Opinione scritta da enricocaramuscio
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La lotta contro l'antica morale
In un Giappone ridotto alla miseria dalla cocente sconfitta subita nella Seconda Guerra Mondiale, seguiamo le tragiche vicende di una famiglia aristocratica alle prese con la decadenza dell'antica nobiltà. La società nipponica sta attraversando una profonda trasformazione, gli antichi valori si scontrano con un desiderio di modernità, "cambiamento" sembra essere la parola d'ordine per uscire dal buco nero generato dalla disfatta. Lo sa bene Kazuko, tornata nella casa dei genitori in seguito al divorzio che ha messo fine al suo matrimonio senza figli con Yamaki. Lo sa bene sua madre, ormai vedova e malata, che vede sfiorire di giorno in giorno la salute fisica, ma sembra l'unica ancora in grado, nonostante tutto, di mantenere viva quella sua naturale nobiltà, quell'innata essenza aristocratica che tanto la caratterizza. Le donne sono costrette a lasciare la loro lussuosa residenza di Tokio per trasferirsi in un'umile casetta di provincia, vivendo in simbiosi e arrancando economicamente, in attesa del ritorno di Naoji, il figlio scapestrato, non ancora rientrato dal fronte, sorta di alter ego dell'autore. Al suo ritorno il ragazzo si troverà, come spiegherà in una commovente e drammatica lettera di commiato alla sorella che rappresenta forse il miglior momento letterario dell'opera e ha una valenza fortemente autobiografica (Dazai morirà suicida poco dopo la pubblicazione), in una situazione di forte disagio verso il mondo, incapace di identificarsi con la sua classe sociale, ma anche, per quanti sforzi faccia, di avvicinarsi al popolo, cercando conforto nell'alcool, nelle droghe, nella totale dissolutezza. Tra una madre morente, un fratello che ha imboccato la strada senza ritorno dell'autodistruzione, Kazuko sfogherà il suo bisogno di vita, di amore e di rinascita sfidando la morale e umiliando se stessa, per buttarsi tra le braccia di un artista vizioso ed immorale. Il frutto del suo peccato sarà la spinta definitiva verso una nuova vita, il motivo di speranza che la spingerà ad andare avanti, a trasformare se stessa e uscire dal baratro in cui si ritrova, allo stesso modo in cui si trasforma la società giapponese per spingersi fuori dal buco nero in cui è stata risucchiata, entrambi disposti a qualsiasi sforzo pur di tenere vivo quel sole che sembra spegnersi ogni giorno di più. "Sono fiera di te e farò in modo che lo sia anche il bambino che nascerà. Un bastardo e sua madre. Eppure vivremo con lo splendore del sole lottando sempre e ancora contro l'antica morale. Anche tu però, ti scongiuro, continua a portare avanti la tua battaglia. La rivoluzione è ancora molto lontana. Esigerà ancora molte nobili vittime di valore. Nel mondo attuale le vittime sono la cosa più bella."
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Vellutata rinascita
Repubblica Ceca e Slovacchia, due paesi diversi per lingua, tradizioni, cultura, che dopo un tentativo mal riuscito di convivere all'interno della stessa nazione, la Cecoslovacchia, prendono coscienza delle proprie differenze e decidono di dare vita ad una separazione amara ma cosciente, dolorosa ma avvenuta con una tale delicatezza da passare alla storia come "Divorzio di velluto". "Anche l’idea della Cecoslovacchia era fallita. Bratislava era diventata la capitale di un paese che nessuno conosceva, Praga, la magica, lusinghevole e perfida aveva attirato le folle per essere dissanguata. Ciò che non era cambiato era la posizione dei due paesi, uno a fianco dell’altro. I loro figli non avrebbero smesso di intrecciarsi, di cercarsi, specchi di loro stessi, a volte innamorati, a volte indifferenti, ma intenzionati a guadagnarsi il proprio posto nel mondo. Forse doveva andare così." Katarina e Eugen, una bella coppia di innamorati che, travolti dalla passione e guidati dall'entusiasmo, decidono di bruciare le tappe per poi rendersi conto, tristemente ma con estrema consapevolezza, di essere divisi da divergenze tanto profonde quanto insanabili che non possono che portarli a separare le proprie strade, così come è successo per i loro paesi d'origine. "Era tutto molto veloce, ma quando si arriva a un bivio, la vita sceglie e Katarína sapeva che poteva solo seguirla. Le parole non dette, le attenzioni mancate sono quelle a far maturare le decisioni. Sembrano brusche, le scelte, ma solo perché arrivano addosso sul momento: una punta dell’iceberg che finalmente si vede." Un parallelismo, quello fra i due Stati e i due coniugi, che ci accompagna per tutta la lettura di questo breve ma intenso romanzo di Jana Karšaiová, seppur in maniera diversa. Se la questione geopolitica rimane infatti appena accennata, alleggiando come una cappa su tutto il racconto, senza tuttavia entrare in primo piano, la storia di Katarina e del suo divorzio, anch'esso in un certo senso "di velluto", è l'oggetto principale della narrazione. Conosciamo la protagonista quando il rapporto con Eugen è ormai compromesso e lei, da Praga, città dove vive e lavora e nido del suo amore sulla via del tramonto, si reca senza il marito nella città natale, Bratislava, per le festività. Il ritorno nella casa dei genitori, il rapporto burrascoso con la famiglia, il piacevole ricongiungimento con le sue amiche storiche, il particolare momento personale che sta vivendo, generano nella donna un'altalena di ricordi, riflessioni, bilanci e progetti che arrivano al lettore attraverso continui salti temporali tra il presente, l'infanzia, la giovinezza, ripercorrendo la sua intera esistenza e raccontando della nascita e della fine di un rapporto in cui aveva riposto moltissime speranze. Nonostante le origini e la lingua madre siano slovacche, l'autrice decide coraggiosamente di scrivere quest'opera nel suo idioma adottivo, imparato tra l'altro da autodidatta, cioè l'italiano. Ne deriva una prosa essenziale, priva di virtuosismi, che in alcuni momenti può sembrare anche fredda, asettica, ma in grado comunque di coinvolgere il lettore, forse proprio per questa sua capacità di andare dritta al punto, senza temporeggiare in giri di parole. Jana Karšaiova è brava ad intrecciare la storia principale con quelle degli altri personaggi e quella delle nazioni, mischiando il tutto armonicamente e consentendo una lettura scorrevole ma mai superficiale, affrontando il tema della vita con tutti i suoi alti e bassi, i successi e le sconfitte, gli entusiasmi e le paure, e lasciando presagire che ogni episodio, che sia infausto o felice, può rappresentare un nuovo inizio. Per Katarina sarà un viaggio in Italia, per passare il capodanno insieme all'amica Viera, che nel Bel Paese ha trovato la sua vera "Patria" (e qui potrebbe esserci qualcosa di autobiografico) a portarla ad una decisa presa di coscienza che sarà il punto di partenza per la sua vellutata rinascita. "Era l’alba quando aveva lasciato la casa di Eugen. Era sgattaiolata fuori dal letto mentre lui dormiva girato sul fianco come sempre. Si era vestita e aveva preso la borsa dal divano. Prima di andarsene, Katarína si era spruzzata il profumo nel buio dell’ingresso. Si era fermata per ascoltare i rumori della casa, il ronzio quasi impercettibile del frigo, il sussurro familiare dell’acqua nei termosifoni, le era sembrato di sentire lo scricchiolio del letto, forse Eugen si era girato. Aveva appoggiato sulla mensola le chiavi e chiuso delicatamente la porta di casa, era pronta."
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Una veste di estrema solitudine
Un corpo snello, membra adolescenziali, un viso forte, deciso, con una coppia di intensi occhi neri e un ciuffo di capelli del colore del miele. Una maniera inconfondibile di muoversi, e finalmente una voce che ha l'intensità di un bacio soffocato e l'emozione di una risata. Questo è l'amore secondo Leo, questa è la descrizione del momento in cui il protagonista vede per la prima volta Thomas e capisce subito, al primo sguardo, che non potrà mai più amare nessun altro che non sia Thomas. La passione travolge i due ragazzi, in una Parigi bohemian che sembra lo sfondo ideale per una storia d'amore tra giovani artisti assetati di vita, rampante scrittore italiano Leo, tedesco musicista di belle speranze Thomas. Viaggi, cene, interminabili serate alcoliche, caratterizzano la vita dei due, alle prese con il fuoco iniziale che accompagna la forza di un sentimento che, pur restando vivo e intenso con il passare del tempo, inizia a generare esigenze diverse per l'uno e per l'altro. Mentre Thomas dimostrerà un attaccamento quasi morboso nei confronti del compagno, un'esigenza viscerale di avere sempre al fianco quello che ritiene l'uomo della sua vita, Leo inizierà a manifestare un bisogno di indipendenza che rischierà di corrodere il loro rapporto. "... La piccola frase che si trovò a scrivere in una di queste lettere fu 'camere separate'. E spiegò a Thomas che avrebbe voluto, con lui, un rapporto di contiguità, di appartenenza ma non di possesso. Che preferiva restare solo, ma nello stesso tempo, pensava a lui come all'amante prediletto, al favorito di un fidanzamento perenne. Che non dovevano temere della loro solitudine, anzi viverla come il frutto più completo del loro amore perché, in fondo, pur nella separatezza, loro si appartenevano e continuavano ad amarsi. Che ogni anno avrebbero trascorso la primavera e l'estate insieme, viaggiando, e che ognuno, durante l'inverno, avrebbe lavorato ai propri progetti. Che era una scelta difficile, soprattutto diversa, ma che in cuor suo, Leo non si sentiva di fare altrimenti. Che, infine, a 'camere separate' lui sarebbe stato fedele fino alla morte". Sarà proprio la tragedia della morte, implacabile, ineluttabile, spietata, a mettere un punto sulla questione, ammantando ogni pagina di una veste di estrema solitudine. Intimo, malinconico, disilluso, questo libro dal carattere fortemente autobiografico di Pier Vittorio Tondelli racconta la vita attraverso la bellezza dell'amore, l'orrore della morte, il dolore del lutto, con una voce delicata, quasi sussurrata, come il racconto confidenziale che si fa ad un caro amico: il lettore. La prosa dolce, gradevole, accompagna finemente una storia intrisa di dolore e senso di colpa, sentimenti che dominano l'animo dell'amante sopravvissuto, che si rende conto di non poter più amare come fatto finora, di non poter più vivere una vita piena come lo è stata la sua prima del triste evento. Chiuso in se stesso, inizia un viaggio nella propria interiorità, mettendo in discussione il suo lavoro di letterato, il suo modo di essere, cercando un riavvicinamento alle proprie radici. L'aspetto introspettivo, predominante in quest'opera, è eccellente e questo può sembrare facile, visto che il protagonista è dichiaratamente un alter ego dell'autore, ma non è così scontato, perché non è mai facile mettere a nudo se stessi e i propri sentimenti con la maestria che qui dimostra Tondelli. Intensa e commovente, quest'opera appare come un vero e proprio testamento letterario, una struggente confessione che sa di commiato, una sorta di congedo dell'autore nei confronti dei suoi lettori, della vita (l'aids lo porterà via di lì a poco), da un mondo nel quale, probabilmente, non si è mai sentito veramente a suo agio. "Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione pubblica di un complesso di colpa, di un’angoscia che lui ha sentito forse fin dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice. E questo senso di colpa, per essere nato, per aver occupato un posto che non voleva, per l’infelicità di sua madre, per la rozzezza del suo paese si è dislocata in un mondo separato, quello della letteratura, permettendogli di sopravvivere, anche di gioire, ma sempre con la consapevolezza che mai la pienezza della vita, come comunemente la intendono gli altri, sarebbe stata sua. Il senso di una sottrazione primaria, probabilmente è questo che l’ha spinto al punto in cui è ora."
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Celebrare il dolore
"«Divorzio dalla famiglia» ci aveva detto nostro padre. Non aveva mai più aggiunto altro quindi, ancora oggi, tengo come valida la spiegazione." Un viaggio nel burrascoso mondo dei rapporti famigliari che non può che essere, nella sostanza, un viaggio all'interno di se stessi: è questo ciò che facciamo leggendo questo testo fortemente autobiografico di Ilaria Bernardini, scrittrice e sceneggiatrice di successo, quarantenne con un figlio adolescente, imitatrice "di personaggi di Bertolucci, di pugili e di sirene playmobil." Ilaria da qualche anno non ha più alcun rapporto con il padre, o meglio, il suo può essere considerato un rapporto unilaterale. La donna infatti cerca in tutti i modi di contattare il genitore: email, messaggi, foto, note vocali, tutto ciò che può essere utile ad avere un briciolo di contatto con l'uomo che le ha dato la vita resta disatteso, senza risposta, cade in quella crepa profonda che si è venuta a creare tra i due. Ma perché è successo questo? Per spiegarne i motivi Ilaria dovrebbe prima conoscerli, e per conoscerli non c'è altra via che andare a scavare in tutto ciò che è stata la loro vita insieme, prima che Achille, questo il nome del padre latitante, prendesse la decisione di tagliarla fuori dalla sua esistenza. "Abbiamo la stessa età, non abbiamo nessuna età. Siamo bambino e bambina, fratello e sorella, molto più che padre e figlia. E in questo sguardo orizzontale, in questo dolore che ha una radice molto più antica di me e di noi, sta tutta la nostra unione e tutto il nostro amore." La scrittura diventa quindi il mezzo per sciogliere i nodi di un rapporto fatto di passioni comuni, liti furibonde, momenti di grande tenerezza e altri di assoluta indifferenza. La pagina resta l'unico spazio su cui Ilaria può continuare ad incontrare l'uomo attraverso ricordi più o meno reali, dialoghi immaginari, evocazioni di racconti. Finché non trova un nuovo terreno di speranza, un luogo fisico ma anche fortemente simbolico su cui proporre al genitore di incontrarsi, o meglio scontrarsi: il ring. "Ciao papà! Ho trovato i guantoni che chissà come mai mi avevi regalato a sedici anni e chissà come mai ho sempre tenuto, casa dopo casa. Non li ho mai usati ma da qualche mese mi alleno a boxe. Ti va un incontro sul ring, il 22 settembre a Milano? Sono ancora una totale schiappa ma spero di migliorare. Baci, Ilaria." La comune passione per il pugilato diventa il pretesto per un faccia a faccia, ma Achille non risponde, non si sa neanche se abbia letto le parole della figlia e, se si, se le abbia prese sul serio o snobbate con fredda indifferenza. Il dubbio non impedisce comunque alla donna di concentrarsi sulla sfida, allenarsi con costanza, preparare l'evento nei minimi particolari, ring, kimono, volantini, perfino i venditori di supplì a bordo ring. Nel frattempo la vita scorre, ci sono la pandemia e il lockdown, le sceneggiature da scrivere, un figlio adolescente con cui instaurare un rapporto che non li porti sulla stessa strada dove sono finiti lei e suo padre, l'incontro con il suo idolo Bernardo Bertolucci. Soprattutto, c'è la costante, incessante ricerca dei perché, delle ragioni, dell'origine di un distacco che più dura nel tempo più sembra definitivo, di una "assenza che è potentissima presenza". Salirà, Achille, su quel ring? Riuscirà, Ilaria, a mettere all'angolo il suo inafferrabile avversario? "Il dolore non esiste" recita il titolo di questo libro in cui, con grande autoironia e senza alcuna autocommiserazione, l'autrice si mette a nudo, scopre se stessa e (cosa che i congiunti, a quanto pare, gradiscono ben poco) la sua famiglia. "Il dolore non esiste" le ha insegnato Chillino quando, per giocare, mordeva e pizzicava lei e le sue sorelle e insieme ridevano come matti. Una frase che ritorna spesso, un mantra che non serve a non sentire un dolore che invece esiste eccome, che fa parte di qualsiasi esistenza umana, senza il quale probabilmente non ci sarebbe vita, ma ad affrontarlo con la forza necessaria, con la dovuta consapevolezza, a celebrarlo come qualcosa di indissolubile da noi stessi, anche quando fa male. "Rileggo tutte le mail in cui gli chiedo: “Perché non ci sei?”. Studio le sue risposte laconiche. Quelle in cui mi scrive che non c’è non solo per me ma per nessuno, e mi parla degli arcobaleni che io vorrei vedesse anche se è cieco. Ne trovo una in cui gli invio una nota audio con la voce di mio figlio che canta una canzone sul suo numero preferito, l’otto. Mio padre non risponde. Ne trovo una in cui mi spiega cheda quando ha un anno non si è mai sentito connesso agli umani. E che a me, come a tutti gli altri, è legato da una profonda estraneità. “Sono estraneo anche alle persone particolarmente vicine, alla come-si-chiama famiglia .” Il suo silenzio non è rancore o offesa, spiega. “La vicinanza è una casualità, anche se ogni estraneità è unica. Noi tutti siamo stati fortunati perché ci siamo trovati sostanzialmente simpatici. Ma è così forte la luce, il lampo, il fulmine dell’estraneità che quando arriva acceca. Mi passerà quindi di certo questo bagliore” assicura, “è sempre stato così, è questo il mio modo di respirare.”
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La guerra nella testa
Un uomo disteso, con l'orecchio e la bocca appiccicati al terreno con il sangue, un braccio che cerca a tastoni il compagno morto, l'altro braccio che sembra sparito ma che torna a rivelarsi attraverso un dolore lancinante. Una fame e una sete indescrivibili, la pioggia che sferza il corpo agonizzante, fermo lì da un tempo difficile da calcolare, con i testa rumori di guerra che non se ne andranno mai più. Tutto intorno orrore, distruzione e l'atroce fetore della morte. Ferdinand, unico superstite del massacro, si alza con immensa fatica e inizia a camminare, consapevole del fatto di essersi ormai "beccato la guerra nella testa", che la guerra gli resterà per sempre "chiusa nella testa", ma determinato a restare il più possibile attaccato alla vita, quella vita "enorme" in cui "ti ci perdi dappertutto". È questa la scena iniziale descritta da Céline nel manoscritto in questione, recentemente recuperato e dato alle stampe a sessant'anni dalla morte dello scrittore. Pagine stese in tutta fretta e che sembra non abbiano mai visto una seconda rilettura, una seppur superficiale revisione, con pezzi addirittura illeggibili, ma non per questo (o proprio grazie a questo) meno significative, impattanti, "céliniane". Pagine che parlano della mostruosità della guerra e delle ripercussioni che questa può avere sul corpo e sullo spirito di chi ne prende parte, ma più in generale del marciume che può emergere dall'esistenza umana e dai terribili recessi dell'animo. L'autore sembra urlarle con l'urgenza di chi vuole rendere il mondo partecipe del lerciume che gli è rimasto dentro e non bada ad alcuna forma, censura, edulcorazione nel farlo. I temi sono quelli a lui cari, che ricorrono anche nei suoi romanzi più famosi, così come tipici della sua scrittura sono lo stile scurrile e volutamente sgrammaticato, l'erotismo esplicito e aspro, la violenza delle azioni e dei pensieri, l'alternanza tra tragedia e comicità. La storia ha poi dei forti connotati autobiografici, perché Céline ha realmente vissuto l'esperienza del ferimento in battaglia e ne ha portato con sé le conseguenze per tutta l'esistenza. Sfinito, ferito, dolorante, Ferdinand si mette in cammino verso l'agognata salvezza, ritrovandosi poi in un letto d'ospedale dove inizia una lunga e rocambolesca convalescenza che lo vedrà ricevere una medaglia al valore, scontrarsi con medici vogliosi di fare esperienza sulla pelle altrui, diventare il pupillo di infermiere ninfomani, avere a che fare con compagni laidi, grotteschi, truci, tra cui spicca il bieco Bébert/Cascade (il personaggio cambia nome durante la narrazione), divenuto subito "compagno di merende" del protagonista. L'uomo si rivelerà ben presto nella sua essenza, un pappone violento e uno sfacciato imbroglione, pagando con la vita le sue malefatte ma lasciando al compare, oltre al vuoto per l'amicizia perduta, il legame con la moglie e prostituta Angèle, grazie alla quale, sempre per vie moralmente e legalmente discutibili, il nostro Ferdinand sembrerà trovare, alla fine del manoscritto, un lasciapassare verso l'Inghilterra e verso un difficile, quasi irrealizzabile, riscatto. "I due moli sono diventati minuscoli sopra ai cavalloni spumanti, strizzati contro il loro piccolo faro. Dietro, la città si è rattrappita. Poi si è sciolta nel mare. E tutto è precipitato nello scenario delle nuvole e l’enorme spalla del largo. Era finita quella porcheria, aveva sparso tutto il suo letamaio di paesaggio la terra di Francia, sotterrato i suoi milioni di assassini purulenti, i suoi boschetti, le sue carogne, le sue città multicacatoi e i suoi infiniti fili di calabroni miriamerde. Non c’era più, il mare aveva preso tutto, ricoperto tutto. Viva il mare! Non vomitavo manco più. Non ci riuscivo più. Dentro di me avevo tutte le vertigini di una nave. La guerra mi aveva dato un mare pure a me, solo per me, un mare rombante, rumoreggiante assai dentro la testa. Viva la guerra!"
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Rilettura del mito
"Nacqui quando ancora non esisteva nome per ciò che ero. Mi chiamarono ninfa, presumendo che sarei stata come mia madre, le zie e le migliaia di cugine. Ultime fra le dee minori, i nostri poteri erano così modesti da garantirci a malapena l’immortalità. Parlavamo ai pesci e coltivavamo fiori, distillavamo la pioggia dalle nubi e il sale dalle onde. Quella parola, ninfa, misurava l’estensione e l’ampiezza del nostro futuro. Nella nostra lingua significa non solo dea, ma sposa." Avvalendosi di uno stile di scrittura semplice ma al tempo stesso elegante e dimostrando grande conoscenza del mito greco, Madeline Miller propone al lettore un approccio alla mitologia leggero e coinvolgente, ma non certo per questo superficiale. Anzi, l'autrice si addentra nella personalità complessa e misteriosa della temuta maga Circe, scavando fino a tirare fuori una figura della protagonista ben diversa da quella conosciuta e vista per lo più in maniera negativa, la strega subdola che seduce il grande eroe e ne trasforma i compagni in maiali. Qui si entra nella natura della ninfa immortale seguendone la crescita, lo sviluppo, la maturazione, fin dalla più tenera età, quando conosce ben presto le umiliazioni, le angherie, l'emarginazione. Circe è una dea, ma il suo aspetto è ben diverso da quello dei suoi simili, manca di quello sfolgorio tipico delle divinità, la sua voce appare ridicola rispetto a quella degli altri titani, i suoi modi pacati contrastano con l'irruenza, la tracotanza, la malizia di chi la circonda. Circe vive la sua natura divina come un pesce fuor d'acqua e Madeline Miller mette a nudo tutti i suoi tormenti, facendo sì che per il lettore sia facile entrare in empatia con un animo più simile a quello dei mortali che a quello degli dei. I maldestri tentativi della protagonista di uscire dal vicolo cieco in cui si è infilata la sua esistenza non faranno altro che metterla in guai ancora peggiori, fino a costringerla ad un esilio punitivo su Eea, un'isola sperduta e disabitata. Tuttavia sarà proprio da qui che nascerà il suo riscatto. Circe saprà trasformare la punizione in opportunità, creandosi un'esistenza atipica per gli esseri della sua natura, fatta di lavoro, solitudine, applicazione, riuscendo a perfezionare le sue arti magiche fino a raggiungere poteri insperati. Il suo isolamento, poi, non sarà totale, a partire dalla tresca che nascerà con Ermes, messaggero degli dei, proseguendo con le diverse visite che riceverà sulla sua isola, che riuscirà anche a lasciare per brevi periodi, vivendo rocambolesche avventure e incrociando la sua vita con quella di altri personaggi mitologici quali il Minotauro, Dedalo, Arianna, Medea, fino all'incontro che cambierà per sempre la sua vita: quello con Odisseo. "Odisseo, figlio di Laerte, il grande viaggiatore, principe dell’inganno e dell’astuzia e dei mille espedienti. Mi aveva mostrato le sue cicatrici, e in cambio mi aveva permesso di fingere che io non ne avessi alcuna. Salì a bordo della sua nave, e quando si voltò a guardarmi, io non c’ero più." L'eroe omerico sbarca ad Eea sfinito dalle mille peripezie vissute, ma sempre scaltro e manipolatore. Tuttavia si troverà davanti una dea ormai matura, disingannata e altrettanto intelligente. La passione sarà inevitabile e si porterà dietro strascichi inaspettati che, complice la grande Atena, finiranno per rimescolare le carte e condurre il lettore ad un epilogo sorprendente. Una rilettura del mito all'insegna dell'introspezione, che dà risalto ad una figura femminile finora relegata ad un ruolo marginale, in un racconto coinvolgente e ben strutturato, ricco di pathos, abbellito da fini descrizioni e piacevolmente scorrevole, capace di discostarsi dalla tradizione senza eccedere in smodate licenze poetiche. "Lassù le costellazioni ruotano e tramontano. La mia natura divina sfolgora in me come gli ultimi raggi di sole prima di tuffarsi nel mare. Un tempo pensavo che gli dèi fossero opposti alla morte, ma adesso vedo che sono più morti che altro, poiché sono immutabili, e non possono trattenere nulla nelle mani. Per tutta la vita mi sono spinta avanti, e adesso eccomi qui. Di un mortale ho la voce, che io abbia tutto il resto. Sollevo alle labbra la ciotola piena fino all’orlo e bevo."
