Opinione scritta da lollina

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lollina Opinione inserita da lollina    12 Marzo, 2017
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Cosa ci tiene con i piedi per terra quando passa i

Avviso:la recensione contiene anticipazioni sul finale.
Un improbabile dialogo attorno al tavolo di cucina di un appartamento popolare: un bianco upper-class, cinico intellettuale fieramente coerente al convincimento che l’esistenza sia null’altro che un’inutile galleria degli orrori e stoicamente refrattario a qualsiasi illusione consolatoria; un nero, avanzo di galera, “illuminato” dalla fede proprio sul fondo del baratro, che ha costruito una nuova esistenza sulla Bibbia e sulla convinzione che, al fondo di tutti e tutti, c’è una «vena d’oro», quella «cosa eterna». Le circostanze che li hanno fatti incontrare sembrano confermare entrambi i punti di vista: un’assurda casualità, utile solo a prolungare l’angoscia dell’esistenza di qualche ora, ha fatto concludere il salto del primo, destinato alle rotaie del Sunset Limited, tra le braccia del secondo: quasi un’investitura, per quest’ultimo, al ruolo e alla responsabilità di restituirlo alla vita, intesa come speranza e pienezza di significato.
Non c’è redenzione e non ci sono miracoli in questo «romanzo in forma drammatica»: ci sono abissi di disperazione e squarci di luce, tragedia e commedia al tempo stesso, ma senza catarsi. Solo una domanda rimane, alla fine: cos’è «che fa stare la gente coi piedi fermi per terra quando passa il SUnset Limites»?
Una lettura a freddo, da fare con lucidità e presenza di spirito, tenendo testa alla prosa lucida e a tratti glaciale, mai banale, di McCarthy; a tratti faticosa, soprattutto laddove include anche i silenzi, le battute che si corrispondono, i monosillabi che marcano la distanza tra gli interlocutori. Con lampi di luce al fosforo, come nella disperata battuta finale che il nero indirizza a Gesù, e alla propria ostinata fede: «Non fa niente. Anche se non mi parli mai più lo sai che mantengo la tua parola».

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Cormac McCarthy, La strada
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lollina Opinione inserita da lollina    30 Settembre, 2016
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Una storia anche nostra

Uno strano ibrido, questo libro: un po’ saggistica un po’ narrativa, un po’ diario in cui l’esperienza soggettiva si stempera in un catalogo di letture e ascolti musicali che definiscono la personalità dell’autore e le stagioni della sua vita; un po’ epopea di una stirpe di eroi patrî, forse l’ultima, quella dei pionieri dell’industria italiana; un po’ denuncia accorata della cecità di governanti ed economisti, quelli che, nel nome di un internazionalismo che avrebbe dovuto proiettare l’industria italiana verso le “magnifiche sorti e progressive” del mercato globale, avevano lasciato che i gioielli della manifattura di qualità venissero strozzati dalla competizione con economie più aggressive e poi svendute e rivendute a pezzi al capitalismo senza scrupoli dalle parti della Cina.
Non di un reportage si tratta, però, né di quello che oggi si ama chiamare docu-fiction. Troppo personale il coinvolgimento dell’autore (ultimo dei Nesi, anch’egli creatura ibrida, intellettuale e industriale), a cui è toccato in sorte di essere l’esecutore materiale dell’eutanasia del glorioso lanificio T.O. Nesi & Figli: T. e O. dietro cui si nascondono i nomi dal suono epico dei fondatori, Temistocle e Omero; e come un epos, quello del tessile pratese, si snoda il racconto, intrecciato con le vicende che portano il protagonista a ripercorrere la sua doppia vita: giovane imprenditore dai buoni studi e dalle idee brillanti, ma anche erede di buone pratiche, e scrittore, fino alla scelta forzata della scrittura come mestiere a tempo pieno. In questo libro le due anime si riconciliano: Nesi innalza un canto dolente sulle ceneri del suo e degli altri lanifici, che si fa però canto corale e solidale nel ritrovarsi fratello con tutti gli altri destini, del tutto umani, che le macchine ora silenti hanno trascinato con sé.

