Opinione scritta da Melandri
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Un romanzo garbato
Il ritrovamento di una foto e la ricerca della ragazza che sopra vi appare, sono il punto di partenza di questo romanzo ambientato nella Carolina del Nord. Quando durante situazioni difficili anche le casualità sembrano avere un significato e quando ci si aggrappa ad una immagine per poter distogliere la mente dalla crudeltà, queste cose possono accadere.
E’ quindi un evento plausibile quello che Sparks racconta nelle pagine del libro, con buon ritmo, uno stile efficace e davvero piacevole. Non spreca parole e non si dilunga, con poche e brevi descrizioni riesce a delineare personaggi molto diversi tra loro, non molti numericamente parlando, ma sufficienti a creare un intreccio che non pecca nemmeno nel finale.
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Trama disonesta
I romanzi più amati di Patricia Cornwell sono per eccellenza quelli che hanno come protagonista Kay Scarpetta, anatomopatologa e capo di medicina legale della Virginia e Pete Marino, agente dell’investigativa.
Così come molti suoi colleghi, la Cornwell ha tentato, nel tempo, di percorrere anche strade stilistiche alternative. Al classico giallo, ha affiancato nel 1997 il primo libro con protagonisti diversi. Ne è nato questo libro che seppur mantenendo un’ambientazione strettamente poliziesca , sposta l’obiettivo sulle dinamiche dei rapporti tra i due protagonisti, eliminando così quasi integralmente la parte investigativa dalla trama.
Non riuscendo a conquistare lo stesso numero di lettori appassionati di Kay, tenta ancora due volte ma senza successo.
Personalmente ho trovato questo tentativo certamente interessante in quanto ritengo che la ricerca vada premiata. Ne esce però un romanzo, anche piuttosto lungo, che non trova precisa collocazione né tra la narrativa né tra i gialli.
Probabilmente una trama più onesta riportata in copertina, l'applicazione di una variante alla solita ambientazione e 100 pagine in meno, avrebbero aiutato a trovare un pubblico consenziente più vasto...ma sarebbe stato un altro libro :)
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Macchecavolodai
Anche un romanzo d’amore ha i suoi doveri e chi lo legge delle aspettative.
Anche se si tratta di romanzi ben lontani dai migliori classici del settore.
Tre amiche, una vacanza in uno splendido ranch incastonato tra i meravigliosi Tetons delle Montagne rocciose americane. Sufficienti drammi in corso o appena trascorsi per creare un’ambiente emotivamente propenso al romanticismo e all’accoglienza dell’amore.
C’è tutto ciò che occorre per godersi un bel viaggio in poltrona, dimentichi delle proprie disgrazie, per rilassarsi godendosi quelle dei personaggi del proprio libro.
Quello che non dovrebbe essere compreso in un romanzo d’amore è il ricorrente pensiero “maccheccavolodai”. Ed è un pensiero davvero ricorrente in questa mia lettura, che non esprime stupore per un colpo di scena o per uno sventurato ribaltamento della situazione. Esprime solo il desiderio di spronare una scrittrice prolifica come la Steel a dare una sferzata a queste tediose quattrocento pagine farcite di un’improbabilità tale da far sorridere.
Come tante volte accade nelle storie più travagliate, spesso l’amore non basta. In questa in particolare, non c'è nulla da salvare.
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MANGHI A COLAZIONE
Sull’isola di Ceylon, all’inizio del Novecento, Lakshmi cresce cullata dai racconti magici della madre, in un’infanzia che sfuma improvvisa, come l’aroma di una tazza di tè.
Sposa adolescente di un uomo più anziano, lascia la sua casa per la Malesia, dove diviene madre di sei figli.
Infelice e sola, in una terra straniera resa ancora più feroce dall’occupazione giapponese, concentrerà, sulla vita dei suoi figli, i desideri da lei riposti, dosando premure e violenze in attimi di sconvolgente follia.
In una sequela di innumerevoli e dettagliati avvenimenti, nel mosaico di prospettive raccontate dai membri della famiglia, emerge il volto di una madre, prima che di una donna, intelligente e protettiva. Incapace di accettare la mediocrità dei suoi familiari, ne baratterà il peso con uguale dose di inflessibile lungimiranza.
Viene raccontata la vita di ogni figlio, sino a quella dei nipoti, trasformando quella che inizialmente è la storia di Lakshmi, nella storia di un’intera famiglia.
Lo stile è stato ampiamente criticato oltre oceano come freddo e impersonale. Ciò mi ha stupita molto, in quanto la traduzione a mio parere è di tutt’altro genere. Raramente mi è capitato di leggere un romanzo tanto crudele, un necrologio alla gioia, di fascino indiscutibile e quindi lontanissimo dall’impersonalità.
La capacità dell’autrice di ideare e delineare le personalità di tutti i personaggi merita già di per sé l’intera lettura!
La meraviglia dei particolari, dei profumi e dei sapori, alleggeriscono il graffio di un racconto francamente al limite della mia tolleranza.
Gli episodi delle violenze perpetrate dai giapponesi sono raccontate senza sconti, scoprendo una trama da cui ho avuto più volte la tentazione di sviare lo sguardo e il pensiero.
In sintesi, ne consiglio la lettura SOLO SE forniti di generi di conforto atti ad allontanare la tristezza, siano alimenti cioccolatosi, animali pelosi o manghi a colazione!
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OBLIO
Da bambini la memoria ci occorre per imparare. Creiamo una base solida sotto le nostre gambe, per poter un domani diventare gli uomini e le donne che sogniamo di essere.
Da adulti, la memoria ci serve principalmente per non dimenticare. Per tornare giovani certo, ma anche per compiere scelte consapevoli ed essere coerenti.
Ma cosa accade ad un uomo di trentasei anni il cui ultimo ricordo risale a sé stesso dodicenne?
Abitudini, passioni, gusti, tutto dimenticato. Che uomo sono? Che carattere ho? Qual è la mia professione, quali i miei interessi? Quali sono i miei ideali politici, che viaggi ho compiuto, quali guerre ho combattuto?
Samson Greene tutto questo non lo sa. Dopo una settimana dalla sua scomparsa, viene ritrovato a girovagare nel deserto, completamente privo di memoria.
Operato per un tumore al cervello, i suoi ricordi si interrompono a un soffio dall’adolescenza.
Dopo aver deciso di separarsi dalla moglie per interrompere un senso di colpa privo di razionalità ma incessante, accetta di entrare a far parte di un gruppo di volontari sui quali verranno svolti esperimenti innovativi sulla memoria. Si mette quindi a disposizione dell’unica persona che trova interessante e positiva la sua amnesia, trasmettendogli la sensazione di non avere solo perduto un passato ma di avere acquisito un presente di altissimo valore.
Nicole Krauss è una poetessa di professione e, nelle righe di questo romanzo, si esprime e affiora appieno la sua arte. Parole studiate con attenzione, metafore e accostamenti letterari ben gestiti, rendono la lettura molto godibile.
Il tema della memoria, poco trattato in generale, è il punto di forza di questo libro. L’empatia con il protagonista e con i personaggi secondari è totale, così come la curiosità di conoscere lo sviluppo della storia.
E’ un romanzo sorgente, da cui sgorgano senza rimedio domande senza risposta sul futuro di un uomo privo di passato. Se fosse capitato a me, vorrei tornare indietro? Che valore può avere ciò che non ricordo di aver posseduto? Le mie capacità, i miei talenti o i sentimenti stessi, si replicheranno nell’esatta copia di ciò che ero?
Da leggere con calma, per dare il tempo alle nostre domande di arrendersi al “non-so”.
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DIBATTITO MARKET
Nel 1862 il dottor John Langdon Down fu il primo a definire i tratti della Trisomia 21, più comunemente conosciuta come Sindrome di Down.
Cento anni dopo, negli anni Sessanta del ventesimo secolo, avere un figlio Down significava ancora essere destinati a diventare genitori soli e impauriti. Significava combattere per i diritti di uguaglianza dei propri figli, per il diritto all’istruzione e all’indipendenza, convivendo col dolore eterno di vedere un figlio in difficoltà. In quegli anni però, le riforme e i cambiamenti avevano evoluzioni molto più veloci rispetto ad oggi e gli ostacoli venivano saltati anno dopo anno da eserciti di genitori coraggiosi.
David però non è tra loro.
Durante una forte tempesta di neve, con l’aiuto dell’ infermiera Caroline, aiuta la moglie Norah a partorire. Inaspettatamente, dopo Paul, viene alla luce Phoebe, una bimba in cui David riconosce immediatamente i segni della sindrome di Down.
Spaventato all’idea di dover consegnare alla moglie un carico di pena troppo elevato, decide di far credere a Norah che la figlia sia morta. La lascia invece a Caroline, con la richiesta di abbandonarla in un istituto.
Caroline si opporrà in silenzio, decidendo di tenere Phoebe con sé e per sé…
La decisione di David, intrapresa nell’arco di pochi minuti, condizionerà a tal punto la sua vita da innescare una serie di ripercussioni irreversibili sulla propria famiglia. Quella di Caroline, altrettanto subitanea e istintiva, riempirà il vuoto lasciato da un padre, con l’amore di una mamma adottiva.
Il confronto di queste due scelte costituisce, secondo il mio parere, la parte più interessante del libro. La suddivisione del racconto tra questi genitori tanto diversi tra loro, aiuta a comprenderli entrambi, creando l’aspettativa del lieto fine.
Ho trovato lo stile semplice e privo di personalità. Le parole scelte non trasmettono un particolare interesse per la scrittura e questo riduce drasticamente il valore del mio giudizio.
La recensione del Guardian fu piuttosto cruda quando il libro uscì. Per il tema etico raccontato, venne indicato come il classico romanzo da club del libro, nato quindi da una strategia di marketing letterario piuttosto che da una genuina voglia di racconto.
