Opinione scritta da Mephixto

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    31 Luglio, 2015
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Non Tutto è Perduto

Questo è un libro scritto da Deng Tiannuo (il risultato cinese del nome di Terzani), il grande avventuriero, il cercatore del perduto. Come in quasi tutti i libri di Terzani il filo conduttore è la ricerca: del perduto, dell’anima del passato, della bellezza umana nella sua difformità. Nessuno più di lui , nel panorama letterario italiano ha avuto la capacità, camaleontica, di integrarsi e di vivere a contatto e dentro le tradizioni del luogo in cui vive;tanto da venirne quasi assorbito, mentalmente e spiritualmente.
E’ con obbiettiva sensibilità che Terzani ci mostra come apparve Pechino e la Cina, non appena le porte di questo gigante introverso e schivo, si spalancarono al mondo e attraverso gli occhi dei primi occidentali giunsero le prime impressioni, tra cui la sua. Questi reporter vennero meticolosamente selezionati e autorizzati a calcare il suolo della "nuova" Repubblica Popolare Cinese di Deng Xiaoping, e tra questi Deng Tiannuo . La prima cosa che saltò agli occhi di Tiannuo fu Il ferreo regime, ma le misure di sicurezza non impedirono a questo spirito libero di scavare nel torbido(tanto dal essere arrestato e rieducato), aggirandosi come un ombra nel passato scomodo, portando all’ evidenza gli scempi compiuti da trent’anni di Maoismo. Inestimabili patrimoni distrutti, culture e tradizioni millenarie cancellate e identità di interi popoli messe al bando . Ma è proprio grazie a questa sua ricerca che Terzani scoprì che non tutto era perduto, annientato. Qualcosa permane, resta intrinseca nel io cinese. Qualcosa che nonostante la politica scaldò il cuore di questi uomini e donne, prototipi di un uomo nuovo.
Un resoconto di viaggio interessante, una disamina che ci porterà da Cunfucio a Mao passando dalle varie rivoluzioni , agraria ,industriale, culturale, ecc… accompagnati dalle leggende e dalle tradizioni che piano, piano, grazie alla necessità della Cina di un modo nuovo, vengono riscoperte, ritrovate e adattate alla necessità del momento storico . Un testo imperdibile che ci mostra il nuovo inizio ma ci mostra anche le ceneri di un passato glorioso, magnifico e affascinante di una cultura che non dobbiamo dimenticare vanta oltre quattromila anni di esistenza . Come sempre Terzani non si perde in lungaggini tecniche e politiche, ci introduce con brevi riferimenti al argomento senza annoiare così che la lettura scivola veloce e armoniosa.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    24 Luglio, 2015
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Pillole Zen

Questo libro in realtà altri non è che una raccolta di Koan (problemi i quali non hanno una soluzione logica e principalmente servono a scardinare gli schemi e le sovrastrutture di pensiero per permettere al praticante di generare un “cortocircuito celebrale “ in grado di stimolare la fase del risveglio), aneddoti e leggende, legati alla pratica Zen e ai suoi grandi Maestri. Per affrontarlo al meglio la pratica dello Zazen e la conoscenza del buddismo sono, non dico d’obbligo, ma sicuramente aiutano ad apprezzare il significato e la bellezza dei gioielli contenuti in questo piccolo cofanetto di cellulosa. E’ sicuramente un utile strumento per chi vuole praticare lo Zen Rinzai o anche per chi vuole avvicinarsi alla “filosofia” che lo avvolge.
Lo Zen rifiuta qualsiasi attaccamento dottrinale o religioso. Il detto zen “Se incontri il Buddha per strada uccidilo” sta a significare che non bisogna attaccarsi a nessun simbolo, religione o guru. Grande significato è attribuito al valore dell’esperienza. Ecco perché personalmente penso che recensirlo in termini stilistici e di contenuti è impossibile, in quanto il tentativo di estrarre un significato dal senso logico di uno qualsiasi dei Koan, (a Parte le parabole e gli aneddoti) per esporlo in un opinione snaturerebbe il significato stesso dei suoi contenuti. Vi rimando dunque alla lettura, per un eventuale approfondimento. E magari a una meditazione in Zazen (senza le tipiche bastonate Rinzai) per entrare in risonanza con il significato di alcuni di questi problemi paradossali. Una raccolta da tenere sul comodino che apre la mente a nuovi punti di vista. Per comodità e a completamento di quanto sopra vi regalerò un Koan e una parabola, in modo che si possa almeno intuire il genere di lettura a cui andrete in contro.

“Uno studente di Zen andò da Bankei e gli espose un suo problema: “Maestro, io ho certe collere irrefrenabili. Come posso guarirne”? “Hai qualcosa di molto strano davvero” disse Bankei. Fammi dunque vedere di che si tratta”.”Bè, così su due piedi non posso fartelo vedere”rispose l’altro.“Quando potrai farmelo vedere?” domandò Bankei.”Salta fuori quando meno me lo aspetto”rispose lo studente.”Allora,” concluse Bankei “non dev’essere la tua vera natura. Se lo fosse, potresti mostrarmelo in qualunque momento. Quando sei nato non l’avevi, e non te l’hanno dato i tuoi genitori. Pensaci un po’ sopra” (tratto da “101 storie zen”, Adelphi editore)
“Un monaco chiese a Chao-chou: «Sono entrato proprio ora in questo monastero. Chiedo al patriarca di espormi la dottrina».
Chao-chou rispose: «Hai già mangiato il tuo riso bollito?».
Il monaco disse: «L'ho già mangiato».
Chao-chou disse: «Allora va' a lavare la ciotola».
Il monaco ebbe un'importante illuminazione.”
(tratto da “101 storie zen”, Adelphi editore)

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    17 Luglio, 2015
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Paura e Delirio in Vietnam

Dopo due grandi reporter italiani che hanno tratteggiato l’aspetto tecnico, giornalistico, politico e filosofico del conflitto Vietnamita volevo qualcosa di diverso. Qualcosa che mi mettesse in un'altra prospettiva. Normalmente il reporter di guerra è colui che raccoglie testimonianze dirette partecipando alle missioni o in maniera indiretta tramite testimonianze, per poi farne dei reportage ... Ma questo punto di vista è sempre “esterno” da osservatore. Solo fatti e impressioni più o meno a caldo.
“Dispacci” invece è qualcosa di diverso. Potrei definirlo uno psichedelico viaggio onirico nella psiche di un reduce. Herr non è un soldato è anche lui un inviato, ma un inviato che sceglie di partecipare al conflitto, di entrarci dentro e viverlo . Il romanzo si potrebbe definire una pietra miliare. Musa ispiratrice di capolavori sul argomento: “Apocalypse now” “Full metal Jacket” di cui Her fu consulente e co-sceneggiatore .
Rimase in Vietnam del sud per circa diciotto mesi, dal 1967 al 1969 partecipando a svariate missioni come corrispondente; ma non poté, in più d’una occasione, tirarsi indietro dal imbracciare il fucile. Un testo potente e delirante che disorienta!
Si fatica a seguire i ricordi le tragedie e le sensazione di tutti quei ragazzini (età media 21 anni ) che svilupparono non solo un loro linguaggio ma direi una vera e propria cultura generazionale parallela con un suo stile di vita e filosofia. Condividendo con questi ogni momento della giornata ogni paura e ogni gioia, Herr affronta il suo anno e mezzo annegando le esperienze con oppio, alcool e marijuana, viaggiando da un avamposto al altro , da una città all’ altra, addentrandosi sempre di più in quel lato oscuro del essere umano che diventò poi la “Sindrome da guerra del Vietnam” . Va detto però che lo scrittore seppe cogliere non solo questa tetra oscurità. Come sempre ogni estremo ha il suo opposto, esattamente sul altro versante si trova una dolcezza e una compassione quasi irreale. Impossibile sentire le storie di questi ragazzini e non provare un moto di compassione e tenerezza, impossibile non essere sedotti dalla tentazione di perdonarli nonostante gli scempi compiuti . Perché una volta letto e entrato anche solo in minima parte in contatto con la condizione di vita di questi soldati la prospettiva cambia e la linea di confine della moralità si sposta conquistando nuovi territori in prospettiva ai fatti narrati.
Questo testo non tratta il giusto o lo sbagliato, non tratta l’aspetto tecnico militare e politico. Questo libro è un ammasso di ricordi che si susseguono. Sono i ricordi buttati su carta nel tentativo di esorcizzare un esperienza che ha cambiato un intera generazione di ragazzini vittime loro stessi . E tramite questi ricordi, che si dipanano senza un ordine cronologico Herr ci racconta il vissuto di quei bambini che giocavano alla guerra. Nonostante questo modo di esporre i suoi ricordi, confuso e allucinogeno, ho grandemente apprezzato l’opera e devo ammettere che la scelta di Herr di non sposare una causa ma semplicemente di farne parte, per raccontare la prospettiva umana dei soldati, è stata una scelta azzeccata.
Un consiglio: mettevi le cuffie, fatevi una bella play list e andate di Rolling Stone, Jimmy Hendrix, The Doors e tutti i grandi del periodo. Il viaggio nel tempo è garantito . E sono convinto che anche questi artisti li vedrete sotto un'altra luce.

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Scienze umane
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    16 Luglio, 2015
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Inaspettato

“E’ l’arciere che tende l’arco o è l’arco che tende l’arciere ?”
Quando si vuole esplorare una cultura credo che l’approccio migliore sia conoscerne la storia del suo popolo. Questo è vero fino al momento in cui si parla di una cultura relativamente vicina a quella da cui “l’esploratore” proviene. Ma quando si parla di una cultura dove i capisaldi vengono mancare ? Allora in questo caso penso che conoscerne la storia non basti, bisogna andare oltre: bisogna carpirne l’anima, quindi affrontare la sua spiritualità. Questo libretto di circa cento pagine riesce con semplicità ad aprire una finestra su una cultura unica e immensa la quale risulta non essere il surrogato di nessun’ altra; grazie al isolamento del suo popolo è riuscita a fiorire scevra da condizionamenti esterni. Anzi fiorita liberamente si, ma sfruttando e utilizzando solo ciò che più riteneva utile allo scopo piegando le influenze straniere alle esigenze interne. Con Questa piccola guida pratica allo Zen ci troviamo piano, piano, ad avere una comprensione migliore e più “chiara” di questo popolo tanto enigmatico e tanto affascinante. Certo non è un saggio o un analisi tecnico teologica del Buddismo Zen. Ma chi meglio di un occidentale “illuminato con lo Zen” può spiegare a un occidentale una cosa così distante dai noi .
Ero alla ricerca di un testo che fosse in grado d’integrare e ampliare la mia comprensione e conoscenza del Aikido (anche detto Zen in movimento) e mi sono trovato casualmente tra le mani questo libricino. Ero perplesso: avevo spesso sentito parlare dello Zen e il tiro con l’arco, lo Zen e la motocicletta, ecc. ecc … ma non so per quale ragione ritenevo fossero parodie o semplicemente delle caricature, e invece …
Lo consiglio vivamente come “aperitivo”: prima di affrontare magari testi più impegnativi sul argomento o anche solo per avere una visione di insieme più ampia, oppure anche solo per avvicinarsi ad una delle forme di rilassamento e concentrazioni più efficaci ma a mio parere più difficili da praticare a pieno. Il testo è scritto in modo semplice e diretto, anche se in alcune parti mi è parso leggermente confuso, ma purtroppo lo Zen non si può spiegare lo si può solo vivere e vivendolo apprendere la sua essenza. Buon risveglio !

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Storia e biografie
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    13 Luglio, 2015
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Un'altra Fallaci

“Saigon e così sia” è una raccolta di reportage sul conflitto che dilaniò il sud est asiatico. Cambogia, Vietnam del sud e Vietnam del Nord. Va detto anche che i reportage al suo interno mantengono quel aspetto narrativo e pratico che caratterizzano il suo predecessore,“Niente e cosi sia” il quale per quanto prologo naturale degli argomenti trattati si differenzia in modo evidente nel approccio della giornalista. Se nel suo primo romanzo ci propone un diario a tratti filosofico, alla ricerca di una verità che non riesce ad accettare; terminando con il ferimento della giornalista in Messico nel 1969. “Saigon e cosi sia” riparte esattamente da dove l’altro finisce: è infatti un insieme di reportage che vanno dal 1969 fino al concludersi del conflitto 30 aprile 1975. Il libro si divide in tre macro parti : Hanoi Vietnam del nord , la guerra sconfina in Cambogia , per poi concludersi con l’assedio e la presa di Saigon.
Ricco d’interviste ai potenti del conflitto e cronache dettagliate, ci troviamo a sfogliare una serie di articoli di evidente valore storico e giornalistico, ma troviamo anche una Fallaci diversa: delusa, arrabbiata e in qualche modo più cinica. Va detto per onore di verità che il libro è stato pubblicato postumo, ma i lavori di editoria e di raccolta sono stati condotti dalla Fallaci prima che venisse a mancare. Ecco perché forse, in qualche modo, si respira un approccio diverso, così come lei è cambiata, rispetto a quello che abbiamo trovato nel suo primo romanzo-reportage, cosi il suo punto di vista giornalistico subisce una mutazione.
Personalmente ritengo che il testo per quanto interessante subisca spesso delle battute d’arresto: in particolare quando tratta degli aspetti tecnici e politici del conflitto.
Molto interessanti invece le interviste esclusive ai piloti dei bombardieri americani, prigionieri in Vietnam del Nord, cosi come l’intervista al generale Giap: che potremo apprezzare in entrambe le versioni.
In definitiva una documento essenziale che completa, nonostante una Oriana Fallaci cinica e “disillusa” e mutata, quello splendido testo con il quale esordì. Da non perdere.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    19 Giugno, 2015
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Eroica Fallaci

Da qualche parte ho letto che non si può cercare nel buio con un fiammifero … Così Oriana Fallaci parte per Saigon: crede che non si possa spiegare la vita senza avere davanti agli occhi la morte, sempre. Parte forse per dare una risposta vera ad una domanda ancor più vera: cos’ è la vita ? questa tenera e ingenua domanda le venne posta poco prima di partire, dalla sorellina di cinque anni. Oriana le rispose li per li un po’ cinicamente; in parte pentita di questo suo atteggiamento si recò in Vietnam con il proposito di dare, anche se pur minima, una risposta concreta ad un domanda tanto complessa nel sua semplicità . Quello che ci troviamo tra le mani è il risultato di tre periodi in Vietnam del Sud: dalla fine del 1968 al marzo del 1969. Un diario di “guerra” che cerca di dare una risposta vera. Ma al quale non sarà il Vietnam a risponderle ma ben si una rivolta studentesca in Messico.
Il diario di questi giorni bui è diviso in capitoli, ogni inizio di capitolo ha un breve sunto e alcune considerazioni a freddo che spiegano i giorni e le emozioni espresse nei paragrafi successivi i quali a loro volta sono suddivisi in giorni e momenti mattina, sera notte, ecc ecc..
Va da sé che ci troviamo tra le dita un testo crudo,vivido, difficile e profondo. Sicuramente coinvolgente.
La Fallaci non si risparmia e affronta il pericolo dei mortai, dei razzi , e il canto della mitraglia, sia a Saigon che alla battaglia di Dak To; non si lascerà sfuggire i colpi migliori: bombardare il Delta del Mekong a bordo di un A37 con ai piedi i mocassini, oppure atterrare sotto il fuoco dei mortai Vietcong su una pista crivellata oppure andare assistere all’offensiva del Tet in diretta mentre i ‘cong fanno il tiro al piccione. Non mancheranno i sentimenti, le delusioni, la rabbia , tenerezza, la pena e l’eroismo .
Un testo che non è solo la cronaca lapidaria di un preciso momento storico, no! E’ l’analisi e la ricerca a una domanda ben precisa: cos’è la vita? Ma poi questa domanda muta e si trasforma diventando forse più difficile ma più “corretta” : cos’è l’uomo ? E quindi Oriana, strenua sostenitrice del essere umano come divinità, si trova costretta a ricredersi, a rivedere le sue convinzioni. Perché in guerra l’uomo riesce a dare il peggio di se… ma anche il meglio…
La ricerca non avverrà in totale solitudine, anzi, troverà in Vietnam un gruppo di giornalisti/e redattori affiatati, delle Frence Presse in Vietnam ormai da lungo tempo, ai con i quali collaborerà per ottenere informazioni, dritte, e anche tanto conforto.
Francois Pelou sarà il suo Virgilio in questo inferno fatto di fichi, banani e Napalm, è l’aiuterà, grazie ai pensieri di Pascal, a rivalutare l’idea di totale negatività ormai radicatasi in lei. Conseguenza delle atrocità di cui è stata spettatrice. Leggendo queste pagine non potremo che ammirare e amare gli eroici Vietcong (non i vietnamiti del nord) grazie anche alla fortunata traduzione di alcuni lettere e un diario di un milite ignoto, che non lasciano indifferente. Non mancheranno le interviste ai potenti dei di Saigon,signori della guerra; proprio grazie alla sua splendida amicizia con questo capo redattore, Francois, dalla cultura straordinaria e dalla mente brillante.
In conclusione un testo profondo, vero , che passa dalla cruda e vivida cronaca alla filosofia senza stancare, senza cadere nella retorica o nella demagogia anzi appassionante e avvincente fino all’ultima pagina.
Un testo imperdibile che resterà prova di quanto grande, coraggiosa e sensibile, fosse questa giornalista. lascio la poesia che diventerà un pò il filo conduttore, la massima espressione della crudelta della guerra secondo la Fallaci.
Padre nostro che sei nei cieli / dacci oggi il nostro massacro quotidiano, / liberaci dalla pietà, dall'amore, dalla fiducia nell'uomo. / Dall'insegnamento che ci dette tuo Figlio. / Tanto non è servito a niente, / non serve a niente. / A niente e così sia.