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Ermanno Rea, La dismissione
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lollina Opinione inserita da lollina    13 Settembre, 2016
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Lei, la prigioniera, mi imprigionò ...

Durante un viaggio in Grecia in compagnia del marito e dell’Orestea di Eschilo, davanti alla diruta ma imponente Porta dei Leoni a Micene la Wolf incontra, come in una “visione”, la sacerdotessa di Troia, la veggente del mito destinata a non essere mai creduta: dall’incontro, come ella stessa scrive nelle Premesse, fortuito, nasce il personaggio letterario, alimentato da solida documentazione archeologica e letteraria ma anche “vissuto” dall’interno: «La vidi subito. Lei, la prigioniera, mi imprigionò […] si impadronì di me. Credetti a ogni sua parola. […]. Tremila anni – dissolti».
Davanti alla porta di Micene, prigioniera di Agamennone che già ha visto cadere sotto la scure di Clitennestra, in attesa di cadere ella stessa, Cassandra conduce un lungo silenzioso monologo che, con moto ondivago rievoca le vicende di Troia, dal ratto di Elena (o meglio del suo simulacro) alla catastrofe finale: un monologo intrecciato di memoria e riflessione, in cui la prima persona cede il posto al «tu» di un ideale colloquio con i suoi grandi amori, morti o lontani: Enea e l’amazzone Marpessa,
Attraverso le memorie dell’antica sacerdotessa di Apollo, la Wolf conduce una riflessione su diversi temi a valore universale e al tempo stesso calata nel presente in cui l’Autrice stessa vive (il romanzo fu pubblicato nella DDR del 1983): innanzitutto sulla condizione femminile, tradizionalmente relegata ai margini ed esclusa dalle stanze del potere e dalle decisioni stolte e sanguinarie che ne emanano, dettate da una sete di potere e denaro non meno cieca della rabbia omicida che arma il braccio di Achille, la bestia. Inizialmente schierata dalla parte del maschio, figlia prediletta di Priamo rispettata e ascoltata, Cassandra verrà confinata nel ruolo di reietta quando si rifiuterà di sostenere con vaticini di comodo la folle guerra contro i Greci; scoprirà allora un altro modo di vivere, più autentico e umano, praticato in disparte nelle grotte dello Scamandro dalle donne votate al culto di Cibele e raccolte attorno al saggio Anchise, il padre di Enea, l’uomo che, amato da Venere, ha accolto dentro di sé l’antico sapere femminile.
La condanna della guerra, dell’insensata marcia dell’umanità verso la distruzione è l’altro tema, che risente di quel clima di tensione che si respira nell’Europa della guerra fredda, in precario equilibrio sul filo del terrore per una imminente catastrofe nucleare: Cassandra, la professionista della parola, riflette il ruolo che Christa Wolf assegna alla scrittura, quello di tener viva l’indignazione, e al tempo stesso la speranza.
Ma per giungere ad un nuovo e al tempo stesso antichissimo umanesimo, sembra dire la Wolf, bisogna andare oltre Omero (o meglio leggere nelle pieghe di Omero), demistificare l’eroe, superare la retorica delle grandi gesta e lasciare nuda la bestia: «Se avevamo creduto che l’orrore non potesse più aumentare, ora dovevamo riconoscere che non c’è limite alle atrocità che gli esseri umani commettono gli uni contro gli altri; che noi siamo capaci di rovistare nelle viscere dell’altro, di schiacciargli il capo alla ricerca dell’acme del tormento. “Noi” dico, e di tutti i Noi a cui sono approdata, questo resta quello che maggiormente mi turba. E’ molto più facile dire “Achille la bestia” che questo Noi»,

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Christa Wolf, Medea
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lollina Opinione inserita da lollina    01 Agosto, 2016
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Un altro romanzo di formazione (ben scritto)