La critica terminava con la frase “It’s a page-turner on Valium”, esplicitando quindi una mancanza di stile e di fascino.
Io concordo.
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I MEMORABILI IN MUTANDE
Quando, a scuola, per alleggerire l’ansia delle interrogazioni, suggerivano di immaginare il professore in mutande, con me non funzionava.
Forse è anche per questo che questo libro non mi è piaciuto.
Gli sventurati protagonisti “in mutande” di cui qui si parla sono Socrate, Dante, Archimede, Carlo Magno… e altri diciassette nomi illustri.
Se avessi letto meglio la presentazione dell’opera, avrei meglio compreso che l’intento del libro è quello, sicuramente curioso, di demitizzare quei personaggi che per lunghi pomeriggi e innumerevoli notti hanno colonizzato, o avrebbero dovuto farlo, la nostra giovane mente. Il fine con cui è stato scritto è forse il migliore di tutti: una sana e grassa risata!! ma se lo avessi compreso, lo ammetto, probabilmente non avrei scelto il libro, per gusto personale.
Mi sono quindi ritrovata al cospetto di quel genio di Archimede mentre fa il bagno con le paperelle, di quell’intrepido di Annibale che si stordisce di papaveri e di quel valoroso (e pare ottimamente dotato) di Carlo Magno che….
Ogni episodio è raccontato in ordine cronologico ed è preceduto da un disegno in bianco e nero a caricatura del personaggio protagonista.
I due autori, scrittore e illustratrice, citano nel loro proemio Achille Campanile, suggerendo un’ironia breve e a tratti irreale.
Se dal punto di vista ideale, è un libro che potrebbe trovare un suo spazio nel mondo editoriale per i teenager, l’opera in sé non raggiunge il traguardo.
L’umorismo su cui si basa il successo di questo esperimento letterario, è grossolano e raramente mi ha fatto sorridere. Probabilmente la mia avversione alle parodie ha influito negativamente e il risultato infine mi è parso come un cabaret di cattivo gusto.
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VALORE AI PICCOLI
Premetto che, per lo stesso spirito conservatore con cui misuro favorevolmente gli uomini con un po’ di pancia, i libri, per mio personale gusto, devono contenere almeno 300 pagine, possibilmente scritte fitte fitte… Evito quindi accuratamente tutti i testi di volume inferiore, i racconti, i saggi brevi e via discorrendo, consapevole dell’enorme perdita che subisco ma indifferente a tale dannazione.
Ci sono però quei viaggi in treno in cui la valigia pesa più della mia pigrizia, scomodi sufficientemente per farmi temporaneamente cambiare idea… ed è in queste occasioni che vado alla ricerca di libricini brevi e al di sotto dei due etti.
E’ così che improvvisamente sono finita a Cabras, paesino di mare della Sardegna. Qui Maurizio passa le sue vacanze estive insieme ai nonni, spensierato, divertito, finalmente ingranaggio attivo nel suo gruppo di amici.
Con gli amici di Cabras si gioca, si costruisce, si inventa, si partecipa. Si va a letto tardi per stare al fresco con i grandi, in un luogo contemporaneo ma travestito da paese di altri tempi.
La processione è l’evento principale della comunità. L’incontro della statua della Madonna con quella di Gesù, è atteso e immaginato con passione e fermento. Cosa succede quando, improvvisamente, questo incontro a due diventa a quattro?
Breve, piacevole e divertente, è una fotografia allegra e veritiera di una realtà fortunatamente più viva che mai. A dimostrazione inoltre che la protezione del proprio territorio fa parte del corredo genetico che millenni di evoluzione hanno ritenuto utile conservare.
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LA DISTANZA DI UN SOGNO
Hanno attraversato l’oceano carichi del solo peso dei propri sogni.
Come bagaglio una federa sgualcita, qualche dollaro americano, forse una foto.
Sbarcano in migliaia ad Ellis Island, vengono schedati, annotati, palpeggiati e umiliati, mentre dietro di loro svetta altissima la Statua della Libertà. Sono gli immigrati italiani e non, che tra la fine dell’Ottocento e l’inzio del Novecento si riversano in masse pulciose e disordinate a New York.
Tra loro, ci sono due ragazzini, Diamante e Vita.
Il padre di Diamante ha tentato per due volte di emigrare ma entrambe le volte è stato rispedito a casa. Diamante diventa quindi colui che porterà sulle sue spalle il sogno del padre, ben più pesante del suo.
La storia di questi due bambini, cresciuti in una terra sconosciuta e apparentemente arida di promesse che come uno specchio abbaglia e rende ciechi chi è alla ricerca di un domani, è anche la storia del nonno di Melania Mazzucco, Diamante, e della bambina agganciato alla cui mano attraverserà l’Atlantico, Vita.
E’ un romanzo romantico e severo, privo di abbellimenti superflui e carico di immagini molto realistiche.
Il lavoro di ricerca che l’autrice ha compiuto è decisamente notevole. L’intreccio tra il romanzo e la storia reale della sua famiglia è scritto con stile superbo ma la lettura risente comunque dei frequenti cambi di fronte.
Per i giornali di allora e per gli americani stessi, gli immigrati furono sinonimo di delinquenza, sporcizia e degrado. Questo non è contestabile, ma non bisogna dimenticarsi che furono proprio gli immigrati di quel periodo a costruire buona parte della loro patriottica America.
Sonetto di E.Lazarus, inciso sul piedistallo della Statua della Libertà:
“Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa - grida essa con le silenti labbra - Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata”
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SALLY HEMINGS
Nel 1998 la rivista Nature pubblicò uno studio sul DNA a dimostrazione della certa corrispondenza tra la linea maschile Jefferson e quella Hemings.
Thomas Jefferson, o dovremmo dire Padrone Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti d’America, fu perciò riconosciuto ufficialmente padre dei numerosi figli di Sally Hemings, sua schiava e concubina dal 1789 al 1826.
Dal 1998 quindi, questo romanzo scritto vent’anni prima, può essere definito come saga familiare, racconto della storia della famiglia nera di Jefferson, da lui mai legittimata e della sua famiglia bianca, generata con la moglie Martha, di fatto sorellastra della stessa Sally Hemings.
L’albero genealogico si apre alle prime pagine del libro, come avviso a coloro che vorranno inoltrarsi nella complessa trama di questa famiglia.
L’altro lato della schiavitù, quel lato buio e terribile che comprende l’amore di uno schiavo per il proprio padrone, l’incapacità di fuggire, la fedeltà oltre ogni dignità, è questo quello che si racconta in questo romanzo. Sally Hemings non cercherà mai l’emancipazione, la chiederà solo per i propri figli, molti dei quali non la otterranno mai.
Lei, bellissima quarterona della Virginia, si aggrapperà al sentimento che Jefferson nutre per lei, sentimento smozzicato e storpio di un uomo che l’affrancherà solo dopo la morte, affinchè lei non appartenga a nessun altro se non a lui.
E’ un romanzo intenso, basato su ricerche storiche precise, scritto con capacità critiche ed empatiche notevoli. Il periodo storico è ben reso e a chi è interessato al tema della schiavitù lascia molti spunti di approfondimento. L'unico appunto che posso fare allo stile dell'autrice, è rappresentato da alcune dilungaggini che provocano nel lettore, già di per sè emotivamente provato per l'argomento, uno stato di torpore postprandiale...
La figura ambigua di Thomas Jefferson, viene ampiamente descritta nelle sue parti più deboli e incoerenti, così come la stessa Sally. Ambedue non godranno probabilmente della stima di alcun lettore, fatto salvo quei pochi, di cui io non faccio parte, che conservano ancora una solida capacità di provare comprensione per chi, "visto il periodo..." con il proprio agire, baratta la vita dei propri figli con l’orgoglio personale.
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L'INCONTRO TRA UNA LEGGENDA E UN BRAVO SCRITTORE
Narra la leggenda che a cavallo del 1800, un uomo bianco, proveniente dall’Europa, divenne re sull’isola di Madagascar. Alla sua morte, lasciò un deposito di 75 milioni di sterline presso la Banca d’Inghilterra, a beneficio dei suoi discendenti.
L’ultima traccia di questa leggenda è del 2001 e appare sul quotidiano “La Gazzetta di Mantova” . Numerose infatti furono le famiglie, soprattutto italiane, che reclamarono la parentela con il re ma, almeno fino ad oggi, nessun cospicuo lascito è stato riscosso e a nessuna di queste famiglie è stato riconosciuto neppure l’onore del legame di sangue.
A Francesco Grasso, autore del libro, questa leggenda ha fatto compagnia durante tutta la gioventù, raccontata da genitori e nonni, più o meno convinti della futura eredità che un giorno potranno dilapidare.
E’ in una piovosa Calcutta, nel 1828, che Francesco Claudio Maria Bonetti, giunto prossimo alla sua fine, decide di lasciare testimonianza dell’incredibile storia della sua vita. Nato in una famiglia di contadini, ma senza attitudine al lavoro fisico, compensa le sue mancate prestazioni con una dialettica straordinaria. Intelligente, furbo e affabulatore, senza un’ idea precisa del proprio destino, si farà semplicemente catturare dalle mille occasioni che gli si presenteranno, trasformando gli amici in compagni di ventura e i nemici in complici.
Grasso con questo romanzo crea una spiegazione plausibile alla leggenda del re bianco, sviluppando una storia a mio giudizio non solo credibile ma anche estremamente avvincente.
Ci racconta la figura di un uomo coraggioso e spavaldo che non avendo radici né pace, rischia inconsapevolmente di modificare per sempre le terre fertili di tradizioni e miti che lo hanno accolto.
P.S. Guardatevi il book-trailer su Youtube, un’idea geniale!
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E INVECE NO...
“La cosa meccanica” lo trovo un gran bel titolo. E’ versatile. Potrebbe riferirsi ad un saggio sulla rivoluzione industriale o ad una metafora sull’uomo….
