Opinione scritta da luvina
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Una debole storia in inverno
Ho trovato questo romanzo un po’ confusionario, troppi personaggi, troppe tragedie, troppe tematiche anche serie (i desaparecidos, le bande criminali, l’immigrazione clandestina, la violenza sulle donne, il cancro, ecc) poco sviluppate, trattate in modo superficiale. Sicuramente la parte migliore è la prima, più o meno fino a metà libro. Poi tutti i personaggi cambiano repentinamente, diventano diversi, altri, per giungere poi ad un finale scontato. La trama pseudo thriller è veramente improbabile però anche scusabile non essendo la Allende una scrittrice di questo genere letterario. Conosciamo i personaggi principali, Richard Lucia e Evelyn, e le loro sventure attraverso flashback nel passato di ognuno di loro fino a quando le loro storie si intrecciano. La trama nel presente (anno 2015 durante una bufera di neve a New York) è debole, con scelte poco credibili. Non mi sento di salvare quasi nulla di questo romanzo, anche la scrittura è semplice, scorrevole sì ma poco incisiva. Per quel che mi riguarda ha influito negativamente sul giudizio anche il ricorrere spesso da parte di due personaggi, Evelyn e Anita, a riti esoterici, a fantasmi, ad usanze molto lontane dal mio sentire. Mi è piaciuta molto la figura di Lucia, una donna del nostro tempo, di cultura, resa forte dalle vicissitudini della vita, però con una voglia di ricominciare e di godere tutto nel presente.
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La storia segreta
Breve premessa: lessi “Dio di illusioni” nel 1992 quando uscì in Italia e mi piacque ma non ne fui entusiasta, tant’è che non ne avevo un ricordo vivido. Dopo trent’anni l’ho riletto e il mio giudizio è rimasto esattamente lo stesso: bello ma non entusiasmante. Innanzi tutto bisogna dire che è un libro che deve molto alla letteratura anni ’80, con descrizioni di abiti, marchi, molto snob, tant’è vero che la dedica dell’autrice è al suo mentore Bret Easton Ellis che di quella letteratura è uno dei creatori. Il romanzo, scritto molto bene e veramente scorrevole, si divide in libro primo e libro secondo, prologo ed epilogo. Col prologo entriamo subito nel cuore della storia, un gruppo di ragazzi che uccide uno di loro, Bunny. Nel libro primo conosciamo tutta la storia di questo gruppetto di ragazzi Nel libro secondo assistiamo allo svelamento dei veri caratteri e dei segreti dei protagonisti, allo sfaldarsi di quello che teneva insieme il gruppo, alla rovina fisica e psicologica di alcuni di loro. Nell’epilogo, la parte più triste, il rimpianto, il conformarsi alle regole della società, la rovina.
La voce narrante è quella di Richard Papen, l’outsider del gruppo; Richard infatti non è ricco, è nato e cresciuto nella parte disagiata della California e per fuggire da una frustrante famiglia e dalla noia si iscrive ad Hampden, una piccola ma esclusiva università del Vermont.
Il lettore viene così trascinato, pagina dopo pagina, attraverso magnifiche descrizioni di paesaggi nel cosiddetto New England, territorio ricco, Wasp, molto british ed elegante. Lì Richard fa di tutto per unirsi ad un gruppo elitario di ragazzi, Bunny, Henry, Francis, e i due gemelli Charles e Camilla, che studiano il greco antico e le materie classiche con un carismatico e misterioso insegnante Julian Morrow. Sono ricchi e viziati, apparentemente sofisticati, studiosi con un futuro inevitabilmente roseo e promettente. Ma la tragedia incombe sulle fragili vite dei componenti di questo gruppo.
Durante la lettura, per tutto il romanzo, c’è la sensazione di qualcosa di sotterraneo, di non detto che si incolla addosso al lettore e non lo lascia, nemmeno finita l’ultima pagina. Quella di “ Dio di illusioni” è un’atmosfera maledetta e romantica, che ha molto a che fare con il gotico. Evoca altri tempi e, in un certo senso, tende a mitizzarli. L’ambientazione, la descrizione dei luoghi, del freddo, della neve è anche funzionale a ciò che provano i personaggi. Nulla è lasciato al caso.
L’omicidio del loro amico, annunciato fin dal prologo, rappresenterà il baratro oltre il quale non è più possibile tornare indietro, l’evento scatenante che porterà alla luce tutti gli inganni: vittime e carnefici, bellezza e depravazione, amicizia ed egoismi, verità e apparenze. Non è infatti l’omicidio della “Secret History” che dà il titolo al libro quello che peserà sulle vite di questo gruppo di ragazzi e che li distruggerà ma quello perpetrato in piena coscienza, per paura e vigliaccheria.
Questo romanzo è una tragedia nel senso ellenico della parola. Il dio di illusioni è Dioniso che fa vedere la realtà come non è (doppio senso Richard non vede gli amici per quel che sono e Henry cerca di rifare riti dionisiaci).
Richard, oltre che voce narrante (attraverso il suo sguardo sempre più disilluso e critico nei confronti dei suoi amici assisteremo alla tragedia) è anche un po’ l’anima concreta, del gruppo, quello più ancorato alla vita e alla realtà normale in un college, infatti mantiene rapporti con gli altri studenti, lavora, va alle feste e fa sesso con le ragazze. La delusione più grande per me è stato il personaggio Julian, alla fine un uomo da niente, preoccupato di mantenere il suo status, il suo ruolo di guru che prima getta il sasso e poi nasconde la mano e le sue colpe fuggendo, non affrontando l’agghiacciante realtà e aiutando quei ragazzi, tant’è che Henry ne rimarrà talmente deluso da farne uno dei motivi della sua ultima scelta.
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Il figlio dal male
Ho scelto di leggere “Stjepan, detto Jesus..” dopo che è stato inserito tra i libri presentati per concorrere alla prima selezione del Premio Strega. E’ un libro molto breve, circa un centinaio di pagine, scritto dalla psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi che ci rammenta una delle pagine più atroci della guerra dei Balcani quella degli stupri etnici, trattandola però dal punto di vista delle vittime più innocenti: i bambini nati ma non voluti (odiati) proprio da quegli stupri.
Il romanzo affronta il tema dal punto di vista di un bambino ed è scritto con le parole di un bambino; Stjepan, soprannominato Jesus perché nato proprio la notte di Natale in un istituto di suore cattoliche da Mariaka, ragazza bosniaca musulmana violentata per mesi da un soldato serbo cristiano ortodosso, viene lasciato dalla madre alla bisnonna (abbandonato per non essere odiato) che lo cresce senza nascondergli la verità -”Io ero ferito e insieme ero la ferita e l’arma che continuava a ferire mia madre...”-
Stjepan è un bambino maturo nonostante i suoi nove anni, comunque ben inserito a scuola e amato dai familiari che però, sentitosi sempre orfano pur non essendolo, alla morte della bisnonna va alla ricerca della mamma accompagnato soltanto dalla sua macchina fotografica con cui scatta istantanee di vita e da Tika e Tasko rispettivamente la sua tartaruga e il suo cane. Questo viaggio solitario è uno dei tanti punti inverosimili di questo breve racconto come anche alcuni concetti espressi che non possono proprio appartenere ad un bambino e che tradiscono la mano adulta e sapiente della psicologa.
Nonostante ciò, forse per la semplicità di pensiero del bambino, forse proprio per i sentimenti che esprime, il romanzo ti prende e fa riflettere, molto. Stjepan dopo aver ritrovato la madre andrà anche in carcere a conoscere suo padre biologico proprio per mostrargli che lui, senza colpa, è il frutto indelebile del male fatto, che la sua vendetta sarà non diventare come lui. All’inizio lo tiene a distanza chiamandolo gospodine (signore) ma poi da ometto maturo qual è gli lascia la tartaruga per compagnia.
Anche se tratta di un’atrocità, questa è sapientemente mitigata dall’autrice proprio attraverso lo stile immaturo della scrittura infantile, dalle istantanee che accompagnano i pensieri e il viaggio di Stjepan e anche dal finale intriso di speranza.
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Rocco e Pia
In questo breve ma intenso libro Emanuele Trevi racconta le vite di due suoi amici, purtroppo scomparsi entrambi troppo presto, Rocco Carbone e Pia Pera. Conosciutisi nei primi anni 80 formavano un terzetto eterogeneo ma legato da un forte sentimento di amicizia e complicità; Rocco, insegnante e scrittore, figura tormentata da un disturbo bipolare, Pia donna sensibile, scrittrice e traduttrice con un animo poetico. Trevi racconta di queste due brevi esistenze e lo fa con tatto, quasi con pudore, senza mai emergere ma lasciando sempre la scena a loro, ai suoi amici, alle loro particolari personalità e lo fa con grande stile -”Più ti avvicini a un individuo, più assomiglia a un quadro impressionista….diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri. L’unica cosa importante….è cercare la distanza giusta”-
L’unico momento in cui Trevi lascia intravedere un suo privato sentimento è nella confessione di avere un rimorso nei confronti di Rocco (“nel mio caso il rimorso è grande come una montagna…”) per essersi allontanato da lui -”E proprio nel momento del più grave pericolo, ero così lontano da lui che devo fare un salto...scavalcando il buco, lo strappo nel tessuto creato dalla mia colpa e riprendere dall’altra parte”-
Trevi riesce, pur nella brevità di questo libro, ad intrecciare ai ricordi, alle istantanee delle loro vite, considerazioni più ampie sulla letteratura, sulla natura e sull’arte (memorabili i passaggi dedicati al dipinto di Courbet “L’origine del mondo”). Il racconto si snoda intimo, lieve, lungo vent’anni, fino alla scomparsa dei due amici nella prima metà degli anni duemila, Rocco in un incidente con lo scooter e Pia a causa della Sla.
La storia dell’amicizia con Rocco è sicuramente prevalente come intensità, lunghezza e sentimento sulla storia dell’amicizia con Pia e non so quanto questo fosse nell’intenzione dell’autore; leggendo mi è venuto il dubbio che Trevi abbia dato tanto nel descrivere Rocco, la sua figura ingombrante, che quando poi si è trattato di farlo con Pia, svuotato, sia stato meno incisivo.
In tutto il libro ci viene mostrata un’unica foto, scattata da Rocco Carbone, che ritrae Emanuele Trevi con Pia Pera sorridenti; è da questa foto, ritrovata in un armadio insieme ad altre, che sono scaturiti tanti ricordi ma, come nelle foto sono sempre due i raffigurati quando il terzo scatta, così nel libro di Trevi c’è poco dei tempi trascorsi insieme in tre; la prospettiva è sempre a due, Rocco e Trevi o Pia e Trevi in comparti separati ed è forse questo l’unico limite di questo racconto.
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Rusty Belt
“Ohio” è l’opera prima di Stephen Markley ed è un grande libro. E’ un romanzo mondo, dentro ci sono l’adolescenza, la perdita dell’innocenza, il male, il bene, la guerra, la crisi esistenziale ed economica di questi nostri anni. Bellissimo, poetico e allo stesso tempo crudo, è veramente uno degli esempi più validi della nuova narrativa americana. L’incipit è da brividi - “ Il feretro non conteneva nessuna salma. La bara Star Legacy modello Platinum Rose in acciaio calibro 18, in prestito dal Walmart locale, era solo ricoperta da una grande bandiera americana”- già con queste poche righe veniamo scaraventati nel profondo degli Stati Uniti, per la precisione nel Midwest, in quella rusty belt che è il regno dei Walmart, delle molteplici chiese, delle fabbriche chiuse, delle Budweiser e dei cappellini da baseball, del consumo abnorme di alcol, oppiacei, psicofarmaci e droghe sintetiche. Il libro inizia con un Preludio, siamo nel 2007 ed è in corso una parata trionfale per il funerale di Rick Brinklan, caduto in Iraq, campione di football al liceo e uno dei protagonisti del racconto. Nulla è da sottovalutare di ciò che scrive Markley, nemmeno le date, il 2007 infatti è l’anno della crisi dei subprime, degli sfratti, delle disillusioni per quell’umanità che qualche anno dopo voterà compatta per Trump. La parata funebre è il mezzo attraverso il quale l’autore ci fa conoscere New Canaan (nome biblico di terra promessa usato ironicamente) immaginaria cittadina dell’Ohio e con lei quella provincia americana tradita e delusa fatta di case fatiscenti, di famiglie disfunzionali, di fabbriche dismesse, di ipocrisia, di disoccupazione, di dolore.
In questa parata i protagonisti del romanzo sono in realtà assenti: il morto Rick, del quale non c’è la salma, e i suoi amici del liceo Bill Ashcraft, Stacey Moore, Lisa Han, Danny Eaton, Kaylyn Lynn ex di Rick in realtà presente con il fisico ma non con i sensi. Il loro gruppo è tutto racchiuso in una foto piegata in quattro che Bill conserva gelosamente.
Ma la vera storia del romanzo inizia sei anni dopo nel 2013 quando in una notte d’estate le vite degli amici del liceo si incontreranno di nuovo a New Canaan ma non ci sarà un vero epilogo perché l’ultimo tassello andrà a posto soltanto nella Coda, datata 2017. La storia è divisa in capitoli nei quali, per mezzo di salti temporali che attraversano il decennio 2003/2013, conosciamo la vita di tutti i componenti del gruppo vincente del liceo. Erano belli, giovani, campioni e li attendeva un futuro scintillante.
La trama del romanzo è volutamente celata lungo tutti i capitoli, i tanti episodi della vita dei protagonisti, letti come in un gioco di specchi da ogni personaggio, piano piano alla fine ci rendono una visione d’insieme dell’intreccio. Ogni tassello alla fine troverà la sua collocazione ma il lettore arriva quasi sfinito all’ultima pagina, sfinito dal dolore, dalla perdizione, dalla cattiveria, dal nulla espresso da questi personaggi, sono tutti colpevoli, non si salva nessuno. Persino azioni che normalmente possono sembrare positive sono in realtà stravolte nel loro significato da sentimenti negativi, da opportunismo.
Ognuno di loro uscirà segnato, nel corpo ma soprattutto nella mente da questo decennio di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Forse l’aspetto più agghiacciante è che la terribile storia ha i suoi prodromi proprio negli anni dell’adolescenza, quelli che dovrebbero essere spensierati e felici. Le 544 pagine del romanzo sono ricche di personaggi minori, ex amici, mariti, mogli, genitori, fratelli ma ognuno di essi lascia una traccia di sé funzionale alla storia, a volte la svolta parte proprio da loro (questo mi ha ricordato un po’ i grandi romanzi russi). In questo romanzo non c’è riscatto, non c’è salvezza, l’unico barlume di speranza viene affidato alle ultime parole di Bill a Stacey e lei infatti -”Non avrebbe più scordato quello che Bill disse dopo”-
Che dire dello stile di Stephen Markley? Lirico, poetico, fatto di immagini visionarie che ti prendono e ti trasportano in un altro universo, pieno di associazioni azzardate ma che valgono l’intero libro. E’ proprio l’accostamento coi temi crudi, dolorosi trattati e la poesia della scrittura che fa di “Ohio” un grande libro. Non è facile sviluppare una trama così triste e senza speranza, usando tra l’altro una voce narrante, senza mitigarla con uno stile emotivo. L’autore usa questo stile anche nelle molteplici descrizioni di luoghi, molte notturne, usando la natura e i suoi fenomeni (ad esempio i temporali) per rendere ancora più incisivi gli avvenimenti e gli stati d’animo dei personaggi.
Ho amato moltissimo “Ohio”, sono stata totalmente rapita dalla storia e dalla scrittura di questo impegnativo romanzo che non lascia indifferenti, che ti rimane dentro a lungo e che ti fa guardare questi nostri tempi senza filtri e ipocrisie.
PS: ho deciso di rileggerlo anche in inglese perché la traduzione, forse per rendere il parlato americano, è quasi totalmente priva di congiuntivi, tutta declinata all’imperfetto e l’ho trovata un po’ fastidiosa.
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16 Ottobre 1943
Per il Giorno della Memoria quest’anno ho scelto un libro che avevo da tempo, “Una mattina di ottobre” di Virginia Baily.
Tutto ha inizio da uno sguardo, quello tra una mamma ebrea su un camion che la porterà via con tutta la famiglia e Chiara, una ragazza romana orfana in contatto con gruppi partigiani. I tedeschi hanno appena rastrellato gli abitanti del Ghetto di Roma, adulti, donne e bambini, intere famiglie quando Chiara intercetta la muta richiesta di una donna che con lo sguardo le affida il suo bambino; allora Chiara gridando ai tedeschi che il bambino è suo nipote lo salva dalla deportazione.
Daniele Levi, questo è il nome del bambino, sarà il protagonista assente di tutto il romanzo anche perché per tre quarti del libro è muto (non si capisce se in seguito allo choc o ad un rifiuto nei confronti di Chiara). Daniele Levi lo conosciamo solo a sprazzi attraverso i ricordi di Chiara, di Simone, di padre Antonio, ma rimane comunque assente perché non ci è dato di conoscere i suoi sentimenti, il suo dolore, ciò che ha provato e il perché è poi diventato il ragazzo che con le sue scelte scellerate ha rovinato la vita di molte persone. Questo è il primo punto debole del romanzo, la mancata caratterizzazione del personaggio Daniele, che entra da protagonista ma esce comprimario. Inspiegabilmente invece è Chiara la vera protagonista, un personaggio verso il quale ho provato da subito una forte antipatia, una donna egoista, tutta incentrata su sé stessa, superficiale, a volte cattiva. L’autrice tenta di mostrarcela come un’eroina che ama moltissimo quel bambino salvato da fine certa (salvo poi rovinargli la vita e tagliarlo fuori dal suo passato e dalla sua identità ebraica) e per tre quarti del racconto si dilunga in storie familiari, paesaggi, avvenimenti, non necessari alla storia; poi, improvvisamente, negli ultimi quattro capitoli tenta di dare un ordine e una spiegazione alle tante domande che il lettore si era posto durante la lettura ma lo fa in maniera confusionaria e soprattutto ci propina un happy end secondo me fuori luogo. Un altro punto debole del romanzo è quindi la prolissità non necessaria, il presentare personaggi anche importanti per lo sviluppo della storia, penso ad esempio a Cecilia, per poi perderli senza una spiegazione o usandone una confusa. L’autrice non approfondisce le dinamiche familiari, l’aspetto psicologico delle azioni lasciando il lettore nell’impossibilità di essere protagonista nella lettura. In tutto il romanzo non ho trovato personaggi di spessore, verso i quali provare empatia, a volte sono poco sviluppati altre sono macchiette (penso a Maria). In questo romanzo ho poi rilevato anche delle sviste, se non dei veri e propri errori: uno è la droga usata negli anni ‘50 in Italia che difficilmente poteva essere eroina, l’altro è che ad un certo punto Maria -”sapeva ormai di dover acquistare i biglietti dal tabaccaio prima di salire sull’autobus”- quando a Roma nel 1973 il biglietto si faceva dal bigliettaio sulla vettura (per inciso costava 50 lire) e solo nei primi anni ‘80 sono state installate le macchinette per timbrare.
