Opinione scritta da MatteoADP10

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    31 Luglio, 2014
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IL VERO SENTIERO SI CHIAMA VITA

Capolavoro tutto italiano targato Italo Calvino. Un libro, Il sentiero dei nidi di ragno, che merita di essere letto e amato per la propria innocenza e per il costante disincanto con cui, nel bel mezzo delle pagine, Pin va a nozze.

Pin è un bambino, e come tutti i bambini è curioso. Curioso di vivere, di crescere. Ma Pin è anche un bambino diverso. Pin è un bambino grande, un bambino adulto. Uno che con gli adulti parla tutti i giorni. Ed è così che passa dai giochi di infanzia alla dura realtà della guerra partigiana.

Quando lessi per la prima volta questo libro, frequentavo il quinto anno delle superiori. Stiamo parlando di un annetto e mezzo fa, eppure ricordo bene le immagini che questo manoscritto mi ha regalato. Pin contento in mezzo agli adulti. Pin che spia sua sorella con il militare tedesco; Pin che accarezza la canna lucida e scura della pistola che considera come un trofeo. E poi le sue amarezze, le sue delusioni, tutti piccoli gioiellini, dettagli che contribuiscono a caratterizzare un protagonista diverso, insolito, però piacevole.

Calvino prende la palla al balzo e racconta, attraverso il disincanto e il quasi fiabesco modo di vedere la vita dei bambini, le vicissitudini e le difficoltà della guerra partigiana; le violenze e i turbamenti emotivi. E accozza nel libro una serie di personaggi indimenticabili che avranno il loro momento di gloria.

Un libro per capire sorridendo e per emozionarsi un po'. Quel tanto che basta per voler tenere la mano a Pin. E incamminarsi con lui.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    28 Luglio, 2014
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VI HA FATTO TREMARE, EH?

Uno dei migliori libri di Stephen King. Basta.

Potrei fermarmi qui. E invece no. Sarei riduttivo, eccessivamente sintetico, seppur oculato nell'analisi. Non c'è molto da sapere su questo libro. Misery non è altro che la storia di Stephen King. Sì, avete letto bene, non tornate indietro. Paul Sheldon è Stephen King. Annie è la droga. O l'acool. O l'angoscia. O qualsiasi cosa lo scrittore abbia provato negli anni in cui ha concepito questa storia. Annie è lo spettro della paura di King, è il fumo rosso che vi finisce negli occhi, è il ghigno che vedete di notte nella vostra stanza, quando siete da soli, mentre cercate di dormire.

Annie salva Paul Sheldon da morte sicura. Essendo infermiera, provvede a curarlo e gli confessa di essere una sua fan. Nell'ultimo romanzo della saga firmata da Paul, però, la protagonista, Misery, muore. Questo suscita obbrobrio e disperazione in Annie, che costringe Paul a riscrivere l'intero romanzo.

Vi dico solo che buona parte del libro è ambientata in una stanza. In una stanza singola. Ci sono 'sti due. A volte c'è solo il protagonista. Ma sapete una cosa? Non riuscirete a staccare gli occhi dalla pagina. Sarete incuriositi dal conoscere la vera realtà delle cose, le paure e i timori che, ammettetelo, dai, sono anche un po' di vostra proprietà.

In definitiva, da leggere assolutamente. Per comprendere come una storia possa essere creata partendo dal nulla e creando dal nulla vicissitudini inquietanti e appassionanti.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    28 Luglio, 2014
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NOI CI SIAMO STATI

Capolavoro assoluto sfornato, manco a dirlo, dal solito Stephen King. Sorprende l'idea che al momento del concepimento di quest'opera, pare che King non credesse molto nelle potenzialità di questa storia, pubblicata in più parti a mo' di serie e giudicato inadatto per essere proposto fin da subito sul mercato.

La verità è che Il miglio verde è ancora una volta diverso dai romanzi che di solito siamo abituati a leggere del maestro. King decide di cambiare registro e ci trasporta all'interno di un carcere, in prossimità di un braccio della morte. Difficile non provare sensazioni diverse fin dalla prima pagina: disgusto, orrore, indignazione, terrore, inquietudine: l'ambientazione è già da brivido. Ma non è tutto, signori miei, no, non è tutto. King piazza sulla scacchiera secondini bastardi, altri piacevoli, un protagonista(per capirci, il tizio interpretato da Tom Hanks nel film omonimo) che ci appare rassicurante e solerte e uno ... showstealer. Uno showstealer come John Coffey, signori. Un uomo di colore altissimo, un omaccione che potrebbe mangiare montagne a colazione e pianeti a pranzo. Ma anche un uomo sensibile, che ha paura del buio, che piange in solitario, che instaura un rapporto ambiguo con il protagonista. Poi King piazza un mistero: l'omicidio di due bambine. Coffey è davvero colpevole?

Come scritto nell'apertura, si tratta di un romanzo che dà molteplici sensazioni e che dunque svolge il proprio lavoro. King mescola elementi che si adeguano alla vita quotidiana con elementi mistici, soprannaturali, quasi fantastici, oserei dire. Ed è così che assistiamo a fasci di luce, sguardi penetranti che sanno di mostro, descrizioni accurate che ci fanno comprendere fin dalla prima pagina che no, Coffey non è un detenuto come tutti gli altri. Coffey non è chi dice di essere. Coffey non è l'uomo che il braccio della morte desidera.

Ci troviamo di fronte ad un capolavoro, sia dal punto di vista stilistico(per me uno dei migliori King), sia da uno puramente contenutistico. Ho apprezzato molto l'analisi psicologica di tutti i personaggi, a mio avviso creata così bene da permetterti quasi di provare a ricostruire le loro vite a ritroso. King sa quello che vuole fare: stupire, sorprendere, incutere timore reverenziale. E lo fa. Lo fa con una semplicità disarmante e spassionata, con un velo drammatico e triste. E quando chiudi il libro, pensi: "Ma è davvero un libro di Stephen King?". Te lo rigiri tra le mani, guardi la copertina e sospiri: "Sì, è suo", pensi richiudendolo in un cassetto. Ma il libro urla. Vuole essere riletto. Ora tocca a te, te la senti di precipitare nell'incubo ... ancora?

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    28 Luglio, 2014
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IL PASSATO HA RACCONTATO IL FUTURO

Scritto da King quand'era un ragazzo, La lunga marcia è un libro strano, differente da ciò che si potrebbe pensare. Meno orrido di quelli a cui King ci abituerà, il manoscritto è uno di quelli che colpiscono per la propria capacità di balzare avanti di anni come se l'autore disponesse di una macchina del tempo. Questo romanzo è del '79 ... ergo, ha quasi quarant'anni ... eppure si mantiene attuale. Non so dirvi esattamente il motivo di questa mia riflessione: sarà perchè questa gara di sopravvivenza assomiglia tanto, a mo' di caricatura, ai reality show che oggi siamo abituati a vedere, sarà perchè il protagonista è un tizio in cui ci si immedesima dalla prima pagina, sarà perchè le angherie, il dispotismo a cui oggi molti fanno riferimento viene proiettato in un romanzo nudo e crudo, tagliente e grondante di sudiciume umano.

La lunga marcia mostra il lato oscuro del genere umano, ma non lo fa sventolando mostri, non permette ai fantasmi di prendere possesso delle pagine; King esplora l'essere umano inteso come macchina distruttrice, l'essere umano dall'aspetto normale che serba rancore, cattiveria. Questo è il vero mostro di oggi, ed è per questa ragione che il romanzo non può non definirsi attuale. Non il miglior lavoro di King, ma di sicuro uno dei migliori da un punto di vista del contenuto, che però danneggia forse la piacevolezza, la spensieratezza, l'abbandono.

Da un punto di vista stilistico, King migliorerà ancora negli anni a venire, ma già qui, nonostante la giovane età, dispone di una capacità di intrattenere il lettore quasi soprannaturale. Consigliato assolutamente.

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Romanzi autobiografici
 
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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    28 Luglio, 2014
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ON WRITING IS ON KING

Non mi aspettavo un boom di questo genere per On Writing, autobiografia di un mestiere, libro atipico, un po' manuale di scrittura creativa, un po' diario personale delle avventure e disavventure di un visionario della letteratura moderna, un pochino ventata d'aria fresca nel tumultuoso mondo delle storie scritte da King.

On Writing è un libro piacevole, che si divide in due macrosezioni: la prima è dedicata alla vita di King. Si può definire un racconto autobiografico in cui si narra the rise and fall and rise again di uno dei più grandi romanzieri di sempre. Si parla a proposito dell'infanzia difficile dello scrittore, dei successi iniziali, dei problemi con alcol e droghe e infine della risalita. Ci appare un King nostalgico, condiscendente con se stesso, riconoscente nei confronti di sua moglie Tabitha e dei suoi figli; assistiamo alle confessioni di un uomo che è perfettamente conscio di aver errato, ma che con molti sforzi è riuscito a ristabilire un equilibrio e a rialzarsi.

La seconda macrosezione, invece, assume i toni di un vero e proprio manuale di scrittura creativa. King ci fa capire qual è la verità dietro i suoi romanzi, dispensa aneddoti, consigli che fanno comodo a chi vuole intraprendere la professione, riesce a strizzare l'occhio tra le pagine fornendoci qualche utile trucco e qualche inatteso esercizio da compiere al fine di migliorare la nostra abilità di narratori. In questa seconda parte del romanzo, che se vogliamo è quella più tecnica, non terminano però i continui riferimenti ad una vita di storie, visioni, errori, cadute e risalite.