Sulla copertina appare l’immagine di un tosaerba e leggendo la trama del romanzo si scopre che Carlo trascorre le sue notti rincorrendo questa cosa meccanica sui pendii della montagna, seguendo le sue chiazze di olio e il forte odore di bruciato. Potrebbe quindi essere che alle spalle di tutto questo mistero ci sia un’accusa ambientalista….
E invece no…
Poco distante da Carlo abita Anna. Bibliotecaria e mamma, è sposata con un uomo violento, ossessivo e totalitario che nel corso degli anni ha dissolto i desideri della moglie lasciandole solamente la gioia di una casa bellissima. La gelosia di Nicola si riversa su di lei fisicamente e psicologicamente e come anticipato dalla trama, sarà proprio Carlo a salvarla. Pensi dunque ad una coinvolgente e travagliata vicenda romantica.
E invece no….
Mario Lagostina ha scritto un libro senza genere, senza casella nei miei pensieri dove archiviarlo. E’ quel tipo di storia in cui quando pensi “ho capito…”, giri pagina e il mondo si sovverte.
Il rischio di un autore che sceglie di scrivere una storia che si trasforma e che evolve sino a diventare tutt’altro è elevato. Può incontrare i gusti di chi ama la sorpresa, il fascino dell’improbabile e l’abilità di risultare comunque credibile ma allo stesso tempo scontrarsi con le critiche di chi potrebbe trovare questo intento assurdo e di poco valore.
Io amo molto i libri che mi spiazzano, ma esclusivamente se scritti bene. E questo libro lo è. Lo è l’ambientazione e lo sono i personaggi. Avrei solamente preferito che la parte del romanzo che modifica la percezione della lettura, fosse stata più lunga, pur riconoscendo che le poche pagine dedicate a questa parte contribuiscono alla sorpresa stessa.
Se l’autore deciderà di scrivere altrI romanzi, di certo lo seguirò.
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IRONIA IN ECCESSO
Cosa c’è al di là di questo mare? Un deserto.
E al di là di questo deserto? Trentamila persone.
Diversi anni fa decisero di rimanere sull’ultimo pianeta della Galassia, in una Colonia isolata. Perché decisero di non ripartire? Non lo sappiamo. Con l’energia razionata, il petrolio bandito e le spore del tabacco sterminate, questo sciame di coloni si costruì qui una vita. Ogni anno un varco di poche ore permette loro di scaricare i file di tutto ciò che nel resto dell’Universo progredisce, dal campionato di calcio agli aggiornamenti di avanzatissimi macchinari medici. Tutto ciò che per gli altri è passato, diventa il presente.
Nel futuro, tutto quello che ha inquinato i pianeti e minacciato la vita, è stato sradicato e proibito. Le auto non circolano, le scarpe sono di legno e i muli ancora tirano i carri. Tre bambini, un po’ per caso, un po’ per dileggio, ma soprattutto per noia, innescheranno una nuova era.
Il libro è suddiviso in brevi capitoli e in tre sezioni principali. Pennacchi scrive bene e scrive semplice ma mi ha perplessa. Il velo di ironia che copre tutta la storia mi ha infastidita. Se all’inizio della lettura può essere un piacevole valore aggiunto, quando si arriva a capire la strada che il romanzo imbocca, l’ironia soffoca. Mi è parsa fuori luogo, mi è parsa una presa in giro, mi è parsa anche un po’ scadente.
Il messaggio può arrivare distorto e poco chiaro, i personaggi sono realistici ma complessivamente dimenticabili e mi ha dato l’impressione di una pesca nel mucchio dei ricordi, un elenco enorme di marche, aziende e prodotti.
Prolissa parabola sui generis.
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IL BLUFF
Questo romanzo ha 66 anni, esattamente come mia madre. E proprio come lei, nonostante il tempo che scorre, conserva uno spirito attuale. Ma mentre mia madre si tiene al passo tramite innumerevoli sforzi, come molti di noi, questo libro non ne compie nessuno, poiché racconta dell’anima dell’uomo, sempre fedele a sé stessa nei secoli dei secoli…
Il messaggio o il significato di questo romanzo, si plasmano perfettamente in base alla vita e alle esperienze di ognuno di noi pertanto non occorre essere filosofi o antropologi per affrontarne la lettura, ma certamente è necessario amare la bella scrittura e aver passione per un’analisi precisa e immutabile dell’essere umano.
Perché quel che siamo è uomini. E come tali, di fronte ad un flagello per il quale non si hanno armi, né possibilità di fuga, reagiamo tutti, inesorabilmente, come Camus descrive. Siamo fatti di rassicuranti abitudini ; viviamo spesso di pensieri leggeri per abolire la pesantezza delle preoccupazioni; siamo esseri sociali, ma più forte in noi è l’egoismo.
E quando la peste arriva ad Orano, l’esilio separa, l’ansia rinchiude e la paura spalanca la porta. Si rifugge il pensiero, per poi piombarvici al centro. La convinzione di essere diversi cede alla consapevolezza di essere tutti uguali. Non c’è giustizia nelle morti, nella scelta di chi cadrà e di chi invece sopravvivrà.
La vita veste uno dei suoi tanti bluff, ci fa pensare al futuro per poi mostrarcene l’illusione.
Un libro che mi ha appassionato, con uno dei migliori personaggi che io abbia mai avuto la fortuna di vedere descritto, Mr.Grand.
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Cecità, per tutto il resto.
LA FAVOLA DEL CORAGGIO
Quando avevo 10 anni, la nostra maestra ci portò al cinema a vedere “La collina dei conigli”. Non ricordo la trama, ma ricordo perfettamente il nero, il marrone e tanto rosso, avvolti da una musica da inferno dantesco.
Sono passati tanti anni e in biblioteca ho trovato il libro. L’ho sfidato a dimostrarmi che la scelta della maestra non fosse stata una scelta sbagliata perché di quella mattina di novembre ho solo incubi.
Questa favola racconta la storia di undici coraggiosi conigli che, già scontenti e delusi, decidono di lasciare la propria conigliera persuasi dall’istinto di Quintilio. In lui, coniglio meno agile e forte di altri, riconoscono una veste profetica, che li mette in guardia da uno spaventoso pericolo che si abbatterà sulle loro tane.
Partono quindi senza una meta precisa, se non quella più lontana possibile, affidando il loro futuro ai loro sensi e alla fortuna. Dovranno combattere numerosi nemici, cambiare le loro abitudini e utilizzare strategie e inventiva per raggiungere la loro collina e fondare una nuova comunità.
In questo romanzo non ho trovato gli stessi colori cupi, ma colori caldi e accesi di una primavera che diventerà estate e poi inverno, i colori del coraggio e della speranza. La narrazione è gentile e priva di elementi troppo forti, solo piccoli cenni. Ho trovato conigli molto simili a noi, affrontare sensi di colpa, desiderare la libertà sdoganandosi dalle rigidità di una vita di regole imposte da altri.
La sfida con il libro l’ho vinta io, rimango convinta che la scelta della maestra sia stata sbagliata, eravamo troppo piccoli (e io lo sono tuttora) per vedere quella trasposizione in cartone animato, ma a me ormai adulta, Quintilio, Moscardo, Parruccone e tutti gli altri protagonisti hanno ricordato una volta di più che non si è mai troppo grandi per decidere di cercare con coraggio la propria felicità.
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AMOUR-SUR-BELLE E LA RICERCA DELL'AMORE
C’era una volta un piccolo paesino della Francia chiamato Amour-Sur-Belle, impotente di fronte all’impossibilità di diventare cittadina dato l’esiguo numero dei suoi abitanti: 33.
Guillaume Ladoucette abita una bella casa con un curatissimo orto e un rigoglioso giardino, convive con un curioso animale domestico e di professione è barbiere… Sigillati i rasoi, le mantelline e le spazzole, dopo aver constatato inorridito i nuovi tagli di capelli imposti dalla moda e le calvizie incipienti di tutti i suoi clienti, Guillaume ha la sua Brillante Idea.
Con una confettata tinta rosea e un cuscino ricamato apre Il Desiderio del Cuore, il primo club per cuori solitari di tutto il circondario, dedicando la sua meticolosità, la sua eleganza e la sua ossessione per la cura del corpo, a tutti coloro che vorranno mettersi nelle sue mani per trovare l’amore.
Guillaume è convinto che ad Amour-sur-Belle, nonostante il nome, non vi sia sufficiente amore, ma si sbaglia di grosso; ogni angolo del paese, ogni casa e ogni capanno traboccano di amore, segreto o confessato, ricambiato o tradito.
Con un’ironia eccellente e un umorismo dissacrante e intelligente, l’autrice racconta gli abitanti di questo quasi-villaggio, deliziosi personaggi per lo più di mezza età, estrosi e maniacali, in un infinito numero di situazioni buffe, ma per loro estremamente serie.
E’ uno stile capillare, in cui ogni azione compiuta ha una sua parte nella rappresentazione di questo luogo surreale. La ripetizione di alcune frasi evidenzia la quotidiana e confortante routine di cui Amour-sur-Belle è intinta e la descrizione del cibo e dei luoghi della regione francese del Périgord sono comprimari agli stessi protagonisti.
Uno dei libri più divertenti e ingegnosi che io abbia letto!
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100 PAGINE IN PIU'
Pietro ha diciotto anni e dondola tra il desiderio di liberare i propri sentimenti e il bisogno di proteggersi dai suoi stessi pensieri. Suo padre se n’è andato e sua madre ha una nuova relazione con un uomo che lui detesta. Durante una gita in montagna con la nuova coppia, Pietro decide di tornare indietro da solo, convinto di dover attendere solo qualche ora all’auto, ascoltando un po’ di musica dal suo Ipod e alienandosi da sé stesso come è ormai bravissimo a fare ma, alla macchina, Pietro non arriverà.