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Racconti di viaggio
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    11 Giugno, 2015
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Un acerbo Terzani

Ogni qual volta mi accingo alla lettura di un libro di Tiziano Terzani vengo assediato da piccoli dubbi e paure. Puntualmente, dopo pochi istanti, i dubbi sono spariti, sorpreso ancora una volta ad aver fatto notte fonda; oppure a rischiare di perdere la fermata di casa. Sono li che trito rigo su rigo nella speranza di giungere ad un punto di poco interesse per smettere, tirare il fiato, e scendere ... Questo però non accade mai, di conseguenza mestamente segno la pagina e rimango con una voglia matta di ributtarmi tra il vissuto di questo grande Viaggiatore Umano.
“Pelle di Leopardo” non si è sottratto a tutto questo rituale quotidiano, anzi , Terzani mi ha caricato nel suo zainetto, e tramite i suoi occhi e il suo naso, mi ha scorrazzato in lungo e largo per il Vietnam del Sud.
E’ doveroso sottolineare che questo libro è composto da due libri o meglio: un diario e un reportage.Il primo si dipana tra la fine del 1972 e l’inizio del ’73, in queste pagine avremo il privilegio di condividere sensazioni e emozioni di un Terzani corrispondente di guerra. Ci regala i suoi pensieri e le sue idee riguardanti questa sordida e sporca guerra,che è ovunque, tranne forse a Saigon. Saigon quindi come Casablanca, porto franco che regge la sua economia grazie alle tragedie umane, e ai loschi traffici . Ma non mancheranno le curiose escursioni nel delta del Mekong, alla ricerca del vero Vietnam. Quello fatto dai contadini, dai vecchi e dai bambini che per lo più, scandiscono da oltre cento anni, i loro ritmi vedendo i figli morire in qualche guerra, e le figlie stuprate e ammazzate dal esercito liberatore di turno, tranne che dal vero esercito liberatore, quello fatto dai figli dei contadini stessi i Vietcong. E non mancheranno i Vietcong, perche l’audace e intraprendente Terzani riesce a imbucarsi, concedetemi il termine, in un villaggio conteso che notte tempo cambiava bandiera e diventava rifugio dei ‘cong.
Ma è nella seconda parte del libro, “Giai Phong!”, che emerge il Terzani vero, quello che nel diario per quanto presente non si erà ancora mostrato in tutta la sua profondità. Emerge la sua stima per un popolo che finalmente vince una guerra, e non si accanisce sul vinto, anzi lo incita, lo invita a protendere le braccia al cielo unendosi così ai vincitori per festeggiare l’unificazione e la fine di un imperialismo oppressore durato oltre cento anni (di solitudine direi). Nei tre mesi , in cui con coraggio Terzani resta in Vietnam del sud, quindi dopo la caduta di Saigon e la cacciata del ultimo cittadino americano, lo sterminio di massa annunciato dai “Fantocci” da parte dei Vietcong non avviene, anzi, a Saigon le cose sembrano solo sospese in un limbo fuori dallo spazio e del tempo. Giovani Vietcong aiutano i profughi, rifugiati e i residenti sconfitti a nutrirsi e a salvarsi dai linciaggi. La politica è quella del perdono. Saremo anche testimoni grazie a lui della fuga da codardi degli americani e di tanti Vietnamiti filo americani che, in preda al panico, si lanciavano sulle piste di decollo, o si inerpicavano sui palazzi adibiti a punti di prelievo per elicotteri, per trovare scampo ad un massacro a cui avrebbero dovuto crederci tutti ed è finito per convincere solo chi la propaganda la faceva. Leggendo tutto questo ci troveremo tra le mani i veri motivi per cui gli americani, nonostante la tecnologia a loro disposizione e la schiacciante forza economica e aerea in campo non sia riuscita a sconfiggere un esercito di contadini. Di come spesso le guerre e le loro atrocità e menzogne emergono solo una volta seppellita l’ultima vittima.
Terzani in questi due libri ci racconta una verità nota a tutti e una che pochi conoscono: che i Vietcong meritavano la loro vittoria e che gli (usa) erano solo degli aguzzini e dei profittatori. Lo fa palesando gli aspetti meno evidenti ma forse più indicativi. Non mancheranno interviste e testimonianze, cronache di guerra e di vita quotidiana sotto le bombe e la quotidianità nel immediato dopo guerra. Un libro per certi versi ancora acerbo che però ha già incise nel suo dna come prerogativa una qualità superiore.
Buona lettura.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    19 Mag, 2015
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Pseudo-Criminali

Difficile dare un parere su questo romanzo, sicuramente l’idea iniziale è buona ma il tutto si perde per via. Lo stile semplice immediato e colorito. Un testo ricco d’azione sangue e violenza gratuita, il tutto legato dal filo della genuina onestà criminale. Purtroppo però girata l’ultima pagina, come un ricordo sbiadito il tutto si scioglie come fango nell’ acqua, per poi perdersi sul fondo. Il testo non è noioso, anzi, incuriosisce ma purtroppo risulta essere troppo intrigante, ti senti un po’ preso in giro... credi veramente che me la beva Nicolai ?
Nicolai ci racconta questa storia di delinquenti e rapinatori siberiani, Deporati dalla Siberia alla Transistria. Una storia vissuta in prima persona, una storia fatta di crimini, buoni sentimenti e distorsioni religiose. Volendo essere onesti mi aspettavo qualcosa più simile a Gomorra, e non “Padrino parte I” versione Siberiana.
Il testo è scevro da virtuosismi linguistici, (e ci sta! il nostro autore è russo , vive e scrive in italiano solo da poco) ma è anche pieno di nozioni e informazioni raffazzonate e in alcune sue parti si evidenziano delle incongruenze mi aspettavo di più, anche se stai inventando fallo con coerenza... Che sappia io in Siberia la gente ce la portavano, non al contrario, dalla Siberia per portarli in Georgia. Questo è uno dei tanti esempi.
Il fattore empatico praticamente è assente, non ci sono parti introspettive che ti possano mettere in sintonia con i tanti personaggi presenti e descritti più o meno tutti alla stessa maniera: alcolizzati, violenti e spietati,ma tutti (o quasi) sono Uomini d’onore . Perché ala fine un “Criminae Onesto” come li chiama Nicolai “Kolima” Lilin altro non sono che mafiosi con una parvenza di codice d’onore.
Io purtroppo non l’ho apprezzato molto, tutto questo darsi da fare per far credere che il criminale è una persona anche meglio della legge lo trovo deleterio e banale. I delinquenti sono delinquenti e delinquono, se avessero una coscienza farebbero altro. Qui non siamo davanti a disperati che cercano di sopravvivere, siamo davanti a spietati delinquenti (per quanto Finti) e ritengo che il messaggio di Nicolai sia veramente negativo.
In conclusione un romanzetto d’azione, che tramite qualche stratagemma letterario riesce a carpire l’attenzione del lettore. Un successo che credo, a mio modesto parere, immeritato . C' è di meglio

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Storia e biografie
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    14 Mag, 2015
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Fuga per la vita

Corea del Nord giorni nostri. Migliaia di persone sono tenute prigioniere nei campi di concentramento da anni. Per l’esattezza cinquant’anni di prigionia, stenti, vessazioni, torture, fame, umiliazioni e cosa più drammatica solitudine .Quella solitudine che è generata dal tradimento: la peggiore, quella da cui non riesci a liberarti, quella che ti rende solo. Ma solo non lo sei mai, perche c’è sempre chi, per un misero pugno di riso, o una scarpa di cotone, ti venderebbe al tuo aguzzino senza la minima ombra di rimorso. Perche il rimorso queste persone non sanno minimamente cos’è .
Tutti conosciamo i campi di sterminio nazisti , i Gulag siberiani o i campi di prigionia cambogiani di Polpot ecc ecc... Kim Il Sung, nonno del attuale presidente, non fu da meno e fece costruire almeno diciotto “campi di lavoro” (quelli che attualmente sono noti sono 18) ognuno dedicato a uno massimo due reati e ognuno con il suo regime di sicurezza e rieducazione. In queste pagine è narrata la storia di Shin, l’unico essere umano nato e cresciuto al suo interno. Unica persona nota e “certificata” che è riuscita a fuggire dal “Campo 14”. Il peggiore, il più duro, il più sicuro. Qui, in questo inferno fatto di legna, terra e putredine umana, nacque un bambino come ne nascono tanti, nei campi Nord Coreani. Ma solo lui è riuscito a fuggire.
Purtroppo in corea del nord certi reati sono ereditati fino alla terza generazione. Quindi se io decido di tradire la mia nazione, che ne so magari fuggendo al sud , la mia famiglia fino al terzo grado di parentela (quindi si, anche i figli dei miei figli che non sono ancora nati, ma anche nipoti zii fratelli..) saranno costretti a scontare la mia condanna e a mondarsi di questo crimine tramite il lavoro e la rinuncia a tutto. Shin tradirà sua madre, suo fratello, e in fine suo padre... prima di trovare la forza di evadere. Questa storia, vera, ha del incredibile. Normalmente siamo abituati a biografie di chi nei Campi di Concentramento ci è finito dopo, lui è nato li: non ha idea di cosa sia il mondo, la musica, la carne ,l’amore, l’altruismo o la compassione, lui è cresciuto in questi agglomerati avulso dai sentimenti più elementari. Lavora da sempre e da sempre ha FAME !!! tanto da rubare le razioni della madre per placare i crampi. Ma la fame è sempre li, con lui, a spingerlo sempre più in un baratro oscuro, sempre più lontano dall’essere “umano”. L’unica cosa che gli hanno insegnato sono le dieci regole del campo quattordici : http://www.codiceedizioni.it/le-10-regole-del-campo-14-giornata-mondiale-dei-diritti-umani/ (posto il link per comodità, ma vi invito a leggerle prima di leggere la biografia, o anche solo per approfondire.) Ovviamente riuscirà a scappare, ma il dramma non è finito, anzi, tutto questo è solo il preludio di una tragica esistenza, forse rovinata per sempre.
La biografia è scritta in terza persona, dal giornalista Blaine Harden che per due anni si è dedicato con passione alla stesura e agli incontri con Shin. I quali evidenziarono non pochi problemi tecnici e relazionali, quindi un oggettiva difficoltà nel ripercorrere ventitre anni di sevizie fisiche e psicologiche ingiustificate.
Harden restituisce anche una visone a più “ampio respiro” di tutto il sistema Nord Coreano, il quale dimostra essere nient’altro che una dittatura feudale retta dalla corruzione e dalla spietata crudeltà del suo leader, che ritiene sue proprietà . Lo fa sfruttando la storia e la fuga di questo ragazzo che verrà scandita da non poche interruzioni di approfondimento: ci aiuteranno a capire meglio alcune dinamiche di questa drammatica storia. La quale vuole e permette approfondimenti sui documenti facilmente consultabili: grazie ai riferimenti bibliografici legati alle digressioni e alle considerazioni dello scrittore.

In conclusione un testo Crudo, con la forza narrativa di un thriller, ma con la drammaticità che solo la realtà sa trasmettere. Uno scritto che vuole essere una denuncia alla crudeltà e uno strappo al velo di ignoranza e indifferenza.

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Racconti di viaggio
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    05 Mag, 2015
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Odissea sovietica

Non so se ho fatto bene o male, ma sta di fatto che io Terzani lo sto scoprendo a ritroso; e sono contento così. Ho dato il via a questa conoscenza letteraria dalla sua ultima opera, per andare saltellando un po a casaccio a ritroso. Il saltello questa volta mi ha portato in Unione Sovietica, o in quello che ne resta.
Terzani, nei giorni in cui il Soviet si sgretolava, percorreva allegramente l fiume Amur confine naturale tra Cina e Unione Sovietica (Siberia- Manciuria), direzione Vladivostok . Quale occasione migliore per vivere la storia da "novello Ulisse sovietico", immerso in prima persona , come solo lui e pochi altri hanno saputo fare.
Leggendolo sentirete i suoni, annuserete i luoghi e vedrete la miseria del uomo, le tracce del suo splendore e dei suoi fasti. Terzani infatti ci consegna uno splendido diario di viaggio, fatto di sensazioni e testimonianze di chi il comunismo lo ha vissuto e di chi, ora, rimane oppresso dagli sciacalli che si stanno cibando dei resti di questo cadavere colossale. Questo diario nasce quasi per caso: il reporter invece di sfrecciare a Mosca per attendere lo sviluppo del crollo sovietico, decide di attraversare l’Asia centrale, nota oggi come Tagikistan, Uzbekistan, Kirghisi, Kazakistan , Georgia, ecc ecc… Terzani si ritrova a sguazzare in una delle situazioni a lui più congeniali, il caos! (apparentemente calmo). Può finalmente girare “scevro dai classici condizionamenti del Soviet” (anche se in realtà il soviet ancora aveva le mani in pasta ovunque) e toccare con mano la gente, i luoghi, gli umori popolari, e andare anche dove prima non era minimamente pensabile il chiedere d’andarci. Ogni nuova nazione che affronto al suo fianco, viene raccontata , ovviamente a grandi linee, ma è stato sufficiente per comprendere il contesto dei disagi e dei danni prodotti dal comunismo e dai rischi a cui questo crollo espone un area geografica vasta ed esplosiva così com’è l’Asia centrale. Un viaggio alla riscoperta di tradizioni e culture ormai svanite, annientate dalla morbosa ricerca di integrazione razziale e al annichilimento del identità nazionale, portata a compimento da Mosca. Un documento imperdibile, che sa essere ironico, cinico ma anche sognante e obbiettivo. Non mancheranno le considerazioni del autore, le interviste ai “capi di stato” e qua e la inciamperemo in qualche atto di crudeltà storico di cui non si sapeva nulla o veramente poco. In buona sostanza un Grande viaggia a tutto tondo: nella storia, nella geografia e perche no, anche nella politica di un quarto di secolo fà.

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Racconti di viaggio
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    05 Mag, 2015
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In viaggio con Loti

Come spesso si suol’ dire” non è la destinazione che conta, ma il viaggio” e in effetti Pierre Loti riesce ad affascinarci parecchio con il suo viaggio nella foresta tropicale sino-cambogiana.
Pier Loti al secolo Louis Marie Julien Viaud: fu un ufficiale della marina Francese, ebbe la fortuna di girare il mondo grazie a due cose fondamentali: lo spirito d’avventura e il fatto di riuscire a scroccare i viaggi alla madre patria; la quale lo trascinò a zonzo per le colonie Francesi, e oltre. Quindi il nostro Loti era un viaggiatore d’altri tempi,si ma… per quanto i tempi possano cambiare, l’ influsso che Angkor emana, non che la stessa via per giungervi, rimangono invariati oggi come allora.
Sono giunto a questo diario di viaggio grazie a Tiziano Terzani “Un indovino mi disse” ( E a CUB che neanche a farlo apposta a recensito e rammentato al sottoscritto ciò che si era ripromesso di leggere) che lo cita proprio in funzione del suo viaggio Angkor; il quale per giungervi si rende conto è giunto in questo luogo magico quasi nella stesso modo in cui Loti vi giunse un secolo prima.
Loti racconta di questo suo viaggio con semplicità e dovizia di particolari. Con un linguaggio azzeccato e fluente ci fa risalire la corrente del Mekong, il quale si snoda nella lussureggiante jungla siamese, calma, immutabile e viva. Il testo si compone di andata,ritorno e soggiorno e non ci ammorba con date o cronache di storia anzi, ci esorta a sognare e a ripercorrere quelle splendide e affascinanti usanze e tradizioni che furono il cuore pulsante del grande impero Khmer .
Il testo si compone di poche pagine: sinceramente le trovo giuste! ne poche ne tante. La narrazione in prima persona è avvolgente, ci trasporta in quest’epoca relativamente vicina, ma cosi remota in termini tecnologici e culturali. Loti dimostra una spiccato senso culturale e di apertura verso il diverso, ai miei occhi pare quasi d’ascoltare un viaggiatore moderno, che narra di un viaggio svoltosi un secolo prima. (Colpa della traduzione ? non importa il risultato è ottimo.)
In conclusione se anelate il caldo asfissiate tropicale, le torrenziali piogge monsoniche e il fascino di una natura quasi incontaminata, è il testo che fa per voi. Intanto io corro a imbarcarmi per un nuovo viaggio con Loti.
Buon viaggio , Viaggiatori !

