Opinione scritta da Mian88
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Punte spuntate
Con “Tatà” torna in libreria Valérie Perrin, autrice già nota al grande pubblico per i suoi “Cambiare l’acqua ai fiori”, “Tre”, “Il quaderno dell’amore perduto”.
Fondamentale una precisazione stilistica della traduzione: il titolo ha un accento in più per distinguere il nomignolo affettuoso che in Francia viene usato per indicare “zietta” e che in Italia corrisponde a governante. In questo scritto, infatti, protagonista è una zia che dopo essere morta, ri-muore rivelando di non essere deceduta davvero la prima volta.
Ancora una volta ci ritroviamo il cimitero, un luogo che nei romanzi dell’autrice viene vissuto con dolcezza, con il rispetto del silenzio che lo caratterizza e delle anime che lo abitano in virtù di quei legami generazionali che si susseguono. Non mancano poi i legami quali l’amicizia, la musica popolare, la pedofilia, la musica classica, l’amore in tutte le sue forme, dalla nascita a tutte le forme che assume nel tempo, il legame genitoriale, la perdita e la mancanza. I fantasmi sono tanti e ogni giorno ci legano l’un l’altro.
«[…] Ho la sensazione di non avere più desideri, di aver amato troppo e male, di aver consumato il mio capitale sentimentale, sento che il mio cuore è logoro e bucato come un vecchio paio di jeans su un banco del mercato delle pulci di Saint-Ouen, che aspiro soltanto a stare da sola, a parlare con un cane di passaggio, con un gatto randagio, con gli uccelli nel cielo o con una coccinella che mi si posa per caso sul maglione.»
Non mancano, ancora, i rimandi incrociati tra pellicola cinematografica e canzoni e per riuscirci ci regala anche spaccati di vero e proprio cinema con tanto di sceneggiature. L’impostazione di “Tatà” ricorda molto quella di un fotoromanzo che viene descritto in ogni pagina con una foto diversa. Ogni personaggio è raccontato nel dettaglio e con molta attenzione a quelli che sono gli aspetti più particolari della narrazione.
Conosciamo Colette, la zia (tatà), conosciamo Agnes, la nipote da cui passano i fili della trama stratificata che andiamo leggendo, conosciamo Hanna, la madre di Agnes e cognata di Colette, conosciamo Blanche che è avvolta nel misterio, conosciamo lei, la Vita, quell’esistere che si apre al mondo in tutte le sue complicate e disordinate relazioni e che ci portano a incrociare ogni singola dimensione. C’è anche il nostro desiderio di sapere e sapere ancora anche se sapere tutto è impossibile, c’è ancora la sincerità che è alla base delle emozioni, c’è il racconto di un vivere e di un esistere.
«Non mi scuotete, sono pieno di lacrime.»
La Perrin sa sempre come emozionare il suo lettore grazie a quei nodi emozionali che sa toccare. Tuttavia, in “Tatà” la sensazione è che abbia voluto fare troppo. Per quanto l’idea sia piacevole, per quanto sia mantenuta l’atmosfera che normalmente ricrea, per quanto la trama sia sviluppata nel canonico mezzo narrativo, tra queste pagine la sensazione è quella di un costante “troppo”. Troppe pagine, troppi incastri, troppi personaggi, troppe voci, troppi snodi che appesantiscono una narrazione che avrebbe ugualmente reso con molto meno. Il romanzo di suo non brilla di originalità, la storia talvolta è anche ai limiti del blasfemo e se ci si aggiunge questo aspetto descrittivo e prosaico, diventa ancora più complessa da “digerire” e apprezzare.
Nel complesso un libro dalle buone intenzioni ma dalle punte spuntate.
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Flora, Miles e le presenze oscure...
“Il giro di vite” di Henri James è un libro che o si ama, o si odia. Divide il pubblico e suscita diverse emozioni e diverse sensazioni che variano a seconda delle letture. Sicuramente è uno di quei libri che non basta leggere una volta sola ma che richiedono, senza ombra di dubbio, una lettura ulteriore.
Pubblicato per la prima volta nel 1898, si propone come una lettura in stile gotico e che è caratterizzata da uno stile che sin dalle prime battute punge e coinvolge il lettore. Le parole di James non sono mai lasciate al caso, sono ricche, descrittive al punto giusto, minuziose. Le scene che vengono delineate accompagnano passo passo e permettono al lettore di avere vivido nella mente ciò che viene narrato senza alcuna difficoltà. Questo favorisce l’immedesimazione.
L’intera narrazione ruota attorno alla sensazione di oscure presenze, fantasmi, che si aggirano nelle vite dei protagonisti. Abbiamo una istitutrice che si prende cura di due bambini, Flora, di otto anni, e Miles, leggermente più grande. I ragazzini vivono con la governante, la signora Grose, in una sperduta località dell’Essex di nome Bly. Sono orfani dei genitori e sono protetti da uno zio che però è molto impegnato in città. È un uomo che mai si sottrae al prendersi cura delle loro necessità seppur da lontano. A causa della morte prematura della precedente istitutrice, viene assunta una nuova ragazza che è figlia di un povero parroco di campagna. È lei che narrerà le vicende aggiungendosi a una prima voce narrante che conosciamo nel prologo. È un personaggio, questo, senza nome che attorno al focolare nella notte di Natale, partecipa a uno scambio di storie sui fantasmi. Douglas narrerà di una casa a Londra ove è custodito un manoscritto relativo a una storia di fantasmi raccontata dall’istitutrice di sua sorella. Una matriosca nel vero senso del termine, un escamotage narrativo con cui James arricchisce la narrazione, la rende ancora più sinistra e rende ancora più complesso il rompicapo da risolvere. Nulla tra queste pagine deve essere dato infatti per scontato.
«[…] Se mi guardo addietro, mi pare che tutto sia stato pura sofferenza; ma, almeno, sono arrivata finalmente al duro nocciolo della questione, e la via di scampo piú sicura sta nell'andare avanti.»
“Il giro di vite” di Henri James gioca molto su sottointesi e atmosfere che suscitano curiosità ma che richiedono pazienza nell’attendere. Non è un romanzo immediato e ancor meno rapido. Questo si può ipotizzare per scelta volontaria stante i molteplici espedienti narrativi adottati. Altra dimostrazione della sua bravura è data dal fatto che il testo, nonostante gli anni, è ancora attuale e capace di coinvolgere il lettore dell’ora come il lettore del tempo.
Flora e Miles sono perfettamente tratteggiati. Se agli occhi della istitutrice appaiono come due bambini angelici e buoni, due ragazzini di rara bellezza e bontà, nel conoscitore si definisce, al contrario, un discreto senso di inquietudine innanzi a loro. Tende a stare sempre sul chi va là. A maggior ragione con la consapevolezza della perversione e della depravazione dei fantasmi di Quint, defunto inserviente di Bly, nonché della signorina Jessel, la precedente e già citata istitutrice.
Di contro, interessante è il ruolo della nuova istitutrice che non fa altro che far da testimone dei misteri e delle apparizioni che si susseguono. Non riuscirà mai a venire in contatto con lo zio ma resterà occhio tra il consapevole e non consapevole degli accaduti.
«Il momento si protrasse tanto a lungo che sarebbe bastato poco ancora per farmi dubitare che anch'io fossi viva.»
Non può forse gridarsi al capolavoro quando si parla de “Il giro di vite” di Henri James, ma cosa certa è che si tratta di un titolo che nella sua brevità sa offrire tanto al lettore. È una storia che con una rilettura si lascia apprezzare ancora di più. Al contempo è un testo che sa coinvolgere e trattenere tanto per descrizioni quanto per narrato. Divide per la sua impostazione non immediata che dunque porta anche a quei dovuti sospiri.
Uno di quei libri da leggere almeno una volta nella vita e da gustare piano piano senza aspettative ma con naturale curiosità.
«[…] Sarei riuscita ad andare avanti soltanto prendendo confidenza con quella natura, mettendola in conto, e considerando il mio mostruoso calvario come una spinta in una direzione insolita, certamente, e sgradevole, ma che richiedeva dopotutto un altro giro di vite alla consueta, umana virtù.»
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Perdersi ma non ritrovarsi
“Il mare non bagna Napoli” altro non è che una raccolta di cinque racconti e di questi, i più godibili e apprezzabili, sono senza dubbio i primi due. Questo perché l’autrice riesce a descrivere una Napoli nel suo aspetto più autentico e non per forza bello, una Napoli che di suo è popolare e anche un po’ disagiata, una Napoli che si attacca alle tradizioni e alle consuetudini e che per questo mostra anche una visione che non rappresenta l’ideale canonico che immagiamo pensando alla realtà napoletana.
Nel quarto racconto, ancora, lo squallore della realtà descritta emerge con tutta la sua forza. Non c’è dunque da stupirsi della difficoltà dell’autrice del far ritorno a un popolo che non la vede di buon occhio, ivi comprese le rappresentanze politiche.
«Non occorreva molto per capire che qui gli affetti erano stati un culto, e proprio per questa ragione erano decaduti in vizio e follìa; infine, una razza svuotata di ogni logica e raziocinio, s'era aggrappata a questo tumulto informe di sentimenti, e l'uomo era adesso ombra, debolezza, nevrastenia, rassegnata paura e impudente allegrezza. Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee all'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuna lo avesse visto, o lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale.»
Nonostante gli intenti, così come la denuncia sottesa, possa essere di interesse per il lettore, il problema dell’opera è lo stile narrativo che, dopo un inizio tutto sommato lineare, finisce per arrovellarsi su se stesso e per perdersi in digressioni e articolazioni che sono “troppo”. Il lettore arrivato a un certo punto perde le coordinate, si perde nel quantitativo di informazioni, si perde, ancora, negli intenti che dovrebbero essere alla base dello scritto. Si tratta di un’opera di denuncia agli intellettuali napoletani dell’epoca o ancora è una reportistica dettagliata su quel che succede angolo per angolo, strada per strada, della realtà del tempo e del luogo? Questo fa sì che l’attenzione cali e con questa anche l’interesse per un’opera che, al contrario, avrebbe potuto dare molto e con molto meno.
«Ma quegli uomini e donne e bambini seminudi, e cani e gatti ed uccelli, tutte forme nere, sfiancate, svuotate, tutte gole che emettono appena un suono arido, tutti occhi pieni di una luce ossessiva, di una supplica inespressa – tutti quei viventi che si trascinavano in un moto continuo, pari all'attività di un febbricitante, a quella smania tutta nervosa che s’impadronisce di certi esseri prima di morire, per un gesto che gli sembra necessario, e non è mai il definitivo – quella grande folla di larve che cucinava all'aperto, o si pettinava, o trafficava, o amava, o dormiva, ma mai veramente dormiva, era sempre agitata, turbava la calma arcaica del paesaggio, e mescolando la decadenza umana alla immutata decenza delle cose, ne traeva quel sorriso equivoco, quel senso di una morte in atto, di vita su un piano diverso dalla vita, scaturita unicamente dalla corruzione.»
“Il mare non bagna Napoli” è uno di quei testi che vanno letti al momento giusto ma anche con la dovuta cognizione di causa. Certamente risente del tempo, certamente risente dell’impostazione che ne caratterizza la struttura, ma certamente è anche uno di quei testi che fa pensare al “sopravvalutato”. Questo anche se, come me, il lettore ci si avvicina senza aspettative.
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Vuoti a rendere, mura e occasioni perdute
«Basta che tu lo desideri. Però non è semplice, sai desiderare qualcosa con tutto il cuore. Può darsi che ci voglia del tempo. E che lungo il percorso tu debba abbandonare tante cose. Cose preziose, a cui tieni. Non darti per vinto, però. Perché non c’è fretta, la città rimane lì, non sparisce.»
Haruki Murakami è uno di quegli autori che o si amano, o si odiano. Ultima sua fatica è “La città e le sue mura incerte”, titolo non immediato che si scopre poco alla volta ma che richiede anche una discreta dose di pazienza.
In apparenza siamo davanti a una storia d’amore, o almeno è così che ci viene presentata. Lei vive in una città dalle mura insormontabili e che non è segnata o tracciata su mappe. È un luogo che può essere trovato solo se ci si crede con tutto il cuore, con tutta l’intensità del caso. Poi, come se nulla fosse, ella sparisce. Lui per effetto cade nello sconforto e si risveglia in una vita catatonica, monotona, routinaria. Ha una casa in cui abita da tanto, un lavoro in editoria ormai assodato, una serie di abitudini improcrastinabili. Questa vita che è trascorsa lenta, adesso non gli basta più. Si risveglia all’improvviso ritrovandosi ora uomo adulto che torna a pensar al passato e a quella donna che gli ha fatto provare un sentimento fortissimo all’età di diciassette anni. Si rassegna perciò a vivere in solitudine, con quel che ha, di quel che ha. Il risvegliarsi lo porta a rimettere in gioco tutte le carte in tavola, lascia la casa, lascia il lavoro e decide di diventare bibliotecario in un microscopico paesino sconosciuto a Dio e situato in una montagna altrettanto ignota.
E se quella città che aveva scorto in adolescenza stesse tornando? E se quel desiderio fosse davvero a portata di mano ma il tempo per lui fosse ormai passato? È davvero passata quell’occasione? Altri sono pronti a prendere il suo posto?
«Non esiste nessuno che non abbia dei segreti. I segreti sono qualcosa di cui abbiamo bisogno, per vivere in questo mondo. Non è così?»
“La città e le sue mura incerte” di Haruki Murakami è molto più di una storia d’amore. Si tratta di una storia di perdita, di vuoto, di un vuoto che in nessun modo può essere colmato. È la storia di un vuoto con cui si può solo imparare a convivere. È una storia tra fantastico e onirico che solletica e accarezza con l’intensità di una lama tagliente e che ci riporta in quel realismo magico proprio del narratore.
A tornare sono proprio le ambientazioni che abbiamo conosciuto in “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”. Tornano le mura, tornano le ombre, tornano i guardiani, i sogni, lo sdoppiamento tra due mondi, il ruolo cardine del bibliotecario, la forza delle parole. La sensazione, tuttavia, è quella del déja-vu e questo a causa del fatto che l’autore torna a soffermarsi su un’idea già trattata ed elaborata seppur non fino a fondo stante la necessità di tornarvi sopra. Il lettore non ne è subito consapevole e dunque è affascinato e al contempo respinto dal narrato. Il retrogusto che lascia è quella di un qualcosa di già scritto, di una riscrittura in toto. Sono presenti anche tutti quei temi – dal modo di narrare la donna e il sesso passando per una prosa chiara con elementi onirci ed ancora protagonisti in procinto di cambiare la propria vita, confusone tra realtà, un finale aperto –, che da sempre ne caratterizzano le opere.
«No, ho mormorato fra me, al mondo non c’è niente di perfetto. Se una cosa ha una forma – qualsiasi cosa, di qualunque genere –, ha sempre un angolo morto che diventa il suo punto debole.»
Un libro, “La città e le sue mura incerte”, da leggere con un approccio asettico, senza aspettative, altrimenti non riuscirà a soddisfarle. Al contempo può essere un buon modo per avvicinarsi a Murakami anche se, certamente, non può annoverarsi tra i lavori più riusciti. Si sente l’esigenza dello scrittore di tornare su un tema che non era stato esaminato in ogni sua sfaccettatura, ma il ritmo è lento, non accelera, procede in modo costante e segue la canonica penna ricca di dettagli e prolissa che da sempre caratterizza il giapponese. Senza lode, senza infamia.
«Ho cercato per anni le parole giuste per spiegare a me stesso quello che vidi quella notte. Ho letto tanti libri, ascoltato i discorsi di tanti saggi. Ma le parole che cercavo non le ho trovate. E senza poterla esprimere con le parole giuste o le frasi adatte, la mia angoscia è diventata sempre più profonda. Il dolore era sempre con me. Ero come un uomo che cerca l’acqua nel deserto.»
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Chi non dorme, si rivede...
«Il giorno in cui il destino ti busserà sulla spalla ti sembrerà uguale a tutti gli altri. Il monito che suo nonno le ripeteva quando era piccola assomigliava tanto a un antico proverbio africano. Forse per questo, da quando era arrivata a Pakali, lei ci pensava ogni mattina. Fin da bambina, Erica De Roti non sopportava l’idea di essere sorpresa dalla sorte o di trovarsi impreparata davanti alle giravolte dell’esistenza. Per cambiare questa sua attitudine aveva deciso di intraprendere un viaggio alla fine del mondo. A trentacinque anni voleva provare a diventare fatalista. Dopo aver trascorso un gelido Natale a Firenze, a gennaio si era improvvisamente ritrovata in un luogo dominato dal calore, una forza invisibile che consumava e prosciugava. Perciò il vero problema non erano i quaranta gradi di temperatura, costanti anche di notte.»
È da questo breve incipit che ha inizio “La casa dei silenzi”, ultima fatica a firma Donato Carrisi e che si dedica nuovamente al protagonista Pietro Gerber portando avanti quella che è la trilogia iniziata con “La casa senza ricordi” e proseguita con “La casa delle luci”.
L’addormentatore di bambini ancora una volta dovrà vedersela con un bambino e i suoi incubi. Le paure di quel bambino lo riporteranno a vivere altrettante paure che oscillano tra mondo dei sogni e realtà. Scopriremo dei tanti meccanismi del sonno, meccanismi che andranno ad avvalorare e arricchire la narrazione e le varie e molteplici dinamiche descritte. Questo favorirà la comprensione degli eventi e permetterà al lettore di entrare sempre più nelle varie vicende e di conoscere di tematiche di grande attualità tra cui l’universo femminile e la cronaca nera.
Matias è sconvolto ogni notte da un sogno ricorrente in cui appare una donna misteriosa. Ma può l’immaginazione prendere il sopravvento su quella che è la percezione dei fatti effettivi?
«Perciò, se ammettiamo che ognuno di noi possa avere una propria percezione delle cose, come possiamo escludere che esistano realtà che alcuni riescono a cogliere e altri invece no?»
Ne “La casa dei silenzi”, l’autore, ci propone una storia fatta di abusi, violenza, ingiustizia e paura. Ci porta anche ad essere scettici e a ricordarci che non tutto è come sembra e che la verità non è necessariamente quella che noi vediamo. Per far ciò gioca anche con l’aspetto della suggestione.
La scrittura è la canonica di Carrisi, il cerchio si apre e richiude in totale e perfetta linearità. Tuttavia, questa serie persiste ad avere qualcosa che convince fino a un certo punto. Trattiene e incuriosisce ma è anche priva di quel mordente che spinge ad andare avanti e a voler scoprire ancora e ancora.
Per quanto sia innegabile il desiderio del narratore di soffermare l’attenzione sulle dinamiche femminili e una lotta interminabile alla libertà, l’impianto narrativo è debole, un po’ scontato e anche ripetitivo. Stessa cosa vale per la forma stilistica che riprende e ricalca le stesse linee dei lavori pregressi. Difetta di originalità.
Buono negli intenti ma non completamente riuscito. Lascia con quel senso di insoddisfazione che porta a chiedersi se sia veramente opportuno proseguire e portare avanti una serie che sin dal principio ha dato molto da pensare.
Mattia
«Non ti interessa di procurarmi guai” gli ho chiesto con un filo di voce.
“A te interessa di procurarmene da quando sei nato?”»
Torna in libreria Marco Balzano con un nuovo titolo, con un nuovo romanzo dalle tinte storiche. Le opere dell’autore non sono mai scontate e sorprendono sempre e immancabilmente per la prospettiva con la quale si rivolgono al lettore. Nulla è cioè lasciato al caso o al dubbio.
Siamo a Triste, la città italiana che per definizione rappresenta il confine con il resto d’Europa, siamo negli anni del fascismo e della guerra. Rappresenta, ancora, un confine che è una distanza anche quando distanza non è (o non sarebbe).
Mattia Gregori nasce nel 1900 ed appare sin da subito ai lettori come un protagonista estremamente complesso. Diventa ben presto una camicia nera ma non tanto per spirito di aggregazione quanto per conferma della sua problematicità. È un giovane uomo irrisolto che desidera conoscere la verità, soprattutto su sua madre. In punto di morte la donna che lo ha cresciuto gli ha rivelato di non essere la madre naturale. Diventando fascista egli crede di poter intessere una rete che lo porti a scoprire del vero nome della donna, nome che il padre ostinatamente gli cela. Mattia cova tanta, tanta rabbia. Una rabbia sorda, che pulsa, che chiede di uscire. L’identità della madre è un chiodo fisso ma anche una questione ossessiva di cui deve venire a conoscenza. Ogni volta che pensa di averla trovata, la delusione è cocente perché poco dopo realizza di aver nuovamente fallito nella ricerca. Ed ecco ancora che torna la rabbia, una rabbia che per uscire si sfoga su chiunque gli è a tiro.
Se da un lato si lascia alla rabbia per scoprire della madre, dall’altro, vuole essere temuto. Quelle guance da “bambino” troppo a lungo lo hanno penalizzato. Adesso vuole rispetto come capomanipolo. Controverso anche il rapporto con il padre Nanni, orologiaio nonché uomo paziente e preciso. Dal suo canto, Nanni, è preoccupato per questo figlio che non ha freni e ancor meno controllo. Non si lascia intimidire dal ruolo di Mattia e ancor meno dal suo atteggiamento, lo conosce, conosce il figlio; eppure ne è al tempo stesso rammaricato.
«Negavo ogni cosa, eppure quando ero da solo nella penombra della camera m'impensierivo. Forse aveva ragione. Me lo leggeva in faccia che recitavo la parte del fascista convinto anche se convinto non lo ero affatto.»
Gli anni scorrono, il tempo passa. Se Nanni diventa preda di quegli squadristi che lo condannano e vessano per non aver fatto la tessera, Mattia persiste a non avere direzione e finirà con lo scegliere l’individualismo e, se innanzi a una scelta, la strada più conveniente. Deve sopravvivere a qualunque costo, senza possibilità di fallimento. Si auto-illude anche di poter provare amore, distorce se necessario la realtà con fantasie necessarie al sopravvivere.
Mattia è un personaggio che cela tante fragilità e paure ma che indossa perennemente una maschera (o più di una all’occorrenza). Il suo evolvere si ha poco alla volta, piano piano. Balzano arricchisce il personaggio con brevi frammenti in corsivo che interrompono la narrazione cronologica e che inducono a far pensare a una ipotetica sua situazione di pericolo che consente di mantenere vivo l’interesse. È un protagonista ben lontano dagli stereotipi e stratificato. Non è semplice da gestire e da delineare, ancor meno è semplice e facile farlo amare al conoscitore perché non suscita l’empatia spesso cercata nei personaggi principali.
In “Bambino” ritroviamo tutta la maestria di Marco Balzano. Non è un romanzo semplice, non è un romanzo immediato, non è un romanzo dove si può dare qualcosa per scontato, eppure è anche un romanzo che sa farsi amare e che conquista per il grande equilibrio che sa dimostrare. Ogni parola, frase, pensiero, riflessione è ben ponderata ed articolata. Niente è fuori posto.
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Trudy e Bruno
«Mio figlio Oscar, otto anni, che fa le elementari e studia le stagioni, mi tempesta di domande.
«Papà, qui dice che ci sono le stagioni, e che d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo. Perché da noi non ci sono le stagioni? Non piove mai, neanche in autunno, quando il libro dice che dovrebbe».
«È perché siamo a Billenshaft, è un posto speciale. Dopo quello che è successo. Prima c’era la guerra, eravamo nell’esercito, a combattere, tutti i giorni. Rischiavamo la vita ad ogni istante, sai quanti ne ho visti morire? E la guerra non finiva mai, non sapevamo neanche dove ci trovavamo. Ci buttavano in campo e l’unico nostro scopo era sopravvivere, in mezzo al fango. Molti cadevano. Quando non combattevamo era quasi peggio: ci tenevano dentro dei contenitori di ferro, niente da bere e da mangiare, vivevamo in mezzo agli escrementi».
«Caro, non lo terrorizzare!», disse mia moglie.
«Eh, è bene che sappia. Fatto sta che un bel giorno, ci hanno portati via, ci hanno tolto l’uniforme, ci hanno rivestiti, e ci hanno messi in questo mondo, che a me è parso fin da subito una meraviglia. Qui hanno ricostruito tutto, in modo che fosse più semplice vivere. Ti piacerebbe morire di caldo? O di freddo?».
