Opinione scritta da ArizonaM
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E la vita rispose
Si dice che Baricco,il suo stile e l'insieme delle sue opere o si amano o si odiano,non ci sono vie di mezzo. Questo suo primo romanzo invece capovolge leggermente questa valutazione. E' come se i suoi lettori più fedeli e quelli che non lo possono proprio soffrire si trovassero catapultati in questo folle mondo di personaggi. Una volta letto anche solo il primo capitolo,è difficile tornare indietro,è difficile ignorarlo. E' come se insieme dovessero condividere la stranezza della vita di Quinnipak. Quest'ultima è una cittadina tipica del frutto della fantasia di Baricco e accoglie in sé personaggi di tutti i tipi ma tutti con lo stesso obiettivo: affrontare da impreparati la vita. Sono impegnati nel fare ciò ogni giorno del loro lungo o breve cammino . Che lo facciano lavorando con i vetri,viaggiando per tutto il mondo,impazzendo per la sconvolgente potenza della musica o solo aspettando un gioiello da lontano,tutti, immancabilmente devono affrontare l'assurdità della vita. Una vita che li coglie alla sprovvista e improvvisamente li toglie dalla scena come delle marionette. Un Baricco spietato che non salva nessuno. E' importante fare un'osservazione sullo stile di questa narrazione. E' straordinario come questo autore riesca a fondere insieme il massimo della poeticità con il livello più basso del linguaggio colloquiale. E' straordinario come riesce a mettere sullo stesso piano profonde riflessioni filosofiche con pensieri assolutamente banali. Uno stile basato sulla ripetizione,l'anafora e sull'intertestualità. Si autoriprende in continuazione spargendo così indizi per tutto il corso della narrazione e invitando il lettore ad una lettura attenta. Intertestualità e metanarrazione che possiamo cogliere soprattutto alla fine del romanzo stesso. Uno dei protagonisti, Jun Rail custodisce con molta cura un libro “che la sta portando lontano”, sul quale, più avanti l'autore scriverà “E l'ultima parola era: America” . E con grande sorpresa ma poca modestia di Baricco, scopriamo che l'ultima parola del suo stesso romanzo è “America”. E' doveroso allora parlare del tema principale di questo libro: la cultura dello spirito,la letteratura,le arti sono quelle che porteranno l'uomo avanti. Sono e saranno sempre quelle muse che non permetteranno mai che l'uomo diventi una semplice e misera macchina. Arriva la grande novità del secolo,il treno ma ecco che quel gesto così divino come la lettura di un libro rallenterà la velocità da capogiro del treno e della tecnologia. Come egli stesso in modo geniale scrive: “[...] - sui treni,per salvarsi,presero l'abitudine di consegnarsi a un gesto meticoloso, una prassi peraltro consigliata dagli stessi medici e da insigni studiosi, una minuscola strategia di difesa, ovvia ma geniale, un piccolo gesto esatto, e splendido. Sui treni, per salvarsi, leggevano.” Non a caso il romanzo è ambientato nel XIX secolo;secolo delle innovazioni tecnologiche. Si affronta inoltre il tema della velocità del suono e della monumentalità degli edifici. Ma crollerà il palazzo di vetro del personaggio Hector Horeau e il treno Elisabeth porterà solo sventure a Quinnipak. Ma un solo libro porterà lontano la bellissima Jun Rail.
L'intestazione e la suddivisione dei capitoli molto personalizzate, interrotte dalla prima strofa della “Zehnte Elegie” di Rilke riportata in tedesco,tutte fanno parte di ciò che Baricco è e di ciò che egli rappresenta per la letteratura italiana: una voce fuori dal coro.
O si ama,o si odia. Con “Castelli di rabbia” non si può che amare.
Indicazioni utili
Le infinite sfumature della vita.
