Opinione scritta da Liponi
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Speranza e disillusione
E’ morto da poco, questo scrittore cileno, e proprio in conseguenza di questa peste odierna. Quindi, la lettura di un suo libro diventa un omaggio obbligatorio, in questo periodo di quarantena, ad una delle vittime più illustri della pandemia.
Il romanzo, uscito nel 2009, è un libro agile, strutturato in 18 brevi capitoli più un Epilogo, dallo stile sintetico, quasi ermetico, apodittico e ironico insieme. Uno stile del tutto diverso da quello di Marquez (vedi titolo di giornale girato sui social in occasione della morte dello scrittore che gli attribuiva la più famosa opera di Gabriel Garcia) e che corrisponde alla sua vicenda umana, ricca di fatti, di azioni e di lotta.
Ne “L’ombra di quel che eravamo” è la nostalgia per un passato di lotta e di illusioni disilluse.
Un gruppo di ex “compagni” si ritrova per un’ultima avventura, quasi a voler recuperare uno spirito rivoluzionario a cui guardano, tuttavia, con distacco ironico e disincanto. Eppure, quando l’anarchico Pedro Nolasco, detto l’Ombra, li chiama a compiere un’ultima azione, tutti rispondono, come per senso del dovere verso quello che una volta erano stati e che ora non sono più. Sono tutti ex profughi dell’epoca di Pinochet, alcuni anche passati per il carcere e la tortura, vissuti in esilio per anni, invecchiati nel ricordo dei tanti scomparsi e uccisi. Eppure, quando l’unico dei loro che era sopravvissuto al regime grazie alla sua abilità a vivere in clandestinità, propone loro l’ultima impresa, si ritrovano pronti.
Peccato (e qui è l’aspetto grottesco della vicenda) che l’eroe, l’Ombra sopravvissuta la regime, proprio mentre si reca all’appuntamento, viene colpito alla testa da un giradischi volante, lanciato dalla finestra da una donna infuriata contro il marito (anch’egli reduce di quella stagione di lotta politica, sia pure su posizioni perlomeno ambigue), stufa dell’inconcludente ménage che questi le propone in Cile e piena di nostalgia per l’esilio tedesco.
Si direbbe che tutto è finito, che il riscatto di un passato deludente è ormai tramontato. Invece, malgrado tutto, la sgangherata combriccola riesce a portare a termine l’azione, a dare un senso al sacrificio dell’”Ombra”.
Quindi, al di là dell’amarezza per tante vite sprecate, al di là della disillusione dovuta al fallimento di un’esperienza politica rivelatasi fallimentare, al di là delle divisioni ideologiche che tramano i discorsi dei congiurati e che costituiscono il tessuto di tutte le sinistre più o meno rivoluzionarie, più o meno di governo, l’azione unita di tre-quattro “ex”, conduce infine ad un risultato inatteso, si conclude con un piccolo, limitato, successo.
Una speranza?
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Adolescenza nell'Austria del Primo Novecento
Nell’incubo del contagio da Coronavirus è proseguito il mio viaggio tra opere letterarie che rappresentano aspetti dell’età di passaggio. Anche I turbamenti del giovane Törless è un romanzo di formazione, ma risale all’inizio del Novecento e si colloca nell’Austria imperiale, quella che si avvicina alla rovina, ma che propone anche il genio di Freud e l’arte della Secessione. Del resto, Musil, dopo aver conseguito una laurea in ingegneria meccanica, si è dedicato a studi filosofici e psicologici, per approdare infine al mestiere di scrittore proprio con questa opera d’esordio. Si fa fatica a classificare questo libro come romanzo o narrazione. Sì, ci sono degli spunti narrativi, c’è uno sviluppo dell’azione, un intreccio, ma c’è soprattutto un viluppo di riflessioni piuttosto ermetiche, che trova il suo sbocco nella scena finale, quando il giovane protagonista viene interrogato dai vertici del collegio in cui si trova sui fatti incresciosi che avevano coinvolto i suoi compagni di classe: un furto, l’accanimento terapeutico di due bulli nei confronti del responsabile, le violenze che quest’ultimo aveva subito. Törless sembra voler approfittare dell’occasione per mettere in mostra la profondità dei suoi pensieri e il suo distacco dalla realtà bruta e angosciosa che pure lo ha coinvolto, quasi a voler far pesare la propria superiorità spirituale sugli stessi professori che lo dovrebbero giudicare. Proprio in base alle sue farneticazioni, il collegio dei professori decide di chiedere ai genitori di venirsi a riprendere questo giovane così problematico, giudicandolo non adatto all’ambiente collegiale. Ma la lettera del direttore viene preceduta da quella dello stesso giovane, che chiede ai genitori di lasciare quell’Istituto, nel quale non si sente più a suo agio.
Prima della conclusione, tuttavia, Törless si eclissa, sparisce. Non si sa perché, ma forse è una caratteristica dell’età di passaggio, di questi giovani ipersensibili e che faticano ad adattarsi alla realtà, la fuga, il desiderio di scomparire. E’ una fuga che dura poco, viene ritrovato dopo due giorni, ma che ne fa un prototipo dell’adolescente. Incerto sul suo presente e insicuro del proprio futuro, dubbioso anche sulla sua identità sessuale, ancora ambigua e tormentato dal desiderio di scoprire il senso profondo dell’esistere umano.
Un turbamento in più coglie il lettore di due secoli dopo. Noi leggiamo questa vicenda proiettandola sugli avvenimenti tragici che hanno coinvolto l’Europa, a partire proprio da Austria e Germania e sulle ideologie che hanno imperversato nei decenni successivi. Non possiamo non pensare, quindi, che la persecuzione - basata su una volontà di dominio e di affermazione di sé e delle proprie idee perverse, condotta da due compagni di Törless su un altro ragazzo e che vede la complicità passiva dello stesso protagonista – è una sorta di anticipazione dei successivi avvenimenti storici.
