Opinione scritta da ferrarideandre
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recensione di Alberto Ferrari
Quando lessi per la prima volta un libro di Murakami ne ricavai, fra gli altri stimoli, un netto impulso a scrivere in proprio, a cimentarmi con la narrativa, quasi che la sua maestria nel raccontare fosse contagiosa. Cosa esattamente mi affascinava della sua scrittura da avere un riverbero così diretto sulla psiche? La capacità di tradurre in esperienza estetica la normalità. Se Murakami riesce a dare forma e dignità di rappresentazione al vivere quotidiano anche quando è fatto di gesti e incontri all’apparenza normali se non banali, vuol dire che anche la mia esistenza, del tutto “normale”, può ragionevolmente sperare di essere rappresentata, essendo pur sempre l’esperienza di un testimone dei nostri tempi. E’ l’atteggiamento mentale che i libri di Murakami vanno a stimolare. In altre parole, la sua scrittura fa venir voglia di scrivere.
Quando mi sono imbattuto in questo libro, in cui Murakami racconta della sua passione per la corsa podistica e per lo sport in generale, ero certo che avrebbe rafforzato la mia voglia di scrivere e, per osmosi, corroborato quella di fare jogging. L’argomento rientrava appieno nella categoria per cui lo scrittore esercita l’ascendente di modello letterario. Infatti, cosa c’è di meno eroico che parlare della propria passione per la corsa se la si pratica come esercizio fisico fine a se stesso? Il rischio di essere banale a ogni rigo sembra molto alto, eppure lui, avendo questo dono di dare un tocco epico ai gesti semplici della vita quotidiana, ero certo che avrebbe trovato quel significato in più per giustificare il titolo, per guidarci alla fonte di una nuova esperienza estetica del personaggio che dice io, che in questo libro è perfettamente sovrapponibile con l’autore. Scopriamo così che la passione di Murakami per la corsa va di pari passo con quella per la scrittura.
Quando, nel 1981, dopo i primi incoraggianti esordi letterari, chiude il locale notturno a Tokio e decide di concedersi un anno sabbatico per cimentarsi a tempo pieno nella scrittura, Murakami sente il bisogno di cambiare stile di vita. Niente più sigarette, un deciso ridimensionamento nel bere e la pratica della corsa per tenere a freno la pinguedine che la sedentarietà del nuovo lavoro sembrava stimolare, insieme all’età che avanza. A poco più che trent’anni Murakami rispolvera le scarpette ginniche dei tempi dell’università e affianca la corsa alla scrittura. In breve tempo si accorge che lo sport è disciplina che stimola a darsi degli obbiettivi nella sfida contro se stessi e i propri limiti fisici e psichici, dopo aver capito che correre è fatica fisica ma anche mentale. Pur essendo una pratica individuale, la corsa per Murakami è anche condivisione con gli altri, da cui la sua partecipazione a un’infinità di competizioni in diversi paesi, nei quali la professione di scrittore talora ne giustifica la presenza. Sappiamo che ha corso tante maratone, tra cui parecchie edizioni della maratona di New York.
A un certo punto, dopo i cinquant’anni, decide di mitigare l’asprezza della preparazione del maratoneta con un allenamento più consono all’età, così opta per il Triahtlon. Corsa, nuoto e bicicletta a spezzare la ripetitività di un gesto unico praticato a lungo, cui vanno aggiunte la conseguente usura di muscoli e articolazioni e la comprensibile stanchezza mentale. Così assistiamo al Nostro che, spronato da nuovi e più ragionevoli obiettivi, sta mettendo in pratica i consigli degli specialisti a cui si è rivolto per migliorare le prestazioni nelle due nuove discipline, nelle quali, quando vi si accinge, ha necessità di affinare la tecnica. Corsa o Triahtlon, gli influssi benefici dello sport sulla sua professione di scrittore non cambiano. Ogni giorno è cadenzato sia dal tempo per la scrittura sia da quello per l’attività fisica, dove una pratica è ormai diventata consustanziale all’altra, al punto che non gli è più chiaro se è lo sport a fare da metronomo alla scrittura, oppure la scrittura a farlo alla pratica sportiva, scoprendo così che corpo e mente sono indissolubilmente legati, nel bene e nel male, nella disciplina, nel piacere, nella sofferenza e nella scoperta e nell’accettazione dei propri limiti, che poi sono quelli della condizione umana.