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Non si dimentica né si perdona
"Dodici mesi fa sono tornato in Cile, dopo quattordici anni di esilio. Ho voluto vivere gli ultimi giorni ufficiali di una dittatura troppo crudele per essere cancellata da una semplice cerimonia civica, nonché gli inizi del ritorno a una democrazia frutto più della disperazione che dello slancio con cui, appena ieri, è stato abbattuto il tiranno. Una democrazia che nasce stanca e per gentile concessione, sotto sorveglianza e vincolata da un patto mostruoso: costruire l’eufemismo che salvi la faccia a uno Stato di delinquenti, che ammetta pubblicamente l’esistenza dei crimini commessi ma non riveli i nomi dei criminali." È il marzo del 1991 quando Luis Sepùlveda ritorna in Germania dopo aver finalmente riabbracciato la sua patria, il Cile, per scrivere questo memoriale fatto di frammenti di storie in bilico tra passato, presente e futuro. Parte tutto da una foto, scattata otto anni prima ad un gruppo di ragazzini di "La Victoria", uno dei quartieri più poveri di Santiago. L'autore vede il ritratto a casa della persona che lo ha scattato, Anna Petersen, e capisce subito che non sarebbe più riuscito a dimenticare quei volti, la loro dolcezza, la profonda purezza che non faceva pensare che fossero lì, in uno dei luoghi maggiormente tormentati dalla repressione della dittatura e dalla miseria. La domanda terribile, spietata, disillusa, nasce subito nell'animo di Sepùlveda: quanto tempo ci avrebbero messo quei dolci ragazzini a perderla? Finito il suo esilio, parte allora con l'amica Anna per cercarli, scoprire cosa è stato di loro e scattare una nuova foto. Scopriranno che negli anni trascorsi quei bambini, così puri e dolci nella fotografia, hanno innalzato barricate, incendiato pneumatici, lanciato molotov, sfidato le pallottole, respinto lacrimogeni. Tutto questo senza sentire paura, perché la paura la sente solo chi non vuole morire, mentre loro non hanno più voglia di vivere. Provano più paura per i sogni, perché i sogni sono solo bugie e per questo fanno rabbia, i pochi che riescono a fare sono utopie, come fuggire in Australia o diventare famosi come Maradona, correndo dietro un pallone con una maglietta straniera addosso. Dopo il racconto arriva il momento della foto, ma sarà una foto incompleta, un ritratto di gruppo con assenza come dice il titolo, perché non tutti saranno sopravvissuti alla triste realtà intorno. È questo l'episodio iniziale da cui scaturiscono gli altri spezzoni che compongono questo mosaico di storie, un collage in cui si mischiano ricordi piacevoli e altri drammatici, in cui si passa dall'entusiasmo della rinascita alla consapevolezza di non essere pienamente liberi di costruirsi il futuro sognato, dove si alternano la felicità per una libertà finalmente ritrovata e la rabbia e il disgusto per come, invece di ripulire a fondo la società cilena, si faccia finta che il passato non sia esistito, nascondendo la polvere sotto il tappeto. Racconti che parlano di abbracci e cicatrici, di fame e di grandi grigliate, di orgoglio e di vergogna, senza però mai cadere nella tristezza, sempre con grande ironia e buttando un occhio anche all'ecologia, alla letteratura, alla politica estera. Ma l'umorismo dell'autore non riesce ad impedire che quel senso di assenza, nato con la foto incompleta dei ragazzini, aleggi per tutta la lettura, che il peso di 17 anni di sanguinosa dittatura gravi su ogni pagina, che nella mente di chi legge, come in quella di ha scritto questa breve ma toccante opera, risuoni il motto: "non si dimentica né si perdona".
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Amore e morte nella Ungargasse
Una città, Vienna, che si porta ancora dietro le scorie della Seconda Guerra Mondiale; una strada, la Ungargasse, che non si può certo definire bella, ma che con il suo magnetismo rappresenta, da sola, una sorta di paese a se stante; una donna, l'io narrante, di cui non conosciamo il nome, ma soltanto la città di nascita, Klagenfurt, il colore dei capelli, biondi, quello degli occhi, scuri; un triangolo amoroso che sa di tragedia già dalle prime pagine. Malina è l'uomo che vive con la protagonista, la loro relazione "è consistita per anni in incontri imbarazzanti, in grossissimi malintesi e in alcune sciocche fantasticherie – cioè, voglio dire, in malintesi molto più grandi che con altre persone. D’altra parte fin da principio stavo al di sotto di lui, e devo essermi resa conto presto che lui doveva diventarmi fatale, che il posto di Malina era già occupato da Malina prima che lui entrasse nella mia vita. Mi è stato risparmiato soltanto, o io me lo sono risparmiato, di incontrarmi con lui troppo presto." Ivan è l'uomo di cui la donna è innamorata, quello per il quale "tutto ciò che è per me accessibile, il telefono, il ricevitore e il filo, il pane e il burro e le aringhe affumicate, che conservo per lunedì sera, perché piacciono tanto a Ivan, o l’Extrawurst, che piace tanto a me, tutto è della marca Ivan, della casa Ivan. Anche la macchina da scrivere e l’aspirapolvere, che prima facevano un rumore insopportabile, devono essere state comperate e mitigate da questa ditta buona e potente, gli sportelli delle macchine non sbattono più con fragore sotto le mie finestre, e anche la natura deve essere finita tutt’a un tratto sotto la sorveglianza di Ivan, perché al mattino gli uccelli cantano più piano e permettono un secondo sonnellino." Il tempo è il presente, o meglio l'oggi, quell'oggi che "è una parola che solo i suicidi dovrebbero usare, per tutti gli altri non ha assolutamente alcun senso, ‘oggi’ è soltanto la designazione di un giorno qualsiasi per loro, di oggi precisamente, per loro è evidente che debbono lavorare ancora una volta otto ore, oppure sono liberi, faranno commissioni, compreranno qualcosa, leggeranno un giornale del mattino e uno della sera, prenderanno un caffè, avranno dimenticato qualcosa, hanno un appuntamento, devono telefonare a qualcuno, un giorno quindi in cui deve succedere qualcosa oppure, meglio ancora, non succede gran che." Tre protagonisti, come tre sono le parti in cui è diviso il romanzo e, potremmo semplificare, ogni parte sembra dedicata ad uno di loro. La prima, la più leggera ad un primo sguardo, è incentrata sulla storia d'amore con l'ungherese Ivan, una vera ossessione in cui la narratrice sembra annullarsi, incapace di potersi dedicare ad altro. Eppure appare una relazione vuota, inconsistente, priva di dialogo, fatta di telefonate sterili, incontri senza pathos, dialoghi inconsistenti. La seconda consiste in una lunga e vertiginosa serie di incubi consecutivi, una sorta di febbrile delirio in cui precipita la donna, che svelano un passato di violenze domestiche e abusi da parte del padre, intervallati da brevi risvegli, attimi di lucidità (ma sarà così) in cui intervenire in suo soccorso Malina. La terza, la più potente, è la parte in cui Ivan si defila, la passione scema fino a dissolversi, Malina prende in mano la situazione imponendosi sugli altri protagonisti, fino a portare la storia verso un tragico e simbolico epilogo. È qui che la storia si svela e tira fuori il suo significato. Se appare chiaro si dalle prime battute che si ha a che fare con una mente disturbata, l'insania si fa sempre più lampante e pericolosa, rivelando uno sdoppiamento della personalità che rimette tutto in discussione e costringe il lettore a chiedersi se i personaggi siano tutti reali o meno, e se no, quale di loro sia vero e quale frutto della malattia. Per raccontare tutto ciò, Ingeborg Bachmann si avvale di una prosa che spazia dall'essenziale al ricercato, dal concreto all'onirico, avvalendosi di metafore e simbolismi che riguardano principalmente la condizione della donna, schiacciata da un mondo dominato dall'uomo, e dell'Austria, ancora intontita dalle scorie della recente guerra e della dittatura nazista, lasciando intendere la possibilità di leggere su più piani narrativi quest'opera che, partita come una classica storia d'amore, finirà per rivelarsi, invece, una storia di morte. "Malina beve ancora il suo caffè. Si sente qualcuno che chiama dall’altra finestra sul cortile. Sono andata vicino alla parete, entro nella parete, trattengo il respiro. Avrei dovuto scrivere su un foglio: Non è stato Malina. Ma la parete si apre, sono nella parete, e Malina può solo vedere la crepa che abbiamo già visto da un pezzo. Penserà che sono uscita dalla stanza."
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Splendido e doloroso
Non possiamo definirlo un vero e proprio romanzo, non possiamo considerarlo una biografia a tutti gli effetti, non è certamente ciò che si può chiamare saggio. Che cos'è allora questo libro di Paolo Nori? Forse la vera domanda da porre, però, è questa: dobbiamo necessariamente trovare una definizione per questa bellissima opera? Perché racchiudere in un unico sostantivo pagine che parlano di amore per la poesia, per la letteratura, per la cultura in generale? Pagine che parlano di storia e di attualità, che alternano il racconto della vita straordinaria di una donna e artista altrettanto straordinaria al racconto della vita e delle esperienze dello stesso autore. Pagine che trasudano un'infatuazione viscerale per una terra, una cultura, una lingua meravigliosa come quella russa, e che spiegano come questa passione si scontri con tutto ciò che, nell'opinione pubblica, nella politica, nella vita di tutti i giorni, essa comporta da quando è scoppiata la guerra tutt'ora in corso tra Russia e Ucraina. La protagonista è una figura affascinante come quella di Anna Achmatova.
"Prima di primavera c’è dei giorni
Che alita già sotto la neve il prato,
Che sussurrano i rami disadorni,
E c’è un vento tenero ed alato.
Il tuo corpo si muove senza pena,
La tua casa non ti par più quella,
Tu ricanti una vecchia cantilena,
E ti sembra ancora tanto bella."
Anna non era bellissima, era meglio, anche in mezzo a donne stupende la sua figura spiccava tra le altre per espressività, spiritualità, magnetismo. Anna non era una semplice poetessa (o poeta come preferiva essere definita), era uno dei più grandi poeti di tutti i tempi. La vita di Anna merita di essere raccontata non soltanto per la sua grandezza come artista, ma perché sarebbe stata una vita memorabile anche, come dice Nori, "se avesse fatto l'ingegnere navale". La giovane fa capire subito di che pasta è fatta quando decide di cambiare cognome (è nata Gorenko) sfidando il padre che le aveva proibito di mischiare il proprio con attività dubbie e discutibili come la poesia, definendole "faccende disonorevoli". Uno spirito battagliero, indipendente, orgoglioso, che si porterà dietro per tutta la vita e che la aiuterà ad affrontare un'esistenza da artista invisa al regime nell'Unione Sovietica guidata da Stalin. L'espulsione dell'Unione degli scrittori, l'isolamento, la privazione della tessera alimentare, le critiche dei colleghi, la riabilitazione, la ricaduta, la censura. Per poter continuare la sua arte, racconta l'amica Lidija ?ukovskaja "quando veniva a trovarmi, mi recitava versi di Requiem in un sussurro, ma a casa sua, alla casa sulla Fontanka, non si risolveva neppure a sussurrare; d’un tratto, nel bel mezzo del discorso, si interrompeva e, indicandomi con gli occhi il soffitto e le pareti, prendeva un pezzetto di carta e una matita; poi diceva ad alta voce qualcosa di molto frivolo: “Volete del tè?”, oppure: “Come siete abbronzata!”, scriveva velocemente fino a riempire il foglietto e me lo porgeva. Io leggevo i versi e, quando li avevo impressi nella memoria, glieli restituivo in silenzio. “L’autunno è venuto così presto” diceva Anna Andreevna ad alta voce e, acceso un fiammifero, bruciava il foglietto in un posacenere. Era un rito: le mani, il fiammifero, il posacenere – un rito splendido e doloroso". Anche la sua vita privata è stata movimentata e ricca di tormenti, tra relazioni travagliate, separazioni, tradimenti, un marito (il poeta Nikolaj Gumilëv) prima arrestato, poi fucilato, un figlio, Lev, con cui non è mai stata in grado di entrare in empatia, per il quale ha dovuto soffrire le pene della detenzione e le paure della guerra. E poi amicizie importanti e prestigiose, come quella con Modigliani (in realtà ben più di un'amicizia) o con l'immenso Bulgakov, per la cui morte ha scritto questi struggenti versi:
"Ecco, invece di rose sulla tomba,
Invece di turiboli d’incenso, io do questo, a te
Che hai vissuto in un modo così serio,
E che hai guardato il mondo, fino in fondo,
con un
Magnifico disprezzo.
Bevevi, sapevi scherzare solo tu,come
scherzavi tu,
E soffocavi, tra pareti soffocanti,
E hai lasciato entrare l’ospite terribile,
E sei rimasto lì, con lei, a guardarla in faccia.
E non ci sei più,
E nessuno intorno dice niente,
Di questa vita orribile e meravigliosa.
Che la mia voce, almeno, come un flauto,
Suoni al tuo muto banchetto funebre."
C'è tutto ciò in questo libro, ma c'è anche molto di più. C'è un autore che, parlando di Anna Achmatova, parla anche di se stesso, della scintilla che ha acceso la sua passione per la letteratura, degli studi, dei viaggi, della famiglia, della passione per il calcio, dell'infatuazione per un paese terribile e straordinario come la Russia, delle soddisfazioni che questa gli ha dato ma anche di tutti i problemi che, a causa sua, è costretto ad affrontare da quando è iniziato il conflitto "tra fratelli e sorelle". In più citazioni, riferimenti, consigli letterari, una forte dose di confidenziale simpatia, uniti ad una sapiente scrittura, rendono piacevole, interessante, vivo un volume di difficile catalogazione ma di ottimo impatto per il lettore, che non potrà fare a meno di procurarsi le opere di questa grande figura del novecento che, con le sue poesie, ci voleva avvertire che avrebbe vissuto per l'ultima volta.
"«In America» dice «mi hanno detto che lei è molto conosciuta, ho letto alcune delle sue cose e ho capito che lei è l’unica che mi può rispondere: cos’è l’anima russa?» L’Achmatova, con gentilezza ma con decisione, cambia argomento. Il professore fa un’altra volta la sua domanda. Lei cambia ancora argomento. Lui rifà la domanda. Lei cambia argomento. Lui si arrabbia e lo chiede a Najman, se sa cos’è l’anima russa. «Non lo sappiamo, cos’è l’anima russa!» dice l’Achmatova, che si è arrabbiata anche lei. «Dostoevskij lo sapeva!» grida il professore americano. «Dostoevskij sapeva molte cose» dice l’Achmatova, «ma non tutto. Per esempio pensava che, se uccidi una persona, diventi Raskol’nikov. Ma noi adesso sappiamo che puoi ucciderne cinquanta, cento, e la sera andare a teatro beato e tranquillo.»"
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Fine asprezza
Una donna che, dopo una vita dedicata alla famiglia, si ritira in mezzo alla natura per godere in solitudine degli anni di riposo che le sono rimasti; una nipote giunta all'improvviso a dare un tocco di vitalità a quest'eremo; un'amica che è stata quasi una sorella e che dopo tanti anni ricompare reclamando, ormai in tarda età, quel legame che è stato così forte tanti anni addietro. Sullo sfondo l'Himalaya, tutto intorno un'atmosfera che sa d'altri tempi. Con ingredienti di questo tipo, è più che lecito aspettarsi, ad un primo impatto, un bel romanzo al femminile, tutto buoni sentimenti, legami familiari, senso dell'amicizia, immerso nella natura e nelle tradizioni indiane. Niente di tutto ciò, tuttavia, appartiene a questo breve romanzo di Anita Desai. A partire dall'ambientazione, un desolato pendio divorato dagli incendi e invaso da ogni tipo di rifiuto, liquame chimico, carcassa di animale, infestato da fastidiosi insetti e da famelici sciacalli. Per passare poi ai personaggi, Nanda Kaul, la protagonista principale, chiusasi in se stessa, isolatasi dal mondo, che vede nell'arrivo della piccola pronipote Raka nient'altro che fastidio e nelle telefonate e nelle visite della vecchia amica Ila Das soltanto scocciature. La stessa ragazzina appare scontrosa, isolata, silenziosa, capace di sentirsi a suo agio soltanto durante le sue scorribande solitarie in mezzo alla natura. Ila Das, che nasconde dietro un ostentato spirito battagliero e una decaduta nobiltà le ferite di una vita di stenti, sofferenza, fallimento. Solo un senso di profonda solitudine accomuna le tre donne, un sentimento quasi viscerale, innato, che soltanto chi è capace di sentirsi solo anche in mezzo agli altri può comprendere appieno. La tragedia è dietro l'angolo, sembra poter spuntare all'improvviso ogni volta che si gira pagina. Eppure, anche se nel complesso può essere definito aspro, duro, il romanzo risulta molto interessante, a tratti anche avvincente, caratterizzato da uno stile di scrittura asciutto ma al tempo stesso fine, da un'ottima caratterizzazione dei personaggi, da una profonda capacità di esplorazione dell'animo umano. A farla da padrone è un forte senso di malinconia che sembra incombere sulla condizione umana, così come incombe, insidioso, spietato, potenzialmente mortale, il pericolo del fuoco sulla montagna.
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Non si incatenano le emozioni
In un futuro non meglio precisato, l'umanità è soggiogata allo Stato Unico guidato da un unico leader, Il Benefattore, rieletto di anno in anno con agghiacciante unanimità. Questo governo rinchiude i suoi sudditi in una bolla di vetro, da intendersi non solo in senso figurato, quale garanzia di un discutibile benessere generale, ma addirittura in senso letterale, trovandosi questa società futuristica inglobata in una vera e propria campana trasparente attraverso la quale appare un cielo sempre sereno, che divide gli uomini da tutto ciò che di selvaggio e animale è rimasto sul pianeta. Una società che ha abolito qualsiasi forma di individualità, tarpato le ali ad ogni sprazzo di fantasia, troncato sul nascere qualsivoglia sentimento. È la matematica, fredda, prevedibile, affidabile, a regolare l'organizzazione e a scandire di ora in ora la vita di ogni singolo componente. Perfino i nomi sono stati soppiantati da cifre alfanumeriche, una consonante e un numero dispari per gli uomini, una vocale e un numero pari per le donne. L'io è stato sostituito dal noi che dà il titolo al libro, il sesso è regolato tramite preventive prenotazioni, la procreazione pianificata dal potere, la privacy abolita da muri di vetro, l'alimentazione legata a cibi derivati dal petrolio di cui viene perfino calcolata la masticazione. In questo contesto seguiamo la vita dell'io narrante, D-503, ingranaggio perfetto dello Stato Unico, servo devoto delle sue regole matematiche, fedele seguace del Benefattore. Il protagonista non si limita ad essere un suddito eccellente, ma addirittura partecipa all'evoluzione di questo sistema e, in un certo senso, alla sua espansione, essendo, in qualità di ingegnere, a capo del progetto dell'Integrale, una navicella che ha lo scopo di andare in giro per lo spazio a divulgare il verbo aritmetico della sua società perfetta. Dall'alto del suo essere stato allevato dallo Stato Unico e dall'aver quindi raggiunto le vette più alte accessibili all'uomo, il narratore si rivolge a noi poveri lettori ignoti come se fossimo dei bambini, raccontando di come ad un certo punto della sua esistenza sia entrata un'incognita imprevista, indecifrabile, ineluttabile, capace di scalfire la sua fede cieca, di minare le sue incrollabili convinzioni, di portarlo a dover ricalcolare le sue priorità: l'amore. Sarà infatti l'affascinante ed enigmatica I-330 a far esplodere la sua bolla dorata, trascinandolo in un vortice di passione, dissobbedienza, sovversione. D-503 passerà dal pensare "È chiaro. L'unico mezzo per liberare l'uomo dalle azioni criminali è liberarlo dalla libertà" a rendersi conto che "Era incredibilmente strano, inebriante: mi sentivo al di sopra di tutti, io ero un io, qualcosa di separato, un mondo, avevo smesso di essere un addendo, come sempre, per diventare un'unità a se stante. " Antesignano del genere distopico, "Noi" di Evgénij Zamjàtin apre le porte ad un indovinato filone novecentesco che vedrà nei vari Orwell, Bradbury, Huxley i più famosi e fortunati seguaci. L'autore russo ha il merito non solo di esserne il capostipite, ma di averne elaborato il concetto prima ancora che si affermassero i grandi totalitarismi del ventesimo secolo, cui sono facilmente riconducibili le opere dei suoi successori e a cui, se non guardassimo la data di pubblicazione, sarebbe facile legare anche questa. L'incubo generato dalla visionarietà di Zamjàtin invece non è legato a particolari eventi storici, ideologie, correnti, ma ad un inquietante pensiero: cosa sarebbe dell'uomo se si lasciasse guidare soltanto dalla logica? Che società verrebbe fuori se alla sua base ci fosse solo il mero calcolo matematico? A cosa porterebbe la razionalità se non fosse accompagnata, mitigata, addolcita dalle emozioni? Domande che, in verità, si possono porre rivolgendole a qualsiasi epoca storica, a ogni forma di governo, a qualsivoglia ideologia politica, al passato, al presente, al futuro e che troverebbero sempre le stesse risposte: non c'è meccanismo che può incatenare la fantasia, non c'è insieme che riesca ad annullare l'individualità, non c'è colore capace di azzerare le varie sfumature, non c'è vita se non c'è amore.
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Solo comparse di una guerra
"La voce di Ivo era scabra, Omar la sentì scalfirgli la nuca, riempirgli il petto di angoscia come una richiesta d’aiuto, e cercò Sen, mentre sui vetri delle rare finestre ancora integre una nuvola sfilava lenta, immacolata nel cielo blu senza dolore, un paradiso digiuno d’inferno, una città qualunque, una città non bombardata, dove i ragazzi ascoltano a bocca aperta un amico cantare – ma hanno denti storti, seghettati, denti caduti senza alcun premio, e ogni tanto tossiscono, anche se è quasi la fine di maggio, e tirano su col naso, anche se l’aria è calda, un’aria da terremoto o da spari in agguato, tengono in tasca proiettili raccolti per strada, ne fanno la collezione, li scambiano come figurine, il freddo del metallo nel palmo, e seduti sull’erba di un’aiuola che nessuno ha rasato loro sanno di non essere ragazzi qualunque, e non sono fantasmi, neppure eroi, solo, canta Ivo, solo comparse di una guerra." Prendendo ispirazione da un evento tragicamente vero, cioè il bombardamento di un orfanotrofio a Sarajevo nell'estate del 1992, Rosella Postorino racconta una drammatica pagina di storia contemporanea vista attraverso gli occhi di un gruppo di ragazzini costretti ad espatriare per sfuggire alla guerra. Omar, Senadin, Nada, Danilo, nomi di fantasia, storie partorite dall'immaginazione della scrittrice ma molto più tangibili di quanto si possa credere. Come accaduto infatti nella realtà, i nostri piccoli eroi e tanti altri compagni di viaggio cui è toccata la stessa sorte, vengono caricati su dei pullman diretti in Italia. L'obiettivo è quello di allontanarli dagli orrori di un conflitto fratricida, sanguinoso e insensato come lo sono tutti. Omar e Senadin sono fratelli, vivono in orfanotrofio anche se la loro mamma è ancora viva, perché la donna, abbandonata dal marito, non ha la possibilità di mantenere i figli. Mentre Sen, il maggiore, vive questa situazione come una colpa della madre, rifiutando di vederla quando possibile, il piccolo Omar gioisce ogni volta che ha la possibilità di passare un po' di tempo con lei. Proprio durante una di queste uscite madre-figlio, i due vengono drammaticamente separati dallo scoppio di una granata. La donna viene data per morta, ma Omar non accetterà mai questa versione e continuerà a sperare di poterla riabbracciare. Nada è figlia di una prostituta e vive in orfanotrofio insieme al fratello Ivo, il leader degli ospiti dell'istituto, abbastanza grande da non potersi sottrarre alla chiamata alle armi. Con una madre assente, un fratello maggiore, unico vero riferimento, impegnato al fronte, la piccola con la passione per il disegno si trova ad affrontare i tragici eventi confortata soltanto dall'amicizia viscerale che la lega al piccolo Omar. Durante il viaggio della speranza verso il Bel Paese, la ragazzina conosce Danilo, figlio di una famiglia borghese, messo sul pullman dai suoi genitori come disperato tentativo di regalare, almeno a lui, un futuro migliore. L'ambientamento in Italia non sarà facile per nessuno, ma mentre Senadin e Danilo riusciranno a trasformare la sventura in opportunità, Nada e soprattutto Omar vivranno il distacco dal loro mondo, dalle loro radici, come una tragedia capace di creare un vuoto incolmabile. Reazioni differenti, nel caso dei due fratelli addirittura diametralmente opposte, raccontate con grande forza narrativa ed estrema sensibilità, in un romanzo corale coinvolgente e commovente, caratterizzato da un ottimo stile di scrittura. Chiaro ed inequivocabile atto di accusa nei confronti della guerra, il romanzo di Rosella Postorino punta il dito anche verso un sistema di adozioni superficiale, frettoloso, ipocrita, volto più a placare i bisogni e i desideri delle famiglie occidentali coinvolte che a curare la riconciliazione con quelle di origine, di cui nessuno si è veramente voluto occupare una volta terminato il conflitto. Il tema della famiglia rimane centrale per tutta l'opera, dalle prime pagine fino ad un finale proiettato vent'anni più avanti, affiancato da quello dell'amicizia, caposaldo della vita di ognuno di noi e ancora più necessario, se possibile, in situazioni drammatiche come quelle in questione, e da quello disperatamente necessario della pace e costantemente ineludibile della speranza. "Sei ragazzi a un chilometro dalle postazioni serbe, sali, parti, scivola scivola scivola bum, cappottato, bum, bum, cappottato, caduto, la neve è soffice, la fronte è gelida, per sempre gelida, la neve è rossa, lo slittino riverso.In italia hanno detto candidiamoli al nobel per la pace, i bambini uccisi dalla guerra, pare uno scherzo, l’ennesimo oltraggio, candidateli a un premio che non potranno ritirare, perché no, candidateli, lo hanno vinto perché sono morti di guerra, che bell’esempio di pace, basta poco per vincere, basta soccombere, scivolare su uno slittino in un quartiere assediato, ridere come ragazzi in un giorno di sole invernale, a gennaio dato che per la pace non fate nulla, ne lasciate la responsabilità ai nostri figli trucidati, ai frammenti dei nostri figli sparpagliati sulla neve, siamo stati noi a raccoglierli, il nobel per una cosa che non sapete quantificare, descrivere, una cosa astratta, un fatto solo nostro, “basta non ci sia la guerra”, la maledizione di essere umani, mortali, di avere figli, di essere figli."
