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LadyA Opinione inserita da LadyA    02 Agosto, 2014
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Il cappello più favoloso che ci sia!

La copertina di questo romanzo è favolosamente colorata, davvero intrigante e divertente a tal punto che sfido chiunque a non prendere il libro in mano anche solo per sfogliare qualche pagina. Ma non si tratta solo di copertina! Uno stile frizzante ed entusiasmante è quello che sprizza gioiosità da tutte le pagine e che vi regalerà attimi di spensieratezza ma anche di una dolce amara riflessione sull’amore e sul tradimento. Quella che leggerete è una storia che racconta l’impossibilità di coronare il proprio sogno romantico perché l’uomo giusto non è ancora arrivato ma arriverà in quella che appare una lunghissima attesa che ci lascia crogiolare e persino conquistare dai sapori magici e gustosi della cucina perché la protagonista, di nome Viola, è un’aspirante sceneggiatrice che mentre sogna di realizzare il film che le aprirà le porte del mondo del cinema, si cimenta, insieme alla sua amica Cecilia, in un’attività fantasiosa e accattivante: la preparazione di piatti speciali grazie all’aiuto e ai consigli miracolosi di nonna Miriam.

Il suo appartamento al centro di Roma diventa punto d’incontro prelibato e sofisticato per una ristretta cerchia di clienti per i quali le due donne organizzano cene fantastiche sulla splendida terrazza, al chiaro di luna. Lo stile narrativo è frizzante, non annoia mai, rendendo questo romanzo una spassosa lettura da fare tranquillamente sotto l’ombrellone per passare qualche ora in piacevole compagnia. C’è molta ironia, una valanga di sorrisi e tanta positività tanto da rendere anche i momenti più tristi e drammatici dolcemente smorzati da toni squisitamente leggeri che infondono un’intensa voglia di vivere.

“La ragazza vulcanica e solare di un tempo era stata defraudata della sua identità. Quella che sognava di partecipare alla maratona di New York, di scrivere un film da Oscar, che brillava di una luce adamantina, come diceva Filippo, aveva ceduto il posto alla nuova Viola: la Signora delle tenebre. ”

Insomma la situazione iniziale non è delle migliori. Viola scopre i tradimenti del suo uomo, oltretutto sposato ed in perenne crisi di distacco dalla moglie, dalla quale non riesce proprio a separarsi, rimpinzando Viola di tutta una serie di condite bugie tra l’amaro e il salato che portano la protagonista a lasciarlo perché satura di tutto quel mondo di menzogne senza alcun futuro. Ma la vita di Viola sembra improvvisamente svuotarsi. Ormai è sola ed è ancora innamorata. E allora cosa le rimane? Soltanto due cose: la sua amica Cecilia e il suo lavoro di cucina insieme alle improvvisate esilaranti della veterana Miriam. E’ da questo momento in poi che la storia inizia davvero e si svolge incastrandosi perfettamente tra incontri, risate e le immancabili lacrime.

Su tutto questo però ombreggia sempre il cappello più famoso del mondo, quello di Audrey Hepburn, a cui la protagonista è follemente affezionata. Il suo sogno è indossarlo e la sua presenza ineffabile l’accompagnerà anche nel primo colloquio importante della sua carriera, grazie al quale entrerà a far parte della redazione di uno dei più importanti programmi televisivi del momento.

Il romanzo è dunque un connubio perfetto tra moda e cucina e le descrizioni dei piatti come quelle degli abiti sono sempre accurate e dettagliate, come sfogliare una rivista di stile!

Così il mondo della televisione apre le sue porte alla nostra eroina ed è tutto un fiorire di amore e tesoro, probabilmente perché “nessuno si ricordava il tuo nome.”
Un mondo fatto di trucco, tante parole ed infinita euforia, ritmi sfrenati e Viola si trova si da subito avvolta in un clima di festa e di speranza. E’ un personaggio delineato molto bene, ha sempre la battuta pronta ed è tremendamente reale. Sembra sbucare fuori dal libro ogni volta che parla e prenderti per le spalle e trascinarti dentro. Vietato distrarsi! La vita di Viola è così carica di vicissitudini, di sorprese e di piccole follie che è impossibile non lasciarsi prendere dal suo entusiasmo e vivere con lei ogni esperienza, anche quella più triste, mantenendo sempre un sorriso sulle labbra. Ben truccate, mi raccomando!
Ma il punto focale di tutto il romanzo non poteva che essere l’Amour.

E come spesso avviene in storie come questa, il destino dei due innamorati è sempre affidato ad un’incontro scontro che vede Viola alle prese con un’improbabile fidanzato che nientemeno è il direttore della rete televisiva presso cui lavora. Lorenzo dal cognome impronunciabile, erede di una famiglia di aristocratici, giovane rampollo pieno di soldi ma dal carattere taciturno, prepotente e con una spiccata e fastidiosa attitudine al comando. Se all’inizio il loro rapporto sarà caratterizzato esclusivamente da battute al vetriolo e chiari intenti vendicativi, l’atmosfera di mancata sopportazione e accettazione verrà poi smorzata da una silenziosa ed infida attrazione che entrambi proveranno l’uno per l’altra. L’autrice riesce a creare un contrasto divertente tra il carattere di Viola e quello di Lorenzo che all’apparenza sembrano davvero incompatibili, sotto molti punti di vista. Lei è ironica, dinamica, pronta a tutto pur di superare qualsiasi difficoltà mentre lui è misterioso, duro, silenzioso e apparentemente sempre arrabbiato. Lui e lei sono il nero e il bianco e le occasioni per scontrarsi non mancano. Il loro rapporto fa impazzire entrambi perché oscilla continuamente tra l’attrazione e una sottile e velata antipatia.

Il Grande Capo, come lo chiama lei, sembra avere due facce: una dura e insopportabile che usa nel lavoro e nella vita pubblica e un’altra che viene fuori quando è solo con lei e che le lascia intravedere un uomo divertente, capace di farla ridere e che soprattutto sa cucinare! Preparandole gustosi piatti giapponesi con le proprie mani. Ma Viola ha paura. Paura di innamorarsi nuovamente e di soffrire com’è avvenuto in passato e questo rende il loro cammino insieme ancora più arduo e difficile. Ma la vita della nostra eroina tutta cappello e fantasia è talmente piena di sorprese che è impossibile resisterle. Viola è spontanea e spassosa e la bellezza del romanzo è proprio questa: la freschezza, la solarità e la prontezza di spirito. Nonostante i complicati scherzi di Cupido, riesce a conquistarsi il tanto agognato successo ottenendo una rubrica tutta sua il cui titolo è un omaggio all’indimenticabile Audrey.

Ho trovato la lettura sorridente e delicata. Essendo abituata a romanzi molto più riflessivi e per certi versi tragici, Volevo essere Audrey Hepburn è stata una ventata di freschezza proprio come una doccia fredda in una giornata di calda afa. Un romanzo pieno di colore, risate e battute che guarda in faccia la vita, sfidandola direttamente negli occhi e che ti conquista per la sua semplicità ed immediatezza. Non ci sono giri di parole, non esistono riflessioni complicate, è tutto a portata di mano, lì per essere preso e fatto proprio. E’ come una grande sceneggiatura in cui la parola d’ordine è non abbattersi mai. La vita di Viola è un incoraggiamento a sorridere sempre, perché lagnarsi non porta a niente. E come dice Lorenzo: “sarà divertente insieme, saremo divertenti!”

E potete giurarci che vi divertirete dall'inizio alla fine, perché quei due non smettono mai di sorridere e credetemi, sorriderete anche voi.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    16 Luglio, 2014
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Il grande luna park della vita

I cavalli delle giostre di Antonio Gentile, vincitore del premio letterario InediTO-Colline di Torino 2013 e il premio Mondolibro di Roma, è un libro che mi ha colpito sin da subito. Adoro il titolo, come mi ha immediatamente attratto la copertina, che sembra esprimere la forza del pensiero, una voglia intensa di respirare, un respiro che vale il riappropriarsi della propria vita.

I cavalli delle giostre racconta dell’infanzia di due fratelli, Letizia e Lorenzo e lo fa con descrizioni profondamente intense sin dalle prima pagine. I protagonisti sono alle prese con i loro sogni e la loro immaginazione che sfida la realtà che fin troppo spesso provoca grande dolore. Nella fiaba nascosta agli occhi degli adulti e dispersa nei boschi nei quali i due fratelli si rifugiano, le loro menti sognano di salvare Bianca e Nerone, i cavalli della giostra che li tiene prigionieri in un luna park abbandonato.

Per chi legge è subito evidente lo stile narrativo, così carico di immagini poetiche accompagnate da un lirismo che raggiunge livelli molto alti e che poche volte cade in contrasto con la descrizione narrativa dei fatti. Il linguaggio è dato dall’inserimento di frasi brevi, l’uso di andare a capo frequentemente definisce la scrittura “a scatti”, veloce, intensa che però non perde profondità. Le parole sono poche ed evocative, attraversate da metafore che permettono alla storia di iniziare come per magia, come un fantastico incantesimo che ci apre le porte del mondo in cui l’autore vuole immergerci.

Non è facile con poche parole riuscire a trasmettere l’essenza delle situazioni e degli stati d’animo ma Antonio Gentile ci riesce subito. Molte scene iniziali sono raccontate dal punto di vista dei bambini ed è attraverso quelle visioni a metà tra il fantastico e il reale che la scrittura non diventa solo poesia o lirismo, ma nasconde una profonda conoscenza dell’animo umano, delle sue ferite, dei suoi dissidi interiori, delusioni, angosce vissute nell’infanzia che scavano nell’animo fino all’età adulta ed è così che si resta scavati, annientati da una presenza oscura che ha preso posto dentro di noi e che non riusciamo a cacciare via.

Nel rapporto tra Letizia e Lorenzo, lei appare più forte e più disposta a trovare un compromesso con l’irruenza e la durezza della realtà che intacca continuamente il loro fragile mondo, soprattutto quello del fratello che sin da subito appare come un solitario ed un incompreso, con grandi difficoltà nell’apprendimento e nel relazionarsi con gli altri. Va male a scuola e la madre gli regala un pianoforte, convinta anche dal medico, che possa essere d’aiuto per farlo venire fuori dal suo isolamento.
Lorenzo suona il piano in modo sorprendentemente naturale, egli non segue nessuno spartito, nessuna regola ma crea una musica che proviene direttamente dal profondo dell’anima. La musica diventa salvezza, un modo per ricongiungersi con il mondo ma la morte alza ancora il suo sipario e i titoli di coda scorrono inesorabili ad imbrattare le pagine bianche dei nostri piccoli protagonisti. Le parole si confondono con i suoni ed esprimono l’arte di ricreare emozioni con poche lettere sparse ed equidistanti l’una dall’altra in una perfetta simmetria che permette a chi legge di cogliere l’incanto delle note in netto contrasto con il dolore fisico lancinante di chi regala quella melodiosa sinfonia.

I protagonisti non sono solo Letizia e Lorenzo, ma anche Matteo e Lucia alle prese con la nascita del loro primo figlio e Cecilia, una musicista che vive una relazione abbastanza disastrata.

Lo stile dell’autore si connota di un sottile compiacimento poetico nell’usare un linguaggio ritmico, cadenzato. La stessa frase può ripetersi più volte come un dolce ed intenso leitmotiv, come i versi di una poesia, come il ritornello carezzevole di un’intima canzone dell’anima. All’autore piace narrare e lo fa in un modo poco convenzionale. Sappiamo poco dei caratteri dei suoi personaggi perché preferisce donarci solo sfumature che cambiano colore continuamente. Non sappiamo chi sono ma sappiamo cosa ci trasmettono a tal punto che di essi ci arriva il succo, il nocciolo della loro anima che sfuma ed evapora attraverso le poche parole per incastrarsi in frasi brevi da cui nascono immagini, riflesso di una profonda interiorità umana.

C’è delicatezza e silenzio, un gusto elegante e raffinato di sentire la vita oltre la ruvida scorza della quotidianità. Momenti reali che appaiono come trasfigurati, sacralizzati ed innalzati oltre la superficie del profano in cui tutti siamo immersi e in cui rischiamo di annegare. Ci sono sapori e odori raccolti in frasi condensate che seppur piccole e rinchiuse in biglie di vetro colorate, profumano di vita, amore e solitudine. La solitudine di un amore spezzato come quello di Cecilia che si sente usata come un’amante qualunque, di cui è solo il corpo ad attrarre mentre la sua anima rimane appesa ad un filo, schiacciata sotto un vestito nero inzuppato di vino “davanti alla tovaglia delle grandi occasioni.”

C’è una capacità straordinaria di rendere tangibili le emozioni come quelle della perdita di un figlio negli occhi di chi è madre e padre, come Lucia e Matteo. Dolore e follia lucida degli attimi perduti e mai vissuti. Immagini scioccanti come quella di una donna che culla tra le braccia un asciugamano raccolto, fingendo che sia il suo bambino di cui non c’è voce, pianto, né vita. La nenia senza volto che sussurrano le labbra di Lucia ad un fantasma mai nato. Anime in pena che tremano di fronte ad una tragedia che tempesta la vita rendendo la speranza una culla vuota senza un domani.

“La pace invade la stanza. Poi va in frantumi, contro quegli esseri in piedi accanto alla culla. Contro quei naufraghi che hanno affrontato la burrasca, ma che alla fine si sono arenati sulla spiaggia. A sognare di ripartire come i relitti di una tempesta.”
Il ritmo delle frasi che si ripetono è incalzante così come le scene vivide, sapientemente raccontate, carnali, immediate. La semplice scelta di un verbo che racconta più di una frase, le pause, gli aggettivi che creano mondi di colori e meraviglie. Ma anche solitudini grigie, bianco e nero di dolore e pozzanghere gonfie di pioggia che diventano uniche isole per scappare dalla delusione.

Molte pagine mi hanno commosso, soprattutto quelle dedicate alla storia tra Matteo e Lucia, la loro sofferenza che si trasforma lentamente in distanza perché la follia è già troppo vicina per contrastarla. C’è una silenziosa e dura dignità in quel dolore e in quella pazzia. Non c’è l’ignoranza di chiedersi il perché sia capitato a me, c’è solo la consapevolezza che da certe tragedie non si torna indietro. Lucia ha perso il suo bambino e neanche quel “Ti amo ancora” può salvarla dalle porte dell’inferno fatto di piedi nudi e vestaglie bianche, di grida e cantilene, per ricordarci che oggi si è pazzi fino a domani. Oggi non ce n’é per nessuno quando si perde un figlio. L’autore è fin troppo bravo ad insinuare tra le sue parole le immagini di una madre che non si riconosce più, di una donna che fugge anche dall’uomo che ama, lontano dai fantasmi morti rinchiusi nell’orrore dei suoi stessi occhi.

Spesso il lettore è impreparato nel trovarsi di fronte campi sterminati di sentimenti, boschi che cullano e proteggono suoni, mani che disegnano nell’aria i movimenti di un timido pianoforte che fa tremare le grida della terra. Ogni elemento naturale come il bosco, l’erba, la pioggia diventano il fulcro e l’alcova di emozioni espresse come valanghe, come discese sconfinate davanti alle quali è impossibile arrestarsi.

La penna dell’autore scava dentro gli uomini e le donne di cui racconta, mettendoli a nudo senza vergogna. Essi tremano, piangono, ridono, sognano, tutto rigorosamente in stile puramente umano. E’ un romanzo intriso di umanità che esalta l’interiorità della felicità e del dolore senza necessariamente chiamarli con quel nome. Sulla sfondo di queste storie che s’intrecciano, in cui sconosciuti si riconoscono e condividono momenti che servono per dare un nuovo senso alla vita, il tempo “è diventato vuoto, scuro, tremendo, su cui si è abbattuta una tempesta, che ha graffiato quei visi con la rabbia e ingrigito quei sorrisi con la nebbia.”

Le percezioni che emergono dalla lettura sono nitide, intime, sembra di sentire lo spirito di queste anime indifese e scoperte da noi che abbiamo sete di emozioni e carezze. L’interiorità è espressa attraverso la natura e l’arte della musica e del disegno, le essenze eterne che sfidano il tempo, che diventano culle di sentimenti che accogliamo come le uniche note che vogliamo ascoltare.
Come la musica creata da Lorenzo è accesa, viva, calda, furiosa così anche la scrittura dell’autore è armonia e melodia di parole e di oltre.

“La vita incompiuta rimane nell’aria. A disegnare percorsi sonori sconosciuti, dal pulviscolo dell’aria, direttamente nella mente. E aspetta che qualcuno vada a liberarla. A lasciarsi cullare dal fluire incontrastato delle note, che s’impregnano nella materia, come gocce d’acqua sulla terra nuda. La mano le afferra e le mette in fila, le incastra in una successione perfetta.”
Questo è quello che Lorenzo fa con la musica e che incarna perfettamente ciò che l’autore crea con le proprie parole.

