Opinione scritta da antonelladimartino
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Non ci sono dèi, Ismene.
Ci sono forme narrative talmente feconde che sembrano architettate su misura per le successive contaminazioni; tra loro ricordiamo il mito, la leggenda, la fiaba. La tragedia greca classica, quasi immortale nella sua universalità, purificatrice grazie alla mimesi delle passioni pericolose, si può considerare portatrice sana di reincarnazione: Antigone, simbolo femminile di risolutezza ed eroismo, si conferma tra le icone più vitali di quest’arte antichissima.
In questa riscrittura, la catastrofe incombe fin dalle prime battute, implicita come l’aria. In questa riscrittura, non ci sono dei, non ci sono trascendenze. C’è il sacro, che implacabile e immanente scolpisce il principio di cui si nutre la giustizia autentica, superiore alle leggi, alle parole, alla spada.
Antigone, che conosce il sacro e incarna il principio, è una forza della natura in grado di oscurare il sole. La giustizia si manifesta in lei come amore libero e assoluto, tanto forte da smuovere la terra e il tuono. Un amore così non può escludere, non può scegliere, non può dar vita a una relazione. Un amore così, per esprimere la sua completezza, deve diventare sacrificio.
La ferocia di Creonte, il re, in confronto all’integrità di Antigone appare meschina, goffa nella sua crudeltà. Il potere di Creonte è fondato sul dolore, incatenato alla spada, succube del terrore, avviluppato da una logica fallace, perduto nella confusione delle parole. Creonte uccide per confermare la propria esistenza, distrugge la vita nel tentativo di dominarla. Creonte, che crede nella legge della spada, rappresenta un potere che riconosciamo bene nel nostro presente: il potere più fragile che esista.
Creonte mi ha ricordato tutt’altra incarnazione del potere, talmente pervasiva che obbliga non soltanto a obbedire o a credere, ma a essere. Questo potere, fondato sulla forza sovrumana del “solipsismo collettivo”, si costruisce attraverso una narrazione che si beffa della logica e rende sacro l’odio, consentendogli di assimilare perfino l’amore. Mi riferisco a O’Brien, l’indimenticabile aguzzino di George Orwell, incastonato nel totalitarismo di Millenovecentottantaquattro. Un altro tempo, un altro mondo, molto lontano. Eppure, il confronto mi pare irrinunciabile.
Antigone e Creonte sono gli estremi che dominano l’opera di Daniele Sannipoli, tessendo una tensione che, come di norma accade, suggerisce simmetrie inquietanti. Anche l’amore di Emone arriva al sacrificio, ma è limitato dalla scelta, quindi non può spezzare l’implosione finale. E Tiresia arriva tardi.
Una riscrittura confezionata con parole che cantano il ritmo della recitazione, in cui non si può percepire, ma soltanto immaginare, la pignoleria appassionata dell’autore.
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La causa di ogni problema.
”Cosa succederebbe, se un’epidemia di influenza mortale uccidesse gran parte dell’umanità?" Stephen King risponde a questa domanda con un romanzo corale che rispecchia, nel bene e nel male, il suo stile.
Nel bene troviamo un scenario vasto, grandioso, ricco di personaggi, di spunti, di storia. Soprattutto nella seconda parte, la tensione narrativa trascina, avvolge, talvolta sorprende. L’America post-apocalittica di King rimescola le carte del suo gioco, mettendo in campo gli archetipi del Bene e del Male: il primo genialmente insolito, il secondo una vecchia conoscenza che calza i suoi stivali a pennello.
Nel male, oltre alla banalità del male, troviamo pagine sciatte dov’è l’orrore scade in una noia farraginosa. Da dimenticare.
Nel romanzo, ci troviamo degli anni novanta. Niente smart phone, ancora. I computer, però ci sono già. Un errore, e il mondo scompare. Restano pochi sopravvissuti, l’uno per cento. Nel mondo nuovo, denaro e diamanti non contano nulla. Case, cose e cibo non mancano. L’essere umano, invece, è merce rara. Preziosa, ma deperibile. Pericolosa, ma indispensabile.
Il periodo che stiamo vivendo, invece, è al tempo il migliore o il peggiore di avventurarci in questo lungo viaggio. La scelta, come sempre, spetta a noi. Sapendo che partire, comunque, vale la pena.
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Sull’orlo slabbrato del mondo
Questo romanzo è una perla proibita, non soltanto rara: la fantascienza, scritta in Italia da una donna italiana, è merce di contrabbando.
In una Milano distopica, segnata da miserie e degradi, divisa da muri, frantumata da una punizione esemplare, la storia di Nigredo e Olivia attraversa un labirinto di luoghi rivisitati, di personaggi spezzati da scelte eroiche e condanne senza appello, di visioni, di nostalgie assassine.
C’è un’indagine che nessuno ha ordinato, da sbrigare obbligatoriamente. Ci sono corpi da piangere, da vendicare, da spiegare. Ci sono interrogativi ripetuti, ossessivi. Da dove provengono, quei corpi? Sono resti di persone persone abusate o di cose usate? "Ma che sappiamo noi della vita delle cose?" Un’altra bella domanda. Poco meno di niente, suppongo. Non sappiamo nemmeno se esista un linea di confine tra cose e persone, da uso e abuso.
La tecnologia consente di moltiplicare e replicare, ma non produce ricchezza: la ricchezza è saldamente artigliata dai pochi, privilegiati, crudeli sacerdoti che hanno santificato la sopraffazione. La tecnologia non aiuta l’umano ma lo replica, producendo sofferenze e godimenti disumani, da moltiplicare ancora e da consumare ancora, all’infinito.
Una storia priva di certezze e di contorni netti, che avvolge il lettore in orli slabbrati e suggestioni oniriche. Per buongustai e lettori che non temono le perle proibite.
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Il vostro dovere
L’esercito è un organismo compatto che si nutre armi, di gerarchie e soprattutto di regole, scritte e non scritte. Come tutti i gruppi umani, l’esercito conferisce appartenenza. Spesso viene descritto come una grande famiglia, rigida nei ruoli e solenne nei simboli, legata dal sangue, dall’onore, e, come molti gruppi umani, dalla solidarietà. La solidarietà è un legame sano e salvifico, ma ha un difetto: può degenerare, trasformandosi in omertà.
L’omertà è uno dei temi centrali di questo romanzo, emozionante perché narra una storia vera, drammatica e coinvolgente: l’affaire Dreyfus. Una storia torbida, in cui una colossale contraffazione giudiziaria si conclude, dopo anni di lotte, falsità e morti sospette, in una clamorosa riabilitazione. Una storia di spie e soldati, di ministri e intellettuali, di nazionalismo e antisemitismo. Una storia con l’intero tragicomico repertorio di bassezze umane, interrotto da qualche perla di eroica, rara, cocciuta, splendida onestà.
Accanto e oltre l’esercito, brillano le istituzioni francesi dell’epoca: il governo, il parlamento, la magistratura. Non manca il quarto potere, la stampa, che soffre di corruzione come gli altri. E il popolo? C’è, eccome. Descritto con crudezza mentre manifesta l’atavico bisogno di un capro espiatorio da caricare di tutti i mali, che in genere si profila accanto a un eroe da acclamare. In questa storia, questi due ruoli sono incredibilmente intercambiabili.
Un affresco storico incalzante, che vi coinvolgerà con il suo verismo e i violenti chiaro-scuri della trama. La conclusione è memorabile, con un magnifico dialogo dal retrogusto amaro.
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Il Bronx del Nord
Identificazione.
Per me è stata intensa, immediata, quasi sofferta. Il motivo è evidente: la trama contiene numerose, forti analogie con la mia storia personale. No, non soffro della stessa malattia. Eppure, quante analogie, anche nei sintomi.
Febbre.
La conosco bene. Prolungata, inesplicabile, lieve ma tenace. Non proprio febbre, ma febbricola, brace che consuma. Un nemico che non dà mai tregua, che nasconde il suo volto.
La diagnosi.
Finalmente conosciamo il nome del nemico. Finalmente, abbiamo strappato la maschera. Finalmente possiamo scegliere le armi più adatte per combatterlo. Finalmente! Come spiegare il sollievo che si prova a chi non ha mai vissuto un’esperienza simile? Ce ne vuole, di talento.
Il presente narrativo scorre senza inciampi tra passato e presente, attraverso una scrittura che brilla di aurea semplicità. Le parole scorrono come acqua di fonte, mentre le stanze quotidiane del passato e del presente si alternano si rincorrono, danzano, si palleggiano gli elementi di un puzzle a quattro dimensioni: il tempo trascina il dramma di tre generazioni su uno spazio dai limiti ingombranti.
Rozzano, "il Bronx del Nord”.
Un piccolo centro che fa paura, a dismisura d’uomo. Qui l’aria non è soltanto popolare. Qui si sente puzza di criminalità, di decomposizione, di chiuso. Qui affondano, in bella vista, le radici del male.
Passato e presente tracciano punti interrogativi pesanti, rivolti al futuro. La malattia traccia un confine preciso: prima e dopo sono lì, ben delineati. E poi? Quali segni inciderà all’interno, nella carne, e in superficie, nell’immagine riflessa dallo specchio e dagli occhi del mondo? Quali cambiamenti porterà nelle relazioni affettive, nei rapporti famigliari, nelle abitudini, nel lavoro? Quante scelte cadranno nell’impossibilità? Quante nuove porte, non necessariamente sgradite, si apriranno?
Non tutti scrivono la propria autobiografia. Tutti noi, però, ci raccontiamo, usiamo memorie, parole e immagini per costruire il nostro Sé, per diventare i protagonisti della storia che viviamo. L’opera di Jonathan Bazzi racconta una storia molto simile e molto diversa dalla nostra, ottima da leggere o da ascoltare. La consiglio a tutti. #febbre #recensione #JonathanBazzi #raccontoautobiografico #FandangoLibri
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Questa non è l'America.
C’è sempre un buon motivo per torturare e uccidere. Le guerre forniscono nemici da odiare, giustificazioni digeribili. In tempo di pace, invece, per sacrificare dei bambini innocenti occorre un fine più grande, gigantesco, enorme. La salvezza del mondo, per esempio.
“Siete qui per servire non solo il vostro Paese, ma il mondo intero.”
Il sacrificio di pochi per salvare tutti: un baratto necessario, nobile. Invece, di nobile non c’è niente. Se i bambini soffrono e muoiono per salvare il mondo, dovrebbero almeno essere trattati con rispetto. Invece, sono calpestati, derisi, odiati, puniti. E, soprattutto, colpevolizzati.
“Voi ragazzini credete di essere i padroni del mondo, eh?”
Stephen King è tornato a narrare la nobiltà e la tragedia dell’infanzia, e con lo stile inimitabile di un tempo ci propone una storia che incalza fino all’ultima riga, popolata da eroi e mostri radicati nella carne viva contemporanea. A questo proposito, l’orientamento dell’autore brilla con chiarezza.
“Trump e i suoi compari si dono ripresi tutto. Non comprendono la cultura più di quanto un asino capisca l’algebra.”
IT è tornato, più feroce che mai. La maschera da clown non gli serve più.
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Qualcuno doveva aver calunniato Josef K.
IL PROCESSO di Franz Kafka è un breve interminabile incubo, narrato con l’eleganza affilata di un coltello da macellaio.
Il paradosso della colpa inevitabile è narrato in luoghi quotidiani, trasfigurati da un doppiofondo metafisico. I personaggi, descritti con minuzia surreale, ricordano gli alieni della porta accanto. I dialoghi palleggiano con grazia l’assurdo, scorticando la superficie razionale della realtà: la stessa che sembra appartenerci, la stessa che sembra ancorata alla solidità ingannevole della materia.
Il ritmo narrativo è lento, ma incalza il lettore fin dall’incipit, come il processo che invade la vita di Josef K. in poco tempo. Il tribunale, con i suoi locali saturi di aria poco respirabile, allunga i suoi tentacoli ovunque, vicino alle case, nelle soffitte, dietro i letti, nascosto da porte improbabili.
La legge è umana, divina, onnipresente, eterna. La legge è un ingranaggio di significati inafferrabili dalle parole, un mostro che ingombra, soffoca e uccide. Le nostre parole si perdono in circoli viziosi senza ritorno, quando tentano di esprimerla. Un’unica certezza: l’assoluzione reale è impossibile, soprattutto se si è innocenti. Al massimo, si possono ottenere dei simulacri. Povero Josef K. Poveri noi.
Una delle opere più angoscianti che mi sia capitato di leggere. Una delle migliori.
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Le leggi del tempo
La vita è un percorso segnato da tappe obbligate, che si snoda in strade differenti: questo romanzo sembra iniziare in senso inverso, con una fine, che si rivela una genesi anomala dal retrogusto amaro, che sostiene un ritmo contorto ma appassionante, privo di fluidità ma denso di stimoli.
La trama rivela subito la sua complessità introversa, che si allarga nel tempo, oltrepassando i limiti di una singola generazione. L’intreccio è sostenuto da personaggi dal carattere definito dalle loro parole, da visioni che si incontrano e danno origine a nuove vite e nuovi significati, da opposti che si scontrano per costruire. Il ritmo si avvolge a spirale su vite che sembrano prive di superfici, esistenze poco carnali che si dibattono nei loro quesiti, nelle loro paure contrastanti che si esprimono in tesi e antitesi complesse. Su tutto incombono costantemente la morte, che sbarra la strada e offre una via di uscita, la speranza, che imprigiona insieme vita e dolore, e l’amore, un’incognita che affonda le radici nel desiderio.
Il romanzo narra la storia di una famiglia che si snoda per più di una generazioni, un percorso accidentato dove la ripetizione è vincolo e sostegno, dove il dubbio sostiene la tenacia, dove la luce illumina e gela, incoraggia e tortura. Una storia che disorienta, anche se forse non c’è nulla di nuovo, in fondo: Lui e Lei, una ferita nella memoria da guarire, un passato su cui riscrivere, una nuova volontà da costruire. Lui e Lei, una storia antica, con infinite possibilità. La tragedia tende a ripetersi, tuttavia l’amore suggerisce nuove strade che pur non annientando il dolore e la morte nutrono il desiderio, “nonostante tutto”, di continuare. “Le leggi del tempo non sono le leggi dell’amore”, tuttavia, noi siamo il tempo e noi amiamo, “nonostante tutto”.
Ci vogliono coraggio e attenzione per avventurarsi nella densità di questo romanzo. La lentezza della lettura, però, costituisce un valore aggiunto per chi è armato di curiosità. Il ritmo è lento, talvolta spezzato dalla meschinità del male e dalla stupidità dell’umano, che irrompe nella tragedia suscitando sorriso più che angoscia.
“Guardate, ho trovato un euro. L’oroscopo l’aveva detto, oggi sarà una buona giornata. Mia madre lo diceva sempre, non tutti i mali, vengono per nuocere.”
Un romanzo per lettori affamati di buona scrittura e intensità, una chicca per gli amanti della ricercatezza non pretestuosa. Lettori coraggiosi, che conoscete il valore catartico della tragedia e la dolcezza della brutalità, fatevi avanti! Non resterete delusi. E voi, abituati alle letture tutte d’un fiato, non arretrate: la varietà è ricchezza, quindi vale sempre la pena di provare l’esotico.
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L'animale ribelle
Nella nostra specie, l’animale femmina nasce non di rado in cattività, partorito e allevato in gabbie dalle sbarre strette, rafforzate per non lasciare spazio alla complessità, al dubbio, al difficile imbarazzo della scelta. Oltre le sbarre di casa se ne alzano altre non meno contorte, in un microcosmo ostile dove le regole scritte valgono poco e quelle non scritte le devi imparare sulla pelle, dove studiare è un diritto che si paga caro, dove lavorare è un dovere ma anche un privilegio.
La protagonista di questo romanzo tenta faticosamente di orientarsi in un labirinto angusto e soffocante, di evadere dalle caselle di un gioco perverso, imposto in famiglia e ribadito dopo, nella famiglia della famiglia, nella società in cui vorrebbe studiare per imparare qualcosa di solido, oltre il percorso ingannevole scritto da altri. La protagonista impara subito che il doppio legame psicologico e sociale prospera ovunque, affermando con le parole e negando a gesti, imponendo una regola e punendo se la seguii. Non rimane nemmeno la possibilità di rifugiarsi nella schizofrenia, scacciata dai manuali diagnostici dove imperano gli spettri.
Sei nata femmina e la misoginia inizia a ferirti tra le lenzuola di casa. La madre non offre sostegno, ma costrizione. Cerchi punti di riferimento e trovi contraddizioni. Cerchi la vita fuori di casa e trovi le trappole che ti aspettano, a fauci aperte.
