Opinione scritta da La Lettrice Raffinata
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Però anche tu Alec... stai calmino
“Ritratto di famiglia con superpoteri” di Steven Amsterdam è un romanzo familiare con una peculiarità che si evince facilmente dal titolo: tutti i membri di questa famiglia sono dotati di poteri speciali, molto simili a quelli dei supereroi fumettistici.
I protagonisti del romanzo non sfruttano però le proprie abilità per arrestare i criminali indossando tutine aderenti e mantelli, perché i loro poteri sembrano destinati appositamente a risolvere problemi ben più quotidiani ed aiutarli nei momenti di scoraggiamento emotivo.
Il romanzo non segue una trama ben delineata (sembra quasi una raccolta di racconti), ma nel finale si ottengono comunque delle risposte chiarificatrici sull'origine e la natura dei superpoteri. Il punto di forza dell'opera è indubbiamente nei suoi personaggi con i quali è facile empatizzare in poche pagine, mentre lo stile non mi ha del tutto convito perché spesso scivola nell'informalità rivolgendosi al lettore e ricorre pigramente a degli elenchi per fornire informazioni che potrebbe invece amalgamare alla narrazione.
Il volume ha una struttura particolare, infatti non presenta dei normali capitoli ma delle parti distinte che seguono il POV di uno specifico personaggio, pur mantenendo la narrazione in terza persona al passato. Attenzione però all'edizione italiana targata ISBN: se volete evitare spoiler indesiderati limitatevi a leggere l'introduzione sulla parte bassa della cover, perché la quarta di copertina vi rovinerà completamente la lettura con anticipazioni indesiderate.
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Ceony come Barry in The Flash 3
"Master Magician" conclude la trilogia di The Paper Magician di Charlie N. Holmberg, almeno per quanto riguarda la pubblicazione italiana. A conti fatti, questo capitolo si è rivelato un finale in linea con la serie, mantenendone sia i pregi (sistema magico ben studiato, ottima caratterizzazione del protagonisti) che i difetti (pretesto della trama debole, risoluzione degli intrecci troppo semplice).
La trama ha inizio a due anni dalla conclusione di “Glass Magician” e segue principalmente la preparazione di Ceony per l’esame finale che la abiliterà come Maga, nonché il confronto con l’ultimo escissionista ancor a piede libero, aggiungendo poi alcune sottotrame trascurabili.
Il problema fondamentale con la Holmberg è la sensazione che le abbiano imposto un limite massimo di pagine, privandola così della possibilità di inserire altri personaggi e di sviluppare la storia con il giusto ritmo. Per questi aspetti, il volume risulta più debole del secondo capitolo, che a serie conclusa rimane il mio preferito.
A dispetto dei suoi difetti, questa trilogia è riuscita a conquistarmi, specialmente con una dolcezza che in altri titoli avrei definito nauseante: qui invece lo stile dell’autrice rende tutto più leggero e naturale, dando vita ad un mondo magico unico e ad una delle migliori coppie di cui abbia letto negli ultimi anni.
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Il coraggio di perdere
“Storia parziale delle cause perse” è un romanzo di narrativa generale che unisce le storie dei due protagonisti, quella del genio degli scacchi Aleksandr e quella della studiosa Irina, mantenendo i capitoli alternati; storie che troveranno però un punto d’incontro nella Russia teoricamente democratica sotto il rigido giogo di Putin.
Irina è una trentenne americana affetta dalla corea di Huntington, una patologia ereditata dal padre; nel romanzo ci sono frequenti riferimenti alla malattia
«[...]ti prego, fammi ammalare di Aids così posso morire di polmonite, così il mio cervello sarà l’ultima cosa ad andarsene, così quando morirò sarò io a morire,e non qualcun altro.»
ma ciò non rendere affatto la narrazione ridondante, perché la duBois riesce a trovare sempre dei modi diversi per illustrare i sintomi e le conseguenze, sia per il corpo del malato sia per chi gli sta vicino. In questo aspetto, il volume mi ha ricordato con prepotenza “Io prima di te” di Jojo Moyes, benché si parli di situazioni diametralmente opposte: infatti, dal un lato abbiamo Will incapace di muoversi eppure del tutto lucido, mentre dall’altro il padre di Irina con un corpo in buone condizioni ma una mente sempre più debole e incapace di trattenere i ricordi.
L’interesse del padre per gli scacchisti russi convincerà Irina a lasciare una vita placida e sostanzialmente vuota a Boston e partire per Mosca, dove spera di incontrare l’ex campione Aleksandr e trovare risposta ad domanda decisiva per chi è affetto da una malattia terminale, ossia come affrontare una partita impossibile da vincere.
Anche Aleksandr è protagonista di una vita difficile, trascorsa a barcamenarsi tra la dissidenza e il desiderio ad un’esistenza normale, e in parte simile a quella del protagonista de “Il meteorologo” di Olivier Rolin. Dotato di una fervida immaginazione,
«Aleksandr spiegava e spiegava, ma Ivan, a quanto pareva, non lo ascoltava. Di certo non gli rispose mai.»
giunge a Leningrado alla fine degli anni Settanta, dove si fa ben presto conoscere per la sua abilità di scacchista senza per questo cedere alle lusinghe del partito, aiutando invece un gruppo di giovani ribelli nella diffusione di una rivista contraria alle direttive del Partito. Lo seguiamo per tutta la sua vita, fino ai primi anni 2000 con il tentativo di candidarsi alla guida del Paese e, soprattutto, all’incontro con Irina.
La trama di questo romanzo è ben più ampia e va esplorata dal lettore senza ulteriori informazioni. Mi sembra comunque utile sottolineare l’importanza di questa lettura per il suo lato storico; può sembrare strano parlare di storia vista l’ambientazione, ma sono convinta che la seconda metà del ventesimo secolo sia purtroppo uno dei periodi meno studiati nelle scuole italiane proprio perché così vicino a noi.
Al fianco di due protagonisti tanto complessi ed affascinanti, troviamo dei personaggi descritti con altrettanta cura e tridimensionalità; in questo cast eterogeneo spiccano Lars, vecchio scacchista e millantatore seriale, e l’antica fiamma di Aleksandr, Elizaveta. La duBois si spende con energia anche nella descrizione delle ambientazioni, in particolare delle città russe,
«A Leningrado - nei lunghi viali, nei sinuosi canali - si poteva trovare speranza del passato per il futuro. A Mosca il futuro era stato catturato, demolito e piegato al volere del presente.»
dove si esprimono al meglio le splendide metafore che riempiono l’intero volume, rendendolo un susseguirsi di citazioni memorabili.
All’autrice va riconosciuto anche un apprezzamento per l’enorme lavoro di ricerca che ha sicuramente preceduto la stesura del romanzo, sia per gli aspetti storici sia per quelli geopolitici. Particolare anche la scelta di ricorrere a frequenti ripetizioni delle stesse espressioni o delle singole parole, come “polvere” usata in contesti molto diversi:
«[...] di quanti mesi avrebbe impiegato l’esercito sovietico a sottomettere un territorio e un popolo così incolti e polverosi.»
A dispetto dell’asprezza dei temi trattati, ho apprezzato moltissimo questa lettura, ma questo non mi ha impedito di individuare con oggettività un paio di problemi: la decisione di adottare la narrazione in prima persona nei capitoli di Irina (troppo emotivi) e della terza persona in quelli di Alexsandr (troppo asettici) è un po’ azzardata e avrei trovato più adatta una scelta omogenea. L’altro problema riguarda invece l’edizione italiana, perché le molte parole e frasi russe presenti nel testo, seppur in gran parte comprensibili, non sono state tradotte e questo può rallentare a tratti la lettura.
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'Salem's Lot, la sirena del Male
“Le notti di Salem” è un romanzo d'orrore, nonché una delle primissime opere pubblicate dal prolifico Stephen King, che in questo volume si prefigge di riscrivere il “Dracula” di Bram Stoker
«-Ti ricorda qualcuno?-, gli chiese [Ben].
-Sì-, rispose Jimmy. -Van Helsing.»
puntando però ad un finale decisamente più pessimista e collocando la mitica figura del vampiro nel contesto inusitato della provincia del Maine.
Ambientazione prescelta è quindi Jerusalem's Lot, tipica cittadina dove la privacy è quasi una chimera e dotata di un'aura cupa e misteriosa. L'arrivo nel paese di Ben Mears da l'avvio alla narrazione; il protagonista è (immancabilmente) uno scrittore pubblicato alla ricerca dell'ispirazione per il suo nuovo romanzo, ma anche dell'occasione per esorcizzare le sue paure infantili collegate a Casa Marsten, una villa diroccata dove fu obbligato ad entrare da ragazzino durante una prova di coraggio.
Ben non è il solo outsider in città, infatti poco dopo giunge a 'Salem's Lot l'esperto di mobili d'epoca Straker che, assieme al suo sfuggente socio in affari Barlow, intende aprire un negozio di antiquariato e, soprattutto, instaurarsi nella sinistra Casa Marsten.
La narrazione non si limita a seguire il protagonista, ma si estende ad un numero notevole di personaggi, molti dei quali secondari, che attraverso i loro POV permettono al lettore di assistere a quanto succede nell'intera città. Un ruolo predominante è comunque riservato alla “squadra” che assisterà Ben nella caccia al vampiro; come premesso però, gli eroi non vengono particolarmente aiutati dall'autore e si trovano spesso in svantaggio contro il signore della notte. L'unico a dimostrare una decisione ferrea ed un intuito notevole è quello da cui meno te lo aspetti: il giovanissimo Mark, che per conseguenza risulta essere anche il personaggio meno realistico dell'intero cast.
Parte di questo cast è anche, o forse soprattutto, la cittadina stessa dotata di un innegabile fascino e di una storia originale
«[Tanner] Per dire bosco usava l'espressione wood lot, da qui il nome di Jerusalem's Lot. [...] in America anche un maiale può aspirare all'immortalità.»
che viene maggiormente esplorata nel racconto prequel intitolato “Jerusalem's Lot”, presente come diversi altri contenuti in questa edizione, e rende chiaro come questo luogo sin dalle sue origini fosse votato al male. All'interno della cittadina poi, Casa Marsten si conquista un ruolo predominante
«Se ne sta su quel colle a dominare il villaggio come... oh, come una specie di idolo.»
«Ma la prospettiva che il male sopravviva a chi l'ha commesso è più inquietante. [...] Io credo che quella casa possa essere il monumento di Hubert Marsten al male, [...]»
«-Forse la casa ha chiamato a sé un altro uomo cattivo.»
che la rende agli occhi del lettore il vero emblema della malvagità, una sirena che chiama a sé i peggiori tra i mostri della Terra perché la abitino ed alimentino così un pozzo di crudeltà senza fondo.
Alla classica personificazione del male nella forma del vampiro si accosta una sua espressione più sensoriale ed istintiva
«Quella [durante la guerra in Vietnam] era paura razionale. [...] Questa paura invece era infantile, non aveva riferimenti precisi.»
quasi astratta eppure capace di generare effetti tangibili. Ancor più angosciante a mio avviso è poi la crudeltà nella sua espressione quotidiana, come la violenza immotivata sui bambini o l'esaltazione dell'avidità insita nell'uomo, che lo rende cieco di fronte alle conseguenze delle sue azioni.
Come avrete facilmente intuito, questo romanzo ha svolto egregiamente il suo compito di mettermi i brividi, complice la lettura serale, ma presenta diversi problemi che non mi permettono di assegnargli un punteggio pieno. Sono rimasta delusa dalle molte storie lasciate in sospeso e, sebbene alcune vengano riprese in altre opere di King, avrei almeno voluto conoscere più nel dettaglio la vita di Marsten a 'Salem's Lot e cosa l'abbia portato alla sua drammatica fine. Al lettore vengono poi presentati un'infinità di nomi tra personaggi e luoghi, creando un'inevitabile confusione, ma il problema maggiore è nel finale che, sebbene non lieto come auspicato dall'autore, concede una risoluzione troppo banale e lascia molti dubbi irrisolti.
L'edizione italiana è arricchita da molti contenuti extra: troviamo introduzione e postfazione in cui King stesso spiega cosa l'abbia spinto a scrivere questa storia, alcuni degli articoli fittizi raccolti da Ben Mears, il racconto sequel “Il bicchiere della staffa” e quello prequel “Jerusalem's Lot”, delle suggestive foto realizzate appositamente per questa edizione illustrata (che ricordano parecchio quelle presenti nei romanzi della trilogia Miss Peregrine di Ransom Riggs) ed infine alcune delle scene eliminate dal manoscritto iniziale, utili a colmare diverse lacune nel testo finale.
Mi trovo costretta però a lamentarmi per la scelta del traduttore Tullio Dobner, lo stesso de “Il miglio verde”, che passa da pigre traduzioni letterari a vocaboli ricercati e desueti, passando per alcuni importuni regionalismi come in questi esempi
«[La signorina Coogan] Riempie tonnellate di schede di prenotazioni e TIRA SCEMA la signorina Starcher.»
«[Ben] Non era venuto a SPANDERE e un uomo che lavorava dopo cena era di quelli intenzionati fino in fondo [...]»
Per un autore della fama di King la Sperling & Kupfer potrebbe puntare su una traduzione più attenta, che rendesse fluida la lettura.
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Sulla fondatezza dei luoghi comuni
“Piccola osteria senza parole” di Massimo Cuomo è un divertente mix di commedia e mistero che per molti aspetti mi ha ricordato il “Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti” di Andrea Vitali.
La vicenda è ambientata in un paesino fittizio al confine tra le regioni del Veneto e Friuli, dove l’arrivo inatteso di un meridionale sconvolgerà le vite di diversi cittadini, portando le parole dove prima c’erano solo gesti e imparando a sua volta l’importanza di un semplice gesto, che spesso può sostituire interi dialoghi.
Il romanzo segue parecchie story line, saldato rapidamente dall’una all’altra, e questo porta ad una lettura rapida, quasi vorace del volume che ho trovato a tratti molto divertente. Peccato per i personaggi, che sono in buona parte il risultato di un lavoro di copia-incolla e, di conseguenza, anche le relazioni tra loro risultano tutte uguali; gli unici a risaltare un po’, ossia Tempesta e Malattia, vengono poi penalizzati dall’inspiegabile virata noir sul finale, che li snatura.
Lo stile è però il vero scoglio di questo romanzo (assieme allo squilibrio imbarazzante tra personaggi maschili e femminili), caratterizzato da virgole dimenticate e cambi continui di tempo verbale: il tutto dovrebbe trovare giustificazione nella premessa del volume, ma questa non spiega la descrizione di scene alle quale il narratore non è partecipe.
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Harry ti presento Mean Girls
Con “Incantesimo” di Rachel Hawkins, primo volume in una serie fantasy per ragazzi, ci ritroviamo in una storia dai toni frivoli che mescola con poca fantasia l'ambientazione della saga potteriana con la trama di “Mean Girls”.
La nostra Cady si chiama Sophie ed è una strega un po' imbranata che, dopo un incantesimo d'amore andato particolarmente male, viene spedita alla Hecate “Hex” Hall, una sorta di collegio per creature magiche incapaci di mantenere l'anonimato nel mondo umano. Qui la protagonista si imbatte ben presto in un terzetto di streghe oscure noto come la Trinità (aka le Barbie) ed nell'affascinante stregone Aar... Archer, di cui si invaghisce in tempo zero.
Le similitudini con i due franchisee sopra citati non finiscono qui, ma credo di aver reso bene l'idea della totale mancanza di originalità della storia. A questo si aggiunga la prevedibilità dei colpi di scena, l'ottusità della protagonista, un finale anticlimatico, parecchi buchi di trama ed incongruenze, ed uno stile che mescola senza criterio narrazione, pensieri e commenti rivolti al lettore.
Di questo romanzo posso salvare solo il tono ironico ed i simpatici riferimenti alla cultura pop. Continuerò la serie? Ovvio, ho acquistato il volume unico!
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Un buon inizio per le fiabe del domani
"Cinder" di Marissa Meyer è primo capitolo nella serie Cronache Lunari. Non mi posso definire una grande lettrice di romanzi fantascientifici, ma per questo ho deciso di fare un'eccezione trattandosi in primis del retelling di Cenerentola.
La vicenda si ambienta in un futuro lontano e tecnologicamente molto avanzato dove troviamo androidi domestici, umani trasformati in cyborg e una nuova razza ad abitare la Luna. La trama riprende moltissimi elementi dalla fiaba da cui è tratta e ritengo che l'autrice sia stata molto abile nel contestualizzarli al mondo da lei creato, come la robottina Iko a rimpiazzare i topini e una vecchia auto al posto della carrozza.
Sono rimasta affascinata dalla protagonista, che si dimostra forte e decisa ma ben lontana dalla perfezione di tante sue "colleghe", mentre ho bocciato fin da subito il Principe Kai per i suoi comportamenti irrazionali, come flirtare con una sconosciuta poco dopo la morte dell'amato padre. Interessanti alcuni dei personaggi secondari, ma aspetterò i prossimi libri per valutarli al meglio.
Lo stile è estremamente scorrevole nonostante la presenza di molti termini specifici relativi alla meccanica; l'autrice ha però abusato -sia nei dialoghi, sia nella narrazione- dei punti di sospensione (ne ho contati più di 240!) e del corsivo inglese per sottolineare determinate parole. Grande difetto sono inoltre le falle nella logica interna della storia: l’intera capitale invitata al ballo, la banalità del piano della antagonista, la regina lunare Levana, e ancora il plot twist finale citofonatissimo.
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La magia del folklore
"Cuore oscuro" di Naomi Novik è quasi una chimera nel mercato editoriale di oggi: un fantasy autoconclusivo; e devo ammettere che questa storia ha saputo stregarmi letteralmente (attenzione alla scelta delle parole!).
Richiamando in parte alla trama de "Il castello errante di Howl" di Diana W. Jones e contemporaneamente alle atmosfere oniriche de "Il circo della notte" di Erin Morgenstern, la storia segue la crescita personale della giovane Agnieszka, figlia di un taglialegna in una versione fantastica della Polonia seicentesca. La ragazza si trova suo malgrado coinvolta negli intrighi della corte reale e nella lotta contro il Bosco, abitato da creature orribili e pronto a divorare le terre vicine.
Di questo romanzo ho apprezzato praticamente ogni aspetto: l'originale sistema magico a regolare l'evocazione degli incantesimi, la trama che non cede ai facili cliché (qui le donzelle in difficoltà si salvano da sole!) e la narrazione davvero coinvolgente, tanto da impedirmi di abbandonare per troppo tempo la lettura.
Assieme all'ottimo utilizzo di elementi tratti dalla tradizione popolare e dal folklore dell'est europeo, il maggior pregio del romanzo è indubbiamente la caratterizzazione dei personaggi: nessuno viene banalizzato ed è evidente l'impegno nel dare una tridimensionalità anche ai personaggi secondari. Con i protagonisti poi, la bravura dell'autrice raggiunge l'apice e ti porta ad amarli come fossero reali.
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"Il circo della notte" di Erin Morgenstern
Cercasi trama disperatamente
"Il principe prigioniero" di C.S. Pacat, primo capitolo della trilogia erotica Captive Prince, è stato una parziale delusione. Parlo di delusione perché questo titolo ha ricevuto un'infinità di lodi, sia in patria sia qui in Italia, e mi aspettavo quindi un prodotto di ottima qualità per contenuto e per stile.
La sottilissima trama segue le disavventure del principe Damen, dalla cattura durante il golpe del fratellastro Castor al periodo di schiavitù presso il vicino regno di Vere. La storia manca di originalità: sia per quanto riguarda la parte "fantasy" (tra moltissime virgolette, dal momento che il solo elemento fantastico è l'ambientazione), perché il tema della riconquista del trono è a dir poco abusato in questo genere, sia per la parte erotica, che porta subito alla mente storie simili come la trilogia Beauty Series di Anne Rice o le varie serie di Jacqueline Carey.
Il problema maggiore è nello stile, con diversi errori che si ripropongono per tutto il volume, ad esempio la sovrabbondanza di puntini di sospensione o la ripetizioni delle stesse frasi con soltanto qualche parola diversa.
L'idea ha comunque un buon potenziale ed i personaggi principali sono promettenti, anche se ho riso di cuore nel vederli descritti TUTTI utopisticamente belli. Nel complesso mi ha incuriosita abbastanza da voler continuare.
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Il nemico riuscirà a diventare l'eroe?
Con i libri di questa serie ho sempre la sensazione di perdere qualche evento fondamentale tra un episodio e l'altro, ma nel complesso questo capitolo è stato ben più soddisfacente dei precedenti.
La trama ruota principalmente attorno al tentativo dei protagonisti di scoprire chi si nasconde dietro agli attentati alla vita di Callum, ed è arricchita da alcuni ottimi plot twist che non mi sarei mai aspettata, specialmente nella parte finale. Preferisco non aggiungere altro per evitare gli spoiler, ma posso dire di aver davvero apprezzato la riflessione sulla possibilità di riscattarsi e cambiare -anzi, capovolgere- il proprio destino.
In questo volume c'è stato un notevole sviluppo nei protagonisti, ad eccezione della dimenticabile Tamara, ed anche in alcuni personaggi secondari: credo sia una delle poche serie per ragazzi in cui gli adulti hanno un minimo di credibilità e non si comportano come degli adolescenti. Ho appezzato anche lo stile di scrittura che, seppur semplice, non risulta infantile ed ha spesso un tono genuinamente divertente (ehm... Jasper... ehm...).
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Due storie sulla Resistenza e... un horror?
Scritto da vari autori con il metodo della Scrittura Industriale Collettiva, questo romanzo storico presenta tre POV, ognuno distinto da capitoli propri.
La trama si dipana nei difficili mesi che l'Italia attraversa tra la dichiarazione dell'armistizio del 1943 e la liberazione del 1945 e segue tre protagonisti che si trovano soli in questo periodo di grandi insicurezze: abbiamo l'avvenente Adele nella metropoli milanese che sceglie di abbandonare gli agi del passato per combattere in un gruppo di partigiani, suo marito Aldo nascosto nelle campagne del Basso Lodigiano e perseguitato più dalle proprie fobie che da nemici reali, e Matteo -fratello di lei ed ex soldato della Marina- che attraversa l'intera penisola da sud a nord per ricongiungersi alla sorella. Non nascondo di aver preferito di gran lunga la storyline di Adele, soprattutto per l'enorme coraggio e l'indipendenza dimostrati dalla donna.
Trovo d'obbligo lodare il grande lavoro di questi 115 autori che hanno collaborato alla stesura del romanzo a vario titolo, non solo scrivendo ma anche coordinando i lavori, documentandosi sui dialetti e reperendo fonti storiche; nel complesso lo stile non ne risente, non si percepiscono le diverse penne. I dialoghi sono il punto forte del volume, perché del tutto conformi al periodo storico e all'estrazione dei personaggi.
A mio parere, l'unica nota dolente è il POV di Aldo che stona in paragone agli altri due, perché ricorda troppo un horror psicologico, molto disturbante; è sempre ben scritto, ma non l'ho trovato ben amalgamato agli altri.