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un libro per tutti, così complesso che è riuscito
Recensione a Lessico famigliare, Einaudi, Torino 1963-1999
di Natalia Ginzburg.
Alcuni vocaboli e non altri, alcuni modi dire, così come certi argomenti, al pari di un orologio da polso o di qualsiasi altro feticcio di casa vanno a incasellarsi nei ricordi dei componenti del nucleo parentale. E’ così che prende corpo un lessico famigliare. Da un’operazione mnemonica, di recupero linguistico. Che cosa ha fatto Natalia Ginzburg nel suo Lessico famigliare, uscito a stampa nell’ormai lontano 1963 e scritto di getto in pochi mesi poco prima della data di pubblicazione? A messo mano al lessico di casa. Si è attaccata ai tic linguistici uditi in casa dal burbero professore di anatomia che era suo padre, dall’affabile e sbadata casalinga che era la madre, dai fratelli, tutti più grandi di lei, e dalla cerchia dei parenti e degli amici più prossimi, per mettere insieme un concentrato di ricordi che fosse rappresentativo di quella famiglia, sullo sfondo di quarant’anni di storia d’Italia. Grossomodo, dall’avvento del fascismo alla fine degli anni Cinquanta. Si badi, la famiglia Levi (che era il cognome della scrittrice da nubile) non era una famiglia qualunque. Ebreo, professore universitario il padre, cristiana, di estrazione borghese la madre. Il cognato, ovvero il marito della sorella Paola, è Adriano Olivetti, l’industriale a capo della fabbrica omonima, a cui lo sviluppo culturale e sociale di chi lavorava alle sue dipendenze stava a cuore non meno delle sorti economiche dell’azienda, che seppe mantenersi competitiva a livello mondiale anche dopo di lui. Natalia sposerà Leone Ginzburg, intellettuale di prestigio e antifascista che morì in carcere durante la guerra. Insieme i Ginzburg, anche se in tempi diversi, avranno un ruolo di primo piano nelle scelte culturali della Einaudi, condividendo il lavoro con gli altri importanti intellettuali che gravitarono intorno alla casa editrice di Torino. I fratelli di Natalia, dopo aver partecipato attivamente al movimento antifascista, si ritaglieranno ruoli importanti nelle professioni. E fin qui per dire chi erano i Levi e con chi si accompagnavano.
E ora veniamo al lessico. Ci sono le parole e le espressioni ormai diventate celebri, come il “non fare malegrazie” detto dal padre ai figli nell’invitarli di continuo a un maggior contegno, oppure “sei un asino” espressione tipica, sempre del professor Levi, per dare dello screanzato al primo dei figli che gli venisse a tiro. Ma quello che ci ha veramente restituito la Ginzburg scrittrice è farci sentir camminare per casa i Levi, sentirli passare dalle studio, dalle camere da letto al soggiorno per pranzo e per cena, e qui discutere come ogni altra famiglia. Ci ha dato una rappresentazione di vita famigliare attraverso un racconto fatto di espressioni quotidiane, dettagli minimi di vita domestica, amicizie e frequentazioni basate su incontri semplici. Si usciva di casa, si facevano quattro passi lungo corso re Umberto o lungo qualche altra via centrale di Torino e così si incontrava sempre qualcuno. Il tutto, sullo sfondo di eventi nazionali e mondiali tra i più importanti e drammatici del Novecento, eventi che, appunto, sono stati lasciati volutamente sullo sfondo, affinché non appannassero con la loro urgenza storica e psicologica, la naturalezza dei personaggi che li hanno vissuti giorno dopo giorno, momento dopo momento.