Inoltre, c’è anche un altro livello di lettura di questo libro, che nasce nell’epoca della psicanalisi, ma anche di vari movimenti artistici che vogliono superare la realtà e distaccarsi da una visione serena dell’esistenza. Il groviglio angoscioso dei pensieri di Törless, la sua voglia di sublimazione e le sue contraddizioni, le sue ambiguità, la sua inettitudine ad agire per l’ipertrofia del pensiero si collocano proprio in questo contesto culturale: e collocano il protagonista accanto a tanti altri personaggi della letteratura da allora in poi.
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Un romanzo originale sul tema scomparsa di persone
Emma Healey nel 2014, a 28 anni, ha pubblicato il suo primo romanzo, Elisabeth è scomparsa, avendo subito un buon successo. Infatti questo romanzo è stato subito ripubblicato, come dice il risvolto di copertina, in più di venti paesi, tra cui l’Italia. E’ senz’altro un romanzo originale: la narrazione viene condotta attraverso le parole e i pensieri di Maud, una donna anziana di 82 anni che ha evidenti problemi di memoria. Si direbbe la classica persona candidata a scomparire.
Infatti, ogni tanto la figlia la perde di vista, ma, grazie anche al fatto che è conosciuta anche dalla locale stazione di polizia, se la cava sempre.
Il luogo in cui si svolge l’azione è una località marina dell’Inghilterra meridionale, una città che, nell’immediato dopoguerra, è ancora disseminata di rovine dei bombardamenti aerei, afflitta dalla povertà e dal razionamento alimentare e, sorprendentemente, anche dalla frequente scomparsa di persone.
Il tema fondamentale del romanzo è proprio la scomparsa. “Elisabeth è scomparsa” è la litania ricorrente della protagonista, Maud, cui nessuno dà retta, né la figlia, né il figlio dell’amica scomparsa, né la polizia; tant’è vero che Maud arriva, un po’ avventurosamente, a pubblicare un’inserzione sul giornale locale. In realtà, nella sua mente offuscata dalla malattia, emerge ogni tanto il ricordo di una persona veramente scomparsa proprio nell’immediato dopoguerra, la sorella maggiore Sukey. Quindi il lettore si ritrova a seguire i pensieri frammentari della protagonista, la sua fatica di ritrovare un filo del proprio pensiero e della propria esperienza di vita e rischia di perdersi in questo andirivieni di pensieri e di ricordi che compaiono e scompaiono, nella confusione dei piani temporali, ove il presente e il passato si intersecano e si sovrappongono continuamente. Quindi, sembra di perdersi in una realtà mentale confusa e al limite dell’allucinazione, di non trovare un filo conduttore che porti alla soluzione del giallo che a poco a poco emerge come il mistero vero e proprio che sta alla base dell’esperienza di vita di Maud.
Invece, alla fine, come per un incantesimo, il mistero si scioglie: la figlia capisce finalmente il legame tra la non-scomparsa di Elisabeth e la scomparsa della zia, avvenuta quasi settant’anni prima e decide di seguire questa intuizione per porre fine al mistero e mettere la parola fine alla tormentosa ricerca, da parte della madre, della sorella scomparsa.
Per noi di Penelope, nonché genitori di uno scomparso, è una lettura ideale, sia perché ci aiuta a capire i problemi e le difficoltà delle persone con patologie legate all’età e, per questo, a rischio di scomparire, sia perché propone come tema la sofferenza dei familiari di una persona scomparsa e la loro tormentosa ricerca della verità.
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Un "thriller esistenziale"
Un romanzo intimista, che racconta le vicende di una famiglia, attraverso lo sguardo di una madre e di una figlia ma anche un “giallo”, anzi, un “thriller esistenziale”, secondo la definizione che ne dà la stessa autrice alla fine del libro.
E’ un romanzo a due voci, la voce della madre Alma e della figlia Antonia, i cui nomi si alternano a intitolare i capitoli; ma, in realtà, la voce predominante è quella di Antonia, che conduce l’indagine sul passato misterioso della sua famiglia, mentre lo sguardo di Alma illumina lo sfondo affettivo e “storico” della vicenda, con una svolta avventurosa verso la fine.
La madre decide che è giunto il momento di rivelare alla figlia il suo cruccio segreto proprio quando la stessa è incinta da sei mesi, ben consapevole che la figlia, autrice di romanzi polizieschi, ha nel suo DNA il gusto dell’indagine. Così le racconta che il proprio fratello, Marco detto Maio, poco più giovane di lei e suo compagno di giochi e di avventure, era improvvisamente scomparso a 17 anni, dopo essere diventato tossicodipendente; di questa scomparsa e della successiva morte dei suoi genitori ella si sentiva responsabile, per aver indotto Maio a provare una volta, una volta sola, l’eroina.
Così la figlia parte per Ferrara, la città di origine della madre, con l’obiettivo di scoprire che cosa sia successo allo zio, magari anche per liberare la madre dai suoi sensi di colpa. Qui viene a poco a poco a mettere in luce una serie di misteri ben più ampia della sola scomparsa di Maio, a partire dalle origini della famiglia della madre, collegate alla tragica morte del nonno. Alla fine riesce a chiarire tutta la verità, viene anche a sapere che cosa fosse successo veramente allo zio. E scopre, insieme, il fascino di Ferrara e dei suoi abitanti: una città bella, a misura d’uomo, ricca di umanità, ma anche di sofferenze nascoste, di segreti gelosamente conservati.
Ad aiutarla nelle indagini c’è il commissario di polizia Luigi D’Avalos, un abile detective da cui si sente in qualche modo attratta, l’anziana Lia, che vive sola con il suo volpino e che custodisce gelosamente le memorie degli ebrei di Ferrara, la ex ragazza di Maio, Michela, che svelerà il mistero sulla sua scomparsa, e sua figlia Isabella.
Una vicenda intrigante, raccontata con grazia e leggerezza, ma anche ricca di colpi di scena, avvincente fino alla fine, sia per l’intrecciarsi dei sentimenti e dei caratteri, sia per la suspense che ne accompagna lo sviluppo.
