Opinione scritta da calzina
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il segno di quelle dieci estati italiane
Siamo nel 2077 e ci troviamo a Lelchitsy, un piccolo paese nel sud della Bielorussia. Siamo stati accolti in casa da Lyudmila, un’anziana ormai novantenne dallo sguardo fiero, intelligente e fermo che con un gesto ci fa segno di sederci accanto a lei; “è arrivato il momento” ci dice “sono pronta a raccontarvi la mia storia”.
Lyudmila nasce nel in questo piccolo paesino situato a pochi chilometri da Chernobyl, nel 1986, l’anno in cui ci fu anche il disastro alla centrale nucleare che tutti tristemente ricordiamo. La famiglia in cui nasce è umile; mamma e papà lavorano per pochi spiccioli che finiscono comunque più nell’alcool che nel cibo. E pensare che di cibo ne servirebbe per sfamare 10 figlioli (o forse 11). Non un sorriso, non una carezza, ciò che fa compagnia a queste creature è la fame, la miseria e lo sporco. Nemmeno la terra sorride a questa famiglia, sprecato è il sudore spremuto per coltivarla, essa ricambia sempre e solo con aridità. Ed è anche arida l'espressione dipinta sul viso della mamma di Lyudmila il 4 Giugno del 1994 quando lascia la sua bambina in aeroporto. Lyudmila andrà in Italia, a respirare un po' di “aria buona”, lontana da quell'aria di casa carica di invisibili tossine mortali.
Ogni estate, per dieci estati, Lyudimila tornerà in Italia per questa “vacanza terapeutica”. Ad accoglierla troverà i “suoi italiani”, Lucio ed Angela e le figlie Paola e Raffaella. Sono volti gentili i loro, volti fatti di tanti sorrisi e di tante lacrime di commozione, cose che Lyudmila nella sua vita non ha mai visto. Strani questi italiani, così trasparenti nelle loro emozioni, così espansivi.
Questo romanzo mi ha intimamente segnata: mio fratello (nonché vicino di casa) e la sua famiglia hanno accolto per due estati due bambine provenienti dalla Bielorussia, due bimbe che hanno avuto l'opportunità di fare una vacanza terapeutica allontanandosi da Chernobyl. Gli occhi, le paure e la goia di Lyudmila sono gli stessi che ho visto nelle nostre bambine. La gioia nel vedere e giocare con l'acqua del mare, l'amore per il gelato, lo stupore e l'incredulità di poter indossare delle scarpe nuove tutte piene di brillantini. Quei sorrisi dapprima abbozzati poi pian piano trasformati in risa fragorose....mille e mille immagini ho impresse nel mio cuore. Dopo la loro partenza (non senza commozione) mi sono interrogata mille volte sull'opportunità che questa“vacanza” da loro; è positiva o negativa sulla loro crescita personale? Non potrebbe invece avere il gusto amaro della consapevolezza di come potrebbe essere stata la loro vita se fossero nate in un altro luogo?
In parte posso dire che questo libro aiuti a superare questi dubbi. Lyudmila attraverso l'esperienza delle sue estati passate in Italia ha si un giovamento nella salute, ma nasce soprattutto in lei la speranza di sapere che la sua vita potrebbe non essere quella toccata in sorte alla madre, del sapere che non esiste solo la fame, lo sporco, l'alcool, le botte e la miseria.
La seconda parte di questo romanzo è infatti dedicata alla vita di Lyudimila, ai suoi sbagli ed errori e soprattutto alle sue riflessioni. Proprio come una persona anziana possa analizzare coscientemente la propria vita a ritroso, Lyudimila ripercorre tutta la sua sofferenza con occhio maturo e consapevole.
La vita vissuta nel buio della sofferenza vede però la presenza di una costante lucina di speranza, ed è la speranza che i “suoi italiani” le hanno donato fin da quelle dieci estati.
Ed è qui che voglio soffermarmi poiché è questo il fulcro di questo romanzo . I semi dell'amore piantati con quel gesto di solidarietà dell'accoglienza sono germogliati e sono cresciuti dentro Lyudmilla arricchendola interiormente.
La costante riflessività interiore di questo breve ma intenso romanzo lo fa divenire un piccolo tesoro. Offre al lettore una visione ampia del significato delle esperienze della vita e del dolore cui essa ci spesso essa ci sottopone.
Un ultimo pensiero va alla scrittrice di questo romanzo che essendo tratto da una storia vera non posso fare a meno di immaginare come una persona che abbia avuto direttamente o indirettamente la possibilità di ospitare un “bambino di Chernobyl”. Dico questo perchè è inevitabile immaginare come possa essere la vita di questi bambini dopo le loro esperienze in Italia, quale ricordo conserveranno di queste vacanze, quale futuro possa attenderli e soprattutto che uomini o che donne diventeranno.
Vi consiglio di leggere questo romanzo senza però abusarne. Penso vada letto lentamente tanta è la commozione e tanti i messaggi che indirettamente si possono cogliere.
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La voce profonda dell'eco
Nooo direte voi, di nuovo, un’altra opinione su questo romanzo…possibile che si debbano sempre leggere opinioni sugli ultimi best-seller e mai su qualcosa di diverso, di veramente originale? Beh, in questo caso non me la sento di unirmi alla vocina che avrei sentito anche io leggendo in alto “E l’eco rispose” perchè ho trovato questo romanzo originale e profondo, per niente consono all’associazione retorica che spesso si fa associando un best-seller ad un’opera priva di vera sostanza. Se avrete voglia di spendere qualche minuto e leggere le righe sottostanti cercherò di spiegarvi cosa mi spinge a consigliarvi questa lettura, andate al punto 1, se invece la risposta è negativa andate al punto 2.
1) Se stai leggendo qui vuol dire che hai deciso di dedicare qualche attimo alla lettura della mia opinione e te ne ringrazio. Comincio:
Ho la netta sensazione che questo romanzo abbia visto la luce dopo tanti anni che l’autore ne abbia avuto l’idea nella mente. Non so, il mio istinto da lettrice me lo fa pensare ma anche la storia, la struttura, persino il linguaggio mi sembrano il frutto di una elaborazione personale dell’autore abbastanza complessa.
Non vorrei raccontare la trama poiché già nota, (già che mi avete dato una possibilità non voglio spingervi ad abbandonarmi proprio ora) vorrei solamente soffermarmi su alcuni punti che mi hanno fatto apprezzare questa lettura.
Innanzitutto la scrittura: Hosseini scrive molto bene, non è banale e non vi è la costante ricerca del linguaggio forbito per rendere la narrazione forte nei suoi contenuti.
Narrativamente tutti i capitoli risultano disgiunti tra loro per luogo, tempo e protagonisti ma ogni capitolo raggiunge una profondità estrema nei contenuti e nell'analisi dei personaggi. Ogni capitolo potrebbe essere quasi autoconclusivo ma l'abilità dell'autore è stata proprio quella di scrivere un romanzo che pernei su una vicenda ma che nello stesso tempo esplori ed analizzi situazioni completamente diverse tra loro.
Per questo ho asserito essere questo romanzo frutto di un lavorio profondo in ogni sua parte: si scopre essere più complesso di ciò che in realtà rappresenta ogni singolo capitolo.
I dialoghi sono pochi ma incisivi mentre la narrazione introspettiva dei personaggi ricopre un ruolo molto importante. Ci viene proposta una costante analisi dei personaggi e dei fatti ad essi connessi e posso sinceramene dire che sia stata una piacevole ed inaspettata sorpresa per me. Adoro poter ritrovare riflessioni sulle quali poter riflettere io stessa, elaborarne il significato e nelle quali potermi trovare intimamente d’accordo o meno.
Nella lettura ho avuto la sensazione di trovarmi difronte ad un conoscente che avesse voglia di raccontarmi una storia lunga e complessa, che sia impaziente di farlo e fatichi a raccogliere le idee tanto è per lui emozionane questa storia.
Non è sicuramente un romanzo semplice nei contenuti e non penso possa definirsi una lettura di svago ma penso sia da consigliare a chiunque voglia leggere un romanzo toccante (non strappa lacrime) e profondo.
2) Se stai leggendo qui vuol dire che non hai avuto il tempo e/o la voglia di leggere un’altra opinione su questo romanzo. Ti ringrazio comunque e non ti biasimo, a volte un romanzo diventa indigesto quando se ne parla troppo. Magari ci ritroveremo tra un po’ di tempo al punto 1, quando il cone di luce su questo romanzo sarà spento e allora forse ti tornerà la curiosità di leggere questo romanzo.
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l'ascesa dell'odio
L’autore di questo romanzo, Israel Joshua Singer, vide pubblicare questa sua opera per la prima volta nel 1943, ma in Italia,alla pari di un tesoro nascosto,la pubblicazione è avvenuta solo quest’anno a cura della casa editrice Adelphi. Fratello del più celebre Isaac, e della meno conosciuta Esther Kreitman (al secolo Hinde Ester Singer Kreytman) proprio come i fratelli scrisse le sue opere in yiddish, la lingua utilizzata dagli ebrei dell'europa orientale.
Questo romanzo è una complessa saga familiare suddivisa in tre parti; la prima intitolata a David, la seconda a Georg e la terza a Jegor. Questa suddivisione rispecchia la genealogia della famiglia Karnowski, infatti David generò Georg che a sua volta generò Jegor. La narrazione però è fatta senza soluzione di continuità e, pur essendoci una suddivisione netta tra le tre parti, si assiste allo svolgersi in contemporanea delle vite di questi uomini, si continuerà a parlare dettagliatamente di David e Georg anche nella parte intitolata a Jegor. Ovviamente sarà dato più risalto via via al protagonista delle rispettive parti, ma senza comunque tralasciare ciò che accadrà agli altri appartenenti alla famiglia Karnowski, consorti comprese.
David nacque in Polonia e si trasferirà con la moglie, Lea, a Berlino in cerca di fortuna e soprattutto in cerca di una ambiente culturalmente più stimolante. Indicativamente siamo nei primi anni del ‘900 e molti ebrei russi e polacchi si traferiscono nella capitale tedesca per sfuggire alla povertà dilagante che imperversa l'est europa; a Berlino perciò ben presto ci si ritrova tra compaesani in terra straniera, parlando yiddish e coltivando le stesse tradizioni tipiche dei paesi d'origine. E' in questa realtà che nasce Georg. Grazie all'agiatezza guadagnata nella nuova città dai Karnowski Georg avrà la possibilità di integrarsi completamente nella comunità tedesca, seppur legato alla tradizione ebrea sposerà una giovane berlinese di religione cattolica e intraprenderà la professione di medico. Dal matrimonio nascerà Jegor, che fin da piccolo dimostrerà un carattere alquanto particolare. Ma haimè siamo alla vigilia dell'ascesa al potere di Adolf Hitler. Gli ebrei cominciano ad essere insultati, picchiati, insomma, la famiglia Karnowski sarà oggetto della campagna antisemita che imperversò la Germania in un crescendo esponenziale a partire dalla fine della prima guerra mondiale.
Non è semplice parlare di Storia. Ancor più non è semplice riuscire a spiegare e a dare un senso alla persecuzione ebrea nel periodo nazista, poiché un senso vero poi non c'è. Ma questo romanzo ha sicuramente un merito obiettivo; riesce, attraverso la semplicità dei racconti di vita quotidiana della famiglia Karnowski, a far comprendere al lettore come l'odio antisemita si sia lentamente insidiato tra le larghe trame lasciate aperte dalla sconfitta subita dai tedeschi nella prima guerra mondiale e dalla povertà conseguente. Quando un popolo si sente oppresso dalla povertà che sembra senza fine, quando le cose sembrano non migliorare mai, è facile che possano germogliare i semi dell'odio.
Attraverso le vite di questi tre componenti della famiglia ripercorriamo si la Storia, ma ne seguiamo le vicende personali con altrettanto interesse. Ognuno di loro ha un carattere particolare, diverso da quello del padre, se non per alcune caratteristiche e a tal proposito cito la prima frase del libro :” I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l'intelligenza penetrante”.
Questo romanzo mi è piaciuto immensamente; da amante delle saghe famigliari e dei romanzi storici ho trovato un connubio magistrale tra le due cose; non viene tralasciato alcun aspetto in favore dell'altro. I personaggi sono ben caratterizzati ed accentuati. Vi sono non poche figure secondarie ma che ricoprono nel romanzo un ruolo importante nel tessere la trama generale. Come un puzzle complesso, questo autore incastra ogni personaggio secondario nello spazio e nel tempo in modo da creare un armoniosa trama che accompagni la vita di questa famiglia.
E' un romanzo che consiglio a tutti gli amanti della letteratura e dei classici in particolare. Seppur scritto tanti anni fa rimane attuale nei temi trattati e nel modo in cui vengono narrati. Si legge velocemente e il linguaggio non è affatto complesso o farcito di parole arcaiche o desuete.
Mi riprometto di leggere un altro romanzo dello stesso autore: “I fratelli Ashkenazi”, la cui stesura è precedente alla “famiglia Karnowski” perciò sarà interessante tracciarne similitudini e differenze.
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la scrittura e il dio denaro
Inutile tediarvi con la trama di questo romanzo che penso sia ormai pressochè nota a tutti,vorrei perciò soffermarmi sulle mie impressioni e sensazioni.
Questo autore ha scritto un romanzo capace di ammiccare un po' ad ogni lettore: l’amante dei thriller troverà la tipica sparizione di ragazza con conseguente indagine non priva di colpi di scena; il lettore saltuario troverà sicuramente una lettura ed una scrittura piacevole e scorrevole; il lettore compulsivo/accanito si sentirà toccare nel profondo quando si parlerà delle “regole” per scrivere un romanzo di successo poiché sicuramente almeno una volta nella vita ha sognato lui stesso di scrivere un libro. Il problema però è che si sente benissimo che tutto ciò è stato fatto per vendere quanti più libri possibili.
Tra tutte queste caratteristiche io mi sono persa. Ho perso il vero senso di questo romanzo, ho trovato inappropriato il connubio tra tutti questi aspetti; faccio un semplice esempio: leggiamo lo scatenarsi di una feroce violenza domestica e dopo qualche pagina leggiamo dialoghi grotteschi tra il protagonista di questo romanzo e sua madre, per farvene capire il genere sono gli stessi dialoghi che si possono vedere tra madre e figlio in film-commedia tipo “american pie”. In quei film fanno sicuramente ridere, è una rappresentazione grottesca e giosa della realtà, ma in questo romanzo cosa c'entrano? Io l'ho trovata un pessima caduta di stile. Non mi è piaciuto affatto, l'ho trovata un grossa forzatura per scrivere un romanzo non troppo impegnativo ma non troppo superficiale.
Vorrei provare almeno un po' di nostalgia per i protagonisti di questo romanzo, almeno un pochino. Dopo 531 pagine mi piacerebbe sentire quel senso di vuoto, poter dire almeno di essermi affezionata a qualcuno di loro ma niente. Penso che questi personaggi siano nati dalla penna più che dal cuore, siano stati studiati, girati e rigirati fino a spogliarne delle loro anime.
Tutto queste mie critiche forse sono inficiate da un dubbio che ha attanagliato la mia mente durante la lettura di questo romanzo: all'inizio di ogni capitolo sono inserite le “maledette regole per scrivere un romanzo di successo” . Che senso ha avuto scriverle? Io non voglio leggere un romanzo di successo, io voglio leggere un romanzo che mi emozioni; niente regole, nemmeno la punteggiature è a volte necessaria(vedi “ Ulisse” ), e se diventerà un libro di successo saranno i lettori a stabilirlo. E se tu proprio vuoi seguire le tue regole non le voglio sapere, sanno tanto e troppo di “perle di saggezza”, rendono lo scrivere una regola e questo per me è inconcepibile.
Penso ci siano scrittori e scrittori, c'è chi scrive per bisogno innato, chi per vanità, chi per sfogo, ma scrivendo quelle regole sul romanzo di successo il fine ultimo dichiarato è la vendita del libro, quindi il profitto. Non mi piace, io voglio leggere un romanzo. Poi il tuo fine ultimo di scrittura sarò io lettore a stabilirlo (se voglio) in base alle sensazioni che tu scrittore hai saputo trasmettermi per merito tuo e per sensibilità mia. Questa brutta impressione sulle regole mi tenuta a braccetto per tutta la lettura, ormai l'incantesimo si era rotto, non ho trovato più magia tra queste pagine, solo la voglia di accattivare il lettore, tenendolo appiccicato alla lettura per la vicenda legata a Nola, la ragazza sparita.
Perchè poi è innegabile, un grosso punto di forza questo romanzo ce l'ha. La vicenda e la scrittura sono molto appassionanti, vuoi arrivare alla fine per sapere quale sarà la verità. Per questo ho trovato questo romanzo un successo mancato; fosse mancato tutto il resto questo thriller sarebbe stato bellissimo, ricco di colpi di scena e chiaro-scuri che appassionano tanto. Ma è il resto che ha rovinato tutto. Non voglio pensare che questo autore abbia dato il meglio di se in questa opera, per me sarebbe un talento sprecato in favore del dio denaro.
Potessi vi consiglierei la lettura di questo romanzo con 1/3 di pagine tagliate qua e la.
Caro Qlibri,
Approfitto di questi momenti liberi per scriverti e parlarti dell’ultimo romanzo che ho letto. Come sai adoro leggere e condividere con te le mie letture perciò eccomi qui a scriverti.
