Opinione scritta da franziska
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il diavolo nella bottiglia
E’ una storia dura, cupa, quasi intollerabile, illuminata a tratti da lampi di ironia beffarda, quella che Adler-Olsen racconta nelle pagine del suo libro. La vicenda si svolge in una Danimarca fredda e buia, fuori e dentro: fuori nella natura prossima a svegliarsi, ma ancora addormentata, dentro nelle pieghe sfuggenti dell’animo umano. Scuro il paesaggio per lo più vespertino o notturno, buio lo scantinato senza finestre dove lavora la Sezione Q, “freddo” il caso indagato, nero il cuore dell’assassino.
I personaggi, all’inizio apparentemente anonimi e piatti, acquistano con il procedere della lettura spessore psicologico e umano, diventando motori della vicenda e nello stesso tempo parti di un meccanismo complesso che si muove automaticamente come un orologio. Nessuno di loro ha quella che si definisce una “vita felice”; al contrario, vive con difficoltà un’esistenza grigia, difficile, costellata da insoddisfazioni e batoste. Tutti hanno segreti, “zone d’ombra”, hanno subito o sopportano piccoli ricatti e tutti, con la propria personalità contorta, giocano e rischiano, in modo diverso, la partita della vita.
Molto originale la struttura della storia che si dipana seguendo due livelli, quello che si riferisce al passato e quello che si attesta nel presente. Una bottiglia, contenente un messaggio, abbandonata fra l’indifferenza di tutti sul davanzale di una finestra di una anonima sezione di polizia, di colpo attira l’attenzione di un agente e, con lentezza, fra l’insofferenza e l’irritazione di chi non vorrebbe perdere tempo con”reperti del passato”, svela i propri segreti. Contemporaneamente, prende il via un progetto criminoso, studiato e messo in moto da una mente disturbata. In un crescendo di tensione, i due percorsi finiscono per sovrapporsi e fondersi insieme, suscitando lo stupore degli stessi investigatori che si trovano improvvisamente e inaspettatamente tra le mani un caso aspro e clamoroso.
Altrettanto interessante risulta il fatto che ad essere trait d’union fra i due piani sia proprio l’assassino, la cui identità è nota al lettore fin dall’inizio del libro, lettore, che si trova, paradossalmente, ad avere le informazioni fondamentali per risolvere il caso, mentre gli investigatori della Sezione Q navigano ancora nel buio più completo.
L’assassino non solo agisce, ma anche parla. E’ loquace, si racconta, ricorda un passato doloroso e terribile, che giustifica, ai suoi occhi, il proprio modo d’essere nel presente. La narrazione è rigorosa, non tralascia nessun particolare, spande perfino fascinazione, intrappola il lettore che rischia di trovarsi in empatia con chi non merita tanta partecipazione. Al contrario, riflettendo su tali rivelazioni, emerge con forza la consapevolezza della portata del problema delle sette religiose, mondo monolitico e schizofrenico attorno al quale si attorcigliano false verità e la tendenza, espressa a volte in modo brutale, a plasmare le menti dei giovani adepti alle leggi di una razionalità distorta.
La storia, come si può capire, compone un quadro complesso, ma ottimamente gestito. I suoi ingredienti sono mescolati con abilità e senso del ritmo, calcolati in modo da non dare scampo al lettore, sempre sul filo del rasoio e senza un attimo di respiro. Si corre verso un finale che sembra liberatorio, ma non lo è più di tanto. Un linguaggio duro e secco che non sbava mai, nessun sentimentalismo, un sottile senso di inadeguatezza e sconforto che si consuma lungo tutto il racconto fanno di questo testo un capolavoro del suo genere.
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Il destino nelle carte
L’umanesimo prima e il rinascimento poi sono stati, per la penisola italiana, periodi storici estremamente significativi, luminosi per la cultura, le arti, la letteratura, la filosofia, le scienze. Accanto a questi ambiti, spesso favoriti dal fenomeno del mecenatismo, si sono sviluppate anche la storiografia e la politica, intesa, la prima come capacità di raccontare i fatti collegandoli in una concatenazione causa-effetto, la seconda come organizzazione e gestione della cosa pubblica, in questo periodo, però, spesso coincidente con l’amministrazione degli interessi privati da parte dei membri di famiglie nobili e potenti delle città, inserite in una ragnatela di relazioni non sempre chiare e affidabili. Non a caso, a questo proposito, si comincia a parlare di “diplomazia“, ma anche di “ spionaggio “.
Contemporaneamente si andava affermando l’interesse per conoscenze più remote, non facilmente percepibili dai sensi comuni, espressione di un mondo misterioso e oscuro, sede di forze benigne e maligne in grado di guidare o condizionare la vita degli uomini, di solito ignari e inconsapevoli. Erano incluse in questa sfera la magia, l’astrologia e perfino l’astronomia, per lo più condannate dalla Chiesa, ma praticate da molti con interesse e ostinazione, con la certezza di trovare in esse la soluzione a problemi di carattere personale o universale.