Si è scritto, per mano di alcuni degli eminenti recensori di questo fortunatissimo libro, che l’olocausto, ovvero l’evento più drammatico per una famiglia ebrea nel periodo storico di riferimento, non viene praticamente mai nominato direttamente. E anche il fascismo, così come l’antifascismo attivo dei Levi sembrano solo accennati, quasi come fossero stati un banale inghippo per la tranquillità dei membri della famiglia e degli amici più prossimi. Sappiamo che non fu così, ovviamente. Tuttavia nel libro si tace la storia degli accadimenti che sconvolsero il mondo per non togliere naturalezza alle persone chiamate sulla ribalta dell’intreccio narrativo. Vi si accenna soltanto qua e là in riferimento a cosa è capitato a questo o quel personaggio, amico o parente che sia.
Ma il vero capolavoro la Ginzburg l’ha fatto nelle scelte linguistiche e di focalizzazione della voce narrante: la sua voce di bambina, di ragazza, di figlia, di moglie, di madre, di intellettuale scrittrice. Tutte queste voci e i connessi punti di vista sono montati con una costruzione temporale molto movimentata sul piano dell’intreccio, così che Natalia bambina vede e descrive le cose ma poi il commento viene lasciato alla ragazza o alla donna ormai adulta, quando non direttamente alla scrittrice con la sua schietta sensibilità talentuosa, per ritornare ancora alla bambina o alla ragazza che vive l’evento in presa diretta. Il linguaggio della voce che narra si fa mimetico del parlato, del colloquiale e famigliare. La tecnica narrativa utilizzata è quella dell’understatement, ovvero del raccontare senza eccedere nei dettagli, senza voler dire tutto e subito, quanto piuttosto nell’omettere e nel ripulire il racconto in favore di ciò che è veramente essenziale, affinché quello che resta, sia quello che veramente merita di assurgere a valore di simbolo.
Se è vero, parafrasando l’incipit di Anna Karénina, la cui traduzione italiana ancora in circolazione è ancora quella di Leone Ginzburg, che tutte le famiglie felici si assomigliamo, mentre quelle infelici lo sono ciascuna a suo modo, allora un lessico famigliare per diventare veramente unico dovrebbe appartenere a una famiglia infelice. O, meglio a una famiglia infelice a suo modo. Che non necessariamente vuol dire infelice per tutti. Ecco, forse la famiglia Ginzburg era infelice a suo modo e a suo modo felice. La differenza con tutte le altre famiglie e che ora la sua vicenda appartiene alla storia della letteratura mondiale, proprio come quella dei Karénina che ci ha lasciato Tolstoj.
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I misteri italiani che non ti aspetteresti in un r
Patrick Fogli, Vite spericolate (Edizioni Ambiente, 2009) € 12,00.
Recensione di Alberto Ferrari
Caterina è una giornalista d’inchiesta che al momento non lavora. Ma il suo è un ozio forzato a causa di due motivi. Il primo è perché in televisione qualcuno le ha tolto la sedia da sotto il sedere, a lei e al suo giornalismo troppo irriverente, troppo irrispettoso del potere per non dare fastidio a questo qualcuno, nonostante gli ascolti si intuisce siano stati buoni. Il secondo e ben più grave motivo è che ha appena seppellito la mamma. La mamma, insegnante, è morta di mesotelioma come anni prima – pare, il dato è lasciato volutamente nel vago - è capitato al padre e prima ancora al nonno, operai nella fabbrica dell’amianto al paese d’origine. La mamma è morta per aver respirato la polvere che prima il nonno e poi il padre di Caterina si portavano a casa, nei capelli, sulla tuta, dappertutto. Questa polvere è rimasta a lungo ovunque nei luoghi dove veniva prodotta. E probabilmente c’è ancora. Dal 1992 in Italia la produzione d’amianto è vietata per legge, ma le fabbriche chiuse sono ancora lì da bonificare. La Fibronit di Broni è l’esempio a noi più vicino.