Oggi ti parlo del romanzo “novemila giorni e una sola notte”. Questo romanzo è alquanto particolare essendo scritto sotto forma epistolare. Fulcro della vicenda è il parallelismo tra le due grandi guerre e le due storie amorose che si svolgono rispettivamente dal 1912 dal 1940: in particolare quella tra Elspeth e David durante la prima guerra mondiale e quella di Margaret (figlia di Elspeth) e Paul durante la seconda. Ho trovato molo interessante l’idea di creare un romanzo di questo genere. La forma epistolare crea sicuramente un rapporto diretto con il lettore, niente voce narrante esterna, solo punti di vista soggettivi che fanno divenire il lettore compartecipe della vicenda stessa, la familiarità del linguaggio, poi, non fa che facilitarne il coinvolgimento. Qlibri, scrivere per me è il miglior strumento per aprire il cuore e l’anima, è il desiderio di soffermarsi un poco e cercare la parola giusta per il giusto sentimento o stato d’animo. Allo stesso modo pensavo di ritrovare in questo romanzo lettere che trasudassero emozioni, parlassero d’amore con il cuore. In parte questa mia aspettativa è stata disattesa, infatti la prima parte di questo romanzo l’ho trovata poco coinvolgente. Non sono riuscita ad avere a cuore la vicenda narrata, la semplicità del linguaggio, sicuramente consona al genere epistolare, non mi ha però coinvolta sotto il punto di vista emotivo. Questo fino a metà libro. Poi ho avvertito un mutamento, come se lo scrittore avesse raggiunto finalmente il cuore del romanzo e il preludio non fosse altro che una introduzione poco sentita. Da questo momento si sente veramente vicina a se tutta la vicenda, attendevo di leggere altre lettere proprio come fremendo avrei aperto con in attesa la cassetta della posta. Il linguaggio rimane semplice e diretto, ma diverso è il coinvolgimento, merito forse della maggiore introspezione espressa.
Le vicende storiche fanno da sfondo e sottofondo alle due storie d’amore senza però mai eclissarle, la Storia riveste un ruolo importante in questo romanzo senza però mai prevaricare sull’Amore. Nonostante ciò la guerra viene raccontata con tutti i bombardamenti, i dispersi, il sangue e le mutilazioni che porta con se. Tutto ciò però è narrato senza cruenza ma solo con la sofferenza e lo stato d’animo che queste violenze portano ai personaggi di questo libro.
Le due storie d’amore sono molto belle, sicuramente però quella tra Elspeth e David essendo più poetica e travolgente mi è piaciuto di più. Una storia particolare che in realtà potrebbe essere una storia d’amore come tante durane la guerra e, a pensarci bene, potrebbe essere anche una vicenda che potrebbe svolgersi anche al giorno d’oggi con alcune varianti (mail magari al posto delle lettere). Penso sia anche questa la forza della semplicità di questo romanzo, una storia passata ma per certi aspetti attuale.
Nel complesso sono dire di essere rimasta deliziata da questa lettura, non è una lettura superficiale ma sicuramente ho apprezzato molto di più la seconda parte. Ti consiglio di leggerlo quando sarai alla ricerca di un romanzo non troppo frivolo ne troppo impegnative, giusto giusto quella via di mezzo.
Sono giunta al termine di questa lettera caro Qlibri, attendo con ansia notizie sulle tue ultime letture e ti ringrazio per tutti i consigli letterari che sai darmi.
A presto
Calzina
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la sottile linea rossa della convivenza
Kate Burkholder è il capo della polizia di Painters Creek nello stato dell’Ohio. In questa cittadina convivono pacificamente la comunità Amish e la comunità degli “inglesi”(così come vengono chiamati dagli amish stessi coloro che non fanno parte della loro comunità).
Ma Kate non è una poliziotta qualunque; all’età di quattordici anni fu vittima di una violenza truce tale al punto di segnare profondamente la sua personalità e da indurla a fare scelte drastiche nella propria vita, prima fra tutte l’abbandono della comunità amish di cui faceva parte.
Per questo motivo Kate è oggetto di pregiudizio da parte di entrambe le comunità che, nonostante la professionalità dimostrata, mostrano diffidenza nei suoi confronti. Diffidenza completamente assente da parte dei suoi collaboratori, tre agenti in servizi uno di riserva e due centraliniste, che hanno estrema fiducia e stima nel capo.
Nella convivenza pacifica di queste due comunità si insinua però un omicidio. Viene ritrovato in un campo il corpo tremendamente seviziato e insanguinato di una donna. Toccherà a Kate e a tutto il suo staff indagare su questo omicidio, vedendola costretta a dover affrontare i ricordi legati alla violenza subita nel passato.
Questo thriller mi è piaciuto. La narrazione è fatta in prima persona dalla protagonista Kate, la terza persona è utilizzata solo quando sono descritti fatti in cui Kate non è presente. La scrittrice decide però in modo interessante, di far parlare in prima persona anche nel singolo tratto del libro in cui è l’assassino a mostrarci il suo punto di vista. Un solo, unico, pensiero in tutto il libro. Ho trovato questo particolare significativo, è secondo me ferma convinzione dell’autrice non permettere scusanti all’assassino.
Come ogni buon thriller suspance, sangue e adrenalina si mescolano sapientemente fino a formare un ritmo serrato, di quelli che non vuoi staccare gli occhi dal libro.
Ho apprezzato moltissimo anche l’ambientazione di questo romanzo; la comunità amish era fino a poco tempo fa poco conosciuta e questo spesso portava a considerarli degli integralisti religiosi. Questo libro ci permette di capirne le dinamiche e le abitudini, la purezza di ideali e la ferma volontà nel mantenersi una comunità incontaminata dalla modernità e chiusa in se stessa.
Seppur questo libro sia il primo di una serie con protagonista Kate Burkholder, è autoconclusivo, non rimangono punti in sospeso se non magari vicende strettamente personali riguardanti la protagonista ma chissà se questi puoi verranno svelati nei capitoli successivi. Sicuramente lo scoprirò, ho la ferma intenzione di leggere i due libri successivi e scoprire cosa riserverà questa brava autrice.
Lo consiglio a tutti gli amanti del thriller, sicuri che troverete in questa nuova protagonista una nuova compagna di letture.
L’unica raccomandazione va a chi è suggestionabile al sangue, in questo caso state lontano da questo libro, non è proprio il vostro genere.
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il Circo e il Vagabondo
I libri sono fiumi di parole che possono entrarci dentro, nell’anima, arricchendoci solo se noi permettiamo loro di farlo. Penso perciò sia colpa mia se questo romanzo non mi ha colpito, probabilmente l’ho letto nel momento meno indicato. Pensare che le premesse ci sono tutte; Charlot è da tutti noi considerato un’icona di comicità, le sue gag, la sua “camminata”, i suoi baffetti, i suoi pantaloni tanto larghi quanto corti sono emblema di ilarità. Viene da se poi la curiosità nel sapere cosa si nasconda effettivamente dietro quella maschera che sa farci ridere rappresentando la crudeltà che la miseria e la fame possono nascondere.
Questo romanzo indaga sulla personalità di questo attore attraverso le esperienze incontrate nella sua vita; il nascere in un circo da genitore pressochè assenti, la miseria, la fame, la continua ricerca di una lavoro, la forza nel mettersi continuamente in gioco sfruttando ogni occasione, la voglia arricchirsi non accontentandosi mai di ciò che la vita gli offre, sfidando continuamente il destino sentendosi scorrere nelle vene il sangue di un circense.
Eppure non sono riuscita ad emozionarmi. Ho trovato lo stile di questo autore bello, ma non coinvolgente. Non sono riuscita a sentirmi attrice di questa vicenda, non sono riuscita a “sentire” mia questa storia. Per questo penso sia stato il momento sbagliato per leggere questo romanzo, penso di non aver colto appieno il significato che questo libro vuole dare.
Mi è chiaro che alla cavallerizza Ester è legato il tema della perdita, ma penso che questo romanzo volesse dire altro. Scorrendo le pagine attendevo di capirne appieno il significato e questo è stato solo in parte chiarito dal finale. Non so, penso mi sia mancata quella sensibilità nel cogliere questo romanzo.
Poi però ho trovato alcuni aspetti molto belli: ad esempio geniali i dialoghi tra Charlot e la Morte, duri e canzonatori proprio come forse la morte attende ognuno di noi.
Il mondo del Circo come tema ricorrente anche attraverso i personaggi che lo popolano mi ha ricordato le vicende di un altro romanzo (che ho letteralmente adorato) “Nomadi” di Jennings Gary. Ne ho ritrovato le avventure e le disavventure che si nascondo dietro un mondo che è solo apparentemente festoso.
Nel complesso non me la sento di bocciare questo romanzo, probabilmente è una mancanza personale, ma non posso comunque dire che mi abbia emozionata come vorrei facesse un romanzo di questo genere.
La (pre)potenza dell’Amore
Signorina. Questo è il nome della protagonista di questo romanzo vincitore del premio Campiello 2013. O forse no. Forse il protagonista di questo romanzo è l’Amore. Amore in ogni sua forma, in ogni sua manifestazione, con tutta la sua forza idilliaca o devastante, che ti fa sprofondare negli inferi o salire sopra le nubi.
Non è semplice parlare di questo romanzo, non lo è affatto. L’Amore, quello vero, ha per ognuno di noi un significato diverso, ha la capacità di plasmarsi adagiandosi alle forme diverse che ogni anima ha. Per questo non è semplice parlare di un romanzo di questo genere, ognuno percepisce attraverso la propria sensibilità un messaggio diverso. Quello che però è certo è il fatto che questo romanzo butti sale sulle cicatrici lasciate in ognuno di noi dall’amore, facendo tremendamente bruciare quelle ancora non completamente rimarginate.
Signorina si abbandona completamente all’Amore, nel suo caso esso si insinua totalmente in lei, annichilendo ogni altro desiderio se non quello della felicità dei propri cari, ciò che desidera come donna è sempre secondario rispetto a ciò che desidera come figlia, come moglie, come madre. Sembra comparire evanescente solo a volte, proprio come l’immagine della sua oca volata via per sempre durante i bombardamenti.
La prima parte del romanzo non mi ha entusiasmata. L’ho trovata poco originale e priva di un forte contenuto che, sarò sincera, ricercavo in questo romanzo. Questo poi si è svelato nella seconda parte, quando Signorina diventa prima moglie e poi madre. Qui si alza forte la voce di questo romanzo che se prima veniva sussurrato sul finale lo si sente gridare. E’ il grido d’Amore, che graffia, strazia le carni ad arriva al cuore e poi lo riempie con tutta la sua (pre)potenza.
Questo romanzo mi è piaciuto, anche se a tratti l’ho trovato un po’ troppo sbrigativo. Nonostante ciò questa lettura mi ha appagata e arricchita, perciò lo consiglio veramente a tutti.
Dal canto mio però ho trovato migliore il romanzo “Tentativi di botanica degli affetti” superiore secondo me soprattutto per quanto riguarda lo stile narrativo.
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Il leggiadro volo di una farfalla
Grande, grande per me è stata la soddisfazione interiore nel leggere questo romanzo. Lo stile e il linguaggio con il quale è stato scritto sono stati di una leggiadria che ben poche volte ho percepito tanto prepotentemente in un romanzo. Una lettura che mi ha interiormente arricchita, forte si della vicenda narrata, ma anche del bellissimo stile di questa autrice. Si legge nella sua biografia che questo sia il primo romanzo dedicato agli adulti che scrive, mentre numerose sono le sue opere dedicate ai più piccini. Questo penso sia anche il motivo per il quale questa autrice sia riuscita a plasmare con la sua penna un romanzo di tale raffinatezza, credo che chi sappia e voglia raccontare al cuore dei bambini abbia un’anima delicata che non può che manifestarsi anche in questa sua opera dedicata agli adulti.
Lo sfondo della vicenda è la Milano e la campagna limitrofa del fine ‘800 invasa dalle truppe austriache. Bianca, questo il nome della protagonista, è una giovane orfana con una dote artistica per la pittura assai notevole. Per questo motivo viene chiamata da don Titta presso la dimora estiva della propria famiglia per ritrarre i fiori e le piante che lo stesso coltiva con passione. Questa nuova esperienza non sarà per Bianca solo un lavoro, ma sarà soprattutto l’occasione di una forte crescita personale che la porterà all’età adulta. E’ una vicenda narrata con ampi spazi descrittivi e procede in taluni tratti lentamente, con la calma e la serenità dovuta quando si osserva la natura con tutte le sue manifestazioni e i suoi colori. Appunto; i colori. Questi sono i veri protagonisti della narrazione. Come spesso accade sono i colori o i profumi a rimanerci impressi in talune esperienze significative della nostra vita e questo è proprio il messaggio che ho colto in questo romanzo. Le esperienze di vita che Bianca matura in questa vicenda rimarranno per lei soprattutto segnate dai colori. E come potrebbe essere altrimenti se anche il suo nome altro non è che un richiamo ai colori stessi. Leggiamo infatti nel libro un passaggio particolare nel quale il padre spiega alla figlia il significato della scelta del suo nome, lo riporto di seguito poiché l’ho trovato di estrema bellezza:
“ …Tu ti chiami Bianca perché ti volevamo semplice, essenziale, pura. Perché volevamo che i tuoi colori li scegliessi tu.” La ghiaia scricchiolava sotto i loro passi, il vento portava a manciate i petali violetti dell’agnocasto, come coriandoli lanciati da un bambino. “Voi volete che io faccia la pittrice?” aveva chiesto Bianca, fermandosi e voltandosi verso il padre. “ E se non ne fossi capace?” “Non essere così letterale, Bianca. Intendo qualcosa di diverso, e di più”. Era arrossita, sentendosi ottusa, ma dopo n attimo aveva capito. “I colori nel senso di una bandiera, o uno stendardo?” “Proprio così. I guerrieri di certe tribù, nell’America del Nord, si dipingono la faccia prima di andare a combattere, per mostrare a tutti la tinta del loro coraggio. Però non c’è bisogno di metterseli sulle guance, i propri colori. L’importante è conoscerli”.
Che meraviglia, questo è uno dei pensieri più belli letti ultimamente.
Vorrei aggiungere solo un’ultima cosa a questa mia riflessione. In questo romanzo è grande anche l’attenzione e la sensibilità verso la fanciullezza e verso i bambini. Oserei dire che la fanciulezza trattata in ogni sua dimensione è un altro personaggio di questo straordinario romanzo.
Lo consiglio a tutti, a mio parere credo che questa romanzo abbia meritato sicuramente di essere Finalista premio Campiello 2013, attendo ora di leggere gli altri romanzi finalisti per dire poi se fosse per me anche meritevole di vittoria.
Spero questa autrice si cimenti presto in altri romanzi e che riesca a preservare lo stesso stile e la stessa forza narrativa espressa in questo romanzo.
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LA CASA DEGLI ORRORI..BRRRRRR
Ammetto di essere un pò fifona. Mi capita di leggere romanzi “pauroselli” ,ma diciamo che provo per questi libri una sorta di attrazione-paurosa. Anche in questo caso è stato lo stesso; ero profondamente attratta dalla trama di questo romanzo e dalla copertina, adoro i luna park e tutti i parchi divertimento ma accidenti c’è quel castello dell’orrore e io ho una paura tremenda di quei castelli. Urletti isterici, aria compressa sparata a mille, rulli scivolosi sotto i piedi… per non parlare delle maschere mostruose che si incontrano, insomma, per farla breve, io in quei castelli ci sono entrata per la prima volta a 30 anni e ammetto di aver avuto un brividino prima di entrarci.
Forte di questa impresa coraggiosa ho intrapreso anche la lettura di questo romanzo e devo dire che l’esperienza è stata sicuramente simile per certi aspetti; sicuramente un brividino pre-lettura l’ho provato, qua è la ho strabuzzato gli occhi, ma nulla di pauroso della serie “voglio leggere solo con la luce del giorno”.
Questo romanzo è ambientato nel 1973 e il protagonista di questa vicenda è Devin. Devin decide di proporsi per un lavoro estivo a “joyland”, un parco giochi nella Carolina del Nord. Tra delusioni amorose, nuove amicizie e crescita personale, il protagonista di questo romanzo farà alcune conoscenze inaspettate….di più non svelerò.
Mi è piaciuto questo romanzo, l’ho letto velocemente e non mi sono mai annoiata. Non posso fare un confronto con altri libri dello scrittore (avendo io letto solo il “miglio verde”) ma posso definire il suo stile narrativo “magnetico”. Una pagina tira l’altra e quando a forza devi interrompere la lettura (poiché la vita haimè non può essere solo lettura) riprometti a King che tornerai presto per riprendere il racconto. In parte credo da aver assaporato il talento di questo autore, e mi ha lasciato veramente soddisfatta di questa lettura.
Il mio timore iniziale di andare incontro ad una lettura del terrore è scemata dopo metà libro. Mi aspettavo da un momento all’altro che si cominciasse a parlare di fantasmi e affini ma avevo sbagliato tutto. Questo romanzo ha veramente poco di horror, si avvicina più ad un thriller, in realtà poi un soft-thriller.
L’autore fa perno per tutta la narrazione sulle vicende di Devin, in particolare l’attenzione è rivolta alla sua crescita avvenuta in una stagione, si comincia a far strada nel giovane la consapevolezza di se e del mondo esterno, con tutte le sue contraddizioni e storture. Ma Devin è un buono, lo stereotipo del bravo ragazzo e se si vuole non vi sono colpi di scena in questo romanzo. Forse è questo il difetto che si può trovare in quest’opera. Un romanzo che va letto per ciò che è, godendosi la prosa e la “favola” in esso narrata.
Un libro che consiglio a tutti, anche ai più fifoncelli come me.
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LE RADICI
Ci sono dei libri che sembrano scritti apposta per te. Ci sono libri che ti parlano direttamente al cuore, proprio come se chi ha scritto quel romanzo l’abbia fatto per te, tessendo la trama per deliziare le ore che rubi per la lettura. Questo è stato per me Ernestina.