Tutti questi aspetti sono presenti nel libro di Jeanne Kalogridis “La lettrice di tarocchi”, opera che racconta l’ultimo quarto del XV secolo.
Al centro di questo periodo e degli avvenimenti che lo caratterizzano c’è Caterina Sforza, donna sfolgorante per bellezza, intelligenza, capacità di azione e riflessione, orgogliosa e coraggiosa al punto tale da avere spesso la meglio sugli uomini, signori incontestati di quel periodo storico.
Accanto a Caterina, c’è l’altra donna del romanzo, Dea, sua dama di compagnia, destinata a condividerne il cammino, che da Milano le porterà a Roma e infine a Forlì. Mentre Caterina, di carattere esuberante ed esibizionista, si mette in mostra, desidera farsi ammirare, fa scelte a volte controverse e criticabili, Dea si sforza di non apparire, di non attirare su di sé l’attenzione degli altri, attenta tuttavia all’incolumità della sua signora, sempre prodiga di consigli, a volte anche critica per atteggiamenti non consoni al ruolo istituzionale ricoperto dalla Sforza. Inoltre Dea è prigioniera di un passato non svelato, al centro di un matrimonio misterioso che la condurrà, attraverso strade interiori difficili da praticare, alla rivelazione di sconvolgenti segreti. E’ lei la “lettrice di tarocchi”, lei l’interprete dei “Trionfi”, lei che, ispirata da una forza sconosciuta, evoca, per chi invoca luce sul proprio futuro, visioni palpitanti e intense, a volte terribili, destinate a rivelarsi sempre, nel bene e nel male, attendibili e reali.
Intorno alle due protagoniste ruota una folla di personaggi maschili, quasi tutti ben caratterizzati e interessanti; fra questi Girolamo Riario, primo marito di Caterina, Rodrigo Borgia, futuro Alessandro VI, Lorenzo de’ Medici, signore di Firenze, “ago della bilancia” della politica della penisola italiana in quel periodo storico.
I libro ha catturato la mia attenzione a partire dalle prime pagine e l’ha mantenuta salda fino alla conclusione. Coinvolgente, scritto bene, attento ai particolari, il romanzo ti avvolge nella sua atmosfera e in quella del tempo e ti stupisce con colpi di scena e rivelazioni inattese. Stile e linguaggio sono raffinati, preziosi, sia quando descrivono con minuzia di particolari un abito (“…indossava un abito di seta damascata bianca con un bordo sottile di velluto cremisi, ricoperto di perline d’oro…”); sia un arredo (“…il grande e splendido letto al centro della stanza…pieno di cuscini di velluto e di coperte di pelo di martora, leopardo e coniglio. Le tende del baldacchino intessute con fili d’oro…”); sia un volto (“…possedeva i tratti classici, regolari amati dagli antichi romani: un naso diritto e sottile, con narici svasate, un mento ben proporzionato con una fossetta al centro…”); sia la natura (“…al di là della finestra i rami pendevano bassi, si spezzavano sotto il peso del ghiaccio e gemevano sospinti dal vento…”).
Ottimo testo, dunque. Confermo che si legge tutto di un fiato. Difetti? Non ne ho notati. Al più qualche omissione negli eventi della vita di Caterina, qualche infiorettatura nel racconto. Ma sono peccati veniali, non dimentichiamo che si tratta di un romanzo, non di un saggio. Piuttosto rileverei un finale che, pur molto teso, lascia qualche ombra. Detto questo, il mio giudizio non cambia. Si tratta di un lavoro solido e ben strutturato, esempio brillante di come si scrive un’opera narrativa a carattere storico.
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L'alba dell'Islam
Questo romanzo, scritto da Youssef Ziedan, accademico egiziano esperto in filosofia islamica, ha tempi, modi, linguaggio diversi dai nostri, ma proprio per questo tanto più fascinosi e interessanti. Il racconto si dilata in paesaggi polverosi e assetati, schiacciati dalla calura diurna e raggelati dal freddo notturno. Qui il sole, nel suo cammino giornaliero, detta legge e impone a uomini e animali una vita dura e aspra.
Protagonista e voce narrante del libro, a dispetto del titolo, è una giovane donna egiziana di religione copta che vive in un piccolo villaggio ai margini orientali del delta nilota. Data in sposa a un arabo proveniente dagli insediamenti nabatei, vicino all’antica Petra, territori ancora dominati, nel settimo secolo, dall’impero bizantino, Marya vivrà qui lunghi anni della sua vita, mutando esternamente l’aspetto fino ad assumere quello di una vera araba, in realtà estranea a quell’ambiente ostico, mai veramente integrata, stordita e infelice.
Il libro è un romanzo: sviluppa una sua trama, conferisce a buona parte dei personaggi spessore psicologico. Tuttavia è anche un testo a carattere geografico perché, attraverso gli occhi di Marya,
scorre davanti ai nostri, il territorio levantino con tutti i suoi misteri, le sue meraviglie, le sue miserie.