I cavalli della giostra è pura poesia che trasuda sensualità dei corpi e delle menti di questi esseri mortali e tragicamente umani che solo cercandosi da lontano, si accarezzano attraverso il vento fino ad unirsi in un unico tocco.
C’è un lieto fine per ciascuna di queste storie, non voglio nasconderlo. Storie d’amore e di dolore, perdono e sollievo, partenze e arrivo. Ma cos’è l’amore se non il centro di queste pagine che si raccoglie intorno all’unico concetto veramente importante: “Non siamo nulla se non ci prendiamo cura di qualcuno”.
E allora lottiamo contro l’amore non dato perché esso

“rimane nell’aria. Aspetta che qualcuno vada a liberarlo. L’amore non dato impazzisce nell’aria. Si mette a urlare, a prendere a calci le inferriate della sua prigione, fino a quando non riesce ad uscire. L’amore non dato è sottile come l’aria, s’infila nel petto, rimbomba, non dà tregua, rimbalza nel cervello senza sosta, sospende il ritmo vitale e diffonde l’impalpabile sensazione di morire.”
Antonio Gentile sa come farsi capire, sa essere delicato e profondo, consapevole incantatore della sua giostra di parole. Ogni parola è un cavallo che danza fatto di penna e di carta che sogna la libertà oltre le mura strette di una stanza.

Vorrei dire all’autore che non dimenticherò questo libro che mi ha fatto tremare grazie soltanto alla semplicità dell’emozione che tra queste pagine scivola fuori come la seta che non si trattiene sulla pelle nuda del cuore.

I cavalli delle giostre, legati ad aste, prigionieri del luna park della vita, delle gabbie del mancato perdono e del senso di colpa, sognano la libertà di volare nell’aria.
Il romanzo inizia con un tono delicato e leggero, poi si trasforma in angoscia e abbandono, in rabbia, morte ed impotenza. Ma i cavalli sono sempre lì ad aspettare, sporchi e trafelati in attesa di cambiare. Ne sono passati di titoli di coda ma la giostra prima o poi sarà vuota.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    01 Mag, 2014
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Oltre i limiti del dolore

Oltre i limiti di Katie McGarry (DeA, 2014) è un romanzo coinvolgente e appassionante che non lascia indifferenti nonostante la storia possa, almeno inizialmente, apparire molto simile ai romanzi New Adult tanto in voga al momento.

Narra la storia d’amore tra due diciottenni di nome Echo e Noah, vittime entrambi di una vita dolorosa e piena di ostacoli. Echo sopravvive ad un’infanzia difficile in cui il padre l’ha abbandonata sposando un’altra donna che lei odia e in cui la madre, pittrice psicotica, è finita in carcere con la diagnosi di follia. Echo teme lo stesso destino di colei che l’ha messa al mondo soprattutto dopo un evento che le ha sconvolto completamente la vita.
Una notte di cui non ricorda nulla e che tutti sembrano conoscere la tormenta sia psicologicamente che fisicamente, avendole lasciato una serie di cicatrici ai polsi e alle braccia che lei è costretta a nascondere continuamente per evitare di alimentare i pettegolezzi sulla sua presunta volontà suicida. Il padre è un maniaco del controllo e il suo interesse verso la figlia è direttamente proporzionale ai suoi voti a scuola.

Echo, prima di quella notte, era una ragazza molto popolare. Bella e ricercata, ben voluta da tutti e soprattutto brava a scuola dove vantava una media scolastica tanto alta da valerle un riconoscimento nazionale. Ma quelle cicatrici e la consapevolezza di non sapere come essersele procurate la getta nello sconforto più assoluto, facendola chiudere dentro se stessa e con l’unico desiderio di passare inosservata.

La sua, dunque, è una famiglia disastrata, dove non esiste l’affetto né la preoccupazione genitoriale. E’ evidente sin dall’inizio il suo rapporto complicato sia con la madre che con il padre, entrambi a loro modo assenti e incapaci di comprendere le difficoltà della figlia. Proprio a causa di questo disagio, Echo verrà aiutata dalla psicologa della scuola, l’unica in grado di comprenderla.
Sarà proprio grazie ai loro incontri che farà la conoscenza di Noah, il cattivo della scuola, personaggio controverso e dal carattere tagliente e appassionato. Noah fa uso di droghe, è uno sballato, va male a scuola, prende in giro tutti, soprattutto le ragazze, ostentando sicurezza e menefreghismo con il suo giubbino di pelle e la sua aria da dannato fatta di tatuaggi e canne. Sembra protetto da una corazza di metallo tanto gelida quanto impenetrabile eppure in realtà non è così. Dentro al suo cuore si nasconde un dolore inconfessabile: la lotta per l’affidamento dei due fratellini minori.

Come Echo, anche lui ha passato un’infanzia complicata. I genitori sono morti in un incidente e i due fratellini gli sono stati strappati per essere affidati ad una famiglia adottiva. Noah, che studia e lavora in un locale dove si cucinano hamburger, è combattuto tra il desiderio di avere i fratelli con sé e la consapevolezza che non potrà mai offrirgli la tranquillità e il benessere di una famiglia normale. Eppure l’unica cosa che desiderano sia lui che lei è la normalità. Quando s’incontrano per la prima volta, basta poco per capire che hanno molte cose in comune e che la loro frequentazione può rivelarsi utile per entrambi e per la loro maturazione.

Sono giovani, ma pieni di problemi e soprattutto i loro pensieri non sono quelli dei ragazzi della loro età ma appaiono molto più maturi. La loro esistenza è stata spezzata tragicamente più volte ed è diventato sempre più difficile per loro rialzarsi. Ciò che ha distrutto la fiducia negli altri e che ha spinto Echo ad allontanarsi da tutti è stata la morte del fratello in guerra a cui era molto affezionata, un dolore che non è riuscita ancora a superare. I due ragazzi proveranno insieme ad a aiutarsi e lo faranno in un modo che mescola amicizia, amore, gratitudine, crescita e superamento dei limiti in tutti i sensi.

Non ci sono molte scene di sesso com’è tipico in questo genere di romanzi per adolescenti, nonostante Echo sia ancora vergine e Noah non abbia mai fatto l’amore davvero. Il loro rapporto è principalmente impostato sui baci e sulle carezze e soprattutto sui momenti attraverso i quali i due si conoscono sempre più profondamente.

La copertina può trarre in inganno: un tramonto, due ragazzi e le loro scarpe in bella vista può far apparire questo romanzo come una storia molto più leggera di quanto è in realtà. Leggendo, invece, si scopre che la trama è capace di offrire importanti riflessioni proprio attraverso le vite disastrate dei protagonisti: tematiche come la morte, il dolore, il prendersi cura di qualcuno che si ama oltre tutto e tutti sono i punti fondamentali del libro. Niente sembra essere lasciato a caso e tutto ciò che viene accennato all’inizio trova conferma alla fine.

L’unica cosa che lascia un po’ perplessi è l’atteggiamento dell’autrice, soprattutto all’inizio, nel voler necessariamente giustificare i caratteri di Echo e Noah con le loro esperienze di vita, quasi a voler dire che nonostante la loro giovane età hanno entrambi più cicatrici che ricordi belli.

Dunque, al di là delle premesse adolescenziali e tipicamente giovanili, questo romanzo si differenzia dagli altri pubblicati in questo periodo e tutti incentrati sulle storie d’amore maledette ed impossibili, per una maggiore profondità e maturazione. Il linguaggio è immediato, diretto e non si perde in inutili descrizioni sdolcinate o eccessivamente romantiche. Certo il romanticismo è evidente, soprattutto nel personaggio di Noah, così cattivo e beffardo con tutti e così innamorato di Echo, che come dice il nome stesso, è l’unica sirena in grado di rapirgli il cuore.

Oltre i limiti significa proprio questo: superare i limiti del dolore. I due ragazzi, insieme e con l’aiuto di una persona competente e soprattutto umana e comprensiva, riusciranno a venire fuori dal buio delle loro vite per ritrovare nuovamente la speranza, una speranza che li condurrà verso un cielo al tramonto indice di pace e consapevolezza, perché alla fine del libro saranno guarite le loro cicatrici e saranno alleggeriti i loro cuori.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    08 Aprile, 2014
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Alakim: Luce nelle tenebre del mondo ...

Alakim è un romanzo molto particolare. Partiamo dalla scelta del nome di questo personaggio che sembra già essere carico di tutta l’essenza immane ed intensa che si racchiude in un unico essere che diventa testimone di tutte le nefandezze di un mondo e di tanti altri ancora.
A me è piaciuto molto questo nome, sarà per la A che è anche la mia iniziale, oppure perché in esso ho immediatamente colto l'immensità di un personaggio così grande da rendere il suo essere incontrastato.
Quasi fosse impossibile resistergli.
Oppure perché per certi versi è simile al mio romanzo e soprattutto al seguito che sto scrivendo. Quasi una piacevole e strana coincidenza.
Ma chi è davvero Alakim?
Da dove nasce tanta rabbia, potenza e desiderio esasperato?
E’ mai possibile che un angelo, un Serafino, colui che ha sconfitto Lucifero, una volta caduto dall’Eden, e precipitato sulla terra per sua libera scelta, diventi così malvagio, perverso ed inarrestabile?
La risposta è sì quando la tua vita te la stai giocando con il Signore del Male.
Lucius come lo chiama fraternamente Alakim. Colui che gli era fratello quando nel Paradiso regnava la pace. Ebbene sappiate che non è stato l’arcangelo Michele a cacciare Lucifero ma Alakimael, un Serafino di egual potenza e luce che in nome del Padre, ha combattuto contro un suo simile, riportando una vittoria tanto meritata quanto eclatante.
Ma Alakim è sempre stato molto di più.

L’insofferenza nel vedere che gli angeli non possono godere di libero arbitrio mentre gli umani sì, lo ha spinto a voler scendere sulla terra e distruggere quel mondo che l’umanità non merita. I suoi piani però lo portano verso una strada completamente diversa sulla quale compare nuovamente il passato e il viso giovane e dissoluto di suo fratello Lucius.
Con lui stringerà un patto che se perderà lo costringerà a cedere la propria anima al Demonio, la cui brama sembra non avere fine.
Alakim è tante cose insieme. La sua natura è angelica, demoniaca, persino umana.
Da quando stringe quel patto, su di lui prevalgono le tenebre. La sua luce di Serafino viene offuscata e le sue azioni sono esclusivamente dettate da una fame insaziabile. Una fame fatta di malvagità, di odio, di rabbia, di sangue. Gli occhi dell’immortale hanno i colori dell’argento e si nutrono di tutto il male del mondo. Solo così egli riesce a sopravvivere facendo del male e subendolo in un misto di dolore e piacere che proprio per la natura perversa di quell’essenza non riesce mai a soccombere.
Sceso sulla terra si appropria del corpo di un uomo morto, un sicario e la sua forma umana diventa sinonimo di potenza, sensualità, forza, oscurità.

Alakim è un angelo e un demone, un uomo e un immortale che combatte continuamente contro la sua stessa natura.
E’ incredibile come l’autrice riesca a trasmettere perfettamente il dissidio interiore del protagonista. La sua fame, le sue voglie, la sua malvagità, la sua lussuria sono talmente vive tanto da sentirle addosso. Alakim ci sussurra continuamente all’orecchio quello che prova ed è devastante scoprire quanto sia forte la volontà di fare del male, tanto quanto è ancora acceso quel barlume di coscienza che gli permette di non superare il punto di non ritorno.
E poi c’è lei, Nicole, giovane donna che lotta per i propri ideali e che dalla vita è già rimasta ferita a tal punto da non avere nessuna fede.
Ebbene proprio lei incontrerà Alakim e scoprirà di essere colei che lui cerca. L’Invocantes, una persona in grado di richiamare gli angeli, l’unico modo per rispettare il patto con Lucius.
Nicole si troverà coinvolta in una storia incredibile, alla quale, inizialmente farà fatica a credere.
Conoscerà Alakim, scoprendo la sua natura di angelo e demone, i suoi amici, Samshat e Muriel, Nephilim anch’essi di straordinaria potenza e affronterà insidie e pericoli, sempre in balia di eventi che sembrano al di fuori della propria comprensione umana.
Ma la lotta più forte e più sentita sarà quella con il suo corpo e con il suo stesso cuore.
Alakim le strappa ogni briciolo di ragione, la conquista senza chiederle permesso, le entra dentro, appropriandosi di ciò che lui dice essere suo.

“Ti terrei qua per sempre, senza che tu possa mai vedere altro, senza che tu possa mai sentire altro al di fuori di questo. Qua ad aspettarmi ogni giorno e ogni notte, perché venga a riempire il tuo vuoto.”

Non lo fa solo perché Nicole è l’Invocantes e quindi l’unica in grado di aiutarlo, lo fa perché prova un’attrazione indefinibile per lei che lo porta a desiderare di farla sua in ogni modo possibile.
Nicole si rende lentamente conto che lo ama, e che desidera stare con lui contro tutto e tutti, persino contro la sua stessa natura che lo spinge inevitabilmente verso la malvagità e la crudeltà.

“Ma lei non serrò le palpebre e guardò dritto nella parte più tenebrosa di Alakim, poiché lui era anche questo: terrificante e affascinante come solo il male poteva essere.”

C’è molto di religioso all’interno del romanzo ed è inevitabile la riflessione che l’autrice fa nascere ponendo determinate questioni ma senza dubbio il suo stile rimane impresso non per le domande ma per le certezze che riesce a narrare.
La certezza delle sue parole, scelte perfettamente e con cura, capaci di descrivere in modo vivo e animato le sofferenze tanto quanto i piaceri.
Tutti i personaggi sono terribilmente reali, scoppiano di vitalità, non sono racchiusi nella pagina, essi vanno oltre, entrano nella testa e sono capaci di farti vedere ciò che essi stessi stanno vivendo.
Non sono personaggi fumettistici nonostante la loro natura immaginaria, sono esseri fatti di corpo e mente, a cui non manca una profonda carica di nostalgia e malinconia.
E’ così Muriel, con il suo viso triste e perfetto, talmente bello da apparire come il piacere stesso.
E’ così Samshat, guerriero e immortale, unico a cui Alakim dia davvero ascolto.
E così lo stesso Alakimael figlio del paradiso e adottato dall’inferno, anima dannata e maledetta che cerca soltanto pace nella possibilità di essere se stesso.

In questo romanzo si gioca la libertà di ciascuno dei personaggi e gli Dei sembrano ridere e prendersela comoda mentre le sue creature, sia esse mortali che immortali muoiono in nome della libertà.
Ma quanto vale la nostra libertà?
Alakim se lo chiede e per lui vale la sua stessa esistenza. Vale l’amore, la passione, la morte, e la vendetta. Non vuole rinunciarci e non ci rinuncerà mai.

Una storia che spezza il fiato, che non lascia respiro e che coinvolge oltre ogni possibilità di riflessione e comprensione.
Il clima è avvincente, non c’è un attimo di pausa, le vicende si susseguono senza lasciare spazio alla noia. La trama è costruita perfettamente e nonostante ci siano avvenimenti e personaggi, ciò che emerge e s’impone su tutto sono i pensieri e le anime di questa gente, di questo mondo in bilico tra l’umano e l’inafferabile.
I pensieri contorti, i desideri inappagabili, la fame immonda di un essere che desidera più di ogni altra cosa vivere.
Amare, lottare, odiare, per se stesso e per ciò che gli appartiene.
Alakim è più profondamente umano di qualsiasi altro personaggio fantasy inventato.
E’ così vicino al dolore, alla rabbia senza via d’uscita perché lui, nonostante la sua forza, non può combattere contro la sua stessa natura.
Molto brava Anna Chillon a rendere tutto questo vicino e comprensibile a tal punto che Alakim è uno sfacciatamente cattivo ma non puoi odiarlo.
La sua cattiveria, la sua malvagità sono figlie della sofferenza e dell’umanità. Sono figlie delle stesse domande che ogni santo giorno ci poniamo anche noi.
Dio dov’è? Perché mi ha fatto questo?
Egli è un reietto, uno che è stato abbandonato e adesso è perseguitato. I suoi sentimenti non sono quelli di un angelo potente e luminoso, sono quelli di un essere ferito, che ha combattuto in nome di ciò che credeva giusto e adesso è terribilmente solo.
La solitudine, la consapevolezza, l’estraneità sono elementi che permeano l’intero romanzo rendendo la lettura dello stesso profonda e incisiva.
Non si può restare indifferenti di fronte a tanta potenza, ardore, mistificazione.

Alakim è uno sconfitto che si trascina dietro gli echi di una vittoria. La più grande delle vittorie, i cui segni lo marcano dentro. Resterà per sempre un immortale che ha goduto del Paradiso ma adesso è sulla terra ed è questa la sua casa. L’umanità fatta di splendore e terrore colora e vivifica le sue notti solitarie di cui solo la luna è inconsapevole testimone.
Il suo orgoglio è grande tanto quanto la volontà di non piegarsi a nessuna lusinga, consapevole che la solitudine è l’unica scelta.
Sembra quasi che questo romanzo spiani la strada ad un prossimo in cui davvero conosceremo l’anima del suo eroe.
Un eroe nero, fatto di sangue e ferite, di desideri e paure che ci lascia dandoci le spalle, senza prometterci se ritornerà, avvolto dalle fredde ombre.
Ma nelle tenebre si nasconde inevitabilmente la luce.
Alakim ha dimenticato la sua vita da Serafino, Nicole può essere l’unica in grado di salvarlo, di riportarlo indietro dall’inferno in cui è precipitato.
Ma a che prezzo?
Anna Chillon è l’unica in grado di svelarcelo.
E’ l’unica ad avere le sorti di Alakim in mano.
Sono certa che non lo lascerà da solo, che continuerà ad ascoltarlo.
Ad ascoltare la sua fame e a cercare la sua luce.
Perché la luce è lì, da qualche parte.
Anna, trovala.
Per lui, per te, per noi.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    27 Febbraio, 2014
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Fiaba d'amore: Ci lasceranno dormire ancora un po'

Io me ne stavo là, da solo, al freddo, per strada...Perché mi hai cercato?"