«No, papà. Ma perché non ci sono gli uccellini? E nemmeno gli insetti. Io non ho mai visto neanche una mosca, o un ragno».
Ha inizio da questo breve incipit “Wunderland”, opera ultima di Francesco Recami, edita per Sellerio, che ci porta a conoscere un mondo fatto di distopia. Bruno Stock ha una moglie e un figlio di otto anni di nome Oscar. È un rappresentante specializzato in articoli di cancelleria e vive in una località ove tutto funzione e ove tutto ruota attorno alla ferrovia. Tutti sognano di entrare a farne parte, tutti desiderano lavorarvi.
Il luogo ha però anche regole ferree tra cui un coprifuoco specifico, la corrente elettrica che viene meno dalle 9 di sera alle 8 di mattina ed ancora, non piove mai. In questo posto, inoltre, le barriere sembrano essere invalicabili tanto da delinearne un confine serrato. La sua esistenza scorre tranquillo fino a quando, una sera come tante, non conosce Trudy. Ella offre il suo corpo in cambio di denaro e per una questione di attrazione fa innamorare Bruno. È un amore senza confini che da puro desiderio per l’uomo e lavoro per la donna, diventa vero e proprio sentimento. È un sentimento non ben visto però. La moglie di Bruno non vuol essere lo zimbello del paese e mira a intascare l’assicurazione che è determinata dalla morte del coniuge, al contempo Bruno vuole salvare Trudy ma non ha il denaro sufficiente che viene richiesto dai suoi magnaccia. Succederà che i due coniugi cercheranno una soluzione che porterà alle conseguenze più nefaste e obbligherà Bruno e Trudy a fuggire verso Wunderland, la città dove è possibile ricominciare e avere una seconda occasione. Ma sarà davvero così? Per Trudy e Bruno sarà possibile crearsi una nuova vita? O questo desiderio è un miraggio come lo è Wunderland stessa?
Francesco Recami, con questo suo ultimo scritto, ci propone un romanzo lineare e circolare ove tutto ha inizio e si sviluppa in perfetta sincronicità ma senza nulla lasciare o risparmiare al lettore. È un romanzo onirico ma al tempo stesso intriso di tinte distopiche che rimandano a grandi classici come “1984” di Orwell. Di fatto Recami parte da un modellino ferroviario, un vagone militare tedesco che risale agli anni Trenta e che riproduce un vagone dell’esercito germanico usato al tempo dai gerarchi nazisti.
All’interno questo contiene salottini arredati lussuosamente, camere da letto, bagni, vasche e chi più ne ha più ne metta. È un vagone usato molto probabilmente per il divertimento. È un modellino realizzato da un artigiano in scala 1 a 87 (ove un centimetro equivale a 87 cm, scala che in gergo si dice HZero). Da qui si sviluppa una storia fatta di intrighi, di amore, di riflessione e di tanto altro ancora. È un testo che niente risparmia e che niente pretende. O si ama, o si odia. Questo per storia, sviluppi e struttura.
Ad ogni modo, anche se è un Recami diverso, non perde quelle che da sempre sono le caratteristiche delle sue opere e non delude le aspettative degli appassionati.
Una piccola curiosità: se siete appassionati di modellini ferroviari e vi interessa il modellino di cui al libro, a Firenze presso il museo HZero, potrete soddisfare il vostro appetito di sapere. Una visita della durata di un’ora adatti e grandi e piccoli, da non perdere così come Wunderland.
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Il campione emozionale
«Apro gli occhi e non so dove sono e chi sono. Non è una novità: ho passato metà della mia vita senza saperlo. Eppure oggi è diverso. È una confusione più terrificante. Più totale.»
Cosa significa essere un campione? Quale sacrificio, quale verità si nasconde dietro la facciata di un uomo che nella vita ha vinto tutto il possibile dettando anche le regole e i connotati di uno sport emblematico per le sue etichette?
Sta per scendere in campo. Andre Agassi sa benissimo che si trova davanti a quello che probabilmente rappresenta il suo ultimo match. È un uomo giovane in apparenza, ha solo trentasei anni, eppure il suo corpo, in particolare al mattino, sembra dimostrarne novanta. È pieno di dolori, la muscolatura è compromessa, la schiena è “rotta”. Dopo trent’anni di scatti, arresti, balzi e atterraggi sul duro, il suo corpo è consumato. Ma è davvero pronto a smettere? Lui che è stato numero uno del circuito Atp per 101 settimane, vincitore di 60 titoli – tra cui 7 tornei del Grande Slam – nonché vincitore dell’oro olimpico nel 1996 ad Atlanta è pronto ad appendere la racchetta al muro?
Si trova a New York, sta partecipando agli US Open 2006. La moglie, Stefanie Graf, e i due figli, un maschio e una femmina, di cinque e tre anni, sono con lui. Vivono a Las Vegas, Nevada, ma in questo momento si trovano in una suite del Four Season Hotel della Grande Mela.
Andre gioca a tennis per vivere, perché lo ha reso famoso, perché è sempre stata la sua vita, ma in realtà odia il tennis. Lo odia sin da piccolo, da quando il padre lo obbligava a combattere con “il drago” a colpire palline su palline senza sosta, sempre più veloce. Il padre, ex pugile di origine armena ma nato in Iran e naturalizzato statunitense, che parlava cinque lingue e nessuna bene, lo spronava a colpire 2.500 palline settimanali, per 17.500 mensili per oltre un milione l’anno. Solo così sarebbe stato imbattibile. Adesso, che è un uomo adulto e a fine carriera, sta per scendere in quel campo che tanto lo ha reso solo decretandone il passaggio alla Storia dei campioni.
«Il campo, dove mi sono sentito così solo e indifeso, è il luogo dove adesso spero di trovare rifugio dalle emozioni di questo momento.»
In “Open” conosciamo la storia dalla conclusione. Da qui torniamo indietro e riscopriamo in ordine cronologico il percorso del tennista. Non è una canonica biografia esattamente come canonico e tradizionale non è stato il protagonista. Scopriamo le fragilità di un uomo, le sue paure, il suo essere così emozionale e non così controllato come abbiamo pensato nelle occasioni in cui lo abbiamo visto scendere in campo.
Agassi ha lottato sempre e perennemente, dentro e fuori dal campo. Tra demoni e palline. Odia se stesso perché non sa staccarsi dal tennis, odia il tennis ma al tempo stesso lo ama per quel che tira fuori in lui e per il campione che gli permette di essere. Tra vittorie e sconfitte, tra solitudine e grandi preparatori atletici quali Gil Reyes che in lui ha visto la stella, che in lui ha creduto ogni singolo giorno per ogni singolo set.
Lo stile è semplice, poco erudito, volontariamente colloquiale e questo per suscitare maggior coinvolgimento nel lettore.
Una storia che ci parla di uno sport solitario, psicologico e fatto di individualità, una storia che ci invita a non arrenderci davanti alle difficoltà.
«Mi ricorda il modo in cui i secondi diventano minuti che diventano ore, e ogni ora può essere la più bella della nostra vita. O la più buia. Dipende da noi.»
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Universo di solitudini e silenzi
«Solo che… di recente mi chiedevo se avere tutti i bisogni materiali soddisfatti fin dalla nascita sia stata una cosa positiva, per noi. Ho l’impressione che ci sia mancato il desiderio, l’impulso verso le cose. Verso la ricerca, come mi piace chiamarla. Quando i genitori o i nonni hanno già cercato e conquistato, alle generazioni successive cosa resta da fare?»
Avvicinarsi a Liz Moore significa sempre intraprendere un viaggio non solo nella storia ma anche in noi stessi. Ogni sua narrazione è una storia unica ricca di emozioni, riflessioni e crescita. Tanti i temi che tratta, mai uguali, sempre diversamente introspettivi e magnetici. Ogni suo titolo è un viaggio all’interno di un differente mondo e con differenti prospettive.
Ne “Il dio dei boschi” ella ci propone un testo che già dalla sua struttura emerge per la complessità. In primis è composto da due spartizioni temporali, una prima ambientata nel 1961 e una seconda ambientata quattordici anni dopo e cioè nel 1975. Qui conosciamo un bambino, Bear, e una adolescente, Barbara, due fratelli, accomunati da un luogo e da una sparizione. Abbiamo ancora una madre, Alice, che vive nel dolore e che si anestetizza bevendo. Prima un bicchiere, poi due, poi chi più ne ha più ne metta. E se all’inizio questo concedersi un bicchiere è un modo per sopravvivere anche alle apparenze a cui si sente forzata per convivere con il marito e il suo mondo, poi diventa un modo per vincere il male che è dettato dalla perdita e la depressione. Ella deve conservare la reputazione della famiglia, non può far scomparire il contesto sociale in cui si ritrova.
D’altra parte, i Van Laar sono sempre vissuti tra privilegi e ricchezza. Tutti dipendono da loro e a loro si rivolgono sottovoce. Sono i fondatori del campo estivo di Camp Emerson, sono gente abbiente che frequenta locali e ambienti altolocati, famiglie più che benestanti di Manhattan e del New England, hanno un ruolo d’onore nella vita degli abitanti di Shattuk anche perché è grazie a loro che il paese ha una entrata economica.
Barbara Van Laar ha un carattere ribelle e sta attraversando una di quelle fasi della vita in cui accettare il cambiamento e comprendere il senso del vuoto, è difficile, per non dire impossibile. È l’estate del 1975 quando riesce a convincere i genitori a frequentare il campo estivo. Ed è sempre l’estate del 1975 quando il suo letto viene trovato vuoto. Di lei nessuna traccia, nessun segnale, nessuno motivo che possa far dedurre alcunché della sua sparizione. Tracy, che in quel periodo le è stata accanto, sa e non sa. Sa che ogni notte si alzava per un motivo specifico, sa che la ragazza nascondeva qualcosa ai più grandi. Ma sa anche che non può e non deve parlare. Un fatto che rimanda al 1961, alla scomparsa di Bear, il fratello. Al tempo le indagini si conclusero con un buco nell’acqua non portando a nulla.
Tocca a Judita Luptack far luce sul mistero. Perché per scoprire di quel che è successo nell’oggi è forse necessario tornare nello ieri, aprire il vaso di pandora, far luce su quella rete di intrecci, rancori, depistaggi, trame oscure, silenzi che regolano le dinamiche della società.
«Alice fece come le era stato detto. Certe volte aveva la sensazione che la sua vita consistesse nell’obbedire agli ordini di chi si trovava in una posizione superiore alla sua, o nell’impartirli ai suoi subordinati. Solo quello che aveva con suo figlio era un legame che esisteva al di fuori di qualunque gerarchia di potere. Lo amava e basta, senza condizioni o complessità. Ed era certa che lui la amasse allo stesso modo.»
“Il dio dei boschi” definisce e delinea un mondo fatto di solitudini e silenzi e dove il mistero del thriller ben si coniuga con l’aspetto più introspettivo ed emotivo. Al tutto si somma una perfetta caratterizzazione dei personaggi, e nello specifico di Barbara, TJ, Tracy, Judy, Bear, Alice, Louise etc, nonché temporale. Viene magistralmente descritta anche quella che è una società tipicamente maschilista e retrograda, una società dove spesso i destini sono già scritti senza possibilità alcuna di revisione.
Altro grande carattere degno di nota della Moore è dato dal fatto di essere riuscita a costruire una serie di microstorie in cui ciascuna ricompone un puzzle più grande. Ciascuna si interroga su un diverso aspetto e passo passo ricompone il quadro. Ci mostra un mondo dove verità scomode si fondono e intrecciano con altrettante verità scomode e con la consapevolezza che spesso nascendo ricchi si perde la passione, il desiderio, la conquista anche delle piccole cose. La propria reputazione diventa una ossessione vera e propria, una maschera imprescindibile a cui non ci si può sottrarre. E se si cerca di evadere? Di scappare da questa gabbia dorata, di ribellarsi a questa e a quel che essa determina e comporta? E se si decide di vivere il sentimento fregandosene della maschera, fregandosene di quel che viene imposto? Quali sono le conseguenze della propria ribellione a un mondo precostituito?
«Baciare qualcuno – qualcuno che vuoi baciare, intendo – è come vivere dentro la canzone più bella che tu abbia mai sentito. È la stessa sensazione.»
“Il dio dei boschi” si interroga su questo e molto altro ancora. Tra privilegi, potere, silenzio e soprattutto solitudini, si dipana un thriller psicologico che non delude le aspettative e che coinvolge e trattiene il lettore tra le sue pagine.
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Ritrovarsi
«Alla fine avevo ceduto e Bambina e io avevamo cambiato casa.
Ci eravamo trasferite nel Quartiere Triste, dove, da quando erano andati in pensione, si erano trasferiti i miei genitori.
Un posto tranquillo, Chiara.
Pieno di verde.
Non sembra neanche di stare a Roma.»
Torna in libreria Chiara Gamberale, autrice amata dal grande pubblico, che con “Dimmi di te” (Einaudi, Stile Libero) ci fa destinatari di un racconto intimo e intimistico, un testo che ha anche tratti autobiografici e che conduce in quella che è una ricerca personale, sul proprio essere in costante divenire, in piccoli e grandi abissi che sono sinonimi di perdizione.
Un figlio è sempre un qualcosa di potente e sconvolgente nella vita di una persona. Cambia i ritmi delle giornate, cambia le abitudini, cambia il punto di prospettiva da cui si osserva; una prospettiva che non è più focalizzata solo sull’io individuale bensì sul “noi/lui/lei”. La figlia, Bambina, di anni sei, è capitata ed è una nuova responsabilità per Chiara. Quest’ultima ha adesso bisogno però di uscire dal guscio, di ritrovare il proprio io donna. Sente la collisione tra ciò che era prima e ciò che è adesso. Per uscire da questa fase che può definirsi ristagnante, decide di ricostruire una mappa affettiva delle sue “stelle polari”. Come fare? Ripartendo da quel che era un tempo, da quegli amici che durante gli anni della sua adolescenza considerava essere colonne portanti imprescindibili.
«Come hai fatto a crescere? Ho chiesto in questi mesi alle mie stelle polari di quel tempo andato che non se ne andrà mai».
Ed è necessario ripartire da piccole cose, da piccole grandi domande per ricostruire un ponte tra lo ieri e l’oggi. “Dimmi di te”. È questa la domanda che ella pone a Raffaello, Riccarda, Stefano, Ivan. Un registratore alla mano, una domanda e le orecchie e la testa pronte all’ascolto. È troppo presto però per sentirsi rivolgere ella stessa delle domande, ecco allora che queste sono a lei impossibili da fare. Nessuna domanda sulla sua vita personale è ammessa. Questo non è il suo momento, è il loro. Se vuole davvero crescere, il primo passo da fare è affrontare il confronto. Lo sa bene. Deve mettersi in gioco con realtà diverse, far proprie le confidenze, imparare dal vissuto altrui, correggersi ove necessario, interrogarsi ove occorre.
«Mi dispiace. Riuscivo a ripetere solo mi dispiace, ma avevo la sensazione che Cate non avesse bisogno di troppe altre parole, dentro di sé, dove c’era la sua frana, rispetto a quelle che si sforzava di trovare da sola.»
Chiara Gamberale si mette a nudo in “Dimmi di te”. Scrive un romanzo in cui parla di emozioni, legami, sensazioni. Parla d’amore, parla d’amicizia, parla di sogni, parla di illusioni, parla di disillusioni e parla ancora di storie di vita. Perché la vita è così, uno spartiacque tra lo ieri e l’oggi, tra un vivere in costante crescere e vivere, tra sogni realizzati e sogni non realizzati, tra obiettivi raggiunti, cadute, rialzate e fallimenti.
Alla soglia dei quarant’anni, con un futuro ancora da vivere, con un futuro ancora da scrivere e con un passato già scritto, Chiara butta giù il suo bilancio personale. La scrittura è piana, piatta. Lo stile è quello noto ai lettori.
Siamo davanti, con “Dimmi di te”, a un romanzo introspettivo che oscilla tra dovere e necessità, che riflette ruotando sulla sua essenza e che per questo o si ama o non arriva. Occorre cioè essere nel momento giusto per leggerlo ed apprezzarlo, altrimenti rischia di restare fine a se stesso.
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Una tigre celata
«Una cosa però è vera, quando si riesce a parlare di trauma, vuol dire che si è già un po’ salvi. Ciò non significa che siano la parola o la letteratura a costituire la terapia. Al contrario, la scrittura può avvenire solo quando il lavoro, una parte del lavoro, è stato fatto, quel pezzetto di lavoro che consiste nell’uscire dal tunnel. […] Se si riesce a parlarne, scrive Virginia Woolf, è perché l’evento è staccato dalla sofferenza pura, che viene vissuta nella modalità dell’irreale.»
Neige Sinno, francese di origine e trapiantata in Messico, dona ai suoi lettori uno scritto forte e duro che nulla cela. “Triste tigre” diventa sin da subito un caso editoriale in Francia e in tanti altri paesi. Vince il Premio Strega Europeo 2024 e in 230 pagine di testo delinea la storia di una bambina che viene abusata dal patrigno sin dall’età di circa sette/nove anni e sino all’adolescenza.
Non è solo una testimonianza, ancor meno solo un memoir. È un testo che muove da frammenti autobiografici, di memorie, di ricordi, di riflessioni a posteriori, di riferimenti letterari e tante tante altre tematiche sottese.
È bene dire sin da subito che non si tratta di una lettura semplice e ancor meno è caratterizzata da una scrittura leggera. È un testo che mette a nudo e si mette a nudo, con tutte le sue caratteristiche più intime. Uno dei più grandi meriti di Sinno è quello di riuscire a trattare il tema in modo oggettivo, distaccato, ben focalizzato. Non cade mai nel vittimismo, parla sempre con cognizione di causa e giusta riflessione.
«Camminare come funamboli sul filo dei nostri destini. Inciampare, ma ancora una volta non cadere. Non cadere, non cadere.»
Ancora, l’opera di Neige Sinno non è una ricerca di giustizia personale. Al contrario, il suo è un tentativo per salvare e mettere in guardia altre persone che possono, per qualsivoglia motivo, trovarsi nella stessa situazione.
Ed è questa la forza ennesima della letteratura, delle parole: riuscire a parlare del dolore, riuscire a sensibilizzare anche quando le tematiche trattate toccano aspetti di grande intensità e personalità, come i più piccoli, delicate.
Quale può essere la cura per far fronte al male? Come combatterlo? Come vincerlo? Come comportarsi davanti a un dolore indescrivibile? Probabilmente rispondendo al male con il bene, con la dolcezza, con la voglia e il coraggio di ricominciare e andare avanti una volta per tutte.
“Triste tigre” è un messaggio corale in cui i confini tra vittima e carnefice sono labili e associati alla propria unicità. Non vi è un verdetto finale, vi è al contrario il desiderio di trovare un modus operandi per ripartire, muoversi, agire. Ricominciare davvero dopo un mondo che è crollato in pezzi.
«Io ho voluto crederci, ho voluto sognare che il regno della letteratura mi avrebbe accolta come una delle tante orfane che vi trovano rifugio, ma neppure attraverso l’arte si può uscire vincitori dall’abiezione. La letteratura non mi ha salvata. Io non sono salva. […] L’importante non è ciò che hanno fatto di noi, ma quel che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi.»
E noi vogliamo crederci con te, Neige. Vogliamo credere che ci sia un rifugio, che l’arte possa salvare, che la letteratura salvi. Anche se forse non saremo salvi nell’oggi, anche e forse siamo tutti un po’ orfani, anche se forse la letteratura non ci salverà, anche se forse la strada sarà un continuo di ricerca e crescita nei corpi che scorrono e vagano.
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Ada & David
«[…] Ada percepì una tensione tra David e Liston. Anche se era giovane, ne conosceva la causa: il desiderio di Liston di proteggerla con l’onestà, il desiderio di David di proteggere lei da se stesso, con ottimismo, speranza e un po’ di beata ignoranza del destino che lo attendeva.»
Il rapporto tra Ada e suo padre David non è come il normale rapporto tra un padre e una figlia. Loro prima di essere una famiglia sono una coppia intesa come una squadra. David Sibelius è un uomo di grande spicco, lavora in uno dei più importanti e all’avanguardia laboratori di informatica nella Boston degli anni Ottanta e lavora a un programma dal nome Elixir, un programma che anticipa un po’ quello che sarà il progresso dell’intelligenza artificiale e che porta a replicare il linguaggio umano. Per Ada il programma rappresenta una sorta di diario segreto, di amico informatico con cui dialogare e che costantemente aggiorna. Il programma replica tutto quello che Ada dice, acquisendo vocaboli, struttura, dialogo. La dodicenne è cresciuta con costanti stimoli dal padre, quest’ultimo la porta con sé in laboratorio, le ha fornito una serie di codici da decrittare, le ha trasmesso il suo sapere. Per Ada lui è tutto. Liston e tutti gli altri membri del laboratorio ne sono appendici. È abituata a frequentare adulti ma non anche ragazzi, vede il mondo con gli occhi del genitore. Tuttavia qualcosa di inaspettato accade: David scompare. Si tratta di una scomparsa temporanea, dopo quarantotto ore tornerà a casa ma attorno a questo gesto si nasconde una più grande verità che porterà allo stravolgimento totale e completo del mondo di Ada. Una serie di circostanze la porteranno a vivere da Liston, a conoscere i suoi figli, a dividere uno spazio comune, a staccarsi da quel che è sempre stato. Tante saranno le crepe che si manifesteranno nel passato di David e scoprire quella che ne è la verità sarà uno dei più grandi obiettivi di Ada non solo da adolescente ma anche da adulta quando avrà un ruolo importante in una azienda della Silicon Valley.
«Decrittare la rinfrancava sempre: era una maniera semplice di restituire ordine all’universo, di raddrizzare qualcosa di storto, di rimettere il latte versato nella bottiglia. Era un’operazione che implicava giustizia.»
“Il mondo invisibile” di Liz Moore è un romanzo molto particolare per struttura e storia in sé. Lo sviluppo è ben cadenzato, il ritmo narrativo ben distribuito in un accelerare e rallentare costante. Lo stile è fluido, ben articolato. Ben strutturati anche i salti temporali che si alternano con maestria e senza difficoltà in quella che è una narrazione che porta il lettore a entrare a far parte di un mondo completamente sconosciuto ma intenso.
Tante le peculiarità che colpiscono e che vanno dal legame tra il padre con questa figlia al mistero che si cela nel loro passato e che riporta la protagonista al bisogno incessante di ritrovare le proprie radici.
«[…] Immaginava che per accettare la mano tesa di Liston avrebbe prima dovuto lasciare quella di David. E che, se l’avesse fatto, lui sarebbe precipitato a picco nell’abisso che si apriva sotto i suoi piedi.»
“Il mondo invisibile” è uno scritto in cui Liz Moore sviluppa in modo consistente le vicende e dove i personaggi sono vividi. Pagina dopo pagina il lettore è sempre più incuriosito da quel che legge e brama di sapere ancora e ancora. Non si è davanti a un elaborato scontato, anzi. È un componimento appagante e corposo, ricco di spunti di riflessione e magnetico. Un libro da non perdere, uno dei migliori dell’autrice. Un libro letto oltre un anno fa ma che resta indimenticabile.
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Bentornato Cesare
«Ma così va il mondo, c’è sempre qualcuno pronto a spiegarti qualcosa, e quel qualcuno spesso nelle tue scarpe non ci ha mai camminato.»
Quando uscì per la prima volta “La tentazione di essere felici”, il ricordo è quello di aver provato un senso di curiosità che poi è stato totalmente appagato dalla lettura. Cesare Annunziata si era rivelato sin dalle prime pagine un personaggio forte, magnetico, energetico, uno di quei volti che ti fa sorridere, ti suscita immedesimazione, empatia e al contempo ti trattiene con sé facendoti riflettere. Quando Feltrinelli ha annunciato la nuova pubblicazione con lui protagonista, la paura è stata tanta: un’opera così ben riuscita può ri-eguagliarsi? O addirittura superarsi?