L’escamotage letterario dello smarrirsi, è metafora in questo racconto delle tante perdite subite da Pietro, del padre innanzitutto ma anche della serenità e dei punti fermi necessari ad ogni adolescente per maturare.
L’incontro con una realtà che differisce completamente dalla sua gli rinnova lo spirito degli affetti ma allo stesso momento lo fa piombare dentro di sé come mai gli era accaduto. E’ un universo nuovo quello in cui si troverà coinvolto, estremo e terribile ma anche più vero di tutto ciò che nella sua giovane vita si è trovato a scegliere di affrontare.
Lo stile di questa novella scrittrice è fresco ed elementare. Alcuni punti scrupolosamente dettagliati stonano di fronte ad ondate di rapidità. Il finale è inatteso e suggestivo e la trama ha davvero una buona traccia. E’ un racconto interessante e nuovo ma tutto questo è adombrato da un uso della coniugazione verbale che impedisce una lettura fluente. Un imperfetto seguito da un passato prossimo, pur rimanendo nella sfera dell’arte della scrittura che lascia ampio respiro alle scelte di ogni autore, immancabilmente blocca lo scorrere delle parole. Allo stesso tempo, in un romanzo breve, l’inserimento di personaggi interessanti e sopra le righe che non vengono approfonditi a sufficienza per scarsità di pagine, mi ha dato la sensazione di essermi persa qualcosa…
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IL LATO BRUTTO DELLA PASSIONE
Immaginate di entrare al civico 70 di Via Ghibellina a Firenze e di alzare gli occhi al soffitto quando varcherete l’ingresso della Galleria. Noterete dipinta una splendida e giovane donna, sensuale e morbida, dal viso dolce, con la bocca socchiusa e drappi di stoffa a coprirle il corpo nudo. Siete a Casa Buonarroti e il dipinto rappresenta l’allegoria de L’Inclinazione, dipinta dalla prima pittrice ammessa all’Accademia delle Belle Arti di Firenze, Artemisia Gentileschi.
Susan Vreeland racconta la vita di Artemisia e quella della sua arte, traendo spunto dalla sua abilità di scrittrice e da documenti ufficiali per raccontare la prima e dallo studio di storici dell’arte per descrivere i suoi dipinti. Questa unione perfetta mi ha coinvolto a tal punto che il tempo per leggere questo romanzo si è intercalato al tempo trascorso alla ricerca delle immagini dei suoi dipinti, un modo così particolare di leggere e di andare in profondità che mi ha appagato moltissimo.
La vita di Artemisia fu dolorosamente segnata da un processo pubblico per violenza carnale voluto da suo padre, dal quale si sentirà tradita e usata e che solo in tarda età saprà perdonare. Questo evento, realmente avvenuto e documentato, occuperà una parte importante nella sua formazione come pittrice e influenzerà stilisticamente tutti i suoi dipinti.
La capacità della Vreeland di mettere su carta i pensieri di Artemisia rende a questo romanzo un valore aggiunto. La narrazione è coinvolgente e mai lenta. L’inserimento di personaggi come Michelangelo Il Giovane e Galileo Galilei completa un racconto già di per sé molto suggestivo.
La riflessione primaria che ci regala il romanzo è quanto una passione ardente, in questo caso l’arte, possa essere prevaricatrice rispetto all’amore di un padre verso una figlia e rispetto ad ogni altro nobile sentimento. L’autrice, trasmettendo poi lo stesso comportamento alla vittima, la rende colpevole dello stesso colpevole egocentrismo , trasformando quindi ciò che abbozza come eccezione in una vera e propria regola.
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LA TEMPESTA
Percy Bysshe Shelley, poeta inglese, romantico e leggiadro, filantropo amante dell’amore e della vita, immerso nel proprio universo di pace e condivisione, di libertà e di sogno, morì durante il naufragio della sua nave Ariel nel novembre del 1822 al largo di Viareggio.
Antonio “Ngiulin” Medusei, residente a Lerici, ex capitano di flotta all’epoca napoleonica, uomo integro e giacobino, distante dai compromessi e immerso nel proprio universo di lotta e di rivoluzione, padre, figlio e fratello protettivo, metterà la propria vita a rischio per combattere l’ultima tempesta e scoprire la verità sulla morte del suo amico poeta.
La figura di Lord Byron, invisibile ma presente lungo tutto il romanzo, viene definita da parole dure che delineano la sua indole perversa e la sua misantropia, rimasta famosa quanto le sue opere.
Dalla sua vigna ligure Antonio racconta questa storia, prima che l’epilogo ponga la parola fine.
Questa la trama di questo romanzo originale e malinconico, poetico e brutale. Si mescolano realtà e fantasia, in un’opera che racchiude tutte le sfumature di un incontro, quello di Shelley con Antonio, a rappresentare quanto la forza che genera un ideale, per quanto diverso, può accomunare due individui.
Scritto splendidamente, da un autore che non conoscevo e di cui ammiro l’immaginazione, questo romanzo va premiato per il gusto nella scelta delle parole, per la narrativa impeccabile e per lo stile, che contrappone il racconto di Antonio al racconto del colpevole.
“….e vomiti i tuoi relitti sulla sponda inospitale,
infido nella bonaccia, e terribile nella tempesta,
chi mettera' gemme su di te,
mare insondabile ?”
Time – P.B.Shelley
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L'ACQUA CHE TOGLIE E RESTITUISCE
Come tante altre volte è successo, ho scoperto qui Irène Nemirovsky, tamponando leggermente le infinite mancanze del mio mondo letterario.
Colpita, ecco come mi sento. Colpita da questa autrice che in poco più di 80 pagine è riuscita a girare un cortometraggio di parole talmente evocativo che al termine della lettura ero marchiata da un ghigno beffardo e compiaciuto.
La brevità di questa opera è certamente insufficiente affinché la mia fantasia abbia già dato volti ai protagonisti, ma talmente intenso e conduttore da avermi trasmesso in mezz’ora l’empatia con Antoinette.
Questa quattordicenne, (nella mia mente un po’ Carrie di S.King devo ammettere…), sbocciata da poco nell’adolescenza, subisce con rabbia crescente le frustrazioni di una madre e di un padre che, improvvisamente arricchitisi, le trasmettono con ogni gesto e parola la sua inadeguatezza in un mondo ricoperto di pareti bianche e mobili color bronzo.
La rabbia di Antoinette si trasforma in pensieri di vendetta, con l’enfasi e l’intensità di una ragazza giovanissima a cui pare che venga tolto il futuro dei suoi sogni.
La rabbia di Irène si manifesta in questo libro nei confronti della sua gente con una piccola ma affilatissima freccia alla superficialità e alla pochezza borghese.
“Se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia….Il bel mondo è la migliore scuola di umiltà cristiana”
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DISORIENTAMENTO
Mi sono tuffata nella lettura di questo secondo volume de L’amica geniale, dopo essere riemersa da quest’ultimo felicemente appagata. Già di per sé, la decisione di proseguire in questa lettura, dimostra quanto la Ferrante mi abbia conquistata, visto che in genere non apprezzo i romanzi in più volumi. Che siano stati I quattrocento colpi di Truffaut a contagiarmi o la fortuna di aver trovato il libro subito disponibile in biblioteca, ad ogni modo sono andata avanti e la fascinazione è proseguita.
In questo secondo libro, Elena e Lila affrontano l’adolescenza andando oltre, sino alla soglia dei vent’anni. Il loro rapporto pur sfibrandosi nel tempo, come è naturale che accada, si torce e si ritorce creando un legame che seppur debole pare inscindibile. Non desidero anticipare nulla della trama, rispettando così la quarta di copertina estremamente sintetica e non essendo comunque in grado di riassumere i numerosi eventi accaduti. Non c’è ordine di importanza da seguire, sono tutti significativi allo stesso modo. Vengono raccontati con un ritmo cadenzato, alcuni veloci, con poche parole precise e altri lenti e particolareggiati.
Lila sempre più compressa dentro sé stessa cerca invano di annullarsi, mentre Elena sempre più estromessa e al di fuori di sé tenta invano di affermarsi.
I drammi dell’infanzia prendono forma in conseguenze in alcuni momenti davvero drammatici e il pensiero che costantemente mi ha invaso la mente durante la lettura è sempre lo stesso: quanta percentuale di noi stessi lasciamo venga distorta o seppellita dagli eventi, dalle circostanze, dalle persone? E quanta colpa possono averne i genitori quando sono anch’essi vittime di un’ignoranza sociale ed emotiva?
Ovviamente attendo il prossimo libro…
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ADDA PASSA' A NUTTATA
Siamo a Napoli, nel secondo dopoguerra, all’epoca di Achille Lauro, degli strùmmoli e delle palate. In un quartiere di periferia, lontano da via Caracciolo, dalla riviera di Chiaia, dal mare e dal Vesuvio, le palazzine traboccano di falegnami, scarpari, verdurai e angosce quotidiane. Ma nell’aria appiccicosa e soffocante delle violenze familiari e della povertà, si accendono due scintille di nome Elena e Raffaella.
Elena ci racconta la sua infanzia e l’affacciarsi all’adolescenza, così come un adulto ripercorre oggi il suo passato, cercando di dare un senso alle proprie azioni e ai propri pensieri. Ci parla di Raffaella, da lei chiamata Lila, sua coetanea, tanto amata quanto odiata, compagna di classe e amica. Pur nella medesima condizione di figlie, nate in un’epoca in cui il proprio destino di donne è quello di piegarsi ai soli ruoli di moglie e di madre, la vita di Elena e quella di Lila seguiranno due percorsi molto diversi tra loro.
Senza mai capirsi, senza mai realmente confrontarsi, senza mai davvero confidarsi, come se l’acquiescenza delle donne di quel periodo avesse contagiato anche il loro rapporto, vivranno invidiando l’una la realtà dell’altra, senza mai afferrare completamente il senso del loro futuro.