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    22 Aprile, 2015
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Surrealismo Magico

Come da titolo, l’essenza stilistica di questo attraente romanzo sta tutta nella sua capacità d’essere magicamente surreale. “L’esercito delle cose inutili” dove il termine “cose “ assume un valore più ampio e intenso che non ridursi a identificare la semplice oggettistica inanimata, anzi . Un onirico viaggio nella magica realtà delle piccole cose inutili.
Raymond è un asino, si esatto un asino con orecchie, zoccoli, coda e raglio, ed è vecchio! o meglio, inutile. Tontolone e introverso a suo modo coraggioso e saggio. Si farà conoscere tramite le sue parole e i suoi ricordi. Ma di questa storia, saranno protagonisti anche i ricordi dei suoi amici: Gulli, Garibaldi, Res e beh a discapito di quel che dice Raymond, amici ne ha, anche più di quanto egli stesso immagini.
Con genuina semplicità, il nostro ritrovato “Francis”, ci porterà sulla sua groppa in questo paese da fiaba, disperso chissà dove, luogo in cui si avviano ad attendere tutte le “cose inutili”, che sfuggono a … rifugiandosi in questo fiabesco luogo dove ogni prato è numerato e popolato dai pleonastici amici di Raymond. Emergerà il sole della speranza. Una speranza ritrovata nelle parole graffiate nelle lettere di Gulli. Un ragazzino di undici anni che… sto dicendo troppo, le pagine sono poche e gli argomenti tanti. Stendere un riassunto, anche solo di poche parole senza rovinare il gusto della scoperta mi è impossibile. Quindi vi consiglio di leggerlo. Poche pagine intense, allegre e allo steso tempo malinconiche ci condurranno in una storia fatta di umiltà e coraggio amicizia e crescita interiore. Il testo si divide in reminiscenze e rapporto epistolare: quest’ultimo è forse la parte più avvincente in quanto sarà la causa di gioie e dolori, per Raymond e i suoi dimenticati amici.
Il testo è ben scritto, Paola Mastrocola interpreta magnificamente sia il buon Raymond ma anche il timido e introverso Gulli. La storia è un po’ scontata ma è solo un pretesto per spingere a riflettere su quanto veramente ci sia d’importante nella nostre vite. Uno stimolo a guardare oltre l’orizzonte che spesso confonde l’utile con il futile e il necessario con il superfluo. Ci incita e ci ammonisce a non perdere di vista la realtà delle cose , a tenere gli occhi sulla palla! un giorno anche noi potremmo diventare inutili agli occhi degli altri. Ma tutto questo sciorinare saggezza è fatto con una penna garbatamente dolce e spensierata.

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Storia e biografie
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    17 Aprile, 2015
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Vivere per ricordartelo !!!

Quando mi trovo a leggere una biografia, mi capita spesso di realizzare quanto una vita vissuta in modo intenso possa risultare superiore alla fantasia, di qualsiasi romanziere.
Simon Wiesenthal “ il cacciatore di Nazisti ” io però preferirei chiamarlo il “segugio di Nazisti” Si perchè lui ha avuto il pregio di seguire le piste, anche quelle sbagliate, fino in fondo. E solo alla fine ,quando sicuro, ha segnato la preda. Non prese mai parte attiva alle azioni di cattura dei criminali di guerra quindi più che un cacciatore lo vedo come un “trovatore”. Ma lasciamo perderle mie considerazioni personali sul protagonista di questa Biografia e passiamo all’effettiva necessità di questa opinione.
Levy Alan giornalista naturalizzato americano , intervista e raccoglie le testimonianze dirette e indirette, atti processuali, biografie e quanto più è possibile riguardo S. Wiesenthal e i suoi principali criminali (non che le memorie dalle labbra dello stesso) per poi pubblicare quella che può vantare essere l’ultima biografia ufficiale su uno degli uomini più odiati dalle ex-SS e più fastidiosi per quei governi a cui si rivolgeva . Non mi è possibile fare un sunto, sarebbe riduttivo e insignificante, posso però dirvi che ne è risultato un testo molto crudo, ricco di dettagli sia su Simon che sui suoi Carnefici . Già Simon fu una vittima del olocausto. Vittimadella prima ora, sei anni schiavo del nazismo. Perse 89 parenti ma riuscì a salvare la moglie nonostante entrambe prigionieri Mathausen .
Il libro prende ad esempio solo alcuni, i più noti, dei 1100 criminali a cui diede la “caccia”, permettendo cosi che venissero consegnati alla giustizia . E questi sono: Stangl, Wagner, Mengele (questi purtroppo getto non poche ombre sulla carriera di Wiesenthal) ed Eichmann. Ognuno di questi è trattato singolarmente, difatti le varie parti della biografia sono dedicate alle mini biografie di ognuno di loro. Dall’ infanzia alla morte. E una Biografia che graffia e brucia nella mente. Ma è una biografia che porta in evidenza quanto il carico portato sulle spalle di Wiesenthal fosse pesanti. Farsi memoria globale del olocausto è forse il suo dono più grande non solo ad Israele ma al mondo intero perché non dimentichi (anche se tutti i giorni l’uomo dimostra che la sua memoria è meno permanente di uno scritto sulla sabbia in riva al mare )
In conclusione:
Mi sento di consigliarla sia per il livello di approfondimento che anche per lo stile, fluido ed essenziale scorre veloce. Nonostante sia una biografia non è pregna di date e dati tecnici, anzi, è più affine alla narrativa che non alla “didattica”rendendola gradevole (nel limite in cui lo possa essere un argomento del genere) e di facile acquisizione.
Per non dimenticare.

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Religione e spiritualità
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    07 Aprile, 2015
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All' ombra delle foglie (Haga/Kure)

Hagakure : all’ombra delle foglie, l’essenza della “Via“ samurai. Consigli, pensieri, considerazioni e ricordi per e di una vita vissuta seguendo tale “Via”.
Una raccolta essenziale e affascinate, estratto degli undici libri la quale si compone l’opere originale, a loro volta questi volumi sono composti da versetti e paragrafi composti da metafore, aforismi, pensieri, considerazioni atte a consigliare e a preservare il pensiero samurai nella sua purezza e integrità; perché Yamamoto Tsunetomo altri non era che un Samurai convertitosi a vita monacale quando giunse la morte del suo signore. Non avrebbe potuto fare altrimenti , per quanto la sua volontà fosse quella di togliersi la vita così come imponeva l’antica tradizione, una legge nuova impediva ai vassalli di praticare il suicidio rituale. E per un samurai altro non restava che togliersi la vita attraverso la tonsura, la rinuncia al mondo e alla materia.
Ma è doveroso ringraziare innanzi tutto il suo discepolo, Tsuramoto Tashiro , senza il quale questi scritti non sarebbero mai venuti alla luce. Il Monaco che trascrissi i dialoghi e i pensieri del suo maestro Yamamoto Tsunetomo il quale contravvenne al ordine del suo mentore. Una volta giunti al termine del opera desiderava che questa venisse distrutta.
Durante la lettura è un pò come ascoltare un caro maestro che ci ribadisce e ci ripropone concetti già espressi ma, che necessitano non solo di essere approfonditi, ma anche assimilati da chi ascolta. Questi pensieri, consigli e metafore lasciano trasparire una profonda malinconia per una cultura che sta via, via, sfaldandosi e perdendo quel prepotente e affascinante significato che era il Bushido, la via. Non è un testo per tutti, ma per chi è affascinato o semplicemente curioso di sbirciare oltre la siepe dove si nasconde lo spirito servile e indomabile di una cultura che trasversalmente toccava uomini e donne.
Personalmente ne sono rimasto affascinato, in particolare del rapporto che questa cultura riesce ad avere con un avvenimento così traumatico quale la morte. Come il testo spiega, non si può vivere una vita di morte se non si è pronti ad accettare che a nostra volta siamo morti noi stessi. Questo vuol dire essere un samurai, essere pronti a morire, dove morire però non è la cessazione della vita, anzi, è l’annullamento del proprio io , porre il proprio signore, i propri doveri oltre al individualità, oltre ai nostri desideri concetti non facili da assimilare per un uomo che vive nel epoca del individualismo.
Talvolta l’Hagakure può sembrare ovvio, ma non banale, altre ripetitivo ma mai scontato, altre invece potrebbe sembrare spietato ma mai crudele; è un testo che nonostante inciti al annullamento del io, è un testo di speranza e compassione, un testo che ci consegna un eredità importante, un testo che ha cambiato generazioni di giovani, un testo odiato e amato: un saggio pericoloso che nelle mani sbagliate ha contribuito alla morte di migliaia di giovani e in quelle giuste alla rinascita di una nazione in rovina . Ecco cosa può fare lo spirito dei samurai racchiuso in versi e parole trascritti da un monaco.
“Per quanto riguarda i voti voglio sottolineare che le tre stelle al approfondimento cosi come a contenuti, sono solo perche l’opera in italiano non è completa, è solo un quarto della sua totalità”

Buona Lettura.

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Romanzi storici
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    27 Marzo, 2015
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Un restauro ben riuscito (chi ben comincia...)

Qualche tempo fa acquistai e lessi “Musashi”, di Eiji Yoshikawa, e lascia le mie opinioni, molto negative a dire il vero, proprio su questo splendido sito. In effetti restai deluso e cercavo qualcosa che potesse affrancarmi dalla delusione.
Oggi a distanza di qualche settimana, forse mese, sono qui a esporre un nuovo parere su un testo dal significato praticamente identico: L’ombra del Samurai. Altri non è che la biografia Romanzata del più grande Samurai di tutti tempi, l’uomo che divenne storia , la storia divenne leggenda e la leggenda in fine “motivo di culto”. Non sono qui a gridare al capolavoro, stile e tecnica non sono sopraffini (ma qui mi domando sempre se è giusto dare un parere del genere riferendomi ad un testo tradotto) Ma la storia tiene: affascina, cattura e diverte. Lo scrittore è David Kirk , giovane insegnate d’inglese che vive in Giappon. Dalla sua opera traspare tutta la sua ammirazione e l’ottima conoscenza della storia nipponica. Un testo che scorre rapido sotto le dite, si snoda alla sinuoso senza sbavature o contraddizioni. “L’onore del samurai” ha però il vizio/difetto d’essere il primo di una serie e questo un po’ mi spaventa, perché spesso i seguiti sono deludenti e presto finiscono nel mio stanzino delle cose dimenticate. Questo testo però lascia ben sperare;incalzante sin da subito trasporta il lettore direttamente nel Giappone Feudale con le sue faide e i suoi controversi e ambigui personaggi, tutti ben caratterizzati, digressioni sempre al momento giusto e sempre attinenti alla contesto della vicenda, la fantasia riempie i buchi delle cronache e cosi Kirk ci propone un testo che potrebbe essere una prefazione della vita di Musashi, infatti il testo va da quando lui ha circa dodici anni per terminare alla battaglia di Sekigahara, Myamoto Musashi si risvegliò sotto una moltitudine di corpi dilaniati; aveva solo 16 anni … Un altro punto a vantaggio di Kirk è fatto di aver saputo descrivere il Giappone feudale in modo appagante, facendomi sentire i luoghi dove avvengono i fatti; cosa che in “Musashi” era spesso assente o fatta in maniera grossolana, quasi buttata li. Kirk prende per mano il lettore occidentale e lo trasporta lentamente, passo dopo passo, verso una cognizione chiara e limpida di una cultura distante e spesso incomprensibile .
Per citare Arthur Golden :Un conto è essere un coniglio e cercare di spiegare ad un uomo cosa si prova a corre in un prato; un altro è essere un umano e spiegare come corre un coniglio in un prato ad un umano. Questo solo per sottolineare che assieme a "Shogun" di Clavel L’onore del samurai ha tutte le carte in regola per concedervi la possibilità di rivivere e conoscere, questa cultura tanto distante ed affascinante ,le avventure del più grande samurai, e non solo, di tutti i tempi.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    27 Marzo, 2015
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Un testo molto Shibumi

Interessante romanzo che si pone tra la spystory e l’avventura. Un testo avvincente dalla personalità magnetica. Io non essendo un appassionato del genere non ho un bagaglio tale da poter dire se quest’opera è un capolavoro o no, certo è che l’ho trovato gradevole e avvincente.
Sinceramente pensavo di trovarmi tra le mani qualcosa di diverso, questo però non mi ha deluso, anzi sono rimasto piacevolmente rapito. Ho trovato molto affascinante la figura di Nikolaj Hel, assassino zen con il gusto spiccato, per l’estetica, una prestanza fisica fuori dal comune e un intelligenza di molto sopra la media , ma non solo lui anche Le Cagot, il suo migliore amico: è forse ancora più accattivante con il suo modo di essere sboccatamente poetico e irriducibilmente patriottico e dal ego decisamente smisurato .
Un romanzo d’azione che lascia spazio alla fantasia, il difetto più grande forse è il pressapochismo che lascia qualche buco fumoso di troppo nella narrazione;però il tutto corre veloce e senza bruschi stop.
Il suo pregio più grande, i personaggi: carismatici e ben definiti. (eccezion fatta per le “Gru” e i figli di Mammina, che sembrano un po’ stereotipati/e, ma nel contesto si incastrano bene e non pesa affatto)
Un testo che merita di essere letto perché divertente e avvincente con una buona dose di attori che meritano d’essere ricordati.

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Classici
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    17 Marzo, 2015
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Ann(oi)a Karenina

Di questo romanzo ciò che più mi resterà è lo stile, la trama purtroppo non mi ha entusiasmato.
Devo riconoscere invece la capacità sopraffina di rendere concreti e tangibli i personaggi, tutti dal primo al ultimo comparse comprese, questi prendono forma sotto l’abile penna di Tolstoj, ed è stata la cosa che più mi ha spinto verso il finale. Sono infatti i Levin con le sue elucubrazioni e i suoi mutamenti che più mi hanno incuriosito. Anzi, diciamo proprio il personaggio che più ho sentito “mio”: forse perché in parte mi ci rivedo e forse perché ai miei occhi era la persona migliore tra tutti i cicisbei e le meretrici d’alto lignaggio da cui era circondato. Cominciando in primis proprio dalla Karenina. Anna, antipatica e meschina da sembrare vera, bella e noiosa fino allo schifo. Odiata dopo qualche pagina, e ho continuato ad odiarla fino al ultima. Grande Tolstoj è difficile trovare qualcuno che caratterizzi cosi bene i personaggi di un romanzo. Credo che pochi scrittori siano riusciti a dare un senso di realtà profonda in un contesto cosi noioso. In effetti il testo affronta vari argomenti: Amore, religione, politica, ma nessuno di questi a mio avviso è dominate e nessuno riesce a scuotere il lettore.
Si perche diciamolo la trama e un pacco incredibile! pesa come un macigno, e in alcuni passaggi è una lenta agonia di parole: storie di “cornuti” e di casalinghe insoddisfatte di alto borgo (che tra l’altro accettano di buon grado il tradimento da parte del partner: paese che vai usanza che trovi) che sfogano la noia e la frustrazione con continui festini e tresche squallide. Da queste situazioni scabrose emerge Anna anche lei si perde nel vizio della passione e travolta dal fiume in piena dei suoi sentimenti si abbandona alla perdizione e al adulterio fino a rinunciare alla cosa più importante … non è il mio gusto. Ma lo stile ? allora se vogliamo parlare di tecnica e stile qua possiamo sbizzarrirci. Tolstoj ti rapisce parla di niente e comunque ti tiene incollato al testo, mai in tanti libri letti mi sono ritrovato estatico per un capitolo, o forse di piu, in cui si parla della falciatura del fieno o per una caccia alle beccacce, eppure lui è riuscito a farmi falciare le morbide colline sotto il sole di luglio con Levin e i contadini; e questo non ha prezzo.
Questo romanzo non si può non consigliare o consigliare a prescindere, non è un romanzo per tutti, è noioso la trama è priva di colpi di scena, se non qualcosa verso la fine, dove per me il libro poteva anche finire. E’ un testo per gli amanti della bella letteratura e dello stile non è certo per chi vuole provar emozioni forti, e un libro da seguire sfogliando qualche capitoletto al giorno non di più altrimenti diventa logorroico, in particolare le ultime cento pagine che altro non sono che una sorta di epilogo e tutto sommato superflue nella loro necessità. Resta comunque un capolavoro: di un quadro posso non gradire il soggetto ma stile e tecnica possono spingermi a reputarlo tale.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    06 Febbraio, 2015
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Come rovinare un mito...

Musashi: dicono che questo romanzo, per l’impatto che ebbe tra il 1935 e 1939, sia l’equivalente Giapponese di Via col Vento. Quindi mosso da una profonda curiosità e una sfrenata passione per la cultura giapponese, e ancor più per il Bushido, il tutto condito da un nutrito bagaglio di aspettative; come avrei potuto farmelo scappare ?
Mai analisi fu più sbagliata: In primo luogo è un romanzo alquanto piatto, dove le vicende si ripetono in modo più o meno banale e meccanico. La tematica del Bushido è trattata in modo marginale, per quanto tratti le gesta e le cronache del uomo che fu lo stereotipo o meglio l’archetipo del Samurai e l’uomo che getto le basi del Budo, per come lo conosciamo oggi. Ancora oggi molti Manager di successo traggono spunto dal “Libro dei 5 anelli” di Musashi, cosi come da “l’arte della guerra” di Sun Tzu. In fine il delitto più efferato a cui in lettore possa assistere, la traduzione: scandalosa, oscena, meriterebbe la messa al bando e l’autore di tale crimine la diffida e assieme a lui il redattore !
Sono rimasto deluso da questo testo, mi aspettavo qualcosa di più profondo e vivido, invece mi sono trovato una sorta di “romanzo/cronaca/ telefilm”. Certo quando usci la prima volta si presentò a puntate in quanto romanzo d’appendice, ma cercare di amalgamare un po’ meglio il tutto non avrebbe guastato.
Inoltre Per tutto il romanzo Eiji Yoshikawa Insiste a propinarci uno pseudo amore platonico tra Otsu e Miyamoto, che non fa altro che rendere prolisso e poco interessante e credibili tutte le fatiche descritte. Diciamo che a metà romanzo ero indeciso, stavo leggendo una biografia “romanzata” tradotta male o una storia d’amore mal riuscita … il romanzo inoltre è privo di descrizioni tanto da non far distinguere se i fatti avvengono in Giappone in Colombia oppure in un mondo fantastico.
E’ un peccato perche Shinmen Takezo Musashi no Kami Fujiwara no Genshin non era solo un guerriero formidabile, ma era un eccellente artista , un ottimo amministratore e in fine un uomo di pensiero … vedere una figura così vasta e pregna di significato finire su un testo scandaloso e pubblicizzato come se questa fosse l’opera definitiva e la Biografia più veritiera in circolazione, delude profondamente e insulta inoltre l’intelligenza di chi ha speso i soldi aspettandosi quantomeno un testo di qualità .
Lo sconsiglio fortemente, sia per la trama che per quanto attinga a piene mani sia da cronache ufficiali che da leggende il testo non riesce a esaltarle, però per onestà intellettuale bisogna dire che la traduzione e la censura sono talmente importanti e pesano talmente sul valore del opera che risulta difficile dare un giudizio. Potrei andare oltre e se qualcuno volesse approfondire e saperne di più della mia delusione sarò ben lieto di approfondire , ma ritengo che per adesso sia sufficiente come avvertimento, per chi volesse avvicinarsi al testo.
In conclusione:
Un grazie al fenomeno che ha fatto tradurre un testo così importante a incapace e un ringraziamento ancora più grande va al editor della (r)izzoli (b)ur o a chi per lei ha deciso di tagliare il testo originale proponendoci così un opera incompleta.
Grazie ancora...