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Poema d'amore alle città
“Che cos’è oggi la città per noi? Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città.” Immedesimandosi nel celebre Marco Polo, Calvino immagina di trovarsi al fianco dell'imperatore Kublai Khan. Il sovrano tartaro chiede al suo interlocutore di intrattenerlo con i suoi racconti di viaggio, dimostrando particolare interesse verso la descrizione delle città da lui visitate. Com'è ovvio quando c'è di mezzo Calvino, il resoconto dell'esploratore veneziano prenderà una piega ben diversa rispetto alle aspettative del Khan e dello stesso lettore. Quelle descritte dall'autore, infatti, sono città invisibili, oniriche, immaginarie, città che hanno nomi di donna e che non sono riconducibili a quelle reali, se non per qualche aspetto che può richiamarne alla memoria qualcuna di quelle esistenti. Città spesso fuori dallo spazio e dal tempo, che Calvino divide in una serie di bizzarre categorie associate a sentimenti, a luoghi, ad aggettivi, a sostantivi, che a volte si ripetono e che danno il titolo ai vari capitoli, ognuno dei quali ha l'obiettivo di generare uno spunto di riflessione. La stessa città può assumere aspetti diversi a seconda di chi la guarda. Quella vista da chi ci entra per la prima volta non è la stessa che vede chi ne è appena uscito, come diversa ancora può essere per chi ne è talmente affascinato da perdervisi o per chi semplicemente ne dà uno sguardo superficiale di passaggio. Avremo quindi ora le città e il desiderio, ora le città e gli occhi, passeremo dalle città sottili alle città e i morti, visiteremo le città continue e arriveremo fino alle città e il cielo, in un racconto variopinto, poliedrico, coinvolgente, fantasioso come solo Calvino può essere. Scritto in maniera saltuaria, un pezzo per volta, nel corso di diversi anni, questo libro subisce le influenze dei diversi stati d'animo dell'autore, delle sue letture, dei suoi spostamenti, dei discorsi fatti con gli amici, quasi fosse un diario su cui riversare sensazioni, stati d'animo, ispirazioni, fantasie, trasformando tutto ciò in quei luoghi immaginari che diventano le città invisibili. "...Dunque è davvero un viaggio nella memoria, il tuo! – Il Gran Kan, sempre a orecchie tese, sobbalzava sull’amaca ogni volta che coglieva nel discorso di Marco un’inflessione sospirosa. – È per smaltire un carico di nostalgia che sei andato tanto lontano! – esclamava, oppure: – Con la stiva piena di rimpianti fai ritorno dalle tue spedizioni! – e soggiungeva, con sarcasmo: – Magri acquisti, a dire il vero, per un mercante della Serenissima! Era questo il punto cui tendevano tutte le domande di Kublai sul passato e sul futuro, era da un’ora che ci giocava come il gatto col topo, e finalmente metteva Marco alle strette, piombandogli addosso, piantandogli un ginocchio sul petto, afferrandolo per la barba: – Questo volevo sapere da te: confessa cosa contrabbandi: stati d’animo, stati di grazia, elegie! Frasi e atti forse soltanto pensati, mentre i due, silenziosi e immobili, guardavano salire lentamente il fumo delle loro pipe. La nuvola ora si dissolveva su un filo di vento, ora restava sospesa a mezz’aria; e la risposta era in quella nuvola. Al soffio che portava via il fumo Marco pensava ai vapori che annebbiano la distesa del mare e le catene delle montagne e al diradarsi lasciano l’aria secca e diafana svelando città lontane."
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Una cerchia esclusiva
La tavola era apparecchiata in maniera perfetta, con posate antiche invecchiate da anni di pranzi e cene lucidate con cura, non troppo appariscente né ricercata, bellissima e confortevole, capace di creare un bel contrasto con la stilosità un po' hipster dell'appartamento. Il pranzo era pronto, vol-au-vent, merluzzo al cartoccio, torta di datteri con salsa al caramello. Anche Thea era perfetta, con un bell'abito fiordaliso dal taglio sartoriale, le unghie perfettamente curate, il suo corpicino esile. Suonarono alla porta, ormai era troppo tardi per rimediare ad eventuali dimenticanze. Ma Thea tentennava, la paura di perdere tutto la trasformò in un sasso incapace di muoversi. Una seconda scampanellata la ridestò, convincendola che fosse ormai giunto il momento di aprire la porta e far entrare il mondo nella sua oasi di pace, confortata dalle sagge parole di una persona anziana che le aveva predetto "La tua anima non cambierà mai". Attraverso questa porta, che la misteriosa Thea ha il timore di aprire, Juliet Ashton ci rende membri di una cerchia esclusiva, quel Club del pranzo della domenica che dà il titolo al libro. Affiliati del sodalizio sono i fratelli Piper, i loro passati ed attuali compagni, i figli, la nonna e chiunque graviti loro intorno in maniera sufficiente da essere reso partecipe. Infine, ovviamente, il lettore che, seduto tra la dolce e saggia nonna Dinkie e il fragile (ma sarà davvero così?) Josh, sentirà Maeve raccontare del suo ennesimo amore sbagliato davanti all'adolescente figlio Storm, vedrà il vanesio Neil battibeccare con il sensuale Santi sul modo di badare alla loro figlioletta Paloma, non potrà non notare quanto Sam sia ancora innamorato dell'ex moglie Anna, la vera protagonista del racconto. Divisa tra un doloroso passato che sale prepotentemente a galla, attraverso una serie di lettere anonime, e un futuro incerto ma pieno di speranza fatto di un nuovo amore e di una dolce quanto inaspettata attesa, è lei il punto di riferimento per gli altri componenti del club, il collante che tiene unito il gruppo, la sorella, la compagna, l'amica che ha sempre un consiglio, una buona parola per tutti. La location cambia ad ogni riunione, in una rotazione irregolare che alterna le abitazioni di ogni partecipante, i menù variano dal minimal al ricercato a seconda dell'inclinazione culinaria del padrone di casa di turno, il copione resta sempre lo stesso: chiacchiere, pettegolezzi, ricordi, progetti si mescolano alle pietanze e ai bicchieri di vino e di qualsivoglia liquore digestivo che non mancano mai. E non mancano, come in ogni famiglia, le liti, le lacrime, gli attriti, che si avvicendano alle risate e agli sfottò, ai non detto e alle questioni in sospeso che tardano sempre un po' troppo a trovare pace. La scrittura è semplice, fluida, rilassante, la lettura scorre piacevole e leggera, senza eccessi di virtuosismo, con qualche colpo di scena e con una lieve sovrabbondanza di buonismo.
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Carne contaminata
Tangeri. Sarah, moglie del vice commissario Driss Ikker, subisce uno stupro all'interno della sua abitazione, mentre il marito è fuori per un viaggio di lavoro. La scoperta del tragico evento fa precipitare immediatamente l'uomo in un baratro di disperazione e rabbia che lo allontana dalla consorte violata, quasi la donna, fino ad allora amata e rispettata, fosse ormai contaminata nel corpo e nell'anima. La sua mentalità maschilista mette in secondo piano il dolore e i bisogni di Sarah, l'amore che fino ad allora lo ha legato alla sua metà, l'empatia che, in momenti come questo, avrebbe dovuto avvicinare i coniugi ancora di più, per cedere il posto alla rabbia, alla sete di vendetta, all'orgoglio ferito. Sembra quasi che il vero torto lo abbia subito lui, marito e padrone, violato nella virtù e nel diritto di proprietà, e che quello patito dalla moglie sia soltanto un danno accessorio. Sarah cercherà in ogni modo di tornare alla vecchia complicità, all'ormai consolidata intimità, al solito menage, trovando però un muro invalicabile fatto di pregiudizio, maschilismo, furore. Estromesso per ovvi motivi dall'indagine per la ricerca del colpevole, disgustato dall'atteggiamento dei suoi colleghi, pronti a malmenare e gettare in galera il primo venuto pur di chiudere un caso di cui fondamentalmente non gli importa nulla, spinto dalla sete di vendetta, Driss seguirà un proprio filone d'inchiesta che, a partire da un gioiello ritrovato sul luogo del misfatto, lo porterà a ficcare il naso nei più altolocati ambienti tangerini, fino a giungere alla scoperta di una sorprendente e ancor più amara verità. Quello di Khadra è un noir con tutti gli elementi del genere, ma che va ben oltre l'aspetto poliziesco della vicenda, inoltrandosi nei recessi della mente umana e raccontando reazioni psicologiche diverse, alcune tutt'altro che condivisibili come quella del protagonista, che spiazzano e in un certo senso infastidiscono il lettore, ma che si rivelano purtroppo più vere e comuni di quanto si possa pensare. Sullo sfondo una società tangerina in particolare, ma in generale marocchina, magrebina, ma potremmo dire universale, sporca, corrotta, arrivista, dove dominano insaziabili l'ambizione, la sete di potere e denaro, la lussuria incontrollabile, dove la fallocrazia imperante tende troppo spesso a trasformare in colpevoli le vittime di violenza sessuale, dove l'onore machista conta più della tragedia fisica e mentale di chi lo stupro lo subisce sulla propria pelle, dove il corpo profanato diventa nient'altro che "carne contaminata", problema di minor conto rispetto a quello, considerato ben più grave, subito dall'uomo: l'affronto.
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Importante testimonianza
Tra i classici assoluti della letteratura afroamericana, "Io so perché canta l'uccello in gabbia" è un affascinante romanzo di formazione in cui l'autrice, Maya Angelou, racconta in maniera autobiografica il suo cammino di crescita, partendo dall'infanzia per arrivare a quel labile confine tra la fine dell'adolescenza e l'ingresso nell'età adulta. Ma adulta, in fondo, la piccola Marguerite lo è diventata già in tenera età quando i genitori, in procinto di divorziare, la spediscono dalla nonna paterna, nel Sud razzista e segregazionista degli Stati Uniti degli anni Trenta. Eccola quindi, in compagnia dell'inseparabile fratello maggiore Bailey, lasciare la caotica e frenetica St. Louis, nel Missouri, per giungere in Arkansas, precisamente a Stamps, con i suoi cortili in terra battuta, le case solitarie, le strade buie, con la sua gente paga di una vita da cui non si può aspettare niente rispetto a ciò che le è concesso, pur avendo diritto a molto di più, rassegnata alle ingiustizie di un'esistenza iniqua, in un clima di totale apartheid reso ancora più pesante dalla crisi economica dovuta alla Grande Depressione. L'emporio gestito da Momma (così i piccoli chiamano la severa e religiosissima nonna) e dal figlio disabile, lo zio Willie, garantisce una vita tutto sommato agiata, così diversa da quella dei loro clienti, dediti ai lavori più umili e faticosi, talmente abituati alla miseria da trovarla normale. Tuttavia, questo minimo di benessere, pur alleviando l'esistenza, permettendo studi, pasti caldi e un'infanzia giocosa e divertente, non può evitare che la piccola protagonista guardi, capisca, si faccia domande, arrivando presto ad una dura presa di coscienza sulla condizione della propria gente, le differenze insensate tra bianchi e neri, lo stupido senso di superiorità dei primi nei confronti dei secondi, la paura generata dalle rappresaglie del Ku Klux Klan, l'umiliazione di sentirsi rifiutare le cure mediche a causa del colore della pelle. Tuttavia, la nostra eroina si accorgerà presto, a sue spese, che i pericoli possono giungere anche dalle persone vicine, riuscendo comunque a sollevarsi, seppur lentamente e a fatica, da una brutta storia di abusi e violenza domestica, durante una parentesi di vita nel Missouri, in casa di sua madre. L'autrice racconta tutto questo senza dimostrare rancore, senza sfociare in facili autocommiserazioni, senza affidarsi alla lucidità, alla maturità, alla consapevolezza della sè adulta, tornando invece bambina e trasmettendo fatti, sentimenti, paure, speranze, rabbia attraverso un filtro, quello dell'infanzia, dell'innocenza che si scontra con la cattiveria, della purezza sporcata dal sudiciume morale, dei sogni costretti ad annaspare a causa di un mondo che, per le persone come lei, va avanti sempre con la corrente contraria. Ma Marguerite i suoi sogni continuerà sempre ad inseguirli, continuerà a lottare contro difficoltà, pregiudizi, violenza, non si farà sopraffare dalle ostilità, diventando un'affermata e stimata artista a tutto tondo, poetessa, ballerina, attrice, sceneggiatrice, scrittrice capace di regalarci un libro come questo, suggestivo dal punto di vista letterario e importante testimonianza dal punto di vista sociale, perché c'è sempre bisogno di ricordare, combattere, sconfiggere la becera piaga del razzismo. "Sul palco si stava ripetendo l’antica tragedia. Il professor Parsons sedeva rigido, come una statua accantonata da uno scultore. Il suo corpo grosso e pesante sembrava svuotato di ogni volontà e voglia, e i suoi occhi dicevano che non era più con noi. Gli altri insegnanti esaminavano la bandiera (che sventolava a destra del palco), i loro appunti, o le finestre che si aprivano sul nostro campo da gioco tanto famoso. La cerimonia, il momento magico e riservato, tutto trine, regali, congratulazioni e diplomi, per me era terminata prima che chiamassero il mio nome. I risultati non contavano niente. Disegnare le cartine precisissime con inchiostro di tre colori diversi, imparare a pronunciare e scrivere le parole di dieci sillabe, mandare a memoria Lucrezia violentata per intero, tutto inutile. Donleavy ci aveva smascherato. Eravamo cameriere e contadini, tuttofare e lavandaie, e qualsiasi nostra aspirazione a qualcosa di più era farsesca e arrogante. Avrei voluto che Gabriel Prosser e Nat Turner avessero ucciso tutti i bianchi nei loro letti, che Abramo Lincoln fosse stato assassinato prima di firmare la proclamazione di emancipazione degli schiavi, che Harriet Tubman3 fosse morta per quel colpo alla testa e Cristoforo Colombo annegato sulla Santa Maria. Era terribile essere nera e non avere alcun controllo sulla propria vita. Era brutale essere giovane e già addestrata a stare seduta in silenzio ad ascoltare le accuse rivolte alla mia razza senza potermi difendere. Avremmo dovuto essere tutti morti. Pensai che mi sarebbe piaciuto vederci tutti morti, uno sopra l’altro. Una piramide di carne con i bianchi sul fondo, a formare la base, poi gli indiani con i loro sciocchi tomahawk, tepee, wigwam e trattati, i neri con i capelli di stoppa, le ricette, i sacchi di cotone e gli spiritual che spuntavano fuori dalla bocca. I bambini olandesi dovevano inciampare tutti con i loro zoccoli e rompersi il collo. I francesi dovevano strozzarsi con il trattato di vendita della Louisiana (1803), mentre i bachi da seta avrebbero mangiato i cinesi con i loro stupidi codini. Come specie, eravamo un abominio. Tutti quanti."
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Le storie non sono innocenti
"Ormai sa con certezza che le storie non sono innocenti, non del tutto innocenti. Forse non lo sono nemmeno le conversazioni di ogni giorno, gli inciampi ed equivoci verbali o il parlare tanto per parlare. Forse nemmeno quel che si dice nei sogni è del tutto innocente. C’è qualcosa nelle parole che, di per sé, comporta un rischio, una minaccia, e non è vero che il vento se le porta via facilmente come dicono. Non è vero. Può succedere che gli echi di certe cose dette, perfino le più banali, rimangano per molti anni come in letargo, a palpitare debolmente in un angolo della memoria, in attesa dell’opportunità di tornare al presente per puntualizzare e correggere ciò che a suo tempo non era del tutto chiaro, e spesso con un’eloquenza e una rilevanza notevoli, molto superiori a quelle che avevano in origine. Eccoli lì, basta guardarli, arrivano indossando strane vesti, al ritmo di musiche esotiche, con un’aria del tutto nuova, e il fatto è che portano notizie, grandi e sorprendenti notizie, di un passato che forse non è mai esistito." Una festa di compleanno che sarebbe meglio non venisse fatta, una famiglia ormai disunita in maniera irreversibile, una storia che ha tante versioni diverse quanti sono i punti di vista che la raccontano. In mezzo, a fare da legante, a unire i fili, raccattare i cocci, mettere insieme pezzi di puzzle che non si incastrano quasi mai, c'è lei, Aurora, moglie, nuora, cognata, per tutti fidata confidente, confortevole riparo, capiente vaso in cui versare sfoghi, frustrazioni, rabbia, malcontento. "Cosa ci sarà in Aurora che mette subito a proprio agio le persone, risvegliando in loro la voglia di confidarsi e raccontarle frammenti antologici di vita, segreti che forse il narratore non ha mai rivelato a nessuno? Eppure a lei sì. Con lei tutti si aprono, tutti le vogliono bene, tutti la ringraziano per la comprensione, per quel suo modo di ascoltare così dolce, così confortante. Forse si tratta di un dono innato e quasi miracoloso, perché chi la guarda non può fare a meno di sorridere, di rivolgersi a lei per chiederle una sciocchezza qualsiasi, come si chiama, qual è il suo segno zodiacale o il suo fiore preferito, e così ben presto tutti finiscono per raccontarle piccole gioie, obiettivi raggiunti, tentennamenti e infine grandi sventure." Perché di materiale negativo ce n'è in abbondanza in questa famiglia, una bile che inizia a formarsi quando Sonia, Andrea e Gabriel sono ancora piccoli e restano orfani di padre, il genitore buono, quello che giocava, rideva, inventava storie fantastiche. Da quel momento in poi prende in mano le redini della famiglia la madre, donna improntata ad una pragmatica concretezza, attenta all'economia, gran lavoratrice, tenace oppositrice di castelli di sabbia, voli pindarici e ogni genere di inutili fronzoli. Il lutto, le difficoltà economiche, il comportamento severo della mamma, le difficili rinunce, tutto ciò unito ai classici disagi pre e post adolescenziali, danno vita a piccole crepe che, con il passare del tempo, crescono a dismisura fino a diventare insanabili. Invidie, torti, gelosie, ripicche, incomprensioni, risentimenti, l'assortimento di problematiche è vasto, quasi infinito, tanto che ogni volta che qualcuno racconta ad Aurora, per l'ennesima volta, la stessa storia, questa si arricchisce di un nuovo particolare, genera un nuovo malanimo, aumenta un carico di rancore che il tempo, anziché mitigare, continua ad inasprire. A riaccendere questo vortice è l'idea di Gabriel di riunire la famiglia per festeggiare l'ottantesimo compleanno della madre, una trovata per lui brillante ma che trova presto l'opposizione ferrea e inamovibile delle sorelle, scatenando un giro vertiginoso di telefonate concitate, scenate infantili, urla violente, di cui deve come sempre sobbarcarsi il carico la povera Aurora. Ritornano a galla le vecchie ruggini, si riaprono ferite mai rimarginate, vengono fuori episodi finora taciuti che chiariscono meglio i malesseri famigliari. Ma ognuno continua ad avere la propria visione, a raccontare versioni in contrasto con quelle degli altri, a scaricare sugli altri la colpa dei propri insuccessi, la causa del suo malumore. Quanto riuscirà ancora a sopportare, Aurora, il ruolo che le è stato assegnato? Quanto potrà ancora reggere il gravare dei problemi degli altri mentre cerca di fare fronte ai suoi? Perché anche lei ha i suoi guai, una figlia disabile, un matrimonio alla deriva, più le piccole difficoltà che ogni giorno la vita mette davanti ad ognuno di noi. Aurora però non ha una persona che l'ascolta, non ha un confidente su cui riversare la sua bile, non ha un altro modo di superare i propri scogli se non fare affidamento su una forza che, giorno dopo giorno, si affievolisce sempre più, fino a portarla a prendere una decisione tanto drammatica quanto catartica. "Ma il fatto è che ora non ha fretta. Miracolosamente, il futuro non la incalza più né la opprime con le sue minacce. Al contrario, di colpo si presenta davanti a lei come un idilliaco rifugio di pace. La stessa lungimiranza, che l’ha alleggerita dal peso e dai sensi di colpa e l’ha invitata a riprendere il cammino, le indica anche il momento giusto in cui deve affrettarsi per l’ultima volta verso di lui, verso l’accogliente futuro. “Mi sento pericolosa”, pensa. E poi sente arrivare a gran velocità giù per la strada un luminoso frastuono, sempre più vicino, fino all’istante esatto in cui si dice: “Ora!”, e avanza con decisione verso l’altra riva dei suoi giorni, dove l’attende il silenzio immortale."
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- no
Stanotte ti ho sognato
"Caro Pier Paolo, stanotte ti ho sognato". L'incipit dell'opera di Dacia Maraini svela subito quello che vuole esserne l'escamotage narrativo, ovvero la forma epistolare che rappresenta un dialogo di fantasia con una persona fisicamente scomparsa ma sempre viva nel cuore e nei ricordi dell'amica, in cui si mescolano memorie, sogni, sentimenti. L'autrice si rivolge al grande artista del Novecento parlando come se fosse realmente presente, rievocando episodi del passato, della loro forte e proficua amicizia, raccontando al caro Pier Paolo fatti legati alla sua improvvisa e violenta morte, al suo funerale, agli sviluppi di indagini che ancora non hanno portato ad una vera soluzione del caso. Le struggenti lettere dell'autrice rievocano un'epoca ormai passata, un universo lontano da quelli che sono gli attuali ambienti culturali, una società profondamente diversa da quella che conosciamo noi, ma i ricordi sono talmente vivi, forti, intensi, da dare l'impressione che le vicende narrate siano accadute di recente. Tra racconti di viaggio, esperienze artistiche, piccoli fatti di vita quotidiana, esce fuori un bel ritratto di Pasolini e della sua esistenza anticonformista, del suo rapporto morboso con la madre, di un'omosessualità vissuta quasi come una colpa, di un profondo spirito religioso, di un fervore creativo insaziabile. Un uomo che fisicamente appare piccolo, gracile, cagionevole, ma che si rivela un vulcano per la forza delle sue idee, la potenza visionaria del suo estro, la passione per la vita. La visione che spesso passa dell'artista di Santo Stefano, come un uomo pieno di livore, intransigente, aggressivo nell'esternare il suo sdegno, rabbioso nel difendere le sue ragioni, di certo non confutata dall'amica, viene tuttavia contrapposta dalla descrizione di una persona che, nella vita privata, nei rapporti intimi di amicizia, si dimostra di una mitezza, una condiscendenza, una bontà insospettabili. Dalle pagine di questo libro trasuda tutta la stima che Dacia Maraini continua a provare per il suo amico tragicamente scomparso, tutto l'amore fraterno che ancora la lega a lui, tutto lo struggente dolore per una perdita incolmabile e la rabbia per come, a mezzo secolo di distanza, questa tragedia non riesca ancora a trovare giustizia. "Caro Pier Paolo, ho in mente una bellissima fotografia di te, solitario come al solito, che cammini, no forse corri, sui dossi di Sabaudia, con il vento che ti fa svolazzare un cappotto leggero sulle gambe. Il volto serio, pensoso, gli occhi accesi. Il tuo corpo esprimeva qualcosa di risoluto e di doloroso. Eri tu, in tutta la tua terribile solitudine e profondità di pensiero. Ecco io ti immagino ora cosí, in corsa sulle dune di un cielo che non ti è piú ostile".
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Un clima di totale insensatezza
L'esistenza di Cosimo Tumminia scorre lenta, metodica, solitaria, nel piccolo paesino siciliano di Calcara in cui il nostro uomo viene visto dalla maggior parte dei suoi concittadini come uno iettatore, un menagramo. Cambi di strada improvvisi, goffi gesti scaramantici mal celati, pungenti battute e commenti al vetriolo sono ormai all'ordine del giorno. Con la stessa rassegnazione con cui vive la sua poco edificante fama, Cosimo affronta la vita di tutti i giorni, le lunghe giornate nella sua officina per biciclette sempre a corto di clienti, con l'unica compagnia di una vecchia radio, l'unico passatempo rappresentato da quel periodico di enigmistica che si fa durare per tutta la settimana, la sedia che sposta continuamente durante il giorno per inseguire un'effimera ombra che dia un minimo di sollievo dall'afa. Poi, a fine giornata, la consueta visita alla madre, con la quale ufficialmente vive ancora, salvo essersi trasferito da solo, ormai da un bel po' di tempo, nella casa di campagna per controllare un guasto idraulico, senza aver ancora fatto ritorno al tetto materno. Ma ogni sera passa da lei, ogni volta il solito, striminzito dialogo fatto di brevi domande e ancor più rapide risposte, qualche mugugno e alla fine spunta sempre un portavivande con dentro la cena da portarsi a casa, dove mangerà solo, a volte con la compagnia di un po' di televisione, a volte senza neanche quella, finché non si metterà a letto in attesa che ricominci tutto da capo. In passato c'è stata qualche donna, storie che non hanno mai portato a niente, se non alla decisione di chiudere definitivamente a qualsiasi relazione amorosa e affidarsi, per le normali pulsioni, ad una professionista, la non più fiorente Angela, la Trimmutùra. A spezzare la consolidata routine del protagonista ci pensano loro, "quelli", gente con cui non si scherza e a cui non si possono negare favori. Cosimo infatti non glielo nega, un po' per paura di queste persone e della fama che si portano dietro, un po' per arrotondare, con la ricompensa che si aspetta dai suoi servigi, le magre, quasi nulle entrate dell'officina. Servigi che consistono nel semplice compito di tenere nella sua casa di campagna, per non più di tre, massimo quattro giorni, un bambino, in attesa che "quelli" ritornino a prenderselo pagandogli il disturbo. Un compito, per quanto moralmente discutibile e penalmente perseguibile, in apparenza tutto sommato facile. Tuttavia la sua totale inesperienza in materia e, ancor di più, la sua misantropia, la sua sociopatia, la sua goffaggine, lo portano verso una tragedia annunciata. Riuscirà almeno l'intervento della madre, venuta a conoscenza del segreto del figlio, ad evitare il dramma? Con una narrazione tutta al presente, un incedere lento, pacato, cupo, Roberto Alajmo racconta la storia tragicomica di un uomo e di sua madre, legati da un rapporto morboso di totale dipendenza, di malsana simbiosi, e di un bambino senza nome, senza storia, chiuso in un dolore impenetrabile. La detenzione del ragazzino scorre dal primo momento in un clima di totale insensatezza, spezzata di tanto in tanto da qualche tocco di drammatica ironia, di rocambolesco sarcasmo. I sentimenti non esistono, i protagonisti si muovono, parlano, compiono gesti in maniera quasi robotica, del tutto privi di empatia, di tensione emotiva, spinti da una fredda razionalità, da un meccanico senso del dovere. L'ambientazione ristretta, consistente in un piccolo paesino di provincia bruciato dal sole, in un'officina deserta, in una casa asfittica, in una stanza priva di finestre, rende l'atmosfera pesante, quasi claustrofobica. I personaggi secondari appaiono pochissimo e quasi soltanto per dovere di cronaca. "Quelli" non si manifestano mai, anzi scompaiono nel nulla lasciando il piccolo detenuto in mani palesemente sbagliate, Cosimo alle prese con una brutta gatta da pelare, la donna invischiata in una matassa difficile da sbrogliare. Sarà il suo "Cuore di madre", che dà il nome al libro, a risolvere la situazione? Oppure il titolo, alla fine, si rivelerà una beffa da parte dell'autore, uno sfrontato, amaro, spietato gesto di scherno?