Lei aprì gli occhi e lo guardò a lungo nella penombra prima di rispondere.

"Io ho indovinato chi sei, ti ho riconosciuto..."


Antonio Moresco è uno degli scrittori più importanti nel panorama letterario italiano non solo per la pubblicazione dei suoi libri ma soprattutto per la sua personalità e per il suo carattere sempre pronto a portare avanti e a difendere la propria ideologia sia in campo esistenziale che in quello letterario. Proprio per questo è un autore controverso, contro cui molto spesso la critica si è scagliata senza dare il giusto peso e rilievo alla sua figura come scrittore e soprattutto come uomo.

Fiaba d’amore (Mondadori, 2014) è un romanzo di sole 160 pagine che sin da subito conquista l’animo di chi legge per lo stile chiaro e poetico e per la narrazione che scivola dolcemente addentrando il lettore in quella che appare come una semplice fiaba, ma si rivela presto come la più grande metafora sull’esistenza.

Protagonista è un vecchio barbone di cui nessuno sa nulla, neanche lui stesso, che sembra aver dimenticato tutto, persino il suo stesso nome. Vive per strada, si ciba degli avanzi presi dai cassonetti, si corica sui cartoni e si veste con gli stracci trovati dove capita. Non parla mai con nessuno a tal punto che ha dimenticato come si fa. Non sa più articolare le corde vocali e non ricorda neanche il suono della propria voce. Si tiene sempre a debita distanza da tutti, persino dagli altri barboni che lo chiamano “il vecchio pazzo”. Girano tante voce sul suo conto: si dice che sia stato un importante imprenditore, un ricco magnate, insomma uno a cui i soldi non mancavano che poi, chissà per quale motivo, ha deciso di abbandonare tutto e vivere per strada senza nulla.

Moresco ci accompagna tenendoci per mano per le strade e i vicoli di questa sconosciuta città di cui non conosciamo il nome, tra negozi, auto e luci sfavillanti che rappresentano tutto quel mondo sociale che il vecchio pazzo ha abbandonato. A proposito, l’uomo si chiama Antonio, ma questo è un piccolo segreto che ci rivela l’autore e che ci fa sorridere all’idea che sia proprio lui ad autodefinirsi, insinuando in noi che leggiamo ancor più curiosità nello scoprire cosa mai Moresco riserverà al suo alterego. Ebbene gli regalerà la cosa più bella: l’amore!

Attenzione: spoiler trama.

Una giovane ragazza bella e profumata si insinuerà dolcemente nella sua vecchia vita fatta di emarginazione e di sporcizia, di disillusione e dimenticanza per donargli una nuova speranza: la speranza di essere curato, amato, reso felice per quello che è, quando chiunque ha cercato di evitarlo. La giovane donna si chiama Rosa e lo porterà nella sua piccola casa, lo laverà, gli comprerà dei vestiti, lo amerà come si ama l’unico grande amore della propria vita e lentamente il vecchio pazzo imparerà a parlare di nuovo e soprattutto a sorridere.

Chiunque li vede camminare per strada rimane sconvolto. Com’è possibile che una ragazza così bella ami un vecchio pazzo? Nessuno sa darsi una spiegazione, neanche il vecchio stesso che continua a lasciarsi amare da Rosa senza chiedersi perché. Nessuno sa il motivo di questa bellissima fiaba, neanche noi lettori che leggiamo estasiati e che attendiamo la vera svolta.

Purtroppo la fiaba finisce presto quando Rosa si stanca di Antonio e lo caccia via di casa. Il povero vecchio, di nuovo solo e senza niente, vaga per le strade desolate e in una notte in cui la città si copre di un manto bianco e ghiacciato si incammina verso la città dei morti che esiste laddove è labile il confine tra disperazione e speranza. Il vecchio si sente abbandonato, non ha più voglia di vivere né di lottare, il regno dei morti è l’unica salvezza. D’altro canto però non sa che quando la ragazza lo viene a sapere, muore dal dolore. E la fiaba ricomincia. I due si incontreranno nuovamente in un mondo che va oltre l’umana conoscenza e ogni credenza possibile.


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Fiaba d’amore è un romanzo che non narra soltanto una meravigliosa storia di desiderio e passione, di amore incondizionato ma è anche la più grande metafora sull’insegnamento esistenziale. In una società corrotta, sporca, in cui nessuno rispetta nessuno, tutti amano e poi si abbandonano, in cui l’amore inizia ma poi finisce perché niente è per sempre, Antonio e Rosa diventano gli emblemi di un nuovo modo di guardare verso l’orizzonte, un modo di ricominciare e di farlo senza compromessi, semplicemente con la verità.

La fiaba è un mezzo per raccontare la diversità, un modo per mostrare che ci può essere uno sguardo diverso su ciò che ci circonda perché la chiave per sopravvivere in un mondo in cui tutto è a portata di tutto è cogliere gli aspetti ancora inesplorati e da essi trarre nuova linfa vitale, nuova fede, nuova speranza. Oggi sembra che ci sia troppa libertà per tutti, per tutto. Viviamo in un mondo in cui i limiti sono stati superati e ci resta davvero poco da sperimentare e guardare. Ma non è davvero così. Nel mondo moderno paradossalmente siamo più ingabbiati che in qualunque epoca. E’ il progresso che ci incatena, che accresce le nostre illusioni e soprattutto le prevaricazioni. Il progresso ci ha fatto perdere la spontaneità, la genuinità di una vita in cui i veri valori sono scomparsi, in cui l’amore può essere una cura se ci si accontenta di ciò che il nostro cuore desidera. Ma purtroppo non è così: siamo schiavi e prigionieri delle nostre stesse illusioni e la letteratura, i romanzi, le storie raccontate con sincerità e anche crudeltà possono aprire nuovi spiragli su ciò che ci circonda.

Fiaba d’amore non è solo una favola. E’ un racconto che dalla luce passa all’oscurità, che dalla poesia passa al linguaggio fatto di strada e di terra, di polvere e di sporco, perché anche la fiaba più bella deve avere radici nella realtà affinché il suo messaggio possa davvero servire a qualcosa. Il vecchio pazzo è un uomo che ha smesso di sognare, che non parla, non sa più come si ride; a lui che ha perso ogni vitalità, a lui che sembra già morto, ritorna la vita.

La melodia di Moresco, l’armonia delle sue parole capaci di incantare nelle descrizioni degli ambienti e degli stessi personaggi a cui ci sia affeziona subito, sono testimonianza della sua anima, quella di uno scrittore pulito, con un cuore puro, che cerca di raccontare al meglio ciò che vede e sente per far sì che tutti imparino a guardare senza timore la morte, cogliendo nell’oltre nuove possibilità. Non temere la morte: questa è la chiave di lettura della storia tra Antonio e Rosa. E’ in uno sfondo in cui si mescolano due piani diversi, regno dei vivi e regno dei morti, che si gioca tutto il messaggio dell’autore.

Il suo linguaggio carico di metafore, di visioni, di ridondanze, serve a costruire la sua visione fantastica basata tanto sulla fiaba quanto sulla verità. Leggendo si ha la sensazione di avere davanti agli occhi dei disegni, dei piccoli schizzi fatti con la matita, dal tratto leggero e sottile, che scorrono veloci man mano che la lettura procede. Ed è così che il vecchio pazzo diventa un uomo in carne e ossa, la giovane fanciulla emana il proprio profumo fatto di sogni e meraviglia, il colombo, unico amico del vecchio, vola con un’ala ferita senza mai abbandonare il proprio silenzioso compagno. Le immagini stilizzate dei protagonisti assumono i toni e i colori tenui della dolcezza e della compassione, della pietà e dell’amore.

La scrittura di Moresco non è solo capace di far immaginare, ma sentire persino sulla pelle il freddo e la neve delle strade in cui il vecchio si perde. Non solo: sembra quasi di assaporare i profumi della nuova vita che Rosa dona all’uomo che ama e che riconosce per la strada mentre tutti fanno finta di non vedere. L’amore è riconoscimento e calore, vita, cura, compensazione. Il libro è pieno di immagini commoventi, di rinascita e persino di salvezza dal baratro più profondo. Cosa ha da perdere un uomo che già vive al bivio? Nulla, se non la possibilità di riconquistare tutto ciò che ha perduto.

Come afferma lo stesso Moresco, lo scrittore ha il compito di affrontare anche le tematiche più terribili, quelle di cui l’uomo ha più paura. Io non lo chiamerei compito ma dovere e ci vuole coraggio a farlo. Moresco ha questo coraggio, un coraggio a volte sottile, sussurrato, altre volte incandescente, pesante, possente così come le sue opere più importanti.

Ma Fiaba d’amore resta un testo che non si dimentica, con il quale dolcemente si è condotti verso la verità, senza schiaffi e senza morali. Si chiude il libro con la certezza di aver letto qualcosa di bello e con la consapevolezza che ci lasceranno dormire ancora un po’. Che sia ad occhi aperti o chiusi adesso sappiamo che per tutti può esserci una fiaba e che la nostra forse ancora deve iniziare.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    20 Febbraio, 2014
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Latte di iena: l'animo umano fa così paura...

Antonio Mocciola è un giornalista e scrittore napoletano che ha pubblicato diversi testi, ognuno dei quali, a suo modo, si è guadagnato il posto che meritava all’interno del panorama narrativo.

Latte di iena è l’ultimo lavoro pubblicato dall’autore che differisce da quelli realizzati in precedenza per molti fattori, su cui spicca uno in particolare: il tono tipicamente dark della sua scrittura e delle ambientazioni.
Latte di iena è una raccolta di 21 racconti tutti incentrati sull’odio e sul veleno dell’animo che lentamente viene distillato attraverso i pensieri e le azioni dei personaggi che più che esseri attori presenti sul palco appaiono più come fantasmi, semplici e fluttuanti comparse che volteggiano, ignare, sullo sfondo che appare sempre più oscuro di quanto è in realtà.

Mocciola non ci risparmia nulla. Le storie sono maledettamente fedeli al titolo. Mamme che non amano i propri figli, vecchie che uccidono, uomini che abbandonano le loro donne e poi tornano, preti che si macchiano dei peccati più oltraggiosi, chiese, cimiteri e abbazie dimenticate sono i non-luoghi presso cui le anime di questi dannati si muovono, cercando di affermare in una sorta di dormiveglia, i loro desideri più nascosti.

Si è parlato a questo proposito di catatonia, di sovrappensiero per spiegare o per cercare di spiegare il modus operandi di questi uomini e donne che parlano, scelgono e agiscono senza un apparente motivo. Lo stesso autore si consola pensando che se una persona agisce sovrappensiero, e quindi la sua azione è senza volontà razionale potrebbe dunque essere davvero più spontanea, più vera, più diretta? Priva quindi della meccanicità e della maschera proprie di un’azione pensata e razionalizzata? Non saprei, forse è solo il tentativo di trovare una ragione ad un agire che sotto sotto non è altro che un agire semplicemente cattivo. Esattamente come il veleno, come l’odio, l’uomo, in quanto essere umano, è capace di provare questi sentimenti in modo gratuito anche solo, probabilmente per scaricare le proprie frustrazioni, le insoddisfazioni di un destino che non è mai pronto a darci quello che desideriamo. Non a caso i personaggi di Mocciola sono insoddisfatti, hanno qualcosa dentro che li tormenta, li corrode, li rende rabbiosi, anche quelli che appaiono più tranquilli, sono iene pronte ad attaccare tanto nel silenzio quanto nel delirio.

E allora, ci si chiede, come giustificare questi comportamenti?
Io non cercherei di dare una giustificazione, ma li prenderei per quello che sono. Insomma come siamo pronti a prenderci le belle azioni, i bei pensieri, così dobbiamo fare con le cattiverie, dobbiamo considerarle per quello che sono: manifestazioni anch’esse dell’animo umano. E’ lontana seppur sempre attuale la disputa tra Rousseu e Hobbes. Due grandi filosofi che hanno discusso nelle loro teorie di quanto l’uomo fosse cattivo. Se per il filosofo francese l’uomo nasce buono ma è la società che lo corrompe, che lo incattivisce, per Hobbes invece l’uomo è cattivo nell’animo da quando nasce fino a quando muore. Una visione pessimistica e negativa che prevede un uomo che ha non ha alcuna possibilità di redimersi. Proprio a questo mi hanno fatto pensare i personaggi di Mocciola. Sono cattivi ma lo sono senza intenzione, senza pensarci, senza una vera e propria volontà di fare del male. Sono così e basta, come se fossero condannati ad esserlo. E questo naturalmente fa un po’ paura, non è così? Ci si chiede cosa si nasconde dentro di noi, di così oscuro e perverso, da poter prendere improvvisamente il sopravvento, senza farci comprendere quale sia il limite oltre il quale non possiamo più andare.

La maggior parte dei racconti sono così oscuri da non permettere di intravedere alcuna possibilità di luce. Quello intitolato Latte di iena, ad esempio che conclude il libro, è un racconto in cui sono presenti tutti gli elementi tipici di un horror. Fa davvero paura se si pensa a quella strana vecchia che vive da sola in un paese in cui sono scappati tutti e che alleva iene, di cui beve il latte come fosse la cosa più naturale del mondo. La sua casa è una struttura fatiscente e dimenticata, il paese un ammasso di pietre distrutte e di odore di animali morti e putrefatti. Un silenzio tombale governa le stradine interrotto soltanto dai canti famelici e disumani del branco di iene che tiene rinchiuse dietro la casa. Un presenza inquietante che trasmette terrore e voglia di scappare. Mentre si legge il racconto, c’è un ansia che pervade quei momenti, come se il primo desiderio fosse quello di aprire la porta e fuggire da quella casa e da quelle strane e quasi soprannaturali presenze. Dunque ansia, mistero, oscurità, paura, fino al terrore per questi racconti che non ci risparmiano davvero nulla.

Il linguaggio è perfetto per rendere una scrittura asciutta, priva di fronzoli, fredda e tagliente così come le anime dei personaggi. Lo stile è cattivo, essenziale, fatto di pietra e di tomba, asfissiante e persino blasfemo ed irriverente. Il racconto che ho preferito è Cani in chiesa dove è evidente la polemica dell’autore nei confronti della chiesa e dove è ancora più forte quell’odio gratuito e assurdo che emerge da un fondo come quello religioso che dovrebbe essere invece la culla dei buoni sentimenti. Ma neanche i preti si salvano. Neanche le madri, né i figli, né i fratelli né gli innamorati.

Tutti persi in un vortice di odio e malignità. Una malignità che perde della sua spaventosità perché viene descritta talmente in modo pratico, essenziale, come un “detto-fatto” che alla fine questi personaggi sembrano agire per rimando. Sono fantasmi sospesi nel tempo, immobili, fissi nella loro inettitudine. Il loro è un agire automatico, privo di moralità e di regola. Un agire che potrebbe anche definirsi libero o meglio liberatorio e che li pone al di sopra del caos e delle leggi sociali, perché essi, nella loro folle amnesia di vita, scelgono quasi sempre la morte come anestetico per se stessi e per gli altri. L’odio non merita alcuno sforzo, questo sembra essere il messaggio dell’autore, l’odio è spontaneo.
Le pagine sono cariche di metafore molto belle, capaci a tratti di interrompere quel flusso di negatività e far assaporare seppur per poco tempo l’anima poetica di chi scrive.

Lo stile è spesso carnale, viscerale immediato. Così l’autore riesce a coinvolgere e a far sentire seppur con brevi frasi ed immagini veloci, tutto ciò che vuole, come se usasse piccole pennellate di colori mai superficiali e sempre ben definite.

Alcuni racconti come il Luogo azzurro, sono carichi di sentimenti, non necessariamente negativi. Lì c’è l’amore tradito, quello abbandonato, una donna che ama ancora il proprio uomo e che dentro di se sente il fuoco che le arrovella le membra e non la lascia in pace fino a quando non vedrà lui tornare. Lì le parole diventano metafore traboccanti di significato, talmente forti, così’ animate che sembra quasi la pagina non riesca a contenerle. Quasi come se avessero una vita propria oltre la volontà di chi le pronuncia . Alcune sono cariche di odio altre sono pesanti e profondi squarci sull’amore. Così come certi racconti sono caldi di vita altri sono freddi di morte e solitudine.

Molti sembrano fatti di pietra tanto da far credere che sia impossibile scavare per trovare un sentimento che non sia l’odio. E’ bravo l’autore in questo a rendere chiaro il concetto.
E tutto diventa un tripudio di colori che lottano posizionandosi su due lati opposti: il grigio dell’odio e il rosso e il giallo di ciò che resta dell’amore.