La polvere ha fatto in tempo a lasciare il segno nella generazione di chi era bambino o poco più negli anni Sessanta, stando alle informazioni che un medico del paese sta mettendo insieme con uno zelo che va ben oltre quello professionale. Lo stesso sta facendo un avvocato. Sia il medico che l’avvocato vivono al paese, dove la gente è sconvolta per quello che sta ancora accadendo. L’avvocato lavora per fare un fronte comune da opporre contro la fabbrica, citata in giudizio a un secondo processo. Servono prove inoppugnabili per convincere dell’accusa di disastro colposo i giudici. Caterina decide di mettere a disposizione il suo fiuto di giornalista d’inchiesta per dimostrare che esistono prove certe che negli anni Settanta e Ottanta tutti sapevano tutto, pertanto la produzione è andata avanti nella certezza che chi vi lavorava veniva condannato a morte certa per mesotelioma o asbestosi: la forma meno fulminante di tumore professionale per contatto con le polveri d’amianto.
Circola un elenco delle persone che hanno corso seri rischi professionali per l’esposizione all’amianto. Sono operai e dirigenti. I primi sono quasi tutti morti per a causa della maggiore esposizione. Fra i secondi, impiegati e ingegneri addetti al controllo della produzione, qualcuno si è salvato. Per avere un responso più certo, però, bisognerà attendere ancora. Facendo due conti, si può dire che per vedere come andrà davvero a finire, bisogna aspettare fino al 2020, quando si potrà fare la conta degli ammalati per l’esposizione della fine degli anni Ottanta e primi Novanta. Mesotelioma e asbestosi hanno un’incubazione di circa trent’anni e il grado di esposizione è una variabile che incide.
Circola anche un rapporto segreto fatto redigere dalla fabbrica per capire se, analizzando costi e benefici, a un dato momento convenisse andare avanti con la produzione (e con gli omicidi) oppure chiudere tutto. Sappiamo che la decisione della fabbrica fu andare avanti. Evidentemente chiudendo c’erano più costi che benefici.
Caterina è sulle tracce sia del primo che de secondo documento. Sulle medesime tracce c’è anche la fabbrica, che si affida a professionisti senza scrupoli alfine di occultare le prove la inchioderebbero al processo. Chi arriverà prima? Ma soprattutto chi la spunterà? Su questa avvincente lotta si snoda il thriller di Patrick Fogli, il cui titolo, Vite spericolate, è una citazione di Vasco Rossi, riferita alla vita avventurosa di Steve Mc Queen. Nel finale veniamo a sapere che Steve Mc Queen è morto di mesotelioma da amianto. Dunque anche la vita degli operai mandati a morire e dei loro familiari è stata a suo modo spericolata. Spericolata per gli operai, più che avventurosa, è sinonimo di ‘fuori da ogni controllo’. Tuttavia, a causa del mesotelioma, più che di una vita sembra più appropriato riferire di una morte come quella del celebre attore.
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un perfetto romanzo psicanalitico
Recensione a”Betty” (1961) di George Simenon, Adelphi, Milano 1992-2008.
di Alberto Ferrari
Poche parole fra un uomo e una donna al tavolo di un locale fumoso a Versailles, che scopriremo essere la tana degli svitati, come Mario, il proprietario, chiama affettuosamente la clientela alludendo ai vizi da cui è afflitta, che sono poi quelli di chi vive di notte: l’alcol, il sesso e la droga ad alleviare un’esistenza difficile.
Poche parole e chi è lei comincia a uscir fuori insieme ad alcuni dettagli: il corpo minuto, il viso grazioso, gli abiti eleganti che indossa ormai da più giorni, da quando vaga senza meta per Parigi. Chi è lui, il dottore, un drogato all’ultimo stadio, distinto nei modi e nel vestire, non avrà sviluppi ulteriori, perché Simenon, in questo primo romanzo pubblicato in Italia da Adelphi, di quelli che il grande scrittore francese ha scritto senza le inchieste di Maigret, vuole parlare di lei soltanto, Betty, appunto.