Per descrivere lo stile della Ferrante, prendo a prestito alcune sue parole: “sapeva parlare attraverso la scrittura…non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta. Leggevo e intanto vedevo, sentivo lei”.
Questa è Elena Ferrante, un’autrice che non conoscevo e che ho scoperto proprio qui.
Il meraviglioso contrasto tra queste due scintille, che nel nero fumo della violenza si interrogano sul passato e sul futuro per modificare il presente, che vogliono andare oltre il confine del rione e oltre i condizionamenti dettati dalle tradizioni, fa finalmente respirare la città più bella del mondo.
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ACQUA SUL FUOCO
Nel pensiero comune e dominante, una Bestia, con la B maiuscola, rappresenta un essere intriso di malvagità, brutalità e istinto animale. La Bestia di Silvia Daveri aggiunge a queste caratteristiche una goccia di inquietante umanità.
Prima di iniziare il romanzo, l'autrice ci avvisa che l'idea che ha condotto alla stesura di questo libro parte dalla leggenda della Bestia del Gevaudan, un animale che in Francia, alla fine del Settecento, porterà alla morte decine e decine di persone. Leggenda o verità? I resoconti storici ci portano a considerare la seconda e ciò che la rete ci mette a disposizione sono immagini dipinte di un essere mostruoso.
Romanzo adatto agli adolescenti meno impressionabili, racconta la storia di Marie, quindicenne abitante di Le Malzieu. A lei e agli altri abitanti di questo piccolo paese di pastori, toccherà fronteggiare la furia della Bestia, che si abbatterà su vasta parte del territorio. Ciò che all’inizio pare solo l’attacco di un animale feroce e sanguinario, dischiuderà, agli occhi di Marie, un passato tenuto segreto alle orecchie dei più giovani. Carico degli ardori adolescenziali e del coraggio irresponsabile dei ragazzi, pur risultando poco plausibili, a noi adulti, le azioni e i pensieri di Marie, i teen-ager a cui il romanzo è destinato, sicuramente apprezzeranno.
Di ambientazione affascinante e con personaggi la cui presenza, nella Francia del Diciottesimo secolo, rappresentano la storia così come realmente accaduta, è scritto in linguaggio semplice e ritmato. Questo, se da un lato aiuta il romanzo nella sua fluidità, dall’altro suggerisce che, al contrario di quanto avvenuto per la parte storica, non vi sia stata da parte dell’autrice una ricerca approfondita nella scelta delle parole.
Il libro è composto da circa 200 pagine e alla fine si arriva molto velocemente. Anche in questo caso, gli aspetti da valutare sono uno opposto all’altro: lo srotolarsi impetuoso e spontaneo della trama riflette forse le identiche passioni giovanili a cui si rivolge, dall’altro lato al finale è serbato poco spazio, sufficiente a bruciacchiare il loro tumultuoso ardore.
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MIRACOLI E SANGUE
Il termine latino "Lumen" ha molteplici significati, primo fra tanti "Luce". Le pagine che seguono questo fulgido titolo sono piuttosto intrise di una malinconia e di un umido malessere che mi hanno accompagnata sino all'ultima riga.
Polonia, termine degli anni Trenta, le brutalità dell'invasore tedesco disintegrano la vita di questo martoriato popolo. La stagione invernale durante la quale si svolge la storia, mette i brividi alle parole.
Ben Pastor partorisce qui Martin Bora, un capitano dei Servizi Segreti dell'esercito tedesco. Aristocratico e profondamente disciplinato nella vita e nel lavoro, viene incaricato di scoprire l'assassino di Madre Kazimierza, superiora del convento delle Sette Pene, portatrice di stimmate e profezie e oggetto di intensa devozione di un popolo smarrito.
Padre Malecki, curato americano, da mesi a Cracovia per studiare la veridicità dell'aura di santità che avvolge la superiora, diventerà appoggio e confessore di Martin, aiutandolo nelle indagini e ascoltando i primi vagiti della crisi di coscienza che lo stesso Martin si troverà a combattere dentro sè stesso.
La costruzione del giallo non mi ha coinvolta, troppo spesso al lettore vengono tenute nascoste conversazioni intraprese e indizi di cui il protagonista viene a conoscenza. Ciò che forse è stato ideato per creare suspance, blocca il ritmo e l'armonia della narrazione e personalmente mi ha creato un pò di nervosismo....
Al contrario la parte psicologica legata a Martin è completa e magistralmente raccontata. E' una scrittura ricchissima di metafore, sottili e geniali a volte. Il romanzo getta luce su uno degli aspetti più controversi dell'agire tedesco, la profonda separazione di intenti dell'esercito e delle SS, queste ultime descritte come una macchina di morte che agisce indipendente, un corpo impazzito che si nutre di sangue e che non si fa scrupoli nell'attaccare la sua stessa sostanza.
Adatto agli appassionati di questo periodo storico e agli amanti delle mille sfumature psicologiche, da evitare se si cerca un giallo ben congegnato.
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THE BIG FAMINE
Nel 1846 l’Irlanda fu colpita dalla Grande Carestia. A quel tempo i proprietari terrieri affidavano i propri territori a fattori. Questi ultimi concedevano, in cambio di lavoro, piccoli appezzamenti da coltivare a fittavoli, famiglie generalmente povere di contadini e allevatori. I terreni concessi erano prevalentemente coltivati a patate, di cui i fittavoli si nutrivano per 10 mesi all’anno. Nel 1845 un fungo chiamato Phytophthora infestans si propagò su tutti gli acri coltivati a patate, annullando completamente il raccolto di un anno intero. La stima fu di un milione di irlandesi deceduti a seguito della Grande Carestia e di due milioni di irlandesi emigrati.
Quanto appena raccontato è storia reale ed è l’innesco di questo romanzo storico. Fergus è un quindicenne, figlio di fittavoli e di un destino segnato. A quel tempo non vi erano alternative, orizzonti e prospettive diverse da quelle in cui si nasceva e l’unico svago per un ragazzo erano i sogni. A causa della carestia Fergus perde i genitori e per sopravvivere deve lottare. Ancor prima deve trovare la volontà di vivere e il senso che sembra sbiadire quando tutto ciò che hai è te stesso. Le realtà che si troverà ad incontrare sul suo lungo cammino raccontano di un’epoca buia in cui le opportunità non si sprecano e le giornate sono un calvario, dove la fortuna gira veloce e l’unica cosa che ti salva è l’istinto.
E’ un romanzo con una scrittura piacevole, con frasi per la maggior parte brevi che accompagnano efficacemente le varie azioni. E’ suddiviso in quattro parti, idealmente identificate come le quattro distanze percorse da Fergus in questo viaggio che lo porterà oltreoceano. Mi è piaciuto molto, ho solamente trovato il racconto della traversata oceanica troppo lungo rispetto al necessario e il ritmo ne risente.
Estremamente interessante l’ambientazione, che non ho mai trovato in romanzi storici precedenti. Estremamente sbagliata a mio avviso la copertina utilizzata da Einaudi, che oltre a non rappresentare la storia, è fuorviante rispetto alla tipologia di romanzo che si ha di fronte.
Sul web si possono vedere le immagini del monumento eretto a Dublino a memoria Grande Carestia, terribilmente evocativo…
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UN GAUDENTE SENSO DI SMARRIMENTO
L’ironia è una bella dote e in uno scrittore una virtù furba, poiché in pochi abbandonerebbero una lettura divertente, me compresa. Non avendo letto altro di Malvaldi, il suo stile fresco e caricaturale mi ha piacevolmente sorpreso (oltre che divertito moltissimo) nonostante tutte le recensioni lette in precedenza mi avessero già messo sull’avviso.
Montesodi Marittimo si erge solitario su una ripida collina toscana, circondato da ulivi e galline, abitato da anime pie, cacciatori e numerosi discendenti di un marchese chiaramente libertino. Piergiorgio e Margherita, genetista e filologa, vengono inviati dalla città con l’intento di scoprire una curiosa peculiarità degli abitanti del luogo, una forza abnorme. Durante la loro permanenza, una fitta nevicata isola il paese e nel contempo viene ritrovata cadavere l’anziana maestra. Piergiorgio, trovatosi tra gli indiziati, non può fare altro che interrogarsi e interrogare per scagionarsi dalle accuse.
Questo libro è considerato appartenente alla categoria che un tempo veniva chiamata dei “gialli all’inglese”, con indizi che dovrebbero portare il lettore alla scoperta dell’assassino. Ecco, io non ci sono arrivata…. mi sono un pochino persa tra le varie figliolanze e discendenze. Affascinata poi dall’ambientazione e dall’immaginarmi in questo paesino ricco di buffe persone, non ho forse saputo cogliere la trama dell’enigma.
Mi sono ritrovata disorientata, stavo leggendo un libro giallo e contemporaneamente mi sbellicavo dalle risate…raramente, forse mai, mi è capitato prima d’ora. Sicuramente procederò in seguito alla lettura di Malvaldi nella versione BarLume, curiosa di capire se mi accadrà la stessa cosa, sapendo che di certo ne varrà la pena perché il tempo speso ridendo è ben investito.
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UNO COME TANTI
Arthur Miller non fu una bella persona a mio parere, ma come spesso accade, le mancanze vengono compensate dalla natura o dal destino e come scrittore Arthur Miller fu decisamente bravo. Nel 1945 scrisse questo romanzo, non certo il suo più celebre, ma col risultato encomiabile di citare tra i primi l’antisemitismo, da lui stesso subito in gioventù in quanto ebreo. Quel che fa di questo un bel libro e di lui un abile scrittore è la capacità di tratteggiare in maniera impeccabile una personalità tanto particolare come quella del suo protagonista, Lawrence Newman.