Marya è una ragazza vivace, intelligente e curiosa, purtroppo, non per sua colpa ignorante; bagaglio culturale ed esperienze di vita sono scarni, costruiti per lo più sui rari e lacunosi insegnamenti trasmessi dal prete del villaggio natio e sui consigli avari e semplici di una madre vedova, impegnata nell’assistenza alla famiglia, a sua volta vittima di una società arretrata, chiusa alle esigenze femminili. Marya chiede, si informa, ottiene qualche risposta spesso non soddisfacente, capisce e non capisce (non ha gli strumenti per arrivare al cuore di problemi che le giungono per di più semplificati e incompleti). Tace, non esterna i suoi sentimenti, soffre; e mentre il desiderio di accrescere le sue conoscenze si amplifica, cerca tuttavia di adattarsi al nuovo ruolo di moglie che sente stretto e accetta tutte le limitazioni che le impone il marito, a cominciare dal velo integrale.
La giovane prende nota di usi, costumi, leggi del suo nuovo popolo, dedito ai commerci di lunga distanza. Osserva la vita delle donne, perennemente in attesa del ritorno degli uomini. Nel vuoto interiore che la opprime, sente su di sé la protezione della suocera, donna saggia e comprensiva, cui si affida, in assenza della madre. Molte altre figure femminili ruotano intorno alla protagonista, alcune semplici comparse, compagne di pochi giorni, altre più importanti e, fra queste, Laila, sua cognata. Laila è una donna delicata e dolce ma, all’occorrenza,dura e determinata, è la sua consigliera, la sua confidente, l’amica che l’aiuta a superare momenti difficili, a sopportare il marito rozzo e insensibile, ad apprezzare la vita in tutte le sue sfumature. Talvolta è misteriosa e sfuggente; apparentemente libera, in realtà è piegata alle leggi tribali come tutte. Perciò finirà con lo scomparire improvvisamente dall’orizzonte di Marya, lasciandola sola e desolata, incapace di capire che cosa veramente è accaduto.
E il Nabateo? Indicato nel titolo con quel termine “scriba“ che sembra definirlo una volta per tutte e relegarlo a una precisa e unica mansione, in realtà è figura molto più complessa. In un periodo storico di grandi cambiamenti, quando Maometto fonda la religione islamica e convoglia la rabbia e l’aggressività delle tribù interne oltre i confini della penisola arabica, il Nabateo incarna una visione della vita semplice, supportata da una propria filosofia spirituale, lontana da esigenze troppo concrete. Egli è uno spirito libero, un uomo gentile che parla a chi vuole ascoltare, risponde a chi fa domande, vive appartato e con modestia, ligio al proprio credo religioso, uno dei tanti diffusi nella sua terra, prima che il monoteismo islamico faccia nuovi e molti proseliti. L’avvento dell’Islam è gonfio di pesanti conseguenze anche per i Nabatei, che abbandonano le vie carovaniere e i commerci ormai insicuri per dedicarsi a nuove attività, fra le quali l’allevamento dei cavalli, necessari per la guerra. Nella tribù di Marya c’è fermento e preoccupazione nello stesso tempo: molti, e fra questi suo marito, si convertono. Il Nabateo, invece, non cambia, rimane fedele ai suoi valori, ma vive più isolato e silenzioso. Il suo sincero attaccamento alla tradizione, non compreso dai membri del gruppo, colpisce, al contrario, Marya che, da quando aveva fatto la sua conoscenza, era stata affascinata da una personalità così originale, tanto da percepire i discorsi dell’uomo come un balsamo per l’anima. Ora più che mai, nella difficoltà del momento, la donna sente che per lei lo scriba rappresenta quello che non ha, l’aggancio con un dimensione diversa che le permetterebbe di sopportare la dura realtà. La maturazione di quel legame speciale, che Marya sente rafforzarsi in sé, la condurrà, forse, a una svolta esistenziale la cui portata non ci è dato conoscere.
L’ultima osservazione che voglio fare, riguarda il linguaggio usato nel testo. Estremamente semplice, quasi elementare sia nelle descrizioni sia nei dialoghi, non molto frequenti, mi ha lasciata, all’inizio della lettura, perplessa. Eppure presto mi sono resa conto che nessun altro linguaggio, se non quello, avrebbe potuto rendere così bene il pensiero di una persona semplice ma capace di cogliere con attenzione tutto quanto le accadeva intorno. Gli stessi sentimenti trovano, nella essenzialità della scrittura una espressione piena, tanto da poter essere condivisi e interpretati in senso moderno.
Non mi resta che consigliare questo libro: paesaggi, protagonisti, eventi rimarranno impressi a lungo nella mente.
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veleno
E’ lei la protagonista indiscussa del romanzo: la polvere di diamante, veleno che inesorabilmente uccide chi lo ingerisce, consapevole o no. “… una dose fatale consta di meno di 0,1 g …”. “... è considerata uno dei veleni più pericolosi, per via dell’assenza di odore e sapore e per il fatto che in fase iniziale la vittima non presenta i sintomi specifici dell’avvelenamento …”.