Il caso di impone un incontro speciale: qualcuno che sembra diverso e ti fa intravedere una via d’uscita, che in breve si rivela una trappola ancora più subdola, non meno pericolosa. Eppure, quando sembra che il ragno ti abbia ormai imprigionata nella sua tela, scopri che puoi tirare i fili, se guardi il mostro in faccia e scopri finalmente la tua forza, svelando il disegno che si nascondeva dietro le apparenze, la debolezza che si travestiva la forza.
La scelta lessicale di questo romanzo è raffinata; il ritmo fluido, privo di banalità, senza forzature. I protagonisti li riconosciamo subito, in qualche modo li abbiamo già incontrati, anche se forse non ci aspettavamo di ritrovarli qui.
In sintesi, un romanzo da premiare, ancora.
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QUELL’ODORE LARDOSO
Il sipario si apre su Atene ai tempi dell’occupazione nazista, quando l’orrore infuria e le madri pregano perché i bambini muoiano senza soffrire troppo. La città, visitata dalla memoria e dalle finestre che guardano l’Acropoli, rivela le rovine di un passato eroico e l’agonia di un presente disastroso. Una famiglia, che era stata agiata e felice, si ritrova prima impoverita e in lutto, poi con l’abitazione e la vita invasa da un ufficiale nazista. Cosa si prova a convivere in casa propria con il nemico? A servirlo, a temerlo, a osservarlo tutti i giorni, con la consapevolezza dolorosa di non essere nemmeno inclusi nella cerchia dei più sfortunati.
Una tragedia claustrofobica, che si trascina in un piccolo spazio, in una città esiliata dalle sue radici e dalla sua grandiosa mitologia. Una tragedia introspettiva, che si nutre di ambivalenze enormi. La macchina distruttiva rivela fin nei suoi ingranaggi più sottili, che lentamente logorano l’equilibrio precario della coabitazione tra invasore e invasi, provocando un rimescolamento dei rapporti di forza che non lascia spazio a una concreta speranza di pace.
La guerra cambia dimensioni ma non sostanza e dalle nazioni s’insinua nelle città, nelle case, nei rapporti umani più intimi, fino all’interno delle coscienze e delle emozioni più segrete, dove si consumano i conflitti più penosi. La narrazione segue passo passo le evoluzioni dei microcosmi che dividono l’appartamento ateniese, compresi quelli nascosti nelle minuzie della quotidianità. La guerra si rivela un ingranaggio complesso e onnivoro, che coinvolge e stravolge aguzzini e vittime, adulti e bambini.
La guerra sradica certezze e impone scelte mostruose, per salvare il salvabile a prezzi proibitivi. La guerra promette lunghi e penosi strascichi per un futuro ipotetico, lontano da speranze e desideri. La guerra chiude gli orizzonti e coltiva un odio malsano dall’odore insopportabile, “lardoso”, ed è proprio l’esalazione di quest’odio che disarticola le coscienze; ma nel fondo del disordine più buio a volte si intravede la nascita di una forza nuova, di un’apertura inaspettata, di un altrove da inseguire.
Un romanzo che si immerge negli inferi della storia attraverso una scrittura raffinata, che propone fraseggi e soluzioni lessicali arditi e impone un ritmo di lettura prudente e riflessivo. Un’opera forte, che intrappola l’attenzione come una tela di ragno e lascia senza fiato. Consigliabile ai palati più esigenti.
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La stoffa del buon marito
Può succedere, anche se di rado, che un romanzo rifletta in modo distorto ma illuminante (un po’ come lo “spostamento” onirico di cui scriveva Freud) un periodo significativo della vita di chi l’ha scritto, gettando coni di luce premonitori e imbarazzanti sulle vicende vissute durante la stesura. Capita che il gioco di ritrovare le persone nei personaggi non sia del tutto sterile, soprattutto se oltre alle scelte pratiche e affettive dell’autore, nel gioco di specchi compaiono anche quelle stilistiche e narrative.
Il Nostro ha scritto questo romanzo con la precisa intenzione di abbandonare la fantascienza, genere considerato adeguato soltanto alla frivolezza degli adolescenti e a qualche adulto dai gusti eccentrici. Anche l’obiettivo da raggiungere era chiaro: entrare nel territorio più riconosciuto della narrativa generale. Contemporaneamente, aveva appena lasciato una giovane moglie per una donna più matura, un vedova con due bambine e un carattere tanto volitivo quanto inquietante, che presumibilmente lo aveva puntato, scelto e conquistato perché “aveva la stoffa del buon marito”; esattamente come uno dei protagonisti. Ed era tormentato da sensi di colpa e dubbi e paure; esattamente come uno dei protagonisti.
Nella vita, i dubbi si sono dimostrati profetici. Nella finzione, hanno prodotto una scrittura asciutta, che trascina e coinvolge e sconvolge per la crudezza con cui il Nostro mette in scena, utilizzando più voci narranti e quindi offrendoci una prospettiva molto ampia, i mostri umani e ideologici dell’epoca, i lati tragicomici degli stereotipi sessuali, i demoni che agitavano le coscienze di allora. E quelle di oggi.
Philip K. Dick tornerà presto alla fantascienza, che del resto rimane presente, travestita ma perfettamente riconoscibile, anche in questo splendido romanzo di narrativa generale, che profuma di noir.
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OMEODINAMICA
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Risposte complete ancora non ce ne sono, ma questo splendido saggio fornisce qualche dato in più, ricavandolo dai risultati delle ultime ricerche neuroscientifiche, che confermano le intuizioni di filosofi vecchie di secoli e rivalutano i fondamenti della psicoanalisi classica.
L’autore non usa un linguaggio semplice, ma probabilmente la complessità è inevitabile, indispensabile per demolire certezze illusorie ma consolidate. Non è una lettura leggera, ma l’impegno che esige offre in cambio l’apertura di confini che sembravano invalicabile e ci regala una chiave di lettura preziosa, da usare con cautela per conoscere meglio noi stessi e le contraddizioni della nostra civiltà.
Noi umani non siamo soprattutto intelletto e artificio; il valore della nostra affettività sempre stato trascurato nei nostri tentativi di definirci e di indagare le origini della nostra psiche e della nostra, umanissima, cultura, ma i risultati delle ricerche parlano chiaro e rivoluzionano completamente il ruolo basilare dei sentimenti nella nostra mente, nella nostra coscienza e nella nostra vita sociale. I sentimenti sono immagini, e nascono dal corpo: l’evoluzione stupefacente che dall’omeostasi (ma sarebbe meglio definirla omeodinamica) cellulare porta alla coscienza è spiegata e illustrata con efficacia, anche se richiede impegno.
E così scopriamo che no, non siamo poi così differenti dalle forme più semplici della vita. No, l’intelligenza non appartiene soltanto a noi, non è una prerogativa delle specie animali più evolute e nemmeno degli insetti: la condividiamo addirittura con i batteri, parassiti utili e dannosi, vite minuscole e invisibili che prosperano nel nostro mondo in misura difficilmente immaginabili, anche e soprattutto nel nostro organismo. I batteri fanno parte di noi, in ogni senso. E quanto sono intelligenti! Non è un caso se prosperano più di noi, anche in situazioni ambientali estreme. Non dobbiamo stupirci troppo, se li scopriremo davvero su Marte!
I batteri sono privi di coscienza, di mente e di sistema nervoso, ma non di omeostasi. Cooperazione e competizione non ci appartengono in esclusiva, al contrario hanno radici profonde, che affondano negli albori della vita e che ora fioriscono nelle manifestazioni più complesse della creatività umana. Leggere la vita di questo pianeta come un unico, variegato organismo, di complessità crescente ma privo di differenze sostanziali, non è semplice e nemmeno intuitivo, ma il percorso è appagante e conduce a risultati che possono rivoluzionare la nostra concezione di natura, cultura, umanità.
Una meraviglia da leggere. Non perdete l’occasione.
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L’arrivo delle tenebre
Una casa abbandonata, o forse no. Là dentro è successo qualcosa, non c’è dubbio. Ma in fondo, è soltanto una casa. L’orrore, quello vero, è altrove.
Le ombre del male si annidano ovunque, ma quando trovano la cornice giusta, acquistano una forza che forse è più inquietante del male stesso. La narrazione ci propone una lotta senza esclusione di colpi all’interno del protagonista. All’inizio, il protagonista si muove in armonia con le forze della vita, che sembrano invincibili, sostenute dall’amore, dalla famiglia, da ogni singola cellula del corpo. Ma le ombre del mare usano un’arma altrettanto potente: la curiosità, quella malata, quella che trae forza dalle ombre che albergano in ognuno noi, nessuno escluso. C’è soltanto una differenza, la scelta, quella sostenuta dal libero arbitrio (se c’è).
Una trama semplice semplice, priva di fronzoli, bellissima. Descrizioni accurate, che tuttavia si inseriscono nel ritmo senza smorzarlo. L’arena della contesa è analizzata minuziosamente, scivolando fin negli scambi tra mente e corpo, nell’osservazione dei cambiamenti sincronizzati dei due, che dovrebbero far parte della stessa squadra, e invece perseguono fini diversi: le cellule vogliono vita, la mente vuole affondare lo sguardo, fin dove non c’è luce.
Il protagonista riflette su se stesso, si osserva, si diverte, prende coscienza dei rischi e ci prende gusto, come uno spettatore che si perde in un film. Il percorso è lungo, accidentato, e passa necessariamente attraverso un bosco, che ricorda quello metaforico delle fiabe e comprende immagini suggestive, quasi poetiche. Rincorrendo le ombre dell’orco, il protagonista si avvicina all’ambiente fino a fondersi, a diventare altro da sé.
“Ero e basta: avevo perso la necessità di agire, l’angoscia di eccellere, la brama di appartenere.”
Il percorso prosegue snodandosi in un’evoluzione è complessa, l’indagine interiore genera altri incontri, altri altri sviluppi che sorprendono e si rincorrono fino alla fine, quando la metamorfosi giunge a compimento.
Il romanzo è ricco di contenuti, ben condito scelta lessicale e abbondante negli intrecci inattesi, eppure l’ho divorato come uno stuzzichino. Il protagonista ci offre come dessert quella che potrebbe sembrare una morale, uno monito. Ma l’orrore non concede rimedi.
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Ivan c'est moi.
“Un vero mattone. Esagerato. Squilibrato. Troppi dialoghi, troppo lunghi, troppo pesanti. E i personaggi? Stereotipati, alcuni. Inverosimili, molti. Come la trama. Macchiette, per lo più. E la questione della possibilità di un’etica laica? La morte del padre? I risvolti freudiani? Frantumaglia trita e ritrita! Roba vecchia, vecchissima, obsoleta. Decisamente in ritardo. E poi la narrazione racconta troppo e mostra poco. Costui non conosce la regola aurea: show, don’t tell!”
Questo potrebbe essere il commento di un lettore immaginario, che ignora il citatissimo Dostoevskij ma conosce a memoria, per averne assaggiati i frutti, i principi dei manuali di scrittura... che sono dei buoni principi, intendiamoci. Ma niente da spartire con le scienze esatte. E il Vangelo è un’altra cosa.
Il Vangelo è fondamentare nell’immaginario di Dostoevskij, senza dubbio. Così come il suo vissuto. In questo capolavoro i riflessi delle sue esperienze traumatiche risaltano nitidi. Dostoevskij che ha affrontato la morte violenta del padre. Dostoevskij condannato a morte, esiliato in Siberia, imprigionato. Dostoevskij che soffriva di epilessia. Dostoevskij e la sua fede tormentata. Dostoevskij e i Karamazov.
Non soltanto i tre fratelli che portano lo stesso cognome, ma anche il quarto fratello, quello non riconosciuto. sembrano appartenere intimamente all’unica personalità dell’autore. Perché stupirsi? Lo stesso accade, anche se in misure e modi differenti, a tutti i personaggi che vivono nei romanzi. E il padre? Quel mostro assassinato. Quel padre che non è un vero padre. “Un po’ troppo autoreferenziale” insiste il nostro lettore forte ma immaginario, che sogna di essere editor... e forse lo è.
Leggo volentieri i classici, soprattutto quando non rispettano le regole del bon ton narrativo contemporanei. Questo classico narra un mondo intero, quel mondo che ciascuno di noi possiede, ma pochi riescono a esserne tanto consapevoli da raccontarlo. Questo classico affonda la lama nei dubbi e nel chiacchiericcio che tormentano i nostri luoghi interni, eviscerando un nodo fondamentale delle nostre esistenze e della nostra società, un nodo che è diventato teso e insolubile, più che mai.
L’etica. La morale. La legalità. I rapporti tra morale laica e morale religiosa. Dostoevskij era credente. Io no. Forse somiglio un poco al secondo fratello, Ivan, quello tormentato dal suo intelletto, quello che discute con il suo diavolo interiore. L’intelletto, però, non uccide necessariamente il cuore e l’empatia, che in fondo indicano la stessa cosa, l’aspetto carnale dell’etica, quell’aspetto che i moderni studiosi di neuroscienze iniziano a esplorare adesso. Un argomento attuale, con i vip di casa nostra, che citano Aristotele a sproposito (dimenticando che l’ipse dixit è davvero obsoleto) e identificano ateismo e nazismo (dimenticando che la Chiesa aveva sottoscritto un solido accordo con la Germania nazista).
Non lasciatevi intimorire da questo capolavoro, anche se è un classico. Leggetelo, e vi perderete nella malia di dialoghi lenti e meravigliosi, molto diversi dallo scorrimento veloce dei nostri (talvolta ottimi) best seller. Vivrete in diretta un processo che neanche i migliori legal thriller (talvolta eccellenti). Incontrerete personaggi che trasmettono il calore della carne e dell’ambivalenza. Vi scontrerete contro idee diverse dalle vostre, da cui imparerete molto pur non cambiando idea. Sperimenterete la lieve pesantezza del classico, che non si legge d’un fiato come uno spumante ma si centellina come un liquore raro e prezioso. Insomma, provate. E poi, mi direte.
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Nei liquami
Invidia e gratitudine, secondo la psicoanalisi, sono due sentimenti fondamentali, legati e opposti, molto simili e imparentati a odio e amore, altrettanto potenti, altrettanto precoci: entrano nella nostra vita molto presto, insieme al latte materno, e si insinuano in tutte le nostre relazioni e i nostri affetti, che sono sempre, più o meno, ambivalenti. Questo romanzo parla dell’invidia, della gratitudine quasi non c’è traccia.
Siamo tutti invidiosi? Più o meno sì, ma in modo diverso, e la differenza è importante. C’è chi di fronte a questo sentimento, spontaneo e involontario come tutti i sentimenti, non agisce contro la persona invidiata, prova vergogna, magari si reprime. Al polo opposto, c’è chi uccide. In questo romanzo l’invidioso non arriva a tanto, ma ne combina delle belle, e senza ombra di vergogna.
Chi invidiamo? Innanzi tutto, come suggerisce il titolo del romanzo, rivolgiamo questo sentimento contro il nostro prossimo, chi ci è vicino. Invidiamo chi è simile a noi e ha poco più di noi, quindi chi ha uno stipendio più alto del nostro. In genere, non invidiamo chi guadagna cento volte più di noi e sembra appartenere a un altro mondo.
Il peggio è che invidiamo nostri affetti, quelli ritenuti sacri: il fratello e la sorella (non è un caso se Caino è il primo omicida citato dalla Bibbia), il marito e la moglie, la madre e il padre, il figlio e la figlia. Si dice che l’invidia tra madre e figlia sia tra le più intense. Questo romanzo narra l’invidia tra due amici, e lo fa con toni tragicomici, intrisi di sarcasmo, usando un linguaggio molto vicino al parlato quotidiano, e mettendo in dubbio la natura dell’amicizia.
Lo sappiamo, nei confronti degli amici l’ambivalenza emerge spesso e volentieri. Nelle amicizie più autentiche la gratitudine prevale, compensa, ripaga e appaga il sottile veleno indesiderato, magari usando tempo e riflessione e autocritica. In questo romanzo l’amicizia che funziona è presente, ma come una sorta di associazione a delinquere, anzi a invidiare: un’invidia condivisa che si esprime sotto forma di critica, maldicenza, pettegolezzo. Nel legame di vecchia amicizia tra i protagonisti del romanzo, invece, anche questa alleanza viene tradita senza ombra di rimorso, mettendone in luce la vera natura: oltre il do ut des e l’eventuale gioco di potere latente, rimane poco.
Nel mio caso, la lettura è risultata gradevole ma priva di suspense: ho indovinato immediatamente, fin dalle prime pagine, che cosa stava per succedere. Il tema dell’invidia, per i miei gusti, potrebbe essere narrato con più attenzione per la sua complessità, ma nel romanzo ho trovato molto di più: oltre alla comicità ho apprezzato il vivido murale dipinto dall’autore sulle miserie dell’epoca contemporanea.