Lawrence è un uomo mediocre, compulsivo, maniaco del controllo. E’ un vigliacco spettatore di un mondo che irride. Quotidianamente giudica le persone intorno a sé catalogando nel suo personale archivio interiore abiti, atteggiamenti e tratti somatici di coloro che incrocia. Siamo nel periodo in cui negli Stati Uniti, sull’onda europea, gli ebrei vengono allontanati, ghettizzati, additati e definiti. Per Lawrence hanno naso adunco, fronte alta e spaziosa, portano abiti eccessivi, sono inaffidabili e via dicendo.
Gli atteggiamenti violenti non gli appartengono, abita il mondo dei pregiudizi e con disinvolta ingenuità vorrebbe tutti gli ebrei lontani da sé, non per cattiveria ma per la sua personale idea di ordine.
La vita si farà beffe di Lawrence nel modo più spietato possibile. Indossati gli occhiali a causa di una miopia, diventerà lui stesso vittima del proprio modo di pensare, perché quegli occhiali lo faranno assomigliare proprio ad un ebreo. E il mondo per lui si capovolgerà.
“Come una corrente lungo la sponda, silenziosamente essa andava rodendo i fianchi del suo spirito”.
E’ un romanzo che ho assorbito lentamente per poter riflettere con sufficiente tempo su tutte le sfaccettature di questo personaggio che è uno solo ma anche immagine di milioni. Tutti gli altri personaggi raccontati sono appena sfiorati dalla penna di Miller, come corde di chitarra in accordo per creare la canzone, così Miller li ha inseriti finalizzandoli alla descrizione perfetta di Lawrence.
Credo sia un'ottima base per tutti i lettori che si interessano di razzismo nelle sue mille varianti.
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350LIRE DI AUDACIA
Ho trovato questo libro in biblioteca, quasi schiacciato da quanto è minuto, tra volumi grossi cinque volte di più. Edito nel 1959, in Italia solo qualche anno più tardi, al costo di 350 Lire…duecento pagine scritte fini e folte, nella collana di Garzanti Scuola.
Siamo nel 1919 e Jim e Laurette Stanton, a trent’anni compiuti, decidono di abbandonare le rispettive attività e di rifugiarsi alle pendici delle Montagne Rocciose, là dove tutti i fine settimana, con una tenda ricavata da un paracadute, si accampavano fra la natura selvaggia e rigogliosa. Probabilmente contavano sull’isolamento ma nella Columbia Britannica di allora, i grizzly erano fitti come zanzare….
Entrambi orfani e in seguito figli adottivi, non hanno affetti da conservare se non il loro legame, che rimarrà solido e foriero di conforto sino alla fine. Quest’uomo e questa donna, realmente vissuti, hanno passato buona parte della loro vita immersi in quella natura che, anche noi figli della modernità, sappiamo essere armonica ma implacabile.
Hanno imparato a costruirsi da soli l’essenziale, a conservare il cibo, preziosissimo in una zona dove il ghiaccio e la neve impediscono ogni movimento per lunghissimi mesi. Hanno soprattutto imparato tantissimo sulla vita degli orsi e su quella di moltissimi altri animali, alcuni dei quali nemmeno avevo mai sentito nominare.
E’ un romanzo? Forse no. E’ il racconto preciso di questa avventura che, anziché essere breve e imprevista come solitamente si conviene ad un’avventura, è lunga una vita intera. La scrittrice non si dilunga sui pensieri, i sentimenti, le emozioni dei due protagonisti, ne traccia un profilo attraverso le loro azioni. Io ne sono rimasta coinvolta e ammaliata, forse per quel desiderio che vive dentro a molti di noi di scegliere una vita diversa, meno semplice ma più vera, di quella che stiamo consumando.
P.S. sul web ci sono diverse foto originali di Jim e Laurette Stanton. Dopo aver letto il libro averle trovate è stata un’emozione forte.
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LA MIA TERRA
La mia terra, lo scrittore nato nel mio piccolo paese in cui è stato anche assessore, praticamente un eroe nazionale per noi romagnoli…. può la mia recensione essere obiettiva?
Gigi è un bambino di dieci anni che vive nella campagna degli anni sessanta. Vive in quella terra, che è anche la mia, dove i campi sembrano più estesi del cielo. Un inizio di romanzo che racconta la semplicità dei tempi, dove tutti ci si interessa un po’ di tutti e dove ogni “fatto” diventa racconto. La casa del popolo, i soldatini, le tradizionali focarine, una povertà di mezzi figlia di quei tempi.
Si può avere nostalgia di un tempo in cui non si è vissuti? Questo mi ha trasmesso questo romanzo. Un tempo in cui i film si vedevano tutti insieme, dove il tempo si trascorreva all’aperto, dove la terra aveva un valore e la semplicità e la frugalità avevano corpo.
Dove le persone buffe erano considerate persone e non emarginati. Il tempo dei miei genitori e ancora prima dei miei nonni.
Baldini però insegna che se la semplicità si è persa negli anni e nel progresso, la malvagità è propria dell’uomo in ogni tempo e Gigi diventerà adulto velocemente.
Un noir che mi ha colpita per l’inatteso finale. Ho sorriso ripetutamente e di gusto all’inizio, ho urlato d’irritazione nella parte centrale e ho pianto alla fine. Certamente la parte che narra la vita rurale dell’epoca può risultare un po’ pesante, a me ha affascinato perché racconta episodi molto simili a quelli già ascoltati dai miei affetti quindi, rispondendo alla domanda iniziale che mi sono posta, no, non credo di riuscire ad essere completamente obiettiva.
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IL KILLER DELLA LUNA DI MIELE
Le donne del Club Omicidi di Patterson si incontrano per la prima volta in questo poliziesco, attorno al tavolino di un bar di San Francisco, in formazione completa: una detective, un procuratore distrettuale, una patologa e una giornalista.
L’amicizia tra donne cerca sempre strane vie per nascere e un interesse in comune nutre questa dimensione e salda ciò che già è nato.
Il “killer della luna di miele”, così chiamato perché uccide le coppie proprio all’apice della felicità, profanando e violentando il loro momento magico, è ciò che si può definire il loro interesse comune.
Da tragedia in dramma, la protagonista principale, l’investigatrice Boxer, oltre a questo inatteso e sconvolgente caso, dovrà anche affrontare qualcosa di molto più serio, proprio quando la sua solitudine si trasforma da scelta a disagio. E da questa solitudine e dall’esigenza di aprirsi in un momento tanto difficile, nasce il Women Murders Club.
Non aggiungo altro alla trama perché per ogni libro credo sia importante non anticipare passi che ogni lettore dovrebbe compiere da solo.
Avvincente e ricchissimo di colpi di scena, compreso un finale assolutamente imprevisto,
è come una macchina sportiva che va da 0 a 100 in pochi secondi.
Non ci sono morali, non ci sono lezioni e non ci sono particolari spunti di riflessione in questo libro ma sicuramente c’è un valore fondamentale, rendere lieto chi lo legge.
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ZIGEUNERLAGER
Zigeunerlager, campo di sterminio per razza zingara, razza ritenuta inferiore al pari di quella ebrea nel periodo di dominio nazista della seconda guerra mondiale, razza interessante per divenire cavia degli esperimenti di Mengele, razza superflua al mondo per così dire.
Non ho mai provato pena per questo popolo che ha scelto il nomadismo come modo di vivere, in quanto risposta al loro desiderio di libertà. Non ne ho mai provato stima perchè il furto, la sporcizia, l’elemosina sono anch’esse frutto di una scelta e non di una condizione. La leggerezza con cui si muovono su questa terra come piume che non toccano mai il suolo, li rende ai miei occhi colpevoli di una superficialità e di una assenza di contributo che vanno oltre il mio concetto di libertà. Questo romanzo ha certo la virtù non di avermi fatto cambiare idea, ma di avermi fatto capire molto di più di chi sono ma soprattutto di chi erano.
Il romanzo della De Angelis è una sberla. Questa storia, realmente accaduta, non fa sconti a nessuno, né ai rom, né ai nazisti, né al lettore. Apre le porte del privato dei rom forse contaminando buona parte dei loro tabù. Racconta di una kumpania, una famiglia, nel quotidiano di usi e costumi, nel cambiamento che la guerra porta, loro così sfuggenti toccati per la prima volta da ciò che accade attorno a loro.
E’ un racconto durissimo e davvero molto intenso dove oltre alla fame, alle torture, alla violenza e a tutto ciò che può essere collegato a nomi come Himmler e Mengele, spiega come seimila rom nel maggio del 1944 riuscirono a evitare le camere a gas facendo ciò che non avevano mai fatto prima, reagendo.
Ci sono parole di questo libro e immagini che questa storia ha evocato, che sicuramente non dimenticherò più.
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QUANTO SPAZIO?
Quanto spazio occupa la vendetta nel pensiero di un uomo? Quanta parte della vita ti ruba questo pensiero? E il volume occupato da questo pensiero è pari allo spazio che si libera una volta che la vendetta è compiuta? Ha lo stesso peso? Io credo di no.
Vichi racconta una storia senza appellarsi ad alcun dubbio, dando alla vendetta un carattere giustiziere e pacificatore, caldo e confortante. Un ruolo giocato nella vita di un uomo che non ha più niente, senza stimoli né scintille. Quest’uomo è Rocco, la cui esistenza viene trascinata da una fortissima delusione sino all’estrema sponda della disperazione, della povertà e della solitudine. Si ciba di spazzatura, ruba quanto gli è indispensabile e ha smesso di pensare.
Questa apatia si spezza quando improvvisamente si ritrova davanti l’immagine dell’uomo a cui Rocco dà la colpa di tutto ciò che è accaduto e il pensiero della vendetta torna quindi prepotente nella sua vita.