Personalmente il miglior manuale di scrittura che abbia mai letto. Mi ha fatto molto piacere conoscere cosa si cela dietro i mostri di King e dentro di lui nel momento in cui decide di aprirsi al lettore. On Writing non è il solito libro di King, non c'è la storia fantastica o macabra, On Writing ha i suoi mostri, ma sono quelli noti a tutti: la droga, le depressione, l'alcol, l'umiliazione, la povertà, il rammarico. King li ha affrontati e battuti tutti. E ce lo ha raccontato come meglio non poteva.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    12 Mag, 2014
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I ragazzi da parete sono infiniti

Ho giocherellato un po' col titolo del romanzo e del corrispettivo film di questo lavoro che a mio avviso merita una standing ovation totale su entrambi i fronti. Chbosky non è il classico scrittore che vuole raccontare l'adolescenza nel consueto modo fastidioso che tanto piace ai Moccia o ad altri scribacchini poco onorevoli. Chbosky fa sì che il proprio protagonista annaspi le proprie problematiche nell'adolescenza stessa. Ho un parere personale abbastanza particolare: non si finisce mai fino in fondo di essere adolescenti, di essere fanciulli, di essere a disagio quando si fa l'amore per la prima volta con una persona nuova o quando si guarda negli occhi la persona alla quale tieni di più. Ma ora la trama:

Charlie è un ragazzo molto introverso che riesce a sfogarsi solo scrivendo ad un anonimo amico delle lettere immaginarie. Un giorno incontra Sam, ragazza anticonformista ma in realtà fragile, e il suo fratellastro Patrick, omosessuale on rhe road con una grande voglia di libertà. L'amicizia che li legherà ad entrambi farà scaturire una maturazione interiore del personaggio principale, che riuscirà anche a sconfiggere del tutto alcuni demoni del proprio passato.

Comincio col dire che io adoro quando l'adolescenza viene trattata in maniera impeccabile nei libri o nei film. Noi siamo infinito, Ragazzo da parete, chiamiamolo come vogliamo, ma fatto sta che sia film che libro sono opere da avere assolutamente. Parlando del libro, ci troviamo dinanzi ad un romanzo epistolare, una scelta coraggiosa dell'autore stesso che però francamente riesce a ribaltare le aspettative che si creano nelle prime pagine per arrivare ad un finale così carico da strappare - almeno a me lo ha fatto - qualche lacrima amara.

In questo libro vengono trattati molti temi che sposano l'adolescenza: l'omosessualità, la sessualità in genere, i sentimenti e le amicizie, ma anche i tormenti interiori di chi sa di essere solo all'inizio di un processo di maturazione che si preannuncia durissimo. Charlie piace perchè non è un ragazzo lamentoso, le lacrime ci sono e sono anche tante, ma non del tipo di chi si piange addosso, bensì di chi ha un valido motivo per piangere e per avere una spiccata sensibilità come la sua(non anticipo nulla, attenzione); non è assolutamente votato al vittimismo, anzi. Tramite i suoi scritti, la sua visione del mondo(il libro è scritto in prima persona, altro motivo per adorarlo) riusciamo a percepire sensazioni, emozioni, disagi e gioie di un'età che, voglio ripeterlo, è davvero infinita.

Lo stile è molto semplice, elementare, ma comunque efficace ai fini della trama e delle tematiche. Vi è un filo rosso che si potrebbe intuire circa a metà opera, ma al quale non ho voluto credere fino alle ultime, sconcertanti, commoventi pagine. Il libro è un capolavoro del romanzo di formazione, una vasca piena di acqua bollente nella quale ci si immerge e dalla quale, inevitabilmente, si rimane ustionati per un bel po' di settimane prima di riuscire a guardare i ragazzi di nuovo nello stesso modo. E' un libro che ho apprezzato molto perchè finalmente non è semplicistico nei confronti di un mondo che i quarantenni o cinquantenni credono di conoscere alla perfezione, cortesia di un'alimentata saccenza creata da pseudoscrittori alla Moccia che rappresentano gli adolescenti in tre punti: parolacce, nomignoli fastidiosi e trame da Beatiful.

No. Non è così, non lo è mai stato, non lo sarà mai. Lasciatevelo dire da chi ha appena vent'anni. Questa è un'età difficile, difficile perchè nessuno a volte ti prende sul serio. Difficile perchè tutti chiedono da te il massimo possibile e perchè ogni persona che ti sta attorno si aspetta che tu compia il salto di qualità morale o caratteriale che sia in poche ore. L'adolescenza è un inferno, per certi versi. E ovviamente è un paradiso terrestre per altri. Ma non è assolutamente costituita da giornaletti porno, da parolacce, da continui atti effimeri, anzi. Persino un bicchiere di vodka ha senso per chi è in quest'età, nulla è lasciato al caso come molti credono.

E io queste caratteristiche, questa sensibilità, questa oculatezza l'ho trovata in Chbosky e nella sua storia malinconica e collegiale, ribelle e al tempo stesso comune a quasi tutti coloro che si trovano in questo (ancora) difficile periodo della vita. Perciò mi sento di dire che questo manoscritto costituisca un capolavoro non tanto per lo stile dell'autore, ma per ciò che i personaggi riescono a dare e per ciò che la trama comunica dopo centinaia di pagine lette col fiato sospeso in attesa del prossimo sbaglio, della prossima figuraccia, della prossima palpitazione.

Perchè davvero, a volte, essere infiniti è una manna dal cielo, ma a volte ci si sente piccoli piccoli nel tentativo di evadere da una mentalità ristretta e da una vita che forse non ci ha detto tutto fino in fondo.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    18 Aprile, 2014
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Taxi, prego. Mi porti ad Oslo. Anzi, forse no ...

La stella del diavolo è un romanzo che ho avuto il piacere di leggere in questi ultimi mesi. Il commissario Hole, di cui avevo già fatto conoscenza in uno dei sequel(L'uomo di neve), mi costringe a fare un passo indietro per tuffarmi in un'avventura ambientata in un'insolita e calda Oslo di piena estate. I nemici stavolta sono ben due: un killer che commette omicidi efferati portandosi dietro marchi di fabbrica davvero poco onorevoli e un altro commissario che sembra - ma solo all'apparenza -l'uomo che Harry non è mai stato, né sarà mai, quel Tom Waller tanto efficiente quanto inquietante. Chi la spunterà tra Harry e Tom?

Comincio col dire che quello che molti hanno etichettato come capolavoro di Hole, il già accennato Uomo di Neve, a me è parso un thriller normale dal ritmo molto lento per quanto riguarda le prime 200 pagine e un'esplosione totale per quanto riguarda le ultime 200. Per questa ragione, quando sono andato alla Mondadori, ho deciso di dare a Nesbo e al suo commissario una seconda possibilità, scegliendo il titolo che più mi incuriosiva e al tempo stesso intrigava.

Devo dire che Nesbo riesce, con le prime 150 pagine circa, a farti tuffare in una Oslo piacevole che, seppur teatro di orrori, riesce a farsi amare e a diventare famigliare agli occhi del lettore. Anche Hole è interessante, in un'opera che dosa bene la sua qualità di poliziotto e le sue capacità umane, sempre messe a dura prova da avversari invisibili come i sentimenti per la bella Rakel, l'astinenza da un alcol che però lo ricaccia nel buio più totale e le false verità all'interno di un corpo di polizia davvero poco lindo e capitanato da quel Waller che, francamente, riga i testicoli per tutto il libro.

Dopo le 150 pagine, però, qualcosa si affloscia. Nesbo inserisce sette, forse otto personaggi nel giro di poche pagine e li descrive in maniera prolissa, stanca, ridondante, troppo approfondito. Francamente, pur apprezzando il lavoro dell'autore, credo che al lettore non importi un accidente della doppia vita della vecchina solitaria o di quante volte lei abbia portato a lavare il tappeto persiano(per dire). Ripeto, lo stile di Nesbo è davvero buono, sembra, a volte, che le immagini si susseguano naturalmente senza ausilio di alcuna immaginazione, ma l'autore non riesce a mantenere in tensione il lettore fino alla fine, o almeno non ci è riuscito con il sottoscritto.

Telefonata la colpevolezza dell'omicida, che non appena viene presentato ispira qualcosa di strano per i più attenti. Troppi gli indizi che portano a lui(i strani gusti sessuali, la sua poca presenza in ambito di indagine, il suo carattere quasi del tutto insospettabile ...), insomma, l'assassino non mi ha sorpreso. Per riassumere, faccio prima ad elencare cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto.

What was TOP

-Harry Hole; tormentato, frustrato, incompreso. Non è un protagonista originale, ma si sa far amare, specie nelle pagine intermedie dell'opera e in alcune scene che per evitare spoiler non posso qui inserire.

-La figura di Rakel. Nesbo la descrive benissimo. Una madre apprensiva incerta del proprio futuro. Okay.

-Le parole dell'ultimo capitolo, il 43. Sono scelte sistematicamente, accuratamente e se Nesbo voleva suscitare un'emozione forte, per quanto mi riguarda c'è riuscito alla grande

-Le prime 150 pagine. Incalzanti, veloci, mai ripetitive.

What was FLOP

-Le interminabili descrizioni della vita di personaggi secondari, forse anche terziari, mai importanti alla fine per una trama che si riduce a se stessa.

-Il piano dell'assassino. Francamente non si può costruire una trama intrecciata per 450 pagine e poi risolverla con disinvoltura come se niente fosse accaduto per un reale motivo. La giudico una presa per i fondelli bella e buona e la casualità degli eventi non è mai una risposta giusta per chi legge un giallo.

