Opinione scritta da ahab
14 risultati - visualizzati 1 - 14 |
romanzo premonitore
Meglio il libro o il film? Alla risposta (ma spesso anche alla stessa domanda) mi sottraggo, poiché le considero opere non paragonabili. Ma qui stiamo parlando del libro e allora ignoriamo il film, eccetto per quella identificazione di volti dei personaggi e di luoghi che l’immagine cinematografica impone alla nostra fantasia.
Il libro.
Monty è un uomo alquanto giovane, pusher, spavaldo, frequentatore di locali alla moda come di bande criminali. È ricco, ma la sua ricchezza ha un’origine sporca, dalla quale lui, pur cosciente e godendone, pensa di affrancarsi. Quando decide di farlo, però, è tardi. Nel corso di un’irruzione della polizia in casa sua, dovuta a una soffiata, lo scoprono in possesso di un quantitativo tale di droga da decretarne l’arresto e la condanna ad almeno sette anni di carcere. Monty dovrà scontare questa pena, ma sa che non ne uscirà bene, forse non uscirà affatto, sarà così alto il prezzo che dovrà pagare in carcere, tra umiliazioni e soprusi di ogni genere, da convincersi che ne uscirà diverso. Una persona con ferita difficilmente rimarginabili.
La messa a fuoco del libro è sulle 24 ore che precedono il suo ingresso in carcere, le ore in cui maggiore è la consapevolezza di ciò che lo attende.
Queste ore le passerà in compagnia di due amici, Slattery, un agente di borsa senza scrupoli, il cui unico dio è il denaro, e Jakob Elinsky, un professore di letteratura insoddisfatto del suo lavoro ma ancor più della sua stessa vita. Ma soprattutto in compagnia di Naturelle, la sua incantevole donna portoricana, per la quale nutre l’unico amore che abbia mai provato.
Ambientata in una New York – città emblema dell’America – dove le luci sono ingannevoli, spesso artificiali, ma dove ciò che fa ancora più paura sono le ombre delle cose non fatte, degli occhi chiusi, di ciò che poteva essere ma non è stato. È una chiave di lettura, personale, ovviamente, che offre al romanzo di Benioff sfaccettature che vanno ben al di là della semplice storia di Monty.
Il profilo tracciato, quindi, dell’America è crudo, spietato, avido (“il potere ti aiuta a far soldi e i soldi danno potere…”), ma allo stesso tempo carico di amori spezzati e di sogni infranti. O che rischiano di infrangersi. Monty diventa l’America stessa, con le sue paure per il futuro, con la sua rabbia per ciò che aveva e non avrà più, con il suo rimorso per non essersi accorta prima “dove” era diretta. Un baratro, probabilmente.
Il libro è stato scritto prima dell’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre, prima della paurosa crisi che ha fatto e sta facendo precipitare gli Stati Uniti nell’incubo della disoccupazione e dei fallimenti. Ma l’aspetto tristemente premonitore del libro è che denuncia proprio la sordità della nazione a tutto questo. Monty è così indignato per questa sordità che arriva persino a vedere tutte le colpe del mondo nella sua città e a desiderarne anche il peggio, per lei, pur di risvegliarla dal suo torpore (passaggio inquietante: “che venga un terremoto e butti giù i grattacieli: che il fuoco divampi incontrastato; che bruci, bruci, bruci…”: i grattacieli, poi, sono venuti giù realmente…).
Ma dov’è l’anima dell’America? Non saprei. A me piace vederla nelle prime pagine, nella figura di un cane che, ferito e quasi moribondo dopo essere stato torturato, Monty soccorre e lo tiene con sé. Di questo cane si parlerà ancora, nel libro, in passaggi molto intensi. Il cane dovrà rimanere in vita, a tutti i costi. E Monty lo affiderà a uno dei suoi amici, a Jajob, l’insegnante di lettereratura. Bello. Il cane. Da affidare. Da tramandare. Vivo a tutti i costi.
(altro passaggio inquietante è quando Monty, rivolgendosi a una certa star del cinema – poco influiscono i dettagli di questa – dice “Fai schifo, non hai una lira e i tuoi film…” Una lira? A New York? Nostalgico…)
Indicazioni utili
Cos'è la peste?
Difficile parlare de “La peste” di Albert Camus senza fare cenni al pensiero esistenzialista del filosofo (se non proprio all’esistenzialismo) oppure all’epoca in cui venne concepito il romanzo.
Ma non farlo significherebbe omettere molto. Si può vedere il romanzo come sintesi del pensiero di Camus, o al contrario, dal romanzo trarre il profilo di un scrittore definito “dell’assurdo”. Ma perché dell’assurdo? In cosa e dove consiste questa assurdità?
Ecco, allora, che romanzo e pensiero si fondono in un unico elemento e l’uno diventa indispensabile all’altro.
Non avere tra le mani i dovuti strumenti (momento storico, ambito filosofico…) toglie molte delle bellezze al romanzo, le cui frasi e i cui personaggi assumono bellezza e profondità solo grazie a queste conoscenze. Non è una spiegazione al romanzo (non ce ne possono essere), ma è come possedere una mappa, delle coordinate grazie alle quali muoversi in un territorio dove il pensiero prende forma in immagini.
Orano, città dell’Algeria, anni ’40. La città (già la particolarità è significativa) è “senza uccelli, senza alberi, senza giardini, senza battiti d’ali, senza frusciare di foglie…” In effetti come immaginare un luogo simile, dove la primavera è annunciata dai fiori portati da fuori? Che luogo è questo? Dove siamo?
È evidente che non possiamo essere in una città reale, ma in un “luogo neutro” come anticipa lo scrittore fin dalla prima pagina. Magari un luogo dell’animo. O meglio, della mente.
La città, comunque, è colpita dalla peste, che prima uccide topi a migliaia, ma poi diffonde il suo virus anche agli uomini.
Bernard Rieux, medico, ci racconta di questo diffondersi della malattia e della sua lotta per debellarla. Vivrà questi giorni e questa lotta a fianco di Jean Tarrou, un intellettuale che ha rinnegato una sua precedente professione forense, e Raymond Lambert, un giornalista che dopo aver pensato di scappare dalla città rimane per sostenere le ricerche del medico.
L’epidemia dilaga fino al punto da costringere le autorità a isolare la città, a chiuderne le porte.
Nonostante la peste, molti continuano indifferenti la loro vita, nelle loro bassezze, nei loro godimenti. Altri invece, vengono colti dalla paura e si rinchiudono in casa.