In questo noir, scritto bene e orchestrato alla perfezione, coprotagonista è l’Egitto, paese in coma, schiantato sotto il peso del malaffare e della corruzione a tutti i livelli, senza più speranza, terra di sogno per i turisti, inferno in terra per gli indigeni, per coloro che vorrebbero vivere nella normalità, poter credere in una giustizia capace di punire solo i colpevoli, ristabilire equilibrio sociale e fiducia nelle istituzioni. L’Egitto è lì, dalla prima all’ultima pagina, in un arco di tempo che va dal 1954 al 2008, in attesa, mentre le vicende vanno svolgendosi, di un qualche accadimento che lo richiami in vita, che ripristini la sua salute. Aspettando che qualcosa accada, a volte si ricorre alla somministrazione di una medicina. Peccato che il farmaco usato sia eccessivamente forte al punto da far dire a un personaggio che “l’omicidio è solo un effetto collaterale di una medicina che guarirà un paese in agonia”.
Ma guarirà il paese? E’ lecita, in una situazione disperata, la giustizia personale? Che valenza assume in questo caso la vendetta? Ecco una serie di domande che sollevano dubbi e inducono a riflettere, nonostante il fatto che la mia risposta, da qualunque parte si esamini la questione, non possa che essere negativa. Non dimentichiamo però che questo è un romanzo; e un romanzo elabora situazioni e vicende come meglio si adattano alla trama precedentemente costruita. Insomma il noir è noir e vuole il suo spazio; il colpo di genio, caso mai, sta nel mescolare insieme “mistero, ironia e denuncia sociale”. Credo che sia proprio questa la bravura dell’autore: descrivere azioni e scelte dei personaggi attraverso una trama forte e nello stesso tempo prenderne la distanze mostrando, con occhio disincantato, la realtà e i suoi possibili sviluppi. Mettere, dunque, di fronte realtà e finzione, mostrare il male per invitare ad allontanarsene, raccontare una storia torva e permettere ai suoi protagonisti di venirne fuori, sia pure a fatica.
Infine un’osservazione sui personaggi veri e propri. Essi esprimono sentimenti diversi e intercambiabili: determinazione e nello stesso tempo fragilità, sicurezza e dubbi improvvisi, disperazione e inspiegabile fiducia nello sviluppo positivo degli eventi. Certamente emozionano, talvolta sono figure dolenti che spingono il lettore a condividerne le sofferenze; a volte, invece, diventano figurine di carta, poco riconoscibili e collocabili nella realtà, tipologie di una vasta umanità che hanno lo scopo di tracciare le linee fondamentali di questa storia.
Non amo particolarmente thriller, polizieschi e noir. Tuttavia questo libro ha catturato la mia attenzione a cominciare dalla copertina e la lettura si è rivelata veloce, piacevole, sorprendente. La consiglio a tutti gli amanti del genere e non solo!
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Atuatuca
Ecco un libro da leggere. Ne consiglio la lettura perché, più di molti altri, ambientati nello stesso periodo, questo testo riesce a fondere, in modo straordinario e travolgente, gli episodi storici realmente avvenuti con il mondo interiore e intimo dei legionari protagonisti delle vicende qui narrate.
Da una parte, sullo sfondo, la Storia. Cesare, imprevedibile, audace e vittorioso; i suoi legati, Labieno, duro e rigoroso, Cotta e Sabino, inadatti al comando congiunto. Dall’altra, in primo piano, la X legio ( poi la XIV ) con i suoi uomini, semplici e genuini, temprati da forti esperienze comuni, capaci di sacrificare la vita pur di salvare l’onore di Roma.
A mio avviso, delle due, è la parte intimistica quella migliore, ovvero quella che caratterizza il testo in modo unico e indimenticabile. La mano dello scrittore è ferma, senza sbavature, priva di retorica e ci regala pagine di rarefatta bellezza. Il lettore è portato a partecipare, a palpitare insieme ai protagonisti, a condividerne gioie, dolori, dubbi, paure. Qui c’è tutta l’epica romana, il racconto e l’eco delle battaglie, le lotte furibonde, gli scontri titanici, le gesta eroiche senza le quali lo stesso Cesare nulla avrebbe potuto; ma c’è anche l’amore per una donna, delicato e struggente, una storia tenera in aperto contrasto con la brutalità degli eventi. C’è la sacralità dell’amicizia, la dedizione verso i compagni, la fedeltà alla causa e all’aquila, simbolo di tutti i sacri e consolidati valori romani.
Nell’offrire questa gamma di situazioni e sentimenti, il tono del racconto cambia continuamente. Si passa dal registro celebrativo a quello che sottolinea la piccola e grande semplicità del quotidiano, così come si presentava in un accampamento militare; ci si muove in un clima da romanzo giallo o mystery, oppure in un contesto che esprime una robusta “ vis comica “.