La trama è alquanto semplice, è un romanzo autobiografico in cui lo scrittore portoghese, racconta la storia della propria famiglia facendolo sempre in prima persona partendo dalle vicende dei propri bisnonni fino ad arrivare alla sua fanciullezza. Ogni membro della famiglia viene messo in risalto per le proprie gesta e modi di vivere, dimostrando la complessità nascosta di ognuno di loro.
Ciò che caratterizza questo romanzo è sicuramente la semplicità con la quale l’autore esplora gesta e personalità dei propri avi, parlando di loro con quell’affetto che lo lega indissolubilmente alle proprie origini. Il linguaggio utilizzato mi ha ammaliato. Mi sono ritrovata cullata dalla narrazione di questo romanzo. Ma ciò che ho apprezzato maggiormente è stata sicuramente la voglia di raccontare le proprie origini, di come le vicende storiche si siano intrecciate alle vicende personali della famiglia Jose. Spesso, troppo spesso, pensiamo che la storia sia un’entità astratta, ma quella Storia che leggiamo sui libri è stata vissuta da persone proprio come noi e sentirla più “umana” aiuta secondo me a comprenderne appieno l’importanza che essa ha.
Penso che il piacere che provato durante questa lettura sia frutto dello stesso amore che provo io stessa per la mia famiglia la cui storia è da sempre per me affascinante. Adoro i racconti che i miei nonni mi facevano, tutt’ora adoro sentire parlare delle storie della mia famiglia, degli episodi più o meno piacevoli accaduti. Sento viva dentro di me la mia famiglia, la sento scorrere nelle vene, so che parte di ciò che sono ora è eredità di loro esperienze e loro modi di vivere. Questo è il messaggio trasmesso anche da questo romanzo. Proprio come un albero che per svilupparsi verso l’alto ha bisogno delle radici, stessa cosa siamo noi. Per riuscire a crescere come persone dobbiamo sapere quale siano le nostre origini; più le radici sono alimentate da particolari più l’albero sarà facilitato nella crescita.
Sicuramente molti come me si chiederanno il perché di questo titolo : Ernestina. Il tutto viene spiegato alla fine del romanzo, ma ciò che è certo è che la vita di questo scrittore sia stata profondamente segnata anche delle figure femminili della propria famiglia, dal carattere forte e mai sottomesso.
Questo romanzo mi è piaciuto, un mix perfetto tra trama e stile narrativo mi hanno letteralmente rapita, se come me amate le saghe familiari e la curiosità della scoperta delle origini ve lo consiglio.
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la fame che sbrana il fisico e la mente
Questo diario-testimonianza nasce a Leningrado nella primavera del 1941. Chi decide di dare voce ai propri pensieri e di confidarli a queste pagine dolorose è una ragazzina di 16 anni, Lena. Lena è una ragazzina come tante, per certi aspetti molto somigliante anche alle ragazzine d'oggi. I primi battiti del cuore, le prime amicizie, le sofferenze della solitudine, il non sentirsi capiti, "l'invidia" per l'amica che ha già il ragazzo, i brutti voti a scuola, questi sono i pensieri che ci racconta Lena nelle prime pagine di questo suo Diario. Poi tutto muta. I toni si fanno lentamente ma inesorabilmente più tristi, i pensieri fissi non sono più alla scuola e agli affetti, ma sono ai bombardamenti, ai morsi della fame, al come riuscire a procuraris il cibo l'indomani. E' dolorosamente evidente che ogni pensiero ed ogni singolo sforzo di Lena tramutino e siano spesi nel tentativo di arginare il perenne senso di fame che attanagliò lei come la maggior parte degli abitanti di Leningrado durante l'occupazione nazista. E' spaventosamente drammatica la descrizione giornaliera dei suoi pasti. Di come cerchi di gustarsi il poco cibo che riesce ad accaparrarsi. Le sue maniacali descrizioni anche del modo in cui si procura e cucina questo cibo sembrano proprio tese a prolungare la gustazione di questo cibo, come un voler placare la fame parlando di cibo.
E' assai doloroso leggere queste pagine, questo diario lascia un senso profondo di dolore e desolazione, di rabbia e di riflessione.
Sarebbe terribilmente errato giudicare questo diario solamente una testimonianza. E' molto di più, è un grido di dolore che va ascoltato. Ogni conflitto porta con se questo, ogni conflitto sacrifica la serenità dei bambini e dei ragazzi più di ogni altra cosa. A nulla valgono le giustificazioni di sorta. La guerra è sofferenza e Lena alza forte questa voce. La sorte toccata a lei è comune a quella che tocca tutt'ora tanti ragazzi e bambini nel mondo.
Mi sono a lungo domandata su quale voti assegnare a questo Diario: è scritto in maniera molto semplice, come già accennato vi è una descrizione maniacale del cibo, alcune vicende rimangono sospese e non si può di certo dire che sia piacevole. Ma come protrebbe essere piacevole una testimonianza di questo genere? Il voto risultante è basso, ma è un libro che consiglio a tutti, per incidere nella propria mente queste pagine dense di tristezza, di guerra e di fame, ancora una volta, non giriamoci dall'altra parte.
Lena ha un miglioramente di umore solo per il fatto che fuori splenda il sole o che senta il cinguettio degli uccellini, la vita cambia totalmente vista da un'altra angolazione e leggere questo libro mi ricorderà di farlo in ogni momento buio. Grazie Lena.
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CIAK, SI GIRA
Dan Brown o si ama o si odia. Poche credo siano le vie di mezzo. Anche in questo suo nuovo romanzo ritroviamo il suo stile tipico: descrizioni minuziose di opere d’arte, città o ambienti e trattazione di temi molto impegnativi. In Inferno in nostro ormai caro amico Robert Langdon dovrà affrontare il rischio diffusione di un virus, riuscirà il nostro eroe nella sua impresa? Ovviamente non posso svelarvi il finale, ma una cosa vi posso assicurare, anche questa volta Dan Brown ha farcito il suo romanzo di colpi di scena.
A me questo romanzo è piaciuto. Mi piace il modo in cui lo scrittore riesce, attraverso le sue semplici descrizioni, a descrivere opere d’arte meravigliose. Mi piace la sua scrittura ricca di colpi di scena, mi piace il ritmo serrato che da ai suoi romanzi. Ecco perché leggere Inferno è un po’ come guardare un film Blockbuster, tanta azione e tanti colpi di scena, bellissima fotografia e protagonisti eccentrici quanto basta. L’autore poi strizzando costantemente l’occhio al complotto internazionale delle organizzazioni mondiali riesce sempre ad accattivarsi il lettore quindi me compresa.
E’ meraviglioso poi pensare di come un capolavoro letterario quale è “la Divina Commedia” riesca ad affascinare ancora in modo stupefacente noi lettori. E’ veramente un’opera immortale, capace a distanza di secoli di ispirare ancora tantissime riflessioni. Mi piace il fatto che questo autore abbia deciso di attualizzare quest’opera in chiave moderna senza ridicolizzarla. Certo, non ci si può aspettare un’analisi profonda in questo romanzo, ma certo è che durante la sua lettura viene voglia di rileggere la Commedia.
Io ne consiglio la lettura, è ovvio, non è un capolavoro, ma è una lettura piacevole e piena di colpi di scena. E’ una perfetta lettura estiva, non impegnativa ma nemmeno sciatta, a me Dan Brown ha convinto. Statene invece alla larga se cercate un’opera complessa o estremamente riflessiva. Mettetevi comodi ed invece che guardarvi un blockbuster in televisione leggete questo romanzo, sarà piacevole.
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La mamma è sempre la mamma
Questo romanzo è un romanzo divertente, dalla prosa fluida e mai pesante. Ernest racchiude in questo scrigno a forma di breve romanzo la propria madre, ce ne racconta i comportamenti bizzarri e il carattere forte e deciso. Man mano che questo romanzo si sviluppa, però, Ernest aggiunge al tono ilare passaggi riflessivi. Ci narra di come la madre sia approdata dall’India all’Olanda e di come l’eccentricità sia stata protagonista assoluta della famiglia di Ernest. La vita di Mama viene ricostruita pezzo per pezzo e man mano che viene composto il puzzle si intuisce benissimo che ciò che appariva una figura molto semplice in realtà è assai complessa. Ciò che ad Ernest da giovane sembravano gesti “eccentrici” da adulto acquisteranno un altro significato. In un mondo in cui il benessere e i diritti umani risultano scontati, chi proviene da culture e paesi meno benestanti attribuisce ad ogni privilegio l’importanza reale che esso ha. A volte Mama finisce con il portare all’eccesso tale manifestazione, ma per me è stato è impossibile non finire con l’adorarla.
Ognuno di noi giunto ad un certo punto della propria esistenza si ritrova a riflettere sulle figure più significative della propria vita. Credo fermamente che alcune figure più di altre condizionino la nostra personalità ed abbiano, anche involontariamente, influenza sulla nostra crescita come uomini o come donne. Bene, Ernest narra che quello di scrivere un romanzo sulla propria famiglia era un bisogno viscerale e non posso fare a meno di pensare che questa idea sia partorita in lui quando individuò in modo chiaro l’importanza ricoperta dalla propria famiglia nella sua formazione ed in particolare dalla propria madre. Sicuramente uno scrittore trova nella scrittura la maniera più onorevole per rendere omaggio a queste figure e, sebbene la madre ne fosse contraria, Ernest lo fa così, donando anche a noi lettori un romanzo divertente e mai scontato.
Essendo questo un romanzo alcune parti sono state integrate dall’immaginazione e mi piace tantissimo aver terminato il libro e non aver capito dove finisca la realtà ed inizi la fantasia essendo le stesse mescolate in maniera superba. Mi permette di sognare e di apprezzare maggiormente questo romanzo che consiglio a chi voglia passare in allegria qualche ora del proprio tempo, che proprio come una la paprika dolce indiana dona al palato del lettore un pizzico di frivolezza non scontata.
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LA SUPERFICIE DELLA FONDAZIONE
Che dire…questo romanzo non mi è piaciuto, tanto che non trovo nemmeno lo slancio giusto per descriverlo. Nonostante l’avvenimento della fondazione di Roma sia affascinante, questo romanzo non lo ha trattato nella maniera giusta perciò perdonatemi se non troverete il giusto sentimento in questa opinione perché di sentimenti questa lettura non me ne suscitati.
Il protagonista di questo romanzo è Larth, un valoroso cavaliere vissuto intorno al VIII secolo a.C.
Larth uccide la propria moglie sorpresa con l’amante ed è costretto a fuggire dalla propria città, Tarquinia, per evitare ritorsioni ai danni della propria madre e sorelle.
La sua fuga lo porterà fino ad un guado del fiume Tevere, dove viene assalito da alcuni banditi. Quei banditi non sono altro che pastori che governano le greggi di proprietà dei signori locali. I pastori ricevono ben poco per il loro lavoro e ravvedono nel furto l’unico mezzo per poter integrare il misero guadagno.
A capo di questa banda di banditi-pastori Larth conosce Remo, un giovane tutto muscoli e alquanto istintivo. Al suo fianco conosce Remolo, il gemello, che al contrario del fratello è molto più misurato e riflessivo.
Queste sono le basi fondamentali del romanzo che attraverso battaglie e diatribe intestine approderà alla fondazione della città di Roma.
Manca soprattutto lo spessore dei personaggi. La narrazione viene fatta passando da una fatto all’altro senza soffermarsi troppo accuratamente su niente e nessuno. E’ come se l’autrice avesse voluto narrare un’intera vicenda complessa cercando di farlo in maniera semplicistica. Questo però, a mio avviso, ha fatto si che i fatti siano narrati in modo superficiale, senza attribuire loro il giusto peso e importanza nella vicenda tanto che si fatica a distinguere quali siano i fatti salienti e quali quelli superficiali.
Ad esempio l’omicidio di Remo viene narrato in poche pagine e, nonostante Romolo sia descritto come una persona sensibile e riflessiva, poco o niente l’autrice si sofferma ad analizzare il suo stato d’animo.
Sicuramente all’epoca la sensibilità per l’omicidio di una donna era diversa. Così come lo era per lo stupro e la pedofilia. Ma questi temi delicati sono sfiorati in modo superficiale, dando il senso della pochezza attribuita a questi gesti e questo non lo apprezzo. A mio parere un romanzo moderno deve adeguarsi alla sensibilità odierna, facendola maggiormente stridere paragonandola a quella passata.
Non mi è piaciuto, non mi ha emozionato e nemmeno entusiasmato, per questo non posso consigliarvelo.
Se invece siete alla ricerca di un romanzo che vi illustri in modo semplice e superficiale come nacque la nostra capitale allora si, ve lo consiglio.
Vorrei confrontarmi con chi ha letto questo romanzo e gli è piaciuto per approfondire le mancanze che ho riscontrato in questa lettura.
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C’è una nebbia che anche i passerotti vanno a pied
Purtroppo sono giunta alla fine all’ultimo romanzo pubblicato sul mitico Ispettore Malatesta. Sono triste molto triste. Ho trovato questi romanzi brevi belli, piacevoli e nello stesso tempo con un pizzico di vena polemica tipica dello scrittore e mi dispiace davvero non poterne leggere di nuovi.
In questo romanzo l’ispettore Malatesta avrà a che fare con il ritrovamento del cadavere di una giovane donna, Nicolina Valeri, sul retro del nuovo multisala della città: il Cinebanana’s. L’indagine che l’ispettore condurrà affiancato dal fedele Appuntato li condurrà per l’ennesima volta alla risoluzione del caso, non senza però aver affrontato diverse avventure tragi-comiche.
Quello che apprezzo maggiormente nello stile di questo autore è la capacità di mescere sacro e profano, la capacità di riuscire a fondere in così poche pagine e in maniera tanto semplice situazioni esilaranti a temi assolutamente seri quali ad esempio il razzismo o la moralità di alcuni comportamenti perpetrati dalle forze dell’ordine. Malatesta è un ispettore fuori di ogni convenzione, non ha una macchina, vive con la ex moglie, è un ex ultrà della Spal e nello stesso tempo odia la maniere forti utilizzate per estorcere confessioni. Nello stesso tempo però lo scrittore riesce a descrivere con maestria e crudo verismo la realtà di ogni piccola-media cittadina italiana d’oggi : chi di noi non ha visto nella propria città aprire un multisala che ha forzatamente indotto i piccoli cinema del centro alla chiusura? In quale città non vi è una zona in cui risiedono quasi esclusivamente immigrati?
Il tutto narrato con un linguaggio semplice ed incisivo ma mai troppo volgare. Ma qui si parla di bambini volutamente “lobotomizzati” dai videogiochi per renderli più competitivi nel domani, di bandanti dell’ex Urss, di Anarchia, di violenza sulle donne, di votazioni…insomma, come sempre Mazzoni farcisce i suoi scritti con tanti temi molto impegnativi, magari solamente sfiorandoli, ma facendolo in maniera incisiva ed esprimendo, per bocca dell’ispettore, la propria opinione su di essi.
Anche in questo romanzo troviamo i brevi capitoli intervallati da alcuni disegni fatti da Amaducci Andrea, al solito esilaranti.
Consiglio vivamente la lettura di tutti questi brevi romanzi, molto molto belli a parer mio, augurandomi che lo scrittore pubblichi nuove indagini.
nb il titolo di questa opinione è un detto riportato nel romanzo, riassuntivo dell'atmosfera ironica che si percepisce durante tutta la lettura.
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Una nuova miss. Thriller
Cercando sul dizionario il termine “Abisso” troviamo il seguente significato: Voragine che pare senza fondo. Il termine affiancato nel titolo di questo romanzo ad Abisso è “senza fine”…cosa può esserci di più infinito? Ho trovato il titolo di questo thriller davvero indovinato. Una frase è sufficiente per riassumere il dolore immenso che si possa provare nel sapere la propria famiglia in pericolo di vita.
Tutto ha inizio quando l’agente Faith arriva a casa della madre. Come purtroppo temeva qualcosa non va. Il suo istinto le impedisce di attendere i rinforzi già chiamati: irrompe nell’abitazione e la scena che le si presenta è delle più terribili, prima sangue e confusione, poi un corpo e poi…..e poi mi fermo qui, null’altro svelerò della trama se non il fatto che questo thriller colpisca a fondo le nostre paure più profonde: quella di temere per l’incolumità dei propri cari. Ad affiancare Faith in questa vicenda ci sarà il suo compagno Will, la pediatra Sara e l’amica del cuore della madre,nonché poliziotta, Amanda.
Nonostante questo sia il terzo romanzo di una serie con protagonisti l’agente Will Trent e la dottoressa Sara Linton,non è necessario leggere i precedenti libri per trovare il ritmo della storia e per conoscere i personaggi. La narrazione è coinvolgente, nonostante la mole delle pagine . Da buon thriller quale è non si riesce a staccare gli occhi dalla lettura, si ha proprio voglia di sapere come andrà a finire.
Ho apprezzato molto il fatto che a fianco dell’indagine vengano approfonditi gli aspetti caratteriali e le vicende personali dei protagonisti. Con la profonda caratterizzazione dei personaggi mi ha ricordato un po’ lo stile di Patricia Cornwell. Al contrario di quest’ultima però questa autrice si concentra perlopiù sugli aspetti psicologici dei protagonisti, i loro pensieri e le loro emozioni prendono voce. Mi è piaciuta questa scelta anche perché, come per gli altri generi letterari, adoro le descrizioni dettagliate dei protagonisti.
In questo thriller il protagonista maschile, Will, è circondato da colleghe donne dal carattere molto forte e spesso istintivo. Come antitesi al troppo spesso abusato termine “gentil sesso” chi sembra abbia il carattere migliore tra i protagonisti è proprio l’unico uomo. Ho trovato molto interessante questa scelta.