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È migliorata, ma ancora molto confusa
Questo secondo volume ha in comune con"Bellezza crudele" solo le iniziali dei titoli originali, lo stile delle copertine e lo spunto di base (sono entrambi retelling di più fiabe, in questo caso Cappuccetto Rosso ed Hansel e Gretel), quindi possono benissimo essere letti come degli autoconclusivi.
La storia è ambientata in un mondo fantastico che ricorda molto la Francia di Luigi XIII -quella de "I tre moschettieri" di Alexandre Dumas padre, per intenderci- e segue la lotta della giovane Rachelle contro la Foresta, un'entità maligna che tenta lentamente di riprendersi le terre abitante dagli uomini.
Rispetto al suo primo lavoro, la Hodge ha saputo creare dei protagonisti più credibili e a tratti perfino affascinanti, ma purtroppo rimangono ancora molti problemi come la sovrabbondanza di informazioni risibili, la piattezza dei personaggi secondari, la prevedibilità dei colpi di scena e la confusione generale che si percepisce con fastidio durante la lettura.
Oltre al lato fantasy è presente una forte componente romance, in particolare si crea un triangolo amoroso; seppur non mi consideri un amante dei love square, devo ammettere che in questo caso le relazioni che si instaurano tra i tre vertici mi sono sembrate credibili ed abbastanza originali.
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Ho notato solo io le citazioni fiabesche?
"Jane Eyre" è un romanzo di formazione, nonché quella che può essere considerata senza dubbio l'opera più famosa di Charlotte Brontë. A dispetto del suoi oltre 170, il titolo risulta ancor oggi attuale e piacevole, ed ha il merito di aver dato vita ad uno dei personaggi più affascinanti di cui abbia mai letto.
Il romanzo si presenza infatti come l'autobiografia -dettaglio che da spunto al titolo originale- dell'istitutrice Jane Eyre, dall'infanzia fino all'età adulta. La vita della protagonista è degna di una novella Cenerentola: rimasta orfana da bambina, viene affidata alla famiglia del ricco zio Mr Reed, il quale muore a sua volta poco dopo, cosicché la piccola Jane si ritrova ospite indesiderata nella casa dell'arcigna zia, dove subisce le angherie sue e dei cugini, in particolare del perfido John. La prima caratteristica di Jane che salta all'occhio è il suo coraggio nel ribellasti a questi abusi e nel rispondere a tono anche agli adulti
«[...] devo odiare quelli che, qualunque cosa faccia per compiacerli, continuano ad odiarmi, devo oppormi a quelli che mi puniscono ingiustamente.»
mettendo subito in chiaro che non accetta di subite passivamente ma pretende invece di essere trattata con rispetto a prescindere dalla sua umile condizione.
La trama segue poi l'infanzia e l'adolescenza di Jane in un collegio dove sarà poi anche docente, e si renderà così conto della propria vacazione per l'insegnamento. Proprio il lavoro di istitutrice la porterà a Thornfield Hall, prima tappa nel suo viaggio di crescita e scoperta delle proprie origini.
Senza svelare ulteriori dettagli sulla storia, vorrei segnalare come la trama sia un'eccellente combinazione tra la storia d'amore contrastata, con un lui abbiente ed una lei povera, che caratterizza gran parte della produzione di Jane Austen, e il mystery gotico, con delle scene che rasentano il thriller, tipico invece della sorella di Charlotte, Emily Brontë, come si può riscontrare nel suo "Cime tempestose". Personalmente ho adorato questo mix che prende il meglio da entrambe le autrici per dar vita ad una storia originale.
Se pensiamo poi che questo romanzo è stato pubblicato nel lontano 1847, risulta subito evidente come le idee di Jane, e quindi della stessa Brontë, fossero estremamente innovative per quei tempi. Durante tutto il romanzo, la protagonista dimostra un'indole forte e determinata che le impone di scegliere da sola il proprio destino
«”Vi ho detto che sono indipendente, signore, così come ricca: sono padrona di me stessa."»
così come di riflettere in più frangenti sulla condizione delle donne in generale, puntando il dito contro le discriminazioni dettate dalla pura appartenenza al genere femminile.
«In genere si ritiene che le donne siano molto tranquille; ma loro provano gli stessi sentimenti degli uomini [...] È da ottusi condannarle o deriderle, se cercano di andare oltre o di imparare di più di quanto l’usanza abbia decretato necessario per il loro sesso.»
La straordinaria caratterizzazione della protagonista non toglie comunque spazio ai numerosi personaggi, infatti la Brontë si ritaglia il giusto spazio per delineare anche quelli secondari e dare a tutti uno degno spessore. Tra gli altri spiccano sicuramente Mr Rochester e St John Rivers, entrambi dotati di personalità notevoli e capaci di catturate l'attenzione del lettore.
Lo stile della Brontë è incantevole e spontaneo; da notare come combini la descrizione dei sentimenti della protagonista con quella dell'ambientazione: ad esempio, in una scena Jane passa in poco tempo dalla rabbia più cieca che viene delineata come
«Una cresta di brughiera in fiamme, viva, dardeggiante e divoratrice [...]»
ad una placida rassegnazione, metaforizzata da
«[...] lo stesso rilievo nero e inaridito, dopo che le fiamme si sono spente [...]»
Infine, qualche parola sull'edizione. Come anticipato nella TBR, possiedo un'altra copia di questo romanzo, ma ho scelto di acquistare e leggere questa nuova edizione Rizzoli che mi ha molto soddisfatto. L'unico malus è dato dal peso e dalle dimensioni del volume non proprio comodissime, ma tutti gli altri aspetti "tecnici" sono eccellenti (particolarmente apprezzato il font che non pregiudica le mie diottrie!) come pure quelli relativi al contenuto: una traduzione gradevole, l'interessante introduzione scritta da Virginia Woolf, le traduzioni delle molte espressioni in francese e la presenza di parecchie illustrazioni dettagliate.
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Un classico datato 1989
“Quel che resta del giorno” è un romanzo di narrativa generale pubblicato nel 1989; vincitore nello stesso anno del Booker Prize, ha dato il via all'ascesa letteraria di Kazuo Ishiguro, culminata nel 2017 con la meritata assegnazione del Nobel per la letteratura.
La trama è prevedibilmente povera di eventi e si dipana con la lentezza che sempre caratterizza l'opera di Ishiguro, per poi acquistare di pagina in pagina un'importanza ed una carica impreviste
«-Può darsi che la Storia stessa si compia, sotto questo tetto, [...]»
sino al finale, ricco di emozioni e capace, a dispetto dello sconforto generale, di trasmettere un positivo messaggio di speranza, che mi ha ricordato per molti versi l'epilogo de “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout.
La narrazione copre due archi temporali, passando da un presente riconducibile agli anni '50 del secolo scorso a lunghi flashback ambientati a cavallo tra gli anni '20 e '30. Protagonista e narratore è Mr Stevens, perfetta incarnazione del classico maggiordomo inglese; l'uomo ha trascorso gran parte della sua vita alle dipendenze di Lord Darlington e, trovandosi improvvisamente con un nuovo (e ben diverso!) datore di lavoro, affronta una crisi lavorativa e personale con la quale è incapace di venire a patti.
Un viaggio in auto tra alcuni paesini della campagna inglese offre a Stevens degli spunti per riflettere sugli eventi più importanti della sua vita da maggiordomo, durante la quale ha sempre anelato ad un ideale di dignità, arrivando a seppellire ogni sentimento ed impulso dietro ad una perenne maschera di compostezza formale. In particolare, la narrazione al passato mette in contrapposizione due eventi, uno tragico ed uno potenzialmente positivo, ed è interessante notare come per entrambi la reazione del protagonista sia lo stesso freddo distacco emotivo.
Con queste premesse, capirete che non è affatto facile empatizzare con Mr Stevens, ma si può imparare pian piano a capire le sue motivazioni; personalmente l'ho trovato ottimamente caratterizzato, specie per i diversi elementi che richiamano al Howard W. Campbell Jr. de “Madre notte” di Kurt Vonnegut. Il protagonista da il suo meglio nelle scene in cui si confronta con Miss Kenton: la governante è quasi la sua antitesi, perché incapace di tenere a freno le sue emozioni, siano esse positive come un'offerta di amicizia concretizzata dal regalo di un mazzo di fiori o negative come la rabbia che spesso la domina, e lo sviluppo della relazione tra i due è forse l’unica incognita a mantenere viva la tensione nel volume.
Come per gli altri romanzi dell'autore che ho letto finora, la storia trova la sua perfetta ambientazione nella provincia inglese; lunghi dall'essere uno mero scenario, la patria d’adozione di Ishiguro si conquista a più riprese la scena, risultando sicuramente una componente fondamentale all'interno dello stesso cast. Inoltre diversi personaggi la evocano nei dialoghi
«Sì, perché voialtri [...] quando mai avete occasione di andarvene in giro a visitare questo vostro meraviglioso paese?»
in una sorta di ode a quella terra, come pure fa il protagonista nei suoi pensieri
«[...] una qualità capace di designare il panorama inglese [...] è probabilmente meglio riassunta nel termine di “grandezza”.»
focalizzandosi su una caratteristica che acquisisce per lui un significato ben più profondo, portandolo poi ad associare se stesso allo spirito augusto e flemmatico dell'Inghilterra stessa.
Il romanzo presenza una struttura atipica: non sono presenti dei normali capitoli, bensì ogni sosta nell'itinerario di Mr Stevens ottiene una parte a se stante che inizia generalmente con un riepilogo del viaggio in auto, come una vera cronaca, per poi passare al viaggio tra i ricordi, attraverso i quali rivalutare le scelte del passato.
Questa forma porta l'autore ad adottare la narrazione in prima persona al presente, dando ai lettori la sensazione di essere seduti al fianco di Stevens sulla Ford d’epoca mentre racconta, e ricorda. È inoltre da notare che alcuni aspetti verranno poi ripresi ne “Il gigante sepolto”, come la tematica dell'importanza del ricordo, ma anche la scelta di un protagonista anziano con una storia tutta da esplorare.
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Vangelo moderno
“A volte ritorno” è un romanzo satirico con target adult, soprattutto per il ricorso continuo ad imprecazioni e parecchie scene ricche di violenza grafica. Pubblicato nel 2011, si tratta del primo romanzo di Niven tradotto in Italia, e pur avendo in libreria "Le solite sospette" da più tempo ho deciso di conoscere l'autore con questo titolo ed esplorare in un secondo momento un testo più maturo stilisticamente.
La storia segue le avventure (ma più spesso, le disavventure) di Gesù, obbligato dal Padre a scendere sulla Terra una seconda volta. Dopo una meritata vacanza a pesca di trote, Dio torna in paradiso per scoprire che in Sua assenza l’umanità sta andando a scatafascio: non solo genocidi e violenze di ogni genere, ma anche casi macroscopici di inquinamento ambientale e piccoli odi domestici. Indeciso se sterminare la razza umana e ricominciare da capo o meno, Dio decide di concedere una nuova chance agli uomini mandando di nuovo tra loro Suo figlio.
Gesù scende in Terra con le migliori intenzioni, ma capisce ben presto che nel mondo moderno non è così semplice trasmettere il suo messaggio di pace; è così costretto a ripiegare su azioni più concentrate e dirette, aiutando un gruppo di persone in difficoltà, economiche e non solo, che diventeranno in seguito parte dei suoi nuovi discepoli. L’intero romanzo si può infatti interpretare come una versione contemporanea del Vangelo
«-Senti, Morgs, - fa Gesù, con uno sbadiglio, - a volte la strada più difficile ha i suoi buoni motivi per essere più difficile. […] -Devo prendere appunti? Aggiungerla al novero delle tue massime di modo che quando non ci sarai più io possa tramandare ai posteri i tuoi merdosi insegnamenti?»
e ripropone alcuni episodi famosi, come l’ultima cena con gli apostoli o la peregrinazione per il deserto (gli Stati Uniti!).
Prima di analizzare questa lettura, ritengo necessario avvisare i potenziali lettori di questo romanzo, perché non credo si tratti di una lettura adatta a tutti: oltre alle già citate imprecazioni e violenze, molte scene potrebbero offendere la fede religiosa dei lettori, basta un’occhiata alla sinossi come accennata qui sopra.
La trama si presenta abbastanza semplice e priva di colpi di scena rilevanti, ma risulta comunque interessante per l’abilità di Niven nel trasporre nel ventunesimo secolo una storia già nota in tutto il mondo. Senza volere far ridere a tutti i costi i lettori,
«-Scusate, - ridacchia Satana. […] -L’ironia del contrappasso. Che ci volete fare?
-Mah, - commenta Dio. -A me non sembra tanto ironico. Da nessun punto di vista.»
è importante anche l’inserimento di battute genuinamente divertenti che si coniugano comunque in modo molto fluido alle scene di tutt’altro tono, come il racconto del passato di Big Bob, il reduce della guerra del Vietman.
Cover britannica
Quest’ultimo è uno dei novelli apostoli, tra i quali sono annoverati rappresentati delle categorie più varie ma soprattutto più miserabili di persone: c’è una ragazza madre con i due figlioletti, una coppi di ubriaconi, un ragazzo dalla famiglia difficile, un malato di AIDS che il gruppo deve quasi salvare da una folla inferocita in una cittadina chiamata senza troppa cognizione Democracy. Non tutti i personaggi purtroppo ottengono lo spazio necessario ad una buona caratterizzazione, ma Niven tenta di spendere comunque qualche parola per ognuno, anche per i parecchi antagonisti.
Il testo è arricchito dalla presenza costante di riferimenti al mondo della musica, come pure accenni alla nostra attualità sebbene l’autore inventi nomi di personaggi e marche di sana pianta.
Personalmente ho trovato la storia molto ben equilibrata, tra i momenti buffi, dissacranti e le riflessioni più concrete sui problemi che affliggono il mondo moderno. Trovo positivo che Niven abbia scelto di spaziare su tematiche che riguardano diverse aree del pianeta, seppure il romanzo sia ambientato negli Stati Uniti, come la presenza di isole di rifiuti negli oceani, le violenze contro le donne ad opera dei talebani in Medioriente e gli scandali legati alla pedofilia in Vaticano.
In conclusione, se avete una mente abbastanza aperta a conoscere punti di vista diversi senza offendervi troppo, vi consiglio sinceramente questa lettura per lo svago e per la riflessione sul solo comandamento valido: fate i bravi!
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Di carnefici e vittime
“Tredici” è un romanzo thriller con target young adult; pubblicato nel “lontano” 2007, ha però raggiunto una discreta fama solo di recente per aver ispirato la serie TV di successo “Thr1teen R3asons Why”. Proprio per cavalcare l’onda del successo, la Mondadori ha ristampato il volume, scegliendo come copertina la locandina della serie ed aggiungendo alla fine del volume diversi contenuti inediti ed interessanti, come commenti personali dello stesso Asher ed il finale originale.
Il romanzo presenta uno schema narrativo insolito: il liceale Clay è il narratore principale, ma alla sua voce al presente si alterna il racconto al passato della sua compagna -nonché interesse amoroso- Hannah, che ci giunge attraverso sette cassette da lei spedite poco prima di uccidersi. Mentre lei racconta quali persone l’abbiamo spinta verso il suicidio, si inseriscono i pensieri di lui ad aggiungere un punto di vista esterno ad ogni avvenimento, ed anche a raccontare cosa gli succeda mentre ascolta i nastri.
Ovviamente la scelta di due ragazzi così giovani come narratori ha influito sullo stile e sul lessico adottati, rendendo la narrazione semplice e diretta; anche il ritmo fluido con cui si avvicendano gli eventi e, in generale, la struttura della trama contribuiscono a rendere incalzante la lettura. Ammetto di essere stata molto coinvolta nella storia ed ero curiosa di conoscere tutti e tredici i racconti di Hannah, sebbene io abbia provato un forte senso di déjà vu con “Tutta la verità su Alice” di Jennifer Mathieu, romanzo pubblicato diversi anni dopo ma che avevo letto -e apprezzato- ben prima.
Asher non si limita a raccontare una storia di pettegolezzi e ripicche tra adolescenti, ma sceglie di affrontare tematiche serie e sempre attuali, quali il bullismo e le molestie che si trasformano rapidamente in violenza. Ciò colpisce il lettore in modo se possibile ancor più diretto dal momento che lo stesso Clay ammette di aver letto liste compromettenti
«Prima che spuntasse fuori la lista non mi ero mai accorto delle labbra di Angela Romero. Ma dopo, sono diventate per me un’ossessione.»
o dato credito alle voci sentite a scuola, senza pensare con lucidità alle conseguenze. Proprio la riflessione di ciò che si può innescare con le azioni più inconsapevoli è il vero obiettivo del lascito di Hannah, dietro l’apparenza della vendetta.
Ad avermi convinto meno sono invece i personaggi, a cominciare dai protagonisti: abbiamo Hannah che sprofonda senza freni in un vortice autodistruttivo, dando a volte delle reazioni esagerate a comportamenti privi di doppi fini, come afferma Markus (sebbene non sia completamente innocente)
«Non dovrei neanche essere su quelle cassette. Hannah cercava solo una scusa per uccidersi.»
lei sembra esasperare eventi per altri minimi e questo la trasforma letteralmente dal primo racconto al momento del suicidio; d’altro lato Clay non mi ha trasmesso molte emozioni e le sue reazioni, almeno nella prima parte del volume, mi sono parse povere di trasporto emotivo.
Anche i personaggi secondari sono problematici. I compagni e gli amici di Hannah sono parecchio stereotipati e sembrano appena usciti da un qualunque film ambientato in un liceo americano. A mostrare il proprio lato peggiore sono però gli adulti, seppur compaiano in scena raramente; innanzitutto, come in quasi tutti i romanzi per bambini e ragazzi, sembra vigere la regola di nascondere tutto agli adulti
«Non voglio che venga a sapere di questa storia. Di me. Degli altri. Tirare in ballo un adulto, una persona della scuola, è peggio di quanto immaginassi.»
anche quando si tratta di vicende serie e preoccupanti. Dal loro canto, gli adulti fanno una ben misera figura, con la madre di Clay che coglie le sue bugie ma non fa nulla per comunicare con il figlio e il professor Porter che anziché obbligare Hannah a denunciare un compagno reo di violenze le suggerisce subito di passarci sopra.
Altro dettaglio un po’ fastidioso è la confusione che si crea durante la lettura, perché l’unico modo per distinguere le parole di Clay ed Hannah è il corsivo in quelle di lei. A mio avviso ciò non è sufficiente ed avrei preferito venissero scelti due colori o dei font diversi.
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Cenerentola gender-bender
“Il rosso e il nero” è un romanzo d'amore, divenuto con il passare degli anni anche un'ottima cronaca storica. Pubblicato nel 1830, viene comunemente considerato assieme al “La Certosa di Parma” il capolavoro della produzione stendhaliana. La vicenda di base è inoltre ispirata ad un reale fatto di cronaca dell'epoca.
La storia segue la vita del giovane Julien Sorel, figlio di un falegname della Franca Contea; portato per lo studio del latino e dotato di una memoria incredibile, la sua ambizione lo porterà ben presto a lasciare la casa paterna per seguire il suo latente desiderio di elevarsi socialmente, incontrando al contempo due donne molto importanti per l'evoluzione del suo personaggio.
Seguiamo le vicissitudini di Julien, prima come precettore dei figli del Sindaco, poi come seminarista a Besançon ed infine segretario presso l'influente marchese De La Mole. Il protagonista compie quindi un viaggio sia simbolico che letterale dai semplici costumi della provincia francese alla frenesia della metropoli parigina.
Questa è solo la prima delle moltissime dicotomie che caratterizzato l'intero volume: troviamo infatti la contrapposizione tra i gianseniti ed i gesuiti, tra vita religiosa e carriera militare, tra i nobili dall'alta genealogia ed i borghesi arricchiti da poco. Il primo di questi opposti è esplicato già nel titolo, con il contrasto visivo tra i colori rosso (impulso, passione) e nero (inerzia, morte).
Confrontato con “La Certosa di Parma”, questo romanzo presenta molto somiglianze, sia nei personaggi che nelle tematiche; infatti in entrambi Stendhal ha voluto imprimere una forte impronta autobiografica, che ben si esprime nella sua classica nostalgia napoleonica. In entrambi i titoli, troviamo un protagonista maschile che ammira segretamente l'imperatore francese, si trova suo malgrado a dover viaggiare molto e conquista l'amore di due donne -una più matura di lui- già impegnate sentimentalmente.
Il machiavellico Julien è un personaggio strutturato con maestria, sempre teso ad ottenere ciò ch'è oltre la sua portata,
«Era in quello stato di stupore e turbamento in cui cade l'anima quand'è appena riuscita ad ottenere ciò che ha lungamente desiderato. È abituata a desiderare, non ha più nulla da desiderare, e tuttavia non ha ancora ricordi.»
ed è stato uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato nel romanzo, assieme una narrazione abbastanza incalzante ed un finale struggente; tutti elementi che hanno posto questo volume un gradino sopra l'altra opera da me letta, con la quale condivide invece le vivide descrizioni, dei palazzi francesi da un lato e dei laghi lombardi dall'altro.
Le coprotagoniste mi hanno invece lasciato abbastanza fredda, se non perfino delusa. Ho tollerato a stento i comportamenti assurdi di Louise Rênal perché accecata dalla passione, ma non sono riuscita proprio a digerire la capricciosa ed infantile Mathilde De La Mole,
«-Ecco ciò che ti invia la tua schiava (una ciocca di capelli NdR) [...] Rinuncio all'esercizio della ragione, sei il mio padrone.»
la cui storia con Julien si riduce ad un ridicolo tira e molla condito dalle fantasie morbose di lei. Ottimi invece diversi personaggi secondari, in primi l'abate Pirard ma anche Fouqué, amico sincero del protagonista, e Falcoz, quasi una trasposizione dell'autore stesso su carta.
Vorrei infine fare chiarezza sull'edizione Newton Compton, ossia la casa editrice da me scelta per entrambe le opere di Stedhal. In questo caso, alla poca qualità dei materiali si unisce una profusione di errori, dovuti alla revisione assente, come le traduzioni randomiche dei nomi. Ad esempio, il protagonista viene -giustamente- chiamato Julien per tutto il romanzo, ma verso gli ultimi capitoli compare il suo alterego italiano:
«[...] ma nonostante il tono un po' astratto che GIULIANO aveva dato al suo ragionamento, [...]»
per tacere della traduzione datata 1913 che presenta PUR TROPPO termini MARAVIGLIOSI!
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Rubare ai ricchi, per comprarsi degli occhiali
Nomina “I tre moschettieri” e anche il lettore meno spigliato assocerà questo titolo a Dumas. Nomina “Robin Hood” e otterrai le reazioni più disparate, tra chi andrà con la mente ad uno dei tanti film con il bandito gentiluomo come protagonista, chi citerà il lungometraggio animato targato Walt Disney con la volpe ad interpretare il ruolo del furfante, oppure ancora chi penserà ad una tra le molte serie TV ispirate alle avventure degli allegri compagni di Sherwood.