-L'assassino stesso. Ancora una volta, i personaggi che gravitano attorno a nostro commissario sono pochi e l'omicida è intuibile dal primo momento che entra in scena. Poi, con le scene successive, apriti cielo ...

-La lotta finale contro Waller. Confusionaria, a dir poco. La narrazione è impeccabile, chiariamoci, ma davvero confusionaria. In alcuni punti le dinamiche delle azioni sono forzate, oggetto di sforzo di immaginazione, ben lungi dallo stile che Nesbo ha saputo, ad arte, creare per tutta l'opera.

In definitiva, La stella del diavolo è un libro che ha il suo bel potenziale, ma che non regalerà - almeno per quanto ne penso io - emozioni così forti ai propri lettori. Si tratta di un thriller con personaggi principali ben caratterizzati, una forza interna molto efficace, ma anche al contempo di un libro prolisso, sfiancante, decisamente poco lineare e che non rispetta - sempre secondo il sottoscritto - le attese venutosi a creare, né soddisfa l'hype che Nesbo ha giustamente creato nelle pagine che precedono la fine degli efferati omicidi dell'assassino.

Onestamente non so se incontrerò ancora Hole. Per me che sono un Holmesiano doc, un fan di Poirot, cresciuto con i romanzi crudi di Dennis Lehane, "La stella del diavolo" è apparsa un sonnifero. Con tutto il rispetto per Nesbo, grande autore e professionista, questo libro si poteva terminare in 250 pagine al massimo e risparmiarsi tante figure di contorno che non fanno altro che creare fumo e nebbia senza risultato.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    03 Marzo, 2014
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OSCAR A WILDE PER IL RITRATTO DI DORIAN GRAY

Probabilmente uno dei libri migliori mai scritti, Il ritratto di Dorian Gray è un'opera che mette in evidenza la bellezza in tutte le sue forme. Ma che succede quando la bellezza fa tracollare l'equilibrio mentale di un ragazzo della buona società inglese? Un libro sorprendente, un classico divenuto un must, una sorta di monumento all'arte, intesa come letteratura.

Wilde vuole semplicemente farci vedere che l'arte può essere perfetta, l'essere umano no, a meno di tracolli esistenziali, morali. La bellezza, appunto, la perfezione che nell'arte può essere adempiente a situazioni amorali come omicidio, o imbarazzanti, come il sesso sfrenato, nell'essere umano non riesce a trovare posto, in quanto il compromesso è la vendita della propria anima alla, se posso permettermi, moovida inglese della Londra old style.

Wilde dà vita a personaggi fuori dal comune, da Dorian a Lord Wotton, l'incarnazione del male agli occhi del protagonista. Un libro assolutamente sorprendente non per i temi trattati, ma per come questi suddetti temi vengano rotti, infranti e poi ricostruiti assolutamente magnificamente.

Per l'appunto, da ... OSCAR!

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    01 Marzo, 2014
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Caro Hole, i fatti stanno così

Sono stato indeciso se parlare dell'Uomo di Neve, libro consigliatissimo, esaltato dalla critica e da (alcuni) lettori di thriller del sito o esterni. Alla fine ho deciso di farlo, di scrivere le mie impressioni su un libro che a mio avviso sta perfettamente in piedi da solo, ma che avrebbe bisogno di qualche sistemata nella trama. Partiamo con qualche premessa:

Io amo scrivere e lo faccio a livelli personali, quindi ho comprato Nesbo perchè ero sicuro di trovare in lui un ottimo livello qualitativo e questa mia attesa è stata sicuramente rispettata. Non avevo mai letto il norvegese, quindi nessuna avventura del commissario Harry Hole, quindi ho deciso di iniziare con quello che, ad avviso della maggior parte dei Nesbo addicted, è il capolavoro dell'autore nordico: L'Uomo di Neve.

Tra impegni vari l'ho terminato in due mesi, proprio poche ore fa: la verità è che l'ho apprezzato molto, ma sono convinto che almeno personalmente non abbia scaturito in me la voglia di rileggerlo. L'Uomo di Neve è un libro intenso, pragmatico, molto duro, oserei dire quasi all'antica, che però risorge improvvisamente dal cumulo di neve che costituisce l'ambientazione e dà scampo al lettore con ottimi dialoghi, elucubrazioni mentali più o meno azzeccate e cose di questo genere.

Partiamo col dire che, per quanto riguarda questo libro, ci sono state cose che mi sono piaciute ed altre cose che invece mi hanno fatto penare. Facciamo un'americanata, Hole.

What' was TOP:

-Il protagonista: pur non essendo una vera originalità del settore(di investigatori dannati ne abbiamo pure troppi), il nostro commissario è un tipo tutto d'un pezzo e ciò che colpisce è il suo modo dolce di relazionarsi con le donne, in netta contrapposizione con la personalità usata invece nel mondo del lavoro.

-Katrine Bratt: una manna dal cielo, per quanto mi riguarda. Ce ne vorrebbero di più, di donne così(ovviamente sto togliendo la parte finale, per quella non mi pronuncio). In tutte le scene in cui è presente, però, la Bratt toglie la scena a tutti con la sua spavalderia, la sua apparente forza che però è in realtà uno specchio della sua stessa fragilità.

-Il ritmo delle ultime 300 pagine: in netta risalita rispetto alle prime duecento: lo stile diventa veloce, scorrevole,più piacevole. Se tutto il libro fosse stato scritto così, facendo a meno di vanesie descrizioni sul panorama nordico(peraltro un pochino ripetitive) ci troveremmo di fronte ad un capolavoro assoluto.

-Il movente dell'omicida: ottimo, anzi, straordinario. Davvero fantastico riuscire in questo intento. Nesbo, qui, lo ammetto, ha posto tutto il suo indubbio talento. Originale a dir poco.

-Le scene ... calde: Descritte molto realisticamente, ma mai volgari. Un plauso speciale.

What was FLOP

-Il troppo lieve tratteggio dei personaggi principali(Rakel, Oleg, Bratt, Mathias): sarà perchè è già il sesto libro della saga, ma avrei voluto che Nesbo riservasse qualche piccola riga in più per la personalità dei personaggi sovracitati. Un cantante senza coro diventa, alla lunga, inefficace.

-Le descrizioni dell'ambiente: Scritte bene, ma non da un punto di vista narrativo, almeno sempre a mio modesto arrivo. Va bene dire che la neve era spessa, ma ripeterlo cinquanta volte in centinaia di pagine è un pochino ripetitivo.

-La conclusione data al personaggio di Katrine Bratt: Ma Nesbo, che mi combini? Ottima caratterizzazione del personaggio, buona personalità seppur solo accennata, relazione perfetta di ambiguità con Hole ... e poi? Risolvi tutto in poche pagine con impulsività? Sembra che la fine di Bratt sia stata decisa su due piedi, senza un minimo di programmazione. No, non mi è piaciuto. Bratt meritava le ultime pagine del libro insieme all'altra persona che non nomino per evitare di fare spoiler.

-La ripetitività in alcuni punti del libro, che indirettamente accresce la sua lunghezza: Quante riunioni, quante dialoghi tutti uguali con Rakel? Quanti sopralluoghi poi sfociati nel nulla? Diciamo che Nesbo l'ha tirata per le lunghe. A mio avviso l'Uomo di Neve era un thriller che poteva risolversi in 300-320 pagine.

-L'Uomo di Neve: Senza fare spoiler; ho apprezzato il movente ben costruito, ma davvero qualcuno non ha indovinato chi era? Insomma, intorno ad Harry Hole gravitano 2-3 personaggi, non di più, ed uno di loro è palesemente interessato ad Harry come persona e lo si nota dall'atteggiamento, di certo non normale dato il passato di Hole in quella determinata circostanza.

Insomma, non voglio attaccare Nesbo dicendo che L'Uomo di Neve è un brutto libro e credo che anche che tra i giallisti nordici il norvegese sia attualmente il migliore ... ma il libro in questione è a mio avviso leggermente sottovalutato. Sarà che io avevo un'altra dimensione del thriller(cresciuto con quelli morali e violenti di Lehane e con personaggi totalmente differenti), sarà perchè forse è la trama che non ha incontrato tutti i miei favori, sarò forse io(perchè no?) che mi aspettavo decisamente di più, ma L'Uomo di Neve per me è un bel libro, ma assolutamente non un capolavoro e non all'altezza dei giudizi di alcune persone che me ne hanno parlato in maniera entusiastica.

Le grandi domande:

Rileggerai Nesbo? Assolutamente sì, è un autore che spero di rileggere presto, magari con altre avventure.
Il protagonista ti è piaciuto? Ancora sì, Hole riesce a rendersi simpatico e amabile.
Il libro è scritto bene? Certo, altrimenti avrei chiuso dopo il primo capitolo

La trama è imprevedibile? A mio avviso no, anzi ...
Il libro è da considerarsi un capolavoro? No, decisamente.

Ma, ehi, è solo un mio parere personale che si può condividere o meno, quindi chiedo scusa in anticipo se qualche fan di Hole dovesse prendersela e ripeto: mi è piaciuto Harry, di meno il libro nel complessivo, a mio avviso troppo prolisso nel narrare alcune cose. E, personalmente, per quanto abbia criticato questo libro, mi è piaciuto almeno per il 70-75%. Un bicchierino, Harry? No, non mi guardare male. Ci rivediamo nella prossima avventura.

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Giallisti nordici in generale. Nesbo è il migliore.
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Narrativa per ragazzi
 
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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    02 Febbraio, 2014
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It all ends ...