È un lungo agosto quello che si apre innanzi a noi. Un mese umido, caldo e spregioso in quel di una Napoli vuota dei suoi canonici abitanti. Cesare si aggira per la città, respira afa e diffonde consigli anche a chi delle sue parole importa meno che zero. È un Cesare ben diverso da quello che abbiamo conosciuto. Ha qualche anno in più, o almeno sembra, è ancora più stanco ed è anche più solo di quel che ricordavamo. Non è più quell’orso chiuso e burbero che avevamo conosciuto, non è più un uomo che evita l’umanità cercando di non essere da questa contaminato. Ha tanto, troppo, tempo per pensare e paradossalmente inizia a desiderare di condividere qualcosa con gli altri, a maggior ragione se donne e a maggior ragione se nei loro occhi vede un dolore nuovo ed oscuro. Perché Cesare adesso aggiusta. Cosa? Aggiusta ciò che è rotto e in particolare cura le anime di chi ha bisogno di essere rattoppato. E se Eleonora pensa a rimettere in libertà i suoi gatti, ecco che Federico, il nipote, vive in un mondo tutto suo e affronta il tempo della scontrosità con il mondo intero, ed ecco ancora che Marino persiste con il suo gioco di scacchi. Attende settembre Cesare, attende e pensa al susseguirsi delle stagioni della vita. Ripensa a quelle scatole di fiammiferi che gli regalava la moglie per un suo mancato coraggio di dirle la verità, si sente inetto per non aver davvero amato la sua Caterina, per averla giudicata fino alla fine, per non essere stato un buon padre e per non essere riuscito a intessere con Sveva un rapporto vero e forte, anela ancora in lui un rumore sordo che lo fa sentire da sempre in gabbia. Ci guarda e ci osserva, Cesare. Ci fa notare come siamo diventati una generazione fatta di fretta, corse, telefonini, schermi e rapidità. Ci invita a guardarci intorno, ci invita a camminare nel parco, ad osservare. Ed è qui che lui per primo osserva quella ragazzina che incontra per caso proprio lì.
Se con Emma ci aveva provato senza riuscire, con Iris si incaponisce e diventa una questione di principio. Per l’ex ragioniere e Batman, il cucciolo di cane che gli appioppa la figlia Sveva in occasione delle vacanze, è fondamentale aiutare la ragazza incontrata per caso ai giardinetti in un giorno di pianto. Riuscirà il buon vecchio Cesare (modo di dire eh, non ti arrabbiare Annunziata!) ad aiutarla? A salvarla?
«La solitudine è terribile, che credi, significa non poter parlare di sé a nessuno, che ascolti i tuoi problemi, che condivida le tue gioie, i dolori.»
“La vita a volte capita” è un romanzo per chi cerca ristoro, per chi cerca una coccola per ripartire, per chi vuole cogliere una mano tesa, per chi ha voglia di aprire il cuore e la mente. Lorenzo Marone ci riporta al suo personaggio più importante con tante emozioni, ci invita ad aprirci e soprattutto a guardarci dentro, ci fa assaporare cosa sia la solitudine, cosa sia la paura, cosa sia il dolore e ancora la rabbia, che si sia in una fase dell’adolescenza o in una più matura. Perché alla fine l’ordine degli addendi, non cambia.
Si inizia a leggerlo con calma, questo libro. Poi la lettura accelera e accelera ancora di più sino a quello che è un epilogo che è vivido negli occhi e nel cuore. Cesare ci saluta con un cenno e continua a camminare e a vivere la sua vita sino a che gli sarà concesso. E lo stesso ci invita a fare. Chissà, forse un giorno, se saremo fortunati, lo rincontreremo anche.
Il mio grazie sincero a Feltrinelli per questa occasione di lettura e per questo ritorno a Cesare che da sempre scalda e resta nel cuore.
«[…] Mia madre non perdeva troppo tempo dietro a noi figli, era un’altra epoca quella, si cresceva per strada, ma uno dei suoi insegnamenti lo ricordo bene: mai giudicare le persone al primo sguardo, come ha fatto quella signora, siamo tutti molto più complessi di quel che crediamo.»
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Luciana e Domenico
«Più veniamo spazzati come bianche carcasse di pesci morti dalla mano titanica e nuda dell'amore, più vediamo aree verdeggianti di noi, boschi mai esplorati, popolati di strane creature, affamate e dolcissime. […] L'anima che non parla, esprime con il corpo le sue urla.»
Maria Grazia Calandrone ci ha abituati con “Dove non mi hai portata” a un linguaggio poetico ed emozionale che ci conduce per mano e ci trasporta in universo fatto di legami e sentimenti che si intersecano con quelli che sono i bisogni, desideri e le aspettative di una figlia che mai ha conosciuto la madre. Con “Magnifico e tremendo stava l’amore” torna in libreria con un testo ben diverso, a metà tra il reportage e il memoir. Per la precisione ella ci riporta al 2004, anno in cui un fatto di cronaca sconvolse il grande pubblico: Luciana Cristallo, sposata giovanissima per scelta, per amore e per inesperienza, con un giovane uomo calabrese di nome, Domenico Bruno, più grande di lei e anche più scaltro, nonché divenuta da lui madre di quattro figli, si macchia del reato più grave; l’omicidio ai danni proprio del marito. Dopo anni e anni di vessazioni, violenze, soprusi e chi più ne ha, più ne metta, la donna a seguito di una discussione spropositata, lo uccide. Non conta il fatto che si fossero separati ormai da tempo, non conta il fatto che le loro vite ormai proseguissero su binari paralleli. Talvolta una miccia è tale da riportare a galla tutto il malessere vissuto e provato in anni e anni di vessazioni. Luciana Cristallo sarà assolta sia in primo che in secondo grado con la formula “il fatto non costituisce reato” ed è proprio nei due gradi di giudizio che narrerà la sua storia dall’inizio della relazione con Bruno sino alla conclusione della medesima. Ma perché Luciana è rimasta al fianco di Domenico? Cosa l’ha spinta a perdonare, a sopportare, a restare a casa o a tornarvi anche dopo gli allontanamenti che si erano resi necessari?
«Così l'amore, questione di frammenti che trasformano il caso in destino.»
Maria Grazia Caladrone narra la vicenda in modo molto minuzioso. Ricostruisce poco alla volta il vivere dei protagonisti, ricerca le sue fonti, si immerge negli atti processuali, rivive la vicenda anche per quelli che sono stati i più importanti servizi televisivi e da qui offre al suo lettore un testo maturo e capace di suscitare empatia. Cosa non facile quest’ultima se si considera che il testo è proprio strutturato come se si fosse davanti a un reportage con tanto di intervista, domande e ricerca di risposte dall’autrice verso la donna. Altra grande sua virtù è quella di saper tenere l’attenzione del conoscitore sempre vivida e attiva, soprattutto se si considera che si è davanti a uno scritto di cui l’epilogo è noto sin dal principio.
Non da meno sono anche le analisi che vengono poste in essere sulla figura di Domenico Bruno e il suo passato. Egli è figlio illegittimo di un padre notabile ed è nato dalla relazione di questo con la domestica stante che la moglie non sembra essere fertile. Il bambino cresce tra le attenzioni della domestica, le respingenze della madre “adottiva” e l’anaffettività del padre per il quale egli è invisibile. Alla morte della moglie il padre sposerà la domestica ma in ogni caso Domenico resterà il figlio illegittimo.
«[…] Quanta morte è nascosta nell'amore che crediamo di provare, quanta lotta di bestie preistoriche, che urlo primigenio dentro il sorriso che rivolgiamo a un uomo, il giorno stesso in cui lo scegliamo?»
La prosa della Calandrone è pulita, minuziosa e ricercata. Non vi è volontà giustificativa all’interno delle sue parole, né per Luciana, né per Domenico. A far da sfondo alla vicenda vi è la dimensione sociale del nostro Paese tra gli anni ’80 e gli anni ’90.
Per avvicinarsi a “Magnifico e tremendo stava l’amore” la prima cosa da fare è dimenticarsi di “Dove non mi hai portata” perché tanto a livello emozionale che stilistico siamo su due piani nettamente diversi così come lo sono le aspettative. Se si legge l’ultimo lavoro aspettandosi di ritrovarsi nella stessa dimensione del precedente, le aspettative saranno disattese e anche malamente. Qui si è davanti a un testo quasi giornalistico e per questo volontariamente “asettico” in alcuni passaggi.
Non solo. La scrittura della scrittrice, naturalmente poetessa, tende a collidere con il narrato e a risultare dissonante. Nulla osta sul fatto che ella abbia una buona padronanza della parola ma in queste pagine il suo scrivere è un po’ uno stridere. Forse, semplicemente, non era il tipo di scrittura adatto all’impostazione data al testo e questo incide sulla piacevolezza.
Una prosa narrativa poetica ed evocativa si confà a un testo dedicato alla madre, alla ricerca, alla speranza di trovare le risposte alle tante domande su perdita e abbandono. Tuttavia, cozza e si scozza con una storia vera, ove a tenere le fila è la morte, il sopruso e la forma del reportage.
Una prova riuscita soltanto a metà.
«Ci sono persone il cui respiro è commovente, perché si vede come in trasparenza la volontà di vivere del loro corpo.»
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Madre o non madre
«[…] Ho imparato che la speranza quando è troppa diventa certezza. Che non è verde e nemmeno gialla. La speranza è nera, perché ti distrugge.»
“Cose che non si raccontano” è un romanzo dalle tinte autobiografiche che arriva al lettore per la naturalezza e autenticità dei contenuti. Da ammirare anche il coraggio dell’autrice che si mette a nudo, e ci mette a nudo, su una tematica non semplice e non scontata che riguarda la difficoltà delle gravidanze passando dal desiderio della maternità e arrivando a quelle che sono le complicanze mediche ivi correlate.
Ed è proprio partendo da questo presupposto che arriva sin da subito la schiettezza dolorosa della penna di una persona che ha tanti dubbi, paure, quesiti. Ha anche un compagno, Andrea, tanti amici affezionati, ma pochi sono coloro a cui davvero può confidarsi e/o aprirsi. Tanti, ancora, i sensi di colpa, le speranze che accompagnano nel viaggio. Perché oggi come oggi è un po’ come se si fosse “incompiuti” senza una prole al seguito, ma è anche vero che la maternità non è una scelta di tutti e per tutti. Ed è ancora più vero quel senso di colpa che sopraggiunge per due aborti compiuti in una giovane età dove figli non erano possibili rispetto a una età adulta dove non sembrano proprio voler arrivare.
Un desiderio di maternità che viene osteggiato anche dalle circostanze lavorative, dal Covid e tante piccole cose che sembrano sommarsi per complicare ulteriormente il proposito.
«[…] Che ho una diga nella testa dove stanno nascoste tutte le cose che fanno davvero troppo male. Quelle cose, io non voglio dirle a nessuno. Io non voglio pensarle, quelle cose. Io voglio che non sono mai esistite. E se non le dico non esistono.»
Tra queste pagine tanto è rimandato al passato con la consapevolezza di un presente e di scelte prese e su cui si riflette a posteriori. Ci rivolge al passato in modo lento e talvolta discontinuo per poi tornare a sognare verso un futuro ancora ignoto. C’è un desiderio latente di condivisione, c’è un desiderio latente di espressione del proprio sogno e del proprio vissuto. Come un memoir, come un frammento da ricostruire e dove nulla è lasciato al caso o è per caso.
«Le persone non sanno mai quello che fai per loro. E tu non sai mai quello che fanno per te.»
“Cose che non si raccontano” di Antonella Lattanzi non è un libro per tutti. Tratta un tema presente ma spesso taciuto e lo fa impostando il testo come un lungo soliloquio condotto con se stessa. Se da un lato la scrittura è dolorosa e intima, dall’altro suscita un effetto respingente che fatica a trattenere. Alcuni caratteri sono maggiormente approfonditi rispetto ad altri che, al contrario, sono vissuti in modo più superficiale (volontariamente). Non di tutte le voci è presente una caratterizzazione specifica e questo può suscitare un senso di mancanza.
Una lettura che si pone e ci pone molte domande ma che non ha la pretesa di trovare anche le risposte a queste.
«La vita è quello che succede mentre combatti contro la paura? Oppure sono tutti gli attimi di gioia e inconsapevolezza che riesci a ricavarti per non farti prendere dalla paura?»
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Un giallo che convince solo a metà
«Hai una chiave che apre una cassetta di sicurezza. Dentro c’è un plico di documenti. Devi leggerli e prendere una decisione. Riporli nella cassetta e buttare la chiave dove nessuno possa trovarla. Oppure rivolgerti alla polizia».
Dopo “L’assassino è tra le righe”, successo dalla portata internazionale, torna in libreria Janice Hallett con un romanzo giallo altrettanto enigmatico e intitolato “Il misterioso caso degli angeli di Alperton” (edito per Einaudi).
Amanda Bailey, dopo anni di gavetta, finalmente ha ottenuto la notorietà. È giornalista ma il successo è arrivato grazie alla pubblicazione di titoli dedicati a ripercorrere omicidi celebri ma irrisolti. Nel caso di specie questa si ritrova a indagare su quello che può definirsi un delitto rituale e cioè un suicidio di massa occorso all’interno di una setta nel vano tentativo di uccidere il figlio di due adepti perché figlio del male. Tuttavia, l’intervento della madre riesce a impedirne l’esecuzione e il neonato si salva. Adesso che sono trascorsi quasi diciotto anni ella vorrebbe intervistare il ragazzo. Non sarà da sola nelle indagini, il suo collega, nel dettaglio, sarà tutto tranne che partecipativo alle indagini.
Avrà inizio da questi brevi presupposti un romanzo che mantiene lo stile narrativo che già avevamo conosciuto in “L’assassino è tra le righe” ma che al contempo se ne distacca per struttura e ritmo narrativo.
Il trend che usa è molto moderno, non mancano mail, chat, riferimenti a libri inventati e funzionali alla storia e questo permette di creare un titolo in costante cambiamento di prospettive. Ciò mescola anche le carte portando il lettore a interrogarsi spesso su chi possa essere il colpevole, su quale possa essere realmente il mistero che si cela tra le pagine.
Tanti sono i colpi di scena presenti in “Il misterioso caso degli angeli di Alperton” ma non tutti convincono, alcuni sono di troppo e il lettore non fatica ad arrivare a quelle che sono le conclusioni più logiche che portano al naturale epilogo.
Non può certamente definirsi un’opera originale, c’è tanto di meta narrativa ma c’è anche qualcosa che non funziona e non convince nella sua interezza. Se in “L’assassino è tra le righe” prevaleva la critica alla buona borghesia inglese, qui si gioca più sull’enigma e la sua costruzione con anche una buona dose di cinismo ma calcando troppo negli intenti.
Un mistero che convince ma solo a metà.
Indicazioni utili
- sì
- no
Uno spirito premonitore
«[…] Quando in sogno mi addentro nelle tenebre della memoria, mi accorgo che, a mano mano che scendo in profondità, ritrovo i capi di mille fili collegati tra loro. È come spostarsi sott’acqua ad a gran velocità. Quando poi mi sveglio, però, il rumore della mente si insinua dappertutto e mi confonde.»
Banana Yoshimoto, autrice prolifica nota al grande pubblico per il suo “Kitchen”, torna in libreria con “Lo spirito bambino. Le strane storie di Fukiage, vol. 3”. Con quest’ultimo scritto ella riprende il filone che già aveva avviato con i precedenti volumi della serie e in particolare si concentra sul misticismo, sugli spiriti, sui desideri e sulla costante e continua ricerca che attanaglia e accompagna l’essere umano nel suo percorso di vita. Per definizione i suoi libri sono viaggi nei viaggi, viaggi metaforici quanto empatici che suscitano riflessione sia che li si ami che non.
In “Lo spirito bambino” conosciamo una strana presenza che si aggira all’interno della casa di Misuzu. Per quest’ultima la visione del bambino altro non è che il preludio della gravidanza che si ritrova ad aspettare e a desiderare, o, ancora, è il ricordo di un passato ormai lontano e doloroso. Al contempo Mimi continua a vivere a Fukiage, è immersa in quella che è la quotidianità dell’atmosfera familiare della casa di Isamu e della calma propria di questa cittadina tra mare e monti.
«[…] E alla base di quella sensazione c’era la percezione di un respiro che abbraccia il mondo intero di un tempo creato dall’uomo per isolarsi da tutti gli altri esseri viventi.»
Mimi e Kodachi, le sorelle gemelle cresciute da una coppia di amici dei genitori dopo che il padre è rimasto ucciso in un incidente stradale e la madre mai è uscita dal coma a cui è dedicata la serie delle strane storie di Fukiage, si propongono tra queste pagine al lettore con genuina spontaneità e nuovamente offrono spunti di meditazione sulla vita, l’esistere, il sopravvivere e il vivere. Al contempo, lo spirito, è metafora del ricordo, della perdita, del dolore ma anche del ritrovare e ritrovarsi soprattutto quando i legami sono stati spezzati dallo scorrere del tempo.
Alla soglia dei suoi sessant’anni Banana Yoshimoto torna in libreria con un romanzo caratterizzato dallo stile fresco, semplice ed originale che rimanda all’impostazione dei manga. Negli anni la Yoshimoto è fortemente cresciuta e ha iniziato a dedicarsi anche a temi più complessi e più adulti che si distaccano da quelli con cui l’abbiamo conosciuta soprattutto nei romanzi d’esordio. Questo senza però mai perdere quello che è il suo tratto distintivo.
“Lo spirito bambino. Le strane storie di Fukiage, vol. 3” è certamente un romanzo di transizione. Non può definirsi uno scritto indimenticabile, in alcuni passaggi non è immediato, in altri resta sul vago ma è comunque un componimento che arricchisce la serie e dimostra gli intenti di maggiore maturità e crescita della narratrice.
«[…] Lamenti, parole di conforto e altre dette per gioco erano solo onde sonore. Così era la vita. Chi non è in forma può solo star peggio nel sentire gli altri che si lamentano. Ma quando la macchina funziona alla perfezione possiamo permetterci una certa leggerezza. Basta che il cielo sia sereno e le stelle ben visibili.»
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Diritto o rovescio?
Se siete alla ricerca di un libro originale e non banale “E Alla fine muoiono. La sporca verità sulle favole” di Lou Lubie è il titolo che fa per voi. L’autrice francese, con la chiave della graphic novel mixata a una corposa narrazione, compie una vera e propria analisi filologica delle fiabe che ci riporta alle versioni originarie tramandate per secoli e poi ancora al come nei secoli queste si sono evolute.
Un notevole lavoro di ricerca si cela dietro alle pagine di questo libro, un componimento che arriva sin da subito grazie alla profonda ironia ma anche per la sua versatilità prestandosi questo a una lettura eterogenea, anche a quel pubblico che solitamente tende ad essere più saggista.
Cosa si cela dietro quel “C’era una volta”? Si cela la consapevolezza che forse, dietro al modo in cui queste ci sono state tramandate c’è altro, un altro che se precedentemente conosciuto forse avrebbe cambiato il nostro modo di leggerle. Soprattutto se pensiamo alle versioni originalei dei fratelli Grimm o di Perrault che si distanziano nettamente dalle versioni Disney o ad ogni modo tramandate dai nonni ai nipoti, dai genitori ai figli.
L’analisi ha inizio da classici più famosi come “Cenerentola”, “La bella addormentata nel bosco”, “Biancaneve” ed arriva a favole più di nicchia e meno conosciute come “Il cane del mare”, “L’ebreo nello spineto” e che sono tutte accomunate da uno schema che si ripete. Non mancano nemmeno volutamente provocazioni che, tuttavia, talvolta possono diventare eccessive.
Ma attenzione, il lavoro dell’autrice non mira a demonizzare le fiabe che conosciamo bensì a leggerle con una diversa e più matura e concreta consapevolezza.
“E alla fine muoiono. La sporca verità sulle fiabe” è un fumetto che incuriosisce e che sprona a una lettura rapida e curiosa.
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Tra oroscopi e morti
«[…] Lunghi anni di infelicità degradano l’Uomo più di una malattia mortale.»
Janina Duszejko è una donna molto particolare. Eccentrica sessantenne vive isolata nella campagna, tra animali e boschi, crede nell’astronomia, ama Blake e ama tradurne le poesie, insegna inglese in una scuola primaria di un paese vicino e ha dei “Disturbi” che vanno man mano peggiorando a seconda del tempo che passa, dell’umore e delle circostanze in cui ella si trova. Vive sul limitare della foresta che segna il confine tra Polonia e Repubblica Ceca, sull’Altopiano circondato dalle Montagne Argentate che delimita la Conca del Klodzko, la donna, vive circondata e sommersa dalla neve in inverno, è abituata ad avere tutto a disposizione perché se vivi da sola in un luogo isolato, non puoi contare su nessuno, devi avere tutto l’occorrente per sopravvivere ed ancora ama le sue traduzioni e le difficoltà che vi ravvisa per la metrica e la ritmica delle parole, ama condividere quei momenti con pochi e selezionati amici come Dyzio o Bietolone, ama leggere le persone tramite gli oroscopi che redige, ama la sua vita fatta di piccole cose ma che la fanno considerare strana dagli altri.
È in questo scenario magistralmente dipinto che accade l’impensabile: un giallo, una morte inattesa, un evento violento e drammatico che riguarda il cacciatore di frodo che abita vicino casa loro e che sembra essere stato punito proprio da quella natura che spesso e volentieri violava. E seguono altre morti, inaspettate quanto inattese, morti che ancora una volta si traducono agli occhi della donna quale un conto da sanare da parte dell’uomo verso l’ambiente naturale. Perché a perire sono cacciatori, perché a perire sono uomini che violano le regole, che vanno oltre il bene, perché a perire sono i cattivi.
«[…] Esiste cioè una forma idealmente armoniosa verso la quale il nostro corpo tende d’istinto. Scegliamo negli altri le caratteristiche che potrebbero realizzare questo ideale. Il fine dell’evoluzione è puramente estetico, l’adattamento non le interessa proprio. All’evoluzione interessa la bellezza, il raggiungimento della forma perfetta in ogni configurazione.»
“Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” di Olga Tokarczuk è un romanzo che prende per mano e conduce in quella che è una narrazione non immediata ma che si sviluppa poco alla volta, passo dopo passo, lasciando al lettore una serie di perplessità iniziali che si risolvono ed esauriscono nel finale. Nel tempo che passa nelle pagine di questo racconto, la protagonista si fa conoscere ed amare nonostante quelle che dovrebbero essere le sue perplessità, al contempo si sviluppa e snoda anche un giallo che solo nella sua conclusione si svela nell’arcano.
Per una buona parte del libro, però, il lettore si interroga sul dove voglia andare a parare l’autrice, è attratto e al contempo respinto dalla narrazione. Gli viene richiesta una buona dose di pazienza che la Tokarczuk ben gestisce e sviluppa. L’ambientazione è intrigante ma quel che alla fine davvero coinvolge e colpisce è ciò che si cela dietro la facciata e cioè una storia di vita e di solitudine, una storia di bruttezza umana e di sapore amaro che resta.
Premio Nobel per la Letteratura 2018 è Olga Tokarczuk, autrice che con questa sua fatica non delude le aspettative e lascia il segno.
«[…] Tutto è collegato a tutto, e tutti ci troviamo dentro una rete di corrispondenze varie.»
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Ieri, oggi, domani
«[…] Allora, forse, io scrivo per tutti quelli che nella mia famiglia non hanno potuto farlo. Leggo per quelli di loro che non sapevano leggere, ma avrebbero voluto entrare in quei mucchi di segni incomprensibili attraverso i quali spesso venivano ingannati, frodati, umiliati da chi aveva avuto la scuola.»
Ultima fatica di Carmen Pellegrino, storica già nota al grande pubblico per opere quali “Cade la terra”, è “Dove la luce”, un testo che se da un lato ricorda un memoir dai tratti intimi ed esistenziali, dall’altro assomiglia e ricorda un piccolo saggio sulla generazione che si ipotizzava salva ma che in realtà era già perduta in partenza. Lo stesso titolo è significativo e ci riporta al mondo letterario, essendo “Dove la luce” una poesia di Giuseppe Ungaretti del 1930. Non siamo davanti ad uno scritto canonico: è un componimento atipico che ci rimanda a un episodio e poi all’altro senza di fatto seguire quello che è un ordine cronologico ben definito. La storia è dunque composta da salti temporali che si susseguono, ancora è composta da un flusso di coscienza che non si imbriglia e che segue le sue logiche senza che le sue logiche siano coerenti. Un po’ come un blando ricordo che sopraggiunge nel momento meno aspettato.