Concludendo “Una mattina di ottobre” mi è parsa un’occasione sprecata, l’idea di partenza era buona ma sinceramente è stata male utilizzata da un’autrice che a mio avviso manca di capacità per affrontare determinati argomenti che hanno bisogno di maggior respiro introspettivo.
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La goccia sulla pietra rovente
E’ il 29 giugno 1979, sulla spiaggia di Castelporziano durante un happening di poesia vengono arrestati due appartenenti alle BR Jacopo Varega e Irene Lotti. Varega, ferito, viene portato in un ospedale da dove evade il giorno dopo. Dal suo rifugio contatta Ornella Gianca la giornalista televisiva di TeleGiove che aveva ripreso il suo arresto e le rilascia un’intervista fiume nella quale racconta la sua storia degli ultimi dieci anni che è pure la storia tragica di un intero Paese, l’Italia degli anni di Piombo.
Attraverso il racconto di Varega, alias Vladimiro, conosceremo fatti e personaggi reali che vanno ad intrecciarsi con fatti e vite di personaggi creati dall’autore che però hanno l’importanza di reggere la trama fiction (quasi un thriller) e anche lo scopo di far rivivere al lettore il mood di quegli anni, il modo di vestire, di parlare, di vivere. Il punto di forza di questo romanzo (una vera e propria docu fiction) è proprio questa commistione, per mezzo della quale Iovane ci racconta anche retroscena veri, presunti e/o plausibili di eventi che hanno cambiato le sorti del Paese.
L’autore Antonio Iovane, un giornalista di radio Capital, usa una scrittura pulita, incisiva ma mai banale che aiuta moltissimo il lettore ad immedesimarsi in quel periodo storico molto ben narrato nonostante Iovane sia nato nel 1974. Anche la trama fiction è molto realistica e ricca di personaggi molto ben caratterizzati; il personaggio che in un certo senso fa da filo conduttore con tutti gli altri è Marina, una studentessa femminista (ovviamente come lo si era negli anni ‘70) che conosciamo all’inizio del libro e che alla fine riflette anche la perdita di “impegno” da parte dei giovani iniziando così gli anni del riflusso -”Non sarà Dalla Chiesa che sconfiggerà le Brigate Rosse …… sarà John Travolta”-
Pregio di Iovane è anche aver creato una storia nella quale, con un finale sorprendente, ci palesa che il privato molto spesso si confondeva con il politico, a differenza di quello che veniva sostenuto in quegli anni, e che i sentimenti, positivi o negativi che siano, prima o poi vengono fuori proprio perché siamo uomini non automi.
“Il brigatista” è una lettura godibile, istruttiva e piacevole che mi sento di consigliare soprattutto a coloro che non hanno vissuto quel periodo storico perché potranno scoprirlo non solo attraverso il racconto dei tragici episodi più noti o per mezzo delle vite private dei molti personaggi, ma anche attraverso lo sguardo aperto dell’autore sul giornalismo mediatico di quegli anni.
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Boston e il Mystic river
Ho acquistato questo romanzo di Dennis Lehane (lo stesso autore di Shutter Island) quasi per un sesto senso, avendo visto molti anni fa il film di Clint Estwood e al dire il vero ricordando poco della trama. Bene, come al solito il film non rende del tutto giustizia allo splendido romanzo di Lehane, una vera e propria epic novel, dentro c’è tutto amore, amicizia, vendetta, coraggio, una mole di materiale gestita benissimo dall’autore che ci offre anche uno spaccato di vita americano. Ci sono vite tragiche senza riscatto, le colpe dei padri che ricadono sui figli, l’alienazione, un importante approfondimento psicologico dei personaggi.
Il romanzo è un thriller che parte dal 1975 quando tre amici undicenni, Jimmy, Sean e Dave, giocano insieme su una strada del Point, un quartiere medio borghese di Boston. Ad un certo punto vengono avvicinati da un’auto con due sconosciuti che rapiscono Dave il quale dopo quattro lunghi giorni riesce a scappare, ma il suo ritorno a casa è caratterizzato da disprezzo, bullismo, vergogna. L’azione si sposta poi al 2000, molte cose sono cambiate nelle vite dei tre amici, quando in una notte di pioggia viene uccisa Katie, la figlia diciannovenne di Jimmy. Sean sarà il poliziotto incaricato delle indagini.
Nonostante l’aura thriller questo è un romanzo molto profondo, radicato nel tessuto americano e i suoi limiti, tocca tematiche importanti come la divisione di classe anche in gruppi sociali perlopiù omogenei (in questo caso operai), la vita disagiata delle periferie di una grande città come Boston, l’assenza di prospettive valide e/o di riscatto per chi proviene da quei quartieri dove si conoscono tutti e tutti sono un po’ parenti fra loro, la mancanza di recupero psicologico da traumi giovanili dovuti a pedofilia ma anche alla disgregazione della famiglia. Nessuno aiuta Dave ad affrontare ed elaborare il trauma subito anzi resterà a vita bollato da ciò che gli successe a undici anni e continuerà ad essere tradito e non considerato fino alla fine, anche quando cercherà di salvarsi da solo. Ma nessuno si salva da solo, nemmeno Jimmy che pure ci ha provato per amore di Katie, nel finale tornerà ad essere quello che in realtà è sempre stato.
Ma Dave e Jimmy sono dei Flats, estrema disagiata periferia mentre Sean è del Point e si capisce fin dalle prime pagine; il loro destino è stato e sarà diverso grazie a poche centinaia di metri, di pochi isolati che però diventano un limite invalicabile. Tutte queste tematiche non inficiano per nulla la trama del giallo, dell’omicidio da risolvere (tragica ed inaspettata anche la conclusione).
Uno dei punti di forza di “Mystic river” è la caratterizzazione dei personaggi, perfetta, tanto da rendere tutti protagonisti anche figure più marginali ma ugualmente importanti al fine della storia (penso alla madre di Brendan come al sergente Whitey). Un capitolo a parte sono le donne, le mogli, praticamente perfette e funzionali con tutti i loro limiti caratteriali ed esistenziali. Appassiona alla lettura una scrittura fluida, mai sciatta, con dialoghi stringenti e a volte crudi come la vita dei personaggi.
Dunque “Mystic river” è un romanzo straordinario, sicuramente da leggere se si amano i libri interessanti, con contenuti e buona scrittura.
“Diretti dove? Diretti nel luogo in cui le luci sono già estinte, idiota. E diventate vetri in frantumi”
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Elsa e Adele
L’ultimo libro del regista Ferzan Ozpetek è uno di quei romanzi che una volta iniziato ti trascina, ti cattura, non riesci a lasciarlo. Sostanzialmente è un thriller ma è anche un racconto di vite, presenti e passate, un materiale che Ozpetek sa utilizzare in modo magistrale nella scrittura come nel cinema. In breve la trama: a casa di Sergio e Giovanna sono attese per un pranzo domenicale di fine giugno altre due coppie, Elena e Giulio e Leonardo e Annamaria, ma prima del loro arrivo suona il campanello Elsa Corti, un’anziana signora un po’ svanita che sta cercando la sorella. Si scopre che la sorella di Elsa, Adele Conforti, è l’ex proprietaria di quell’appartamento dove aveva vissuto per cinquant’anni prima di venderlo a Sergio e Giovanna. Elsa viene invitata a pranzo dal gruppo di amici incuriositi dalla sua strana personalità e dalla storia che sembra portarsi dietro. Elsa non ha più visto né parlato con la sorella da cinquant’anni ed ha nella borsa un pacchetto chiuso con un nastro di lettere intonse, rispedite al mittente.
Non voglio raccontare di più dello splendido, trascinante intreccio che Ozpetek dipana lentamente; pagina dopo pagina ci fa conoscere Elsa tramite le lettere spedite alla sorella e Adele dalla sua stessa voce, in un lungo racconto, davanti al gruppo di amici rapito, in un assolato pomeriggio domenicale. Due sorelle, un legame forte, stretto ancora di più da un’infanzia traumatica e solitaria, un segreto che ha cambiato e diviso le loro vite.
Ma in “Come un respiro” alla storia delle due sorelle si intrecciano anche le storie e i segreti della vita del gruppo di amici come se lo svelarsi del mistero che ha diviso Adele ed Elsa chiarisca anche la natura, i sentimenti e i pensieri di Sergio, Leonardo, Giulio, Annamaria, Giovanna ed Elena.
Come usa fare nei suoi film anche in questo romanzo il regista inserisce omaggi personali alla sua vita, alla sua arte, l’amore per la stupenda e calda Istambul, gli hamam, la luce sul Bosforo. Questo libro conquista anche per la scrittura fluida, cinematografica, trascinante che a mio avviso raggiunge il punto più alto nell’ultima scena, quella del commiato di Adele dal gruppo, dove Ozpetek inserisce quel tocco di misterico che si percepisce anche in quasi tutti i suoi film e che lascia spiazzati ma soddisfatti come se tutto fosse realmente andato a posto.
“Poco importa: la vita scorre come un respiro. E dentro ci lascia la nostalgia per ciò che avremmo potuto fare e la consapevolezza di ciò che siamo diventate”
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L. B.
“Città sommersa” è il romanzo d’esordio di Marta Barone entrato nella dozzina del Premio Strega 2020. Con un genere molto in voga ultimamente, quello dell’autofiction, l’autrice ricostruisce la vita del padre, Leonardo Barone, con una ricerca fra vecchi documenti e foto ma soprattutto attraverso i ricordi e i racconti delle persone che a lui furono vicine. Il romanzo è diviso in tre parti, a mio avviso non ben armonizzate fra loro; nella prima parte viene svelato il titolo del libro che si rifà al mito della città sommersa di Kitez, e scopriamo la Barone giovane ragazza alle prese con un trasloco a Milano ed è tutta una descrizione delle sue passeggiate per la città.
Ad un certo punto, per volontà dell’autrice, la figura del padre muta in personaggio e verrà chiamato L.B. per quasi tutto il libro. Questo è uno dei particolari che rendono priva di empatia questa storia, non si sente L.B. come un personaggio, non si entra in sintonia con lui pur essendo una bella figura, sempre coerente nella sua umanità. Nel dicembre del 2013, a più di due anni dalla morte del padre, l’autrice scopre in alcune vecchie carte la memoria difensiva per un processo a carico di Leonardo Barone per partecipazione a banda armata; scopre un uomo e delle persone che non conosceva e decide di ricostruire quella parte di vita del padre che non le è mai appartenuta, quella prima di lei nella quale la storia personale di L.B. si incrocia con la Storia italiana degli anni ‘70, quella degli anni di piombo. Da qui scoprirà molte cose su L.B., l’appartenenza al Pcim-l meglio conosciuto come “Servire il popolo”, il suo essere stato un medico prima ed un operaio della Fabbrica poi, l’essere venuto a contatto con elementi di Prima Linea e aver cercato di salvare giovani dalle sirene della lotta armata. La seconda parte del libro è quella più giornalistica dove viene raccontata la violenza di quegli anni a Torino, l’egemonia di Prima Linea in quella parte d’Italia attraverso gli episodi di terrorismo che ne hanno funestato le strade. In questa parte del libro Torino è protagonista nel bene e nel male con la sua bellezza, i suoi viali ma anche con l’estrema disagiata periferia e con alcuni luoghi tristemente famosi come il bar dell’Angelo.
La terza parte è quella in cui Marta Barone si avvicina alla figura paterna partendo dalle origini pugliesi di L.B. e quindi ci racconta del viaggio intrapreso per ritornare a Monte Sant’Angelo per scoprire la sua storia. Sono molti i punti di “Città sommersa” che mi hanno lasciata perplessa a cominciare dal senso che l’autrice vuole trasmettere con questo libro, non si capisce se vuole essere un memoir, un diario, un resoconto degli anni di piombo, l’impressione che ho avuto è che sia un insieme disomogeneo di ricordi, perlopiù di conoscenti o estranei, e di racconti in stile giornalistico degli anni di piombo. Non aiuta la comprensione un filo temporale non lineare che saltella tra passato e presente e nemmeno lo spostamento continuo dell’azione tra Milano, Torino ma poi anche Roma, Bologna, Monte Sant’Angelo e altri luoghi, nemmeno il finale che risulta affrettato ed incomprensibile quasi che l’autrice non sapesse come chiudere il libro. Un’altra perplessità l’ho avuta per la scelta che a me è risultata oscura, di cambiare i nomi dei protagonisti di quegli anni di piombo, degli appartenenti a Prima Linea, dal momento che ormai la giustizia ha fatto il suo corso e i fatti sono acclarati, sembra quasi che pur raccontando la cronaca non ci si voglia sporcare fino in fondo ed in questo caso si tradirebbe la vita di L.B. che quegli anni e quegli eventi li ha vissuti sulla propria pelle. Ho percepito in tutto il romanzo come un senso di colpa non apertamente dichiarato che probabilmente scaturisce dal cattivo rapporto che la Barone aveva con il padre e forse dal non aver mai voluto approfondire la sua conoscenza, dal non aver colto i segnali che a volte le mandava (ad esempio l’episodio del cinema di Via Po). C’è sicuramente del rimpianto nel non aver conosciuto i fatti della vita di L.B. dall’unica persona che li conosceva appieno: L.B. stesso, suo padre; infatti varie volte l’autrice mette in guardia il lettore (e se stessa) dal fatto che i ricordi riportati da altri non sono mai oggettivi ma plasmati e modificati dal tempo e dall’indulgenza. In conclusione devo ammettere che la lettura di “Città sommersa” per me è stata veramente pesante, un po’ per la scrittura inutilmente artificiosa, un po’ per la mancanza di anima e di sentimento di tutto il racconto.
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ANGELA
Fabiano Massimi ci riporta con questa sua opera prima ad un fatto realmente accaduto ma poco conosciuto degli anni della Repubblica di Weimar nei quali si affermò il potere di Adolf Hitler e dei nazisti. Il fatto in sé è il suicidio dell'amata nipote del futuro Fuhrer Angela Raubal detta Geli, figlia della sua sorellastra, della quale egli era anche il tutore. Da questo episodio l'autore tira fuori un romanzo molto interessante, ben scritto, avvincente e credibile al punto giusto. Infatti Massimi usa una commistione di vero e verosimile per far luce su un mistero rimosso dalla grande Storia; nello scrivere questo romanzo storico sotto forma di thriller, dopo anni di studio e ricerche, arriva ad una verità convincente che rende in parte giustizia alla figura di Geli. Tutto è vero e documentato tanto che l'autore aggiunge alla fine del romanzo una nota storica ed una bibliografia più una sua nota nella quale spiega come ha utilizzato la mole di informazioni di cui è venuto in possesso.
“L'angelo di Monaco” inizia con un prologo di effetto (gli ultimi istanti di vita di Geli) che da solo vale tutto il libro e nel quale ci sono elementi che serviranno a capire meglio la storia.
Il 19 settembre del 1931 al 16 di Prinzregentenplatz, residenza di Adolf Hitler, viene rinvenuto in una stanza chiusa dal di dentro il corpo di una giovane identificata come sua nipote Angela Raubal. Il caso viene assegnato a due commissari della polizia criminale Siegfried Sauer e Helmut Forster detto Mutti, amici di lunga data oltre che colleghi con molti casi risolti brillantemente all'attivo. Da qui in poi, per sette lunghi giorni, i due commissari si scontreranno con depistaggi, bugie, tradimenti, verranno a contatto con i vertici del partito Nazionalsocialista Tedesco e con il suo leader. Quelli in cui si trovano a dover lavorare Sauer e Forster sono tempi bui, intrisi di corruzione politica e morale a tutti i livelli, nei quali non ci si può fidare di nessuno. Il ritmo del romanzo è serratissimo, ad intricare ancora di più la situazione arrivano quattro strani suicidi tutti con una lettera d'addio firmata H e il lettore viene trascinato nella storia tra mille domande alle quali verrà data risposta in un finale spettacolare.
Sono molti i punti di forza de “L'angelo di Monaco”: innanzi tutto la verità storica molto documentata (tutti i personaggi sono realmente esistiti), poi la splendida descrizione della città di Monaco con le sue strade, i monumenti e i parchi tanto che sembra quasi di viverla veramente, aver reso molto bene modi di essere e di parlare tedeschi (l'uso dei diminutivi nei nomi), una scrittura coinvolgente e realistica che cattura il lettore. Quello che principalmente mi è rimasto di questo libro è la caratterizzazione di nomi (Hitler, Hess, Goring, Himmler, ecc) che finora avevo conosciuto come personalità storiche fortemente negative; l'autore li presenta nel loro quotidiano con un bagaglio di fisicità, passioni, tic, sentimenti e a volte perversioni rendendoli più “normali” e vicini a noi di quanto possa sembrare leggendoli nei libri di storia.