La prima domanda che verrebbe da chiedersi, in maniera abbastanza elementare e sommaria, è Ma cos’è questa peste? E infatti quello che si chiesero molti alla prima pubblicazione del romanzo, dando poi una superficiale spiegazione allegorica con ciò che era accaduto pochi anni prima in seguito al dilagare del nazismo in Europa. Ma l’intenzione di Camus non era quella di fare un libro storico. Avrebbe scelto altre strade, altre riflessioni, sicuramente più efficaci. Lo scrittore stesso invitava a non tradurre così rapidamente il significato del romanzo, a guardare oltre.
Più che tentare di capire cos’è la peste (io ho una mia idea, ma non è interessante che dica la mia: il bello della letteratura è che in ognuno si formi il proprio pensiero) proviamo a vedere cosa non può essere. È un qualcosa che non ha a che fare né con l’amore, né con l’amicizia, né con la vita, né con la solidarietà tra gli uomini. Verrebbe da dire che stiamo parlando della morte, ma non è proprio così, sebbene sia un concetto alquanto vicino.
A riguardo trovo significativa una frase del romanzo: “La peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”.
Un mondo senza futuro, una vita senza futuro cos’è? Non è esistenza. È buio. Davanti. Cosa fare, allora, rassegnarsi? Lottare. Ecco, l’unica via è lottare. È rischioso, come lo è per il medico che per curare un malato o per trovare la giusta medicina si espone al contagio. Ma non è ancor più rischioso affidare la propria vita al caso, alla possibilità di contrarre o meno una tale malattia? Ecco allora l’assurdo, si vive per lottare. Ed è la forza che ci fa andare avanti. Rieux fissa questa idea dicendo “Quello che odio è la morte e il male… noi siamo insieme per sopportarli e combatterli”. Insieme. Basta solo questa parola a dare unità al tutto, a indicare la strada non per il singolo uomo, ma per l’intera “esistenza”, una strada forse che non porta a nulla, ma che di certo fa poggiare saldamente i nostri passi sul senso del vivere, dell’esistere.
Indicazioni utili
saggio o romanzo?
La tecnica e l’idea di fondere il saggio al romanzo non sempre sortisce risultati gradevoli. Un buon esempio è “Il mondo di Sofia” di Gaarder (ultimo letto del genere); un cattivo esempio è questo di Kundera.
L’aggettivo “cattivo” fa intendere già un giudizio sul libro, che però vorrei scindere in più parti. La prima riguarda il romanzo vero e proprio, la storia d’amore, per intenderci, tra i due protagonisti Tereza e Tomas (insieme e intrecciata all’altra di Sabina e Franz). La mia opinione è che non siamo di fronte a storie indimenticabili, forse anche perché tutto viene inframmezzato ripetutamente da osservazioni di carattere filosofico (non sempre apprezzabili) e da analisi politico-ideologiche, visto che la trama ha come contesto principale Praga e l’invasione del regime comunista in Cecoslovacchia.
Ciò che meno ho apprezzato, però, è l’impostazione saggio/romanzo. Ma ci arrivo subito. Ancora un attimo.
Cult degli anni ’80, l’opera di Kundera è probabilmente uno di quei romanzi sopravvalutati, vuoi per una serie di circostante (non ultima un’abile promozione), vuoi per l’eccellente scelta del titolo (dicono che anche “La solitudine dei numeri primi” deve molte delle sue vendite all’effetto di trascinamento del titolo), vuoi per il contesto politico degli anni ’80 che consentiva ancora analisi ideologiche come quelle presenti nel libro.
Ma veniamo al problema saggio/romanzo.
Qui non funziona affatto e non per i limiti di questa spesso ardita operazione di fusione delle due tecniche, ma perché Kundera applica le tecniche proprie del saggio (enunciazione, spiegazione, conclusione) anche al romanzo, cosa che avvilisce spesso il lettore, sminuendone le possibili (e seppur minime) capacità intellettive e prosciugando la narrazione di ogni fascino legato al “territorio aperto” in cui accompagnare il lettore e lasciarlo, salvo chiare indicazioni, libero di peregrinare come vuole.
Mi spiego. Passo a qualche esempio perché i soli concetti astratti talvolta offrono poco.
Per non dilungarmi vorrei fare riferimento a numeri di pagine per le citazioni, ma le diverse edizioni non consentono questo metodo. Un po’ di pazienza, allora.
Kundera ad un certo punto scrive (tralascio il motivo per cui lo scrive) “Questa situazione mostra con evidenza che nella madre l’odio verso la figlia…” Bene, un autore, almeno secondo la mia idea di romanzo, non dovrebbe “spiegare” ciò che scrive, ma lasciar parlare i fatti, sempre che questi per contenuto e costruzione siano in grado di parlare da sé. Pertanto, non ho bisogno di uno che mi dica “cosa” mostra con evidenza una situazione.
Non è un passaggio isolato quello che ho proposto.
Perché Kundera insiste.
S’incontrano spesso delle domande nel corso del romanzo, domande alle quali non sono i fatti a dare risposte (come dovrebbe) ma l’autore. Ad esempio, scrive “Perché, allora, si ripeteva ogni giorno che la sua amante voleva lasciarlo? Non riesco a spiegarmelo se non col fatto che per lui…” oppure “E perché era proprio Tomas a sparare, e perché voleva sparare anche a Terza? Perché era stato proprio lui a mandare Terza tra di loro. È questo ciò che il sogno voleva dire…” (spiegazioni addirittura dei sogni; a questo punto mi leggo un saggio di Freud…)
L’apice Kundera lo raggiunge quando a un’affermazione di Tereza (“Voglio che tu sia vecchio. Più vecchio di dieci anni. Di vent’anni!”) imperterrito aggiunge “Con questo gli voleva dire: Voglio che tu sia…”
Insomma, il romanzo paga un forte tributo a questa tecnica di narrare, finendo per indispettire il lettore (almeno me, come lettore). E questo porta a venare la narrazione di crepe la cui dimensione aumenta proporzionalmente col numero di pagine e che svilisce alcuni buoni intenti del saggio e del documento politico-ideologico.
Indicazioni utili
gli indifferenti?
“Gli indifferenti” di Moravia è una lettura che risale a un po’ di tempo fa (forse tanto). Per scrivere questa opinione, allora, ho dovuto riaprire il libro, rileggerne qualche passaggio, rinfrescarmi la memoria, grazie anche ai segni, appunti, note e punti interrogativi con cui uso “sporcare” le pagine dei libri.