Sono in pochi infatti a ricordare che dobbiamo ring razionare il prolifico Dumas per aver portato fino a noi notizia delle gesta dell’eroe popolare noto come Robin Hood. Incaricato di tradurre l’”Ivanhoe” di Scott, l’autore conobbe la figura del leggendario ladro Sassone, all’epoca protagonista di molte ballate popolari; Dumas fu il primo a scrivere un romanzo con protagonista Robin, salvandolo in questo modo dall’oblio in cui forse sarebbe scivolato come personaggio legato a dei racconti tramandati principalmente per via orale.
La narrazione di come l’autore incappò nella figura di Robin e molti altri dettagli interessanti su questo romanzo si possono trovare nell’introduzione e, per una volta, devo giustamente elogiare la Newton Compton per la buona qualità di questa edizione, dove sono presenti molte note esplicative nel testo, alcune graziose illustrazioni, nonché due appendici iniziali che forniscono una sintetica infarinatura rispettivamente sui personaggi e suoi luoghi della storia. Soprattutto la prima si rivela molto utile e mi sono trovata a consultarla spesso durante la lettura, perché ci sono davvero molti personaggi e a volte risulta difficile ricordare i rapporti tra loro.
Il romanzo ripercorre le principali avventure del celebre Robin Hood a partire dal suo incontro con Will il Rosso e Much, due dei suoi più fidati luogotenenti. Nella prima parte del romanzo,al centro della vicenda troviamo la missione per salvare proprio Will dalle grinfie dello sceriffo di Nottingham e, nel contempo, impedire le nozze d’interesse tra la figlia di quest’ultimo ed il repellente Sir Tristam. Segue poi il racconto di svariate peripezie volte in special modo ad alleggerire le borse dei ricchi Normanni e degli ecclesiastici di passaggio per Sherwood e delle conseguenti rappresaglie ad opera del barone Fitz-Alwyn, che non è comunque il solo nemico di Robin, come pure Will non è il solo a venire ingiustamente condannato a morte e salvato in modo rocambolesco.
Seppur i duelli abbondino in questo romanzo, di cappa e spada appunto, ho trovato quantomeno curiosa la presenza di un gran numero di matrimoni (ne ho contati undici, più un paio andati a monte), nonché il ruolo combattivo concesso alle donne dei proscritti e il continuo elogio della vita di coppia come via per trovare la felicità. Non a caso Robin muta completamente il suo temperamento dopo la morte dell’amata Marian e pian piano perde del tutto la voglia di vivere e di lottare.
La lettura prosegue abbastanza rapida, tra la predominanza dei dialoghi e l’alternarsi di scene ricche d’adrenalina, seppur il lettore non sia mai in pensiero per la sorte di Robin e dei suoi allegri compagni, perché votati al bene e dotati di grande coraggio. Un dettaglio che in più punti mi ha divertito è l’incapacità del protagonista, ma anche di altri personaggi, nel riconoscere chi hanno davanti: in particolare Robin non riconosce il cugino e (per due volte!) il cognato, per tacere di chi tenta di arrestarlo e puntualmente se lo ritrova davanti senza riconoscerlo.
I più affezionati lettori di Dumas non mancheranno di notare molte somiglianze con la sua opera più nota, “I tre moschettieri”. I due volumi hanno infatti un inizio molto simile, con il protagonista che si imbatte in quelli che saranno poi i suoi fedeli compari e, come prima cosa, li sfida a duello per motivi abbastanza banali. Altra analogia con altre opere dell’autore è la povertà di storyline ad ampio respiro, alle quali vengono preferiti dei brevi racconti del tutto scollegati da una trama orizzontale ma che vanno solo ad illustrare alcuni episodi nella vita della protagonista.
E Robin Hood è un protagonista di tutto rispetto: pur essendo un eroe non intende mostrarsi umile, fa lo splendido con le dame e si vanta della propria abilità con ogni genere di arma, questo non lo porta però ad abusare della violenza e in generale si dimostra generoso anche con i suoi nemici. Molti aspetti del suo personaggio sono stati d’ispirazione per altre figure iconiche come Zorro analogo eroe mascherato che sottrae ai ricchi per donare ai poveri, Peter Pan sia per l’abbigliamento sia per l’idea di vivere in completa libertà sull’Isola che non c’è, Sherlock Holmes con i travestimenti che aiutano entrambi ad introdursi non riconosciuti in ogni sorta di consesso, V nella sua guerra personale allo strapotere dei benestanti e del clero.
La narrazione di Dumas si conferma ancora una volta ironica e briosa, ma capace anche di toccare l’anima del lettore in alcune scene dense di emozioni. Da notare anche come l’autore sia uscito coraggiosamente dalla sua confort zone, scegliendo un’ambientazione ed un periodo storico ben lontani dai suoi canoni classici, ma che ha saputo comunque gestire molto bene.
Dumas è stato molto originale in più di un aspetto con questo romanzo, perché ha deciso di dargli un finale dolceamaro, in cui si vede il giusto sconfiggere più volte i suoi avversari ma alla fine cadere mentre questi continuando ad ordine le loro trame. E con Robin scompare anche il sogno utopico della foresta di Sherwood.
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Solo per veri fan della famiglia Cortès & Co.
Ho letto di molti personaggi affetti da disturbo bipolare nella mia “carriera” da lettrice, ma mai prima d’ora mi ero trovata di fronte ad un romanzo bipolare. Ovviamente il libro è solo uno strumento per veicolare le opinioni dell’autore ed è a quest’ultimo che dobbiamo chiedere contro; quindi, cara Pancol, ti vuoi decidere una buona volta?
Come nel precedente capitolo, “Il valzer lento delle tartarughe”, si inviano al lettore dei messaggi a dir poco contrastanti legati all’indipendenza, economica ma anche sentimentale, del gentil sesso. Per ogni volta che un personaggio femminile afferma di poter vivere serenamente da sola, un altro la contraddice poche pagine dopo, ribadendo la necessità quasi morbosa di avere un partner al proprio fianco con il quale dividere i problemi quotidiani.
Quest’alternanza di messaggi pro e contro la libertà femminile continua fino al termine del volume e sembra ancor più fuori luogo se si considera che la maggior parte dei personaggi POV di questo libro sono donne, in alcuni casi anche dotate di un carattere forte e deciso alle quali però l’autrice assegna senza esclusione un compagno. Non sempre alla loro altezza, sfortunatamente.
Sintetizzare la trama è diventato sempre più difficile, volume dopo volume, perché la storia ha assunto proporzioni sempre più ampie e complesse, andando mano a mano ad accorpare al suo interno un numero spropositato di personaggi. Le avventure che coinvolgono Joséphine e la sua famiglia allargata (lo so, è riduttivo) si confermano al limite dell’assurdo, seppur del tutto prevedibili, e ora tenterò di riassumere almeno le prime battute.
Si riprende un paio di mesi dopo la conclusione del secondo capitolo: a Londra, Hortense è impegnata nei suoi studi per diventare un’affermata stilista ed il suo progetto nell’immediato è allestire due vetrine da Harrods, Gari prende invece due decisioni, ossia dedicarsi professionalmente alla musica e conoscere finalmente il padre biologico, mentre Shirley affronta dei problemi legati alla sua infanzia che hanno segnato il suo temperamento ed il modo in cui si relazioni agli uomini, e Philippe tenta di destreggiarsi tra l’affetto che ancora nutre per Jo e la difficoltà nel crescere da solo Alexandre; a Parigi, Joséphine è costretta a cercare delle idee per un nuovo romanzo, questa volta ben lontano dal suo confortevole Medioevo, Zoé muove i primi ed incerti passi nel mondo dell’amore con Gaetan, ed Henriette cospira ancora ai danni di Marcel e della suo nuova famiglia. Famiglia della quale, vi ricordo, fa parte l’inquietante Junior; no, non ho ancora superato lo shock riguardo le bizzarre origini di questo personaggio.
Visto il titolo, vi chiederete dove sia New York; mi dispiace dovervi disilludere, ma Central Park non farà la sua comparsa se non nelle ultime duecento pagine. I riferimenti agli animali invece sono molto presenti e non solo per gli scoiattoli; ma anche per coccodrilli e tartarughe, dettaglio che mi ha positivamente colpita; quello che invece mi ha davvero delusa è stato il finale, che risulta nel complesso ben delineato solo per la coppia formata da Hortense e Gary, mentre per gli altri personaggi è frettoloso (aggettivo stonato, per un libro di questa mole!) e molte delle scene più attese avvengono fuori campo.
Il motivo principale per cui ho continuato a leggere questa serie (comprato ... ehm ... cofanetto ... ehm) è la presenza di personaggi tutto fuorché perfetti. Nessuno dei protagonisti è scevro da difetti, anche Jo che all’apparenza è piena di belle qualità, e questo serve a bilanciare con una sana dose di realismo tutte le scene assurde che costellano la serie, già dai tempi de “Gli occhi gialli dei coccodrilli” con la parentela reale di Shirley.
Devo ammettere che quasi tutti i personaggi principali compiano un’importante percoso di crescita di questo romanzo; percorso che ci aiuta a capire meglio Shirley ad esempio, finora rimasta un po’ nell’ombra, e ad apprezzare davvero la difficile Hortense, ma che non funziona altrettanto bene con Josépgine, per la quale ci viene riproposta la storia del mancato annegamento infantile per la terza volta.
A non convincermi sono invece sono gli antagonisti ad esclusione di Henriette, che seppur segnata da odio esasperato aveva delle ragioni a motivarla, troviamo dei personaggi mossi solo da un debole senso di rivalsa verso chi ottiene più successo di loro, come Bérangère e Jean.
I problemi principali di questo romanzo si riscontrano nello stile. I dialoghi sono davvero poco credibili e spontanei, c’è una sovrabbondanza di dettagli in alcune scene, tanto da avere la sensazione di leggere delle liste già predefinite, inoltre la storia ha come un retrogusto datato: non sembra ambientata nel 2010, bensì almeno dieci anni prima per alcuni oggetti, comportamenti e termini adottati dai protagonisti.
A tal proposito, è d’obbligo segnalare il cambio del traduttore in questo terzo volume che credo abbia influito sul testo. Sono presenti alcuni vocaboli dialettali e diversi errori grammaticali: ben quattro volte nel testo viene utilizzato il pronome gli al posto del lei per soggetti femminili.
Nel complesso non è stata una lettura atroce ed ho trovato alcuni validi spunti, purtroppo scialacquati nelle troppe pagine del volume. Con questa serie ho pertanto deciso di fermarmi, ma a chi fosse interessato segnalo che è già disponibile in italiano la seconda trilogia dal titolo “Muchachas” mentre un settimo romanzo è stato pubblicato, per ora solo in francese, lo scorso anno.
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Un prologo prolisso
Se anni e anni di libri, film e serie TV ci hanno insegnato qualcosa, è che nel 99% dei casi il futuro sarà uno schifo: sola eccezione è l’utopia popolata dai robot domestici de “I pronipoti” della Hanna-Barbera.
Ed infatti eccoci nell’ennesimo futuro post-apocalittico in cui la civiltà umana è regredita ad un nuovo Medioevo. Se questa introduzione vi suona familiare è perché le premesse sono praticamente le stesse di “The Queen of the Tearling” di Erika Johansen, romanzo al quale “Il principe dei fulmini” si può associare anche per la presenza di essere magici e per un aspetto a dir poco assurdo: dopo il cataclisma (si fa riferimento ad un conflitto, ma la geografia del mondo fa pensare anche all’innalzamento del livello dei mari) ogni conoscenza medica e tecnologica dell’ultimo millennio sembra scomparsa, mentre le opere di Plutarco, Shakespeare e Nietzsche si sono salvate (meno male...). Sono di scena anche sovrani e nobili di vario ordine, in lotta fra loro, a capo di tanti piccoli feudi, residuo di quella che un tempo era l’Europa, come nei territori del Tearling.
A scindere in modo netto l’esordio narrativo di Lawrence da quello della Johansen sono però le scene di violenza che chiazzano di sangue ogni pagina. E se pensate che anche la cara Kelsea dovesse affrontare una buona dose di scontri e battaglie, vi ricrederete dopo aver conosciuto Jorg.
Il nostro protagonista è infatti avvezzo ad ogni sorta di barbarie e questo elemento non viene minimamente smussato nella narrazione, che non risparmia al lettore descrizioni sanguinarie e rivoltanti. Quindi il primo requisito necessario per poter affrontare questa lettura è avere uno stomaco resistente, altrimenti consiglio di orientarsi verso altri romanzi.
Agli intrepidi che sono invece ancora interessati a questo volume dico: avete fatto una buona scelta. Non ottima, perché il romanzo ha oggettivamente alcuni difetti, ma su quelli mi soffermerò dopo, per ora affrontiamo la trama.
La storia ruota attorno al giovane Jorg Ancrath, principe di uno dei tanti staterelli di questa Europa futuristica, in particolare nel nord dell’attuale Francia. Pur essendo l’erede al trono, Jorg non vive nell’Alto Castello con il padre, ma vaga tra i villaggi a capo di una banda di briganti che si dilettano nel mettere a ferro e fuoco le capanne dei contadini e nel derubare gli ignari viandanti; la missione del protagonista è però ben più importante, ovvero uccidere il vicino Conte di Renar, l’uomo che anni prima ordinò l’assassinio di sua madre e del fratellino William.
In questo primo capitolo, vediamo Jorg e i suoi Fratelli (come vengono chiamati i tagliagole al suo seguito) impegnati in varie sfide, dall’imboscata ad una pattuglia all’assalto ad una fortezza inespugnabile, ma in generale gli eventi importanti sono un numero ristretto perché l’autore sceglie di sfruttare il primo libro per gettare le basi di quella che sarà poi la trilogia Broken Empire. Anche nei flashback che interrompono a tratti la narrazione al presente, non vengono illustrati per intero gli eventi tra la partenza di Jorg dall’Alto Castello al suo ritorno quattro anni dopo, come capo dei Fratelli, probabilmente per esplorare meglio questo periodo nei volumi successivi.
L’aspetto che mi ha maggiormente catturato nella storia è sicuramente la figura del mago. Non tanto gli stregoni presenti, seppur siano dei personaggi degni di nota, quanto la concezione della magia come forza che piega le menti, si insinua nei sogni e sussurra ordini all’inconscio. A differenza della trilogia iniziata con “La Corporazione dei maghi” di Trudi Canavan, gli incantatori che troviamo nell’Impero Spezzato sono ben più ambiziosi e, fingendo di obbedire agli ordini dei re e nobili, sfruttano la vicinanza agli uomini di potere per sfidarsi nel loro personale gioco del trono (riferimento puramente intenzionale).
Altro elemento che allontana il libro dai canoni classici del genere fantasy è il suo crudo realismo, evidente sia nella scelta di rendere protagonisti degli assassini, sia nel tono in cui vengono narrati gli avvenimenti ed i comportamenti dei personaggi che, benché messi in ombra dalla predominanza del protagonista, risultano nel complesso ben caratterizzati.
Il focus de “Il principe dei fulmini” è infatti diretto solo su Jorg, che tiene anche le redini della narrazione. Leggendo il suo POV l’ho istintivamente associato al Lighi Yagami di “Death Note”, per la spietata lucidità con cui pianifica le sue mosse ed agisce senza lasciar spazio a sentimenti come l’affetto o la pietà; in questo romanzo manca però un L che bilanci il crudele principe, essendo praticamente assenti dei personaggi principalmente virtuosi. La narrazione in prima persona si rivela indispensabile per comprendere i pensieri dietro alle azioni di Jorg, ma ha però degli svantaggi: si finisce per leggere senza alcuna reazione di omicidi spietati e vengono tralasciati i dettagli in molte scene, con un’esasperazione dello show don’t tell che rende alcune parti frettolose e confuse tanto da rendere obbligatoria una seconda o una terza lettura per inquadrare bene gli eventi.
Oltre a questo aspetto, i difetti a cui ho accennato sono abbastanza circoscritti e già lamentati da chiunque abbia scritto una recensione a questo libro. L’età del protagonista non è assolutamente credibile, anzi la maggior parte così dimentica di avere di fronte un quattordicenne, soprattutto perché Jorg si atteggia a uomo vissuto e anche gli altri lo trattano come tale. Per l’edizione italiana, la Newton Compton ha poi scelto di adottare una traduzione a dir poco fantasiosa del titolo: non sarebbe un gran problema non fosse che nel testo il protagonista viene chiamato proprio Principe dei Rovi.
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Contessina mia, quanto ti desidero
Per fare un frutto ci vuole un fiore, come ci insegna un noto ritornello. Ma per fare un romanzo storico non ci vogliono per forza dei termini aulici. Questo basilare concetto sembra sfuggire al buon Strukul che ha deciso anzi di farcire questo volume di latinismi e vocaboli desueti già nel Quattrocento e non solo nei dialoghi, dove un simile linguaggio avrebbe avuto ragion d’essere, ma anche nelle descrizioni, rendendole se non pedanti sicuramente ridicole.
E quello appena citato è soltanto il primo della -purtroppo- lunga serie di problematiche da me riscontrate durante la lettura di questo romanzo che, come la Newton Compton non si stanca di ricordaci con le sue immancabili fascette promozionali, si è guadagnato il Premio Bancarella 2016.
Assegnato per la prima volta nel ’53 ad Hemingway per “Il vecchio e il mare”, tale riconoscimento nel corso degli anni ha visto sul gradino più alto del podio romanzi di innegabile valore letterario, tra i quali lo splendido “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout; con queste informazioni wikipediane alla mano, due possibili alternative si palesano all’orizzonte: “I Medici - Una dinastia al potere” è un romanzo splendido che la mia limitatezza non mi ha permesso di comprendere, oppure gli altri finalisti erano ancora peggio. Temo sia la seconda.
La storia inizia con... ecco, già scrivere qualche riga sulla trama mi mette in difficoltà. Si potrebbe semplicemente dire che il romanzo ripercorre le vicende della famiglia Medici dalla morte del “patriarca” Giovanni fino a quella del figlio minore Lorenzo, avvenuta nel periodo di maggiore lustro per i banchieri fiorentini. In realtà gli avvenimenti sono presentati in modo molto sconnesso, quasi fossero degli episodi a sé stanti, come capitava ne “Il guanto di rame” del duo Black / Clare; i vari elementi non si amalgamano in una storia uniforme, bensì vengono presentati al lettore individualmente, risultando quali asettici.
Asettico è un aggettivo che ben si sposa anche con i dialoghi di questo romanzo, che si dividono in due categorie: brevi e dal lessico informale, quasi contemporaneo, oppure oltremodo prolissi, veri e propri monologhi che nemmeno abili oratori pronuncerebbero in modo naturale e spontaneo. Questi dialoghi rendono difficile anche istaurare un minimo di empatia con i personaggi, in particolare con colui che dovrebbe essere il protagonisti.
Nei suoi momenti migliori Cosimo è freddo e distaccato, caratterizzazione che ben si accorda con l’interpretazione di Richard Madden nella recente serie TV (un mio commento telegrafico? sopravvalutata); purtroppo, come protagonista è poco riuscito, specialmente perché non è sempre al centro della narrazione e per la sua natura che è contemporaneamente buona, giusta, saggia, magnanima, mite, caritatevole: praticamente un Gary Stu fatto e finito. Non fosse sufficiente, questa sua innaturale perfezione si trasmette per osmosi ai suoi familiari, rendendoli altrettanto noiosi agli occhi del lettore.
L’unico che mi sento di salvare, almeno per pietà, tra i dottori toscani è Lorenzo. Quest’ultimo è la trasposizione umana di Paolini Paperino: mentre Cosimo / Gastone vive prospero sotto lo sguardo benevolo della dea bendata (UOT?), il povero Lorenzo arranca nelle difficoltà a dispetto dell’impegno e della buona volontà, obbedendo agli ordini del fratello senza fiatare e finendo sempre in mezzo agli scontri. Per rendere l’idea, la sola occasione in cui una bella donna gli fa gli occhi dolci è per tentare di ucciderlo!
Ironicamente gli antagonisti sono ben più sviluppati ed interessanti dei “buoni”, soprattutto quelli inventati dall’autore, ossia Schwartz e Laura. Per quanto eccessivamente sopra le righe, i loro personaggi sono i soli a funzionare e questo la dice lunga sul romanzo, visto che sono rispettivamente un assassino spietato ed una veggente puttana, No, non scandalizzatevi per questo appellativo perché è lo stesso Strukul a definirla così in ogni occasione, anziché ricorrere a termini meno offensivi. D’altro canto questo volume è una continua escalation di violenza fisica e psicologica, anche nei confronti dell’innocente lettore! Alcune scene sono però tanto esasperate da far nascere una risata anziché un brivido di terrore: cosa dire ad esempio di Rinaldo degli Albizzi, forte di un sicario formidabile (sempre Shwartz, sì), che affida la missione di uccidere Cosimo a due soldati imbranati? Non si può che ridere alla loro cruenta quanto prevedibile dipartita.
Con sfacciato ottimismo, mi sforzerò di trovare un paio di elementi positivi per questo romanzo. La narrazione si sofferma sulla storia dei personaggi, anche secondari, tentando di dar loro un poco d’introspezione psicologica; inoltre sono evidenti i tentativi di descrivere le ambientazioni con taglio poetico... ho scritto tentativi non risultati, eh. Un aspetto non proprio positivo ma di certo utile a rendere veloce la lettura è la scelta di creare dei capitoli brevi.
Ma torniamo ai problemi, in particolare per la mancata revisione: ci sono passaggi immotivati dal tu informale al Voi formale, pensieri racchiusi nelle virgolette solo in alcuni casi e una ripetizione quasi ossessiva di verbi -e relative declinazioni- quali allagare, dilagare, annegare, affogare. Spesso inseriti a sproposito (chi è mai stato allagato di sudore al collo?), il loro continuo comparire tra le righe mi aveva fatto credere ci fosse un motivo stilistico o storico alla base di questa scelta.
Invece no.
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Le avventure di uno 007 in pensione
Ad attrarmi verso questo libro è stata indubbiamente la sua copertina. Tranquilli, non nutro nessun interesse morboso per il nazismo, più semplicemente l’immagine della svastica sulla bandiera statunitense mi aveva fatto pensare subito alla “Svastica sul sole” di Philip K. Dick, dove appunto gli Stati Uniti erano una colonia della Germania nazista.
L’acquisto a libri chiuso però si è rivelato una scelta vincente: “Madre notte” ha ben poco a che spartire con il romanzo di Dick, ma regala una storia ricca di emozioni, colpi di scena e spunti di riflessione assolutamente degni, il tutto contornato da una narrazione tanto attenta agli elementi storici da risultare davvero credibile. Tra i maggiori pregi del volume è da annoverare anche l’attualità della storia: il romanzo presenta temi e situazioni capaci di rispecchiare molti elementi della nostra contemporaneità e mi ha stupito scoprire che la prima pubblicazione risale al lontano 1961.
Vonnegut adotta una espediente già sfruttato da altri grandi scrittori, Hawthorne ne “La lettera scarlatta” per fare un esempio, ossia si finge il curatore del suo stesso romanzo, attribuendone la paternità al protagonista, tale Howard W. Campbell jr.