In un angolo, a spiccano alcune feroci, gustose parodie sulle mode alimentari. Nel lato opposto, splende una miniatura a tinte forti che ritrae una parte della nobiltà inglese, mai decaduta, che ottiene ancora la parte del leone e sa ruggire con grottesca eleganza, mentre la borghesia, anche se benestante, rimane sempre a rischio.
Al centro della scena, ammiriamo la natura dispettosa e instabile dell’ascensore sociale, passaggio obbligato per chi non è figlio del privilegio, per chi vorrebbe salire e ha qualche possibilità, ma riesce soltanto con l’aiuto di fortuna e fatica, in una società dove il merito conta ma non troppo e uno scivolone dalle stelle del lusso alle stalle della strada resta sempre in agguato, pronto a tagliare gambe e affetti con la facilità d’un machete. Forse è per questo che l’invidia è così forte, tra chi desidera salire e teme di precipitare,
Il romanzo narra anche, sempre con irriverenza non forbita, il mondo del giornalismo e dell’editoria, i meccanismi perversi del suo funzionamento, e lo fa con un sottofondo musicale interessante, offrendo l’occasione di assaggiare un altro microcosmo massacrato dalla contemporaneità.
Una lettura molto interessante, per chi come noi abita in un Paese stritolato da meccanismi simili, ma per certi versi di gran lunga peggiori. Il successo, il mito nato negli anni ottanta e mai decaduto, rivela i suoi lati più tristi. La scrittura di John Niven è irriverente, rapida, corrosiva. Da provare.
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Le mani sporche di sangue
Palestina o Israele? Chi è il cattivo? Chi è il buono? E noi, da che parte stiamo?
Troppo spesso qui in Europa le discussioni sul conflitto mediorientale si risolvono in battibecchi tra tifoserie avverse, ognuna determinata da ideologie, simpatie o idiosincrasie. Ma non ai fatti. I fatti, invece, parlano chiaro, ci raccontano che violenza e fanatismo tendono a prevalere in entrambe le parti, mentre i torti e le ragioni si mescolano e si confondono. In ogni caso, che sia israeliano o palestinese, chiunque possieda una coscienza, chiunque sia intenzionato a vivere in pace e auspichi il compromesso si ritrova nella posizione più scomoda, e pericolosa. Qui nella vecchia Europa, invece, chi rifiuta di schierarsi per una squadra si attira la stessa ostilità dalle due tifoserie. Probabilmente, quest’ottusità così radicata deriva da una cattiva coscienza storica, nutrita nei riguardi di entrambi i popoli.
In questo romanzo, il conflitto è uno dei protagonisti, con tutta la sua complessità.
E poi, c’è il generale dalle mani sporche di sangue, sospeso dal coma in un limbo senza tempo. Il generale è un personaggio storico facilmente riconoscibile. Sospeso nel suo spazio onirico, fa fatica a rendersi contro del luogo in cui si trova, della vita che ha lasciato, della morte che lo segue nascosta dietro una vecchia canzone. Il generale, trafitto da ricordi e da simboli, ripensa al suo ruolo nella terra e lo rivive.
“Tu sei qui per alzare il valore della taglia sulla testa di ogni ebreo. Rendila costosa. Rendila una rara e raffinata delicatezza per chi ama il sapore del sangue ebraico”.
C’è Ruthi, la donna che ha assistito il generale mentre si occupava di organizzare vendette e rappresaglie, di alzare il prezzo sulla taglia ebrei, di trattare con il suo nemico preferito. Ora lo assiste mentre il generale è inerme, in coma, immerso nei suoi ultimi sogni, in attesa di comprendere che il suo tempo sta per finire. Ma lei è sveglia e spera, con ostinazione e lucida follia, che si risvegli.
C’è un ragazzo senza qualità ma dotato di coscienza e sensibilità, incaricato di sorvegliare un uomo accusato di aver tradito il suo popolo, un uomo arrestato senza diritti e senza processo, ormai perduto in una vita che è peggio della morte. Il ragazzo ottempera agli ordini, ma lo fa malvolentieri, perché tra lui e il prigioniero, il traditore, con il tempo è germogliato un legame speciale, fuori luogo ma tenace come i fiori che spuntano tra le rocce.
C’è il traditore, Z, un uomo che non voleva tradire, ma cercare una disperata conciliazione servendo sia il suo paese sia il popolo palestinese sia la giustizia, e invece ha trovato una lunga agonia. Ora si ritrova sepolto vivo, non in una prigione ma una cella tagliata fuori dal mondo e dalla vita. Gli rimane un’unica esigua possibilità di espressione: scrivere lettere indirizzate al generale. Gli rimane anche il ragazzo che lo sorveglia, con cui ha instaurato un legame che potrebbe ricordare la sindrome di Stoccolma, ma è diverso.
Ci sono due spie, un uomo palestinese e una donna israeliana, che si amano perdutamente e rischiosamente, ma non possono incontrarsi alla luce del sole, allora organizzano una cena nelle viscere della terra. Una cena simbolica, ovvio. Loro ci riescono.
Anche i personaggi di questo libro sono simbolici, ma sono vivi, e sono tutti collegati, in modo diverso e imprevedibile, tra loro; insieme, tessono una storia ricca di spunti di contraddizione e di riflessione e una trama complessa, splendida, da scoprire.
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Per affrontare un’estate
Un lungo viaggio di scoperte, di formazione, di arricchimento. Un lungo viaggio per allacciare un legame profondo. Un uomo segnato dai lutti e dalle delusioni incontra per caso un padre disperato, e accetta di prendersi cura dei suoi due bambini. Un’adozione temporanea, che dovrebbe durare soltanto il tempo di una lunga vacanza estiva e invece si trasformerà in qualcosa di più, per due bambini che hanno un padre inaffidabile, per un padre che ha perso suo figlio da poco.
Per i bambini la presenza degli adulti è necessaria; per gli adulti la presenza dei bambini rappresenta la possibilità di crescere ancora, di crescere insieme, di capire, di andare oltre le abitudini che a volte ci rendono la strada più semplice, ma al tempo stesso, paradossalmente, ci incatenano, ci limitano. Il confronto tra età diverse è un’idea semplice ma feconda, che genera una storia apparentemente priva di complessità, ma ricchissima di questioni che spingono a rivisitare certezze troppo consolidate.
“Ci assumiamo un’infinità di piccoli rischi calcolati. Continuamente. Il 99,9% delle volte va tutto per il meglio.”
Che cos’è davvero la responsabilità? I viaggiatori devono affrontare sempre dei rischi, è inevitabile. A volte si evitano, a volte si accettano. L’incidente, la perdita può sempre accadere, in ogni momento, e quando accade si viene etichettati come colpevoli, ci si sente responsabili. Troppo spesso, una coincidenza fatale diventa una condanna irrevocabile, anche se tutti noi abbiamo messo in pericolo, più di una volta, la nostra vita e quella degli altri. Il concetto di responsabilità andrebbe rivisto, anche se, soprattutto in ambito legislativo, è un’operazione ardua: le intenzioni sono difficili da valutare, anche le migliori possono produrre disastri.
L’alcolismo, la dipendenza è un altro tema conduttore, un tema fecondo di dubbi e riflessioni. Quand’è che l’uso diventa abuso? Quand’è che si diventa alcolisti? Domande che non possono ottenere risposte convincenti: non esistono confini ben delineati, anche se noi sentiamo la necessità di tracciarli, forse perché non vogliamo ammettere l’importanza della casualità, che segna le conseguenze delle nostre azioni e condiziona pesantemente le nostre vite. La fortuna conta, conta moltissimo, conta sempre: anche se preferiremmo non farlo, dobbiamo ammetterlo; ma in seguito non è facile comprendere che proprio per questo la nostra volontà, così debole, assume un’importanza enorme.
Un romanzo dal linguaggio semplice, con qualche punta di sciatteria che si lascia perdonare, che si confonde con la quotidianità delle situazioni narrate. Una narrazione dal ritmo lento che però avvolge e cattura inesorabilmente, con personaggi dalla superficie ordinaria che che stupiscono e segnano per lo spessore delle loro azioni e delle loro parole. E nello sfondo, panorami indimenticabili, descrizioni che non lasciano indifferenti.
Una piccola grande storia, dal sapore indimenticabile.
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Murì Patò o s’ammucciò?
Una narrazione insolita, costruita su un puzzle variegato di lettere, comunicati, articoli di giornale, querele, verbali d’interrogatorio, manifesti, scritte sui muri e altro ancora. Un giallo grottesco, venato di grassa comicità, cosparso ed elegante ironia, intriso di forti connotazioni sociali e condito si affreschi ambientali a tinte forti.
La sparizione del ragionier Patò, figlio di papà molto perbene che vive in assoluta piattezza e perfetto conformismo, come il proverbiale sasso gettato nello stagno smuove le acque e solleva reazioni e conflitti fino alle rive e oltre. Il fatto solleva innanzi tutto accessi conflitti di opinione, tra le ipotesi sollevate dalla sua scomparsa. Perché sparì il buon Patò? Perdita di memoria? Rapimento? Fuga? Questioni di mafia, o comunque torbidi conflitti di interessi nell’ambito delle alte sfere? La fioritura di risposte di fronte al quesito è lussureggiante. L’autore non ci risparmia nulla, neanche saporitissimi risvolti fantascientifici a base di illusioni ottiche, anomalie spazio-temporali e dispute tra pseudo-scienziati folli.
Il sasso fa riemergere anche altri tipi di conflitti: tra istituzioni, tra diversi modi di vivere la fede e la superstizioni, tra culture e linguaggi diversi. Ne escono fuori contese che non soltanto intrattengono piacevolmente il lettore, ma impongono alcune riflessioni non superficiali. Il teatro, una volta, era considerato la casa del demonio, perché suscitava passioni peccaminose, anche se virtuali. A pensarci bene, questi bigotti arcaici avevano sicuramente torto, ma non avevano tutti i torti. Del resto, anche il celebre effetto catartico riconosciuto alle tragedie, non conferma la forza della finzione nell’alterare l’animo umano?
La storia parte lentamente, incastrare i pezzi del puzzle richiede tempo e i caratteri minuscoli degli articoli di giornale non aiutano, ma dopo l’avvio l’attenzione è incatenata dagli indizi disseminati ad arte e soprattutto dalle gustosissime “spiritosaggini lessicali” e dagli arcaismi esilaranti, dai contrasti tra personaggi e registri diversi (dai toni istituzionali alle invettive rustiche), che aggiungono alla suspense quel tocco di piccante che non guasta ma aggiusta.
Un ritratto a tutto tondo che si svela un microcosmo senza confini, che dalle scritte sui muri di paese sii espande fino al Regio Ministero dell’Interno, luogo assai pericoloso.
“Lo ziuccio gira per i corridoi del Ministero gettando foco e fiamme dalle nasche: quello è capace, se fai errore, di farti catafottere nel posto più sperso di questa nostra bella Italia. Occhio, Libò.”
Occhio, lettore. Non non perdere l’occasione di riscoprire questo gioiellino ritrovato!
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MALEDETTI VECCHI
I romanzi di Irène Némirovsky sono ambientati negli anni inquieti della sua breve vita: dalla prima guerra mondiale all’avvento del nazismo, dall’euforia degli anni venti alla terribile crisi economica successiva, che annientò del tutto le prospettive di ascesa sociale delle nuove generazioni, lasciando il potere economico e politico in mano a pochi privilegiati, perlopiù attempati. L’attualità quasi inquietante di queste opere sembra indicare che la storia tende a ripetersi, soprattutto nei suoi lati più oscuri.
Ancora una volta, l’autrice si ispira alla sua costellazione familiare: la madre nemica, il padre addetto al denaro, la lotta crudele tra generazioni. Da questi presupposti nasce una trama avvincente, una narrazione incalzante in cui la protagonista e proprio la madre, l’odiata Jezabel. La narrazione svela a poco a poco il mistero di questo personaggio difficile, i suoi tormenti, le sue debolezze, la sua frivola ferocia.
Jezabel è ricca, ma la sua ricchezza non le basta e l’amore devoto, l’unico che cerca e desidera, non si può comprare. Jezabel si mantiene bene negli anni, rimanendo incredibilmente bella e fresca, ma l’apparenza dell’apparenza (la bellezza è soltanto superficie) non basta, deve mentire sulla sua età. La vera giovinezza e il vero amore sono finiti in fretta, troppo in fretta, e intanto sua figlia è già cresciuta, troppo cresciuta, e pretende il suo posto nella vita; ma se lei cominciasse subito a vivere, la vita di Jezabel si fermerebbe, lasciandola nel limbo senza emozioni della vecchiaia.
La penna dell’autrice non sembra spietata come in altri suoi lavori (Il Ballo). Non è spietata nel delineare il ritratto di Jezabel, svelando il bisogno di essere amata della seduttrice, una creatura fragile dal volto diabolico e dal cuore infantile. Non è spietata nel descrivere il lato buono delle relazioni umane, lasciandoci dolci briciole di speranza da gustare. Il pessimismo rimane invece nel raccontare il dialogo impossibile tra generazioni, rese nemiche dalla competizione nella lotta per la vita. Ancora più spietata è la legge che Jezabel deve seguire per non rinunciare alla sua illusione d’amore, e allora meglio assassina che vecchia, meglio assassina che ridicola, meglio morta che senza amore.
Com’è la vita di quegli anni, nelle alte sfere? L’amore, il piacere e il denaro sono le passioni che muovono le donne. I loro uomini inseguono il potere, il rischio, e il denaro. I figli sono legati dagli stessi fili che trascinano i genitori, ma si muovono contro di loro e non al loro fianco. I legami di sangue non sono abbastanza forti, non quanto la competizione per la vita. Anche allora, il conflitto è tra vecchi da rottamare e giovani bamboccioni.
“Maledetti vecchi, pensò serrando i pugni. Confondeva nello stesso odio Gladys, la madre di Laure e tutti quelli che si tenevano stretti i loro posti, il loro denaro, la loro felicità, lasciando ai figli solo la disperazione, la povertà e la morte.”
Una storia molto attuale e avvincente, che prova un effettivo cambiamento di mentalità nei confronti delle femmine umane che osano invecchiare: una volta il numero degli anni era una vergogna, oggi non lo è più, se l’aspetto rimane fresco e la magia della chirurgia plastica funziona bene. Un miglioramento, anche se piccolo.
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Come un'arma carica
La storia di un lungo e doloroso apprendistato, la crescita a una feroce indipendenza, alla gioiosa libertà dal bisogno di affetti e legami (a parte il gatto), ad una strada senza accompagnatori e senza timori. All’inizio della vita adulta, Hélène calpesta complessi edipici e vecchie ferite narcisistiche, felice di sentire il sangue giovane e sano scorrere nelle vene e il vento freddo di Parigi danzarle intorno. Una solitudine inebriante, la sua, conquistata a caro prezzo dopo aver passato le notti della sua infanzia nell’incertezza e nel timore, nel gelo di una famiglia senza affetti e senza valori, con la precoce consapevolezza della precarietà della vita. Accanto a lei, un solo affetto, un’unica fonte di calore e di valori: Mademoiselle Rose, l’istitutrice che proviene dalla Francia, il paese più bello e più dolce del mondo. Rose è l’unica in grado di insegnare, di offrire, di dare. Rose è un filo di luce in un deserto buio, una luce meravigliosa ma fragile, sempre minacciata dai capricci ottusi della madre assente di cui prende il posto.
Hélène, la protagonista di questo stupendo romanzo di formazione, è una splendida guerriera, che da bambina sogna di diventare come Napoleone e odia sopra ogni cosa il disamore della sua famiglia e l’ipocrisia viscida come schiuma, che copre senza nascondere. Indimenticabile, la scena in cui riscrive a matita “la descrizione di una famiglia unita” su un libro per la lezione di tedesco:
“Prese il pezzetto di matita che teneva sempre in fondo a una tasca, esitò, lo accostò piano piano al libro, come un’arma carica. Scrisse: - Il padre pensa a una donna che ha incontrato per la strada, la madre ha appena lasciato un amante. Non capiscono più i loro figli e i loro figli non li amano...”
Il lavoro dello scrittore è anche questo: riscrivere a matita sull’ipocrisia dei libri di scuola.
Quelle parole sparate a matita causeranno un’esplosione drammatica che metterà a nudo l’ottusa pochezza del focolare in cui vive e che cambierà per sempre la sua vita. Lo schema padre (con o senza donne occasionali) - madre - amante è davvero un’istituzione tra i ricchi europei dell’epoca: interessante notate che l’autrice descrive anche altre forme di questa “famiglia allargata”, che lasciano spazio alla tenerezza e alla complicità tra genitori e figli.