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Romanzi storici
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    04 Febbraio, 2015
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Costretta a ricordare ...

Le Lunghe Notti di Anna Alrutz, romanzo breve ma intenso, che sostenuto da una scrittura elegante e allo stesso tempo fluente ha la capacità di coinvolgere e d trasportare il lettore. Un romanzo dalla trama originale e intrigante.
Nulla da dire a Ilva Fabiani, anzi, tanto di cappello; con le parole ci porta a rivivere il crepuscolo di uno dei peggiori momenti del europa di metà secolo scorso, attraverso l’evanescente figura esoterica di Anna Alrutz. Si perché Anna altri non è che un soffio di vento, una brezza costretta a sorvolare gli sbagli di una giovane donna anch’essa caduta preda del fascino nazista e per questo costretta a rivivere per l’eternità una vita che oserei dire sprecata . Anna ci porterà o meglio, ci racconterà la sua storia e con essa rivedremo i suoi errori, i suoi amori e le sue delusioni. Ma chi era Anna ? Anna era una infermiera del Fuhrer : un elemento scelto di quella macchina perfetta e inesorabile che era il Reich . Anna era una giovine adolescente, Anna era una donna, Anna era una figlia, Anna era...
Avremo tra le mani un romanzo fatto di ricordi, pentimenti e redenzione, un romanzo intimo e intenso che ci porterà verso il tragico e forse giusto epilogo . Non mancherà la sensazione di inquietudine nel ascoltare il lamento di Anna che sarà accompagnato da un velo di triste compassione e un pizzico di speranza.

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Romanzi
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    05 Dicembre, 2014
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Commerciale al punto giusto...

Adesso che il successo è via, via scemato mi sono detto: “perche non affrontare il cacciatore d’aquiloni ?”
Che dire, è sicuramente un bel romanzo scritto per il grande pubblico: intenso e commovente. Scritto bene, in uno stile diretto e immediato. Forse un po’ troppo americano. E per certi aspetti poco affine alla realtà.
Il difetto più grande è anche il suo più grande pregio: l’essere scritto come memorie autobiografiche di Amir. Tale scelta pone il lettore ad osservare la storia a farla propria grazie al fattore empatico che si viene a creare nei confronti del protagonista, ma anche a percepirla da un unico punto di vista, in classico stile USA. (Ricordiamoci che l’Afghanistan è ridotto così proprio grazie a loro, gli Usa, che hanno permesso , dopo l’aiuto logistico fornito ai ribelli, ai Talebani di prendere il potere)
Io personalmente avrei preferito una narrazione in terza persona, con un approfondimento sui vari personaggi e vicende emotive di ognuno di essi: questo avrebbe restituito a mio parere un romanzo completo scevro da condizionamenti.
Il testo in se è avvincente, in particolare la parte centrale. Ma avrebbe potuto dare molto, molto di più, spesso è frammentario a tratti superficiale. L’aspetto positivo è stato forse proprio l’aver mostrato al mondo quello che il mondo già sapeva, ma non voleva accettare. In sintesi un romanzo/fiaba piacevole, che ha la capacità di rapire, l’impressione ancora una volta è che dietro a tutto questo c’è un gran lavoro di editing e marketing, che immancabilmente finisce poi a storcere ciò che è il reale valore dell’opera.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    03 Dicembre, 2014
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Le sei reincarnazioni di Mo Yan

Sei reincarnazioni, sei animali, sei storie, sei periodi storici della seconda metà del novecento cinese, sei punti di vista; un anima sola, un'unica famiglia. Le sei reincarnazioni di Ximen nao, alle quali è condannato da Yama(il signore degli inferi) è un romanzo accattivante che con astuzia Mo Yan usa per denunciare o per meglio dire raccontare la sua verità sul peggio e il meglio di una Cina che in sessant’anni ha subito tante mutazioni e cambiamenti, in termini sociopolitici culturali, da confondere e disorientare anche i suoi stessi abitanti.
Un romanzo che mi ha dato tanto: ha saputo divertirmi parecchio, e commuovermi altrettanto ; ogni reincarnazione che Mo Yan mi proponeva mi regalava nuovo entusiasmo, per una nuova avventura e per una nuova magia. I personaggi fioccano e sono tratteggiati con astuzia e sapienza, i nomi cinesi però non aiutano a tenere il filo, ma il libro è talmente avvincente (nonostante l’epilogo scontato di ogni esistenza proposta) che i nomi ad un certo punto non vi serviranno quasi più, riconosceremo i protagonisti del momento grazie alle peculiarità di ognuno di loro.
Personalmente dubitavo un pochino la tenuta della trama, non certo dello stile. Vivere le sei rincarnazioni animali di un personaggio che cavalca la storia nella pelle di un maiale prima, di un asino dopo ecc. ecc mi sembrava pretenzioso e alla lunga ripetitivo e invece si è rivelata istruttivo, divertente e incantato.
Lo consiglio vivamente e allo stesso modo consiglio anche di avvicinarsi al testo svuotati il più possibile degli stereotipi occidentali riguardo le figure animali, in quanto per esperienza personale potrebbero stridere un pochino. Non è il migliore romanzo di questo scrittore, rimane però un romanzo di altissima qualità e spessore, anche se (per ovvi motivi) può risultare leggero e alle volte politicizzato, ad un lettore poco attento.

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Storia e biografie
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    25 Novembre, 2014
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Anam

Splendido viaggio nei ricordi di un grande uomo, un confronto tra generazioni, stili di vita e aspettative opposte. Uno splendido testo che mi ha commosso divertito e appassionato . Una dialogo tra padre e figlio scandito dai momenti di vita quotidiana, uno splendido tentativo di capirsi l’uno con l’altro. Il tutto si svolge negli ultimi giorni nella sua casa alla Orsigna, quando ormai Terzani, stanco ma sereno, sente prossimo il giorno della sua partenza per questo nuovo e misterioso “inizio”.
Considerazioni, pensieri e ricordi ci coinvolgono, ci avviluppano trascinandoci nella vita di questo straordinario cronista dell’Asia di metà secolo scorso; raccontata con le parole di chi l’Asia ha capito che non va capita, ma accettata così com’è, un uomo che è stato in grado , sua fortuna e suo merito, di vivere i grandi momenti della storia contemporanea. Un uomo che ha saputo cambiare prospettiva, affrontare le avversità e accettare le incoerenze di un mondo che cambia alla velocità della luce e che spesso a dimostrato nella pratica la classica teoria della rana bollita .
Terzani è uno di quei personaggi che va studiato, proposto e promulgato nelle scuole. Un uomo che è riuscito a fare del suo vissuto un messaggio di speranza; ma anche un monito a guardarci attorno e a rallentare, ascoltare e a riflettere sua quali realmente sono le esigenze del essere umano e quali siano le strade da percorrere.

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Racconti di viaggio
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    25 Novembre, 2014
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Non è vero ma "voglio" crederci...

Sinceramente non conoscevo Terzani come scrittore, non ho mai avuto la fortuna di affrontarlo, ma questo romanzo ha accesso in me una forte curiosità. Un genere nuovo che mi ha convinto. In particolare per questo aspetto del doppio viaggio, quello nel mondo esoterico orientale e quello condotto in assenza di veicoli aerei, spostandosi quindi a piedi, con mezzi di fortuna o fatiscenti e poco pratici trasporti locali. Senza un vero e proprio piano di viaggio. Vivere un anno da pellegrino alla ricerca di una verità e di sapori perduti. Un viaggio tra scetticismo e spiritualità , il resoconto di un percorso nei ricordi e nelle trasformazioni avvenute all’ombra di un Asia ancora dipendente e strettamente legata a quel aspetto esoterico e spirituale che la contraddistingue . Terzani affronterà maghi, sciamani, fattucchiere, fachiri, monaci e santoni, il tutto per carpire i segreti del occulto orientale.
Un testo cinico ed essenziale, senza fronzoli e orpelli, un testo che scorre veloce ma che nonostante il taglio giornalistico riesce a restituire passaggi appassionati e intensi, lasciando una goccia di sana nostalgia in chi, come me, sente ancora forte il desiderio di una vera Avventura.

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Romanzi
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    14 Mag, 2014
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E VENNE L'UOMO...

...CHE CREO' DIO A SUA IMMAGINE E SOMIGLIANZA...

Personalmente, non è tanto la figura del Nazzareno che mi ha colpito ( per quanto la rinuncia ai piaceri dell’uomo sia un calvario maggiore, che non la tortura evangelica dei sacri scritti), per quanto sia stato sicuramente un atto di coraggio porre i principali attori dei vangeli, e Gesù su tutti, ad essere spogliati da quella veste di santità e a restituirgli la condizione umana. In verità quello che realmente mi ha incuriosito è il delinearsi di un piano subdolo arrogante e sanguinario partorito dalla mente di dio. . Per tutto il testo la curiosità di capire fino a dove il coraggio di Saramago si sarebbe spinto mi ha spronato alla lettura, pagina dopo pagina. Anche il rapporto con “Pastore” è narrato in modo straordinario, riesce a restituire a questa figura tanto aberrata una dignità e una importanza necessaria, atta a giustificare l’esistenza di dio, che nessuno, a mio avviso, è mai riuscito a rendergli. Un testo che ai miei occhi rappresenta la fine di un oscurantismo ecclesiastico durato XIX secoli, e che ancora oggi rappresenta un inno alla liberta di pensiero. Un opera che forse non avrebbe avuto ragion d’essere, se la chiesa cattolica, invece di pensare a glorificare Gesù e ad accaparrarsi proseliti, si fosse prodigata a percorrere i sentieri su cui andava predicando il figlio dell’uomo .
Il marchio di fabbrica di Saramago è, e rimane, la scelta stilistica e l’ironia tagliente che ritengo entrambi in egual misura essenziali e affascinanti. Il suo stile trascina e ti confonde, spesso ti costringe a riflettere ad entrare in sintonia con la storia e per apprendere al meglio alcuni passaggi si è costretti a rileggere, e magari, più di una pagina, per non perdere il filo e mai come nel flusso di coscienza si può veder fiorire il detto “repetita iuvant”
IN conclusione :
Uno scritto forte e intenso . Un testo che pone Gesù e dio in un rapporto di accettazione conflittuale, e mi azzardo a dire con il Diavolo come arbitro. Dio gioca con Gesù e con gli uomini con crudeltà e cinica determinazione, il tutto per soddisfare la sua brama di potere e vedere la sua gloria consolidarsi in eterno nel animo del uomo.
“Perché dio e le divinità in genere, per esistere, hanno bisogno di qualcuno che li preghi e li glorifichi, altrimenti regnerebbero solo nell'oblio.”

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Romanzi storici
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    06 Mag, 2014
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Questione di principio

“Viaggio alla fine del millennio” è uno splendido affresco storico, ricco di contenuti che ci spingono a una serie di considerazioni tra cui, si possono amare due persone contemporaneamente?
è giusto imporre le proprie idee e la propria moralità al prossimo ?
si può vivere e condividere il mondo con il mio acerrimo nemico ?
la diversità ci unisce o ci allontana ?
chi è “come me”, è realmente in grado di capirmi oppure è più facile condannarmi per le mie scelte?
Le risposte potrebbero essere facili ma quando la teoria viene posta in prosa molte delle domande che mi sono sorte hanno ottenuto risposte diverse, rispetto a quello che d’acchito mi sarei immaginato di rispondere.

Un testo che può essere un inno all'accettazione, oppure, una denuncia alla disuguaglianza, che un popolo intero ha dovuto assumere; per sopravvivere alla mancanza di una patria e proteggersi per la condanna di essere degli apolidi raminghi. Tutti i personaggi sono splendidamente e intimamente rivelati, tanto che si viene a creare, con grazia e delicatezza, un empatia profonda . Tutti splendidi personaggi : Ben-Atar, Abu-Lufti, Abulafia e ancora il rabbino, Esther-Mina, lo schiavo nero pagano, e tanti, tanti altri. Un Viaggio non solo da Tangeri a Parigi e da Parigi al Reno. Ma un viaggio nel universo della diversità ideologica, e morale, che spicca ancora più marcatamente quando il popolo Israelita del Sud e quello del Nord sono costretti a confrontarsi. Si, perche più si scorrono le pagine e più il modo di vivere e di percepire il mondo del protagonista, il mercante Ben-Atar, si palesa nella profonda affinità con il popolo Ismaelita, di cui ne fanno parte l’equipaggio della nave e Abu-Lufti ,socio in affari di Ben-Atar. Il tutto nasce dal distacco forzato che, Abulafia impone allo zio Ben-Atar, per via della ripugnanza morale (e non solo) della nuova consorte europea ,la quale chiede ad Abulafia una prova d’amore, rinunciando per sempre alla società con lo zio Bigamo e immorale, agli occhi di Esther-Mina . E allora Ben-Atar, forte delle sue convenzioni, certo di poter dimostrare non solo la giustezza della sua bigamia ma anche la grandezza del suo equo amore dinnanzi alla restia moglie, decide di raggiungere Abulafia a parigi, costringendolo così ad un confronto diretto che mai prima gli aveva concesso. Parte quindi, in un impresa titanica, affiancato da un rabbino andaluso, pronto a difenderlo a suon di argomentazioni calzate in punta di sacre scritture, bibliche e talmudiche . E accompagnato in questo Viaggio da sei marinai mussulmani, la prima e la seconda moglie, suo personale schiavo nero, e il terzo socio, si avvia verso l’ignoto, che scoprirà essere non solo lo scuro e grigio paesaggio europeo, ma anche usi costumi e tradizioni di un popolo costretto ad adeguarsi alle culture dominanti. E questa è la domanda che mi ha accompagnato con prepotenza per tutto il testo "tanta diversità, in un unico popolo, gli permettarà mai di prosperare o forse è proprio questa la sua forza ?"
Abraham Yehoshua scrive in modo sublime e attraente, per quanto il testo proceda lento, la sua fabula compensa la monotonia, regalandoci con eleganza attimi di vita quotidiana e paesaggi indimenticabili. Ogni momento, sensazione e emozioni sono descritte con dovizia di particolari e gusto. Mi sono imbarcato quindi anch’io con Ben-Atar e la sua compagnia di viaggiatori arabi verso un tesoro che solo una volta chiusa l’ultima pagina, e sceso dal vascello di guardia costiera,si scopre quanto è prezioso.