Betty è una donna che non ha più argini contro il bicchiere e le avances degli uomini. Il marito l’ha colta in flagrante. Il classico imprevisto e lui e la suocera fanno ritorno a casa anzi tempo trovando Betty completamente nuda sul divano del salotto tra le braccia del giovane amante, mentre le figlie dormivano nella stanza accanto. Ma non è di tradimento che si sostanzia il dramma di Betty. Anche se dopo il fatto il marito la costringe a firmare un’ammissione di colpa con la rinuncia alla potestà sulle figlie. Il vero dramma è che Betty è una ninfomane. E nel raccontarci la vicenda di Betty Simenon ci propone la storia dell’iniziazione sessuale di una donna nella società borghese del dopoguerra. Scopriamo che Betty, a soli otto anni, viene mandata a vivere dalla zia quando la Francia viene invasa dalla Germania, perché i suoi genitori la credono più al sicuro nella campagna della Vandea che non a Parigi. A undici anni Betty scopre che il marito della zia è solito abusare sessualmente della docile ragazza di quindici anni che presta servizio come cameriera. La zia, scoprirà Betty, sa tutto ma preferisce far finta di niente. Quando lo zio si accorge che Betty li ha visti, minaccia di farle lo stesso trattamento nel caso in cui avesse spifferato qualcosa. E’ questo l’antefatto traumatico che fissa nella mente di Betty l’idea che diventare donna equivale all’accettazione rassegnata di un patimento fisico, di un sopruso da parte di un uomo-padrone. Donna è colei che risulta irrimediabilmente sporca e ferita per la perdita della verginità.
L’idea di sporcizia e sudiciume nel caso di Betty è una variante dello “sporco” rapporto col padre. Prima che la guerra separasse per sempre padre e figlia, Betty era una bimba felice. Suo padre sapeva farla divertire e, a suo dire, la trattava già da donna, avendo intuito la sua precoce femminilità. Evidentemente la bambina vagheggiava congiunzioni simboliche con il padre non proprio pudiche. Ecco perché Betty, nemmeno troppo nascostamente, proverà invidia per Thérèse, la cameriera che doveva soddisfare le voglie degli uomini, a cominciare dallo zio burbero. Ma dalla sublimazione del rapporto con il padre, probabilmente Betty avrebbe tratto la sicurezza necessaria per affrontare gli altri uomini senza il senso di sporcizia e peccato, che invece si fissa nella sua psiche come una cisti a causa della prematura e irrimediabile perdita: il padre verrà giustiziato dai tedeschi per rappresaglia a guerra ormai finita. Inoltre, in quella fase in cui il rapporto con il padre era in divenire, la madre, da terzo incomodo, non lesinava le proprie critiche. Per il suo lavoro di chimico-droghiere il padre di Betty indossava un grembiule molto sporco che la moglie gli rimproverava di frequente. In senso traslato lo sporco, nella precoce psiche di Betty, diventa il giudizio morale della madre verso il rapporto esclusivo fra padre e figlia. Crescendo Betty si sentirà sempre quello sporco addosso, fino ad andarselo a cercare nei momenti di “pulizia”, quando cioè diventerà la moglie di uno stimato borghese e la madre di due tenere bambine, ricorrendo al tradimento coniugale fino all’impudicizia di portarsi l’amante a casa.
Ma nel locale di Mario, dove le anime ammaccate di Parigi sembrano rotolare verso una buca sicura, anche Betty scoprirà una nuova sensazione di calma, incontrando un uomo in grado di capirla nell’incomprensibile mutevolezza dei suoi stati d’animo.
Per una donna che sembra rinascere a nuova vita, una di sicuro muore volontariamente: colei a cui Betty sottrarrà l’uomo, perché se l’adagio vuole che le belle donne bisogna sempre portarle via qualcuno, probabilmente gli uomini interessanti anche. Ma questo della donna non più giovane che si toglie la vita per amore sarebbe un'altra storia, che Simenon lambisce soltanto, proprio per non rovinare la pregevolissima confezione del dramma psicoanalitico fatto su misura per Betty.