In apparenza siamo davanti a tre storie per tre volti che tra loro si intersecano. In realtà due personaggi confluiscono nei ricordi di una donna che diventa anche voce narrante. Realtà e fantasia perdono i confini netti che le tengono distanti. Anno da tenere come punto di riferimento è certamente il 1987.
Conosciamo il professore Federico Caffè, economista di scuola keynesiana realmente esistito, è un uomo che si preoccupa dei ceti disagiati e che è attivo nel dibattito politico-economico. Se ne perderà ogni traccia dal 15 aprile 1987. Milo Marsico, al contrario, è un uomo che ha perso tutto, vive per strada e attende la morte. Infine una donna, classe 1977, nata a Postiglione, che narra, racconta, fonde. Sullo sfondo la generazione, la Storia, i fatti che hanno determinato gli anni ’80 dagli omicidi di Mino Pecorelli e Giorgio Ambrosoli, alla P2, la strage di Ustica e molto altro ancora. Ma cosa è successo a Federico Caffè? Che ne è stato di lui? Che sia vivo? Che sia morto? E il cadavere, nel caso, perché non è mai stato rinvenuto? E se avesse davvero seguito il suo amico clochard verso un luogo abbandonato e dove finalmente perdersi avvalorandosi della decreazione del proprio io?
«[…] Parlo di ciò che manca e della grazia di ciò che c’è.»
Carmen Pellegrino non è nuova a certi temi, molti la ricorderanno o conosceranno per la sua abbandonologia (me per prima). “Dove la luce” ha due caratteristiche molto importanti: se da un lato sono presenti tanti autori dei quali vengono menzionate le opere a mo’ di devozione verso la letteratura (da Nizan a Tondelli passando per Anne Carson e Witod Gombrowicz) che influenza la nostra vita, dall’altro si ritorna proprio al tema dei luoghi abbandonati.
E per quanto i paesi siano in disfacimento, le moltitudini disilluse e le costruzioni fragili, con “Dove la luce” l’autrice ci invita alla resistenza e al volgere uno sguardo verso il futuro. Tra lo ieri e l’oggi, le colpe delle generazioni del passato, la concretezza di quelle del presente ed ancora le colpe dei padri che ricadono sui figli, lo stare dentro e fuori dalle proprie radici ma senza mai davvero poterne fare a meno.
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Psicopompo e imparare a volare
«[…] È proprio quello il miracolo dell'amore: l'abolizione del confine tra emissione e ricezione. La fusione degli esseri al punto da non sapere più chi parla e chi ascolta. Toccare una mano senza essere più in grado di dire se sia la propria o quella dell'altro. Auguro a tutti di sperimentare questa indeterminatezza.»
Quando ci avviciniamo alle opere di Amélie Nothomb sappiamo sempre che ci troveremo davanti a qualcosa di non scontato, anzi. Con “Psicopompo” ella torna a narrarci della sua infanzia, del volo degli uccelli e del loro fascino, del legame con la dimensione paterna ed anche di alcune violenze subite nel tempo e soprattutto in fase adolescenziale. Tanti i motivi per leggere questo scritto, in primis il fatto di trovarsi davanti a un’autobiografia “multiforme” perché è un testo che affronta e unisce tante tematiche per mezzo di un unico filo conduttore: gli uccelli. Che siano rari, stravaganti, diversi, uguali, sono unici nella loro diversità. Ancora si passa alla violenza subita da sconosciuti quando aveva appena dodici anni in Bangladesh, all’anoressia e alla condizione di Psicopompo e cioè l’entità che accompagna le anime dalla vita alla morte. Ed ancora tratta del legame con la scrittura e del ruolo fondamentale per vivere anche in relazione alla perdita, quale quella del padre.
C’è un prima dove vengono narrati i viaggi di famiglia e l’osservazione degli uccelli, dove si analizza il rapporto con i genitori e con la sorella e poi c’è il dolore del trauma che viene narrato come metafora. Perché quando il guscio si rompe, non puoi far altro che spiccare il volo come un uccello.
«[…] Grazie a questa scrittura psicopompa ho avuto lo scambio che ogni figlio sogna di avere con il proprio padre e viceversa: un amore senza rapporti di forza, una devozione senza sacrificio, una stima senza bisogno di titoli ufficiali.»
“Psicopompo” è uno dei libri più intimi di Amélie Nothom. È intriso di profonda introspezione e in ogni pagina traspare anche tutta quella che è la sua ironia. Vive un dramma sulla pelle e lo narra descrivendo come la sua vita è cambiata ma con quello che è il suo inconfondibile stile.
Ed ancora Amélie ci ricorda quale ruolo essenziale può avere la scrittura. La scrittura può salvare, può permetterci di volare, di guardare oltre a quel che è il trauma e il legame con la vita e la morte.
Se cercate un romanzo che sappia fondere autobiografia, ironia ed esistenza, lo avete trovato.
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Anime e persone
«[…] Ricordo di avere pensato che anche il mondo sarebbe finito così, con le persone che scomparivano in silenzio una dopo l’altra, come se lasciassero una festa senza salutare, finché il padrone di casa si ritrovava solo nella casa vuota, con i bicchieri ancora mezzi pieni e le sigarette calpestate sui taoisti e la nauseante luce impastricciata dell’alba che sale in cielo.»
Peter Cameron non è soltanto un autore di romanzi. Nella sua produzione vasti sono anche i racconti, i testi brevi, le storie che solleticano la curiosità con brevi ma significativi passaggi. Ed ecco che Adelphi raccoglie in “Che cosa fa la gente tutto il giorno”, alcuni di questi scritti.
La prima sensazione che emerge dalla lettura è la delicatezza. Una delicatezza che si mixa con una umanità non sempre positiva e buona, anzi. Basti pensare al racconto dedicato al cucciolo di cane che rappresenta l’unica valvola di sfogo per quell’uomo dalla vita imbavagliata nel niente. E basta ancora pensare alle sorti che sono a lui destinate. Filo conduttore di queste vicende narrate è la perdita, che sia di una persona cara che di un cucciolo. Uomini e donne che cercano di sopravvivere, si chiedono come sopravvivere in un mondo che spesso non li tutela. O ancora ci porta nel mondo degli ospizi, luoghi dove l’identità si perde, si fraziona, si disperde. Ma a governare è il “politicamente corretto” e non si possono chiamare con il loro nome anche se dentro si rivelano essere luoghi di solitudine e depressione.
Ogni racconto muove da un dialogo, da un pensiero negativo e da qui si sviluppa. Non sono racconti allegri, sono strutturati e chiusi e con una impostazione simile a quella che insegna Alice Munro, la regina dei racconti. Ciascuno, però, ad ogni modo prende la sua forma, si sviluppa e chiede al lettore di essere interpretato, capito, analizzato.
«[…] Pensò alla vita e alle cose che le succedevano, a come fosse impossibile impedire che succedessero, controllarle. Sembrava di galleggiare in una piscina della grandezza di un oceano insieme a tutte le cose della vita, e poterne sfiorare solo alcune, in modo del tutto casuale, e che tutte le cose desiderate fossero sottili e scivolose come pesci: pesci che nuotano fra le dita e le gambe e intorno ai fianchi ; pesci argentati che ci mangiucchiano i piedi, pesci timidi e scattanti che schizzano in superficie e sgusciano via, poco importa quanto si sta immobili, o in silenzio, perché i pesci riescono a sentire quel che desideriamo: lo emettiamo come un sonar - vieni da me, vieni da me, vieni da me / che manda via i banchi di cose che nuotano nell’acqua.»
Altro interessante testo è “Prova a rilassarti”. È qui che conosciamo Elaine che è stata nei Peace Corps. Una volta tornata a casa deve scontrarsi con il tutto che cambia e con un nuovo mondo che deve ricostruirsi ripartendo da zero. Scopre che la madre ha venduto la casa e che ora fa l’attrice, scopre che la sorella si è fidanzata con Charles e che sta iniziando a fare la modella. Elaine dal suo canto non vuole fare la modella ma non trova lavoro. Si arrende a fare la cameriera in abiti da pellegrina in un ristorante dedicato ai Padri pellegrini, arriva anche a ipotizzare un suo rientro nei Peace Corps e anche qui si trova la porta chiusa in faccia perché essendosene andata e avendo dato le dimissioni, non è così semplice rientrare nel giro. Ma qual è il suo posto nel mondo? Cosa fare? Come ricominciare quando non sembra più esserci un posto per te?
L’anima in “Che cosa fa la gente tutto il giorno” e in ogni racconto di Peter Cameron è definita con delicatezza, è l’essenza in un contesto dove le persone sono diventate belve assetate di fama, notorietà, ricchezza, opulenza e apparenza. Il tutto con uno stile rapido e pungente, basato molto sui dialoghi, che non si perde in fronzoli e che porta il conoscitore a interrogarsi.
Per chi non conosce Cameron questi racconti possono essere un buon modo per avvicinarvisi, per chi lo conosce rappresentano una certa e indubbia conferma.
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Ida e Albino
«[…] Sauer aprì gli occhi nella stanza e per un lungo istante non seppe chi era, dove era, quando era. La consolazione di non ricordare. La pace di esistere soltanto.»
Corre l’anno 1934, siamo a Venezia. La Storia sta facendo il suo seguito, Hitler e Mussolini si incontrano per la prima volta in Piazza San Marco. Il luogo è presidiato da camicie nere e tra questi sono presenti anche l’ex commissario Siegfried Sauer e il compare Mutti. Hanno organizzato un piano ben preciso, sperano di poter cambiare il corso di quel che poi sappiamo essere stato il divenire. Tuttavia, come spesso accade, i progetti non vanno sempre come vorremmo e spesso ci troviamo invischiati in qualcosa di ben più grande di noi, un mistero inaspettato quanto indecifrabile.
«[…] Il loro piano perfetto aveva contemplato ogni evenienza, sì ma il mondo a volte procede per imperfezioni.»
Ed è proprio questo ciò che accade. Mutti e Sauer si ritrovano a dover risolvere un doppio mistero che ruota attorno a due persone, una donna e suo figlio. Un uomo e una donna che sono realmente esistiti ma che al tempo rappresentavano due figure estremamente scomode perché legate a Mussolini e per questo dovevano in qualche modo essere eliminate, placate, fermate. A qualunque costo e sì, con qualunque mezzo. I loro nomi sono Ida Dalser e Benitino Albino Dalser Mussolini e per una serie di ragioni sono legati al Duce. Lei sostiene di essere la prima e unica legittima moglie di Benito Mussolini e lui, Albino, il figlio non riconosciuto. Due folli, due matti, due visionari da rinchiudere per i loro deliri e i loro eccessi. Lei a San Clemente, un manicomio femminile, lui prima destinato ai parenti, poi in collegio, in marina e infine a poco più di vent’anni in altra struttura per i diversi, i matti. Ma cosa è vero e cosa è falso? Chi è davvero Ida Dalser? Chi è Benitino Albino? È davvero una folle o al contrario è una ennesima vittima in possesso di informazioni che metterebbero in discussione il Regime? O ancora è una bugiarda? O ancora è una personalità scomoda per il solo fatto di essere ella stessa una delle prime donne legate a Mussolini?
«[…] Magari la malinconia avesse un solo volto. A lui, negli ultimi anni, ne aveva mostrati diversi.»
Ed è da queste brevi premesse che ha avvio l’ultima fatica di Fabiano Massimi intitolata “Le furie di Venezia”. Sin dal principio il lettore comprende di trovarsi davanti a un romanzo storico con una impostazione molto diversa rispetto ai precedenti titoli. Non si tratta solo di un thriller storico ma anche di un testo che ricompone le sorti di due volti spesso dimenticati dalla Storia. E vi riesce riuscendo ad alternare bene la componente del mistero con quella adrenalinica propria del thriller.
L’impostazione cartesiana rende “Le furie di Venezia” un romanzo unico, diverso dai precedenti ma con loro in linea. La lettura è piacevole, lo stile è tipicamente quello di Massimi, pungente quando necessario, una carezza nel suo naturale scorrere. Consigliato a chi ha amato la serie de “L’angelo di Monaco” ma anche a chi ha desiderio di conoscere uno spaccato di Storia non così noto.
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Liberata Macrì, Liberty per Franco Gasparri
«[…] Tutto mutò: un particolare del mondo, uno dei tanti frammenti che il caso butta sulla testa delle genti come una manciata di coriandoli, si staccò dagli altri e divenne un pezzo significante di vita.»
Il suo nome è Liberata Macrì, ha ventiquattro anni, vive in un paesino calabro con Agata, una madre anaffettiva, fortemente religiosa e incapace di amare, e Oreste, un padre silenzioso, collezionista di insetti e titolare di una officina ma amorevole verso quella figlia, a tempo perso dattilografa seppur di gran talento, che vive come se mai lei fosse un particolare significativo del mondo circostante. Perché Liberata vive così, vive in silenzio, vive a modo suo, crede in quel che non si vede, crede al destino già scritto, crede all’anima che vive dopo la morte, al malocchio che colpisce, all’invidia che affama, alle voci dei defunti, al potere misterioso della luna, ai sogni che si avverano, alle vite che non sono accadute ma che comunque ci perseguitano. Ed ancora custodisce in silenzio gli sguardi e le immagini dei suoi amati fotoromanzi, fotoromanzi con cui sogna ad occhi aperti e che venera gelosamente nella sua collezione soprattutto se riguardanti Franco Gasparri, l’attore che ama con completa, totale e assoluta devozione.
«[…] Non cambiava mai Liberata, sempre in bilico con le sue verità velate, sempre pronta a dosare fatti e fantasie, alla ricerca del compromesso indolore che accontentasse la curiosità del mondo e la sua vocazione al silenzio.»
Liberata ha un’amica del cuore, Giuditta, che lavora in una boutique di abbigliamento. Quest’ultima ha un carattere diverso dalla protagonista, è esuberante e gioiosa, anche un po’ frivola. È innamorata del suo Fortunato e quando è in difficoltà chiede aiuto alla maga del paese per sapere come comportarsi con lui. Ed ancora è fortemente legata a Glauco, giornalaio e compagno attivo nel partito di appartenenza. Siamo in anni difficili, anni di cambiamento e di forti sconvolgimenti dove il terrorismo rosso si mescola con quello nero e il popolo è in balia degli eventi. In paese due saranno gli arrivi che romperanno gli equilibri della vita della protagonista: il primo sarà dettato da Cosmo Zangari, docente, che incuterà inizialmente terrore in Liberata per la sua presenza ambigua e che ha una profonda e unica passione sempre verso gli insetti e Luvio, il nuovo operaio dell’officina meccanica del padre. Quest’ultimo rappresenta per la giovane il primo grande amore.
«[…] Natura comunicava attraverso un personale codice stenografico che lei doveva interpretare, perché spesso siamo confusi e non sappiamo parlare e non comprendiamo e ci sentiamo stranieri alla vita semplicemente perché utilizziamo un linguaggio sbagliato, che non ci appartiene, e allora, in mancanza di codici a noi congeniali, a volte l’unica soluzione è sapersi inventare un proprio alfabeto.»
Per Liberata Luvio rappresenta anche il tutto, il nuovo, la sua presenza, il legame che si instaurerà con lui, la porterà a crescere e ad affrontare un mutamento che nemmeno immaginava plausibile. Luvio verso la ragazza tende ad avere un atteggiamento che confonde, che tiene sempre sul “chi va là” il lettore, naturalmente di quest’ultimo non si fida. Si crea forte empatia con la ragazza e viene spontaneo tentare di difenderla, di metterla in guardia perché troppe cose sembrano non tornare nella vicenda che si sviluppa. Tuttavia, non è possibile. Non è possibile in primis perché questo è ciò che porta l’eroina a maturare. Tutti siamo stati Liberata, tutti ci siamo sentiti come lei, tutti abbiamo vissuto situazioni similari, tutti abbiamo dato fiducia ciecamente alla persona amata perché in amore è così, ci si fida, non ci si può non fidare e amare. Si è preda del sentimento, del sentimento totalizzante e completo che ci fa sentire vivi e che al contempo può anche farci soffrire perché non sempre è tutto rosa e fiori. Liberata non va condannata per questo. Da fuori certe cose sono più intuitive e lampanti, ma quando le si vivono, il discorso cambia. E Liberata ha scelto di vivere e di amare, anche se a caro prezzo.
«[…] Il dolore, per esempio. Da bambine diciamo “mi fa male” quando ci dondola un dente. L’espressione “fa male” la ripeteremo da allora centinaia di volte: un taglio al dito, una gamba rotta, l’amore che ci ha lasciati, una zia scomparsa, addirittura potrebbe essere la nostra espressione estrema, le ultime parole riferite al cuore che batte troppo in fretta o alla testa che è sbattuta cadendo dalle scale; ma non è e non sarà sempre lo stesso male. Bisognerebbe che le parole si conformassero al mondo e si adeguassero all’esperienza, e che per infiniti dolori ci fossero infiniti vocaboli, mentre adesso non c’era parola capace di definire quello che Liberata sentiva dentro di sé, un dolore che per definirsi aveva bisogno di altre parole – infinito, offuscante, mortifero.»
Ama e sceglie di vivere. Ama e sceglie di fidarsi. Ama e scopre che l’amore ha due facce, una fatta di gioia e una fatta di dolore e che proprio per queste due facce amare è ancora più intenso e profondo, difficile ma essenziale.
«[…] Aveva provato come il resto dell’umanità ad abbandonarsi alle combinazioni del mondo, ma aveva fallito e adesso il prezzo da pagare era un dolore che mangiava il fiato. Non s’impara a vivere per il solo fatto di essere vivi. Era come un insetto d’acqua che un vento arrogante e invidioso aveva spinto a terra: doveva fare ritorno nel suo luogo naturale. Ma prima di rientrare nel mondo acquatico dell’invisibile doveva scrollarsi da dosso ogni rimasuglio terreno.»
“Liberata”, ultima fatica di Domenico Dara, è un romanzo molto diverso da “Malinverno” ma al suo interno racchiude un eguale e ancora più vasto universo da scoprire. Sono due opere tra loro estremamente eterogenee, in primis per lo stile, più ricercato e affinato nella prima, volutamente più “semplice” nella seconda perché in quest’ultima la voce dell’io narrante deve adattarsi alla voce dei fotoromanzi per essere credibile e riconoscibile per il lettore. “Liberata” è una storia più matura, capace di suscitare empatia, forte delle sue emozioni e autentica per tutti quei sentimenti che racchiude. È un libro che si assapora poco alla volta ma che lascia il segno in modo indelebile anche a seguito della conclusione della lettura. È uno di quei romanzi che regge nel tempo. Ringrazio Feltrinelli per l’occasione di lettura e ringrazio Domenico Dara per questa storia di profonda sensibilità che ci ha donato.
«[…] Non esiste gioia che non sia stata prima tormento.
Talvolta una mano pietosa apre la finestra.
E la mosca vola via.»
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Ritrovarsi
«[…] Quando da giovane fantasticava sul suo futuro, sul lavoro che avrebbe fatto, sulla città e sulla casa in cui avrebbe vissuto, sulla famiglia e sugli amici intorno a lei, Marnie non avrebbe mai immaginato di essere sola.»
Già solo citare David Nicholls riporta alla mente “Un giorno”, long seller classe 2009 che ha coinvolto e conquistato più generazioni. Con “Tu sei qui” l’autore si cimenta in temi di grande attualità che vanno dalle aspettative infrante alla solitudine. Primo emblema di ciò è Marnie che proprio della solitudine ha fatto un baluardo. Ha trentotto anni, fa fatica ad uscire, alle spalle ha un matrimonio naufragato, fatica a fidarsi degli altri ma ha anche un equilibrio per il suo lavoro di editor che la coinvolge in modo totalizzante. Quando si sofferma a pensare alla sua vita in un’ottica diversa, con accanto un figlio o con una relazione tende a rifuggire. Ha quello che normalmente in psicologia viene definito evitamento.
Dall’altro canto Michael vive una solitudine che è però conseguenza della sua separazione dalla moglie Natasha. Se Marnie sceglie la solitudine, lui se la ritrova. Da solo a York decide di attraversare la Gran Bretagna a piedi affrontando la Coast to Coast Walk. Saputo ciò la collega e amica Cleo decide di intervenire perché è ora di riaprirsi, anche se non lo si vuole, al mondo. Come? Organizzando una gita di gruppo almeno per i primi chilometri e invitare amici e conoscenti a prendervi parte. Tra questi Cleo invita Marnie, molto restia a partecipare così come di contro lo è anche Michael che non vuole condividere la passione per le escursioni con altri non motivati come lui. Inutile dire che non sarà semplice coniugare tutto, dai malumori alle difficoltà propriamente logistiche di terreni impervi e ostacoli dietro l’angolo.
«[…] A volte, pensava, è più facile restare soli che mostrarsi soli al resto del mondo, ma sapeva che anche quella era una trappola, che non facendo nulla la situazione sarebbe diventata permanente come una macchia che penetra nel legno.»
Ha inizio da qui un’avventura composta da ironia ben mixata a riflessioni sottese. Marnie e Michael si conoscono poco alla volta arrivando a provare delle emozioni e delle sensazioni diverse ed eterogenee. A far capolino vi è il passato che, come una costante, ricorda loro delle tante delusioni. Basterà questo incontro a dar loro il coraggio di riprovarci?
A far da cornice l’Inghilterra che qui viene descritta nella sua più totale naturalezza. Il cammino che viene raccontato tappa dopo tappa ricompone quello che è in primis un percorso interiore volto al ricercarsi e migliorarsi. Perché alla fine tutti dobbiamo imparare a rimetterci in gioco, a rischiare, anche avendo paura, anche scivolando ma sempre con il coraggio di osare e di ripartire rialzandosi.
Qualche pecca è ravvisabile nello stile, talvolta troppo farraginoso e dunque lento e prolisso. Non forse il miglior titolo dell’autore, ma nel complesso piacevole.
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Pepe o acqua santa?
«[…] Se le mie riflessioni sul nostro matrimonio fossero state trasposte in un film, i critici avrebbero detto che era tutto contorno, che non c'era trama, e che si sarebbe potuto sintetizzare così: due persone s'incontrano, s'innamorano, hanno dei figli, cominciano a litigare, diventano grassi e irritabili (lui), annoiati, disperati e irritabili (lei) e si separano. E non avrei avuto niente da ridire. Non siamo niente di speciale.»
Chi ha già letto i romanzi di Nick Hornby sa bene che l’autore dalla penna irriverente e sarcastica, umoristica e pungente, nulla omette e nulla risparmia. E sa anche bene che nelle sue opere ci sono dei tratti comuni quali, ad esempio, figure ricorrenti come uomini single, inglesi, possibilmente eterni Peter Pan, emozionalmente inadeguati e immaturi con tendenze infantili, assolutamente inadeguati alla vita di coppia anche solo prospettata.
Ma Hornby negli anni ha anche mutato il suo panorama letterario cimentandosi in storie diverse, più mature, più distanti dal filone tipo e per questo capaci di affrontare anche tematiche diverse con personaggi diversi. Lo dimostrano gli ultimi lavori pubblicati per Guanda, ma anche alcuni titoli un po’ più datati come “Come diventare buoni, classe 2001.
Tra queste pagine egli ci invita a riflettere sulla nostra vita, ci offre degli spunti e tratta la dimensione matrimoniale non tanto della coppia neo sposata dove tutto è perfetto e idilliaco bensì della coppia ormai collaudata e giunta ai massimi livelli di non sopportazione e insofferenza.
Due i volti proposti: da un lato abbiamo lei, medico la cui professione sostiene la famiglia a livello economico, una donna ancora impegnata nel sociale, sensibile, disponibile, gentile, tranquilla e fedele e lui, David, un uomo irascibile, supponente, arrogante e presuntuoso, di professione colonnista in un giornale locale. A far da cornice i due figlioletti, Molly e Tom. Sono una famiglia relativamente moderna, benestante nonostante tutto, hanno un lungo matrimonio alle spalle ormai sfiancato dalla routine, un matrimonio che la moglie cerca di movimentare con una relazione extraconiugale con Stephen.