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Il fascino insospettato della banalità
E’ un romanzo piuttosto singolare, non tanto perché racconta una vita anonima, grigia, poco brillante, quanto per il modo in cui vengono delineati i personaggi, che sembrano tutti, a prima vista, aridi, poveri di sentimenti e incapaci di esprimerli, di comunicare, di mettersi in relazione. In particolare, il protagonista, William Stoner, forse perché nato e cresciuto in un ambiente contadino, con dei genitori che sembrano tagliati con l’accetta, perennemente intristiti dalla durezza del loro lavoro e per l’aridità dei loro terreni, tanto da divenire essi stessi l’immagine di questa aridità, sembra incapace di tessere delle relazioni umane autentiche, a partire dai suoi due amici, che infatti scelgono una strada diversa dalla sua, fino al suo matrimonio, un vero fallimento fin dalle sue premesse. Anche la relazione con la figlia Grace, che sembra la più solida del libro, finisce presto, non appena la moglie decide, quasi rabbiosamente, di vendicarsi di lui e dei suoi presunti torti. Questo protagonista sembra piegarsi ai colpi della sorte, con un fatalismo che ricorda certi personaggi verghiani, mantenendo però intatto un suo nucleo solido, petroso (“stone”), che rimane inscalfito: l’amore per lo studio, l’applicazione tenace nella ricerca, l’attaccamento al suo umile lavoro di docente, di un docente privo di qualunque ambizione di carriera, di qualunque aspirazione al guadagno, ma capace anche di farsi ammirare ed amare dai suoi allievi. Infatti, in una vita priva di qualunque altra gioia, improvvisamente sboccia un amore tra il professore e una giovane e promettente collega, un amore finalmente totale, fisicamente e mentalmente, un sentimento finalmente reciproco e profondo. Ovviamente, non destinato a sopravvivere alla malignità dell’ambiente circostante, che costringe, dopo pochi mesi, i due amanti a separarsi e Stoner a subire la sua prima grave malattia, fisica e psicologica insieme, che lo fa rapidamente e precocemente invecchiare.
Malgrado la tristezza quasi fatalistica della vicenda, come dice Peter Cameron nella “Postfazione”, il romanzo cattura e coinvolge il lettore, che fa fatica a staccarsene, forse anche perché non tutto è chiaro ed esplicito, molto rimane misterioso o non detto, soprattutto nei personaggi di contorno. Rimangono nell’ombra, per esempio, le motivazioni della moglie Edith e dell’altro avversario del protagonista, Lomax. Ma anche dei dettagli, come, per esempio, le modalità che usava Edith per conoscere tutte le mosse di Stoner (malgrado sembrasse così poco interessata al marito).
Ma, come dice Cameron, la vicenda tocca i nodi più profondi dell’esistenza: “Perché viviamo? Che cosa conferisce valore e significato all’esistenza? Che cosa vuol dire amare?”. E, poi: “Stoner attraversa con grazia leggera e delicatezza il cuore del lettore, ma la traccia che lascia è indelebile e profonda”.
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Giallo a tinte fosche...
Che l’autrice di Harry Potter, nelle vesti del giallista R. Galbraith, ci racconti una storia per molti versi molto truce, addirittura truculenta, ci stupisce poco: non mancava, infatti, anche nella sua saga per ragazzi più o meno adulti l’aspetto “horror”. Ci stupisce di più che si parli tanto di sesso, altrettanto truculento e grottesco, da stomaci forti. Ma si tratta di sesso solo o prevalentemente letterario; e forse ciò non stupisce, se si pensa quali frutti ci vengano da qualche sue collega britannica. Peraltro non si può negare che tale materia incandescente sia dominata con abilità e ironia dalla scrittrice, che sembra prendere le distanze dalla sua stessa narrazione, anche attraverso lo sguardo sanamente distaccato e razionale dei suoi due investigatori, lo zoppo Cormoran Strike (ma non somiglia ad un personaggio della Allende? Perché tutte due si inventano un investigatore protesizzato?) e la sempre più abile e prestante giovane assistente Robin, di cui scopriamo anche inusitate capacità automobilistiche. In effetti, non è bellissimo immaginare che il pur perverso scrittore Owen Quine venga ucciso in modo così barbaro; ma tale fine orrenda, tra l’altro predetta e descritta accuratamente nel romanzo a lui stesso attribuito, giustifica di per sé tutto l’impegno profuso dai nostri eroi per risolvere l’enigma. Come è possibile che uno scrittore descriva così accuratamente la propria morte? E chi può essere il criminale così perverso da mettere in scena un simile sacrificio umano? Ha agito per ordine dello scrittore, per fare pubblicità – macabra, suicida e postuma – alla propria creazione letteraria? Naturalmente tale enigma sarà alla fine sciolto dall’intuito dell’investigatore, mentre la polizia, come nel primo giallo dello pseudo Robert Galbraith, seguirà piste del tutto sbagliate: ma questo è un classico dei gialli anglosassoni.
Interessante, comunque, come questa autrice cerchi varie strade per emanciparsi dalla sua stessa fama di romanziera per ragazzi, da un lato trasformandosi in giallista sotto uno pseudonimo maschile (come se fosse essa stessa vittima di una prevenzione maschilista presente anche nel romanzo) e dall’altro cercando di riciclarsi come scrittrice “per adulti” con “Il seggio vacante”. Si ha però la sensazione che le sue nuove creazioni letterarie debbano molto al suo precedente esercizio narrativo.