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Un'incessante sensazione d'ebbrezza
"Il ragazzo sentì che esisteva un perfetto accordo fra lui e quell'opulenza della natura circostante. Trasse un profondo respiro e fu come se una parte di quell'invisibile che costituisce la natura avesse permeato l'intimità del suo essere. Sentiva il fragore delle onde che si frangevano sulla spiaggia ed era come se il battito del suo sangue giovane fosse sincronizzato col movimento delle grandi maree. Indubbiamente la natura stessa soddisfaceva le sue necessità, perché Shinji non sentiva particolarmente la mancanza di musica nella propria vita quotidiana". A Uta-jima, piccola isola di pescatori nel Pacifico giapponese, nota come l'isola del canto, il tempo è scandito dell'incedere delle onde che, con la loro melodia, regolano ogni aspetto della vita dei suoi abitanti. Sono loro che stabiliscono quando le imbarcazioni possono spingersi al largo per pescare, quando le navi da carico riescono ad entrare sicure nel porto, quando le donne hanno la possibilità di dedicarsi alla pesca delle perle. A volte, al suono della loro voce, può anche sbocciare un grande amore. È questo che avviene un pomeriggio, all'ultima luce del giorno, sotto uno sferzante vento fresco di ponente, quando Shinji e Hatsue incrociano per la prima volta i loro sguardi sulla spiaggia accarezzata dalle onde. Pochi secondi bastano a far nascere un sentimento che, continuando a nutrirsi di attese, speranze, sogni, incontri casuali, convegni clandestini, cresce ogni giorno che passa pretendendo sempre più appagamento, consacrazione. Un amore che invece trova resistenza, opposizione, contrasto, perché lui è un povero pescatore dipendente, orfano di padre e con madre e fratello a carico, mentre lei è l'unica figlia dell'uomo più ricco dell'isola, già promessa sposa di un suo pari nel più classico dei matrimoni di interesse. Il loro legame dovrà quindi lottare contro i pregiudizi, il tornaconto, le convenzioni e, come ogni aspetto della vita a Uta-jima, con la forza incontrastabile del mare. Uno schema sicuramente già visto e rivisto, tuttavia se questa delicatissima opera del maestro Mishima non spicca per originalità o colpi di scena, lo fa senza dubbio, invece, da un punto di vista prettamente letterario. Lo stile dell'autore sfiora la poesia, la sua potenza descrittiva, la sua forza empatica riescono a creare atmosfere dolci e suggestive, capaci di ammaliare il lettore e trasportarlo in un mondo in cui uomo ed elementi naturali sono un tutt'uno, riuscendo quasi a materializzare forme, odori, suoni. Un libro semplice che regala però una lettura intensa, un mondo lontano in cui tuttavia è facile sentirsi a proprio agio, un sentimento, l'amore, che resta sempre l'elemento imprescindibile della vita. "Le braccia di lui stringevano ancora la ragazza. Entrambi potevano sentire il fremito dei loro corpi nudi. Un lungo bacio torturò il ragazzo insoddisfatto, ma poi a un certo istante quella sofferenza si tramutò in una strana esaltazione. Di tanto in tanto il fuoco morente crepitava. I due giovani sentivano quel rumore e il sibilo della tempesta mescolati ai battiti dei loro cuori. A Shinji sembrava che quell'incessante sensazione d'ebbrezza, il confuso fragore del mare all'esterno e lo strepito della bufera sulle cime degli alberi, scandissero assieme il ritmo violento della natura. E un senso di felicità pura e completa integrò, allora e per sempre, la sua emozione."
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Mi farai prendere sciagura
"Era normale provare vergogna, come se si trattasse di una conseguenza insita nel mestiere dei miei genitori, nelle loro difficoltà economiche, nel loro passato da operai, nel nostro modo di essere. Nella scena di quella domenica di giugno. La vergogna era ormai il mio stile di vita. Di fatto, non la percepivo neanche più, mi era entrata sottopelle." È apparentemente una domenica come tante, il 15 giugno del 1952, nella casa-bottega di Yvetot, in Normandia. La piccola Annie è tornata a casa dalla messa domenicale portando con sé i dolci della pasticceria del quartiere commerciale e finalmente, chiusa la drogheria, la famiglia si riunisce a tavola per pranzare ascoltando una trasmissione comica alla radio. L'aria però si fa sempre più pesante, la madre è di cattivo umore e continua a dare addosso al padre, che non replica ma si scalda a sua volta, finché non si alza, fremendo convulso, soffiando rabbia, afferra la moglie e la trascina via, urlando con una voce che non è più la sua. Il primo istinto della ragazzina è di scappare in camera, rifugiarsi nel letto, nascondere la testa sotto il cuscino. Ma quel "figlia mia!" strillato da sua madre la costringe a reagire, a precipitarsi sul luogo dell'orrore urlando a squarciagola "aiuto!". Scesa in cantina, le si presenta agli occhi una scena raccapricciante, l'uomo brandisce con una mano una roncola, pronto a colpire la consorte che nel frattempo tiene prigioniera stringendole la spalla con l'altra mano, come fosse una morsa. Urla, singhiozzi, terrore, tutto si annebbia, finché i tre si ritrovano in cucina, ansimanti, piangenti, cercando di tornare normali, e Annie pronuncia una frase, rivolta a suo padre: "Mi farai prendere sciagura". Una sorta di profezia, perché davvero da quel momento in poi, per la ragazza niente sarà più come prima. La dolcezza che fino a quel momento ha pervaso la sua vita, la sensazione di positività verso il futuro, la leggerezza con cui si dilettava a cantare Mexico e Voyage à Cuba, scompaiono per sempre lasciando il posto alla vergogna. Da quel giorno, Annie sembra guardare la vita attraverso un filtro che le fa percepire tutto ciò che la circonda in maniera differente, la fa giocare, leggere, comportarsi come al solito, ma come se fosse staccata dalla realtà, come se tutto fosse artificiale, la noncuranza che fino a quel tragico evento le permetteva di vivere con leggerezza, di riuscire con facilità nello studio, diventa un'ipercoscienza che le rende tutto pesante, difficile, insormontabile. Questa nuova condizione mentale mette la ragazzina di fronte ad una presa di coscienza che si trasforma presto in vergogna. Annie si rende conto che lei e i suoi genitori non sono quello che pensava, che non appartengono alla categoria delle brave persone, "che non bevono, non alzano le mani, si vestono come si deve quando vanno in centro. Potevo pure presentarmi con un grembiule nuovo a ogni primo giorno di scuola, avere un bel messale, essere la prima in tutto e recitare regolarmente le preghiere: ormai non somigliavo più alle altre ragazzine della classe." Annie ha visto ciò che non doveva vedere, sapeva ciò che non doveva sapere, faceva ormai parte di chi per violenza, alcolismo, follia, era protagonista di quei pettegolezzi che finivano sempre con quel biasimevole "mette sempre tristezza vedere queste cose". La vergogna prende il sopravvento, si espande al di là dell'episodio, travolge la volgarità del linguaggio domestico, la sciattezza del vestire (emblematica la camicia da notte sporca di urina con cui la madre apre la porta a lei e alle sue accompagnatrici di ritorno da una gita scolastica), la condizione di ex operai, le difficoltà economiche derivanti da un'attività commerciale con l'acqua alla gola, la trivialità della clientela. La vergogna cresce, uscendo dalla cerchia famigliare, invadendo l'intero ceto sociale cui si rende conto di appartenere, diverso, inferiore, lontano da quello delle sue compagne alla scuola privata cattolica cui è iscritta ma della cui perfezione, eccellenza, non si ritiene più degna. Per Annie Ernaux non è stato facile parlare di un evento autobiografico come questo, un episodio che non è mai riuscita a mettere per iscritto, neanche sul suo piccolo diario, come se fosse impossibile farlo, come se fosse un gesto proibito che meriti una punizione, quasi che, dopo averlo raccontato ai suoi lettori, non avrebbe più potuto scrivere altro. Un gesto che invece si rivelerà, a suo dire, quasi catartico, derubricando l'accaduto a episodio banale, frequente in quasi tutte le famiglie normali. Anche il terrore che la cosa si potesse ripetere, che ha accompagnato i sentimenti della bambina per diversi anni, si è per fortuna rivelato infondato. Ma la vergogna, quell'ineluttabile compagna di vita che l'ha accompagnata per un'intera esistenza, quella rimane, quella non si può cancellare, derubricare, ignorare. "Forse tutto ciò è solo un'illusione, ma non posso mettere in dubbio quel che ho provato. Anche il ricordo è un'esperienza. (Shoehi Ooka, La Guerra del soldato Tamura)"
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Il male adesso
“Non devo inventarmi Chtulhu, mi basta un fiume avvelenato e dei poliziotti. Quello è il male adesso. L’orrore nella nostra realtà è vero, è intorno a noi”. Così Mariana Enriquez, stimata giornalista e astro nascente della letteratura sudamericana, parla a proposito della sua raccolta di dodici racconti dalle cupe pennellate horror e dei paragoni che si sprecano con grandi maestri del genere quali Poe, King e, appunto, il Lovecraft di cui la scrittrice argentina cita il mostruoso personaggio. In effetti, se le atmosfere, le vicissitudini, i personaggi, l'incedere, creano nel lettore un richiamo quasi automatico verso maestri del genere, è pur vero che la peculiarità delle storie racchiuse in "Le cose che abbiamo perso nel fuoco" sta nel fatto che il vero orrore scaturisce più da fatti, situazioni, circostanze tristemente legate alla cronaca, all'attualità, alla quotidianità di situazioni reali troppo spesso crude, violente, che dalla macabra, irreale fantasia che caratterizza spesso le opere della categoria in questione. Infatti un fiume avvelenato dagli scarichi delle fabbriche, le conseguenze che le sue acque putride hanno su chi non può fare a meno di utilizzarle, la polizia che getta in acqua i corpi di due detenuti, fanno decisamente più paura degli spiriti degli stessi che tornano a circolare dopo la morte. Così com'è più spaventosa la situazione di un bambino in catene costretto a subire soprusi del fatto che il suo spettro si nutra di animali vivi. Perché la violenza fisica e psicologica che troppo spesso i mariti esercitano sulle proprie consorti terrorizza più di qualsiasi testa di scheletro, i genitori tossici che vendono i figli per potersi comprare la droga fanno decisamente più orrore di qualsiasi stregoneria, perché nessun fantasma potrà mai infestare un edificio quanto l'incancellabile ricordo delle violenze che lì dentro furono perpetrate dalla dittatura militare. La forza dell'opera di Mariana Enriquez sta proprio nel partire da realtà che troppo spesso siamo costretti a conoscere dalla stampa, dalle televisioni, a volte dalle nostre stesse strade, dalle nostre case o da quelle dei nostri vicini, la sua maestria sta nel saperle egregiamente mixare con elementi religiosi, culturali, con tradizioni e superstizioni, con il giusto equilibrio tra realtà, fantasia e folclore, e in una penna che sa essere cinica, pungente, accusatrice, ma a suo modo anche calda e coinvolgente. Dodici storie, ambientate per lo più a Buenos Aires, ma in generale in un'Argentina nera, soffocante, spesso povera, disagiata, violenta, dove le protagoniste sono sempre ed esclusivamente donne e gli uomini appaiono come fastidiose comparse, atroci antagonisti, patetici antieroi. Donne forti e donne sopraffatte, donne indomite e donne stanche, donne razionali e donne passionali, alle prese con mostri molto più pericolosi di quelli creati dalla fantasia e troppo spesso costrette a gesti estremi di coraggio, stoicismo, incoscienza, anche ai limiti dell'autolesionismo, come nel caso del racconto che dà il titolo alla raccolta. "Molte donne cercavano di non stare da sole in pubblico per non essere infastidite dalla polizia. Tutto era diverso da quando erano iniziati i roghi. Erano trascorse poche
settimane da quando le prime donne sopravvissute avevano iniziato a mostrarsi in pubblico. A prendere l'autobus. A fare la spesa al supermercato. A prendere il taxi e la metropolitana, aprire conti correnti bancari e godersi un caffè ai tavoli all'aperto dei bar, con le orribili facce illuminate dal sole del pomeriggio, reggendo la tazze con dita a cui talvolta mancavano delle falangi. Avrebbero trovato lavoro? Quando si sarebbe arrivati a quel mondo ideale di uomini e donne mostruose?...Silvina sentiva di avere le lacrime agli occhi per la rabbia. María Helena aprì la bocca e disse qualcos'altro, ma Silvina non la stette a sentire e sua madre proseguì. Le due donne continuarono a conversare alla luce malata della sala dei colloqui del carcere, e Silvina le sentì solo dire che erano troppo vecchie, che non sarebbero sopravvissute a un rogo, un'infezione le avrebbe ammazzate in un secondo, ma Silvinita, ah, chissà quando si deciderà Silvinita, sarebbe un'ustionata magnifica, un autentico fiore di fuoco."
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Alla fine un nuovo inizio
“Batterista cerca musicisti per formare una band”. A volte basta una piccola frase, fatta di poche e semplici parole, esposta in una bacheca di annunci, per dare vita ad una leggenda. È tramite questo appello che Larry si porta in casa Paul, David e Adam, è in quella piccola cucina della periferia di Dublino che i quattro ragazzi irlandesi formano uno dei sodalizi musicali più famosi, longevi, performanti della storia: gli U2. Paul David Hewson, in arte Bono, ripercorre attraverso quaranta tra le loro più celebri canzoni, la vita della rock band di cui è front man e leader, raccontandola dal proprio punto di vista, in una bellissima biografia personale dove però la storia del singolo non può che procedere parallelamente a quella del gruppo. Per farlo parte da un passato abbastanza recente, il natale del 2016 che stava per diventare fatale, al Mount Sinai Hospital di New York. Un cuore eccentrico che fa le bizze, un'operazione troppo delicata per non creare paura, un corpo e una coscienza che si scindono in una sorta di visione che permette alla rock star di vedersi dall'alto. Un'operazione che per fortuna andrà a buon fine. Solo ora, dopo aver raccontato di essere stato ad un passo dalla morte, Bono Vox può dedicarsi al racconto di una vita. Allora si torna indietro nel tempo, ad un pomeriggio del 1978, il giorno del suo diciottesimo compleanno, in cui il giovane Paul ascolta i Ramones dopo aver finito la lettura di Delitto e castigo di Dostoevskij, facendo un po' di bilanci di quello che è stato il suo percorso fino ad allora, di quelle che sono le sue doti, i suoi talenti, i suoi difetti e i suoi limiti, per capire dove potrà portarlo l'esistenza. Il giorno in cui "imparerò a fare uno spettacolare trucco alla Houdini. Meglio del trucco della corda indiana, farò sparire la mia vita in bianco e nero per farla riapparire a colori. È il giorno in cui scriverò la mia prima vera canzone rock e il primo singolo degli U2. Devo ringraziare il miracolo di Joey Ramone. E dei suoi miracolosi fratelli. Ma senza Edge, Adam e Larry – i miei miracolosi fratelli – nessuno l’avrebbe mai sentita.
Monday morning
Eighteen years of dawning
I said how long
Said how long
It was one dull morning
I woke the world with bawling
I was so sad
They were so glad
I had the feeling it was out of control
I was of the opinion it was out of control. L’avevo intitolata Out of Control perché mi ero reso conto – e potrebbe esserci sotto lo zampino di Fëdor Dostoevskij – che noi umani non abbiamo praticamente alcun potere sui due momenti più importanti della nostra vita. La nascita e la morte. Mi sembrava il genere di “fanculo all’universo” adatto a un grande pezzo punk." Stabilita un'altra tappa fondamentale del suo cammino, l'autore si lascia andare ad un racconto intimo, delicato, sincero, spaziando in un continuo su e giù temporale che lo porta ora sui palchi più famosi e prestigiosi della Terra, ora nella sua cameretta al 10 di Cedarwood Road, un attimo prima nelle stanze del potere dove svolge la sua impegnativa vita sociopolitica, un attimo dopo torna quattordicenne davanti al corpo senza vita di Iris, sua madre, cui non può che dedicare una struggente canzone:
"The star
That gives us light
Has been gone a while
But it’s not an illusion
The ache
In my heart
Is so much a part of who I am
Something in your eyes
Took a thousand years to get there Something in your eyes
Took a thousand years, a thousand years."
Un'infanzia difficile in un'Irlanda in cui "parti del nostro paese sono in guerra con altre parti del nostro paese", l'assenza prematura della madre, il tormentato rapporto con il padre e il fratello, la nascita del gruppo, il numero incalcolabile di concerti, le prestigiose collaborazioni, l'attivismo, aspetti di una vita straordinaria che hanno un unico comune denominatore: Ali. Moglie, amica, amante, complice, figura fondamentale sia nella vita di Paul Hewson, sia in quella di Bono Vox, cui lo straordinario artista non può che dedicare quest'opera che con stile, sentimento, profondità e quel tocco di ironia tipicamente anglosassone, ripercorre il cammino di un uomo che è già nella storia, di una band che resterà per sempre leggenda, di un mondo in cui c'è sempre bisogno di buona musica, di belle parole, di impegno civile, di amore. "Prendo il telefono, acceso ma sempre in modalità silenziosa, e uso la luce per guardarti, e quando ti giri nel sonno per sfuggire al fascio luminoso, per quanto debole, i miei occhi si soffermano su di te, godendosi ogni tua identità, quelle finite e quelle infinite. Sei stesa su un fianco. Vedo il tuo ciuffo ribelle, la tua fronte. Vedo sotto quegli occhi chiusi che mi parlano, intuisco che c’è ancora così tanto in serbo per noi, e ringrazio te, ringrazio il nostro Creatore, ringrazio l’universo intero…
che la ragione per cui ho intrapreso questa avventura
la ragione per cui vivo in meravigliosa compagnia da oltre quarant’anni
la ragione del lungo girovagare in quello che perlopiù è stato un deserto selvaggio e sconfinato, disegnando cerchi sulla sabbia
la ragione per cui ho riempito il vuoto nel mio cuore con la musica, facendo l’amore con l’ignoto
quella ragione ora non c’è più la ferita adolescenziale che si era aperta in uno squarcio ora si è chiusa
finalmente ho trovato una casa
sei tu
io sono a casa
non più in esilio
anche qui
e
devo imparare
a
stare a casa
stare fermo
e arrendermi
alla fine un nuovo inizio…"
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L'arma dei ricordi
Amalia e Pinuzza, zia e nipote, balia rimasta senza lavoro la prima, quattordicenne disabile la seconda, vivono in una sorta di simbiosi all'interno di una grotta della Montagnazza, un costone di roccia sul litorale siciliano ricco di caverne naturali, che danno rifugio a quella parte di popolazione locale alle prese con una crescente miseria. La monotonia caratterizza la vita delle due donne, ravvivata ogni tanto dalle visite di Carmine, fratello di Amalia e padre di Pinuzza, e degli altri suoi figli, che portano legna e viveri. Da opporre al tedio e alla solitudine, l'amorevole zia ha soltanto un'arma: i ricordi. Si lancia così in un lungo, appassionato, malinconico racconto che fa viaggiare la nipote, e con lei il lettore, nella Sicilia di fine Ottocento. L'argomento di fondo è la sua vita al servizio della famiglia Safamita, dove viene assunta, circa quarant'anni prima, come balia dell'infante Costanza, figlia secondogenita del barone Domenico e di sua moglie Caterina, restando a servizio fino alla morte della sua protetta. Fisicamente diversa dal resto della famiglia, con i suoi capelli rossi, il volto pallido e l'incredibile magrezza, poco amata e considerata dalla madre, adorata dal padre che la preferisce ai figli maschi (in una società maschilista come quella dell'epoca non è cosa da poco) fino al punto da nominarla unica erede del patrimonio famigliare, Costanza è la principale protagonista di questo romanzo di Simonetta Agnello Hornby dal forte carattere storico, che propone un ritratto preciso della società dell'epoca. Partendo dal suo ingresso nel palazzo baronale, proseguendo attraverso le varie tappe della vita della ragazza, fino ad arrivare alla morte di quella che, nel frattempo, sarà diventata la marchesa Patella di Sabbiamena, Amalia si abbandona ai ricordi, edulcorandoli, omettendo qualcosa, rendendoli adatti all'ascolto della nipote troppo ingenua, inesperta, innocente. Ma al lettore il racconto arriva completo, ricco di particolari, come se un'altra voce si aggiungesse alla narrazione per portare alla luce le vergogne, i falli, le ombre del mondo degli adulti che le candide orecchie da ragazzina è meglio non sentano. Le brutture della società patriarcale, l'ipocrisia dei dettami religiosi, le magagne economiche e politiche, le interferenze di una mafia già all'epoca operante in vari settori della società, sono aspetti che caratterizzano una trama che scorre sullo sfondo storico della caduta del Regno delle due Sicilie, del nuovo assetto nazionale, della presa di coscienza del mondo operaio che porta ai primi scioperi, delle prime confische dei beni ecclesiastici. Amori e tradimenti, rivalità e invidie, paure e audacie, rendono accattivante un racconto valorizzato dalla bellezza dello stile, dalla forza dei sentimenti, dalle minuzie descrittive, sulla falsa riga de Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa e de I viceré di De Roberto.
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L'altra faccia della medaglia
In un bar di Orano, davanti a una bottiglia di vino e ad uno sconosciuto e silenzioso interlocutore identificabile nello stesso lettore, un uomo racconta la sua storia, o meglio la storia di suo fratello e in un certo senso la storia della sua terra, del suo popolo, sottomesso, colonizzato, insorto, riscattosi, almeno ufficialmente, ma ancora succube di una sudditanza nei confronti dell'antico invasore e di un certo timore nel dover prendere in mano il proprio destino. La storia, bene o male, la conoscono tutti, in tutto il mondo. È quella raccontata in una delle più famose e apprezzate opere della letteratura mondiale: Lo straniero di Albert Camus, qui minimizzato dal narratore come "Il libro di Albert Meursault", dal nome del protagonista del suddetto romanzo francese. Ma come spesso avviene, di alcune storie si conosce soltanto un punto di vista, nel caso specifico quello appunto di Meursault, l'assassino, il colonizzatore. Si sa chi è, si conoscono o almeno si cercano di capire le sue ragioni, si è al corrente di qual è stata la sua storia prima e dopo l'omicidio. Ma cosa si sa della vittima? Assolutamente niente, non la sua vita precedente, non che fine abbia fatto, dove sia stato sepolto il suo cadavere, non viene menzionato neanche il suo nome, poiché nel libro si parla di lui soltanto come "l'arabo". Per fare giustizia nei confronti di questo ragazzo, barbaramente assassinato e destinato altrimenti all'oblio, Kamel Daoud, apprezzato e coraggioso giornalista algerino, si mette nei panni del fratello minore della vittima per raccontare finalmente anche il suo punto di vista, la faccia della medaglia che nessuno ha mai voluto guardare. Con una buona dose di sfrontatezza, l'autore ingaggia una sorta di faccia a faccia con un totem del calibro di Camus, contrapponendosi all'opera del ben più blasonato avversario già nell'incipit, con quel "Oggi mamma è ancora viva" che fa da contraltare al più celebre "Oggi la mamma è morta" con cui il premio Nobel apre il suo libro. Parte così il monologo del giovane Haroun, che racconta della sua infanzia segnata subito dalla fuga del padre, la vita con la madre brontolona e con il fratello ribelle di cui conosciamo finalmente il nome, Moussa, l'uscita di scena di quest'ultimo per mano di Meursault, la vita dopo il nefasto evento che diventa non vita, lutto perenne, rabbia repressa, fino a trasformarsi in vendetta con un gesto non meno irragionevole, inutile, riprovevole di quello dell'antagonista francese. Uno stupido tentativo di ristabilire un improbabile equilibrio che non lo libererà dalla catena che lo tiene legato a un passato troppo ingombrante per potervi sfuggire. Condizione questa che appare fortemente simbolica, capace di richiamare la condizione di un'intera nazione, di un popolo che dopo aver tanto desiderato il riscatto, l'indipendenza, l'autodeterminazione, una volta ottenuti appare incapace di sciogliere il nodo che lo tiene ancora mentalmente prigioniero, soggiogato, subordinato, prendendo le sembianze del suo stesso colonizzatore, allo stesso modo in cui Haroun sembra trasformarsi in una sorta di clone arabo di Meursault. L'opera di Daoud viaggia su diversi piani narrativi, toccando temi importanti e delicati, alcuni dei quali sono per certi versi dei veri e propri tabù, come ad esempio la religione, qui coraggiosamente e impunemente sbeffeggiata. Ma questo romanzo è senza dubbio da apprezzare anche e soltanto dal punto di vista prettamente letterario, con una prosa colta, raffinata, con grandi capacità descrittive e introspettive, con un incedere accattivante e una serie di interessanti e originali riflessioni. Una lettura che, se si è apprezzato, "Lo straniero" del grande Albert Camus, diventa quasi obbligata, come una sorta di completamento, di chiusura di un cerchio, di par condicio letteraria.
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Essere o possedere
Al rientro da una serata a teatro, i Ransome trovano la casa completamente vuota. Sapere che nella propria abitazione si sono introdotti dei malintenzionati e già di per sé inquietante, rendersi conto che i suddetti hanno portato via beni preziosi sia dal punto di vista economico che affettivo è un qualcosa di sconvolgente, ma trovarsi senza più neanche la moquette, i chiodi che tenevano su i quadri, perfino l'arrosto che attendeva nel forno di terminare la sua cottura, è un evento a dir poco traumatico. Infatti proprio come un trauma lo vivono i due protagonisti di questo breve, brillante, a tratti spassoso, ma in fondo cinicamente amaro libro di Alan Bennett. Per entrambi il nefasto episodio segnerà un punto di non ritorno. Ritrovarsi senza gli oggetti di tutti i giorni, le abitudini consolidate, gli status symbol della loro condizione borghese, precipiterà la coppia londinese in un vuoto spaventoso, quasi fossero stati derubati della loro stessa anima, quasi la loro anima risiedesse non dentro se stessi ma negli oggetti da loro posseduti. Una chiara, spietata, triste stoccata dell'autore verso una società consumistica, materialista, per la quale avere è più importante che essere. La crepa che si verrà a creare sia nel rapporto di coppia che dentro i rispettivi spiriti non si rimarginerà più, neanche quando, dopo una serie di grottesche circostanze, i due rientreranno in possesso della refurtiva. Ma a fare la differenza sarà il diverso modo in cui reagiranno i coniugi. Mentre l'uomo, ottuso, abitudinario, arido, resterà impantanato nel legame quasi maniacale con i suoi oggetti, in particolare con il suo stereo ad alta fedeltà, diventando vittima degli eventi e delle sue stesse manie, la donna, più pratica, ricettiva, duttile, trasformerà lo sciagurato episodio in un nuovo inizio, rendendosi conto che un'altra vita è possibile, riuscendo infine a salvare se stessa.
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Sette piccole perle
Penna da grande autore, piacevole leggerezza che non sfocia mai in banale superficialità, grande conoscenza dell'animo umano, sono le principali caratteristiche di questa breve, intensa, coinvolgente carrellata delle varie sfumature dell'amore, presentataci da un Kundera ancora acerbo ma in cui si intravedono già le principali caratteristiche dell'apprezzato scrittore che diventerà. Sette racconti, sette piccole perle diverse tra loro, accomunate dallo stesso argomento di fondo, l'amore, qui trattato non tanto come sentimento ma piuttosto come desiderio carnale, pulsione sessuale, voluttuoso appagamento. Se in “Che i vecchi morti cedano il posto ai giovani morti" ci troviamo di fronte al dilemma tra il rinascere di una passione giovanile e il casto rispetto per il consorte defunto, in “Eduard e Dio“ si torna sul tema, affrontando più in generale l'eterna diatriba tra il peccaminoso piacere carnale e il timorato rispetto per le morigerate e castranti regole religiose. Se in “Nessuno riderà“ il lettore viene messo in guardia dalle disastrose conseguenze delle menzogne, ne “Il Simposio“, a causa di un amore non corrisposto, si sfiora addirittura la tragedia. Ma anche un semplice e innocente gioco di ruolo può avere esiti negativi se non viene gestito bene, come ci insegna “Il falso autostop". La vanità, il bisogno di sentirsi sempre e comunque seduttivi, l'ostinata (e ostentata) ricerca della conquista amorosa sono invece i temi affrontati in “La mela d'oro“ e ne "Il dottor Havel vent'anni dopo. Storie diverse, in cui Kundera non si limita a narrare ma interviene attivamente nel racconto, spiegando i comportamenti dei protagonisti, ora giustificandoli, ora biasimandoli, avanzando pareri e riflessioni nei quali alterna severità e indulgenza, dando vita ad un meccanismo che porta il lettore a sentirsi quasi coinvolto in una sorta di dialogo tra sé e l'autore, in cui, tra una battuta e l'altra, si mette in evidenza quanto l'essere umano, di fronte a determinate circostanze legate all'amore, possa rivelarsi ridicolo.