Enrico è uno scrittore esordiente: cioè, Enrico è uno scrittore esordiente da quasi dieci anni, uno di quegli scrittori di un unico, fulminante, ed ultimo libro. E poi più niente: la rincorsa affannosa all’idea per il secondo libro, quello della conferma; la rinuncia apparentemente serena e il rifugio nella defilata posizione di ghost writer, scrittore di libri altrui. In parallelo, una vita personale altrettanto bloccata in un galleggiamento senza meta: un amore lasciato finire senza opporre resistenza, una città elettiva (Firenze) che lo ha accolto senza diventare casa. Tutto vissuto in una placida accettazione: non fosse per quel dolore acuto e improvviso al gomito, quasi un imprevedibile sussulto di coscienza.
Finché, un mattino come tanti, la lettura distratta di un giornale fa riemergere un nome dimenticato che spinge Enrico ad un viaggio a ritroso verso un passato lontano e verso la città natale, Bari. Comincia così un percorso di formazione (o ri-formazione o ri-parazione) in due direzioni opposte e parallele, contrassegnate dalla diversa titolatura dei capitoli che si alternano: in rigoroso ordine numerico quelli che narrano in maniera lineare il presente, quello dell’uomo adulto, scrittore in crisi, nel suo girovagare tra le strade di una Bari cambiata e al tempo stesso uguale a come la ricordava, tra epifanie attese (il fratello non più così inarrivabile e non più così estraneo, l’amica del cuore della gioventù, che ha attraversato il dolore rimanendo se stessa) e inaspettate (una barbona filosofa e un pescatore-professore che sa ascoltare). Con il nome del protagonista, Enrico, sono intitolati i capitoli che ricostruiscono per flash retrospettivi un anno di liceo del protagonista: l’anno in cui tutto è cambiato, quello in cui ha conosciuto la politica e la violenza, l’amore e la scrittura, quando Salvatore e Celeste hanno brevemente incrociato le loro esistenze con la sua.
I due percorsi sono destinati a ricongiungersi proprio lì dove sembravano entrambi destinati ad interrompersi, ovvero “sull’orlo vertiginoso delle cose”, al di là del quale, per chi osa sporgersi, si rivela una possibilità di futuro.
Romanzo gradevole, ben congegnato nella struttura narrativa che rende un po’ meno scontata l’eterna formula del Bildungsroman. Peccato che l’edizione supereconomica della BUR (o almeno la mia copia) contenga diversi errori di impaginazione

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lollina Opinione inserita da lollina    24 Agosto, 2015
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Ancora un personaggio con il male di vivere

Eugenia è una donna apparentemente realizzata: intorno ai quaranta, regista di nicchia apprezzata e premiata, matrimonio solido seppure senza troppi slanci, due amatissime figlie ancora piccole. E un senso del dovere implacabile, un assoluto rigore verso se stessa. Un malore da stress la costringe però a rallentare e a fare un primo bilancio della sua vita: risalendo all’adolescente inquieta e ribelle, innamorata di un oscuro personaggio di un oscuro narratore russo e fidanzata di un tossico; alla giovane donna in fuga da una famiglia ingombrante e poi da un dolore improvviso; alle mille identità professionali (addetta ai call center, pubblicitaria free-lance, promessa del marketing), fino alla casuale scoperta della sua vera strada. Sempre in un equilibrio precario tra attivismo frenetico e indolenza, sulla soglia di una depressione da cui la salva l’amore per le figlie che la tiene ancorata a terra (ma questo tema è appena accennato nel romanzo).
Insomma, l’ennesimo personaggio con il male di vivere, quello che abbiamo un po’ tutti, anche chi di noi non ha la fortuna di cadere in piedi come la protagonista di questa storia. Per la quale mi permetto un giudizio superficiale e poco argomentato: alla fine risulta antipatica, o almeno così è risultata a me. La prosa della Bignardi è asciutta e diretta, descrittiva e senza fronzoli come la sua conduzione televisiva; un po’ più di ritmo non avrebbe guastato.