Concludo dicendo che Latte di iena è un testo che può lasciare anche allibiti, volendo. Insomma ci si chiede perché tanta cattiveria gratuita, tanta freddezza. E’ mai possibile tutto questo? I racconti sono talmente brevi che non avrete tempo di trovare una risposta, perché poi una risposta non c’è.
Le pagine scivolano veloci e voi sarete talmente catturati dal non senso dei pensieri e dai non luoghi carichi di fascino surreale e maledetto che alla fine crederete più all’autore che a voi stessi quando dice che sovrappensiero siamo più veri e aggiungerei più liberi.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    17 Febbraio, 2014
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Doctor Sleep: il ritorno di Dan

Ci siamo.

L’attesa è stata finalmente premiata.

Dopo 36 anni dall’uscita di Shining, il più grande autore di horror degli ultimi anni, Stephen King, regala ai suoi milioni di fan sparsi in tutto il mondo il seguito più atteso ed acclamato, Doctor Sleep (Sperling & Kupfer, 2014) che in America, subito dopo la sua uscita, si è immediatamente piazzato al primo posto in classifica.

Il cuore comincia a battere forte aprendo le prime pagine, ricordando scene mai dimenticate, ritornando con la mente e con l’anima di nuovo in quel corridoio, dietro quel piccolo e indifeso bambino di nome Dan Torrence che adesso è diventato un uomo, un alcolista, un disadattato perché il suo dono, la luccicanza, è diventato la sua più grande malattia. Ma noi ci siamo, siamo di nuovo qui, esattamente dove King ci ha lasciato: fuori dall’Overlook Hotel, mentre osserviamo, impauriti e nello stesso tempo sollevati, l’allontanamento di Dan e di Wendy, dopo che sono riusciti a scampare alla follia omicida del malefico Jack.

Mentre l’Hotel brucia tra le fiamme, ci resta negli occhi e nella mente lo sguardo di colui che in quello stesso hotel è impazzito, rapito dai suoi stessi fantasmi, colto dalla disperazione e della solitudine, facile preda dei demoni e delle paure più recondite. L’immagine di Jack Nicholson diretto magistralmente da Kubrick nell’adattamento cinematografico di Shining si confonde con le righe scritte da King in un miscuglio di paura e terrore, di consapevolezza e brivido, perché niente di quel libro come del film può essere dimenticato.

Ed eccoci allora di nuovo faccia a faccia con Dan, alle prese con la sua vita fatta di disperazione e tentativi di sopravvivenza. Dopo la morte del padre e della madre per un cancro, Dan cade nell’alcolismo esattamente come Jack e butta in questo stato pietoso gran parte della sua vita, minacciato continuamente dai fantasmi dell’Overlook Hotel che non lo abbandonano mai, neanche quando fugge lontano, ritirandosi in una piccola cittadina del New England.
Sarà proprio lì che con l’aiuto degli Alcolisti Anonimi e dopo un lungo processo di cura che guarirà dall’alcolismo ma non dalla luccicanza.
Non può guarire da quello che tutti considerano un dono, non può scrollarselo di dosso soprattutto perché attraverso di esso riesce a trovare uno scopo, un motivo per la sua fino ad allora inutile esistenza. Trova lavoro come inserviente in una clinica per malati terminali e sarà proprio in quel contesto che metterà a frutto il proprio dono: verrà chiamato Doctor Sleep, Dottor Sonno, perché aiuterà i pazienti al termine dello loro vita ad affrontare con serenità e pace l’ultimo passo verso l’abisso della morte.
Il suo dono, che è fatto di premonizioni, telecinesi e comunicazione a distanza, lo aiuterà a dare sollievo a queste persone donando prima di tutto a se stesso una parvenza di umanità. Dan ha dei poteri straordinari, li ha sempre avuti. Lo abbiamo conosciuto mentre da piccolo tentava invano di scrollarsi di dosso le visioni di quelle bambine morte che non smettevano mai di chiamarlo. La chiamata della morte, con i corridoi dell’hotel più famoso di tutti i tempi, mentre si riempivano di sangue, è fissa nella sua testa e batte, continua a battere come il suono insistente di un martello che lavora senza mai smettere. Dan non può superare quello che era, non può perché se lo porta dentro e il suo dono è anche la sua più grande dannazione. L’unica persona che può salvarlo da una fine dolorosa è Abra, una bambina di dodici anni che già appena nata si era messa in contatto con lui attraverso la telecinesi perché dotata del suo stesso dono.

Dan sarà chiamato a salvarla da un gruppo di uomini e donne apparentemente innocui, appartenenti al gruppo dei The True Knot, che vagano all’interno di un camper, di città in città, per cercare tutti i bambini con la luccicanza. Il loro scopo è quello di rapirli e poi torturarli perché soltanto attraverso la tortura i loro corpi producono una speciale sostanza che è linfa vitale per quella strana forma di vampiri.

Se Shining è stato un libro nel quale Stephen King ha raccolto horror, mistero, risvolti soprannaturali ma soprattutto riflessione su temi importanti come la paternità e la solitudine, Doctor Sleep non è da meno. Gli ingredienti sono gli stessi e c’è anche di più. E’ sbagliato fare un paragone tra i due testi, converrebbe leggerli senza aspettarsi qualcosa l’uno dall’altro perché entrambi hanno fatto la storia della letteratura. Insomma quello che oggi viene considerato come il seguito di Shining non ha deluso, anzi ha meravigliosamente sorpreso. Forse c’è meno sangue e terrore del primo, ma a questo cambiamento di stile, l’autore ci aveva già abituato negli ultimi romanzi.

Doctor Sleep affonda le mani nella testa di Dan, afferra tutti i suoi demoni, tutti i suoi fantasmi e li trascina fuori alla tiepida luce del sole. L’inevitabile lotta tra Bene e Male la fa da padrone perché è questa la storia. E’ questo quello di cui King vuole parlarci: la luccicanza come dono per guarire dalla solitudine. Dan si ritroverà padre psicologico di Abra recuperando la perdita terribile del suo stesso padre, la cui visione morente e folle non lo ha mai abbandonato. Come Shining è un libro che parla di diversità, così anche questo affronta le stesse paure e le stesse difficoltà ma in modo più profondo, più maturo. Anche i cattivi di questo libro non appaiono così tremendi come ci si aspetterebbe, anzi in alcuni momenti, nonostante la loro forza ed immortalità, appaiono pietosi, perché perdono la loro carica di superiorità e potenza che li renderebbe troppo inverosimili. Su tutto sembra regnare l’umanità, la saggezza e la consapevolezza che si può guarire da tutto. Stephen King è guarito dall’alcolismo e dalla droga in cui era piombato proprio quando scriveva Shining. Lo hanno guarito gli alcolisti anonimi, l’amore della famiglia e soprattutto il suo dono: la scrittura. Ed è proprio quello che avviene a Dan.

Guarirà grazie alla luccicanza. Guarirà perchè se il primo libro finisce con l’oscurità che prende il sopravvento mentre la follia e la morte strappano a tutti, anche ai sopravvissuti Dan e Wendy, la consapevolezza di poter vivere felici, Doctor Sleep ci dona una speranza di riconciliazione con noi stessi e con tutto ciò che ci portiamo dentro.

Ancora una volta il Re non ci ha traditi. Avevamo atteso Dan per troppo tempo e adesso, con un brivido e con un leggero tremore delle mani, possiamo chiudere il libro e tirare un respiro di sollievo. Ora è davvero finita.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    09 Febbraio, 2014
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Con te sarà diverso e pur sempre lo stesso

Con te sarà diverso (Newton Compton Editori, 2014) è il nuovo New Adult della scrittrice Jessica Sorensen che torna in libreria dopo i successi di Non lasciarmi andare e Tienimi con te che hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo. Questo romanzo è il primo della serie “The coincidence” che ha ancora una volta come protagonisti due giovani innamorati che conservano dentro i loro cuori ferite indelebili.

Callie è una ragazza introversa e problematica che ha un unico desiderio: quello di passare inosservata e di rendersi costantemente invisibile. Kayden è all’apparenza bello e molto attraente, sembra il ragazzo più tranquillo del mondo e nessuno direbbe che dentro la sua anima si cela una terribile tragedia che lui stesso è costretto ad affrontare ogni santo giorno. Entrambi, quindi, nascondono dentro di loro segreti inconfessabili, ferite profonde che difficilmente possono essere sanate.

Callie ha perso la fiducia nelle persone, desidera solo stare lontana da chiunque tenti di avvicinarla perché ha il terrore che le venga fatto ancora una volta del male. Quando era ancora una bambina, la sua innocenza fu macchiata da un grave episodio di violenza e questo non le ha mai permesso di andare davvero avanti e di crescere serenamente. Kayden, invece, deve affrontare tutti i giorni la violenza del padre che scarica su di lui tutte le sue frustrazioni. La storia è ben articolata, ma in questo romanzo, Jessica Sorensen ci conduce in una realtà dove ci sono problemi molto più profondi rispetto a quelli a cui ci ha abituato nei suoi romanzi precedenti e questa maggiore introspezione e volontà di addentrarsi nell’animo umano non fa che giocare a suo favore, rendendo questa ennesima prova letteraria ancora più valida delle precedenti.

Durante lo svolgersi della trama non assistiamo soltanto alla crescita dell’iniziale amicizia tra Callie e Kayden, ai loro incontri amorosi o alle loro litigate ma siamo spinti anche a riflettere sui loro dissidi interiori e assistiamo con coinvolgimento e partecipazione alla loro maturazione e crescita, una crescita che affrontano assolutamente insieme. Kayden, oltre la superficie, oltre la paura di essere costantemente ferito e la chiusura verso gli altri che deriva dal fatto che non vuole innamorarsi perché si sente sempre minacciato dalla presenza e dai deliri del padre, la prima persona che dovrebbe volergli bene, è un ragazzo dall’animo profondo e dolce, una persona che desidera amare ed essere amato più di ogni altra cosa. Quando incontra Callie si rende conto che ha bisogno di lei per venire fuori dalla sua solitudine e impotenza, ha bisogno di una speranza, di una certezza per cominciare davvero a vivere.

Anche Callie riconosce in lui la possibilità di una salvezza. Nonostante abbia paura di lasciarsi andare perché il dolore è ancora troppo forte, vede in quel ragazzo sconosciuto uno specchio in cui riflettersi e con cui condividere tutto. La fiducia è l’aspetto più importante in un rapporto, soprattutto quando i cuori coinvolti sono spezzati ed è per questo che il legame tra i due protagonisti procede per gradi e cresce prima come amicizia e poi come amore, proprio come cresce lentamente la fiducia.

Jessica Sorensen dimostra ancora una volta di saperci fare, regalandoci un libro intenso, carico di emozioni e pieno di riflessioni su tanti aspetti della vita. Attraverso la storia di Callie e Kayden entriamo in un mondo fatto di amore e violenza, di fiducia e rispetto, di paura e determinazione ma soprattutto un mondo in cui è la speranza a vincere. Si può guarire dalle malattie dell’anima, si guarisce attraverso l’amore, attraverso le carezze e i baci. Si guarisce prendendosi cura l’uno dell’altro, perché Callie e Kayden si prendono cura a vicenda, riconoscendosi e amandosi per quello che sono e nient’altro.

Nonostante le difficoltà che hanno sempre avuto soprattutto rapportandosi agli altri è proprio attraverso loro stessi e la loro unione che ne vengono fuori, condividendo dubbi e paure e soprattutto uccidendo i loro demoni e sanando le loro ferite. Non mancano le scene di sesso tra loro, ma esse assumono un ruolo relativo rispetto ai romanzi precedenti dove la maggior parte della storia era centrata proprio sugli aspetti sessuali e sull’attrazione innegabile tra i protagonisti. In Con te sarà diverso, invece, l’amore, pur vissuto nella sua fisicità, assume toni più profondi, è ugualmente caldo ma di un calore che significa protezione, guarigione, cura e soprattutto redenzione.

Callie e Kayden non sono innocenti, sono stati corrotti dalla vita, ne portano addosso i segni che, seppur non saranno mai cancellati, potranno almeno essere curati grazie all’accettazione e il perdono. Un perdono che devono prima di tutto concedere a loro stessi e lo faranno, insieme.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    30 Gennaio, 2014
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I barbari

I barbari - Saggio sulla mutazione è un testo di Alessandro Baricco pubblicato da Fandango nel 2006 e che raccoglie trenta puntate fatte di riflessioni, consigli e citazioni sulla società moderna e i suoi innumerevoli cambiamenti pubblicate sul quotidiano La Repubblica dal 12 maggio al 21 ottobre 2006.

Baricco smette per un po’ i panni dello scrittore di romanzi per indossare quelli del sociologo e di colui che attraverso la ricerca, lo studio e l’osservazione dei cambiamenti e degli sconvolgimenti psicologici e morali avvenuti negli anni, utilizza un unico grande strumento per la comprensione della mutazione: la riflessione.

Chi sono i barbari? E cos’è la mutazione? I barbari siamo noi, sono tutti coloro che cedono alla trasformazione per permettere alla società e al nostro mondo di cambiare, evitando di arenarsi e di scomparire facendo la fine dei dinosauri. Una società che non cambia, che non muta, che non si evolve in qualche modo è costretta a scomparire. Così l’autore definisce barbari tutti coloro che sono consapevolmente e inconsapevolmente portatori dei cambiamenti nello stile di vita, nei rapporti umani, nelle leggi e soprattutto nei valori della nostra società. Ecco in cosa esattamente consiste il significato di mutazione: cambio di valori. Oggi i valori non sono quelli del passato, anzi sembrano essersi incrinati, persino scambiati e divenuti opposti rispetto a quelli che li hanno preceduti. Lo stesso autore lo spiega in modo chiaro e preciso.

“ Quanto a capire in cosa consista, precisamente, questa mutazione, quello che posso dire è che mi pare poggi su due pilastri fondamentali: una diversa idea di cosa sia l’esperienza, e una differente dislocazione del senso nel tessuto dell’esistenza. Il cuore della faccenda è lì: il resto è solo una collezione di conseguenze: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione, il piacere al posto della fatica.”
Tutti ci rendiamo conto che intorno a noi molto sta cambiando, che le innovazioni tecnologiche ci hanno spinto verso un orizzonte nuovo che ha modificato il nostro modo d’intendere le esperienze e soprattutto l’esistenza stessa. E’ cambiato il modo di intendere le vicende quotidiane, di vivere la vita e tutto ciò che questo comporta. Attraverso un excursus che parte dai vini, passando per il calcio, fino ai libri e all’invenzione di Google, Baricco ci mostra come il concetto di valore sia cambiato e quindi ciò che prima era apprezzabile e ritenuto importante, adesso è stato connotato con differenti parametri di considerazione e qualità. I libri ad esempio. In passato erano manifestazione di eccellenza, facevano parte della cultura d’elite, le stesse librerie e biblioteche erano luoghi carichi di mistero e conoscenza. Oggi non è più importante il libro in sé, la preparazione per scriverlo e i concetti in esso espresso quanto invece esso sia commerciale. Oggi i libri vincenti sono i best seller, tipica espressione della cultura emergente e anche di ciò che si vende di più, ossia la massificazione dei contenuti e delle idee, persino dei gusti. Lo stesso uso di Google nasconde la volontà di non andare in profondità, manifesta l’intento di “navigare” superficialmente ogni tipo d’informazione, per sapere un po’ di tutto ma niente di nulla.

Questi atteggiamenti volti alla mutazione di tutto un modus vivendi che è partita da secoli addietro per giungere fino ad oggi, ci dimostra come i barbari siano tra di noi, siamo noi stessi, quando per comprare un libro invece di andare in libreria, andiamo al supermercato. Per molti, i nuovi valori moderni non sono veri valori ma è pur vero che senza il cambiamento il nostro mondo non sarebbe altro che un ammasso di ossa dimenticate e noi stessi saremmo soltanto gli ennesimi resti di animali estinti. Ma allora come si fronteggia questa mutazione? Attraverso la salvaguardia che di ciò del passato vogliamo portare con noi in questa tremenda ma fascinosa mutazione che è già in atto. Baricco, in conclusione, cita la Grande Muraglia Cinese. Essa fu costruita per proteggere la civiltà cinese dalle scorribande dei barbari. Il Re, considerato Dio in terra aveva due possibilità nei confronti dei nemici saccheggiatori: commerciare con loro e accettare i loro scambi, ma questo avrebbe comportato un “contatto” con quegli esseri incivili che avrebbe rischiato di contaminare l’eccelsa civiltà cinese con quella barbara. Lo stesso valeva se si decideva di attaccarli e quindi di combatterli, anche questo avrebbe comportato una contaminazione. Così i cinesi scelsero una terza possibilità: ergere un muro che stabilisse un confine tra loro e i nemici, senza accorgersi che in questo modo non si difendevano dai barbari ma bensì erano proprio loro ad inventarli. Secondo Baricco, è un po’ quello che stiamo facendo noi quando cerchiamo di allontanarci dai “mutanti”, dai loro nuovi valori e dalla loro ideologia di base: la spettacolarità, il successo, la velocità. La genialità ad esempio, così tanto esaltata nel passato, oggi ha perso qualsiasi interesse, perché il genio è lento. E’ la moltiplicazione la chiave del successo, le infinite possibilità, non importa se si perde la qualità, se si perde la fede, se si perde l’anima. I barbari non hanno anima, non hanno un totem, non hanno il rispetto dei valori, essi arrivano e travolgono tutto. Essi corrono, saltano, aggraffano qualsiasi cosa e la spogliano di bellezza, di talento, la spogliano del sacro. Non è consigliabile combatterli, perché ci siamo dentro fino al collo. Anche voi che adesso state leggendo… Non dimenticate di comprare il libro. Mi raccomando, però, in libreria.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    20 Gennaio, 2014
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Una stanza piena di sogni, piena di noi

Una stanza piena di sogni è un titolo che s’intona perfettamente con l’immagine di copertina dove una giovane donna, con lo sguardo sognante, guarda chi la sta osservando. Attorno file intere di libri e davanti a lei una grande finestra. La finestra sul mondo, la finestra sul sogno. Colorata con tinte tenui e delicate, l’azzurro prevale fino a scontrarsi drasticamente con il pavimento scuro su cui poggiano i piedi di quella silenziosa ragazzina che non smette di guardare chi la sta osservando. Il suo nome? Josie Moraine, diciassettenne che vive in un quartiere degradato di New Orleans, negli anni ’50, anni di degradazione, corruzione e criminalità.