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Troppa carne al fuoco
“Questa storia un senso non ce l’ha mai avuto e mai l’avrà. C’è troppa carne al fuoco e va troppo indietro nel tempo. Non è necessario che abbia senso. Me l’ha detto Kay, e quando lei dice qualcosa, è così.” Basterebbe questo pensiero, esternato dallo stesso autore attraverso uno dei tanti, troppi personaggi presenti in questo libro, a riassumere in sintesi il giudizio su un'opera prolissa, caotica, esagerata. Ottocento e passa pagine che si leggono faticosamente, con una miriade di storie sovrapposte, intrecciate in modo confusionale, senza un reale filo conduttore, con una scrittura caratterizzata da frasi brevi, secche, fredde, un linguaggio scarno, dozzinale, con un numero incalcolabile di personaggi difficile da tenere a mente e nessun reale protagonista se non una Los Angeles spietata, cinica, cattiva, in periodo storico difficile per gli Stati Uniti, appena entrati nel secondo conflitto mondiale in seguito ai famosi fatti di Pearl Harbor. Probabilmente è proprio il ritratto storico la parte più interessante del libro, perché disegna un paese diverso da quello che viene fuori dai libri di storia, una nazione scossa dall'entrata in guerra, in cui l'interventismo lotta con le simpatie naziste di parte della popolazione, l'anticomunismo cozza con l'alleanza con i sovietici contro Hitler e soci, l'assetto multiculturale e multirazziale su cui si fonda la società, già messo a dura prova da un razzismo imperante, viene ulteriormente colpito da una vera e propria caccia all'uomo nei confronti dei cittadini di origine giapponese, ritenuti tutti traditori, terroristi, assassini dopo il 7 dicembre del 1941. I fatti narrati in "Questa tempesta" partono proprio a poche settimane dalla famigerata "Operazione Z", e si svolgono tra la notte di San Silvestro e il maggio successivo, in un continuo su e giù tra California e Messico. Inizia tutto con il casuale ritrovamento di un cadavere carbonizzato, risalente ad un tragico incendio di qualche anno prima. L'evento darà inizio ad un incessante effetto domino che, tra indagini pilotate, politica, corruzione, omicidi, salti temporali, vedrà storie apparentemente lontane unirsi, protagonisti scontrarsi, lottare, allearsi, tradirsi, fino ad un epilogo cupo, triste, che sa di sconfitta per la società, la Nazione, l'umanità tutta. In mezzo c'è spazio per un po' di tutto, dal sesso alla pornografia, dalla religione alla politica, passando per episodi di inaudita violenza, traffico di schiavi, rivolte popolari, persino improbabili complotti tra nazifascisti e stalinisti. Un eccesso di ingredienti che danno l'impressione di essere buttati lì a caso, incapaci di creare suspence, interesse, empatia, mescolati in maniera troppo superficiale per dare un risultato diverso da un noir ambizioso scaduto in un grossolano poliziesco di serie B infarcito di slang di questo tenore: "The boys are back in town. Piú che town era meglio dire ciudad . Boyle Heights era praticamente Tijuana nord. Territorio di tacos . Un grande cesto di mangiafagioli. Hola , stronzi. Adesso arrivano i guai. Tutti voi sporchi Juan e Diego stanotte prenderete un bel po’ di calci in culo.“
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Buffa educazione sentimentale
"In quel tempo di mezzo inverno benché si recasse ogni pomeriggio di sole sulla terrazza del Caffè alle Zattere, vale a dire in un luogo per niente spiacevole e anzi rallegrato dalle scarse cose liete che si possono trovare in una città umida qual è Venezia durante la brutta stagione, Antonio aveva soprattutto voglia di morire." Un incipit bellissimo e struggente, che presenta bene ai lettori il personaggio con cui avranno a che fare per le più di trecento pagine che compongono quest'opera di Giuseppe Berto. Antonio è un venticinquenne, veneziano di provincia, svogliato studente fuoricorso, indolente maestro elementare, intrappolato in una vita che avrebbe preferito non vivere, convinto che per lui sarebbe stato "meglio se i genitori gli avessero a suo tempo risparmiato il fastidio d’imetterlo tra i vivi“, incapace di prendere decisioni, di portare a termine una qualsiasi cosa, sempre perso dietro pensieri inconcludenti, paure ingiustificate, ingarbugliate indecisioni. Un'inaspettata eredità, consistente di ottocentonovantamila lire lasciategli dal defunto nonno, lo mette nella convinzione che sia giunto il momento di dare una svolta alla sua accidiosa esistenza trovandosi una fidanzata, operazione finora rimandata, a suo dire, per mancanza di denaro, necessario per offrire da bere, portare a cena, omaggiare con adeguati pensierini la donna da amare. Una donna che non deve avere specifiche caratteristiche per essere la persona giusta, perché Antonio è convinto che la riconoscerà al primo sguardo, la individuerà tra la moltitudine, capirà subito, d'istinto. Sarà proprio così che andranno le cose, quando un pomeriggio di metà ottobre il nostro eroe si imbatterà nella bella Maria, innamorandosene subito, prima di scoprire che la ragazza fosse figlia di un ricco industriale, ricambiato, perché anche Maria si innamorerà subito di Antonio, senza sapere, oppure senza dare peso al fatto, che si tratti di uno spiantato maestro elementare di provincia. "Tutti e due senza distinzione si trovarono spesso sul punto di naufragare anima e corpo in quell'amore le cui singolari caratteristiche furono fin dal bel principio lo struggimento e la consunzione, e se non naufragarono fu soltanto per difetto di metodo e incapacità di trovare la strada giusta perché quanto a volontà non stavano certo in difetto, e infatti se per esempio fosse stato loro consentito di consumarsi a forza di guardarsi negli occhi e di ripetersi fino alla noia ti amo e ti amo essi senza pensarci due volte si sarebbero in breve consumati." Un amore sincero, passionale, destinato tuttavia a durare poco a causa delle differenze sociali che, se per i ragazzi non sono assolutamente di ostacolo alla tenera e focosa relazione, rappresentano uno scoglio insuperabile per i genitori di lei. La fine della storia, che aveva in qualche modo tirato su il protagonista dal pantano della depressione, instillando nel suo animo speranze, progetti, ambizioni, farà precipitare il giovane in un nuovo baratro di tristezza, di ignavia, di desiderio di autodistruzione. Senza più lavoro, abbandonato per trasferirsi in una stanza in affitto in città per stare vicino a Maria e riprendere gli studi, senza più la presenza della sua bella a dare un senso all'esistenza, nauseato dalla vita familiare condotta con una triste sorella e un padre brontolone, privo di obiettivi concreti, Antonio si ritroverà a passare le sue lunghe e infruttuose giornate a giocare a carte nelle osterie, abrutendosi e scialacquando l'eredità, finché non si imbatterà in un nuovo colpo di fulmine. Ma saprà la bella e algida Marica fargli dimenticare le proprie sofferenze? Sarà la disinibita orfana ungherese, così diversa dalla dolce Maria, la vera donna della sua vita? Il nuovo amore farà tornare nel ragazzo la voglia di impegnarsi in qualcosa, di progettare, di sognare, di vivere? O sarà soltanto un'altra, infruttuosa lezione in questa sua buffa educazione sentimentale? Dopo "Il male oscuro" Giuseppe Berto, grande narratore dei turbamenti dell'anima, ci porta in un altro abisso mentale, non più come racconto in prima persona della sua stessa esperienza, ma come voce esterna che racconta, analizza, spiega ma mai giudica, sentenzia, colpevolizza. Lo stile è inconfondibile, forbito, elegante, composto da periodi lunghissimi e scarsa punteggiatura, il modo di affrontare un argomento così delicato è sempre canzonatorio, sbarazzino, amaramente allegro, a tratti comico, ma sempre riflessivo, appropriato, umano. Un romanzo che lo stesso autore definisce, nel poscritto, all'antica e che invece appare una di quelle opere senza tempo perché senza tempo, senza soluzione di continuità risulta essere, da sempre, il male di vivere che attanaglia l'uomo e per questo sempre utili, attuali, moderni restano gli autori, i libri, i protagonisti che ne parlano. Come il nostro Antonio, un essere fragile, infelice, annoiato, privo di stimoli, impantanato in una vita che non ha deciso di vivere e che spera sempre finisca al più presto, in maniera magari secca e inavvertita, purché naturale, in quanto la sua voglia di autoannientamento non scuote a tal punto la sua invincibile oziosità da portarlo a compiere da sé il gesto estremo. Un'esistenza alla quale si rassegna, si abbandona, provando però almeno un minimo a scuoterla, darle una scossa, un senso, un obiettivo, attraverso l'unica cosa che può alleviare le sofferenze, dare linfa vitale, strappare un alito di felicità in mezzo a questo baratro di sofferenze: l'amore. "E allora egli fu pervaso da una felicità immensa che non lasciava posto vuoto né dentro né fuori di lui e così dopo infinite e angosciose incertezze gli parve alfine di scoprire una ragione plausibile per la quale pure a lui era capitata la ventura di venire al mondo."
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Una sola parola
"In questa corsa sfrenata che mi ritrovo a compiere, dietro una preda sconosciuta, con buona probabilità inesistente, ho incrociato uomini inchiodati alla loro versione dei fatti. Ho conosciuto vecchi vivere dentro un tempo passato, morto, loro e la foto in bianco e nero di Mussolini, tenuta nel portafogli come reliquia da onorare col pianto, offerta agli occhi altrui come soluzione di ogni male, di questo paese, del mondo intero. Ho visto tanti ragazzi, miei coetanei, vivere anche loro in un tempo passato, morto, a idolatrare guerriglieri disegnati sulle pareti dei centri sociali, a venerare teorie economiche come testi sacri, a credere ciecamente che tutto cambierà grazie all’odio verso il potere e chi lo rappresenta, il disordine come soluzione finale. Io ho creduto a tutto, poi ho rinnegato. Mi sono ferito con tutta la vita che potevo, per giungere qui, ora, con una sola certezza da difendere. Tutto quello che ho vissuto, tanto o poco che sia, non è la preda che cerco." Perché oggi una persona che si interroga sul senso della vita, sulla morte, su Dio, viene subito etichettata come depressa, disturbata, bisognosa di cure? Perché il concetto di disturbo mentale si è diffuso a tal punto da far passare per stranezze o addirittura per patologie quelle che semplicemente sono delle caratteristiche, se non delle virtù, dell'individuo? Questi sono gli interrogativi che il protagonista Daniele pone ai lettori di questo piccolo gioiello letterario, scritto in maniera semplice, ricorrendo spesso alla parlata popolare romanesca, ma ricco di carica emotiva, pieno di profondi spunti di riflessione, lineare nel racconto grazie ad una scala temporale dettata da una divisione in capitoli in base ai giorni, a mo' di diario, con necessarie incursioni nel passato. Sottoposto al regime di trattamento sanitario obbligatorio in seguito a una violenta crisi di rabbia, il ventenne si ritrova rinchiuso in una piccola e afosa stanza di una struttura ospedaliera romana in compagnia di altri sconosciuti costretti, come lui, a questo soggiorno coatto. È il giugno del 1994, l'Italia di Arrigo Sacchi, impegnata nel mondiale americano, tiene tutto il paese con il fiato sospeso. Tra le calde mura del reparto ospedaliero si intrecciano, per sette lunghi giorni, le vite del protagonista e dei suoi sventurati compagni. Storie diverse, disturbi differenti, caratteri contrapposti ma il destino comune di chi viene etichettato come malato, marchiato come pazzo, emarginato da una società che non vuole curare, ma depurare, purgare, senza fare alcuna distinzione tra la follia cattiva, distruttiva, e quella buona, costruttiva. Una convivenza forzata che nasce nella paura, nel rifiuto, nella negazione, per diventare presto legame, empatia, amicizia. "Sono i cinque pazzi con cui ho condiviso la stanza e questa settimana della mia vita. Con loro non ho avuto possibilità di mentire, di recitare la parte del perfetto, mi hanno accolto per quello che sono, per la mia natura così simile alla loro. Con loro ho parlato di malattia, di Dio e di morte, del tempo e della bellezza, senza dovermi sentire giudicato, analizzato. Come mai avevo fatto prima. Quei cinque pazzi sono la cosa più simile all’amicizia che abbia mai incontrato, di più, sono fratelli offerti dalla vita, trovati sulla stessa barca, in mezzo alla medesima tempesta, tra pazzia e qualche altra cosa che un giorno saprò nominare. Dal corridoio mi fermo a guardarli. Eccoli, ognuno nel proprio angolo di stanza, indifesi di fronte alla propria condizione, di esposti alle intemperie, di uomini nudi abbracciati alla vita, schiacciati da un male ricevuto in dono. I miei fratelli." Uomini feriti, spaventati dalla vita, affidati spesso alle cure di medici che hanno perso la vocazione e ad una scienza che appare sempre più sicura nella cura del corpo umano e che invece sembra ancora procedere a tentoni quando si parla di cura della mente: "stiamo ancora al tempo della stregoneria, sono mutati i riti, le formule magiche, le erbe sono diventate pasticche, ma la verità è che la medicina brancola nel buio, magari domani si svegliano e ci dicono che la malattia che ci avevano affibbiato non è così certa, che il meccanismo d'azione di questa o quella cosa non è come avevano sempre pensato." Una scienza miope che, agli occhi del gruppo, sbaglia il concetto di partenza nella valutazione di cosa sia il mondo, l'essere umano, arrivando a catalogare come sintomi di qualche patologia dei semplici modi di essere, di percepire le emozioni, di affrontare la vita. Può essere definito malato un ragazzo come Daniele se si trova a pensare che siamo tutti degli equilibristi, che in un attimo smettiamo di respirare e ci ritroviamo dentro una bara, che il tempo è soltanto un "insulto"? È così strano, per un ragazzo di vent'anni, non riuscire a trovare le parole per esprimere ciò di cui ha veramente bisogno e ritrovarsi a procedere al contrario, togliendo ogni giorno una parola, sfilando piano piano le meno necessarie, accorciando, potando, ripulendo dal superfluo, fino a lasciarne solo una, l'unica che veramente serve, la sola che può dare un senso a tutto? Quale può essere il termine che per Daniele indica la via, l'obiettivo, che giustifica l'esistenza, che motiva ogni affanno? ”Una parola per dire quello che voglio veramente, questa cosa che mi porto dalla nascita, prima della nascita, che mi segue come un’ombra, stesa sempre al mio fianco. Salvezza. Questa parola non la dico a nessuno oltre me. Ma la parola eccola, e con lei il suo significato più grande della morte. Salvezza. Per me. Per mia madre all’altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo?"
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La vita scorre come un respiro
Un corpo appesantito dall'età, lunghi capelli tinti di biondo, un trucco incerto, un volto segnato dalle rughe ornato di un bellissimo paio di orecchini antichi. Così la sconosciuta Elsa si presenta alla porta della casa di Giovanna e Sergio. Due occhi magnetici color smeraldo, un pacco di lettere che spunta dalla borsa, l'espressione di chi ha vissuto una vita fin troppo piena che sembra ormai giunta al termine. Per la giovane coppia, in preda ai preparativi per il solito, piacevole pranzo domenicale con gli amici di una vita, la visita inaspettata rappresenta un seccante contrattempo. Eppure, un po' per buona educazione, un po' per curiosità, un po' per una sorta di inspiegabile empatia, accontentano l'anziana donna che non chiede altro se non visitare quella che, a suo dire, era la sua vecchia casa. Una volta varcata la soglia, Elsa darà inizio ad un incredibile viaggio nel passato che sconvolgerà non solo la giornata, ma l'intera vita dell'allegra comitiva che si apprestava a trascorrere una giornata come tante, per ritrovarsi invece catapultata in una storia in cui amore e odio, amicizia e rivalità, morte e vita duellano a colpi di lacrime, ricordi e vecchie lettere mai lette, in un viaggio che parte da Viterbo, passa da Roma, Venezia, Istanbul, per finire lì, in quella casa nel quartiere Testaccio che si anima di fantasmi, sentimenti forti, ineluttabile malinconia. "Poco importa: la vita scorre come un respiro. E dentro ci lascia la nostalgia per ciò che avremmo potuto fare e la consapevolezza di ciò che siamo diventate." Immergersi nelle pagine di questo libro di Ferzan Ozpetek ha esattamente lo stesso effetto del farsi trasportare dalle sue pellicole, tanto spiccato appare il taglio cinematografico dell'opera, che si avvicina ai film dell'autore per lo stesso delicato modo di raccontare, per la stessa capacità di trasmettere emozioni e per il genere di temi trattati. Lo stile è semplice, l'incedere è scorrevole, i personaggi sono delineati con pochi ma decisivi dettagli. Si parte da una giornata qualunque, in un luogo qualunque, tra gente comune che vive una vita normale, fatta di abitudini quotidiane, sentimenti altalenanti, piccoli peccati, strani segreti, per ritrovarsi coinvolti in una faida familiare che tiene due sorelle, un tempo inseparabili, lontane ormai da troppi anni, in una fuga disperata che vorrebbe essere espiazione, in un percorso personale che porta dalla colpa al pentimento senza, purtroppo, culminare nel perdono. "Mi fece tenerezza. La sentii di nuovo vicina, come quando eravamo piccole e fantasticavamo sulle nostre vite future, nascoste tra le foglie di un cespuglio che ci sembrava vasto come una foresta. D’impulso le presi una mano e gliela strinsi tra le mie, ma lei non reagì. Fu come toccare un pezzo di marmo, freddo, duro e scivoloso. Mentre ci avviavamo verso casa mi chiesi chi fosse davvero quella ragazza che mi camminava accanto." Alternando il racconto del presente in terza persona a quello del passato, affidato invece alle lettere scritte da Elsa e alle parole della sorella Adele, Ozpetek crea un alone di mistero che si dirada soltanto nel colpo di scena che porta verso un finale aperto, riuscendo a rendere interessante una storia di rivalità amorosa come tante proprio grazie al particolare escamotage narrativo. Un bel libro che, visto il nome dell'autore, non può che apparire come un'ottima sceneggiatura per un film, e chissà che Ozpetek non decida di trasportare sul grande schermo le emozioni che è riuscito a creare su carta. "Adele tace. I suoi occhi si sono induriti. Il passato è tornato a chiederle conto delle sue ferite, ma in quello sguardo c’è tutta la determinazione di chi non dimentica né perdona."
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Era un angelo
In questo libro dal carattere fortemente autobiografico, Dazai rende il lettore partecipe di un malessere interiore dal detonante impatto emotivo. Attraverso il suo alter ego Yozo, Osamu racconta, in fantomatiche pagine di diario, lo strazio di un'esistenza vissuta ai margini di una società a cui non ha mai sentito di appartenere, in cui si è mosso da sempre ostentando un cinismo, un sarcasmo, una noncuranza che gli sono serviti da maschera, un mezzo artificioso per nascondere una fragilità, una sensibilità, un senso di disagio per i quali prova vergogna, al punto da arrivare a squalificarsi, a estromettersi volontariamente, ad autoescludersi da quella che, per i più, appare come la normalità, fino ad arrivare a compiere gesti estremi, fino a spingersi verso una direzione di non ritorno. I pensieri, gli episodi, i sentimenti del protagonista, appaiono a chiunque abbia voglia di informarsi sulla vita dell'autore, nient'altro che palesi proiezioni dello smarrimento che ha accompagnato Dazai per tutta la sua breve e inquieta esistenza, culminata a trentanove anni con un infausto suicidio realizzato con una modalità, guarda caso, raccontata con tragica prescienza nel libro in questione, seppur con esiti diversi. Ad accrescere il forte senso di empatia che scaturisce dalle pagine, ci pensa una prosa fine, delicata, intima, autoironica, in una confessione straziante senza mai sfociare nell'autocommiserazione, dura senza mai rinunciare ad una malinconica dolcezza, beffarda ma mai ridicola. Yozo, come Osamu, sa bene di non essere l'unico al mondo a soffrire, tuttavia è lucidamente capace di dimostrare le differenze che lo distinguono dal resto della sua stessa specie. Le sofferenze degli altri sono poca cosa, sono ben facili da sopportare, altrimenti non riuscirebbero a proseguire le loro vite dimostrando interesse per le piccole cose di ogni giorno, impegnandosi in questa insensata lotta per l'esistenza, invece di cadere nello sconforto, impazzire, uccidersi. Lui, invece, davanti alla vita, davanti agli altri esseri umani, è sempre sprofondato nel terrore, del tutto privo di fiducia in se stesso, costantemente impegnato a tenersi dentro le sue angosce solitarie, la malinconia, l'agitazione che lo tormentavano, evitando di farle trapelare all'esterno, mascherandole fingendo ottimismo, ingenuità, innocenza, recitando costantemente la parte dell'eccentrico. Da piccolo, in quel lasso di tempo relativo all'infanzia narrato nel primo taccuino, Yozo affronta l'esistenza con il piglio del pagliaccio, del buffone, convinto che tutto andrà bene finché riuscirà a far ridere gli altri, badando bene di divertirli senza però risultare molesto ai loro occhi, in modo da apparire solo come un piacevole diversivo, restando estraneo alle loro vite, suscitando il minimo interesse. Cresce in una famiglia benestante, con genitori rigidi, fratelli e sorelle ligi al dovere, riuscendo nello studio senza il minimo sforzo, ma sentendosi da subito diverso, inadeguato, pieno di spaventosi tormenti interiori. Nel secondo taccuino, dedicato alla giovinezza, il protagonista racconta di come la sua fuga dal mondo lo trascina in un baratro di alcool, droghe, dissolutezza. Andato via da casa per proseguire gli studi, fa la spola tra parenti, collegi, misere camere in affitto, con scarsi risultati dovuti non alle sue capacità, ma al suo atteggiamento distaccato, ozioso, autolesionista, fino ad arrivare al punto da attentare alla sua stessa vita. Il tragico episodio fa da spartiacque alla sua esistenza, portandoci nel terzo taccuino e nell'età adulta, in cui Yozo cerca di realizzarsi rispolverando il suo talento nel disegno, non già per divenire un pittore famoso come nei suoi sogni d'infanzia, ma per sbarcare il lunario con penose vignette pubblicate su squallidi giornali. I suoi tentativi di condurre una vita normale lo portano perfino al matrimonio e alla promessa solenne di ripulirsi, abbandonare i propri vizi, uscire dal suo stato di abbrutimento. Ma come è facile presupporre, sarà veramente difficile mantenere le aspettative. "Il mondo, in definitiva, restava sempre un luogo d’orrore insondabile. Non era affatto quel luogo d’infantile semplicità dove tutto si poteva risolvere con un’unica decisione, sul posto e sul momento." Ma il ritratto che il protagonista fa di se stesso è veritiero? Veramente il modo in cui si disegna in queste struggenti pagine di diario rispecchia il suo essere? Ciò che Yozo pensa di sé coincide con il modo in cui lo vedono, lo giudicano, lo considerano gli altri? Non può essere invece che, tutto preso dai suoi tormenti, dal suo malessere interiore, non si sia accorto delle qualità, della dolcezza, di tutto ciò che di positivo riesce a trasmettere? “Fu colpa di suo padre,” disse la donna imperturbabilmente. “Lo Yozo che noi conoscemmo era così bonaccione, così divertente, e sarebbe bastato che non si fosse messo a bere per… no, anche se beveva, era un buon figliolo, era un angelo."
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Piccante triangolo familiare
Un raffinato erotismo fa da filo conduttore ad uno strambo e torbido intreccio familiare in cui realtà e immaginazione, bugie e verità, fiducia e sospetto si fondono e si confondono, accompagnando il lettore in un simpatico e brioso viaggio attraverso le sensuali perversioni dell'animo umano. A raccontare i voluttuosi eventi ci pensa una penna d'autore come quella del premio Nobel Mario Vargas Llosa, esponente di spicco della letteratura sudamericana. Il brillante autore peruviano racconta di un piccante triangolo familiare che vede come protagonisti il godereccio Don Rigoberto, colto e raffinato direttore di una compagnia assicurativa, appassionato d'arte e letteratura; la sua seconda moglie, la procace Dona Lucrecia, compagna di dieci anni di notti licenziose; il figlio di primo letto dell'uomo, il giovane e smaliziato Fonchito, maniaco dell'arte e della vita del famoso pittore austriaco Egon Schiele, di cui si crede una specie di reincarnazione. A completare il quadretto troviamo l'affascinante Justiniana, domestica, amica, confidente, amante. La coppia vive divisa in seguito ad un evento tanto scandaloso quanto nefasto, già raccontato da Vargas Llosa nel precedente "Elogio della matrigna", che ha come responsabile il satanico ragazzino. Il novello Schiele, non si sa bene se spinto dal senso di colpa, dall'amore verso il padre o da un'insana e indomabile attrazione verso la matrigna, ordirà una trama losca, contorta, a tratti tragicomica, per far riconciliare Don Rigoberto e la sua amata. Riuscirà nel suo intento? Qual è il suo vero fine? Spregiudicato senza mai cadere nell'eccesso, spinto senza tuttavia risultare sconcio, l'autore è bravo a imbastire una trama coinvolgente con pochi ma ben delineati personaggi, con una narrazione che passa dalla terza persona a pagine di diario in cui i ricordi del protagonista si colorano di sensuale fantasia, con una prosa raffinata ricca di minuziose descrizioni, rilevanti riflessioni e stuzzicanti citazioni letterarie. Arma in più di questa eccentrica e piacevole opera sono senz'altro i continui, interessanti, a volte persino ossessivi riferimenti alle opere e alla vita di Schiele, comprendenti sia una serie di curiosità biografiche, sia l'enumerazione, la descrizione e in un certo senso la spiegazione di molte sue opere. Un'attrattiva forte per chi apprezza il grande maestro austriaco, ma anche una maniera di avvicinarsi, per chi magari lo conosce poco, ad uno dei maggiori artisti espressionisti del primo Novecento.