Nel romanzo famigliare di Hélène, invece, lo spazio per l’amore è minimo, e ancora più misero quello destinato alla tenerezza: una costellazione di buchi neri senza luce, astri oscuri e avidi di lusso e spazzatura, privi di radici e di significato, sempre in fuga dalla guerra, dalla povertà, dalla vita. Ogni forma di amore consuma in fretta il suo minimo capitale di autenticità, e il tempo corrode senza pietà le carni e la pelle e la passione, senza lasciare traccia di ricordi buoni. L’autrice mette in scena con efficacia suggestiva questa misera e feroce umanità, la incornicia nella sciatteria e nella desolazione delle case di lusso, nella decadenza della carne, nella sguaiata bruttura che segna ogni sguardo, ogni dialogo, ogni scambio.
Una storia ancora molto attuale; una scrittura generosa, che nel raccontare la miseria dell’avidità lascia un segno ricco e indimenticabile.
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Un nugolo di falene
“In fondo la regione degli Appalachi non era chissà che”. Eppure, per un po’ è stato il centro del mondo, proprio mentre stava per finire.
Un nuovo, strano, affascinante morbo fa addormentare le donne e le ricopre di una specie di bozzolo: si chiama Aurora, come la bella addormentata delle fiabe, e arriva dall’Australia, dove hanno l'abitudine di avvolgere i bambini in un tessuto sottile e bianco per proteggerli dai raggi del sole.
Una donna in un carcere femminile sta delirando dell’arrivo di una regina nera, e la regina arriva con le sue falene e parla anche con altri animali, è magica, è bellissima, non ha linee sulle mani, e per prima cosa uccide a mani nude due criminali produttori di speed e si fa arrestare dallo sceriffo donna del luogo.
Ma Aurora non è un morbo, è un sortilegio, e Evie, la regina nera, è una diavolessa femminista vuole salvare le donne e far finire il nostro mondo, quello in cui regna il sesso più pericoloso.
Non è un caso se Evie viene rinchiusa in un carcere femminile, dove finiscono le donne più sfortunate, le più perseguitate. Non è un caso se le donne che si addormentano si ricoprono di un bozzolo, come se dovessero subire una metamorfosi. Non è un caso se eliminare il bozzolo non sveglia le dormienti ma le trasforma in bestie rabbiose, capaci di uccidere a morsi chiunque le abbia private del sonno, familiari amici o mariti che siano, perfino l’amato cagnolino.
In questa fiaba nera maschi e femmine hanno l’opportunità di dividersi e ricominciare: verso un nuovo mondo al femminile da una parte, verso l’estinzione dall’altra.
I maschi che si ritrovano con le compagne addormentate reagiscono virilmente: si trasformano in ladri, sciacalli, assassini, stupratori. Sommosse e saccheggi, brigate di assassini che per rabbia e per vendetta bruciano i bozzoli: una mossa geniale di fronte al rischio che il mondo finisca per mancanza di femmine procreanti.
Le dormienti, invece, si ritrovano in un altro posto, un posto che appartiene soltanto a loro, forse un sogno collettivo dove mancano maschietti e abitudini tecnologiche, ma con un vantaggio sicuro, non trascurabile, per qualcuno irrinunciabile: la sicurezza. Niente perfezione, ma una ragazza può crescere senza essere insidiata per i suoi seni.
Una fiaba al completo, con animali parlanti ed evocativi, ma popolata da personaggi che vanno al di là dello stereotipo fiabesco e incarnano sofferenze e passioni e orrori della nostra amara società: la crudeltà ottusa degli aguzzini, l’ostinato amore delle madri, l’inutile espiazione delle vittime, l’assurda stupidità delle carceri, la rabbia che infetta le buone intenzioni, i pregiudizi che ammorbano masse e istituzioni. L’ingiustizia che schiaccia ogni speranza, perché è sempre il sesso più pericoloso quello che comanda.
La fiaba scoperchia la nostra realtà. E pone molte domande. La risposta che raccontano i King, padre e figlio, è suggestiva. Ma non sempre funziona. L’apocalisse non travolge. Il mistero non trascina. Restano i personaggi a portare avanti la storia, restano gli orrori della quotidianità che prosperano come creature infernali.
Un grande romanzo, impastato con tutti gli ingredienti giusti, che purtroppo non lievita. Evie ha un potere salvifico affascinante, ma non ha la statura di John Coffey del “Miglio verde”. Manca qualcosa: un vero cambiamento, una domanda mai posta prima. Questo romanzo non lascia una traccia duratura, a parte una scia di falene e un lieve sorriso di complicità.
“In Pennsylvania Avenue videro il corteo presidenziale, una sfilza di limousine e SUV neri scintillanti. La colonna di auto proseguì senza fermarsi.
«Guarda.» Michaela fece cenno con il dito.
«Chi se ne frega» rispose Janice. «È solo un cazzone come tanti.»
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Adesso siamo ricchi
Questo racconto di Irène Némirovsky è un gioiellino al veleno, crudele nella sua bellezza, prezioso per la densità dei suoi dialoghi rivelatori, che in poche distratte parole distruggono maschere e apparenze. Del resto, nell’ambiente che circonda la piccola Antoinette, l’ipocrisia è fragile come carta velina.
Antoinette ha quattordici anni, e desidera con feroce intensità di esplorare le gioie della vita adulta, in particolare quelle del sesso e dell’amore. Vuole brillare, gioire, uscire dalle paludi di impotenza e di noia dell’infanzia. Suo padre, “un piccolo ebreo scarno con gli occhi di fuoco”, è riuscito improvvisamente ad arricchirsi, ma questo per lei si traduce soprattutto in nuove pretese da soddisfare: regole da mettere in pratica, lezioni noiose, imposizioni e critiche: Antoinette deve imparare a muoversi, a parlare, soprattutto a mentire sulla povertà trascorsa.
Rosine, madre di Antoinette ed ex “dattilografa del capo”, è determinata a prendersi la rivincita sugli anni passati ad attendere l’arrivo di una nuova vita: la ricchezza è finalmente arrivata, ma la sua freschezza è agli sgoccioli e lei è ansiosa di spremere il meglio da quel che le rimane, di salvare il salvabile e godere il godibile, di “vivere”, di essere finalmente “felice”. E sua figlia Antoinette, ormai in età da marito? Lei deve rimanere fuori dai piedi. I baci rituali del risveglio e della buona notte che le somministra sono un rituale ormai svuotato di significato.
Malauguratamente, Antoinette e Rosine, madre e figlia, condividono e lo stesso preciso, identico e luccicante ideale di felicità: l’amore, anzi, “l’amante”, talmente usuale da rappresentare un’istituzione nella società francese del tempo. Madre e figlia, la stessa ansia, lo stesso desiderio.
Un desiderio che presto potrebbe realizzarsi: stanno per organizzare il primo, lussuosissimo, costosissimo ballo, che comprenderà ex prostitute sposate, arricchite e ripulite, blasonati e arricchiti, mariti e gigolo (“sono decorativi”), truffatori e corruttori, donne sposate e signorine acide per diffondere l’invidia... Un ballo che riflette fin nei minimi particolari la vastità del degrado che circonda la piccola famiglia appena arricchita: il sogno luccica ancora e produce ancora desiderio, ma mostra già il potenziale distruttivo.
Al ballo ci saranno tutti e di tutto, tranne Antoinette. Rosine è determinata: sua figlia dormirà in uno stanzino, in fondo al corridoio. La frustrazione della ragazza è direttamente proporzionale alla sua voglia di mordere i primi frutti della vita sessuale. Ma la madre non capisce, si illude, minimizza.
“La domerò, puoi giurarci...”
“Un ballo. Non ti inorgoglisce l’idea che i tuoi genitori diano un ballo? Non sei molto sveglia, temo, povera figlia mia”.
La rabbia di Antoinette produrrà effetti devastanti. E rivelatori. La famiglia ha conquistato il denaro, ma rimane priva non soltanto di valori e di affetti, ma perfino di solidarietà, obiettivi comuni, miti da conservare, apparenze da salvare.
Una piccola storia tragica, scandita da un ritmo perfetto e inesorabile che si consuma in un tempo breve, ma sufficiente a spaccare superfici ed esporre illusioni, brutture, miserie. Lo stupore della giovanissima protagonista di fronte alla fragilità degli adulti, quei mostri che tanto teme e tanto odia, riflette l’enormità della desolazione, della sconfitta di un’intera società.
Nelle opere successive non mancano i barlumi di speranza e di tenerezza, ma qui la penna di Némirovsky dimostra un’intelligenza lucida e spietata, che ferisce con il suo sarcasmo e non conosce perdono, redenzione, delicatezza. Da non perdere.
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Asino lunare
Il mondo è un palcoscenico, un palcoscenico può contenere il mondo. “Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, la vita stessa non è che sogno. La narrativa è vita ed è in grado di riscrivere e rimettere in gioco tutto quanto, mondo e palcoscenico, sogno e realtà, fantasmi e personaggi.
Margaret Artwood rielabora su carta La Tempesta, commedia dal doppio fondo, che rispecchia il teatro in teatro e inserisce il contenitore nel contenuto. L’autore non si limita ad aggiornare il capolavoro ai giorni nostri, adornandolo con le nuove tecnologie e rinnovando le miserie dei giochi di potere: lo mette in scena, estende le dimensioni del testo classico e moltiplica i livelli narrativi, riflettendo specchi su specchi e tessendo un complesso gioco di riflessi.
Il romanzo che esce fuori da questo gioco ardito è un capolavoro moderno di ingegneria, che non tradisce il capolavoro classico a cui si ispira. Un testo da assaporare e centellinare, scritto con una semplicità cesellata con passione, da una mano esperta che sa maltrattare con amore le sue materie prime. L’autore si destreggia con eleganza tra ambienti e orpelli, adorna di lustrini e costumi elaborati i suoi personaggi, li tratteggia con grazia efficace e illustra magistralmente la loro recitazione, conferendo al sogno i contorni nitidi della realtà, e alla realtà l’evanescenza del sogno.
Ne esce fuori una narrazione spumeggiante, trainata da una forza allegra e al tempo stesso, inevitabilmente, tempestosa, che invita il lettore a danzare tra passato e presente, seguendo un ritmo leggero ma non fatuo, veloce ma arioso. E non perde l’occasione di scoperchiare mondi nuovi: fascino e trappole del teatro e dei teatranti, profilo e citazioni di Shakespeare, la natura aliena e ultraterrena di Ariel, folletto specializzato in nuove tecnologie.
Apriamo il libro e godiamoci lo spettacolo.
“Benvenuti nella nostra nave che si chiama La Tempesta. Io sono il nostromo e questi sono i miei marinai. Ora vi condurremo fino a un’isola deserta in mezzo al mare. Non preoccupatevi se sentirete rumori strani, fanno parte del dramma. Il nostro è uno spettacolo teatrale interattivo, di natura sperimentale; vogliamo avvisarvi in anticipo.”
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Sì, siamo ladri
Gli orfani bianchi sono un mistero ovvio, una vergogna nascosta e risaputa, una delle tante miserie tanto macroscopiche quando invisibili che ci circondano. Gli orfani sono vicinissimi a noi, non nello spazio e nel tempo ma negli affetti, nella quotidianità. Gli orfani bianchi sono i figli delle donne che li lasciano nelle loro case e nei loro paesi per venire qui in Italia, ad accudire i nostri cari al posto nostro.
In questo caso non ci viene in mente che forse sarebbe meglio aiutarli in casa loro, e magari accudire in casa nostre: sembrerebbe la soluzione più semplice, la migliore per tutti, e proprio per questo, forse non è possibile.
La storia di Mirta, badante moldava che da sola deve mantenere se stessa, suo figlio e la sua anziana madre, può fare l’effetto di un thriller mozzafiato, uno di quei film in cui il protagonista lotta contro il tempo, contro i cattivi, contro l’ignoranza e contro tutti per salvare una persona cara.
Mirta è armata di pazienza, determinazione, amore. Sa fare i lavori che in Italia sono più odiati e più richiesti: sa pulire, sa assistere, sa curare. Mirta sa faticare. Mirta subisce e sopporta a denti stretti, senza lamentarsi: lo fa per amore, quindi per scelta e senza avere scelta. Mirta non può stare vicino a suo figlio, per consentirgli di sopravvivere deve allontanarsi e prendersi cura di estranei, dimenticare le tragedie personali per immergersi nelle tragedie altrui. Mirta non si prende cura di se stessa, ma di tutti gli altri.
Il romanzo scoperchia le derive della nostra civiltà, svela la nostra incomprensione, ci pone di fronte alle crudeltà quotidiane, apre interrogativi scomodi. Quanti sono gli eroi invisibili che lottano per la vita? Dove si nascondono? Da dove nasce il fenomeno dell’immigrazione? Chi ne soffre di più? Chi ne trae profitto? Perché questi spostamenti, queste lacerazioni, questi disastri umanitari? E perché la vecchiaia costituisce un problema, invece di essere soltanto una tappa della vita?
Il ritmo della narrazione incalza e non lascia tregua, l’identificazione con i personaggi inquieta senza lasciare scampo, la storia coinvolge e sconvolge fin dalle prime pagine, se soltanto permettiamo alle nostre difese di nascondersi dietro il cinismo. Una piccola storia tragica, un grande romanzo.
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Che Dio ce ne scampi e gamberi
Marco Malvaldi, professione chimico. Ho letto la bio dell’autore soltanto dopo aver assaporato i primi capitoli, e l’associazione è arrivata immediata: Primo Levi, anche lui chimico e scrittore, che però ha vissuto una vita completamente diversa, in un’altra epoca, praticando tutt’altro genere letterario. Eppure, l’affinità c’è, si nota e forse si può ricondurre alla chimica: la precisione, la cura e l’attenzione con cui i personaggi sono evocati, descritti e “messi in scena” fin nei loro minimi particolari, dalla professione all’aspetto fisico, dal temperamento all’istruzione, dalle abitudini ai mezzi di trasporto, dall’abbigliamento alla salute, dal linguaggio agli umori, senza tralasciare vizi e idiosincrasie.
Nel palcoscenico più suggestivo della nostra Maremma i personaggi sono riuniti per comporre molto più di una semplice somma: si amalgamano in un organismo dalle peculiarità uniche. Il Poggio delle Ghiande è il fulcro e il motore immobile di questo giallo raffinato, che ricorda davvero le atmosfere di Agatha Christie, con tanto di stanze segrete e amori nascenti, ma si differenzia con un alcuni ingredienti in più: l’ironia che accende i toni, la disponibilità a giocare con vari registri e inconsueti, spaziando tra il grottesco e l’amabile. La penna di Marco Malvaldi dipinge un gruppo dalla complessità variegata, in cui i giochi di attrazione e contrasto formano una equilibrio precario, interrotto presto dall’esplosione sotterranea che genera il delitto, la morte, la rottura definitiva dell’armonia.
Tornando alle affinità “chimiche”: la documentazione accurata che amplifica il piacere della lettura e talvolta consente al romanzo di espandersi in dimensioni impreviste, offrendo digressioni che arricchiscono l’equilibrio complessivo della narrazione senza appesantirlo. Notevoli, per esempio, le battute sull’arte, sulla sua capacità di innescare stupore e cambiamento; strepitoso il dialogo sui differenti modi di dirigere un’orchestra, che penetra sia la storia del romanzo sia la sua struttura narrativa: “Ecco, Poggio alle Ghiande è, era, il nostro direttore d’orchestra”.
Una storia pienamente godibile dall’inizio alla fine, con qualche rallentamento tra le spiegazioni degli ultimi capitoli, che forse lasciano stagnare troppo a lungo la tensione: un’opera multistrato da assaporare con calma o da divorare con appetito... secondo i gusti e i temperamenti.
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La cosa in sé
Ragle Gumm vive di contraddizioni. Abita in un sogno adolescenziale, che però è anche un incubo, forse il suo incubo migliore. È famoso e guadagna bene, ma si sente un fallito: vive in casa della sorella e del cognato, dove passa il suo tempo a risolvere il gioco a premi di un giornale, tentando di localizzare un ridicolo e ipotetico omino verde. Non ha un lavoro, non è sposato, non è un vero adulto. Ma non è questo, il suo cruccio peggiore. Il dubbio che lo perseguita è quello di vivere al centro dell’universo, prigioniero di un gigantesco complotto che sembra avere un solo scopo: renderlo felice.
L’opera di Philip K. Dick, un “artista di merda” geniale che ha raggiunto una certa fama soltanto negli ultimi anni della sua vita, ha ispirato un gran numero di lavori e capolavori cinematografici, ben oltre il famosissimo Blade Runner: l’ambiente di questo romanzo è quasi identico al scintillante mondo fasullo del Truman Show, in cui gli anni Cinquanta americani incantano e fanno scintille, grazie al consumismo nuovo di zecca e carico di promesse. Nel romanzo, però, la guerra appena terminata è ancora presente, in primo piano, e incombe con i suoi nemici, le sue paranoie, le sue macerie. Sì, probabilmente è tutto un complotto, ma i protagonisti, Gumm e la sua famiglia, aspirano a scoprire ancora di più, ad andare a fondo, a svelare illusioni e fenomeni fino ad arrivare alla cosa in sé, alla suprema verità pensabile ma non conoscibile.