Molto originale è il metodo scelto per portare a compimento questa sua volontà, un metodo che ovviamente non svelo e che se possibile aggiunge ancora più gelo e grigiore alla già infelice esistenza di Rocco.
Mi ha colpito il ragionamento a margine, portato nel racconto da colui di cui Rocco si vuole vendicare. Una tesi che porta al tentativo di dimostrare che il sentimento dell’Amore è contro la legge della natura, che essendo votata all’evoluzione risulta di conseguenza contraria all’accoppiamento irrazionale. Non concordo con tale tesi ma la ritengo frutto di una mente molto affilata.
Purtroppo il finale è debole e scialbo, senza aggancio e senza presa e questo ha inciso notevolmente sul mio giudizio complessivo.
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IL DIAVOLO BALLA ALLA PALLIDA LUCE DELLA LUNA
Budo detesta Pinocchio, perché nonostante abbia la possibilità di esistere per sempre, a Pinocchio non basta. Budo esiste solo per Max e per gli altri amici immaginari che, come lui, custodiscono l’innocenza dei bambini. A differenza di Pinocchio, Budo esisterà solamente fino a che Max crederà in lui ed è difficile, per un amico immaginario intelligente come Budo, accettare l’idea che un giorno all’improvviso tutto sparirà, compreso il ricordo di lui.
Da piccola non ho mai avuto un amico immaginario, forse ero già abbastanza felice così e non sentivo il bisogno di condividere la mia infanzia e rendere reali le mie fantasie ma dopo aver letto questo romanzo mi sento quasi privata di un diritto di bambina.
La descrizione del mondo degli amici immaginari di cui Budo fa parte è, in una parola, favolosa! Non c’è solo fantasia, ci sono idee e originalità, due componenti davvero rare. In maniera buffa e divertente, viene raccontato un universo parallelo con le sue regole e caratteristiche, in uno spazio ben delineato che trova posto accanto ai bambini, inaccessibile agli adulti e destinato a scomparire.
Max è un bambino affetto da autismo, con difficili rapporti con il mondo esterno, con le sue ossessioni e i suoi limiti. La sua fantasia ha creato Budo, con le sembianze di un bambino reale e con tutte le capacità che Max stesso non ha e questa è la storia di come il suo eroico e combattuto amico immaginario lo aiuterà mettendo a rischio il suo stesso esistere.
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SENZ'ANIMA
In Georgia c’è una piccola città, nata ai margini di una parete rocciosa fredda e spoglia, sulla cui cima abitano solo corvi e leggende. Uno specchio d’acqua impenetrabile, opaco e profondo dove tutto ciò che entra non esce. Un posto dove le persone scomparse sono esponenzialmente maggiori di ogni altro luogo.
Da questa premessa mi attendevo un horror, in stile King per intenderci, ma ho trovato più che un risultato, una volontà differente. Ai classici ingredienti è stata aggiunta una miscela di thriller e poliziesco che rendono questa storia classificabile in svariati modi.
Purtroppo la parte horror è quella meno presente, meno sviluppata e già vista. L’intreccio però è buono, con molti personaggi, che hanno nomi o cognomi piuttosto semplici, dando una mano al lettore nel ricordo di un quantitativo considerevole di figure.
Nessuna tra loro è protagonista, lo sono tutti contemporaneamente.
L’intenzione quindi c’è, la storia si sviluppa su più piani e certo non annoia, ma è uno di quei libri che avrebbe potuto spingersi oltre. Il finale, che nel mondo horror quanto meno ha un’importanza fondamentale, è coerente con la storia ma anche in questo caso risulta un po’ insipido. E’ come avere in mano un bel paio di scarpe scollate sul fondo, belle ma da sistemare.
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AZIONE - EMOZIONE 3-0
Ho scelto questo libro per l’argomento trattato, per farmi un’idea della condizione della donna in India di cui ignoravo molto se non moltissimo. Posso quindi dire che la lettura non è stata del tutto priva di parti interessanti e utili alla mia conoscenza, ma per il resto non mi ha appassionato.
Dalle prime pagine ho intuito che lo stile non mi apparteneva, le descrizioni non sono approfondite e le emozioni sono sfiorate e non raccontate. Viene descritto l’arrivo dello tsunami del 26 dicembre 2004, un evento di portata mondiale con conseguenze talmente catastrofiche che vederlo raccontato in poche pagine mi ha un po’ deluso.
L’azione è sempre presente, ma talmente prioritaria che seppellisce la poesia del racconto. Sono stata incapace di affezionarmi ai personaggi, che di fronte a traumi psicologicamente pesantissimi, risultano poveri di pensieri e di emozioni. L’empatia è per me fondamentale per apprezzare un libro e in questo caso non è scattata.
Nonostante questo posso dargli il merito di avermi fatto conoscere lo Human Right Watch e lo sfruttamento di creature anche piccolissime di cui pochissimo si parla.
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IL MIO "PRIMO" HAP & LEONARD
Dopo le prime dieci pagine, mi sono ritrovata con un sopracciglio alzato pensando che forse questo libro non faceva per me…. Credevo che un tipo di scrittura così maschile (intendo ruvida e diretta) non potesse appassionarmi. E invece…. È uno dei libri più divertenti che io abbia mai letto. E sostenerlo leggendo un noir è davvero insolito.
Hap e Leonard li ho scoperti qui su Q e avendo già letto in precedenza qualcosa di Lansdale, mi sono incuriosita. Lette le prime pagine e assorbito lo stile, la lettura è volata. La storia non è divertente, anzi è brutale. Lo spirito ironico dei due protagonisti, splendidamente raccontato, fa prendere loro decisioni al limite della pazzia, correndo verso rischi che non sono solo probabili ma certi. L’ironia di questi due folli porta il lettore sino in fondo alla storia e non stride mai con la durezza del racconto, ne è complice.
Lansdale offre dialoghi dinamici e mai banali, farciti di umorismo acuto e intelligente. Riesce a farti cogliere il legame di amicizia profondo che unisce Hap e Leonard, un’amicizia limpida, pulita e indistruttibile. Inietta un profondo affetto verso questi due uomini, dando voce ai loro pensieri. E la voglia di leggere anche i precedenti e i successivi libri con loro protagonisti viene da sé, come tutte le cose belle.
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IL MOMENTO DI UCCIDERE
Questo è il primo libro scritto da John Grisham e quello per il quale, ho letto da qualche parte, sta scrivendo un seguito.
E’ anche il primo libro che leggo di questo autore perché i gialli giudiziari non mi hanno mai attratto molto, fino ad oggi….
Grisham nasce di professione avvocato e questo personalmente gli regala già un sacco di punti, non per l’attività in sé ma semplicemente perché quando scrive, scrive di qualcosa che davvero sarebbe potuto accadere, scrive con cognizione di causa insomma.
La storia è intrigante per quanto brutale… Siamo in Mississipi, la figlia di un uomo di colore viene violentata e picchiata da due ragazzi bianchi e il padre, ex eroe del Vietnam e da sempre uomo onesto e gran lavoratore, li uccide. Attorno alla sua difesa e al suo processo si dipana questo romanzo.
Ne emerge un territorio dove il razzismo è ancora la base su cui si definiscono i rapporti sociali, dove un tribunale con una giuria bianca può fare la differenza nel giudicare un uomo di colore.
La scrittura di Grisham è brillante, veloce e sicura. La personalità pratica, ambiziosa, orgogliosa e determinata dell’avvocato della difesa, protagonista del romanzo, è molto ben riuscita.
Il racconto del processo riempie poche pagine di questo romanzo. Tutto il resto dà voce ai pensieri, semplici e chiari, delle persone che abitano nella stessa città dell’imputato; ai timori, non eccessivi, di chi è chiamato a giudicare. E’ un romanzo dinamico, che fa davvero venire voglia a chi legge di scoprire come terminerà (a meno che non si sia già visto il film….) e che pone il dubbio sulla differenza tra giustizia legale e giustizia umana.
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EMPATICO
Ho letto questo libro dopo essermene persa l’uscita in veste cinematografica e leggendolo mi sono compiaciuta di aver perso il film, perché diversamente, forse non lo avrei scelto.
Il tema del razzismo, nelle sue svariate forme, è un argomento che mi interessa da lungo tempo. La sconfinata mediocrità e il condizionamento acquisito che lo hanno generato ieri e lo alimentano ancora oggi sono temi su cui non è facile scrivere. Occorre una equilibrata dose di semplicità, necessaria da un lato a non far diventare un libro qualcosa di troppo opprimente, sufficiente dall’altra a non far scivolare la storia nella superficialità.
Questa scrittrice usa la semplicità che serve e tanto umorismo, con un risultato molto piacevole.
La lettura scivola veloce e la scelta di suddividere la narrazione in capitoli singolarmente riferiti ai vari personaggi, se normalmente non è una scelta che mi attrae, in questo caso ha contribuito alla fluidità della narrazione.
I personaggi sono tratteggiati molto bene e l’empatia con queste donne, perché sostanzialmente di sole donne si parla in questo libro, è immediata.
Non credo lo si possa definire un capolavoro, non ci sono né l’intensità né la drammaticità o la profondità che solitamente vengono richiesti per poterlo essere, ma penso non fosse nello scopo della scrittrice quello di creare qualcosa di indimenticabile. Nonostante questo è una bella lettura, che come tutti i libri che a parer mio val la pena leggere, qualcosa ti lascia, fosse solo un po’ di evasione.
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La politica della guerra
Probabilmente sarò nelle ultime file di quanti hanno già letto questo romanzo e non credo potrò aggiungere nulla di non detto nelle precedenti recensioni.
Da studente la storia non mi ha mai affascinato e per sopperire a vergognose lacune, oggi le mie scelte ricadono volentieri su libri che, oltre a farmi distrarre dal quotidiano, riescono anche a raccontarmi un po’ di quel passato che, studiato con o senza passione, insegna tanto di ciò che siamo oggi.