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Una città crudele e spietata
"Barcellona, pensava Dalmau scuotendo la testa, era una città crudele e spietata con chi la rendeva grande sacrificando la vita, la salute, la famiglia e i figli". L'inizio del ventesimo secolo non è un periodo tranquillo nella metropoli catalana. Le tensioni sociali portano a continue proteste che sfociano troppo facilmente in sanguinosi scontri. La situazione di quasi schiavitù e di povertà che attanaglia la maggior parte della popolazione, contrapposta alla ricchezza dei pochi che detengono il potere politico ed economico, porta la gente in strada, a manifestare contro un'iniquità esasperante, condizioni di vita al di sotto della decenza, sfruttamento inumano della manodopera. Bersaglio delle proteste, inoltre, è anche la Chiesa, complice dei potenti, sempre pronta a soggiogare le masse, a tenere a freno la voglia di riscatto con la squallida scusa della volontà divina, che vorrebbe far rientrare la sofferenza dei più nel comodo contesto del disegno di Dio. È questo il clima che fa da cornice alla storia qui raccontata da Ildefonso Falcones, che vede come protagonisti due giovani proletari barcellonesi, Dalmau Sala, affidabile ceramista e talentuoso pittore, e la sua procace fidanzata Emma Tàsies, abile cuoca e indomabile attivista della causa anarchica. La penna dell'autore ci porta in una città in subbuglio, in un'epoca storica a dir poco incandescente, in cui i due ragazzi fanno i conti con la politica, il lavoro, le differenze di classe, la morte, la vita, l'amore. Una coppia felice, una passione travolgente, un futuro roseo che appare scritto. Ma, mentre Emma sa bene chi è, da dove viene, dove vuole andare, quale è e sarà il suo mondo, Dalmau appare costantemente in bilico tra la sua provenienza umile e quell'apparente paradiso borghese verso cui il suo talento, sospinto dall'aiuto del mentore don Manuel Bello, lo spinge. I due ragazzi scopriranno presto che la vita ha in serbo, troppo spesso, spiacevoli sorprese. Emma e Dalmau si separeranno, percorrendo strade diverse che li porteranno, chi per un verso, chi per l'altro, a grandi ma troppo labili successi, a rovinose cadute, in percorsi pieni di rabbia, stenti, umiliazioni. Le strade, tuttavia, anche se apparentemente portano in posti diversi, a volte finiscono per incontrarsi, spesso intersecandosi un attimo per poi proseguire nelle loro rispettive direzioni, più raramente unendosi per andare dalla stessa parte. Quale sarà il caso dei nostri eroi? "Dalmau sorrise e osservò con amore il viso di sua moglie, finché non fu distratto dal luccichio della spilla che Emma aveva appuntata sul bavero: una libellula modernista; il corpo lungo e sottile dell’animale era realizzato in oro mentre le ali erano coperte di smalti traslucidi e punteggiate da minuscole pietre preziose colorate. Dalmau gliel’aveva regalata la sera prima, dopo che il gioielliere aveva insistito senza successo nel consigliare un pezzo più attuale. Il ceramista si perse nei bagliori della libellula, che sembravano volerlo trattenere in quella città, dove l’arte, la creatività e la fantasia più scatenate avevano giocato insieme dando vita a edifici e opere che l’umanità, un giorno, avrebbe riconosciuto. Barcellona restava indietro e, con essa, parte della vita di entrambi."
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Gente come l'Agnese
"La pioggia e la nebbia si cambiarono in neve, il rumore dell’acqua morì in un grande silenzio. La neve veniva giù dal cielo bianco, si fermava sugli alberi, sui tetti, si scioglieva nei canali, cancellava le cavedagne, era una cosa pesante, monotona, infingarda, una scusa offerta a chi non aveva voglia di muoversi. I tedeschi stavano intorno ai fuochi delle cucine, scherzavano con le ragazze, si ubriacavano e dormivano. Un ordine li faceva balzare in piedi infilavano i lunghi cappotti di panno, quando erano fuori in quel bagliore bianco e gelido diventavano più cattivi avevano desiderio di ammazzare per scaldarsi. Ma per le strade non c’era quasi nessuno. Qualche donna con la testa fasciata dallo scialle, degli uomini rari, con l’aspetto affaticato ed innocuo. I tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l’azione dove nessuno l’aspettava. La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano." Una donna rude, dall'aspetto duro ma pacifico, una lavandaia con il fisico da contadina, passa indifferente tra i soldati tedeschi, fredda, tranquilla, insospettabile. Trasporta ceste di panni sporchi, o biancheria già lavata, o semplicemente le sporte della spesa da cui spunta una pagnotta male incartata, la sua frugale cena, che lei prontamente offre alla guardia che l'ha fermata. Poi va via, pacifica com'è arrivata, come se fosse tutto normale. Ma appena si allontana sputa per terra, maledice gli sporchi nazisti che occupano la sua terra, i loro degni compari fascisti e gli sporchi delatori pronti a vendere i loro compatrioti, come ha fatto Minghina, la sua vicina di casa, con suo marito Palita, partigiano, comunista, arrestato, deportato, morto sul vagone ferroviario che lo stava portando in Germania. Siamo in piena resistenza, in una non meglio identificata zona d'Italia, tra le colline che costeggiano le sponde di un fiume. Lei è Agnese, una donna semplice, gran lavoratrice, che ha sempre dovuto sgobbare per due perché il marito aveva dei grossi problemi di salute. La malattia tuttavia non impediva all'uomo di occuparsi, nel limite delle sue possibilità, delle sorti della sua nazione, deturpata dallo scempio del regime fascista, violata dalla presenza delle SS che si comportano da padroni. Agnese invece non ha mai seguito la politica, non conosce il partito a cui Palita era legato, non si è mai immischiata in faccende che, da sempre, sono appannaggio degli uomini. Tuttavia la nostra eroina non ci pensa due volte ad unirsi ai compagni del defunto consorte, quando questi vanno a trovarla e le propongono di entrare nella resistenza. La donna diventa subito una perfetta ed insospettabile staffetta partigiana, continuando ad occuparsi della casa, delle faccende domestiche, del lavoro da lavandaia, mentre sottobanco trasporta armi, cibo, semplici informazioni. Finché non è costretta a scappare da casa anche lei, a darsi alla macchia con i suoi compagni, dopo aver ucciso un soldato tedesco reagendo all'ennesimo sopruso. Sempre attiva, sempre pronta a fare il possibile per la causa, a volte anche l'impossibile, come un vero soldato pronto a sfidare ogni avversità, ogni nemico, perfino la morte. L'Agnese, con il pensiero sempre rivolto all'amato Palita, va a combattere, L'Agnese va a morire. Renata Viganò racconta la resistenza puntando tutto sulle descrizioni, sulle atmosfere, sui sentimenti, tralasciando la facile retorica, ignorando i fatti storici che avvengono lontano dai luoghi dove si muove la protagonista. Ci sono soltanto un fiume, qualche collina, i partigiani da una parte, i nazifascisti dall'altra. C'è un clima pesante, una popolazione divisa in maniera netta tra chi sta da una parte e chi dall'altra, come esistessero soltanto il bianco e il nero. Ci sono grandi difficoltà a reperire i più elementari mezzi di sussistenza, a combattere le intemperie naturali, la pioggia, il freddo, l'umidità. Difficoltà che aumentano notevolmente per chi, come i gruppi partigiani, deve muoversi in clandestinità, sempre all'erta, dormendo ora qua ora là, spesso all'addiaccio, spesso non riuscendo neanche a dormire, tantomeno a mangiare. Eppure questa gente continua la sua guerra, spinta dallo sdegno verso il regime, dal sogno di cambiare le cose, dalla disperazione di chi non ha più niente da perdere. Ma l'autrice non li presenta come eroi, le loro azioni vengono descritte in maniera secca, cruda, priva di enfasi, di trionfalismo, non ne mostra solo il coraggio ma anche la paura, non ne ostenta solo le certezze ma anche i dubbi. Gente semplice, che pure ha fatto la storia, una storia che troppo spesso viene dimenticata, taciuta, ignorata, che oggi più che mai si tende a minimizzare, ridimensionare, perfino, purtroppo, a revisionare. Gente a cui dobbiamo oggi la nostra libertà, che ha combattuto per sè ma soprattutto per quelli che sarebbero venuti dopo. Gente come l'Agnese. "Dopo sarà un’altra cosa. Io sono vecchia, e non ho più nessuno. Ma voialtri tornerete a casa vostra. Potrete dirlo, quello che avete patito, e allora tutti ci penseranno prima di farne un’altra, di guerre. E a quelli che hanno avuto paura, e si sono rifugiati, e si sono nascosti, potrete sempre dirla la vostra parola; e sarà bello anche per me. E i compagni, vivi o morti, saranno sempre compagni. Anche quelli che non erano niente, come me, dopo saranno sempre compagni, perché potranno dire: ti rammenti questo, e quest’altro? Ti rammenti il Cino, e Tom, e il Giglio, e Cinquecento… - Con quei nomi di morti, si rimisero a parlare di loro, ma non della morte: ne parlarono coi ricordi di prima, come se fossero vivi."
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Il contrasto e la tentazione
"Eravamo molto giovani. Credo che in quell’anno non dormissi mai. Ma avevo un amico che dormiva meno ancora di me, e certe mattine lo si vedeva già passeggiare davanti alla Stazione nell’ora che arrivano e partono i primi treni. L’avevamo lasciato a notte alta, sul portone; Pieretto aveva fatto un altro giro, e visto l’alba addirittura, bevuto il caffè. Adesso studiava le facce assonnate di spazzini e di ciclisti. Nemmeno lui ricordava i discorsi della notte: vegliandoci sopra, li aveva smaltiti, e diceva tranquillo: –Si fa tardi. Vado a letto. Qualcuno degli altri, che ci trottava dietro, non capiva che cosa facessimo a una cert’ora, finito il cinema, finite le risorse, le osterie, i discorsi. Si sedeva con noi tre sulle panchine, ci ascoltava brontolare o sghignazzare, s’infiammava all’idea di andare a svegliare le ragazze o aspettare l’aurora sulle colline, poi a un nostro cambiamento di umore tentennava e trovava il coraggio di tornarsene a casa. L’indomani costui ci chiedeva: – Che cos’avete poi fatto? – Non era facile rispondergli. Avevamo ascoltato un ubriaco, guardato attaccare i manifesti, fatto il giro dei Mercati, visto passare delle pecore sui corsi". Le notti non finiscono mai per i nostri protagonisti, Oreste, Pieretto e l'io narrante di cui non conosciamo il nome, indolenti studenti universitari durante il giorno, nottambuli vagabondi, instancabili chiacchieroni, zelanti perditempo dal tramonto fino all'aurora. A loro basta un'osteria aperta, una panchina in riva al Po, un gradino con vista su una piazza, una passeggiata fino alle colline per trascorrere ore ed ore a parlare del mondo, della vita, della pioggia e del sole, meno di donne, argomento per loro ancora poco chiaro. È durante una delle loro abituali notti di inizio estate che i tre inseparabili amici si imbattono in un personaggio tanto affascinante quanto ambiguo, il carismatico e controverso Poli, il diavolo cui fa riferimento il titolo di questa graziosa opera di Pavese, tra i primi cimenti del poeta con la prosa. Il giovane, vecchia conoscenza di Oreste, inizierà i tre studenti ad un mondo torbido fino ad allora sconosciuto, fatto di cocaina, alcool, festini, indolenza e lussuria. La vicenda ruota intorno a due principali concetti: il contrasto e la tentazione. Il primo lo si evince chiaramente dalle palesi differenze che caratterizzano Poli, vizioso, anticonformista, spregiudicato, rispetto ai tre amici ancora puri, innocenti, non contaminati dalla bruttezza del mondo adulto. Il concetto di contrasto prosegue però anche a livello geografico, con la contrapposizione tra la mondana, peccaminosa, moderna Milano, residenza del nostro "diavolo", e la sorniona, rilassata, Torino del secondo dopoguerra, affascinante ambientazione di questa storia con il suo lungo Po, le sue piazze, le colline che la circondano e le campagne ricche di frutta, di vigne, di cacciagione, così opulente da apparire voluttuose, e da portare Pieretto a dire: "D'estate la campagna è disgustosa, è un'orgia sessuale di polpe e di succhi. Soltanto l'inverno è la stagione dell'anima". È proprio dai contrasti che nasce la tentazione, quando l'innocenza subisce l'ascendente del vizio e si affanna per ottenere appagamento, per violare la normalità, per concedersi di oltrepassare il limite. È ciò che accade ai nostri ragazzi, in quella particolare fase della vita in cui si esce dalla giovinezza per entrare nell'età adulta, in quella vita così sconosciuta e affascinante, ricca di possibilità, di promesse, ma anche di perversioni, di zone d'ombra, di delusioni. La tentazione si manifesta attraverso la figura di Gabriella, moglie di Poli, donna sensuale e disinibita, indipendente per certi versi, ma indissolubilmente legata al suo uomo nonostante tutto, oggetto del desiderio ma al tempo stesso figura intoccabile, tentatrice senza mai passare il limite, donna fatta davanti all'immaturo erotismo dei suoi spasimanti che assistono ad un vero e proprio dramma coniugale, finendo per diventarne parte in causa. Per i tre studenti il passaggio avviene in maniera netta, improvvisa, nell'arco di un'estate che non dimenticheranno mai, grazie ad un personaggio che, nel bene e nel male, resterà scolpito nella loro memoria. Una volta oltrepassato il limite, sarà impossibile tornare indietro, anche se, come dice Poli: "È incredibile come l'anima più vecchia che hai dentro è quella di quand'eri ragazzo. A me sembra di essere sempre un ragazzo. È l'abitudine più antica che abbiamo..."
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Siamo ancora qui, Almodovar
Daniel, Xavier, Almodovar sono tre ragazzi alla soglia dei quarant'anni, amici inseparabili dai tempi dell'infanzia, soci nello strampalato affare di creare un sito internet su cui le persone bisognose di aiuto possono esporre i propri problemi e altre, spinte da semplice altruismo, o da qualsiasi altra forma di incentivo, possono prodigarsi per aiutare i primi a risolverli. Un progetto sul quale il gruppo ha investito tempo e denaro, che tuttavia stenta a decollare. Eppure di gente bisognosa di aiuto ce ne sarebbe tanta, troppa, in un Portogallo in piena recessione, con problemi economici e lavorativi che incidono, non poco, su ogni aspetto della vita. Lo sanno bene i nostri protagonisti: Daniel, brillante agente di viaggio, costretto a vendere aspirapolvere porta a porta (con formule poco convenienti e risultati molto scarsi) dopo aver perso il posto, mentre moglie e figli si sono trasferiti in un'altra città per questioni lavorative; Xavier, che una forte depressione tiene prigioniero in casa, dove sbarca il lunario come tatuatore e passa il tempo a calcolare l'indice medio di felicità della popolazione mondiale; Almodovar, reduce dal fallimento dello storico negozio di scarpe di famiglia, detenuto nel carcere di Lisbona dopo un disastroso quanto disperato tentativo di rapina andato male. Conosciamo la storia di questo strampalato trio attraverso un monologo mascherato da dialogo immaginario, in cui Daniel racconta, come se stesse parlando con Almodovar ed immaginandone le risposte, dei suoi tentativi di guadagnarsi il pane con ogni espediente, di tenere unita una famiglia il cui legame appare sempre più fragile, di sopperire all'assenza dell'amico quando la moglie Clara e il figlio Vasco, rimasti soli dopo l'arresto, sembrano sull'orlo del baratro, di restare il punto di riferimento per l'altro amico, Xavier, anche quando i suoi capricci, le sue insicurezze, le sue ossessioni sembrano portare nient'altro che guai. Il tono è quello arrabbiato dell'amico deluso, sia per il fatto che, da quando è in galera, l'altro rifiuta senza alcuna giustificazione qualsiasi dialogo, qualunque contatto, sia per il gesto irresponsabile, insensato, che lo ha portato dietro le sbarre. "Almodôvar, c’è sempre qualcuno che si crede piú furbo degli altri. Cercavamo tutti di risolvere la nostra vita, c’erano ostacoli che spuntavano lungo il cammino, problemi che venivano lanciati nella nostra direzione come fossero sassi o frutta marcia, la maggior parte di noi non poteva nemmeno fermarsi per riposare, pensare alle soluzioni, il tempo era giusto una difficoltà in piú, tutto ciò che potevamo fare era andare sempre avanti, percorrere la strada di fronte a noi meglio che potevamo, aspettare una fine, per lo meno una fine prima della fine. C’è sempre qualcuno, però, cui viene in mente di uscire di strada, di cercare una scorciatoia". Perché, secondo Daniel, nessuna situazione può essere tanto disperata da portare a gesti così estremi, perché, anche nel momento peggiore, con l'impegno, la speranza, la combattività, se ne può venire fuori. E sono queste le qualità che il protagonista dimostra in ogni pagina, in ogni riga, in ogni parola di questo piacevole libro che, pur senza brillare particolarmente per qualità letteraria, rappresenta una piacevole lettura e uno stimolante invito alla riflessione su temi come la precarietà del lavoro, il valore di legami umani quali la famiglia e l'amicizia, l'importanza che può avere la costante ricerca di una condizione di vita migliore, di un progresso personale, di un avanzamento della qualità dell'esistenza, non necessariamente legato all'aspetto economico, che aiuti ogni individuo ad innalzare il proprio indice medio di felicità. "È qui che siamo, Almodôvar, dentro questo furgone, in viaggio verso Lisbona. È qui, mentre sto seduto al volante, l’autostrada spianata davanti a me, che ti racconto tutto, affinché tu sappia che continuiamo a stare qui e che potrai unirti a noi quando vorrai. Non ho paura, Almodôvar, continuo a credere, la vita è ancora come è sempre stata. Nonostante tutto, i giorni di questo mondo sono ancora fatti di luce e il buio della notte continua a fare paura. E noi siamo ancora qui, Almodôvar."
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Smania di eccedere
Chi era Buster Casey? Un eroe o un delinquente? Un freddo calcolatore o un rabbioso istintivo? Un ribelle come tanti o un pazzo scatenato? E poi: come è morto Buster Casey? È stato un suicidio? Un omicidio? Una fatalità? Ma Buster Casey è morto davvero? Oppure è stata solo una messa in scena? Se fosse morto e poi risorto? O si fosse reincarnato? O stesse facendo su e giù nel tempo tra passato, presente e futuro? Per conoscere meglio questo protagonista a metà tra uomo e leggenda dobbiamo mettere insieme, ordinare, interpretare, come fossero piccole tessere di mosaico, le tante, confusionarie, contraddittorie dichiarazioni di una serie di personaggi che lo hanno conosciuto per i più disparati motivi. Parenti, amici, nemici, semplici conoscenti, si concedono in frammenti di interviste parlando del bambino, del ragazzo, dell'uomo, in uno spazio temporale abbastanza ampio da percorrere la sua esistenza, dal concepimento al tragico epilogo e alle sue conseguenze. Dalle prime marachelle da teppistello di provincia che gli sono valse il soprannome "Rant" (termine onomatopeico che richiama il suono dei conati di vomito), passando per il tormentato rapporto con veleni, morsi e punture di animali di ogni specie, al rifiuto di qualsiasi regola, imposizione, limite, fino alle tragiche serate di party crashing (allucinato passatempo che richiama l'insano bisogno di autodistruzione già trattato dall'autore nel più celebre e riuscito "Fight Club") che lo hanno portato alla morte. Sullo sfondo un mondo distopico, con una società divisa tra chi vive la sua esistenza di giorno, i cosiddetti "diurni", e chi non vede mai la luce del sole, i "notturni", con le sirene del coprifuoco a scandire i tempi, con un'allarmante pandemia di rabbia in corso, con i concetti di bene e di male, di giusto e sbagliato, di rispetto e di scorrettezza che sembrano aver perso qualsiasi significato. Una storia bizzarra in cui l'autore va a perdersi un po' troppo nella voglia di strafare, nella necessità di trovare l'eccesso a tutti i costi, ottenendo il controproducente effetto di passare dal dissacrante al volgare, dal sarcastico al ridicolo, dall'anticonformista al banale. Bene l'originale espediente letterario del racconto "orale", lo stile di scrittura, anche se poco virtuoso, è adatto al contesto, i contenuti sopra le righe hanno ambizioni trasgressive che troppo spesso scivolano nel trash. Il filone narrativo, seppur frammentato dai continui cambi di punto di vista, segue un suo filo logico, ma i buoni presupposti iniziali che accendono nel lettore una qualche forma di curiosità, di interesse, quasi di stramba simpatia, si perdono strada facendo, mortificati da una smania di eccedere affidata ad idee confuse, esagerate, inconsistenti. La pur giustificata ambizione di mettere in ridicolo alcuni aspetti della società umana, di sbeffeggiare il bigotto perbenismo, di ribellarsi alle convenzioni, nel complesso non sembra aver prodotto i risultati sperati. "Come si fa a dire che Rant ha reagito in modo eccessivo? Come vuoi che reagisca una persona intelligente quando scopre di non essere altro che il prodotto di un sistema corrotto e malvagio? Come puoi continuare a vivere sapendo che ogni tuo respiro, ogni dollaro di tasse che paghi, ogni bambino che metti al mondo e a cui vuoi bene servirà soltanto a perpetuare un sistema marcio? Come fai a vivere sapendo che ogni tua singola cellula e goccia di sangue è parte integrante di questo marciume?"
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Un incubo orripilante
"Porta dell'edificio Nord" recita la scritta che campeggia sull'imponente edificio comparso all'improvviso, in concomitanza con il materializzarsi del nuovo regime dittatoriale, presentatosi al popolo come La Porta. La gente è rimasta interdetta da questa tragica novità, nata all'indomani della Prima Raffica, la sanguinosa repressione di una serie di moti di rivolta, con lo scopo di ristabilire l'ordine e rafforzare le redini del potere. Il nuovo governo va presto oltre tutto questo, prendendo a gestire qualsiasi aspetto della vita dei cittadini, fissando sempre più regole e restrizioni, diventando l'unica fonte di diritto, arrivando fino al punto in cui, senza un suo esplicito permesso, tutto è vietato. Un regime oppressivo e intransigente, nei confronti del quale nascono nuovi disordini e proteste, passati sotto il nome di "Sciagurati Eventi" e soffocati violentemente a colpi di arma da fuoco. Lo sa bene Yahya, che di quella ferocia porta ancora il ricordo sotto forma di proiettile, conficcatosi nel suo corpo e che, ad ogni movimento, ricorda all'uomo la sua presenza con fitte di dolore lancinanti. "Si alzava e andava a dormire, camminava, mangiava e beveva, e dentro il suo corpo c'era sempre una pallottola". In condizioni normali, estrarre l'agghiacciante souvenir, per quanto possa risultare un'operazione delicata, sarebbe stato relativamente facile. Ma oggi, anche per un'attività di questo genere, occorre un esplicito permesso. Nulla può, davanti alle nuove regole, il pur volenteroso Dottor Tareq Fahmi, primo a soccorrere Yahya e ad accorgersi di strane manovre, ordite dal potere, per insabbiare, minimizzare, negare questo ed altri eventi simili. Al povero ferito non resta che seguire la prassi e provare ad ottenere un placet che, ogni giorno che passa, appare sempre più difficile da raggiungere. Inizia allora una lunga attesa, in quella che viene presto battezzata con quel nome, la fila, che dà il titolo al libro. Una sfilza di postulanti, ogni giorno più lunga, composta da cittadini che necessitano di autorizzazioni, certificati, riconoscimenti, costretti a restare in fila per ore, poi per giorni, settimane, mesi, in attesa che la Porta si apra per accogliere le loro istanze. Nascono così amicizie e inimicizie, amori e rivalità, si alternano solidarietà, denunce, affari più o meno legittimi, mentre la Porta continua a restare chiusa, simbolo di un potere sordo, cieco, indifferente ai bisogni del popolo. "Dopo quasi tre ore arrivò alla coda della fila e prese l'ultimo posto. Si era ormai abbandonato al ritmo dei suoi pensieri. Gettò uno sguardo pieno di sconforto verso la porta domandandosi se si sarebbe mai aperta, e, da lontano, gli si parò davanti minacciosa e ottusa come un muro sordo". Delusa dall'insuccesso della "Primavera Araba", serie di moti di agitazione e protesta che ricordano molto gli Sciagurati Eventi del libro, consapevole della violenta forza opprimente dei regimi per averla vissuta in prima persona, sulla propria pelle, come donna invisa in quanto attivista per i diritti umani, Abdel Aziz Basma ci proietta in un mondo a metà tra la distopia orwelliana e gli angoscianti paradossi kafkiani, creando un clima soffocante, angosciante, ai limiti della follia. Anche se l'autrice non dà punti di riferimento temporali né geografici, è abbastanza automatico collocare la storia nel Nord Africa in generale e nell'Egitto, patria della Basma, in particolare, trovando lampanti analogie con quanto avvenuto in quella parte di mondo tra il 2010 e il 2011, e quanto continua ad avvenire un po' ovunque, con la continua mistificazione della realtà, con la manipolazione dell'informazione, con una delatoria opera di controllo sui mezzi di comunicazione. Proprio il fatto di non legare il racconto a nessun tempo e a nessun luogo, contribuisce ad aumentare l'atmosfera surreale, la sensazione di inquietudine, la condizione di incertezza, il tutto acuito da una prosa secca, da una caratterizzazione appena abbozzata dei personaggi, in un racconto in cui tutto appare vago, indefinito, irreale, come all'interno di un incubo che, tuttavia, risulta ancora più orripilante in quanto spaventosamente vicino alla realtà.