La suspense di questo romanzo è altissima, il ritmo trascina e la tensione lievita nei dubbi dei protagonisti, che si moltiplicano insieme alle possibilità e alle paure che dilatano le dimensioni del tempo, il tempo falsato di un sogno costruito, di una regressione felice. Infine, appare l’ombra di una gigantesca costruzione, costruita per l’utilizzo abusivo del talento di un uomo solo, al centro della guerra civile più crudele della storia. Ma non servono macchine per viaggiare: il tempo si può manipolare senza troppa fatica nel nostro cervello, nei nostri desideri, nei nostri bisogni. Il tempo siamo noi.
Un altro capolavoro di Philip K. Dick, pubblicato nel 1959: fa già parte del nostro immaginario collettivo, non perdiamo l’occasione di gustare il sapore unico della ricetta originale.
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Senza confini
Senza confini è l’amore, che “non salva nessuno” ma “è veramente tutto” ciò che abbiamo. Questo significa che la vita non soltanto è difficile, ma anche, sempre e comunque, più complicata di quanto riusciamo a immaginare.
Giada è morta suicida, anche se, apparentemente, aveva tutto ciò che serve per vivere, soprattutto l’amore. Giovane, bella, amata, con tutta la vita davanti. Ma tutto questo può essere troppo e troppo poco, perché anche la vita può essere un problema, un peso e, soprattutto, una complicazione troppo dolorosa.
“Cioè.”
Punto e a capo.
Una sintesi adeguata per esprimere dubbio, disorientamento, incertezza. Complessità. Lo stile di Michela Marzano riflette la complessità della storia narrata e della vita, quindi il ritmo è discontinuo, diseguale, talvolta disarmonico, sempre efficace.
Abbandono.
Non soltanto rinuncia e allontanamento, ma molto, molto di più, di peggio: una parola che da sola richiude un universo di sofferenza, di lacerazione, di frantumi che non trovano una collocazione, un senso, un disegno.
Adozione.
Un atto giuridico che attribuisce la posizione di figlio legittimo a chi, biologicamente, non lo è. Sembra semplice. Non lo è. Perché l’amore è tutto, ma da solo non basta a riparare l’universo in frantumi: c’è qualcosa che manca, c’è un vuoto che tutto l’affetto unito alle migliori intenzioni del mondo non possono riempire. Non è facile entrare nell’immaginario di chi è stato abbandonato dal genitore biologico, nei tentativi di colmare una mancanza che toglie senso al resto, a un minuscolo buco nero che risucchia il presente e il futuro, allo sbaglio che non si può rimediare. Perché, purtroppo, "è la vita che è sbagliata".
Lutto.
Perdere un figlio è forse il dolore peggiore. Se il figlio si è ucciso, il dolore è insuperabile, perché oltre alla perdita c’è il senso di colpa, perché il dolore è tutto ciò che rimane del figlio che non c’è più, perché i ricordi sono soltanto ricordi. Ma se il dolore non si supera e l’amore è tutto e non ha confini ed è perfetto ma non colma il vuoto, che cosa si può fare?
Questo romanzo tenta una risposta. Da leggere.
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Il nocciolo vuoto
Chi siamo? Cos’è che definisce il nostro io, la nostra coscienza? Come è possibile cambiare, e rimanere gli stessi? In fondo, si può dire che siamo tutti impostori e bugiardi, almeno in parte? E se è così, che cos’è veramente la menzogna? E l’onestà? E che dire del coraggio?
Non soltanto narrativa crime, non soltanto un ritmo che trascina, non soltanto approfondimento psicologico, non soltanto critica (aspra e senza sconti) delle crudeltà e dei miti contemporanei... questo romanzo è molto di più. Romanzo di formazione, tanto per cominciare: il lettore cresce, cerca, soffre, crea, cade e risorge insieme alla protagonista, ne condivide le disillusioni e le scoperte, e soprattutto si pone le stesse domande.
Una storia che, oltre ad aprire interrogativi, azzarda pure qualche risposta, senza timore di annoiare o distrarre. Una storia con personaggi forti, complessi, stupefacenti, che sembrano fatti apposta per schernire luoghi comuni e stereotipi. Una vicenda di bruschi cambiamenti ed eterni ritorni, di riflessioni e d’azione, che riflette la disarmonia della vita piuttosto che tentare di ordinarla intorno a una struttura dalle simmetrie suggestive.
Il romanzo si divide in due parti, che coincidono con due tempi ben distinti ritagliati nella vicenda della protagonista, ma presente e futuro narrativi si inseguono in cerchi sempre più stretti, fino a raggiungere al nocciolo finale che include in un solo continuum temporale l’intero personaggio, dalla nascita alla morte più volte sfiorata ed evitata, eppure sempre presente. La morte, infine, risulta soltanto uno tra i tanti cambiamenti, di certo non il peggiore, ma unico e definitivo (così pare).
Una scrittura magistrale per un romanzo che mescola in modo originale e con disinvoltura azione e riflessione, tessendo un romanzo non semplice, talvolta contorto in collegamenti e citazioni, comunque ben funzionante, come un organismo vivo. Un’opera molto ambiziosa, in cui non mancano i difetti: come in gran parte della narrativa crime, la verosimiglianza latita, tra personaggi ben delineati spunta qua e là qualche macchietta, temi complessi si esprimono in sintesi non sempre icastiche; ma è anche un’avventura da cogliere al volo, adatta a lettori esigenti e amanti della contaminazione.
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Laggiù nel mondo
Questo romanzo è un quadro iperreale, crudele, fantastico. Narra i primi sette giorni nell’al di là di un uomo onesto e generoso privo di sepoltura, che nel suo viaggio verso un poetico paradiso di reietti raccoglie i ricordi della sua vita e di altre vite, fino a comporre l’esperienza corale di una comunità pittoresca: i non sopravvissuti al disastro antropologico della Cina contemporanea.
La terra di chi non ha avuto sepoltura non offre la pace eterna ma un punto di vista ampio e cristallino del mondo laggiù, un mondo dove la corruzione non lascia scampo a nessuno. Non c’è scampo per chi gode dei privilegi del potere, che non sfugge alle insidie della morte e delle nuove tecnologie. Non c’è scampo per chi usa bellezza e intelligenza per migliorare la sua sorte, perché l’avidità trasforma la vita in fango. Non c’è scampo per chi si accontenterebbe di una vita semplice e virtuosa, perché la virtù spalanca le porte alla sventura e alla miseria.
Nemmeno l’amore più autentico riesce a sfidare le brutture della ricchissima Cina. Laggiù, i politici fanno sempre più fatica a insabbiare disastri, incendi, catastrofi, miseria. La penna dell’autore non esita a descrivere senza veli e senza fronzoli uno scenario degno di un film catastrofico o di un girone dantesco, dove i ricchissimi mangiano alle spalle dei poveri e la disuguaglianza produce mostri e disperazione.
Il viaggio del protagonista inizia con un ritmo serrato tra neve e pioggia, ma si stempera in un movimento più dolce e in un linguaggio quasi poetico per descrivere il paradiso dei senza sepoltura, l’unico angolo rimasto, almeno nell’immaginario, dove non esistono ossa più uguali delle altre e dove gli scheletri riescono ad accudire con amore, a cantare tra alberi e fiori, a piangere, a ricordare e a irridere l’odio che li aveva divisi nel mondo laggiù, luogo dove la civiltà ha perso ogni traccia di innocenza e anche la bellezza della natura tende a scomparire.
Vale la pena di seguire il protagonista fino alla fine delle brutture scoperchiate senza pudore dal romanzo, ne vale la pena per la qualità della scrittura e per aprire gli occhi su una realtà che si può e si deve conoscere e narrare, sempre.
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Il figlio di un uomo felice
“Finché Ulisse è perduto, Telemaco non può andarsene di casa. Finché Ulisse non è a casa, rimane sconosciuto ovunque.”
Jaballa Matar, un oppositore del regime di Gheddafi. Rapito nel 1990 dai servizi segreti egiziani, non è mai tornato a casa.
Si sa con certezza che è stato imprigionato in Libia, in un carcere tristemente famoso per le torture e i massacri. Si sa che durante la prigionia ha dato esempio e forza e conforto per gli altri prigionieri. Si sa che ha dimostrato il coraggio di un gigante. Si sa che a un certo punto è sparito nel nulla. Dopo quel punto, non rimane niente di sicuro. Forse, è caduto nel massacro di migliaia di prigionieri. Forse.
Il figlio di Jaballa, l’autore del libro, non smette mai di cercare il padre. L’assenza del padre si dilata, gli invade la vita, impone senso e significato, diventa causa di sofferenze ma anche di una determinazione estrema a sopravvivere, a lavorare, a lottare per scoprire la verità e per liberare gli altri familiari prigionieri del regime.
In nome del padre, il figlio riesce a “fare chiasso”, a mettere in imbarazzo i governi europei che collaborano con il regime. Arriva a incontrare il figlio di Gheddafi, nella speranza di scoprire la verità sul destino di suo padre. E con il tempo, la ricerca di chi non tornerà mai apre le porte per un ritorno a casa, in quella terra odiata e amata tanto intensamente.
Un memoir meraviglioso, che ci apre gli occhi sulle vergogne della storia europea, delle responsabilità di Paesi come l’Italia e l’Inghilterra nella tragedia di un popolo che sembra interminabile. Una narrazione che indugia sulle bellezze dei paesaggi e dell’arte, ma anche sull’interiorità dei personaggi, tratteggiando con poche, sapienti, spietate pennellate le stanze segrete dell’essere al mondo.
Un memoir che ci accompagna nelle dimensioni interiori del non sapere, che ci aiuta a sfiorarne le dimensioni buie, dimensioni che impongono un tempo che appartiene soltanto a chi le subisce, nella carne e nel sangue. Un memoir che ci espone a un tempo senza direzioni, non declinabile nel linguaggio di chi ha vissuto la continuità, di chi è cresciuto passo dopo passo, senza fratture, senza precipitare nella catastrofe della perdita assoluta, cieca e muta, che lascia immaginare senza porre limiti all’orrore.
Un figlio dovrebbe salutare il padre prima di uscire davvero di casa, ad affrontare davvero il mondo in prima persona. Telemaco non può prendere il mare, se il padre non torna dalla sua Odissea. Senza ritorno, non vi è alcuna partenza,
“Sentivo la forza violenta della vertigine. Come se io e lui ci trovassimo sulle due sponde di un fiume sempre più immenso, immenso come un oceano.”
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Palla al centro
Tacchi vertiginosi o tacchetti da calcio? Mondo classico o shopping contemporaneo? Cicerone o Catullo? L’esempio di Medea o i consigli di un uomo saggio? Ricordi o speranza? Amore o morte? Sogni o realtà? Il romanzo di Roberta Dieci si muove tra dicotomie e contraddizioni superficiali o profonde, apparenti o inevitabili, che si rincorrono e si intrecciano. Come accade nell’amore e nel calcetto.
Il calcetto non è uno sport per femminucce. Il calcetto è una metafora dell’amore. Non c’è alcuna contraddizione tra queste due affermazioni, perché l’amore è rosa ma anche rosso, è gioco ma anche vita. Il calcetto come l’amore non si spiega ma si racconta, non si misura ma si illustra, attraverso le azioni e le emozioni.
Sì, questa è una storia di amore e di morte, un romanzo sospeso tra la leggerezza dell’adolescenza e la durezza delle scelte obbligate. Qui tutto è gioco, anche nei piani narrativi che contaminano i sogni con i ricordi e sorprendono il lettore con finte, attacchi imprevedibili e colpi di scena. Nel campo, come nell’amore, si segna o si subisce, si insegue o si fugge, si perde o si vice in un lampo e non si è mai soli: gli amici possono salvarci con una parata spettacolare, ma possono fare poco quando la fortuna decide di atterrarci con uno sgambetto crudele.
Il ritmo del libro incalza il lettore, lo palleggia tra miti greci e riti da spiaggia, baci lievi e pallonate micidiali, incontri in treno e scontri con il destino, lo trascina al finale senza noia e senza sconti. Lo stile è fresco e non sbaglia mai un rigore, regalandoci un romanzo che fa vivere lo sport anche a chi lo detesta e dipinge una storia d’amore che non si perde in acqua di rose. Una partita comunque da non perdere.
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Sfocatura
Il tempo non mi è nuovo: la mia formazione filosofica mi ha portato a rincorrerlo, (forse) a perderlo in tutte le sue dimensioni e declinazioni e possibilità, dall’essere al divenire, dall’infinito al limite, dal panta rei di Eraclito all’eternità immobile di Parmenide. E i filosofi non mancano in questo saggio, un evento limitato nel tempo e nello spazio che lascia il desiderio di approfondire la discussione sul contributo di alcuni giganti come Kant e Platone; ma questo desiderio non è una mancanza, è uno dei pregi di questa sintesi brillante che ci porta a scoprire il disordine di ciò che per definizione dovrebbe dare ordine e ritmo alle nostre vite: alimenta la curiosità e i dubbi, non placa la fame ma al contrario stimola l’appetito.
Non è nemmeno la prima volta che mi avventuro tra i misteri della fisica, sempre a livello divulgativo, e questo mi consente di apprezzare ancora di più la capacità di sintesi dell’autore, oltre alla capacità di coinvolgere il lettore nel suo mondo dove le equazioni si trasformano in metafore che affascinano, che illustrano, che svelano parte del mistero e soprattutto i nostri limiti: la relatività e la gelatina spazio temporale sono serviti in tavola con una semplicità sbalorditiva, che ci lascia assaporare il gusto unico dello stupefacente. L’autore ci fa volare, senza fronzoli in eccesso, senza stancare, senza entusiasmi troppo facili.
L’universo è relazione, movimento, scambio di baci e danza di prospettive, e più esploriamo più scopriamo la sua vastità e la vastità dei nostri limiti, la natura non illusoria ma sfocata delle nostre conoscenze, che sono approssimazione di approssimazione. Non è necessario immaginare un demiurgo: l’universo si mescola da solo e anche la vita forse non è altro che un emergere in questo rimescolamento di cui vediamo poco e male, con la nostra vista sfocata e le nostre curiose pretese di eternità.
Carlo Rovelli è uno scienziato che sa raccontare, sa scegliere le parole, sa accendere le stelle: non perdiamo l’occasione di entrare nel suo mondo di equazioni senza tempo e di voli spericolati con le ali della scienza, che sono limitate ma solide, le uniche adatte a guidarci nel nostro nuovissimo orizzonte sempre più ampio, sempre più sfocato.
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IL DOLORE TI CORRODE
Cambiare posizione significa cambiare vita, cambiare tutto. Molti pensano che la faccenda si riduca soltanto al fatto di “non camminare”. Sciocchezze. Le differenze sono enormi, soprattutto nei casi più gravi. Da questo punto di vista, non siamo tutti disabili.
Le persone con mielolesione hanno meno possibilità di scelta, e devono affrontare più dolore, più fatica, più problemi. Perfino un singolo respiro può diventare difficile. Il confronto con il mondo è forse ancora più difficile. La tentazione di chiudersi in casa, di non affrontare il mondo, è molto forte, perché le barriere si moltiplicano.
Il nostro è “un paese pieno di barriere”, che non riguardano soltanto i disabili. A mio parere, l’Italia non è un paese per chi non è maschio, bianco, benestante, di bell’aspetto, in salute e con una famiglia alle spalle (meglio ancora se giovane). Da questo punto di vista, siamo tutti disabili, compresi i privilegiati: quel che è successo a Barbara può succedere a chiunque, in qualunque momento, nel giro di pochi secondi. Perché noi umani siamo tutti fragili e, soprattutto, in un paese pieno di barriere siamo tutti in pericolo. Ma anche se la fortuna e la salute ci assistono, la questione delle barriere ci riguarda, perché siamo comunque tutti legati l’uno all’altro, e nessuno può credersi davvero “indipendente”. Le barriere impoveriscono l’intero paese, impoveriscono tutti noi.
Barbara Garlaschelli ci rivela come è stato difficile superare la paura del rifiuto e cominciare a vivere la sua sessualità: una paura che appartiene a tutti, uomini e donne, ma per chi è disabilitato, la paura può diventare molto, molto più forte. Nel romanzo, racconto e descrizioni sono lievi ma non superficiali. Lo stile è semplice ma non povero. La storia induce a sognare e a riflettere, e suscita un’infinità di domande.