Ciò che rompe gli equilibri è però l’incontro di David con un guaritore, un personaggio che cura, con relativo disappunto della dottoressa, i problemi dermatologici dei figli, e che “trasforma” l’irascibile e presuntuoso marito in un sensibile e caritatevole individuo che aiuta perfino i senza tetto. Ne emerge una commedia in perfetto stile Nick Hornby dove niente è dato per scontato e tutto viene trattato sotto una perfetta luce umoristica e volta ad evidenziare paradossi e contraddizioni del sistema sociale e coniugale.
«[…] Com'è che lei può avere una famiglia e io no? Questo non è giusto".
Ha ragione ovviamente. Non è giusto. L'amore, evidentemente, è antidemocratico come il denaro: si accumula intorno a persone che ne hanno già fin troppo: i sani di mente, i sani nel corpo, gli amabili. Io sono amata dai miei figli, dai miei genitori, da mio fratello, dal mio sposo, credo, dai miei amici; Brian non ha nessuna di queste figure, e mai le avrà, e per quanto ci piacerebbe darne un po’ a tutti, non possiamo.»
Ed è proprio la vita matrimoniale ciò che l’autore affronta in “Come diventare buoni”. Ed è vero, è una tematica di cui abbiamo tanto sentito parlare e di cui tanto sentiamo parlare, ma la chiave con cui Hornby la osserva ed analizza è molto obiettiva e intelligente tanto da non cadere nello scontato o nel banale. È da apprezzare il tentativo di David ma anche la consapevolezza di Katie, ormai stanca e satura.
Torno a Hornby con quella che è una rilettura e vi torno riprovando sempre le stesse piacevoli emozioni, più mature forse, ma sempre positive. La penna è fluida e rapida, lo stile pungente e conforme a ciò a cui ha abituato il lettore.
Un titolo da leggere con curiosità, con cui ridere ma anche riflettere sia in prima che successiva lettura.
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Tempus fugit
«[…] Tutta quella vita facile ed elegante ormai non gli apparteneva più, cose gravi e sconosciute lo attendevano. Il suo cavallo e quello di Francesco – gli pareva – avevano già un passo diverso, uno scalpitare, il suo, meno leggero e vivace, come un fondo di ansia e fatica, come se anche la bestia sentisse che la vita stava per cambiare.»
Quando si è giovani la prospettiva verso il futuro è fatta di speranze, desideri e perché no, gloria. Si pensa di poter cambiare il mondo, si crede di poter fare la differenza, si cerca la carriera, si alimentano e accrescono i sogni con quella linfa di buoni propositi e illusioni che spesso vengono minati da quel che poi di fatto la vita si rivela nei suoi mille ostacoli e nei suoi mille e più percorsi tortuosi. E spesso quelle speranze, quei sogni e quelle illusioni si perdono nel tempo, lasciando spazio ad altro, ad una nuova consapevolezza, ad una nuova maturità. Ed è un po’ questo quel che succede a Giovanni Drogo che, fresco di nomina e glorioso di aspettative per una carriera in divenire, parte per la sua prima nomina presso la Fortezza Bastiani. Si aspetta momenti di battaglia e strategia dove sconfiggere il nemico e vincere di onore e coraggio e si ritrova, al contrario, in un luogo atemporale e aspaziale, dove a regnare è il silenzio, dove a governare è l’idea di un nemico che un giorno arriverà ma che sembra, in verità, non arrivare mai. E tutti, nessuno escluso, sembrano essersi dimenticati del mondo di fuori perché assuefatti a quella realtà di lande desolate, paesaggi interminabili, muri umidi e marce ininterrotte.
«I muri nudi ed umidi, il silenzio, lo squallore delle luci: tutti là dentro parevano essersi dimenticati che in qualche parte del mondo esistevano fiori, donne ridenti, case allegre e ospitali. Tutto là dentro era una rinuncia, ma per chi, per quale misterioso bene?»
Davanti il deserto. Un unico paesaggio, un unico scenario. Gli viene proposto di trattenersi pochi mesi, solo quattro, e poi tornare a casa. Gli viene prospettato di restare un paio d’anni che alla Fortezza si acquista merito più rapidamente e il servizio vale di più. Passano i giorni, passano le speranze, vengono meno i sogni di gloria. L’unica cosa che manda avanti i soldati è la prospettiva di quel nemico così atteso e così bramato, così desiderato e così auspicato ma che proprio non vuol saperne di arrivare. È questa la “benzina” che alimenta le giornate, che le fa scorrere in un caleidoscopio di monotonia, che le rende meritevoli di essere vissute e vinte in quel del nulla accadere. Ogni minimo presunto avvistamento è un motivo per ripagare di quell’attesa interminabile. Quando Drogo avrà la prima licenza, è ancora in tempo per salvarsi, ma vive ormai in una “terra di mezzo”. Non appartiene più a casa sua, non si sente più parte del mondo che prima era fatto di motivazione e vita, non appartiene ancora totalmente alla Fortezza ma in quel luogo si sente padrone del silenzio, mosso da un motivo e una ragione per vivere e andare avanti. Si trova ad essere parte di quell'ingranaggio che non si può interrompere e che porta a rimandare il possibile cambiamento, la svolta della propria esistenza.
«[…] Ora sentiva perfino un’ombra di opaca amarezza, come quando le gravi ore del destino ci passano vicine senza toccarci e il loro rombo si perde lontano mentre noi rimaniamo soli, fra gorghi di foglie secche, a rimpianger la terribile ma grande occasione perduta.»
Scegliere. Farsi trasferire. Restare. Scoprire che altri se ne sono andati. Il tempo sembra non scorrere mai, eppure il suo defluire non risparmia nessuno, ancor meno Giovanni Drogo. Sono ormai passati quasi tre decenni e per Giovanni ha inizio l’ultima vera sfida. Chissà se quei Tartari sono arrivati davvero, ma per lui adesso il nemico è un altro. La sua vita è trascorsa nell’attesa, senza affetti, senza più sogni e speranze, senza nulla costruire. Ed ora cosa gli resta se non affrontare la morte in solitudine, nella più unica dignità e nella consapevolezza che ha vinto l’ultimo e vero grande nemico e cioè la paura di morire?
«[…] Avanzava infatti contro Giovanni Drogo l’ultimo nemico. Non uomini simili a lui, ma tormentati come lui da desideri e dolori, di carne da poter ferire, con facce da poter guardare, ma un essere onnipotente e maligno; non c’era da combattere sulla sommità delle mura, fra rombi e grida esaltanti, sotto un azzurro cielo di primavera, non amici al fianco la cui vista rianimi il cuore, non l’acre odore di polvere e fucilate, né promesse di gloria. Tutto succederà nella stanza di una locanda ignota, al lume di una candela, nella più nuda solitudine. Non si combatte per tornare coronati di fiori, in un mattino di sole, fra sorrisi di giovani donne. Non c’è nessuno che guardi, nessuno che gli dirà bravo.»
“Il deserto dei Tartari” è un testo elegante, dalla prosa magnetica, dal contenuto composto e corposo. È un libro che ricorda ai lettori l’importanza del tempo, il difficile convivere con la monotonia. Ed è anche un libro che ci invita a riflettere sulla nostra esistenza, sul nostro essere, sui nostri sogni, le nostre disillusioni, le nostre speranze, le nostre verità, le nostre amarezze. L’idea venne a Buzzati quando si trovò in un periodo di profonda monotonia nella sua vita e questa consapevolezza del tempo che scorre arriva tutta proprio nel suo non scorrere (che intrappola).
Il lettore è come trasportato in una dimensione di non temporalità, in una dimensione parallela dove i ritmi del vivere sono diversi e costruiti su nuovi presupposti. Non è un romanzo per tutti, è un libro che richiede tempo, che chiede di essere capito e che ripaga per quel che chiede con il messaggio che offre e lascia. Il ritmo è ben cadenzato, la sensazione è quella di essere con Drogo in ogni istante, anche nell’epilogo affatto lieto. Scuote, non lascia indifferenti, resta. Un classico del nostro panorama letterario da non perdere.
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Nello specchio
«[…] Non aveva perso il senso dell’umorismo. Gli piaceva fare dell’ironia, a volte anche piuttosto pesante. Non era, in fondo, l’unico atteggiamento sensato nei confronti della stupidità della vita e delle persone?»
Avvicinarsi a un Geogers Simenon non Maigret è sempre un’esperienza unica e fortemente introspettiva. Tanti sono gli echi autobiografici che si respirano in queste opere e altrettanto numerose sono le riflessioni sulle figure femminili che da sempre affascinano l’autore. Non a caso, in molti suoi scritti non dedicati al celebre commissario, son proprio le donne a reggere le fila della narrazione con tutte le loro profondità e criticità. “La prigione” è un romanzo classe 1967 ed appartiene all’ultima produzione simenoniana. Approda in Italia nel 1968 per Mondadori, sparisce dai cataloghi e le librerie quasi subito e torna a vedere la luce grazie ad Adelphi che sta ripubblicando l’intera opera dell’autore. Lo scritto appartiene a una delle fasi più complesse della vita di Simenon, se in opere quali “L’orologiaio di Everton” o “Il fondo della bottiglia” l’autore doveva vedersela con la perdita del fratello e il senso di colpa attraversando un altro periodo nero della sua produzione, qui è costretto a fare i conti con la separazione dalla moglie Denyse Ouimet a seguito anche delle numerosissime e mai celate relazioni extraconiugali del marito.
Ne “La prigione” protagonista è Alain Poitaud di anni trentadue e di professione direttore del “Toi”, una rivista molto quotata da lui fondata. La moglie Jacqueline, soprannominata Micetta, è a sua volta giornalista ma freelance. Il soprannome deriva dal fatto che la donna ha un carattere molto mite e accondiscendente. Tra i due la relazione è basata sulla libertà, cene conviviali, appuntamenti di lavoro, scappatelle occasionali ed anche molti bicchieri di scotch o whisky. Alain spersonalizza le persone che incontra, nessuna ha un nome, sono tutte “cocco” o “bella mia” senza troppe distinzioni.
Quando la vicenda ha inizio è il 18 ottobre, Poitaud sta rientrando a casa, ha in programma una cena con gli amici e ad attenderlo trova un funzionario di polizia. La sua Micetta non è ancora rientrata. A prima vista viene a delinearsi un giallo atipico, sappiamo quasi subito che la donna ha prelevato la pistola del compagno per sparare alla sorella. Tuttavia, da subito, il lettore si accorge di trovarsi davanti a uno scritto ben diverso, non solo un giallo atipico ma anche un romanzo sociale e psicologico che scuote già a partire dalla caratterizzazione del personaggio principale. Alain fatica a suscitare empatia, ad entrare nelle grazie del conoscitore. È un uomo superficiale, borioso, anaempatico, forte bevitore e dedito a sminuire i legami e gli affetti. Simenon descrive il rapporto di coppia di una relazione alto-borghese con una vita piatta, vuota e vissuta tra parvenze e finta convivialità. Basti pensare che i due hanno un figlio di cinque anni che nelle pagine quasi non compare. Il conoscitore sa che esiste ma non lo incontra, quest’ultimo vive nella casa di campagna insieme ai domestici che lo crescono ed educano.
Pagina dopo pagina assisteremo a una trasformazione del protagonista e man mano che il romanzo prenderà forma ne intuiremo anche quella che è l’inevitabile declino finale. L’epilogo non sarà infatti felice.
«[…] Si vergognava. Era più forte di lui.»
Ed ecco allora che “La prigione” ci porta ad affrontare un viaggio totalmente introspettivo per mezzo di Alain, Micetta e tutti i personaggi che ne costellano lo svolgersi. Alain si rende conto che la sua vita non è altro che una menzogna, una costruzione perfetta di finzione e inutilità, un luogo dove indossare maschere su maschere sino a perdere se stesso. Anche scavando oltre quel personaggio che si è costruito, non sa più chi è.
Jacqueline, di contro, è una donna che ha sempre vissuto seguendo i canoni imposti e previsti dal marito, con carattere discreto e accondiscendente, ma da sempre odia la sorella con cui Alain ha anche avuto una relazione, seppur finita un anno prima al delitto. È questo ciò che fa pensare a un delitto passionale. Ella semplicemente decide di smetterla di vivere all’ombra di Alain, decide di vivere e non più nascondersi dietro una parvenza. Sa di aver contraddetto al marito e per questo si scusa anche per non essere stata la Micetta che lui desiderava.
Ma quanto possono reggere gli inganni? Quanto la maschera può durare? Quanto una vita di finzioni può andare avanti? Quando la miseria dell’animo può reggere alla verità? Non resta che un unico inevitabile epilogo.
Un Simenon cupo, duro, profondo, che nulla risparmia e che trattiene dalla prima all’ultima battuta.
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Bernard Foy, Nelly e l'ossessione
«[…] Come in molte vecchie case del quartiere, le finestre, alte e strette, scendevano fino a trenta centimetri dal pavimento e arabeschi in ferro battuto reggevano la sbarra del davanzale.»
“La porta” di Georges Simenon, edito per Adelphi, con traduzione di Laura Frausin Guarino, fu scritto dall’autore a Noland e trovò la conclusione il 10 giugno 1961. Vide la sua prima pubblicazione solo nel 1962 da Presses de la Cité.
Ed è proprio da una delle tante case di quartiere che dalla sua sedia il protagonista, Foy, segue le vicende che si susseguono sulla strada dove vive insieme alla moglie Nelly.
Bernard e Nelly da due decenni sono sposati e vivono in un appartamento sopra la pasticceria Escandon, all’angolo di rue des Minimes. Foy non ha un’occupazione questo perché la sua esistenza è cambiata da quando, mentre si trovava di pattuglia nel bosco durante la Seconda guerra mondiale, le sue mani toccano una mina che poi è esplosa. Da questo momento queste non esistono più e sempre da questo istante, Bernard, non si sente più un vero uomo. In lui si sviluppano mille insicurezze, mille paure, mille fobie che si coniugano e fondono con una morbosa gelosia verso Nelly. La coppia non ha mai smesso di amarsi, la coppia è ancora complice; eppure l’uomo viene roso dalla gelosia. È un sentimento malsano, lo sa, soprattutto dal momento in cui nel palazzo si trasferisce un giovane illustratore inchiodato su una sedia a rotelle dalla poliomielite. Si tratta del fratello di Gisèle, una collega di Nelly della ditta Delangle & Abouet. Questo è il filo conduttore che porta la moglie del protagonista spesso a casa del giovane: ella si occupa di consegnargli dei pacchi da parte della sorella.
«[…] Ci sono giorni, quando ti vedo scendere dall’autobus, in cui mi metterei a urlare di gioia… Fin da quando avevo quattordici anni sognavo il matrimonio, una donna tutta mia, un piccolo mondo di cui sarei stato.»
Ed ecco allora che “La porta” ci mostra un uomo che vive le sue giornate spiando, osservando, pensando. E mentre pensa e più pensa, più sente lontana la donna che ha al proprio fianco, più teme di perderla, più ne è geloso. Una moglie, sia chiaro, che è innamorata del suo compagno per quanto esso sia infelice e per quanto esso sia sfortunato.
Tra queste pagine si respira un perenne senso di solitudine, di vuoto, di pensieri che sono l’unica grande compagnia in un appartamento che è inquietudine. L’ossessione si fonde con la menomazione, la ricerca di affetto e carezze si coniuga con la fragilità dell’animo umano e del sentimento che può essere messo in dubbio con tutto. Ed ecco allora che Simenon, con la sua solita prosa cruda e intrisa di verismo, delinea i tratti di un uomo debole, affranto, disfatto sino a quello che ne è il tragico ma inevitabile epilogo.
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Madre e figlio
«[…] Nei tranquilli anni in cui vivevamo lontani e mi chiamava all’alba, non dovevo fare altro che dire ciao, appoggiare la cornetta al cuscino, continuare a dormire mentre il flusso del suo discorso scorreva come acqua da un argine rotto, e salutarla quando finiva. A chi non credeva fino a che punto potesse spingersi la sua furia monologante ne dimostrai la portata durante un viaggio in auto. Angela chiamò, io risposi mettendo il telefono in vivavoce, poi guidai tranquillo e concentrato sulla strada per almeno mezz'ora senza pronunciare verbo e senza che quel rovescio di sillabe si
arrestasse un attimo.
Angela sente e segue solo il ronzio dei suoi pensieri, delle ossessioni che la tengono desta, che la scuotono e pungolano i suoi giorni e le notti che sempre più tendono a confondersi, a scivolare gli uni nelle altre trasformandosi in uno stato perenne di dormiveglia.»
Avvicinarsi a “Il fuoco che ti porti dentro” di Antonio Franchini significa avvicinarsi a un romanzo dalle tinte anche del memoir e che ripercorre il difficile rapporto tra una madre e un figlio. Angela, la madre, non è mai stata una donna semplice. Tra queste pagine il rapporto viene analizzato in ogni sfaccettatura, viene rivissuta l’infanzia dello scrittore, riflettiamo sul nostro Paese di ieri ed oggi, su a Napoli, torniamo a Milano dove la madre anziana è stata trasferita dopo la vedovanza.
Angela è una donna incomprensibile quanto imprevedibile, una donna dal carattere pesante, insopportabile, livoroso, aggressivo e violento, è capace di furie istantanee non motivate, di insulti ai suoi stessi figli ed è una donna con una visione del mondo pessimista, razzista e piena di tanti luoghi comuni talmente scontati e talmente bassi che ne dimostrano tutte le limitazioni.
Non ha amici, è nata in provincia di Benevento e poi si è trasferita a Napoli, la città dai mille volti e le mille energie. Studentessa di liceo classico, studentessa universitaria, donna tipicamente meridionale, si sposa con un uomo più grande di un’altra classe sociale e da cui avrà tre figli (Antonio e due bambine). Su questi ultimi riversa tutta la sua rabbia, tutto il suo carattere astioso, tutte le sue angherie.
«[…] Non sa dimostrare l’amore e non sa farsi amare.
L’amore è il cruccio di tutti, ma sempre nel senso delle forme assolute: quella, puramente attiva, dell’amare, e l’altra, perfettamente passiva, dell’essere amati.
Del dimostrare amore nel modo più giusto e del farsi amare, cioè dei modi del sentimento, non della sua essenza, non si preoccupa nessuno. Gentilezza e tenerezza sembrano l’elemosina, la declinazione degradata delle passioni.
Ad amare come viene sono buoni tutti, e anche chi ama senza essere riamato trova consolazione in questo sacrificio, ma chi è incapace di risvegliare attorno a sé le forme minori dell’amore conduce una vita aspra e non sa perché.»
Il testo è avvalorato dal napoletano, un dialetto che dona alle pagine ancora più autenticità. Il fulcro dello scritto è e resta lei, la madre, ma man mano che andiamo avanti conosciamo anche le dinamiche che hanno caratterizzato la famiglia, dal rapporto coniugale asimmetrico sino all’odio per la sorella del marito, Anna, per i vicini di casa, per gli amici e i figli. La personalità della donna è estremamente incisiva e sarà soprattutto la figlia più piccola a far leva e a far le spese di questo carattere così livoroso.
Anche quando lo scrittore sarà adulto e la donna si trasferirà a Milano da “o’ scrittore”, le cose non miglioreranno perché mai lei ammetterà di essere orgogliosa di quel figlio.
Tanti i personaggi che si susseguono tra le pagine, dal padre sino allo zio Francesco, e che donano ancora più profondità allo scritto. Un romanzo dove ciascun volto ruota attorno alla figura di una donna che sopraffà e schiaccia con la sua disperazione.
Un testo che offre tanto, non sempre semplice da leggere per il profondo uso del gergo napoletano ma che invita alla riflessione soprattutto sulle dinamiche umane e familiari.
«[…] Eppure noi sappiamo che cos’è, in realtà, questo lungo, occulto bisogno dell’approvazione di un genitore, fosse pure un mostro, avvinto a noi più strettamente proprio in ragione della sua mostruosità; conosciamo questo senso d’inadeguatezza che non si placa, questa ricerca di un cenno di approvazione da parte di chi ci opprime…»
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Una clessidra
«[…] La donna pendeva da un cappio legato a un lampadario. Gli dava la schiena, la testa china sul collo spezzato. Le afferrò le gambe nella disperata speranza di trovarle ancora vive. Sotto di lei, una morbida scarpa di pelle giace sul pavimento. Mentre le afferrava i polpacci, uno sguardo rivolto al viso sopra di lui gli rivelò un paio di amare verità.
La prima era che la vita che un tempo ardeva luminosa in quel corpo si era spesa e non sarebbe più tornata, per quante preghiere avrebbero recitato, per quanto abili fossero stati i medici. Era sparita come la luce di un giorno ormai andato.
La seconda verità che gli si impone, serrandogli il respiro nel petto, fu che la donna che stringeva, la donna che oscillava nella brezza, non era la lontana, inafferrabile Coraline Tooke. No. La povera donna era sua madre, Firenze. Quella povera creatura tragica, maltrattata, piena di rimorsi. Impiccata a una corda bianca, di quelle destinate al legname grezzo o alle barche.»
“The turnglass. La clessidra di cristallo” di Gareth Rubin è quello che si suole definire un libro tête-bêche e cioè due storie che uniscono due misteri e due epoche diverse ma per mezzo di un filo conduttore che collega le vicende. Si tratta di una vera e propria tecnica narrativa che veniva utilizzata soprattutto in passato dagli stampatori.
Siamo a Londra, è il 1881. Qui Simeon Lee, medico, è ossessionato dal colera. Vuole sconfiggerlo, studiarlo, ma non riesce ad ottenere i fondi di cui necessita per portare avanti le sue ricerche. Per questo decide di accettare un incarico alquanto particolare: si recherà a Colchester, Contea dell’Essex, e da lì nell’isola di Ray, da un lontano parente, il reverendo Oliver Hawes che manifesta un peggioramento delle condizioni di salute e che assisterà. Sull’isoletta sorge la residenza del sacerdote, Turnglass House, edificio a due piani che è sormontato da una banderuola fatta a clessidra di cristallo. È qui che vivono padre Oliver e sua cognata Florence su cui verte una condanna agli arresti domiciliari a seguito dell’aggressione al marito di poi morto. Che sia stata lei ad avvelenare l’uomo nonostante il confino nell’edificio stesso in un’ala che impedisce ogni contatto e che ricorda una gabbia di vetro? Per il dottor Lee non c’è tempo da perdere, ha inizio una corsa contro il tempo.
1939, Los Angeles. Ken Kourian sta avendo un grande successo. Il suo sogno dopo la laurea a Boston era proprio quello di sfondare nel cinema. Conosce per caso Oliver Tooke, scrittore acclamato e figlio del governatore dello Stato e con lui trascorrerà molti momenti nella villa in vetro sormontata da un segnavento a forma di clessidra di cristallo. Tuttavia, la morte di Oliver interromperà quella che era la quiete del luogo. Ken lo troverà cadavere in quella che è la “torre d’ispirazione” e cioè il luogo dove lo scrittore si rifugiava per scrivere. Sarà rinvenuto morto a causa di un colpo di pistola alla testa. Che si sia suicidato proprio dopo la pubblicazione di “Turnglass House”, l’atteso romanzo? Insieme alla sorella Coraline, Ken si recherà sull’isola di Ray dove sorge la casa di famiglia dei Tooke per indagare. E ripartirà proprio dal romanzo che torna indietro nel tempo, rievocando la storia del dottor Simeon Lee che nel 1881 cercò proprio di salvare la vita del reverendo Hawes.
«[…] È quello su cui ho lavorato. In un certo senso. Persone che cambiano da un punto di vista all'altro. Da un anno all'altro." Fissò dalla soglia le onde nere che sciabordavano sugli scogli. "Le persone cambiano".»
La formula usata da Gareth Rubin in “The turnglass. La clessidra di cristallo” è molto originale e lascia a chi legge una libera interpretazione sul come leggere lo scritto e sul come considerarlo. Che si tratti di un volume unico diviso in due o di due storie che si fondono tra loro, il romanzo solletica la curiosità.