E' uno dei pochi romanzi autobiografici che ho letto finora ma devo dire che è senz'altro ben riuscito. La narrazione non è molto equilibrata, allo stesso modo anche lo svolgersi delle vicende lungo l'asse temporale. In una sola pagina si può passare da avvenimenti della lontana infanzia dell'autore a fatti accaduti durante la sua adolescenza. Sarà perché scrivere sulla propria vita non è come scrivere su quella di un personaggio inventato dal nulla, non esistono regole ben precise e i ricordi o le emozioni di tali ricordi prendono il sopravvento. Parlo di uno squilibrio perché è molto dettagliata la narrazione sull'infanzia e i primi anni dell'adolescenza dell'autore e assai meno dettagliata invece la sua vita da adulto. Un'infanzia e un'adolescenza segnate dalla povertà,dallo spostarsi continuo da una casa all'altra, dai lavori faticosi e precari della madre e l'assenza di un padre che pesa. Pesa soprattutto il suo abbandono. Cinque figli che devono crescere sostanzialmente da soli, forzatamente lasciati liberi per sperimentare ogni aspetto del mondo che li circonda. Dalle droghe,al bullismo,ai furti. La paura di vedere farsi del male alla propria famiglia spinge il protagonista a scegliere una strada altrettanto dura,quella dei pugni .L'equazione sembra facile: restituire tutti i pugni ricevuti. Ma la violenza non si genera mai da sola,non è contenta se non si estende fino all'ultima cellula della mente ed ecco che Andre appare in molti momenti come un supereroe moderno. Non tollera la minima violenza nei confronti delle persone più deboli e scene di ingiusta violenza lo portano ai limiti del raziocinio. I suoi istinti rischiano di trasformarlo in una bestia ma la sua indole,seppur con fatica, riesce a portarlo in salvo. Il protagonista finalmente capisce quello che ha sempre voluto fare : scrivere. E' al mondo dei grandi autori e dei grandi filosofi che appartiene. Non mancano i dubbi e le incertezze di un giovane combattuto tra cosa è giusto fare e cosa si desidera fare ma le porte della letteratura gli si sono ormai spalancate e non può più tornare indietro. Figura dominante nella prima parte dell'autobiografia è la madre. Sono tanti gli episodi infatti in cui si parla dei suoi sacrifici per crescere da sola cinque figli. Questa madre giovane,forte e bella ,e come in tanti non si sarebbero aspettato,acculturata; costretta ai lavori più duri per non fare mancare niente alla sua famiglia indifesa ed esposta ai rischi della periferia di Massachusetts. La seconda parte invece,quella che corrisponde all'ultima fase dell'adolescenza dell'autore e in seguito al resto della sua vita vede come protagonista assoluto il padre. Andre Dubus II , il docente universitario nonché scrittore di successo che sembra così lontano dalla vita reale. Simbolicamente il padre vive al di là del fiume Merrimack,questo confine che divide in due la città : l'alta borghesia,la sua vita senza problemi economici e i college costosi da una parte e la criminalità,lo spaccio di droga e la povertà dall'altra. Dov'è questo padre quando i suoi figli hanno bisogno di mangiare un pasto in più dopo le lunghe giornate passate tra spacciatori e bulli? Dov'è quando i suoi figli fanno i primi passi verso la vita adulta e hanno bisogno di una figura che li possa guidare? Sono queste le domande che si pone anche il protagonista lungo tutta la sua vita,domande per le quali mai avrà il coraggio di porre a quel padre sì distante,sì un eterno Peter Pan ma pur sempre disposto a lasciarsi coinvolgere nella vita dei propri figli. Sarà solo quando padre e figlio trascorreranno più tempo insieme che quest'ultimo capirà meglio il carattere tutt'altro che convenzionale del padre ed è solo allora che la rabbia per non esserci mai stato viene meno. Non verrà mai meno però il dolore che il suo abbandono ha causato in tutti loro. Una cicatrice che porteranno per sempre.
Una vita ricca di esperienze,sempre alla ricerca di quella sicurezza che non c'è mai stata.
Alcuni punti sono molto salienti, addirittura intriganti. Alcune pagine ti fanno pensare che questo è decisamente un lavoro ben fatto. Altre invece ti portano ai limiti della pazienza:che fatica ricordare tutti quei nomi e tutti quei dettagli! Ma in fondo, è il racconto di una vita e la vita di per sé è fatta di estremi.
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