L’ambientazione fornita fin nei minimi particolari dall’autrice ci regala l’affresco di una città piena di contraddizioni, divisa drasticamente in quartieri ricchi, operai e nel quartiere dove vive la protagonista chiamato Quartiere Francese. La storia è popolata di personaggi perfettamente orchestrati intorno a Josie, che su di loro si staglia come l’immagine di una giovane donna forte e determinata, ma non per questo meno sognante. Josie lavora in una libreria e fa le pulizie nel bordello dove la madre fa la prostituta. Da lei non ha mai ricevuto un gesto d’affetto ma soltanto cattiverie e inganni, perché la donna che l’ha messa al mondo non prova nessun istinto materno per la sua creatura. E’ un personaggio negativo a tutti gli effetti persino più di Willie, la vecchia maitresse del bordello, che pur essendo una donna dura e fredda dimostra più di una volta il suo senso protettivo verso Josie. La ragazza vive da sola in un stanza sopra la libreria, quello è il suo rifugio segreto, il mondo pieno di storie e di libri che allenta la solitudine e il dolore delle sue giornate. Ed è così che tra una pagina di Dickens e una di Fitzgerald cerca di dimenticare la sofferenza di non sapere chi sia il padre e di sentirsi costantemente abbandonata. Sogna una vita diversa, di poter andare all’università e dimostrare a se stessa di non essere come la madre.

Altri personaggi si muovono dolcemente intorno a Josie, come Patrick, il ragazzo che lavora con lei in libreria, oppure Jesse il fioraio che segretamente è innamorato di lei. Sembra che tutti quelli che la conoscono siano pronti a proteggerla e a volerle bene tranne la madre. Questa consapevolezza innesca nel suo animo la voglia di scappare e di trovare il padre mai conosciuto. Un sogno che sembra realizzarsi quando appare Hearne, un uomo sensibile ed affascinante, amante come lei della poesia di Keats e capace di preoccuparsi della sua salute e della sua vita. Josie sogna che lui possa essere il suo vero padre ma questa fantasia viene presto interrotta dalla morte misteriosa dell’uomo di cui viene accusata proprio la madre. Un colpo duro e terribile per la sopravvivenza di quella stanza piena di sogni le cui pareti adesso tremano incessantemente di morte e paura.

Pubblicato da Garzanti nel 2013, Una stanza piena di sogni di Ruta Sepetys è un libro intenso e commovente. E’ facile amare fin da subito Josie, com’è altrettanto facile lasciarsi coinvolgere da un racconto pieno di umanità e di realismo, di sentimenti veri e sofferti. L’impianto narrativo lo rende un romanzo di formazione che ricorda quelli di Dickens, autore che viene spesso citato. Molti sono i temi trattati, dall’omosessualità al razzismo, dalla criminalità alla degradazione, tutti abilmente resi tanto da indurre riflessioni lunghe e profonde. Una stanza piena di sogni è un romanzo che omaggia i libri, quelli veri, quelli che insegnano a vivere e a costruirsi una vita migliore. La stanza di Josie non è solo un rifugio, non è un mondo in cui rinchiudersi per sempre, ma è un punto d’appoggio da cui trarre forza e voglia di vivere. Non è un punto di arrivo o di stasi, ma è una stazione di partenza per costruire anche ciò che ancora non esiste. Tutto è raccontato in modo delicato anche se parla di una realtà che sporca, in cui ci si ferisce e in cui bisogna necessariamente guarire per andare avanti. Per questo non è una fiaba, ma può essere un piccolo grande sogno, perché i sogni si realizzano, basta che ci sia una stanza in cui tenerli al sicuro, proteggendoli senza dimenticarli. Ma

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LadyA Opinione inserita da LadyA    17 Gennaio, 2014
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Il corpo che chiede in silenzio

Il corpo docile di Rossella Postorino, pubblicato da Einaudi nel 2013, non è semplicemente un romanzo perché non si ferma al racconto di una storia, ma è uno spunto per un’infinità di riflessioni su tutti gli aspetti della vita: amore, libertà, morte, desiderio, infanzia.

Osservandola tra le file di libri, un po’ in disparte, quasi avesse una volontà propria di nascondersi dallo sguardo veloce e frivolo della gente, la copertina non lascia alcun dubbio. Essa si armonizza perfettamente con il titolo e con ciò che Michael Foucault affermava a proposito dei corpi docili. Essi sono i corpi dei carcerati, di coloro che per colpa vengono privati della loro libertà e perdono il possesso del loro corpo, della loro identità carnale. Non possono decidere quando mangiare, quando parlare, quando lavarsi. Tutto è controllato e gestito da altri a tal punto che il corpo di un detenuto diventa quasi senza forze, ammaliato, privo di spinta e di alcuna possibilità di decisione. Ed è fatto in questo modo il corpo di Milena, la protagonista del romanzo, nata in carcere, nel quale ha vissuto per tre anni, come prevede la legge italiana a causa della detenzione della madre, accusata di aver tentato di uccidere il compagno per un tradimento.

Rossella Postorino, con grande coraggio e rara profondità d’animo, si chiede: com’è la percezione dell’esistenza di una donna che per i primi anni della propria vita ha vissuto in carcere scontando una colpa che non le apparteneva?

Senza alcuna pretesa, l’autrice riesce a raccontarci di Milena ormai ventiquattrenne come di una giovane ragazza che non riesce in alcun modo a lasciarsi il passato alle spalle. Dopo il carcere ha vissuto insieme al padre e la nonna fino a quando non è riuscita a ritagliarsi uno spazio per la sua indipendenza lavorando e accettando di aiutare un’associazione di volontariato che si occupa proprio di seguire i bambini che sono nati in carcere, indicandogli il modo migliore per entrare a far parte del mondo della quotidianità.

Avete mai pensato come deve essere la vita di un bambino che non ha mai visto l’infinità del cielo, non ha mai sentito l’odore del mare? Ma che soprattutto non ha mai potuto ricevere la protezione della propria madre perché anch’essa ridotta a corpo docile e quindi costretta a chiedere, ad elemosinare, a subire, senza alcun potere né per se stessa, né per lui? Milena non si è mai sentita protetta da colei che l’ha messa al mondo. In quel carcere senza alcuna via d’uscita la madre non era nessuno, non era onnipotente, non l’avrebbe tenuta al sicuro da tutto e tutti, ma era soltanto una bambina, esattamente come lei, che doveva chiedere e che spesso piangeva per la sua solitudine e impotenza. Nonostante questo, divenuta grande, Milena decide che la cosa migliore per lei è proprio vivere ancora ancorata a quel mondo, perché la paura di non essere accettati dal mondo esterno, il timore di essere feriti, è più forte di qualsiasi desiderio di integrazione. Così continua la sua vita in compagnia dei bambini detenuti, rivivendo ogni volta la sua stessa storia e insieme ad Eugenio, il bambino divenuto uomo, che è cresciuto con lei in carcere e che adesso è la sola persona che conosca in profondità la sua mente ed il suo corpo. E’ il suo amico, il confidente, il suo amante, l’uomo che le dà sicurezza e che ha vissuto con lei primavere e tempeste. Ma non è abbastanza, non lo è quando Milena incontra Lou Rizzi, un giornalista che sembra essere più interessato alla sua storia di carcere che a lei stessa. Ma questa è solo una delle tante paure della donna, troppo fragile nei confronti di quel desiderio travolgente e tremendamente fisico che la trascina inesorabilmente verso di lui e che la spinge a riconsiderare i limiti che si era imposta per il proprio mondo. Lou la vuole tanto quanto lei vuole lui, ed è così che la storia di Milena, non diventa solo una storia di esclusione, di dolore, di annientamento, ma anche d’amore, di salvezza, di desiderio furioso tra due corpi che nonostante tutto insieme riescono ad essere felici.

La vita in carcere è una vita di deumanizzazione. Quello che Milena perde o meglio che non ha mai avuto è l’umanità del proprio corpo, delle proprie scelte, la risposta libera e incondizionata ai propri bisogni. Farà fatica a conquistare il proprio spazio dentro un mondo che non la conosce. Il corpo è l’unico modo che abbiamo per occupare uno spazio e per mantenerlo. Milena dimostrerà come da corpo docile si può anche essere qualcos’altro. Si ribellerà, cercherà di salvaguardare quell’istinto di umanità che cova dentro ognuno di noi e che lotta contro qualsiasi tipo di addomesticamento.

Mi piace concludere ritornando alla splendida copertina di questo romanzo: malinconica, estremamente fisica, in grado di trasmettere dolorosamente il senso di perdita di possesso di se stessi, così curvati verso la volontà altrui. L’intima consapevolezza della violenza che gli altri possono esercitare su di noi quando non siamo liberi. La storia di Milena è la storia di ciascuno di noi, quando è impossibile liberarsi dai demoni del proprio passato, dalla gabbia della nostra esistenza. L’unica possibilità è salvare per essere salvati e anche se questo non sarà l’idillio almeno resterà una speranza.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    14 Gennaio, 2014
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Suburra siamo noi

Dopo il successo di Romanzo Criminale, Giancarlo De Cataldo torna con Suburra (Einaudi, 2013) a raccontare di Roma non senza qualche accenno all’indimenticabile banda della Magliana, insieme a Carlo Bonini, giornalista della Repubblica.

Suburra è un titolo alquanto evocativo che riporta direttamente indietro nel tempo fino all’epoca romana, quando con questo termine s’intendeva esattamente la plebe impiantata in un quartiere violento e devastato in cui la moralità e la legge erano completamente bandite. In questo libro, che è a metà tra romanzo e verità storica, scritto da un giudice e un giornalista, non si narra più la storia di Roma e quindi dell’Italia degli anni ’70-’80 come in Romanzo Criminale, bensì attraverso un salto temporale non meno rischioso ed inquietante ci troviamo ad affrontare le problematiche dei giorni nostri: esattamente l’anno 2011.

Il fatto da cui la narrazione parte è il progetto Waterfront, ossia la cementificazione di tutta la periferia sud della capitale che coinvolge uomini di ogni professione e rango, dai politici ai malavitosi, alle gang, passando per le forze dell’ordine, i camorristi e non ultimi gli alti esponenti della Chiesa. Cos’è cambiato quindi dall’epoca in cui comandava la banda della Magliana ad oggi? Poco o forse nulla, se non il fatto che il Libanese, il Freddo sono morti e vagano come fantasmi tra le strade odierne di Roma ma ci sono, direbbe qualcuno, ci sono ancora. Così come c’è ancora il Dandi rinchiuso in carcere a cui viene dato il compito di attribuire il soprannome alla mente delinquenziale di questo nuovo capitolo della criminalità: il Samurai. Egli è colui che detiene le redini di tutto il potere ed è anche il simbolo, l’uomo, la forza contro cui l’altra metà della storia, l’altra metà della verità, deve scontrarsi e combattere: il tenente Marco Malatesta, vecchia conoscenza del nuovo erede criminale. Da qui parte il viaggio dei due autori che non si sono risparmiati indagini, ricerche e riflessioni su tutto ciò che riguarda quel mondo e quel palcoscenico fatto di attori di ogni fattura e bravura. Suburra è un romanzo ma è anche qualcosa di profondamente vero che testimonia ancora una volta come anche con il passare degli anni certe cose, certi atteggiamenti, certi modi di gestire le nostre vite e quelle di tutti non cambino. Com’era avvenuto anche in precedenza, qui come allora, scopriamo come le menti al potere agiscano per decidere in nome della nostra stessa vita, come la politica e la stampa si muovano per farci sapere solo ciò che dobbiamo sapere, in modo da controllarci senza creare sconvolgimenti.

Al di sopra di ogni miseria raccontata si erge la capitale del mondo, Roma, antica e moderna, corrotta e pulita così come la folta schiera di personaggi che popola le sue strade e che impariamo a conoscere molto bene attraverso l’abile penna descrittiva dei due autori che non lasciano nulla al caso e neanche al non detto. Roma a metà tra lo Stato e la Chiesa, così profondamente divisa tra potere temporale e spirituale, così maledettamente sporca eppure così splendente nella sua forma eterna. Suburra è un romanzo che parla di ciò che è indimenticabile:

- la città;
- la banda della Magliana, di cui il libro è carico di echi;
- lo squallore e la delusione di fronte ai meccanismi politici e malavitosi che gestiscono le nostre vite;
- l’immancabile consapevolezza che non c’è redenzione per Suburra, per un luogo che nasce e cresce nella miseria e nella dimenticanza, che si sporca e continua a sporcare, che si perde nella sua ferocia e nel suo sangue versato.

Indimenticabile Roma, indimenticabile è l’Italia ancora incatenata alle proprie rovine, incastrata nelle stesse malattie, incapace di voltarsi e andare avanti senza guardare più indietro.

“Nei giorni della Suburra nessuno più è innocente”.

Per tutti coloro che hanno amato Romanzo Criminale, Suburra resta un testo imperdibile e non solo. Un testo che fa riflettere, che aiuta a comprendere, che apre scenari inimmaginabili, che ci avvicina a storie che appaiono fin troppo lontane solo per darci l’idea di esserci salvati. In realtà non ci stiamo salvando da nulla. Suburra è Roma, Suburra è l’Italia, Suburra è qui, esattamente dove siamo noi e dove sei anche tu.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    07 Gennaio, 2014
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Il dono del buio: dall'abisso alla luce


Molto spesso capita che la fortuna di un libro sia decretata ancor prima della sua uscita in libreria e questo accade quando dietro di esso si cela la storia straordinaria di una scrittrice come Valentina Giambanco, che seppur italiana di origine, decide di mandare il suo primo manoscritto ad un'agente letterario inglese, fulminando il suo interesse all'istante.
E dopo cosa accade?
Accade che quel libro "Il dono del buio" diventi un vero e proprio caso editoriale tanto da scatenare numerosi editori pronti ad accaparrarsi la pubblicazione.
Su tutti la spunta la Quercus, la stessa che ha pubblicato il fenomeno Stieg Larsson (Uomini che odiano le donne), mentre in Italia, i tanto agognati diritti di questo superthriller dalle tinte nero scuro vanno alla Casa Editrice Nord.

Valentina Giambanco, italiana trasferitasi a Londra dove ha vissuto gran parte della sua vita, si occupa di cinema ed ha contribuito ai montaggi cinematografici di film di enorme successo come Quattro matrimoni e un funerale e Donnie Brasco.

Il dono del buio è il primo libro della Giambanco, testimoniando la sua volontà di impegnarsi nella scrittura così come tanti anni nella cinematografia le hanno insegnato. Il montaggio non è altro che uno story-telling, quindi ella dimostra grandi capacità descrittive e di impostazioni narrative che rendono il suo romanzo un libro valido a tutti gli effetti.
Stiamo parlando di un thriller che non risparmia morte e sangue attraverso uno stile asciutto e scorrevole, spalleggiato da una profonda esperienza nella rappresentazione realistica delle scene a tal punto che durante la lettura si ha la sensazione di guardare e non più di leggere.
In altre parole, le vicende sono strutturate e rese in modo che il lettore debba assistere a dei repentini cambi di scena, tra racconti al presente e flashback del passato che diventano delle vere e proprie esposizioni, stralci di film a cui assistere a bocca aperta.
Non a caso l'inizio del libro, attraverso un breve prologo, ci getta immediatamente nel clou della storia.
Un bambino, forse di undici o dodici anni, che corre all'impazzata, in mezzo agli alberi e ai rami che lo graffiano e gli strappano i vestiti, mentre tenta di cercare aiuto per salvare il suo amico James che è ancora tenuto prigioniero.
Le sue mani sono sporche di sangue e il suo nome è figlio dell'abisso.