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Romanzi
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    06 Mag, 2014
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Riscoperta

Un romanzo irriverente, sagace e profondo allo stesso tempo. Mi sono veramente appassionato a leggere questa storia, narrata in modo eccezionale , che prende spunto da fatti realmente avvenuti in una comunità di ebrei galiziani, durante la seconda metà del XVIIII secolo.
Il romanzo si divide in tre parti: la prima di queste è sicuramente più allegorica e, a modo suo, affascinante. Ci introduce in questa comunità ebraica rude e decadente , governata spiritualmente e moralmente dal Rabbino Melech : avido, godereccio e opportunista,straordinario personaggio . Serele giovanissima filglia del Rabbino Melech e promessa sposa del ancor più giovane Nahum: questi figlio di una “arstrocratica” pia e devota famiglia di ebrei russi. Va da se che la diversità di usi e costumi, sarà il cardine portante che permetterà a tutta la vicenda di dettare i tempi come un meccanismo ben oliato.
La seconda parte si presenta meno allegorica e molto più cinica, l’ipotetico primo attore ( uso il termine ipotetico perche va letto il libro per carpire chi è il reale protagonista Per quanto personalmente non ne abbia percepito uno unico ) cambia forma condizione e scenario. Introducendo le basi per il gran finale, e sarà una rapida ascesa ! dove verità e menzogna si mesceranno. Un grande processo e la saggezza di settanta rabbini dovranno ristabilire la verità agli occhi di tutte le comunità ebraiche dell’ Europa centro orientale.
Singer è stato abilissimo e coraggioso a tratteggiare ogni personaggio in modo unico, originale e inconsueto . Nonostante il testo non brilli per i dialoghi, le descrizioni e i pensieri di tutti gli attori sono più che sufficienti a tenere altissima l’attenzione. Cosa non meno importante è che per quanto, come già detto, è un testo divertente non è scevro da considerazioni profonde, che portano immancabilmente il lettore a fare alcune considerazioni in merito alla cultura israelita e alle sue crepe interne.
Le prime pagine , per chi non ha molte conoscenze sulla dottrina ebraica, possono scoraggiare: termini e tradizioni vengono spesso date per scontate dallo scrittore ( che infatti pubblicò l’opera in Yiddish ) e quindi bisogna ricorrere spesso al grande mare digitale, per acquisire più informazioni ed entrare così in sintonia con la vicenda che scivola tra le pagine.
In conclusione :
Un testo che mi ha aperto le porte di un mondo, e mi ha affascinato per la sua peculiarità e diversità un Romanzo che nonostante abbia più di settant’ anni risulta essere fresco attuale e istruttivo.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    22 Aprile, 2014
Top 100 Opinionisti  -  

La teoria delle stringhe, secondo King

Un romanzo diverso per quello che conosco di Stephen King, rispetto al poco che consoco (non sono un suo fans sfegatato quindi potrei anche sbagliarmi)mi aspettavo ben altro. Mi ha tratto in inganno inizialmente, forse perche mi aspettavo un evolversi differente, ma poi la delusione si è piano piano dissipata. Mi sono ritrovato con una nuova luce negli occhi. Sono entrato in sintonia con la storia, lasciandomi trasportare e finalmente ne ho goduto i pregi.
Certamente non è stato privo di bruschi stop, in alcuni tratti mi ha annoiato, e devo dire che il brodo a mio avviso è stato allungato non poco. Ma tutto sommato, con il senno di poi devo ammettere che questo dilungarsi mi ha permesso di entrare maggiormente in empatia con il protagonista, e alla fine è anche riuscito a commuovermi.
King prende in prestito molti argomenti che rientrano nella cerchia della fisica( teoria delle stringhe, viaggi nel tempo, ecc..ecc.), dando corpo così a un orrore diverso , piu scentifico che non teatrale o esoterico: alterare il passato, la dove fosse possibile cosa comporterebbe ? e se fosse possibile, io lo farei ? nel romanzo si fa la domanda, si da la risposta e sviluppa in prosa simpatiche teorie e soluzioni.
Un romanzo che tutto sommato mi ha lasciato un buon ricordo e la gioia di averlo letto; ma non so perche, provo ancora quella sensazione di incompiuto, a pensarci. Come se qualcosa mi fosse sfuggita. Il finale tutto sommato mi è piaciuto e devo dire che mi ha permesso di apprezzare maggiormente il protagonista e il testo.
Lo stile è pulito, semplice e sempre azzeccato, la lettura corre veloce anche nei passaggi piu noiosi, che per fortuna il re riesce a farci digerire con sapienza , astuzia e tanta maestria.Mi ha lasciato con un dubbio però, se potessimo cambiare il passato, siamo sicuri che non saremmo noi ad essere cambiati dal passato stesso ?

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Romanzi
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    22 Aprile, 2014
Top 100 Opinionisti  -  

Giallo Formativo

“La sottile linea scura” è un divertente romanzo formativo, che ha sullo sfondo un giallo da caso irrisolto. Cold Case per dirla in stile moderno. A differenza di come il titolo lasci pensare a tutt’altro sviluppo: la sottile linea scura non è affatto il limite che oltrepassa un assassino, il confine del non ritorno, ma ben si quel flebile confine che separa la spensieratezza dell’infanzia dalla consapevolezza dell’età adulta. Il confine netto invisibile e inevitabile che ci presnta il mondo per quello che è. La fine delle fate e dei folletti l’arrivo della relatà, che per quanto magica porta con se il lato oscuro della vita.
Un romanzo divertente, che ci fa respirare il Texas anni sessanta in tutta la su dura e schietta bellezza. Per quanto, Lansdale, non approfondisca in maniera dettagliata i temi scottanti del periodo , fa in modo di farceli respirare e vivere con gli occhi di un tredicenne al quanto intraprendente e ingenuo. Un romanzo che si legge con un tenero sorriso,e che in qualche modo ci fa assaporare quei sani princpi d’una volta ( piu nella famiglia del protagonista che non nei residenti della cittadina).
Lo stile è perfetto, ed è prorpio grazie a questo che si viene trasportati nel classico paesino Texano, fatto di razzismo, ottusità, e dove il termine vizzi privati e pubbliche virtù prende forma, ma è anche una sfilata di sani prinicpi . Il giallo che si dipana al suo interno non vi farà tremare, e nemmeno urlare al miracolo, ma è comunque un perfetto modo di affrontare argomenti scottanti e pruriginosi, che permettareanno così al giovane protagonista di conoscere il modno e le sue mille sfaccettature.
In conclusione un romanzo che nella sua brevità riesce ad essere intenso, divertene e appasionante.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    18 Febbraio, 2014
Top 100 Opinionisti  -  

Dorn non delude

Wulf Dorn sta diventando, nel panorama letterario del thriller psicologico, un vero maestro.
“il mio cuore Cattivo” è un viaggio nelle incertezze esistenziali percorso nel mare della chimica adolescenziale. L’adolescenza già di per se è terreno fertile per lo svilupparsi di alcune delle peggiori patologie che insidiano la psiche. Dorn sfrutta appieno questa debolezza, piazzandoci tra le mani un testo in prima persona,dove la giovane protagonista, come un saltimbanco su un flebile filo cerca di non inciampare nei suoi deliri, pronti ad ogni passo a gettarla nel profondo e denso mare nero della follia.
Un testo brillante, che spreme come un limone la domanda che ,ogni lettore si porrà leggendo le memorie di Dorotea “cos’ è reale veramente e cos’ è il prodotto delle nostre sinapsi impazzite ?” E cosi pagina su pagina sono riemerso dal profondo, ma questa volta in me pulsava ritmico “il mio cuore cattivo”
Il linguaggio utilizzato nella narrazione è contestuale, anche se forse risulta troppo perbenista e a tratti artefatto. Dubito che tra coetanei sedicenni, durante un dialogo mosso da uno stato confusionale, vengano snocciolati termini quale ad esempio “ insolentirmi”. Ma a parte qualche lieve sbavatura (in particolare sulla rappresentazione emotiva ) che mina leggermente di credibilità l’ io narrante, per il resto lo stile sbarazzino spregiudicato e a tratti entusiasta, rende realistica e tangibile la protagonista. Come lo sono in modo proporzionale, nella misura in cui… anche tutti i comprimari.
Altro artifizio letterario, che esalta il coinvolgimento, è il continuo stato di insicurezza in cui ci pone l’autore. Anche io , come la protagonista, a mio malgrado mi sono trovato spaesato e insicuro. Non riuscivo a trovare la chiave di volta che mi permettesse di capire cosa fosse reale e cosa frutto di una psiche alla mercé del delirio, oppure solo semplice suggestione. Un thriller psicologico che ci cattura e ci pone perfettamente nella condizione in cui si trova Doro.
D’altra parte in questo mondo: “ non esistono fatti, ma solo interpretazioni” e mai come la mente di un paranoico schizofrenico, affetto da allucinazioni ricorrenti, riuscirà a dar spessore è concretezza alla frase di Nietzsche. E Dorn in questo romanzo è riuscito in pieno !

"Procedevo avvolto dall'oscurita. Guardai in basso ed ebbi modo di scorgere un antro oscuro, solo quando fui li li per scrutarvi all'interno, capii.... di aver trovato l'altra metà di me stesso." Anonimo

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Thriller
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Fantascienza
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    11 Febbraio, 2014
Top 100 Opinionisti  -  

Piacevole sorpresa

Perché siamo qui ?
Da dove veniamo ?
Cos’è vero e cosa no ?
Queste tre semplici domande ci accompagneranno in questa avventura claustrofobica, avvincente e intrigante. L’aria ormai è irrespirabile, la terra è ridotta a mera sabbia sferzata da un vento tossico, e il cielo è solo un ammasso di nubi grigie che opprimono costantemente la vista. La Vista, la possibilità di guardare: si perche quando si vive in un silo ricavato nel sottosuolo è l’unica consolazione per la specie uomo, e l’unico modo per mantenere la “Vista” è la “Pulizia” .
L’uomo, o ciò che ne rimane, per sopravvivere a tutto ciò ha necessariamente dovuto porsi delle regole, e delle mansioni ben precise. La comunità è la salvezza, le regole l’unica speranza. Pensate a migliaia di persone ammassate in poco spazio, nessuna luce naturale, aria riciclata e la costante condanna ad una vita da lombrico. Ma l’uomo non è fatto per stare recluso, non è fatto per accettare le cose semplicemente per quello che gli raccontano. E’ fatto per muoversi, porsi delle domande, pensare e scegliere autonomamente la propria strada; ecco perche periodicamente nel Silos qualcosa ….
Romanzo Primo di una trilogia, che nasce come raccolta di capitoli/libri inizialmente pubblicati e venduti a “puntate”su Amazon, dallo stesso Hugh Howey. Devo ammettere che l’idea mi è piaciuta molto, in particolare il concetto dei Silos la loro struttura e il modo in cui descrive questa vita fata di scale e livelli e poi livelli scale. Anche l’idea di porre il lettore dal punto di vista degli ignari residenti dei silos e scoprire solo pagina dopo pagina cosa c’è dietro a tutto questo e cosa è realmente vero oppure no. La parte iniziale è disarmante tanto che per buona parte del testo mi sono chiesto, ma il protagonista chi è ? e la seconda domanda che ci accompagnerà è, perche tutti indistintamente una volta condannati Puliscono le lenti, ma la risposta non è tardata e così il lumicino d’interesse che illuminava il mio cammino in “Wool” è diventato un faro guidandomi verso la fine di questo piacevolissimo romanzo d’intrattenimento.
Lo stile è semplice e gradevole, capitoli brevi e scorrevoli ci permettono di interrompere e riprendere a piacimento. Le descrizioni e le situazioni concitate non mancano di appassionare e spronare alla lettura. Ma non è certamente privo di difetti, che per quanto possano essere piccoli o grandi non riescono ad appannare questa splendida idea. Uno su tutti, e forse il piu grande dei difetti, e l’aver tralasciato un pochino l’aspetto introspettivo dei vari personaggi e il pressapochismo da riempimento di alcuni capitoli. Ma come si fa a non perdonare un coraggioso scrittore alle prime armi , non sorretto da un editor degno di questo nome.
In conclusione un romanzo piacevole leggero e divertente, che se non fosse altro almeno per l’idea di fondo andrebbe letto senza remore .

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Lettura leggera e d'intrattenimento
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    04 Febbraio, 2014
Top 100 Opinionisti  -  

Superficiale

“Dopo” titolo modesto per un romanzo ancor più modesto. Un thriller psicologico, che avrebbe potuto essere approfondito e sfruttato meglio, in termini di idee e contenuti.
L’idea di base è buona: la vittima di un aguzzino psicopatico, affetto da quella che amo definire “lucida follia” si ritrova ad indagare su un passato che vorrebbe dimenticare. Per quanto il personaggio principale sia: fragile, traumatizzato e psicologicamente distrutto, trova la forza di affrontare le sue paure per ritrovare il cadavere della sua migliore amica, e dimostrare che Jack Derber non è solo un sadico seviziatore ma anche un assassino. Per evitare che questi ottenga la libertà vigilata, lei e le sue compagne di sventura, le superstiti di una prigionia ricca di sevizie durata anni, sono chiamate a rivivere le loro esperienze in un processo d’appello.Questo però spingera la protagonista ad un indagine improbabile, che imancabilmente coinvolgere anche le sue ex compagne di prigionia.
Il testo è scritto a mo di diario terapeutico, in cui la protagonista esprime considerazioni, ricordi e analizza se stessa cercando di metabolizzare e superare il trauma della prigionia, miscelando il tutto che le indagini fai da te che intraprende i modo un po’ improbabile. Questo fa si che il coinvolgimento sia alto e in efftti mi ha spinto verso la fine, però non basta. No, io personalmente mi aspettavo un approfondimento diverso, per tutto il testo le angherie e le sevizie sono solo abbozzate, per lo più vagamente accennate, ma anche lo stato d’animo e psicologico, che la protagonista vive in quei momenti e tratteggiato appena. Manca di quella sana e cinica crudeltà ( che a volte risulta al limite della morbosità) che certamente a molti avrebbe fatto storcere il naso ma avrebbe restituito al lettore un testo di ben altro spessore .
Sarebbe bastato anche solo approfondire il rapporto tra le tre prigioniere, che a detta della protagonista era una sorta di gioco al massacro per salvarsi la pelle oppure rendere piu avvincente la situazione estrema a cui sono state sottoposte avrebbe aperto argomenti ancor più angoscianti e molto più interessanti. Invece ci sono solo degli accenni su cui si fonda buona parte di tutto il romanzo. Per tutto il libro mi aspettavo il momento in cui finalmente avrebbe avuto il coraggio di affrontare l’argomento di petto ma niente sono rimasto proprio a bocca asciutta.
Altra nota dolente sono i tentativi di colpo di scena, che a mio avviso sono risultati banali, e almeno uno in particolare, scontato.
In termini di stile non abbiamo molto da dire, semplice, scorrevole, e la trama molto lineare ci restituiscono a mio parere un trhiller da ombrellone, carino ma che non riesce ad andare più in la di un : “beh tutto sommato poteva andarmi peggio”
In conclusione un thriller soft che stona rispetto alla vicenda raccontata.

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A chi vuole un thriller non troppo pulp
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Romanzi
 
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3.8
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    04 Febbraio, 2014
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Realismo Ma....nga

Murakami si conferma uno scrittore dallo stile essenziale, niente fronzoli . ancora una volta due vite due universi si sfiorano e generando una nuova realtà. E con semplicità e grazia ci fa percorrere questa strada con due personaggi originali e affascinanti. Tengo, un giovane professore con la passione per la scrittura narrativa; ha stile ma gli manca l’idea giusta. E Aomame ragazza dal passato ascetico che cerca di colmare il suo disagio sociale e interiore tramite un attività extra lavorativa quantomeno discutibile.
Entrambe si troveranno ad affrontare in una realtà parallela in cui saranno i dettagli a fare la differenza ed entrambe saranno le pedine fondamentali di una scacchiera dalle caselle sbiadite, dove bianco e nero spesso invadono uno i contorni dell’altro.
Personalmente l’ho gradite anche se a tratti mi e parso calcasse un po’ troppo i toni e le ambientazioni di Kafka sulla spiaggia. Devo ammettere che però ci sono un po’ di difettucci che mi hanno spesso fatto storcere il naso. In primis la ripetitività di determinati concetti, che preferirei non trattare direttamente in quanto non voglio svelare nulla. Ma a grandi linee sono gli aspetti psicologici dei personaggi, non c’era bisogno di allungare il brodo per tirarne fuori due libri, e secondo l’aspetto un pò troppo adolescenziale che viene usato per descrivere i Little People ( cosa sono realmente ? da cosa sono spinti ? ) per tutto il testo non si ha un idea chiara sembra quasi che non sappia dove andare a parare…
In conclusione un libro fresco, che incuriosisce, dalla facile lettura che per chi si volesse avvicinare al “Realismo Manga “ potrebbe essere un ottimo punto di partenza.
Ora non mi resta che leggere il terzo libro, voglio capire chi sono sti Little People

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    09 Dicembre, 2013
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Non si vive solo di rendita

Premetto che è stato difficile per me scrivere questa opinione cercando di mantenermi imparziale e obbiettivo. Fare in modo di non essere trasportato dall’ira e dalla delusione non è stato affato facile. Quanto segue è il risultato e non sono nemmeno tanto convinto di essere riuscito a mantenermi neutro da tali emozioni.
“La regina scalza”: ultima fatica di Ildefonso Falcones. Romanzo che si snoda nella spagna di metà XVIII secolo, dove le storie di un’ accozzaglia di protagonisti colorita e grottesca si sviluppano, tra questi : Il Galeote, Milagros, Ana Vega, Pedro, e tanti, tanti, tanti, zingari, tranne una; Caridad l’africana liberta, che trova conforto e umanità proprio tra di loro. Intere famiglie di Zingari che cercano di sopravvivere a tutte le disgrazie che i nobili di spagna e i Payos ( Payos sono i cittadini comuni, quei poveracci che tutte le mattine si alzano e vanno a lavorare; cioè noi, e che secondo la mentalità gitana devono mantenere anche loro) Gli riversano addosso. Si potrebbe dire che Falcones riesce a tratteggiare gli Zingari in chiave romantica, rendendoli vittime ideali e carnefici perfetti. Per quanto i protagonisti siano romanticamente affascinanti, non possiamo dirlo per tutte le persone che formano la comunità gitana di Triana (quartiere di Siviglia dove si svolge gran parte della storia) Il Romanzo è un susseguirsi di disgrazie e mezze gioie e il marchio di fabbrica di Falcones sta proprio nel dare respiro ai personaggi per poi buttarli in baratri ancor più profondi, utilizzando sempre elementi presi in prestito dalle minoranze etniche del periodo storico che affronta. ( Ma questa volta vuoi proprio perche la minoranza etnica non mi è congeniale mi ha lasciato l’amaro in bocca)
Durante la lettura, non priva di stop da noia, ho avuto sensazioni contrastanti, come se l’autore non sapesse cosa realmente raccontare. Infatti la storia inizia con Caridad (splendida creatura dalla pelle ebano che risveglia la lascivia degli uomini, anche i più integerrimi) che una volta liberata dalla schiavitù e sbarcata a Siviglia trova rifugio, senza che prima non la torturino un po’, tra le braccia del Galeote:un vecchio gitano coriaceo e caparbio, forte come un toro, pragmatico e sprezzante all’inverosimile, che vive di contrabbando ed espedienti, (che strano) . Qui conosce Milagros e diverranno amiche inseparabili fino a quando … be non dico nulla, ma l’indizio è in un vecchio detto.” Chi è causa del suo mal pianga se stesso”.
Da qui in poi Caridad diventa una figura a mio avviso marginale, nonostante lunghe pagine a dir poco inutili, spostando cosi sugli Zingari l’attenzione … Milagros, sembra essere la vera protagonista, (La Giulietta di Falcones)ma se tanto mi da tanto penso gli sia riuscito male. Appena abbozzata,pochi approfondimenti emotivi. Allora mi sono detto forse il protagonista è proprio il Galeote, ma anche qui nonostante sia il personaggio che mi è rimasto più a cuore, non ha restituito a questa immagine quel carisma e quel ascendente che mi hanno regalato altri personaggi dei suoi romanzi.
Non so come dirlo in altre parole: però questa volta Falcones si è dimostrato sotto tono, e a mio avviso si percepisce la spinta editoriale e le pressioni nel giungere alla svelta a una conclusione. Nonostante le quasi settecento pagine ci sono interi paragrafi inutili e ripetitivi che potevano essere sostituiti con passaggi di ben altro spessore. Un esempio su tutti sono gli anni di prigionia di Ana Vega, abbozzati, appena accennati. Oppure lo scontato epilogo della storia d’amore tra Milagros e Pedro Garcia, poteva inventarsi qualcosa di meno scontato … ma non voglio approfondire oltre in questa recensione, rischierei di anticipare o rovinare un eventuale lettura al prossimo.
Lo stile ne ha risentito, forse proprio per il motivo sopra citato, legato alla spinta del editore ma, i troppi punti di sospensione, le frasi a metà e le frettolose descrizioni condannano questo testo che anche in stile pecca, e non poco, di superficialità.
In conclusione Falcones mi ha deluso, nei temi trattati e nel modo di esporli . Non lo consiglio, e non lo condanno in assoluto, però se dovete leggere qualcosa di questo autore meglio “La cattedrale del mare” o “La mano di Fatima” questo libro a confronto sembra più una bozza ancora da correggere …

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    10 Novembre, 2013
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Un bello dimenticato ?