E in questo libro la Storia ha la S maiuscola, è la storia che tutti dovrebbero conoscere, storia che nasce non per caso ma per politica. E va da sé che questo libro insegni anche come la politica, da tanti oggi snobbata per scelta , per stanchezza (e come non comprendere.....) o per semplice incoscienza, sia assolutamente parte attiva e decisiva della nostra condizione.
Non parliamo di un saggio ma di un romanzo e come tale racconta di cinque famiglie di diversa estrazione sociale e nazionalità che incrociano le loro vite nell’epoca pre e post prima guerra mondiale. Del romanzo ha quindi una trama complessa, di piacevole lettura, in cui si dipanano i temi classici. C’è emozione e c’è curiosità nel seguire i componenti di queste famiglie, nel leggere come si sviluppano le loro vite in conseguenza a ciò che i vertici politici hanno indirettamente deciso per loro.
Per contro posso dire che essendo davvero un libro molto lungo e impegnativo, mi ha lasciato sì la voglia di leggere il secondo della trilogia, ma senza l’urgenza che altri libri mi hanno trasmesso. Forse per la complessità dell'argomento, più probabilmente perchè questo libro ti fa sentire a volte un burattino.... e non per colpa di Follett si intende.
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Qualcosa di stonato....
Isabel Allende la scelgo sempre. E’ la mia mamma-oca preferita, quella che racconta le storie “più favolose”. Quindi non leggo nemmeno il risvolto di copertina prima di sceglierlo, lo so già che mi piacerà, ma stavolta non è andata precisamente così…
Il suo stile è unico e anche in questo libro rimane fedele a sé stesso, dipinge immagini e vita. E’ però una storia contemporanea e questo è il motivo principale per il quale non l’ho apprezzato come i precedenti. Nelle epoche in cui non ho vissuto trovo più fascino.
Viene raccontato il miracolo di vita di Maya, che riesce a sopravvivere alla droga, alle botte, all’indifferenza. E anche in questo caso, trovo più fascino nelle piaghe passate più che in quelle attuali, che mi spaventano perché non occorre immaginarle, le vedi.
Come tutti i romanzi della Allende, anche questo porta con sé rinascita, passione e coraggio. Porta con sé il Cile, le tradizioni, la magia, il ritmo. Donne determinate in modo strabiliante. Mi risulta difficile conciliare ad un mondo attuale e moderno, piagato dalle dipendenze, il mondo profondamente interiore e passionale che contraddistingue le scenografie della Allende.
Per questa ragione non concedo un voto pieno al romanzo e consiglio a chi deciderà di iniziare a leggere I.Allende di non scegliere questo come prima lettura.
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UNA STORIA CHE NON SI DIMENTICA
Quando lessi la trama di questo libro, mi incuriosì principalmente la protagonista. Non avevo mai letto nulla fino ad allora che dedicasse spazio ai pensieri e alle difficoltà di una bambina-donna affetta da nanismo. Ancora di più fui attratta da come la vita di Trudi poteva essere stata narrata in un'epoca tanto difficile e intollerante verso ogni diversità come lo è stata quella del nazismo nella stessa Germania.
Inizialmente la storia non riusciva a coinvolgermi perchè trovavo inverosimile che pensieri tanto complessi affollassero la mente di una bambina piccola, ma dopo alcuni capitoli la storia mi ha rapita.
Mi sono rimpicciolita anch'io con lei, i suoi segreti sono diventati miei e ne sono rimasta affascinata.
L'autrice ha descritto una parte storica delicata e terribile, annodandola alla vita di personaggi perseguitati e coraggiosi, in una Germania alla fame e alla disperazione.
Trudi e il padre sono una coppia di eroi, che mettono a rischio le loro vite per i loro amici, per il loro senso di appartenenza ad una comunità e soprattutto per il loro essere al di sopra della paura e sempre dalla parte del rimanere umani.
Ogni cittadino di Burgdorf seguirà il proprio destino, passando dentro o a fianco di quello di Trudi e di Leo.
E' stata una lettura appassionante, una di quelle che ti lascia qualcosa dentro.
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NESSUNA RISPOSTA
Presi in prestito questo libro cercando di trovare delle risposte. Mi chiedevo come fosse vissuta, soprattutto in questo periodo in cui purtroppo tanto se ne discute, una acciaieria, una fabbrica madre, da coloro che che vi spendono dentro e attorno le proprie vite.
In questo libro l'acciaieria è sempre presente, come paesaggio stesso e come creatrice di paesaggio. E' presente come scenografia in ogni scena, dalla più romantica alla meno piacevole, come se una volta nati lì, fosse per sempre...
La storia di Acciaio non mi ha conquistata, molto cruda, fredda e pur supponendo fosse nell'intenzione dell'autrice narrarla a questo modo, non mi ha coinvolta nè emozionata. Mi chiedo cosa ne abbiano pensato leggendola gli abitanti di Piombino, se a loro sia piaciuta.
E le mie risposte non le ho trovate, forse, diversamente, sono solamente cresciute.
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AFFASCINANTE...SINO A PAG 1020 CIRCA....
Ho letto diversi libri di S.King fino ai 20 anni, poi l'ho abbandonato per esplorare nuovi generi. E' stato piacevole ritrovare il suo stile e soprattutto la sua incontenibile e indescrivibile fantasia!!
Chi legge questo libro odierà Big Jim, si innamorerà di Barbie e forse inizierà a fare scorte alimentari.... Ci sono decine di personaggi in questo libro, in tre parole King è in grado di regalare al tuo cervello la tua visione delle persone, senza necessità di descriverli fisicamente.
Ti trasmette emozioni forti, è un libro che non stanca nonostante il numero di pagine, ti intriga, ti incuriosisce, ti fa chiedere cosa faresti tu se.....
Però poi arriva la fine della storia, una fine che personalmente ho vissuto come una nota stonata in un coro perfetto. Non mi ha convinto.... Ma amo King perdutamente.
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E' ACCADUTO DAVVERO...
...è accaduto nel sertao brasiliano, in una terra brulla e aspra, tra latifondi dai confini invisibili. Migliaia e miglialia di contadini, divisi dalle distanze e uniti nella miseria, incontrano un uomo e lo seguono. Costruiranno insieme la città di Canudos che diverrà luogo, tomba e simbolo. Come ribellione sociale verrà vista dal governo brasiliano e come tale diventerà guerra. Lui, l'uomo, vede nella Repubblica e quindi nella scissione tra Chiesa e Stato "la fine del mondo". Questo profeta non cerca la guerra, non cerca la distruzione, cerca di creare un luogo dove la Repubblica non possa entrare.
E' un romanzo pazzesco, splendido, intenso, indimenticabile.
Personaggi spesso grotteschi, sorprendenti, estremamente umani. Vengono rappresentate tutte le facce della miseria e ancora meglio tutte le facce della speranza. La speranza è il filo di tutto ciò che realmente a Canudos accadde.
Meraviglioso.
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IO SONO CINESE
Questo è il distintivo che Henry mette sul risvolto della giacca ogni giorno, il distintivo acquistato da suo padre, nazionalista cinese del Kuonmintang, partito che resterà al governo della Cina sino al ’49. Ma noi siamo a Seattle, negli Stati Uniti, è il 1942, il Giappone già invasore della Cina è un nemico comune. E paradossalmente questo è lo stesso distintivo che Henry vorrebbe cedere a Keiko per salvarla dal rastrellamento che porterà in quegli anni tutti gli immigrati giapponesi e i loro figli ad essere rinchiusi in campi costruiti per loro, considerati potenziali spie.
Questa è la loro storia, la storia di Henry quasi adolescente e la storia di Henry adulto. Un racconto d’amore in un’epoca di cui poco si racconta e si sa. Brevi capitoli che ne permettono una lettura comoda, con personaggi secondari ben descritti e assortiti. Ford entra nei dettagli senza farli troppo piccoli da insidiarne la fluidità. Gli spunti di riflessione sono molti, dalla diretta e pericolosa influenza del nazionalismo cinese nella vita familiare, alla complessità del rapporto padre-figlio, fino a ciò che a mio parere forse non può considerarsi come vero e proprio razzismo ma paura, paura della guerra.
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Lettura noiosa
E' il primo romanzo di S.A.Horby che leggo e non mi ha lasciato la voglia di leggerne un altro. L'ambiente siciliano è ben descritto, ma la storia che racconta non è ben sviluppata. Si intuisce in fretta la risposta alla domanda su cui dovrebbe svolgersi il romanzo, chi è la madre di Tito? Dato il risvolto psicologico che questa risposta dovrebbe avere sul protagonista, delude la superficialità con cui viene descritto. E' una scrittura veloce e fluida ma piuttosto noiosa.
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Memorie di una geisha
Spesso penso che vi siano luoghi e culture che possano essere considerati come altri mondi.... Questo romanzo è una porta aperta su una delle facce del Giappone al contempo più affascinanti e sconvolgenti. Che sia romanzo o realtà, in questo libro viene descritta una vita colma di dolore e doveri, solitudine e finzione. Un incredibile percorso senza scelta, dove l'amore sembra non trovare strada, fino a quando....
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Jasper Jones
Charlie è un ragazzo solitario, pronto all'autoironia e a subire una madre frustrata e un padre distante che non vuole deludere. Jasper è un ragazzo emarginato, vittima del pregiudizio di un paese intero, per la sua stazza, per la sua condizione sociale e per la sua indipendenza. Jasper se la cava da solo, Charlie vive le avventure sui libri. Mai Charlie avrebbe immaginato che Jasper Jones chiedesse aiuto proprio a lui.... Un'avventura, un mistero da risolvere, un'amicizia. E' il racconto di una calda estate degli anni sessanta, così intensa da cambiare la vita di Charlie e di Jasper. La vita, la morte e l'amore si intrecciano nello stile vivace e fluido di Silvey.
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