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La forza della dolcezza
"Ditelo a Sofia". Con queste parole il dottor Gàbor Nagy si congeda dal mondo stroncato improvvisamente da un infarto. Una frase lasciata in sospeso, raccolta da uno dei tanti pazienti che frequentano il suo ambulatorio, di cui nessuno si preoccupa di cercare la conclusione o di scoprire l'intento. Nessuno, ufficialmente, si prende la briga di raccontare alla diretta interessata, Sofia appunto, figlia undicenne del defunto, dell'ultima frase terrena del padre, dell'ultimo pensiero rivolto a lei. Tuttavia la ragazzina viene comunque a conoscenza di quanto espresso dal medico in punto di morte. Quel vago "ditelo a Sofia" diventa per la bambina un'ossessione, un tarlo, un pensiero costante. Perché già è difficile perdere un genitore, perché lo è ancora di più perderlo a quell'età, perché è una tragedia ancora più grande quando colui che viene a mancare è l'unico che riesce a capirti, che ti dà fiducia nonostante i continui fallimenti, che ha sempre una parola buona, un sorriso, una carezza. Perché sapere che voleva dirti qualcosa, prima di lasciarti per sempre, e non conoscere le sue ultime volontà può diventare straziante. Sofia continua a pensarci, ogni momento, mentre guarda lo studio passare in mano ad un altro medico, con tutti i libri, con il cranio Tobia su cui papà le spiegava i meccanismi del cervello; mentre guarda la mamma impacchettare la loro roba in vista del trasloco, perché la vecchia casa è diventata troppo grande e costosa ora; mentre prende possesso del nuovo appartamento che segnerà per lei e la madre una nuova vita. Non smette di farlo neanche durante le lunghe e afose giornate estive senza scuola, senza la mamma che deve lavorare come ricercatrice presso l'Istituto di Pedagogia Sperimentale, senza la cuginetta Marianne che si trova all'estero, senza l'amica Dóra che non può più frequentare a causa di un brutto pasticcio tra adulti, le cui colpe ricadono sempre sui più piccoli. Allora Sofia decide di agire, vuole scoprire chi era il paziente presente nel tragico momento, sapere dove abita, andare ad interrogarlo. Si fa coraggio, la voglia di conoscere la verità la spinge a fare cose impensabili fino a quel momento per lei che, alla maggior parte degli adulti, appare sempre lenta, svogliata, distratta, con la testa tra le nuvole, taciturna, incapace di concentrarsi. A tutti, tranne che al povero padre e alla zelante maestra Màrta Szabó, ex compagna di studi della madre dalla quale la separano una storica rivalità e una incolmabile differenza di vedute. "Tu, ancora una volta, ti rendi conto solo di quello che hai sotto il naso, come le sufficienze risicate sulla pagella di Sofia, ma che ne sai delle ambizioni e delle attenzioni di questa ragazzina? Il fatto è che lei le dirige verso altre cose, cose ben diverse da quelle che a te verrebbero mai in mente. Lei è ancora come una sfera, non riesci ad afferrarla perché non ha uno spigolo, per fissarla a una superficie solida, ma continua a rotolare di qua e di là. Ha un segreto, una molla nascosta, che toccata al momento giusto farà scattare un meccanismo: prima o poi ci arriverò, riuscirò a trovarla, perché io ci riesco sempre, al massimo non so spiegarlo scientificamente, e non ci scrivo sopra dei libri. I libri continua a scriverli tu. Prima o poi ci sarà qualcuno che ti dirà chiaro e tondo quello che qui a scuola pensiamo dei tuoi libri". Le ricerche portano Sofia a casa del terrificante bidello della sua scuola, Istvàn Pongràcz, ribattezzato dagli alunni signor Pista. Un cartello affisso alla porta del suo alloggio, nell'umido scantinato dell'edificio scolastico, recita lo sgrammaticato e poco incoraggiante invito a "NONBUSARE". Senza bussare, Sofia attraverserà quella porta avviando una serie di concatenati malintesi che stravolgeranno la sua vita e quella delle persone che le gravitano intorno, portando scompiglio ma anche felicità e intraprendendo una strada che la condurrà verso una crescita personale che la riscatterà agli occhi miopi di chi non aveva creduto in lei. Una trama intensa, una scrittura elegante, una protagonista che entra subito nel cuore del lettore per restarci a lungo, sono i punti cardine di questo delicato piccolo capolavoro di Magda Sazbò. La grande scrittrice ungherese è molto attenta nell'adattare lo stile alle peculiarità dei vari personaggi, dall'eminente ricercatrice Judit all'umile muratore Testadicarta, caratterizzando bene ogni personalità. La drammaticità della storia è mitigata da momenti di piacevole comicità, ma soprattutto dalla dolcezza che pervade ogni pagina, dall'empatia sprigionata dalla protagonista, dalla sorprendente forza che può risiedere in un essere così piccolo, delicato, fragile, che guarda il mondo degli adulti con circospezione, timore, incertezza, apparentemente senza capirlo, in realtà riuscendo meglio dei grandi ad interpretarlo e, anche se rocambolescamente, renderlo migliore. "«Fino a ieri non m’ero accorta che ormai non sei più orfana.» Fece un passo indietro, sul volto le si dipinse un’espressione di tristezza incollerita, di dolore e offesa. Che se ne andasse, senza nemmeno salutarla, che andasse pure. Come poteva essere tanto cattiva, senza cuore? Papà. Papà! «Ma forse non lo sai neanche tu?» Ma cosa? Il cuore iniziò a batterle forte forte, quel momento la disgustava ma la attraeva nello stesso tempo. Non sapeva se avrebbe preferito che la signora Márta glielo dicesse, o che tacesse. «Hai un sacco di papà. Si vede che quando un bambino resta orfano, il mondo intero gli fa da padre.»La porta a vetri si apre e si chiude, i rumori del traffico dalla strada. Sofi si siede sulle scale davanti al palazzo del Municipio, posa il viso sulle ginocchia, tiene accanto la cesta per la spesa. Mentre si siede, nel grembiule sente tintinnare i soldi che le ha dato il signor Pista. Il sole le batte caldo sulla nuca. Dietro le palpebre chiuse vede papà, spilungone e con gli occhiali, che ride, nel suo studio e solleva Tobia: «Tobia è un vero dongiovanni, ha tutti i denti a posto!» E poi non è più nello studio, ma su un’impalcatura, papà ha un sacchetto di carta in testa, una cazzuola in mano, e fischietta, fischietta il motivo che fa A settembre matura, bella mia, l’uva nera. Poi apre un cassetto, cerca tra le cartelle cliniche, ha una camicia beige, aperta sul collo, una gamba ingessata fino al ginocchio, fuma la pipa e brontola: «Imbranata! Tonta!» Qualcuno si china su di lei, un estraneo, non gli vede neanche la faccia, ma le mette una mano sulla spalla e le chiede: «Qualcuno ti ha fatto male, bambina?» Sofi non alza lo sguardo, perché non riesce a parlare, si limita a scuotere il capo, e la frase che aveva tanto cercato ora squilla nel suo cuore, come una campana. Soffia il vento, stormiscono le foglie degli alberi intorno al Municipio".
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Una razza di demoni
"Ella sapeva com'eran fatti, tutti quegli Uzeda; quando s'incaponivano in un'idea, neanche a spaccargli la testa li potevan rimuovere; erano dei Viceré, la loro volontà doveva far legge! Ma da un giorno all'altro, quando uno meno se l'aspettava, senza perché, cangiavano di botto; dove prima dicevano bianco, affermavano poi nero; mentre prima volevano ammazzare una persona, questa diventava poi il loro migliore amico". Nella Catania risorgimentale spicca una delle famiglie più note e potenti dell'intero, ormai agonizzante, Regno Borbonico, quella degli Uzeda, principi di Francalanza, discendenti diretti dei viceré spagnoli. Conosciamo l'influente casata etnea in occasione della dipartita di donna Teresa, vedova del principe Consalvo VII, evento nefasto che scatena una guerra intestina in una famiglia già divisa nella sostanza da antipatie, inimicizie, rivalità, invidie, ma tenuta unita almeno nella forma dalla rigida ed inflessibile matriarca, donna dal carattere vulcanico capace di mettere in riga l'intera parentela, di tessere le trame dei rapporti sociali, dei matrimoni, degli affari economici, di risollevare e rendere florido un bilancio lasciato in pessime condizioni dal defunto marito. La triste dipartita della vedova scatena un inarrestabile effetto domino che metterà a nudo le divergenze, i contrasti, le insanabili dispute tra i consanguinei, cognati, fratelli, figli, nipoti, personaggi così diversi per aspirazioni, desideri, abitudini, ma accomunati dallo stesso cieco orgoglio e dalla medesima indole irascibile. L'iracondo cognato Padre don Blasco, l'avida cognata "zitellona" donna Ferdinanda, il trafficone primogenito Giacomo, il dissoluto favorito Raimondo, le diametralmente opposte Chiara e Lucrezia, il pestifero nipote Consalvo, sono i principali protagonisti dell'epopea, con i loro capricci, gli amori, gli odi, i peccati, le macchinazioni, le meschinità, le vendette. Unica eccezione la nipote Teresa, sorta di santa in una razza di demoni. Nonostante la prosa secca, asciutta, priva di fronzoli, tipica del Verismo e del romanzo storico, la mole delle pagine e la quasi totale assenza di colpi di scena, il racconto scorre bene, risulta godibile ed interessante. De Roberto è bravissimo a caratterizzare pienamente ogni personaggio, raccontando la storia con dovizia di particolari, in terza persona, senza mai dare giudizi esterni, lasciando che sia ognuno dei protagonisti a narrare dal suo punto di vista e a qualificare agli occhi del lettore, nel bene e nel male, il suo comportamento. Per lunghi tratti il libro segue un filone quasi teatrale, per le ambientazioni ristrette, i tempi dei dialoghi, la melodrammaticità delle atmosfere, la grottesca comicità di alcune scene. Un grande palcoscenico su cui si alternano i protagonisti e una serie di personaggi accessori che gravitano attorno agli Uzeda, servi, lavapiatti, faccendieri. A fare da scenografia, l'Italia alle prese con un'unificazione finalmente riuscita, dopo tante difficoltà, dal punto di vista geografico, ma impegnata in un'altrettanto tormentata opera di amalgama civica, politica, sociale che, sotto alcuni aspetti, continua invano ancora oggi. Contesto nel quale i viceré si immergono prima con riluttanza, poi con abile trasformismo, dimostrando che possono cambiare i tempi, le istituzioni, le forme del potere, ma difficilmente cambieranno gli individui che lo detengono, in un mondo in cui la forma varia in continuazione, ma la sostanza, troppo spesso, rimane la stessa. "Per lui, il buon popolo che si lasciava taglieggiare dai Viceré era stato pervertito da false dottrine, da sciocche lusinghe: egli era sicuro che prendendo a quattr'occhi uno di quelli che più vociavano «libertà ed eguaglianza» e dicendogli: «Se foste al mio posto, gridereste così?» il fiero repubblicano sarebbe rimasto in un bell'impiccio. La quistione, dicevano alcuni, era che questi posti eminenti, queste situazioni privilegiate non dovevano più esistere: ma allora Consalvo sorrideva di pietà. Quasiché, ammessa pure la possibilità d'abolire con un tratto di penna tutte le disuguaglianze sociali, esse non si sarebbero di nuovo formate il domani, essendo gli uomini naturalmente diversi, e il furbo dovendo sempre, in ogni tempo, sotto qualunque regime, mettere in mezzo il semplice, e l'audace prevenire il timido, e il forte soggiogare il debole! Nondimeno piegavasi, concedeva tutto, a parole, allo spirito dei nuovi tempi".
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Gradevole guazzabuglio epistolare
Una vita lontana dalla famiglia, amicizie ambigue, uno scantinato che funge da abitazione e da laboratorio di pittura, velleità d'artista frustrate dalla mancanza di talento, un'attività politica sovversiva legata ad ambienti di estrema sinistra: questo è il quadro che viene fuori della figura di Michele Vivanti, giovane rappresentante della borghesia romana all'alba di quel periodo tristemente passato alla storia con il nome di "anni di piombo". Un ritratto che viene fuori da una serie di lettere, scritte nell'arco temporale tra il dicembre del '70 e il settembre del '71, in cui la madre, la sorella, l'amico fidato e altri personaggi che gravitano intorno al ragazzo e all'ambiente familiare, chiedono, danno, si scambiano informazioni sul protagonista ma anche su loro stessi, contribuendo non solo alla rappresentazione del personaggio principale, ma anche a dare un'idea delle proprie persone e delle proprie vite che, unite, creano il quadro di una società complessa in un periodo storico a dir poco complicato. Lettere scritte in maniera informale, quindi con un linguaggio semplice, casalingo, mutevole a seconda del mittente, ma accomunate da un senso di distacco, di apatia, quasi di inaffettività, usate come fossero ormai l'unico mezzo di comunicazione tra persone che hanno sempre meno da spartire e trascinano i loro rapporti quasi per dovere, a volte per interesse, altre per noia. Ne nasce un'immagine decadente dell'istituzione della famiglia, del novero dei rapporti sociali, dell'atavica incomunicabilità tra vecchie e nuove generazioni. Tra una missiva e l'altra, Natalia Ginzburg inserisce parti di narrazione in terza persona, dove il livello letterario sale qualche gradino elevandosi dal gergo quotidiano, come se una voce fuori campo si prendesse la briga di unire i pezzi di un mosaico, di dare un senso ad ogni tessera, di fare da collante a questo gradevole guazzabuglio epistolare. "Ma purtroppo è raro riconoscere i momenti felici mentre li stiamo vivendo. Noi li riconosciamo, di solito, solo a distanza di tempo. La felicità era per me protestare e per te frugare nei miei armadi. Ma devo anche dire che abbiamo perduto quel giorno un tempo prezioso. Avremmo potuto metterci seduti e interrogarci vicendevolmente su cose essenziali. Saremmo stati probabilmente meno felici, anzi saremmo stati forse infelicissimi. Però io adesso mi ricorderei quel giorno non come un vago giorno felice ma come un giorno veritiero e essenziale per me e per te, destinato a illuminare la tua e la mia persona, che sempre si sono scambiate parole di natura deteriore, non mai parole chiare e necessarie ma invece parole grigie, bonarie, fluttuanti e inutili. Ti abbraccio. Tua madre." In tutto ciò Michele interagisce pochissimo, restando evanescente, inafferrabile, misterioso, lasciando gli altri a preoccuparsi, a sbattersi di qua e di là, indifferente ai lutti, alle esigenze altrui, alle richieste di aiuto, perfino ad un'eventuale paternità, alla continua ricerca di qualcosa di indefinito, perennemente dietro a progetti volubili ed imprecisati, impersonificando i sogni, le aspettative, le paure, le incertezze di un'intera generazione e finendo per diventare vittima delle sue inquietudini personali e dei trepidanti fermenti di un mondo in costante tensione.
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Il fratello difettoso
Nella Germania del Terzo Reich non c'è posto per quelli come Egidius Arimond. La sua epilessia lo relega automaticamente nel novero degli esseri umani considerati un peso per la società, una macchia nella perfezione della razza, dei parassiti incapaci di dare il proprio contributo. Gente che non ha neanche diritto di chiedere dei medicinali per fronteggiare la malattia che la tormenta, visto che se ne sta tranquillamente a casa, a curare le sue api, a infilarsi nei freddi letti delle mogli dei soldati al fronte, a fare su e giù dalla biblioteca. Se Egidius se l'è finora cavata soltanto con la sterilizzazione, necessaria per evitare che i suoi geni difettosi si perpetuino, deve ringraziare il fratello Alfons, eroe del nazionalsocialismo, aviere della Luftwaffe, abile pilota e cecchino implacabile. Solo in virtù della riconoscenza tributata al valoroso militare, al parente difettoso viene, almeno per ora, evitato l'internamento o, peggio ancora, l'eutanasia. Ma Egidius ha bisogno di farmaci costosi sempre più cari e difficili da reperire, in un periodo di forte crisi economica come quello che la Germania, alle porte del collasso, vive nel 1944. Alfons fa del suo meglio per far avere al fratello soldi e medicine, ma non basta. Come non bastano i ricavi derivanti dall'apicoltura, due terzi dei quali vanno versati allo Stato come contributo alla causa, il restante terzo sufficiente soltanto per le spese quotidiane. Un modo per incassare qualche guadagno extra, tuttavia, Egidius lo trova. Dopo una giornata passata tra le arnie, il protagonista, ex insegnante di lettere, si rifugia in biblioteca, dove conduce delle ricerche su un suo antenato e su una particolare razza di api. Lì, su scaffali insospettabili, ha nascosto quei libri proibiti che ha salvato dai roghi nazisti: Alfred Doblin, Sigmund Freud, Maxime Gorkij, Rosa Luxemburg. Sempre lì, tra i registri delle società minerarie che nessuno apre da decenni, trova dei messaggi con date, nomi, indicazioni su dove andare a recuperare persone e dove portarle. Perché Egidius contrabbanda fuggitivi, gente invisa al regime che, dopo essere rimasta nascosta per diverso tempo per evitare i rastrellamenti e i campi di concentramento, è disposta a privarsi di ogni bene materiale pur di mettersi in salvo oltre il vicino confine con il Belgio. Sia chiaro, per quanto l'apicoltore non veda di buon occhio il Reich, non c'è niente di eroico in questo. È solo la necessità di procurarsi i medicinali che lo spinge a rischiare la vita per salvare questa gente, di cui comunque ha a cuore il destino, a nasconderla in un'apposita arnia finta, ad attaccargli addosso dei bigodini, rubati alle sue amanti, con dentro delle api regine, per far sì che, in caso di perquisizione, le api si prodighino a non far avvicinare nessuno al rifugio delle loro sovrane. Un metodo davvero ingegnoso ma, comunque, non privo di rischi. Questi viaggi clandestini però diventano meno frequenti man mano che ne aumenta la pericolosità. In più, i farmaci sono sempre più difficili da reperire anche avendo il denaro. Riuscirà il buon Egidius a tirare avanti fino al termine della guerra? La narrazione di Norbert Scheuer avviene mediante pagine di diario caratterizzate da uno stile freddo, asciutto, essenziale, attraverso cui il racconto spazia da momenti di vita quotidiana del protagonista in cui trovano spazio il lavoro tra le arnie, gli amori clandestini, le letture, il contrabbando e parti dedicate al fratello impegnato al fronte, a spezzoni incentrati sul mondo delle api, sull'organizzazione delle colonie, sulle crude ma inevitabili leggi della natura che, irrimediabilmente, portano il lettore a mettere a confronto con quelle spesso altrettanto crudeli ma evitabili della società umana. Il tutto intervallato da brani legati alla ricerca del protagonista, che vedono il suo antenato alle prese con un'avventura medievale che appare però un po' fuori contesto e, d'altro canto, poco interessante anche se guardata in maniera a sé stante. Il peso del regime grava su ogni pagina fin dall'inizio, crescendo con il passare del tempo, diventando più angosciante man mano che se ne avvicina la fine, quando la frustrazione per la sconfitta porta ad indirizzare quella violenza prima riservata ai nemici verso gli stessi concittadini, in un incubo in cui la feroce realtà si mischia ai non meno brutali deliri del protagonista, vittima di una malattia che ormai, senza farmaci a disposizione, prende tragicamente il sopravvento. Gli alleati, per fortuna, sono ormai alle porte.
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Questa terra rinascerà
"A quei tempi non ero ancora nato. Ma quando entrai nel blu, quando diventai quello che diventai, Sulayman mi rivelò ogni cosa. Non lo capisco appieno, né pretendo che lo facciate voi. Ma forse potrete convincervi, come ne sono convinto io, che esistono verità che sfidano altre verità e spingono il tempo a ripiegarsi su se stesso." Beit Daras, ridente cittadina adagiata sulle colline palestinesi cullata dal dolce brusio del fiume Suqreir che la attraversa, è il luogo dove comincia la storia raccontata, con una dolcezza malinconica e uno stile impeccabile, da Susan Abulhawa. È qui che conosciamo Umm Mamduh, la "pazza" posseduta dal benevolo e potente ginn Sulayman, la capostipite di una generazione di donne che, in un arco temporale di circa settant'anni ci porterà fino ai giorni nostri ripercorrendo le vicende di una famiglia che viaggiano parallele a quelle di un popolo sottomesso, usurpato, derubato della terra, della storia e della dignità come quello palestinese. La guerra, l'esilio, la resistenza pesano come macigni su ogni pagina, ma lo spirito di sopravvivenza, la voglia di vivere che si può trovare anche nelle piccole cose, la forza dei sentimenti non può cessare, non si può impedire alle persone, ai popoli, di vivere. Allora, anche con Beit Daras rasa al suolo, anche confinati in quella prigione a cielo aperto che è diventata la Striscia di Gaza, anche se la cieca furia degli israeliani ha sconvolto la vita della matriarca e dei suoi tre figli, violentando la bella e focosa Nazmiyeh, azzoppando e poi costringendo ad emigrare il rispettoso e laborioso Mamduh, stroncando in tenera età la vita della dolce ed eterea Mariam, si va avanti. Si supera l'embargo con tunnel sotterranei attraverso i quali si contrabbandano ogni genere di prodotti, si costruiscono case usando macerie, oggetti con materiali di fortuna, si combatte con le fionde contro le armi più sofisticate, con l'orgoglio contro l'arroganza, con la resistenza contro l'oppressione. "Nel trasporto di quella solitudine, potevamo vedere quant’eravamo minuscoli, quant’era piccola e indifesa la nostra terra. E da quella terribile dignità, sentivamo sgorgare il sussurro delle parole di un’anziana donna dei tempi passati: Questa terra rinascerà." Si vive, si ama, si soffre, si gioisce. Nascono altre generazioni, nuove donne si trovano a doversi sobbarcare il peso della famiglia. Alwan, la cugina Nur rientrata in patria dagli Stati Uniti, la piccola Reth Shel, sono gli ingranaggi di quel ciclo infinito che mette sempre una donna al centro della vita. Quella vita sofferta il cui il male è ripagato da gioie semplici, che trascorre in un'atmosfera tragica ma colorata di quel tono di blu che tinge la Palestina delle gradevoli sfumature del cielo e del mare. Quello stesso blu in cui è immerso Khaled, voce narrante e vero filo conduttore di questa epopea familiare, quel blu che caratterizza una zona al confine tra la vita e la morte, dove il bambino si trovava all'inizio di questo racconto, amico immaginario della tenera Mariam ai tempi di Beit Daras, e si trova alla fine, immobilizzato dalla malattia in un mondo incorporeo dal quale osserva e racconta il passato e il presente, immaginando un futuro migliore, in cui il suo popolo possa uscire da questa condizione di vita "non-vita", così simile alla sua, in cui è costretto nella pressoché generale indifferenza del mondo. "In quegli attimi tutto sembrò possibile. Le incertezze e le precarietà della vecchiaia, la malattia in remissione dentro il corpo di una madre, padri e fratelli senza lavoro, un figlio che tornava dopo una vita dietro le sbarre, un bebè nel grembo di una donna non sposata, le potenzialità di una bambina. Tutte queste cose – rinchiuse e sbarrate dal mare e dalle navi da guerra a ovest, dai reticolati elettrici e dai cecchini a est, da formidabili eserciti alle due estremità, nord e sud – potevano essere superate. Si fece tardi e, mentre si preparavano a tornare a casa, un canto familiare prese a danzare nel midollo delle loro ossa per poi vibrare nelle gole. Hajja Nazmiyeh fu la prima a intonarlo, e gli altri la seguirono.
Vieni da me
Sarò nel blu
Tra il cielo e il mare
Dove il tempo si ferma
E noi siamo l’eternità
Che scorre come un fiume."
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Le basi della nascita di un mito
"Il personaggio che ha scritto questi appunti è morto quando è tornato a posare i piedi sulla terra d’Argentina, e colui che li riordina e li ripulisce, io, non sono più io; per lo meno, non si tratta dello stesso io interiore. Quel vagare senza meta per la nostra “Maiuscola America” mi ha cambiato più di quanto credessi." Non più lo studente Ernesto Guevara de la Serna di sette mesi prima, rampollo di una famiglia borghese nell'Argentina peronista degli anni Cinquanta, annoiato dal suo ambiente, indietro con gli esami, in cerca di qualcosa in cui credere; non ancora il "Che", emblema della rivoluzione giovanile nel mondo, guerrigliero con il sogno di riscattare le popolazioni dell'America Latina da povertà, sfruttamento e sopraffazione. Non più ragazzo, non ancora uomo, in preda ad un vero e proprio tumulto interiore che costituirà le fondamenta della nascita di un mito, Ernesto cerca di mettere ordine nell'estemporaneo diario di bordo compilato durante sua avventura on the road, nell'intento di dare al suo scritto una parvenza letteraria ma, forse soprattutto, per cercare di capire da dove nascono e a cosa lo porteranno le emozioni, le conoscenze, i pensieri, i sogni scaturiti durante il viaggio. Ne nasce una piacevole lettura condita di umorismo e avventura, dallo stuzzicante incedere a metà tra burla e serietà, non certo brillante dal punto di vista dello stile, ma capace di appassionare il lettore con sprazzi di profonda riflessione in cui si può percepire chiaramente la nascita e il consolidamento di quella che sarà poi la sua viscerale ragione di vita. Le tracce del cammino che il ragazzo sceglierà di seguire si possono chiaramente evincere dal ritratto del Sudamerica tracciato dalla sua penna, una vera e propria analisi politica, economica, sociale dei paesi visitati, con il focus puntato sulle pesanti condizioni di lavoro, sugli scarsi mezzi di sostentamento, sulle difficoltà di avere accesso alle cure mediche, all'istruzione, ad un qualsiasi tipo di servizio. "Lì, in quegli ultimi istanti per gente il cui orizzonte più lontano è sempre stato arrivare a domani, è dove si coglie la profonda tragedia che condensa la vita del proletariato di tutto il mondo; c’è in quegli occhi moribondi una sommessa richiesta di perdono e anche, molte volte, una disperata richiesta di consolazione che si perde nel vuoto, come presto si perderà il corpo nell’immensità del mistero che ci circonda. Fino a quando continuerà questo ordine delle cose basato su un’assurda suddivisione in caste, è qualcosa cui non sta a me rispondere, però è ora che i governanti dedichino meno tempo alla propaganda delle qualità del loro regime e più denaro, moltissimo denaro in più, per la realizzazione di opere di utilità sociale." È il dicembre del 1951 quando Guevara parte da Cordoba insieme al fidato amico Alberto Granado, biochimico, a bordo di una scalcinata motocicletta battezzata con l'ambizioso appellativo di "Poderosa II", con pochi viveri e ancor più scarsi mezzi economici, con un itinerario approssimativo, senza un reale obiettivo se non quello di vedere, conoscere, imparare, in una parola: crescere. Alla ricerca di nuovi e non ben definiti orizzonti, i due si lasciano alle spalle famiglia, affetti, amori e ogni genere di comodità, andando incontro alla fame, al freddo, alle prese con le rocambolesche bizze del loro arrugginito mezzo di trasporto che, ovviamente, non reggerà per tutto il viaggio costringendoli a proseguire con mezzi di fortuna. Rovinose cadute, notti passate all'addiaccio, giorni di fame assoluta, si alternano a luculliani pranzi, cene, grandi bevute scroccati un po' grazie alla compassione generata dalla loro condizione di bravi ragazzi ritrovatisi in difficoltà, un po' con il subdolo "numero dell'anniversario", un sistema elaborato e messo in pratica dai due guasconi per estorcere cibo e alcool agli ingenui malcapitati. Tra alti e bassi, il viaggio prosegue attraverso le bellezze architettoniche e naturalistiche dell'affascinante America Latina, ora in case di dottori che ospitano i due in qualità di colleghi, ora in misere capanne di povera gente capace di dividere il poco di cui dispone, viaggiando con confortevoli traghetti e improbabili zattere, con pullman arruginiti e camion sovraccarichi, conoscendo gente di ogni risma, affrontando ogni genere di difficoltà, alternando rabbia e allegria, lacrime e risate, salute e malattia. Tra i vari momenti del viaggio, uno dei più emblematici è senza dubbio la festa di compleanno di Ernesto nel sanatorio di San Pablo, in Perù, dove i nostri avventurieri hanno dedicato parte del loro tempo nella cura dei lebbrosi, durante la quale il futuro Che fa capolino negli occhi lucidi e nella voce rotta dall'emozione del giovane Ernesto che si lascia andare ad un sentito ringraziamento che culmina in un augurio che sa già di vocazione: "Bene, è d’obbligo per me ringraziare con qualcosa di più che un gesto convenzionale, per il brindisi offertomi dal dottor Bresciani. Nelle precarie condizioni in cui viaggiamo, come risorsa per manifestare affetto ci resta soltanto la parola, ed è impiegando la parola che voglio esprimere il mio ringraziamento, quello del mio compagno di viaggio, a tutto il personale della colonia che, quasi senza conoscerci, ci ha dato questa magnifica dimostrazione di affetto che per noi significa la gioia di festeggiare il mio compleanno, come se fosse l’intima festa di qualcuno di voi. Ma c’è di più; entro pochi giorni lasceremo il territorio peruviano e per questo le mie parole prendono il valore secondario di un commiato, nel quale metto tutto il mio impegno nell'esprimere il nostro riconoscimento all’intero popolo di questo paese, che ininterrottamente ci ha colmato di attenzioni, fin dalla nostra entrata attraverso Tacna. Voglio sottolineare qualcosa ancora, un poco al margine del tema di questo brindisi: nonostante l’esiguo spessore delle nostre personalità ci impedisca di essere i portavoce di tale causa, crediamo, e dopo questo viaggio più fermamente di prima, che la divisione dell’America in nazionalità incerte e illusorie sia completamente fittizia. Costituiamo una sola razza meticcia che dal Messico fino allo stretto di Magellano presenta notevoli similitudini etniche. Per questo, cercando di spogliarmi da qualsiasi vacuo provincialismo, brindo al Perù e all’America Unita”.