Il signore Campbell è statunitense, ma si trasferisce in Germania da ragazzino, Paese dove rimane anche da adulto, sebbene i suoi genitori rientrino in patria prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Howard è uno scrittore di testi teatrali e proprio il lavoro gli permette di incontrare l’attrice Helga Noth, destinata a diventare sua moglie; nell’ombra l’uomo svolge però tutt’altro genere di attività, essendo una spia al servizio degli Stati Uniti nell’imminente conflitto.
Sarà proprio la sua patria a chiedergli di fingersi un fervente nazista in modo da arrivare alla conduzione di un programma radiofonico di propaganda a mezzo del quale trasmette messaggi in codice oltreoceano. In una missione che porta inevitabilmente alla mente il fantastico “A beautiful mind”, Howard è costretto ad una vita piena di menzogne, anche nei confronti del’amata moglie, nonché ad una condotta che lo farà finire anni dopo nella lista dei criminali nazisti ricercati in tutto il mondo. Come nel film con Russell Crowe, il protagonista viene abbandonato dall’agente Wiltanen, suo contatto con il governo americano e unico a poter garantire sulla sua vera fedeltà, ed è costretto a rifugiarsi in un anonimo monolocale newyorkese dove conduce una vita da eremita per anni.
La storia di Campbell ci viene narrata da lui medesimo: il primo capitolo si apre con l’uomo rinchiuso nel carcere di Gerusalemme, impegnato a scrivere appunto le sue memorie per difendersi nel processo che lo vede imputato per gli anni di discorsi populisti, antisemiti e incitanti alla violenza fatti alla radio. Il protagonista si sofferma sulle storie dei secondini del carcere, prima di avventurarsi nella propria biografia, nella quale non segue peraltro un ordine cronologico, bensì collega vari episodi per associazione di idee.
I capitoli presentano quindi uno schema abbastanza fisso, con il focus su un evento in particolare e, sul finale, una frase viene inserita per creare suspense e dà lo spunto per il soggetto nel nuovo capitolo.
Lo stile è diretto e relativamente semplice (attenzione! non semplicista) è, soprattutto nelle parti dei dialoghi, la prosa è ridotta all’essenziale, limitata sempre e solo al verbo dire, lasciando alle battute il compito di darsi un tono da sé; questa scelta stilistica ben si accorda anche all’attività di autore teatrale del “finto” autore.
Il punto di forza del romanzo è indubbiamente il protagonista. Senza eclissare del tutto gli altri personaggi, Campbell si dimostra il sovrano incontrastato della scena, caratterizzato da un pungente sarcasmo e dotato di uno spirito critico, sia nei confronti di sé stesso sia del mondo che lo circonda. Curioso notare come Howard abbia vissuto delle vere avventure, degne di una spia, solo anni dopo la fine della guerra, mentre la sua missione di copertura fosse in confronto relativamente sicura; geniale invece il concetto dello Stato a due, esposto da lui ma evidentemente proprio di Vonnegut.
Per merito della vita atipica del protagonista, il romanzo introduce direttamente -o accenna soltanto a- diverse figure storiche, in particolare di gerarchi nazisti come Goebbels ed Eichmann. Vonnegut adotta un atteggiamento estremamente razionale, che è un po’ il tratto distintivo di Howard, per trattare tematiche delicate come l’olocausto: riesce ad evitare facili qualunquismi, mostrando gli eventi in un’ottica realista e diretta.
L’argomento della guerra in sé viene elaborato con il medesimo occhio critico ed oggettivo, andando oltre la classica divisione tra alleati buoni e nazifascisti cattivi, ma valutando ogni individuo per le sue azioni e per il suo temperamento. Questa visione disincantata della Storia è ben illustrata già nelle Avvertenze del curatore, dove Vonnegut rievoca un avvenimento tragico -la distruzione di Dresda- da lui vissuto in prima persona quando era arruolato nell’esercito statunitense: il bombardamento operato dai suoi connazionali e dagli inglesi ai danni dei civili tedeschi palesa con evidenza l’impossibilità di scindere tra colpevoli ed innocenti in tempi di guerra. Come suggerisce la “fata turchina” di Howard, aka l’agente Wiltanen, la sola distinzione possibile in tempo di guerra è tra vivi e morti.
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Ma dove vai, se la mappa non ce l'hai
Al momento di scrivere il commento a “The Help” di Kathryn Stockett, ho procrastinato per diversi giorni in cerca delle parole giuste, e ora mi trovo mio malgrado in una circostanza analoga con “La città di sabbia”; le situazioni presentano invero parecchi somiglianze, perché prima di iniziare la lettura ero riluttante ad approcciarmi ad entrambi i volumi, mentre leggevo non riuscivo a staccarmene e una volta terminati la gioia per la lettura fruttuosa non era accompagnata da un impellente desiderio di mettere nero su bianco le mie opinioni.
Non di meno, eccomi infine pronta ad elogiare il secondo volume della trilogia de “La chimera di Praga”. Seguito davvero superiore al primo libro -“La chimera di Praga”, appunto- soprattutto per la scelta di limitare l’uso dei flashback a poche scene distinte anziché ammassarli in capitoli a parte. La seconda parte del primo libro era appesantita dalla valanga di flashback che finivano per accantonare la storia principale e creavano un progressivo calo di interesse nel lettore. Questo è tra l’altro il motivo principale per cui non ero proprio entusiasta all’idea di continuare la serie.
La storia prende l’avvio qualche settimana dopo che Karou ed Akiva hanno liberato i ricordi spezzando l’osso del desiderio e si sono separati: il Serafino di ritorno tra i suoi fratelli Illegittimi e la ragazza alla ricerca di un portale per Eretz, decisa a vedere con i suoi occhi il tragico destino della sua specie.
Per le prime cinquanta pagine, la narrazione non si sofferma mai direttamente su Karou, mostrando invece dei capitoli POV di Akiva e Zuzana, con la protagonista relegata ai margini della scena. I capitoli incentrati sul Serafino ci mostrano -come da me auspicato- nuovi dettagli sull’Impero ed introducono in modo maggiormente approfondito i già visti compagni di Akiva, l’estroverso Hazael e l’ombrosa Liraz. Nelle parti della giovane burattinaia vediamo soprattutto i tentativi suoi e di Mik per ritrovare Karou.
La protagonista si fa attendere, è vero, ma quando entra in scena l’aspettativa è ben ripagata da quello che annovero tra i migliori personaggi di cui abbia mai letto. Karou è caratterizzata con estrema cura e i suoi comportamenti sono sempre chiari e ben motivati; all’inizio la troviamo molto diversa da com’era nei primi capitoli de “La chimera di Praga”, perché lo sterminio operato dai Serafini a Loramendi l’ha costretta a mettere da parte la sua indole pacifica in nome della vendetta su coloro che hanno distrutto la sua famiglia e la sua terra. L’incontro fortuito con una vecchia conoscenza contribuirà ad acuire il suo desiderio di rivalsa delle Chimere superstiti.
Karou non è affatto una ragazza debole o influenzabile, ma è comprensibile come sembri persa ed indifferente alla violenza all’inizio; solo la reunion con Zuze l’aiuterà ad aprire gli occhi su ciò in cui si sta trasformando la ribellione. Questo è di certo uno degli aspetti che ho preferito: come abbiamo visto ne “Il circo della notte” di Erin Morgenstern o di recente in “Hollow City” di Ransom Riggs, è frequente nei fantasy che il protagonista, una volta scoperto il proprio epico destino, abbandoni su due piedi la monotona vita umana per dedicarsi anima e corpo alla salvezza del globo terracque; in questo libro invece le amicizie “umane” non vengono dimenticate e rimangono l’ancora della protagonista, ed il mondo reale non scopare anzi, nella parte finale torna prepotentemente ad affermare la sua importanza.
Come avrete capito, ho amato tutti i coprotagonisti, umani, Serafini e Chimere, come non mi capitava dai tempi del fangirleggiamento (e petaloso muto!) adolescenziale; c’è poco da fare: la Taylor eccelle nella caratterizzazione, anche quando si tratta di misere comparse. Akiva invece è tutt’altro paio di maniche, perché a dispetto della mia buona volontà continuo a mal sopportarlo. Lui è quasi l’opposto di Karou e mentre lei reagisce e combatte, il Serafino si lamenta e invoca la morte... insoffribile.
I cattivi mi creano qualche perplessità. Jael richiama molti cliché degli antagonisti classici (volto sfigurato, piacere nel torturare, continui rimandi alla lussuria), mentre Thiago con la sua costate ambiguità cela meglio il suo lato feroce e all’inizio era riuscito a farmi dubitare del suo temperamento.
Come già detto per il primo capitolo, non posso che valutare positivamente lo stile e, soprattutto, le poetiche descrizioni della Taylor: ritengo che quelle incentrate sulla kasbah in Marocco e il palazzo di vetro dell’Imperatore Joram siano le più suggestive.
C’è qualcosa da criticare in questo libro? Sì, anche se si tratta di due aspetti collegati all’edizione e non la romanzo. In questo libro compaiono molte creature magiche e, soprattutto, diversi tipi di Chimere dai nomi non proprio intuitivi, quindi avrei apprezzato una breve appendice per riepilogare le caratteristiche principali delle varie specie, così da evitare continui salti da una pagina all’altra in cerca di chiarimenti. Altro errore è l’assenza di una mappa del mondo di Eretz, che aiuti il lettore a comprendere gli spostamenti dei personaggi ed i luoghi in cui si svolgono i vari scontri; in questo caso la colpa è da imputarsi alla Fazi, perché nell’edizione originale la cartina era presente.
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In un futuro, non così lontano...
Ho letto parecchie critiche negative a questo romanzo, alle quali mi sento di dover in qualche modo rispondere perché personalmente l’ho adorato, e lo consiglio come valida lettura a prescindere dai gusti o dal target.
Innanzitutto, è stato etichettato come la versione per ragazzi de “Il racconto dell’ancella” della Atwood; purtroppo non ho ancora letto quest’ultimo, quindi procrastino un’eventuale analisi delle somiglianze, ma già da ora posso affermare che in alcuni casi una “copia” può risultare gradevole come e più dell’originale: rimanendo nel genere distopico, cito come esempio la trilogia di Hunger Games della Collins, molto apprezzata e di grandissimo successo pur essendo in buona parte copia del meno noto “Battle Royale” di Takami (altro romanzo validissimo, prendete nota!).
Un’altra critica frequente è il presunto elogio del maschilismo, nella sua forma peggiore. Non nego che in questo libro ci siano moltissime situazioni -sia mostrate direttamente, sia raccontate indirettamente- a dir poco disturbanti, ma l’intento non era certo quello di elevarle a modello; come altri autori di questo genere prima di lei, la O’Neill voleva invece smuovere le coscienze dei suoi lettori e mostrar loro in cosa si potrebbero evolvere i peggiori aspetti della società contemporanea. Infatti, l’ambientazione futuristica di “Solo per sempre tua” riprende molti elementi della nostra realtà, in particolare legati al culto dell’estetica e ai reality show, e li congiunge ad un ipotetico mondo post-apocalittico, da sempre terreno fertile per le distopie.
La storia inizia parecchi secoli dopo un disastro ambientale che ha quasi sterminato la razza umana; i pochi superstiti hanno dato vita ad una società di stampo fortemente patriarcale, lasciandosi alle spalle ogni diatriba legata all’etnia o alla religione in nome della sopravvivenza. In pochi anni, la volontà di tenere in vita solo i figli maschi porta alla cancellazione del genere femminile e, per salvarsi una seconda volta, gli ingegneri genetici ricreano la vita in laboratorio, creando una nuova stirpe di donne.
Costantemente perfezionate ed educate fino ai diciassette anni in apposite scuole, le cosiddette eva hanno il solo fine di svolgere il ruolo assegnato loro dagli uomini, nelle vesti di compagna, concubina o casta (a metà tra monache ed insegnati). Le donne sono il più possibile spersonalizzate: vengono identificate con un numero ed i loro nomi propri sono sempre scritti con l’iniziale minuscola, inoltre viene loro continuamente ricordato che il solo scopo nella vita è ubbidire agli uomini e, se necessario, subire in silenzio ogni punizione da loro commutata.
Seppur molto interessante e ben ideato, il mondo concepito dalla O’Neill non spicca per l’originalità, riprendendo diversi elementi sia da “Noi” di Zamjatin, sia de “Il mondo nuovo” di Huxley. Il primo è evocato dalla figura del Padre che governa sul mondo a propria discrezione come faceva il Benefattore, ma anche dai numeri che identificano le eva, dalla popolazione ridotta a poche migliaia di individui e dalla presenza di cibi sintetici; il secondo viene in mente soprattutto nel processo di programmazione delle donne, prima con la composizione del DNA nei laboratori e poi con il condizionamento indotto durante il sonno, e la larga diffusione -quasi imposizione- di medicine dai nomi pittoreschi che ricordano la soma distribuita dallo Stato a tutti i cittadini per lavorare senza fatica ed annullare ogni sentimento negativo.
Il mondo in cui è ambientata la storia è solo l’ombra di quello che noi conosciamo con tre Zone, ossia ciò che resta di Europa, Nord America ed Asia, dove vivono soltanto qualche migliaio di persone e dove imperano delle regole molto rigide, tutte ben illustrate nel volume. Gli unici punti poco chiari a mio avviso riguardano l’istruzione: non ha senso che sia generica a prescindere dal terzo in cui un’eva finirà e venga affidata proprio alle caste, ovvero le donne “scartate” al momento della cerimonia per scegliere compagne e concubine.
La storia segue l’ultimo anno nella scuola per un gruppo di eva, tra le quali spicca -ma non troppo- la protagonista, freida. Il romanzo si incentra principalmente sulle difficoltà della ragazza a farsi ben volere dalle compagne una volta persa l’amicizia della popolare isabel.
freida tenta di tutto per riallacciare i rapporti con l’amica, ma al tempo stesso è combattutta tra l’affetto che le lega e l’innato desiderio di ogni eva di essere perfetta sotto ogni aspetto così che uno degli Eredi -i ragazzi per cui sono state create- la scelta.
Ritengo sia stata un’ottima scelta optare per una protagonista quasi anonima, e delegare il ruolo dell’eroina della storia ad isabel: è sempre bello leggere di qualcuno vicinmo alla nostra fragilità umana.
Per quanto riguarda il finale, era dai tempi non tanto lontani del “Bunker Diary” di Kevin Brooks che non ne leggevo uno tanto sconvolgente. Tranquilli, non ho intenzione di elargire spoiler gratuiti, semplicemente le sensazioni provate una volta terminate queste due letture sono state quasi identiche: come se non ci fosse modo di riparare ad un errore fatale, ed ad un iniziale senso di disperazione ne subentri lentamente un secondo, di comporta accettazione.
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Sarah è una mamma pancina?
È credibile che un autore di romance non conosca “Le pagine della nostra vita” di Sparks? oppure uno di romanzi fantasy non abbia mai letto la trilogia de Il Signore degli Anelli di Tolkien? Certo, non ci si può aspettare dagli scrittori una conoscenza enciclopedica del proprio genere letterario di riferimento, ma dovrebbero avere almeno un’infarinatura generale sugli autori e sulle opere più note.
E invece no! Perché il caro Tremayne (nulla da partire con la matrigna di cenerentola, tranquilli) sembra non aver mail sentito parlate de “La cruna dell’ago” di Ken Follett, romanzo pluripremiato, inserito tra i cento volumi più venduti della Storia nella classifica stilata dal sito ranker.com e diventato anche un film di successo. La versione dell’ignoranza è quindi quella a cui scelgo di credere, perché l’alternativa sarebbe il plagio più sfacciato.
Sin dai primi capitoli si notano delle evidenti analogia nelle trame dei due volumi: in seguito ad un tragico incidente la famiglia protagonista de “La gemella silenziosa”, i londinesi Moorcroft, decide di cominciare una nuova vita trasferendosi in un piccola isola scozzese ccon tanto di faro, il cui nome significa “isola del tuono”; qui la vita non è affatto facile e i due coniugi anziché riavvicinarsi vedono logorarsi ulteriormente il loro rapporto, per giungere infine ad una fortuita tempesta che impedisce di raggiungere la terraferma e prepara lo scenario ideale per delle sconvolgenti rivelazioni.
Notate qualche somiglianza? Ne “La cruna dell’ago”, tra i protagonisti c’era una coppia dalla storia analoga, che viveva appunto su un’isoletta farodotata chiamata “isola della tempesta”. Per fortuna, lo spunto di base si sviluppa poi in un’altra direzione.
Ma iniziamo dal principio: Angus e Sarah, marito e moglie, sono reduci dalla morte di Lydia, una delle loro figliolette gemelle, caduta da una terrazza nella casa dei nonni; poco tempo dopo Gus perde anche il posto di lavoro perché lo porta a picchiare selvaggiamente un suo superiore, così la coppia decide di vendere la bella casa londinese e di trasferirsi in un cottage malmesso sull’isola di Torran, lasciate loro in eredità dalla nonna di Angus. Ad essere più turbata dalla tragedia è però la gemella superstite, Kirstie, che già alla sua prima apparizione manifesta dei comportamenti molto strani. La bambina afferma di essere in realtà Lydia, scambiata per la gemella perché perfettamente identiche e abbigliate allo stesso modo il giorno dell’incidente; in un secondo momento la si vede parlare e giovare con la “sorella”, oltre a riferirsi spesso a se stessa usando il plurale o confondendo la propria identità con quella della piccola defunta.
E già qui iniziano i problemi, perché ogni persona normale avrebbe come minimo portato la bambina da un bravo psichiatra infantile; se non i genitori, per lo meno i nonni, gli amici o la scuola si dovrebbero attivare in una situazione di questo tipo: non siamo in un romanzo di fantascienza! O forse sì, dal momento che la segretaria della scuola (dove siano preside ed insegnanti non è dato sapere) come risposta agli assurdi comportamenti di Kirstie/Lydia decide di lasciarla a casa per una settimana, e “poi si vedrà”.
Sarah ed Angus si trovano in una situazione delicata anche nel loro rapporto come coppia, e la trama ha in serbo parecchi colpi di scena, conditi da tradimenti e sensi di colpa a volontà. Si capisce ben presto che la loro relazione è sempre stata borderline, tra passione e violenza, anche a causa dei rispettivi trascorsi familiari.
Proprio i padri aggressivi ed alcolizzati sono uno dei cliché che affollano il romanzo, elementi già visti ma sempre validi nei thriller; l’idea di sviluppare il mistero principale sullo scambio tra due gemelle monozigote ha già parecchi precedenti, come pure la distruzione del mito riguardo l’innocenza nei bambini e la presenza di due voci narranti in contraddizione -tipo “L’amore bugiardo” di Gillian Flynn.
L’aspetto che più mi ha infastidito durante la lettura è stato proprio l’alternarsi dei POV di Angus e Sarah. Nulla di sbagliato nelll’idea in se quanto nel passare dalla prima persona al presente (lei) alla terza persona al passato (lui). Sinceramente, preferisco una maggiore uniformità, inoltre nei capitoli POV di Sarah ci sono inspiegabilmente dei pensieri virgolettati nel testo: perché inserire tra virgolette questo tipo di narrazione che è per antonomasia la trascrizione di un flusso di coscienza rimane un mistero.
I protagonisti sono nel complesso ben sviluppati e l’autore analizza con attenzione le loro emozioni, soprattutto nel personaggio di Sarah. La brevità del romanzo penalizza invece i comprimari che sembrano spesso dimenticati tra i vari capitoli: Josh e Molly, amici dei Moorcroft, e i genitori di Sarah compaiono solo quando la trama lo richiede, in modo tutt’altro che naturale.
Ma qualcosa di positivo nel libro c’è. Personalmente ho apprezzato molto le dettagliate descrizioni del suggestivo paesaggio scozzese, diviso tra il mare impetuoso e le stoiche montagne. Ottime anche l’alternanza tra dei momenti carichi di tensione e scene di calma quasi placida, mix che riesce a mantenere viva l’attenzione del lettore, nonché la sua curiosità per scoprire i segreti celati da ogni personaggio.
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Stand-alone mancato
Mi sento divisa sul giudizio da dare a questo romanzo: se lo si considera come un volume a se stante, la valutazione potrebbe risultare abbastanza positiva, in special modo per il ritmo incalzante della narrazione; d’altro canto, questo è il terzo capitolo della trilogia del Mago Nero e, almeno nelle intenzioni dell’autrice, parte integrante della serie. Sotto quest’ottiva, l’impressione positiva sul romanzo viene abbondantemente svalutata perché esso va in netta contraddizione con quanto spiegato nei primi capitoli.
La Canavan punta molto sui plot twist nella parte iniziale del volume, ed è proprio questo a spazzar via quasi un migliaio di pagine nelle quali veniva detto e ridetto quanto la magia nera fosse cruenta, nonché difficilissima da apprendere, e quanto Akkarin fosse il male in terra. E qui cosa si scopre? che la magia nera si può imparare in due secondi, e non prevede necessariamente pratiche sadiche, e il Sommo Lord è il salvatore di Kyralia, dal passato tragico e tormentato ovviamente (mancavano solo le cicatrici sulla schiena e poi era perfetto anche per un Harmony).
Con Akkarin diventato un Orsetto del Cuore, la trama aveva bisogno di un nuovo antagonista, quindi ecco profilarsi all’orizzonte gli Ichani, maghi neri reietti che vogliono vendetta per una guerra di 200 anni prima tra le Terre Alleate (aka la Corporazione) e Sachaka. È evidente che le motivazioni dei nemici non sono particolarmente efficaci neppure in questo capitolo, ma ancor più ridicola è la loro -tardiva- entrata in scena: sembrano un branco di teppistelli giunti a vandalizzare la capitale, ignorando totalmente il resto del regno.
L’inizio della storia ci proietta diversi mesi dopo al fine de “La scuola dei maghi”. Sonea è sempre ostaggio di Akkarin, ma dopo qualche lettura sulla magia nera e un paio di commenti su quanto il mago sia affascinante ed è pronta ad implorarlo di insegnare anche a lei la magia superiore; insegnamento che occupa giusto una paginetta e non risulta affatto difficoltoso. Inoltre, la magia antica (sì, è sempre la stessa) non è collegata per forza a pratiche malvagie, mentre quella curativa si rivela ben più letale, se necessario.
Parallelamente, si continuano a seguire le vicende di Dannyl, Lorlen, Rothen e Cery. Il primo ottiene una storyline abbastanza slegata dalla storia principale, ma incentrata soprattutto sull’evoluzione caratteriale; gli altri maghi non hanno funzioni eccessivamente incisive, mentre il giovane Ladro torna in scena con un ruolo ben più importante, sia per la trama orizzontale sia per la sua crescita. Come nei volumi precedenti, la storia si divide in due parti, con la prima occupata da lunghi spiegoni sulla figura del Sommo Lord e sulla minaccia degli Ichani e la seconda che vede finalmente l’arrivo di questi maghi neri e la battaglia per salvare Imardin.