Barbara ama l’ironia, si definisce “disabilitata” e ci presenta una carrellata di “disabilitate tipiche” che strappa gradevolissime risate; non c’è da stupirsi se l’arma della risata l’ha aiutata a superare le barriere della sfortuna. La fortuna, invece, le ha donato forza, e intelligenza, e due genitori eccezionali. Mi domando come possa superare le stesse barriere chi ha la stessa sfortuna, ma è privo di doni. La risposta è terribile.
L’ironia non guasta, ma non basta. La forza di chi sa affrontare il dolore e la malattia con il sorriso piace e suscita ammirazione. Ma le lacrime costituiscono un problema. Perché? Forse per paura. “Posso dire oggi, a 51 anni, che sono una donna libera perché non devo dimostrare a nessuno, soprattutto a me stessa, di essere coraggiosa, forte, tenace. Oggi posso e voglio piangere le mie lacrime, la mia fragilità, l’immenso dolore per tutto ciò che ho perso”.
Un’altra domanda: perché per tanto tempo sessualità e disabilità sono state considerate inconciliabili, come materia e antimateria? Alla radice di questo tabù, la cultura della sofferenza come mezzo di espiazione e di purificazione ha di sicuro giocato un ruolo rilevante: il dolore purifica, rende santi o addirittura angeli, entrambi privi di sesso (anche se nel caso degli angeli rimane ancora qualche dubbio). Ma non è vero che il dolore trasforma gli umani in angeli. C’è chi testimonia che il dolore può rendere migliori, e questo in alcuni casi è vero. Ma gli angeli non esistono, e per la santità è necessaria una vocazione particolare.
Barbara ha scritto, con arte e con passione, un memoir che si legge d’un fiato: vi consiglio di rileggerlo per non perdere gli spunti di riflessione, che sono tanti e preziosi, così com’è preziosa l’unicità della sua storia, che è storia d’amore e di sesso, di fortuna e di sfortuna, di tristezza e di allegria, di rabbia e di tenerezza. Una storia piena di vita.
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Come in Sicilia
Kautokeino, terra di renne e di neve. Terra dei Sami (da noi chiamati làpponi o lappòni), il popolo del Sápmi, territorio all’estremo Nord dell’Europa che comprende la calotta polare. Il Sápmi si distribuisce in diversi Stati: soprattutto Svezia e Norvegia, ma anche Russia e Finlandia. Ogni Stato impone al popolo Sami le sue leggi e i suoi interessi. La protagonista di questo romanzo, Anna, incarna un conflitto di civiltà.
Anna si rivela a poco a poco, dall’esterno, attraverso i gesti, gli oggetti, gli odori, attraverso un freddo che taglia, sporca, ferisce, uccide. Scorre molto sangue in questo romanzo, soprattutto quello delle renne. I Sami sono un popolo di cacciatori, pescatori e allevatori. Anna ha una formazione giuridica e la lavora in Svezia come procuratore. Il padre è svedese, la madre invece, ha abbandonato i suoi genitori Sami, la sua terra, le sue tradizioni. E le sue renne.
Anna torna tra i ghiacci per aiutare il cugino, un allevatore accusato di stupro. Torna perché gliel’ha chiesto sua nonna, che fino ad allora era stata presente nella sua vita sotto forma di senso di colpa: quello della madre, morta senza mai essersi veramente riconciliata con il passato. Ma lo stupro è soltanto una fragile facciata; il vero conflitto riguarda questioni economiche e culturali. E le renne.
Le famiglie Sami seguono le loro leggi, opponendosi a quelle dello Stato: i clan familiari sono legati da silenzi e baratti e compromessi e segreti che consentono loro di salvaguardare, per quanto è possibile, le tradizioni. La protagonista sostiene che gli indigeni Sami hanno formato una società parallela allo Stato simile alla mafia siciliana, un paragone improprio, e non solo perché in Sicilia il paesaggio e le temperature sono tutt’altro: gli allevatori Sami faticano a sopravvivere, cosa nostra prospera e uccide. No, non è la mafia siciliana, ma una guerriglia nascosta quella che si combatte tra i ghiacci e il gelo, una lotta disperata giocata sulla pelle delle renne.
La storia di Anna e del suo ritorno alla cultura dei nonni conquista noi lettori passo dopo passo, nella neve e nel ghiaccio, descrizione dopo descrizione, accompagnandoci in una terra dalla bellezza ostile ma forte. Non perdete questa perla nera esotica: indosserete gli sgargianti abiti Sami, annuserete il gelo implacabile, ammirerete i silenzi e il canto della montagna e della neve, rifletterete sulle differenze tra leggi e morale. E seguirete il sentiero delle renne.
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L’eco di Alexanderplatz
«Crepare di fame? Va bene! Ma dove dico io!» Ulli, uno dei tanti protagonisti di questo romanzo corale, ha le idee ben chiare sugli obiettivi da raggiungere. La strada è stata la sua casa fin dall’infanzia, e raggiunta la soglia dei fatidici ventuno festeggia la sua liberazione dalla minaccia del riformatorio.
I riformatori tedeschi dell’epoca sono i luoghi che ospitano i minorenni che non possono più vivere in famiglia: li tolgono dalla strada, ma l’unica prospettiva che offrono è la disoccupazione. Là dentro, bambini e ragazzi non sono accolti, ma raccolti. Là dentro, non sono educati, ma sottomessi all’arbitrio e al capriccio di chi comanda. Là dentro, l’identità e il carattere vengono annientati. Là dentro, si perde la libertà in cambio di una misera sopravvivenza. Chi si adegua, è destinato a diventare “una persona senza spina dorsale, una natura servile che lascia l’istituto per iniziare la lotta con la vita. Una lotta che Heinz condurrà sempre con il cappello in mano”.
I protagonisti di questa storia di miseria giovanile sono dipinti a tratti coloratissimi, forse un po’ troppo rapidi, ma sufficienti a far respirare al lettore l’atmosfera in cui si muovono, un’atmosfera fatta di cattivi odori, pessimi umori e sottilissime speranze. La strada è fame e inferno, ma anche libertà, possibilità. C’è il calore dell’alcool, il sollievo delle sigarette. C’è la banda, che protegge e vendica, che ha le sue regole e la sua onestà, che crea senso di appartenenza. C’è il sesso delle prostitute, o delle “morose” che accompagnano le bande. C’è l’arte di arrangiarsi, spesso rubando.
Una via d’uscita? Una possibilità di salvezza? Esiste, ma passa fuori dai riformatori, attraverso l’amicizia, la solidarietà tra bambini persi. Secondo l’autore, è una possibilità troppo stretta, e rischiosa. Soltanto due personaggi riescono a imboccare la strada fuori dal crimine, ingegnandosi in un mestiere irregolare ma onesto, e sfuggendo con altrettanto ingegno alle trappole della burocrazia.
Un romanzo che è anche un documentario, ben fatto. Scomodissimo, ai suoi tempi. Non stupisce, che i nazisti l’abbiano mandato al rogo insieme a tanta letteratura scomoda: un motivo, uno in più, per leggerlo, e apprezzarlo.
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VENT'ANNI DI RABBIA
Le serie letterarie incatenano come le cattive abitudini: i personaggi diventano vecchi amici, si familiarizza con i luoghi e le città in cui si ambientano le storie, si segue fedelmente il ritmo, ci si adatta perfino ai difetti.
Karin Slaughter è un’ottima narratrice. Sa miscelare descrizione e azione, idiosincrasie e ferite interiori dei personaggi, ironia e suspense. È maestra nel costruire magnifiche sorprese, legandole a fili narrativi sottili ma robusti. Ha un indubbio talento nella cucina, ottenendo sapori forti, “al sangue”. Ma c’è un ingrediente con cui esagera sempre, ed è proprio il sangue: i suoi personaggi ne spandono anche troppo, subendo fratture e ferite e dissanguamenti che un essere umano reale non potrebbe mai superare in una vita sola.
Will Trent, il personaggio principale, può vantare il primato assoluto in vecchie cicatrici e nuovi ematomi. Non toglie volentieri la maglietta, per non mostrare i segni delle torture che gli hanno inferto quando era bambino. Ha molto da nascondere, ma non gli manca il coraggio di vivere e di lottare. Le sue debolezze concorrono a rafforzarlo, ma non lo aiutano ad amare, perché per amare bisogna mostrarsi nudi. Le donne che lo amano lottano e subiscono insieme a lui, accanto a lui e contro di lui, in una danza di attrazioni e repulsioni che non finisce mai di stupire.
I personaggi femminili sono complicati, talvolta ambigui, mai stucchevoli. Angie, la dark lady per eccellenza, bambina ferita senza speranza di redenzione, non è poi così nera come appare, ed esibisce per il suo pubblico un insolito miscuglio di passione e aridità, fragilità e forza. Sara, l’amante dolce e ardente, anche lei con un passato dal peso specifico altissimo, non manca di ostinazione e di rabbia; mentre la sua intelligenza non di rado lotta inutilmente con il suo cuore. Faith, collega e sorella, guerriera dagli amori fugaci e madre solitaria, complice assoluta nel lavoro e nella vita di Will. E infine Amanda, madre tirannica, irriducibile nel punire e nel proteggere, leader d’acciaio e di solitudine.
Atlanta è il teatro in cui questi quattro personaggi intrecciano le loro storie, e gioca con eleganza il ruolo di quinto personaggio principale. Il noir, ancora una volta, si rivela efficace nel narrare il dramma sociale con le brutture, le contraddizioni, le ineguaglianze, l’inesauribile ferocia.
Le serie letterarie creano dipendenza, ma non hanno effetti collaterali. Approfittiamone.
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UN VISO GIALLO D’UCCELLO RAPACE
Questo è uno dei suoi primi romanzi di Grazia Deledda, tra i meno conosciuti. Scritto nel 1902, quando la donna è poco più che trentenne, sposata da poco, studiosa di etnologia, scrittrice ancora lontana dalle opere della maturità e dal Premio Nobel. Proprio in quel periodo, in Italia il divorzio è materia di discussione: c’è perfino una proposta di legge, ma è troppo presto, ci vorranno circa settant’anni per intaccare i privilegi della Sacra Rota.
La scrittura ha ancora un sapore acerbo, ma proprio per questo appetibile. In questo romanzo si sentono chiaramente le intenzioni autoriali, che prendono la parola nel dibattito politico di allora e documentano gli studi sul folklore e la tradizione sarda. Le inclinazioni didattiche sono talmente esplicite che non penalizzano la fruizione di una scrittura fresca, dal sapore acerbo ma intenso.
Grazia Deledda eccelle soprattutto nel raccontare per immagini la sua terra, il suo cielo, e il mutare degli umori e delle stagioni. Le sue descrizioni sono più che cinematografiche, non ci consentono soltanto di camminare accanto ai suoi personaggi ma ci sommergono fino a farci sentire gli odori domestici e selvatici, il calore del sole e del vento, il sapore dei maccheroni e del pane.
Anche i personaggi vengono descritti con la stessa passione e la stessa attenzione nei particolari, come se fossero estensioni delle case e delle brughiere: i capelli, i denti, gli abiti, i fianchi, i gesti, il portamento, le espressioni, le parole, il canto, il colore del viso e degli occhi. Così zia Bachisia, la strega, racconta la sua prepotenza con il “suo viso giallo d’uccello rapace”; così la protagonista, Giovanna esprime il suo dolore e la sua timidezza mentre siede “lontana dal fuoco, un po’ curva, con le mani entro le aperture della gonna”.
Leggere questo romanzo significa camminare in una terra che non esiste più, ascoltare parole e suoni ormai lontani e quindi portatori di suggestioni intense. Leggere diventa osservare consuetudini e rituali e superstizioni “da selvaggi idolatri” eppure non così lontani nello spazio e nel tempo. Leggere ci fa sentire che il matrimonio, fino a pochi anni fa, era davvero sacro: vivere nel peccato non era poi così insolito, ma sposarsi più di una volta no, era inaccettabile, era tabù più che peccato.
“Dopo il divorzio” è un romanzo da vivere come un viaggio esotico, che ci offre una scrittura che incanta anche per i suoi termini desueti, per le sue citazioni dialettali, per la sua appartenenza al secolo ormai estinto dal nuovo millennio.
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LA BALORDA ERA LEI
Ruggine e il suo gatto Ferro sono inseparabili. Lei è vecchia, vedova, gobba, solitaria. Nel borgo, quasi tutti sono vecchi, come lei, ma quasi nessuno risponde al suo saluto. Nel borgo, tutti sanno che il suo unico figlio l’ha violentata. Tutti sanno che per questo l’hanno rinchiuso in una comunità, povero figliolo. Ma la vera colpevole è lei. Lei che, nonostante tutto, non vuole morire. Non vuole sgomberare le due misere stanze in cui vive in affitto. Deve aspettarsi qualche brutto tiro, la vecchia Ruggine.
La Toscana descritta da Anna Luisa Pignatelli è bellissima. L’ombra della bruttura umana risalta contro lo splendore della campagna, l’oro dei campi di grano, il rosso dei papaveri. Anche le case del borgo sono belle. Il rosone di pietra bianca di una chiesa, intagliato come un ricamo, indica tempi, ormai lontani, in cui l’umanità conosceva ancora misura e finezza.
Misura e finezza danno vita a un romanzo breve, tagliente come una lama. I richiami al parlare tipico toscano, lievi ma efficaci, conferiscono brio alla narrazione. Nel ritmo equilibrato ma incalzante si sente il profumo, mai pedante, della tradizione letteraria. Una piccola grande storia, che svela la piccola umana crudeltà, quella che non gronda sangue e si nasconde con poco nelle case, nelle viuzze, nelle chiese della nostra provincia.
Una provincia minuscola, dove non ci si chiude a chiave, dove ci si compiace di essere buoni e caritatevoli, dove la banalità del male è la stessa che ammorba l'Italia intera. Una provincia che elegge al governo un "mafioso milionario” mentre punta il dito contro la povertà, accusandola di nascondere ricchezze, di rubare, di prostituirsi.
“Ruggine” è un’opera di rara bellezza, che può far male. Evitatela, se non amate la riflessione.
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AL LIMONE!
Non avevo mai letto ancora nulla della consistente produzione narrativa (Trainspotting è l’opera più famosa) di Irvine Welsh, nato in Scozia: l’impatto con la sua sporca Edimburgo e i suoi sporchi personaggi è stato forte. Tra episodi grotteschi e squarci commoventi, l’autore ci accompagna in un viaggio nel suo mondo di bassifondi, dove l’umanità si mostra fetente e sublime, comica e tragica.
Terry Lawson, il protagonista principale, ha una personalità complessa: tassista truffaldino per necessità; attore porno per diletto; spacciatore per arrotondare. Padre e nonno a tempo perso, la sua ricetta per curare i mali del mondo e le complicazioni affettive è semplice e, in molti casi, potrebbe risultare efficace: whisky, coca e sesso, sesso e ancora sesso. Sex addicted felice, non disprezza i gruppi di auto aiuto: l’ambiente ideale per incontrare anime gemelle con cui fare, ovviamente, sesso. Al limone!
La grande, grossa, simpatica canaglia, edonista per sfuggire alle complicazioni, sarà messa alla prova da un destino più canaglia di lui, che scoperchierà il meglio e il peggio che ribolle sotto godereccia semplicità. Accompagnato da un imbianchino fragile di intelletto ma ricco di umanità e da un milionario americano dalla fede rampante, il Nostro vivrà una lunghissima rutilante avventura: sperimenterà la mistica del golf e del whisky; sventerà un suicidio; si imbatterà in un omicidio per caso; scoprirà torbidi segreti di famiglia e infine cadrà in vicende dove l’incesto non sembrerà certo il peggiore dei mali. Al limone!
Anche Edimburgo, con i suoi pessimi modi e il suo clima “crudo”, è uno dei personaggi più importanti della narrazione: i suoi abitanti, veri scozzesi (da non confondere con i seri ed efficienti inglesi) affrontano l’uragano DùPalle (metafora del referendum) così come affrontano la vita: barricati nei pub, senza prenderla sul serio, sfottendola e sfottendosi, fumatori contro sniffatori. Al limone!
Linguaggio molto parlato, scurrile quanto basta, si mantiene vario e non troppo monotono grazie all’alternarsi continuo delle voci narrative, che passano dalla lieve voce esterna dell’autore ai protagonisti, immersi fino al collo negli eventi, che narrano e si raccontano in prima persona e senza risparmiarci intercalari, bestemmie e scelte lessicali estreme.
La narrazione ci obbliga ad affrontare i lati più grotteschi dell’esistenza, senza risparmiarci un umorismo cupo e pesante; ma i personaggi sono vitali e ben descritti fin sotto la pelle e la storia è grande, ben raccontata. Non mancano nemmeno i risvolti poetici e commoventi.