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La Venere discinta
È il 1880 quando, come un pugno in piena faccia, la pubblicazione di questo libro colpisce fragorosamente pubblico, critica, l'intero mondo letterario. "Pornografico" è uno degli aggettivi più ricorrenti per definire l'opera in questione, in cui Zola, senza in effetti andare troppo per il sottile, mette a nudo un universo di torbide passioni, di impulsi tanto irrefrenabili quanto distruttivi, di peccaminosi segreti che caratterizzano il bel mondo parigino, ma che potremmo estendere a tutta la borghesia Europea dell'epoca, di cui tutti erano a conoscenza ma del quale nessuno parlava pubblicamente, celandolo dietro una maschera di perbenismo, un velo di misera ipocrisia. Il clamore delle polemiche non fa altro che accrescere la curiosità attorno a questa nuova uscita che, complice anche quella che viene definita come una vera e propria "orgia pubblicitaria", si rivelerà un enorme successo di vendite, raggiungendo una tiratura impensabile all'epoca. Oggi, a quasi un secolo e mezzo di distanza dalla sua comparsa, Nanà ha sicuramente perso gran parte nella sua carica trasgressiva, se confrontato con una società come quella attuale in cui la pornografia è all'ordine del giorno. Tuttavia conserva un inestimabile valore letterario, per quello che ha rappresentato alla sua uscita ma soprattutto per la qualità della scrittura, per l'incontestabile eleganza dello stile, la spiccata capacità introspettiva, la delicata minuziosità delle descrizioni. Siamo in un teatro parigino gremito di pubblico. La folla è in trepidante attesa che compaia sul palco la nuova punta di diamante dello spettacolo capitolino, la bella e provocante Nanà. La discinta Venere si mostra ai presenti in tutto il suo giunonico splendore, sconquassando come un voluttuoso terremoto le concupiscenti anime degli astanti. Priva di qualsiasi forma di talento nell'arte del canto e della recitazione, la nostra "cocotte" riesce, con la sola presenza in scena, a sopperire alle sue lacune tecniche, puntando tutto sulla sensualità, su sguardi lascivi, su conturbanti trasparenze. Fuori dalla scena inizia poi l'altro spettacolo, quello in cui i pensieri peccaminosi generati durante l'esibizione vengono messi in pratica. La camera della protagonista è un porto di mare, il luogo in cui gli uomini, incendiati dalla passione, perdono dignità, onestà e gran parte dei propri averi, per avere l'occasione di sfogare i propri infuocati istinti. Denaro, gioielli, lussi di ogni genere, proprietà, rendono Nanà sempre più potente, la sua generosa carnalità prende sempre più le sembianze di una trappola in cui uomini, ragazzini, donne stesse, cadono spinti dall'ineluttabile forza della passione. Ogni tanto qualcuno prova ad ottenere l'esclusiva formulando richieste di matrimonio che vengono rifiutate con tono canzonatorio. Nelle stanze di Nanà lo sfarzo non ha fine, lo spreco è incalcolabile. Quella della protagonista, tuttavia, non è un'avidità dettata dalla sete di denaro o di beni materiali, quanto dal desiderio di sfoggiare ostentatamente la sua grandezza. La sua concupiscenza non la spinge soltanto tra le braccia di persone facoltose pronte a sacrificare ogni bene pur di giacere con lei, ma anche tra quelle di teneri ragazzi senza arte né parte, di umili e spesso grezzi uomini di passaggio, di donne passionali al pari di lei. Un'orgia continua, un baccanale senza fine che si spegne soltanto quando ogni vittima è stata privata di ogni bene, di ogni briciolo di amor proprio, di ogni parvenza di decoro, quando la consuetudine porta a noia anche il più sfrenato dei lussi, quando dagli opulenti frutti non è rimasto nulla da spremere. "E mentre, in un trionfo, il suo sesso s’innalzava e risplendeva sulle sue vittime stese a terra, simile a un sole che s’innalza illuminando una carneficina, lei conservava la sua incoscienza di bellissima bestia, ignorante di ciò che faceva, sempre brava ragazza. Continuava a essere robusta, florida, in buona salute, allegra. Tutto quello che era accaduto non aveva più importanza, il suo palazzo le sembrava stupido, troppo angusto, pieno di mobili che le davano fastidio. Una miseria, semplicemente un inizio. Sognava qualcosa di migliore, e uscì di casa elegantissima, per andare ad abbracciare Satin per l’ultima volta, impeccabile, solida, tutta nuova, come se non fosse mai stata usata."
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Uomini contro uomini
Giovanni Falcone sosteneva che la mafia, prima di tutto, è un fenomeno umano, una lotta di uomini contro altri uomini, e che solo inquadrandola così si può combattere. Istituzioni contro malavita, uomini di legge contro "uomini d'onore", cacciatori contro prede. Siamo all'indomani delle stragi di Capaci e via D'Amelio. La mafia ha dichiarato guerra allo Stato e quest'ultimo è pronto a prendersi la sua rivincita. Nella Procura di Palermo, guidata da Giancarlo Caselli, opera come sostituto procuratore l'autore di questo libro, Alfonso Sabella, passato alla storia come il cacciatore di mafiosi. Leoluca Bagarella, i fratelli Giovanni ed Enzo Brusca, Vito Vitale, Pietro Aglieri, nomi che fanno accapponare la pelle soltanto a sentirli pronunciare, cadono uno ad uno sotto i colpi delle serrate indagini dello zelante magistrato. Il suono delle manette che continuano a scattare mette in ginocchio Cosa Nostra, facendo crollare il mito dell'inafferrabilità dei boss. Uomini legati alla stessa organizzazione ma spesso molto diversi tra loro, a volte alleati, a volte in contrasto; stesso nemico, lo Stato, ma discordi visioni sul modo di contrastarlo; medesimi fini, ma pareri divergenti su come perseguirli. Differenze che portano ad un diverso modo di approcciarsi all'indagine a seconda dell'obiettivo. Ogni caccia ha la sua storia, per ogni preda cambiano tempi, luoghi, metodi. A volte ci si serve di qualche soffiata, altre ci si affida a pedinamenti e intercettazioni ambientali, in alcuni casi si fa uso di sofisticate tecnologie, in altri si risolve soltanto grazie ad un guizzo, un'intuizione illuminante, un'idea originale. Denominatore comune, tuttavia, è la necessità di entrare nella mente del latitante di turno, capire cosa pensa, come e dove si muove, quando e con chi entra in contatto, parlare la sua lingua, saper collocare nel giusto contesto ogni frase, ogni parola, ogni gesto, ogni azione. Un lavoro difficile, certosino, sfiancante, reso ancora più arduo dalla resistenza di un territorio spesso (volente ma soprattutto nolente) connivente, zeppo di sentinelle, piegato alla legge dell'omertà. Scogli davanti ai quali Sabella ha spesso dovuto decidere, nei limiti della legge ovviamente, di giocare sporco, forte degli insegnamenti recepiti dai cacciatori di Bivona e dintorni che, subito dopo la laurea, quando muoveva i primi passi nel mondo della giustizia, si è trovato a difendere come avvocato da accuse di frodo. Familiarità con il territorio, minuziosità nel seguire le tracce, conoscenza delle abitudini, dei rifugi, delle necessità della preda, capacità di prevederne spostamenti e reazioni, grande pazienza, sono le basi per una buona e proficua caccia. Nozioni che lui, animalista convinto, si è trovato a mettere in pratica nell'inseguimento non di lepri, pernici, cinghiali, ma di spietati boss mafiosi. E quando i metodi "convenzionali" non sono stati sufficienti, Sabella è dovuto passare a sistemi meno ortodossi, come quello della "terra bruciata". Così come i bracconieri incendiano la vegetazione in cui vive la selvaggina, costringendola ad uscire allo scoperto, così l'autore si è trovato a volte nella necessità di fare il vuoto attorno alla sua preda, bruciando gli appoggi, interrompendo i fili, staccando i collegamenti, fino ad isolarla. Sabella racconta anni dolorosi per lui, per l'intera procura, per tutta la nazione, di fatica fisica e mentale, di bombe, spari, sirene, di sangue e manette, di paura, di coraggio, di orgoglio. Anni che hanno portato a grandi vittorie, a catture eccellenti, ma anche a sconfitte, ritardi, rimpianti, primo fra tutti il rimorso, che diventa onta, macchia, vergogna, di non aver fatto in tempo a salvare la vita al piccolo Giuseppe Di Matteo. Usando uno stile da cronaca, ma tirando fuori, a tratti, una vena quasi romanzesca, il magistrato agrigentino ci porta sui luoghi dove avvenivano le riunioni tra i pezzi grossi di Cosa Nostra, negli insospettabili rifugi che ne ospitavano la latitanza, nei bunker dove venivano nascoste armi bastanti a sostenere una vera e propria guerra, nei casolari apparentemente abbandonati dove avvenivano brutali torture, efferate esecuzioni, abominevoli occultamenti di cadavere. Per ogni boss viene poi raccontata la storia personale, vengono eviscerati carattere, modus operandi, piccole e grandi manie, reazione all'arresto e approccio nei confronti della possibilità di diventare quello che per la legge si chiama "collaboratore di giustizia" e per la mafia "infame". "«Vede, dottore. Quando voi venite nelle nostre scuole» dice proprio così, nostre scuole, «a parlare di legalità, di giustizia, di rispetto delle regole, di civile convivenza, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono. E, magari, tornano a casa a riferire ai genitori quelle belle parole che hanno sentito. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi? Dottore, trovano a noi. E solo a noi. Lei è siciliano e lo sa bene che è così. Cosa collaboro a fare, allora? Solo per farvi arrestare qualche altra decina di padri di famiglia o per farvi trovare qualche pistola arrugginita? Cosa potrebbe cambiare se vi dicessi quello che volete sapere da me?». Non so cosa replicare. Ha ragione. Da vendere. Negli anni precedenti l'azione delle istituzioni a Palermo si era limitata, praticamente, alla repressione. Magistratura e forze di polizia avevano tagliato e, in qualche zona, sradicato le «male erbe», ma nessuno aveva piantato qualcosa al loro posto. Lo Stato non era riuscito a riappropriarsi del suo territorio e, per esempio, le scuole erano ancora le «loro», come «loro» era la sanità, l'assistenza sociale, l'attività commerciale e produttiva." Anni logoranti, che hanno portato l'uomo a dire basta, a lasciare la procura di Palermo esausto ma vincitore per dedicarsi ad altro, per continuare altrove una carriera a cui però, denuncia infine con rammarico, vengono tarpate le ali, perché i meriti a volte non bastano se non si fa parte di questa o quella "corrente", se non si va a bussare alla porta giusta, se si cerca di lavorare all'insegna dell'indipendenza. "«Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande» diceva Giovanni Falcone. I tempi sono certamente cambiati. Nel mio caso è bastato isolarmi, fare un po' di terra bruciata intorno a me e quando, qualche anno dopo, si è presentata l'occasione favorevole, anche screditarmi, «mascariarmi» come si dice nella mia terra. Nell'indifferenza o, addirittura, con la complicità, spero inconsapevole, di molti miei colleghi. Sono pur sempre nato e ho a lungo vissuto a poche decine di chilometri da contrada Kaos di Porto Empedocle, a meno di un'ora di macchina dal famoso pino di Luigi Pirandello e ho persino studiato in un liceo intitolato a lui. E allora perché stupirsi dell'ennesimo controsenso siciliano. Siamo proprio sicuri che quello del predatore che diventa preda, del cacciatore... cacciato sia veramente un paradosso?"
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Ritorno a Sarajevo
È mattina presto, una mattina estiva del 2008. Roma dorme ancora. Dorme Giuliano, a torso nudo come sempre, con quel grugnito da bestia placida che è solito cavare fuori dalla bocca. Dorme Pietro, con i piedi fuori dal lenzuolo, in quel letto diventato ormai troppo piccolo, ai cui piedi giace la sua chitarra. Dorme la città, dormono la sua festa ed il suo pantano, dorme anche il Papa. Gemma invece è già sveglia quando arriva la telefonata da Sarajevo. È il suo amico Gojko, il poeta, la guida turistica, l'importatore di improbabili gadget occidentali da piazzare ai suoi connazionali. Gojko il guerriero, Gojko il cupido. Ci sarà una mostra a Sarajevo, per ricordare i lunghi e sanguinosi giorni dell'assedio, verranno esposte anche le fotografie di Diego. Gemma non può mancare, dopo sedici anni in cui è stata lontana dalla città che le ha cambiato per sempre la vita, che le ha dato l'amore per poi rubarglielo, che le ha fatto conoscere la morte e le ha regalato la vita, dove ha stretto amicizie e legami più forti di quelli che è mai riuscita a coltivare in patria. Non può mancare, così come non può esimersi dal portare con sé Pietro. Pazienza se dovrà lottare per convincerlo, se dovrà faticare a sconfiggere i pregiudizi verso quella che il ragazzo chiama ancora "Jugoslavia". Deve imbarcarsi anche lui, neanche lui può tirarsi indietro davanti a questa sorta di viaggio della speranza. "Speranza, penso a questa parola che nel buio prende forma. Ha la faccia di una donna un po' sgomenta, di quelle che trascinano la loro sconfitta eppure continuano ad arrabattarsi con dignità. La mia faccia, forse, quella di una ragazza invecchiata, ferma nel tempo, per fedeltà, per timore." Giuliano no, lui resta a casa, Sarajevo non gli appartiene, non perlomeno nel modo in cui appartiene a Gemma e Pietro. Perché Giuliano è arrivato dopo, è arrivato a salvare una madre impacciata, miracolosamente scampata all'assedio, e il piccolo fagotto che si è portata dietro. O come lui preferisce raccontarla, a farsi salvare da loro. Perché prima c'era l'altro, il ragazzo di Genova, il fotografo delle pozzanghere, l'ex ultrà del Grifone, il chitarrista eroinomane, il magro, stralunato, innamorato Diego. Quel Diego che Gemma ha conosciuto proprio nella capitale bosniaca, con cui ha fatto l'amore per la prima volta nel letto della mamma di Gojko, con cui è ripartita per l'Italia rispedendolo nella sua Genova per tornarsene a Roma con l'idea di non rivederlo più. Quel Diego che invece non uscirà più da lei, che la sposerà, che lotterà insieme a lei contro il destino, contro la genetica, contro ogni morale e ogni tipo di burocrazia per regalarle Pietro. E Allora comincia questo viaggio tra madre e figlio, un viaggio fatto di continui flashback che vanno a spezzare il presente. Un presente in cui il ragazzo parte svogliato, costretto, privo di aspettative, pronto a snobbare la terra che lo ha visto nascere, a suo dire, solo per caso, solo perché suo padre era impegnato a Sarajevo come reporter di guerra e sua madre era voluta restare lì al suo fianco. Ma più passano i giorni, più Pietro è contento di essere lì, più resta su quella terra, più conosce la storia di quel popolo barbaramente trucidato, di quella patria violentata, umiliata, bagnata con il sangue dei suoi figli, più gli è difficile l'idea di staccarsene. Perché il legame con le proprie radici lo si sente sulla pelle, nelle ossa, nel sangue, e Pietro a Sarajevo non ci è nato davvero per caso. Ma per conoscere la verità dobbiamo affrontare assieme ai protagonisti questo viaggio, tuffarci e rituffarci in questo continuo sali e scendi temporale, guidati dall'abile penna di Margaret Mazzantini, dalla sua fine capacità di raccontare i sentimenti umani, dalla sua sensibilità, dalla dovizia di particolari che caratterizza la sua prosa. Al centro del racconto ci sono la guerra e l'amore, concetti diametralmente opposti che in queste pagine convivono in uno straziante conflitto, arrivando in alcuni casi a toccarsi, sovrapporsi, confondersi. L'amore è la base, il punto di partenza e insieme di arrivo, il motore capace di dare la forza per vivere. Ma, come i protagonisti sanno bene, l'amore spesso è guerra, è contrasto, è lotta, con gli altri, con noi stessi, con una vita incapace di darci quello di cui abbiamo bisogno. "Guardai il mare, e immaginai di prendere Diego per mano e di fare un salto, laggiù, oltre la schiuma. Chissà se sotto tutto quel mare avremmo ritrovato un'altra vita. Pesci, pensai, non siamo altro che pesci... branchie che si gonfiano e si chiudono... poi viene un gabbiano che dall'alto ci prende e mentre ci smembra ci fa volare, forse questo è l'amore." La guerra è il contorno, è l'ambientazione, un'indesiderata compagna di viaggio che distrugge città, case, speranze, vite, che violenta donne, che sevizia bambini, che calpesta ogni diritto, ogni dignità. È quella guerra che Gemma e Diego hanno voluto vivere da vicino, volontariamente, sentendone i sibili, gli scoppi, vedendone il sangue, l'orrore, subendone la fame, la paura. La stessa davanti alla quale troppo spesso ci giriamo dall'altra parte, per non sporcare le nostre coscienze immacolate, tanto "che si ammazzino tra di loro", come ha fatto l'Occidente nel caso dei Balcani. "Ora avrei la cura per i potenti del mondo, per gli uomini in giacca e cravatta intorno al tavolo della finta pace. Bisognerebbe posare il bambino blu su quel tavolo. Dovrebbero restare chiusi in quella stanza, senza potersi muovere. Restare. Vedere la morte che fa il suo lavoro metodico, che se lo mangia da dentro. Distribuire panini, sigarette, acqua minerale e lasciarli lì, mentre il bambino si svuota, si decompone fino alle ossa. Per giorni. Per tutti i giorni che ci vogliono. Questo esattamente farei." Pagine toccanti, personaggi con cui è impossibile non entrare in empatia, temi importanti, fanno di questo libro un'opera molto coinvolgente, delicata, ricca di colpi di scena e spunti di riflessione sulla precarietà della condizione umana, la subdola ineluttabilità della morte e la troppo spesso atroce inesplicabilità della vita. "Spegni tutto, cosa cazzo aspetti, Dio? Togli il sole, buttaci addosso dal cielo un pianeta nero come il cuore dei bracconieri in cravatta. Oscura tutto una volta per sempre. Cancella anche il bene, perché il male vive nelle sue tasche. In questo istante. In questo. Perché in questo istante un bambino sta per essere raggiunto. Salva l'ultimo. Spegni tutto, Dio. E non avere pietà, non abbiamo diritto a nessun testimone."
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La macchina del fango
Colonia, febbraio 1974. Il carnevale impazza in città, quando una donna suona al citofono del commissariato di polizia per autodenunciarsi di omicidio. Si tratta della bella e pudica ventisettenne Katharina Blum, da tutti conosciuta per la sua irreprensibilità morale, per la sua dedizione al lavoro, per la sua fiera autonomia. Cosa è mai potuto succedere per trasformare una donna così in un'omicida? Comincia tutto quattro giorni prima, quando l'avvocato Blorna e sua moglie, presso la cui casa la donna lavora come governante, partono per le vacanze lasciandole un po' di tempo libero. Scevra da impegni, Katharina decide di godersi un po' di meritato divertimento. Un ballo in maschera, un incontro con un uomo affascinante, una notte di tenerezza saranno per lei il punto di non ritorno di una caduta che la vedrà precipitare tra impacciate indagini poliziesche, rievocazione del passato e soprattutto meschini scandali giornalistici. Nel raccontare, l'autore usa uno stile molto vicino alla fredda cronaca, limitandosi a riportare i fatti senza dare giudizi e senza esaltare i sentimenti. Sembra quasi che, in questo modo, con la grande ironia che lo contraddistingue, Boll voglia prendersi gioco proprio di quel tipo di giornalismo esaltato, ruffiano, mirato, che palesemente mette sotto accusa con la sua opera. Katharina, da quello che si percepisce dal racconto, è l'esatto contrario di ciò che vogliono far passare i giornali. Una donna di origini umili che, pur muovendosi in un contesto decisamente maschilista, riesce con le sue sole forze a crearsi un'esistenza fatta d'indipendenza lavorativa, economica, sentimentale. Quando però la macchina del fango si mette in moto, tutto ciò passa in secondo piano, e la sua immagine diventa quella di una donna subdola, cospiratrice, pruriginosa. Si arriva perfino a toccare l'argomento politico tacciando la protagonista, in tono decisamente dispregiativo, di bolscevismo, in una Germania ancora divisa da un confine sia fisico che virtuale tra le due opposte fazioni politico-economiche che hanno influenzato il Mondo dal secondo dopoguerra fino alla caduta del Muro di Berlino. Perché, per quella parte di stampa malata, insinuate, maldicente, fare presa su un pubblico credulone e pettegolo è più importante che raccontare i fatti, vendere più copie possibili conta più del fare bene il proprio lavoro. Perché è tristemente vero che il popolino non è interessato all'informazione, quanto alla chiacchiera, non crede alla verità ma a ciò che vorrebbe fosse vero, non ama il piacere della conoscenza ma gode sguazzando nel marciume, nel torbido, nella rivelazione dello sporco degli altri per coprire, mettere in secondo piano, ridimensionare il laido che è in sé. Katharina è vittima proprio di questo squallido atteggiamento del pubblico e di chi, deplorevolmente, ne approfitta per i propri tornaconti. Il suo gesto, per quanto biasimevole, è figlio dell'esasperazione, della delusione, della stanchezza di chi, dopo mille sacrifici, è riuscita a crearsi un'esistenza libera e serena per poi vederla insozzare, calpestare. Il monito che Heinrich Boll inserisce nella struggente e coinvolgente storia raccontata in questo sarcastico libro, appare oggi, a mezzo secolo di distanza dalla sua pubblicazione, più attuale che allora, in una società infestata da fake news, odio social, dozzinale intrattenimento travestito da informazione, pseudogiornalismo al servizio di questa o quella fazione politica, all'inseguimento degli ascolti, del guadagno, di qualche becero like in più.
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Tra romanzo e cronaca
Tetti di case spuntano qua e là da un'enorme distesa d'acqua in cui galleggiano rami, oggetti di plastica, carcasse di bestie, perfino corpi umani. Un uomo, armato soltanto di una piccola canoa e di un grande cuore, batte in lungo e in largo questo lago infernale in cerca di persone da aiutare, di animali da salvare, spronando gli scarsi e disorganizzati soccorsi ufficiali, invocando aiuto non per se stesso, ma per chi ne ha bisogno. Sembra la scena di un romanzo distopico o di un film di fantascienza, invece è pura realtà. È la vera storia di New Orleans, devastata nel 2005 dal terribile uragano Katrina, e di Abdulrahman Zeitoun, impresario edile di origini siriane. A nulla sono valse le richieste della moglie Kathy di fargli lasciare la città insieme a lei e ai loro figli. Una volta saputa al sicuro la famiglia, Abdulrahman ha deciso di restare in città, a controllare i danni che il cataclisma avrebbe portato alle loro proprietà e a dare una mano a chi ne avesse avuto bisogno. Certo, non avrebbe mai potuto immaginare un simile disastro. Ed eccolo qui, a bordo della sua piccola imbarcazione, a fare il possibile per aiutare gli altri. Unico contatto con i suoi cari è un telefono, uno dei pochi rimasti miracolosamente attivi, dal quale, ogni giorno a mezzogiorno chiama Kathy per aggiornarla e farsi aggiornare. Unico conforto, la sera dopo una giornata stancante, una scatola contenente vecchie foto, che lo riportano alla sua vita in Siria, accendendo commoventi ricordi di sé, dei suoi genitori, dei suoi fratelli, della sua terra. Un racconto di vita vera, che Dave Eggers riporta in questo libro a metà tra il romanzo e la cronaca. Più precisamente, l'opera parte con uno stile tipicamente letterario, con un bel ritratto dei personaggi, la rievocazione dei momenti salienti delle loro vite, piccole scene di vita quotidiana, creando un'atmosfera quasi romantica nonostante la negatività portata dall'uragano. Pian piano però l'atmosfera si fa sempre più cupa. Cattive notizie arrivano da radio e televisioni. Katy è sempre più preoccupata, ed esterna le sue paure al marito. Lui all'inizio tende a sminuire, ma più passa il tempo più vede troppe cose che non vanno. Finché un giorno, quella che sembrava una tenera favola del buon samaritano, si trasforma in tragedia. Parte qui l'aspetto più prettamente giornalistico dell'opera di Eggers, quello in cui la fredda cronaca e la drammaticità dei fatti narrati prende il sopravvento sul lato romanzesco, raccontando con metodo e lucidità le disavventure ingiustamente patite dal buon Abdulrahman e sfociando in vera e propria denuncia di tipo politico e sociale. Una denuncia che punta il dito sull'essere umano in generale, capace di approfittare di una tale tragedia per compiere inqualificabili gesti di sopraffazione, sciacallaggio, abuso, violenza; su una società che, all'indomani dell'11 settembre, non riesce ad uscire dall'insensato assioma secondo il quale essere arabi, professare la fede musulmana, equivale ad essere terroristi; sulla macchina dei soccorsi, rivelatasi inadeguata, impreparata, inefficace, portando autoritarismo invece che conforto, arroganza anziché soccorso, mettendo da parte la benevolenza necessaria in casi del genere per dedicarsi alla più insensata giustizia sommaria.
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