Per il titolo ho voluto usare il tagline della doppia trasposizione cinematografica dedicata all'ultimo romanzo della saga di Harry Potter. Secondo me calza a pennello e si traduce con: "tutto finisce".

Sì, tutto finisce e a pensarci vengono i lacrimoni; termina tutto in un'esplosione graduale di emozioni, di sentimenti(buoni e cattivi), di personaggi che vengono rivoltati come un calzino e poi mandati allo sbaraglio perchè ormai maturi di muoversi anche senza una pianificazione marcata da parte dell'autrice. I doni della morte è un libro violento, un libro che finalmente attua la distinzione chiave del libro, quella ingiusta tra purosangue e mezzosangue che tanto ricorda il principio che portò allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Harry è ancora turbato per la morte di Silente. Ma non sa che è solo l'inizio: il mondo magico ormai è in guerra e a salvarsi saranno solo i più coraggiosi.

Un libro decisamente on the road. Poche le scene ambientate ad Hogwarts se messe a paragone con i libri precedenti della saga; molto più intenso il rapporto tra i protagonisti: la frustrazione di Harry, il risentimento di Ron, la disperazione di Hermione: tutto ciò è tangibile, realistico, un pugno nello stomaco duro e presente che dà al lettore una sensazione di angoscia che deve necessariamente esserci. Il libro è scritto da Dio, come tutti gli altri della saga. C'è qualche momento che potrebbe risultare pesante, ma non per chi ha amato HP nella sua completezza e non per coloro che sanno che una saga non può andare sempre a 100 all'ora, in quanto a volte è necessario fermarsi, rallentare e dare ampio respiro a quello che è il cuore del libro, cioè i comportamenti dei protagonisti.

JKR devasta il mondo magico con una battaglia epica, trionfale, realisticamente valida, anche se al posto dei cannoni ci sono le bacchette. Il duello tra Harry e Voldemort è qualcosa di rapido(più di quanto me l'ero immaginato), ma al contempo è un'azione che rimane, che è destinata a permanere nel cuore e nei cervelli di coloro che hanno letto il libro e visto il film. Harry Potter adesso è un uomo che può battere Voldemort e deve batterlo per salvare il mondo magico: negli occhi del protagonista possiamo quasi vedere una rabbia cieca che fino al precedente libro ci era sconosciuta. Maestoso.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    02 Febbraio, 2014
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Un salto nel buio creato dal Principe

Salto nel buio. Non posso definire altrimenti il Principe Mezzosangue di JKR, sesto capitolo della fortunatissima saga dedicata al maghetto Harry Potter.

Voldemort è ormai una realtà e il suo obbiettivo numero uno è Harry Potter. Potter ha una responsabilità non indifferente, quella di essere considerato una sorta di salvatore del mondo magico. Può un ragazzo sostenere questo enorme peso dinanzi a migliaia di coetanei? E intanto, chi è il Principe Mezzosangue che con alcuni appunti rilasciati su un vecchio libro aiuta Harry nelle difficoltà di tutti i giorni?

Viene introdotto il concetto di Horcrux: un oggetto o essere animato(dunque anche un essere umano) contenente una parte dell'anima di un soggetto ormai deceduto(o presunto tale). C'è molta introspezione in questo sesto libro, c'è senso di avvilimento, quasi di soffocamento, ma lo stile dell'autrice non ne risente per niente, anzi, si avvalora. Direi che qui Piton è senza dubbio il vero protagonista subliminale delle vicende: il secondo capitolo è dedicato a lui, è lui che ha carta bianca nelle vicende che accadono ed è sempre lui che, alla fine, compie una scelta clamorosa(scopertosi poi voluta e pianificata dai due protagonisti della fase del libro) nei confronti di Silente.

Un libro che l'autrice considera un prologo de I doni della morte, un capolavoro del fantasy in chiave oscura. Voldemort è tornato, dunque. Ma Harry è pronto per affrontarlo?

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    02 Febbraio, 2014
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Politicamente (s)corretto

« È giunto il momento di dirti quello che avrei dovuto dirti cinque anni fa, Harry. Siediti, ti prego. Saprai tutto. Ti chiedo solo un po' di pazienza. Avrai modo di urlare...di fare quello che vuoi...quando avrò finito. Non te lo impedirò. » Albus Silente.

Quinto capitolo di HP. Stavolta ad essere al centro dell'attenzione è un segreto gruppo denominato "Ordine della Fenice". Questo libro è quello che forse riesce a far capire meglio come vi sia una sorta di discriminazione nel mondo dei maghi e come vi sia corruzione a livelli altissimi. In attesa del Principe Mezzosangue, che finalmente chiarirà lo schieramento di qualcuno di nostra conoscenza. Harry finalmente fa chiarezza sul proprio passato, dopo anni vi la parte rabbiosa del protagonista e questo non può che essere un bene per l'intera opera.

Il Ministero della magia invia ad Hogwarts Dolores Umbridge, spocchiosa, zuccherosa e odiabile professoressa tutto rosa e regolette che renderà difficile la vita dei nostri protagonisti. Oltre a tutto ciò vi è anche una situazione di astio tra gli eterni amici fraterni: Harry e Ron. Ormai la scuola è un inferno manovrato dalla corruzione. Ma chi è il gran burattinaio?

C'è tanta, tanta politica in questo quinto libro. Vi è una sorta di distinzione marcata tra i falsamente buoni e i veramente buoni e la cosa risulta affascinante, perchè in un primo momento i protagonisti appaiono ribelli intransigenti, spezza regole degenerati: ma quasi fin da subito si comprende il motivo di alcuni comportamenti. Tutto ciò che rappresenta l'istituzione in genere è corrotto. Quasi sempre. E questo vale anche per il mondo reale, non solo per quello immaginato da JKR.

Davvero notevole la figura di Piton, che si evolve libro dopo libro in un crescendo di caratteristiche peculiari che gli rimarranno legate per sempre; incantevole la figura di Hermione Granger(ok, anche quella di Emma Watson, con voi voglio essere sincero) e decisamente in crescita Harry, nonché Ron, che finalmente acquista uno spessore tridimensionale dopo anni di vita all'ombra dell'amico. Grandiose anche le scene di azione: fa impressione vedere Silente in action come un giovanotto e sorprende la potenza della sua magia. Una nota di merito al personaggio di Bellatrix, una regina oscura con i fiocchi.


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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    02 Febbraio, 2014
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JKR mescola tanti ingredienti nel suo calice

Ecco, qui secondo me tocchiamo livelli altissimi di fantasy e di letteratura moderna in generale. Credo che questo sia forse il miglior romanzo della saga di Harry Potter, un capolavoro che spazza via una volta per tutte gli stereotipi(tali perchè la gente ormai ci si è abituata, non certo per la scarsa fantasia dello scrittore, anzi. Tolkien fa letteralmente paura nella caratterizzazione dell'ambiente) del Lord of Rings. Harry Potter cresce non solo fisicamente, non solo biologicamente, non solo come personaggio, ma anche come saga vera e propria. E cresce, inevitabilmente, anche JKR.

Hogwarts è sede del Torneo Tremaghi, importante manifestazione del mondo magico a cui partecipano gli studenti provenienti dalle scuole di magia più prestigiose al mondo. Harry partecipa contro la sua volontà e scopre segreti al limite dell'immaginazione ...

Straordinario, davvero. Un libro che finalmente si è evoluto nella forma che poi darà vita alla sua conclusione, un'opera maestosa del fantasy con la Rowling che padroneggia facilmente(e fa quasi paura) una storia che non si limita al semplice svolgimento del torneo, ma che rilascia storie su storie come proiettili che uno ad uno colpiranno il lettore. In un solo libro la Rowling riesce a :

1)Descrivere la storia come se l'era immaginata, quindi c'è la narrazione impeccabile del Torneo, le tre prove, tutti i vari studenti, le loro caratteristiche salienti.

2)Nelle recensioni precedenti l'ho dato per scontato, ma adesso ne parliamo apertamente: vogliamo spendere due paroline per il personaggio di Piton? Da lettore non posso non constatare che si tratta del personaggio migliore dell'intera saga, un antieroe oscuro che sorprenderà tutti. E forse la Rowling qui fa trasparire qualche indizio a proposito della reale personalità del mago in forza ad Hogwarts. Un personaggio, quello portato da Alan Rickman sul grande schermo, davvero difficoltoso, intricato in una selva oscura di segreti, doppisensi, comportamenti equivoci(e univoci, oserei dire).

3)La Rowling descrive benissimo le prime palpitazioni ormonali dei ragazzi. Ormai si tratta di adolescenti ben più che formati, non di bambini, dunque è giusto che comincino a nascere le prime attrazioni, le prime antipatie. C'è la costruzione oculata del rapporto Ron/Hermione, c'è l'approccio di Harry al sesso opposto(non fatevi venire strane idee, questo non è un libro della E.L. James e l'adolescenza è trattata con i guanti bianchi, nel senso che vi è purezza illimitata).

4)Torna in pianta stabile Voldemort, ma non posso dirvi di più, altro significherebbe spoilerarvi il finale.

5)C'è la tematica della morte che entra prepotente nella saga e va subito a colpire nell'intimo il protagonista. Se nei precedenti libri abbiamo avuto un accenno, qui preparatevi ... niente sarà più come prima.

Per questi motivi, secondo me, Harry Potter e Il calice di fuoco è forse il migliore libro della saga. E soprattutto è un libro fondamentale per capire i successivi.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    02 Febbraio, 2014
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L'adolescenza che ribolle

Terza avventura in pochi anni per il maghetto che ha ribaltato completamente la figura del mago agli occhi dell'opinione pubblica. Harry è diventato praticamente adolescente: ha i suoi sbalzi d'umore(sacrosanti, a dire il vero ...), le sue prime decisioni importanti e fa anche delle conoscenze decisive: prima su tutte, quella di Sirius Black, suo patrigno.