L’indagine non mancherà di qualche colpo di scena, nuovi personaggi arricchiranno questo thriller dal ritmo incalzante ma non serrato. Non vi toglierà il respiro proprio perché la scrittrice stilisticamente decide di allargare il cerchio della narrazione anche alle vicende personali dei protagonisti.
Lo consiglio agli amanti del thriller, di quei thriller che non hai paura di leggerli anche di notte tanta è la voglia di sapere come va a finire.
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Il Vesuvio dalle tinte rosate
Questo romanzo è stato scritto da Marisa Ranieri Panetta, archeologa e autrice di alcuni saggi tra cui alcuni riguardanti proprio Pompei. Le sue competenze professionali traspaiono nettamente in questo romanzo, che seppure rimane un romanzo quindi opera di fantasia, racchiude dentro se un tesoro di fatti storici realmente accaduti.
Attraverso le vicende della protagonista di questo romanzo, Flavia, ripercorriamo i quindici precedenti alla devastante eruzione del Vesuvio che distrusse la città di Pompei e i suoi abitanti nell’anno 79 d.c.
Flavia è figlia di un modesto mercante reatino che viene data in sposa contro la propria volontà ad un ricco commerciante pompeiano, Quinto. Da qui la vicenda poi si dipanerà tra tradimenti, nascite, trasferimenti, disagi e mondanità fino ad arrivare al triste racconto dell’eruzione.
Ho trovato questo romanzo alquanto gradevole. La cosa che più ho apprezzato è stata la capacità della scrittrice di far rivivere appieno il lettore nell’epoca narrata. Ho immaginato come la mente di questa scrittrice abbia partorito questo romanzo. Sicuramente studiare reperti archeologici non può essere ridotto a mero lavoro. L’archeologo si trova di fronte scoperte immense che aiutano a riscoprire la nostra storia, e inevitabile, credo, sia immaginare “l’anima” di quegli oggetti. Penso sia difficile non immaginare la donna che potrebbe aver portato al collo una bellissima collana ritrovata, oppure anche la storia dell’orafo che con le sue mani ha dato vita a tale meraviglia.
Ho immaginato questa autrice impegnata nell’accarezzare una collana ritrovata ed immaginare il volto di Flavia. Oppure osservare un dipinto di una sontuosa residenza pompeiana e immaginare la famiglia che possa avervi dimorato. Questo ho sentito in questo romanzo. La forza e la volontà di dare vita a dei personaggi rievocati attraverso dei reperti archeologici ritrovati.
La meraviglia di questo romanzo è il sapere descrivere con minuzia di particolari la vita e le abitudini delle donne e uomini nella Pompei del 79 d.c. .
È stata anche una scoperta per me sapere che i pompeiani non sapevano che il Vesuvio fosse un vulcano. Lo pensano una semplice montagna dal terreno “grasso”, ignari che proprio antiche eruzioni resero il terreno tanto fertile.
In questo romanzo sono tante anche le descrizioni dei rapporti umani degli abitanti di Pompei. Dai mestieri ed abitudini quotidiane ci ritroviamo anche immersi in innumerevoli tradimenti matrimoniali e figli illegittimi. Per questo ho trovato questo romanzo in parte dalle tinte rosate. Questo mix comunque risulta piacevole, mai volgare e dosato al punto giusto nell’ambientazione storica.
Per nota dell’autrice questo libro è stato scritto anche per evitare che abusi edilizi e cementificazione massiccia deturpi il paesaggio mettendo in pericolo anche gli abitanti da eventuali eventi naturali comunque sempre possibili. Io aggiungo anche altri due scopi a questa lettura.
In primis sicuramente il merito di far conoscere la vita a Pompei prima dell’eruzione del Vesuvio e ciò che essa ha distrutto in termini umani e materiali.
In secondo luogo un urlo di denuncia al degrado cui versano molti degli scavi archeologici italiani, in particolar modo quelli di Pompei ed Ercolano. Trovo scandaloso che un paese civile, che poi si decanti tale, lasci “sgretolare” dei tesori di tale pregio per mancanza di fondi. Non è forse la Storia antica con i suoi resti a fare dell’Italia il tesoro più bello del mondo?
L’unica pecca di questo romanzo è un inizio un po’ confuso. La vicenda parte dai fatti accaduti dopo l’eruzione e poi fa ritorno a 15 anni prima ripercorrendo con salti temporali le vicende che ruotano intorno alla protagonista. La parte finale poi si ricongiunge con la parte iniziale ma quest’ultima è ricca di particolari che possono essere apprezzati solo a fine libro, quando sono poi tornata a rileggerli per comprendere appiano il significato.
Comunque è una lettura che consiglio a tutti agli amanti dei romanzi storici e non.
Vorrei solamente terminare con un frase che mi è piaciuta tantissimo, non so che invenzione dell’autrice e trascrizione da un testo antico:
“…La Fortuna regala a chi nasce dei sacchetti pieni di farfalle. Contengono tutto quello che proveremo nella vita: uno contiene i dolori, un altro le gelosie, poi i momenti felici, i tradimenti, il gioco, la fatica. Dobbiamo aprirli tutti prima di morire, perché ci sono stati dati in sorte. Così, se le farfalle della tua felicità non hanno ancora preso il volo, stai sicura che prima o poi verrà il momento”.
Che meraviglia.
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dalla cenere della peste nasce un romanzo
Tutto ha inizio nella primavera del 1665. Anna, questo il nome della protagonista, è una giovane mamma vedova di un altrettanto giovane minatore. Anna vive con i suoi due bambini in un piccola cittadina inglese ricca di miniere di piombo, Eyam.
La vedova è al servizio della famiglia del rettore del paese Mr. Mompellion, ma i suoi guadagni alquanto modesti, sono insufficienti per sostentare i suoi due piccoli. Perciò Anna è ben felice di affittare una stanza a George Viccars sarto londinese appena arrivato in città per sfuggire, dice lui, al grigiore della metropoli.
Ma la gioia di questo momento ben presto tramuterà la vita di Anna e quella del paese in una sofferenza. Ad Ayam arriva la peste.
Vorrei sottolineare che la storia narrata è effettivamente una storia vera. Veramente la piccola cittadina di Eyam a cavallo tra il 1665 e il 1666 fu colpita da una tremenda epidemia di peste. Veramente i cittadini di questa città decisero poi in modo completamente autonomo di mettersi in quarantena evitando l’uscita dal paese di merci e soprattutto di persone.
Questa decisione consapevole sicuramente preservò il contagio ai paesi limitrofi, ma questa scelta coraggiosa sarà anche un fardello a tratti insopportabile per la popolazione di questa piccola cittadina.
La bellezza di questo libro sta tutta nella semplicità dei fatti narrati. Come si può dare spiegazione a tante morti e a tanto dolore? Come può una madre o un padre sopravvivere al dolore della perdita di un figlio? Come può un nonno reggere al dolore nel dover seppellire il nipote?
Questo romanzo tratta il tema della morte e della malattia in maniera semplice, diretta, trasmettendo attraverso le parole tutto il dolore e l’angoscia che esse portano con se.
Ma Anna vive dignitosamente il proprio dolore forse perchè avvezza fin dall’infanzia. Con questo non voglio dire che Anna sia abituata al dolore, ma sicuramente ha già provato sulla sua pelle la sofferenza, e in qualche modo le sue vecchie cicatrici hanno alimentato la forza di volontà e di reazione che ha dentro se. Anna è una donna positiva, buona, dolce, dal cuore grande e dal carattere forte. Sicuramente l’autrice non avrebbe potuto inserire una protagonista dalle caratteristiche diverse. Se la protagonista avesse presentato un carattere meno positivo, probabilmente questo volume sarebbe stato difficile da affrontare, visti già i temi negativi trattati. Ma questo, forse, lo dico da persona positiva quale sono.
Incontrerete tanti cittadini di Eyam e vivrete al loro fianco questo terribile “annus mirabilis”. Di molti avrete pietà e di altri simpatia. Ma sicuramente di tanti avrete compassione. Ogni personaggio sarà ben caratterizzato e sarà per il lettore come vivere in questa comunità in questo terribile periodo.
Mi sono commossa in molti passaggi, mettete in conto che questo romanzo non vi strapperà un sorriso. Il finale poi sarà tutto a sorpresa, tenetevi forte perché il libro riserva una fine con i fiocchi, azzeccato secondo me. Il ritmo cambia completamente. Dall’oblio della malattia il ritmo diverrà serrato…ma di più non posso dire, pena spoiler.
Questo romanzo mi è piaciuto tantissimo. L’ho adorato dalla prima pagina fino all’ultima. L’ambientazione rurale seicentesca non ha potuto che affascinarmi, mi sono immersa completamente nelle atmosfere inglesi di questo libro, negli animali e nelle erbe, nei profumi della campagna. Mi ha lasciato talmente appagata che sembra quasi la scrittrice lo abbia scritto su misura per i miei gusti.
Vi consiglio la lettura di questo romanzo ma attenzione, non voglio dire che sia un capolavoro. Mi rendo conto che per tema trattato e ambientazione non può soddisfare i palati di tutti i lettori.
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C’era una volta...
...una principessa indiana di nome Draupadi.
Sono da sempre affascinata da quella straordinaria e poliedrica nazione che è l’India. Il suo popolo, i suoi colori, le sue tradizioni (e opposizioni) , i suoi riti e i suoi odori talmente diversi dai nostri hanno da sempre avuto su di me quel fascino “orientale” cui non posso resistere.
E poi c’è il Taj Mahal. Un’opera architettonica che da sempre mi affascina per la sua straordinaria bellezza e per il fatto che essa rappresenti una “imponente” espressione di amore. Essa infatti fu fatta costruire, per ordine dal sovrano Shah Jahan, alla morte della moglie preferita Arjumand Banu Begum. Il Taj Mahal, infatti, non è altro che un mausoleo, eretto per custodire meravigliosamente le spoglie della persona amata.
Il titolo di questo romanzo che rimanda un ai meravigliosi palazzi indiani e la sua trama che intreccia mito e leggenda non potevano mancare tra le mie lettura.
L’autrice di questo romanzo ha voluto riscrivere, secondo la propria immaginazione, parte delle vicende narrate dal Mahabarata, un’antica opera indiana che narra la vita e le vicende di eroi e dei indiani.
Il racconto di queste vicende viene fatto attraverso gli occhi di una donna, di una principessa, Draupadi. Come scrive la stessa autrice la scelta di una voce narrante femminile è stata fatta per dare forza e dignità alle donne che proprio nel vecchio poema sono relegate a figure secondarie. In questo romanzo invece, la principessa è la “regina” incontrastata di ogni vicenda. Attorno a lei ruotano tutte le vicende e lei stessa si rende fautrice del destino di tanti uomini. Sicuramente l’autrice ha voluto dare estrema forza a questa figura femminile, attribuendole una serie di libertà che, purtroppo, tutt’ora in India molte donne non hanno. Risulta infatti preponderante in questo contesto la forza estrema di questa principessa.
Draupadi sposerà cinque uomini, cinque fratelli, ma il suo cuore apparterrà per sempre a Karna e perfino il dio- uomo Krishna giocherà un ruolo importantissimo nella sua vita. Ogni vicenda di questo romanzo intreccia prepotentemente realtà a fantasia, mito e leggenda.
Lo stesso titolo di questa opera porta il nome di ciò che è racchiuso in questo romanzo; un’illusione. La continua difficoltà a cernere fantasia a realtà. Rendere la favola una possibile realtà, un’illusione che coglie solo chi racchiude ancora dentro di se la forza e la capacità di sognare.
L’amore svolge un ruolo fondamentale in tutta la vicenda. Ma come un buon film di Bollywood ha avvertito la pesantezza di questo romanzo. Credo sia tipico della tradizione indiana costruire opere (a vasto raggio) importanti, che esplorino fin nei più piccoli meandri ogni particolare (il Taj Mahal ne è la dimostrazione lampante). Ma la pesantezza di questo romanzo non è stata tanto nella sua lunghezza di pagine(in fondo sono poco più di 300), ma nel fatto che molti concetti vengono ripetuti tantissime volte mentre altri vengono appena sfiorati. Purtroppo perfino i tanti nomi dei personaggi che tessono questa vicenda sono difficili da ricordare, anche sicuramente per il fatto che i nomi stranieri sono sempre per me più difficili da memorizzare.
Nel complesso non mi sento di sconsigliare questo romanzo anche perché assai pregno perfino di filosofia e teologia induista. L’unico accorgimento è quello di cominciare la lettura con lo “spirito” giusto e calma interiore….giusto per rimanere in tema. Buona lettura
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un premio meritato
Ho deciso di intraprendere la lettura di questo romanzo senza informarmi troppo sulla sua trama, non ho cercato opinioni questa volta, mi sono affidata al solo quarto di copertina e al fatto che questo romanzo abbia vinto il “premio Pulitzer 2013” (premio che VERAMENTE è assegnato ad ottime opere letterarie).
Ebbene, le attese non sono state affatto disilluse. Al contrario, questo romanzo è veramente molto molto bello, uno fra i più belli e compositi letti recentemente.
Il romanzo è ambientato nel presente (anche se a tratti pare un altro mondo e un’altra epoca), nella Corea del Nord o meglio nella Repubblica Democratica Popolare di Corea. Chi governa il paese è il Caro Leader, Kim Il-sung. Lo scrittore non ha utilizzato pseudonimi. Presumo questa scelta sia stata fatta proprio per dare più forza a questo romanzo. Sostanzialmente, infatti, questo romanzo è prima di tutto un forte grido di denuncia (nemmeno minimamente velata) alla dittatura perpetrata in questo paese. Alla situazione politica, economica e sociale cui gli abitanti nord-coreani sono sottoposti. Le dittatura di stampo comunista di questo paese, con la disillusione di creare uguali diritti per ogni cittadino, ha finito invece con il privare ogni uomo, donna e bambino della propria individualità. Non intendo disquisire su questo argomento, non è assolutamente mia intenzione discutere sulle ideologie politiche ispiratrici delle tante (ahimè) dittature malate presenti tutt’ora nel mondo . Voglio solamente descrivere ciò che viene prepotentemente denunciato in questo romanzo: la negazione e violazione di ogni diritto umano e la conseguente perdita di importanza della vita di ogni singolo individuo. Un episodio tra i tanti descritti nel romanzo: vengono fatti prelievi di sacche di sangue sugli anziani e sui malati gravi, portandoli in questo modo a morte più veloce. Ma tanti, troppi, gli episodi ignobili narrati in questo romanzo che seppur romanzo è, racchiude dentro se tante tristi verità.
Il romanzo è suddiviso in due parti. Nella prima ci viene presentato Jun Do. Orfano di madre, vivrà in orfanotrofio finchè lo stato non gli assegnerà il compito di rapire cittadini Giapponesi e poi quello di spia su un peschereccio con l’incarico di captare segnali radio. Jun Do si ritroverà poi suo malgrado imprigionato nella Prigione 33. Un campo di lavori forzati dove incontrerà il Comandante Ga.
Nella seconda parte del romanzo il punto di vista cambia. I capitoli si alternano tra loro in sequenza narrati da tre punti di vista diversi. Non posso parlare di altro, non posso farlo per rispetto a chiunque sia intenzionato a leggere questo romanzo e spero siano tanti.
Sappiate solo che si ritrovano pagine anche di amore. Ma non solo l’amore tra un uomo ed una donna, ma anche l’amore genitoriale e figliare. Vi sono analisi anche sul significato profondo dell’amore. Su cosa e possa rappresentare questo sentimento per ognuno di noi. In quali e quanti modi possa manifestarsi lo stesso sentimento.
Lo scrittore ha utilizzato uno stile narrativo proprio, semplice ma incisivo nello stesso tempo. Nonostante le 550 pagine la lettura non stanca mai, non si trovano pagine “cuscinetto”. Ogni singola pagina custodisce dei particolari che arricchiscono questo romanzo. La maestria di questo autore sta nell’essere riuscito a creare un romanzo che racchiude al suo interno innumerevoli temi e nell’averlo fatto con naturalezza. Ogni pensiero è perfettamente adagiato accanto ad una altro. Nonostante spesso via siano salti temporali e spaziali, mai una volta si ha la sensazione di perdita del filo logico.
Come ho già accennato ho adorato questo romanzo per la sua “naturale” complessità. Lo scrittore ci prende per mano e ci guida attraverso questa vicenda e lo fa senza lasciare nulla al caso.
Sicuramente questo romanzo è frutto di un’enorme lavoro intellettuale. Nonostante sicuramente l’autore abbia indiscusse doti narrative, si percepisce il perfetto lavorio fatto per creare omogeneità in questa vicenda assai complessa. Si ritrovano situazioni veramente dure e tristi, ma purtroppo drammaticamente plausibili. Non è un romanzo dai contenuti semplici, non è una lettura di svago certo, ma è una lettura profonda e che sicuramente arricchisce. A tratti con spunti filosofici sul tema della morte e dell’amore.
Un ultima riflessione sulla copertina: perfino essa nasconde un significato particolare. Ho trovato meravigliosa questa immagine.
Vi consiglio assolutamente questo romanzo con un appunto: se siete alla ricerca di una lettura leggera rimandate. Credo questo romanzo vada affrontato in momenti in cui la nostra mente brama riflessione, non ha paura del dolore e della tristezza.
Ma se amate leggere non privatevi di questa romanzo.
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309 pagine di carta vetrata
Siamo intorno all’anno 1587, nella piccola cittadina di Trioria, possedimento della Repubblica di Genova. Protagonista di questo romanzo (poiché per me di questo si tratta, non condivido la pubblicazione di questo testo tra i “timecrime”) è Battistina. Chi è Battistina? Bella domanda questa. Terminato questo romanzo posso soltanto dire con certezza che per me non è una strega. Strano, perché allora questo titolo?