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romanzo di confine
Recensione a “Meridiano di sangue” (1985) di Cormac McCarthy, Einaudi, Torino 1996-1998.
di Alberto Ferrari
Che fare a soli quattordici anni nell’America di metà Ottocento, nel Tennessee rurale dove le montagne si perdono a vista d’occhio, se sei orfano di madre dalla nascita e il padre si sbronza da mattina a sera avendo come una consolazione il ricordo dei versi di vecchi poeti andati? Il ragazzo, protagonista di Meridiano di sangue di Cormac McCarty, un giorno se ne va di casa verso Ovest, dove esiste un turbinio di umanità che vaga nella stessa direzione. Dopo spaventose avventure in cui rischia di morire a ogni istante si trova affiliato a una banda in caccia di apache che agisce al soldo del Messico. Ovviamente la sicurezza del giovane in tale circostante non fa che peggiorare. Questa banda è comandata da un capitano di ventura vittima di crisi di follia, coadiuvato da un essere misterioso che si fa chiamare Giudice, anch’egli un pazzo omicida convinto assertore della bellezza della guerra perché la guerra esalterebbe al massimo grado sia l’azzardo, proprio del gioco omonimo, sia la tensione agonistica, propria di ogni competizione. La banda vaga nei deserti texani-messicani nominalmente a caccia di Gomez, un messicano rinnegato a capo di un gruppo di apache che sta terrorizzando i territori di frontiera. In realtà i “Nostri” si dispongono a uccidere tutti coloro che trovano sul proprio cammino, dopo l’apoteosi sanguinaria ai danni di un intero accampamento apache, con donne e bambini inermi, di cui naturalmente di Gomez e suoi non c’era neanche l’ombra. Questo sembra imporre la legge di chi vive nei territori di frontiera con il compito di fare la guerra, è secondario a chi.
Con gli scalpi apache i “Nostri” tornano in Messico a reclamare mercede. Ma durante il banchetto che il governatore messicano darà in loro onore, complice l’whisky e la fine della lunga astinenza sessuale, i “Nostri” sembrano come impazziti. Ormai incapaci di dominare la sete di violenza, non inferiore al bisogno di whisky, si macchiano di numerosi delitti ai danni di coloro che li acclamavano come liberatori. Costretti a ripiegare verso i deserti di confine, nominalmente sempre alla caccia di Gomez, i “Nostri” mettono a ferro e fuoco tutti i villaggi messicani che incontrano e le carovane dei cercatori d’oro o altro americani.
La violenza per la violenza, così, perché lo vuole la regola di chi si è abbruttito nei territori di frontiera con un compito militare qualunque. Tant’è che dopo aver fatto una carneficina di tutti coloro che hanno incontrato, la furia omicida dei “Nostri” diventa autoreferenziale, cioè arriverà il momento di fare i conti all’interno della banda. Alla fine restano il Giudice e il ragazzo a contendersi la vita. Il primo avendo raggiunto il totale disprezzo per la vita umana, mentre il secondo ancora esitante a colpire alla spalle il Giudice quando se ne presenterà l’occasione, a dimostrazione che nel ragazzo, nonostante gli eventi esterni l’abbiano abbruttito moralmente, c’è ancora una speranza di riscatto etico.
Su questa differenziazione si posa del tempo. Nel senso che passeranno anni prima che i due torneranno a incontrarsi. Il ragazzo è diventato un uomo, non ha smesso di vagare nei territori dell’Ovest, come guida o per fatti propri, mantenendosi ligio a un rigore etico secondo il quale la vita umana ha la sua importanza anche in un contesto in cui, date le circostanze, sembra valere oggettivamente ben poco. Insomma, reagisce solo se provocato, come accade alla fine, quando un giovane, suo alter ego dei tempi che furono, lo provoca fino a costringerlo ad ammazzare.