Velocemente ecco la trama: un assassino scappa dal famigerato carcere di Azkaban(storpiatura di Alcatraz, probabilmente) e tutta la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, nonché tutto il mondo magico è all'erta. Ma davvero questo assassino è così pericoloso per Harry? Attenzione, però, le sorprese non finiscono certo qui. Un traditore si annida tra i nostri. E non capirete mai chi è ...

Questo è un capitolo di transizione, a mio avviso. Probabilmente sia il libro che il film mi sono piaciuti di meno rispetto agli altri. Diciamo che ci troviamo di fronte ad un libro molto particolare. Non c'è più l'aura di fantasia e di creatività dei primi due libri, è assente la luminescenza della magia nel senso più intrinseco, cioè in quello riguardante la sorpresa da parte del lettore; però vi è quella sorta di presagio in crescendo che ci fa capire che le cose stanno per cambiare. Ce n'eravamo già accorti nel precedente capitolo: la Rowling ha detto addio a descrizioni di scale semoventi, quadri parlanti e così via e si è focalizzata su una sorta di cupa atmosfera preparatoria necessaria ai capitoli successivi. Devo dire che per quanto apprezzi l'opera, questo è il libro che mi ha fatto divertire di meno. Non so esattamente a cosa sia dovuto: forse non mi sono piaciute le sequenze del giratempo(ovvie ripetizioni che in un libro non stanno mai bene, neanche se è un fantasy o, come in questo caso, un signor fantasy), forse è perchè c'è una storia che mi ha incuriosito meno delle altre, ma a mio avviso questo è l'anello debole della saga di HP.

Nonostante questo la Rowling si dimostra non brava, ma di più. 100 punti a Grifondoro.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    02 Febbraio, 2014
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Odore di cambiamenti ad Hogwarts

Un Harry Potter dalle tinte giallognole, quello della Camera dei Segreti. Pardon, forse non mi sono spiegato bene: il maghetto, nel secondo capitolo della saga a lui dedicata, mantiene la consueta freschezza e lucidità, ma assume tinte gialle, quasi thrilleriste. E aggiungerei che vi è anche uno spruzzo di placido horror.

Harry torna ad Hogwarts dopo un estate passata in compagnia dei tirannici zii. Prima di partire fa la conoscenza di Dobby, elfo domestico che vorrebbe impedirgli di tornare a scuola. Il perchè è presto detto: Harry è in pericolo e l'apertura della Camera dei Segreti, famigerata stanza in cui è rinchiuso un mostro terribile, non fa che aumentare i rischi. L'enigma sovviene durante l'anno scolastico: chi è l'erede di Serpeverde che sta pietrificando gli studenti(e i gatti ...) di Hogwarts?

La Rowling diventa "prepotente" e cambia le carte in tavola. Vi è maggior violenza in questo secondo capitolo(per quanto una scritta col sangue e una pugnalata sul diario possano significare violenza), vi è maggior credibilità del lato oscuro tanto millantato nel primo capitolo e vi è anche una sorta di presagio che chiariremo nelle recensioni dedicate ai capitoli successivi: un riferimento temporale importantissimo che viene però velato sotto le mentite spoglie di maghi purosangue e maghi mezzosangue/sanguesporco. Il secondo capitolo è una prospettiva dark del primo; una sorta di rielaborazione del primo libro in tinte dark: c'è ancora presente un alone fiabesco, una sorta di desiderio di stupire con un mondo che il lettore non finirà mai di conoscere, ma poi queste cose vengono quasi ... accantonate per far spazio ad una storia molto buona, ad un giallo per ragazzini in cui il colpevole appare quasi fin dalla prima pagina.

Bello davvero, anche perchè da qui in poi le cose cominceranno davvero a cambiare ...

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    02 Febbraio, 2014
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Potter begins

Primo, magistrale romanzo per JK Rowling: Harry Potter e la pietra filosofale. Un libro, questo primo della saga dedicata al maghetto inglese, dai contorni fiabeschi e, sarò pure scontato, magici. La storia di questo manoscritto è abbastanza controversa: la Rowling ideò la saga giovanissima, in costante affanno finanziario. Alla prima pubblicazione, datata 1997, l'autrice aveva già scritto due o tre romanzi dedicati al suo personaggio, sicura che prima o poi avrebbero visto la luce. E pensate un po', aveva tremendamente ragione.

Harry Potter ha 11 anni, vive dagli zii tiranni in quanto i suoi genitori sono morti quando lui era pressoché un neonato, ma la morte ha portato con sé un alone di mistero. Un giorno Harry scopre di essere un ... mago! Nientemeno! Hagrid, buffo gigante buono, lo porta alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, luogo nel quale farà la conoscenza del timido e ironico Ron Weasley e della brillante Hermione Granger. L'anno scolastico sarà al di fuori di ogni normalità.

Il primo capitolo della saga pone le basi per una storia che, libro dopo libro, riesce a sorprendere, stupire, entrare pian piano nel mondo fantasy strizzando l'occhio al romanzo di formazione. Nell'evolversi dei fatti i ragazzi protagonisti delle vicende crescono di pari passo col lettore, dunque c'è una capacità di immedesimazione fuori dal comune. HP e la pietra filosofale è un libro dolce, fantastico nel verso senso della parola, magico, delicato, ben lungi da quelli conclusivi della saga, ben più cupi e, consentitemi, quasi politici. Lo stile della Rowling è soave, una piuma sugli occhi; la piacevolezza è garantita: Harry Potter e la pietra filosofale scuote le anime fanciullesche e rievocano il bambino che è in noi tramite trovate apparentemente semplici, ma in realtà elaborate e studiate.

Non c'è che dire: Chapeau, Joanne.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    30 Gennaio, 2014
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A scuola da Poirot(e dalla Christie)

Capolavoro made in Agatha Christie per il primo romanzo con l'inconfondibile stile dell'autrice britannica. Siamo nel 1920(o qualche annetto addietro), la Christie presta servizio presso i campi di guerra come infermierina, ma fa una scommessa con sua sorella, che la sfida a scrivere una detective story di quelle "alla Holmes". La giovanissima Agatha si mette a lavoro e dà vita ad uno dei personaggi migliori nella storia della letteratura, un connubio di arguzia, smodata arroganza ed eccezionale perspicacia.

La trama: Hercule Poirot ha lavorato per anni nella polizia belga ed ha affrontato i più cruenti casi di cronaca nera in prima persona. Andato a Styles Court, elegante residenza naif, verrà coinvolto in un caso di omicidio dai toni forti e sfuggenti.

Ovviamente, per me che sono un Holmesiano DOC e un tizio che si diletta nello scrivere libri gialli, la Christie non può che rappresentare una validissima alternativa al detective operativo nella Londra Vittoriana. Poirot è ... caratteristico. E non solo per l'aspetto fisico tanto simile all'attore David Suchet, che magistralmente è riuscito a riportare sullo schermo la maggior parte delle avventure a noi note. Poirot assume forza propria soprattutto nel metodo investigativo, differente da quello del suo collega inglese. Il metodo di indagine di Poirot è basato sul «facere», sul lavoro a testa bassa: certo, si può definire più lento e meno automatico di quello di Holmes, ma il detective di origine belga è ugualmente valido. Risoluzione del mistero come piace a me: tutti riuniti di fronte al detective.

Un giallo(giallo, non thriller e per chi ama il genere la differenza c'è eccome) tra i più grandi che abbia mai letto e probabilmente da annoverare tra i capolavori assoluti. Un must per chi ama o scrive gialli, uno status quo in fatto di giallo deduttivo. Veramente efficace, mai una pausa, mai un momento apparentemente insensato. Pagine e pagine di poesia giallista inserite da un'autrice all'epoca giovanissima e alla sua prima esperienza letteraria. Un miracolo letterario, non so come altro definirlo. E una cultura in fatto di veleni, quella della Christie, da far invidia a qualunque scienziato che si rispetti.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    29 Gennaio, 2014
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Reacher don't reach the top

Perdonate il gioco di parole tra il nome del protagonista e il verbo inglese "reach", cioè raggiungere, ma questo è un libro che dovevo assolutamente recensire. Da dire che è stata la prima(e probabilmente ultima) volta che ho letto Lee Child.

Il romanzo di Child non mi piace essenzialmente per tre motivi:

1. Viene presentato come un thriller, ma del thriller non ha davvero nulla, a parte forse una smodata passione dei protagonisti per le armi da fuoco. Le movenze del protagonista sono da film d'azione anni '80, quelli in stile esplosione mentre si corre disarmati verso una meta ignota. Incredibilmente pompato.

2. Il protagonista, quel Jack Reacher che negli USA viene tanto idolatrato, qui da noi fa la figura del brocco. O almeno per me la fa. Non mi sono mai piaciuti i superuomini. Un personaggio, per essere credibile, deve avere un punto debole. Reacher sembra Terminatori 10.0 e francamente in un libro in cui il protagonista si sbarazza così facilmente dei suoi avversari ... non c'è molto da raccontare.

3. Lo stile di Child è, almeno secondo la mia modesta opinione, ridondante e prolisso, fastidioso e snervante. Presenta il suo eroe come una sorte di "man who never must ask" e la cosa è irritante specie se ad una frase semplice di uno dei tanti dozzinali protagonisti del romanzo, Reacher risponde con uno sguardo alla The Undertaker e sbuffa allargando le narici.