Ma veniamo agli “indifferenti”. Personalmente ritengo che sia un romanzo appena sopravvalutato, forse perché alquanto elementare nell’allegoria e la cui trama, piuttosto forzata e non so quanto volutamente scandalosa (almeno per quei tempi, parlo del 1929), pecca di intrecci in cui l’elemento dominante, l’indifferenza, compare in maniera forse un po’ troppo ripetitiva.
È vero, l’indifferenza non è quella verso un’umanità corporea da strada, verso vite ai margini di un mondo “imperfetto”. Fosse così, tutta la storia dell’Uomo non sarebbe altro che un’evoluzione dell’indifferenza e ciò che separa l’“oggi” dal passato non sarebbero altro che sfumature.
L’indifferenza dei personaggi di Moravia scaturisce da un senso quasi di impotenza nel determinare ciò che accade, col risultato che il vuoto per la mancanza di ogni speranza nella propria esistenza finisce per ritorcersi verso gli stessi protagonisti. A loro stessa insaputa.
Ma l’allegoria, inquadrando il libro nel contesto storico in cui fu scritto, è molto evidente. L’indifferenza è quella della borghesia di allora, prona al fascismo e incapace di opporre una qualsivoglia strada politica. Sotto questo aspetto allegorico il libro è alquanto elementare, dicevo, e, a parte questo, concede solo vaghi temi esistenziali, per i quali un Sartre o un Camus o un Kafka potrebbero offrire, a mio parere, molto di più.
E poi il titolo: gli indifferenti. Trovo che non sia perfettamente corretto, in quanto i due protagonisti, Carla e Michele, avvertono un disagio intorno a loro fino a provare persino una certa insofferenza. Ora, l’indifferenza presuppone, invece, una totale assenza di emozioni o di sentimenti, mentre loro in ogni caso il sentimento di insofferenza lo avvertono. E anche della stessa borghesia di allora più che di indifferenza si deve parlare di incapacità di costruire un modello alternativo a quello del fascismo. Di certo non si può parlare di indifferenza: la politica è fatta di scelte, e l’indifferenza è assenza di scelta. Qui il discorso si fa un po’ troppo storico e, pertanto, mi fermo.
La prosa è realistica e questo rende la lettura agevole. Ma l’ostinazione con cui Moravia vuole rimarcare il concetto di indifferenza, porta, a mio parere, a intaccare lo stile. Del resto la stessa attenzione alla costruzione della storia ha sviato l’autore dalla cura della costruzione del periodo o nella ricerca di metafore o altro. Addirittura per tre volte (forse quattro, non ricordo bene, ma di certo tre) usa l’espressione “non più immobile di…”
Questo, sia chiaro, non sminuisce affatto l’opera e il suo valore letterario (me ne guarderei bene!). Voglio solo dire che, personalmente, sarei più portato a una certa attenuazione dei meriti di cui, chissà, forse a giusta ragione, gode il libro.
Indicazioni utili
(è un po' lunga)
Premessa.
È il primo libro di un autore di Qlibri per il quale esprimo un’opinione. Per un parere di questo genere sarebbe più utile una chiacchierata. Ma le regole sono queste.
Mi verrebbe da parlare dei punti di forza e di debolezza che ho riscontrato. Il voto, sebbene medio, non è altro che un voto sospeso, in quanto ritengo che molti “primi libri” possano soffrire di pecche e difetti sanabili grazie all’intervento professionale di un editor, cosa che consentirebbe a un libro, se buono, di far emergere le potenzialità che possiede.
Fine premessa.
Tramonti d’Occidente. Il responsabile di una casa editrice, Claudio, sposato con figlia, si ritrova a condurre brillantemente la sua impresa. Sennonché, a un certo punto della sua vita l’abbandono a un certo “istinto” susciterà in lui un profondo senso di colpa, motivazione che lo spingerà a tentare di sanare questa colpa ma, soprattutto, alla ricerca di se stesso. Il romanzo presenta molti personaggi e il luogo di lavoro in cui lavora Claudio non è funzionale alla trama, ma solo un punto di partenza e l’occasione per spunti e digressioni narrative.
Tutti gli altri personaggi vivono vite a sé, sebbene alla fine emerga un filo comune che intreccia tra loro ansie, paure e rimorsi di ognuno.
La trama c’è. E questo si può considerare già un punto a favore. Probabilmente la trama di fondo, quella di Claudio, passa spesso in secondo piano rispetto a quelle degli altri personaggi, e questo talvolta rallenta il ritmo narrativo. È possibile che le 188 pagine, se ridotte di numero fino a stringere l’accaduto intorno alla trama portante, sarebbero risultate più avvincenti e avrebbero centrato meglio il cuore del racconto.
Ma l’intento della scrittrice, forse, è stato proprio quello di non far soffermare il lettore su un qualcosa di preciso ma accompagnarlo in una lettura che tocca – davvero – qualsiasi possibile aspetto della società d’oggi. In altri termini i “Tramonti d’Occidente”, di cui promette il titolo, sono innumerevoli (e questo può essere un punto di forza e debolezza allo stesso momento; a volte l’ho ritenuto più un punto di debolezza, forse perché l’intento quasi di “denuncia” della scrittrice talvolta prevale sulla trama; ma questa può essere una mia impressione).
Oltre alle tantissime riflessioni sociali, attraverso digressioni di primo e di secondo grado o per mezzo di pure speculazioni autonome rispetto al testo, un altro aspetto alquanto ridondante è dato dalle vicende dei personaggi. Nel loro insieme, accade praticamente di tutto: malattie terminali, abbandono di figli, tradimenti e violenze sessuali, disagi degli immigrati, rapporti a tre, rapporti lesbici, incidenti, suicidi, presenza di cellule terroristiche islamiche, servizi segreti,… Insomma, in genere si dice “molta carne a cuocere”, sebbene non sia una delle mie espressioni preferite. Molti di questi accadimenti, però, anche in questo caso distraggono dal nucleo portante del romanzo e confondono un po’ il lettore. Sarebbe bastato ridurli di numero o di intensità per migliorare notevolmente il racconto (in questo anche auspicavo l’intervento di un editor per l’opera).
Stile. La scrittura è composta, attenta, senza sbavature. Decisamente un punto di forza. Spesso si incontrano delle domande, a volte anche lasciate in sospeso, nel senso che la scrittrice, più che descrivere, con una certa frequenza indugia su domande che già, però, sembrano avere in sé delle risposte. Non è un aspetto da criticare negativamente, in quanto personalmente la vedo come una forma e scelta stilistica.