“In seguito, quando la sua vita era ormai deragliata e non c'era più alcun modo di rimetterla sui binari, avrebbe ripensato spesso a quell'ultima colazione con Mutti al Viktualienmarkt – a come nessuno, mai, si accorge del momento esatto in cui il suo destino inizia a compiersi, che lo voglia oppure no”
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Stazione di Treblinka
Ho letto “L’inferno di Treblinka” in occasione del Giorno della Memoria. Il libro è in realtà il reportage scritto da Vasilij Grossman che era al seguito dell’Armata Rossa come corrispondente di guerra; nei primi giorni di settembre del 1944 i russi entrarono in quello che fu forse il più atroce, il più crudele dei campi di concentramento che i nazisti costruirono in Polonia. E’ un racconto molto dettagliato su come funzionasse il campo, sulle figure degli aguzzini (SS e Wachmanner) e, man mano che procedevo nella lettura pensavo che, per quanto si possa conoscere, è impensabile per la mente umana riuscire a concepire quello che è stato; è forse per questo che, complici alcuni film ed alcuni libri, abbiamo una visione un po’ edulcorata di che cosa fosse un campo di sterminio, e non di concentramento, poiché di STERMINIO si tratta nel caso di Treblinka. Qui sono arrivati e subito mandati a morte milioni di uomini (Grossman fa un calcolo per difetto basandosi su testimonianze oculari) in circostanze e modi orrendi, con sofferenze prima morali (venivano di fatto colpiti nei sentimenti più umani e annientati) poi fisiche (tanto che un colpo di pistola era una grazia). Già da questo reportage si intuisce il grande scrittore che Grossman diventerà, alcuni passaggi sono veramente illuminanti “...l’uomo ucciso dalla bestia conserva comunque fino all’ultimo suo respiro forza d’animo, mente lucida, cuore ardente. Mentre la bestia trionfante che lo uccide resta comunque una bestia”.
Altri passi potrebbero essere stati scritti oggi talmente sono attuali “Oggi come oggi ogni singolo uomo è tenuto....a rispondere con tutta la forza del cuore e della mente a una domanda: che cosa ha generato il razzismo? Che cosa bisogna fare affinchè il nazismo, il fascismo, l’hitlerismo non abbiano a risorgere né al di qua né al di là dell’oceano mai e poi mai, in secula seculorum?”. Non vi è nulla di umano in questo racconto, questo libro di poche pagine è come un pugno nello stomaco, ci mette di fronte alla realtà terribile di una fabbrica della morte poiché tutto funzionava proprio come una catena di montaggio. Ma forse il pensiero più agghiacciante che Grossman rileva nei discorsi e nei comportamenti delle SS tedesche è che “ Erano tutti profondamente e sinceramente convinti di fare una cosa giusta e necessaria”
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La lettura è amore e l'amore per la lettura
Con “Come un romanzo” di Daniel Pennac ho messo in pratica il IV Diritto imperscrittibile del lettore: IL DIRITTO DI RILEGGERE. E’ infatti la seconda volta da quel lontano 1993 che rileggo questo libro ed ogni volta è una scoperta. E’ un libro agevole nella lettura, scorrevole ma profondo, illuminante, chiunque sia un lettore si riconosce nei molteplici esempi che Pennac tratteggia con maestria.
Nella prima parte del libro Pennac spiega come in noi nell’infanzia nasce l’amore per la lettura, per il “racconto”, grazie alla voce dei genitori che ci fa vivere le storie; poi la scuola, i programmi scolastici, le schede di lettura e quell’imperativo: bisogna leggere!. E’ lì che si perde il piacere e la gratuità della lettura per la maggior parte dei ragazzi i quali, distratti da innumerevoli altre attività, sentono tutto il peso della loro inadeguatezza di fronte a libri misurati perlopiù dal numero delle pagine.
Nella seconda parte del libro ci mostra esempi di come risvegliare l’interesse per la lettura, ci racconta di poeti e professori che hanno trasmesso il loro amore per i libri ai loro alunni “-Ogni lettura è un atto di resistenza. Di resistenza a cosa? A tutte le contingenze-”.
Ogni lettore ritroverà sé stesso in comportamenti come il bisogno di far sedimentare ciò che si è letto (IL DIRITTO DI TACERE) perché ci siamo ancora dentro ma allo stesso tempo aver piacere nel condividere poiché “- la lettura è, alla fine, l’oggetto di una condivisione”.
Questo libro non è soltanto il famoso decalogo del lettore che ormai tutti conoscono, ma è un vero e proprio inno alla lettura “- La lettura è, come l’amore, un modo di essere-” , “-...soprattutto leggiamo contro la morte-” perché “-il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere-”. Con “Come un romanzo” ho ritrovato un vecchio amico (e al tempo stesso ho capito un po’ di più la me stessa lettrice) e leggerlo è un’esperienza che consiglio vivamente a tutti coloro che in un modo o nell’altro amano i libri.
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La forza della vita
“Il colibrì” di Sandro Veronesi è un romanzo semplice e complesso come può essere semplice e complessa la vita. Infatti è proprio la vita la chiave di volta del racconto, quella del protagonista Marco Carrera ma anche quella di coloro che gli sono intorno, la sua famiglia, le donne, le amicizie, una carrellata di personaggi umanamente e magnificamente descritti. Semplice ma potente, coinvolgente la prosa di Veronesi, semplice lo scorrere di un’esistenza dall’infanzia alla morte; complesso ma intrigante seguire questa esistenza senza riferimenti cronologici ma viaggiando avanti (fino ad un prossimo futuro a noi molto vicino) e indietro in un tempo fluido. Il romanzo è diviso in 46 sezioni ognuna con un titolo e un anno di riferimento (grossomodo dal 1960 al 2030); queste sezioni sono lettere cartacee, email, sms, racconti in prima o terza persona. Marco Carrera è il colibrì, così lo aveva ribattezzato da bambino la sua creativa madre architetto per via della sua altezza molto al di sotto della media -”lei aveva coniato per il suo bambino il più rassicurante dei soprannomi, colibrì, per rimarcare che, insieme alla piccolezza, in comune con quel grazioso uccellino Marco aveva anche la bellezza, per l’appunto, e la velocità”-. Il dono di Marco, la sua forza è la resilienza che viene interpretata da Luisa, la donna amata, come il restare fermi come fa appunto il colibrì col suo velocissimo battito d’ali ma a mio avviso non è questa l’interpretazione: Marco vive tutta la sua vita, anche i dolori più grandi, non sottraendosi a nulla, affrontando coraggiosamente tutto da solo quindi non rimane fermo, cerca soltanto di costruire dei capisaldi per non perdersi .”Il fatto è che dietro al movimento è facile capire che c’è un motivo, mentre è più difficile capire che ce n’è uno anche dietro l’immobilità....ci vogliono coraggio ed energia anche per restare fermi”-. Questo romanzo mi è rimasto dentro, appena finito ho dovuto riprendere fiato, farlo sedimentare prima di elaborarlo, è stata una lettura che per certi versi mi ha fatto soffrire. Sicuramente agghiacciante è “Eccola, scende (2012)” una delle mail inviate da Marco a Luisa, dove in poche righe, in un Oggetto: Aiuto, scopriamo il più grande lutto, il più grande dolore che possa capitare in una vita inserito in un contesto ordinario come può esserlo una mail. E nonostante tutto Marco va avanti, e dà ancora una volta a sé stesso uno scopo: allevare Miraijin “l’uomo nuovo”, la speranza nel futuro, che sarà in realtà una splendida donna. Veronesi in questo libro parla di noi, dei dolori, dei lutti, delle scelte dolorose che la vita ci impone, parla del coraggio, della forza che ci vuole per restare saldi quando tutto intorno frana. E’ per questo motivo che “Il colibrì” è un romanzo complesso, perché è doloroso. Anche la fine diventa vita in “Le invasioni barbariche (2030)”, c’è la pacificazione in Marco e intorno a lui, il tempo ripara tutto se speso bene. A noi lettori Veronesi lascia il compito di paragonare la fine del padre e quella del figlio, il carico di sofferenza della prima e la serenità della seconda. Tocca tematiche molto forti ed attuali Veronesi ma lo fa meravigliosamente a modo suo, con la sua scrittura piena di rimandi, di ricordi, di canzoni e ci trascina, ci prende, ci illumina. Volutamente non ho scritto della trama né dei personaggi perché per assaporare questo romanzo vanno scoperti poco a poco, con il tempo fluido anacronologico, come è successo a me.
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Carlo Gesualdo da Venosa e il Dolore
“Madrigale senza suono” di Andrea Tarabbia è il romanzo vincitore del Premio Campiello 2019 e credo che sia stato premiato anche e soprattutto per il coraggio: sì perchè l'autore ha avuto coraggio sia nel raccontare materie così poco indagate nella letteratura di questi ultimi anni (-tutto da noi,come da voi, si sta schiacciando sul presente, sull'oggi-) sia nell'utilizzo della forma romanzo gotico, ricco di umori, sangue, oscurità, poco o nulla usata in Italia.
Il libro ad una lettura superficiale può sembrare la biografia sotto forma di romanzo di Carlo Gesualdo Principe di Venosa, personaggio realmente esistito a cavallo tra il '500 e il '600, famoso per il contributo fondamentale che diede all'innovazione della musica polifonica e per aver ucciso la moglie Maria D'Avalos e il suo amante Fabrizio Carafa. Ma “Madrigale senza suono” è molto più di una biografia anzi, la vita di Gesualdo da Venosa viene presa a pretesto da Tarabbia per scrivere dell'arte, della creazione, della vita, del genio e dell'opera che possono scaturire dal Male.
All'inizio del romanzo siamo nel 1960 e troviamo un ottantenne Igor Stravinskij che si appresta a comporre il famoso “Monumentum pro Gesualdo da Venosa” (-dove Gesualdo ha immaginato delle voci, io userò degli strumenti. Farò insomma dei madrigali senza voce-) dopo essere venuto in possesso del manoscritto (apocrifo?) “Cronaca della vita di Carlo Gesualdo Principe di Venosa scritta da Gioachino Ardytti servitore fedele” . E' proprio Stravinskij a legare la storia di Gesualdo all'oggi ed è proprio grazie a lui che il lettore può seguire la “Cronaca”. Gioachino, servo nano e deforme, è l'ombra di Gesualdo, si sono conosciuti in seminario e lo ha poi seguito lungo tutta la vita, gli è stato accanto nel bene e nel male tanto da sollevare il dubbio in Stravinskij e nel lettore di essere in realtà il Doppelganger di Gesualdo stesso (-perchè se lui muore, io muoio..-). Gioachino E' Gesualdo già da quando è lui ad infliggere le coltellate fatali a Maria D'Avalos, è l'antitesi della bellezza che Gesualdo è in grado di creare con la musica, è il doppio nel quale è riposto il Male della sua vita, la sua cattiva coscienza. Intorno al Principe di Venosa ruotano molteplici personaggi minori, le due mogli Maria e Leonora d'Este, Staibano il medico, il gesuita segretario Adinolfo, i due figli Emanuele e Adolfo poi persi entrambi, le sue amanti, e così via ma c'è n'è uno che spicca tra tutti: Egli, cioè Ignazio, il figlio non voluto e tenuto segregato nelle cantine del castello. E' Ignazio, personaggio inventato dall'autore, la chiave di volta di questo romanzo, solo alla fine si capirà veramente cosa in realtà rappresenti. La “Cronaca” si chiude con la morte di Gesualdo e sono veramente splendide le pagine che raccontano come l'autore ha immaginato le circostanze nella quale avvenne. E' poi in queste pagine che forse si può capire il significato del titolo “Madrigale senza suono”. Nel romanzo l'autore ci fornisce alcune spiegazioni ma a mio avviso è nella fine stessa di Gesualdo che si svela il vero significato, in quella musica insensata che continua a suonare: “Madrigale senza suono” altro non è che il leggendario VII libro che mai fu ritrovato semmai fu scritto, altro non è che l'approssimarsi della Morte. C'è la coscienza di essere alla fine di un'epoca, il Rinascimento, e se ne sente tutto il peso, la tristezza. Tarabbia ha costruito questo romanzo gotico a più voci come è la struttura di un madrigale, usando una prosa colta, elegante che fa presa sul lettore; che sia gotico il carattere principale del libro è chiaro fin dall'inizio, dalle circostanze nelle quali Stravinskij viene in possesso della “Cronaca”.
E' da un grande Male, da un grande Dolore che nasce l'opera di genio? Questo è l'assunto che l'autore ci pone con la rivisitazione della vita e della fine di Gesualdo da Venosa e ce lo fa spiegare mirabilmente dallo stesso Principe nel discorso con l'Adinolfo su Torquato Tasso -”....quello che non ti dissi è che il motivo per cui io odiavo quei versi...è che io ho invidiato messer Torquato fin da quando l'ho conosciuto....l'ho invidiato per il dolore che egli ha vissuto....della naturalezza con cui egli soffriva e che era in grado di rovesciare nei suoi versi migliori”-.
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Astri e nebulose
Ho letto “Stelle minori” di Mattia Signorini dopo aver visto tante recensioni positive sul web e soprattutto grazie ad un passaparola coinvolgente. La quarta di copertina promette bene, l'argomento è attrattivo e moderno peccato però che sia tutto lì.
L'azione si svolge in due momenti distanti fra loro nove anni, un pugno di mesi che precede la data del 23 marzo 2009 e l'estate del 2018. Nello svolgersi del romanzo si viaggia su due piani temporali e all'inizio ci si trova un po' spiazzati. Chi racconta è Zeno Pastore, oggi professore di liceo, nel 2009 uno studente della facoltà di filosofia dell'università di Padova; lo conosciamo mentre sta scrivendo la storia che ha cambiato la sua e la vita di tutto il gruppo che ruotava intorno alla figura di Nicola Sheriman. Sheriman, carismatico professore di filosofia, autore di un unico libro che l'ha reso famoso e che viene usato dai ragazzi come una Bibbia, attrae Agata, Enrico, Guido, Herman e Zeno nel progetto di una nuova rivista culturale “Boris Vian”. Lentamente (anche troppo) conosciamo tutti i personaggi ma soprattutto Zeno e il suo amore per Agata, ragazza più grande di lui, studentessa di lettere, con il sogno di diventare scrittrice. In quel lontano 2009, Zeno è un solitario, un ingenuo, un puro che non conosce ancora la vita e il cambiamento che avverrà in lui sarà strettamente legato alle figure di Agata e Sheriman, soprattutto alla morte improvvisa di quest'ultimo.
La scrittura risulta facile, scorrevole ma in realtà è povera, non incisiva, come non sono incisivi i personaggi minori tant'è che nel finale viene da chiederci “Herman chi?”; ecco, un altro punto dolente è il finale, deludente, il grande segreto che si sgonfia lasciandoci la consapevolezza di averlo già capito almeno 100 pagine prima. Il racconto procede lento per tutta la lunghezza del libro poi l'ultimo capitolo è una nebulosa dove non si capisce nulla; nelle intenzioni dell'autore doveva forse essere un finale aperto dove però andavano a posto tutti i tasselli ma non è stato questo il risultato e si rimane con mille domande senza risposta e un senso di qualcosa di affrettato e non compiuto.
Il personaggio di Agata è il più disturbante, una ragazza disadattata, con mille facce quasi tutte negative, molto furba, esattamente il contrario di Zeno. Anche Sheriman è un personaggio estremamente negativo, manipolatore, il suo tratto saliente è l'egoismo e il nascondere pervicacemente chi è veramente. Mi ha fatto tristezza il pensiero che, al di fuori della storia in sé, un gruppo di ragazzi possa prendere a modello una persona che in realtà è più fragile, irrisolta e problematica di loro.
La storia è ammantata di un alone di bontà, amicizia e amore perchè la vediamo con gli occhi di un Zeno giovane, ingenuo, in realtà è una storia di disillusione, tradimento dove non si salva nessuno.
“Così eravamo noi, stelle minori. La nostra luce era nascosta da un'altra più luminosa. Eppure volevamo splendere ad ogni costo” …..ma chi lo dice che la stella più luminosa è anche la migliore delle altre? Nel caso di questo romanzo non lo è.
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Un rifugio scomodo
Il titolo di questo ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia rimanda e a ragione (così è anche l'intenzione dell'autore) al ben più famoso “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad; anche qui, come nel romanzo di Conrad, si parla di un'ossessione, il seguire a ritroso un fiume che inevitabilmente porta al cuore nero dell'Europa, il Terzo Reich.
Federico Rallo, ex famoso direttore d'orchestra da anni residente a Berlino, è morto. Il figlio minore Guido, fotografo trentaquattrenne, è costretto a partire per organizzare il funerale e sistemare le ultime cose visto che il fratello maggiore Pietro non parlava con il padre da anni e la madre ormai vive in Vietnam con un nuovo compagno. Il Maestro Rallo ha vissuto gli ultimi anni in solitudine e quasi in povertà dopo due eventi che hanno sconvolto per sempre la sua vita: aver abbandonato la famiglia sulla scia di una passione effimera ed essere stato licenziato dalla direzione dei famosi Berliner per presunte simpatie naziste.
Questi due eventi sono strettamente collegati fra loro, è quello che Giulio scopre leggendo gli appunti lasciati nel computer dal padre. Federico Rallo non si è mai perdonato di aver distrutto la famiglia e aver costretto i suoi due bambini a vivere la loro infanzia con la continua mancanza di una dei due genitori, ed è stato sopraffatto dai sensi di colpa anche per non essere riuscito a creare un rapporto col figlio maggiore mai cresciuto a causa di una relzione simbiotica con la madre.
Da qui nasce l'ossessione: ripetere la perfetta esecuzione della Nona Sinfonia diretta da Furtwangler nel 1942 in occasione del compleanno di Hitler e dopo aver costretto la sua orchestra ad estenuanti quanto insoddisfacenti prove viene licenziato. Ma l'ossessione si amplia fino a rimanere affascinato dalla figura di Hitler, dal Reich e dai suoi comprimari (Goebbels, Heydrich, Himmler e Goering) al punto di giustificare e quasi comprendere tutto ciò che successe in quegli anni terribili. In definitiva cerca di espiare una colpa macchiandosi di una colpa più grande: rifugiarsi in un passato “sbagliato”. Giulio, dopo lo sgomento iniziale, riesce a comprendere il padre riallacciando il filo dei ricordi, il suo esserci sempre, il suo averli amati immensamente, il suo vivere per loro, il suo cercare di essere nonostante tutto una famiglia. E' da morto che Federico Rallo riesce nel suo intento: i due fratelli SONO una famiglia, l'amore che ha avuto per loro ha dato i suoi frutti e queste sono forse le pagine più belle e toccanti di tutto il libro. Avendo letto moltissimo tempo fa “Tutti giù per terra” posso adesso dire che Giuseppe Culicchia è cresciuto e lo dimostra con questo suo ultimo lavoro. Tutto scritto in prima persona con uno stile incisivo, quasi come un diario, intervallato da foto e innumerevoli riferimenti alla Storia presente e passata, “Il cuore e la tenebra” è anche un romanzo calato nell'intimo di tutti noi poiché affronta tematiche come l'egoismo, la dissoluzione della famiglia e le sue ripercussioni, le imperfezioni, le debolezze, le rovine interiori che ci portiamo dentro.