Ancora una volta, la Canavan si perde spesso in dettagli davvero superflui, procedendo a velocità ridotta, salvo poi ingranare la quinta in scene che avrebbero meritato maggiore attenzione, come il racconto della prigionia di Akkarin a Sachaka. L’autrice sembra incapace di adottare un ritmo narrativo intermedio.
Colpa ben più grave è l’inserimento di personaggi inutili: ne sono un esempio abbastanza evidente Savara, il cui ruolo sarebbe potuto essere ricoperto da altri, e i vecchi nemici di Sonea, Lord Fergun e Regin, con il primo che torna in scena dalla fine de “La Corporazione dei maghi” solo (e sottolineo, SOLO) per essere ucciso. Sul serio, non gli hanno concesso neanche una battuta. Inutile è un aggettivo che si adatta bene anche all’esilio di Sonea ed Akkarin, visto che non serve per convincere la Corporazione della minaccia rappresentata dagli Ichani; per non parlare della “missione” di spionaggio di Rothen e delle apparizioni fugaci del sovrano, da me tanto atteso nei primi due libri a che si rivela nulla più di una debole macchietta.
Il ruolo giocato dai Ladri mi ha invece stupito perché, seppur il loro aiuto risulti fondamentale per salvare la città, rimangono pur sempre l’equivalente kylariano della mafia nostrana (ci sono chiarissimi riferimenti al pizzo e alla loro influenza in ogni attività criminale) e su questo aspetto l’autrice sorvola con scioccante tranquillità.
E se ritengo inammissibile trasformare con leggerezza criminali in eroi, provate ad immaginare quali siano i sentimenti riguardo al feroce maschilismo che permea l’intera trilogia. Come già accennato nei precedenti commenti, escludendo la protagonista, i personaggi femminili -quelli con almeno una battuta di dialogo, non semplici comparse- si possono letteralmente contare sulle dita di una mano. Nei panni dell’eroina poi, Sonea non brilla per acume o fermezza e la sua sola decisione individuale è di rimanere vicino ad Akkarin: e c’è chi l’ha inserita tra le più forti protagoniste nella letteratura fantasy!
Arrivata infine al termine di questa trilogia, vorrei segnalare a chi fosse interessato che esistono un volume prequel ed una seconda trilogia sequel. Per quanto mi riguards, cito la Vanoni: io mi fermo qui.
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La grande battaglia è all'orizzonte
Ad un occhio attento e un po’ malfidato come il mio, questo volume sembrerà un enorme product placement. Un articolo in particolare viene citato più e più volte come per persuadere il lettore all’acquisto; ovviamente non siamo ai livelli raggiunti in “Goddess” di Josephine Angelini, dove la pubblicità era del tutto scollegata dalla narrazione, mentre in questo caso il protagonista della reclame -ossia il volume “I racconti degli Speciali”. è pur sempre connesso alla storia e al mondo della trilogia di Miss Peregrine. Purtroppo, sentirlo nominare in continuazione fa inevitabilmente pensare che il buon Ransom stesse preparando il terreno per l’allora futura pubblicazione delle novelle prequel.
Non sapendo quando l’autore abbia iniziato a progettare la raccolta di racconti, gli eventi potrebbero essersi svolti anche al contrario: dopo aver raccontato del libro, Riggs si è affezionato a tal punto all’idea di narrare la genesi degli Speciali da volerlo scrivere realmente. Nel dubbio, io mi tengo stretta la mia mala fede.
A dispetto della premessa, questo libro mi è piaciuto, ancor più del volume precedente che era incentrato soprattutto sull’introduzione al mondo degli Speciali. Qui abbiamo molta più azione, scene davvero adrenaliniche e, avendo scelto di concentrare la narrazione su un numero più ristretto di bambini, un maggior sviluppo caratteriale che permette finalmente al lettore di affezionarsi a qualcuno oltre al protagonista.
Effettivamente il romanzo ha uno stampo fortemente corale e quasi accantona Jacob, protagonista indiscusso ne “La casa per bambini speciali di Miss Peregrine”, in favore dei suoi compagni di sventure. Tutti i personaggi principali ricevono la giusta dose di spazio sulla scena, con Emma e Millard che a tratti prevalgono sugli altri.
La storia riprende esattamente dove si era interrotto il primo capitolo, ossia con il gruppo dei bambini in fuga dall’Isola di Cairnholm e decisi a tutti pur di far tornare umana la loro amata Miss Peregrine, imprigionata nella sua forma di volatile. Gli Speciali intraprendono allora un difficile viaggio verso Londra con l’obbiettivo di trovare un’altra ymbryne che possa ridare alla direttrice la sua sempre più labile umanità; i nemici sul loro cammino non mancheranno, ma lo scontro definitivo per la salvezza del mondo Speciale viene procrastinato al volume conclusivo, come ci si poteva logicamente aspettare.
Il romanzo approfondisce maggiormente l’universo magico della trilogia, introducendo gli animali Speciali ed esplorando nuovi tipi di anelli temporali, come quelli punitivi creati per imprigionare Vacui e Spettri o quelli turistici, che permettono di visitare un luogo in momenti particolarmente interessanti della Storia. Purtroppo, questi elementi inediti fanno sorgere non pochi quesiti, in primis sul funzionamento degli anelli: se Miss Peregrine era obbligata a resettare ogni giorno il suo, perché Miss Wren può abbandonare il serraglio per parecchi giorni senza conseguenze? Se chi attraversa un anello fa automaticamente ritorno alla sua epoca d’origine, perché dovrebbe temere di invecchiare velocemente? E se questo è vero, come facevano i bambini nel primo libro a raggiungere Jacob nel ventunesimo secolo, fuori dal loro anello?
A onor del vero, l’autore offre qualche risposta verso la fine del volume, specialmente in merito al piano degli antagonisti, ma tralascia di chiarire molti dei plot hole. A controbilanciare questi ultimi c’è la rapidità con cui si avvicendano le scene, tale da non lasciare al lettore il tempo di focalizzarsi abbastanza su queste domande.
Come già accennato, la caratterizzazione dei personaggi è invece un punto di forza del romanzo e permette di apprezzare i ragazzi Speciali in precedenza solo abbozzati; menzione d’obbligo per Emma, che meglio di tutti mette in evidenza la duplice natura dei protagonisti: da un lato bambini capaci di divertirsi saltando nelle pozzanghere e dall’altro anziani, a volte più che centenari, con l’esperienza data dall’età, sia nella conoscenza sia nell’uso dei poteri che vengono gestiti molto bene dall’autore. Questo sdoppiamento crea qualche problema con il target, e il romanzo a tratti pare scritto per un pubblico più maturo.
La risoluzione di Jacob a partire con gli altri Speciali, che nel primo volume mi aveva infastidita per l’eccessiva leggerezza, qui viene ripresa più volte, per giungere ad un chiarimento nel finale. La conclusione del libro presenta un twist già sfruttato nel primo capitolo, ma apre in modo egregio la strada al terzo volume.
Il romanzo soffre un po’ per la mancanza di Miss Peregrine e, più in generale, di una figura adulta rilevante; si sente anche l’assenza di un villain centrale: anche se quello introdotto presenta delle eccellenti potenzialità; gli antagonisti minori sono sufficienti per tenere viva la tensione.
Anche in questo secondo capitolo, devo elogiare la perfetta combinazione tra storia narrata e foto d’epoca, che reputo ideale per immergersi ancor di più in questa lettura.
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Apologia di Mr Whicher
Questo non è un libro per tutti. Ho adorato questo libro. Entrambe le affermazioni sono vere.
Il lettore in cerca di una storia leggera e d’evasione farà meglio a cercala altrove, perché qui viene richiesto un grado di attenzione abbastanza alto e non c’è spazio per i temi frivoli. È un volume poco indicato anche per le persone sensibili alle scene cruente, che non vengono affatto risparmiate: il titolo preannuncia un delitto ed una conseguente indagine, quindi già da questa premesse ci si può aspettare dettagliate descrizioni di cadaveri ed autopsie. Infine, l’omicidio non è frutto della fantasia di uno scrittore, bensì un avvenimento reale, e questo rende la lettura davvero cupa ed angosciante.
Chi potrebbe apprezzare “Omicidio a Road Hill House”, allora? Sicuramente gli appassionati dei romanzi gotici e, soprattutto, delle detective novel. In questo volume viene illustrata la genesi di questi particolare filone letterario, con moltissimi riferimenti e citazioni dei grandi autori classici del genere, come Wilkie Collins, Edgar Allan Poe ed Arthur Conan Doyle, che proprio da questo caso di cronaca nera hanno preso spunto per alcuni noti romanzi. La Summerscale non si è limitata alle storia con protagonisti gli investigatori, ma ha scelto di raccontare anche le origini della figura stessa del detective, impiego creato agli inizi dell’Ottocento con la prima squadra formata da alcuni tra i migliori agenti di Scotland Yard.
La vicenda vede come eroe -o antieroe, agli occhi dei suoi contemporanei- l’ispettore Jack Whicher, detective dalla carriera all’ora in ascesa, a cui viene affidata l’indagine sull’omicidio del piccolo Saville Kent. Nel 1860 l’opinione pubblica inglese fu letteralmente sconvolta da questo caso, con persone che scrivevano ogni giorno decine di lettere al Ministero dell’Interno per suggerire il nome di chi ritenevano essere il colpevole o arrivando al gesto assurdo di autodenunciarsi per il crimine.
Pur concedendo molto spazio alla figura di Whicher ed alla sua vita, protagonista è l’intera famiglia Kent, della quale viene illustrata la storia con specifici focus sui personaggi più significativi, nonché su figure a loro collegate come la servitù e alcuni abitanti della zona. L’autrice si sofferma molto sugli aspetti più oscuri e scabrosi, come l’ex governatore diventata padrona di casa, il tentativo di fuga da parte di Constance e William o la riservatezza estrema delle figlie maggiori, per dimostrare come il caso fosse gravato da elementi che puntavano verso diversi sospettati, gettando l’ombra del dubbio anche sugli innocenti.
Questo aspetto si evidenza in special modo nelle reazioni al caso della gente comune, canalizzate negli articoli dei molti quotidiani e settimanali in circolazione all’epoca: nel volume sono riportati numerosissimi articoli e solo un paio tentavano una seria ed attenta analisi degli avvenimenti, mentre la maggior parte preferiva sbandierare le teorie più disparate o puntare il dito contro lo stesso Whicher, colpevole di non aver fornito al pubblico il colpevole tanto agoniato. Fu proprio a causa di siffatte pubblicazioni che le vite di molte persone coinvolte nel caso di Road sono state rovinate ingiustamente. E a 150 anni di distanza, le cose non sembrano troppo diverse.
Preferisco non fornire ulteriori dettagli sui personaggi per evitare spiacevoli spoiler, ma farò un’eccezione per Jack Whicher. Amico di Charles Dickens, il detective soffrì fisicamente e psicologicamente a causa di questa indagine, prima che una serie di insuccessi lo costringessero a lasciare anzitempo le forse dell’ordine. Solo dopo la risoluzione del caso, l’uomo riuscì a rinascere come una fenice e prendere dopo anni quella che era non solo la sua professione ma anche una vera passione.
“Omicidio a Roda Hill House” si prefigge in effetti il fine di ridare dignità alla figura di Whicher, cosa che non fecero i suoi contemporanei. Il volume può essere considerato la fusione tra un saggio, atto appunto a riabilitare il primo vero detective, un romanzo per la struttura e una cronaca giornalistica per il figlio dello stile e la precisione con cui sono riportati i fatti.
Proprio l’eccesso di dettagli nelle descrizioni, unito alle molte divagazioni, può far risultare il libro noioso e prolisso, ma questo pericolo è scongiurato grazie allo stile coinvolgente della Sumemrscale, che trasporta il lettore nella vicenda, al fianco di agenti, medici ed avvocati.
Calarsi nella storia è ancor più facile grazie a mappe e piantine inserite nel volume che aiutano ad orientarsi. Gradevoli e suggestive anche i documenti e le foto d’epoca, che permettono di dare un volto ad alcuni dei protagonisti.
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La guerra che non ti abbandona
Un soldato dal grandioso avvenire, una strega dotata di incredibili poteri ed una splendida principessa che attende di essere salvata. Tutti elementi ricorrenti nelle fiabe classiche, ma ad essi si somma la volontà di una scrittrice di parlare della guerra, quella vera, sanguinosa e feroce; e di racchiudere il tutto in una storia dai risvolti fantastici, seppur saldamente ancorata alla realtà.
Da queste premesse nasce la rivisitazione de “L’acciarino magico” (o, semplicemente, “L’acciarino” in alcune traduzioni) firmata da Sally Gardner. “Tinder” riprende in toto il racconto del 1835, ma vi aggiunge un’ambientazione ben definita e parecchi personaggi. L’autrice si è presa inoltre la libertà di reinventare o soltanto approfondire alcuni dei personaggi già presenti nella fiaba originale.
La parte iniziale riprender fedelmente la fiaba di Hans Christian Andersen, con un soldato di umili origini, a cui per l’occasione viene assegnato il nome di Otto Hunderbiss (ossia “morso di cane”, in tedesco), in fuga dalla guerra; la Gardner ha scelto di collegare la storia ad un evento reale, ovvero la Guerra dei Trent’anni, forse meno nota di altri conflitti storici ma non per questo incapace di influenzare sensibilmente gli eventi successivi.
Mentre vaga nei boschi, Otto si imbatte in varie figure bizzarre: per prima incontra la Morte, accompagnata dal suo silenzioso esercito di anime, poi è la volta del mezzo-bestia mezzo-uomo che, come la più inaspettata delle fate madrine, lo aiuta a rimettersi in forze e gli dona dei dadi magici con il potere di indicare la direzione verso cui viaggiare; infine, il protagonista finisce nell’accampamento di due mercenari dal peculiare aspetto, ed è in questa occasione che vede per la prima volta uno dei lupi mannari, padroni incontrastati della foresta.
Durante i suoi vagabondaggi, Otto incontra anche la bellissima Safire, una fanciulla in fuga che cela la sua identità sotto abiti maschili, della quale si innamora istantaneamente. Nelle successive avventure, il soldato si prefiggerà come fine sempre coronare il suo sogno d’amore, tra pericoli sia reali, come il popolo esasperato dai continui attacchi dei lupi mannari, sia magici, come la potente Dama dell’Unghia.
Uno degli aspetti che maggiormente valorizza il romanzo è la riscrittura dei personaggi principali. Otto è ben lontano dal coraggioso eroe di Andersen, anzi a più riprese si dimostra un pavido codardo e quanto accade nel finale ne è la prova lampante: il protagonista non è disposto a rinunciare alla sua felicità in modo altruistico, quindi il fato interviene a pareggiare i conti. Fino all’ultimo, ad Otto viene offerta l’occasione di essere un vero eroe, ma lui si rivela solo un uomo tormentato dal tragico passato.
La Dama dell’Unghia è invece il personaggio più fedele alla sua controparte fiabesca, mostrandosi fin da subito come la strega assetata di potere che è; a renderla interessante sono il misterioso aspetto e il maggior sviluppo caratteriale.
Safire, soprannominata Tinder (da qui il titolo del romanzo), è colei che ha subito i cambiamenti più significativi. E il risultato è affascinante: da indifesa e passiva principessa, passa ad essere una ragazza coraggiosa ed indomita, che senza esitazione scappa dalla sua prigionia o risponder per le rime ad un principe arrogante.
L’autrice ha reinventato in parte anche il mito dei lupi mannari, infatti qui la licantropia non è associata alla luna piane o ad un morso contagioso, bensì gli uomini si trasformano in lupi- pur rimanendo senzienti e dotati dell’uso della parola- dopo aver indossato delle magiche cinture fabbricate con la pelle dei condannati a morte.
È stato proprio la presenza dei licantropi a farmi pensare inizialmente a “Cappuccetto Rosso Sangue” di Sarah Blakley-Cartwright, ma fortunatamente le affinità con quel romanzo terminano qui; molti più aspetti in comune si evidenziano tra questo volume e la raccolta “Il bacio della strega” di Emma Donoghue: in entrambi i casi delle fiabe vengono riscritte con l’intento di attualizzarle ed evocando delle atmosfere cupe e suggestive.
Il più evidente intento dell’autrice è la decisa critica della guerra, qui trattata con piglio decisamente contemporaneo, sebbene si parli di un evento di quasi quattrocento anni fa. Ben più velata è la riflessione sul potere, che riguarda in primis il protagonista ma anche i lupi mannari, incapaci di rinunciare alla loro forza.
La narrazione è diretta e minimale, ma a tratti si arricchisce grazie a metafore originali, descrizioni vivide e i molti riferimenti ai miti dell’antichità greco-romana, sebbene questi svaniscano nella seconda metà.
Le illustrazioni di David Roberts si accordano perfettamente alla storia e accompagnano la lettura. Caratteristica la scelta dei colori atta ad evidenziare un solo elemento sullo sfondo sfocato.
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I misteri dell'abbazia (fantasma)
Senza neppure riflettere, assegnerei il massimo della valutazione ad ogni opera di Jane Austen. Per fortuna, prima di commentare un libro ho la buona abitudine di leggerlo; nel caso specifico, andrò oltre la mia ammirazione incondizionata per l’autrice e metterò in luce da subito gli aspetti del romanzo che meno ho gradito.
C’è poco da fare: “L’abbazia di Northanger” è invecchiato male! Mi riferisco in particolare alla pungente satira al romanzo gotico in generale e a “I misteri di Udolpho” di Ann Radcliffe in particolare, che all’epoca era l’equivalente contemporaneo di un best seller internazionale. Per meglio comprendere la mia osservazione, pensate ad un fenomeno letterario-trash dei nostri giorni, come “Cinquanta sfumature di grigio”; se oggi qualcuno lo deridesse in un romanzo o ci scrivesse un intera parodia, i lettori potrebbero trovarla divertente, mentre la stessa operazione tra un centinaio d’anni non riscuoterebbe il minimo successo, perché in pochi ricorderebbero l’”opera” in questione. Almeno spero.
Un altro problema risiede nel titolo stesso del romanzo, perché l’abbazia compare solo nell’ultimo terzo del volume e non viene neppure nominata prima di una buona metà dello stesso. La storia è invece ambientata principalmente nella rinomata Bath, città notoriamente detestata dall’autrice ma che allora era fulcro della vita sociale nel periodo estivo. È dunque con viva gioia che la giovane Catherine Morland, quarta di ben dieci fratelli, accetta l’invito dei signori Allen, una coppia di benestanti vicini, ad accompagnarli nell’abituale soggiorno presso la località termale. Qui la protagonista conoscerà gli altri personaggi principali, fra i quali subito si distingue Henry Tinley, affascinante e sagace gentiluomo che in una sola serata conquista il cuore di lei.
Per una buona parte del romanzo, la storia d’amore tra i due viene intralciata dall’interferenza dei fratelli Thorpe, famiglia di estrazione ancor più umile dei Morland, ma a differenza di questi disposti a tutto pur di farsi strada nel bel mondo: Isabella si proclama fin dai primi capitoli amica di Catherine e non tenta certo di celare le sue mire sul fratello di lei, James, che crede un buon partito; John si convince invece di poter ottenere senza alcuno sforzo la mano della protagonista, erroneamente ritenuta l’erede degli Allen.
I personaggi sono certamente uno dei punti forti del romanzo. Catherine si può considerare il prototipo per altre protagoniste austeniane, come Marianne di “Ragione e sentimento” con cui ha in comune l’ingenuità a tratti eccessiva, ma nella seconda metà del volume la ragazza dimostra un carattere ben più deciso e, soprattutto, la capacità di imparare dai propri sbagli, un po’ come Emma, protagonista dell’omonimo romanzo. Uno dei temi centrali della narrazione è appunto la crescita emotiva della giovane, che dovrà capire a proprie spese quanto possano rivelarsi meschine alcune persone. Da lettori è poi impossibile provare empatia per la sua passione letteraria, perché capita a tutti di immergersi a tal punto in una storia da crederla reale.
Henry ricorda invece Fitzwilliam Darcy per l’acume e la visione disincantata della vita, ma risulta ben più gradevole e alla mano del suo omologo in “Orgoglio e pregiudizio”; a mio avviso, il giovane è il più riuscito tra gli eroi tratteggiati dalla Austen, perché a dispetto delle frecciatine rivolte a Catherine si dimostra sempre gentile ed è evidente come il suo intento non sia quello di offenderla bensì di farla riflettere.
Come negli altri suoi lavori, la Austen non lesina stoccate ai personaggi secondari, che sono tese a mostrare il vero volto della società, celato dietro ad una facciata di educazione e perbenismo. Unici ad essere risparmiati sono le famiglie Morland e la dolce Eleanor, personaggio in parte solo abbozzato sul quale verrà più tardi modellata Georgiana Darcy.
A questo punto è d’obbligo far luce sulla genesi editoriale di questo romanzo. Benché sia stato pubblicato postumo, “L’abbazia di Northanger” è la prima opera completata da Jane Austen, e questo aiuta a capire perché lo stile sembri ancora acerbo. In quanto satira dell’”Udolpho”, l’editore non volle pubblicare il volume, in un bizzarro caso di auto-censura atta ad evitare uno scontro contro quello che era il caso editoriale del momento.
La narrazione è molto evocativa, a tratti quasi poetica; inoltro l’autrice si rivolge più volte al lettore in modo diretto, definendosi la biografa di Catherine, e creando con lui una complicità naturale, come tra due amici che spettegolano dei loro conoscenti.
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Ma c'è anche Prue?! Allora è proprio "Streghe"
Negli ultimi anni una vera e propria epidemia sta contagiando la maggior parte degli scrittori, in ogni Paese del globo terracqueo, e il suo nome è Trilogia! O Saga, nella forma più acuta.
Sia ben chiaro: questa piaga prolifera da tempo immemore, si pensi per esempio alla trilogia dei Moschettieri di Dumas o alla tetralogia di Piccole Donne della Alcott; il problema è diventato evidente quando da comune malattia che colpisce pochi individui per volta, la Trilogia ha iniziato a mietere vittime ad un ritmo incessante. Ora è il momento per preoccuparsi.
Di recente sembra infatti che gli autori vengono quasi obbligati a spezzettare i propri lavori in minimo due o tre volumi. La motivazione è logicamente economica, ma il risultato è un libro -magari valido- trasformato in tanti libri scadenti. La terribile Trilogia si potrebbe anche tollerare, non fosse per alcuni autori (tra i quali sono costretta ad annoverare la cara Spotswood) che non hanno la capacità per gestire una serie di libri e neppure l’inventiva per ideare delle trame credibili e ricche di eventi.
Mi rendo conto di sembrare molto dura, ma dopo aver letto la storia delle sorelle Cahill mi sono accorta che ogni nuovo volume andava ad annullare il precedente. Se “Wicked” era in gran parte incentrato sui tentativi di Cate di proteggere le sorelle dalla Sorellanza (gioco di parole inevitabile), in “Cursed” tutto ciò viene dimenticato, perché si scopre che quest’ultima non è affatto l’anticristo paventato, anzi: qui la protagonista incontra le sue future alleate e mette più volte al riparo Maura e Tess. Ricordate poi che “Cursed” ruotava attorno all’evasione del manicomio di Harwood e terminava con Finn, a cui Maura aveva cancellato i ricordi? Be’, cancellate anche voi i vostri: infatti in capo a pochi giorni le evase vengono nuovamente catturate -e nuovamente liberate- e Finn si rinnamora di Cate.