Diverso è per l’io narrante. Chi narra è una collega di lavoro di Claudio. Ora, nel romanzo spesso si confonde quest’io, ben individuato, con quell’io onnisciente (incorporeo) che tutto sa di tutti i personaggi. A questo va aggiunto che alcune riflessioni dei personaggi vengono fatte in prima persona. Insomma, la confusione tra io narrante, io onnisciente e il parlato dei personaggi c’è.
Infine, prescindendo dal legame che alla fine, unisce i vari personaggi, un esperimento in fase di stesura del romanzo sarebbe stato quello di presentare una raccolta di racconti autonomi, sempre con un filo conduttore comune, piuttosto che un unico romanzo. È solo un’idea, un esperimento di scrittura che sasrebbe servito per capire come possa meglio uscire dalle pagine la “voce” dello scrittore.
Indicazioni utili
Anna Karenina
CONTIENE SPOILER
Una donna, tradisce il marito, ma dopo un profondo travaglio interiore si suicida.
In genere si usa sintetizzare così – con una sintesi tra comico e inconsistente – un romanzo di circa mille pagine. Ovviamente non stiamo parlando di un romanzo qualunque, ma di uno dei capisaldi della letteratura mondiale.
C’è un’introduzione di poche pagine di Pietro Citati, nell’edizione della Rizzoli, che per la sua bellezza e completezza toglie ogni ragione ad altri di aggiungere commenti.
Nel rigo iniziale, con cui ho introdotto questa opinione, è racchiuso tutto: amore, tradimento, turbamento e morte. A ben guardare, è ciò che muove la vita, è ciò di cui è fatta la vita. E “Anna Karenina” è un romanzo proprio sulla vita, sul senso di esistere, sull’eterna domanda se la vita abbia un senso.
A questo tenterà di dare la risposta uno dei protagonisti, Levin, – operazione ambiziosa, ma, ricordiamoci, siamo di fronte a Tolstoj… – in una storia che scorre parallela a quella di Anna Karenina, ma che per le riflessioni a cui invita assume caratteri inauditi. La storia di Levin e Ketty è ancora più semplice: due giovani, dopo essersi inseguiti, si ameranno. Un lieto fine per loro. Però la stranezza è che del romanzo si sintetizza sempre la storia di Anna. Sarà per quel nostro morboso istinto a soffermarci più sul male che sul bene: se vediamo due che si tengono la mano ci passano quasi inosservati; se vediamo un incidente o una lite, subito l’attenzione…
Ma stavamo parlando di “Anna Karenina”.
Anna è alla ricerca non di una passione, ma della vita.
È il romanzo è proprio un enorme trattato – ma splendido – sul senso della vita. Tolstoj accompagna il lettore attraverso tutti i solchi di cui la vita stessa è fatta. Si toccherà nel romanzo ogni aspetto dello scibile umano (politica, verità, menzogna, religione, impegno sociale, arte, morte…), dando un’unità nella narrazione che fa del romanzo stesso un mondo a parte, un microcosmo, ma, in ogni caso, un territorio in cui per ognuno è possibile specchiarsi.
Mi ha colpito una certa critica che Tolstoj fa all’intelletualismo puro e, forse, vuoto, fine a se stesso. Due esempi. Nel passaggio in cui muore il fratello di Levin, Kitty gli è vicino e la cosa sorprende Levin fino al punto da fargli riflettere sulla compostezza, fermezza e forza con cui Ketty affronta la morte, la tocca, la vede in faccia, mentre lui, Levin, ne è quasi impaurito. A quel punto si chiede a cosa sono serviti tutti quelle sue riflessioni con tanti letterati, con tanti filosofi proprio sulla morte se poi, quando l’hai di fronte, ciò che conta è solo saperla affrontare a viso aperto, come fa Kitty. È la vita che prevale, su tutto (del resto, è un romanzo sul senso della vita, avevamo detto…)
Ancora, quando Vronsky (l’amante di Anna) si reca da un pittore per fargli fare un ritratto della sua amata, l’artista all’inizio viene quasi ridicolizzato poiché non ha “studiato”, ha una cultura volgare, mentre lui Vronsky, fa corsi di arte e di pittura. Però, al termine del ritratto, Vronsky capirà che tutta la sua cultura non gli è servita a nulla, poiché quel pittore, Michajlov, è riuscito, grazie solo a un innato “talento”, a cogliere tratti di Anna di cui Vronsky riconosce l’autenticità e che mai, nonostante tutti i suoi studi sulle tecniche di pittura, lui avrebbe saputo cogliere. E si chiede grazie a cosa questo uomo che non ha amato Anna, come l’ha potuta amare lui, ad essere capace a cogliere in uno sguardo dipinto l’essenza dell’animo umano. Anche qui, l’occhio prevale sulla ragione, un istinto artistico vitale prevale su qualsiasi formazione dottrinale.
La scrittura è classica, senza alcun tipo di sperimentazioni linguistiche o stilistiche (cosa che, ad esempio, farà Dostoievskij, contemporaneo di Tolstoj, in “Memorie dal sottosuolo”). Ma proprio per questa leggerezza di linguaggio le mille pagine non spaventano e non fanno del romanzo un’opera ostica quale potrebbe essere, ad esempio, l’Ulisse di Joyce.
Ho trovato “Anna Karenina” sorprendente per l’evoluzione della storia, in cui Anna viene delineata come una donna tormentata quanto Madame Bovary di Flaubert, sebbene rispetto a questa sembri essere spinta da ragioni e riflessioni, forse, ancora più profonde.
Indicazioni utili
Cecità
Il titolo e alcuni passaggi del romanzo rendono la metafora narrata da José Saramago di un’evidenza disarmante. Forse sotto questo aspetto Cecità è un libro estremamente accessibile per chiunque. La trama, del resto, per quanto assurda, ha una sua logica che afferra il lettore dalla prima pagina e lo trascina fino all’ultima, in un crescendo di tensione e di piacevolezza per una lettura che raramente capita di avere tra le mani (sempre che per una storia così tremenda e dura “piacevolezza” sia il termine più adatto).
Nel romanzo la cecità è una malattia contagiosa che affligge pian piano l’intera umanità. Viene meno tutto, dignità, rispetto, regole, facendo diventare l’anarchia l’unica forma possibile di vita. I primi colpiti dalla cecità vengono rinchiusi in un ex manicomio. La loro malattia li porterà a vivere come bestie, in un mondo confinato in cui crudeltà, brutalità e ferocia sono le uniche possibili sfaccettature concesse. Ci saranno lotte con bande di ciechi malvagi, anche loro internati, ma non mancheranno momenti in cui si risveglieranno sentimenti veri e piccoli gesti di umanità.