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lollina Opinione inserita da lollina    17 Febbraio, 2015
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Romanzo di formazione da manuale

L’autore applica alla perfezione la formula del romanzo di formazione, compreso il ruolo di guida di Beatrice, lontana emula di quella amata da Dante. Ben scritto, evita la trappola del giovanilismo e dello scimmiottamento piacione del linguaggio dei ragazzi. Forse per questo (o per i pochi anni trascorsi dalla sua pubblicazione) risultà già un po’ datato (chi usa più gli SMS? E poi il T9, chi si ricorda più cos’era?), così che mi chiedo se eserciti un appeal maggiore sugli adolescenti o sui professori che cercano di svecchiare le proprie letture … A proposito, ho trovato insopportabile la figura del Sognatore, il supplente di filosofia volenteroso e velleitario che invita i suoi alunni ad inseguire i loro sogni raccontando apologhi che Vecchioni va propinando ai concerti da vent’anni … Debolezza scusabile, ma quella del professore “maestro di vita” sospetto che sia più una proiezione nostra che un bisogno dei ragazzi, che a sognare sono bravissimi da soli!

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Gialli, Thriller, Horror
 
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lollina Opinione inserita da lollina    05 Settembre, 2014
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Splendori e miserie del gioco del calcio

Barcellona, primi anni Novanta: gli anni del postfranchismo, della libertà riconquistata che si trasforma in liberismo senza regole; gli anni del boom edilizio, del quartiere olimpico e della speculazione selvaggia; gli anni d’oro del calcio e delle star internazionali del pallone. Come quel Mortimer ingaggiato dal Barça con tanto di rutilanti conferenze stampa ed esaltazione delle tifoserie. Ma anche la Barcellona delle periferie e delle periferiche miserie, di esangui prostitute tossiche e floride tenutarie, di un residuo orgoglio di quartiere che si stringe sempre più sparuto attorno alla sua squadra, il Centellas, e al suo stadio stretto d’assedio da speculatori e palazzinari.
Quando Pepe Carvalho accetta di indagare su lettere minatorie che preannunciano la morte prossima del centravanti, colpevole di incarnare un surrogato di eroe per un’umanità senza dèi, non sa che sta per iniziare un viaggio che lo porterà dagli spogliatoi della squadra più ricca del mondo ai bassifondi popolati da spacciatori, prostitute e vecchi glorie del calcio in disarmo: per scoprire che il marcio talvolta indossa camicie di seta e cravatte regimental.
Il solito, disincantato Carvalho, con il suo fondo di amarezza che rende le sue avventure ben più di racconti polizieschi: questa volta testimone della scomparsa di un mondo, la vecchia Barcellona con le sue puttane e i suoi taglieggiatori vecchia maniera, messa in vendita da nuovi criminali in colletto bianco ma senza codici d’onore.

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lollina Opinione inserita da lollina    27 Agosto, 2014
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Piacevole lettura sul piacere della lettura

Una banale combinazione di eventi fa sì che la regina d’Inghilterra (una mai nominata ma riconoscibilissima Elisabetta II) scopra i libri: da quel momento la lettura diventerà la sua passione neanche tanto segreta: segretari, valletti, consiglieri e primi ministri assisteranno esterrefatti alla metamorfosi della sovrana, sempre meno attenta all’etichetta di corte e sempre più immersa nella biografia di Proust o dei personaggi di “Casa Howard”. Schivando con la proverbiale eleganza i tentativi di guarirla da ciò che il suo entourage considera una fissazione senile, Sua Altezza sorprenderà tutti con un colpo di scena che si rivela solo nell’ultima riga e che dimostrerà come niente, neppure il trono d’Inghilterra, è al di sopra della letteratura.
Lettura piacevole, caratterizzata da un britannicissimo sense of humour, molto lontano in vero dalle “irrefrenabili risate” promesse dalla quarta di copertina …

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lollina Opinione inserita da lollina    28 Luglio, 2014
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Un delicato apologo

Una tematica difficile affrontata attraverso la scrittura facile di una favola. La piccola pennuta protagonista del breve romanzo si trova a vivere i suoi primi giorni in una situazione d’abbandono in cui riesce a sopravvivere solo grazie al calore e alla protezione di una vecchia pantofola. Di qui il dubbio, e la domanda che tutti coloro che incontrerà le rivolgeranno: che animale sei? Nel corso del romanzo incontrerà “animali” di ogni tipo, frequenterà luoghi esclusivi e lande desolate e alla fine imparerà a volare con le sue ali, in tutti i sensi, e scegliere non in base alle apparenze.