Lo scritto si costruisce interamente su un gioco di specchi e pian piano ricompone il puzzle. A ciò si aggiunge uno stile narrativo che accompagna pagina dopo pagina e che muta la sua veste a seconda delle situazioni che incontra. Lo stile, cioè, cambia e muta a seconda dell’epoca storica di riferimento così da rendere ancora più veritiero e plausibile il narrato. È nella conclusione dei due narrati che però resta un poco di amaro in bocca. Se da un lato siamo incuriositi dalle vicende, dall’altro il dubbio sullo sviluppo e l’epilogo scelto resta. È come se mancasse qualcosa, come se mancasse quel qualcosa a far sì che il romanzo funzioni nella sua interezza doppia. Anche dal punto di vista del ritmo a tratti è come se ci fosse un rallentamento, non regge ai colpi di scena e il lettore finisce con l’intuire il dove si andrà a parare. Cade quello che è l’incanto narrativo, per dirla alla Umberto Eco.
In conclusione, “Turnglass. La clessidra di cristallo” di Gareth Rubin è un romanzo dai buoni intenti, che regala ore di piacevole intrattenimento, ma che resta in parte incompiuto, irrisolto e questo lascia molte perplessità nel lettore che resta con quel retrogusto amaro in bocca.
“Potresti”, ammetti Oliver.
“Ma non lo farai.”
“Dimmi perché.”
Oliver si infilò le mani in tasca.
“Perché hai troppo rispetto del confine tra giusto e sbagliato. Forse è proprio quello che ho bisogno d'avere intorno. Non dovrai aspettare molto.
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Eden in Islanda
«[…] A sei anni, come regalo di compleanno ricevetti un mappamondo che poggiava su un supporto. Aveva una lam¬padina all’interno e si poteva far ruotare. Chi l’aveva fatto non aveva dedicato molto impegno all’isola in cui vivevo io, l’Islanda, per cui i suoi contorni erano approssimativi. Per giunta l’isola era di colore bianco, a significare che era ricoperta di ghiaccio come il polo Nord. Io sapevo che non era così.»
Auour Ava Olafsdottir torna in libreria con un nuovo romanzo intitolato “Eden”. In quest’ultima opera a prevalere sono due temi: la riscoperta di sé e la cura dell’ambiente, tema oggi come oggi al centro dell’attenzione di molti scrittori. Alba, la nostra protagonista, è una linguista appassionata di lingue minoritarie e per questo a rischio di estinzione. Il suo lavoro la porta a viaggiare. Se da un lato edita, dall’altro deve muoversi per tutelare queste lingue. Ma questti spostamenti hanno un costo, soprattutto per il mondo che la circonda.
Innanzi alla consapevolezza del carbonio prodotto, ella sceglie di piantare una foresta di betulle in uno dei campi che la circondano. La foresta diviene così un modo per riparare il danno ambientale ma diventa anche il suo personalissimo rifugio, un luogo dove ritrovare il contatto con il proprio essere e non solo con la natura che la circonda. Ciò la porta a riscoprire la bellezza della semplicità ed anche l’importanza del vivere in simbiosi e in armonia con il mondo che la circonda.
«[…] Un giorno qualcuno parla una lingua e dice di amare o di avere fame e il giorno dopo nessuno la parla piú.»
Altri due sono i parallelismi interessanti che ci presenta in Eden. Da un lato abbiamo un parallelismo tra piante e immigrati perché gli alberi “stranieri” al territorio roccioso faticano ad attecchire e ad integrarsi nel nuovo territorio esattamente come gli immigrati una volta che sopraggiungono nel nuovo mondo, dall’altro abbiamo quello con il linguaggio appreso proprio dagli abitanti del villaggio. Ecco allora che il linguaggio diventa lo strumento di connessione e di integrazione e l’amore si trasforma nel modo prediletto per superare i vincoli e connettere culture costruendo ponti.
A tal proposito, la stessa Islanda è metafora di questa difficoltà ad attecchire, per il suo clima, per il suo essere spesso fredda e inospitale agli occhi dei più.
«[…] Conosco quello sguardo. So cosa significa. Io volevo e non volevo.»
Le opere della Olafsdottir sono sempre molto pungenti e spesso trattano di storie dove i protagonisti sono a un bivio e sperimentano sull’interrogazione di se stessi. Eden esplora proprio questi temi. Passa dalla ricerca del sé al rapporto con la natura ma non manca di affrontare anche temi quali l’inseguire i propri sogni.
È naturale immedesimarsi nelle sue storie così come lasciarsi trasportare dallo stile fluido e magnetico. Altra grande peculiarità è quella di riuscire a ricostruire il mondo dell’Islanda per quel che è, con tutti i suoi pregi e difetti.
“Eden” ci invita a riflettere, ci invita a pensare a quelle che sono le nostre azioni e le relative conseguenze sull’ambiente che ci circonda, ci ricorda quanto sia importante accogliere e integrare, ma ci ricorda anche e più semplicemente di non perdere mai la speranza.
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Hungry Heart
«Anni dopo, ripensandoci, si era detta che a volte può bastare una parola a determinare un destino: forse se la donnina non avesse scelto quel termine, tribe, lei non avrebbe sentito sorgere dentro di sé una resistenza così ostinata.»
Eshkol Nevo rappresenta uno degli autori più amati dal pubblico italiano, questo per le sue opere sempre pungenti ma anche riflessive e che riescono a far vivere ai lettori emozioni sempre forti e incisive. Pubblicato per Feltrinelli Gramma, che inaugura, è “Legami”, opera composta da una serie di racconti che hanno quale obiettivo quello di soffermare l’attenzione del lettore proprio sulla loro complessità, profondità e fugacità. Questi racconti trattano infatti di emozioni spesso impalpabili, inafferrabili, effimere ma anche di sentimenti altrettanto profondi che vengono poi spezzati dall’evoluzione della vita. Obiettivo prevalente è anche quello di invitare i protagonisti a cercarsi e a ricercare se stessi. Non è semplice comprendere di cosa abbiamo bisogno, di chi.
Tradotto da Raffaella Scardi, “Legami” si apre con un racconto intitolato “Hungry Heart”. È uno dei testi più significativi dove un figlio accompagna il padre al concerto di Bruce Springsteen in Francia. Padre e figlio partono da Israele per assistere all’esibizione del Boss, per il genitore non c’è ancora molto tempo da vivere, per il figlio vi è la consapevolezza che si tratti di uno degli ultimi momenti che può vivere con lui. Per anni, scopriremo in seguito il perché, quest’ultimo non ascolterà più canzoni a lui appartenenti. La narrazione prosegue con “Meno drammi possibile”, scritto in cui una madre, per una serie di circostanze fortuite e dettate da un sinistro che la vede con una gamba ingessata, si trova a vivere un periodo della sua vita con la ex suocera che ormai stenta a riconoscerla e a ritrovarsi faccia a faccia con quel figlio che anni prima ha abbandonato. Adesso che è adulta comprende davvero le parole della “donnina”, anche se al tempo ne fu spaventata, anche se al tempo mai avrebbe riconosciuto la verità delle stesse. Quella parola, in particolare, tribù, fu quella che più riuscì a destabilizzarla. Ed ancora, in un altro racconto, conosciamo una donna israeliana che insieme alla sua famiglia ha lasciato il suo kibbutz e vive in un albergo in una località al confine con il Libano. Nonostante la guerra, decide di tornare a casa, quella casa che da tre mesi ha abbandonato nel silenzio, ha reso disabitata. Affronta i soldati, vuol tornare a cucinare i suoi piatti. Ed è proprio davanti alla certezza di una casa disabitata che sente la voce di un uomo nella doccia. È un giovane soldato che si giustifica evidenziando il bisogno di acqua calda dopo mesi e mesi che non riesce a farne e dopo mesi e mesi che vede la morte e la rischia a sua volta. Si chiama Shai. L’incontro si svolge con naturalezza. Lei sta cucinando, lo invita a condividere il cibo ma anche una sigaretta, proprio lei che ha smesso di fumare. Il tempo passa velocemente e in modo naturale. Sanno che devono separarsi ma il contatto che c’è stato tra i due non si potrà dimenticare. Anche una volta che sarà tornata in albergo continuerà a pensare a quell’incontro, a cantare quella canzone, “Dacci la pioggia solo quando serve” che il militare cantava sotto il gettito, non risponderà al marito e rifletterà su quel conflitto che non piace a nessuno ma che non cessa.
«Solo quando Cheryl la abbraccia molto molto a lungo, nella sala arrivi a Toronto, si rende conto di qual è il desiderio che le è sorto dentro e pensa, non glielo posso scaricare addosso ora, aspetto che arriviamo a casa, mi faccio una doccia, mi metto comoda in tuta, lei nel frattempo preparerà un chai latte, e solo allora, attraverso il vapore del chai, glielo dirò, le dirò cosa voglio prima che sia troppo tardi.»
Nevo parte sempre, in questi racconti, da un episodio minimo, casuale, ordinario. Un episodio che potrebbe manifestarsi in qualunque momento e che diventa l’elemento da cui raccontare una storia più profonda, intima e riflessiva. Quest’ultima riesce a colpire per la delicatezza dei sentimenti che le appartiene, soprattutto perché inespressi. Poche righe, le sue, con cui riesce però a mettere in scena la pièce del teatro che vuol dedicare al lettore per suscitare in lui una riflessione profonda. Al contempo, basta un gesto, quale due palmi delle mani, a unire più di un abbraccio.
“Legami” di Eshkol Nevo è una raccolta molto matura dell’autore che va vissuta a piccole dosi, gustata piano piano, poco alla volta e da qui assaporata. È avvalorata da una scrittura fluida, affatto pesante e da una serie di racconti che conquistano proprio per la loro genuinità. Non è forse una lettura d’impatto trattandosi di tante storie unite dal tema del legame ma in ogni caso arriva e resta.
«Unisce solo i palmi davanti al petto in segno di gratitudine poi si volta e va via.»
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Anime unite nell'evento tragico
“È un venerdì sera, d’inizio aprile, quando le giornate si allungano e il tempo sembra farsi più mite. Lungo il viale, sulle rive della Senna, gli alberi sono di nuovo in fiore e i passeggiatori sono tornati. Intorno a loro volteggiano i fiocchi caduti dai pioppi; sembra neve primaverile.
È una stazione, incastrata tra una metropolitana sopraelevata e degli edifici futuristi, con la facciata imponente, di un’altra epoca, incorniciata di statue, dove le finestre monumentali dominano sulla pietra e riflettono l’azzurro sbiadito del cielo. Fumatori e venditori ambulanti si riparano sotto una pensilina dalla pittura scrostata.
È la sala dei passi perduti, dove gli sconosciuti si incrociano, dove una Croissanterie offre panini e bevande da asporto, da non perdere il menu speciale a soli 8 euro e 90, mentre un barbone prende a calci un distributore di bibite e merendine.
È una banchina, annerita dall’inquinamento e dagli anni, dove è stata montata un’impalcatura perché bisogna pure salvare il salvabile, e dove i viaggiatori si affrettano, senza prestare attenzione al lucernario di metallo che filtra gli ultimi raggi di sole.”
Edito per Guanda, “La notte mento” di Philippe Besson è un viaggio notturno che cela l’incontro con la natura umana più intima.
“Ma la notte, ancora una volta, fa il suo effetto, il luogo ha decisamente il suo mistero, la sua reputazione, i suoi imperativi irresistibili.”
Siamo a bordo di un treno notturno che conduce a Briaçon da Parigi. Siamo cioè diretti verso le Alpi francesi al confine con l’Italia. Tanti i passeggeri, tante le storie che li vedono protagonisti anche se in apparenza non sono legati da alcunché. È un evento drammatico a unirli. Ma attenzione. Il rimando naturale è quello ai romanzi alla Agatha Christie, in realtà Besson mantiene la suspense tipica del genere ma abbandona i cliché del poliziesco per concentrarsi sulla psiche e psicologia dell’essere umano. Quel che si crea è un romanzo che incuriosisce il lettore e che cela anche il delitto. Sappiamo sin da subito che ci sono vittime imminenti e questo rende la narrazione intrigante.
La narrazione è ancora intrisa di quel giusto filo di inquietudine che definisce ogni dialogo e ogni passo delle sequenze significativo. Il lettore si cala nella parte riscoprendosi detective. Si crea immedesimazione e si è curiosi di conoscere maggiormente le vite dei protagonisti.
Il romanzo si evolve piacevolmente e porta a un epilogo inaspettato. Realtà e ipotesi non sempre coincidono e il colpo finale ci lascia sorpresi e porta il lettore a interrogarsi sul destino e la sua imprevedibilità.
I personaggi sono ben caratterizzati e resi veritieri dalle rispettive singole storie, la scrittura è fluida, le interazioni funzionano. Troviamo chi è in fuga dal passato, chi ancora è alle prese con la malattia del marito, troviamo un medico famiglia, un gruppo di ragazzi ed anche un rappresentante di abbigliamento sportivo; cioè troviamo tanti volti per tante storie.
La tragedia riporterà alla luce la loro umanità. Per una volta, da una situazione complessa e nefasta, emergono emozioni positive e la consapevolezza che l’animo umano davanti a situazioni estreme, può tirare fuori il meglio di sé.
Non forse un capolavoro ma certamente un titolo con cui trascorrere ore liete.
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Tacere o non tacere
«[…] Vincere si può, aveva ripetuto alzandosi, e sorridendo ancora con quella sua aria malinconica e allegra, levantina. Timida e grave. Schiva e sfrontata.»
Scauri. Ultimo paese del Lazio, un luogo che non è bello e che non è brutto, un luogo dove negli anni Settanta si trasferisce Vittoria insieme a Mara. Chi sono costoro? Vittoria è una donna distaccata ma anche intuitiva, ha aperto una pensione per animali quando in paese nessuno si preoccupava di stalli o altro ma solo di pecore, capre, mucche e conigli. È una donna, ancora, generosa e non compresa. Non litiga con nessuno ma gli abitanti non la capiscono. È fuori dagli schemi. Lo stesso rapporto con Mara è ambiguo. Che si tratti di una adozione? Di un rapimento? Cosa le lega? Quale legame le unisce? Vittoria tuttavia viene rinvenuta morta nella sua vasca da bagno. Il paese accetta, è un qualcosa di inaspettato, ma può capitare. Tace. Nessuno si pone domande anche se fa strano che sia occorso proprio a lei questo incidente. Solo Lea non è convinta dell’accaduto. Avvocato con marito e due figlie, una vita ricca di impegni e ancor più di battaglie legali, si chiede come sia possibile che una nuotatrice provetta come Vittoria che si buttava in acqua al mare d’inverno e d’estate senza differenze nuotando in ogni circostanza e governando le onde a occhi chiusi, sia perita proprio in una vasca da bagno a causa di quell’acqua che le è sempre stata amica. Da qui inizia anche a tornare indietro nel tempo, a pensare. Perché proprio questa morte non le torna.
«[…] La morte, le ricordo, scioglie tutti i vincoli, anche quelli matrimoniali. I morti, avvocato Pontecorvo, non sono di nessuno.»
“Chi dice e chi tace” di Chiara Valeria è senza dubbio un non-giallo che gioca sulle non risposte. Ambientato nella cittadina d’origine dell’autrice, muove le fila dalla morte di uno dei volti più conosciuti della comunità e da qui ricostruisce. Perché non è solo la sua dipartita a destare sospetti, è anche la sua identità. Se Vittoria appartiene a chi tace, Lea appartiene a chi dice e per questo non può accontentarsi della spiegazione di facciata, ha bisogno di sapere, di andare oltre la punta dell’iceberg.
Ed è da qui che Lea Russo dovrà condurre le fila di una indagine che riporta al passato, che si scontra con troppe verità celate, con cicatrici mai guarite. Da qui capirà che, come Vittoria, non è più potuta tornare indietro da quelle che sono state le sue scelte, lo stesso varrà per lei. E sempre per mezzo di questo gioco di specchi, dovrà anche rimettere in gioco tutta quella che è la sua vita, tutto quello che credeva di avere costruito, se stessa. Ed ecco allora che emergerà quella che è la vera indagine: non tanto quella sulla morte di Vittoria quanto quella sul suo essere madre, donna, moglie e avvocato.
«[…] Che significa che una persona ti piace, Le’? Non è niente dire che ti piace una persona, è l’indicazione che vuoi starci vicino, una misura di prossimità, però quando ci arrivi vicino, riesci a vedere quello che ha intorno, ed è il contesto, o come vuoi chiamarlo, che alla fine ti piace. Per questo è facile innamorarsi ma amare è complicato, perché spesso, non solo ti piacciono le cose che la persona di cui pensi di essere innamorata ha intorno, ma ti piacciono pure le persone che le stanno vicino, è difficile, è una specie di campo di forze. […] Non si dice gregge di forze ma campo di forze perché è una caratteristica dello spazio, e pure l’amore è una caratteristica dello spazio. Una persona, dove vive, chi ha intorno.»
Dal punto di vista narrativo si è davanti a un flusso di coscienza che alterna presente e passato, riflessioni e valutazioni, silenzi e parole. Si ricostruisce un perfetto mosaico che però si stacca dalla forma mentis canonica del giallo e che di giallo ha in realtà ben poco. L’obiettivo di Chiara Valerio è anche quello di ricordarci che niente è scolpito nella pietra e non mutevole, tutto muta, tutto cambia, tutto si evolve o involve.
Tuttavia, nonostante gli stilemi e le tecniche narrative sfruttati che sono propri del romanzo giallo, “Chi dice e chi tace”, dice poco e tace parecchio. La storia si apprezza negli intenti ma non è incalzante, finisce con l’essere un libro lento e pesante a tratti proprio a causa delle continue riflessioni – spesso ripetitive – della protagonista. È come se si perdesse in se stesso e così facendo perde anche di mordente.
Ciò che rende bene sono le voci dei paesani che smentiscono vicendevolmente la voce l’uno dell’altra, cosa che ben rispecchia la verità delle piccole realtà di provincia. Arriva perfettamente quella sensazione di dubbio che emerge in questi contesti ove tutto è portato per bocca ma, al tempo stesso, è impossibile distinguere il vero dal falso.
In conclusione, “Chi dice e chi tace” di Chiara Valerio è un romanzo che ben rende negli intenti ma che si perde nella resa soprattutto se si è convinti di essere davanti a un giallo da risolvere. Si è più facilmente davanti a un romanzo introspettivo che altro. Da leggere con questi presupposti altrimenti delude.
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Senza lode, senza infamia molto Shirley Jackson
«[…] Siamo diventati un gregge detestabile di piccoli esseri narcisisti sballottati su un battello sull’orlo del naufragio.»
Siamo in Costa Azzurra ed è la primavera del 2023. A largo di Cannes si trova ormeggiato uno yatch, su questo si trova Oriana Di Pietro, editrice ed erede di origine milanese coniugata con Adrien Delaunay, famoso pianista jazz. La sua fama è tale da far sì che il suo nome lo preceda. Mentre è a bordo la donna viene aggredita e presa a sprangate. Le condizioni di salute appaiono subito ben gravi. Viene ricoverata in ospedale d’urgenza, resta dieci giorni in coma, sembra stabilizzarsi ma in realtà dopo questo periodo, muore. Ogni sospetto ricade sul marito che sembra avere un alibi inattaccabile. L’uomo, inoltre, non cede di un millimetro. Anche quando a distanza di un anno viene fermato dalla polizia e interrogato da Justine Taillandier, poliziotta di grande acume che sta attraversando un momento complesso nella sua vita a causa della separazione dal compagno, la sua versione resta perfettamente la stessa. Trovandosi a casa con la febbre ed essendo stato avvistato dal giardiniere alle 19.10, è materialmente impossibile che potesse trovarsi lontano dalla costa e in prossimità dello yatch per commettere il delitto. La polizia è però convinta che la colpa sia sua, che l’assassino sia lui, pressa Justine affinché lo inchiodi. Ma cosa nascondeva Oriana? Il suo passato è costellato da un segreto, la morte della madre a causa dell’incidente in auto che lei si auto-convince di aver arrecato è un qualcosa che la accompagna tutta la vita. Sente ancora la sua voce dirle di non aprire lo zainetto dove è custodito il gatto Gufetto. Al tempo la bambina aveva 7 anni, era il 1991 e la stessa dovette subire una serie di trattamenti motori e neurologici per riprendersi dal sinistro e dalle conseguenze psicologiche.
È in questo scenario che subentra la figura di Adèle Keller, una ragazza che è capace di apparire come scomparire, che fa un lavoro modesto ma che ha un ruolo determinante nella narrazione. Un uomo per tre donne, un mistero in perfetto stile Musso dove nessuno mente, nessuno dice la verità.
«[…] Non era possibile ridurre l’anima umana a un coefficiente d’equazione. L’anima era un materiale complesso, un intreccio inafferrabile costituito da strati differenti e contraddittori, un autentico labirinto a quattro dimensioni, per il quale non esisteva via d’uscita.»
Guillame Musso realizza in “Qualcun altro” un giallo ben articolato e dove il presente si somma al passato in una narrazione che alterna fasi temporali. Il testo si presenta ben strutturato, il mistero incuriosisce e trattiene, i personaggi sono ben caratterizzati. L’indagine in alcuni punti sembra forzata, probabilmente questa era una delle varie volontà dell’autore. Tuttavia, il lettore non manca di percepirlo e resta in parte interdetto. L’epilogo che delinea le sorti e ricompone la matassa cade un po’ nello scontato e, sinceramente, se si sono letti romanzi quali quelli di Shirley Jackson, non stupisce, anzi. La soluzione può starci ma, francamente, è da un lato facilmente intuibile, dall’altro un po’ forzata. Comunque, nel complesso, “Qualcun altro” è un romanzo godibile per l’estate. Non può definirsi il miglior titolo dell’autore ma certamente si presta a ore liete con cui trascorrere un pomeriggio. Senza lode né infamia.
«[…] La credevano forte, ma non era vero. Oriana era soltanto tenace. Fin dai sei anni, la sua vita era stata una lotta permanente, un rifiuto della rassegnazione alla malasorte. Era capace di sopportare il dolore e di volgergli le spalle per lungo tempo. Aveva imparato molto presto che non si possono evitare i colpi che la vita ci riserva. Occorre contrastarli con gli scarsi mezzi che abbiamo a disposizione. Superare la prova per risorgere.»
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Grave
Due ragazzi, opposti ma vicini, due giovani che si respingono e che si attraggono, un orfanotrofio, due solitudini. Ed ancora, un segreto da nascondere, amori, gelosie, nuovi inizi e legami sempre più difficili da gestire. Lei è Nica e porta il nome di una farfalla. Fa della gentilezza la sua più grande caratteristica. Lui è Rigel, porta il nome di una stella, suona il pianoforte, è il bello e tenebroso ma, soprattutto, è “il fabbricante di lacrime”. Una leggenda, forse, un mito, ma in realtà all’interno del Grave, l’orfanotrofio ove sono rinchiusi, è legge. “Il fabbricante di lacrime” sarebbe un misterioso artigiano dagli occhi chiari come il vetro la cui colpa sarebbe quella di aver forgiato tutte le paure e le angosce che abitano il cuore degli uomini. Rigel è il protetto della maitresse del collegio e al tempo stesso è colui che più ha un carattere duro e schivo, freddo e tagliente. Quando ormai Nica ha perso ogni speranza di essere adottata, ecco che una famiglia decide di prenderla in affido. Tuttavia, non sarà sola perché con lei, ad essere adottato, ci sarà anche Rigel. Per lei avere una famiglia è la cosa più importante. Da quando ha perso i suoi genitori e si è trovata in quella prigione senza sbarre apparenti ma tanti castighi e punizioni sotterranee, non sogna altro. Lui no. Lui non ha mai voluto essere adottato. Perché ora sì? Perché sceglie di farsi prendere in affido?
Da qui ha inizio una storia di riscoperta e nuovi legami. Lei è infantile e ingenua, le dita sono sempre coperte da cerotti, è bravissima nelle materie scientifiche e non vede l’ora di iniziare il suo percorso familiare e scolastico. Ha paura di lui. È ancora molto immatura, non si pone domande sui perché di un agire, lo teme ma non cerca un modo per approcciarsi a lui. Almeno all’inizio. Tra i due poi sboccerà un amore profondo e intenso.
«[…] è la delicatezza, Nica. La delicatezza, sempre… Ricordatelo.»