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L'evoluzione morale e professionale di Samantha Ko
E’ evidente, in questo libro, la tempra del grande narratore, del romanziere che sa tenere avvinto il lettore ad una storia, ad una trama essenziale. La psicologia dei personaggi traspare dall’azione, non da riflessioni interiori o da digressioni temporali. La vicenda è lineare, affidata soprattutto al confronto dialogico e alla narrazione di fatti concreti. La protagonista, la ventinovenne Samantha Kofer, subisce nel corso del racconto, una profonda evoluzione, a contatto con un mondo, quello di un piccolo centro nella regione degli Appalachi, completamente diverso da quello da cui proviene, la città di New York. All’inizio tale mondo le sembra estraneo, ostile e lontano dalla civiltà urbana, quasi selvaggio. E’ capitata in quel posto per caso, costretta ad abbandonare, in seguito alla crisi finanziaria del 2008, la sua promettente carriera di avvocato in un grande – anzi, il più grande del mondo - studio legale newyorkese, dove lavora senza sosta e senza respiro in un’attività routinaria e poco stimolante. Licenziata in tronco, perde all’improvviso i suoi cospicui guadagni e deve cercarsi – con la prospettiva di essere tra un anno riassunta - un impiego non retribuito presso un’associazione di volontariato. Bisogna dire che il discorso economico è uno dei fili rossi della trama di questo romanzo, dove a tutti i personaggi si fanno i conti in tasca, riportando le cifre più o meno esatte delle loro retribuzioni, dei loro conti in banca, delle indennità di malattia, dei risarcimenti ottenuti in tribunale. Per cui il lavorare gratis risulta per la protagonista una degradazione al livello base della scala sociale. Il riscatto le arriverà con la sua prima vittoria in tribunale, ovvero con la conquista di un risarcimento di undicimila dollari per una sua (gratuitamente) assistita. Ma intanto è avvenuta la sua trasformazione da professionista assetata di successo e di dollari a persona che mette la sua professionalità al servizio degli altri. Finalmente si sente utile, trova la sua vocazione e diventa un vero avvocato, uno che trova in tribunale la sua soddisfazione, anche a costo di guadagnare poco e di rinunciare ad un contratto molto redditizio (165.000 $ più premi e benefit vari) offertole da un grosso studio legale di New York, per rimanere tra i Monti Appalachi ad assistere quelle persone povere che senza il suo aiuto sarebbero vittima dei pescecani che infestano la zona, i proprietari delle miniere di carbone e i loro avvocati disonesti, ma anche di società finanziarie senza scrupoli e di familiari prepotenti. In realtà il romanzo ha una trama piuttosto complessa e ricca di suspense, da giallo giudiziario con sfondo ambientalista (che ricorda Libertà di J. Franzen) e la protagonista passa attraverso diverse avventure e disavventure, con corredo di cadaveri, prima di pervenire alla nuova maturità di persona e di professionista della Giustizia con la G maiuscola.
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Un amore impossibile?
Se “Un giorno” era un romanzo sull’amore e sulla vita di due giovani che si affacciano alla vita adulta, questo “Noi” racconta la relazione di una coppia matura che perviene alla crisi del proprio matrimonio dopo i cinquant’anni. L’altro romanzo era strutturato intorno ad una data, questo invece alterna la narrazione del tempo attuale con quella del passato. Un bel giorno, anzi, una bella notte, Connie decide di comunicare al proprio marito – Douglas - che ritiene conclusa la loro storia, annunciandogli che probabilmente si riprenderà la propria libertà: non subito, ma – forse - tra qualche mese, quando il loro unico figlio – Albert detto Albie - se ne andrà di casa e li lascerà liberi di decidere della propri vita. Ma prima, con questa bella prospettiva, i due dovranno affrontare insieme il “Grand Tour” per l’Europa progettato da tempo come propedeutico all’ingresso nel College di loro figlio. In effetti, la situazione ha del comico e il narratore-marito lo sottolinea con ironia, un’ironia che è una delle chiavi di lettura di tutta la vicenda, di cui si chiariscono subito gli antefatti.
I due si sono conosciuti - non per caso, ma per ben congegnata combinazione - in casa della sorella di lui e tra loro nasce subito una storia, a dispetto di alcune premesse. Connie è attraente, simpatica, effervescente e conduce una vita piuttosto disordinata, ispirata dalla sua estrosità artistica. Douglas è invece un biochimico, dedito alla ricerca scientifica, alla cui sistematica rigorosità ispira anche le sue abitudini. Si tratta, quindi, di due personalità incompatibili e sembra perciò prodigioso che possano convivere, sposarsi, avere dei figli; per cui logica vuole che si separino, non appena abbiano compiuto la loro missione di genitori. Del resto, che una donna possa avere una crisi psicologica e identitaria intorno agli anni della menopausa è piuttosto comune. Si tratta, quindi, di una crisi che, da un lato prende molte coppie intorno ai cinquant’anni, dall’altro dipende direttamente dal carattere dei due protagonisti; ma la si narra come se fosse una storia eccezionale, perché eccezionale è l’amore che li ha uniti, a dispetto dei loro opposti temperamenti, e che li ha condotti a superare insieme una angosciante esperienza di vita.
Quello che sembra invece assurdo è come il romanzo si conclude: dopo le disavventure del Grand Tour, e la felice conclusione di questa esperienza, che ripropone il profondo legame dei due coniugi, ci si sarebbe aspettati una conclusione del tutto diversa della vicenda. Ma l’autore, come in “Un giorno”, di mostra di non amare il lieto fine e tiene in sospeso fino all’ultimo il lettore, prolungando la storia con un capitolo aggiuntivo (per fortuna più breve rispetto al libro precedente), forse per renderne meno brusca la conclusione (là tragica, qui solo melanconica).
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Una vicenda interiormente intricata
L’autrice, Vicentina, è attualmente dirigente scolastica a Rovereto, avendo conseguito la laurea in filosofia e teologia. Con questo libro è stata finalista del Premio Strega nel 2011.
La matrice cattolico-teologica risulta a prima vista dal linguaggio, ma poi si dissolve in una vicenda piuttosto intrigante: la storia di una donna brutta, ma proprio brutta, tanto da risultare imbarazzante per i suoi familiari e isolata dai suoi compagni di scuola. Solo la zia, prima, e una compagna, poi, si curano di lei; mentre la madre, che dopo la sua nascita è piombata in una crisi depressiva senza sbocco, finisce per suicidarsi. Malgrado questo e malgrado subisca a scuola un pesante atto di bullismo dai compagni, la storia della giovane ha una svolta quando comincia a mettere in pratica le sue eccezionali doti musicali, che le consentono di diventare ricca e famosa. Grazie al suo maestro di musica conosce una signora anziana, apparentemente malata di Alzheimer, ma in realtà pienamente consapevole di sé e degli altri, che la mette sulla strada della scoperta del mistero che sta dietro alla morte della madre, liberandola anche dall’angoscia di essere stata lei la causa della sua malattia. Inoltre, anche l’aspetto cambia: grazie a delle cure di chirurgia plastica riesce a migliorare anche il suo aspetto fisico.
Un lieto fine di una vicenda interiormente intricata e perciò avvincente.