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lollina Opinione inserita da lollina    28 Luglio, 2014
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Un'iniziazione alla vita

Alla soglia dei suoi ottant’anni, Camilleri decide si prendersi una “vacanza narrativa”, come lui stesso scrive nella prefazione, dal commissario Montalbano. Nonostante ne neghi i tratti autobiografici, la dimensione in cui ci conduce con La pensione Eva è quella della memoria.
Tutto ruota attorno ad una pensione di Vigata che in realtà è, come si diceva un tempo, un “casino”: oggetto di fantasticherie più o meno favolose del protagonista bambino (che dentro ci abitino le “fatuzze bone”?) e poi delle fantasie e dei desideri di Nené divenuto adolescente, attorno alla pensione avviene la formazione del protagonista all’età adulta.
E’ un’iniziazione non solo al sesso, ma alla vita: grazie alla rotazione quindicinale delle “picciotte” della pensione, Nené e i suoi amici Ciccio e Jacolino imparano a conoscere il mondo e a capire la vita. I racconti delle ragazze, i caratteri che si alternano sul divano dei clienti costituiscono quasi dei siparietti di avanspettacolo – che sembra presente, come modello di rappresentazione della realtà, dietro la narrazione di Camilleri – che svelano il lato grottesco, ma anche quello tragico, della vita nell’Italia del fascismo. Un osservatorio privilegiato che non può sottrarsi a lungo ad una realtà in cui non si scherza affatto, in cui le bombe e i morti sono veri: con lo sbarco degli Alleati, Vigata viene a trovarsi sulla linea del fuoco.
La stessa pensione Eva viene spazzata via, lasciando il sospetto che essa non sia mai veramente esistita, che non sia stata che un sogno. Lascia però una scia, quella di un profumo e di una storia d’amore più forte della morte.
Non un capolavoro, ma una lettura assolutamente godibile.

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lollina Opinione inserita da lollina    25 Luglio, 2014
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A distanza da tutto

Un uomo solo, età indefinita ma lo immaginiamo nella sua maturità, unico abitante di un borgo abbandonato: una scelta di isolamento, forse di fuga, forse di espiazione. Intorno lo scorrere delle stagioni, il pulsare folle e violento della vita, il trapassare continuo da questa al suo contrario: polloni, radici aeree, funghi e filamenti vegetali che si intricano, avvolgono, soffocano piante secolari in una spietata fame di vita.
E in questa solitudine vegetale si manifestano varie presenze, quasi epifanie: le rondini con i loro folli voli, un cane da combattimento con le zampe spezzate, un mandriano a caccia di Ufo e le sue vacche che hanno viaggiato nell'iperspazio. E la terra trema e sobbalza, squassata nel profondo da invisibili lacerazioni.
Ma la presenza più misteriosa è quella segnalata dalla lucina che, ogni sera alla stessa ora, si accende nel fitto del bosco sull'opposto pendio della gola: un appuntamento quotidiano che accende la curiosità dell'uomo, lo stana dal suo nascondiglio spingendolo fino ad una casina in rovina, abitata da un bambino solo, in calzoncini corti e con un dentino spezzato. Un bambino che, come tutti i bambini, è uno straordinario condensato di ruvida forza, tenero dolore e dignitosa solitudine.
Questo incontro inatteso scardinerà ogni residua certezza, rivelando la labilità di tutti i confini: tra la vita e la morte, tra luce e buio, tra passato e presente, abbattendo persino le barriere che tengono insieme ciò che presuntuosamente chiamiamo Io.
Un romanzo filosofico, ma senza pretese dogmatiche e capace di generare un crescendo di attenzione e di attesa: una riflessione ad alta voce - e una voce bellissima, che assume l'essenzialità e la necessità della poesia - sull'esistenza e sull'esistente, sull'assurda urgenza di vita che pervade l'universo e sulla sua, meravigliosa, assenza di senso.