“Shogun” si dimostra un romanzo di tutto rispetto, rendendo onore alla fama che lo precede. Emozionante, avventuroso, nobile e avvolgente. Mille pagine di storia giapponese. Oserei azzardare a dire che: “Shogun” sta alla storia giapponese come “I pilastri della terra” sta a quella inglese. (ovviamente nel panorama della narrativa)

La storia si svolge all’apice del periodo Sengoku jidai (letteralmente l’età del paese in guerra) un periodo che durò circa cinquant’anni, (1548 – 1603) in cui tutti i Daimyo, grandi e piccoli, si scontravano dandosi battaglia a suon di spada e intrighi politici. All’apice di questo sanguinoso scontro per il potere assoluto, di oltre trecento Daimyo ne rimasero poco più di venti a contendersi il titolo di Shogun . In questo periodo fragile fatto di alleanze effimere ed evanescenti approda, quasi naufragando, sulle coste della terra degli dei John Blackthorn e il suo equipaggio . Da qui in poi avremo modo di apprendere e scoprire questo paradiso terrestre dove onore, dovere e armonia rappresentano gli unici valori che contano.

Con gli occhi del Anjin-san (Blackthorne) scopriremo usi costumi e filosofia di vita di un popolo affascinante culturalmente, e civilmente avanzato che paragonato al nostro d’inizio rinascimento è avanti mille anni. L’Anjin-san diverrà presto oggetto di studio e parte integrante degli intrighi per la conquista del titolo di reggente e dovrà sgretolare ogni suo preconcetto e arrendersi all’evidenza che per sopravvivere dovrà far suo e diventare un samurai. Amore, amicizia, saranno colonne portanti di questa avventura nipponica che porterà il protagonista ad un cambiamento radicale. Sia interiore che esteriore. Un cambiamento di cui non saremo solo dei semplici spettatori, che ci piaccia o no anche noi cambieremo e capiremo le contraddizioni di questa cultura spesso indecifrabile. Questo perché Clavell è bravissimo a trascinarci nel vortice di pensieri ed emozioni di Balckthorn, Mariko e Toranaga: protagonisti di tutto rispetto che vi faranno commuovere e appassionare. Quasi tutti gli attori sono ispirati a personaggi storici realmente esistiti,utilizzando però nomi fittizzi, forse per rispetto della storia e dei suoi fatti o piu probabilmente per evitare vincoli narrativi e incongruenze storiche.

Non è tutt’oro quello che luccica: infatti non è privo di difetti, purtroppo. Qualche falso storico, qualche luogo comune potrebbero meritare il perdono, in virtù della storia, ma il suo più grande, e si evince immediatamente, è lo stile ! lascia molto a desiderare, e la traduzione poi ci fa spesso storcere il naso. La gestione dei dialoghi e dei paragrafi è confusa e articolata in modo banale, così come le digressioni durante la narrazione che spesso confondono .Ma quello che più mi ha dato fastidio è l’assenza di un riferimento temporale in relazioni ai fatti . Karma ?

In tutti i casi un libro da leggere che vi rapirà vi emozionerà e vi fare desiderare che non abbia mai fine, perché ha tutte le carte in regola per avvicinarvi ad una cultura, che per noi eurocentrici è distante e affascinante in egual misura. Ma tutto ha un inizio e una fine e quindi rimane la gioia di aver letto un romanzo storico che non può mancare in ogni libreria dei patiti del genere, e anche non.

Buona Lettura !!!

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    29 Ottobre, 2013
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Esattamente ciò che cercavo...

Ve lo dico subito così, senza giri di parole o allusioni, quest'opera è stupenda.
Yukio Mishima è stato veramente un maestro: con delicatezza garbo e tanta tantissima eleganza ci consegna delle pagine indimenticabili, fatte di composizione al limite del poetico. Uno scritto in cui angosciosa l'armonia del suo insieme ti annega in un impeto di passione.
Leggendolo è impossibile non restare rapiti dalla peculiarità e dalla sensibilità artistica con il quale riesce a esprimere su carta, tramite figure retoriche e similitudini, i sentimenti dei protagonisti. Un autore che riesce a far vibrare a fondo le corde più melodiose di una storia toccante, narrata attraverso l'uso di una melodia sapiente dei sentimenti dei protagonisti.
Un testo profondo dove ogni pagina racchiude un infinità di passaggi indimenticabili, un testo dove solitudine , amore, amicizia, superficialità, bellezza e armonia ottengono in egual misura il giusto spazio e la giusta proporzione. Un testo introspettivo, un viaggio nelle emozioni che ci avvolge con uno stile insidioso e seducente. Mishima non si può dire però che ti assalga all'istante, bisogna dargli tempo: deve prendere aria come il vino, invecchiato a lungo, appena stappato.
Una storia di crescita interiore. Tre adolescenti alle porte della maturità cambiano e scoprono la loro identità emotiva: una storia d'amore che dura il battito d'ali di una falena svanendo nell' intensità d'una fiamma di lanterna. Satoko dolce, bellissima, appassionata, e aggraziata come una principessa è l'amore proibito di Kiyoaki ragazzo sensibile, malinconico e introverso. Un amore proibito,, inizialmente da una illogica paura del ragazzo di cedere ad un sentimento intenso. In seguito una volta capitolato davanti all'evidenza, osteggiato, forse dal karma, dal destino o dal caso che beffardo e ironico sconvolge le vite d'entrambe. Ma in tutto questo esiste un terzo elemento, Honda: il ragazzo logico, razionale ed emotivamente sterile, che avrà così modo tramite la passione ardente e inarrestabile di Kiyoaki, di capire chi realmente è e cosa realmente è disposto a fare per quell'amico così distante e diverso da lui .
La forza stilistica di Mishima a mio parere è la bellezza estetica delle similitudini, riesce a restituirci emozioni e sensazioni oltre la realtà. MA anche la sua capacità di rendere le passioni e le emozioni tangibili, anzi, indossabili. Per quanto la storia in se non sia un uno sbordare di fantasia e originalità, lo stile e la tecnica perfette ci porta a leggere la pagina successiva anche solo per assaporare questo stile unico di cui voglio farvene assaporare un frammento.

[...] Mentre sua madre parlava con la contessa, lo sguardo di Kiyoaki si posò su Satoko. La ragazza era seduta con la testa china, e lui temette di iniziare a fissarla con passione. Desiderava farlo, ma aveva paura che l'intensità del suo ardore potesse bruciare il fragile candore di Satoko. La sua passione aveva assunto una forma tanto violenta proprio perché sapeva che la forza che lavorava in lui e le emozioni che lo attraversavano dovevano essere delicate. Un sentimento che non aveva mai provato prima gli fece desiderare di chiederle perdono. [...]
Non resta molto altro da aggiungere, se non leggetelo.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    14 Ottobre, 2013
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Due rette parallele

Un originale romanzo formativo, dove il mondo e le storie al suo interno assumono un aspetto onirico fatto di profezie che Murakami descrive con i vari toni dell'inquietudine. Durante la lettura non ne sono stato rapito, sono io che ho assorbito il testo. Il sogno diventava mio e Il tempo e lo spazio svanivano, un po' come nei luoghi dove l'autore ci porta.
Nakata parla con i gatti, è un ottimo falegname, ma purtroppo è anziano e soprattutto vuoto, non sa leggere e scrivere ne tanto meno formulare un ragionamento articolato, però .... deve fare qualcosa , qualcosa che solo lui può fare , ma non sa cosa.
Tamura Kafka invece ha quindici anni , intelligente, bello, saggio come Salomone e profondo come un filosofo greco, ma è stato maledetto, una dannazione edipica e incestuosa grava sulla sua esistenza, ma non sa come sottrarsi. Due personaggi opposti ma uniti da un destino parallelo. dove i cosa diventeranno come e i come diventano cosa. "E in tutto questo io chi sono ?" pensano entrambe.
I personaggi sono tutti caratterizzati in modo splendido, tangibile. Ognuno con le sue peculiarità , le sue emozioni e la sua crescita interiore. Ognuno di questi entra con i tempi giusti e ottiene spazio nella trama senza stravolgerla ma fondendosi in essa in modo armonioso .
Murakami può sembrare contrito ed ermetico inizialmente, ma con l'evolversi della trama anche lo stile cambia e si capisce che non è ne uno ne l'altro, è uno stile asservito allo scopo, che va mutando e seconda delle necessità. Nessuna sbavatura, nessuna incertezza, Limpido ! il tutto fa da giusta cornice in modo sistematico ad un fantastico mosaico di destini incrociati.
Lo consiglio caldamente a tutti, è un testo profondo e piacevole al tempo stesso, una storia che riesce rendere il mondo una metafora, o forse no...
Buona lettura !

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    08 Ottobre, 2013
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L'acerbo allappa

“La verità sul caso Herry Quebert” è un giallo simpatico, fresco, che strizza l’occhio al cinema; scritto per le masse e a loro rivolto, un testo studiato a tavolino per macinare soldi ! riassumendo un testo commerciale. Stilisticamente parlando è un lago di tristezza, nessun virtuosismo, nessuna poesia, un testo veramente senza pretese. In alcuni passaggi sembra ascritto da un adolescente.
Si salva un po’ di più sul comparto narrativo, la storia è gradevole, i ritmi abbastanza serrati, anche se troppo spesso ribadisce situazioni e concetti inutili ai fini narrativi, generando cosi pagine e pagine di “reptita iuvant” ma dopo un pò scoccia !
La storia si snoda dopo qualche pagina e prende forma, quando il marcio viene a galla però il tutto si perde in interrogatori improbabili, in stile : “ si ricorda cos’ha mangiato il 12 agosto del 1975 ? e si ricorda il colore del maglioncino che indossava quel giorno ?” Si perché per scoprire i l colpevole e salvare il povero Harry che è sospettato di un crimine commesso 30 anni prima: L’omicidio di una ninfetta locale con cui ebbe una fugace tresca amorosa clandestina, e dell’omicidio di una anziana signora che viveva al limitare della foresta (e non sono cappuccetto rosso e la nonna) bisogna scavare nel passato e nella memoria delle persone che, quei giorni che precedono il 30/08/1975, li hanno vissuti.
Ma perche lo scrittore Marcus Goldman dovrebbe farsi maltrattare dal poliziotto cinico di turno e odiare da un intero paese? ma perché Harry Quebert è il suo vecchio insegnante d’università ! non che unico vero amico, ecco perché ! (e non perché è cronicamente affetto dalla “Sindrome della pagina bianca” ) Quindi ?!? quindi Marcus vuole a tutti i costi tirarlo fuori di galera: dimostrando al mondo intero che Quebert (l’autore di “alle origini del male” un libro che tratta una grande storia d’amore,considerato un classico moderno ) non è l’incarnazione di Hubert Hubert ma ben sì un povero scrittore ultra trentenne che in quel periodo si innamorò di una adolescente procace e disinibita. (Figlia di un pastore protestante)
A parte le scintille iniziali, il fuoco della mia attenzione arde alla svelta, e si assopisce dopo l’apertura delle indagini : personaggi sono stereotipati, le mamme sembrano tutte stordite, le giovani donne tutte oche, i mariti tutti dei dementi debosciati e via cosi per tutto il libro, gli unici personaggi degni di questo nome sono appunto Marcus, Harry e Nola per il resto sembrano tutti presi in prestito da una sitcom americana .
Per il finiale Dicker prepara il botto, e in parte ci riesce, anche se con tutte le possibilità che aveva per chiudere la storia ha francamente a mio parere fatto la scelta peggiore, ma questa è questione di gusti.
In conclusione un romanzetto con una buona operazione di marketing alle spalle . Dicker ha ancora molto da crescere, sia nella costruzione della trama, ma in particolare nello stile, che come già detto risulta banale e troppo sbarazzino. Rimandato al prossimo libro !

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    04 Ottobre, 2013
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L'ago nel pagliaio

Die Nadel (L’ago) Questo è il nome in codice della spia al servizio del III Reich; su di lui gravano le sorti della guerra. Non può farsi scoprire, non deve farsi catturare, deve lasciare Londra e l’Inghilterra per riferire direttamente ad Adolf Hitler. Perche lui è un suo uomo, lui è l’uomo della verità.
L’ago è la spia per antonomasia, gelida, spietata, camaleontica con un intelligenza fuori dal comune, fisicamente preparata; ma anche le spie hanno un cuore!
L’ombra degli eserciti alleati si stagliano sulle coste nord europee, minacciando una Germania che barcolla ma non molla, ma dove il martello si abbatterà su Calais o in Normandia ? Lo stato maggiore del Reich deciderà dove attendere il nemico solo dopo che il Fuhrer avrà avuto modo di ascoltare Die Nadel .
Dal canto loro gli Inglesi non possono permettersi che una spia accreditata riferisca informazioni tanto vitali, a cosi poco tempo dal D-Day e si affidano ad un uomo, un professore di storia grassottello e ormai in la con gli anni. Catturare la fantomatica spia, questo è l'imperativo ! (che a dirla tutta non sanno nemmeno se esiste ) vivo o morto non importa, non deve lasciare l’Inghilterra.
Follet , per quanto in questo romanzo fosse ancora uno scrittore in potenza, ci regala un romanzo godibilissimo, con delle situazioni avvincenti annegate nella “storia” condita alla Follet . Dialoghi ben curati con un linguaggio molto affine al periodo. Azioni al cardiopalma, suspense e una caccia all’uomo senza quartiere sorreggono, come colonne doriche, una volta di pagine coinvolgenti.
Il romanzo si fa letteralmente divorare, diventa avvincente fin da subito, restituendoci emozioni forti già dalle prime pagine. Ma non sono certo solo le emozioni forti a dettare i tempi di questo romanzo, gli aneddoti storici e l’affascinante descrizione dei protagonisti sin nel intimo ci legano a loro sgretolando quel sottile strato di confine che separa il buono dal cattivo, lasciandoci la scelta di tifare per uno o per l’altro.
Follet è un illusionista della fabula ! prende un periodo particolare ci ricama dentro una storia di fantasia vi incastra i suoi personaggi e quando finisci il libro ti lascia sempre quel rammarico sull’ultima pagina. Peccato è finito !

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    02 Ottobre, 2013
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Giallo sbiadito...