Sono, però, le pagine dedicate alla battaglia di Atuatuca quelle che più rimangono nel cuore. Conoscevo l’episodio per averlo letto in uno dei volumi della McCullough, dedicati alla storia della Repubblica romana. La scrittrice, con eccezionale bravura e massima precisione nei dettagli, ci fornisce un completo resoconto, espresso in modo drammatico e oggettivo, di un oscuro episodio che ha lasciato il segno nella storia di Roma. Qui, lo stesso episodio, mette in evidenza e rivela con forza, emozioni, sentimenti e impulsi più intimi, profondi, soggettivi, senza abdicare ad una globale oggettività. Qui le lame penetrano non solo nella carne e nel cuore dei legionari , ma anche , metaforicamente , nella carne e nel cuore del lettore, che grida, urla, spera, piange con i “suoi” personaggi. Alla fine, superstite fra i superstiti, rimane allucinato, esausto, di fronte al silenzio, al vuoto, ai fantasmi dei caduti che sembrano fluttuare nelle nebbie di Atuatuca.
La storia ha, però, ancora più di una verità da sfoderare e non di poco conto. Tuttavia, neppure la conclusione, sapientemente condotta, dà pieno conforto e sollievo. La malinconia rimane così il segno distintivo di questo libro, potente, coinvolgente, emozionante, in una parola indimenticabile.
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Valar morghulis
In poco tempo, quasi senza rendermene conto, sono arrivata al quinto volume delle “ Cronache del ghiaccio e del fuoco “, imponente saga “ fantasy “ fra politica, guerre e magia, scritta da Martin per la gioia e la maledizione dei suoi lettori. Per la gioia, perché la lettura è piacevole, intrigante, esaustiva da tutte le prospettive; per la maledizione, perché il coinvolgimento è fortissimo, lascia segni profondi, suscita curiosità e ansia: difficile staccarsi da vicende e personaggi che rimangono vivi e vigili nella mente anche durante le letture successive. Fatale il ritorno a Martin in tempi brevi.
Ma che cosa scatena emozioni tanto forti e passioni così travolgenti?
Volendo analizzare gli elementi che danno vita a un mix tanto sostanzioso quanto complesso, scopriamo, prima di tutto, una verità evidente: Martin scrive molto bene, ha la penna facile, un periodare fluido e leggero, capacità di alternare dialoghi e descrizioni in giusta misura, di usare adeguatamente termini raffinati, popolari o volgari, secondo necessità. Inoltre Martin sa dare spessore psicologico ai personaggi che fornisce di personalità ben delineate, dai contorni precisi, nel bene e nel male; sa raccontare la pace e la guerra, il sogno più romantico e la violenza più cupa. Infine, elemento di notevole importanza, sa costruire la trama, un tessuto largo, complesso, stratificato che tiene insieme con mano sicura e potente, senza la più piccola sbavatura. Ottima la partizione dei romanzi secondo punti di vista diversi: permette di approfondire il discorso, di scendere nella psiche dei personaggi; dà spazio all’azione, ne amplifica i confini e aumenta in proporzione l’ansia e le aspettative del lettore.
I protagonisti sono tanti e tendono ad aumentare procedendo nella saga. Io mi sono affezionata soprattutto a quelli femminili: la volitiva e tragica Catelyn, la testarda e coraggiosa Arya, la fragile e determinata Daenerys… ma come dimenticare Cersei, regina machiavellica, Ygritte, creatura del ghiaccio, focosa sotto la pelle, Sansa, adolescente spaventata, facile preda di infantili romanticherie? Per quanto riguarda i personaggi maschili, pur essendo interessanti, hanno aspetti più prosaici e sono più prevedibili nei loro comportamenti, scanditi da vittoriosi assalti, bagordi, tradimenti, sanguinose vendette. Tuttavia due di loro mi hanno colpita per l’atteggiamento e il modo di porsi, diverso da quello di tutti gli altri. Uno è Tyrion, deforme, disincantato e intelligente. Fa della ragione e dell’ironia i suoi cavalli di battaglia, in un mondo irrazionale che non lo vuole e lo deride, neppure tanto segretamente. L’altro è Robb, vittorioso e pur disperato, troppo giovane per essere pienamente uomo, troppo giovane per essere un guerriero spietato obbligato a combattere e a vincere sempre.
Fra i ghiacci adamantini oltre la Barriera, le fiamme verdi delle Rapide Nere, l’alito di fuoco di draghi che crescono in fretta, continua la saga imprevedibile e più che mai accattivante. “…al gioco del trono o si vince o si muore!...”. Chi vincerà il trono?
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"... libertà va cercando... "
Non mi piacciono i romanzi brevi perché mi sembra che in questi testi tutto sia affrettato e che l’autore non abbia né tempo né spazio per approfondire la psicologia dei personaggi, l’ambiente e il quadro storico,con risultati per lo più deludenti. In questo caso, però, è vero il contrario: Le rose di Evita “è un piccolo grande libro,nel quale Orengo, con uno stile asciutto e tagliente,aspre battute e veloci pennellate paesaggistiche compie il miracolo di restituirci un mondo intero, fitto di emozioni e sentimenti.