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I segreti qualche volta uccidono
“Ultimo tango all'ortica” è l'ultimo romanzo della serie della Miss Marple del Giambellino alias Libera la fioraia. Affiancata dall'arzilla madre post-hyppie Iole, grazie anche alle dritte di Vittoria, la figlia poliziotta, Libera risolve l'ennesimo caso in una Milano estiva insolitamente piovosa.
Questa volta la vittima è un pubblicitario, Carlo Viserbelli, ucciso colpi di pistola davanti al dancing “l'Ortica”. Accusato dell'omicidio è il maggiordomo di Franca Crivelli, esponente del jet set milanese e carissima amica di Iole. Le due detective improvvisate vengono quindi arruolate da Franca per scagionare il suo maggiordomo (l'Amelio) e naturalmente scopriranno la verità.
Ennesima godibilissima prova di Rosa Teruzzi, leggendola ci si sente a casa: quasi ci sembra di viverla la Milano di Libera, ci sembra di gustare i suoi manicaretti vegetariani, di sentire il profumo dei suoi fiori. Un libro condotto a ritmo di tango, fra passioni, amori e segreti con una prosa che scorre lineare e pulita. Il finale ci lascia sospesi in attesa della prossima avventura di Libera Cairati e delle sue simpatiche compagne di investigazioni.
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Io sono un poliziotto
“Carta bianca” è il libro d'esordio di Carlo Lucarelli scrittore, conduttore televisivo, giornalista e sceneggiatore; è qui che fa la sua prima apparizione il personaggio del commissario De Luca, protagonista poi degli altri quattro romanzi della serie che porta il suo nome.
La storia è ambientata a Milano nel 1945, in un periodo storico confuso, opaco e terribile, la caduta del fascismo, la fine della guerra, tutti sono contro tutti e De Luca cerca di rimanere quello che è: un poliziotto. Anche se in passato aveva fatto parte della Muti, la polizia politica della Repubblica Sociale, lo troviamo commissario di polizia chiamato ad indagare sul delitto di un certo Vittorio Rehinard, trovato morto in casa sua. La trama noir è molto intrigante, l'ambientazione storica è perfetta ma la vera perla è il personaggio di De Luca, uomo e poliziotto, che cerca di restare a galla senza sporcarsi nella melma della politica, districandosi fra SS, milizie della Rsi e partigiani, rimanendo aggrappato ad un'ideale: quello della Giustizia.
Leggendo questo godibilissimo romanzo si sente che è l'opera prima di uno scrittore giovane ma nonostante ciò ci sono tutte le premesse, lo stile soprattutto, che ritroveremo nei romanzi del Lucarelli futuro.
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UN SOSPETTO E' UNA PROVA
“Fedeltà” è un romanzo borghese. Già dal titolo l'autore lo carica di aspettative mettendo in chiaro di aver trattato uno dei più peculiari (ma poi quanto rispettato?) valori borghesi. Questo è un romanzo sulla fedeltà in tutte le sue accezioni: fedeltà a noi stessi, all'altro, ai nostri valori, al nostro modo di vivere; nello stesso tempo è anche un romanzo sulla crisi di questo valore parallelamente a una crisi della borghesia. La fedeltà e la sua crisi non sono frutto dei nostri tempi poiché l'autore ci mostra chiaramente che anche nel matrimonio dei genitori di Margherita c'era stata infedeltà.
L'azione si svolge per una prima parte del libro nel 2009, poi con un salto temporale di circa dieci anni ci porta ai nostri giorni, tutto in una Milano splendida e vissuta con una puntata a Rimini che poi è la città dell'autore. Carlo e Margherita sono una coppia di trentenni affiatata e complice, anche se hanno già dovuto fare i conti con un ridimensionamento delle loro aspettative: Margherita è un architetto ma si ritrova agente immobiliare, Carlo è redattore freelance in una rivista di turismo e professore universitario part time grazie alla raccomandazione del padre. Margherita è dei due la più concreta Carlo è un quasi fallito senza voglia di maturità ma con molte velleità. Tutto ha inizio dal “malinteso”: Carlo viene scoperto nei bagni dell'università fra le braccia di una sua allieva e la giustificazione addotta è che si era sentita male e lui la stava aiutando. E' vero? Non lo è? Non è importante ai fini della narrazione anche se poi si capirà, perchè da questo episodio Carlo e Margherita cominceranno a contemplare l'infedeltà come un qualcosa di cui entrambi hanno voglia.
Gli oggetti dell'attenzione dei due sono Sofia, la studentessa scoperta con Carlo, e Andrea, fisioterapista di Margherita. Sofia è una ragazza di talento, traumatizzata dalla morte della madre che poi tornerà a Rimini per ricostruirsi una vita; Andrea è un autodistruttivo che oscilla sessualmente tra rapporti con donne e uomini, arrivando alla fine a preferire questi ultimi e ad approdare in una storia seria e nella sicurezza del lavoro di edicolante.
Personaggio a sé stante ma trait d'union fra tutti gli altri è Anna, la mamma di Margherita, vedova, sarta dalle mani d'oro ma, come molte donne della sua generazione, tradita dalla vita e dai rimpianti.
Con uno stile pulito, senza picchi, con diverse sfumature di grigio, che a volte però scade nel piatto, Missiroli ci racconta la vita, dieci anni di vita. Carlo e Margherita avranno un bambino e compreranno un appartamento che non possono permettersi (fedeltà ad uno status borghese che vogliono mantenere) ma che li unirà ancora di più; gli altri personaggi graviteranno loro intorno senza scalfire la coppia (fedeltà a ciò che si è costruito). Carlo, rimasto disoccupato, verrà a patti con la sua ossessione per Sofia guardandola da lontano a Rimini -”...sentì che poteva lasciare andare l'ultima giovinezza.”- Margherita affronterà la malattia della madre.
A me questo romanzo è piaciuto. L'ho trovato simpaticamente demodè nel suo parlare di fedeltà con toni che si fa fatica ad inserire nel panorama letterario contemporaneo, mi ha ricordato molto il primo Moravia, quello de “La noia” o de “Gli indifferenti”. La concessione alla modernità come spiega Missiroli è data dalla “tecnica del passaggio di anime” - nella quale la telecamera della narrazione si sposta da un personaggio all’altro al momento del loro incontro, permettendo al lettore di conoscere gli stati d’animo di tutti quanti -
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Ti amo così tanto che non mi basta averti. Vorrei
Penso che in letteratura non bisognerebbe mai avere preclusioni né verso un autore non avendo mai letto niente di suo, né verso un determinato genere o tema: si corre il rischio di essere smentiti e di perdere opere molto valide. E' quello che mi è successo con “Quando eravamo eroi” di Silvio Muccino. Non ho letto “Parlami d'amore” il suo primo romanzo scritto a quattro mani con Carla Vangelista ma ho visto il film e non mi è piaciuto, non mi interessava neanche tanto l'argomento.
Così quando è uscito “Quando eravamo eroi”, l'ho subito snobbato pur apprezzando Silvio Muccino come attore. Questa volta però è la trama che mi ha intrigato e così l'ho preso in biblioteca e l'ho letto. Alex, 34 anni, dopo aver lasciato l'Italia, la sua vita e i suoi amici quindici anni prima, decide di tornare e di riunire gli “Alieni”, così si facevano chiamare lui Melzi Eva Torquemada e Rodolfo, nella sua casa di campagna in Umbria che li aveva visti giovani e felici ai tempi del liceo. Nonostante nessuno di loro abbia superato l'abbandono di Alex (il fulcro attorno al quale gravitavano le loro vite) decidono di accettare l'invito dell'amico forse anche per scoprire il motivo di quell'improvvisa partenza e confrontarsi con quel dolore che ha cambiato le loro vite. In un lungo weekend i nodi verranno al pettine ma soprattutto gli Alieni dovranno venire a patti con loro stessi e con il nuovo definitivo abbandono di Alex.
Ognuno di loro, segnato da Alex e dalla sua assenza, ha visto la sua vita prendere binari innaturali, Torquemada l'ironico e il caustico vive ancora con la madre opprimente, Melzi è sposato con una donna castrante e lavora per il suocero che lo considera una nullità, Eva dopo essere stata abbandonata da Alex ha sposato Rodolfo mettendo in piedi un rapporto distruttivo per entrambi peggiorato da psicofarmaci e avventure di poco conto. Perchè questo romanzo è bellissimo? Come prima cosa ci fa tornare in mente come eravamo, come ci sentivamo invincibili durante l'adolescenza quando affidavamo la nostra vita all'amicizia, al rapporto con chi sentivamo uguale a noi; il calore delle estati lunghe, magiche. Poi la caratterizzazione dei personaggi talmente perfetta che ci sembrerà di conoscerli da sempre, il raccontare scorrevole e moderno, il paesaggio umbro che si interseca con l'anima della casa e dei protagonisti, la centralità di un sentimento come l'amicizia che può superare barriere spazio-temporali, la diversità intesa come un qualcosa di positivo, di elitario. Sul finire del romanzo compare Nina, ragazza poco più che adolescente, personaggio-espediente usato dall'autore per farci guardare il gruppo con gli occhi di chi oggi E' giovane, come lo erano loro quindici anni prima.
Sono stata veramente coinvolta da questa storia che parla di emozioni, di nostalgia ma anche di paura di cambiare, di rimanere soli, di crescere. La grandezza di Muccino scrittore in questo romanzo ci si fa chiara già dal primo capitolo veramente indimenticabile; l'ho ritrovata con stupore anche in una citazione della scena di un film che credevo conoscessero veramente in pochi “Freaks” perfettamente amalgamata con il racconto. La colonna sonora scelta da Alex è “Space Oddity” un'altra citazione dell'autore; leggete il testo e capirete “...This is the Ground Control to Major Tom, I'm stepping through the door..”.
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L'anagramma di LINOGE
Dopo anni nei quali mi sono interessata ad altri autori e letture sono tornata ad un vecchio amore: Stephen King e l’ho fatto con questo romanzo, forse non dei più conosciuti ma dal quale è stata tratta una miniserie veramente splendida e fedele.
“The King” ci porta su Little Tall Island, una delle tante isole disseminate lungo la costa del Maine, proprio durante una tempesta di neve che taglia fuori dal mondo per due lunghi giorni la piccola comunità locale. Siamo nel 1989, a poco a poco impariamo a conoscere tutti i nomi degli abitanti dell’isola, soprattutto il loro carattere chiuso e anche il loro far parte di una comunità dove ci si sostiene e si conta l’uno sull’altro -”perchè non c’è comunità negli Stati Uniti così strettamente chiusa in sé stessa quanto quelle delle isole davanti alla costa del Maine”-. Nei due giorni di tempesta, la comunità ed il suo poliziotto part time, Mike Anderson, avranno a che fare con uno spietato assassino e con una sua agghiacciante richiesta.
Quello della comunità è uno dei concetti cardine sui quali è imperniata tutta la vicenda, come anche quello della chiusura al mondo, quello del saper mantenere i segreti e quello delle scelte condivise dalla collettività, ed è proprio per questo che ciò che accadrà durante quella tempesta troverà ben pochi ostacoli -”far fronte comune dà sempre per risultato il comune bene? Il concetto di comunità scalda sempre il cuore o qualche volta gela il sangue?”-. La comunità di Little Tall Island ha già i suoi segreti: qui infatti è stato ambientato anche “Dolores Claiborne” come ci ricorda l’autore con alcune frasi nel racconto.
In realtà il libro non è scritto sotto forma di romanzo ma di sceneggiatura comunque la lettura risulta molto agevole anzi a volte ne guadagnano la descrizione e la suspence. E’ un libro bellissimo, che ci pone davanti ad inquietanti interrogativi: Cosa faremmo noi al loro posto? Si può dar seguito alle richieste di un assassino soprattutto a costo di un nostro sacrificio? Naturalmente è inutile dire come l’autore riesca benissimo a render l’atmosfera claustrofobica dovuta alla tempesta di neve e vento; splendida è la similitudine tra il faro che piano piano si sgretola fino al crollo a causa della forza del mare in tempesta così come la comunità che non sarà mai più la stessa dopo gli eventi occorsi in quei due giorni. Ho trovato molto interessanti anche alcuni commenti inseriti da King durante la narrazione, sulla famiglia come anche sul lato oscuro di ciò che siamo e dei nostri comportamenti. In una comunità dove sarebbe stata utile neanche la Chiesa viene salvata e il reverendo non è uno dei personaggi migliori di quell’isola. Come altri romanzi di Stephen King anche questo narra una storia che potrebbe succedere anche a noi, anche oggi, ed è forse proprio questo (e non l’horror) a lasciarci quella strana inquietudine che ci si porta sempre dentro dopo aver letto un suo libro.
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La fioraia e il cold case
“La sposa scomparsa” è il primo di tre romanzi gialli dell’autrice Rosa Teruzzi; tutti e tre i romanzi hanno come protagonista una famiglia di sole donne Libera, Vittoria e Iole, rispettivamente mamma, figlia e nonna. Abitano a Milano in un vecchio casello ferroviario ristrutturato dove Libera ha anche la sua attività di creatrice di bouquet da sposa; Vittoria è invece una poliziotta scontrosa e difficile che non ha mai elaborato la morte violenta del padre; la vera perla di questa strana famiglia è Iole, mamma di Libera, un personaggio anticonformista, esuberante, leggero, una hippie della prima ora, seguace dell’amore libero, dell’amicizia, frequentatrice e creatrice di corsi di yoga e autocoscienza e molto smart fra cellulari, social e tablet. Il caso che si troveranno loro malgrado a risolvere è un “cold case” del 1988, la storia di una ragazza scomparsa e mai ritrovata. Il romanzo ha una trama molto convincente, ben delineata anche nel riportarci indietro di trent’anni nell’era pre internet, la scrittura è fluida e scorrevole, si legge con piacere. E’ un libro anche un po’ furbo, ci descrive una Milano insolitamente piovosa nel mese di luglio, i suoi quartieri, i navigli e i dintorni ma ci delizia anche con veri manicaretti assolutamente vegetariani che ogni giorno Libera porta in tavola apparecchiata come se fosse festa. Speciale è la soluzione del caso, veramente inattesa la soluzione, mentre il finale rimane aperto proprio perché le nostre tre protagoniste possano tornare a farci compagnia. L’ultimo consiglio è un avvertimento: Attenzione dà assuefazione!
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Milano, Meazza e la scighera
“L’ombra del campione” è l’esperimento ben riuscito da parte di Luca Crovi di far rivivere come protagonista il commissario Carlo de Vincenzi, creato negli anni ’30 dalla penna di Augusto de Angelis e recentemente riediti da Sellerio. De Vincenzi è uno dei primi commissari della nostra tradizione poliziesca, buona forchetta, amante del cibo semplice ben cucinato e di classici come Platone dai quali trae spunto per le sue indagini intuitive e psicologiche che lo portano alla soluzione dei casi –“Il suo assioma era: il delitto è una derivazione della personalità”-. Questo romanzo ha comunque altri protagonisti: la “scighera” la nebbia fitta che copre Milano, Milano stessa con le sue strade, il Cimitero monumentale, la moderna rete di tranvie, i piatti della sua tradizione come la “busacca” o il “panetun” e Giuseppe “Peppin” Meazza, dello Balilla per via della sua giovane età, forse il primo leggendario calciatore italiano, a quei tempi all’Inter. E’ sua l’ombra del campione che nella nebbia dà calci al pallone contro il muro di San Vittore per allenarsi ed è anche il personaggio di uno dei casi trattati dal commissario. Ecco, forse il limite di questo godibile romanzo è proprio la debolezza del noir, senza una storia centrale che faccia da traino ma un insieme frastagliato di vari casi, di piccoli crimini (oggi sarebbero ritenuti veniali) della “ligèra”, la piccola malavita milanese, risolti tutti brillantemente dal de Vincenzi. La storia si svolge nel 1928, anno VI dell’era fascista, ricordato per l’attentato a Vittorio Emanuele III avvenuto proprio a Milano, all’inaugurazione della Fiera Campionaria; il commissario de Vincenzi è uno dei testimoni dell’attentato e a modo suo scoprirà i colpevoli (anche se nella realtà non furono mai trovati) prima che il regime mettesse tutto a tacere. Il romanzo è piacevole e interessante per chi vuole scoprire l’anima di una Milano che non c’è più, si legge velocemente anche se alcuni dialoghi sono in dialetto, lo stile è diretto, privo di ridondanze. Tutto sommato la bella riscoperta di un personaggio poco conosciuto del nostro passato letterario.
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IL SILENZIO E I RICORDI
Siamo nel 2017 ed è attraverso il racconto del protagonista, Domenico Boschis, che il lettore si addentra nel mondo delle Langhe, zona meravigliosa nota per i suoi vini, le sue colline, i suoi paesaggi, meno per quel volto aspro, duro, della terra e dei suoi abitanti così ben descritto da Fenoglio, da Pavese e ora da Perissinotto. Domenico Boschis è il nome reale (non quello d’arte) di un famoso attore di fiction televisive e teatro che dopo molti anni torna al suo paese vicino Alba quando viene informato che suo padre, col quale aveva pochi e formali rapporti (“…non lo sentiva da Natale, il solito breve scambio di auguri”), è ricoverato in fin di vita in un hospice. Suo malgrado Domenico viene sempre più catturato dai ricordi, dalla sua vecchia casa, dal sidecar Jawa (legato all’unico bel ricordo della sua vita col padre), dal cane Pajun, insomma da quella terra e da quei luoghi che aveva fatto di tutto per tenere lontano, sepolti dentro nuove vite, Torino prima, Roma poi; riscopre con piacere le vecchie amicizie, Caterina Umberto Francesco, riscopre il piacere di essere figlio quando va a trovare sua madre e il suo compagno, Franco. Suo padre, però, fra uno stato soporoso e l’altro, sconvolto, un pianto asciutto ed un urlo muto, gli parla di una “ragazza”. Domenico scopre che si tratta di Maria Teresa Novara, una bambina di 13 anni che fu rapita e ritrovata morta dopo sette mesi in un paese lì vicino nel 1969. Cosa c’entra suo padre con lei e perché è così sconvolto?