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L'eroe perdente
Il protagonista, quello che fino almeno a metà della narrazione è “l’eroe” del romanzo, è un spia tedesca, Alex Wolff, che raggiunge il Cairo passando per il deserto, compiendo già un’impresa solo per arrivarci, in Egitto. D’altra parte, avendo vissuto con la madre e il patrigno per diversi anni proprio in Egitto ed avendo quindi una buona conoscenza del territorio e dei suoi abitanti, Alex era in questo avvantaggiato. Il suo avversario è il maggiore Vandam, inglese, che, anche in base a delle coincidenze fortunate, oltre che al suo intuito, sospetta per primo che al Cairo sia arrivata una spia tedesca e fa di tutto di impedirgli di agire. Il tedesco ottiene anche il sostegno di egiziani, in primis della più famosa e bella, nonché viziosa, ballerina del ventre del Cairo e poi anche di alcuni ufficiali nazionalisti, tra i quali il futuro presidente Sadat, e riesce a inviare preziose informazioni al generale Rommel, grazie alle quali egli riesce a sfondare le linee nemiche, fino ad arrivare a poche decine di chilometri da Alessandria. Ma, come sappiamo, le sorti della guerra ben presto si capovolgeranno; quindi il maggiore Vandam riuscirà alla fine del romanzo a mettere le mani sulla spia tedesca e sul suo codice segreto, il codice Rebecca, dal titolo del libro omonimo di Daphne du Maurier, che sta alla base dello stesso codice, grazie soprattutto all’aiuto di un’altra donna, un’ebrea egiziana, che aveva dei buoni motivi per aiutare gli inglesi contro i tedeschi.
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Il quadro desolante della società americana
Contiene spoiler.
Non mi è stato facile entrare nel libro: mi sembrava di essere in un serial del tipo di “Desperate Housevives” (ne ho visto qualche puntata): un piccolo quartiere periferico della provincia americana in cui tutti sanno tutto di tutti, in cui regna il pettegolezzo sommesso e la voce narrante sembra riferire le diverse opinioni sui personaggi che ci presenta, ovvero i due protagonisti, Walter e Patty Berglund e i loro figli, Joey e Jessica, a confronto con i vicini di casa.
Joey, il figlio ribelle, ancora minorenne lascia la casa dei genitori per andare a vivere con la sua ragazza, mentre Jessica, la figlia modello, si impegna seriamente negli studi. Ma la madre da sempre presta attenzione solo al figlio maschio e sembra cadere in una grave crisi nervosa in seguito all’abbandono del figlio. Il romanzo diventa più interessante, quando trova un punto di vista soggettivo: Patty, su consiglio del suo terapeuta, scrive la sua autobiografia (in terza persona) e rivela così i retroscena della sua scelta di sposare Walter: in realtà era innamorata dell’amico e compagno di stanza di suo marito, un musicista rock sciupafemmine, Richard. Solo l’indifferenza di Richard la convince a sposare Walther. Però, alcuni anni dopo, quando si ripresenta l’occasione, Richard e Patty diventano amanti, anche se solo per poco: sembra che ci sia tra di loro un’attrazione fatale, che porterà Walther a cacciare di casa la moglie, quando finalmente se ne rende conto, e a cercare consolazione tra le braccia della sua giovane collaboratrice, Lalitha. Il progetto cui Walther – acceso ambientalista - sta lavorando è molto ambizioso: approfittando dei milioni messi a disposizione da un miliardario, vorrebbe proporsi di salvare una specie di uccello che rischia l’estinzione. Quando si rende conto di essere caduto in una specie di trappola tesagli dalla speculazione (e Lalitha è morta in un incidente), Walther si ritira a vivere in una casetta isolata tra i boschi, ereditata dalla madre, in cui fa l’eremita lontano da tutti e da tutto, con l’unico obiettivo maniacale di eliminare dal suo bosco i peggiori nemici dei suoi amati uccelli, ovvero i gatti. Infine, la moglie ritorna da lui, che la caccia fuori casa; visto che non se ne va e rischia di morire di freddo, dopo averla salvata, decide di riprenderla con sé.
Il quadro che Franzen (visto il giudizio di “The Telegraph”: “Il Grande Romanzo Americano” di oggi) fa della società americana è piuttosto desolante: i personaggi sembrano vivere senza comunicare autenticamente tra loro e tutti sembrano perseguire obiettivi propri, egoistici, senza alcun rispetto e amore autentico per gli altri. Lo stesso idealista Walther non si rende conto dell’assurdità dei suoi obiettivi e del fatto che essi lo distaccano dalla realtà e, soprattutto, dagli altri esseri umani. Solo alla fine, la ritrovata armonia della strana coppia Walther-Patty sembra dare una prospettiva di serenità alla vicenda.
Uno spiraglio di luce dalla tragedia
Di primo acchito, anche per l’aspetto esterno, un libro rilegato con sovraccoperta a colori sgargianti, le numerose pagine scritte a caratteri piuttosto grandi, sembra una prosecuzione per adulti del ciclo di Harry Potter, dove non manca un pizzico di horror (vedi soprattutto la scena iniziale, in cui viene descritta la morte di Barry Fairbrother), ma anche di sesso esplicito (nel ciclo di Harry Potter assente o implicito). Il tocco narrativo è leggero e sciolto: i numerosi personaggi sono ritratti a tutto tondo, ma con tratti rapidi e prevalentemente attraverso i dialoghi. Anche qui, come in Harry Potter, c’è una netta distinzione tra mondo degli adulti e mondo dei ragazzi (qui adolescenti), visti spesso in contrapposizione, salvo qualche rara eccezione (e il morto che lascia vacante il seggio nel Consiglio locale del piccolo centro di Pagford è una di queste); ma pochi sembrano salvarsi, sia tra gli adulti che tra i giovani, da un giudizio morale negativo. Ben presto si delinea la contesa tra gli adulti, gli uni (la maggioranza) favorevoli a passare il quartiere popolare dei Fields, un quartiere degradato che squalifica le linde casette dei quartieri “alti”, al comune vicino, in modo da scaricare ad esso tutte le incombenze legate al disagio degli abitanti, poveri, disoccupati, drogati, alcolizzati. Barry Fairbrother proveniva dai Fields, ma aveva fatto fortuna ed era andato ad abitare in una villetta di Pagford: per questo si batteva per mantenere il legame con il quartiere popolare e per favorire il riscatto dei giovani dalla loro condizione di emarginazione. Quindi, mentre per il presidente del Consiglio Locale, un grasso bottegaio, la morte di Barry è un colpo di fortuna, che gli consente di realizzare il suo sogno di liberare Pagford dal peso dei Fields, per Krystal, una ragazza povera, emarginata, dal temperamento asociale, quella morte significa la perdita di ogni speranza di riscatto. Proprio Kristal, assieme a Sukhvinder, una ragazza vittima del bullismo dei compagni, risultano essere i personaggi più positivi di questo ambiente, dove prevale, sia nei ricchi che nei poveri, l’egoismo e la mancanza di qualunque valore autentico.