Come si sa, nei secoli scorsi milioni sono state le donne accusate di stregoneria e bruciate sul rogo dalla santa inquisizione. Molto spesso bastava guarire malanni utilizzando semplicemente dei decotti di erbe per essere accusate di stregoneria. Le confessioni poi venivano fatte, di sovente, sotto inumane torture.
Battistina è una bambina, dodici anni appena. Con tutta l’entusiasmo per le nuove scoperte, adora la natura, si fonde completamente con essa. Ed è anche profondamente curiosa, come lo sono tutte le bambine intelligenti. Sarà proprio questa sua curiosità e questo amore per la natura ad avvicinarla al mondo delle “streghe”. Metto tra virgolette questo termine, perché starà al lettore stabilire se queste donne siano “streghe” oppure no.
Battistina sarà accusata di stregoneria. Ma nel suo doloroso cammino di bambina accusata incontrerà Niccolò, seconda voce narrante del romanzo. Niccolò fa parte del gruppo chiamato ad indagare sui tanti casi di stregoneria emersi nella città di Troria. Scrivano dotato di intelligenza eccelsa sarà dapprima impaurito dalle streghe, poi incuriosito financo profondamente scettico verso le accuse mosse alle donne incriminate.
Interessante come vengano alternati capitoli dove il punto di vista è quello di Battistina ad altri in cui Niccolò narra direttamente in prima persona. Anche questo è particolare, mai l’autore ha voluto parlare dalla bocca di Battistina. Il suo punto di vista è sempre narrato in seconda persona. In questo modo l’autore riesce ancora di più a forzare l’interpretazione del lettore, che mai riuscirà a capire limpidamente chi è Battistina, non avendo mai completamente la possibilità di immedesimarsi in lei.
Ho apprezzato enormemente l’intenzione dello scrittore di sfatare punto per punto le credenze popolari che riguardano le streghe. Questo fatto, inteso come maggior respiro, ci pone di fronte al fatto che all’apparenza tutto risulta diverso rispetto alla profondità delle cose e soprattutto delle persone. Mai giudicare dalle apparenze o maldicenze, i giudizi troppo spesso portano gravi conseguenze per chi li subisce.
Questo romanzo però ha anche alcune pecche, o meglio, cose che a me non piacciono.
Innanzitutto il linguaggio utilizzato. Ho trovato diversi termini fuori luogo, rozzi, nel contesto in cui si trovavano non li ho apprezzati. Non credo fossero necessari per ricalcare la forte personalità di Battistina, non è dalle parole che si capisce un temperamento. Sicuramente la durezza di alcune situazioni descritte era necessaria, ma il linguaggio no. Comunque, questo è mio gusto personale.
Non ho apprezzato nemmeno la parte finale del libro, secondo me un po’ troppo inverosimile rispetto al resto del romanzo che è invece tremendamente realistico.
Nel complesso,però, mi è piaciuto tanto questo romanzo storico. Da amante del genere non posso fare altro che consigliarlo.
In ultimo ho provato profonda tenerezza per questa bambina-donna, cresciuta troppo in fretta e plasmata dalla cattiveria del mondo che la circonda. Non si può non impietosirsi difronte a Battistina, che tutto il mondo le toglie. Sicuramente parte delle vicende narrata saranno reali, sicuramente le torture avvennero nei modi descritti ed anche oltre. Per questo non posso fare altro che chinare la testa difronte alla barbaria perpetrata nei secoli contro le donne-streghe. Ancora una volta, le donne sono state vittime dell’ignoranza. Il dolore di Battistina è stato il dolore di tante, troppe.
ps una nota per l'editore. l'immagine in copertina che penso voglia rimandare alla protagonista in realtà presenta una differenza fondamentale..il colore degli occhi. Battistina li ha azzurro-verdi e nel libro è dato profondo risalto a questo dettaglio.
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DIAMANTINI GREZZI
Voglio subito parlare del protagonista di questo volume, l’investigatore Pietro Malatesta. Se nel primo racconto della trilogia il protagonista era ben descritto, in questo secondo episodio conosciamo maggiori dettagli di questo straordinario poliziotto. Entrato subito nella mia simpatia per la schiettezza, anticonvenzionalità, per la semplicità e per la sua fermezza di idee, in questo episodio ho scoperto anche l’importanza che questo poliziotto dà ai principi quali amicizia, onestà e coraggio.
Malatesta e il suo compagno Appuntato vengono chiamati ad indagare sul ritrovamento di un cadavere in un parco cittadino. Nonostante tutto faccia apparentemente pensare ad una morte per overdose, Malatesta inizia una serrata indagine in senso contrario. La vittima è un suo vecchio amico, entrambi ex membri della banda dei Regolatori ,ultrà “estremisti” della Spal. Malatesta sa che Cucu (il nome della vittima) era da tempo fuori dal giro della droga. Nel corso dell’indagine vengono ripercorsi tanti episodi del periodo della banda. In queste descrizioni ci viene raccontato come Malatesta passi da delinquentello ultrà ad investigatore di polizia, tra risatine e riflessioni la lettura risulta davvero piacevole.
Ovviamente poi il finale è scontato…come ogni giallo che si rispetti anche questo avrà risoluzione.
Se si vuole in questo romanzo Malatesta acchiappa ancor più simpatia. E’ facile affezionarsi ad un personaggio che incarna un po’ ciò che ognuno di noi si augura: che dai propri sbagli si colga solamente il meglio e che questo si metta a frutto per fare scelte migliori. Come poi non identificarsi con lui quando si sente una mosca bianca nel “suq” (così lo definisce lui) del commissariato. Quante volte ci si sente “diversi” rispetto alla comunità (qualsiasi essa sia) che ci stà intorno?
Malatesta rimane un riottoso, ma è assolutamente un giusto ed un buono, non come poliziotto ma come UOMO. Mantiene comunque la sua identità, non nascondendosi dietro ad una divisa (a conferma di ciò non la indossa nemmeno). E’ impossibile non affezionarsi; è una persona normale e allo stesso tempo complessa; ancora come ognuno di noi, semplice all’apparenza ma complesso nella sostanza.
Inoltre in questi romanzi sono presenti anche forti denunce sociali; degrado urbano, razzismo, (un personaggio di questo libro se la prende sempre e indistintamente con gli extracomunitari) finto perbenismo. Insomma, un giallo con tante altre sfaccettature.
Trovo la scrittura di Mazzoni notevole, coglie in pieno quella di mio gusto, semplice e diretta ma d’effetto. Apprezzo enormemente l’utilizzo qua e là del dialetto ferrarese e il riferimento alla sua terra e ai luoghi caratteristici della sua città, nel bene e nel male.
Non posso che consigliarvi la lettura di questi gialli, li ho definiti dei diamantini grezzi perché poco conosciuti ma assolutamente piccoli gioielli preziosi dalle mille sfaccettature.
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Lo Starsky di Ferrara
Questo volumetto, dal sottotitolo Nero Ferrarese, fa parte di una trilogia di gialli scritta da Lorenzo Mazzoni, scrittore e blogger sul sito del “Fatto Quotidiano”. E’ composto da tanti brevi capitoletti, intervallati tra loro da disegni ideati da Andrea Amaducci. Ho trovato i disegni strepitosi; ognuno conclude il capitolo riassumendone, attraverso un’immagine, l’estrema sintesi. E’ il primo romanzo strutturato in questo modo che leggo e ho trovato questa idea geniale.
In questo primo romanzo ci viene presentato Pietro Malatesta, un poliziotto di Ferrara. Malatesta è un poliziotto semplice ma nello stesso tempo alquanto atipico. Eccentrico quanto basta, (imita perfino nel vestiario il suo idolo Starsky) dal carattere forte e deciso, spesso entra in contrasto con i colleghi di cui non approva i comportamenti, trovando affinità solo col compagno di squadra Appuntato.
Personaggi estremizzati fanno da cornice ad una città che viene descritta, invece, alquanto tranquilla. Questo stridere di contenuti non fa che accentuare anche l’eccezionalità di Malatesta rispetto agli ambienti in cui vive e in cui lavora. Un omicidio poi darà vita ad una serie di eventi che sconvolgerà un po’ tutti e tutti.
Che dire, questo romanzo tratta tanti temi, magari sfiorandoli, però comunque troviamo un po’ di tutto: amore, famiglia, lavoro, la periferia delle città, l’immigrazione. Alcuni tratti poi sono di estrema critica al sistema sociale stereotipato in cui viviamo…ma ora basta anticipazioni di trama, rischio di svelare tutto.
Però una cosa voglio ancora scrivere: questo romanzo anche tanto ridere. Tra descrizioni famigliari esilaranti ed incontri inaspettati si ritrovano situazioni veramente esilaranti. Non mi aspettavo sicuramente una lettura tanto piacevole,
Una lettura piacevole, leggera si, ma sotto sotto nemmeno troppo. Per certi versi è naturale un accostamento alla scrittura di Malvaldi Marco, anche se forse quest’ultimo ha una scrittura più “pulita” nel vero senso del termine.
Stringi stringi il succo è che vi consiglio assolutamente questo giallo italiano. E’ sempre molto bello ritrovare le atmosfere delle nostre città descritte dagli autori “nostrani”. Niente americanate, ma la buona e semplice ricetta italiana.
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tengo a precisare che questo romanzo in formato ebook è completamente gratuito.
in formato carteceo invece lo trovate in vendita insieme ai due episodi successivi.
da segnalare anche un quarto episodio "la tremarella", il cui ricavato andrà a sostegno dei terremotati d'Emilia.
CHE LA DEA ATHENA SIA CON TE
Che la dea Athena sia con te
Bellissimo questo nuovo romanzo storico di Valerio Massimo Manfredi. Sicuramente bello quanto la trilogia di Alexandros. Lo stile di V.M.M. si distingue anche questa volta: azione, coraggio, sentimento, il tutto dosato in maniera superba.
Lo scrittore studioso, archeologo, docente universitario mette nella sua opera (ed in tutte a dire la verità) tutta la sua conoscenza, il suo sapere e la sua “impronta di scrittore” . Manfredi si “nutre” di Storia e quando poi prende la penna in mano per raccontarla lo fa come fosse un vero attore della storia. Ogni volta che giravo questo libro e sul retro osservavo la fotografia dello scrittore trovavo un qualcosa di “disomogeneo” nella sua figura, un non so che di stonato, di disgiunto. Poi l’ho capito: sono i vestiti. Non ci posso fare nulla: io Manfredi me lo vedo come vestito da centurione romano o da guerriero greco, sicuramente con vestiti degli anni “a.c”. Che potere ipnotico la sua scrittura!
Come poter resistere alla sua narrazione?! Su di me ha lo stesso effetto del canto delle sirene, mi chiama e mi trascina indietro nel tempo fino circa all’anno 1300 a.c., e infine mi divora, tanta è stata la voglia di leggere questo romanzo ogni momento libero della giornata.
La storia di Odysseo e della guerra di Troia è praticamente nota a tutti (o quasi). Questo romanzo ci restituisce però un Odysseo caratterizzato da due aspetti fondamentali: la protezione che la Dea Athena gli riserva e la profonda intelligenza che distingue il re di Itaca dagli altri combattenti. L’io narrante è proprio Odysseo, quindi il racconto è fatto attraverso i suoi occhi. La narrazione non è però solamente storica. Non si attinge solo a fatti storici reali, ma lo scrittore dona anche ampio spazio alla mitologia.
Così appare Ercole; la sua vita e le sue gesta sono proprio quelle narrate dalla mitologia greca, un gigante fornito di una forza straordinaria accusato poi dello sterminio della famiglia; ed anche Achille, guerriero invincibile, ucciso solo da una lancia che lo colpirà al tallone. Ma tante, tantissime le figure mitiche che ritroviamo in questo romanzo. La volontà dello scrittore di dare vita a questi miti mi ha profondamente affascinata. Molti hanno trovato che questi passaggi donino al romanzo una vena di falsità: io invece credo lo arricchiscano. Fondamentalmente perfino sulle vicende di Odysseo non vi è certezza di verità, quindi ho trovato geniale amalgamare il tutto, non distinguere dove finisce il vero ed inizia la fantasia.
Le vicende narrate seguono Odysseo dalla sua fanciullezza fino alla fine della guerra di Troia, e come in molti saprete, è il primo di due volumi dedicati alla vita di questa figura epica.
Odysseo si distingue in questo primo romanzo per l’arguzia, l’ingegno e l’intelligenza. Non certo per il coraggio e la forza, che, sicuramente sono poste in secondo piano.
Bellissimi anche i passaggi in cui Odysseo cerca le giuste soluzioni attraverso dei segni o delle parole dalla propria dea protettrice Athena. Questa spesso ricambierà in modi inaspettati. Nonostante Athena sia la dea della guerra Odysseo non è un guerriero ma uno stratega della guerra; forse perché la vera guerra di Odysseo è e sarà quella della mente?
Odysseo vi guiderà in viaggio straordinario, al suo fianco lo osserverete prima come principe, poi come re, come marito, come saggio e poi come stratega di guerra.
Se amate i romanzi storici non fatevelo sfuggire, io non vedo l’ora esca il secondo volume.
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UNA PENNA D'ORO
Ho adorato la penna di John Williams, l’autore di questo romanzo. Si percepisce nel suo stile un velo di ricercatezza linguistica e stilistica davvero insoliti. Attraverso l’uso magistrale della scrittura, William, riesce a catapultarci dritto nella vita di William Stoner, il protagonista di questo romanzo.
Terminato il libro ho dato una breve letta alla biografia di questo scrittore, e credo si possa affermare che in questo romanzo siano presenti note autobiografiche dello scrittore; le umili origini che accomunano entrambi ne sono un esempio.
Stoner attraversa una fase profondamente travagliata allo scoppio della prima guerra mondiale, sebbene i suoi amici le incitino ad arruolarsi insieme a lui, egli decide di non farlo. Durante il conflitto uno dei suoi più cari amici perirà e perfino il suo professore più “vicino”, pur dichiarandosi contro l’intervento americano in guerra, subirà una grossa trasformazione psichica in questo periodo. Una coltre di tristezza lo avvolgerà tramutandolo profondamente.
E’ difficile non pensare che la partecipazione dello scrittore nel secondo conflitto mondiale abbia reso tale descrizione talmente sentita da farne respirare appieno il dolore che solo la guerra può dare.
Tanto si è scritto di questo romanzo. Perfino Peter Cameron ha scritto una postfazione del libro.
Non ho ravvisato però in alcuna opinione i tratti di Stoner che più hanno colpito me; segno del fatto che questo romanzo sia veramente un capolavoro, poliedrico al punto di prestarsi a tante interpretazioni.
La vita, seppur apparentemente banale, di Stoner, in realtà, nasconde una realtà alquanto diversa.
Non credo ad uno Stoner privo di emozioni, non credo ad uno Stoner apatico. Credo invece che Stoner costringa se stesso all’apparenza e alla superficialità. Se ci si impone di vivere i sentimenti, di non immergersi dentro di essi, non si rischia di soffrire. Certo però che questo vuol dire anche non provare felicità.
L’unico momento in cui Amerà e Soffrirà sarà quando deciderà finalmente di togliersi questo velo di insofferenza verso se stesso, avvicinandosi con il cuore ad una persona.
Ma perché Stoner ha deciso di precludersi la vita gustandola appieno? Perché? Credo che un nodo cruciale per una risposta sia scritto nella prima parte del romanzo, quando Stoner “lascia” la famiglia e decide di diventare un insegnante. Questa è stata la prima vera imposizione fatta a se stesso. Una bugia, uno stereotipo della società che vedeva nella vita da docente o da intellettuale una vita NORMALE. Fatta di tranquillità, benessere e famiglia. La vita di campagna, invece, quella dei genitori, una vita fatta di sacrifici, una vita per cui lavori la terra finchè la terra fino al giorno in cui la terra reclamerà il tuo corpo morto.
Anche io, come Stoner, ho una mamma e un babbo che lavorano duramente la terra. E come Stoner, grazie ai sacrifici dei miei genitori, mi sono prima diplomata e poi laureata. Ovviamente le epoche storiche sono diverse, ma oggi come allora provenire da una famiglia contadina crea diversi pregiudizi, lo garantisco io. Ma mai e poi mai i miei studi hanno rappresentato per me la volontà di “elevarmi” ad un mestiere diverso per sentirmi più “uguale” alle altre persone.
Il desiderio di poter scegliere nella propria vita non ha eguali, la libertà di pensiero, poi, ne è assolutamente il cardine. Stoner si è precluso in una prigione, ha vissuto attraverso le sbarre che si è costruito intorno, ben conscio che al di fuori si rischia di mettersi in gioco. Amare e soffrire, gioia e dolore, non è forse il loro alternarsi il vero senso dell’esistenza?
Consiglio a tutti questo romanzo, lo leggerete tutto d’un fiato.
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QUALCHE PAGINA IN PIU', MAGARI...
Questo romanzo intreccia a doppio filo la fantasia narrativa con la Storia. Salite a bordo e verrete traghettati dagli ultimi anni della seconda guerra mondiale fino all’anno 1977. Se si manterrà una velocità di crociera di circa 50 pagine all’ora, raggiungerete la destinazione in poco più di 7 ore.
E quale sarà il paesaggio che vi ritroverete intorno?
Questo romanzo ci narra la “vita” del clan dei Marsigliesi, una banda criminale operante in Italia dal 1973 circa al 1977 circa. La particolarità però è che il tutto ci viene narrato ripercorrendo la vita di un membro appartenente al clan, Brando.
Il libro si apre con il racconto di una crimine di guerra di cui Brando e la propria famiglia furono vittime: il massacro che il 14 Maggio 1944 una truppa francese di soldati di origine nordafricana(goumiers) compì a Montecassino.
