre di Damiano (lo sposo).
E’ dunque il ritorno al loro passato e la ricerca di riprendere in mano una passione che aveva visto i due consuoceri protagonisti tempo addietro a dare vita all’unico amore sano che è presente in tutta la narrazione, tanto sano quanto impossibile perché la vita ormai li ha portati verso percorsi diversi che si sono ricongiunti peraltro proprio grazie alla unione dei loro figli, condizione sufficiente a tenere i due “amanti” ognuno al proprio posto, sebbene….
Oltre questo Amore ci sono poi tutti gli altri, imperfetti, troppo giovani, immaturi.
Ad iniziare da quello degli sposi, spesso messo in dubbio da presenze che ritornano dal passato o dagli stessi attori appartenenti al palcoscenico delle nozze o da quello della giovane sorella della sposa alla ricerca spasmodica della perdita della verginità e di qualche chilo di troppo. O ancora a quello del fratello dello sposo, gay non dichiarato, del resto siamo in un piccolo paesino della Puglia, in una delle famiglie più ricche, come si potrebbe mai pensare di esternare tali “eresie”?!
Finiscono di condire questa simpatica storia alcuni ingredienti fondamentali di quella pugliesità viscerale che sono l’arrivo della zia della sposa, ormai da tempo residente al Nord, che non perde l’occasione di far notare come “loro”, al Nord, siano più emencipati oppure la madre dello sposo, tipico personaggio arricchito grazie alla fiorente attività del marito, Don Mimì, facoltoso commerciante del paese.
La lettura di questo libro è riuscita a farmi respirare “l’aria di casa mia”, l’aria di quella Puglia che riesce a farsi sentire attraverso tutti e 5 i sensi, incluso anche il sesto, ma solo per chi l’ha vissuta.
L’autore ha dovuto documentarsi molto bene, non essendo nato o vissuto lì, per riprodurre i luoghi e tutti i tratti tipici de quel posto e della gente che ci vive e posso dire che lo ha fatto in modo egregio.
La lettura diventa scorrevole e strappa più di qualche sorriso regalando momenti di spensieratezza e, per chi come me ci è vissuto, dei forti e piacevoli ricordi.
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