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Giacomo Leopardi, soprattutto La ginestra
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lollina Opinione inserita da lollina    18 Luglio, 2014
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"Tenere" dieci anni dentro un corpo imbozzolato

Un’estate lontana cinquant’anni e un tempo, quello dei dieci anni, non più bambino, sospeso nell’attesa di quella metamorfosi che dal bozzolo immobile tirerà fuori il corpo dell’uomo. Un’estate sospesa, tra l’osservazione compassionevole degli adulti piagati dal lavoro, ancora feriti dalla guerra o in fuga verso l’altrove, come il padre del protagonista che si è perduto in un altro continente all’inseguimento di un sogno. Finché nella calma assolata dell’isola in cui il protagonista trascorre le vacanze, tra il ritmo lento e solenne del mare e della pesca irrompe l’imprevisto, l’incontro con la ragazzina, le sue mani che “mantengono” e curano, con l’amore che è anche sangue e ferocia, che innesca dal di dentro il cambiamento del corpo.
Nel romanzo-memoriale di De Luca il tempo non ha un andamento lineare, fluisce avanti e indietro, inseguendo verso il futuro l’evoluzione dei semi gettati nel passato e intrecciando un colloquio a distanza non solo tra l’uomo adulto e il bambino del passato, ma anche tra tutte le possibilità di uomo che quell’estate di cinquant’anni fa dischiuse.
De Luca conferma la sua felicità di penna, che dietro l’apparente semplicità ha la capacità di rivelare, per lampi di intuizione, luoghi e stati profondi dell’anima (un esempio tra tanti: “tenevo dieci anni. Per dire l’età, il verbo tenere è più preciso. Stavo in un corpo imbozzolato e solo la testa cercava di forzarlo”). Anche se a volte eccede un po’ con i rimandi in profondità di metafore e similitudini da rompicapo (“esiste nel corpo la neve che non si squaglia in nessun ferragosto, rimane dentro il fiato come il mare dentro una conchiglia vuota”: ?).

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lollina Opinione inserita da lollina    14 Mag, 2014
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Essere giovani, ribelli e incazzati 150 anni prima

Noto soprattutto come romanzo-manifesto dell’omonimo movimento letterario che, per poco più di un decennio, animò la vita culturale milanese portandovi una ventata di inquietudine e freschezza, di ribellione e di malcontento per un clima politico e letterario rapidamente divenuto stantio dopo i fuochi risorgimentali, “La scapigliatura” è però tra quei romanzi ottocenteschi che sono invecchiati male: difficile proporne la lettura oggi, quando proprio quei fremiti di ribellione e disgusto, quei languori di noia e di autodistruzione nel vino e negli amori facili, quelle passioni scandalose e a malapena nominate potrebbero suscitare il sorriso, se non addirittura il riso dei lettori più giovani.
Eppure la santificazione della passione vera ancorché adultera, il riscatto morale e sociale ricercato in punta di baionetta nel sacrificio per una causa che oggi solo vincendo il senso del ridicolo potremmo chiamare quella della patria e della libertà, se ripensate nel loro contesto, quello dominato dall’ombra lunga di Manzoni, dei suoi casti amori coniugali e del Risorgimento dei “sieuri” illuminati, riacquista almento in parte la sua carica eversiva.
Ciò non toglie che la trama sia debole: l’amore della ricca e annoiata Noemi per il giovane Emilio bello e dannato, segretamente coinvolto nella cospirazione antiaustriaca, ha tutti i caratteri del romanzo d’appendice, compresa l’agnizione finale che trasformerà una storia d’amore colpevole in una colpa indicibile. Altrettanto inevitabile l’esito, con la morte da eroe del protagonista.
Disponibile su Google Libri il pdf dell’edizione originale, da leggere con intenti documentari o per scoprire come si poteva essere giovani, ribelli e incazzati anche 150 anni prima di Twitter.