Mi fermo qui con la trama anche perché si può pensare che la chiave di lettura del romanzo sia il canovaccio giallo ma non è così: in questo splendido ed emozionante libro vengono toccati temi come la dignità del fine vita, l’amor filiale, la violenza sulle donne e l’indifferenza (che a volte rasenta la complicità) delle persone. Tutti questi elementi hanno pari importanza rispetto al racconto del fatto di cronaca in sé che nella sua tragicità ci porta a fare collegamenti anche con fatti avvenuti di recente. Domenico Boschis ha 50 anni, non vede più la vita in bianco e nero come nell’adolescenza ma sa che esistono diverse sfumature di grigio; arriva un momento della vita nel quale bisogna fare i conti col proprio padre (figura sbagliata o no che sia), con ciò che è stato, con il nostro amore per lui che viene dal profondo, a dispetto dei nostri pensieri. Questo rapporto padre-figlio viene approfondito dall’autore con l’aiuto di brani de “La lettera al padre” di Kafka, altrettanto fa con l’asprezza di quelle terre con brani da “La malora” di Fenoglio Quale contenuto mi ha colpito di più in questo romanzo? Senza dubbio l’immutato atteggiamento nei confronti delle donne; amaramente ho scoperto che nonostante i 70 anni trascorsi dai racconti di Fenoglio, i 50 trascorsi dalla storia raccontata da Perissinotto per le donne non è cambiato molto. Umiliate, picchiate, stuprate, vendute e uccise: è questo il loro destino oggi come ieri, così come l’essersela cercata o l’indifferenza che c’è nei confronti di questi crimini –“ Lei aveva vissuto l’orrore della vita vera, nella banalità di una cascina in provincia di Cuneo, nell’indifferenza di investigatori distratti che la credevano in giro per il mondo a godersi la vita…”-.Lo stile di scrittura elegante, a tratti poetico di Perissinotto ci lascia un romanzo profondo ma duro, che racconta anche di abomini e crudeltà ma che lascia anche spazio alla speranza e all’amore come nelle bellissime ultime righe del finale.
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RESILIENZA
Era molto tempo che volevo leggere questo romanzo di Marco Balzano, attirata dalla foto di copertina prima che dalla sinossi, e devo dire che mi è piaciuto molto. Apparentemente è un romanzo semplice che offre invece molteplici spunti di riflessione, con uno stile volutamente discorsivo per sottolineare l’importanza data alla lingua nella storia di quelle montagne. Ambientato in Sud Tirolo, precisamente in Val Venosta, dove ancora oggi esiste un bilinguismo italiano-tedesco con una propensione per quest’ultimo, “Resto qui” racconta la storia di Trina, della sua famiglia e degli abitanti di Curon e Resia, paesi che verranno sommersi dall’acqua di una diga nel 1950. Pur avendo soltanto 180 pagine, questo libro ci trasporta in un mondo che non c’è più raccontandoci quarant’anni di vita dal 1920 circa agli anni ’60 per mano di Trina, per mezzo della lettera che lei scrive a Marica la figlia scomparsa tanti anni prima. Così attraverseremo il fascismo, la guerra, il nazismo, il primo dopoguerra, sempre con l’incubo della costruzione della Diga, che dal 1939 si farà reale solo 11 anni dopo distruggendo per sempre quella comunità montana. Nelle modalità di costruzione della diga che furono usate ho rilevato un’attinenza con i recenti avvenimenti sulla Tav: non si impara mai dagli errori, non si ascoltano mai le voci di coloro che vivono e conoscono quel territorio né si chiedono pareri su come poter fare meglio un’opera rispettando i luoghi senza stravolgerli.
“Resto qui” a mio avviso è principalmente un romanzo sulla mancanza: di Marica, la figlia che sceglie di abbandonare i suoi genitori per non essere come loro (e che io mi sono immaginata morta), di cultura, di rispetto per quelle valli e quella vita, delle proprie radici ma soprattutto mancanza di parole, quelle per esprimere i propri sentimenti; sono importanti le parole, la lingua in “Resto qui”. Quelle popolazioni verranno violentate dal regime fascista che impose l’italiano a forza nelle scuole, che discriminò e inviò al confino chi insegnava in tedesco, che tentò una impossibile commistione fra quei montanari burberi e di poche parole con disperati che venivano dal sud Italia col miraggio della terra. Le parole, la lingua sono il cemento di un’identità etnica comune e per Trina, la protagonista, saranno anche una salvezza: lei scriverà, suo marito Erich, non sapendolo fare disegnerà (che tenerezza emozionante ho provato quando Trina scopre il suo quaderno dei disegni!) ma tutti e due si porteranno dietro in maniera diversa la mancanza.
Mentre nella prima parte del libro è Trina la vera protagonista, poco a poco il racconto lascia spazio a suo marito Erich Hauser, al suo amore per quella terra, al suo coraggio, al suo attivismo utopico. Con Trina, con sua madre e con tutte le altre splendide figure femminili, questo romanzo ci offre anche una piacevole opportunità di riflessione sul coraggio e la resilienza delle donne, il loro andare avanti comunque a dispetto dei dolori e delle avversità (“Andare avanti, come diceva Ma’, è l’unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci”).
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IL SAPERE, L'AMORE E L'AZIONE
Ho scoperto per caso l’esistenza di questo romanzo breve da un articolo di giornale. Prima di parlare de “Il cacciatore ricoperto di campanelli” bisogna però raccontare la breve vita del suo autore Giuseppe Lo Presti. Nato ad Alcamo (TP) nel 1958, emigrato da bambino a Torino, giunto all’onore delle cronache per il suo estremismo di destra negli anni di piombo, tossicodipendente, entrato e uscito dal carcere varie volte come criminale comune, morto di Aids a soli 37 anni. Durante uno dei suoi periodi trascorsi in prigione inizia a scrivere “Il cacciatore ricoperto di campanelli”. Il manoscritto fu inviato nel 1990 da Lo Presti direttamente ad Aldo Busi, a quei tempi ad “Epoca”, che lo fece pubblicare con una sua interessantissima prefazione per gli Oscar Originals Mondadori. Questo romanzo breve entra di diritto, anche e soprattutto per la sua unicità, nella grande letteratura del ‘900. E’ un romanzo complesso, intriso di filosofia, di dolore, sulle prime non riesci a comprendere, poi ti ritrovi che l’hai finito e già ti manca. Sembra strano ma a pensarci bene i grandi geni, poeti, pittori e scrittori non rispecchiano le loro opere al punto che ci si chiede come sia possibile che le abbiano create proprio loro; hanno avuto vite disperate, toccate da crimini, pazzia o sono state semplicemente persone orrende ma hanno fatto nascere dei fiori dal fango. Anche questo è uno di quei casi tanto da far dire a Busi -“Lo Presti uomo…mi ha parecchio deluso…C’era un testo, mi bastava, e lo scrittore uomo mi interessa tanto di meno della sua capacità di scrivere”-. Non c’è una vera trama da raccontare, perché in realtà è una specie di diario senza regole e per dirla con l’autore –“I miei ricordi si confondono un po’…..tento di fare ordine nella nebbia della mia memoria. E’ difficile, l’ordine tende continuamente ad autodistruggersi”- . Colui che racconta e scrive il diario è il Signor B. e si capisce già dalle prime righe che è rinchiuso in una cella e che è pazzo -“Mi chiedo spesso se sono davvero quello che dicono. Loro adoperano una terribile parola che esito a scrivere…”-. Lì riceve tutti i giorni la visita del Dottor A. che è il suo medico. Il racconto ci conduce nella sua vita precedente l’internamento e ci svela perché si trova in manicomio. E’ tutto un susseguirsi di ricordi: la creazione di Iela (amore onirico), la scoperta di Chiara (amore concreto), il rapporto con la città di Torino sempre cupa e decadente e con il palazzo nel quale abitava ma soprattutto quello con La Madre. E’ proprio qui il fulcro del libro, una madre con una personalità castrante, asfissiante dalla quale il protagonista cerca di affrancarsi più nei pensieri che nelle azioni (bellissimo l’episodio del vaso cinese). E’ un immergersi lento dentro la vera protagonista di questo romanzo: la schizofrenia. L’autore, con una bravura estrema, ci conduce nei meandri della mente di B., ci fa conoscere i meccanismi dei suoi convincimenti, delle sue riflessioni, del suo modo di intendere l’affrancamento dalla sua vita per abbracciare quella che egli chiama “libertà” cioè la lotta senza speranza contro chi decide come dobbiamo vivere –“Avevo tre strade, Dottore: il sapere, l’amore e l’azione”- Le userà tutte e tre con conseguenze che si disveleranno davanti ai nostri occhi. Perché quel titolo strano? Perché B. non si nasconde ma agisce lealmente(“Ero un cacciatore ricoperto di campanelli…”), avverte la preda designata, tenta di fargli comprendere il suo pensiero (“ Non si fidi Signor B: non sarebbe il primo condotto all’assurdo da un eccesso di ragione”) e qui, come in altre parti del libro, si ritrovano i tratti della filosofia nietzschiana studiata e presa ad esempio dagli ambienti della destra storica alla quale l’autore apparteneva. In conclusione credo sia molto difficile raccontare in modo efficace questo breve romanzo: va semplicemente letto. A riprova di ciò vi lascio con le parole di Giuseppe Lo Presti “Perché esso è innanzitutto un racconto da amici per amici, è per coloro che hanno tentato di dar vita e volto ai loro sogni. Quelli che sapranno comprendere questo racconto nella sua vera essenza, vi troveranno una lezione (forse) utile”.
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"Sono nato con la camicia"
“Le lettere del sabato” è un piccolo libro leggero come una piuma ma forte come un pugno nello stomaco. E’ una storia di amore paterno, immenso, che si scontra con la Storia, quella con la s maiuscola, con il nazismo, con le deportazioni, con il razzismo. Siamo nel 1938 e il piccolo Peter si trasferisce dall’Ungheria, dove viveva con il nonno paterno, a Berlino dove abita suo padre Lazlo. Tutto ciò che succederà noi lo vivremo attraverso il racconto e gli occhi di Peter, quindi dal punto di vista di un bambino; conosciamo così tutti i personaggi del suo piccolo mondo, i vicini di casa, il negoziante a piano terra e la sua governante Thea. Ma siamo nel 1938 e Hitler ha preso il potere così si inizia con piccoli episodi di intolleranza nei confronti di chi non è tedesco (al punto che Lazlo non ordina al bar per paura che si senta il suo accento ungherese) e si arriva alla tristemente famosa Notte dei Cristalli. Non essendo più sicura Berlino Lazlo rimanda allora suo figlio in Ungheria dal nonno perché Peter è ebreo da parte di madre; è veramente toccante vedere come un bambino che non sa cerca però di capire -“Papà io l’ho mai visto un ebreo?”- ma viene anche manipolato -“ Gli sta bene, vero babbo?”-.
Lazlo promette così a Peter che gli scriverà una lettera a settimana fino a che non tornerà a riprenderlo. Le lettere arrivano tutti i sabati, scritte con la calligrafia quasi illeggibile di Lazlo al punto che sarà il nonno a leggere queste lettere al bambino. Passano così i mesi, la Germania entra in guerra e si avvicina anche all’Ungheria. Le lettere continuano però ad arrivare anche se ora sono più leggibili essendo scritte a macchina e Peter può leggerle da solo. Mi fermo qui con la trama aggiungendo però che il finale è veramente commovente anche se tragico.
Molto bella è la figura di Lazlo sognatore, appassionato, amante della vita, coraggioso, che lascia un’eredità d’amore al figlio; nonostante il carattere burbero anche la figura del nonno è ricca di sentimento, di vero amore sia nei riguardi del figlio Lazlo che però sente quasi estraneo, sia nei riguardi del nipote Peter. Le lettere del titolo che settimanalmente arrivano a Peter sono del Sabato perché giorno di festa per gli ebrei: è così infatti che Lazlo vuole lasciare al figlio l’identità ebraica che gli aveva sempre taciuto e l’insegnamento a pensare con la sua testa.
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Il male
L’autore di questo libro, Alberto Mieli, è stato uno degli ultimi sopravvissuti ai lager nazisti ed è scomparso esattamente otto mesi fa il 29 maggio 2018 a 92 anni. Io l’ho conosciuto negli ultimi cinque anni della sua lunga vita ed era veramente una persona speciale. Sono stata invitata alla presentazione di questo libro che è stato scritto “con” sua nipote Ester, giornalista, che in realtà ha solo aiutato il nonno a mettere nero su bianco i suoi ricordi dopo anni nei quali per pudore li aveva taciuti. Questo libro si discosta in un certo qual modo dagli innumerevoli altri scritti sul tema della shoah innanzi tutto perché non è un romanzo ma nemmeno un diario; è un lungo racconto che ci conduce per mano, piano piano, dentro l’abisso. Veniamo trasportati per mezzo di una scrittura pulita ma mai banale anzi piena di umanità e pudore dentro il MALE.
Mi sono trovata in difficoltà anche solo ad immaginare di vivere o di vedere quello che ha vissuto e visto Alberto Mieli per 16 lunghi mesi prima ad Auschwitz poi a Mauthausen; la cosa che veramente prende al cuore è la totale assenza di odio che c’è in quest’uomo che ha speso gli ultimi anni della sua vita ad incontrare ragazzi, nei quali ripone la speranza, delle scuole di tutta Italia e del mondo per portare la sua tremenda esperienza e farne monito (-l’antisemitismo si maschera di continuo, cambia colore, pelle, slogan e modo. Solo l’educazione e la cultura possono tenergli testa-).
Il racconto prende il via dall’infanzia di Alberto che fu spensierata fino a quando nel 1938 furono emanate le prime leggi razziali (che lui preferisce chiamare “razziste”); da lì in poi è una discesa agli inferi, l’allontanamento dalla scuola, il licenziamento del padre e l’umiliazione di non poter mantenere la famiglia, la prima deportazione dal suo quartiere Trastevere alla Garbatella “- dire Garbatella a quei tempi significava dire Cina, non si sapeva nemmeno bene dove fosse questo quartiere, tanto per noi era lontano”-, la guerra, la fame, fino al giorno in cui venne preso dai tedeschi e deportato ad Auschwitz. Ma Alberto Mieli fu uno dei deportati che fecero parte della famigerata marcia nella neve che portò i pochi sopravvissuti a quel delirio ad essere rinchiusi dentro un altro treno piombato fino a Mauthausen.
Dopo la liberazione scopriamo come poco a poco Mieli si riappropria di una vita quasi normale, interrotta sempre da incubi ricorrenti e ricordi strazianti e segnata da cicatrici fisiche (una scheggia nella gamba) ma soprattutto morali; mi ha molto colpito la solitudine intima dei superstiti dell’olocausto: non parlavano con nessuno di quello che avevano vissuto tranne che con loro compagni di sventura, per pudore ma anche per non dare un dolore immenso a madri, mogli e familiari.
Alberto Meli con la sua testimonianza ci lascia un altro mattone per il muro che l’intera umanità ha eretto affinchè non si perda né si disperda la memoria di ciò che è accaduto per mano dell’uomo e per fare in modo che un orrore simile non accada mai più.
“Auguro a tutto il mondo, buoni o cattivi, di non sognare mai ciò che accadde in quei lager e ciò che i miei occhi furono costretti a vedere”
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L' "odore" di un giallo
Ed eccoci all’attesissimo seguito di “Fate il vostro gioco” uscito ad appena un mese di distanza, praticamente un libro unico, ed eccoci di nuovo alle prese con il vicequestore Rocco Schiavone.
Il romanzo prende l’avvio proprio da dove era finito l’altro, il colpevole della morte di Favre è in prigione ma i dubbi rimangono: qual è il vero motivo del suo omicidio? Cosa aveva scoperto o cosa nascondeva il pensionato? Quando poi un furgone portavalori con l’incasso del Casinò sparisce letteralmente nel nulla Schiavone capisce che la rapina è strettamente collegata all’omicidio Favre ma anche al Casinò stesso . Il caso si complica ancora di più quando le due guardie giurate che guidavano il furgone vengono ritrovate una narcotizzata e semiassiderata, l’altra cadavere in un torrente.
Ma Schiavone questa volta deve combattere anche con il suo passato, con quel segreto che sta venendo alla luce, contro un nemico del quale non conosce la motivazione ma che lo controlla e lo ostacola tanto che ad un certo punto penserà soltanto a fuggire.
Ma questo è il romanzo dove Rocco Schiavone diventa ancora più umano, ha voglia di “famiglia” anche se quella che ha è in prestito –“Guardò Gabriele, Cecilia, si vide seduto insieme a loro e per la prima volta dopo tanti anni respirò un’aria che gli avrebbe lasciato l’illusione di una tranquillità familiare”- e viene ferito per la prima volta in azione, lui che non porta mai la pistola.
L’autore piano piano sta facendo maturare Rocco Schiavone e noi possiamo seguire i suoi cambiamenti, anche Marina si allontana sempre di più fino a diventare quella che realmente è un fantasma, mentre gli si avvicinano sempre di più le vite dei suoi uomini che in questo capitolo sono anche un po’ più protagonisti ed autonomi.
Che altro dire? Un nuovo romanzo scritto molto bene, con un personaggio che ormai mi ha stregata e del quale sento già la mancanza fino alla prossima avventura che ci sarà visto che Enzo Baiocchi e Sebastiano sono fuggiti. Allora a presto Rocco Schiavone.
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NOTTI MAGICHE
Sesta prova letteraria di Roberto Costantini che ha per protagonista Michele Balistreri. Quando anni fa ho letto i tre volumi che compongono la Trilogia del male sono rimasta folgorata da questo personaggio anomalo, guidato da ideali ormai passati di moda per i più come onore, lealtà ma soprattutto con un passato importante e molto presente nei romanzi dei quali è protagonista.
Michele (Michelino Mike Africa) Balistreri è stato il capo della squadra Omicidi ma ora è in pensione. Il romanzo è diviso in due parti distinte: nella prima i fatti sono ambientati nel luglio del 1990 proprio durante i giorni fra la semifinale e la finale dei Mondiali d’Italia di calcio, nella seconda invece siamo ai giorni nostri gennaio e febbraio 2018. Tutto prende il via dal rapimento del figlio di un noto costruttore e della sua ragazza che verranno poi ritrovati uccisi. Nel 2018 il ritrovamento di due manichini sepolti oltraggiati come i due cadaveri fanno riaprire il caso rimasto irrisolto 28 anni prima. Già perché Balistreri non aveva risolto il caso anzi, lo aveva preso sottogamba; adesso invece non ricorda quasi più nulla poiché l’età gli ha portato anche una specie di amnesia selettiva. Viene comunque coinvolto dai suoi “ex” colleghi nelle indagini ed il finale sarà veramente degno di questo nome anche se un po’ azzardato.