Un giorno in un saloon incontrerà il Giudice, per nulla cambiato sia nell’aspetto sia nel modi tartufeschi. Siamo ovviamente alla resa dei conti, sul piatto c’è l’atto di clemenza dell’allora ragazzo, dall’altra il Giudice che ha valutato tale atto come un sussulto di debolezza umana del suo antagonista. E in guerra (che fra i due non è mai finita) la debolezza umana si sconta, prima o poi. Ovvero in guerra non c’è spazio per nessuna umanità, sembra volerci ribadire l’autore in questo romanzo di formazione che richiama i romanzi ottocenteschi, per il gran ragionare dei protagonisti sui grandi temi etici, il sale dell’esistenza che ossessiona McCarthy.
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C'è violenza e violenza
Recensione a Cornac Mc Carthy
Figlio di Dio (1973), Torino, Einaudi 2000-2008.
di Alberto Ferrari
C’è un mondo dove gli uomini non riconoscono la legge perché vivono secondo regole primitive e hanno già un gran da fare a misurarsi con una natura ostile. Intendiamoci la legge c’è, ma è terribilmente insufficiente per quel mondo. Siamo nella contea di Sevier, Tennessee, allorché le gesta di Lester Ballard, un poveraccio che si trasforma in killer seriale, stanno passando di bocca in bocca, chiamate a raccolta dalla voce narrante di questo secco romanzo di Cormac Mc Carthy, dove, come al solito, la solitudine dell’uomo nei grandi spazi, la violenza inaudita dei rapporti umani ci vengono restituite con la solita precisione analitica, sulla quale noi lettori affascinati siamo costretti a riflettere.
Che cos’ha di diverso Lester Ballard da quei padri che abusano delle figlie, oppure da quegli altri gaglioffi che, dai tempi del Ku-klux-klan, agiscono in bande a danno di vittime facili, oppure fanno razzie di fucili sfruttando l’alluvione che colpirà la città di Sevierville? Proprio niente. Per assurdo, anche Lester è un figlio di Dio, come commenta una delle tante voci narranti. Senonché la solitudine tremenda in cui Lester anno dopo anno scivola fino alla pazzia ha qualcosa di grandioso. Il Narratore, tirando le fila dei racconti, scorge nella capacità di resistere alle avversità della natura di quest’uomo qualcosa di sublime che ha il sapore dello sberleffo verso gli Dei che tutto determinano. Attraversa un torrente impetuoso senza saper nuotare brandendo il fucile verso il cielo come un eroe da illustrazione, oppure curvo sotto il peso del materasso zuppo, ma riesce a mettersi in salvo. Trascorre un inverno in una caverna, costretto a strisciare nel fango per uscire ed entrare dalla strettoia dell’ingresso, bestemmiando Dio per il freddo e la fame, dopo che la baracca in cui viveva ha preso fuoco durante una tormenta di neve, ma riesce a sopravvivere. La sua consolazione sarà l’amore rubato ai cadaveri di donna che ha appena ammazzato. Alle orecchie di queste donne sussurra tutto quello che non è mai riuscito a dire a nessuna perché nessuna è mai andata con lui. E quando non riuscirà più a trascinare i cadaveri come faceva con il materasso e con gli enormi pupazzi di peluche, trofeo del tiro a segno, perché i tutori della legge lo stanno accerchiando, cercherà nella interiorizzazione simbolica la continuità della passione amorosa. Ballard si aggirerà per le montagne come un animale ferito, vestito degli sgargianti abiti femminili delle sue vittime. Nella disgustosa maschera di rossetto, cenere e fango della sua faccia folle si perpetua la bestemmia umana contro una divinità che, alla fine, sta a guardare, come noi lettori, con gli occhi rossi per lo stupore.