La sintesi è estrema, ma… C’è qualcosa che non quadra. Troppo elementare la metafora, dicevo, come se lo scrittore con questo trucco della semplicità ti facesse scivolare in altro.
In cosa? Non saprei, posso solo dire ciò che ho provato io.
In altro… Be’, la prima cosa che mi ha colpito è stato l’aspetto esteriore, grafico delle pagine (come ha notato Crisk poco qui sotto). Non ci sono dialoghi messi in evidenza con segni di rimando a capo. Strana scelta, questa di Saramago, perché di dialoghi, invece, ce ne sono parecchi. Crisk ha definito “l’intonazione della lettura” difficile. E allora mi chiedo se non sia stato proprio questo l’intento dello scrittore, effetto puramente esteriore delle pagine, con l'obiettivo di sottrarre leggerezza agli occhi e rendere tutto, anche la lettura, difficilmente sopportabile.
Ma la lettura scorre.
Non si sa dove si è, non vengono nominati luoghi, né nomi di persone (il medico, la moglie del medico, la ragazza con gli occhiali scuri, il vecchio con la benda nera, ecc.). Che lingua parlino, e in quale luogo si trovino i personaggi non è dato a sapersi. Anche qui, ci si sente indotti a chiedersi Dove siamo? E allora, magari, si scopre che il territorio raccontato non è, ovviamente, reale, né immaginario, ma un “non luogo”, un territorio della coscienza, se non proprio dell’anima.
Difficile, però, parlare di anima per Saramago, lontano com’è stato, per tutta la sua vita, dalla Chiesa e da ogni fede (l’Osservatore Romano in un articolo pubblicato il giorno dopo la sua morte, per le parole usate “contro” Saramago sembrò tirare un sospiro di sollievo per la sua morte: che incredibile cecità!)
Ma la cecità dei personaggi, appunto, non è quella che si può pensare – buia, nera –, ma bianca. È possibile, allora, che ci possa essere una qualche attinenza tra questa luce data alla cecità e il destino di coloro che si abbandono a una fede senza se e senza ma. Una fede che acceca.
Mano a mano che si va avanti nella lettura ci si interroga per capire verso che cosa siamo ciechi e a causa di cosa ci ammaliamo di cecità. In questo il romanzo è grandioso: non dà indicazioni esplicite (così come nella metafora dell’intero libro), non offre punti di riferimento. In cambio, però, disegna un’infinità di gesti e sottolinea con cruda delicatezza così tante riflessioni che il lettore è portato a rallentare la lettura fino a fermarsi, per poi inevitabilmente chiedersi “Fino a che punto sono cieco anch’io?”
Ma che speranza dare a questa umanità non più capace di vedere? Cosa o chi può salvarla?
La speranza, per Saramago, è come il genere del sostantivo, femminile. Sarà una donna, l’unica finta cieca, ad aiutare ognuno, come infermiera di un inferno; sarà la stessa donna ad essere in grado di guidare ovunque i sopravvissuti; sarà una ragazza “facile” a fare da mamma per un ragazzo e, nello stesso tempo, a concedere minuti di piacere a chi è sul baratro della solitudine. Saranno tutte le donne a salvare gli uomini da una banda di malvagi, prima col loro sesso e poi con la loro astuzia.
Amore, maternità, aiuto, sesso, astuzia, tutte qualità che Saramago riserva unicamente alla donna, che reggerà come un peso, ma soprattutto come doni per una possibile redenzione umana, senz’altro non divina.
Indicazioni utili
La vita accanto
L’utilità che trovo in Qlibri (e uno dei motivi che mi ha avvicinato a questo sito) è quella di poter suddividere il voto in più parti. Perché per questo libro è ciò di cui ho più naturalmente bisogno.
Innanzitutto il libro è ben scritto, composto e misurato in ogni paragrafo, quasi la scelta delle parole fosse stata un punto cardine intorno a cui costruire la storia.
Una ragazza brutta, orrendamente brutta, nata da due genitori tutt’altro che brutti, cosa che fin dall’inizio del romanzo dà una giustificazione (non completamente accettabile, tra l’altro) a una certa repulsione da parte della madre per la figlia e un distacco del padre da tutto ciò che la riguarda.
Quasi trascurata dai genitori, Rebecca, la protagonista, troverà una giustificazione della sua esistenza in altro, nell’arte musicale, grazie alle sue splendidi mani, ma soprattutto grazie alla vicinanza e comprensione della tata Maddalena (una donna le cui parole, con frequenti riferimenti ai testi sacri, riequilibriano nel libro le posizioni estreme di Rebecca verso un Dio talvolta assente). Sarà importante per Rebecca anche l’amicizia con Lucilla, l’unica compagna di scuola che nel tempo le rimane vicino nonostante la sua bruttezza.
Viene da pensare, alla fine, al romanzo come una sorta di paradigma contro un clichè stereotipato di una iconografia a cui, oggi, si rifà il concetto di bellezza e di glamour. Un libro che mette in primo piano la donna e tutte le sue capacità di riscatto, con l’unico uomo (il padre) che passa in sottotono.
Un libro, però, che sotto questa chiave di lettura, fin dalle prime pagine sembra un po’ troppo esplicito, in quanto il rigetto di una società in cui la bruttezza equivale all’emarginazione qui viene trattato senza sconti, senza posizioni intermedie, spingendo il lettore verso un’idea che cristallizza il dualismo bello/brutto, un bello imperante nella società e un brutto inesorabilmente emarginante.
Forse è proprio l’estremizzazione di questi concetti a rendere debole il romanzo.
L’opinione, rigidamente personale, è che lotte così esplicite (in questo caso tra bello e brutto) talvolta rendano prevedibili certe riflessioni. Avrei pensato più a situazioni diverse, intermedie ma non per questo meno incisive, dove, più che l’estrema bruttezza, possono essere più significativi (o determinanti) l’imperfezione o il difetto, a far emergere il disagio di chi, lontano dalla bruttezza totale, come quella di Rebecca, sa di essere stata, in qualche modo, “limitata” nella vita. Ma quest’ultima ripeto, è una mia idea sul tema che esula dal giudizio sul racconto.
Le voci dei personaggi non sono particolarmente caratterizzate, tranne quella di Lucilla, la cui voce con quel suo sil-la-ba-re le parole pare ancora di sentirla. Ecco, forse questa voce è l’unica cosa che, a distanza di tempo, mi è rimasta del romanzo. E questo non depone a favore, se non fosse per quella abile capacità che ha avuto la Veladiano nel mostrare un’estrema cura per la scelta delle parole.