In definitiva, queste parole non le ho mai dette per nessun libro, guardatevi il film che è meglio. Gli effetti speciali, almeno, vi salveranno da una narrazione fine a sè stessa.

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Romanzi
 
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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    29 Gennaio, 2014
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Romanzo ... paternale

Cataldo è noto al grande pubblico per la fortunata serie de "Romanzo Criminale", che ha saputo raccontare, tramite gli occhi di uno scrittore attento, la storia di una delle famigerate bande criminali italiane degli anni addietro. Uno dei suoi (tanti) lavori è questo romanzo che lessi per un compito scolastico e che riuscii ad interpretare talmente bene che la mia prof rimase impallidita(era una vera bastarda, ragazzi, non si aspettava questo exploit). Senza divagare, ecco la trama in due parole:

Diego e Walid sono uomini, sono sposati, ma appartengono a due culture diverse. Hanno però un'altra cosa che li lega: entrambi i loro figli sono affetti da una disabilità spiacevole. I due approcci alla figura genitoriale dei due sono però completamente opposti: Diego è frustrato, incamerato in una vita che non voleva; Walid, da buon orientale, apprezza ciò che di buono la vita gli dà e cerca di trovare un senso positivo ad ogni cosa. L'amicizia che nascerà fra i due sarà forte e intensa, tanto da indurre Diego ad una vera metamorfosi.

Il libro è stato, per me, anzitutto un lavoro scolastico, dunque ero partito con un pregiudizio stupido. Negli anni precedenti avevo letto De Carlo e mi si erano addormentati gli arti dalla noia: De Cataldo è diverso, ma si mantiene fedele al ritornello degli scrittori italiani che narrano in maniera un po' pesante, attaccandosi troppo al personaggio principale e non riuscendo ad avere una visione di insieme totale, caratteristica invece degli scrittori statunitensi. Il padre è lo straniero è un libro problematico, affetto da temi multipli che scattano dalle differenze etniche fino ad arrivare alle disabilità dei bambini. Ovviamente non può essere considerato un libro leggero. Non è stato concepito come tale.

Penso che lo stile sia abbastanza discreto, ma non mi ha lasciato molto a livello di insegnamento. Credo che ci troviamo di fronte ad un romanzo dal contenuto importante, ma dalla piacevolezza ridotta(anche se è abbastanza gradevole la fine, seppur troppo cinematografica rispetto al resto della vicenda narrata). De Cataldo dà vita ad una buona opera, ma a mio avviso troppo paternalista, che a tratti, per chi nella lettura ha poca pazienza, può portare ad una condizione psicologica estenuante(molti miei compagni di classe lessero le prime venti pagine, poi lo lanciarono contro il muro). Dunque: è un romanzo che può piacere per le sue caratteristiche? Assolutamente sì. Contrariamente, è un romanzo che incontra i consensi della maggior parte dei lettori? A mio avviso no, è un libro prevalentemente per adulti, dal taglio serio, non certo per dei diciottenni, che seppur già abbastanza maturi per comprenderne appieno i temi, non possono costituire persone in grado di crogiolarsi nei temi, seppur possano rifletterci su.

Lo consiglio a chi vuole leggere una storia seria, un qualcosa dal contenuto morale elevato. Dimenticatelo se volete rilassarvi.

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Romanzi erotici
 
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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    28 Gennaio, 2014
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Un porno per ragazze troppo pudiche e per mammine

Le 150 sfumature sono, a mio modesto avviso, un porno per ragazze troppo pudiche per ammettere di guardare un porno e per mammine. Incredibile come un passaparola, due seni nudi, un ammaliante sconosciuto dalle tinte stalker e una ragazza timida della stessa accezione di Bella Swan, possano formare un best seller. O meglio, è incredibilmente vergognoso.

Cinquanta sfumature di grigio è un libro pessimo. Ma non pessimo come i libri di Volo, che ti lasciano addosso la sensazione di aver sprecato due ore e mezza della tua vita a cercare di comprendere delle cavolate che lo "scrittore" italiano inserisce cercando di copiare un ben più lucido Coehlo. No, il libro di E.L. James è la nuova scusante in fatto di contesto erotico femminile. Una donna è pudica abbastanza da non guardare un porno, ma poi va a leggere un libro che ha tinte soft porno e probabilmente andrà a guardare un film di 90 minuti in cui 70 sono letteralmente dominati dal sesso.

Sì, perchè nel libro c'è il sesso. C'è il sesso e basta. E le persone che votano con 4 o 5 stelle, probabilmente hanno assunto anfetamine o qualcosa di simile. Scherzi a parte, è davvero incredibile, davvero stupefacente come un libro che tocchi cose scarne ma discusse come il sesso diventi poi popolare da essere consacrato addirittura un capolavoro. Il fascino di Grey va staccato dalla capacità della James di scrivere come si deve, di inserire una storia e dei personaggi credibili.

Ma che lo dico a fare? L'opera è piena di stereotipi: la protagonista introversa, l'amica volgarotta e caciarona, il seduttore ricco, ammaliante e perverso. Vogliamo metterci anche uno sceriffo corrotto e un mago anziano? Suvvia, siamo in presenza di un semplice purè di patate speziato con salse esotiche. Un libro sotto la media generale osannato perchè dotato di tinte porno. Vergognoso che sia venduto e che certa gente si vanti di averlo letto.

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Fantasy
 
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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    28 Gennaio, 2014
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Meyer e Moccia, Moccia e Meyer

Verrò flagellato. Lo so. Ma dovevo, dovevo leggere questo primo capitolo di Twilight(dopo aver visto, anni fa, il film) e autenticare la mia opinione su di esso. Alla fine ne sono uscito vivo. Ed è già una gran cosa. Non fraintendetemi, ragazzine urlanti per i pettorali di Edward e dodicenni infatuati della bellezza principesca di Isabella Swan: il libro è per voi, adolescenti giovani imberbi che cercano un'alternativa al proliferare di maghetti prodigio e thriller d'alta scuola. La Meyer scrive un libro giovane, forse un po' ipocrita, ma pur sempre diretto ad un pubblico giovanile.

Isabella Swan è introversa. Quando si trasferisce a Forks, cittadina dello stato di Washington DC(se non erro ...), va ancora peggio. I primi giorni è sola, poi comincia a socializzare e fa la conoscenza di Edward, che altri non è che un ragazzo vampiro di centinaia e centinaia di anni. Da qui parte la storia d'amore tra i due. Nei capitoli successivi avrà più spazio il licantropo Jacob, che insieme a Edward e alla bella Bella(sì, scusate il gioco di parole), darà vita ad un triangolo amoroso più complicato di quello immaginato da Renato Zero.

Insomma, sono stato un po' ironico, ma chi non lo sarebbe? Un vampiro che si potrebbe definire vegetariano si innamora di una ragazza introversa, intensa, profonda. L'amico di famiglia di lei, un licantropo dalla mascella in stile Ridge e dai capelli tipo alpaca si mette in mezzo e allora sono dolori amari.

Seriamente, l'idea iniziale è accettabile, ma la Meyer è un continuo paradosso in stile romance o paranormal romance. L'idea dell'autrice è quella di unire amore e fantasy, ma la cosa non viene fatta con leggerezza e innocenza, né con calma. Ne esce quindi una storia d'amore accelerata, frettolosa, che assomiglia tanto a quella di Amore 14 e che francamente non ha degli sbocchi di uscita di rilievo. Twilight è un romanzo rosa in stile fan fiction immerso in una cupa e dark Forks e in atmosfere e caratterizzazioni fantasy di bassissimo rilievo.

Non è del tutto uno schifo, chiariamoci. Ma ho letto questo primo libro e a volte c'è bisogno di un caffè amaro per recuperare qualche pagina saltata. Non si tratta di andare con o contro la corrente, ma di esprimere un parere. Il libro della Meyer è gradevole nella fascia di adolescenti dagli 11 ai 15 anni, poi, a mio avviso, arriva la consapevolezza che le favole non finiscono bene(talvolta non esistono proprio) o che il surreale può sfociare, se dall'altra parte del foglio non vi è una penna che ha fatto gavetta, in situazioni surreali.

In sintesi, non lo trovo una ceppa, come si dice in gergo, ma le persone che lo autenticano a capolavoro mi piacerebbe intervistarle per consultare la loro libreria, visto che fatico a capire come questo polpettone adolescenziale melenso sia idolatrato così tanto per il bel faccino di Bella e per lo sguardo dannato di Edward.

L'Italia ha la sua Meyer: è Moccia e non siamo orgogliosi.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    28 Gennaio, 2014
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Un buon narratore, quell'Elvis, ma niente di speci

La squadra è uno dei romanzi di Robert Crais dedicati ad Elvis Cole, detective un po' Bill Cosby, un po' Leonardo Di Caprio che riesce, con una narrazione decisamente hard boiled(e può essere un complimento o meno, decidete voi lettori) a farci immergere in una storia sentita, scritta bene, ma in alcuni punti eccessivamente prolissa. La trama, in breve, ruota tutto attorno ad un ufficiale di polizia corrotto e alla sua ragazza che si preoccupa per lui. Lo stile sarebbe pure buono, ma le descrizioni sul panorama della Florida sono quasi infinite e se avessi voluto leggere quant'è rigogliosa la vegetazione da quelle parti, avrei preso un catalogo viaggi in un'agenzia.