Questo breve stralcio non è altro che un flashback che appartiene ad uno dei personaggi principali, John Cameron, efferato assassino, che all'epoca di quella corsa contro il tempo era ancora custode della sua innocenza.
L'episodio risale a 25 anni prima ed è l'unico indizio a cui Alice Madison, la vera protagonista del libro, deve appellarsi per scoprire il mistero che si cela dietro un macabro omicidio di cui proprio Cameron viene accusato.
James Sinclair viene trovato ucciso insieme alla moglie e ai suoi due figli, bendato e legato sul letto del proprio appartamento.
Tutti hanno incisa sulla fronte una croce con il sangue e sulla porta, l'assassino ha lasciato una scritta: 13 giorni.
Madison, che è la nuova detective della polizia di Seattle, è una donna forte e determinata, molto perspicace ed intuitiva che non crede che il colpevole sia Cameron, nonostante tutte le prove siano a suo sfavore.
Ha dei dubbi perché non riesce a comprendere per quale assurdo motivo Cameron abbia ucciso Sinclair, il suo amico d'infanzia dopo aver rischiato tanto per salvarlo 25 anni prima.
E' evidente che i due hanno condiviso un'esperienza terribile, come quella del rapimento ed è inspiegabile il motivo per cui uno abbia ucciso l'altro.

Insomma i misteri sono molteplici e soprattutto i segreti che i personaggi conservano sono altrettanto terribili e stranianti tanto da rendere questo romanzo profondamente psicologico e altamente carico di tensione e suspence.
L'autrice dimostra di conoscere bene l'animo umano, le sue paure e soprattutto i suoi lati più oscuri che sembrano concentrarsi egregiamente nel personaggio di Cameron, che nonostante non sia il colpevole della morte del suo amico, è comunque un criminale che ha compiuto altri crimini, tutti riconducibili ad una sua personale visione della giustizia.

Cameron è il "cattivo" che alla fine il lettore riesce ad amare, un po' come avviene in altri romanzi come quello di Faletti, in cui una volta comprese le radici del "male", è difficile odiare del tutto quello che diventa il suo portavoce.
Cameron ha vissuto una vita difficile che lo ha portato a fare delle scelte, così come Alice Madison, divenuta poliziotta a seguito di un evento a cui non è riuscita a dare una ragione: la morte della madre.
Entrambi vivono una vita di facciata ma dentro stanno bruciando.


Passo dopo passo, dopo un inizio abbastanza lento e molto descrittivo, il romanzo vi aprirà gli scenari più terrificanti e macabri, vi accompagnerà nel profondo abisso dell'anima umana, laddove tutto ha una ragione, sia nel buio che nella luce.
Vi sembrerà di essere parte integrante della storia, di conoscere i motivi e le azioni dei personaggi, a tal punto da prendervi cura di essi e della loro vita.

Non ho dubbi che Alice e John vi rimarranno impressi per la loro carica emotiva e caratteriale, per il loro trascorso e per le loro scelte.
E alla fine non baderete più al finale...Non vi interesserà più sapere Chi Lo Ha Fatto ma vi accorgerete che l'unica cosa che vi interesserà capire è il Perché.


Quando un romanzo entra nel sangue, quando nella luce della lettura, esso vi proietta nel buio del mistero, nell'abisso dei segreti, dei moventi, dei demoni umani, chiudendo tutte le vostre finestre, sbattendo la porta e coprendo le vostre orecchie di inquietante silenzio, allora avete di fronte un capolavoro che va oltre la scrittura per diventare onniscienza narrativa.

Rapiti dal suo ritmo, che sale con calma, rassicurandovi e spaventandovi allo stesso tempo, alternando vicende di orrori a vita quotidiana, contrapponendo dialoghi efferati a profonde introspezioni nei ricordi e in ciò che non può essere dimenticato.

Stringerete tra le mani questo libro perdendo quasi coscienza di ciò che siete, perché ormai entrati in un mondo in cui la vista è cieca, in cui la mente è ottenebrata, in cui l'istinto non conosce la strada, vorrete solo capire perché siete arrivati fin lì, cosa vi ha trasportato e cosa mai vi riporterà indietro.

C'è qualcosa che può riportare indietro John?
E Alice?

Il dono del buio è la capacità di guardare nell'abisso, di scrutarlo, di comprenderlo, di farsi toccare per arrivare a sfiorarlo, ma mai, mai rimarrete innocenti se ci siete entrati dentro, nonostante dopo, i vostri piedi vi riconducano alla luce.
Niente sarà più lo stesso.

" Se guarderai a lungo nell'abisso, l'abisso guarderà dentro di te." Cit. di Nietzsche.


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LadyA Opinione inserita da LadyA    29 Aprile, 2013
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Il male che giustifica il male

La bestia dentro è un romanzo giallo che rappresenta l’esordio di due scrittori danesi, Søren e Lotte Hammer, fratelli nella vita e collaboratori letterari nella loro attività narrativa.

E’ un thriller ambientato in Danimarca, che si avvale del format tipico di quel genere letterario, avendo come protagonista un commissario di nome Konrad Simonsen che viene richiamato urgentemente da una più che meritata vacanza insieme alla figlia da poco ritrovata, per il rinvenimento di cinque cadaveri all’interno della palestra di una scuola.

A trovare quei corpi sono due giovani studenti, che alla vista di quell’orrore rimangono giustamente sconvolti. Non si tratta di cadaveri comuni, bensì di corpi mutilati a cui sono stati tagliati genitali e mani, con i volti spappolati e resi irriconoscibili per qualunque operazione di identificazione. Sono cinque uomini di cui non si sa nulla e ciò che è più terribile è che il commissario Simonsen, insieme alla squadra omicidi di Copenaghen, nonostante abbia a disposizione ogni risorsa possibile, troverà molte difficoltà nel portare avanti questa indagine, consapevole del fatto che mancano prove ed indizi. Nel frattempo si diffonde la notizia attraverso i media e scoppia lo scandalo per il quale l’opinione pubblica più che sembrare intimorita da quegli omicidi efferati e senza nessuna spiegazione, comincia a mostrare un interesse macabro e sinistro per colui che ha compiuto quello scempio a tal punto che sembra quasi certa la notizia che dietro quelle morti ci sia la pedofilia. Il killer, quindi, sarebbe una sorta di punitore di quelle menti malate che hanno approfittato crudelmente di bambini e senza alcuno scrupolo e senza pensare minimamente alla legge, si autopromuove esecutore finale delle loro vite, decidendone arbitrariamente la fine.

Il tema affrontato dal romanzo è scabroso e scottante. Sappiamo quanto la pedofilia sia una argomento che brucia, fin troppo delicato e profondo per essere trattato con superficialità. Ma questo non è quello che accade nel romanzo, perché gli autori hanno creato una trama ben articolata, ricca di colpi di scena e di suspense, senza tralasciare la caratterizzazione dei personaggi, che seppur nella loro stereotipia, restano ben delineati e tutt’altro che poco convincenti. Lo stesso Simonsen è un uomo caparbio, di grande carica morale e etica, per cui non stenterà a chiedere aiuto a chiunque possa essere rilevante, pur di raccogliere più informazioni possibili sugli sconosciuti uccisi e soprattutto sulle reali motivazioni dell’assassino.

La trama s’infittisce ulteriormente quando il maggiore indiziato del caso, un bidello alcolista dal passato di ricco professionista, si uccide, negando a tutti la possibilità di trovare una risposta a quelle che ormai sono diventate troppe domande, a cominciare dalla strana campagna di antipedofilia che mette in piedi un giovane imprenditore, vittima in passato di abusi sessuali, che inquieta non poco sia la polizia che la gente. Tutto il romanzo, senza dubbio incentrato sulla violenza e sulla morte inspiegabile di cinque persone, conduce il lettore verso un unico finale, una tormentata domanda che fin dall’inizio serpeggia nelle coscienze di chiunque venga a conoscenza di questa orrenda storia di sangue e morte. Può la pedofilia, forse il male più grande di ogni tempo, giustificare un così efferato delitto? E chi è colui che si sente talmente al di sopra delle altrui coscienze da innalzarsi ad unico e insindacabile esecutore di così feroci e raccapriccianti condanne a morte?

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LadyA Opinione inserita da LadyA    26 Aprile, 2013
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La libertà è una danza

Il racconto che dà il titolo all’intera collana di testi scritti da Murakami è quello che ha colpito di più il mio interesse non solo per il titolo, dietro il quale si celano molteplici significati ma soprattutto per la trama in cui si intrecciano temi tanto visionari quanto perversamente realistici ed attuali, di proposito somministrati al lettore senza alcuna pillola edulcorante che ne attenui l’impatto quasi folle.

I racconti sono sei, sullo sfondo dei quali si prospetta un unico tema comune: il terremoto avvenuto in Giappone, a Kobe, nel 1995, che funge da telone unificante dietro il quale le varie scenette narrative prendono lentamente piede, ospitate da un palcoscenico fin troppo spesso fantastico ed irreale, a volte persino eccessivamente colorato e burlesco.

I protagonisti sono uomini e donne comuni, al limite della banalità, con vite alienate e spesso solitarie, il più delle volte taciturni ed in cerca di un motivo qualsiasi per cambiare la loro vita.

“La forma del fuoco è libera. E siccome è libera chi la guarda può vederci qualunque cosa. Se lei guardando il fuoco prova una sensazione di pace, è perché la sensazione di pace che ha dentro ci si riflette.”
E’ così che attraverso una scatola magica o un fuoco sulla spiaggia che i personaggi riconoscono dentro di sé la flebile speranza della trasformazione, che si attua sempre agganciando una forma superiore di auto-conoscimento, una maturazione interiore che coincide con la tanto agognata liberazione della propria natura.

Yoshiya, il giovane protagonista di Tutti i figli di Dio danzano è l’emblema della volontà dell’individuo di uscire dallo stato di oppressione e staticità che coincide con una condizione di oscurità, che come una coda lunga e buia lo insegue, obbligandolo a portarsela ovunque. Cresce senza sapere chi è il padre e con la convinzione inculcatagli dalla madre, di essere figlio di Dio e come tale figlio del mondo stesso. Certezza che si trascina dietro fino a quando comprende che non è importante l’identità del padre, quanto liberarsi da quell’inappetenza vitale derivata dal senso di sconforto e di alienazione propri di una condizione di sentirsi privi di un posto nel mondo.

Anche Katagiri, protagonista del penultimo racconto, deve fare i conti con un’esistenza priva di slancio, tristemente annebbiata, nella quale piomba all’improvviso nientemeno che un ranocchio gigante, che lo aiuterà a distruggere il Gran Lombrico, altra ennesima incarnazione del deterioramento e dell’odio dentro cui le vite dei personaggi sono intrappolate. I protagonisti murakamiani hanno vite inconsistenti, ma ciò che dà forza al loro mondo è l’apparizione reale o sognante di strani esseri o cose che illuminano quel buio in cui tutto è attanagliato, proprio come se fosse stato fino ad allora tutto freddo e distrutto da un terremoto. C’è sempre una via d’uscita alla passività della vita, a volte una porta secondaria, che ci permette di allontanarci lentamente, senza mai scappare ma affrontando a viso aperto le nostre incertezze. Che sia attraverso una metafora o una visione, ogni nostra paura può essere abbattuta in nome di ciò di cui abbiamo bisogno, sia esso amore, felicità o comprensione. Sono tutte facce della stessa medaglia perché chi è realmente libero è sempre un figlio di Dio che danza agli occhi del mondo.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    25 Aprile, 2013
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L'eternità è solo un attimo

Il lupo della steppa è sicuramente uno dei romanzi più affascinanti di Hermann Hesse sotto diversi punti di vista, a cominciare dalla figura del lupo a cui egli attribuisce quella parte dell’animo umano dedita all’istinto, al selvatico e a ciò che non intende seguire le regole sociali o di qualsivoglia genere.

Harry Haller, il protagonista, alter ego dell’autore come dimostrano le iniziali, è un cinquantenne che si trova in un momento cruciale della propria esistenza. Con il passare del tempo egli ha finito per isolarsi completamente dal mondo e dalla vita sociale, dimenticandosi gli usi e i costumi, ritirandosi in un vero e proprio isolamento popolato soltanto da libri e qualche sporadico incontro umano. E’ poco socievole, estraneo al mondo, ombroso e persino selvatico. La sua faccia tradisce “un’aria straniera, forse un po’ singolare e anche triste ma vigile e piena di pensiero e di tormento.” E’ cresciuto con un’educazione rigida e moralista, da piccolo appariva stregato e indomito e il comportamento punitivo dei suoi educatori ha insinuato nella sua mente l’idea di essere come una bestia da ammansire, ricoperta soltanto da una leggera e sottile crosta di umanità.

Harry vive lasciandosi guidare a volte dall’anima dell’uomo, altre da quella del lupo. Ma quando è il lupo a pensare o agire, l’essere umano è sempre pronto a giudicare e condannare e lo stesso avviene se è l’uomo a prendere il sopravvento, la bestia lo deride, mostrando quanto sia sciocca e vana qualsiasi azione umana se si pensa a quali sono i veri piaceri della vita. L’atteggiamento isolato mostra ad Henry la dura realtà della sua condizione di straniero nel suo stesso mondo: si rende conto che è come se fosse già morto, perché il mondo lo ha lasciato terribilmente in pace, e vivendo liberamente la sua vita, senza dover ascoltare i comandi o le richieste di nessuno, gli sembra che la vita umana non lo riguardi più.

“La solitudine è indipendenza, l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda ma era anche silenziosa, meravigliosamente grande e silenziosa come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri.”
Nella dimensione perduta e ombrosa della sua vita, s’inserisce una figura luminosa e a tratti persino frivola, una donna di nome Erminia, di cui s’innamorerà e sarà colei che gli aprirà nuovamente le porte della vita, mostrandogli attraverso la danza, il canto e soprattutto il gioco, quanto sia assurda l’esistenza. Harry guarirà dalla sua “malattia” comprendendo che rifiutare la vita è il più grande errore. Persino i grandi maestri della letteratura come Goethe che egli ammira e di cui invidia l’ormai riconosciuta immortalità, dopo la morte, sorridono a testimoniare che nell’eternità non esiste la serietà. Nell’eternità è il tempo a non esistere, essa è solo un attimo, quanto basta per uno scherzo. Deve imparare a ridere e a vivere la vita senza dare troppo peso ai sentimenti, ma soprattutto deve capire che è inutile subire inerme la lotta tra le sue anime, la chiave è farle convivere accettando il proprio destino, bello o brutto che sia.

L’atmosfera che avvolge l’intera vicenda del nostro protagonista oscilla continuamente tra lucidità e pazzia, tra realtà e sogno, accompagnati da un irrefrenabile umorismo che rende Harry un po’ tutti noi, uno specchio nel quale rifletterci e scoprire che in fondo la vita va presa ridendo, smettendo di chiedersi se sia meglio essere lupo o altro, basta essere se stessi.

“Lei deve ridere e imparare a vivere. Deve imparare ad ascoltare questa maledetta musica della radio della vita, deve rispettare lo spirito che vi si cela e ridere di questo strimpellio. Altro non è richiesto.”

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LadyA Opinione inserita da LadyA    16 Aprile, 2013
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L'impero bianco: la polvere bianca è ovunque

"Non esiste mercato al mondo che renda più della cocaina.”

E’ tornato. Roberto Saviano è tornato, con la stessa determinazione, la stessa forza, lo stesso coraggio, mescolato ad una grande capacità narrativa, unita a innegabili doti giornalistiche che hanno reso Gomorra un successo mondiale.
Ed è così che ZeroZeroZero è uscito in tutte le librerie trascinandosi dietro le immancabili e ovvie critiche che lo renderanno, senza dubbio, il fenomeno letterario di quest’anno.

Come già ci aveva dimostrato l’autore precedentemente, anche questo testo non può essere definito in alcun modo, né inserito in un genere letterario preciso, poiché come era già avvenuto per Gomorra, anche qui ci troviamo di fronte ad un macrotesto in cui si alternano una serie di micro testi che passano dalla stessa concezione di romanzo per poi addentrarsi nelle schematiche proprie dei reportage giornalistici senza mai abbandonare l’idea di fondo che è quella della riflessione e dell’informazione. Perché prima di tutto ZeroZeroZero è un’opera che ha come intento principale quello di informare, di diffondere, com’è nella volontà di Saviano, che anche in questo caso non si tira indietro di fronte al racconto e alla messa in scena volontaria e mai arbitraria, con un fondo netto di verità e di riscontro, non più della storia della camorra, ma bensì di quella della droga.

Il titolo è un chiaro riferimento alla farina doppio zero e ripetere tre volte lo zero significa fare riferimento ad un tipo di farina purissima che non è altro che la cocaina, unica e incontrastata protagonista del mondo che l’autore ci racconta, partendo dalle radici della sua storia. Attraverso le sue parole, conosceremo i luoghi, i sistemi, le entità che sono coinvolte da questo fenomeno che frutta più di qualunque investimento in borsa e che spinge chiunque voglia guadagnare nell’immediato e nel modo più semplice, ad entrarne a far parte. Ma non solo, ci renderemo conto di quante persone ne fanno uso, uomini e donne a cui non avremmo mai pensato, ma la cosa più terribile contro cui l’autore ci mette in guardia è che sono proprio le persone a noi vicine, parenti, amici, datori di lavoro, amanti, che ne fanno uso a nostra insaputa, perché la cocaina diventa indispensabile quando si inizia a consumarla ed è per questo che tutti la vogliono, tutti la consumano e nessuno riesce più a farne a meno.