“Ma se uno c’ha buon cuore certa gente ci vuole piantar dentro un coltello. Quel buon cuore lì, lo vedono come una loro vittima, come il cerchio di mezzo delle freccette.”
Si ride, in questo romanzo dal sapore nero, boccaccesco, mai superficiale. Una storia importante, che si potrebbe centellinare e assaporare con calma se il linguaggio e i sapori non fossero sempre così accesi, passando con salti bruschi dall’asprezza alla truculenza, dal miele al sangue. Un pasto particolare, consigliato soprattutto, ma non soltanto, a lettori e stomaci forti.
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I Greci degli anni ’50.
Un uomo si è ucciso. Era metà greco, metà tedesco: la sua famiglia di sinistra era fuggita in Germania per sfuggire alle persecuzioni, ma lui era tornato armato di ottimi progetti, buone intenzioni, tanto entusiasmo. La sua avventura è finita male. Non ci sono dubbi, si tratta di un suicidio: eppure, qualcuno ha scritto all’ambasciata tedesca che è stato assassinato. In seguito alla sua morte, si verificano diversi omicidi, rivendicati da un gruppo che si firma “i Greci degli anni ’50”?
Chi sono costoro? I figli, i nipoti, i nonni dei greci di allora? Famiglie di destra o di sinistra? Di certo, vantano una nostalgia per un senso dell’onore e della legalità che non esiste più, ma allora, negli anni ’50, esisteva ancora.
Il caso capita in un periodo difficile per il commissario Charitos. La sua famiglia è in difficoltà economiche. La crisi gli ha tagliato lo stipendio, e lo costringe a muoversi sui mezzi pubblici. Anche l’ambiente in cui lavora è pieno di insidie. Come se non bastasse, alcuni attivisti di Alba Dorata hanno mandato in ospedale sua figlia, un avvocato che difende gli immigrati. Lui è un poliziotto, ma Alba Dorata è infiltrata anche (e pesantemente) nella polizia, quindi il lavoro di sua figlia non è molto ben visto da alcuni colleghi. Il video dell’aggressione finisce online, rivendicato con un testo che esprimente brillantemente gli ideali della nuova destra nazionalista europea:
“Questa è Caterina Charitou, avvocato e figlia di un commissario che difende clandestini negri contro i greci. Il suo paparino, da sbirro che è, avrebbe dovuto spiegarle che è un tradimento, perché nessuno è sopra la Nazione e sopra i greci. Chiunque la pensi in questo modo veda come è stata punita e sappia cosa lo aspetta.”
Che cosa ci aspetta? Che cosa succederà se la crisi peggiorerà? A cosa ci porteranno l’odio razzista e l’ignoranza?Leggere questo libro può aiutarci a immaginarlo.
Il giallo è ben scritto e non è soltanto un giallo: narra anche, con efficace e lieve semplicità, la storia di una famiglia, la storia di un paese, la storia di una crisi. Per noi italiani rappresenta l’occasione, non troppo scomoda, di rivederci in uno specchio non troppo deformante. E di pensare al nostro futuro.
La Grecia, con una crisi più grave della nostra, potrebbe rappresentare il nostro futuro: ad Atene i ristoranti del centro sono vuoti e il problema del traffico non esiste più. Ma questa è soltanto la superficie: c’è ben altro. Tanto per cominciare, la scuola è diventata a pagamento e le famiglie sono costrette a indebitarsi per far studiare i figli. Questo punto è fondamentale, nelle rivendicazioni dei Greci degli anni ’50.
Eh sì, la Grecia non è soltanto il nostro (possibile) futuro, ci ritroviamo anche il presente. Anche qui, nella culla della civiltà occidentale, l’immigrazione è forte; anche qui gli immigrati sono stati trasformati, seguendo un copione vecchissimo e collaudato, nel capro espiatorio ideale; anche qui, c’è chi ci guadagna e chi sfrutta la situazione. Anche qui, l’abilità dell’autore nel narrare guasti e contraddizioni sociali è ammirevole.
Il commissario Charitos conduce una brillante indagine con mezzi di fortuna, anche perché il rigore all’americana delle serie televisive non se lo può permettere: i poliziotti si portano a casa i bossoli e non collaborano. Qui manca tutto: l’aria condizionata, la benzina e le auto. Qui siamo in Grecia, bambole: le efficientissime banche dati online dei tecnici FBI rimangono favole da fantascienza. Le risorse e la solidarietà in famiglia, il buon senso e una puntuale conoscenza della storia greca: queste sono le armi che portano alla “soluzione” del caso.
Soluzione? Le virgolette sono d’obbligo, perché non siamo sicuri che i Greci degli anni ’50 siano stati sconfitti. E il peggio è che non ce lo auguriamo. Il fattore umano è decisivo e rappresenta un elemento dello specchio da non trascurare: osserviamo con cura il nostro riflesso, lasciamoci catturare da un altro stile Mediterraneo. Il ritmo non è troppo brillante, qualche ripetizione si fa sentire; ma la narrazione pulita conquista prima la curiosità, poi l’attenzione, infine l’identificazione del lettore. Seguiamo le avventure del commissario Charitos: il tragitto è piacevole e la cucina greca non è mai stata così appetitosa.
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IO SONO LA PAZZIA IMPAZZITA
«Oh, della nave! Hai visto la balena bianca?»
Oh sì, la conosciamo bene. Moby Dick, il Leviatano ottocentesco, ancora più temibile perché indossa il bianco, il colore della purezza e dei fantasmi, è ormai un mito per noi lettori moderni, modernissimi, anzi contemporanei. Canzoni, film, telefilm ci hanno già presentato eventi e personaggi: rivederli all’origine è un’esperienza che può essere emozionante o faticosa.
Per noi lettori del terzo millennio è facile identificarci con lei (o lui): Moby Dick, mostro innocente e ribelle, perseguitato per secoli come fonte di luce e di cibo. Grande Moby Dick, che morde lenze per liberare gli altri pesci (mammiferi, per la precisione). Meraviglia della letteratura ottocentesca, questo personaggio ha la stessa forza dell’autentico capodoglio albino, possente animale capace di spazzare via un’imbarcazione con un solo colpo di coda e di raccontare il meglio e il peggio della natura umana. Anche lo stile narrativo del romanzo è una forza della natura, da centellinare con cautela: la gradazione è forte, non è leggero come certa spumeggiante narrativa di oggi, scritta per lettori frettolosi avidi di frasi facili.
Il lettore ha sempre il sacrosanto diritto di non leggere tutto, ma personalmente ho apprezzato anche i passaggi più lenti del romanzo, quelli che illustrano “il romantico procedimento” della baleneria, dall’avvistamento alla caccia al “travaso dell’olio nelle botti e la calata di queste nella stiva”. Non ho potuto fare a meno di leggerli, perché consentono di apprendere davvero la fatica e la bellezze di un’arte che non esiste più: l’arte della baleneria e della sua dialettica baleniere e balene, cacciatori e prede.
Siamo noi umani che cerchiamo la balena, non è lei che cerca noi, senza dubbio. Ma anche se campioni di un’arte crudele, non meno dell’arte guerriera dei Napoleone di tutti i tempi, sono così belli anche questi marinai, battezzati o ottimi selvaggi, semplici o ufficiali, che sfidano le acque sconfinate degli oceani e la furia dei Leviatani.
Splendido anche Achab, il folle capitano dalla follia così lucida da vedersi allo specchio, da contemplare la via di uscita e rifiutarla.
«Oh capitano! Mio capitano! Cuore nobile, vecchio cuore grande dopo tutto! Perché si deve dare la caccia a quel pesce odioso? Torna via con me! Usciamo da queste acque morte! Torniamo a casa!»
Ha la fortuna di avere una casa, il vecchio capitano, e una giovane moglie e un figlio ancora bambino. Ma il richiamo di Moby Dick è più forte. Achab è davvero “la pazzia impazzita.”
E il resto dell’equipaggio? Lo segue. Qualcuno spera di ricevere in cambio il prezioso doblone d’oro vergine, per comprarci centinaia di sigari o l’equivalente. Gli altri, affascinati dalla sua follia o di malavoglia, lo seguono comunque, fino alla catastrofe, prevista ancor prima di levare l’ancora.
E quante riflessioni, quanti richiami, quante citazioni tra un incontro e l’altro, di balene o di navi. Precursore delle astronavi di Star Trek, il Pequod vanta una ciurma variopinta di personaggi dalla forte personalità, ben descritti nell’aspetto, tragici e buffi, alieni e umani, comunque indimenticabili. La navigazione interculturale ispira una sana curiosità nei confronti dei diversi più o meno esotici e suscita grandiose digressioni, anche filosofiche, sulla vita: la nostra e quella delle balene e degli altri animali.
Achab ci insegna che siamo condannati a cercare il Male, a dargli un nome, a inseguirlo negli angusti oceani del nostro mondo. In fondo, sappiamo che è una fatica tanto ingrata quanto inutile, ma andiamo avanti, armati di rabbia e di ramponi, arrancando nelle nostre imbarcazioni sgangherate, a meritarci il colpo di coda finale. In fondo, ammettiamolo: ci piacerebbe essere Moby. L’odio è l’altra faccia dell’amore, si sa. Può farci volare in alto nel cielo. Oppure, trascinarci negli abissi marini.
Non è un romanzo da manuale, questo. Troppo pesante, troppo divagante. Alcune parti sono poco romanzesche, sembrano un documentario sulle balene. Una pesante diversità. Un capolavoro. Inestimabile.
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MORIRÀ?
“La banda degli Amanti”, l’ultimo di Carlotto, è arrivato all’ultima pagina. Prima o poi, doveva accadere. Ho centellinato questo romanzo per assaporare fino all’ultima goccia la compagnia dei suoi personaggi, che meritano la nostra attenzione: ci parlano senza pudore di noi, dei nostri orrori quotidiani.
L’Alligatore è tornato, dopo anni di assenza. Ha deciso di rimettere insieme i pezzi del suo cuore da bandito, consumato da una lunga guerra e da una tragedia. Finisce in un’altra guerra, perturbante perché combattuta da mondi diversi: un’occasione ghiotta per i lettori che già li hanno conosciuti, ma separatamente.
Il mondo dell’Alligatore è pericoloso, romantico. Il sangue scorre insieme alla passione. Il cuore fuorilegge che lo anima non appartiene più al nostro tempo, ma è grande, enorme. Se ne frega delle mode. Rispetta il dolore, rispetta il suicidio. Rispetta gli amori segreti. Soprattutto, rispetta le sue regole, che sono forza e debolezza, croce e fondamenta.
“Le vostre patetiche regole del cazzo.”
Il mondo di Giorgio Pellegrini è diverso. Qui il rispetto non esiste. Qui conta solamente il potere, il controllo. Giorgio Pellegrini è sadico, perché l’unico modo di essere sicuri di controllare un essere umano è farlo soffrire. È “una fogna brulicante di progetti perversamente geniali”, che si nutre della sofferenza altrui. “Narcisista perverso” da manuale, si distingue per creatività, intelligenza e consapevolezza: sa riconoscere il vero amore, quindi gode nell’umiliarlo, sfotterlo, distruggerlo. Figurerebbe bene nella distopia orwelliana, ma si ambienta anche meglio nel nostro presente.
Diverso anche il mondo del commissario Campagna, dello sbirro onesto nonostante tutto, dell’uomo semplice amorosamente attento al suo piccolo cosmo famigliare. Un mondo circondato da nemici. Un mondo amaro. Senza illusioni. Il commissario fa finta che la gente abbia una qualche considerazione del suo lavoro, ma non ci crede. Non osserva scrupolosamente le regole, ma non perde mai di vista i suoi principi.
Sullo sfondo, miserie e immondizie del Nord Est italiano, orfano dei suoi splendori fasulli. In un angolo lontano scintilla il mondo dei veri ricchi, quelli che si spartiscono davvero la terra e la torta: un mondo minuscolo, viziato dai privilegi, privo di sentimenti. Questo è il mondo dell’avidità, quella autentica. Forse è il peggiore.
Il confronto tra i personaggi, sostenuto dai dialoghi densi e da uno stile che aderisce al contesto, innesca suspense e tensione, accende il ritmo. Ancora più interessanti le domande, i dubbi che accompagnano il gioco e le danze. Chi morirà? Chi vincerà? Ammesso e non concesso che ci sia vita, che la vittoria abbia un senso.
Dovrai scoprirlo da solo, carissimo lettore.
“La rogna è tua.”
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PROTOCOLLI SOCIALI. INCOMPRENSIBILI.
La letteratura e il cinema accompagnano la psicologia nel comprendere meglio la natura umana, le sue complicazioni, le sue differenze: film come Rain Man ci hanno consentito di avvicinarci al mondo dell’autismo, una condizione in cui la mancanza di empatia si combina, nei casi di “alto funzionamento”, a capacità logiche e cognitive superiori. Anche la sindrome di Asperger, un altro disturbo dello sviluppo vicino all’autismo, inizia a farsi conoscere grazie alla narrativa. Il protagonista di questo romanzo, però, pur avendo capacità cognitive superiori e scarse competenze empatiche e sociali, non soffre di alcun tipo di disturbo.
Don Tillman, australiano, professore di genetica e barman provetto, ha passato anni difficili a causa della sua eccentricità, ma ora è felicemente sposato. Il suo modo di essere può essere etichettato “Nerd”, oppure, all’italiana, “un secchione sfigato”. Gentile, generoso, onesto fino al midollo, si adatta a mentire (male) soltanto per amore. Riconosce le sue difficoltà sociali, adora sua moglie e i suoi amici, “si sbatte” per aiutarli e renderli felici e, nonostante le sue scarse capacità di empatia, è perfettamente in grado di provare emozioni, anzi, spesso le prova troppo intensamente. Avvicinarsi al suo mondo, agli equivoci e ai fraintendimenti provocati dal suo modo di essere può essere divertente, ma anche molto triste, quando il non capire provoca dolore. E, sempre, fa riflettere.
Il ritmo della narrazione è diseguale, a volte rallenta perdendosi nei dettagli, oppure sono azione e dialoghi ad accelerare troppo, ma la qualità della lettura non ne risente: basta la grandezza dei personaggi a rendere coinvolgente questo romanzo. A prima vista, un lettore superficiale può credere di trovarsi di fronte a una galleria di stereotipi: “l’Assistente sociale”, “la Rockstar”, “la Psicologa”, “la Sguaiata” e, ovviamente, “il Nerd”. Ma lo stereotipo si limita alla facciata, che esplode in briciole e in risate durante la narrazione: possiamo definirli falsi stereotipi, personaggi creati apposta per sbugiardare etichette e generalizzazioni.
Il nostro Nerd possiede una grandezza inimitabile. Non è la prima volta che Don ci offre il “resoconto scientifico” dei suoi progetti d’amore, ma anche se lo conosco soltanto dal suo secondo romanzo, sono convinta che la serie merita di diventare molto più lunga. In questo romanzo, il Nostro ha dovuto provare a se stesso, a sua moglie e alla società di essere in grado di fare il padre: un’esperienza tragicomica, che punta il dito proprio contro l’insensibilità di chi non ha problemi di competenze sociali.
Rain Man è un film famosissimo, ma ancora molti non sanno che l’autismo non è indifferenza, ma eccesso di sensibilità. Eppure, alla fine, arriva un vecchio film, La vita è meravigliosa con James Stewart, che rivela la natura generosa e salvifica del nostro protagonista.
“Se mi trovassi su un aereo che rischia di precipitare, vorrei che ai comandi ci fosse una persona come Don.”
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In viaggio con Lord Byron
La medicina legale italiana è molto diversa da quella che vediamo nelle serie televisive: lo sa bene anche Alessia Gazzola, giovane medico legale che ha inventato Alice Allevi, la versione italiana di tante eroine letterarie e televisive nate dopo l’enorme successo di CSI (Crime Scene Investigation).
Le colleghe anglofone che l’hanno preceduta sono decisamente belle, più o meno aggressive e spesso eccentriche. Alice è diversa: più vicina a Sex in the City che a Bones, a Sophie Kinsella che a Patricia Cornwell. Bella e buffa e tenera e con tutta la freschezza dei suoi ventisette anni, la specializzanda Alice ci propone la medicina legale in salsa rosa. Perché no? A parte qualche espressione in cui diventa un po’ troppo zuccherosa, la formula funziona.
Appassionata di shopping e di misteri, la Nostra partecipa con grazia ufficiosa alle indagini dell’ispettore Calligaris, combina guai, scopre colpe e altarini. Adora la medicina legale, ma anche la sua cara nonnina. Non è una secchiona, anzi: si fa beccare mentre cerca la risposta giusta su Google. L’Amore, naturalmente, non manca: innamorarsi dell’uomo che sembra giusto le sembra irrazionale, così si perde dietro i soliti belli e impossibili. L’ironia, sempre molto soft, condisce la ricetta con una nota leggermente piccante.