Protagonista è Marco,adolescente solo e difficile,che si dibatte dolorosamente e inconsapevolmente fra i due aspetti,lontani e inconciliabili, del mondo in cui vive; da una parte, il lato arcaico, contadino, chiuso nel proprio immobilismo, dall’altra, il lato moderno, aperto, vitale, perciò, agli occhi del ragazzo, più accattivante. L’ambiente,caro all’autore, è il Ponente ligure,che plasma e permea la storia con la sua presenza, palesandosi ora come profumo di fiori che si spande nell’aria, ora come invitante aroma che si sprigiona dai cibi della tradizione, ora come vento che si agita fra alberi e cespugli, ora come “aria di vetro“ che taglia la pelle.
Il romanzo appartiene al filone dei cosiddetti “romanzi di formazione”, ma in questo caso è sui generis. Racconta,infatti,la maturazione di Marco, realizzata nonostante l’assenza di una figura-guida reale, normalmente necessaria nei momenti dell’incertezza e delle ombre. In questo percorso,di fronte agli interrogativi che gli pone il mondo che lo circonda,il giovane è inerme. Egli vive principalmente la lacerazione della sua famiglia, lacerazione che riprende e sottolinea quella dell’ambiente: da una parte il padre, legato al lavoro e alla terra in modo che può parere maniacale, dall’altra la madre, più “ frivola e moderna “, che si avvicina nel suo modo di vivere, agli aspetti nuovi e in qualche modo stranianti che hanno cambiato e cambiano il mondo ligure. Né i silenzi duri e ostinati del padre, né la saltuaria affettuosità o complicità materne aiutano Marco a capire. Anzi: ansia, timore, fastidio, allegria o sollievo momentanei si dilatano nel suo animo e nella sua mente dando vita a un caleidoscopio di pensieri e di sentimenti che esprimono mille domande e mille possibili risposte.
A questo punto il romanzo sembra non avere prospettive, sembra non avere più nulla da raccontare, sospeso in una dimensione irreale, priva di soluzioni. Ed ecco che il genio di Orengo scioglie tutti i nodi indicando la via da percorrere per affrancarsi da una realtà che sta troppo stretta. Qui, una scelta lontana e controcorrente,le rose, Evita, diafana bellezza ormai svanita per sempre, acquistano improvvisamente agli occhi di Marco un peso e un’importanza fondamentale per risolvere i problemi della propria vita. Tutto questo viene percepito e collocato in un alone di libertà, non ideale ma reale,in cui fatiche e dolori si abbracciano a serenità e soddisfazioni, dove all’assunzione di responsabilità si accompagnano a volte pesanti tributi da pagare.
E’ dunque la ricerca della libertà il concetto forte del romanzo,libertà che, trovata, si dilata in possibilità infinite. “…andare avanti o tornare indietro…”, tutto è possibile e realizzabile, indifferentemente. Questa è la realtà in cui Marco di colpo si imbatte e che infine coglie in tutte le sue sfumature. Affrancato da dubbi e dipendenze, egli può finalmente capire il senso della vita.
La conclusione del libro lascia soddisfatto e in pace il lettore. La storia emoziona, il messaggio è intenso e toccante. Un romanzo breve,apparentemente semplice, in realtà ben strutturato e carico di valori.
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Mondo lontano
Parte in sordina, all’inizio utilizza un linguaggio semplice e incolore, evoca visioni sfocate, lontane, ricordi dolorosi che sembrano emergere a fatica dalle nebbie del passato. Poi, poco a poco, cresce, acquista respiro, diventa storia forte e coinvolgente fino ad esplodere nella nemesi finale. Questo è “Le paludi di Hesperia”, romanzo che racconta ciò che accadde dopo la caduta di Troia, il destino, per lo più tragico, degli eroi omerici, qui con particolare riferimento a Diomede e Menelao.
Manfredi, grande conoscitore del mondo antico e delle civiltà mediterranee, esplora con perizia e accenti drammatici, da una parte il ritorno dalla guerra di Menelao, impegnato a vendicare il fratello ucciso barbaramente e a ristabilire l’onore della casata, dall’altra il viaggio intrapreso da Diomede che, tornato in patria e scoperto qui il tradimento della moglie, per non soccombere, affronta un’avventura lunga e perigliosa per mare e per terra. Giunto a settentrione, nel paese di Hesperia, risale prima le foci dell’Eridano, poi percorre le vaste pianure del nord, luoghi inospitali, freddi e nebbiosi, flagellati, forse, dall’ira di un dio che sembra inviare agli umani solo morte, distruzione, cattivi presagi. Manfredi è maestro nel rendere in modo palpabile queste lugubri atmosfere accese a volte da luci magiche, tormentate da eventi razionalmente inspiegabili, attraversate da lamenti, misteriosi gemiti e nenie sussurrate. Non sono più ospitali delle pianure di Eridano le montagne e i boschi della dorsale appenninica. Anche qui non c’è pace, non esiste luogo dove fermarsi per fondare una nuova città, ma solo freddo, neve, vento che batte violentemente le fronde, popolazioni selvagge e feroci con le quali è impossibile stringere alleanza e amicizia. Diomede e i suoi sono soli. Il fatto è che il tempo degli eroi è finito, i valori della gloria e dell’onore non sono più tali, gli dei sono assenti o indifferenti o maligni e la lotta non è più per strappare all’avversario le ambite spoglie, ma per sopravvivere agli stenti e alla fame. E’ chiaro che il destino di un eroe non può essere questo, perché l’eroe non è mai uomo comune. Se lo fosse, ne morirebbe. Così Diomede si abbatte e progressivamente si appanna anche nel fisico, proprio come le sue armi, un tempo lucenti e ora inutilizzate, si opacizzano.