“Fabbricante di lacrime” di Erin Doom è uno di quei libri che se rivolto al suo target di età ha tutti gli ingredienti per riuscire (a maggior ragione se si tratta di un primo approccio al genere). Usciti però da questo, vacilla e non poco. Tante le crepe che lo caratterizzano e che, man mano che si va avanti nella lettura, emergono. Tra cliché, scarse caratterizzazioni dei personaggi, incongruenze e uno stile narrativo pedante e prolisso, che si perde e arrovella su se stesso, si fa fatica e restare tra le pagine e se si va avanti, con coraggio e determinazione, lo si fa solo perché si vuol capire dove vuole andare a parare. E purtroppo il risultato cui ci conduce non è niente di così originale da dire che ne è valsa la pena. A volte, come nel mio caso, ci avviciniamo a un testo per curiosità, perché semplicemente ne sentiamo parlare. Narrativa per ragazzi ne abbiamo anche letta e apprezzata, non ci aspettiamo niente di che ma almeno un qualcosa che si regga sulle “sue gambe”, sì.
Purtroppo in questo testo cose che funzionano ce ne sono poche. Gli ingredienti ci sarebbero ma la ricetta non è riuscita e ha lasciato un retrogusto amaro al lettore.
«[…] Coltivavo le mie stranezze come un giardino segreto di cui solo io avevo la chiave, perché sapevo che tanti non avrebbero potuto capirmi.»
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Padre e figlia
Ogni volta che abbiamo occasione di avvicinarci a un nuovo titolo, siamo mossi dalla curiosità, dall’istinto, dal desiderio di conoscere. Non sempre sappiamo cosa effettivamente ci troveremo davanti ma ne siamo catturati, affascinati, rapiti. Ed è un po’ questo ciò che accade con “Chiudi gli occhi, Nina”, opera ultima di Paolo Mascheri, edita per Edizioni Clichy che ci conduce per mano in quella che è una storia di profonda e grande attualità.
«[…] Ma è quel verbo – mancare – con la sua concavità sterminata a non poter essere riempito di nessuna illusione né attenzione né sorpresa. Non posso dimenticarlo.»
Andrea è un giardiniere, è un uomo come tanti, è un padre. È il padre di Nina, la undicenne figlia della compagna Chiara che in un certo senso “eredita” dalla relazione. Andrea vuole un bene sincero alla piccola, la cresce come se fosse sua anche dal punto di vista biologico e non solo affettivo, è una figura presente e costante, una figura che non manca di amore come di rimproveri ove necessario. Nina sta affrontando una delle fasi più difficili della sua vita: quella della perdita della madre. Perché Chiara è venuta a mancare in apparenza a causa di una morte naturale ed è il compagno ad averla ritrovata. Le ragioni che l’hanno condotta alla morte sono molteplici, ella era affetta da depressione e nel paradosso della vita, era lei la prima ad occuparsi con problematiche simili di pazienti per lavoro. Soltanto Andrea conosce i veri particolari della sua dipartita e fa di tutto per celarlo alla piccola che sta vivendo un momento complesso, è chiusa in sé, si trova in piena adolescenza, fatica a darsi una spiegazione e ancora di più a trovarne una che sia anche solo minimamente plausibile. Nina sente tantissimo il peso della mancanza. Vuol bene ad Andrea anche se è consapevole che lui non è il suo vero padre. Quello biologico, Giovanni, si trova in Venezuela, luogo dove si è rifatto una vita con una nuova compagna. È preciso nell’adempimento dei doveri formali, nel mantenimento da erogare, ma è distante dal punto di vista affettivo. Non sarà semplice per Andrea ricostruire un equilibrio con la figlia e proprio quando sembrerà essere riuscito a ricostruire con lei un piccolo ponte, ecco che Giovanni millanterà il suo ritorno. Tante, ancora, le emozioni contrastanti. Andrea non può impedire a Nina di avere un rapporto con il padre naturale, ma al tempo stesso è lui che l’ha cresciuta, la sente sua figlia in tutto e per tutto e a tutti gli effetti. Ha paura di perderla, ha paura di perdere anche quell’ultimo appiglio al mondo che aveva costruito con Chiara.
«E in questo patto per Nina io e Chiara siamo legati come il vischio e la quercia. Ma se la quercia è morta nessuno può impedire al vischio di abbandonarla, trovarsi un altro ospite e rinnegare tutto.»
Paolo Mascheri con “Chiudi gli occhi, Nina” offre ai suoi lettori uno scritto non solo di profonda attualità ma anche estremamente eterogeneo. Si tratta di una lettura che offre una perfetta fotografia della nostra realtà familiare, delle dinamiche spesso complesse che oggi la caratterizzano e che si distanziano dal modello precostituito cui siamo abituati.
Soffermando lo sguardo sulla scena proposta, Mascheri ricostruisce dinamiche stratificate, fatte di dolore e perdita, sentimenti puri e devastanti la cui forza sa essere spesso devastante. Il ritratto che emerge dalle pagine è quello di un volto vivido, cristallino, veritiero del nostro vivere in questa epoca.
Al tutto si aggiunge uno stile narrativo fluido, pungente, pulito e depauperato di ogni fronzolo. La penna è tanto poetica quanto incisiva, non si perde e non lascia il lettore nemmeno per un istante. Da leggere.
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Emilia, Bruno e il passato che determina il futuro
Quando Emilia arriva a Sassaia sembra provenire da un tempo senza tempo. È il Giorno dei Morti e la sua sembra essere una dimensione ferma, isolata, bloccata a tanti anni fa. Già il look lo dimostra, con i suoi jeans strappati, gli scarponcini viola e il giaccone verde fluo, tutto sembra tranne che una donna adulta ormai trentenne. Questa adolescenza che le appartiene sembra confinata in questi suoi modi e in questo tempo sospeso. Non ha voluto sentire ragioni: l’unico luogo dove era disposta ad andare è Sassaia, prendere o lasciare. Ecco allora che il padre, Riccardo, la accompagna, si premura di verificare che tutto sia funzionante, evidenzia la difficoltà di farle avere una televisione e lei che con quello strumento e solo con questo riesce ad addormentarsi, non la prende benissimo. Il monito del padre consiste nell’invito a trovarsi quanto prima un’occupazione perché Emilia deve ricominciare, il suo passato, quell’errore per cui ha pagato, non può essere un marchio a vita. Il “collegio”, come lo chiama lei, è però un luogo difficile da dimenticare e trovare una nuova strada ma soprattutto, darsi una possibilità, è tutto tranne che semplice o scontato. Nel borgo, dirimpettaio alla casa della giovane, vi è Bruno, maestro elementare che con la sua barba lunga ha un’età indefinita. È maestro di scuola elementare in una classe mista, vive da solo da quando era un ragazzo in quella che è la casa che un tempo apparteneva ai suoi genitori. Anche nel suo passato ci sono dei segreti e sono proprio legati alla famiglia. Tuttavia, egli è subito attratto dalla donna, dai suoi capelli rossi, dal suo carnato e anche da quel suo look anni 2000 che proprio cozza con il loro tempo. È chiuso in sé da troppo tempo, l’incontro con Emilia lo porterà a fare i conti con i propri fantasmi.
«[…] Devi perdonarti di essere viva, Emilia
No, non c’è più niente che io possa fare per meritarlo.»
Gli occhi di Bruno e gli occhi di Emilia si riconoscono: entrambi hanno conosciuto la solitudine, entrambi hanno conosciuto il male. Entrambi hanno scontato la loro pena, entrambi cercano un nuovo inizio. Per Emilia questo è Sassaia e poi Bruno, per Bruno diventerà Emilia. La verità che si cela dietro la storia della ragazza non potrà essere celata a lungo e quando verrà a galla, l’uomo dovrà decidere da che parte stare, se far prevalere il dolore, se far prevalere l’amore, se accettare che per tutti c’è una possibilità di redenzione e rinascita.
«[…] Qualsiasi parola sarebbe stata impossibile per entrambi, mentre stordirci l’uno contro il corpo dell’altra e poi l’uno dentro l’altra, era quasi una liberazione. Sentivo tutta la mia solitudine e la sua solitudine che si aggrappavano e si annientavano a vicenda su quella piazza e mezza che sapeva di chiuso, di bosco, di ricordi. L’unico bagliore acceso tra le montagne.»
Ed oltre ad Emilia e a Bruno vi sono tanti altri personaggi incastonati che vanno dal Basilio, che subito la riconosce, a Marta che rappresenta una sfida e che quella sfida l’ha vinta. E ci sono ancora i paesani che hanno paura del nuovo e del diverso, che sono gelosi e che sono pronti a puntare subito il dito e/o a condannare a loro volta perché preda della paura e del pettegolezzo.
Silvia Avallone torna in libreria con un romanzo che ha veramente tanto da dire e che dimostra, ancora una volta, la sua grande maturità come scrittrice. Ne è passata di acqua sotto i ponti da “Acciaio”, “Marina bellezza” o ancora “Da dove la vita è perfetta” e lei ha il grande merito di non aver avuto paura di questo suo osare. È un’autrice mutevole, empatica, attenta ai temi attuali e mai banale.
Con “Cuore nero” affronta un tema molto complesso che oscilla tra la riabilitazione e la redenzione, tra la rinascita e il ricostruirsi una vita quando un fatto del passato ha determinato in modo indelebile quelli che sono i successivi quindici anni della nostra vita.
Nulla è lasciato al caso tra queste pagine. Dietro c’è uno studio, ci sono incontri in Istituti penitenziari minorili quali quello di Bologna, ci sono incontri con giovani uomini che quelle sentenze di condanna le stanno vivendo e da qui cercano di ripartire.
«[…] Esiste di più. Esiste così tanto che respiri con un polmone solo perché l’altro è schiacciato, la gola è ostruita, il cuore è un buco. Ma dirla significa sfilare un proiettile così ben conficcato che ormai fa parte del tuo organismo, i tessuti gli sono cresciuti intorno, le arterie lo hanno innervato. Estrarlo equivale a morire.»
Non è un romanzo esente da pecche, sia chiaro. Nella seconda parte, in particolare, cade un poco nel moralismo e si perde in digressioni che potevano essere sintetizzate. Lo smacco che porta Bruno a “svegliarsi” e la reazione che consegue è altrettanto intuibile ma è anche naturale. Forse non brillerà di originalità per trama e/o personaggi che tendono ad essere stereotipati ma, francamente, credo che questo fosse proprio l’intento della Avallone perché quando si immagina una data realtà noi tutti tendiamo a cadere nello stereotipato e a rimodellare nella nostra mente un personaggio in un determinato modo. Io ho avuto modo di studiare per anni la realtà carceraria, anche visitandola e nell’immaginario comune tanti, troppi volti, sono confinati a un determinato e univoco disegno. Esattamente come è naturale confinarli in personalità che raramente riescono a rifarsi una vita. Il lieto fine tra queste pagine è voluto anche per questo, e cioè per ricordarci che tutti abbiamo diritto a una seconda possibilità anche quando nessuno avrebbe mai creduto in noi. Ciò che regge le fila e che porta “Cuore nero” a vincere è il tratto emozionale e su questo, vince a mani basse.
«[…] Qualcosa lo sapevo, eppure non sapevo niente. Solo che, se anche fosse stato il nostro ultimo ballo, dovevo ballare. Se anche fosse stato il nostro ultimo istante, lo dovevo vivere. Tanto, tutto finiva. Era inevitabile, il futuro. Quindi la baciai con tutto me stesso.»
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Sopravvissuto con la guerra
Quando Céline lascia la Francia durante la Seconda guerra mondiale, lascia anche nella casa di Montmartre una cassa piena di manoscritti che mai più riuscirà a ritrovare nonostante i tanti tentativi. È solo nel 2019 che questi trovano la luce per mano di un critico che ammise di averli ricevuti da una persona che ne ignorava tanto il valore quanto l’importanza. Ecco allora che elaborati quali “Guerra” o ancora “Londra” vedono la luce e fa quasi strano pensare che ne esistano ancora di inediti e mai letti.
Con “Guerra” ci troviamo davanti a uno scritto privo di revisione e per questo anche intriso di tutta quella che è la prosa céliniana, senza filtri e senza censure. Si tratta di un testo che ci restituisce un’esperienza di guerra e nel particolare della Grande Guerra. È una storia autobiografica in cui risuonano echi, dolore, fischi, esplosioni, perdita. Non mostra i canonici combattimenti a cui siamo abituati o che siamo soventi immaginare quanto, al contrario, un’esperienza sonora narrata dall’unico uomo ancora in vita. Siamo nel 1914 a Ypres, è qui che Céline, moribondo, capisce di essere l’unico sopravvissuto al bombardamento del suo convoglio da parte delle truppe tedesche. Ferito gravemente tanto da causargli emicranie a vita, fu insignito di una medaglia, trasferito in diversi ospedali per poi infine trovarsi a Londra. A questo primo connotato autobiografico si aggiunge poi il tratto tipico céliniano dell’iperbole e del grottesco che porta ai massimi estremi quel che viene descritto, che si tratti di scene con carattere sessuale o ancora di carattere morale.
«[…] Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l'ho chiusa nella testa. Vabbè. Dicevo dunque che nel bel mezzo della notte mi sono rigirato a pancia sotto. Così andava meglio. Ho imparato a distinguere i rumori esterni dai rumori che non mi avrebbero lasciato mai più.»
Non manca nemmeno il tratto tipico dell’alter ego nella narrazione dell’autore. Se in altri scritti è stato Bardamu o ancora Robinson, nel Voyage, qui lo trova in Bébert, un delinquente parigino che sfrutta la moglie Angèle, chiamata a prostituirsi al fronte. Ed anche nelle situazioni più paradossali egli riesce a mantenersi umano per quanto comico. La sua prospettiva narrativa è per eccellenza quella dell’antieroe che ha visto il peggio, che ha visto la morte, che ha dormito tra i cadaveri, che ne ha sentito il fetore, che ha perso tutto.
Il tutto si tramuta in delirio e poco importa che si tratti di sogni, promesse, guerra, ambizioni umane o desiderio di cambiare il mondo; a far da padroni sono i paradossi e gli opposti.
«[…] Ci sono esseri così, è strano, sono carichi, arrivano dall'infinito, ti vengono a esporre sotto gli occhi il loro gran fagotto di sentimenti come al mercato. Non stanno attenti, spacchettano la loro mercanzia come viene viene. Non sanno presentare bene le cose. E tu non hai comunque il tempo di rovistare fra le loro scarabattole, passi, non ti giri, tu pure hai fretta. A quelli di sicuro gli dispiace. Che fanno allora, rimpacchettano tutto? Buttano via tutto? Non lo so. Che ne è di loro? Non se ne sa niente. Ricominciano daccapo finché gli resta ancora qualche cosa? E dov'è che vanno allora? Certo che è enorme la vita. Ti ci perdi dappertutto.»
“Guerra” di Louis Ferdinand Céline è uno scritto che trattiene tra le pagine grazie alle emozioni che suscita e che scolpisce sulla pelle. Ancora oggi, a distanza di così tanti anni, sconvolge e non resta indifferente, incuriosisce e invita ad approfondire la lettura. Uno scritto che non si dimentica e che si gusta un poco alla volta nonostante le piccole dimensioni.
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Galla
«[…] Non ho memoria dell’epoca in cui credevo di essere parte della mamma, e ricordo il giorno in cui ho capito che lei e io eravamo due persone distinte, e da allora il mondo non è stato più lo stesso. Mai più.»
Il suo unico bene è quella bicicletta sgangherata e spesso fangosa con cui ogni quindici giorni cerca di tornare a casa. Siamo in Francia e Galla ne è a bordo. Sta percorrendo i suoi 35 chilometri di fatica per raggiungere la famiglia. Di solito vi si reca ogni due settimane, questa volta vuol fare una sorpresa, vivere il suo “giorno di vacanza”. Vuol portare alla madre e alle quattro sorelle quei doni che ha rubato al liceo, vuol rivedere la sua numerosa famiglia dopo le giornate trascorse a scuola. La sua è una vita inquieta esattamente come inquieta è la sua anima. La casa natia è un po’ una prigione, un po’ un luogo di affetto ma soprattutto di anaffettività, il percorso scolastico che potrebbe rappresentare il suo futuro e anche quello per la famiglia è luogo di derisione per la povertà che la caratterizza con quei vestiti appartenuti alla zia scomparsa e per quelle umili origini che non la abbandonano nei suoi tragitti. Galla vorrebbe accontentare tutti, in particolare la madre, colei che più di chiunque altro non voleva lasciarla andare e che vive questo percorso di studi come un suo tradimento. Quella borsa di studio che ha vinto è l’unica vera possibilità di cambiamento per sé e per i suoi cari, ecco perché nonostante i tentativi di persuasione non abbandona questo percorso. Nemmeno la scuola è però luogo di pace, bensì è terra di derisione ed emarginazione.
«[…] Al liceo mi sono accorta che si può capire facilmente, dalla faccia, se una ragazza è ricca o povera. Non hanno lo stesso aspetto né lo stesso portamento.»
Per Galla il ritorno a casa è sinonimo di attesa e tanto è atteso, tanto è desiderato. Il ritmo delle sue gambe non cede nemmeno un attimo su quella bicicletta sgangherata ma unica al mondo, deve raggiungere la mamma. Tuttavia, al momento del suo rientro in un giorno non previsto, inatteso, misterioso, ecco che il padre è più severo che mai, che le impedisce di entrare in casa e che la costringe a una notte nel fienile, sotto la tettoia, tra nebbia e senza luna e con l’unica compagnia della cagnolina, Daisy. Ed è qui che apprende della verità. Perché la casa assiste e veglia una madre senza più voce, senza respiro; una madre che Galla non ha più. Ed è in questa notte dove Daisy rappresenta l’affetto materno che la figlia vede spezzarsi la sua ala.
“Le Journ de congé”, pubblicato nel 1973 e tradotto da Lorenza Di Lella e Francesca Scala nell’edizione Adelphi 2023 intitolata “Giorno di vacanza”, ci porta a riflettere sulla maternità e sulla fragilità che si collega alla relazione intessuta tra una madre e un figlio. Tema molto caro all’autrice, come già visto in “Genie la matta”, il romanzo è intriso da una penna tagliente, sacrifici, smarrimenti, segreti e distanze ma, soprattutto, solitudine. Questo certamente anche a seguito delle origini della Cagnati che, scomparsa nel 2007, si è sentita recisa dalle sue origini. Nata da immigrati veneti nella Francia rurale si è sentita sempre diversa, spersa. Una diversità dettata dalla povertà, dal dover vivere nella palude, dal dover vivere con il pregiudizio.
«[…] A furia di vivere in questa terra d’acqua senza incontrare mai nessuno, penso che uno non sappia più com’è la vita altrove e nemmeno se altrove vivano persone e città.»
È una narrazione rigorosa e tagliente quella dell’autrice, una relazione che viene eviscerata e analizzata tra silenzi e fratture che non possono essere perdonate perché la sofferenza è inguaribile ed è accentuata dal frammentarsi di un’immagine di sé. E se la figlia rappresenta la promessa, la madre è la prova tangibile della precarietà della vita.
Resiste la parola, resiste il disagio, scompare l’amore di cui resta un barlume che deve trovare nuove radici nell’emancipazione. “Giorno di vacanza” è uno scritto che ti scava dentro, che è sfuggente a tratti, evocativo in altri, è uno scritto che si ricostruisce poco alla volta e che offre al suo lettore molteplici riflessioni. È un titolo, ancora, che si regge sul paradosso unico del vivere.
«[…] Galla! Mi avrebbe stretta forte forte tra le braccia, mi avrebbe supplicata di non lasciarla mai più. Mai più, Galla. Mai più.
Ogni volta è così. Sempre così. Ogni volta. Vorrei non arrivare mai.»
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Redenta
«[…] E d’un tratto iniziai a piangere, ed era una cosa nuova, perché nella mia vita io non avevo pianto mai e mi faceva specie che il dolore spaccava così il suo guscio e colava fuori, dove potevano vederlo tutti.»
Il suo nome è Redenta ed è nata con la scarogna. La sua è una vita segnata sin da subito da difficoltà e perdita, da una redenzione per un peccato radicato nell’anima. Nata dopo tre figli dati alla luce morti dalla madre, è il frutto di una richiesta della madre fatta al mago di Castrocaro, dove le vicende si alimentano e prendono forma. All’inizio parla poco, quasi nulla, sembra tarda, poi si scopre che al contrario la voce c’è ma non vuole usarla. È una bambina magra ma agile, molto legata alla Fafina e al suo Bruno. Tuttavia, la polio non la risparmia, sopravvive ma resta sciancata a vita. Sarà anche, per altre circostanze, disonorata ma mai perderà la sua indole gentile, dolce, quasi misericordiosa. Il suo animo è intriso di pietà così come profetizzato ancor prima della sua nascita. In realtà il suo è un vivere disilluso, è una donna che non si aspetta nulla dalla vita e che, semplicemente, spera nel mantenimento di una promessa, un giuramento, fatto proprio da Bruno. Le circostanze nefaste, gli anni della guerra, l’arrivo del Fascismo, l’incedere della violenza, renderanno ancora più impossibile che questa promessa venga mantenuta e alla fine per lei, a differenza delle due sorelle, non ci sarà altra sorte se non quella di andare in moglie ad Amadeo Neri, ovvero, Vetro. Se la sorella Marianna si innamora di un uomo e attende il suo ritorno al fronte, Vittoria che dalle sorelle è così diversa, studia per diventare infermiera e poi medico, si trasferisce a Firenze e vive una vita fatta di sapere. Dal momento in cui nella vita di Redenta entrerà Vetro, sarà per lei un peccato costante da espiare per sopravvivere alla bestia, al boia, a colui che l’ha voluta perché così mansueta e perché credeva di poter fare di lei ciò che più voleva. Alla fine, ella, non doveva far altro che far da moglie abbassando il capo e sopperendo ai suoi doveri coniugali, con capo chino e indole silenziosa. Bruno, di contro, crede nei valori, nella giustizia. Per lui non ci sono sfumature.
«[…] E capii perché non s’era più fatto vivo prima: per non mascherarsi nella falsità. Perché queste parole tradivano i suoi sinceri pensieri sulla guerra. Tradivano la sua idea di giustizia. E per Bruno, al di fuori della giustizia, non c’era niente.»
E poi c’è lei, Iris. Tavolicci è il luogo dove nasce e cresce ma è anche il luogo che lascia per seguire la sua intelligenza e cercare un futuro migliore. Cresce tra i banchi della scuola che sua madre ha tirato su arrivando un giorno come un altro da lontano, incinta di lei e senza un marito. Diventa una seconda madre per il fratello Paolo ma poi arriva il giorno di partire; ad attenderla c’è Forlì, c’è il suo lavoro dai marchesi. Qui conosce Diaz ma soprattutto conosce ed abbraccia la causa. Perché gli anni dei soprusi sono arrivati, perché il Fascismo è ormai realtà, perché le camicie nere sono una costante e una certezza e non hanno pietà per nessuno. E c’è l’amore che spinge al sentimento, e c’è la necessità di ripartire e rinascere, credere in un ideale per sopravvivere a quel dolore che sta mietendo dolore, vittime e morte.
«[…] E già sapevo che la violenza o è assoluta o non è niente, e quando non è niente allora puoi sfuggirle.»
Le storie dei protagonisti si uniscono e fondono intersecandosi tra loro e ricostruendosi pagina dopo pagina, sezione dopo sezione. La narrazione si intervalla, lasciando la parola quando a Redenta, quando a Iris, lasciando che le storie di ciascuna diventino una cosa sola. Perché il destino talvolta è beffardo e unisce le strade, modella e plasma le sorti, condivide le ingiustizie e i dolori ma non anche le gioie.
Lo stile narrativo è perfettamente calzante con i tempi che vengono descritti, in alcuni passaggi rischia di essere un poco ridondante ma nel complesso regge bene il susseguirsi degli eventi. Il lettore è colpito e incuriosito da quel che legge, ne è trattenuto. Ogni pagina si cuce nella sua pelle e la curiosità di sapere come andrà a finire la storia delle due eroine, prevale su tutto. È al contempo un libro duro, molto duro. Ci sono alcune scene di violenza che sono talmente vivide da percepirle sulla propria pelle. È, ancora, “I giorni di vetro” un libro che suscita empatia. Notevole anche la ricostruzione storica che accompagna e definisce le vicende.