Indicazioni utili
La nube purpurea
Diciamo subito cos’è: un libro fantastico (nel senso di fantasioso), stravagante, a tratti allucinato.
Ma definire un libro solo con aggettivi fa capire ben poco. E allora proviamo a dire di più.
Innanzitutto la voce narrante è molto indiretta (e questo già dà una prima accelerazione al carattere visionario del romanzo): il narratore racconta di aver ricevuto per posta un pacco di manoscritti di una amico; tra questi si sofferma su una lettera di una certa Miss Wilson, una sorta di chiromante che cade spesso in trance. In questa lettera si racconta di… ed ecco che inizia il romanzo.
Le atmosfere sono quelle di Poe, ma qui, pur mancando di Poe quel talvolta lugubre tratto gotico, la fantasia sembra spinta ancora più all’estremo.
Si parla di una spedizione al Polo: chi la effettuerà riceverà una grossa ricompensa in denaro. Fin dalle prime pagine si può intuire cosa accadrà, ma senza avere idea della portata. Infatti, il protagonista del racconto, che parteciperà alla spedizione spinto dalla sua amata verso la quale prova sentimenti incerti, prima di partire viene ammonito da un vecchio. Questi fa presente che il Polo è come l’Albero della Conoscenza dell’Eden e chiunque lo profanerà dovrà attendersi l’ira di Dio, tra cieli irritati e tuoni e tempeste.
Ma Adam Jeffson, protagonista del viaggio, si dimenticherà delle parole del vecchio e partirà lo stesso. I suoi compagni di spedizione moriranno. Rimarrà solo lui, al Polo, e vedrà una nube purpurea che si affaccia all’orizzonte. Tornerà dalla spedizione e, a quel punto, il romanzo cambia veste. Da plausibile, da credibile che era fino ad allora, si trasforma in una delle più sfrenate, e apocalittiche, fantasie: le capitali del mondo distrutte e incendiate, intere penisole scomparse, e, soprattutto, l'intero genere umano scomparso. Ognuno immortalato, dalla nube, come una statua, nell'ultimo gesto che stava compiendo.
Alla fine incontrerà solo una donna, divenendo entrambi i nuovi Adamo ed Eva (lui si chiama 'realmente' Adam e lei vorrebbe farsi chiamare Eva ma poi, vedendo che lui ritiene la cosa grottesca, opta per Leda.
Di tutti quelli che incontra nel suo peregrinare per il mondo, mi ha colpito la figura di un poeta, che vede chino sul suo scrittoio, intento a scrivere gli ultimi versi, pur conscio dell'avanzare della nube e che nessuno li potrà mai leggere. Perché scriveva, allora? Ho visto in quell'immagine l'unico autentico gesto dello scrivere. Non so.
Romanzo visionario, dicevo, forse troppo, ma ben scritto, con sitle e bellezza di linguaggio. Le fantasie, a questo punto diventano quasi un suo limite, e spesso sembrano un esercizio col quale sorprendere il lettore più che offrirgli qualcosa da… comprendere, mi verrebbe da dire (sebbene so perfettamente che romanzi, o letteratura, non vanno capiti ma "sentiti", ognuno la sua sensazione).
Per Shiel, quando ho scoperto che in altri libri aveva, in qualche modo "previsto" il futuro (a fine secolo – 1800 – ha scritto di paurosi uomini delle S.S. – Setta di Spagna – che si riunivano in camere oscure sotto il Tamigi, di pericolo dell'invasione cinese, di raggi laser che risolvevano le sorti di una battaglia), be', quando ho scoperto questo ripensando al racconto…
Indicazioni utili
odio gli indifferenti
Premessa: non mi piacciono i saggi, e questo mi è capitato per caso tra le mani. E poi, recensire un saggio spesso significa entrare nel merito. Delle lettere di Gramsci mi soffermerò su quella più famosa (e più usata): sugli indifferenti. Potrà sembrare un’opinione derivante da una posizione politica, la mia, ma vorrei che non fosse presa come tale. Credetemi, non lo è. So che non è questo il luogo per tali cose. Dico questo per invitare a leggere le parole che seguono con occhio non condizionato da idee di vario genere. Sento il terreno scivoloso e prevedo molte opinioni in disaccordo. Comunque.
Fine premessa. Iniziamo.
Con una certa insistenza – prima con Carofiglio, poi con Vendola – si torna a citare la lettera di Gramsci, dalla quale il titolo della pubblicazione di Chiarelettere.
C’è qualcosa, però, che ritengo vada precisato. A difesa degli “indifferenti”.
Innanzitutto il contesto storico. Gramsci scrisse quella lettera, come si può capire fin dalle prime due righe, contrapponendo all’indifferenza la partigianeria, all’aridità dell’azione e del pensiero un prendere parte (a un’ideologia, a un partito, a un’opposizione) e da qui poter configurare e dar vita a un possibile cambiamento. Ora, l’indifferenza a cui essenzialmente si riferiva Gramsci era di natura politica. Ma è proprio l’aver confinato le osservazioni sugli indifferenti – e le analisi che, oggi, ne scaturiscono – a questo unico territorio, la causa principale del limite a cui le osservazioni gramsciane, o di Carofiglio o Vendola, incontrano un loro limite.
L’apatia politica di molti, negli anni dell’epoca fascista, non è detto che sia stata contrassegnata principalmente dall’indifferenza. E non è detto, anche, che sia stata proprio questa indifferenza a determinare ascesa e consolidamento del potere fascista. Tralascio le cause storiche, che esulano da questo spazio.
Non ho vissuto in quegli anni – e questo depone a mio sfavore per ciò che voglio dire –, ma ho l’impressione, avendo ascoltato alcuni “vecchi” che quell’epoca l’hanno vissuta in prima persona, che per loro ‘quello’ fosse il migliore dei mondi possibili. Quanto questo pensiero (sicuramente manipolato) sia distante dalla realtà di allora è cosa che ha dimostrato poi la Storia.
Ciò che voglio dire è che quella che in un primo momento si può scambiare per indifferenza altro non era che una forma di forzata e indotta idea del presente di quegli anni. In altre parole, la loro – quella di chi ha vissuto in quegli anni – era comunque una considerazione di parte, allo stesso modo di come i partigiani prendevano “parte” ad altri progetti politici. Non era indifferenza. Da qui ritengo che il cuore del problema sia altrove, forse.