I soldati di questa truppa seviziarono, violentarono e uccisero gli abitanti di questa città in maniera brutale ed animalesca . Vittima di tale cieca violenza fu anche Brando, all’epoca di soli 8 anni e la sua famiglia.
Non stò ovviamente a svelarne i dettagli per non rischiare di “spoilerare” , ma basti dire che questa vicenda segnerà per sempre Brando, fin nel più profondo dell’animo. Questa esperienza sveglierà in lui un tale odio e un tale rancore che nulla ad eccezione di questi sentimenti, lo faranno sentire “vivo”.
Il romanzo poi ripercorre varie tappe della sua vita fino al momento in cui si ritroverà membro del clan dei marsigliesi. Lo scrittore in questo tratto ha “trascurato” la vicenda personale di Brando per narrarci come questo clan si sia formato e sviluppato nell’Italia degli anni ’70. Il clima politico dell’epoca era sicuramente rovente, in Italia e nel mondo stavano per avvenire cambiamenti politici che “infastidivano” il vecchio potentato. Per questo motivo, così ci dice il libro, il clan dei marsigliesi ebbe un forte appoggio politico e mafioso alle sue spalle. Una pedina nelle mani dei grandi e malati “poteri”: qui si parla perfino di tentativi di golpe e di massoneria.
Dopo questa parte centrale completamente dedicata “al clan”, nella parte finale ritroviamo l’obiettivo della narrazione puntato quasi esclusivamente su “Brando”. Non vi svelo nulla, sappiate solo che il finale si ricongiunge per narrazione con le primissime pagine.
Che dire di questo romanzo, beh, innanzitutto è scritto bene, la lettura scivola via davvero bene.
Non posso però dare un voto molto positivo a questo romanzo. Amo (come ormai noto)i romanzi nei quali sono i personaggi i protagonisti della vicenda, mentre in questo caso è la vicenda ad essere la protagonista. Inoltre nella parte centrale penso che alcuni punti siano poco particolareggiati mentre altri lo siano in maniera eccessiva. Vi sono salti temporali troppo ampi nei quali mi sono chiesta “si, ma nel frattempo cos’è successo?”.
Molto bella invece la prima parte, dove viene descritta la difficile infanzia e adolescenza di Brando. Questa minuziosità nella narrazione viene usata, a mio parere, per “trovare una motivazione” alle enormi azioni crudeli di Brando, ci viene fornita la spiegazione di come un essere umano possa riuscire a compiere le violenze che i membri del clan dei marsigliesi hanno compiuto. Non una giustificazione, ma una realtà: l’odio nutrito e covato nell’animo cresce a dismisura e divora tutti gli altri sentimenti, fintantochè per nutrirsi brama sempre più odio e violenza.
Non mi sento di sconsigliare questo romanzo, ma sicuramente è diverso dalle aspettative che si hanno leggendo le citazioni in copertina.
Questo non è un romanzo dettagliato sulla storia del clan dei Marsigliesi, piuttosto una narrazione non troppo particolareggiata di cosa rappresentò per l’Italia questo clan e la situazione politica del periodo nel quale operò.
La scelta dello scrittore credo sia stata quella di narrare nel modo più semplice possibile una vicenda che è tutt’altro, e questo, però, a finito con esserne un po’ troppo superficiale.
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IL SENSO DELLA VITA
Quante volte guardando gli sportivi più famosi li ho invidiati. Quante volte pensando ai calciatori o ai piloti ho pensato: non c’è fortuna maggiore di quella di fare della propria passione sportiva un lavoro. Immaginarsi di poter fare ogni giorno qualcosa che ti piace e di essere anche pagati profumatamente per farlo non ha prezzo.
Mai idea potrebbe essere più sbagliata. Questa è la biografia di Andre Agassi, questa è la vita di un tennista professionista che odia il tennis.
Fin da piccolo Andre fu costretto dal padre a giocare a tennis. L’unico scopo della vita che il padre insegnerà ad Andre sarà la perfezione nel gioco del tennis. Nella sua vita giovane età non vi sarà spazio per null’altro. Solo il tennis. E il tennis diverrà per lui una vera ossessione. Diverrà la sua gioia e il suo dolore di vivere. Perché Andre vive per giocare a tennis, allenarsi a tennis, battere gli avversari a tennis. Il suo scopo di vita sarà il tennis.
Quante volte ho scritto la parola tennis, ed a me è già venuta un po’ di nausea. Pensate cosa voglia dire giocare a tennis sempre. Fin da piccolo dover combattere e rincorrere perennemente quella pallina gialla. Non avere altro scopo che quello. Se fin da piccolo ti hanno insegnato che il tuo scopo nella vita è cercare la perfezione nel tennis, non si attraversa il periodo assai travagliato nel quale ogni essere umano cerca di dare un senso alla propria vita.
Ma poi cresci, attraversi tante vittorie ma anche tante sconfitte. E capisci che la perfezione nello sport la raggiungi solo in alcuni periodi nei quali la condizione fisica si sposa perfettamente con quella psicologica. E non sei nemmeno felice, il gioco ed i soldi non ti rendono felice. La Felicità dopo una vittoria è effimera, dura solo qualche breve attimo, giusto il tempo di assaporarne il gusto che poi sparisce
E cadono tutte le tue certezze. Capisci che il tennis non rappresenta il tuo scopo nella vita, che infondo il tennis ti ha fatto solo correre dietro a tante palline gialle, ma non ti ha permesso di raggiungere il vero scopo della tua vita. Come per ogni essere umano il problema esistenziale sarà per Andre un nodo cruciale. Compirà scelte decisive, che infine lo porteranno ad ottenere le SUE risposte.
In primis l’amore per la moglie e poi quello per i figli gli permetteranno di avere una consapevolezza diversa di se stesso. Il tennis, pur rimanendo attore nella sua vita, rimarrà in secondo piano rispetto alla sua famiglia, finchè poi da attore protagonista qual’era non si ridurrà a mero strumento finanziario per raggiungere il vero scopo della sua vita: aiutare il prossimo.
Che dire: questa biografia mi è piaciuta. Nonostante giudichi la scrittura fluida e morbida, non posso però giudicare questo libro un capolavoro. Sicuramente ci dà un immagine di Andre Agassi molto diversa rispetto a quella percepita fino ad ora, ma non annovero questo libro tra i migliori che ho letto. Comunque un merito sicuramente allo scrittore che ha sapientemente dosato la narrazione, privandola della pesantezza cui si poteva andare incontro narrando i particolare dei match.
Io ve lo consiglio, ci restituisce un’immagine dello sportivo umana e fragile, non differente, perciò ,da ognuno di noi. Il che ci rende più vicino qualsiasi obiettivo ci si ponga nella vita.
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gli occhi di Lorenzo
Chiudete gli occhi. Immaginate di riaprirli e ritrovarvi improvvisamente diversi, provate a muovere le gambe, ma non si muovono. Le “sentite” ancora lì, come una parte di voi sempre presente,ma loro nulla, non rispondono, stanno lì, immobili, sorde a qualsiasi comando. Provate e toccarvele quelle gambe, ma niente, nessuna sensazione. E poi vi accorgente che quelle mani con cui avete toccato le vostre gambe non si aprono, rimangono chiuse a pugno, lo stesso pugno che vi colpisce lo stomaco quando vi rendete conto che il vostro corpo non è più quello con cui siete nati. Quel corpo che vi ha permesso di viaggiare, di amare, di suonare e di essere “liberi” non c’è più.
Lorenzo in un giorno di tanti decide di sciare, e d’improvviso la sua vita come l’aveva conosciuta fino ad allora impatta su un palo. Lorenzo diventa tetraplegico.
La sua vita inevitabilmente cambierà. Lorenzo è davvero un bravissimo scrittore, attraverso la sua penna magistrale riusciamo a capire veramente cosa voglia dire attraversare prima questa esperienza e poi accettarla. Perché si, è vero, dopo l’incidente Lorenzo non avrà più il corpo di prima. Non avrà più sensibilità e capacità di movimento dai capezzoli in giù. Ma il passo più difficile e doloroso sarà l’accettare questa situazione. Ritrovarsi la stessa persona di prima ma in un corpo diverso. Aver assaporato e vissuto tante esperienze e sapere che quelle non torneranno più uguali. E sarà questo il passo più difficile. Accettarsi nel mondo in una condizione diversa, in una prospettiva diversa. Ed emblematico è il racconto figurativo della prospettiva di Lorenzo. Costretto su una sedia a rotelle tutto ha una prospettiva diversa, tutto sembra più alto, all’inizio è persino difficile valutare la grandezza delle cose e delle persone. Gli spazi con la carrozzina sono tutti troppo stretti, gli oggetti tutti troppo in alto. Gli scalini sono montagne e le discese sono dirupi.
Sarà difficile anche riallacciare nuovi legami relazionali con i vecchi affetti. Lorenzo ci racconta che la sua incunicabilità, seppur parte del proprio carattere, si acutizzerà durante i primi mesi dall’incidente. Il suo modo per proteggersi dal dolore nell’accettazione della propria condizione fisica sarà chiudersi in se stesso. Il suo scudo sarà non parlarne per far finta che non ci sia, per cacciarlo giù, in fondo in fondo all’anima. Ma questo inevitabilmente lo allontanerà. Sarà difficile per tutti affrontare questa nuova situazione, ma diventerà insostenibile non parlarne. Rendere parteci gli altri del proprio dolore non lo diminuisce, ma aiuta chi ti stà intorno ad avvicinarsi a capirlo, a capire cosa e quanto è cambia anche dentro chi lo vive.
Questo dolore cacciato giù, in fondo all’anima come cullato dal suo calore cresce. Invece che sparire ritorna, più forte di prima. Devastante. E solo quando Lorenzo troverà la forza dentro di se riuscirà ad affrontarlo, ad affrontare la sfida che questa nuova vita gli impone.
Questo racconto autobiografico lascia un senso profondo dietro di se. Il senso della disabilità vista da dentro e che ci permette di ascoltare cosa voglia dire attraversare questi momenti terribili.
Se ne avete la possibilità leggete questo romanzo. Non distogliete lo sguardo, non chiudete gli occhi per aver paura di soffrire. Guardate Lorenzo negli occhi, sentite il suo racconto. Lui ha trovato l’immenso coraggio e sforzo per raccontarci la sua travagliata rinascita. E’ nostro dovere ascoltarlo. Piangerete, soffrirete, ma non sarebbe giusto girarsi, ancora una volta, per evitare di farlo. Sentite il racconto del dolore, quello vero. Basta disinteressarsi al dolore altrui per evitare dei travagli interni. La vita spesso ci porta a momenti estremamente difficili, perché continuare a girarsi dall’altra parte? Questo libro vi renderà più umani e più consapevoli della propria esistenza. Tutto va goduto e difeso, anche il più piccolo dei traguardi raggiunti deve avere il giusto peso nella nostra vita.
“libertà di pensiero è libertà di movimento”.Lorenzo sarà veramente libero solo quando accetterà la sua nuova condizione. Ed è anche questo che dobbiamo fare noi. Essere liberi di guardare Lorenzo negli occhi,ci renderà più liberi nel pensiero.
Grazie Lorenzo, nel tuo racconto ho trovato tantissimi spunti di riflessione. Difronte al dolore nessuno trova la giusta via per affrontarlo. Bisogna fare tanta fatica. Tanti rapporti rischiano di rompersi, il mondo intorno a te inevitabilmente appare di un altro colore. Ma poi, toccato il fondo in apnea, bisogna avere sempre dentro di se la forza di rendersene conto, risalire e respirare a pieni polmoni l’aria che la vita ci dona.
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ANDREA TOCCA LA PANCIA E SCALDA IL CUORE
Per me è stato impossibile non essere coinvolta da questo libro. Ti tiene magneticamente incollato a sè finchè non giungi all’ultima frase. Scritto magistralmente, con uno stile che ho adorato fin da subito, e che ha il potere di trascinarti dentro, tra le parole, tra le lettere, tra i sentimenti e i silenzi che parlano.
Questo volume di poco più di 300 pagine narra un viaggio. Questo è il racconto del viaggio di un papà e di un figlio, Franco ed Andrea. Un viaggio dove nulla è programmato, tutto è lasciato all’istinto ed al destino. Proprio lo stesso “destino” che ha voluto rendere Andrea un ragazzo speciale, un ragazzo autistico.
Attraverso gli occhi di Franco voliamo insieme a loro negli USA, nolleggiamo un’harley, sfrecciamo insieme a loro nelle immense autostrade americane. Poi giù, fino al Messico e poi all’America Latina. Tra mille sorrisi, mille abbracci e mille emozioni. Un concentrato di personalità diverse, di abitudini diverse, di paesaggi eterogenei. Soffriamo il caldo, ridiamo, piangiamo, ci preoccupiamo per Andrea. A questo racconto di viaggio si intreccia il racconto del rapporto tra un genitore e il figlio autistico.
Non essendo genitore non posso pienamente capire il significato profondo della malattia di un figlio. Pur leggendo con emozione queste righe penso di poterne solamente sfiorare il sentimento.
Che coraggio Franco ha avuto. Nonostante il parere contrario di tanti medici ha voluto intraprendere questo viaggio con Andrea. L’ha fatto per tentare, ancora una volta, di costruire un ponte che porti Andrea a comunicare con il resto del Mondo. Perché Andrea non ha le chiavi per accedervi, non trova il modo per poter comunicare con l’esterno, non riesce a trovare il codice giusto che possa permettergli di aprire quella porta della comunicazione.
Andrea. Andrea che tocca la pancia delle persone, che le abbraccia, che le bacia. Toccarle per stabilire un contatto. Perché Andrea soffre. Vorrebbe comunicare, ma non ce la fa, non riesce, la calamita dell’autismo non lo libera. Andrea è conscio del mondo esterno, delle persone, si rende conto di tutto. Ma non riesce a interagire con esso.
Particolarmente toccanti e commoventi sono le scarne, eppure dense, comunicazioni scritte che Andrea riesce ad avere con il padre e la madre. Perché è solo scrivendo che Andrea riesce ad aprire una finestra a papà e mamma.
E queste stesse righe scritte sono ciò che Franco avrà di più caro nei momenti peggiori. Quando Andrea sarà più distante, nel suo mondo, Franco lo avvicinerà a sé così, trovandolo comunque tra quei bigliettini, comprendendolo anche in quei momenti.
Questo viaggio è un viaggio libero,niente programmi, niente prenotazioni. Solo libertà. E forse questa privazione di schemi aiuterà Andrea a stare bene. Perché è quello che percepiamo in questo libro. Seppure prigioniero della propria malattia questo viaggio lo renderà felice.
Franco poi si aprirà a noi anche nei propri stati d’animo. In diversi flash back racconterà la rabbia per la malattia, la frustrazione, la confusione e soprattutto la volontà di non mollare mai. Di crederci sempre, di credere che Andrea potrà guarire, che una cura si potrà trovare.
Ma a volte haimè Franco troverà anche lo scoramento davanti a sé, l’impotenza e le preoccupazioni per il futuro di Andrea. Quando lui e la moglie non ci saranno più, come farà Andrea da solo? Ed è doloroso leggere come volutamente Franco ipotizzi di portare con se fino alla morte Andrea. Perché è questo il nocciolo del discorso. Un genitore di un figlio “diversamente abile” potrà mai smettere di pensare alla propria morte come una colpa e responsabilità verso il figlio malato?
Consiglio vivamente questo libri. Abbandonarsi alle emozioni può segnare l’anima e Andrea arriva all’anima, proprio qui, nella pancia.
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mancanza
Mah. purtroppo in controtendenza rispetto a Pia e a Pupottina non posso dire che questo romanzo mi abbia coinvolto al cento per cento. Purtroppo mi ha lasciato lo stesso senso di incompiutezza che ho percepito leggendo anche il romanzo precedente, di cui "Quando l'imperatore era un Dio" ne è il seguito.
Strutturalmente, però, è molto diverso dal precedente. il primo, "venivamo tutte per mare" ,è un romanzo corale, l'esperienza vissuta è ricostruita attraverso gli occhi di tante donne diverse, ognuna ha voce in quel romanzo.
Questo sequel, invece, trova spazio solo per una esperienza. Nello specifico quella di una famiglia composta da madre, padre e due figlioletti, un maschio ed una femmina. Primo aspetto caratteristico della narrazione è che non conosciamo i nomi dei protagonisti, la soggettività delle persone in qualche modo è volutamente celata anche in questo romanzo.
Credo che essa sia invece volutamente data alle sensazioni. Si chiamano Paura, Incomprensione, Depressione, Scoramento, Smarrimento, Tristezza, Malinconia e soprattutto Mancanza. Mancanza del papà che viene portato via in una buia notte, senza nemmeno il tempo di cambiare le ciabatte. Mancanza della propria casa e dei propri odori, poichè mamma e figli furono "deportati" contro il proprio volere nel derserto dello Utah. Mancanza dei paesaggi. Mancanza degli alberi. Mancanza di normalità. Mancanza di dignità. Questo è ciò a cui fu sottoposta questa famiglia di origne giapponese, in terra americana, subito dopo l'attacco a Pearl Harbor.
Saranno i bambini a raccontarci come cambierà il loro mondo, saranno soprattutto i bambini a raccontarci cosa saranno costretti a vivere durante quei terribili anni. come sarà impossibile adattarsi al cambiamento forzato della loro vita. Saranno loro a farci capire come nulla di ciò che immaginavano di ritrovare al loro ritorno sarà uguale. Ogni cosa muterà, le case, le persone e loro stessi.
Non mi sento di sconsigliarlo, anzi, ma non posso certamente dire di essere appagata da questa lettura. Troppo breve, non nel numero di pagine ma nella narrazione.