Purtroppo questa mia recensione è soggetta a una parca conoscenza di tutti i testi che Camilla Läckberg ha sfornato in precedenza, quindi la mia opinione sarà giustamente da prendere con le pinze. Inoltre non sono un estimatore dei “Gialli casalinghi” , potrei risultare duro agli occhi degli ammiratori e metto le mani avanti già da subito chiedendovi scusa ...
Partiamo dai pregi, un romanzo ben scritto, scorrevole e a tratti simpatico; si legge con spensieratezza, a patto che le nostre aspettative letterarie non siano altre.
La trama non brilla certo di originalità, anche se la Lackerberg riesce a mascherare, e non senza fatica, un assassino palese e un movente ancora più evidente... I metodi d’indagine: versione famiglia sinceramente li ho trovati ridicoli e noiosi, con lunghe e inutili pagine di riempimento a spiegarmi le frustrazioni che si provano i primi mesi/anni in cui si diventa genitori.
Sinceramente ho trovato questo tentativo di investigazione domestica, in cui praticamente tutti i parenti sino al terzo grado partecipano attivamente mi ha veramente deluso. Capisco che siano poliziotti svedesi, ma dubito che anche la polizia sia una sorta di magazzino IKEA … con nursery incorporata.
Vogliamo parlare dei metodi d’indagine ufficiali ? diciamo che se questo romanzo rispecchiasse la realtà la Svezia sarebbe il paese dei balocchi dei serial killer ! Si perché dovete sapere che l’accesso al luogo del delitto è una specie di mercato rionale, dove chiunque entra esce e ci si può anche abitare allegramente .
Va bene tutto però un minimo di realismo non guasterebbe …
In conclusione un romanzetto, con poco spessore, se non per le pagine che lo compongono che,a dire il vero, per una storia così poco intrigante che si muove su uno sfondo ormai trito e ritrito (SS, campi di concentramento, ecc..) son davvero troppe e prive di novità.
Ripeto complice è sicuramente la mia mancanza della tetralogia precedente che mi avrebbe aiutato ad avere un rapporto empatico diverso con i protagonisti, ma se questo è lo standard della Camilla temo proprio che le nostre strade non si rincontreranno tanto presto.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    22 Agosto, 2013
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Di Semplicità Virtù

Un altro incontro casuale con uno splendido testo, indimenticabile, “Zorba il greco” ! Tutti , o quasi tutti, conoscono il film , ma quanti hanno letto il romanzo ? Personalmente conoscevo solo il titolo come film e per qualche strana ragione non l’ho mai voluto vedere, qualcosa mi spingeva ad evitarlo; poi sono casualmente venuto a conoscenza del romanzo e di questa nuova edizione, che una piccola casa editrice, ci ha riproposto restaurando la traduzione e aggiungendo la prefazione dello scrittore, fondamentale ai fini della comprensione del romanzo stesso . Nota molto importante è anche l’adattamento del titolo, che in greco è “Parole e opere di Alexis Zorba” che già in questa veste secondo me avrebbe avuto molto più valore rispetto a “Zorba il greco”, in quanto è di questo che si parla .
Un romanzo che sfiora la filosofia, uno splendido racconto che parla dei bisogni dell’uomo, delle sue necessità primitive, e ci da degli ottimi spunti di riflessione sui veri valori che ormai si stanno perdendo. Un inno alla semplicità.
Zorba è stato per tutte le pagine del libro al mio fianco, come un anziano mentore. Nella sua cruda e primitiva anima fioriscono la bellezza del genere umano, ci consola e ci accompagna con umiltà sulla strada verso l’illuminazione; servendoci soluzioni semplici ai più grandi e contorti quesiti cosmici. Tra una canzone sotto le stelle, una notte di bagordi con la sua Bubulina, un imprecazione e un ricordo, Alexis Zorba è diventato un caro compagno. Anche io , come il suo “padrone” (l’io narrante che lo ritrae su carta) cresco e mi schiudo come un bozzolo di larva maturo. E’ un romanzo di formazione adulto, che si staglia sullo sfondo di una creta straordinaria, fatta delle sue case bianche, dei suoi paesaggi arsi dal sole bagnati dal suo mare indaco sotto cieli stellati. Spesso mi sono sentito come se fossi stato li, accanto a loro, attorno al fuoco, a mangiare castagne e capretti, a bere vino e ad ascoltare le parole di questo uomo saggio dalle mani grosse, dal vissuto ruvido e dal viso smunto. A parlare d’amore, di dio, di donne e di vita.
Il romanzo si pone come il confronto tra due esseri che si fonderanno in una virile amicizia, profonda ed eterna: il Padrone, erudito scriba fatto di ideali utopici, proprietario di una miniera di lignite, afflitto dai grandi interrogativi dell’ uomo. E Zorba : l’essere integrale, primitivo, ignorante e lavoratore, ma saggio e illuminato, che gode dei piaceri della vita perché a suo modo ne ha colto il senso, che forse può sembrare banale ma che in realtà è una risposta che abbiamo davanti agli occhi tutti i gironi . I temi che li porranno a confronto sono il rapporto uomo donna, la religione e il rapporto con dio, l’esistenza dell’anima, la morte e il senso della vita. Ma non aspettatevi un saggio, anzi, sarà tutto posto in prosa con umiltà, semplicità e schiettezza . Con uno stile asciutto in un susseguirsi di aneddoti più o meno avvincenti.
Zorba Alexis e Catesio:
Cartesio ha detto “penso quindi sono” Zorba a questa affermazione risponderebbe “ Che il diavolo ti porti Cartesio ! sono quindi godo !”
Zorba e ciò che lo circonda:
Guarda ogni cosa come se fosse la prima volta che la osservi, potrebbe essere l’ultima.
Da leggere assolutamente !

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    31 Luglio, 2013
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Geisha per amore

Uno buon romanzo, che nonostante la storia accattivante tende a banalizzare una figura che è molto di più di quello ritratto in queste pagine. E’ un peccato che Golden si perda nel banalizzare una geisha al pari di una prostituta. Lo scrittore però, fortuna vuole, lo fa con un storia che appassiona e coinvolge. Mi sono molto divertito a seguire le vicissitudini di Sayuri di come da piccola figlia di un pescatore si trova a rivalutare le proprie aspettative per sopravvivere. E grazie all’ amore riuscire ad accettare una vita da Geisha nella modalità prostituta d’alto borgo.
Forse un titolo come “Geisha per amore” sarebbe stato più appropriato…
Una bella storia però non fa un capolavoro, anzi. In tutta sincerità devo dire che uno stile troppo semplicistico, e spesso banale mi ha spesso portato a storcere il naso. Gli elementi come la bellezza, l’arte l’erotismo sono presenti ma non rendono a pieno il vero significato di queste figure ormai leggendarie. Lo stile usato (e qui non so se è colpa della traduzione )e il messaggio trasmesso sortiscono l’effetto dell’acqua ragia su una tela pregiata. Un mondo così incline alla bellezza in ogni sua forma, alla ricerca costante della perfezione, viene descritto con frasi banali e descrizioni scialbe, prive completamente di patos. Forse se fosse stato scritto da un nipponico e non dal solito scrittore hollywodiano (anche se professore di storia del’arte, con un master in quella giapponese ) avremmo avuto in mano un capolavoro inestimabile, invece, abbiamo un buon romanzo con un ottima storia, ma nulla più.
Purtroppo soffermandomi a guardare l’universo tinteggiato da Golden, da in effetti l’impressione che le Geisha non vedano l’ora di vendere la loro verginità al miglior offerente a cuor leggero, a cercare di diventare la pollastra di lusso del magnate di turno. Ma credo che prima di farsi questa idea fantasiosa si debba studiare un po’ meglio la storia giapponese e le culture che ne costituiscono. Un romanzo che a mio avviso sminuisce e offende una cultura centenaria che ormai si sta perdendo per sempre. Un vero peccato .
In conclusione mi sento di consigliarlo, perché è un testo leggero che attrae e non annoia, in più può porre le basi per stimolare un approfondimento futuro sull’ argomento.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    17 Luglio, 2013
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Elegantemente sordido...

Perché leggere Lolita ? a mio avviso non per la storia ! no, direi di no, anzi la storia è una di quelle cose che possiamo fare tranquillamente a meno. (questione di gusti)
Per il recondito significato posto in prosa dall’ autore ? ecco forse qui va già leggermente meglio, se vogliamo parlare del aspetto psicologico. Analizzare le pulsioni sessuali che spingono Humbert Humbert verso le ninfette pre-pubescenti , oppure cercare di tracciare un profilo di Lolita e dei suoi traumi, diciamo che questo libro potrebbe (meglio usare il condizionale) fare per voi.
Allora cosa veramente appaga la lettura di questo testo, dalla trama moscia ? E’ subito detto: LO STILE !
Lo stile in questo romanzo è tutto, si! È Humbert che scivola nel delirio della sua perversa passione da satiro insoddisfatto. E’ Lolita che perversamente maliziosa si insinua nella mente della sua vittima, con l’innocenza di un gioco per bambini, e rimane a sua volta vittima della sua Ninfità. E’ il mondo che gravita attorno a questi personaggi, protagonisti di una elegante sordida passione da risvolti e dalle prospettive controverse , che esistono e rimangono indelebili sulle pagine che compongono il libro della “storia della letteratura” . E tutto solo perche Nabokov ha uno stile incantevole, affascinante. Capace di stordirti con frasi meravigliose che restano indelebili, nella memoria. Tipo […]…il suo diabolico rompicapo mi eiaculava in faccia […] oppure del tipo […]… per poi tirare indietro il prepuzio della pistola e assaporare l'orgasmo del grilletto premuto … […] oppure più elegantemente […]Continuo a sfogliare questi infelici ricordi e a domandarmi se proprio allora, nello scintillio di quell'estate remota, abbia avuto origine la crepa che percorre la mia vita; o se invece il mio smodato desiderio di quella bambina fosse soltanto la prima manifestazione di un'innata peculiarità. […] Ecco queste citazioni rendo a pieno il coraggio , la forza, narrativa di questo scrittore, che non brilla per fantasia ( a mio modestissimo parere) ma per capacità di rendere attraente e gradevole anche un argomento incestuoso e perverso come quello trattato, e benissimo rappresentato, in queste pagine ricercate.
Non posso nascondere che alcuni passaggi mi sono risultati lunghi e tediosi, questo in virtù dell’ assenza totale di contenuti. Ma la noia è stata ampiamente sconfitta dalla gradevolezza del lessico e dalla composizione sapiente di frasi indimenticabili.
Non so se consigliarlo a pieno titolo e sento ancora che non è il mio genere, ma tutto sommato sono felice di averlo letto, anche se la storia non è niente di più e niente di meno di quello che mi aspettavo …
SPOILER NEI COMMENTI ATTENZIONE!!!!

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    11 Luglio, 2013
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Miao... miao.. miao...

Un altro romanzo di Mo Yan che mi ha profondamente rapito, portandomi nella Cina decadente della dinastia Qing, lasciandomi tramortito; miao miao miao...
Quest’ opera dei gatti, che parla di onore, compassione, atrocità, ci mette davanti agli occhi una realtà che ancora oggi, in più parti del mondo, esiste. Una storia che non è per le persone deboli di stomaco, o particolarmente sensibili alle sofferenze umane. L’argomento principale infatti è la tortura ed i principali protagonisti sono il boia e il condannato, due elementi che necessitano uno dell’altro per completarsi e raggiungere l’apice della loro ultima e più grandiosa opera. Ma il tutto dovrà compiersi prima che la morte li colga.
“Nonna Zhao” il Campione di tutti i carnefici imperiali, il tristo mietitore fatto a persona. Freddo, determinato, equo e compassionevole. Rispetta le sue vittime e la sua arte, tutto quello che fa è il risultato del rispetto che nutre per la giustizia e la famiglia imperiale. Non prova piacere nella sofferenza altrui, anzi si cruccia e si rammarica per l’empietà che egli stesso ammette di compiere. Ma è vittima di un ruolo, un ruolo che consuma e logora , lo lascia spoglio di ogni sentimento umano, costringendolo così ad aggrapparsi all’unica cosa che sa fare veramente bene, il boia.
“Sun Bing” un teatrante eroe, talmente capace di entrare in sintonia con il mestiere di cantastorie da divenirne l’essenza stessa. Gli eroi che incarna sul palcoscenico crescono e si manifestano in lui, e in lui si reincarnano quando rimane vittima dell’ennesima ingiustizia. Sun Bing dissoluto artista di strada diventa il simbolo della rivolta di un popolo, diviene l’urlo disperato delle genti assoggettate allo straniero usurpatore. Diviene l’estremo sacrificio da compiere per entrare anche lui a pieno titolo come eroe del immortale canto dell’opera dei gatti.
Questi due personaggi non sono gli unici protagonisti, anzi per renderli completi hanno bisogno di tante comparse e altrettanti antagonisti di tutto rispetto. Sun Meiniang figlia del teatrante Sun Bing, splendida creatura, follemente innamorata del magistrato locale di Gaomi, Quian Ding. Combattuta e straziata, come la provincia Gaomi, tra l’amore per l’uomo fatto di virtù e l’amore per quel padre lincezioso ed eclettico che rappresenta i sani piaceri della vita, il coraggio e la semplicità. Quian Bing è la trasposizione umana dei pregi e delle virtù, un uomo integerrimo, compassionevole che ama il suo popolo ma è troppo pusillanime e sottomesso per ergersi a scudo dai soprusi che il suo popolo subisce. E in ultimo ma non per ultimo Zhao Xiaojia, la mente semplice, lo scemo del villaggio, il figlio del boia. Essere incapace di vedere la malignità, che ancora crede nelle favole e per vivere scanna cani e maiali che, la sua dolce sposa, Sun Meiniang cucinerà per gli avventori della loro “rosticceria” . Una bambino con la forza di un toro, che vive senza porsi delle domande associando ogni persona ad un animale che rappresenta le caratteristiche di colui che osserva.
Ognuno di questi personaggi l’ho apprezzato grandemente grazie alla scaltra scelta narrativa di mostrarci la storia dai punti di vista dei protagonisti che la popolano, mettendomi così in profonda sintonia con ognuno di loro.
E’ un testo potente, crudele, che spesso rende difficile la lettura, proprio per la schiettezza e la dettagliata efferatezza delle torture a cui i condannati che finiscono tra le mani di “Nonna Zhao “ vengono sottoposti ma la raffinatezza e l’grazia con cui Mo Yan pone in evidenza tale violenza la rendono un’ opera di grande valore. Come in “Sorgo Rosso” le scene ci scorreranno davanti agli occhi, togliendoci il respiro. Ci troveremo a distogliere lo sguardo e a cercare di tornare nella realtà contemporanea. Percepiremo gli afrori di una Cina che pone le radici in tempi lontani. Colori e immagini semplici hanno distorto lo spazio e il tempo attorno a me. Un tumulto di emozioni in prosa ci avvolgerà; personalmente non mi hanno permesso di smettere, anche quando la carneficina diventava intollerabile, perché nonostante tutto il sangue e la ferocia, l’autore, lasciava trasparire rivoli di pietà e compassione che lentamente, come fiocchi di neve silenziosa, si adagiava sul fondo del mio cuore mozzandomi il respiro in gola.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    02 Luglio, 2013
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Indimenticabile

Quando ci si trova a leggere un romanzo come questo l’unica cosa che si può fare è rimanere a bocca aperta . Obbiettivamente devo dire che tutti i paragoni fatti con “Cent’anni di solitudine” sono del tutto coerenti. Descrizioni splendide, personaggi indimenticabili, situazioni eleganti e grottesche si susseguono in un vortice di emozioni e sensazioni di rara bellezza e intensità. Il tutto si svolge in un posto indimenticabile avvolto dal rosso sangue del Sorgo maturo, in un luogo che scivola tra il reale e il magico. Mo Yan è un Maestro con le sue parole, e la sua capacità narrativa, ti travolge di emozioni. In poche righe si resta rapiti dalla sua capacità di fondere la crudeltà di uno stupro con la bellezza divina di un aguzzino, oppure, lo splendido paesaggio fatto di un cielo turchese profondo e di una madre terra sanguinate sorgo che fa da sfondo all’atroce scuoiamento, da vivo, dello zio Liu. Questo libro è stato come viverlo, come esserci dentro; ogni passaggio, ogni rigo, è un turbinio fatti affascinanti.
Anche qui ci troveremo davanti a personaggi controversi, che racchiudono in loro il meglio e il peggio dell’essere umano. Il comandante Yu (il nonno) Eroico bandito, che prendo a esempio su tutti in quanto principale protagonista è capace di sgozzare un monaco, ma anche di sacrificarsi per il bene del prossimo tormentandosi della crudeltà dei demoni invasori. Racchiude in se il dualismo dell’uomo e le controverse emozioni.
Ogni libro di cui e composto il romanzo tratta argomenti diversi della stessa vicenda. Questa scelta ci permette di affrontare la totalità della storia in modo avvolgente, lasciandoci il tempo di respirare, per metabolizzare al meglio tutta la storia. La scelta stilistica di continue digressioni non ci spiazza, anzi, ci coinvolge e in parte ci incuriosisce spingendoci alla lettura.
Personalmente mi sono preso un lungo periodo per affrontare questo affascinante viaggio, dove non si capisce mai veramente dove finzione, leggenda e realtà si separino, anzi questi tre elementi si fondono e si scindono sostituendosi l’uno all’altro . Negli occhi mi sono rimasti il sorgo rosso sangue, i tramonti con il sole striato sullo sfondo e la terra nera. Ma anche le sue credenze mistiche al limite del esoterico ed il sorgo, che si dimostra vita e morte di un periodo controverso e affascinante di un popolo e di una generazione che ancora vive a metà tra feudalesimo e rivoluzione .
In conclusione Guan Moye alias Mo Yan è entrato,in virtù di grazia ,eleganza, semplicità e profondità, di prepotenza nel olimpo dei miei autori preferiti ; e sono concorde con l’appendice del libro in cui si sostiene che Mo Yan racchiuda, in “Sorgo rosso”, tutta la bellezza della letteratura cinese degli ultimi duemila anni.
Un plauso va fatto anche alla traduzione, che è stata fatta con sapienza, mantenendo inalterata, a mio parere, quella diversità affascinante delle figure retoriche orientali, che tanto contraddistinguono la letteratura cinese.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    22 Giugno, 2013
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Capolavoro dimenticato (snobbato?)