L’indagine prosegue citando dati che provengono dagli enti mondiali più importanti che si occupano di questo fenomeno, come l’Onu che nel 2009 ha stabilito che il consumo di cocaina è stato di ventuno tonnellate in Africa e quattordici in Asia, e che le persone che vogliono trarre profitto economico da questo sistema sono in costante aumento. Dal Messico, alla Florida, passando per la Colombia fino a giungere alle strade di Milano, Parigi, Mosca, la polvere bianca è ovunque, inserita in tutti i contesti e i sistemi che pongono i boss malavitosi a capo di questo impero bianco, che alleggerisce la mente ma distrugge il cuore e li rende sempre più uomini d’affari senza scrupoli, pronti a far morire milioni di persone.

Lo stile di Saviano non si smentisce, la scrittura scorre veloce, addirittura senza segni di interpunzione, dimostrando che il punto e la virgola sono i grandi assenti di queste pagine che si caricano proprio per questo di una capacità fisica che butta il lettore all’interno della storia, in cui ogni parola si carica di materia, quasi come se ogni lettera sorreggesse il peso di ciò che sta rappresentando, com’era già avvenuto per Gomorra dove ogni termine non si staccava mai dall’oggetto fisico con cui si identificava. La lettura diventava così non più solo una semplice riflessione e atto conoscitivo, ma bensì una vera e propria testimonianza, denuncia, atto politico e sociale, che dallo scrittore, giungeva fino a chi leggeva, che a sua volta se ne faceva carico, senza mai mancare la presa.

Non ci sono riferimenti bibliografici ma le storie raccontate sono sorprendenti, a tal punto che nonostante la mole del testo, il libro potrà facilmente trascinarvi in una lettura veloce, motivata dal desiderio di capire sempre di più la complessità di un fenomeno che anche se appare lontano per molti di noi, lontano non è. Non è lontano a tal punto che lo stesso autore riconosce il fascino maledetto che la cocaina ha avuto su lui stesso, in qualità di scrittore, ammettendo una sorta di dipendenza narrativa per l’oggetto della sua indagine, un’ossessione, che lo ha spinto a non voler smettere di parlarne, quasi come se non potesse farne a meno.
E io vi dico che è quello che accadrà quando leggerete il suo libro: non potrete fare a meno di finirlo.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    06 Aprile, 2013
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Ibridi non più nella carne ma nell'anima

Hybrid è un romanzo molto particolare in cui si mescolano diversi generi narrativi, primo fra tutti quello fantasy. E' soltanto il primo capitolo di una trilogia che immediatamente ci propone una novità che consiste nell'identità ibrida della protagonista che non è l’identità a cui ci hanno abituato i tanto acclamati romanzi di oggi, che vedono contrapposti quasi sempre personalità umane a realtà ben più mostruose come i vampiri o i lupi. Qui la lotta avviene nel corpo di una stessa persona che nasce con due anime che vivono al suo interno indipendentemente l’una dall’altra fino a quando a 10 anni, una delle due, quella più debole e remissiva, scompare, come se non fosse mai esistita.
Ci troviamo in America, dopo numerose guerre e il governo è totalitario e repressivo a tal punto che considera gli ibridi una vera e propria minaccia per quella parvenza di pace che intende difendere a tutti i costi. Ma allora chi sono davvero gli Ibridi? Sono gli esseri in cui l’altra anima non scompare e anche se perde il controllo del corpo, rimane comunque latente e in qualche modo presente, rannicchiata in un angolo al buio all’interno dell’essere umano. E’ questo quello che accade ad Addie, la protagonista che scopre che Eva, l’altra anima, non vuole scomparire, provocando in lei delle devastanti lotte interiori rese ancora più sofferenti dal fatto che le due anime, nonostante siano l’una l’opposto dell’altra, sono legate da una profondità fraterna che affonda la propria forza nella complicità e nella condivisione di una vita intera. Purtroppo Addie dovrà affrontare il destino che la società riserva a tutti gli ibridi, ossia il ricovero in strutture curative in cui nessuno sa cosa realmente succeda, ma non lo farà da sola. Ad accompagnarla ci saranno due fratelli, Hally e Devon, le cui anime impunite, Lissa e Ryan, aiuteranno Eva a riprendere di nuovo il controllo del proprio corpo e a sentirsi ancora una volta completa.

E’ interessante come nel corso della storia assistiamo alla maturazione del rapporto tra le due anime “sorelle”. Il modo in cui imparano a prendere insieme le decisioni, a superare le difficoltà come avviene in qualsiasi rapporto che sia “normale”e umano. Ma qui di umanità c’è ben poco se non nel modo di vivere i sentimenti e nella costruzione di un rapporto che diventerà armonico e simbiotico tra due entità presenti nella stessa carne.

La particolarità di Hybrid è certamente la trama ma non solo. Fin dalle prime pagine si coglie un profondo senso di angoscia e di impossibilità di vivere nonostante si assapori ancora il gusto della vita stessa. La voce narrante è quella di Eva che ci accompagnerà nei nascondigli più reconditi dell’animo umano, che questa volta si divide addirittura in due ed è una divisione perfetta, perché sono perfette Eva ed Addie insieme. La prima è dolce e sensibile, l’altra è fredda e distaccata. Forse per questo, sono sicura che amerete da subito Eva, colei che con la sua dolcezza vi lascerà scoprire lentamente i segreti che si celano nel cuore di queste nuove creature a cui Kat Zhang ha dato voce. Esseri ibridi non più nella carne, ma nell’anima.

“Nessuno sapeva che nel cuore della notte Addie mi lasciava uscire e camminare per la strada, toccare i vetri freddi della finestra e piangere le mie lacrime con le ultime forze che mi rimanevano.”

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LadyA Opinione inserita da LadyA    04 Aprile, 2013
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Amare o essere amati

Jojo Moyes non perde tempo, devo dire, e con questo libro non si limita solo a raccontare una storia d'amore tra due persone che sono totalmente diverse, nelle loro vite come nelle loro abitudini ed esperienze, ma affonda la propria penna di scrittrice, senz'altro valida, in un mondo per nulla superficiale, in cui oltre all'amore, si trovano dimensioni ancora più delicate come la malattia, la libertà di scelta e persino la morte. Non perde tempo perchè le vite di Louisa e Will si incontrano accidentalmente e al contrario di molti romanzi di oggi, dove è di moda parlare solo di amore e dei suoi dolci o perversi risvolti, si trovano immediatamente catapultati in una storia che inevitabilmente è più grande di loro. Una storia che non parla solo di sentimenti, ma di esistenza, di essere nel mondo, non esserci per vivere semplicemente ma esserci per farne parte integrante ed è questo il dilemma che affligge Will, il quale vuole avere da tutti, da Louisa, la donna che lo ama, e dai genitori, che gli vogliono bene, la libertà di poter scegliere ciò che desidera anche se questo significa la fine.
Ma allora cosa conta di più, amare o essere amati?
La tragicità di questa vicenda risiede nell'impossibilità di una donna, Louisa che ama profondamente il suo uomo, nonostante lui sia su una sedia a rotelle e abbia smesso di combattere, di poterlo amare ancora fino a quando ella stessa vorrà.
Non può.
Perchè Will glielo impedisce ogni santo giorno quando le ricorda che la sua vita, da paralitico, non è più una vita.
Dall'altra parte c'è lo stesso Will, che da uomo di mondo, bello e ricco, da quando ha perso la sua indipendenza fisica, si convince che la sua esistenza non abbia più alcun valore se condotta in quello stato. E pretende da chi lo circonda di scegliere il proprio modo di sentirsi libero.
Quindi cosa possiamo arrivare a fare per salvare qualcuno che non vuole essere salvato? Quando smettiamo di esercitare la nostra libertà e invadiamo il confine che ci separa dalle scelte altrui?
Jojo Moyes ci dimostra come l'amore non basti per salvare una vita.
Nonostante Louisa ami Will, egli andrà per la sua strada.
Ma una cosa è sicura.
Qualcosa avrà salvato l'amore perchè Will salverà Louisa mostrandole un modo di vivere diverso, facendola crescere e maturare durante tutta la loro storia insieme e alla fine le mostrerà quanto sia importare essere sempre se stessi senza mai vivere la vita di qualcun altro.
E' un romanzo profondo, pieno di emozioni, che non cadono mai nel semplice sentimentalismo da quattro soldi, perchè per narrare i sentimenti e farli arrivare diritto al cuore di chi legge c'è bisogno di saper raccontare la vita e la morte guardandola negli occhi, per non farla dimenticare.

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Romanzi
 
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LadyA Opinione inserita da LadyA    01 Aprile, 2013
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Una storia che non si dimentica

Intenso e profondo l'ultimo libro scritto da Clara Sanchez che sicuramente non delude chi l'ha letta in precedenza. Anzi credo che qui, più che altrove, grazie anche alla tematica piuttosto delicata e alla veridicità storica a cui la trama inevitabilmente fa riferimento, l'autrice abbia superato se stessa nel raccontare una vicenda in cui si riflettono le mille sfaccettature della vita stessa, ponendo come cardine per l'intero tessuto narrativo il più grande amore che esista, l'amore assoluto: quello di una madre per un figlio e di un figlio per una madre. A tutto questo si unisce la capacità di raccontare un dolore che non si può facilmente spiegare e che deve essere provato probabilmente per essere compreso fino in fondo e mi riferisco alla sofferenza patita a causa della perdita di un figlio che ti viene strappato in modo vergognoso attraverso l'inganno, così come accade alla madre di Veronica, la protagonista del libro. E' questa vicenda che affonda le proprie radici in un passato non troppo lontano, che da avvio alla narrazione e che spinge Veronica a cercare quella bambina di nome Laura, della quale i genitori conservano una foto senza un'apparente motivo. Il valore della giustizia è un elemento importante che attraversa l'intero testo, il concetto stesso di Verità e di quanto le vittime di un insensato inganno, meritino rispetto, sono fattori che spingono a riflettere e a chiedersi quanto di ciò che viviamo sia realmente frutto delle nostre scelte e quanto invece ci venga imposto anche se inconsapevolmente. Entra nella mia vita è una storia d'amore, di tormento, di ricerca della verità, di scoperta, di forza espressa soprattutto dalle protagoniste femminili che si muovono nel loro piccolo grande universo, combattendo, senza mai perdere la loro dignità.
La resa non è contemplata da questa storia che pur raccontando una vicenda singola, non per questo smette di toccare l'anima e la sensibilità di chi legge e di chi si rende conto che tutta quella sofferenza, tutto quel dolore imposto per il quale ognuno dei personaggi ha perso qualcosa senza volerlo, merita un riscatto, piccolo o grande che sia.

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Romanzi erotici
 
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LadyA Opinione inserita da LadyA    29 Marzo, 2013
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E' comunque Amore

Girovagando un po' per il web ho notato che questo libro, sia in Italia che altrove ha raccolto una considerevole schiera di opinioni negative, soprattutto da tutte quelle persone che credevano di aver trovato il nuovo romanzo di E. L. James, ossia una sorta di imitazione di Cinquanta sfumature di grigio e seguito. In effetti devo confessare che Il Colore del piacere è il primo libro appartenente al genere erotico che ho letto, anche perchè i miei slanci narrativi mi spingono verso altre sponde letterarie, in generi ben più psicologici e se vogliamo oscuri. Eppure non ho trovato questo romanzo così brutto come vogliono farlo apparire. E vi dico anche perchè. E' sicuramente vero che è un erotico, c'è una innata e innegabile maestria nel raccontare perfettamente comportamenti, pensieri, azioni, luoghi usi e costumi di un mondo, quello della perversione, che per molti è un gigantesco tabù. Ma non solo è un tabù per la morale, ma la maggior parte delle persone non ne vuole neanche sentire parlare dei locali sadomaso, degli scambi di coppie e così via, ed è questo il motivo per cui la trama è stata considerata fin troppo esplicita, povera di romanticismo fino a sfidare la stessa concezione di "malattia".
In realtà io credo, che in questo testo come nella vita reale, si perda di vista la cosa più importante quando si fa riferimento a questo genere di cose: il motivo per cui si fanno certe scelte.
Ho notato che nel libro, al di là delle dettagliate descrizioni e del realismo che accompagna l'intera narrazione che non lascia nulla all'immaginazione del lettore, come se davvero chi legge fosse vittima di un voyeurismo indotto, c'è comunque la volontà di dare un senso a quel tipo di vita, di scelte, un irrefrenabile senso di giustizia che spinge gli autori che sono un uomo e una donna, Vina e Jackson, a spiegare in qualche modo che la ricerca di un piacere tanto perverso non è amore per il dolore o per la sottomissione, ma è soltanto un veicolo per raggiungere un'altra forma di libertà che è interiore.
E su questo davvero nessuno può discutere, perchè fa parte della propria vita e di ciò che si vuole.
Manca senza dubbio il cosiddetto romanticismo classico, ma in qualche modo, io vi ho ugualmente riconosciuto una forma edulcorata di romanticismo, soprattutto verso la fine, e non solo. Summer e Dominik, i due protagonisti ne passano di tutti i colori insieme e da soli, e a dispetto del loro desiderio di libertà e incapacità di volere un legame ben più forte del semplice incontro sessuale con annessi e connessi, giungeranno comunque al punto di scoprirsi indispensabili l'uno all'altra, quindi quasi innamorati.
Allora io mi chiedo adesso, non è anche questo amore? Non è anche questo romanticismo? E se non lo è nel modo classico, ma cosa importa? Vogliamo leggere sempre le stesse cose, sempre nelle stesse forme? O siamo pronti a cambiare? Questo libro non è di certo una novità, eppure io non lo disprezzerei tanto solo perchè non è come Cinquanta sfumature di grigio.
In fin dei conti, ha mai preteso di esserlo?
Non credo.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    16 Marzo, 2013
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Una sete crudele regna nel mio cuore

"Una sete crudele regna nel mio cuore"
Sono questi i primi versi della poesia che si trova all'inizio del romanzo di William Hodgson, colui che ancora in pochi sanno, è l'iniziatore di quel genere che renderà tanto famoso H.P. Lovecraft e alla cui fantasia visionaria e a tratti mostruosa devono il loro successo i registi dei giorni nostri.
La casa sull'abisso è un breve romanzo, pubblicato nel 1907, in cui attraverso una narrazione nella narrazione assistiamo alle vicende terrificanti che accadono ad un vecchio uomo che vive abbandonato, insieme alla sorella e al suo cane, in una casa fatiscente diroccata sul bordo di un abisso, sotto il quale scorre un fiume. Assistiamo allo svolgersi della storia, impotenti, di fronte alla magistrale bravura dello scrittore che ci conduce nella storia, prima prendendoci dolcemente per mano e poi buttandoci violentemente, come obbligandoci ad andare oltre quella porta, oltre quella dimora, nella quale accadranno le cose più incredibili.
Accadranno nei sogni come accadranno nella realtà. Accadranno attraverso spazi e luoghi immaginari e terreni e attraverso tempi presenti ed immaginari.
Per la prima volta emerge una tematica che sarà tanto cara a Lovecraft ossia la dimensione onirica, quella a cui ci ha ben abituato lo scrittore di Providence che permea gran parte dei suoi racconti. Ed è proprio nel sogno che l'anima umana entra in contatto con la parte più dimenticata di se stessa, più oscura ed inevitabilmente più latente. Ed è in essa che si nasconde un terribile segreto.
Che tutte quelle strane creature contro cui si troverà a combattere il protagonista di Hodgson, come i personaggi di Lovecraft, non siano altro che proiezioni di ciò che di più oscuro e privo di senso si cela negli affratti mai dimenticati della nostra anima?
E allora ci accorgeremo, leggendo questo breve romanzo, di come le forze soprannaturali, indiscusse padrone di dimensioni a noi parallele e di universi non più tanto lontani, siano sempre un passo avanti a noi, siano sempre più forti e dominanti, a tal punto che l'unica via di salvezza o meglio l'unica risposta all'abisso a cui stiamo andando incontro, è inevitabilmente la follia.
Più leggiamo e più ci troveremo in bilico, come il protagonista, tra la dimensione reale e quella immaginaria, che non sono altro che il riflesso della realtà che viviamo e la nostra coscienza.
C'è l'angoscia per l'irreversibilità di un destino così maledettamente segnato, c'è mistero e soprattutto c'è la paura.
L'inquietudine pronta ad avvolgere il lettore e l'impossibilità di reagire come si vorrebbe danno vita ad una atmosfera che ti cattura creando una nebbia invisibile che ti toglie il respiro.
Leggete la Casa sull'abisso e capire come e perchè sono stati scritti tanti libri che raccontano di case maledette e fatti tanti film che narrano le medesime vicende.
Capirete dov'è nato il vero terrore, e dove dimora ancora l'ignoto, quel senso di paura che ti attanaglia lo stomaco, così infinito e possente proprio perchè invisibile.
E Nietzsche come Hodgson lo sapeva quando scrisse che "Se guarderai a lungo nell'abisso, l'abisso guarderà dentro di te."