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lollina Opinione inserita da lollina    16 Aprile, 2014
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Da leggere, comunque

Opera giovanile e preverista dello scrittore siciliano, riemersa dai depositi della letteratura minore grazie alla versione cinematografica di Franco Zeffirelli, questo breve romanzo epistolare merita comunque che gli si dedichino un paio d’ore di lettura. O più, a seconda della pazienza del lettore e del suo grado di tolleranza rispetto a certe scivolate nel melodramma.
In questo romanzo che l’autore scrisse a Firenze nel 1865 si avverte ancora un attardarsi del romanticismo più sentimentale, ma già si fanno strada le istanze che caratterizzeranno gli anni milanesi, quelli scapigliati per intenderci, nella denuncia delle convenzioni e delle ipocrisie borghesi, nello scandalo e nell’intonazione morbosa che acquista l’evoluzione di una passione che si fa assoluta, fino ad avere la meglio sui timori religiosi e a degenerare in follia. Oppure possiamo osservare il farsi del progetto narrativo che porterà nei Malavoglia all’ “eclissi dell’autore” dietro il personaggio nell’assoluta prevalenza del punto di vista della protagonista, che è anche l’io narrante attraverso le lettere che ella invia all’amica Marianna, sua compagna di prigionia nel monastero di Catania da cui l’epidemia di colera che ha colpito la città l’ha brevemente e illusoriamente emancipata. In nome di questa professione di impersonalità, Verga non esprime valutazioni morali sulla peraltro innocente passione amorosa che induce Maria a desiderare di non essere suora, senza che questo desiderio osi trasformarsi in ribellione, ma solo in un martirio della coscienza di cui ella sarà l’unica vittima. Ben diverso dal giudizio di aperta riprovazione che Manzoni aveva lasciato trasparire nelle famosissime pagine dedicate alla “sventurata” che rispose alle lusinghe di un amore in verità ben più colpevole!
Neppure però dobbiamo aspettarci una qualche forma di denuncia di un malcostume o un proposito di rivendicazione dei diritti di genere: per la sventurata Maria nessuna alternativa è possibile tra l’obbedienza ad un voto voluto da altri se non l’esecrazione sociale conseguente ad una impensabile trasgressione. Di qui la nevrosi e la morte come unica via di scampo. Il mondo visto con gli occhi di Verga è un mondo plumbeo, su cui pesa la cappa delle leggi, più vincolanti di quelle scritte, delle consuetudini sociali, a loro volta imprescindibili da quelle del profitto (anche la felicità in amore è legata al conto in banca e il premio della felicità familiare è riservato solo a quelle che dispongono di una dote adeguata).
Eppure uno spiraglio di luce ancora c’è, ancora si respira aria buona in questo romanzo, ed è dove le leggi e i vincoli della buona società non contano, in quel capanno del castaldo dove la miseria consente ancora una vita familiare fondata su affetti veri: è il mito del “buon villano”, destinato a tramontare anch’esso quando ‘Ntoni Malavoglia se ne andrà per il mondo a cercar fortuna.

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Storia e biografie
 
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lollina Opinione inserita da lollina    28 Marzo, 2014
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Nel cuore di Leopardi

Frugando e riordinando con pazienza e una dedizione che rivela, oltre all’ammirazione per il poeta, l’affetto per l’uomo (o meglio per il ragazzo, quale Leopardi fu anche nei brevi anni della sua maturità), il materiale sconfinato contenuto nelle note dello Zibaldone e nelle lettere a familiari, amici e corrispondenti, Citati costruisce una biografia letteraria del poeta di Recanati che non rifugge dal dato aneddotico. Non si tratta però del solito, morboso chiacchiericcio un po’ necrofilo sullo studio matto e disperatissimo, sui malanni fisici, sulle silvie e gli amori non corrisposti. Citati ricostruisce, con perizia di narratore che non teme gli slarghi lirici, i luoghi, le persone, i paesaggi in cui si consumò la breve esperienza di vita e d’arte di Leopardi; l’autore riesce inoltre a trapassare con leggerezza da un punto di vista all’altro, mostrandoci ora il mondo con gli occhi di Giacomo, ora Giacomo con gli occhi del mondo.
E quando è Giacomo che scruta se stesso, i moti del proprio animo, questo sguardo si fa chirurgico, dolorosamente acuto e tagliente: se il fato o la Natura furono con lui crudeli, fu precisamente in questa lucidità di pensiero, in questa capacità di vedersi, per così dire, dall’esterno, senza alcuna possibilità di autoinganno.
Pur mantenendo un ordine rigorosamente cronologico, Citati insegue i temi più cari a Leopardi: il sogno e le illusioni, l’amore e le memorie, il rapporto appassionato e controverso con la natura. Tra le pagine più felici, ben oltre la critica e già nel novero della letteratura, quelle che esplorano la cosmologia lunare, quei suggestivi notturni lunari che rappresentano il punto più alto e disteso della consonanza tra animo del poeta e paesaggio e la vera rivelazione, nel nitore gentile che restituisce più veri i contorni delle cose, della bellezza del mondo.