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la poesia di un ciliegio in fiore
Superfluo dire che questo romanzo è un capolavoro. Tante persone prima di me hanno avuto occasione di recensirlo, e non posso fare altro che allinearmi al loro giudizio più che positivo. La vita della Geisha narrata in questo romanzo mi è rimasta addosso; Sayuri, questo il suo nome, ha talmente preso vita tra le pagine di questo libro che inevitabile sarà il suo ricordo ogni volta che scorgerò un kimono e delle labbra a forma di bocciolo rosso.
Non ci troviamo davanti ad un romanzo da leggere, ma ad un romanzo che si “fa leggere”. Non pensate di riuscire a staccare facilmente gli occhi dalla lettura. L’autore è riuscito ad utilizzare una linguaggio talmente evocativo e poetico tale da essere completamente avvolti dalla bellezza.
Sayuri; Sayuri e la sua bellezza; Sayuri e i suoi occhi grigio-azzurri. Ogni volta che Sayuri narrerà la sua storia, vi sembrerà di guardarla nei suoi meravigliosi occhi, che ricordano tanto il colore dell’acqua. Ed attraverso i suoi occhi la sua storia sarà narrata proprio come un corso d’acqua, da quando nasce, corre impetuoso nel suo letto, cambia corso, incontra dei ciottoli che leviga ma alla fine si getta impetuoso con una cascata nel mare, ciò a cui il suo corso ha sempre bramato.
Una geisha per noi occidentali, spesso, è associata alla parola prostituta; cioè come una donna che vende il proprio corpo in cambio di denaro. Come descritto in questo libro la geisha non è una prostituta. Ma a me è sorta una domanda: è vero, il mestiere della geisha non è vendere il proprio corpo. La sua formazione dura anni, anni nei quali apprenderà l’arte di cantare, ballare, suonare e versare il the in modo corretto. La geisha dovrà apprendere come compiere tutti questi gesti con celata sensualità, perché questo sarà sostanzialmente il suo ruolo. Gli uomini pagheranno i loro servigi per le serate passate ad essere intrattenuti con balli, the e chiacchiere. Qualità indispensabile per una geisha essere gentile, servile e accondiscendente. Ecco. Le geisha non vendono (o meglio raramente) il proprio corpo, ma vendono la propria volontà di pensiero, non potranno mai essere sincere, non potranno rifiutarsi di servire un the ad un cliente, vendono in qualche modo la propria accondiscendenza a priori. Ogni cliente si aspetta di essere”coccolato” da una geisha, di passare una bella serata gioviale e spensierata, e paga per questo. Però questo vuol dire costringere una donna a sottomettersi a questo volere. Che piaccia o no questo a mio parere è prostituzione non del corpo ma di sé.
Questa mia riflessione certo non prescinde dal fatto che questo romanzo sia ben altro. Restituisce la stessa serenità che si ha guardando uno di quei bei paesaggi giapponesi, dove troviamo quei bellissimi ciliegi in fiore. Quei bellissimi e delicati fiori rosa, proprio come Sayuri.
Se non l’avete ancora fatto vi consiglio di leggerlo, e vi auguro possa lasciarvi la poesia che ha lasciato a me.
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LE LUCINE DI NATALE
E’ quasi Pasqua, ma io non voglio parlarvi di Pasqua. Voglio parlarvi dei primi giorni di dicembre di ogni anno. Come al solito cerco in garage le scatole per addobbare il mio alberello di Natale sintetico. Cerco lo scatolone più pesante, quello con le lucine sopra e le palline sistemate sotto. Ecco apro…e tac…come ogni anno, immancabilmente, il filo delle lucine è lì…ma cavoli com’è annodato! Allora con calma e pazienza mi metto lì, piano piano, cerco di snodare il filo…e poi lentamente, una ad una, libero le lucine e finalmente riecco il mio bel filo di lucine, tutte in fila, una vicina all’altra.
Ecco questo romanzo è stato un po’ come ritrovarmi davanti al filo delle lucine tutte annodate. All’inizio l’autore ci presenta tanti personaggi molto diversi tra loro e in tante situazioni diverse, chi per strada a distribuire volantini, chi agente del CIRADE (una sorta di intelligence contro l’eversione). Ma quello che rende la situazione un po’ più complicata è il fatto che ogni personaggio è descritto in una situazione particolare, del quale ne capiamo il contesto solo andando avanti con la lettura.
Questa è stata la difficoltà iniziale di questo thriller, ma il resto, il resto è veramente uno spasso. Una volta sciolti tutti i nodi la storia è davvero avvincente, ricca di suspance e colpi di scena.
Posso solo accennarvi alla trama, dandovi tanti particolari rischierei di svelarne troppo il contenuto, e non voglio farlo per non rovinare il gusto della lettura. Credo sia sufficiente dirvi che si tratta di un’indagine, compiuta dal CIRADE (vedi sopra) per sgominare una banda di terroristi delle nuove “brigate rosse”. La vicenda è ambientata nei primi anni del 2000 e come è giusto che sia, le indagini si avvalgono di tanti strumenti di alta tecnologia informatica e non solo. Ho trovato la descrizione di tali metodi talvolta drammaticamente plausibili…chissà poi se poi oggi la realtà non abbia superato la fantasia.
Questo romanzo è ricco di personaggi, ne troverete dei più disparati. Nonostante l’autore abbia reso cooprotagonisti della vicenda diverse figure, risulta chiara nella lettura l’intenzione di far emergere alcune figure rispetto alle altre. Immancabilmente ogni lettore avrà più simpatia per l’uno o per l’altro…si schiererà talvolta dalla parte dei “buoni” e talvolta da quella dei “cattivi”, perché poi, tanti “cattivi” di questo romanzo in realtà non sono tali.
La vicenda è narrata a Roma (vedi titolo) è questo è ancora più affascinante. E’ sicuramente impossibile non riconoscere certi comportamenti politici e sociali tipicamente “nostrani”. E’ stato anche questo che me l’ha fatto gustare ancora di più. Mi è sembrato di assistere ad una storia vera…tanto ho sentito coinvolgimento nel racconto.
Dentro trovate accenni al nostro triste passato e, purtroppo, attuale presente. E’ chiaro come se il terrorismo non si manifesta non vuol dire che non c’è…purtroppo è nascosto e questo è ancora più pericoloso. Questo è quello che dimostra questo romanzo. Dietro alle persone più rassicuranti si può nascondere chiunque.
Io ne consiglio vivamente la lettura, con un un’unica accortezza. Come ho già accennato la parte iniziale è di difficile lettura, il romanzo è strutturato in maniera tale da cominciare a “correre” dopo le prime 50 pagine e vedrete che poi non vedrete l’ora di sapere come va a finire.
Complimenti all’autore, al quale richiedo se sta pensando ad un seguito, io sicuramente lo leggerò.
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Un romanzo dipinto
Mai titolo fu più indovinato…la Passione di Artemisia.
La prima situazione descritta nel libro è quella di una donna in un momento tragico della propria vita. Il processo a seguito della denuncia di stupro, di cui ahime Artemisia ne è vittima . Il processo allo stupratore direte voi; invece no, il processo alla vittima. La donna deve fornire l’ònere della “prova” dello stupro, la donna è sicuramente colpevole di aver provocato l’uomo, lo stupro ne è la normale conseguenza.
Beh, purtroppo, a distanza di 500 anni la situazione è cambiata, ma purtroppo solo in parte. Quante persone(inclusi alcuni parroci, orrore) ancora pensano che siano i gesti delle donne a provocare le violenze che subiscono? Quanto le donne sono ancora violate fisicamente e moralmente?!
Cercando la parola Passione nel vocabolario leggiamo: Grande sofferenza spirituale, morale.
Quale migliore descrizione si può trovare nella vita di Artemisia! Questa Donna segnata inevitabilmente nell’animo dalla violenza subita, vivrà una vita sofferta. Le persone più vicine a lei non sapranno aiutarla, non sapranno e non vorranno Capirla. E questa sicuramente sarà un’altra violenza che sarà costretta a subire , ancora una volta sentirà troppo male nel profondo.
Artemisia però è una pittrice, ama la pittura, vive di pittura. E inevitabilmente trova in questa Passione il modo per riuscire a superare questo dolore assoluto. Sarà proprio grazie alla pittura che Artemisia riuscirà piano piano a tornare a vivere, il dolore sarà sempre forte, ma sopportabile in ragione dei suoi dipinti. Sarà la Pittura la sua terapia per affrontare la vita.
Usare quel pennello in modo da far uscire da dentro di se tutto il dolore e andare avanti. Ogni dipinto riesce a tirarle fuori del dolore e lasciarlo lì, impresso , steso, raffigurato su quella tela. Finchè esso farà un po’ meno male.
Un romanzo che è un capolavoro, le ultime 70 pagine sono quelle che ho vissuto maggiormente perché sarà analizzato perfino il “perdono”.
Artemisia dice in questo romanzo che un quadro ritraente un personaggio è un capolavoro quando chi lo guarda riesce a percepire dall’espressione del viso e del corpo tutte le emozioni ivi rappresentate, come se ognuno di noi riuscisse a vivere dentro quel personaggio attraverso le tele.
Per questo motivo questo romanzo è un capolavoro per me, leggendolo mi ha trasmesso come vive le sensazioni descritte da Artemisia.
Al di là della sua Passione per la pittura, una cosa Artemisia mi ha lasciato…la consapevolezza che ogni dolore fa male, ma si può affrontare, cambiati certo, ma a testa alta.
Leggetelo, a me ha fatto bene.
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E Morfeo narrò
La prima cosa su cui mi vorrei soffermare è la fotografia ritratta in copertina di questo libro. E’ stata fotografata un donna, stesa a terra. Non vediamo il volto della donna per intero, ne intravediamo un solo occhio, ma ciò che è si vede per intero sono i suoi capelli. Degli splendidi capelli, lunghi, neri. Ogni ciocca forma un’onda, ed è come se i capelli fatti di mare trascinassero con se il viso della donna ….”venivamo tutte per mare”.
la storia è quella di tante giovani donne giapponesi che nei primi anni del novecento furono “costrette” dalle più svariate motivazioni, a sposare uomini giapponesi emigrati in America. La cosa che le accumuna è l’aver sposato uomini che hanno visto solo in fotografia. Ma il romanzo non è solo questo, è anche il racconto di ciò che accadde a queste donne e alle proprie famiglie durante il secondo conflitto mondiale.
Leggere questo romanzo è stato come aver fatto un sogno, e Morfeo avesse parlato di queste storie unendole in una sola voce. Non troviamo storie complete, non troviamo discorsi finiti. Ma frasi, frasi che racchiudono tanto significato quanto quello trattato in ogni singolo capitolo. Sono le tante frasi che fanno il racconto.
Non posso dire però che questo libro mi abbia entusiasmata. Purtroppo a me piace quando l’autore del libro ci fa entrare a fondo nelle persone, mi piace conoscere i personaggi dei libri. L’autrice in questo caso non l’ha fatto, anzi, ha reso la “Storia” il personaggio di questo romanzo, si è servita di tante donne per narrarci questo triste periodo.
Questo ovviamente è un gusto personale, sicuramente è un bel romanzo e credo debba essere in ogni caso letto, anche solo per il fatto che narra una vicenda storica non narrata frequentemente, ma a me ha lasciato un po’ di imcompletezza.
E’ stato un caso per me leggere questo libro in questo periodo, appena disponibile in biblioteca l’ho preso in prestito. L’ho finito proprio oggi e proprio mentre comincio a scriverne la mia recensione mi accorgo che le due recensioni già presenti sono state scritte esattamente 1 anno fa, l’8 marzo 2012 e credo sia stato un po’ il destino. Questa giornata è molto più che una bella mimosa, è un’occasione per ricordare tante donne che hanno e stanno purtroppo ancora soffrendo e io ho avuto l’onore di farlo così, parlandovi di questo romanzo.
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Via Delle Corde Del Cuore
Prendo un bel respiro e comincio a parlarvi di questo romanzo, non è facile, è stata una lettura meravigliosa, mi ha emozionato enormemente ed è difficile trovare le degne e giuste parole.
Nel mio paese parallelo fatto di letture, ci sono tante vie speciali: “Via del …veloci come il vento”, “via dell’orizzonte”, “via della noia”, “via del ci rivedremo presto”, “via del mah”, “via dell’avventura”, “via del futuro domani”,”via del ricordo”…e tante altre. Ogni volta che inizio a leggere un libro comincio a costruirgli una casetta tutta per sé, parto dalle fondamenta e più questo libro mi emoziona più la casetta diventa bella. Ci sono case piccole, grandi, a due piani, alcune con i muri tinteggiati di rosa, di verde, a volte persino di nero. Ci sono anche casette fatte tutte di zuccherro o tutte di legno. Ma il momento più importante è quando terminato il romanzo trovo alla casetta la propria via.
Beh, questo romanzo è in “via delle corde del cuore” e la casetta è bianca e nera, con una miriade di fotografie appese all’interno, foto di donne, belle, brutte, grasse, magre, bianche, nere, alte, basse… ma tutte con uguale cornice e uguale dimora.
E’ un romanzo sul razzismo, l’accorata narrazione sulla vita di alcune donne di “colore” nei primi anni sessanta a Jackson, Mississipi, quando si ascoltava per le prime volte alla radio Bob Dylan e quando iniziavano le prime marce di Martin Luther King. Quando veniva esplicitamente detto che “nero” voleva dire sporco e malattie e quando alle persone di “colore” era fatto divieto di frequentare gli stessi ambienti pubblici e privati dei “bianchi”.
E’ un romanzo scritto da una donna sulle donne e per una donna. Come si evince dall’ultimo capitolo, la scrittrice ha nutrito il bisogno di scrivere questo romanzo per ringraziare e ricordare per sempre la propria balia di “colore”, alla quale deve molto più delle cure materne, l’AFFETTO materno. E dalla descrizione che ne viene fatta è chiaro come la scrittrice abbia voluto assegnare ad ogni figura femminile di questo romanzo una caratteristica fisica, un’abitudine o un modo di pensare suo o della balia e questo l’ho trovato speciale, il volersi rispecchiare in tante persone così diverse tra loro per dimostrare che ognuno possa ritrovare una parte di se in tante persone diverse.
Ma non è solo un romanzo sul razzismo, è un romanzo sulla violenza alle donne, di come sia difficile per una donna dire basta al marito violento.
Un romanzo sull’aborto, sul dolore che esso può provocare e di quanto sia lacerante.
Un romanzo sulla malattia, fisica e psicologica, di come sia possibile affrontarla giorno dopo giorno.
Un romanzo sull’amore tra uomo e donna, di come una donna è Donna o meno al di là dell’uomo accanto.
Un romanzo sul cuore delle donne in servizio nelle case dei “bianchi” dove si prendevano cura anche dei bambini della casa. Di come esse abbiano saputo amarli con la consapevolezza che una volta divenuti adulti anche loro le avrebbero considerate “diverse”. E nonostante ciò l’amore che viene profuso è immenso, spesso con l’intento di cercare di sopperire a quello mancante da parte dei genitori.Ma com’è stato possibile considerare queste persone tanto “sporche” e nello stesso tempo affidare a loro la cura e l’educazione dei propri figli,la cosa che ogni uomo o donna ha più cara al mondo? Credo che inconsciamente l’uomo abbia sempre saputo dell’incoerenza di certi pregiudizi, altrimenti come spiegare questi comportamenti contrastanti tra loro?!
Un romanzo sul disagio che si prova nel sentirsi “diverso”, per estrazione sociale, per colore di pelle, per caratteristiche fisiche. E’ innegabile, purtroppo almeno una volta nella vita ci è successo, ma il messaggio che a me questo romanzo ha trasmesso forte e chiaro è di combattere. Combattere perché al di là di queste “diversità” ciò che conta è il cuore e nulla ha più significato che averlo colmo di orgoglio della propria “diversità”.
Io ho pianto tante volte, soprattutto mi hanno toccato le storielle raccontante ai bambini per trasmettere loro in modo semplice come affrontare le diversità.
Questo romanzo non è un romanzo dalla scrittura perfetta, non usa termini ricercati, ma sa parlare al cuore e questo per me lo rende un GRANDE romanzo, sicuramente uno dei miei preferiti.
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Che pekkato Pekkala
Siamo di fronte ad uno di quei thriller “freddi”, ambientati nel nord Europa, precisamente nella Russia di Stalin. Protagonista della vicenda è Pekkala, un finlandese nato da famiglia finlandese, in terra finlandese ma sempre e per sempre di sangue Russo. Il padre, impresario di pompe funebri, destina proprio al corpo speciale finlandese di guardia personale dello zar il figlio maggiore, Anton, ritagliando invece per il figlio minore, Pekkala, il destino di perdurare il mestiere del padre.
Le cose però non andranno come il padre aveva desiderato. Ben presto sarà Pekkala a prendere il posto del fratello nel corpo speciale e sarà proprio durante l’addestramento che sarà notato dallo zar in persona.
Nel tempo lo zar si fiderà a tal punto di lui che gli donarà gli oneri e gli onori dell’”occhio dello zar”, ravvisando in Pekkala qualità straordinarie, non comuni, come se lo zar volesse personalizzare in lui il proprio sesto senso mancante. Sarà da quel momento la guardia personale della famiglia Romanov, avrà poteri e fiducia infiniti da parte dello zar.
Ma ben presto tutto finirà, per l’ennesima volta le cose andranno diversamente rispetto a come erano state pianificate. Lo zar e tutta la famiglia Romanov saranno uccisi. Da chi? Questo sarà l’interrogativo al quale anni dopo sarà chiamato ad indagare Pekkala. Un Pekkala diverso, cambiato dai tanti anni trascorsi in solitudine nell’oblio della fredda ed inospitale Siberia, prigioniero del gulag e del proprio fallimento come custode della famiglia reale.