Si parla di questi indifferenti, di ieri e di oggi, come esseri “non pensanti” e senza capacità di azione, con la stessa superficialità con cui si osserva un teatrino di burattini; si guardano dei pupazzi muoversi senza mai riflettere cosa li fa muovere. Pensare solo a un burattinaio non coglierebbe il senso di ciò che può interdire una volontà inducendola all’indifferenza. L’attenzione, allora, andrebbe spostata ai fili che “qualsiasi” burattinaio ha tra le mani, fili con i quali ha la possibilità di far compiere gesti e azioni a “burattini” inconsapevoli e, senz’altro, destinati all’indifferenza. Allora, viene da chiedersi se l’indifferenza non sia, più che la causa di ciò che è, la condizione a cui sono esposti, e sottoposti – senza possibilità di discernere cosa è male e cosa è bene –, coloro che, non possedendo strumenti dell’intelletto, finiscono per cedere a illusioni e distrazioni.
Non mi piace il titolo, quindi, e credo che spesso il contenuto del libro venga usato in maniera non sempre pertinente.
Io non odio gli indifferenti, essendo il verbo odiare, in assoluto, la definizione di un sentimento al quale ognuno, oggi, dovrebbe tentare di sottrarsi.
p.s.: è stato difficile mettere i voti.
Indicazioni utili
Follia
La difficoltà nell’esprimere un’opinione su questo romanzo sta nell’evitare di svelare i particolari di una trama che fa proprio di alcuni punti di svolta delle chiavi di lettura.
Ma ci proverò.
La prima impressione è che la protagonista sia Stella. E per Stella è facile scivolare su un parallelismo con altre figure letterarie, quali Emma Bovary: volendo ridurre all’osso il racconto (gran brutta operazione…) si tratta anche in questo caso di una donna che vorrebbe fuggire da un marito (nel caso di Stella, da Max), che ha un figlio (Charlie) e la cui nuova passione amorosa (Edgar Stark, un malato di mente, in cura all’ospedale, che ha staccato la testa a sua moglie) la porterà a gesti estremi. Volendo consigliare, oggi, un romanzo che tratti questo tema, più che Flaubert consiglierei McGrath (lo so, può sembrare una scivolata dal punto di vista letterario, il consiglio, ma il mio riferimento è solo alla trama).
La storia si svolge in Inghilterra, fine anni ’50, in un manicomio che la voce narrante della storia, Peter, – amico di Max e di Stella e, alla fine, anche psichiatra di Stella –, ritiene essere la naturale “società” in cui debba vivere Stella. Per Peter, però, Stella col suo tradimento non solo ha infranto le leggi del matrimonio e della famiglia, ma anche di questa “società”.
Trama a parte, in Follia c’è altro.
Innanzitutto c’è un accurato e profondo “studio” psicologico di Stella (ma non solo), cosa che rappresenta forse la principale bellezza del romanzo.
Un personaggio chiave è Peter, che, attraverso l’interpretazione che si sforza di dare alla vita di Stella, mette a nudo tutte le sue debolezze.
Il lettore, però, viene più portato a vedere Stella come protagonista e a seguirne il percorso, da una vita apparentemente normale alla più profonda depressione. L’elemento scatenante di questa depressione viene lapidariamente decretato proprio da Peter, quando, per “studiare” Stella, le chiede di parlare della sua storia, e lei lo interroga dicendo “E quale sarebbe l’inizio?”. Peter risponde “Io credo Edgar. E tu?” Ma l’inizio dei turbamenti di Stella non nascono solo dalla passione amorosa per Edgar, come fa intendere, al termine di quel breve dialogo, uno sguardo di Stella che Peter non riesce a capire.
Non è solo la storia di un tradimento. Né di un matrimonio fallito. Sarebbe troppo poco.
È il tormento di una donna alla ricerca di libertà (l'idea di Peter in proposito è che “le donne romantiche non pensano mai al male che fanno… in quella loro infatuazione per la libertà”). O forse è la storia di una donna che vorrebbe semplicemente essere capita. Ché nessuno nel romanzo la capisce, pur vivendo in un ospedale/"società" che della comprensione (anche medica) dovrebbe avere un punto cardine. Non la capisce il marito, che, psichiatra anch’egli, pur vivendole a fianco non avverte nulla del matrimonio che scricchiola. Non la capisce Peter, che alla fine (non dico in quali circostanze) decreta il suo fallimento di psichiatra asserendo (parlando di una situazione da lui agognata, ma improbabile) “sarei arrivato a conoscerla”, facendo intendere che fino ad allora non l’aveva affatto conosciuta. Non la capisce, il suo amante criminale, Edgar, che la definisce addirittura “un animale” scambiando la sua ricerca di amore per istinti bestiali. E teme anche di non essere capita dal figlio, Charlie, per il quale ha paura che il padre “gli rubi l’anima”.
Per una donna così il destino verso la depressione è segnato. È solo da raggiungere. E il punto culmine della storia è proprio la conclamazione esteriore di una depressione a lungo covata, in un momento (drammatico) in cui la sua immobilità viene addirittura scambiata per pazzia.
Perdonate alcuni passeggi un po’ criptici, ma ho cercato di rispettare l’impegno iniziale.
Indicazioni utili
Emmaus
Commentare un libro di Alessandro Baricco è sempre un rischio. E il rischio è che una certa obiettività finisca con l’inquinarsi di una certa partigianeria (a favore o contro lo scrittore), visto che per Baricco si parla, in genere, di amore o di odio.
Fatta questa premessa veniamo al libro. Emmaus.
Difficile dimenticare Castelli di Rabbia, Oceano Mare, Seta, City, ecc., ma per Emmaus è necessario farlo. Vuoi anche per non essere condizionati dagli eccessi lirici e stilistici (senz’altro pregevoli) che caratterizzano gli altri suoi romanzi. In Emmaus non ci sono locande sull’oceano, non ci sono bizzarri costruttori di improbabili ferrovie, o personaggi posizionati più sull’immaginario che sul reale (escludendo Seta, forse).
In Emmaus l’autore, forse, per la prima volta si cala nel reale, studia l’accadere o l’accaduto, che nel libro prende la forma della vita di quattro ragazzi, in bilico negli anni Settanta tra un’educazione religiosa e “la vita” al di fuori di questa. Per quanto ambientato a Torino, molti ragazzi di qualsiasi altra città italiana potrebbero dire di aver, se non vissuto la storia raccontata in Emmaus, quantomeno respirato la stessa aria, o avvertito odori che cambiano col tempo.
Nel romanzo i personaggi, la cui vita sembra azionata da una forza centripeta che li tiene ben ancorati all’interno di un rigido mondo fatto di abitudini cattoliche, scoprono altre forze, centrifughe questa volta, che li allontanano a loro insaputa da quelle che consideravano certezze. E la cosa accade in quell’età in cui i più fragili cedono, i più deboli hanno la peggio. E il romanzo si sofferma sui più fragili e sui più deboli. Paradigma e dramma del loro cambiamento è la scoperta del sesso e di Andre. Della sua bellezza.