Fin qui la trama a grandi linee; poi nel romanzo possiamo ritrovare oltre a tutta la squadra della quale Balistreri era il capo, sua figlia Linda, la sua compagna Bianca, il fratello Alberto e anche un po’ dei nostri ricordi per chi ha vissuto in quegli anni: il MicroTac, il primo pc portatile, l’inno dei Mondiali tormentone del duo Bennato-Nannini, Maradona e la semifinale a Napoli e così via.
Però ad essere sincera questo libro non mi ha convinta del tutto. Appena finito si ha la triste sensazione che per Balistreri questa sia l’ultima avventura, infatti tornerà là dove tutto è iniziato, poi Michele è troppo cambiato, troppo pacificato per continuare a tenerci avvinti come prima. Un altro motivo di perplessità è l’estrema crudezza della trama, ci sono brani veramente disturbanti che a mio avviso non si addicono bene alla trama di un giallo all’italiana come sono stati fin qui i libri di Costantini. Ultimo, ma non ultimo, il tema della violenza sulle donne che a me è apparso una scelta un po’ forzata (quasi a seguire una “moda”) ma soprattutto trattato in modo mitologico con esito di donne vendicative, incattivite ed omicide (una a caso la sig.ra Cecconi) come avveniva per alcune dee o la Giuditta di Oloferne. Tutto sommato il romanzo è da leggere, è sempre scritto in modo agevole, ma si discosta troppo da quello che mi ero aspettata da un’avventura di Mike Balistreri
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Riportata
Questo romanzo di Donatella di Pietrantonio è stato un caso letterario, poi vincitore del Premio Campiello 2017. E’ ritenuto quasi unanimamente un piccolo capolavoro ma, anche se a malincuore, devo dissentire. Il romanzo è scritto bene, la storia è toccante, la lettura interessante, ma l’impressione è che tutto rimanga in superficie; manca l’approfondimento psicologico, la caratterizzazione dei personaggi è solo accennata, non va mai veramente a fondo. La di Pietrantonio mette davanti al lettore un tema importantissimo come la maternità (ma anche l’affido dei bambini) senza riuscire però a scuoterlo, a far sì che si ponga delle domande o almeno che sia partecipe. In due parole questo romanzo manca di passione, non mi ha emozionata e dopo qualche giorno di sedimentazione della lettura mi sono accorta che non mi è rimasto nulla. Credo che tutto questo sia dovuto tanto alla scrittura scarna, tagliente, senza fronzoli ma forse troppo povera che alla brevità del romanzo stesso, un po’ più di pagine non avrebbe guastato. A scusante della scrittura si può dire che il racconto è fatto dall’ arminuta stessa che è una bambina di 13 anni e quindi l’autrice si è dovuta calare nel linguaggio proprio di quell’età anche se, ripeto, rimane molto distaccato; interessante invece è la mescolanza di dialetto e italiano che da verve alla prosa risultando comunque leggibilissimo. La storia inizia con una bambina che viene rimandata alla sua famiglia naturale da quelli che credeva essere i suoi veri genitori; in un attimo la sua esistenza viene stravolta: passa da una vita agiata e piena di attenzioni a quella povera sia di denaro che di sentimenti della nuova donna che lei non riuscirà mai a chiamare mamma. Al posto della sua cameretta con i poster trova uno stanzone dove tutti dormono insieme, i genitori e gli altri fratelli, tre grandi, un bambino piccolo e una femmina, la piccola Adriana. E’ proprio lei che illumina con la sua figura questo libro, lei che dal primo momento la riconosce come parte di sé, la prende per mano e l’aiuta a vivere e a difendersi in quel mondo così ostile e sconosciuto. Il fratello più grande, Vincenzo, non la riconosce invece come suo sangue e se ne innamora come donna, in realtà innamorandosi di quello che a lui manca, di quello che lui non avrebbe mai potuto essere. Molto suggestiva è la giornata che i tre passano al mare. L’azione si svolge negli anni ‘70 in Abruzzo (il dialetto è quello, arminuta significa ritornata) tra un paese di montagna e la “città di mare” dove viveva prima; ma perché i genitori l’hanno rimandata indietro? E perché la prima madre, pur non volendo più né vederla né parlarle, l’aiuta con doni e denaro? E’ forse malata? Tutte queste domande avranno naturalmente una risposta, una triste, vigliacca risposta. A mio avviso la figura della madre “adottiva” è veramente spregevole, cosa che viene confermata nel troppo affrettato finale. Alla fine si dimostra una “donnetta” differentemente dalla madre naturale che, nella miseria, ha dovuto fare a suo tempo una scelta dolorosissima pensando che fosse per il bene. I genitori naturali sanno che la loro è una bambina speciale, la trattano con rispetto e hanno il loro modo rude di dimostrarle amore, quasi non credono che sia figlia loro tanto è diversa –“..sulla porta mia madre aveva avuto un ripensamento e si era voltata indietro. “alla scuola non ci so andata, ma stupida io non ci sono professore’ l’ho capito pure da sola che essa tiene il cervello per lo studio” Mi toccava la testa parlando… “ Vedo come posso arrangiarmi e la faccio continuare”…”-.
Non sapremo mai il nome de l’Arminuta: un nome implica che si è un individuo, lei invece per tutti i suoi genitori è stata solamente un fardello.
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La fine di un sogno
Tempo fa ho visto in tv l’intervista ad una scrittrice italiana che non conoscevo, Simonetta Greggio. La Greggio è un caso anomalo: vive in Francia e scrive romanzi in francese perché lì li pubblica mentre qui da noi non ne ha avuto la possibilità. Incuriosita mi sono documentata ed ho scoperto che Oltralpe è molto famosa ed apprezzata così ho scelto uno tra i suoi pochi libri tradotti in italiano e l’ho letto. La scelta è caduta sul romanzo “Dolce vita 1959-1979” perché sono stata attratta dalla commistione di fiction e realtà che l’autrice usa per raccontare due decenni cruciali della nostra storia.
Anno 2010: il principe Emanuele “Malo” di Valfonda, gravemente ammalato, sta finendo i suoi giorni in una villa di Ischia e chiama al suo capezzale il gesuita Saverio per confessarsi. Si capisce subito che i due si conoscono bene e che tra loro esiste un segreto che verrà svelato solo nel finale. Lungo tutto il romanzo conosceremo stralci di vita di Saverio ma soprattutto seguiremo i ricordi, usati come anomala confessione, di Malo, che ha attraversato quegli anni da vero viveur senza risparmiarsi nulla.
Anno 1960: al cinema “Fiamma” di Roma viene proiettato per la prima volta “La dolce vita “ di Federico Fellini, film che vincerà quello stesso anno la Palma d’oro a Cannes; il successo del film ha segnato una linea di demarcazione nella società italiana fra la povertà e le macerie del primo dopoguerra e un’epoca di rilancio che profumava di promesse, divertimenti e libertà. Malo è uno degli ultimi testimoni di quel ventennio glamour e oscuro, nel suo racconto i ricordi non seguono una vera cronologia piuttosto sono libere associazioni di idee come scene di un film. Tutto il romanzo è strutturato come un montaggio in stile cinematografico, in questo caso c’è l’influenza de “La dolce vita”; nella trama c’è invece l’influenza de “Il Gattopardo” dove, come in questo romanzo, c’è il racconto di un mondo che sta finendo vissuto in prima persone dal protagonista (lì il Principe di Salina qui il Principe di Valfonda) affiancato da un gesuita più amico e consigliere che prete vero e proprio. Flash back, salti temporali nei racconti intimi e pubblici di Malo, ma anche di Saverio, ci riportano alla memoria la sequela di fatti tragici avvenuti in quel ventennio che ha segnato irrimediabilmente la vita nel nostro Paese. Si inizia con la “perdita dell’innocenza” il 12 dicembre 1969 la strage di Piazza Fontana, poi gli anni di piombo, il Circeo, le Brigate Rosse, la morte di Moro e di Pasolini, i casi P2, Sindona e Calvi fino ai nostri giorni con l’avvento al potere di Silvio Berlusconi. Tutto è legato da un fil rouge che passa per strutture come Gladio, la P2 e l’ingerenza degli Stati Uniti nel governo del nostro paese.
Il romanzo è scritto molto bene, scorrevole, offrendo naturalmente anche diversi spunti di riflessione; nelle parole attribuite ai protagonisti ho ritrovato una considerazione che mi è molto cara e che ho riscontrato in diversi libri cioè che senza la storia passata è impossibile comprendere il presente. –“Quand’è che siamo diventati ciechi e sordi?”- si chiede Malo ed è successo sicuramente in quegli anni quando la gente ha cercato col silenzio di prendere le distanze da tutte quelle tragedie non sapendo che –“dopo gli anni di piombo, quelli di fango”- che purtroppo ci hanno travolti.
Tutti noi, tutte le persone con una coscienza civile prima o poi facciamo nostra la riflessione dell’autrice “…quello che non è stato, quello che si è impedito che fosse, continuerà a tormentarci”.
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Un morto che parla
“Fate il vostro gioco” è il settimo capitolo (se si escludono le raccolte) della serie creata da Antonio Manzini che ha come protagonista il vicequestore Rocco Schiavone. Leggere questo romanzo è come ritrovare un vecchio amico che si vede ogni tanto ma del quale si sa un po’ tutto, tant’è che riconosco all’autore l’abilità di farci conoscere non soltanto gli aspetti legati al suo lavoro (cioè la trama gialla in sé) ma anche quelli più umani e caratteriali del protagonista. Nello scorso “Pulvis et umbra” c’è stato un punto di frattura per Rocco sia nel lavoro (il pm Baldi non si fida più di lui) sia nel privato e si è trovato ad affrontare tradimenti e perdite proprio dalle persone che riteneva più vicine. Da qui è scaturita la svolta intimista che meglio viene narrata in quest’ultimo libro; Schiavone è più malinconico, generoso, sempre graffiante ma se possibile ancora più disilluso di prima, sente tutto il peso della vita ormai alla soglia dei cinquant’anni e forse la voglia di punti fermi (“La mia vita ora è questa. E’ inutile pensare a Roma…quegli anni se ne sono andati, Brì “). E così si chiuderà alla fine di questo romanzo la vita romana di Schiavone, persa in quel fatidico “7/7/2007”, con la vendita della casa e l’abbraccio con la suocera.
Per quello che riguarda la trama del giallo, Manzini ci porta nel mondo disperato della ludopatia, slot poker e casinò, con il brutale omicidio del pensionato Romano Favre. Schiavone si troverà ad affrontare la dipendenza al gioco di persone a lui molto vicine ma nonostante questo riuscirà a trovare l’assassino e a smascherare un giro di riciclaggio di denaro sporco. Ma non finisce qui: Favre è “un morto che parla” e mai come in questo caso Schiavone non ha le idee chiare “…Ricominciamo daccapo. Non ci abbiamo capito niente, Deruta. Forza al lavoro.” Poi si gira la pagina ed è BIANCA. Manzini con questo colpo di scena finale ci offre una garanzia ed un bellissima notizia: il nostro amico Rocco Schiavone ci verrà presto a trovare di nuovo.
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Un capolavoro crudele
E’ molto difficile recensire un capolavoro, e questo sicuramente lo è, ci si sente inadeguati di fronte alla grandezza della letteratura. L’azione del romanzo si svolge indicativamente in un periodo che va dall’ottobre 1943, quando le truppe alleate anglo-americane sbarcarono a Napoli per iniziare la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, fino alla primavera del 1945 quando quelle stesse truppe entrarono a Milano. L’autore è il protagonista stesso del romanzo ed essendo stato nominato Ufficiale di collegamento tra l’Esercito italiano e le forze alleate ha quindi uno sguardo privilegiato sul mondo che lo circonda però lo racconta e lo interpreta a suo modo e nel suo stile. Ed è proprio il modo di raccontare l’estrema alienazione umana senza risparmiare nulla che ha fatto de “La pelle” un libro maledetto e di Malaparte un autore scomodo. Infatti non si può leggere “La pelle” senza prescindere dalla vita del suo autore; in Italia è sempre stato avversato dall’intellighenzia culturale forse per il suo essere un “maledetto toscano” (nel libro c’è tutta la sua toscanità), forse perché fu fascista della prima ora (salvo poi diventare critico verso il regime tanto da essere spedito al confino), fatto sta che la sua fama ancora oggi è all’estero soprattutto in Francia. Questo romanzo è una rappresentazione della verità nel suo aspetto più crudo, scritto da uno scrittore giornalista geniale, lucido, spietato. Da sottolineare l’analogia con la Divina Commedia dove qui Malaparte è un Virgilio poeta che svela al viaggiatore americano suo amico (il colonnello Hamilton) l’inferno nel quale è arrivato. Per la maggior parte il racconto è ambientato a Napoli tranne che per due capitoli, l’XI e il XII, nei quali è narrata l’avanzata delle truppe alleate verso nord e l’arrivo prima a Roma, poi a Firenze (passando per Prato città natale di Malaparte) ed infine a Milano. Con l’arrivo degli americani giunge a Napoli la peste intesa come corruzione, degradazione morale “il morbo…non corrompeva il corpo, ma l’anima”, tutto è in vendita, dignità, onore, corpi, bambini, oggetti, dappertutto c’è orrore, devastazione. Ma Malaparte pur rappresentando l’alienazione fisica e morale del popolo napoletano ha sempre un sentimento di pietas nei confronti dei vinti e dei liberati; Napoli è vista come metafora dell’Europa intera e della disperazione che rende disposti a tutto per sopravvivere. L’autore accettando l’assunto che il male esiste riesce benissimo a contemplare le bruttezze, l’abiezione, senza rifiutarle, sia quando le trova in sé stesso sia quando le vede negli altri, non esimendosi però dal provare vergogna (questo è un tema ricorrente in tutto il romanzo). “ Perché non siete rimasti a casa vostra? Nessuno vi ha chiamati..” l’autore è molto critico nei confronti degli americani che, volendo portare la “civilizzazione” insieme alla liberazione delle popolazioni europee, ritenendosi migliori degli altri, in realtà sono i portatori della peste che pervade tutta l’Europa. Ed ecco l’eruzione del Vesuvio -18 marzo 1944- meravigliosamente descritta nel IX capitolo, vista come forza catartica che lava via la peste, quasi una rinascita dalla distruzione, un segno di speranza. E’ vero, ci sono descrizioni di episodi disturbanti, che sono come colpi nello stomaco ma, prima di ogni crudo racconto, Malaparte ci descrive in modo poetico ed espressionista la natura, la pace, i luoghi, gli stati d’animo mitigando così nel contrasto l’atrocità della storia. Tra tanta magnifica letteratura primeggia il racconto su Febo, il cane dell’autore, ed è una storia traboccante di umanità “L’incontro di un uomo e di un cane, è sempre l’incontro di due liberi spiriti, di due forme di dignità, di due morali gratuite. Il più gratuito, e il più romantico, degli incontri”. Perché “La pelle”? in origine doveva chiamarsi “La peste” ma poiché uscì prima il famoso romanzo di Camus fu cambiato il titolo al libro di Malaparte ma io ritengo che sia stato meglio così; l’autore ci dà in due parti del romanzo un’attinenza al titolo: nella prima parlando col generale Guillaume egli spiega che è la pelle ad averci ridotto così, di che cosa sia capace un uomo per salvare la pelle “Non ci si batte più per l’onore, per la libertà, per la giustizia. Ci si batte per la pelle, per questa schifosa pelle”; nella seconda racconta di un uomo finito sotto i cingoli di un carro armato che viene portato sollevato su una vanga a mo’ di bandiera “ …c’è scritto che quella è la bandiera della nostra patria, della nostra vera patria. Una bandiera di pelle umana. La nostra vera patria è la nostra pelle”. Il romanzo non è un unicum temporale: essendo uscito a puntate, vi si nota la differenza di visione della realtà negli ultimi tre capitoli, scritti più tardi, contenenti sentimenti di umanità che poco si riscontrano nella prima parte del libro ma anche giudizi più politici e personali (contro il regime, i politici e i cosiddetti “falsi resistenti” gli eroi di domani che erano nascosti nelle cantine ). Mi ha colpito molto anche la previsione contenuta in un dialogo tra Malaparte e Jeanlouis che ci riguarda molto da vicino:” E crederanno d’essere uomini liberi. L’Europa sarà un paese d’uomini liberi: ecco quel che sarà l’Europa” e pensare che è stata scritta sulle macerie delle nazioni settant’anni fa! Questa è la grandezza di Malaparte che con “La pelle” è stato anche un precursore di quella che oggi si chiamerebbe docu-fiction. Ci si chiede se quello che Malaparte racconta sia vero (io penso che sia verosimile): la risposta ce la dà l’autore stesso nel libro “Non ha alcuna importanza se quel che Malaparte racconta è vero o falso. La questione da porsi è un’altra: se quel ch’egli fa è arte o no”. A mio avviso sicuramente si.
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Tangentopoli
“Lettera a un figlio su Mani Pulite” è un saggio sotto forma di racconto a qualcuno che non ha vissuto quel periodo, di quella parentesi storica che decretò la fine della politica così come la si conosceva fino ad allora. Iniziò tutto nel 1992 con l’arresto di Mario Chiesa e da quell’evento in poi un vero e proprio terremoto scosse la nostra società. Questo terremoto mise sotto i riflettori per la prima volta la magistratura italiana con la spettacolarizzazione dei processi (nacque “Un giorno in pretura”) e con la personalizzazione delle inchieste (il pool investigativo e Antonio di Pietro) ma mostrò anche all’opinione pubblica il sistema corrotto della politica, la corruzione di tutti gli strati della società comprese anche istituzioni come la Guardia di Finanza o la magistratura stessa. Mentre la prima parte del libro racconta i fatti e il clima di quegli anni, nella seconda ci sono le riflessioni personali su ciò che è accaduto e sulle sue implicazioni.