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un libro etico
Recensione a “La strada”, Cormac Mc Carthy, Einaudi, Torino 2007
di Alberto Ferrari
Un uomo e un bambino, un padre e suo figlio vagano tra le lande caliginose di un mondo che fu. Un disastro nucleare, o qualcosa di strettamente imparentabile, ha distrutto praticamente tutto. Tutto è bruciato e poi riarso, fuso e raffreddato, assumendo in alcuni casi forme bizzarre. Come i palazzi superstiti, sbilenchi a causa del calore infuocato, con le finestre panciute come se fossero guarnite dal pasticciere a completamento di una torta a più piani. La natura stessa altro non è che un ammasso di rottami bruciati. Nei boschi le piante si schiantano a terra come in domino spettrale. Fra questa immane desolazione c’è ancora qualche essere umano condannato a vivere. Sarebbe stato cento mille volte meglio morire anziché dover scontare un’agonia tanto atroce. Ma il gioco della sorte fra chi muore e chi sopravvive a una disgrazia è imperscrutabile. I vivi si rassegnano cercando di adattarsi meglio che possono, oppure si ribellano ponendo fine a una vita inaccettabile. Così farà la donna, moglie e madre di quell’uomo e di quel bimbo per sottrarsi alla violenza carnale e al cannibalismo delle bande di predoni che vagano come indemoniati. Lei vorrebbe uccidersi insieme al figlio che ha da poco partorito, per sottrarre entrambi alla furia inaudita di chi verrà un giorno a stanarli da dove sono nascosti. Ma il marito glielo impedisce, così come impedisce a se stesso di seguirla nel bosco con un’arma in pugno da rivolgere, alla fine, contro se stesso. Quell’uomo sente che se mai un giorno il mondo dovesse offrire una chance all’umanità, vuole che quella chance sia per suo figlio. E così loro due, padre e figlio, si mettono in cammino. Dopo anni sono ancora lì sulla strada a spingere un carrello del supermercato con dentro le poche scorte, lesti a scansare tutti i tipi di incontri. La direzione è verso sud, dove da sempre ogni uomo crede di trovare un clima più mite. Nel caso loro, più mite rispetto al freddo polare che non gli sta dando tregua insieme alla pioggia, a tratti battente, e alla cenere, che ricopre ogni cosa di grigio. Oltre insegnare al figlio a difendersi e a procacciarsi il cibo – alla ricerca degli alimenti rimasti dalla società che fu – il padre deve trasmettergli l’etica della sopravvivenza. E così scopriamo, nel linguaggio basico del figlio, che loro sono i buoni, e lo sono perché hanno il fuoco dentro; inoltre loro non mangeranno mai la gente, neppure se dovessero morire di fame, come per altro spesso sembra stia per accadere. Mangiar la gente è cosa da cattivi. E i cattivi vanno evitati perché pericolosi; se non è possibile evitarli, vanno affrontati e uccisi. In ogni caso, loro non devono cadere vivi nelle mani dei cattivi, per nessuna ragione. Nel corso della narrazione il bambino ripete più volte questi insegnamenti a voce alta insieme al padre, e intanto acquista fiducia in essi, al punto che il padre vedrà nel figlio la personificazione del Bene.
Mc Carthy ci consegna un romanzo che si regge su un rapporto umano rappresentato in un contesto esistenziale estremo. Quello che colpisce è che l’eccezionalità della situazione non muta l’etica dell’esistenza. Questo è il messaggio di questo splendido romanzo di formazione. Non è la sopravvivenza che detta le leggi dell’etica, bensì l’etica è una legge innata che trascende la contingenza, per quanto estrema quest’ultima possa diventare. Infatti gli antropofagi, che sopravvivono nel modo più primitivo e bestiale, hanno fatto una scelta si pone al di fuori dell’etica. Per loro vivere non ha nessun senso al di fuori della sopravvivenza. Viceversa il padre e il figlio vivono perché hanno un obiettivo etico. Anche il suicidio della madre è una scelta etica. La donna rifiuta l’abiezione di un esistenza moralmente indegna con il suicidio. Il marito non ha argomenti da obiettare alla scelta della moglie. Non la biasima. Semplicemente lui si mette al servizio del figlio, secondo un disegno etico che prevede sì la remotissima ipotesi di un domani normalizzato, ma soprattutto che prevede la concreta ipotesi di un oggi da vivere eticamente, non importa quanto difficoltoso ciò possa diventare. E così l’unico bene che vale davvero la pena di salvaguardare per la posterità è il Bene inteso come legge morale. E nessuno meglio di un bambino è in grado di tramandare questo bene, dopo che un padre gli ha insegnato a custodirlo.
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