“Una lunga estate crudele” è il primo romanzo della Gazzola che ho letto: l’introduzione consente di entrare facilmente nel personaggio e nella seria. Il ritrovamento del cadavere di un attore scomparso da decenni. Il tentato omicidio di una donna ricca e dolcissima. La storia d’amore di un’orfanella zingara. Non ci si perde nei casi seguiti da Alice: la trama è semplice, resa più interessante dalle digressioni amorose della nostra legal pulzella. Le descrizioni degli ambienti e dell’abbigliamento, sempre accurate, aiutano l’identificazione senza appesantire.
Un prodotto interessante, di buona qualità, che senza sangue e senza orrori consente anche di imparare qualche dettaglio interessante sulla materia. Il ritmo è andante ma non troppo, spinto da qualche sorpresa e da una suspense non molto tesa, ma costante. Così, tra una vacanza radical chic e un intermezzo erotico, la morte diventa lieve, anzi vitale.
“Sarò sempre grata alla medicina legale di avermi insegnato quanto assurdamente e velocemente la vita possa finire. E per questo, di avermi spinta ad amarla di più.”
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Montalbano allucchì
Non è il primo romanzo di Camilleri che leggo, ma è la prima volta che incontro Montalbano. Non ho seguito la serie televisiva, ma ne ho spiato qualche spezzone, qua e là. La mia visione del giovane Montalbano è quindi insolita: non posso confrontare il giovane con il vecchio, né il libro con la televisione, tuttavia il picciotto non mi è del tutto sconosciuto.
I primi racconti li ho trovati scorrevoli ma non troppo appetitosi, appesantiti da qualche ripetizione tematica, ma poi Camilleri si scalda e rivela il meglio del suo mestiere: le trame sono ben costruite, avvincenti, senza fronzoli. E lo stile, lo stile merita una degustazione accurata, una ricerca delle perle che aiutano l’ironia a emergere.
“Era un cinquantino curatissimo nella pirsona e nel vistito, profumato, tutto mezzi’nchini e sorrisi sbrilluccicanti.”
Un gran bel mestiere di scrivere, quello di Camilleri, astuto ma non disonesto, affinato dall’esperienza, affilato nell’uso sapiente delle lingue, magistrale soprattutto l’arte di costruire il contesto, che accoglie il colore siculo alternandolo con la stabilità dell’italico idioma, al punto giusto e senza eccessi. Non ci sono problemi di glossario: l’ambiente si esprime senza incertezze, la narrazione rapisce e soddisfa.
I personaggi sono dipinti da tratti rapidi e sapienti, ma senza stereotipi. A volte sono inverosimili, come il ladro virtuoso che lascia il resto e si ravvede infine con volenterosa commozione. Per fortuna non mancano quelli anche troppo verosimili, come il procuratore che insabbia il video che inchioda pezzi troppo grossi in un delitto davvero troppo sporco. La percentuale di picciotte beddrissime, però, eccede un poco. E le donne baffute non sono necessariamente grasse (e viceversa).
Montalbano è un personaggio gradevole. Non ama il rigore, rispetta poco le regole scritte, gioca con quelle non scritte, spesso interviene pesantemente a raddrizzare un diritto nato storto. Montalbano è un protagonista che riflette con grazia la sfiducia dei suoi lettori nei confronti della giustizia. Ma la sua rimane una visione ideale: chi ci la conosce davvero, sa che la patria del diritto è molto più contorta, inefficace, barbara e ingiusta di quanto si possa immaginare.
Il finale di questi gialli lascia spesso un retrogusto incerto, aspro come la terra in cui è ambientato: un saluto brusco, una risposta mancata, qualche sottinteso di troppo sottolineano che no, non è il giallo ben definito di Agatha Christie e le celluline grigie di Poirot nell’aria troppo rovente della Sicilia andrebbero sprecate.
“«Bonanotti» ricambiò Montalbano, raprennogli lo sportello per farlo scinnire.”
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LA VOCE DI LISARIO
Lisario indossa pizzo sui pidocchi, perle sulle orecchie sporche. Le hanno strappato la voce, ma ha imparato a scrivere. Bella addormentata, è molto più sveglia degli gli altri: il sonno le consente di fuggire attraverso le porte chiuse, di spezzare catene, di scavalcare tempo e spazio. Prigioniera dell’ordine sociale, del padre e del marito, trova sempre un modo e una via per gabbarli, spernacchiarli e fuggire. Lucertola spaventata, Lisario passa gran parte della sua vita fuggendo tra lacrime e sangue, ma anche tra piaceri, allegrie, tenerezze. Per non parlare dell’Amore.
Lisario non diventerà mai Belisaria, donna maritata dal nome completo, ma rimarrà principessa coraggiosa e ci condurrà nella sua fiaba per mari e per terre flagellate dalla guerra, dalle malattie, dalla miseria. C’è chi la ama con passione sincera, chi la vuole uccidere, chi vuole possederla e dominarla, usarla e strapparle il segreto, invidiato e temuto, del piacere senza fine che appartiene soltanto alle femmine. Intanto lei, muta e indomita, scrive i suoi dolori e le sue gioie alla Madonna, senza dimenticare di segnalare il suo indirizzo, non sia mai che la Suavissima la scambi per un’altra.
Insieme a Lisario corriamo e ci nascondiamo nella Napoli di Masaniello, metropoli brulicante di folle, di follia e di vita, così come era stata ritratta nelle tele di Micco Spadaro. Giambattista Basile è morto da poco, ma i temi barocchi della sua grande opera, Lo Cunto de li Cunti, splendono ancora nelle vie e negli antri segreti. La nostra protagonista attraverserà la sua città più di una volta, ma l’abbandonerà per un lieto fine, che non sarà per sempre ma per poco.
Il romanzo è ambientato in un’epoca più violenta della nostra, ma non diversa: sono passati i secoli eppure siamo ancora qua, oppressori e oppressi, uomini e donne, ricchi e poveri, a spiarci senza capirci. Lingua napoletana e lingua italiana concorrono a comporre uno stile fresco e vario come l’ambientazione: odori e umori e colori e architetture si mostrano integri e intensi, tra fogne e gelsomini, grande arte e piccoli raggiri.
I personaggi crescono nelle loro vicende, insieme ai loro pregi e difetti, desideri e talenti, volti e caratteri. In quest’opera generosa non mancano azioni e passioni: la narrazione fa riflettere e sognare, mantenendo una forte risonanza con la Storia, forse il personaggio più avvincente. Ed è proprio la Storia che, nel finale, superata la peste e i postumi della ribellione, saluta il lettore attraverso il ricordo di alcuni giganti, unici nella loro arte: il Caravaggio, di cui si sentono, immensi, risonanze e ricordi; Micco Spadaro che ritrae presente e passato; Alessandro Scarlatti, “nuovo astro musicale”.
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DOCILMENTE BRILLARE
La porta chiusa.
L’elaborazione del lutto non è un processo lineare. Ricostruire un mondo nuovo è un processo lento, che richiede tempo, e pazienza. Il dolore è inevitabile, sempre, anche quando dietro la porta chiusa ce n’è già un’altra, molto più splendida, già aperta. No, per quanto il portone che ci aspetta sia invitante, non basta.
La nostalgia.
La nostalgia per la montagna, il paradiso perduto, si accende soprattutto nei sogni, quando il corpo riposa e il mondo esterno è tagliato fuori: allora le emozioni si esprimono liberamente e il profumo della bellezza che non c’è più stordisce e ferisce, con il peso tagliente dell’assenza.
La montagna e la città.
La montagna appartiene al passato, vive soltanto nel ricordo. Là le abitudini, il lavoro, gli affetti e la forza meravigliosa degli eventi naturali spazzavano via la tentazione di rinchiudersi, ad ascoltare soltanto le proprie voci interiori. La tutto era vita e profumo e consistenza: ognuno lasciava le sue tracce, ogni gesto e ogni tragitto acquisivano e davano concretezza.
La metropoli è diversa: può produrre uno spazio illusorio, in cui il dolore non esiste, in cui l’esistenza non lascia tracce. Ma anche qui c’è la possibilità di costruire una vita nuova, di trovare una nicchia vitake in cui lasciare delle impronte: accettando la sofferenza del distacco, la nuova porta si apre e conduce all’amore, all’amicizia, ai semplici rapporti di cordialità. La strada dei negozi, un luogo di incontri pacifici, è un’esperienza nuova, un’atmosfera di piccole gioie, timidi sorrisi, minuscole magie. Anche la scoperta di nuovi modi di cucinare costruisce qualcosa di buono, che lascia tracce gradevoli.
La pazienza.
Il ritmo di questo romanzo è poco romanzesco per i nostri palati occidentali. Noi siamo abituati a trame ricche e coinvolgenti, che conquistano l’attenzione del lettore, la trascinano via di corsa, la lasciano sospesa per poi travolgerla con un finale mozzafiato.
Qui non c’è azione, non ci sono inseguimenti, non c’è tensione nemmeno nel dolore: i personaggi e le loro emozioni si aprono come fiori, il dramma è già vissuto e il suo alone si dissolve.
La protagonista si muove a minuscoli passi tra passato e futuro, la sua lenta ricostruzione si nutre di minime osservazioni, piccole esperienze, luci e penombre. La pazienza si rivela la virtù necessaria per il riadattamento e la scoperta, perfino nel rapporto con gli oggetti: non bisogna mai aver fretta di scartare un regalo.
“Se li tratti così, gli oggetti assumeranno un carattere tanto sgraziato quanto il tuo modo di fare.”
La pazienza, la grazia è fondamentale anche nel coltivare i nuovi affetti: ci vogliono rispetto, e comprensione, e generosità. Risparmiarsi per paura di soffrire, invece, è sbagliato: la vita immune dal dolore è solo un’illusione. Così la protagonista trova la via giusta e conquista con forza paziente e generosa il nuovo amore, i nuovi amici, la nuova attività.
La nuova vita.
“ ...tu sai esercitare una forza che parte dal basso e poi a un certo punto s’impone. L’unico mondo che tu conoscevi e amavi era quello della montagna dove vivevi con tua nonna, Quindi, adesso che sei in città, stai cercando di crearne un simulacro attraverso noi. Proprio come un bambino che riproduce il mondo con dei cubi di legno.”
Piano piano, la nuova costruzione merita di riuscire, se la forza non è usata in modo egoistico.
Questo è il secondo libro di una quadrilogia: “Il Regno”. Un lungo viaggio sulle meschinità splendenti della vita.
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CON MOLTA CURA
L’autrice ci offre una storia scritta con una cura speciale, che ci regala un viaggio breve, singolare, avvincente. La visuale allargata della terza persona, unita all’attenzione benevola che avvolge i personaggi e i luoghi, dà coesione e concretezza a questo piccolo grande dramma borghese. La narrazione ha un ritmo lento e pacato, ma molto vicino alla nostra quotidianità: se non è difficile identificarsi nelle sconfitte e nelle vittorie, diventa facile arrivare anche troppo presto alla conclusione del romanzo.
I caratteri dei nostri compagni di viaggio sono delineati con semplici e precisi colpi di pennello, che costruiscono con chiarezza fisicità e sentimenti, vissuti e speranze. Grandezze, errori e miserie di ciascun personaggio evolvono e s’intrecciano all’interno della loro comune voliera: cercando la felicità si trovano differenti vie di crescita e di redenzione, ma nessuno desidera un’autentica via fuga, perché le pareti del piccolo mondo costituiscono un limite e una garanzia irrinunciabili. Nemmeno il suicidio si rivela un’autentica evasione.
“Non sapeva se il gesto che si apprestava a compiere fosse più una condanna meritata che infliggeva a se stesso o un’assoluzione definitiva.”
La semplicità del lessico, della trama e dei personaggi rappresentano la forza e il limite di questo breve romanzo, che ha il pregio di scavare nella parte migliore del nostro Paese così provinciale, così piccolo, così ricco di tradizioni da rivalutare e di bellezze da custodire.
Il finale sembra lieto, ma qualcosa è andato perduto insieme ai ricordi dolorosi e ai sensi di colpa: l’innocenza e la freschezza di un tempo non torneranno, per lasciar spazio a una nuova forza, a una più estesa consapevolezza.
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COME STELLE CADENTI
Candido ma spietato, non conosce il silenzio e non sa dire bugie: l’io narrante di questo romanzo offre al lettore una visuale d’eccezione, attenta ai particolari e sensibile agli umori, tanto acuta da bucare lo schermo opaco dell’abitudine. Le parole di Ulisse Mele, bambino speciale e intelligente, ci regalano un’esperienza variegata e dinamica, che evolve insieme alla crescita rapida e dolorosa e forzata del protagonista.
All’inizio, gli eventi di quotidiana crudeltà si succedono inspiegabili e regolari come le stagioni e i giorni: le botte cadono intorno al protagonista senza sfiorare la sua intoccabilità di piccolo genio speciale, che lo protegge come uno scudo magico da quella violenza che sembra non avere storia. La gioia annuale dell’estate e del mare è in arrivo insieme agli zii, ai cugini e a un gommone nuovo fiammante, meraviglioso, che promette schiuma e tempeste e avventura. Ma quel gommone non toccherà mai il mare.
“Betta non c’è più.”
Qualcuno ha assassinato Betta, la sorella più grande, romantica e incompresa, che voleva l’amore e scriveva di principi e di scudieri. Il crimine frantuma il muro che sosteneva e imprigionava la quotidiana infelicità dei Mele; il caos riporta a galla le ferite mai risolte e che muovevano la violenza del padre, quelle stelle cadenti che cadevano ogni giorno, regolari come il canto del gallo. Il passato ricompare quando parte del futuro muore: le radici si riaffiorano quando i fiori più fragili muoiono per disgrazia, per paura, per disattenzione.
“La campagna cambia colori e profumi e io me ne accorgo subito.”
Gli occhi curiosi del mondo e della televisione assediano la famiglia Mele, ma non vedono nulla. Ulisse ascolta di nascosto. Analizza la crudeltà gratuita che si nutre della sua tragedia. Scarta subito le bugie. Infine, osserva le testimonianze dei suoi cari scomparsi, ignorate e dimenticate, e coglie i segnali della verità.
“Ci sono giorni dove il passato si dimentica.”
La vita va avanti, ma le assenze apparecchiano la tavola ogni giorno. Le parole inseguono con efficacia la bellezza delle stagioni dell’isola, meravigliosa, sprecata. Il finale è amaro, quando il pensiero insegue ancora l’ultima traccia di verità, mai punita.
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Senso umano: zero
Il dolore non è un fine, ma un mezzo per esercitare il potere dell’uomo sull’uomo: è la lezione di George Orwell, che ormai non possiamo più dimenticare e che ritroviamo in questo romanzo dall’obiettivo ambizioso: raccontare il passaggio dalla teoria alla prassi, dall’atmosfera rarefatta della scienza alla quotidianità. Il dominio, soprattutto nei confronti del corpo e della psiche femminili, è l’autentico protagonista della storia, anche se la storia brulica di personaggi che intrecciano una trama complicata di età e vissuti.
Fin dai suoi primi anni, la psicoanalisi ha ispirato una vasta produzioni lavori e capolavori artistici, non solo in ambito letterario: non ha importanza se la materia è molto più complessa di quanto possa sembrare, e se troppo spesso gli autori si illudono di padroneggiarla. Il romanzo esordisce brillantemente su questi presupposti, attraverso due personaggi femminili che agiscono e vivono ai lati opposti della violenza: la ricerca della consapevolezza attraverso lo studio e la riflessione da parte di Clara; la sottomissione e la sofferenza di Wanda. Riuscirà Clara ad aiutare Wanda? La teoria si trasformerà in pratica? La scienza può esprimersi in forma narrativa?
La storia ci offre una gran varietà di spunti e di ambienti, di epoche storiche e di personaggi, di raffinate citazioni e di crudezze, che promette molto ma non mantiene fino in fondo. I personaggi femminili, in particolare, risultano opachi, spesso contraddittori, incapaci di suscitare l’identificazione del lettore. La narrazione è discontinua, povera di connotazione: non arriva a costruire un ritmo definito e ad assecondare la drammaticità degli eventi. Il sangue c’è ma non si sente: il passaggio dalla teoria alla prassi rimane incompiuto.
C’è troppa carne al fuoco in quest’opera che spazia dallo studio di Freud agli interni di una pizzeria, dagli orrori del nazismo ai problemi dell’invecchiamento: questo è il limite ma anche il pregio di un’opera che non scorre facilmente, ma ha il pregio di stimolare la curiosità e la riflessione. Un romanzo da provare, non soltanto per i suoi pregi.
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