Naturalmente il punto di vista espresso nel libro è quello di un magistrato che fece parte di quel famoso pool, Gherardo Colombo, ed è proprio lui che arriva ad una conclusione: nonostante il lavoro svolto in quel periodo la corruzione così come la concussione sono ben lungi dall’essere sparite dalla nostra società a qualsiasi livello. Una frase emblematica “…in questo Paese abbiamo un duplice ordine di regole. Non è vero che gli italiani non osservano le regole in generale. Osservano altre regole.” Ma perché hanno vinto le regole di Tangentopoli? La riflessione che Colombo fa è che “non è attraverso un processo penale che si può risolvere un problema endemico come la corruzione in Italia…Il campo nel quale intervenire è quello dell’educazione più che quello giudiziario” e quindi vale la regola della prevenzione, del creare anticorpi contro questa piaga. L’inchiesta della magistratura serve a svelare il sistema corruttivo, a punirlo a cose fatte, ma a monte ci deve essere prevenzione e conoscenza ed è per questo che Colombo sta impiegando gli anni del suo pensionamento a girare l’Italia per incontrare gli studenti delle suole superiori.
Un’ultima riflessione: gli anni di Tangentopoli sono stati forse l’ultimo atto di partecipazione alla vita pubblica di tutti, prima del ripiegamento su noi stessi. Tutti si scendeva in piazza, ci si indignava, si chiedeva giustizia, si seguivano i processi, ci si interessava alla politica in prima persona, alla Res Publica nel senso latino della parola.
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E che cosa ha a che fare con me?
“Le bestie di Rechnitz” è il romanzo autobiografico di Sacha Batthyany, giornalista svizzero e discendente per parte di padre della nobile famiglia ungherese dei Batthyany e per parte di madre di una importante famiglia di latifondisti ungheresi; una sua prozia era una Batthyany- Thyssen. Perché tutto questo è rilevante? Perché attraverso la storia della sua famiglia Sacha Batthyany ci racconta la Storia (con la s maiuscola) di un paese, l’Ungheria, e di un mondo, quello dell’Europa orientale, che non c’è più. Nato e cresciuto in Svizzera, l’autore non si è mai dovuto scontrare con la realtà di un Paese che avesse un passato di guerre o invasioni (-Niente fallimenti collettivi, né crisi, all’infuori di quella delle banche. La Svizzera ha conosciuto solo periodi di benessere, di sicurezza e di serenità…si potrebbe dire che un tale idillio influenzasse ogni cosa-) fino a quando nel 2006 non avviene l’episodio che fa da causa scatenante: una sua collega gli fa leggere un articolo di giornale nel quale si accusa la sua prozia Margit Batthyany-Thyssen di aver avuto una parte nell’eccidio di 180 ebrei a Rechnitz mentre nel suo castello si stava tenendo una festa. Da quel momento in poi Sacha Batthyany (servendosi anche dei diari di sua nonna Maritta e della sua amica ebrea Agnes) inizia la sua personale indagine sul passato della sua famiglia che lo manderà per otto anni in psicoterapia e lo porterà a viaggiare dalla Russia all’Ungheria, dall’Austria all’Argentina, per riannodare fili, per cercare di capire ma soprattutto per dare una risposta alla domanda che fa da motivo conduttore del libro: Quanto la storia passata della propria famiglia può condizionare il nostro essere attuale? Quanto il dolore o le colpe dei nostri familiari influiscono sui nostri comportamenti?. Questo è un bel romanzo che ha più piani di lettura, infatti può essere letto come un Bildungsroman, un romanzo di formazione, come un racconto storico degli ultimi 70 anni dell’Europa dell’Est ed infine come ricordo di fatti e dolori che ancora ci toccano da vicino. Ad un certo punto l’autore abbandona l’eccidio di Rechnitz per spostarsi su un terreno più ampio quello delle colpe (la nonna tacque sull’uccisione di due ebrei genitori di una sua amica, ugualmente colpevole rispetto alla prozia Margit) e quello dei dolori (il nonno fu prigioniero per dieci anni in un Gulag russo). A leggerlo con lo sguardo lungo questo libro ci fa conoscere l’Ungheria e il perché del successo di Orban, un Paese che da nazista (le famose Croci Uncinate), dopo la fine della II Guerra Mondiale fu smembrato, finì sotto l’asfissiante dominio sovietico che segnò anche la fine di un’epoca quella dei nobili e dei latifondisti e dove si soffrì più che altrove della mancanza di libertà. Fa molto riflettere il brano in cui l’autore scrive che sui social e sui blog noi ci esprimiamo a favore o contro qualcosa, difendiamo cause che ci sembrano giuste ma sempre virtualmente: cosa succederebbe se ci trovassimo a difendere o a rischiare nel reale? -Siamo davvero perbene come ci presentiamo virtualmente? Quanto siamo coerenti?....e scrissi quella frase: “ Daresti rifugio a degli ebrei?” e sotto la risposta: “No”-.
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La ferocia faticosa
Mi risulta molto difficile scrivere una recensione su “La ferocia” di Nicola Lagioia. Anzitutto l’ho preso e lasciato due volte prima di finirlo, non riuscivo proprio a proseguire; poi gli ho dato una terza possibilità in memoria dell’altro romanzo di Lagioia “Riportando tutto a casa” che invece mi era piaciuto molto, e l’ho finito. L’incipit del romanzo è molto d’effetto, fa erroneamente pensare ad un thriller ed è forse l’unica parte commestibile di tutto il libro.
“La ferocia” parla del declino di una famiglia di costruttori baresi i Salvemini, il capostipite Vittorio, la moglie Annamaria, i figli legittimi Ruggero Clara e Gioia, il figlio naturale Michele. La storia inizia con il presunto suicidio di Clara, trovata nuda ai piedi di un autosilo in una calda notte di primavera. Da qui in poi è tutta una confusione di personaggi minori perlopiù sgradevoli, abietti o inutili, ingegneri, sottosegretari, avvocati, notai, baroni dell’università, tutti legati fra loro dalla corruzione (anche morale); unico personaggio degno di nota è il marito di Clara, Alberto, forse l’unico pulito (ma non onesto) del romanzo. Troppi sono i personaggi minori non funzionali al racconto sui quali l’autore si sofferma: giornalisti falliti, tossici vestiti da ranocchio, istruttori di palestra, ecc. insomma se ne poteva fare a meno. A questa miriade di personaggi si legano anche le storie dei Salvemini quindi il tutto risulta pesantissimo da seguire per il lettore. L’intreccio si svolge su più piani temporali, a volte anche nello stesso periodo, il che rende la lettura molto difficoltosa tenendo conto anche che l’autore usa più voci narranti. La narrazione in certe sue parti ricorda l’espediente del flusso di coscienza portato all’esasperazione. Voleva essere un romanzo sulla corruzione dei nostri giorni? Un romanzo sull’inquinamento ambientale? Un romanzo sul disfacimento della famiglia? Mah non mi è sembrato nulla di tutto questo, soprattutto non credo che questi problemi affliggano solo il nostro sud anche se forse l’autore descrive luoghi e ambienti (Bari, Taranto e la Puglia) che conosce bene ma con questo libro perde l’occasione di dare un respiro più ampio a queste tematiche. Il plot potrebbe anche essere interessante ma è mal gestito, troppi i fili che si dipanano e che scopriamo avere senso dopo centinaia di pagine, tra l’altro ci sono anche cose che non si capiscono proprio per esempio cosa è successo a Clara? Perché da ragazza normale diventa quella che è, psicolabile, autodistruttiva, drogata? Michele è davvero malato di mente? Perché il rapporto simbiotico e morboso tra Clara e Michele è legato solo ad un breve periodo dell’adolescenza e non viene scandagliato meglio dall’autore? Ci sono molte falle in questo romanzo, tra queste anche il finale che ho trovato affrettato e arrangiato rispetto a tutto il libro.
Un capitolo a parte nella recensione lo merita la scrittura: PESANTE. Io ho letto molti libri scritti in modo “complicato” ma lì l’italiano, i periodi della narrazione, erano poesia, un piacere da leggere. La scrittura di Lagioia in questo romanzo invece è forzata, lo stile artificioso e troppo macchinoso, ricercato tanto da risultare indigesto e confusionario, spiazza il lettore e non è assolutamente funzionale alla trama. Ecco l’esempio di una frase che lontanamente ricorda Lacan –Dare all’amato ciò che non si ha e ritrovare nel nulla che si riceve il troppo che non sarà ricompensabile- (????).
Per chiudere “La ferocia” è stato per me una sfida che non ho vinto perché non valeva proprio la pena leggerlo fino alla fine.
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Per mortem ad vitam
“Il nome del padre” è un giallo classico che si inserisce nel filone italiano del quale Giorgio Scerbanenco è il maggior esponente. La storia ha inizio in un afoso agosto milanese dei nostri giorni quando la viceispettrice Salemi riceve dal suo superiore il commissario Rocco Cavallo un suo manoscritto; lì, nero su bianco, il commissario ha raccolto tutti i suoi ricordi e i suoi sospetti sul caso d’esordio della sua carriera rimasto irrisolto, l’efferato omicidio di una donna trovata fatta a pezzi in una valigia al deposito bagagli della stazione Centrale di Milano in un analogo afosissimo agosto del 1972. Il giovane ispettore Cavallo deve fare i conti con i depistaggi e le tesi precostituite del suo superiore il commissario Naldini e del capo della Buoncostume Ferretti. Ma per lui non contano solo i risultati e un colpevole a caso ma la giustizia. In questa sua ricerca viene in qualche modo aiutato dal giudice Nobile e dal vicecommissario Vicedomini che lo mette al corrente di altri due omicidi avvenuti con le stesse modalità trent’anni prima nel 1944, quando l’Italia era sull’orlo del baratro e a nessuno interessava di due donne uccise. Molto interessanti sono il racconto nel racconto, la similitudine tra due poliziotti alle prime armi, un Cavallo e un Vicedomini, che hanno la stessa visione etica del loro lavoro e che si scontrano con il “potere”, come anche le analogie fra due casi quello del ’44 e quello del ’72 che rimarranno entrambi irrisolti.
A metà romanzo, con un nuovo salto temporale, torniamo ai nostri giorni, quando dopo aver letto il manoscritto, la viceispettrice Salemi aiuterà il suo commissario, curvo sotto il peso di quella sconfitta, a risolvere, non senza colpi di scena, entrambi i casi.
“Il nome del padre” (il perché del titolo si scoprirà solo nelle ultimissime pagine) è un grande romanzo. Perfetto lo stile, il ricreare atmosfere reali di epoche così diverse, mi ha appassionato subito e anch’io come Valeria Salemi non riuscivo a sottrarmi al fascino del manoscritto di Cavallo. Bellissima l’ambientazione milanese che ci fa conoscere diversi scorci della città, della sua periferia e dei dintorni, ma soprattutto bellissima l’ambientazione ferragostana, il caldo opprimente, la luce, quella sensazione di soffocamento ci accompagna per tutto il romanzo. Mi sono ritrovata nel paesaggio lunare di una città che, a differenza di oggi, nel 1972 si svuotava completamente. Molto ben trattati sono il clima politico e sociale negli anni ’70 dove, accanto a nostalgici del ventennio ed ecclesiastici preoccupati, si affiancavano nascenti forze “comuniste”, l’asservimento al potere e la considerazione che si aveva degli immigrati dal sud (siano essi operai o laureati)che alla fine erano poco correttamente definiti terroni; anche i personaggi, compreso quelli minori, sono descritti intensamente nella loro umanità. Finisco con una frase del commissario Cavallo –“la conclusione è tanto a portata di mano da essere pressochè irraggiungibile. Un paradosso? Sì, lo è, ma si chiama vita”-.
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Il BarLume e il '68
Malvaldi con i romanzi della saga del Bar Lume è sempre una garanzia. Non si è smentito nemmeno con questo ultimo capitolo, a mio avviso anche più interessante degli altri.
Alla lettura del testamento di Alberto Corradi, proprietario dell’azienda farmaceutica Farmesis, avviene un colpo di scena: lo stesso Corradi si autoaccusa dell’omicidio del padre putativo avvenuto nel lontano 1968. Da qui si dipana tutto l’intreccio giallo che non svelerò per ovvi motivi e che verrà risolto brillantemente da Massimo il “barrista” e dalla sua compagna il vicequestore Alice Martelli.
Quello che differenzia quest’ultimo romanzo dagli altri è l’anno nel quale avviene il primo omicidio il 1968; quello fu l’anno d’inizio delle rivolte studentesche e operaie dalle quali scaturirono poi i bui anni ’70, è anche l’anno della fantasia al potere ma l’omicidio in sé non ebbe nulla di politico come poi si scoprirà ma è molto interessante rivivere nelle parole di Ampelio l’occupazione dell’Università di Pisa o nei ricordi dei “vecchietti” i volantinaggi nelle fabbriche.
In quest’ultimo capitolo c’è una maggior caratterizzazione del personaggio di Pilade Del Tacca che darà una mano notevole alla soluzione e poi si scoprirà anche il nome del padre di Massimo.
Libro scritto molto bene, con venature intimiste, sempre divertente ed intelligente “Essere triste- è brutto. Essere triste quando tutti credono che tu sia felice, che tu abbia tutto per essere felice- è peggio”.
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Il buio a Roma
A differenza di altre entusiastiche recensioni lette a me questo libro è risultato una lettura inutile. La trama mi è parsa veramente povera. Innanzi tutto non è assolutamente un thriller non avendo mordente né suspense piuttosto mi è sembrato uno scadente giallo, espediente che serve in realtà a portare avanti per 180 pagine il racconto della vita, delle citazioni, dei ricordi del protagonista Federico, alter ego dell’autore stesso. Per tutto il romanzo si parla di una nobiltà romana, delle sue regole, di come e dove vive, di un’umanità abbastanza inutile e che poi si scoprirà anche marcia; tutti vanno con tutti, veleni e vendette, il tutto raccontato con una prosa veramente modesta. Diciamo che “La sera a Roma” sembra più una guida turistica di Roma (per pochi) piuttosto che un romanzo; non è la vera Roma quella che vi si legge perlomeno non quella vissuta dai comuni mortali tutti i giorni ma la Roma di un’élite che si muove fra quartieri alti e Babington’s a Piazza di Spagna, palazzi signorili e nessun lavoro.
Una perla di saggezza del protagonista: “Io vivo la mia vita come il protagonista di un film. L’unico mio cruccio è di stare in un bel film. Dimenticando, invece, che vivere la realtà non ha niente a che vedere con i criteri estetici” ; ecco credo che questo sia stato proprio il limite dell’autore che in effetti è un regista e sceneggiatore. Di tutto il libro salvo i paragrafi dove si descrivono grandi personaggi del nostro tempo che Federico (in realtà Vanzina stesso) ha frequentato nella sua vita e la figura della moglie americana Pamela, unico personaggio dotato di un certo spessore ed autonomia. Ripeto, tutto sommato, una lettura inutile.
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Greed and fear, avidità e paura
“I soldi sono tutto” …..già dal titolo si dichiara tutta l’intenzione del romanzo. La vicenda si dipana nell’arco temporale che va dal novembre 2006 al dicembre del 2009 che noi tutti ricordiamo per essere stati gli anni in cui è scoppiata e si è evoluta l a crisi economica mondiale più grave dopo quella del 1919. Nella prima parte che arriva ad aprile 2008 facciamo la conoscenza del protagonista Gianni Alecci ultracinquantenne prestante e benestante esperto di marketing con moglie, due figli e un’amante baby. Capiamo ben presto le dinamiche familiari: la moglie sciatta e i suoceri lo disprezzano ritenendolo un buono a nulla, il figlio più piccolo Stefano è un adolescente problematico ed il figlio maggiore Roberto a 16 anni è andato a studiare all’estero per poi diventare un importante broker prima a Londra poi a Shangai. Nella seconda parte che arriva al settembre 2008 c’è la rincorsa ai soldi, ai clienti investitori in Aletheia che poi si dimostrerà una truffa basata sul classico “schema di Ponzi”, c’è anche l’ora della momentanea rivalsa per Alecci ma purtroppo è forse la parte più noiosa del libro per le troppe descrizioni delle dinamiche dell’alta finanza. La terza parte arriva fino al novembre 2009 e dentro c’è il fallimento della Lehman Brothers, il crollo delle borse, il generarsi di un nuovo tipo di economia -“diversamente dal passato, il trend al rialzo sarà caratterizzato da elevata volatilità. Con cui dovremo abituarci a convivere in futuro, poiché è divenuta la cifra dell’operatività dei mercati nell’era della globalizzazione”- e c’è l’annientamento della vita di Alecci ma anche il suo riscatto.
Mi è piaciuto moltissimo Gianni Alecci. In un contesto dove non si salva nessuno, dove ogni gesto, ogni parola, ogni “sentimento” sono governati dai soldi lui pensa di essere cinico come gli altri ma non lo è; è capace di amore per Stephanie, una bambina, si fida del suo collaboratore sul lavoro che poi lo tromberà, si fida dei suoi “amici” Lepore e Greco che lo trufferanno mettendolo sul lastrico, in realtà è un ingenuo, vive in un perenne stato di inadeguatezza. Scoprirà sulla sua pelle la falsità e il cinismo di tutti quelli che lo circondano, il vuoto di sentimenti nel quale ha sempre vissuto. Verrà salvato dall’unica persona che non si aspetta: il figlio Roberto. Nel loro rapporto Alecci non si è mai reso conto che il primo a non crederci è stato proprio lui mentre il ragazzo lo amava e lo conosceva per chi realmente fosse -“a cosa ti servirebbero i soldi?...Non ti meriti questo. Non te lo meriti proprio. Eri bravo nel tuo lavoro, forse un po’ ingenuo e carente in fatto di autostima, ma bravo”-. Ed è così che Gianni Alecci scoprirà la bellezza del mondo non governato dai soldi ma umano. Riflette Alecci -“ lo punse la nostalgia verso il Gianni Alecci che gli era passato accanto, talvolta sfiorato, mai riconosciuto; un altro se stesso con cui all’improvviso iniziava a fare i conti…”- E’ proprio senza soldi, questa parola che governa le nostre vite, che Alecci scoprirà se stesso perché “i soldi NON sono tutto”.
Romanzo molto bello, interessante anche lo sguardo sul mondo della finanza, popolato da squali ma anche da un sottobosco di persone che vogliono arrivare, un romanzo su un modello di società nel quale a volte ci accorgiamo di vivere sul quale l’autore getta uno sguardo privo di compassione, per certi versi mi ha ricordato il film “Il capitale umano” (da vedere assolutamente).