In “Fated” l’autrice mette molta altra carne al fuoco, dimentica di essere all’ultimo libro e solo sul finale (forse temendo di bruciare qualcosa?) spegne bruscamente il gas, piazzando un ending fin troppo Happy che chiude in modo repentino e insoddisfacente tutte le sottotrame in sospeso.
Vengono liquidati con poche righe anche aspetti della trama inediti rispetto ai precedenti volumi, sia positivi come il giornale che tenta di dar voce ai veri problemi del popolo, sia campati per aria come la febbre -del tutto randomica- e la Resistenza, trattata in maniera ridicola.
Il romanzo non brilla neppure per i suoi personaggi. Ritengo significativo che, tra le tre protagoniste, l’unica soffribile sia la dodicenne Tess la cui sola colpa è una bontà irreale. Pur risultando quasi una comprimaria, Maura è scritta per essere odiata dal lettore e nel finale sfoggia delle azioni decisamente OOC, mentre Cate passa da un piano avventato all’altro, il tutto contornato da un’ingenuità quasi ridicola e da una continua rabbia immotivata.
La protagonista è anche la principale causa dei frequenti cali nella tensione narrativa con dei pensieri fuori luogo sulla falsariga del “dobbiamo salvare il mondo, ma voi andate avanti che io devo litigare con mia sorella”.
Purtroppo non posso salvare neppure gli antagonisti, che si dimostrano senza eccezione stupidi e privi di motivazioni valide. È quasi ridicolo come ci venga ripetuto più e più volte quale pericolo siano i Fratelli, mentre neppure in un’occasione essi mettono in difficoltà le giovani streghe; sarei curiosa di chiedere all’autrice come abbia immaginato la loro ascesa al potere.
Sperate forse in un miglioramento nello stile? Vi attende allora l’ennesima delusione, perché la Spotswood ci sommerge per la terza volta con interminabili descrizioni sugli abiti, i gioielli e gli arredi, ignorando ogni altro elemento.
La narrazione è farcita poi da interrogative dirette, che si possono in parte giustificare con la prima persona di Cate, e una valanga di punti di sospensione e punti interrogativi piazzati spesso a caso, per i quali non c’è invece giustificazione valida.
Vi chiederete se ci sia qualcosa da salvare in questo romanzo; stranamente ce n’è ben due! L’ottima edizione italiana della Sperling & Kupfer e il personaggio di Alistair, il solo con un briciolo di cervello.
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Il Diavolo veste Prada sul Titanic
Nel 2012, per celebrare il centenario del tragico affondamento del Titanic, diversi autori pubblicarono romanzi o saggi a tema; ricordo di aver letto all’epoca “Fateful” di Claudia Gray, un romance trash con protagonisti i licantropi. Anche la giornalista Kate Alcott decise di pubblicare il suo esordio narrativo in quest’occasione, commettendo però un errore comune tra gli esordienti: che è alle prese con il suo primo romanzo ha spesso parecchie idee che vorrebbe sviluppare, e per questo il consiglio più frequente è di concentrasi su un solo progetto, accantonando gli altri per futuri lavori.
La Alcott non ha purtroppo seguito queste lezione, finendo col mescolare in questo volume due romanzi ben distinti: da un lato si segue l’inchiesta condotta dal Senato degli Stati Uniti per comprendere le responsabilità circa l’affondamento del famoso transatlantico, dall’altro viene sviluppata una sorta di rivisitazione in stile anni Dieci de “Il Diavolo veste Prada”.
Ad unire -o meglio, a tentare di unire- due filoni con ben pochi elementi in comune ci sono la parte introduttiva del romanzo e la protagonista, la giovane Tess. La ragazza viene presentata come un’umile domestica con il sogno di diventare sarta a tempo pieno, e questo è il motivo che la porta a lasciare il suo posto di lavoro e cercare di imbarcarsi sulla “Nave dei sogni”.
Purtroppo già da questo punto la protagonista comincia a starci a noia, per la ridicola sequela di colpi di fortuna che le capitano: sul molo incontra infatti Lucy Duff Gordon, la stilista che più ammira, la quale appena piantata dalla cameriera la assume nonostante la sua evidente imbranataggine. Tess si salva logicamente dal tragico affondamento del Titanic e, una volta arrivata a New York, comincia a lavorare nell’atelier di Lucy arrivando a gestire la sua sfilata. Ma questo non basta: la Alcott pare determinata a sommergere la giovane di buona sorte immeritata, eccola infatti fornita di un appartamento personale e di ben due uomini utopisticamente perfetti pronti a farle una corte spietata.
Fortunatamente Tess capisce di non meritare davvero tanti regali dalla sua creatrice e molla sia il lavoro dei suoi sogni sia i due pretendenti. Peccato che queste scelte coraggiose vengano rovinate dal finale bucolico e pieno di liete speranze, nonché dal passato di Tess: non è realistico che una giovane donna abituata ad una vita di rinunce ed umiliazione molli tutto solo per orgoglio.
Ma Tess non è il solo personaggio con dei problemi di caratterizzazione, perché l’autrice nel tentativo di tratteggiare dei personaggi sfaccettati finisce con esagerare e arrivare ai limiti del bipolarismo, come nel caso di Lucy.
Salvo invece la giornalista Pinky ed il Senatore Smith, che ho apprezzato soprattutto per i ruoli da loro svolti nell’inchiesta, a mio parere la parte più interessante ed originale del romanzo.
Gli interessi amorosi di Tess non mi hanno affatto colpito, sia per la già citata perfezione (della serie “ti amo alla follia, ma so che vuoi lui, quindi ciao”) sia per le ridicole proposte di matrimonio / convivenza, proposte ridicole in quanto la protagonista conosce entrambi da qualche settimana. Promuovono l’ottima preparazione storica di base, evidente soprattutto nelle scene collegate al mondo del giornalismo per le quali l’autrice è stata probabilmente aiutata dalla sua professione.
In generale, lo stile è snello e diretto, ma a tratti si ha la sensazione che la narrazione sia carente in alcuni passaggi e si passa in modo troppo brusco da una scena all’altra. Quello che non manca è invece il sovrannumero di descrizioni parecchio dettagliate di abiti, ma questo trova giustificazione nel lavoro della protagonista. La narrazione è però in terza persona e segue un buon numero di POV, spesso passando repentinamente da uno all’altro, scelta che genera inevitabilmente confusione nel lettore.
L’aspetto stilistico che mi ha fatto maggiormente sospirare -in senso negativo- è il continuo ricorrere alle interrogative dirette, come di recente avevo riscontrato in “Fated”. E la Alcott non si limita a rimpinzare i suoi lettori di domande retoriche, ma li delizia anche con immediate risposte.
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Torrida estate a Shirley Falls
La creatività necessaria ad ideare una trama fantasiosa è certamente una grande virtù per uno scrittore. Una volta pianificata una storia zeppa di svolte e twist narrativi, svilupparla non è però troppo difficile.
Molta più abilità è necessaria per rendere interessante e coinvolgente un romanzo dalla trama semplice, che narra di personaggi comuni, privi di poteri incredibili o un destino predefinito.
Questa lettura mi ha dato conferma della bravura della Strout, che è stata nuovamente in grado di catturarmi con una storia dal sapore quotidiano, ma dipinta con uno stile ricco e fluido ad un tempo, tanto da far scivolare via decine e decine di pagine; la stessa cosa mi era capitata con “The Help” di Kathryn Stockett -altro libro da cui diffidavo, capace poi di farmi innamorare- e questo romanzo ha anche altri aspetti in comune con il capolavoro della Stockett, come il deciso taglio femminista della storia.
La vicenda ha per sfondo una cittadina del Maine negli anni Settanta dove vivono Isabelle ed Amy Goodrow, rispettivamente madre e figlia. La narrazione si focalizza sul loro difficile rapporto, diventato ancor più teso dopo che Isabelle è venuta a sapere in modo a dir poco imbarazzante della relazione tra Amy ed il signor Robertson, suo insegnante di matematica.
Per le due inizia un periodo molto difficile in cui ognuna soffre in solitudine, incolpando l’altra del proprio dolore. Ad incorniciare questo fulcro narrativo -spesso rappresentato come un filo nero atto a collegare sempre le due donne- ci sono due vicende che portano nuovi dibattiti nel cottage delle Goodrow: la scomparsa di un ragazzina in una città vicina e la gravidanza della migliore amica di Amy; infine, ai margini di questo ideali fiore narrativo troviamo le storie quotidiane degli altri abitanti di Shirley Falls, ognuno in cerca di conforto e comprensione nel prossimo, ma spesso restio a concederne per primo.
Il romanzo risulta diviso quasi a metà, alternando con gusto e ritmo incalzante frammenti del passato alla narrazione nel presente, includendo inoltre qualche scorcio sul futuro dei personaggi.
Logicamente le due protagoniste ottengono la caratterizzazione più approfondita, anche per merito dei loro POV intrecciati, che concedono spazio non solo ai pensieri ma anche ai ricordi ed alle fantasie. Amy e Isabelle crescono insieme in questo romanzo, comprendono i propri sbagli ed iniziano una nuova -e migliore- fase delle loro vite.
Pur apprezzando molto la giovane Amy, la cui storia mi ha in più punti ricordato la protagonista di “Eleanor & Park. Per una volta nella vita” di Rainbow Rowell, la mia preferenza va senza dubbio ad Isabelle, specialmente per il grande coraggio che dimostra nella parte finale tentando di riparare agli sbagli e cambiare destino.
Seppur non siano sempre ben legati alla vita delle protagoniste, tutti i personaggi secondari sono ben delineati e tra loro alcuni spiccano per l’eccellente caratterizzazione, come la solare e ciarliera Fat Bev e Barbara Rawley, che mostra una grande fragilità dietro la sua maschera austera.
La narrazione è davvero ricca di dettagli e ciò contribuisce a rendere la storia vivida, nonché la lettura coinvolgente ed incredibilmente rapida.
Non posso esimermi dal mettere a confronto questo titolo con “Olive Kitteridge” della stessa autrice: le somiglianze sono parecchie e palesi, segno che la Strout si è mantenuta abbastanza fedele al proprio stile nei dieci anni che separano la pubblicazione dei due volumi. Il primo aspetto a saltare all’occhio è di certo l’ambientazione, con le vicende calate nella placida provincia americana, quasi fuori del tempo; entrambi i romanzi sono poi definiti dalle trame lente e prive di eventi sorprendenti, oltre allo spazio concesso ai comprimari capaci di rubare a tratti la scena alle protagoniste. Infine, Olive da un lato e le Goodrow dall’altra sono donne forti e decise, seppur dotate di debolezza e sentimenti reali.
L’edizione Fazi presenta inoltre un’introduzione molto valida per comprendere a grandi linee le tematiche del romanzo ed avere un assaggio delle sue atmosfere.
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...e nessuno ne restò.
Avete mai riflettuto sull’enorme potere che deteniamo in quanto lettori?
Uno scrittore infatti potrà anche comporre la più maestosa tra le opere, ma spetta al lettore darle vita con la propria immaginazione. Il lettore si scopre così detentore di un potere assoluto sul libro: la storia narrata non è reale finché non viene letta, esiste solo nel momento della lettura, e nel bene o nel male il destino dei protagonisti è vincolato alla volontà di chi legge.
Kevin Brooks fa un passo oltre questo concetto già molto interessante, portandoci ad ipotizzare cosa accadrebbe ai personaggi di un romanzo se il lettore ne interrompesse la lettura. Si salverebbero forse da un fato ormai letteralmente scritto?
Come nel caso de “La storia infinita”, un romanzo pensato per un pubblico relativamente giovane è stato capace di trasmettermi messaggi più forti e significativi di molte letture più “adulte”.
Va detto che il target di riferimento influisce comunque sul tono della narrazione che, sulla base delle premesse illustrate nella sinossi, mi aspettavo maggiormente ricca in quanto ad azione, suspense e twist narrativi.
La storia si concentra invece sulle riflessioni e le emozioni del protagonista Linus, giovane clochard inglese che per scelta ha lasciato la casa del padre assente, rinunciando al lusso per una vita nomade sempre in compagnia della sua fida chitarra, grazie alla quale si guadagna da vivere.
La narrazione ha inizio quando Linus, vittima di un misterioso rapimento, si trova rinchiuso in un bunker antiatomico sotterrano e decide di tenere un resoconto giornaliero della sua prigionia.
Il ragazzo pensa inizialmente che il rapitore punti ai soldi del padre, ma la faccenda ben presto si complica con l’arrivo nel bunker di altre persone, tutte sequestrate con vari stratagemmi dallo sconosciuto antagonista.
Con queste basi, già potete prevedere come la storia si profili ricca di scene via via sempre più cruente e lontane dalla comune idea di civiltà; come già detto però il romanzo è pensato per dei ragazzi, e qui l’autore dimostra la propria bravura, glissando sui momenti violenti e limitandosi a degli accenni che lasciano solo intuire quel che succede veramente.
A parte il protagonista, del quale veniamo a conoscere tutti i pensieri ed i retroscena, la cerchia degli altri personaggi si limita al rapitore e alle altre sue vittime. Merito anche del loro numero esiguo, tutti risultano ben caratterizzati, mostrando la propria essenza nelle azioni anziché attraverso le parole dell’autore. La sola delusione è stato l’antagonista per il quale speravo in un ruolo più attivo, mentre dopo essersi tenuto nell’ombra per parecchi capitoli, è solo nella seconda metà del volume che lo si vede tormentare attivamente i protagonisti, trattandoli come fossero le cavie per il suo perverso esperimento sulla resistenza umana.
Tra le vittime il mio preferito è indubbiamente Fred, soprattutto per l’inaspettata abilità nel rimanere sempre calmo e nel saper gestire il gruppo fino al limite.
Vista la situazione in cui si trovano i personaggi, tutte le storie brillano per la loro tragicità, in special modo quelle della piccola Jenny e di Russell, orbo e malato di tumore ad uno stadio terminale; personalmente però ritengo che la vicenda di Anja, sempre tenuta in secondo piano rispetto alle altre, sia la più straziante.
Le stile di Brooks è ricercato e godibile, e ne ho apprezzato principalmente gli sforzi per mantenere fede al peculiare registro narrativo. Interessanti le sequenze nelle quali Linus si rivolge agli immaginari lettori del suo diario e li chiama in causa, li sfida a rendere reale la sua condanna a morte e a mostrare il loro coraggio continuando la lettura.
La narrazione si presenta sempre fluida e molto diretta, con dialoghi per lo più brevi, quasi tronchi, a volte trascritti come si trattati del copione di un testo teatrale. Particolare anche il frequente ricorso a delle onomatopee, tra le quali è quasi comico il rumore prodotto dalla salita e dalla discesa dell’ascensore di accesso.
Personalmente avrei preferito uno sviluppo più maturo per la storia; comunque l’idea di base, che ricorda molto “Il condominio” di Ballard, è di certo degna di nota.
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Carta batte vetro
Al termine del commento a “Paper Magician” mi ero augurata che l’autrice apportasse alcune migliorie sia alla storia sia al suo stile. Completata la lettura di questo secondo capitolo, posso affermare con cognizione che se lo stile è rimasto grosso modo inalterato, la storia è stata sviluppata in maniera ben più consapevole ed approfondita, con la scelta di inserire qualche personaggio secondario in più -nonché di caratterizzarlo a dovere- e di rendere più adrenaliniche le scene d’azione.
Sul fronte dell’inventiva invece non ho nulla di nuovo da segnalare, anche questa volta la Holmberg è riuscita ad incantarmi con la sua sconfinata fantasia e la capacità di ideare nuove magie collegate ai materiali più disparati: non solo carta, ma anche vetro, fuoco, ferro, gomma e (ancora me ne stupisco) plastica!
La vicenda riprende alcuni mesi dopo lo scontro tra l’apprendista della carta Ceony e Lira, l’escissionista -ossia chi sfrutta la magia del sangue- che aveva letteralmente rubato il cuore del Mago Thane. Gli studi per la giovane protagonista proseguono con ottimo profitto, ma la lotta contro i maghi del sangue non è conclusa; in particolare, in questo volume vedremo Ceony scontrarsi con l’imponente Grath, deciso a liberare Lira dall’incantesimo che l’ha trasformata in una statua di ghiaccio, e lo spietato Saraj.
Continua anche a svilupparsi la relazione tra la protagonista ed Emery Thane, legame che ottiene finalmente la dovuta attenzione da parte dell’autrice. Il loro rapporto nel primo volume era infatti privo di solide basi e risultava pertanto forzato; in questo sequel, le molte scene in cui li vediamo interagire e confrontarsi contribuiscono a rendere più reale la storia d’amore tra i due, che personalmente ho trovato davvero dolce.
L’aspetto della trama che meno mi ha convinto è indubbiamente il finale: anticlimatico e, rispetto a “Paper Magician”, privo di una vera traccia su quanto accadrà nel capitolo conclusivo.
Uno dei miei elementi preferiti in questa trilogia è la protagonista; a differenza di buona parte dei suoi “colleghi”, Ceony non è una prescelta, capace di imprese mirabolanti in nome di un destino già scritto, e il suo univo superpotere si riduce ad una valida memoria. Reputo molto positivo che la Holmbeerg abbia scelto di tratteggiare una ragazza consapevole dei propri difetti e decisa ad affidarsi unicamente alle proprie capacità.
Al Mago Thane viene concesso più spazio e una scena d’azione davvero convincente; positivo l’inserimento di un suo capitolo POV perché, a dispetto del lungo viaggio nel suo cuore, i sentimenti dell’uomo non erano stati ben descritti.
Come già accennato, in questo volume vengono introdotti diversi nuovi personaggi, come la dolce Delilah e i familiari di Ceony -sono accennati in precedenza-, nonché degli antagonisti finalmente degni di tal nome, incuranti degli innocenti che potrebbero essere coinvolti nelle loro azioni ma ancora carenti di valide motivazioni. Il principale problema con gli scissionisti è la mancanza di un vero e proprio piano o missione che li guidi, o se c’è il lettore non ne viene messo a parte; mi auguro che l’ultimo volume fornisca delle risposte più concrete a questo riguardo.
Oltre alla stupefacente fantasia con cui è stata creata l’ambientazione per questa trilogia, la narrazione della Holmberg viene arricchita dalle descrizioni quasi minuziose e capaci di rendere vivido un mondo di fantasia.
L’autrice dimostra la sua bravura anche quando scrive della passione con cui Ceony si dedica alla Piegatura, sebbene quella non fosse la sua prima scelta in fatto di magia. Buona anche l’idea di introdurre di volta in volta gli incantesimi collegati al vetro di previsione dello scontro finale.
Tutto sommato, ritengo che questo capitolo abbia segnato un chiaro passo avanti per la trilogia e mi auguro che “Master Magician” possa proseguire sulla stessa strada, regalandoci un degno epilogo.
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Rapunzel, l'intreccio del convento
È possibile associare qualcosa di puro e struggente come l’amore alle diaboliche trame di Satana?
Secondo García Márquez, sì. Anzi, nessun sentimento meglio dell’amore rende l’uomo folle come fosse posseduto dal diavolo in persona.
La vicenda è ambientata in Colombia negli anni in cui imperava l’inquisizione spagnola, pronta a scagliarsi conto chicchessia anche solo per il possesso di un libro classificato come proibito.
Il romanzo si focalizza su più protagonisti, ma al centro della storia si colloca comunque la giovanissima Sierva María, figlia dodicenne di un nobile che, praticamente ignorata dai genitori, passa il suo tempo con i servi della casa arrivando a dormire tra loro e ad apprendere la loro misteriosa lingua.
A dare una decisa svolta nella vita della ragazzina è il morso di un cane affetto da rabbia; se in un primo momento Sierva María non mostra nessun sintomo della malattia, alcuni mesi dopo il padre inizia a preoccuparsi sia per il morso sia per i suoi comportamenti da selvaggia, tanto da rivolgersi al vescovo che ordinerà di rinchiuderla in un convento e sottoporla ad un esorcismo per scacciare il demonio che -evidentemente- la possiede.
Proprio con l’esorcista inviato dal monsignore, tale Cayetano Delaura, la ragazzina vedrà nascere una passione tanto profonda quanto casta, che per un po’ illude entrambi di aver trovato l’amore vero e vinto così la solitudine.
Avete capito bene: anche in questo romanzo García Márquez si rifugia nel suo tema preferito, tratteggiando personaggi tormentati dall’idea di rimanere soli ma che, alla fine dei conti, scelgono in modo istintivo la solitudine sia essa incarnata da una vita da eremita o dalla morte stessa.
Le somiglianze con il celebre “Cent’anni di solitudine” non si fermano qui, infatti entrambi i romanzi assegnano un ruolo molto importante alle tradizioni ed alle superstizioni collegate ai culti pagani; sul piano stilistico invece, è evidente come lo scrittore prediliga la narrazione di alcuni avvenimenti, specie se parte di flash-back, anziché illustrarli direttamente, e ricorra al suo famoso realismo magico per delineare l’ambientazione anche in questo romanzo, tanto da far credere al lettore che lo sfondo della storia sia ancora una volta Macondo.
Una differenza palese con “Cent’anni di solitudine” è invece la scelta di mettere in scena un numero ben più contenuto di personaggi, soffermandosi maggiormente sulla loro caratterizzazione e sui loro trascorsi; conseguenza di ciò è l’inserimento di molti flash-back (che in alcuni casi si riducono comunque a dei brevi aneddoti), non andando però a rallentare il ritmo della narrazione.
Tra i protagonisti, il più interessante è a mio avviso il medico Abrenuncio de Sa Pareira Cao, che da un lato ricorda il nostrano Don Abbondio per la sua predilezione per il “latinorum” (ma su Manzoni torneremo dopo), e dall’altro lo zingaro Melquíades con il quale condivide l’interesse per un tipo di medicina non proprio canonica. Intriganti anche le figure dei genitori di Sierva Mariá, soprattutto per la strana relazione che li lega e i loro trascorsi che vengono chiariti soltanto verso la fine della storia.
I personaggi secondari mi hanno dato invece l’idea di un’ottima occasione: molti sono introdotti in maniera interessante nella vicenda ma, come nel caso della bellissima schiava abissina, fanno giusto un paio di comparse.
Da segnalare anche il peculiare rapporto tra la famiglia del marchese ed i suoi servitori, che oscilla tra l’astio, la passione e la familiarità e, di nuovo, mi ha portato alla mente la famiglia dei Buendía.
L’introduzione di questo romanzo si merita una menzione a parte: ricorrendo ad uno stratagemma già adottato con successo da alcuni celebri colleghi del passato, come Manzoni (rieccolo!) ne “I promessi sposi” e Hawthorne ne “La lettera scarlatta”, García Márquez tenta di dare credito ed un fondo di realtà alla sua storia raccontando del ritrovamento di un cadavere di bambina dai lunghissimi capelli rossi.