Sono arrivato a questo testo in modo casuale, grazie ad un amico che tutti i giorni affronta quella guerra quotiadana che risulta essere il pendolarismo .
Siamo entrambe amanti della letteratura, orientati su generi differenti, ma in comune abbiamo una cosa, ci piace saggiare della narrativa vera, di qualità, che abbia, nel bene o nel male, da dire qualcosa di importante, in modo elegante e sagace. Vi premetto questo perché, a seguito di questa lettura, ritengo che sia inammissibile che un testo di tale importanza e intensità non sia ad oggi materia di studio nelle scuole, e ritengo oltremodo inaccettabile che sia stato quasi dimenticato e rimanga sconosciuto al grande pubblico, almeno in Italia. Un romanzo che viene definito a livello mondiale, il capolavoro del '900 sudamericano.

Questo romanzo è, senza ombra di dubbio, un Capolavoro. Un opera completa: profondo, intenso, originale, un affresco sudamericano impareggiabile. Un dipinto argentino vivo: al cui interno mutano le maree in un impetuoso oceano di emozioni e sentimenti, un tango argentino in prosa. Non vi nascondo che è un testo la cui difficoltà, almeno per me, è stata evidente. Ma i contenuti sono talmente intensi che è impossibile non leggere, no nazi che dico, non fondersi nelle parole di Sàbato; che con sapienza e ardire affrontano argomenti scottanti e spesso irritanti.
Mi sono affezionato ai personaggi di questo incubo argentino, Martin, Alejandra, Fernando, Bruno. Ma non dimenticherò mai i non protagonisti, tutti, dal primo all'ultimo tratteggiati benissimo: vividi e reali. E posso dimenticare forse Buenos Aires? no! E' descritta con poche parole, in modo graffiante e cupo nel suo risplendere di vita: viene dipinta come una nuova Babilonia, dove i popoli della terra: i reietti , i disperati e i sognatori si incontrano in questa patria madre della speranza, figlia delle rivoluzioni idealiste fallite nell'avidità dell'uomo, che la trafiggono impietosi come una lancia, da parte a parte, da oltre cento cinquant'anni. In questa orgia di sentimenti e pensieri profondi di vicende di sangue emerge una storia d'amore potente, tenera e isterica, tra due ragazzi: Martin e Alejandra appunto, due anime vere, originali, uniche. Un amore brutale, schizofrenico, un amore che sembra non poter esistere. Ma non è d'amore che parla questo romanzo...(l'amore è solo un veicolo, una scusa, per mostrarci qualcosa di più) ...ma ben si di angosce dell'anima, di follia, di verità, di pensieri umani, di speranza, di devozione, di deliri e crudeltà, di sogni irraleazati di delusioni e illusioni e ... Più leggevo più la prospettiva di questo romanzo cambiava, sino a raggiungere il capitolo straordinario, su il "rapporto sui Ciechi". Il delirio di un ossessione che prende forma. Una mania di persecuzione all'ennesima potenza, provata da un personaggio impagabile come Fernando. Ma mi è impossibile descriverlo in quanto rimane un pezzo di letteratura che difficilmente ritroverò altrove ed è troppo ampio perchè una sola chiave di lettura possa decifrarlo. Posso affermare però che è un capitolo resta dentro,grazie a deliri razionali, alle logiche di alienazione estrema, nei vaneggiamenti carismatici e spietati di un individuo che mai ho avuto modo di incontrare in altri romanzi. Un viaggio alle porte della lucida follia, dove ogni tunnel è una nuova paranoia.
Solo leggendo l'ultimo paragrafo, l'ultima frase, ho capito quanto è grande in termini di concetti, ed argomenti, questo romanzo; spingendomi ad ammettere che dovrò rileggerlo più di una volta per poter decifrare questo messaggio, criptico, che mi ha incasinato il cervello.
[...]Prima, quando ero più giovane e meno diffidente, seppur convinto della mia teoria, rinunciavo a verificarla e perfino ad enunciarla, perché quei sentimentali pregiudizi che sono la demagogia delle emozioni mi impedivano di sfondare le barriere erette dalla setta, tanto più impenetrabili quanto più sottili e invisibili, fatte di idee imparate a scuola e sui giornali, rispettate dal governo e dalla polizia, diffuse dagli istituti di beneficenza, dalle signore e dai maestri. Barriere che impediscono di arrivare fino ai tenebrosi sobborghi dove i luoghi comuni incominciano a diradare, a diradare, e nei quali si inizia ad avere qualche sospetto della verità.
Ci vollero anni perché potessi oltrepassare le barriere esterne. E così, a poco a poco, con forza grande e paradossale, come quella che in un incubo ci fa muovere incontro all’orrore, andai penetrando in quei proibiti territori in cui comincia a regnare l’oscurità metafisica, qua e là intravvedendo, dapprima in modo indistinto, come fuggevoli dubbi e fantasie, poi con maggiore e terribile precisione, tutto un mondo di esseri abominevoli.
Racconterò come conquistai questo terribile privilegio e come dopo anni di ricerca e di rischi potei entrare nel recinto dove s’agita una moltitudine di esseri, dei quali i comuni ciechi non sono che la manifestazione meno impressionante[...]

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    20 Giugno, 2013
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Quando l'amore incontra il misantropo

Il tunnel: un titolo perfetto per descrivere la follia a cui può portarti un sentimento intenso, insensato ed effimero come solo l’amore sa essere; ma anche un ottimo romanzo che descrive come le passioni travolgenti siano deleterie in menti deboli e deviate. In queste Pagine Sàbato ci descrive la strada verso la follia in un razionale, inquietante e, quantomeno, beffardo memoriale di chi dell’amore è rimasto vittima; ma anche carnefice.
Castel questo pittore misantropo, scopre il suo amore per il prossimo nella figura di lei, Maria: unico essere in grado si non suscitargli un conato di disprezzo. Ma malauguratamente fiorisce in lui sotto forma di passione ossessiva compulsiva. Lentamente gli si inocula nelle mente, trascinandolo verso il fondo di queste acque nere. Lui l’ama ! Ma è un amore morboso e malato: si nutre delle sofferenze, delle angosce delle illogiche elucubrazioni a cui lui la sottopone, saziandosene solamente quando vede sul suo volto di Maria l’afflizione, il disagio disperato dato dall’umiliazione; ne fa una martire della sua follia, sempre più pronta e più vicina alla maturazione . Maria unica donna che sembra aver capito il suo genio e la sua solitudine. Ma a sua volta è una donna forse troppo impulsiva, o forse, troppo dissoluta per poter dedicarsi esclusivamente ad un amore intenso, angoscioso e contradditorio come quello che prova Castel, giustificando così, almeno in parte il tragico epilogo.
Un romanzo ben scritto, scorrevole, chiaro; sin dalle prime pagine ti rende complice incuriosendo. L’autore riesce ad essere convincente, immedesimandosi appieno in questa mente malata, sostenendo con una logica disarmante il punto di vista dell’amante omicida. Io non sono riuscito a mollarlo sino alla fine, e lo stile coinciso, asciutto, ma azzeccato e colorito mi ha veramente colpito. Forse non un capolavoro, ma sicuramente un grande romanzo, che tocca gli angoli più bui dell’animo umano con schiettezza e sincerità. Un grandissimo Ernesto Sàbato!

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    17 Giugno, 2013
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NAufrago con Velasaco

Un'altra storia narrata in modo sublime. Se sia vera o no, purtroppo, non è dato di saperlo. Ma voglio crederci, perché sono stati dieci giorni intensi, veri, oltre lo spazio oltre il tempo, dove i minuti diventao giorni e i giorni mesi. Da quando Velasco cade in mare, a quando approda sulle coste colombiane. Dieci giorni dove il celo blu, il sole rovente e il mare smeraldo diverranno i vostri peggiori nemici. Sentimenti e emozioni spesso contrastanti galleggiano con noi sulla penna virtuosa di un maestro di prosa.
Marquez si fa cronista di questa sventura avventura, dove un marinaio sarà costretto a sopravvivere, con un orologio, gli indumenti e qualche remo, su una zattera di sughero e la sola speranza di essere ritrovato, di continuare a vivere. Una speranza che prima sarà la scintilla del motore che lo spingere a vivere per poi diventare in seguito il falò delle sue ossessioni. Naufrago, della sua patria, naufrago del mare, e naufrago anche della vita e della morte, dove nemmeno quest’ultima lo vorrà. Lasciandolo in bilico sul confine della follia. Se la speranza è l’ultima a morire è forse perché è la prima a insorgere quando tutto sembra darci per spacciati, ma se ci abbandoniamo troppo a lei è anche quella che logorerà le nostre menti, conducendoci sul viale della disperazione.
Anche se sappiamo come va a finire sin dal principio è un racconto emozionante, tiene alta la tensione e la voglia di leggerlo. Ci pone così su questa zattera di sughero alla deriva. Un racconto dove lo stile e la capacità di trasposizione di Marquez si percepisce, nonostante i suoi capolavori siano lontani dall’essere partoriti emerge con forza la sua capcità narrativa.
Un romanzo che non risulta mai noioso e ci spinge alla lettura, come le correnti del golfo spingono sovrane le zattere alla deriva.

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    06 Giugno, 2013
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“La hojarasca” delle verità

La lettura di questo racconto ci porterà nuovamente a Macondo. Tra le sue piante di Banani, nelle sue estati di caligine afosa, tra le sue casette bianche. Ancora una volta la solitudine è il tema portante ma questa volta con un aurea di elegante mistero, che ci accompagnerà lungo tutta la storia. Storia che si vive attraverso i pensieri e i ricordi dei tre personaggi portanti. Il nonno, la figlia e il nipote. Scavano nelle loro memorie per scoprire, giustificare, la loro presenza al funerale di un dottore odiato, disprezzato e dimenticato dattu gl iabitanti di Macondo, tranne che da loro tre. Ripercorrendo i loro ricordi capiremo chi era il dottore, le sue peculiarità e il suo modo di essere. Il dottore è un personaggio ancora una volta controverso,difettoso, magico, impalpabile, si nutre di erba e rimane chiuso in uno stanzino e non pensa a dio perché questo pensiero lo sconcerta. Un personaggio che si muove lungo il confine incantato, onirico e reale, dove solo Gabò , a mio avviso, sa aprire fessure su cui farci posare lo sguardo.
Un giovane Marquez che in questo suo primo racconto si muove tra passato e futuro dimostrando già la sua capacità di muoversi non solo all’interno di un genere letterario difficile, come il realismo magico sa essere, ma anche di possedere una grande capacità di sfruttare l’analessi.
Personalmente ho trovato deliziosi e affascinanti gli aspetti riguardati i rapidi e sagaci confronti di opinione tra il dottore e il colonnello -il nonno- ( un colonnello, l’amaca e una veggente non mancano mai nei tesi di Marquez, questo per via della sua infanzia passati con i nonni, Veggente lei ex colonnello lui ) meno appassionanti invece la parte in cui si fa carico di esporre i pensieri della figlia Isabel e del di lei figlio . Per quanto anche la figlia sia utile nel tratteggiare l’aspetto del dottore. Il bambino invece sta più a rappresentare il rapporto con la morte e il punto di vista attraverso gli sguardi dell’innocenza.
Una particolarità che ho scovato su “wiki”, che non mi sento di interpretare, il titolo originale nella lingua madre è: “La hojarasca” e sta ad indicare quel mulinello di foglie secche che vediamo spesso alzarsi nelle giornate secche, quando le leggere brezze estive le accarezzano, ma sta anche ad indicare il ciarpame o il pattume.
Personalmente l’ho trovato particolarmente adatto al testo, in ognuno dei tre significati che la parola rappresenta.
Buona lettura a tutti!

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    05 Giugno, 2013
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Un colonnello ZEN

Un prezioso racconto breve, che tratteggia un personaggio indimenticabile.
A tratti toccante a tratti divertente. Si legge d’un fiato, in poche pagine si vive la solitudine: tema ricorrente nei testi del maestro; la speranza e la tenacia di questo Colonello in pensione, che diede tutto per la patria, ma la patria a lui ? Accompagna, in questo sogno di sventura, la sua comprensiva, risoluta e fedele moglie; anche lei indimenticabile.
Non mancano i riferimenti ad Aureliano Buendia, e del suo armistizio pagato a caro prezzo; e di cui il buon Colonello è vittima. Vittima di questa pensione che non arriva, ma che immancabilmente si ostina ad andare a riceverla,di un gallo da combattimento che deve nutrire e di un stato che lo ha dimenticato, vittima di quarant’anni di stenti, vittima della vita e della mala ora, vittima dei tormenti dell’età dei dolori di una vita che lo ha consumato in un attesa infinita . Ma nonostante tutto questo la sua dignità, perseveranza e devozione, alla causa, lo elevano ad un rispetto ed una ammirazione profondoa da parte di tutti gli abitanti. Marquez in questo racconto si dedica esclusivamente al protagonista, rendendo le sue vicende toccanti. Un rapporto coniugale vero e dal sapore antico dove ancora si respira il “fin che morte non ci separi” e dove si affronta la vita assieme nonostante tutto.
Ogni pagina è un piccolo gioiello.
Riuscirà il nostro reduce a far combattere il suo gallo ?
a guarire dei funghi nella sua pancia ?
a ricevere la meritata pensione ?
Questo racconto è come i sogni del mattino: vividi e intensi, ma quando ti svegli ti lasciano quel sapore di malinconia che svanisce solo dopo il caffè. E alle volte nemmeno dopo quello…

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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    04 Giugno, 2013
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Estasi letteraria

Questo romanzo secondo me merita molto di più di quello che la storia gli sta riservando, se non altro per l’ardire e la genialità espressa dal Maestro.
Marquez credo proprio che in queste pagine superi se stesso: ogni ossimoro, metafora, sinestesia ogni descrizione raggiunge vette altissime, uno stile inebriante, magico, trasognato. Fluiscono dalla sua penna fiumi di magia onirica, racchiusa in un realismo e una crudeltà toccante. Racchiuse in queste pagine sornione dove la solitudine, il potere, l’amore, l’amicizia e gli ideali si fondono: carta e inchiostro, in un lago di parole senza soluzione di continuità dando vita così a “L’autunno del patriarca”.
Secondo me non è definibile semplicemente con l’etichetta di romanzo, però non è nemmeno un introspettiva e nemmeno un poema, non sono riuscito a capire cosa realmente sia ma rimarrà certamente nel mio cuore come un Capolavoro. Più di Cent’anni di solitudine, oltre “L’amore ai tempi del colera”, in l’autunno del patriarca li ho trovati entrambe e anche qualcosa in più.
D’acchito potrebbe sembrare scritto a mo di flusso di coscienza: l’omissione della punteggiatura e il sui utilizzo potrebbe darne l’impressione; ma dopo qualche rigo capiamo immediatamente che non lo è affatto. E’ qualcosa d’altro. Qualcosa di nuovo, difficile da interpretare, ma di sicuro effetto. Ho fatto spesso fatica a seguire la storia, perché questo suo modo di scrivere mi trasportava da un argomento ad un altro senza lasciarmi rendere conto della variazione, complice la bellezza della sua prosa e la magia che mi restituiva. Ho dovuto rileggere intere pagine, soffermarmi più e più volte sui passaggi più complessi e articolati, belli ma per me difficili da assimilare.
La trama è magica, come solo Gabò sa renderla, ma tratta un argomento crudo e drammatico:La solitudine del potere assoluto, e di come questo logori chi lo ha o lo rappresenti . (tutto il contrario di ciò che disse Giulio) Il libro è diviso in cinque “capitoli “ ( l’unico punto che incontrerete in tutto il testo e quello di fine capitolo che ne determina la fine) a loro volta sono suddivisi in tre parti: una che riguarda il ritrovamento del cadavere del Generale, l’allestimento camera ardente ne le secondo e via via fino al ultimo che introdurrà il funerale. Seconda parte quella che sfocia nei ricordi di un suo suddito/a che ne analizza e ne mostra i due lati del potere: ciò che il regime mostrava al popolo e a lui e ciò che il popolo realmente pativa e la percezione distorta del Patriarca. Tratteggiando così l’ ascesa al potere fino alla consolidazione, per passare poi al declino e al consumarsi di quest’uomo triste solo macilento e consumato . Ma non manca il punto di vista del Generale.
Devo ammettere che per quanto incarnasse ciò che di peggio possa esistere: con il suo testicolo ernioso, il suo insidiare costante di eserciti di giovani concubine per sfogare le su voglie di marito frettoloso, il suo complesso edipico, la sua ignoranza selvaggia,il suo perverso gusto per il macabro. Nonostante i difetti. Mi ha commosso e fatto una gran pena, pena per questa vittima illustre di se stesso, vittima del popolo steso afflitto e bisognoso di lui, nonché carnefice e boia del suo destino.
Non andrò oltre non voglio tediarvi vi chiedo solo: se amate Marquez, il suo modo di scrivere e vi sentite pronti ad un esperienza unica, non solo narrativa ma anche stilistica, leggetelo, anche un sorso alla volta, un rigo ogni tanto, leggetelo perchè di capolavori partoriti dall'estasi creativa ne fioriscono veramente pochi ..

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Solo chi ama Marquez profondamente o chi vuole provare una vera "scrittura creativa"
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