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Conservare la memoria
Questo bellissimo romanzo di Alessandro Perissinotto è uno di quei libri che ti fa capire il motivo per cui si legge: per scoprire, per imparare, per ricordare, per non dimenticare.
Avendo già letto “Le colpe dei padri”, quando nella premessa l’autore spiega che correrà il rischio della ripetizione nel narrare una storia degli anni di piombo , mi sono apprestata a leggere un romanzo su questo tema. Invece c’è molto, molto di più in questo libro, praticamente si apre uno squarcio sul periodo temporale degli anni ’60 e ’70, sull’inferno in terra che hanno rappresentato per alcuni di noi; fra questi c’è chi si è salvato con molte cicatrici (come il protagonista), chi è rimasto nel limbo e chi ne è stato tragicamente travolto.
Il protagonista è Edoardo Rubessi, genetista di fama mondiale in odore di Nobel, che torna, dopo aver vissuto per decenni negli Stati Uniti, a Torino per portare avanti una sperimentazione all’ospedale “Le Molinette”; l’accompagna la moglie Susan fotografa professionista. La storia è raccontata da Aldo Abrate, professore dii scienze in un liceo che con Edoardo aveva condiviso un breve periodo di frequentazione in un gruppo parrocchiale. Poco a poco l’autore ci conduce nel dramma privato ma anche collettivo rappresentato dalla vita di Edoardo che si scoprirà essere stato prima un profugo istriano, poi un bambino internato in manicomio poi ancora uno studente affascinato dalla lotta armata “ Edoardo era un uomo a strati… ogni passaggio uno strato, una mano di vernice che copriva quella sotto senza asportarla…da fuori lui non mostrava che lo strato più superficiale”. Sono tanti gli espedienti che l’autore usa per farci “vedere” quegli anni: le foto di Susan, articoli de “La Stampa” che aprono i capitoli, rimandi a libri e a canzoni. L’altra protagonista del libro è Torino, con la sua bellezza, col suo ordine ma anche con i suoi scheletri e le sue rovine nelle quali si annida il nostro recente tragico passato. Sono innumerevoli le liasons che lo scrittore ci mette davanti per spingerci a riflettere come ad esempio il colore azzurro ricorrente, il tema della reclusione “ Le sue foto restituivano la drammaticità delle esistenze recluse…Il dolore degli animali ingabbiati e dei bambini legati era palpabile” . Soprattutto questo è però un romanzo sulla rimozione di quella Storia recente di cui più nessuno parla e che nessuno più conosce ( “D’altro canto, quella stagione, quella degli anni di piombo non l’abbiamo forse rimossa collettivamente?” ) e che anche un professore demotivato come Aldo Abrate tenta di raccontare ai suoi studenti senza successo (“…quando quattro amici, trovandosi, non facevano un gruppo su What’sUp , ma una banda armata”) come anche di ciò che veniva perpetrato negli ospedali psichiatrici su bambini e adulti inermi e che sarebbe finito solamente dopo l’approvazione della legge Basaglia (l’ultimo manicomio ha chiuso i battenti nel 2010).
La sofferenza tocca il suo apice quando Edoardo svela il perché dei suoi due bagni quotidiani “…non c’era nessun altro momento in cui potevo pensare di cancellare quello che mi stava intorno…ma lì, nella vasca, l’acqua nascondeva tutto il resto…quello che l’acqua nascondeva non c’era più”.
Questo è sicuramente un romanzo dalle mille sfaccettature, ha l’ambientazione di un thriller ma nello stesso tempo vi spingerà a cercare, ad informarvi, a guardare in faccia quegli anni bui ma visionari dei quali siamo tutti figli.
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L'apparenza non è mai quello che sembra
“La moglie tra di noi” è un thriller ma l’inizio molto promettente sembra catapultarci in un romanzo d’amore, nell’imminenza di un matrimonio, quello di Richard, affascinante broker con la giovane Nellie. Il romanzo è diviso in tre parti: nella prima si alternano i racconti di Nellie in terza persona e di Vanessa, la prima moglie di Richard, in prima. Poco a poco scopriamo lati oscuri delle protagoniste ma anche di un matrimonio che a tutti sembrava perfetto ma che nella realtà ha già diverse crepe. Poi tutto cambia e fa il suo ingresso un’altra protagonista, Emma. Le nostre convinzioni verranno sbaragliate, si entra nel thriller. Chi è realmente Richard? Chi sono Nellie, Vanessa ed Emma? Quali segreti nascondono? La terza parte svelerà tutti i dubbi e metterà tutto a posto spiazzandoci ancora una volta. A parte la trama originale, quello che mi è piaciuto molto è che questo è un romanzo sulle donne, sulla loro capacità di darsi una mano, sull’amicizia, sull’empatia. Ho amato zia Charlotte ma anche Sam. Di più non voglio dire perché è veramente tutto da scoprire. L’ambientazione newyorkese è intrigante e accompagna bene la storia, comunque si sente nella scrittura il lavoro a due mani. Sicuramente da leggere.
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Il caso e l'inganno
“Gli amici del venerdì” di Stefano Brusadelli è senza dubbio un noir. Lo è per l’ambientazione cupa, triste, in una Roma decadente e senza speranza dove “I gabbiani volavano sempre più bassi. In tutti i vicoli della città stavano dando l’assalto a colpi di becco ai sacchi della spazzatura”; lo è per i protagonisti che formano un’umanità che vive ai margini composta da poliziotti con la faccia da pugile, incattiviti, malati, come anche da prostitute, da anziani piccolo borghesi preoccupati della loro rispettabilità, vigliacchi, un’umanità perduta di periferia, che si vende per pochi spiccioli, persino il personaggio femminile più importante è giovane, sguaiata nei modi e nell’abbigliamento, malata ed alla fine anch’essa senza riscatto. Tutto il romanzo è pervaso da un senso di tristezza, di cupezza, non si salva niente e nessuno. Comunque un punto debole c’è ed è la trama che ho trovato poco probabile; per quanto è bello il contesto tanto è debole l’intreccio, veramente poco attinente alla realtà, troppo affidato al caso, al destino. Anche il finale mi è sembrato un po’ affrettato quasi a voler dire che l’importante era tutto il prima, quello che abbiamo letto fin lì, e non quello che è accaduto dopo e che è l’epilogo. Tutto sommato un libro godibile ma senza un vero mordente.
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Il telefono senza fili
Eccoci all’ultimo capitolo in ordine cronologico della saga dei vecchietti del Bar Lume e del “barrista” Massimo.
La storia come negli altri romanzi si dipana scorrevolmente fra pettegolezzi da bar, battutacce toscane e personaggi di contorno nella ridente Pineta, proprio al culmine della stagione estiva.
Questa volta i misteri da risolvere sono ben due: la scomparsa della proprietaria di un agriturismo e il presunto suicidio di un mago. Saranno sempre Massimo con la sua intelligenza matematica e i vecchietti con la loro curiosità a risolvere il caso aiutati questa volta anche dalla commissaria Martelli che entrerà quasi di diritto a far parte della banda.
I romanzi del Bar Lume non apparterranno all’alta letteratura ma sono scritti benissimo, divertono, avvincono il lettore con storie più che probabili ma soprattutto ci offrono perle di vera saggezza come il Teorema Fondamentale del Pettegolezzo o TFP -la diffusione di informazioni avviene principalmente attraverso conoscenze occasionali- o il monologo in difesa dei notai. Aspettando la prossima avventura intanto questa è sicuramente da leggere
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I fratelli Oppermann
Questo bellissimo romanzo è particolare sotto diversi punti di vista; non fu scritto dopo l’Olocausto ma prima, durante addirittura, quando di tutto quello che succedeva agli ebrei nel Reich e poi via via in Europa non si sapeva nulla. L’autore di origine ebraica esiliato nel 1933 in Francia e successivamente negli Stati Uniti, ha voluto descrivere in tempo reale l’enormità di ciò che stava accadendo in Germania dopo l’avvento di Hitler al potere. Il romanzo uscì nel novembre 1933 in lingua tedesca in Olanda per poi avere subito traduzioni in quasi tutte le lingue europee ed arrivò clandestinamente anche in Italia come ci racconta primo Levi, dove non fu pubblicato dalla Mondadori per un verosimile veto di Galeazzo Ciano. E’ anche, o forse soprattutto, “un libro di dolore” come lo recensiva una rivista ebraica del tempo e credo che nessun’altra definizione sia più appropriata di questa.
La saga di questa famiglia tedesca di ebrei borghesi prende l’avvio nel novembre del 1932 per concludersi verso la fine del 1933; il libro è suddiviso in tre parti Ieri Oggi Domani, anche se adesso sappiamo che quello che l’autore immaginava potesse succedere nel Domani è stato superato da una barbarie ancora più atroce, la Soluzione Finale, della quale ancora non si sapeva quasi nulla.
La storia narra le vicende dei quattro fratelli Oppermann (Martin, Gustav, Edgar e Klara) e di quelli che gli sono vicini come il commesso Wolfsohn, la moglie goi di Martin, il cognato Lavendel. Gli Oppermann sono agiati, eredi di Immanuel Oppermann fondatore di un grande mobilificio che produce in serie ed arreda quasi tutte le case della piccola borghesia del tempo del quale si occupa ora Martin, Gustav è un letterato mentre Edgar è un otorinolaringoiatra di fama internazionale. All’inizio non pensano che la situazione sia grave, provano a rimediare cambiando il nome al mobilificio (Germanico) fatto ormai bersaglio di razzismo, fanno affidamento sulla loro storia e il loro prestigio di tedeschi ma a poco a poco tutto precipita. Tranne alcuni più illuminati, non solo non riescono a vedere i prodromi dell’immane tragedia che di lì a breve li avrebbe colpiti ma non credono nemmeno a coloro che cercano di metterli in guardia. Senza quasi accorgersene si ritrovano a vivere in un ambiente ostile, popolato da urla, svastiche, camicie brune, vengono fatti oggetto di discriminazioni, rivalse e meschine vendette da parte di coloro che ora si sentono superiori con l’avallo del nuovo partito al potere al quale era arrivato cavalcando il malcontento delle classi medie e dei disoccupati.
Subito dopo l’incendio del Reichstag (febbraio 1933) la situazione peggiora, l’epilogo sarà tragico: Berthold, figlio di Martin, si suiciderà per le angherie subite da un professore nazista, Ruth, figlia di Edgar, partirà per TelAviv, tutti gli altri saranno condannati alla diaspora in Europa o negli Stati Uniti o a morire per aver voluto conoscere l’orrore.
Leggendo questo romanzo si ha la sensazione che poco alla volta cali su di noi una coltre opprimente, che toglie il respiro, un oscuramento della luce di una speranza che sappiamo non esserci stata e, calandoci in quest’atmosfera si può tentare di riuscire a concepire l’inconcepibile, quello che è stato tolto a questi esseri umani protagonisti loro malgrado della Storia.
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Il confine di Bonetti
All’inizio ho un po’ snobbato questo libro perché il titolo mi ricordava una canzone di Lucio Dalla (..a Berlino ci son stato con Bonetti..) poi mi ha attirato il nome di Floris e la curiosità di vedere come se l’era cavata alle prese con un romanzo e a questo punto, dopo averlo letto, dico senza infamia e senza lode.
E’ la storia di un’amicizia nata sui banchi di scuola nei rutilanti anni ‘80 fra il futuro notaio Roberto Ranò, voce narrante del romanzo, e il futuro regista da Oscar Marco Bonetti. Sono gli anni delle comitive, dei ritrovi, degli abiti come divisa e segno di appartenenza, ogni tanto il libro è inframmezzato da capitoletti che ci risvegliano ricordi (film, musica, marchi, personaggi,…); comunque sia, i due amici, nel momento di diventare adulti, si perdono per poi ritrovarsi 25 anni dopo in una notte brava che li porterà in prigione e poi davanti al magistrato ed è da qui che prende l’avvio il racconto.
Il romanzo scorre veloce, leggero, poco impegnativo anche se in realtà qualche interrogativo ce lo pone: qual è il confine fra adolescenza ed età adulta? In quale momento (ma soprattutto perché) abbiamo tradito i nostri sogni, i nostri ideali, quello che volevamo diventare?
E’ il romanzo di una generazione, quella degli anni ‘80, a metà strada fra il “come eravamo” e il “come siamo diventati”, alla fine però scopriamo che poi tanto male in realtà non lo siamo mai stati.
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28 giugno 1914 / 2014
Oggi, cento anni fa, veniva assassinato a Sarajevo da alcuni studenti irredentisti l’Arciduca d’Austria ed erede al trono Francesco Ferdinando. Fu questa la scintilla che fece scoppiare la I^ Guerra Mondiale chiamata anche la Grande Guerra sia per il numero abnorme di morti che provocò sia per il numero di Paesi coinvolti nel conflitto.
C’erano già state delle avvisaglie di guerra nei Balcani che mal sopportavano la sottomissione all’Impero Austroungarico ma in realtà per dirla con Montanelli “…la Russia mobilitava contro l’Austria, la Germania contro la Russia, e la Francia contro la Germania. In realtà la Serbia era soltanto il pretesto di un più vasto conflitto d’interessi economici, politici, ideologici, che in ogni caso sarebbe scoppiato”.
Ho scelto di leggere questo libro perché di questa guerra avevo solo poche nozioni scolastiche (perlopiù dimenticate) e volevo un po’ approfondire e poi mi ha spinto anche un motivo sentimentale avendo mio nonno combattuto in Albania e a Vittorio Veneto. Il volume si intitola “L’Italia di Giolitti” perché proprio lui fu uno dei protagonisti assoluti di quel periodo e fu anche colui che traghettò l’Italia fuori dalla guerra fino all’avvento di Mussolini negli anni ’20; in realtà gran parte del libro è occupata dal racconto della I^ Guerra Mondiale, delle sue battaglie ma anche della parte politica del conflitto soprattutto per quel che riguarda l’Italia.
La Grande Guerra segnò la fine di un mondo, dell’Europa degli imperi, della Belle Epoque ma in essa c’erano già i prodromi di quel che sarebbero stati gli anni a venire, dell’avvento delle dittature populiste di destra e di quella comunista in Russia (la Rivoluzione d’Ottobre che portò al potere Lenin ci fu nel 1917 in pieno conflitto mondiale). Il libro è scritto naturalmente molto bene, in maniera anche avvincente (si riescono a capire persino le tattiche militari) ma non mi dilungherò molto nella descrizione di questo saggio perché penso che chiunque sia interessato avrà piacere di (ri)scoprire tramite la lettura un periodo importantissimo della storia dell’Italia ma anche e soprattutto della storia dell’Europa.
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L'anno prima della tempesta
Quest’anno ricorre il centenario dell’inizio della I^ guerra mondiale, ho deciso perciò di leggere questo saggio da poco uscito che racconta la vita culturale e giornaliera nelle città europee più all’avanguardia del tempo durante l’ultimo anno di pace prima della catastrofe: il 1913.
Le città in questione sono Parigi, Berlino, Vienna, New York, Praga, Monaco ma anche Venezia mentre non ci sono Roma né Torino allora troppo provinciali (anche adesso per la verità).
Sono città percorse da grandi eventi culturali, da fermenti artistici e da personaggi che segnarono tutto il XX secolo con le loro opere arrivando ai nostri giorni. Nel libro il 1913 inizia con un colpo di pistola nella notte di Capodanno a New Orleans ( a sparare fu Louis Armstrong) e si chiude con un’annotazione dal diario di Arthur Schnitzler del 31 dicembre; nel mezzo ci sono 12 capitoli ognuno col nome di un mese.
Veniamo catapultati nel clima di quell’anno così particolare scoprendo le vite comuni dei maggiori esponenti dell’arte e della psicanalisi, i loro amori, le invidie, le ripicche, i successi; vengono fuori dalle pagine magnificamente caratterizzati personaggi come Franz Kafka, Freud, Jung, Thomas Mann, Rilke, Stalin, Hitler, Picasso, Rudolf Steiner, Schnitzler, Wittgenstein, Musil e molti altri. Si viene a contatto con le maggiori avanguardie artistiche come il surrealismo, il cubismo, il futurismo (ma anche già col loro superamento), con Coco Chanel e Prada che aprono i loro primi negozi , con Virginia Woolf, con le battute di caccia del Kaiser e di Francesco Ferdinando che non sapeva di avere ancora un anno di vita.
Il 29 maggio 1913 si tenne la prima de “Le sacre du printemps” di Igor Stravinskij che segnò una delle vette più alte mai raggiunte dal balletto classico nata dal sodalizio artistico e sentimentale tra Vaslav Nijinsky e il coreografo Djagilev.
Nel frattempo il Reichstag, il Parlamento tedesco, vota un aumento degli effettivi nell’esercito di 500.000 unità mentre la maggior parte degli intellettuali era convinta che non ci sarebbe stata più alcuna guerra.
“Un’ondata di modernità”, un grande fermento pervadevano quel 1913 al punto da far impallidire questi nostri anni nei quali invece, nonostante il progresso, non ci si appassiona più, tutto è effimero, nulla di veramente nuovo o innovativo viene creato in campo artistico, siamo avvolti su noi stessi: è questo il tramonto dell’occidente? L’idea allora ricorrente era che dopo una guerra c’è la rinascita, “la guerra come levatrice della Storia” ciononostante viene inaugurato il Palazzo della Pace all’Aia che è oggi la sede del Diritto Internazionale.
Noi cittadini del XXI secolo siamo portati a pensare al passato come a qualcosa di antico e anacronistico, ma leggendo questo libro si scopre con stupore che nel 1913 le lettere arrivavano in giornata quasi come sms, che avvenivano stragi familiari o nelle scuole simile a quella di Columbine, che si viaggiava molto e ci si spostava anche per le vacanze senza aerei, che i matrimoni erano quasi tutti falliti e c’erano molte storie omosessuali dichiarate.
Nel complesso questo è un saggio godibile con sprazzi di autentico humour anche se risulta alla fine un po’ troppo germanocentrico ma a dire il vero agli inizi del XX secolo la Germania primeggiava in tutti i campi; la lettura è solo un po’ appesantita perché ogni riferimento a persone è accompagnato dall’indirizzo ed è tutto un susseguirsi di numeri e ..stra§e
-E’ la vecchia storia nota a tutti, che per un periodo è stata definita progresso e poi decadenza…-
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