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Il maiale cattivo e i tre contadini (sempre cattiv
Iniziata con “Noi” di Zamjatin e la sua società futuristica, in cui imperava un rigido governo comunista, e continuata con l’utopia fordista de “Il mondo nuovo” di Huxley, oggi la nostra analisi dei classici distopici si arricchisce di un nuovo -ed originale- tassello.
Lo si può vedere come un ritorno alle origini, in quanto anche in questo caso la critica è rivolta al regime stalinista, ma ne “La fattoria degli animali” Orwell presenta la sua distopia in una formula del tutto inusitata, trasformandola in una moderna favola esopica.
Protagonisti del romanzo sono appunto degli animali dai tratti antropomorfi, in quanto sanno parlare ed alcuni anche camminare eretti; la storia non ha però nulla a che spartire con un classico disneyano, sebbene a me abbia ricordato nella parte iniziale il famoso lungometraggio “La carica del 101”, con il fattore Jones (novello Crudelia de Mon) messo nel sacco da quelli che ritiene degli ottusi animali.
La vicenda ha inizio qualche tempo prima della cacciata di Jones, precisamente una notte in cui l’anziano e saggio maiale noto con il nome di Maggiore convoca gli altri animali per illustrare loro il suo utopistico sogno: un mondo in cui tutti gli animali siano liberi dal giogo dell’uomo e possano lavorare insieme in una società priva di disuguaglianze. Il Maggiore si dice inoltre certo che prima o poi questo progetto diverrò realtà e si adopera per insegnare agli astanti l’inno “Bestie d’Inghilterra”.
Non passa molto tempo prima che, come accennato pocanzi, l’indolenza di Jones e le scarse razioni di mangime portino gli animali a volersi ribellare ai padroni umani, scacciando non solo il signor Jones e la moglie ma anche i suoi dipendenti.
La fattoria padronale viene quindi rinominata fattoria degli animali e il sogno del Maggiore sembra davvero prossimo alla realizzazione. Dopo un primo periodo di prosperità ed armonia però i maiali, acclamati come la specie più intelligente, assumono il governo della fattoria trasformandola poco alla volta in una loro attività su cui comandano con pugno di ferro, soprattutto per merito del braccio armato composto dai cani da guardia.
In questa brillante satira del totalitarismo sovietico, ogni animale o gruppo di animali (ad esempio, pecore e galline sono quasi sempre prive di individualità) rappresenta in modo marcato un personaggio storico o una categoria di individui protagonisti della Rivoluzione Russa; tra tutti, i personaggi che meglio evocano e rielaborano le loro controparti storiche sono il cavallo stakanovista Boxer, il corvo predicatore Mosè con la sua promessa della Montagna di Zucchero Candito ed il maiale Clarinetto, voce della propaganda “animalista”.
Il romanzo può annoverare tra i suoi personaggi altri contadini, oltre al già fin troppo citato Jones, personificazioni dei governi degli Stati europei, che in un primo frangente sono spaventati all’idea che l’”animalismo” si estenda alle loro fattorie, ma poi ne comprendono i vantaggi grazie ai maiali e stabiliscono con essi un’alleanza.
E fu proprio l’alleanza tra Inghilterra ed URSS a creare tanti problemi alla pubblicazione del romanzo. La narrazione diretta e chiara di Orwell non lascia infatti nessun dubbio su quale regime sia l’oggetto della sua critica, che i suoi conterranei valutarono come offensiva specie per l’associazione tra i comunisti ed i maiali.
È necessario tenere a mente che Orwell non rinnega affatto gli ideali del comunismo bensì la loro corruzione ad opera di Stalin e dei suoi fedelissimi; ne sono prove lampanti l’armonia con cui prospera inizialmente la fattoria e le regole che gli animali si auto impongono sulla base del discorso del Maggiore.
In conclusione, mi sento in dovere di elogiare l’ottima edizione targata Mondadori, casa editrice che sovente bistratto, ma non questa volta: la traduzione è resa più completa ed efficace grazie alle utili nota esplicative; l’introduzione è chiara e serve sicuramente per fornire al lettore un quadro generale sulla vita dell’autore e, soprattutto, sulla genesi dell’opera; la prefazione infine risulta ottima per comprendere in quale situazione versava l’editoria britannica negli anni Quaranta.
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Rivoluzione ad ogni costo
Questo romanzo è un album fotografico e… no, nessuno usa più gli album.
Riproviamo: questo romanzo è un tablet sul quale un parente o un amico ha archiviato le foto di un certo evento. E il narratore è quel cugino di secondo grado che vi piomba in casa, di ritorno dalla vacanza a Capo Verde, per propinarvi una di seguito all’altra le sue foto ricordo. Analogamente, l’anonimo protagonista ha un bagaglio ricco di avventure con le quali intrattenere il lettore, ma sembra abbia talmente fretta di passare da una scena a quella successiva da non dare il giusto spazio a nessuno, in una corsa quasi frenetica verso l’epilogo.
La narrazione si focalizza sui ricordi del protagonista ed è, come detto, generalmente sbrigativa, concentrando la dovuta attenzione solo su pochi eventi.
A (parziale) difesa degli autori, va precisato che il romanzo copre un arco temporale di oltre trentacinque anni; e tuttavia, non sarebbe stato sufficiente risparmiare al protagonista qualche “incontro fortuito”, per incentrare la narrazione su un numero minore di avvenimenti.
Invece il protagonista si ritrova al centro di ogni movimento religioso rivoluzionario ed incrocia la strada di ogni figura di spicco, politica o spirituale.
La sua storia ha inizio all’università di Wittenberg, dove ovviamente incontra Martin Lutero e Malentone; compreso che il padre della Riforma sta diventando un burattino nelle abili mani dei principi tedeschi, il giovane sceglie di seguire fedelmente Thomas Müntzer, nel tentativo di sollevare gli umili, fino alla cruenta disfatta di Frankenhausen..
Ci sarà poi il tentativo di far insorgere un’intera città, Münster, contro il suo vescovo e fondare una Nuova Sion; la coesistenza di più leader con idee non sempre concordi porterà al progressivo sfaldamento del sistema su cui poggia la vita della città. Ancora una volta il protagonista riesce a salvarsi e, ad Anversa, diventa membro di una setta anabattista e con il loro capo organizzerà un’astuta truffa ai danni addirittura dei Fugger.
La parte finale del romanzo ha come ambientazione il nord Italia, dove il protagonista ha ben tre obiettivi: gestire un bordello veneziano, contribuire alla diffusione di un libello eretico e formare un gruppo di anabattisti che faccia da esca per il suo eterno rivale. Ah, nel mentre incontra anche un Papa.
Nelle sue peregrinazioni, il protagonista cambia spesso nome o assume l’identità di un altro, inizialmente per necessità e poi per scelta; ciò si ricollega in modo evidente alla pratica anabattista di somministrare il battesimo ai soli adulti, perché capaci di comprenderlo. Personalmente ho trovato il protagonista poco approfondito nelle sue motivazioni e desideroso di seguire chiunque lo possa trascinare nel vortice della rivoluzione, di facciata contro la Chiesa romana e in realtà contro ogni forma di potere che affligga gli umili.
Per contro ho apprezzato molto l’antagonista, anonimo quanto il suo avversario ma molto più efficiente e determinato, seppur a sua volta braccio armato di un nemico ben più potente.
Tutti gli altri personaggi sono immancabilmente secondari e privi di spessore, soprattutto perché il narratore ha troppa fretta per focalizzarsi su di loro. Il trattamento peggiore è però riservato alle figure femminili che sembrano create con lo stampino: tutte affascinanti, forti ed attratte dal protagonista.
Il romanzo di compone di diverse parti per ogni moto abbracciato dall’eroe, tutte divise in brevi capitoli, ed alternate alle lettere inviate dall’antagonista al suo maestro. Sul piano storico, il romanzo presenta una ricostruzione molto fedele, inficiata solo dalla scelta di adottare un linguaggio troppo moderno. E sono proprio i dialoghi uno degli aspetti che mi hanno più deluso, perché non passa quasi pagina senza una battuta con un’imprecazione o una bestemmia.
Per questo aspetto mi sento in dovere di sconsigliare questa letture a chi è sensibile ad un linguaggio o a delle scene violenti.
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A.A.A. Veri cattivi cercasi
Come spiega l’avvenente Marguerite alla regina Kelsea, la bellezza ha anche i suoi aspetti negativi. Ed è quasi poetico come questa affermazioni si ritorca contro lo stesso libro dal quale è tratta.
La bellezza estetica del volume infatti attira facilmente il lettore verso di esso; peccato che il contenuto sia destinato poi a deluderlo, perché al di sotto dell’aspettativa creata. Non intendo però bocciare in toto questa lettura, fornita sicuramente di molti spunti interessanti che potrebbero essere molto ben sviluppati nel continuo della serie. Proseguirò di certo questa trilogia, anche per conoscere l’esito delle tante questioni lasciate irrisolte e per lo stile dell’autrice, piacevole seppur non scevro da difetti: diciamo che sarà il mio nuovo guilty pleasure.
Passando alla trama di questo primo capitolo, non si può dire strabordi di eventi, ma tiene fede al suo titolo e ci presenta l’ascesa al trono della regina Kelsea, piazzando anche le basi per i futuri sviluppi della storia. Inoltre, sebbene la parte iniziale si prenda il suo tempo per ingranare, ad essa segue un crescendo che culmina in un finale adrenalinico ed emozionante, nonché un po’ frettoloso.
Ma per parlare del romanzo è necessario premettere la paraculata (perdonatemi il francesismo) di partenza che l’autrice sfrutta per poter utilizzare termini ed oggetti moderni in quella che è un’ambientazione di stampo quasi medioevale: il mondo in cui si trova l’immaginario regno del Tearling è infatti il risultato di una migrazione di massa chiamata Passaggio che ha portato l’umanità a perdere buona parte delle sue conoscenze scientifiche. Questa premessa è spiegata in modo molto nebuloso e frammentario, infatti se è chiaro come i Tear siano partiti dagli Stati Uniti, meno chiaro è dove siano arrivati -il continente del Tearling era forse un’isola sconosciuta, è comparso dal nulla o fa parte di un’altra dimensione?-, ma tranquillizziamoci perché la stessa Kelsea non ne sa più di noi poveri lettori, quindi spero ancora in future spiegazioni.
Il meglio ed il peggio del libro si concentrano nei suoi personaggi. La protagonista Kelsea subisce una notevole evoluzione in questo volume e se inizialmente sembra una ragazzina testarda e parecchio incosciente per le decisione avventate prese a cuor leggero -tipo chiedersi se il cibo sia avvelenato DOPO averlo mangiato!-, grazie alle prove che è chiamata ad affrontare maturerà in lei un forte senso di giustizia e capirà cosa ci si aspetta da una sovrana degna di questo nome.
Ho valutato in modo positivo anche la decisione della Johansen di non dare troppo rilievo agli interessi amorosi di Kelsea e concentrare il personaggio sui suoi compiti in quanto regina. Non ho gradito invece il troppo spazio dedicato alle riflessioni sull’aspetto fisico della giovane, la quale spesso si paragona ad altre donne in momenti poco opportuni e (ben più grave!) afferma che nulla è peggiore di essere brutte ma sentirsi belle.
Tra i personaggi secondari, alcuni spiccano per il loro carisma, come Mazza Chiodata e Fetch, altri per l’intensità delle loro storie personali, come Javel e Mhurn. A controbilanciare questi personaggi ben riusciti ne troviamo altri decisamente insoddisfacenti, in particolare gli antagonisti: Thorne è sprovvisto di motivazioni chiare e più volte compie scelte azzardate, mentre la regina rossa non ha avuto abbastanza spazio per poter essere valutata, ma già qui dimostra meno fermezza di quanto mi aspettassi. La vera delusione è stato però il reggente Thomas (“Io lo chiamo Rudy!” cit.) che viene inizialmente presentato come un essere crudele e spietato, tanto da sottrarre il regno alla nipote e tenere le schiave al guinzaglio, ma dalla sua prima entrata in scena si rivela un codardo e un inetto.
Come già detto, reputo lo stile dell’autrice gradevole, abbastanza da perdonarle qualche ingenuità narrativa, ma non ricordo quasi randomico a parolacce, specie da parte di personaggi che fino ad un attimo prima si esprimevano in modo pomposo.
L’edizione targata Multiplayer è stata forse la più grande delusione: pur essendo davvero curata nel comparto grafico, presenta infatti una traduzione un po’ carente con dei passaggi da tu al Voi senza motivo nei dialoghi, nonché parecchi errori di mancata revisione, nonostante la presenza di ben due revisori.
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Gli opposti si attraggono. Anzi si incollano!
Da ragazzina, in occasione di un compleanno, ricevetti in regalo “Il principe canarino e altre fiabe” di Italo Calvino; nonostante siano passati parecchi anni, conservo un bel ricordo di quella raccolta, che comprendeva delle versioni rivisitate di fiabe famose come Cenerentola e Barbablù, nonché una sezione dedicata all’analisi dei testi pensata per un pubblico di bambini.
Quando ho acquistato la trilogia de I nostri antenati, pensavo di leggere dei racconti vicine a quelli della mia infanzia. Non potevo essere più in errore: a dispetto dell’ambientazione quasi fiabesca e di alcuni elementi che rimandano alla magia ed al folklore popolare, la storia narrata ne “Il visconte dimezzato” è ricca di violenza e le scene crude non vengono risparmiate al lettore.
Sono rimasta inizialmente perplessa? Lo confesso, un po’ sì. Trovo comunque il volume valido? No, lo reputo originale, evocativo e, ovviamente, validissimo!
La novella segue le (dis)avventure di Medardo di Terralba, nobile cavaliere che si reca in Boemia per combattere al fianco dell’imperatore contro l’esercito turco. Alla sua prima battaglia però il prode viene colpito da una palla di cannone e ciò che i soccorritori riescono a salvare nottetempo è soltanto la metà destra del suo corpo; miracolosamente, il visconte viene curato dai medici del campo e, dotato di stampella, può fare ritorno a casa.
A seguito della disgrazia non solo il suo corpo ne esce dimezzato, ma le ripercussioni più importanti si evidenziano sul suo carattere: una volta tornato nel Genovesato, Medardo fa mostra di un comportamento a dir poco terribile nei confronti degli abitanti del suo castello e, più in generale, di tutti i suoi sudditi. Si spazia dai piccoli dispetti, come tagliare a metà con la spada tutto ciò che gli capita a tiro, ad azioni molto più gravi, come attentare alla vita del suo stesso nipote e far giustiziare degli innocenti per capriccio.
La situazione sembra disperata per gli abitanti di Terralba, ma due eventi giungono a smuovere le acque: il malvagio visconte (sopranominato il Gramo) si invaghisce della popolana Pamela e, nel frattempo, giunge a sorpresa la metà sinistra dell’uomo, anch’essa salvatasi incredibilmente grazie all’aiuto di un paio di eremiti erranti. Avendo in sé il cuore del visconte originale, la seconda metà (nota con l’appellativo di Buono) è estremamente altruista e si prodiga per aiutare gli altri tanto quanto il suo doppio si impegna per tormentarli. Dopo qualche tempo, i villici iniziano a disprezzare il Buono tanto quanto il Gramo, perché il suo buon cuore portato all’estremo sfocia in un pedante perbenismo che irrita chi gli sta vicino, a partire da Pamela.
Dal canto suo la fanciulla, inizialmente presentata come un clone della sua omonima, protagonista nella “Pamela” di Samuel Richardson, si mostra poi nient’affatto passiva e parecchio insolente.
Oltre ai tre protagonisti, sono di scena diversi personaggi secondari dalla caratterizzazione ben delineata e, quasi sempre, sopra le righe; la natura compatta della novella non togli spazio a nessuno, anzi di alcuni personaggi apprendiamo anche la storia grazie a brevi antefatti.
Tra i miei favoriti spiccano indubbiamente il giovane narratore, nipote del visconte, che spesso compare in scena a sorpresa così da rendere credibile la narrazione anche quando non sembra presente, perché potrebbe sempre assistere agli eventi di nascosto dagli adulti; e poi il dottor Trelawney, omonimo di un suo collega, personaggi de “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, con il quale ha in comune solo il titolo di medico perché si rivela davvero ignorante in medicina ed interessato piuttosto a svaghi meno concreti.
Altra citazione alle opere di Stevenson è la stessa divisione di Medardo in due personaggi distinti che rappresentano i poli opposti di un carattere umano, come era per il dottor Jekyll e il signor Hyde.
Lo stile narrativo è inusitato e ricco di espressioni ricercate che ben si accostano all’ambientazione della storia. Reputo geniale anche il frequente accostamento tra una scena al limite del grottesco, con violenze e delitti di cui non si lesinano i dettagli, e altre quasi comiche, Il lettore si trova così diviso al apri del protagonista tra il terrore e l’ilarità.
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Beautiful levate! (Devono passare le pecore)
Sembra proprio io mi debba ricredere: la Newton Compton non è la sola a poter distruggere dei capolavori della letteratura classica con delle edizioni pessime. In questo caso la Garzanti è riuscita nella combo perfetta, associando un’edizione scadente ad una copertina ingannevole; il lettore infatti, vedendo il poster del film datato 2015, è portato a pensare che il volume presenti un nuova traduzione, ritrovandosi poi con una traduzione del lontano 1955, che fa sentire tutti i suoi anni.
A rendere quest’edizione ancor più irritante sono i nomi tradotti in italiano, come già avevo riscontrato ne “La lettera scarlatta”; la maggior bizzarria è che non sempre i nomi sono stati adottati (si trovano così a coesistere Giuseppe e Mark) e non sempre nello stesso modo (William diventa Guglielmo, ma il diminutivo rimane Willy!). Cosa possiamo salvare quindi? Le note esplicative a fondo pagina, utili a comprendere meglio le molte citazioni, e la parte biografica sull’autore nell’introduzione.
Proprio per merito della biografia, il lettore può intravedere la natura di poeta di Hardy, prepotente nelle ricercate descrizioni, soprattutto dei paesaggi di campagna.
La storia segue per alcuni anni la vita di Bathsheba Everdene, giovane fanciulla inglese che, sul finire dell’Ottocento, si ritrova improvvisamente ricca fittavola di una fattoria nella placida cittafini di Weatherbury. Scoperto che il suo fattore la sta derubando, la ragazza prendere una decisione molto difficile e dai più contestata: licenziare il dipendere e farsi carico personalmente della sovrintendenza in tutte le attività agricole.
Di fianco alle vicissitudini agresti, tra le quali possiamo ammirare la tosatura delle pecore come pure i tentativi di tenere il raccolto al riparo dalle tempeste, troviamo le immancabili storie d’amore. La bella protagonista farà invaghire ben tre pretendenti: il pastore Gabriel Oak, che la incontra ben prima della sua ascesa sociale e a dispetto del rifiuto ricevuto alla sua proposta di matrimonio le resta sempre fedele; l’agiato fittavolo William Boldwood, suo vicino del quale attirerà le attenzioni per scherzo salvo poi ritrovarsi perseguitata in modo quasi ossessivo; l’ultimo a fare il suo ingresso in scena è il Sergente Frank Troy, giovane avventuriero che incanta la protagonista con la sua corte spietata.
La trama ricorda a tratti il capolavoro di Jane Austen “Orgoglio e pregiudizio” specialmente nella scena in cui Boldwood, al fine di allontanarlo da Bathsheba, offre del denaro a Troy in caso di un suo matrimonio con Fanny Robin; analogamente, Darcy pagava per le nozze tra Wickham e Kitty. Hardy crea però delle svolte narrative ben diverse e decisamente inaspettate.
Altro omaggio all’opera austeniana è il personaggi di Bathsheba, che per molti versi ricorda Emma protagonista dell’omonimo romanzo, soprattutto per il desiderio di essere indipendente e libera dalle convenzioni sociali che la vorrebbero più remissiva ed accomodante. Bat (come l’ho amichevolmente sopranominata) condivide con la signorina Woodhouse anche un caratterino niente male ed una lingua davvero tagliente; sono sicuramente queste sue imperfezioni a renderla piacevole ai lettori.
Anche i personaggi maschili ottengono il loro spazio e vengono analizzati a fondo, rivelando dettaglio psicologici inattesi. Tra i tre, forse proprio Oak -benché in pratica sia il protagonista- è il meno interessante, accaparrandosi comunque l’affetto di Bat (e il mio).
È d’obbligo menzionare anche il ricco parterre di personaggi secondari, formato dai dipendenti di Bat, e dai paesani in generale, si tratta di un agglomerato di figure divertenti e genuine, che fanno immancabilmente sorridere per la loro semplicità.
Proprio in questi villici si ha la massima espressione di quello che è uno dei temi centrali del romanzo, ossia l’esaltazione della placida vita di campagna posta in contrapposizione con la frenesia cittadina, si pensi per esempio che in quegli anni il veloce sviluppo dell’industria porto alla nascita della manifestazione nota oggi come Expo.
Ho apprezzato molto lo stile di Hardy, di cui desidero senza dubbio leggere altre opere, reso peculiare dai numerosi riferimenti ai testi biblici e alla mitologia greco-romana.
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In cui l'autore riesce ad eclissarsi
Non ho mai fatto mistero del mio scarso interesse per i racconti. Di certo non si tratta del mio genere letterario favorito, sebbene lo tolleri comunque di buon grado, a differenza della poesia che detesto senza riserve. Tra le (poche) raccolte da me lette, ho maggiormente apprezzato quelle con un forte tema di fondo a fare da collegamento, per una mia stramba convinzione secondo la quale sia prova di un maggiore impegno dello scrittore.
Nel caso in esame, c’è molto più di una tematica a collegare le due opere riunite in questo volume e, più in generale, la gran parte degli scritti di Salinger; l’autore ha creato infatti una bizzarra famiglia, spesso scelta come protagonista di brevi racconti che vanno a creare un più ampio affresco, quasi si trattasse di un romanzo familiare a tutti gli effetti.
Si ottiene quindi un ottimo compromesso (almeno, per i miei gusti) tra romanzo e racconto, perché pur nella loro brevità queste opere non abbandonano mai del tutto i loro personaggi e ci permettono di conoscere di volta in volta nuovi elementi sul loro conto.