Nonostante tutto questo che vi ho appena detto/scritto, il libro fa passare qualche ora in discreta compagnia, accompagna a deduzioni logiche da thriller puro e dà adito positivo alle voci che vogliono Crais come uno dei migliori thrilleristi della storia della letteratura. La squadra è un bel romanzo, con parecchi difetti stilistici(secondo la mia modesta opinione), ma con dei personaggi anomali(Joe Pike su tutti), che risaltano però in un contesto falsamente innocuo quale la Florida. Spendete se amate un autore che va molto, molto a fondo di ogni cosa.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    26 Gennaio, 2014
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Finta di Lehane, dribbling di Angie, cross di Kenz

Il titolo che ho dato alla recensione rispecchia bene le ultime pagine. Vi è un lavoro corale. E per corale intendo che ognuno fa la propria parte in maniera ineccepibile. Ad un certo punto sembra essere catapultati in una rissa da strada a fazioni divise. Ma andiamo con ordine.

Doveva essere l'ultimo capitolo di una saga dal successo pazzesco. Doveva, ecco. Ma non è stato così. 12 mesi dopo La casa buia, Lehane ritorna con Pioggia nera, dark thriller immerso nella foschia completa e che a tratti spaventa perchè scopre il nervo sociopatico che vi è in ognuno di noi. Lehane adotta lo stile ai personaggi. Patrick Kenzie non vive più con Angie Gennaro, che l'ha scaricato dopo il caso della piccola Amanda. I due protagonisti sono dilaniati dal dolore, pallide controfigure dei giovanotti dei primi libri: ora parliamo di adulti formati e cresciuti, di persone con rabbia e rancore che abbandonano il consueto stile di vita e provano a cambiare. Senza riuscirci, dovrei aggiungere.

Patrick Kenzie ha una nuova donna, Vanessa, che però costituisce solo uno svago sessuale(e la cosa è ovviamente reciproca). Continua ad essere innamorato di Angie, che però è lontano da lui e vive un periodo di appannamento umano iniziato con la morte di Phil e proseguito con i due libri successivi. Una ragazza molestata, un pestaggio allo stalker eseguito da Patrick e Bubba, poi l'inevitabile: la ragazza si suicida. Così. Senza apparenti ragioni. Kenzie indaga e viene a sapere che negli ultimi mesi qualcuno ha distrutto la sua vita provocando al fidanzato un incidente e facendo sì che Karen si prostituisse e si desse alla droga e all'alcol. Ma chi è il folle che si diverte a stuprare le anime degli innocenti? E che legame hanno con lui i Dawe, genitori di Karen? Il finale è cinematografico, ma ancor di più non lascia spazio a lieti eventi e conclusioni pacifiche. No, la fine di Pioggia Nera è un pugno nello stomaco da parte di un tipo sornione che una volta che vi ha colpiti vi guarda sorridente e vi fa capire con il solo sguardo che al mondo niente è come sembra e che non v'è spazio per chi non si sa adattare.

Un libro forte, che prova a ricalcare le orme seminate a metà tra Buio prendimi per mano e Fuga dalla follia. C'è paura, c'è inquietudine, ma sono disseminate in dosi minori; c'è tanta introspezione, tanti pensieri, ragionamenti contorti, deduzioni e incontri. Si può parlare di un thriller diviso in due parti: le prime 200 pagine sono veramente ben scritte e ti fanno immergere nell'anima del protagonista; le successive 200 sono praticamente magistrali e si susseguono in un crescendo di phatos incredibile. In poche pagine avvertirete il cambio di ritmo e di tono.

Lehane conferma uno stile stupendo, ma per sua volontà adattato a ritmi più lenti(almeno per le prime 200 pagine). Contenuto con moralità altissima, piacevolezza estrema che rialza la testa nelle ultime 200 pagine. Un libro dotato di forza propria e che starebbe in piedi persino di fronte al più esigente critico.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    26 Gennaio, 2014
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Arie cinematografiche e senso morale alle stelle

Di tutti i libri di Lehane dedicati alla coppia Kenzie/Gennaro, questo è quello che mi ha colpito di meno. Sarà perchè manca di spargimenti di sangue eccessivi, di scene forti che avevano caratterizzato i precedenti libri(e che caratterizzeranno il successivo), sarà perchè Lehane qui gioca a fare la voce angelica di una storia controversia e dunque appetibile ai più, sarà perchè mi è parso eccessivo dedicare un romanzo intero alla storia di una bambina scomparsa, sarà anche colpa del pessimo adattamento cinematografico dei fratelli Affleck, ma "La casa buia" alias/aka/come preferite "Gone Baby Gone" è un romanzo scritto benissimo, dalla morale autentica e possente, ma la cui piacevolezza scade a metà.

La trama è molto semplice: Amanda è una bimba piccolissima scomparsa nel nulla. Si trovava a casa sua, nella sua cameretta e dopo pochi minuti non c'era più. La zia di Amanda si rivolge alla coppia Kenzie Gennaro, che oltre al caso già spinoso di per sé, troveranno anche l'ostacolo della madre di Amanda: una donna con seri problemi di alcolismo e di droga che sembra però non avere un alibi consistente per il momento del fatto. A far da contorno a tutto ciò vi sono diversi personaggi interessanti, molto, ma dico molto controversi, quasi il contrario di ciò che appaiono e alla fine vi è la risoluzione dell'enigma in maniera abbastanza repentina, abbastanza buona, per carità, ma ben lontana dagli standard a cui Lehane ci aveva abituati.

Questo è un libro del 1998, quindi ha qualche annetto, ma si mantiene attuale perchè parla ovviamente della sparizione dei bambini, anche se in questo caso l'aguzzino di Amanda aguzzino non è affatto(per motivi che poi vedrete alla fine del libro e che non anticipo per evitare lo spoiler). Gone Baby Gone porta alla luce divergenze di coppia e di lavoro di Patrick e Angie e il libro si conclude con quello che a mio avviso è un timido, ma al tempo stesso incisivo cliffhangher in vista del successivo libro. Non è un libro che mi sento di sconsigliare, anzi. Ma non è un capolavoro all'altezza degli altri di Lehane e questa sua mancanza è dovuta non allo stile(straordinario come sempre), non al contenuto(che riesce a far riflettere e a non mostrarsi mai in prima linea rispetto alla storia), bensì a quell'impercettibile sensazione di storia risparmiata. Di sicuro Lehane non è del mio stesso parere, ma l'impressione è che uno per quanto apprezzi il suo sforzo è perfettamente conscio del fatto che avrebbe potuto fare mille volte meglio. Insomma, se leggete per la prima volta Lehane, prendete qualche altro titolo dell'autore, che di sicuro vi farà conoscere il genio del bostoniano. In questo libro, secondo il mio modesto parere, siamo solo al 70/80% del talento creativo di Lehane.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    26 Gennaio, 2014
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Sulle strade del vedo/non vedo

Era difficile fare meglio del precedente lavoro("Buio prendimi per mano") e dare nuova linfa vitale a protagonisti che erroneamente si pensava avessero dato il meglio di loro stessi, ma con Fuga dalla Follia Lehane riesce a convertire la saga in un thriller on the road dai piacevoli retrogusti epici. La trama è questa: Patrick Kenzie è reduce da pochi mesi dalla cattura del terribile Glynn, ormai è un eroe di quartiere, ma un giorno lui e la bella Angie vengono rapiti da un miliardario con salute davvero precaria. La richiesta del vecchio è semplice: ritrovare Denise, l'amata figliola scomparsa nel nulla. Denise ha avuto una vita d'inferno: ha perso madre, fidanzato e dignità in pochi mesi e adesso insieme a lei è sparito anche Jay Becker, mentore di Patrick e investigatore presso una società di investigazioni. Grazie a soffiate, colpi di scene, momenti esaltanti, ironici e drammatici, Patrick e Angie riusciranno, terminate le pagine, a uscirne comunque in piedi. Ma cosa si fa pur di rimanere sulle proprie gambe?

Dennis Lehane stupisce - manco a dirlo - con un libro dai toni fortemente dark, ma che poi si allevia nello svolgimento centrale. Impennata finale in stile psycho thriller per gli ultimi capitoli, scritti in maniera magistrale e portati in scena dal bostoniano in maniera ancora più incisiva. Il messaggio che vuole infondere l'autore è ovviamente la precarietà della verità basata su fulgide quanto superficiali conclusioni e ovviamente l'amore che si trasforma in odio col passare del tempo. Fuga dalla follia è un romanzo che incredibilmente riesce, in alcune scene, ad essere epico, un thriller atipico in cui l'amore(sì, l'amore) è messo in primo piano. E c'è amore ovunque: tra Patrick e Angie, tra Angie e il defunto marito Phil, tra Denise e suo padre e così via. Ma l'amore puro è raro da trovare e Lehane ci dimostra in che modo un sentimento così nobile molto spesso va via come il sapone dalle mani, molto facilmente, quasi con candore superficiale.