Ma Krystal morirà, alla fine, per la disperazione di non essere riuscita a salvarsi e a salvare il fratellino di due anni e Sukhvinder riuscirà a ottenere per lei e per il fratellino un bel funerale, in cui finalmente le due parti del paese si ritrovano, accomunate – e in parte riscattate - dal dolore.
Le cose migliori del romanzo si vedono proprio quando vengono messe alla luce le personalità tormentate di Krystal e Sukhwinder e il loro conflitto con il resto del mondo, sia con gli adulti, sia con i coetanei. Di qui emerge anche un’altra somiglianza con il ciclo di Harry Potter: anche il maghetto era emarginato, soprattutto nell’ambiente familiare, ed incompreso; ma aveva la magia a riscattarlo. Qui, invece, la diseredata Krystal si riscatta solo con la morte.
Di questo romanzo ricordo soprattutto la difficoltà ad appassionarmi alla vicenda, a coinvolgermi. Le prime pagine mi sembravano abbastanza superficiali, soprattutto a confronto con la prosa degli israeliani Yehoshua e Grossman, che sono quelli che ultimamente mi hanno più appassionato. Poi però mi sono lasciato sedurre da questo quadro spietato della società e, soprattutto, del mondo degli adolescenti, con le loro assurde pose, il loro bullismo, le loro sofferenze segrete e la loro volontà di riscatto. Alla fine, una fine tragica, uno spiraglio di luce.
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Un romanzo singolare
Un romanzo la cui struttura risulta piuttosto singolare: c’è un giorno nella vita dei protagonisti (un ragazzo, una ragazza) che risulta più importante degli altri: il 15 luglio. Si conoscono e si amano per un giorno, il giorno della loro laurea, il 15 luglio 1988, ad Edimburgo. Poi il racconto della loro vita riprende ogni anno in quello stesso giorno, fino al fatale 15 luglio 2004, quando lei muore in un incidente. Non contento, dopo 430 pagine, l’autore aggiunge una parte conclusiva, intitolata “Tre anniversari”, in cui si racconta come il sopravvissuto passi i tre 15 luglio successivi alla morte della partner: racconti intercalati con la ripresa della narrazione del primo giorno, il giorno in cui si sono conosciuti. In questo modo, l’autore può far trascorrere gli anni dal 1988 fino al 2007, senza annoiarci con il racconto di tutti i giorni della vita dei due protagonisti, ma creando la sensazione dello scorrere del tempo e delle trasformazioni fisiche, psicologiche e morali che questo porta con sé. E’ una storia d’amore, quindi, ma anche di due giovani britannici che si affacciano alla maturità alla fine degli anni ottanta e che vivono le speranze, le illusioni e le delusioni che loro la vita offre. In realtà, fin da subito, dei due, è lei, Emma, la migliore: più intelligente, più ricca di idee e di ideali, più capace di realizzarsi concretamente, arrivando a pubblicare dei libri di successo (dopo un’esperienza di insegnamento all’inizio entusiasmante e poi deludente); ma Emma viene da una famiglia modesta e, una volta laureata, deve arrangiarsi come può, lavorando come donna di fatica in un sudicio ristorante di infima classe. Invece il suo “amico” Dexter, di famiglia benestante, può permettersi di viaggiare e divertirsi, in attesa di trovare qualcosa di piacevole da fare: pensa di voler fare il fotografo, ma approda ben presto al mondo delle televisioni private, dove conduce un brillante programma di intrattenimento. Sembra che i due abbiano intrapreso due strade diverse, lui quella del successo facile (anche con le donne) e lei quella del lavoro abbrutente e della solitudine o delle relazioni deludenti. Ma tra i due rimane un’amicizia, un bisogno reciproco di cercarsi: lei è innamorata di lui, ma non accetta di diventare una delle sue tante avventure, e mantiene la loro relazione sui binari dell’amicizia; lui passa da un amore all’altro, ma quando cerca qualcuno con cui parlare, non può fare a meno di rivolgersi a lei, di cercarne consolazione e conforto. Infatti, il successo (in tv e con le donne) rimane sempre in superficie: in realtà a tenere insieme la personalità di Dexter è solo l’alcool. E l’abuso di alcolici lo porta alla rovina professionale e morale. Intanto Emma si tira fuori dal mondo della ristorazione, diventa insegnante (e ha un certo successo con gli alunni “difficili” della scuola, ma anche con il preside, di cui diviene per un po’ l’amante) e finalmente raggiunge il suo sogno: fare la scrittrice, sia pure di libri per adolescenti (prendendo spunto dalle sue esperienze di insegnamento). Ma è ancora sola, quando per l’ennesima volta Dex la cerca: si è appena separato dalla moglie che lo ha tradito con un suo compagno di università. Finalmente i due si buttano nelle braccia uno dell’altra e fanno sesso. Ma Emma ha già deciso di andare a Parigi a continuare la sua serie di romanzi e là comincia una storia nuova. Così, quando Dex la raggiunge (è il 2001), sembra che ancora una volta la loro unione sia impossibile; ma Emma decide che è giunto il momento di realizzare l’amore della vita: i due si sposano e vanno d’amore e d’accordo, manca solo un figlio a coronare la loro felicità. Ma, il 15 luglio 2004, Emma viene travolta da un’auto a Londra, mentre, sotto un diluvio, cerca di raggiungere in bicicletta il suo Dex, che l’aspetta per visitare la loro nuova casa.