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LadyA Opinione inserita da LadyA    13 Marzo, 2013
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L'alchimia che rende un amore magico

Quando pensiamo all’alchimia immaginiamo la fusione di diversi elementi che meravigliosamente si uniscono insieme per dare vita a magiche atmosfere ed esoteriche creazioni.
Ma alchemico, spesso, è anche il rapporto che s’instaura tra due corpi, quando è la legge dell’attrazione, al di sopra di ogni volontà, a renderli indispensabili l’uno all’altro.
E’ questo quello che accade in questo libro, scritto da Gaia Coltorti, appena ventenne, dove è la magia di un amore spaventosamente grande ad essere il protagonista in una città come Verona, piena di echi della grande tragedia shakespeariana. Un amore che ha catene pesanti perché Giovanni e Selvaggia sono fratello e sorella, un amore che li rende liberi tanto quanto la loro giovinezza gli permette di essere ed è un amore così profondo da fondere insieme l’amore fraterno e quello carnale. Un amore che insieme vivranno fino in fondo, fino a toccare il loro essere più profondo da quando separati alla nascita, si vedranno per la prima volta, solo all’età di diciotto anni e quindi non potranno far altro che considerarsi estranei.
E cosa c’è di più attraente, di più indomabile, di inarrestabile dell’essere attratti misteriosamente da qualcuno che per te è un’estraneo? E ancora di più sapendo che dovresti provare per lei o per lui un amore fraterno, calmo, sicuro. E invece più vai avanti e più ti rendi conto che quello che provi è così forte da non farti ragionare, perché va oltre qualsiasi logica, è possessione che diventa ossessione soprattutto quando a provocarti è una ragazza come Selvaggia, la cui bellezza è talmente perfetta da essere nella stessa misura terribilmente maledetta. Ed è così che Giovanni, più debole e più remissivo della sorella, sembra subire le sue scelte, i suoi capricci, i suoi dispetti, mentre lei, con il suo corpo e la sua sensualità lo condurrà verso scoperte e nuove esplorazioni da cui non sapranno più tornare indietro. E non vorranno neanche. La narrazione avviene attraverso la voce di un narratore esterno ed onnisciente, il cui linguaggio è a volte goliardico e spiritoso mentre altre riflette attimi di vera poesia.
Nonostante il tema di questo libro sia un tabù come lo è l’incesto, in realtà non è di questo che si vuole parlare, ma semplicemente di un amore nato come nascono tutti gli amori: inconsapevolmente.
E come tale non c’è nessuna colpa e nessuna sentenza se ad amarsi sono due fratelli.
Non c’è colpa perché essi non la sentono.
Sentono soltanto il loro cuore battere e respirano…respirano…respirano insieme, sperando che duri in eterno.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    11 Marzo, 2013
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Quel che era per noi l'abbiamo fatto per sempre

"Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai"
Seta è questo e mille altre cose insieme. E' un romanzo che parla come un racconto, che lentamente si svela come fosse un diario, fino a quando, soltanto nelle ultime pagine diventa involontariamente una meravigliosa lettera, una lettera d'amore e passione.
Un amore carnale, vivo, profondo, come solo l'amore mai consumato sa essere. Quell'amore che resteresti a guardare in eterno, che vorresti toccare ma non puoi, e allora ti accontenti di sognarlo purchè esista.
Purchè resti con te, purchè tu continui a sentirlo scorrere nelle vene, purchè tu possa ancora provare quel desiderio afferrarti le viscere, strapparti la ragione e annidarsi nel petto come un re che conquista finalmente il suo trono.
E' un amore che brama, che mente, che illude e s'illude, un amore che non conosce tempo nè doveri, che va oltre l'amore che hai conosciuto fino a quel momento per diventare qualcos altro, qualcosa che ti corrode la carne come una ferita e resterai segnato per sempre.
E' un amore che corrompe, fatto di attrazione, quell'attrazione che non ha motivo di esistere, eppure c'è, nonostante tu abbia già tutto, nonostante tu sappia cosa sei, cosa vuoi, cosa hai, eppure ti sembra che tutto sia sul punto di sgretolarsi se non vedrai ancora una volta quei occhi.
"Tornate o morirò"
La ragazzina che non aveva gli occhi con un taglio orientale, la donna con le dita di seta, pronunciò quelle parole, le scrisse su un foglio, le impresse nel cuore, di lui, Hervè Joncour, l'uomo che, qualcuno diceva, aveva addosso una specie di infelicità.
Questo è Seta.
E' il sentimento maledetto che unisce e divide due amanti che non lo sono mai stati ed è l'amore eterno di Helene, moglie di Hervè, che fa qualcosa che nessuna donna avrebbe mai fatto.

Non è un libro, è una costante ricerca di attimi di poesia. E' la sublimazione di una attrazione carnale, che scivola come fosse seta e diventa uno degli amori più belli che siano mai stati raccontati.
In poche righe, in poche pagine, c'è il mondo intero che si inginocchia davanti alla purezza dei sentimenti che si sciolgono tra le parole di chi ama in un modo che resterà ai più incomprensibile.
E allora non esisterà fine, nessuno potrà cancellare un amore fatto di seta e di sguardi, di parole spezzate, di inchiostro nero e nostalgia.
Per tutti colori che dicono e che hanno detto che è una lettura inutile, provate a lasciarvi toccare da quell'atmosfera.
Anzi no.
Provate ad immaginare cosa si può provare ad amare qualcuno in quel modo.
No, non potete farlo.
Non si può immaginare, si può soltanto vivere.
Vivere quella nostalgia significa avere sempre addosso quel velo di infelicità, ma chi lo ha provato sa che ne vale la pena, sa che vale la vita.
Sa che ti prende dentro e brucia.
E sa che non ci sarà più tempo per fuggire nè forza per resistere, ciò che doveva essere, è adesso e sarà per sempre.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    08 Marzo, 2013
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Heath e Cath: persino la morte trema

Cime tempestose è un romanzo che ti entra nel sangue.
Entra nel sangue di tutti coloro che credono nell'unione oltre il corpo e oltre la vita stessa.
E' certamente un romanzo su cui ha influito il romanticismo e il concetto di amore tragico, ma raccoglie in sè un'originalità di stile e di caratterizzazione dei personaggi difficilmente ripetibile.
La violenza, la distruzione, l'odio e la vendetta così abilmente ostentati attraverso i due indiscussi protagonisti lasciano il lettore senza respiro.
Noi che leggiamo, quasi smettiamo di sentirci umani, vorremmo essere come loro, come Heathcliff e Catherine, un uomo e una donna che sembrano venire da un'altro mondo.
Heathcliff è il signore della brughiera, colui che dal nulla diventa il padrone di tutti i luoghi che lo circondano e con cui condivide l'identità selvaggia e libera, conquistando nonostante il suo essere oscuro e malvagio, il cuore dell'unica persona che ama: Catherine.
Il loro legame è unico, neanche la morte riesce a separarli.
Come una storia di mistero e di fantasmi, i due continuano a cercarsi e ad odiarsi anche quando sono inevitabilmente lontani.
C'è una carica intensa che sale da ogni pagina, man mano che si procede nella lettura. E non vi dico che questa spinta sia positiva, perchè non lo è.
Heath e Cath non sono eroi, non sono buoni, le loro anime non andranno in paradiso, essi condivideranno l'inferno, primo fra tutti, quello sulla terra.
Ma è quell'energia che vi spingerà ad arrivare all'ultima pagina, perchè proprio come una tempesta, sarà Heathcliff a condurvi verso la fine. La sua e la vostra.
La vostra fine perchè quando avrete chiuso il libro, lo farete con una strana sensazione addosso. Vi guarderete intorno e vi chiederete perchè.
Perchè non esiste un amore così forte.
Perchè non esistono emozioni così grandi di fronte alle quali persino la morte trema.
I due protagonisti vanno oltre la vita e l'umano dicibile.
Perchè non tutto può essere spiegato.
Non quando è l'istinto più puro a rendere indimenticabile una storia che pur nella sua maledizione, sta sfidando ancora l'Eternità.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    07 Marzo, 2013
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Fratello Lupo

Il lupo e il filosofo è un libro da leggere.
Perchè è un lungo viaggio fatto di vita, di amicizia, d'amore e di morte.
E' il viaggio di un uomo come tanti che sceglie di essere amico di un lupo, ed è il viaggio di un lupo che sceglie di insegnare all'uomo cosa sia la vita.
In queste pagine si raccoglie l'essenza dell'esistenza, la nascita, la crescita dello spirito e il riconoscimento dei veri valori dell'umanità e non solo.
Rowlands racconta la propria storia in prima persona, accompagnato da Brenin, un lupo adottato quando era ancora piccolo, che lo seguirà ovunque, persino durante le sue lezioni di filosofia all'interno dell'università.
Durante il cammino esistenziale di quest'uomo che cresce insieme al proprio amico fidato, e insieme a lui cresciamo anche noi, il protagonista riflette sulle grandi tematiche dell'esistenza: prima fra tutti il Male. Brenin mostrerà al suo padrone come a noi, che l'uomo progetta il male, che è capace di scegliere il male soprattutto quando decide di approfittarsi di chi è più debole per trarre il proprio vantaggio. Il lupo invece, si mostra sempre gentile, senza mai attaccare coloro che considera più deboli. Ed è questo il più grande insegnamento che un animale possa dare all'uomo: soltanto quando l'altro non ha forza nè potere che bisogna rispettarlo e trattarlo con dignità, senza approfittarne. Questo è quello che fa Brenin, un lupo, una bestia, un animale senza ragione che però, semplicemente per istinto, sembra essere più degno di qualsiasi essere umano.
Lo spirito acquisisce maggiore consapevolezza dei perchè della vita e degli atti umani se ci fermiamo a riflettere su ciò che Rowlands vuole dirci. Alcuni passi del testo si addentrano inevitabilmente nella filosofia ma non per questo restano incomprensibili, ma anzi, con un attenta lettura è possibile cogliere il vero significato che si cela dietro quella che può essere una semplice interpretazione.
Si parla di morte e di tempo, di quanto l'essere umano sia legato al suo passato e come questo non gli permetta di vivere il presente e il futuro liberamente e nella sua immediatezza. Per un lupo invece vale soltanto vivere il momento, ciò che accade adesso e che domani già non è più.
Così comprendiamo che noi umani siamo esseri del tempo, il lupo è un essere del momento e questo gli permette di essere felice molto più di noi, perchè non si preoccupa di ciò che era, nè di ciò che sarà ma solo di ciò che è adesso.
La grandezza di questo libro, a mio parere, è la facilità con cui le grandi tematiche della filosofia vengano riscritte e spiegate in modo semplice e diretto attraverso l'essenza di un animale che paradossalmente non sa nulla della ragione.
Brenin ci rimarrà dentro come se lo avessimo conosciuto, ci sembrerà di averci giocato, di aver corso con lui nei prati e di avergli persino parlato. Lo sentiremo nostro quasi come un maestro, inconsapevole di quanto possa insegnare la natura selvaggia, quella ancora pura e senza alcuna corruzione.
La dolcezza che permea le pagine di questo libro, nel raccontare il rapporto di fratellanza che lega i due amici, umano e animale, ci porta ad emozionarci di fronte alle vicissitudini che accadranno ad entrambi, a volte felici e a volte tristi, proprio com'è la vita.
Ma quando chiuderemo il libro, sapremo qualcosa in più su noi stessi e sulla nostra anima.
Chiuderemo il libro con un amico in più. Con un fratello in più, e lo saluteremo così come lo ha salutato il suo padrone: Ciao fratello lupo.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    06 Marzo, 2013
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Mormy: figlio del silenzio e della meraviglia

Di Baricco è stato detto già quasi tutto, soprattutto a proposito di questo libro, Castelli di rabbia, la cui lettura non lascia indifferente nessuno, sia che lo si ami sia che lo si odi. Ci si chiede perchè e la risposta è contenuta nella stessa essenza del libro: l'universo rappresentato da Baricco è talmente grande e così variegato che chiunque nel bene o nel male può e deve ritrovare un piccolo pezzo di sè. I personaggi si stagliano prepotenti sulla sfondo di una città immaginaria, lentamente emergono pieni di sè, ognuno dei quali con qualcosa da raccontare che è indimenticabile. Così il Signor Rail, che parte e torna senza mai dire una parola, così la moglie Jun, il cui amore è racchiuso in una serie di interminabili attese che prima o poi finiscono sempre e l'unione coniugale torna a trionfare. Così per la locomotiva Elizabeth, la prima della sua storia, che mostrerà all'umanità come vivere il dentro del mondo e il fuori del mondo, quello che c'è dentro il finestrino e quello che c'è fuori. La gente sui treni leggeva per salvarsi, per annichilire quella smodata voglia di guardare fuori dal finestrino e sentirsi morire. Perchè guardare tutte quelle immagini insieme scorrere veloci mescolando colori, odori e sapori di una vita che c'è fuori mentre attanaglia quella che hai dentro, è un'esperienza che ti fa terribilmente paura. Ma non è solo questo.
Nella storia infinita dei desideri che prendono corpo attraverso i movimenti, le scelte e le voci dei protagonisti di questo libro, c'è un bambino dagli occhi grandi e dalla pelle color sabbia, il cui nome è Mormy.
Una creatura strana che nessuno comprende, che guarda il mondo con gli occhi della meraviglia e che ferma istanti nella propria mente come fossero fotografia, perdendosi così lo scorrere della vita, ma guadagnando la profondità dell'attimo in cui si rivela la vera essenza di un 'immagine, di un essere o di una intera esistenza. Vive la sua vita nel silenzio, parla poco, ma il modo in cui ti fissa non ti lascia scampo. Il suo è uno sguardo figlio del silenzio e dalla meraviglia. Mormy non è un bambino come tutti gli atri, forse è malato, forse ha qualcosa di complicato nella testa, ma nessuno può saperlo. Ha uno strano istinto per cogliere il momento in cui la vita esplode nella sua essenza più profonda. E ne rimane ipnotizzato. Gli basta guardare la partenza di un cavallo in corsa, e i suoi occhi sono rapiti dai movimenti, dal corpo, dai colori, dai suoni, come se fosse tutto a rallentatore. Egli ne coglie la profonda energia e ne rimane estasiato. Per Mormy quello è vivere, lasciarsi catturare dagli istanti che non ti lasciano più andare. Mormy non ha difese per la meraviglia. La vita a tratti s'impossessa di lui e lo lascia senza difese, e le immagini diventano incantesimo e poi visioni.
Vi ho raccontanto di Mormy perchè stranamente nessuno ancora lo aveva fatto e poi perchè è uno di quei personaggi per cui vale la pena leggere un libro in quanto è capace di donargli con la sola sua presenza una tale profondità da fartelo sentire tuo.

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LadyA Opinione inserita da LadyA    05 Marzo, 2013
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Questa storia: la Nostra Storia

Quando decido di leggere un libro, sembrerà una cosa stupida, o forse limitativa, ma ciò che mi colpisce immediatamente è il titolo e stranamente il mio istinto colpito da esso, raramente fallisce. E così è avvenuto per questo magnifico libro di Alessandro Baricco. Inutile dire che di libri suoi ne ho letti tanti, ma questo mi è rimasto dentro più di chiunque altro. Perchè? Eppure non è così famoso quanto può esserlo Oceanomare o Castelli di rabbia, eppure nelle sue pagine risale lentamente una corrente molto simile a quella del sangue che scorre nelle vene di ciascuno e che ti spinge e convince a fare la cosa più semplice di tutte: vivere. Vivere con la V maiuscola, ossia fare, disfare, iniziare qualunque cosa, purchè sia ciò per cui sei nato. Il protagonista, Ultimo, nasce per creare una pista da corsa, e percorrerla come fosse il circuito della propria esistenza. Nasce per imprimere ogni curva e ogni linea con i fotogrammi della propria esperienza vissuta, senza tralasciare nulla. Nasce per vivere un amore impossibile, tanto tragico quanto maledetto, come sa esserlo soltanto la passione più profonda e mai consumata. Nasce per morire ormai vecchio portandosi addosso fin dentro le ossa la consapevolezza di aver visto e respirato ogni singolo frammento della sua storia, così come egli stesso voleva che fosse.
E così che c'è l'infanzia, l'adolescenza, la guerra, l'amicizia, l'amore, la morte, e soprattutto il Tempo.
Questa storia è una lezione sulla vita di ogni essere umano, è un racconto che viene sottilmente sussurrato che s'insinua nella mente dolcemente fino ad essere compreso nella sua semplicità così come è semplice l'esistenza se in essa non muoiono i sogni.
Il sogno di Ultimo era costruire la sua pista, il nostro Sogno qual'è? Questa storia è un libro che ci ricorda di non dimenticarci mai ciò per cui siamo nati e se non lo sappiamo ancora, di chiederlo a noi stessi finchè non diventerà tutto chiaro, talmente chiaro che niente della nostra vita potrà essere più sprecato.

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