Un libro, questo terzo capitolo della saga dedicata alla coppia di detective più irriverenti degli USA, davvero da leggere, da gustare fino alla fine. Un libro che spesso si comporta come una danzatrice del ventre, con alcuni momenti in cui è tutto incredibilmente chiaro ed altri, ovviamente più frequenti(altrimenti non sarebbe un thriller, un buonissimo, ottimo thriller) in cui tutto appare capovolto, precario, incredibilmente dissolto nell'aria. Lehane capovolge la prospettiva almeno tre volte. E la sua penna pare prendere fuoco tra le pagine. Da leggere assolutamente.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    25 Gennaio, 2014
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Immersione totale nel buio

Quando all'epoca mi consigliarono di leggere "Buio prendimi per mano", sapevo che mi trovavo di fronte ad un collettivo accumulo di opinioni positive e di straordinarie opinioni sentite e risentite. Avendo letto già il lavoro precedente di Lehane(Un drink prima di uccidere) ed altri lavori vari dello stesso autore appartenente alla stessa saga, sapevo di essere pronto per leggere questo libro definito da molti come il capolavoro assoluto dello scrittore bostoniano. L'ho letto quest'estate, tra un impegno e un altro, in 14 giorni. Fantastico.
Ma prima la trama in breve

Patrick Kenzie, dopo le vicende del precedente libro, ha una vita nuova: è fidanzato con Grace, un infermiera con prole(una stupenda bambina di quattro anni di nome Mae, per la cronaca), sta alla larga dai soliti guai, forse potremmo definirlo allontanato dall'ambiente che lo ha cresciuto, quella Boston colma di marciume e violenza. Ma quest'ultima lo riporta nel tunnel. Un suo amico, insegnante di criminologia all'università, lo contatta perchè una nota psichiatra si sente minacciata da alcune foto scattate che sembrano essere un avvertimento della mafia irlandese e americana. Patrick e Angie, depressa per la fine del matrimonio con Phil e ormai allo sbando sentimentale, iniziano ad indagare, ma ben presto comprendono che tutto ciò che ruota attorno alla faccenda è oscuro, poco chiaro, inquietante. Sembra apparentemente tutto tranquillo ... ma alcuni vecchi conoscenti di Patrick vengono assassinati e mutilati, torturati da un folle con il solo scopo di far provare dolore agli altri. Inizia una caccia all'uomo, che sembra essere vicinissimo allo stesso Patrick e alla stessa Angie. Intanto rispuntano fuori storie dell'infanzia del protagonista, comportamenti e dialoghi davvero inusuali, vecchi omicidi, ruggini, rancori e ...quei vecchi fantasmi lasciati indietro anni prima. Il cerchio si stringe e ...

Buio prendimi per mano è un capolavoro assoluto del genere, il romanzo che nel 1996 consacrò la saga di Lehane e l'autore stesso. Credo che sia il più bel thriller che abbia mai letto. Non ha mai e ripeto mai una parte calante, riesce ad avere costanza di rendimento dalla prima all'ultima pagina e leggendo ti cali a tal punto nei protagonisti da iniziare ad avvertire sensazioni, odori, rumori, paure e cose che pensavi di aver sepolto da anni. Lehane ha una pala(la sua penna) e voi siete il suo terreno. Scava a fondo finché non trova il vostro punto debole, vi porta in una situazione di precario equilibrio e vi fa precipitare in deduzioni affrettate, ma poi vi riprende e vi rimette sul filo, di nuovo in bilico. In Buio prendimi per mano nulla è come sembra.

A metà libro si intuisce chiaramente il colpevole, ma pur avendolo capito ci si rifiuta di ammettere tale ipotesi e si finisce con l'essere inquietati fino alla fine, che si presenta non solo esplosiva, ma anche commovente. Quando mancano 100 pagine alla fine credi di sapere tutto ciò che devi sapere per arrivare alle tue conclusioni, ma saltano fuori nuovi elementi e allora devi adattare le teorie ai fatti. Incredibile come ci si senta in una delle ultime scene(non vi dico quale, altrimenti vi spoilero un po' tutto).

Il tema predominante è ovviamente la paura, ma anche la perversione umana, il potere che dilaga in follia e, ovviamente, quella consapevolezza di deterioramento morale che in un thriller non guasta mai. Non è molto difficile riscontrare in Patrick Kenzie il prototipo dell'uomo consumato dalle avversità della vita e non è invece facile capire il perchè Kenzie sia così depresso: nel libro gli succede di tutto, davvero di tutto.

Comunque, Buio prendimi per mano è un romanzo che urla prepotente il suo messaggio, i suoi temi, un romanzo che fuoriesce facilmente dallo status quo di romanzo poliziesco e va ad incastonarsi come uno dei romanzi insospettabilmente profondi, non per la prosa usata, bensì per l'ambiente, per le sensazioni che i protagonisti provano durante il libro.

Spiegato non rende molto bene l'idea, nemmeno da un grande fan come me. Leggerlo è un'altra storia. Pronti a spaventarvi?

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    19 Gennaio, 2014
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Prima di leggerlo tirate il fiato ...

Quel che colpisce di Shutter Island, o de "L'isola della paura", se preferite, è il clima di tensione che Dennis Lehane riesce ad infondere dalla prima all'ultima pagina. Il film orchestrato da Scorsese segue molto da vicino gli eventi del libro e riesce a riportare bene e materialmente il clima che Lehane aveva intenzione di instaurare nel subconscio del lettore.

Il libro scuote non le anime, ma i cervelli volubili degli esseri umani che andranno a leggerlo. O meglio, ci riesce gradualmente cercando di farvi sentire l'odore della paura.
La trama in breve: Teddy Daniels, agente federale, viene mandato su un'isola ospitante un manicomio/penitenziario per scoprire dov'è finita una delle pazienti, inspiegabilmente scomparsa nel nulla. L'isola sarà la chiave di volta della sua vita.

Il thriller è uno di quelli che vale la pena leggere, a mio avviso uno dei lavori non seriali migliori degli ultimi 20/30 anni del genere. La trama è intricata, complessa; ci sono vari flashback, delle voci fuori campo abbastanza confuse, ma quando si arriva alla fine ... ecco che compare la verità. Insomma, Shutter Island è un libro enigmatico, complesso, non per cervelli che hanno voglia di distrarsi, ecco. Una lettura che con un po' di coraggio potremmo definire impegnata, nel senso che si propone di far riflettere su alcune tematiche molto delicate come la lobotomia. Forse a volte può apparire un po' pesante, ma per il finale ne vale la pena. Aggiungo che non è un libro fatto per piacere al lettore, ma per farlo immergere nell'oscurità, dunque non aspettatevi un ritmo elevato. Attenzione quando leggete: niente è come sembra.

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MatteoADP10 Opinione inserita da MatteoADP10    19 Gennaio, 2014
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Un drink prima di uccidere - Spettacolo urbano

Un drink prima di uccidere è il primo libro della saga di romanzi scritta
dal magistrale autore bostoniano Dennis Lehane, che attraverso i suoi occhi
ci fa conoscere la parte operaia di una Boston anni '90 tremendamente
accattivante. I personaggi principali sono due detective dalle vite
intrecciate: il sornione e ironico Patrick Kenzie e la stupenda e sensuale
Angela Gennaro. Ad affiancarli vi sono numerosi personaggi secondari di
rilievo, da Bubba Rogowski, un pluri ricercato che offre la propria
collaborazione ai casi dei due detective, a Phil, ex miglior amico di
Patrick e ora marito(con inclinazione alla violenza) di Angie , fino ad
arrivare all'impegnatissimo Richie Colgan, giornalista di punta del Trib di
Boston.

La trama in breve è questa: Il senatore Mulkern, una personalità di spicco
della città, incarica Patrick Kenzie di ritrovare Jenna Angeline, donna
delle pulizie scappata con alcuni documenti molto importanti. Mulkern ha
davvero molto a cuore questi documenti, quindi Patrick intuisce fin da
subito che qualcosa non va. Indagando e spulciando in una Boston marcia e
umidiccia, Patrick e Angie avranno a che fare con baby gang, vecchi
criminali spietati e il nemico più difficile: il potere usato nel modo
sbagliato.

Tutta la trama cerca di infondere un messaggio molto particolare, che è
appunto racchiuso in ogni pagina del libro. Si analizzano le vicende della
lotta tra le gang giovanili, la pedofilia, l'interesse per i soldi e la
grande moralità dei protagonisti, ma è il razzismo e in particolare
qualsiasi altro fattore discriminante a ricoprire il ruolo di tematica
principale di questo lavoro. Davvero interessante il dialogo che avviene a
metà libro tra Patrick e Richie, giornalista a volte discriminato perchè
«nero».

Il libro scorre via che è un piacere, quasi fosse un film che proietta le
proprie scene davanti agli occhi dei lettori. La forza del libro, però, non
risiede tanto nella trama intricata(Lehane farà meglio con i successivi
lavori), bensì nell'introspezione dei due protagonisti principali. Lui,
Patrick, bostoniano doc dal cuore d'oro, integerrimo paladino di una
giustizia persa, ha vissuto un'infanzia traumatica, sull'orlo della follia
di un padre di famiglia violento e vendicativo che lo ha segnato a vita con
alcune punizioni corporali indelebili. Lei, Angie, una ragazza accattivante,
sensuale, sveglia, maliziosa, ma troppo, davvero troppo debole per quanto
riguarda l'amore. Pur vivendo un matrimonio al tramonto, subisce violenze
dall'uomo che continua - nonostante tutto - ad amare e solo alla fine del
libro troverà il coraggio di dire «basta»(ma nei libri successivi la
parentesi si riaprirà ancora ...).

Insomma, «Un drink prima di uccidere» è un libro colmo di ironia da parte
del protagonista(la voce narrante è Patrick, quindi vi è una prima persona),
strapieno di esperienze vissute dall'autore, che riesce a dimostrare come
sappia girarsi e rigirarsi in una Boston ben lontana dall'idilliaco
siparietto mostrato come consuetudine sociale in tv, ma soprattutto è un
libro che vale la pena leggere per la profonda morale, mai bigotta, sempre
corretta, che riesce ad infondere nel lettore. E alla fine, quando si
scorgono i ringraziamenti dell'ultima pagina, ecco lì che scende una
lacrimuccia. Ma la storia è ancora lunga. Lehane stupirà ancora.

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