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Donna Tartt
DONNA TARTT
Questa donna è diventata nel 2014 una delle più famose scrittrici straniere in Italia, per la pubblicazione del suo “Il cardellino”, un romanzo veramente intrigante, oltre che scritto con grande maestria e grande controllo del mezzo espressivo… sia pure in traduzione italiana.
Eppure anche i romanzi precedenti, Dio di illusioni e Il piccolo amico, sono stati dei successi internazionali.
La caratteristica fondamentale di questa scrittrice sembra essere la sua lentezza: un libro ogni dieci anni, anziché, come spesso succede quando uno scrittore riesce a vendere più della media, uno ogni due-tre mesi o, almeno, uno all’anno. E’ una scrittrice riflessiva, che si documenta molto, che si perde spesso nella descrizione dei particolari, ma che non molla il lettore, lo tiene inchiodato alla vicenda narrata, lo affascina e lo avvince con le arti del giallista, senza averne le caratteristiche di essenzialità, ma anzi ampliando al massimo il numero dei personaggi, le digressioni narrative, le descrizioni, le citazioni colte. Sì, perché un’altra caratteristica è proprio l’ambientazione culturale dei romanzi. Il Cardellino è un quadro di un pittore fiammingo intorno al quale si snoda tutta la vicenda del romanzo; ma il richiamo all’arte e al culto del bello “antico” è un leit-motiv costante, che si contrappone alla triste e dura realtà della vita attuale, dove predominano il degrado fisico e spirituale.
Un altro aspetto particolare è che i protagonisti-narratori del primo e dell’ultimo romanzo (del secondo no) sono dei maschi. Quindi, abbiamo una scrittrice che si esprime attraverso un narratore dell’altro sesso, di cui sa interpretare efficacemente la psicologia. Insomma, leggendo i suoi romanzi non diresti che l’autore è una donna .. che poi proprio Donna si chiama!
Un motivo di fondo di tipo culturale si ritrova anche nel primo romanzo della Tartt, Dio di illusioni. Ma qui è la cultura classica e in particolare quella greco-antica ad ispirare il gruppo dei protagonisti, raccolti come una piccola élite intorno al professor Julian, un’illusoria divinità antica, che conduce i suoi allievi ad allontanarsi dalla vita reale, dalla piccola società del College, per provare sensazioni ed esperienze “antiche”. Il leader del gruppetto dei sei studenti di greco e latino è Henry, uno studente modello, che sa esprimersi correntemente nelle lingue morte e che condivide con il suo insegnante l’amore appassionato e straniante per la cultura classica. Un essere perfetto, un essere superiore, un superuomo quasi come il suo mentore, con cui, infatti, ha un rapporto di intima amicizia.
Eppure questo mondo rivela ben presto le sue crepe, i suoi lati oscuri, i suoi angosciosi e tragici risvolti. E la pur abietta realtà circostante – dove sembra che dominino alcool e stupefacenti vari – alla fine risulterà migliore del piccolo mondo dei giovani seguaci della classicità.
Ma, dopo averci tormentato con le angosciose vicende dei suoi personaggi per un numero elevatissimo di pagine (più seicento Dio di Illusioni, quasi novecento Il Cardellino), la scrittrice, nel primo romanzo, si preoccupa di riportarci nella normalità, di farci conoscere cos’è successo ad alcuni dei suoi personaggi (anche di quelli di cui non ce n’importa nulla) una volta diventati adulti, oppure (la nota inquietante) dopo la loro morte.
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Rivoluzione e controrivoluzione secondo Hugo
Recuperato un fondo di biblioteca, un libro da me restaurato quando ero ancora ragazzo (ovvero tanti anni fa), il Novantatrè di Victor Hugo, l’ho riletto (ne avevo qualche vaga reminiscenza, ma forse non ero riuscito a digerirlo tutto), scoprendo la passione di Hugo per questo momento della rivoluzione francese, sublime e orribile, del terrore, del regicidio, della lotta dei tre titani Robespierre, Danton, Marat: è il 1793, il 93 che dà il titolo al libro. Non so se è un bel romanzo, so che ha dei momenti di grande potenza narrativa alternati a momenti di declamazione retorica, di teatralità un po’ eccessiva e tragica. La materia romanzesca è però interrotta (parte seconda) da una puntigliosa, a tratti quasi elencativa e pedante, ma anche encomiastica, descrizione del momento storico di Parigi: un momento, appunto, di grande turbolenza, di grande tragica bellezza. La rivoluzione, secondo Hugo, è nella sua fase epica: le idee che hanno posto le basi della rinascita dell’uomo e della società, le idee di democrazia e di uguaglianza stanno scuotendo violentemente il vecchio albero del sopruso e del privilegio. Ad uccidere il re è stato il popolo di Parigi, ma alla base del terrore ci sono delle idee che stanno lavorando nell’ombra, per creare uno stato di diritto, per dichiarare l’uguaglianza di tutti gli uomini, liberandoli da tutti i vincoli che li incatenano, a cominciare dalla superstizione e dall’ignoranza.
Superstizione e ignoranza conducono, nel frattempo, le masse contadine della Vandea a ribellarsi alla Rivoluzione, facendosi guidare da coloro che da sempre le hanno sottomesse. Per cui il ‘93 non è solo il momento epico della rivoluzione, ma è anche il culmine della reazione popolare e contadina contro Parigi e il sovvertimento delle tradizioni secolari. Hugo riprende queste contraddizioni e le traduce in vicenda narrativa, attraverso delle figure simboliche. Lantenac, il marchese bretone mandato dagli inglesi a riorganizzare la rivolta contadina per preparare il terreno ad un loro sbarco sul suolo francese, rappresenta i valori dell’aristocrazia: l’eroismo solitario e sdegnoso, il culto della tradizione militare, l’inflessibilità del signore che è abituato a imporre la propria volontà con il proprio prestigio, ma anche con durezza spietata. Di fronte a lui due esponenti della Rivoluzione: Gauvain, suo nipote, ex visconte e comandante di un reparto rivoluzionario molto attivo contro i ribelli, e Cimourdain, un ex prete ed ex istitutore dello stesso Gauvain (che ama come un figlio), mandato dal Comitato di Salute Pubblica a vigilare, che il nipote conduca una guerra senza quartiere allo zio monarchico. Mentre Gauvain rappresenta i puri ideali rivoluzionari e, quindi, ritiene che la Rivoluzione debba essere superiore al vecchio mondo anche dal punto di vista dei valori umani, Cimourdain rappresenta la spietatezza del Terrore, l’inflessibilità fanatica di chi crede in un’idea, per il trionfo della quale ogni mezzo è lecito.