Il romanzo, dolente reinterpretazione del mito di Diomede e Menelao, poesia triste di un mondo che si è perso nelle battaglie della piana di Ilio e nel fuoco di Troia, lascia segni profondi e nostalgia nella mente del lettore partecipe. Rimangono impresse le atmosfere, per lo più grevi e opprimenti, che accompagnano il vagabondare degli Achei; non si possono dimenticare gli occhi lucidi e terrorizzati del cavallo morente, né le parole di commiato su una tomba destinata all’oblio, né la disperazione di fronte alla scoperta del tradimento.
A lettura ultimata si fa spazio la riflessione sugli eventi narrati: prepotente si afferma il desiderio di rileggere le storie e le imprese degli antichi eroi.
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Le affinità storiche
Ho letto altri libri di questa serie, ma, poco dopo l'inizio,si avverte che qui qualcosa è cambiato. Infatti la struttura del racconto si è notevolmente ampliata fino ad includere un forte interesse sociologico, sviluppato in molte direzioni e comprendente, al suo interno, come ovvio, anche la trama del giallo vero e proprio. L'incipit, travolgente e chiassoso, si manifesta per contrasto nel silenzio notturno: ed ecco che gli ingredienti per avviare una storia avvincente e dai mille risvolti misteriosi, ci sono tutti, così come i personaggi, numerosi e forniti di personalità dalle molte sfumature. Il fatto è che la trama "gialla" sembra perdere mordente quasi subito. Nonostante la presenza reiterata di cadaveri e furti, nonostante diversi momenti convulsi e agitati, l'atmosfera non è mai veramente drammatica; al contrario, tutto sembra stemperarsi e perdere d'importanza di fronte ad altre priorità della vita quotidiana, come l'organizzazione di un matrimonio, la ristrutturazione di una casa o una causa in tribunale. La verità è questa: è proprio la vita quotidiana dell'Atene del quarto secolo la vera protagonista del romanzo, sono i vari aspetti e risvolti del vivere comune, gli usi, i costumi, il pensiero, le istituzioni. Mentre si legge è come se la città, i suoi rioni, le sue strade si animassero improvvisamente davanti ai nostri occhi, come se una folla eterogenea e vociante si affollasse intorno a noi e ci coinvolgesse nelle proprie azioni. In questo modo l'antichità prende nuovamente vita, si lascia conoscere, approfondire, catalogare. Ovviamente ci stupisce, ci permette di condividerla, di dissentire o di criticare. Così il passato offre il fianco al presente, si confronta con questo, con la nostra realtà. E mentre da una parte alcuni suoi aspetti sembrano molto lontani (la condizione della donna - ma sarà poi così??), dall'altra quella realtà sembra sovrapporsi alla nostra (stessa esposizione e stesso mercato di statuine delle dee o di immagini sacre in vendita nelle bancarelle o nelle botteghe vicine ai luoghi della fede).
Ritornando al racconto poliziesco, vale la pena di sottolineare l'assenza, nel corso della storia, di una vera e propria suspense. E' presente invece una sottile e persistente inquietudine, generata da fatti strani, inspiegabili e minacciosi, che si manifestano sempre in modo inatteso e disturbante. Incertezza e sospetto permeano tutti i personaggi della trama e, in ultima analisi, la vita stessa della città, di quella Atene dell'età alessandrina, dove Aristotele era sì il grande filosofo, ma anche lo "straniero" e la spia di Alessandro e dove, ormai, la libertà e la sicurezza dei cittadini non erano più così scontate.
Scritto in modo scorrevole e leggero, il libro è un piacevole lettura che passa indenne le seicento pagine. Da notare come la Doody esterni, in alcuni passi di questo romanzo, una vena comica davvero non trascurabile, godibilissima. Quanto alla soluzione dei misteri, che arriva puntuale alla fine della storia e ne chiarisce in modo soddisfacente tutti gli interrogativi, non può sfuggire, una volta di più, la sostanziale identità fra situazioni illegali del passato e trame oscure del presente.