L’opera di Nicoletta Verna si offre al suo pubblico con la semplicità della complessità taciuta e riesce a delinearsi e a sedimentarsi nel cuore e nell’anima di chi legge.
«[…] E domani ti ricorderà di questa pena e ti sembrerà che non sia mai finita. Perché il male che patisci una volta lo patisci per sempre.»
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Eugénie e Marie
«[…] Andavo a letto. Veniva anche lei. Qualche volta mi abbracciava. Altre volte si addormentava subito, lontana al fondo della sua stanchezza.»
Uno dei primi aspetti che colpisce leggendo “Génie la matta” di Inès Cagnati è senza dubbio lo stile. La prosa è narrata con pennellate incisive, rapide, prive di fronzoli ma al contempo poetiche e taglienti. Per il lettore si dipinge un quadro fatto di istantanee vivide. È in tutto e per tutto un romanzo potente e figurativo.
Tema centrale dell’opera è il rapporto tra madre e figlia ma è anche una storia di dolore, miseria, solitudine, incomprensione, coraggio, pregiudizi, amore. È la storia di due donne, ciascuna vittima, ciascuna reietta per quella società che non accetta il diverso, che non accetta ciò che non è precostituito. A narrare la vicenda di Eugénie, la madre, è Marie, la figlia. La madre è la figura verso la quale ella rivolge tutto il suo amore più puro e incondizionato. Quest’ultima è una donna piegata dagli eventi, dal dolore, dalla vita. Seppur proveniente da una ricca famiglia del luogo è diseredata ed emarginata a causa di quella violenza che subisce da un compaesano e che la lascia incinta.
«[…] Perché mai niente ti avverte che stai vivendo un giorno particolare, un inizio e una fine, nemmeno se è l’inizio di qualcosa di bello, perché certe cose sembrano normali o belle e poi dopo ti accorgi che diventano tremende.»
L’evento che porta disgrazia, così come lo definiva la nonna di Marie, porta Génie ad essere sola. Dopo il parto va così a vivere in una fatiscente casa ai margini del villaggio con la sua bambina. Si rifugia in un luogo che si trasforma nella sua alcova e si cela in un silenzio che viene rotto solo da alcune frasi ripetute ossessivamente. Il tutto per aver scelto di tenere quella bambina frutto della violenza subita. La vita di Génie si articola nella fatica del lavoro, dalla mattina alla sera, girando tra campi e fattori, tra persone che non si pongono alcun tipo di problema nello sfruttarla. Marie, di contro, crescerà studiando, amando la madre in modo viscerale, e a sua volta incontrerà un uomo, Pierre, giovane aviatore, di cui si innamorerà. La freddezza di Génie nei suoi confronti, l’incapacità di comprendere alcuni suoi comportamenti, non scalfirà il legame con la madre.
Una madre e una figlia che sono tuttavia legate dallo stesso destino: come la madre anche la figlia subirà la forza brutale dell’uomo. Uno stesso dolore che sfugge al controllo, un eterno replay della vita di Eugénie su quella di Marie. Non esiste gioia, non esiste speranza, non esiste riscatto. Dolore, ancora dolore, in una vita non vissuta ma sopravvissuta.
«[…] E poi succedono le cose, sempre le stesse, e da quelle non ti potevi difendere, in tutte quelle sere perdute potevi solo sperare di avere la forza di sopportarle.»
Una solitudine latente anche in quella che è una ricerca costante di affetto di voglia di legami. In una costante tra avvicinarsi e allontanarsi, tra una madre e una figlia. Una figlia che rincorre la madre, una madre che fugge dalla figlia, che la tiene a distanza. È un rapporto fatto di silenzi, lacrime sul cuscino a notte fonda e una campagna che fa da sfondo con il suo lavoro e il suo ritmo rapido tra campi di granturco e l’uccisione degli animali da allevamento.
“Génie la matta” è un romanzo che morde la pancia e scuote l’anima e il cuore. Suscita tanta empatia ma anche tante emozioni contrastanti per questa condizione umana a cui sembra non esserci scampo. È uno di quei libri, ancora, che leggi a piccoli sorsi e che si incunea dentro con poche e semplici parole perché il dolore non ha bisogno di troppi lustri per essere narrato.
Al tutto si sommano capitoli brevi che sembrano istantanee, quasi foto ricordo di un momento ormai trascorso in un tempo indefinito. “Génie la matta” è uno di quei libri che ho letto lo scorso anno, nel 2023, ma che come spesso accade ha richiesto tempo per essere narrato perché è esso stesso un tumulto di sensazioni dalle sfumature variegate.
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L'apparato Umano
«[…] Il mondo festaiolo è come se obbedisse a un ordine non dato. Sulle note di questo brano, tutti si mettono a fare il trenino. Scorrono così volti immondi e sofisticati. Preadolescenti eccitati, qualche bambino, addirittura un paraplegico sulla sedia a rotelle, bancari, proprietari di ristoranti, gestori di concessionari d’auto, nonne piene di vita. E poi risate, risate, tante risate. Chissà perché.»
Roma. Roma con i suoi tumulti, Roma con i suoi sfarzi, le sue luci, i suoi eccessi, le sue perdizioni. Tra trenini alimentati da risate in paradosso per abusi e verità celate da falsità e apparenze, tra consapevolezze che infrangono quella maschera costruita ad hoc e con così tanta maestria negli anni. Perché alla fine, Roma dà e Roma toglie. Ma cosa ci resta poi? Chi siamo davvero? Cosa ci appartiene e cosa non ci appartiene?
In questo scenario articolato tra mondo di apparenza, convenienza, scarsi valori e opulenza, cammina Geppino Gambardella, per gli amici Jep. Quest’ultimo ha all’attivo un unico libro, “L’apparato umano”, che al tempo ha fatto un discreto successo e vive scrivendo articoli di giornale per Elide Lettieri, per tutti “Dadina”, una nana tanto piccola quanto astuta e acuta nel valutare e riconoscere chi ha davanti. Il nostro antieroe scrive articoli di costume, intervista maestri del cinema, soggetti borderline che si sentono artisti quando non lo sono e vive alla ricerca di un tutto quando abita in un grande Niente. A fargli da contorno, eroinomani, ex star dello spettacolo, nobili decaduti, uomini e donne alla ricerca di un successo che oggi è dato dal fare l’attore e domani dallo scrivere, cocainomani, magnaccia e chi più ne ha più ne metta.
«[…] Sono anni che tutti mi chiedono perché non torno a scrivere un romanzo. Ma guarda là fuori, Ahè. Guarda in terrazza. Quella gente. Questa è la mia vita. Ed è niente. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul niente e non c’è riuscito. Come potrei riuscirci io?»
A far da sfondo lei, la Grande Bellezza: Roma. Roma con i suoi cieli, i suoi modi di vivere, il contrasto costante tra luci e ombre dato da palazzi romani, da un lato, la Fornarina di Raffaello dall’altro, regole di costume e di etichetta pedisseque, uomini e donne come Ramona che nel suo essere “coatta” è quanto di più autentico Jep conosca in un mondo non autentico. La Fornarina di Raffaello ricorda a Jep Elisa De Santis, l’unica donna che ha mai amato nella sua vita quando ancora era un ragazzo. Ora che di anni ne ha compiuti sessantacinque, scopre che ella è morta. Questo rappresenta in lui la crepa che si insinua nella costante dei suoi giorni. È una crepa che prende sempre più forma e forza; non si può tornare indietro ora che qualcosa si è rotto.
«[…] Romano: Se dopo tanti anni vuoi riprendere a scrivere, significa che è successo qualcosa.
Jep (fa spallucce): A Roma succede sempre qualcosa.»
Avvicinarsi a un titolo come “La grande bellezza”, significa avvicinarsi a una sceneggiatura intrisa di riflessioni che lasciano il segno per la profonda durezza dei contenuti e il profondo cinismo che si articola tra le varie pagine. Il ritratto che emerge della nostra società attuale è molto veritiero ed è anche per questo che suscita emozioni diverse. Le stesse diverse emozioni, anche contrastanti, che emergono osservando il film, che al tempo della sua uscita nelle sale divise il pubblico tra chi lo aveva amato e chi, al contrario, lo aveva odiato. E se ci pensiamo bene, è normale che sia così. Si tratta di un qualcosa che non suscita empatia bensì distanza. Chi legge o vede la pellicola è spiazzato da quel che si trova davanti, tende a volerlo negare, a rifuggire dall’accento che viene posto e in modo così nefasto sui nostri anni del contemporaneo. Dall’altro lato, si cerca di resistere e di non rifuggire a quanto si osserva per riflettervi, capire, interrogarsi.
La sceneggiatura nulla toglie al film, anzi, definisce alcuni aspetti che nella trasposizione restano vacui, indefiniti. Al contempo, ne emerge un testo dalla scrittura lineare e compatta che si imprime nella mente.
Tra le pagine le stesse sensazioni del film, tra il Felliniano e il malinconico ma anche il surreale e poetico e l’amaro.
«[…] Tu t’annoi con me. Io so’ normale. Con tutte le matte che conosci perché proprio io?»
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Estremi di una vita
«[…] In casa ci doveva essere anche il caffè e adesso che gli arrivava la pensione non mancavano mai né il tabacco né il caffè e anche oggi il caffè era buono, stamattina come tutte le altre, quindi da questo punto di vista era tutto come sempre, sì, ma al tempo stesso tutto sembrava essere diverso, o no?»
Classe 1959, Jon Fosse è lo scrittore e drammaturgo norvegese vincitore del Premio Nobel per la Letteratura del 2023. Tante le opere che lo caratterizzano e tutte intrise da un filo rosso che prende per mano e conduce tra spazi temporali che si sospendono e atmosfere oniriche che si susseguono.
“Mattino e sera” è un lungo racconto che non si distacca da questa impronta. È scritto con uno stile rapido, pulito, asciutto ma al tempo stesso è scandito da un ritmo ben cadenzato che ne evidenzia la profondità. Si può suddividere in due parti; ad essere raccontato è quello che rappresenta il mattino e ciò che rappresenta la sera di Johannes, figlio del pescatore Olai, nipote del nonno pescatore di cui porta il nome e di cui ha abbracciato la professione, marito di Erna da cui ha avuto in dono sette figli.
La narrazione ha inizio proprio con la nascita del figlio maschio, tanto, troppo attesa, dopo un’unica altra figlia ormai adolescente. Olai è seduto al tavolo, segue il parto di Marta, la moglie, ha paura ad ogni urlo, attende. È il suo mattino. E quelle stesse riflessioni accompagneranno il figlio durante tutta la sua vita, sino alla tarda età.
«[…] Entra in soggiorno e poi nella camera e lì vede papà Johannes sdraiato sul letto e ha un’aria tranquilla, quasi come se stesse dormendo, pensa Signe e gli prende la mano, quasi come quando ero una bambina, pensa Signe e sente fremere dietro gli occhi e gli occhi si riempiono di lacrime.»
Nella seconda parte del racconto conosciamo Johannes ormai da anziano e vedovo. Le giornate scorrono monotone nella casa. Si sveglia all’alba, è anchilosato e incapace di muoversi, al contempo e in paradosso è colpito da una strana leggerezza. È un tempo atipico, di ricerca e riscoperta. Dopo aver ispezionato la soffitta si reca verso la costa per controllare la sua barca, qui incontra l’amico di sempre, Peter. Tante le confidenze vissute negli anni, tra scene di altri tempi e corpi ormai cambiati. È ora di tornare a casa, sta giungendo la sera e a breve arriverà sua figlia. Vede sua moglie, ma non era morta?
Un bambino nasce, un uomo muore, nel mezzo una vita che passa tra pensieri, emozioni, sensazioni, dolori e gioie. “Mattino e sera” di Jon Fosse è un libro solo in prima apparenza lineare e semplice, è in realtà uno scritto complesso che cela al suo interno molteplici piani temporali e variegate sfaccettature umane.
È uno di quei libri da assaporare poco alla volta, piano piano. Ogni frase ha un suo perché tanto stilistico quanto di contenuti e significati. Non è una lettura per tutti, non necessariamente determinerà un consenso unanime, ma chiede di essere letta e trattiene.
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I classici e il loro fascino
«[…] Leggere un classico è come entrare in profonda intimità con un estraneo. Nell’atto della lettura crolla ogni barriera, ogni resistenza; cade ogni finzione, e quell’estraneo ti diventa caro come un vecchio amico. E così i classici sono quei libri che non ti stanchi mai di leggere e rileggere, e che senti di dover sottolineare a ogni riga. Li ricordi anche a distanza di anni, perché ormai fanno parte del tuo essere.»
Dopo “Clodio” e “Intervista come un matto” Guendalina Middei torna in libreria con “Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera. L’arte di leggere i classici in dieci brevi lezioni”. In quest’ultima fatica l’autrice si interroga e ci interroga su molteplici quesiti, ma ci offre anche delle risposte ai tanti interrogativi.
Ci siamo mai chiesti perché torniamo ai classici anche se ormai sono passati decenni se non secoli dalla loro prima pubblicazione? Ci siamo mai chiesti perché li consideriamo quasi implicitamente una “garanzia” di lettura?
Il classico fa parte del nostro patrimonio culturale e sociale e fa parte di una dimensione tanto filosofica quanto sociale che ha plasmato l’immaginario collettivo che per effetto finisce con l’empatizzare e rispecchiare il proprio vissuto in quelle determinate vicende. Se da un lato vi è un effetto immedesimazione, dall’altro vi è un effetto emozione perché questi libri ne suscitano in noi un coacervo. È impossibile allora non amare i classici e questo perché sono uno strumento che ci parla e ci dice tanto di noi.
Il viaggio in cui ci conduce Guendalina Middei è un percorso molto originale che ci accompagna con mordente e passione passando per quelli che sono nove grandi della letteratura. Da Leopardi, a Tolstoj, passando per Manzoni, e ancora Mann, Kafka, Dostoevskij e tanti altri riflettiamo su quelle che sono le illusioni in particolare di una società moderna che fatica ad affrontare il presente.
Un piccolo grande saggio è “Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera. L’arte di leggere i classici in dieci brevi lezioni” che sorprende e incuriosisce, che solletica la voglia di sapere e di trovare risposte alle tante domande spesso irrisolte.
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Tra fantasmi e libri
«[…] Era come l'inizio di ogni spettacolo in cui le strade si svuotano e qualcosa di terrificante emerge dalla nebbia o dal fuoco.»
George Floyd è stato ucciso da un poliziotto bianco. Rabbia, guerriglia urbana sono all’ordine del giorno in quel di Minneapolis a causa di questo evento scatenante, seppur sia la primavera del 2020 e seppur sia un momento cruciale per il mondo che si avvia ad affrontare quella che sarebbe stata la pandemia da Covid-19 con tanto di lockdown.
Tookie, protagonista di queste pagine, è una donna di mezza età, ha un passato turbolento e molto complesso, ed è una figura che si ritrova a fare ci conti con il ritorno di una cliente della libreria, Flora, morta d’infarto. La nostra eroina ha un passato che la vede reduce da una condanna e che la riporta alla realtà in un contesto dove è costretta a fare i conti con tragicomiche figure spettrali.
Da questi brevi assunti ha inizio una storia dove suspense e tensione crescono in parallelo con black-humour, ironia e riflessioni interiori. Quel che ne emerge è infatti una vicenda composta da molteplici fili tra loro intessuti e dove la protagonista, ma anche il lettore, sono chiamati a interrogarsi e a cercare risposte alle tante domande.
Un po’ come già nella cultura indiana che nella sua struttura dialogante “include forme intricate di relazioni umane e infiniti modi di scherzare”. E forse gli orrori, la brutalità della polizia, vite rovinate da errori, possono davvero trovare una redenzione e abbracciare una nuova realtà. Da qui anche la metafora del Covid come un fantasma silenzioso che colpisce, abbraccia e miete vite umane.
«Cosa succede quando lasci durare troppo a lungo un regalo insoddisfacente? Diventa tutta la tua storia.»
“L’anno che bruciammo i fantasmi” della Erdrich ha anche un altro pregio: al suo interno contiene letteratura pura con tanti rimandi ad altri libri che, se non letti, finiscono irrimediabilmente in TBR.
Tuttavia, questo può essere anche l’elemento destabilizzante della lettura. Eh sì, perché se il libro inizia come un crime che incuriosisce e si vuol leggere per scoprire il mistero che si cela, dopo, nella sua seconda parte, diventa altro, si trasforma in un romanzo in cui si parla di libri e di letteratura pura. Non che questo sia un lato negativo, ma certamente se chi legge si aspettava altro e si era focalizzato sulla prima parte, è un elemento destabilizzante che rischia di far perdere di interesse alla narrazione.
Nel complesso, però, “L’anno che bruciammo i fantasmi” di Louise Erdrich resta una lettura piacevole e pungente e questo anche grazie a questo stile narrativo vivido, magnetico e scanzonato.
«Quando siamo giovani, le parole sono sparse intorno a noi. Come loro sono assemblati dall'esperienza, così lo siamo anche noi, frase dopo frase, finché la storia non prende forma.»
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Non solo squash
«[…] Quando sei in campo, durante una partita, in un certo senso sei solo. Ed è così che dovrebbe essere. Devi trovare una vita d’uscita. Devi scegliere i colpi e crearti lo spazio di cui hai bisogno. Devi difendere la T. Nessuno può aiutarti. Nessuno può concentrarsi per te o aver paura di perdere al tuo posto. Eppure, a volte accade il contrario. In campo, tutto ti sembra di essere fuorché solo.»
Quando si perde un genitore è come avere un’ala spezzata, potrà forse un giorno guarire ma resterà sempre la cicatrice di quel dolore. Tre sorelle, Mona, Kush e Gopi e Pa, il capofamiglia perdono colei che aveva reso la loro vita piena; la mamma nonché moglie. Viene a mancare troppo presto, la donna e l’uomo deve farsi carico delle tre ragazze crescendole da solo. Il legame da ricostruire non è semplice così come non lo è ripartire e ricostruire una vita ormai in frantumi. Da qui il suggerimento del padre di avvicinarsi a un qualcosa che possa suscitare interesse, qualcosa come ad esempio lo squash, che lui stesso aveva amato in gioventù.
Siamo a Western Lane, un sobborgo di Londra che ospita campi da gioco, siamo in un mondo che diventa seconda casa soprattutto per Gopi, undicenne, che inizia a dedicarsi in modo costante a questo sport. Quel rettangolo diventa tutto. La T diventa tutto. La ragazza ha talento, ha un occhio e una perspicacia diversa rispetto alle sorelle, quando è in campo si isola da tutto e da tutti e quel rettangolo la porta a concentrarsi e isolarsi in una dimensione parallela. È in questo quadrato che conosce Ged, un ragazzo di cui si infatua ma senza mai distaccarsi dalla T.
Il campo diventa metafora della vita e del crescere. Gopi, come le sorelle, come ciascuno di noi, deve trovare la propria voce, accettarsi, maturare e costruirsi un futuro. Tra queste pagine, lo sport diventa a sua volta metafora del senso della vita e delle difficoltà di questa, diventa strumento con cui imparare ad affrontarle. Maroo usa lo squash per mostrarci cosa succede in una famiglia, ma anche nel nostro mero esistere, quando un equilibrio si rompe e si ricompone. Ci mostra, ancora, cosa succede nell’animo di una ragazzina che inizia a diventare donna, cosa succede a quelle che sono sempre state le nostre abitudini, come quelle di un padre, per coniugarsi a una nuova dimensione fatta di nuove responsabilità.
«[…] Mi giravo di scatto per seguire ogni palla e alla fine la caviglia cedette. Il dolore fu una scossa gelida nella testa. […] Dopo tre settimane cominciai a sognare Western Lane. Vedevo i muri bianchi e gli alberi in fiore. Di notte mi alzavo e andavo alla finestra, dove un po’ di luce filtrava dalle tende. Mi sedevo a terra con la racchetta in mano e la schiena appoggiata al termosifone.»
Il romanzo è costruito con dialoghi e dettagli che vengono narrati in prima persona, si ricompone così, passo dopo passo.
“T” di Chetna Maroo rappresenta un esordio di grande interesse ed è avvalorato da una penna rapida che è arricchita da un linguaggio incisivo. Tuttavia, manca qualcosa, quel qualcosa da renderlo perfetto.
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Barcellona, gastronomia e omicidi
Torna in libreria Alicia Gimenez-Barlett e lo fa con un nuovo capitolo della serie ambientata a Barcellona che vede quale protagonista Petra Delicado e il fedele Fermìn Garzon. “La donna che fugge” è un romanzo che si sviluppa con una narrazione dal ritmo incalzante e rapido, gli scenari sono vividi e le sequenze ben cadenzate. Crimine e gastronomia si fondono tra loro riportandoci ad assaporare le avventure di una coppia di detective che non lesina azione ma che si riflette nel pubblico anche per la complessità umana che ciascuno rappresenta.
La storia prende inizio in un’atmosfera di festa. Siamo nella settima giornata gastronomica, siamo nella plaza del Nord. I food truck offrono delizie culinarie, i colori rendono vivido ogni angolo, è festa ovunque. Tuttavia, in questo contesto di pace e serenità, relax e divertimento, accade l’impensabile: Christophe Dufur viene rivenuto privo di vita. È un giovane chef francese, il suo corpo viene rinvenuto nei pressi del camion ristorante. Petra Delicado viene investita del caso e sin da subito si rende conto che non si trova davanti a un fatto semplice, al contrario. Il caso che si è aperto innanzi ai suoi occhi è estremamente complesso e nulla è come appare.
E mentre Fermìm Garzon assaggia le varie prelibatezze, Petra segue la pista della misteriosa donna francese che pare essere stata vista con la vittima per ultima. Ma non è ancora finita perché emergono anche legami con una rete di narcotraffico. Sempre più debole è l’ipotesi della vendetta personale ma anche quella di un omicidio dettato da un raptus di gelosia.
La Barlett ci ha però abituati anche a una componente emotiva che esula dal mero giallo. Questa in “La donna giusta” è data dalle riflessioni di Petra relativamente al proprio matrimonio, alla sua stabilità, alla tensione emotiva che la caratterizza.
L’opera ultima della Gimenez-Barlett è ancora caratterizzata da un ritmo serrato che non lascia spazio a pause e a respiri e che conduce a un doppio finale che rimescola le carte senza mai perdere di intensità. Al tutto si sommano le descrizioni di Barcellona e il fascino delle varie ambientazioni e dei prodotti culinari.
In conclusione, “La donna che fugge” non delude le aspettative degli appassionati della serie e si propone al lettore come un thriller ricco di colpi di scena ma anche di profondità.
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Misteri e portinaie
È in una Milano degli anni Venti che ha inizio la storia narrata da Luca Crovi. Un giorno come un altro, infatti, uscendo di casa il commissario Carlo De Vincenzi lascia alla portinaia della sua abitazione di via Massena una cartellina azzurra. Niente di impegnativo, in apparenza. Il monito è dato dal fatto che in giornata avrebbe dovuto consegnarla a un giornalista, tale Augusto De Angeli che sarebbe passato a ritirarla. Matilde Maria Ballerini che durante la preparazione della casseula, viene incaricata del compito, vede la cartellina e la sposta sulla madia con il timore che possa sporcarsi. Tuttavia la cartellina non è chiusa e lascia cadere a terra una cartolina con la pubblicità dell’evento all’Arena. Fil rouge della narrazione è proprio la vedova, la portinaia. Sbirciando nella cartellina azzurra scopre alcuni documenti che riguardano “il poeta del crimine”. Ci sono tanti articoli, tanti documenti di giornale ed ancora, storie scritte su fogli di carta blu battuti a macchina.
Sembra la raccolta personale delle vicende dell’uomo, sembra proprio una di quelle scoperte a cui una donna non può resistere, ancor meno lei. Può fermarsi? No. Una storia tira l’altra e così via, pagina dopo pagina.
“Il mistero della torre nel parco” di Luca Crovi è un libro di rapida lettura, trattiene nella sua storia con naturale e rapida consapevolezza. Offre al lettore ore liete e fatte di sincera curiosità. Forse non potrà definirsi un capolavoro ma certamente gli elementi per funzionare li ha tutti e nel suo piccolo, funziona.
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