L’intreccio è complesso e colorito: un largo spazio è lasciato al paesaggio bretone, alle sue foreste, nelle cui viscere per secoli gli abitanti si sono nascosti per resistere agli invasori, ai diversi personaggi del popolo, come il mendicante Tellmarch, che vive tra le radici di una vecchia quercia e salva prima il marchese Lantenac e poi una sua vittima, Michelina Flechard, una povera madre fuggitiva con i suoi tre figli, fucilata insieme ai soldati da cui era stata accolta e aiutata. La Flechard è nel romanzo la rappresentante dell’umanità oppressa, vittima della guerra civile, interprete dell’amore materno, dell’innocenza dei suoi bambini. Lei riesce a smuovere, con le sue sofferte urla di madre, il cuore di pietra di Lantenac, costringendolo – per salvare i suoi bambini – a consegnarsi al nemico; provocando poi la tragedia finale: Gauvain, avendo liberato lo zio, viene ghigliottinato al suo posto e Cimourdain si suicida per aver dovuto uccidere la persona che amava di più al mondo.
Vorrei citare qui le parole di Claudio Magris, che parla, in un articolo del “Corriere della Sera” del 17 novembre 1993 , a proposito di questo romanzo, di “affresco grandioso e abnorme, con ingenua elementarita' psicologica deplorata da Flaubert e con toni melodrammatici che fanno sorridere ma testimoniano la sua grandezza, perche' solo un grande scrittore puo' cimentarsi col melodramma, con le grandi passioni e i grandi effetti, con i grandi gesti e le grandi parole, con la monumentalita' sentimentale”.
In effetti, il libro mi è parso spesso non privo di retorica e di teatralità: alcuni personaggi, nei momenti topici sembrano declamare a ruota libera le loro idee (Lantenac, Gauvain, Cimourdain) o le loro angosce (la Flechard); prevale il monologo sul dialogo e la narrazione è fluida solo a tratti. Quindi, si capiscono le rimostranze di Flaubert, ma non si può non negare che l’affresco possiede una sua forza complessiva “da grande scrittore”.
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Un bel romanzo ottocentesco
Di Jamie Ford, autore americano di origine cinese, avevo già letto “Il gusto proibito dello zenzero”. Ne ero stato affascinato perché sembrava una testimonianza storica e per la forza quasi ingenua dei sentimenti narrati. Una storia d’amore romantica nata tra i banchi di scuola tra un cinese e una giapponese trovava mille ostacoli, tra cui il pregiudizio dei cinesi contro i nipponici e la diffidenza degli americani contro i concittadini provenienti da un paese nemico, che li portò a separarli dalla vita civile e a rinchiuderli in campi di concentramento. Un modo nuovo, insomma di vedere il pregiudizio e i suoi danni, ma anche la storia della seconda guerra mondiale dal punto di vista degli statunitensi di origine asiatica. Quindi, la storia d’amore tra i due ragazzi risultava particolarmente intrigante su questo sfondo storico.
Questo nuovo romanzo, apparso nel 2013 sia in lingua originale sia in traduzione italiana (a testimonianza della notorietà dell’autore e del successo ottenuto con il suo primo romanzo), pur riprendendo alcune caratteristiche del precedente (una vicenda lunga e complessa che si snoda nell’arco di un decennio, a cavallo tra il 1921 e il 1934 e l’ambiente, la Cinatown di Seattle), sembra più vicino allo spirito del romanzo d’appendice dell’Ottocento, sia per la vicenda narrata, sia per l’ambientazione (un orfanotrofio e i bassifondi di Seattle), sia per i “buoni sentimenti” di cui è intessuta. La storia è comunque avvincente, la tematica della violenza sulle donne è più che mai attuale, come anche quella della crisi economica che sconvolse gli Stati Uniti dopo il ’29, ma c’è anche una componente che vorrei definire dickensiana o giù di lì.
Il protagonista, William, che vive da cinque anni in un orfanotrofio (non rischiava di essere adottato, in quanto cinese), all’età di dodici anni scopre che sua madre non è morta, anzi, è diventata un’attrice cinematografica. Perciò decide di fuggire dall’Istituto insieme alla sua migliore amica, una ragazza cieca, per potersi ricongiungere alla madre. La fuga dura molto poco e i due fuggiaschi vengono ripresi e riportati nell’istituto, malgrado Willie abbia potuto rivedere – sia pur per poco - la mamma.
Nei capitoli successivi si alternano i capitoli dedicati al passato (gli anni Venti) con quelli dedicati al presente narrativo, ovvero al 1934. Si rievocano le vicende sfortunate di Liu Song, finita, dopo la morte di entrambi i genitori, nelle grinfie del patrigno, lo zio Leo, e della sua prima moglie (arrivata dalla Cina). Dopo essere stata violentata dal primo e schiavizzata dalla seconda, riesce a liberarsi di loro spaventandoli di notte con la maschera di scena della madre. Ben presto si accorge però di essere incinta e, pur tra mille difficoltà, tra cui l’angoscia di far nascere il figlio del suo violentatore, decide di tenerlo con sé, per ricostruire con lui un suo mondo di affetti familiari. Le successive complicate vicende la costringeranno poi a lasciare il figlio all’orfanotrofio e a dimenticarsi di lui, per cercare di conseguire il successo nel mondo del cinema.
Anche la storia di William si arricchisce di diverse disavventure, tra cui il suicidio della propria amica (ha preferito il suicidio al ritorno a casa con un padre violentatore), ma, come tutti i romanzi ottocenteschi, anche qui è in attesa il lieto fine.
Insomma, la vicenda è intrigante e anche avvincente; ma forse un po’ troppo ottocentesca.
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