Spesso Baricco è stato tacciato di essere, in fondo, uno scrittore superficiale. Abilissima penna, ma, a parte qualche tema vago, gli è stato appuntato che i suoi romanzi non erano nulla più che un esercizio estetico.
La recensione è su Emmaus e non su Baricco. E ancor meno sugli altri suoi libri.
Dico, allora, che Emmaus è un romanzo, a differenza degli altri romanzi di Baricco, molto ancorato alla realtà. Ma fosse stato un altro scrittore la cosa si fermerebbe qui. Invece no. Per Baricco il limite è sempre un altro. Ed ecco, allora, che lui spinge i personaggi fino al limite, collocando le loro vite fin dove l’immaginazione del reale consente l’accettazione della realtà. Di questo concetto nel romanzo la figura simbolo è Andre. Nome senza accento né vocale “a” come finale. Perché è una ragazza, ma col nome maschile, Andrea. Insomma, Baricco non rinuncia mai a spiazzare il lettore. Il tentativo di spiazzarlo lo porta all’estremo quando poi deve rivelare il modo in cui è stata concepita la stessa Andre.
Ma Baricco ama i finali, curati sempre in maniera maniacale. E riserva al lettore un finale che lo spiazzerà ulteriormente, ribaltando i paletti che nel corso della lettura si puntellano per procedere nella narrazione, arrivando a raffigurare un mondo capovolto, dove male e bene acquistano posizioni invertite.
Indicazioni utili
Il profumo delle foglie di limone
Il racconto vuole trattare temi impegnativi ma senza esserne all’altezza. Non tanto per l’idea (una giovane donna che scopre in Spagna, a Costa Blanca, un covo di neonazisti ed ex-nazisti), quanto per la poca credibilità e per l’evolversi delle vicende.
Una trentenne, Sandra, in crisi con la sua famiglia e, per di più, in cinta di un uomo forse mai amato, incontra due vecchietti, Fredrik e Karin, che si riveleranno essere due criminali nazisti. La loro identità le viene rivelata da un uomo ormai anziano scampato al campo di concentramento di Mathausen, Julian, per il poco tempo che gli rimane, ancora a caccia di criminali di guerra in incognito. Julian e Sandra rischieranno grosso. Alla fine… Non rivelo l’epilogo, naturalmente, per non togliere il piacere del finale di un libro del quale, pur non avendolo apprezzato, non mi sento di sconsigliare la lettura. Non lo farei per nessun libro.
Ma torniamo al libro della Sanchez.
La trama sembra alquanto forzata, con una ragazza in cinta che gira con facilità in motorino, si arrampica a una finestra per sbirciare l’interno di una villa… Ma pur accettando queste possibili incongruenze, si fa difficoltà ad immaginare un gruppo di nazisti, una setta più precisamente, che non si accorge di essere “controllata”.
Accettando lo stesso la trama, ciò che mi porta a non esprimere un buon giudizio è la scrittura e la mancanza di “voci” differenti tra i personaggi. La lettura è scorrevole perché la scrittura procede alquanto piatta, senza particolari momenti di intensità narrativa nemmeno quando le circostanze lo imporrebbero. Le voci dei protagonisti, poi, non si distinguono le une dalle altre: Sandra parla come Julian (in alcuni punti usando addirittura gli stessi intercalari) e lo stesso capita per gli altri personaggi.
Forse è mancato l’editor, forse sarebbe stato necessario più tempo per rivedere meglio la storia. Peccato che temi come la giustizia storica, la caccia al male, il male senza colpa, (sebbene dello stesso genere c’è altra narrativa) siano stati gestiti con superficialità e con poche pretese. Ma forse era proprio questa l’intenzione dell’autrice: temi difficili trattati in maniera semplice.
Indicazioni utili
La battuta perfetta
Il romanzo di Carlo D’Amicis è strutturato in due parti, due lunghe lettere che il narratore scrive prima a suo padre, poi a suo figlio. La lettura procede come quella di un diario, e di questo ne coglie tutta l’intimità, vuoi anche per l’uso ricorrente delle parole 'padre' e 'figlio', usate per rivolgersi ai presunti destinatari. Lettere che forse nessuno mai aprirà, perché destinate non ad altri ma a se stesso, a Canio Spinato, protagonista e narratore del racconto.
La storia si svolge in gran parte a Matera, dove la rappresentazione cinematografica della crocifissione del Cristo di Pasolini, evento che sembra essere storicamente fine e inizio della città stessa, cattura l’attenzione di tutti. E dove un dialetto, profondo e mai fuori posto, traccia sentimenti genuini e spontanei (spesso anche repressi).
Attraverso la vita di Canio si svolge anche quella del padre, prima, e del figlio, dopo; ma, soprattutto, si traccia la vita di tutta una società italiana che cresce, passando dagli anni ’50 fino ad… oggi, perdendo innocenza e pudore. Motore di questo cambiamento, proposto da Carlo D’Amicis come aspetto involutivo dell’intero arco temporale, è la televisione. Necessariamente educativa nei primi anni, procreatrice, fautrice e idolatra del 'mercato' in seguito.
La ricerca (velata d’innocenza) di Canio è quella del bene, una ricerca però distorta da un’ingannevole realtà che gli viene rimandata dal tubo catodico televisivo. Il bene, per Canio, si confonde con la felicità, e la felicità, a sua volta, con la risata. Di qui la ricerca assillante della battuta perfetta, ricerca che concede al lettore quasi degli intervalli costituiti da barzellette (esilaranti, a dire la verità) che assumono all’interno del libro, però, un carattere grottesco, se non proprio amaro.
Lo stile è molto ricercato, con continue metafore che prendono spunto da ogni possibile accadimento o cosa osservata dal narratore. Forse l’estrema ricercatezza dello stile è, allo stesso tempo, un punto di vantaggio e di debolezza dell’opera, obbligando il lettore a rallentare il ritmo di lettura. Ma c’è chi, come me, trova questo un piacere.
Il finale, evocativo, spinge l’immaginazione del lettore a raffigurarsi la scena con cui si chiude il libro, scena che probabilmente alcuni lettori considereranno minore rispetto alla narrazione, ma che acquista un suo significato se solo si considera che si è di fronte a un diario oltre che a un racconto.
Indicazioni utili
14 risultati - visualizzati 1 - 14 |