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lollina Opinione inserita da lollina    04 Marzo, 2014
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Il primo dei gattopardi

Quando la matriarca della nobile famiglia degli Uzeda, Viceré di Sicilia sin dai tempi dei re spagnoli, muore, le sue ultime volontà innescano una faida interna alla sua diretta discendenza e ai suoi collaterali. La caparbia e ottusa volontà di Giacomo di preservare i diritti di primogenitura e il titolo di principe porta allo scoperto non solo i rancori, ma anche le tare di una stirpe che da troppo tempo pratica l’endogamia: Chiara, nella sue isterica ricerca di una maternità negata, partorisce mostri; Lucrezia si inacidisce nell’odio per un marito sposato per pura ripicca; Ferdinando esprime la sua alienazione in bizzarri esperimenti agrari; Raimondo esercita le sue doti di seduttore seriale, marito infedele e padre senza amore. Nel frattempo il mondo intorno sta cambiando, o così sembra: la rivoluzione attraversa la Sicilia all’arrivo di Garibaldi, ai re spagnoli subentrano quelli piemontesi; ma gli Uzeda continuano a rappresentare la “razza padrona”.
«Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dai Re; ora viene dal popolo … La differenza è più di nome che di fatto»: così Consalvo, ultimo e rampante virgulto degli Uzeda ed eroe negativo del romanzo, autocrate vecchio stampo dal volto liberale e dalle smodate ambizioni, giustifica “gattopardescamente” il suo attivismo politico al capezzale della vecchia zia borbonica. E conclude, facendosi portavoce dell’autore e della sua amara visione del mondo, che è proprio sull’opportunismo e sulla mancanza di scrupoli che galleggiano i potenti, oggi come ieri e come sempre: «No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa».

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lollina Opinione inserita da lollina    27 Marzo, 2013
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da leggere nelle scuole

Il romanzo, opera unica di Harper Lee che le valse il Pulitzer nel 1960, dovrebbe essere introdotto come lettura obbligatoria in tutte le scuole americane – così ha recentemente affermato il presidente Obama – come antidoto contro ogni forma di pregiudizio.
La struttura è quella del romanzo di formazione, arricchita dai colori e dai caratteri del profondo Sud degli Stati Uniti degli anni Trenta: mentre in Europa cominciano a spirare venti di guerra, tutto a Maycomb, Alabama, continua ad essere come è sempre stato. La buona borghesia cittadina continua a coltivare peonie nei giardini, ad organizzare eventi di beneficenza ed impicciarsi degli affari dei vicini attorno ad una tazza di te, a trattare con superiore accondiscendenza la propria servitù di colore; i neri, da parte loro, costituiscono una comunità più colorata ma altrettanto orgogliosamente arroccata nella propria separatezza. Non mancano, però, le persone di buon cuore e di buon senso: come Atticus Finch, avvocato di antica famiglia e di incerte fortune, circondato assieme da disprezzo palese e segreta ammirazione per la sua decisione di assumere la difesa di un nero accusato di violenza carnale.
La vicenda è narrata con gli occhi di sua figlia, la piccola Scout, a sua volta una “irregolare”, insofferente a fiocchi, merletti e buone maniere: assieme al fratello Jem compie, in un’estate, il percorso che la conduce alle soglie dell’età adulta, alla scoperta dell’esistenza dell’ingiustizia e del male.
Eppure, i sogni possono ancora avverarsi e del buono nel mondo c’è sempre, anche là dove meno te lo aspetti e dove solo i ragazzini sanno guardare: in questo caso, “oltre la siepe” che divide lo spazio familiare dei benpensanti da una casa “da incubo” e dal suo misterioso e invisibile abitante …

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