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un colpo al cuore
Questo è un romanzo potente che, una volta letto non si dimentica più, perchè si pianta nella mente e nel cuore. La storia affonda le radici nell'insondabile desiderio di maternità che piega la protagonista, Gemma, a scelte incaute ed estreme, desiderio che, a sua volta, si dilata e prende forma a Sarajevo, durante il feroce assedio che la città dovette subire nella guerra balcanica degli anni '90. Dopo molto tempo da quella sconvolgente esperienza, una telefonata richiama Gemma proprio in quella città indimenticata e indimenticabile. Da questo momento il racconto si snoda fra flash-bach e ricordi, alcuni allegri e lievi, altri dolorosi o enigmatici, ma tutti vividi, momenti di vita vissuta pieni e incancellabili. Attraverso un'analisi lucida e tesa degli eventi, dei pensieri e delle scelte che hanno anticipato tali eventi, si sviluppa un vero e proprio "thriller dell'anima " che coinvolge in misura crescente il lettore lasciandolo in sospeso e in forse sul reale significato di alcuni passaggi forti della storia; i dubbi o le certezze troveranno tutti risposte o conferme poco alla volta, passando attaverso successivi e dololosi chiarimenti,colpi di scena,delucidazioni. Gli avvenimenti che si sviluppano in questo quadro non sarebbero, però, così penetranti e significativi, se non fossero incanalati da uno stile e da un linguaggio perfetti. Lo stile, affilato e tagliente, ti sorprende, ti prende e ti accompagna per tutto il romanzo. Il linguaggio, denso, ricercato, magnifico, esprime con naturalezza ogni tonalità di sentimenti ed emozioni. Attraverso questo linguaggio i personaggi furiosamente vivono, grida la storia. Un'ultima osservazione in riferimento al titolo del libro: quel " venuto al mondo " indica nella nascita più un fatto meccanico e animalesco che l'estrema conclusione di un atto consapevole di amore e tenerezza. Mi sembra che gli eventi qui narrati dimostrino ampiamente la verità di questa interpretazione.
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storia di una monacazione forzata
In uno stile raffinato ed elegante la scrittrice racconta in questo libro la monacazione forzata di Agata Padellani, penultima figlia di una famiglia del sud, aristocratica, ma economicamente rovinata, sullo sfondo di un'Italia non ancora tale, già scossa, in vari territori, da rivolte armate e rivoluzioni sociali.Con il cambiare dei tempi, con la ancora timida avanzata della borghesia, portatrice di nuovi valori ancorati più al denaro che agli stemmi, Agata, morto il padre, diventa la vittima designata, adolescente introversa, apparentemente mite, perciò ritenuta in grado di ottemperare alla volontà materna senza troppe rimostranze.Non sarà così. L'angoscia per una situazione frustrante, duramente imposta, esplode con violenza dalle pagine del libro e investe con forza il lettore che ne rimane annichilito. Che poi Agata, durante la sua esperienza monacale, passi da una opposizione furibonda, alla rassegnazione, al tentativo di fare propria una vocazione inesistente e poi di nuovo a forme di rivolta ora autolesioniste ora passive, significa poco o nulla. L'unica realtà evidente è che ogni monacazione forzata, in quanto tale, sempre e in ogni luogo, è e rimane una violenza intollerabile. E' ovvio che Agata, nel tentativo di gestire il problema, faccia appello all'armamentario a sua disposizione: ora all'orgoglio di appartenenza alla classe nobiliare, ora all'appoggio della zia badessa, ora alla volontà estemporanea di abbracciare fede e vocazione per calmare le tempeste del cuore. Che ne emerga un personaggio apparentemente contraddittorio è evidente. Ma Agata è qualcosa di più. E' la donna che anela, in virtù delle sue difficili esperienze, alla libertà e all'autodeterminazione; è la donna che matura e impara ad apprendere nuovi valori, di pari passo con l'evolvere socio-politico della società ottocentesca. Gli orrori del chiostro,a cui ci hanno da tempo abituati dei grandi, come Manzoni e Verga, sono un necessario passaggio verso la consapevolezza che qui si appoggia e cresce con la lettura dei testi inviati ad Agata dall'innamorato inglese.Quale sia poi il senso di questo personaggio, che "agisce sottotraccia", difficile dire. Di certo improbabile e poco realistico,sembra,però, essere fondamentale per rendere possibile alla giovane monaca l'apertura al mondo e alla vita.Interpretazione debole, d'accordo, ma assolutamente romantica!
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il sangue dei fratelli
Ho trovato il libro appassionante: la storia è azzeccata, congegnata bene, la tensione sale con lo svolgimento del racconto, non mancano colpi di scena che ti inchiodano al testo e ti spingono a leggere velocemente. Ben analizzato il rapporto schiavo-padrone che fa luce su uno dei pilastri dell'antica società romana. Più debole il riferimento al quadro storico generale, un semplice sfondo contenitivo della storia, molto sfocato nella prima parte, un po' più forte nella seconda. Quanto allo stile, risulta nel complesso teso e lucido. Peccato che a volte la struttura del periodo si inceppi, mostrando qualche carenza che non ti aspetteresti.
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