A Pekkala sarà affiancato un ufficiale russo senza alcuna esperienza, Kirov, ed un altro personaggio, che ovviamente non svelo.
Mentre la storia si snoda, vengono intervallati capitoli completamente dedicati al passato di Pekkala, la storia della sua vita (scritta tra l’altro anche visivamente in corsivo) ci viene svelata mentre si sviluppa l’indagine e questo rende il romanzo fluente.
Ma ahimè assolutamente diverso il trasporto che lo scrittore usa nel narrare la vita dell’investigatore rispetto all’indagine stessa. Assai più travolgente leggere le parti scritte in “corsivo” rispetto a quelle scritte in “stampatello”, avrei preferito quasi lo scrittore avesse scelto di fare due romanzi distinti, proprio per sviluppare in maniera più esaustiva la figura dell’investigatore e poi da qui sviluppare successivamente il thriller. Evidentemente è un parere mio, dettato da gusti puramente personali, amo avere a che fare con personaggi delineati nella loro complessità morale e amorale, non mi piace troppo scontrarmi con personalità solamente abbozzate o ancora peggio con “macchiette”.
Dico “macchiette” perché in questo romanzo ho avuto la brutta sensazione di essermi imbattuta in una di queste. La figura di Kirov rappresentata tutti gli stereotipi dell’ufficiale rosso, senza alcuna competenza militare ma ritrovatosi ufficiale per una serie di coincidenze. Non mi è piaciuto, ritroviamo Kirov capace di gesti coraggiosi e significativi senza che lo scrittore ne renda il giusto spessore, un personaggio in bilico tra il sacro e il profano.
Dividerei comunque il romanzo in due parti distinte; la prima parte per me è stata assolutamente avvincente, ma la seconda parte è risultata troppo banale. Quest’ultima parte è ambientata a ho trovato scontate le vicende conclusive che ci portano alla soluzione del mistero. Inoltre non ho apprezzato i dialoghi presenti in questa seconda parte, secondo me troppo sciatti, privi del pathos che si ravvisa nella prima parte del libro, quasi come se i protagonisti fossero avulsi dalla vicenda narrata. Ho trovato anche fuori luogo alcune conversazioni frivole nel contesto in cui sono state inserite, come note stonate in una bellissima melodia, poiché l’idea del romanzo a me è piaciuta tanto.
Ciò che invece ho apprezzato nel romanzo è stata la delicatezza con la quale viene trattato il tema della fine della famiglia Romanov. Non vengono prese posizioni, lo scrittore non disquisisce sul fatto che l’omicidio sia stato più o meno “giusto”. Ma quella che viene messa in discussione è l’efferatezza dell’omicidio stesso e come sia stato straziante per un padre essere conscio che causa della morte dei propri figli sia il sangue che egli gli ha trasmesso. E come ogni libro che narri questi omicidi (in modo profano o meno) ci lascia la stessa domanda: è stato giusto sterminare tutta la famiglia Romanov? Quale colpa avevano i figli dello Zar?
Nel libro è chiara l’idea dello scrittore, ogni figura “reale” avrebbe rappresentato un pericolo per la nascente “monarchia del proletariato”, ma è stato proprio così?
Nel complesso non posso dare un voto totalmente negativo al romanzo, è una piacevole lettura, ma ho trovato tanti punti che non mi sono piaciuti. Ma che dire, forse questi miei dubbi sono dovuti al fatto che esistono dei seguiti a questo libro, e magari le lacune che ho ritrovato in questo romanzo saranno colmate leggendo gli ulteriori capitoli , per questo motivo sicuramente ne tenterò la lettura.
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ecco a voi..signor thriller storico
wow, che bel lbro. Non conoscevo l'autore, l'incontro con il libro al solito è stata una casualità e questo "Caso" come al solito mi ha portato un bel libro.
Thriller storico, ambientato nella Bologna del 1311, vede come protagonista principale Mondino, affermato medico ed insegnante bolognese. Ghibellino, fedele alla scienza più che alla Chiesa (attenzione, non alla religione), è famoso in città per le sue ottime capacità di medico e per i suoi studi di anatomia. Studi che compie dissezionando cadaveri e che inevitabilmente lo portano allo scontro con la Chiesa dell'epoca. Ma Mondino è un Medico, ha necessità di dissezionare i cadaveri per capire l'anatomia umana e poter quindi sviluppare tecniche di chirurgia e medicina più avanzate. Sarà proprio questa sua voglia di ricerca scientifica che lo legherà alla storia di Gerardo. Gerardo, monaco Templare e studente di Mondino, si presenterà una notte a casa del proprio maestro con in braccio il cadavere di un uomo con il cuore di ferro. Basta questo a spingere Mondino a fare di tutto per aiutare Gerardo a trovare l'assassino dell'uomo, spinto dalla smania di scovare il portatore del segreto di tale trasmutazione.
Da qui si snoderanno una serie di fatti che condurranno il lettore fino al colpo di scena finale...ma non è di questo che vorrei parlare.
Interessante è il rapporto tra una parte della Chiesa dell'epoca e scienza, come contrappozione tra l'inquisitore Uberto da Rimini e il medico Mondino. Il primo si serve di violenza sui vivi (es. tortura)per poter ottenere confessioni da utilizzare come condanne a morte, il secondo si serve di violenza sui morti per cercare di migliorare la condizione fisica dei vivi.
Ma la critica non si può dire per tutte le figure religiose presenti nel romanzo. Gerardo manterrà fede ai propri voti anche quando le tentazioni della carne saranno forti, e forte sarà anche la forza che lo spingerà ad ottenere giustizia. Come pure un'altro religioso, il Vescovo Rinaldo che sarà fortemente critico con l'operato dell'inquisizione e assolutamente contrario ai metodi violenti di cui essa si serviva.
Sfondo della vicenda è la persecuzione della Chiesa ai Templari.Troviamo ritratta una figura altamente negativa in seno a questo ordine, Ugo da Narbona rappresentato come antipodo al vero cavaliere templare.
Non da ultime moto interessanti anche le due donne presenti nel romanzo: la "strega" Adia e Fiamma, la ragazza sfregiata, fautrici dell'interscambiarsi tra bene e male.
Un libro ricco di personaggi affascinanti, sullo sfondo di una città meravigliosa. Grande la capacità dello scrittore di farci vivere nelle scene, come se ognuno di noi indossasse il suo costume e fosse attore-spettatore di questa vicenda.
Essendomi piaciuto tanto ve ne consiglio la lettura, dal mio canto leggerò i due seguiti.
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scivola la vita...
Romanzo intenso questo, estremamente denso di sensazioni.
Mersault, un comune impiegato ad Algeri, vive pacificatamente la propria esistenza finchè si "trova" nella situazione di dover uccidere un uomo, a causa del calore del sole, l'unico elemento che sembra scaldargli l'animo arido.
Il romanzo si apre con un'altro fatto che sembra cadergli addosso: la morte della madre ospite di un ricovero. Aggiacchiante: perfino questo gli scivola addosso, poichè morte e vita non suscitano emozioni in lui.
Il protagonista vive la propria vita lasciandola scivolare, senza parteciparvi. Non troviamo emozioni nella sua personalità, l'unica cosa che sembra suscitarlo interiormente è l'ambiente esterno, il sole, il mare, la spiaggia. E non a caso è proprio un'elemento naturale a spingerlo all'omicidio, il sole col suo calore.
Ciò di cui si sente privato in carcere non è la libertà di vivere, ma è la libertà di osservare l'ambiente circostante.
Chiave di lettura secondo me rimane comunque l'incapacità di amare, l'incompiutezza o forse la mancanza di ricerca del senso della vita. In fondo vita o morte non fa differenza per Mersault, in entrambe non trova il senso.
un romanzo difficile, sicuramente merita un'ulteriore lettura, comunque lo consiglio.
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NEL BUIO
Questa è la sensazione costante provata durante la lettura di questo libro. In assoluto uno dei romanzi meno piacevoli mai letti, ma che credo sia necessario leggere. Necessario perchè è giusto conoscere la psiche e le sensazioni provate dai carnefici della seconda guerra mondiale, o meglio, i peggiori carnefici.
La trama è nota, trattasi della vita di un ufficiale tedesco che ricopre via via diversi ruoli militari durante la seconda guerra mondiale. Ma non voglio fermarmi sulla trama; purtroppo i fatti sono a noi tutti noti, ma ciò che a me ha colpito di questo libro è stato il risvolto psicologico del protagonista: Max.
Principe del suo disagio interiore è proprio l'abbandono subito da parte del padre in tenera età. Ecco, la centralità del libro. Da questo momento il bambino Max ha necessità di colmare il suo vuoto interiore ricercandolo nella sorella gemella, alla quale rivolgerà il proprio amore perverso per tutta la vita. amore incestuoso, amore totale, amore disarmante, ma non amore fraterno.
Conseguenza di questo amore incestuoso sarà anche la decisione della madre di separare i due gemelli, facendoli vivire in collegi separati.
Altro punto cruciale. Da questo momento in poi Max svilupperà un'odio viscerale verso la madre, poichè ella stessa colpevole ai suoi occhi prima dell'abbandono da parte del padre e poi dell'ennesima separazione dalla gemella, madre che secondo Max l'ha privato dell'amore dopo averlo cullato teneramente nel grembo per 9 mesi, riparandolo da tutto e da tutti.
Adirittura la sua omosessualità sarà vissuta da Max proprio come naturale conseguenza dell'amore giurato alla sorella, scegliendo di sfogare i propri impulsi sessuali solo con uomini, concededosi esclusivamente al piacere e mai ai sentimenti verso altri individui che non siano lei.
Questi i nodi centrali per capire la personalità del protagonista. Spinto al dovere e artefice di atti ignobili, dei quali lui stesso comprende la crudeltà.
Non concordo con chi ha scritto che questo libro voglia essere una sorta di autogiustificazione nel compiere gli ordini dati. Al contrario credo che l'intento sia stato quello di farci comprendere che atti tanto crudeli possano essere compiuti soprattutto da personalità alquanto disturbate, con profondi disagi interiori. Ovviamente non si può generalizzare, non tutti i soldati sono uguali, ma Max si, si permea e circonda di malvagità poichè egli stesso non si sente più una persona ma solamente un individuo incapace di amare.
Non si può semplicemente pensare che le atrocità che si sono susseguite nell'arco della nostra Storia siano frutto di semplici ordini, il disagio interiore è concime per le crudeltà.
Ecco perchè la lettura di questo libro sia anche un insegnamento per i difficili giorni d'oggi. Ricordiamoci sempre che i sentimenti puri sono le nostre ancore di salvezza, quando tutto crolla, sono le nostre uniche bussole per ritrovare la via.
Il libro non può essermi piaciuto, i contenuti sono devastanti a livello interiore, ogni volta che finivo la lettura sentivo veramente dentro un grande disagio, ma la lettura è anche questo, non sempre le belle letture sono quelle piacevoli, perfino lo stile risulta difficile come il contenuto.
Beh, sicuramente un libro che lascia il segno.
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UN ROMANZO STORICO...TUTTO MAIUSCOLO
Ho scoperto questo libro per caso, per il fatto che fosse in offerta speciale per un giorno in edizione ebook. Forse proprio perchè non l'avevo mai notato è stata una piacevole sorpresa.
E' un bel romanzo storico, sottolineo, romanzo, quindi la narrazione puramente immaginaria è però sorretta da una rete di vicende vere, storiche. così come i personaggi, ci sono personaggi realmente esistiti e personaggi inventati...a mio gusto è anche bello pensarli realmente esistiti, perchè il bello dei romanzi storici è proprio questo.
Il periodo di ambientazione è affascinante, quello successivo alla morte di Federico II di Svevia. Periodo sicuramente interessante, infatti grazie a questo sovrano parte dell'Italia e degli italiani riuscirono ad assaporare la pacifica convivenza tra religioni e culture diverse, quella araba, quella cattolica e quella ebrea. la dinastia degli Hohenstaufen,però, terminò nel sangue con l'uccisione dell'ultimo erede legittimo al trono e da qui inizia la narrazione.
Un cavaliere bianco cattolico (Giovanni)ed uno nero saraceno di sicilia (Yusuf Ibn Gwasi) partono alla ricerca del presunto erede di Corradino, nipote di Federico II.
tra varie vicissitudini e sullo sfondo di varie città, prima fra tutte Napoli, incontriamo personaggi molto diversi tra loro, per religione, cultura e ceto. Credo sia stata pura intenzione dello scrittore accostare personalità tanto differenti tra loro per ribadire ancora una volta il concetto della convivenza pacifica possibile in comunità tanto eterogenee.
Un piccolo particolare interessante è che parte del romanzo è ambientato in Emilia, a Bondeno e Mirandola, paesi recentemente colpiti dal terremoto. Il libro è stato pubblicato nel 2009, ben prima del terremoto. E' stato come se per l'ennesima volta il destino avesso voluto dirci "non dimenticate", non dimenticate la storia, non dimenticate le persone.
Bel romanzo, avvincente, dalla scrittura fluida e scorrevole.
Ho trovato molto commovente la descrizione dell'amore tra Cicella e il suo sposo per una notte Corradino.
A dire il vero l'amore gioca un ruolo interessante in questo libro, è stato un'altro aspetto su cui il romanzo è stato costruito, perfetto se vi piace l'aggiunta di un pizzico di romanticismo all'avventura.
il titolo della recensione è proprio per questo, tutto maiuscolo, perchè racchiude in se tutti gli ingredienti che io apprezzo in un romanzo storico.
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I TRE CAPITOLI DI PI
Era da anni che questo romanzo mi faceva l'occhiolino negli angoli delle librerie, chissà poi per quale strano motivo. Forse è vero, molte volte sono i romanzi a scegliere noi. Purtroppo però ho acquistato questo libro solamente da poco, spinta (haimè devo ammetterlo) del film in uscita nei cinema.
concordo in assoluto con le opinioni lascate prima di me: il libro è un concentrato di allegorie, ma voglio aggiungere qualcosa a ciò che è già stato scritto.
Il libro io l'ho inteso diviso in 3 parti, la prima, che ci introduce al vissuto del protagonista (Pi), un ragazzo non comune, dedito già a 16 anni alla scoperta della propria religiosità. Particolarmente toccanti le analisi sulla sua embrionale religiosità ...ma non voglio svelare nulla per non togliere il gusto della lettura.
La seconda parte è anche quella più scenografica, penso anche quella che a spinto i produttori a trarne un film. Non voglio anche in questo caso anticiapre nulla, ma la capacità dello scrittore nel descrive l'interiorità di Pi durante questo naufragio è davvero sensazionale. Così come suggestivo è il modo di descrivere la natura che respira intorno a Pi durante questa avventura.
La terza parte, quella conclusiva, è composta quasi esclusivamente di dialoghi...ma è l'essenza del libro, è diciamo una sorta di finale a scelta del lettore...
Ripeto, non voglio anticiparvi nulla, stà a chi vorrà leggere questo libro tirare i fili delle tende del sipario.
A me è piaciuto tanto, la scrittura è molto semplice, affatto complessa ma ben strutturata. Lo scrittore ha introdotto argomenti anche complessi aiutandosi solamente con parole "normali". Sono stati inoltre volutamente creati degli spazi alla riflessione su argomenti nobili come appunto la religione, ma anche la spiritualità, i conflitti interiori, i legami affettivi ecc... ognuno penso possa coglierne il frutto più indicato alla propria persona.
Se siete indecisi su leggerlo o meno fatelo, non ve ne pentirete.
un saluto a tutti
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UNA BELLA LETTURA
Ho letto il romanzo qualche tempo fa, ma è tra i miei 50 romanzi preferiti, e visto che nessuno ha ancora fatto conoscere la propria opinione su di esso vorrei farlo io.
La trama: siamo in Messico, all'epoca degli atzechi, e viene narrata la vita di un uomo, dalla sua adolescenza fino alla sua morte, trattandone sia l'aspetto privato sia quello pubblico.
Il libro è abbatanza voluminoso, ma la scrittura è fluente e ho letto l'ultima pagina prima di ravvisare la necessità di un epilogo. eh si, perchè a volte è questo che mi succede con i libri voluminosi...sento la necessità di una "fine" per trarne delle riflessioni. Questo però non è un libro che spinge alla riflessione, ma, a parer mio, al puro gusto della lettura.
Complimenti alla capacità narrativa di Jennings che ritroviamo anche negli altri suoi romanzi.
Ne consiglio la lettura:
pro: la trama e la scrittura piacevolissima
contro: alcune scene sono descritte in modo troppo cruento per i miei gusti, io non amo il genere horror, poi ovviamente è soggettivo.
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Travolgente
Come sostenuto dalle innumerevoli recensioni di questo libro la parola giusta per definirlo è "travolgente". Questa è una biografia, ma non una semplice biografia. E' la trasposizione narrativa di una biografia, sembra sia un romanzo, invece è vita vera.
Protagonista è un personaggio,Limonov, che ha suscitato in me diverse sensazioni: a tratti rabbia, a tratti pena, a tratti tenerezza,a tratti condivisione..insomma un concentrato di emozioni.
Non è un'esistenza a lieto fine, ma la narrazione di una vita vera, di un personaggio con le proprie idee e le proprie emozioni.
Limonov ha vissuto e vive PER lasciare il segno, ciò di cui è caratterizzata la sua vita è la volontà di fare ciò, distinguersi, non importa come. Beh, vi assicuro che attraverso questo libro il personaggio vi rimmarrà addosso, nel bene o nel male non credo si potrà mai dimenticare.
Veramente un plauso alla scrittura e alla sua struttura, lo scrittore è stato davvero bravo.
Io ne consiglio la lettura, credo che oltre alla piacevolezza della prosa in se, la vita di Limonov possa creare spunto per tante riflessioni personali.
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