La famiglia al centro di tante vicissitudini è quella dei Glass, eclettici artisti collegati al mondo circense e allo show business da varie generazioni. L’attenzione si focalizza soprattutto sui figli che, nel corso della loro infanzia, sono stati tutti ospiti di un noto programma radiofonico per bambini particolarmente dotati. Protagonista dei due racconti in questione è però Seymour, il maggiore dei fratelli e certamente il più brillante, pure gravato da pesanti problemi relazionali, quasi a sfiorare la sociopatia, che saranno più tardi causa del suo suicidio
Se la trama è incentrata su Seymour, la voce narrante si palesa nel suo fratello minore Buddy, che idealmente tratteggia alcuni ricordi a lui collegati anni dopo la sua morte. In particolare, “Alzate l’architrave, carpentieri” è il solo a poter essere definito come racconto ed ha come sfondo il giorno delle nozze di Seymour, sebbene lo sposo non entri mai in scena se non attraverso le pagine del suo diario. Seguiamo invece il giovane Buddy, protagonista di una scena a dir poco imbarazzante: costretto dalla sorella Boo Boo a presenziare l’evento seppur convalescente, il giovane soldato scopre di essere il solo invitato dello sposo e, quando questi disertare l’altare, finisce in macchina con una combriccola di stravaganti ospiti che scoprono subito la sua identità e non gli risparmiano il loro biasimo. Ovviamente l’auto rimane bloccata nel traffico a causa di una parata.
La più lampante caratteristica della narrazione di Salinger è indubbiamente il realismo con cui tratteggia sia gli avvenimenti sia i personaggi, verso i quali si prova un’istintiva empatia seppur siano in buona parte una mera satira della società contemporanea all’autore. L’identificazione di Salinger nel suo narratore è tale che, dopo poche pagine, ci si scorda completamente della penna dietro Buddy perché lo stile, pacato e diretto, si adatta perfettamente alle sue fittizie memorie, senza nulla di artificioso.
Le stesse caratteristiche possono essere individuate in “Seymour. Introduzione”, dove viene analizzata con più profondità la figura di Seymour, sia nell’aspetto che nel carattere. Non si tratta propriamente di un racconto, e neppure di una novella: il narratore è sempre Buddy ma questa volta si rivolge in modo ancor più diretto al lettore, in quella che inizialmente doveva essere la prefazione ad una raccolta di poesie del fratello. Il registro narrativo subisce però una progressiva metamorfosi, partendo come libro flusso di coscienza fino a diventare un diario in cui appuntare quotidianamente dei ricordi collegati a Seymour. Ricordi sovente parziali che spingono il lettore a voler conoscere ancor di più questo personaggio e, magari, a leggerne i lavori.
Sicuramente si tratta di un’opera più ardua da comprendere e da apprezzare rispetto alla prima, a causa delle ripetizioni inserite per riprendere il filo logico dopo le frequenti interruzioni, in gran parte tra parentesi, segno d’interpunzione al quale mi sono scoperta allergica -mentre leggo, non mentre scrivo- dopo la deludente lettura di “Vita dopo vita” di Kate Atkinson.
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Affollato (tra parentesi)
Prendete una generosa porzione di reincarnazione buddhista, aggiungete un pizzico delle realtà alternative presenti in “The Flash” ed amalgamate con q.b. di Homura Akemi. Infornate per poco più di 500 pagine e spolverate con giochi di ruolo a piacere. Otterrete così qualcosa di certamente confuso e caotico, ma che molto si avvicina a “Vita dopo vita” di Kate Atkinson.
Come già mi era successo con “Il circo della notte” di Erin Morgenstern, è stata una recensione particolarmente entusiasta a spingermi verso la lettura di questo romanzo; in questo caso però non era la sinossi a tenermi lontana dal volume, bensì l’atroce copertina che per qualche bizzarra associazione di idee mi faceva pensare ad un thriller.
L’originale storia (che nulla ha in comune con il genere thriller, tranquilli) è stata il principale motivo per cui ho acquistato e subito letto il libro: la protagonista Ursula Todd si trova suo malgrado a vivere più e più volte, con ogni nuova nascita che segue immediatamente il momento della morte. In tutte le vite però c’è qualcosa di diverso, e questo mi aveva subito fatto pensare a degli universi paralleli in cui i personaggi si comportano in modo differente andando così a modificare le loro storie e, a volte, la Storia.
Dopo alcune vite, Ursula inizia a provare dei déjà vu dovuti a situazioni che ricorda pur non avendole di fatto ancora vissute; in particolare, queste sensazioni le permettono di presagire dei potenziali rischi mortali che tenta quindi di evitare. Ha così origine una sorta di missione in cui la protagonista non solo cerca di salvare la propria vita, ma anche quelle di familiari ed amici. In ogni esistenza qualcosa finisce per andare storto, seppure Ursula sia sempre più preparata e motivata: ecco quindi che alle timeline alternative si sommano la reincarnazione -menzionata più volte anche nel testo-, un alternarsi di varie vite come avviene in tanti videogame ed una quest molto simile a quella intrapresa da Homura in “Puella Magi Madoka Magica” per cambiare il corso degli eventi.
Ritengo che l’autrice abbia tentato di adottare una narrazione simile a quella di KazuoIshiguro, con la storia ridotta al mero pretesto per veicolare un determinato messaggio al lettore. L’esperimento non è purtroppo riuscito: la trama del romanzo è talmente densa di avvenimenti, di personaggi e di diversi generi letterari che risulta a dir poco arduo capire cosa la Atkinson volesse trasmettere.
Ma quali generi affollano questo volume? Il primo a saltare all’occhio è di sicuro quello storico, sia per l’ambientazione scelta che parte dal 1910 e giunge fino agli anni Sessanta, sia per l’accuratezza con cui questa viene descritta; c’è poi il romanzo di stampo familiare, sebbene la protagonista sia Ursula la sua famiglia e chi gravita attorno ad esse le rubano spesso la scena; sono presenti anche elementi mistici, quasi fantastici, anche se in alcune vite non vengano mai citati mentre in altre siano ribaditi con frequenza; da ultimo, la storia di Ursula assume a volte le caratteristiche tipiche dei racconti supereroistici, ma anche questo aspetto non è sempre predominante.
Tutto questo agglomerato di generi, nasconde il positivo insegnamento del romanzo: è necessario riflettere sulla fragilità della vita umana ed agire di conseguenza, non ossessionati dal motto “carpe diem”, ma dando il giusto valore ad ogni attimo.
Ho trovato lo stile della Atkinson abbastanza piacevole, seppur a tratti lento ma adatto all’ambientazione. Buona l’idea di riproporre più volte alcuni eventi per mostrare diversi punti di vita o alternative possibili; a piacermi molto bene è stato l’uso eccessivo delle parentesi, utilizzare per inserire brevi frasi ma anche interi paragrafi di testo.
Ultime osservazioni (negative?): la traduzione è buona, ma un paio di volte presenta il termine “retroterra” riferito ad una persona; consiglio poi una lettura senza interruzioni per non perdersi nessuna delle auto-citazioni.
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Le padrone di Francia
Capiterà a molti lettori forti, se famosi per essere tali tra amici e parenti, di ricevere dai suddetti amici e parenti dei libri in regali o in prestito con tanto di calorosi incoraggiamenti affinché il tomo in questione venga letto e commentato positivamente al prima possibile.
Bisognerebbe però ricordare che la scelta di un libro per un’altra persona può essere più difficile di quella di un abito o di un profumo; la passione per la lettura non è sinonimo di “mi faccio piacere qualunque parallelepipedo di carta stampata, dal romance pseudo-erotico alla biografia di Santa Chiara d’Assisi”. Sì, mi sono stati entrambi regalati. Dalla stessa persona.
Con queste premesse, quando mi è stato prestato (non richiesto) questo volume, devo ammettere di averlo affrontato in modo prevenuto: il problema principale era il mio totale disinteresse per la lettura in questione, che quindi ho percepito come lenta e in più frangenti noiosa. Altra conseguenza di una lettura imposta è che il lettore svogliato cercherà un modo per svagarsi, dando inizio ad una vera e propria caccia ai difetti del libro.
Lasciando per un attimo da parte elogi e critiche, è doveroso innanzitutto spendere qualche riga sul contenuto del volume. Si tratta di una raccolta di quasi di una ventina tra biografie relative alle Regine di Francia dal 1547 al 1789 e quelle dedicate alle più celebri amanti dei sovrani francesi del medesimo periodo, rappresentanti quindi delle Case Reali di Valois e Borbone.
Si inizia con Enrico II e le due donne più importanti nella sua vita e nel suo regno: la bellissima Diane de Poitiers, l’amante ossessionata dalla mitologica dea Diana, e la moglie Caterina de’ Medici, che sarà poi reggente dei giovani figli ma, a dispetto della numerosa prole, segnerà il tramonto per la dinastia Valois.
Sul trono salirà poi Enrico IV, marito di una figlia di Caterina, Margherita meglio nota con il diminutivo di Margot, che pagherà cara la scelta di preferire la famiglia d’origine al consorte: nonostante l’ascesa di Enrico, a lei non sarà mai concesso di diventare Regina di Francia. Il sovrano avrà poi al suo fianco una favorita tanto amata da pensare di farne sua moglie, tale Gabrielle d’Estrées; i doveri verso il regno avranno però la meglio, e le seconde nozze di Enrico IV lo uniranno ad una partente della suocera, Maria de’ Medici.
Frutto di quest’unione, Luigi XIII non sarà celebre per le sue amanti come i precedenti sovrani; le malelingue attribuiranno invece delle relazioni extra coniugali a sua moglie, Anna d’Austria. Il successivo re sarà per opposto attorniato da una schiera di amanti; Luigi XIV (il celebre Re Sole) sarà quasi conteso nell’ordine da Maria Mancini, Louise de La Vallière, Françoise “Athénaïs” de Montespan e Françoise de Maintenon. Quest’ultima è celebre per aver ispirato la nota fiaba di Cenerentola.
Per tante favorite, ci dev’essere una moglie umile e quasi in ombra, come saranno in effetti sia Maria Teresa d’Austria sia Maria Leszczhñska, consorte di Luigi XV, un altro sovrano con diverse amanti, alcune particolarmente famose: le sorelle Mailly-Nesle, Jeanne-Antoinette de Pompadour e Jeanne Bécu du Barry.
A conclusione, con l’”ultimo re” Luigi XVi, era d’obbligo dare spazio a colei che è senza dubbio la Regina di Francia per eccellenza, Maria Antonietta.
Durante la lettura si può notare come in molti casi la vita delle amanti -dispensatrici di piaceri- fosse povera d’amore, come quella delle loro rivali Regine. Le favorite citate non sono ovviamente tutte, e nell’opera vengono spesso nominate altre figure femminili, meno importanti.
Premio la raccolta per lo stile chiaro, scorrevole che con la dovuta concentrazione può risultare coinvolgente alla pari di un romanzo. Positivo anche l’inserimento dei ritratti delle donne protagoniste.
Ed ecco i punti dolenti: l’autrice ricorre di frequente a termini inutilmente ostici, propone in continuazione lunghe interrogative dirette e sembra divertirsi nel nascondere la reggente. La pecca più grave è però l’inserimento di alcuni giudizi soggettivi che in un’opera biografica non dovrebbero trovare posto.
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Harmony. Screenplay Originale
Complimenti alla Newton Compton! ancora una volta siete riusciti ad ingannarmi. Qualcuno potrebbe giustamente obbiettare che la colpa mia, ma in questo libro diversi elementi sono fatti apposta per fuorviare il lettore: il titolo che ammicca pesantemente ma senza motivo ad un noto romanzo della Alcott, la copertina molto scenografica e purtroppo randomica, e la quarta di copertina che definisce questo titolo un romanzo storico.
Desidero quindi mettere in guardia chi sta valutando l’acquisto o la lettura di “Un lungo fatale ultimo addio”: non ha nulla a che vedere con il genere storico, si tratta bensì di un romance con ambientazione storica. O meglio, con quella che pretende d’essere un’ambientazione storica senza però riuscirci, infatti non sono presenti reali figure del passato ed i pochi eventi storici citati non sono davvero rilevanti ai fini della trama. Le vicende potrebbero svolgersi nel futuro come nell’età della pietra; e visti i personaggi quest’ultima potrebbero essere la location ideale.
La storia ha ben poco di originale, anzi è piena di tutti gli stereotipi del genere. Siamo nella Londra ottocentesca e la protagonista Valéry, presentata come la classica fanciulla poco sveglia ma bella-bella-bella in modo assurdo e -dettaglio fondamentale- inconsapevole di essere tale, è l’erede di una famiglia nobile caduta in disgrazia a causa della passione del padre per il gioco d’azzardo. Inizialmente la ragazza mi era quasi simpatica, per la sua decisione di mantenere madre e sorella lavorando con impegno, nonché per la ferma intenzione di non svendere la sua dignità. Superfluo dire che le cose andranno diversamente, ma ci arriviamo dopo.
Ed ecco comparire il nostro coprotagonista Lord David Bexton, nobiluomo bello-bello-bello e tenebroso che ovviamente dietro l’apparenza da duro (con le immancabili cicatrici sulla schiena!) nasconde un cuore pieno di tenerezza ed un passato tragico. L’intera vicenda ruota attorno alla relazione tra i due, per giungere all’inevitabile lieto fine con tanto di numerosa prole dai nomi riciclati.
Ad una prima occhiata, una normale trama da romance che l’autrice arricchisce però con scene tanto trash da far ridere e altre a dir poco inquietanti; basti pensare a quando David afferma di essersi infatuato di Valéry al funerale del padre del padre di lei quando si sistemava l’abito troppo stretto. Da notare che è stato proprio David a spingere l’uomo al suicidio!
Accantonando la trama, anche i personaggi danno il loro doveroso contributo per abbruttire il romanzo. Potremmo dividerli in due categorie: gli inetti senza spina dorsale e le bandierine, ossia coloro che cambiano idea e comportamento ogni due pagine; uniche eccezioni sono la protagonista, perché riesce a riunire in sé entrambe le categorie, e sua sorella che, nonostante sia nominata di continuo, compare un paio di volte e non dice una singola battuta.
E potevo non trovare una critica anche all’edizione? Nulla di troppo grave, ma l’albero genealogico del Baxton piazzato all’inizio anticipa al lettore ben due colpi di scena: poteva benissimo essere spostato alla fine, oltre che accompagnato da quelli delle altre famiglie.
Lo stile della narrazione è certamente scorrevole e semplice, ad esclusione di un paio di paroloni scenografici, ma viene avvilito da un uso eccessivo di puntini di sospensione e dalla mancanza di una chiara indicazione quando ci sono cambi di scena o salti temporali. Come non citare anche i POV totalmente a caso e l’impostazione dei dialoghi come fosse un testo teatrale, a volte senza neppure indicare chi parli.
Analogamente a quanto avevo riscontrato ne “La resa di Piers “, il problema maggiore di questi romanzi rosa si ha quando iniziano a trasmettere al lettore dei messaggi molto sbagliati.
Il protagonista maschile, ad esempio, si comporta alla pari di uno stalker incallito e, pur avendo sempre pronta una scusa per le sue azioni, nulla lo giustifica per il suo continuo bisogno di etichettare come “sua” Valéry. In affiliazione con la madre, David rimarca più volte come sia meglio eliminare un parente problematico anziché aiutarlo; oltre a ciò, l’amabile signora ammette più volte di aver tradito il marito, ergendosi al contempo a paladina dei valori familiari: c’è un parola per questo… bipolare!
Ed infine la nostra Valéry, quella che deve essere più volte rassicurata sulla sua verginità (ma sai cosa capita al tuo corpo o no?), una volta rimasta senza lavoro e aiuti anziché accettare un impiego più umile, sceglie di vendersi al miglior offerente in una bisca clandestina.
Senza parole.
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Romanzo in racconti
Al secondo volume di questa pentalogia scritta a quattro mani, mi sono finalmente resa conto di un dettaglio abbastanza rilevante, riguardo la differenza tra l’edizione originale e quella italiana. Mettendo a confronto le copertine infatti, si nota subito che quelle statunitensi hanno un design adatto per risultare appetibili ad un pubblico giovane, ossia al target effettivo dei romanzi; la Mondadori ha optato invece per delle immagini e dei colori molto più seri e maturi, fuorviando così il lettore, che pensa di acquistare un libro rivolto ai cosiddetti giovani adulti. Ciò non toglie che le copertine italiane siano meravigliose, tanto da convincermi ad acquistare tutti i volumi in rigida.
La storia di Callum riprende qualche mese dopo la fine de “L’anno di ferro”, con il nostro protagonista costretto a trascorrere le vacanze estive a casa con il padre dove, in aggiunta a molti altri problemi, il suo lupo del caos Subbuglio non è bene accetto.
Al ritorno al Magisterium, Call troverà ben altri ostacoli che il suo peculiare animale domestico: qualcuno pianifica infatti di rubare l’Alkahest, un potente oggetto magico in grado di uccidere con il solo tocco. Per fermare il ladro, Call parte in missione, seguito da Aaron, Tamara e del riluttante Jasper. Da questa impresa, la storia si sviluppa in un crescendo fino all’inatteso e geniale finale.
Per chi come me ha letto il primo romanzo da un po’, non c’è nulla da temere: nei capitoli iniziali viene inserito un riassunto di quanto accaduto in precedenza, ottimo per rinfrescarsi la memoria.
Seppur intrigante e capace di portare nuovi elementi fondamentali per la serie, la trama di questo secondo capitolo presenta un paio di problemi strutturali: innanzitutto la narrazione viene incentrata su pochi eventi, lasciando molti dettagli ed indizi in sospeso, probabilmente per svilupparli nei prossimi volumi; in secondo luogo, la storia è quasi frammentaria, perché anziché seguire la vita del protagonista, ci si sofferma su una manciata di episodi, sorvolando su ciò che accade nel frattempo.
Dal primo libro, i personaggi non hanno subito una grande evoluzione ma, mentre i secondari si riconfermano soltanto abbozzati e privi di attrattiva, quelli principali lasciano presagire uno sviluppo interessante per i prossimi capitoli.
Il protagonista Callum va invece valutato a parte, dal momento che è il solo di cui conosciamo tutti i pensieri e, soprattutto, il grande segreto. Proprio alla luce di quanto scoperto nel finale de “L’anno di ferro”, il rapporto di Call con gli altri personaggi acquisiva un enorme potenziale; potenziale poco sfruttato, rispetto alla relazione con il padre, e per nulla, rispetto a quella con l’amico Aaron.
Come in precedenza, lo stile narrativo si dimostra scorrevole ed immediato, così da rendere apprezzabile il romanzo anche dai ragazzi per i quali è pensato; questo non va però ad inficiare la scelta del lessico, che non è mai banale anzi in diversi casi risulta abbastanza ricercato.
Avevo già accennato in un precedente post come considerassi la serie “Magisterium” un eccellente connubio tra due delle più amate saghe fantasy per ragazzi, ossia quelle di Harry Potter e di Percy Jackson; ciò rende palese una mancanza di originalità di fondo e porta a delle scene “clonate”: l’attacco dell’Automoton, per esempio, ricalca in modo evidente un episodio della pentalogia “Eroi dell’Olimpo”.
Potendo attingere da questi generosi universi fantastici, le autrici hanno anche saputo imparare dagli errori altrui: una mia perplessità riguardo Hogwarts era la mancanza dell’insegnamento di materie normali, come matematica o lettere (dobbiamo pensare che nel mondo magico ci si esprima con un lessico da quinta elementare e non si sappia far di conto?); dal secondo anno, al Magisterium si studiano scienze ed inglese, oltre alla magia.
Ho trovato molto positivo anche il voler fornire una spiegazione più dettagliata e completa su come opera la magia in questo mondo.
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Dolce come il sole attraverso il miele
Due ragazzi che si incontrano sull’autobus della scuola, quando uno rimane in piedi e l’altro è il solo a cedergli il posto, e finiscono inevitabilmente per innamorarsi. Lui è molto legato alla madre, mentre lei ha un padre violento ed è costretta ad andarsene da casa.
Basandomi su questi elementi, mi viene subito da pensare al film “Forrest Gump”, ma queste stesse sequenze si trovano anche in “Eleanor & Park”, romance firmato da Rainbow Rowell che ha per protagonisti due adolescenti degli anni ’80.
A chi conosce un po’ i miei gusti letterari, sembrerà strano sapere che ho letto questo romanzo rosa. E ancor più strano che l’ho davvero apprezzato. Ma, com’era già successo con “Io prima di te” di Jojo Moyes, ritengo i romance godibili se la storia tra i protagonisti non finisce per eclissare tutto il resto, e anzi cede il passo anche agli altri temi e agli altri personaggi.
In questo caso, se già dal titolo possiamo capire su quale coppia si focalizzerà il romanzo, l’autrice ha comunque la capacità di dare il giusto spazio a tutti i personaggi, soprattutto alle famiglie dei due protagonisti, e di affrontare nel modo giusto tematiche molto importanti, non solo per i lettori giovani: razzismo, violenza domestica e bullismo vengono toccati con cognizione e senza scadere nelle classiche banalità.
Conscia di non anticipare nulla ai suoi lettore, la Rowell inizia il volume con un flash forward che mostra un Park disperatamente aggrappato al ricordo di Eleanor. Come anticipato, i ragazzi si incontrano sullo scuolabus, ma fra loro non c’è decisamente nessun colpo di fulmine, anzi in un primo momento quasi si detestano.
Ad avvicinarli sarà la passione per la musica e per i fumetti, e in breve una semplice amicizia si trasformerà in un amore travolgente. Ovviamente troveranno non pochi ostacoli a frapporsi tra loro, in primis i malevoli compagni di scuola che dal primo giorno prendono di mira Eleanor per il suo particolare abbigliamento. I veri problemi arrivano però con i genitori: se quelli di Park dopo un’iniziale esitazione accettano di buon grado la sua nuova ragazza, la situazione a casa di Eleanor è ben più difficile e lei è costretta a tentare in ogni modo di tenere nascosta la storia con Park, tra un padre del tutto assente ed una madre completamente succube del nuovo marito.
La relazione tra Eleanor e Park ovviamente resiste alle avversità, seppur tra alti e bassi, ma ha il difetto di risultare in alcune scene fin troppo stucchevole, specie per l’eccessivo ricorso a frasi poco credibili in bocca a degli adolescenti, anche di qualche decennio fa.
La narrazione è arricchita dalle vivide descrizioni, dall’ottima caratterizzazione dei protagonisti e dagli innumerevoli riferimenti culturali agli anni Ottanta, con i personaggi che citano film, cantanti e fumetti di quell’epoca; riferimenti che chi ha curato l’edizione italiana non ha preso in considerazione vista la scelta di piazzare in copertina delle cuffiette degne dell’ultimo modello di I-Pod.
Dei protagonisti, Park è quello che risulta più vicino al lettore, ma pur provando empatia è abbastanza distaccato da non far troppo emozionare; con Eleanor invece è necessario superare la sua iniziale scontrosità ed imparare a conoscerla, anche nei suoi aspetti più controversi, e alla fine non si può fare a meno di amarla. Tra i personaggi secondari invece, la mia favorita è senza dubbio la madre di Park, capace di esternare con dolce fermezza l’affetto per il figlio.
Il volume si struttura in brevi (a volte brevissimi) capitoli in cui si alternano i POV dei due protagonisti, pur mantenendo la narrazione in terza persona. La lettura è stata molto scorrevole, ma la velocità non è da imputare tanto alla foga di conoscere gli sviluppi della trama quanto all’abbondanza di dialoghi e allo stile davvero scorrevole e capace di parlare di un amore adolescenziale non solo ai giovani.
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Ricordo dolceamaro
Ho più volte sentito definire questa novella come una lettura imprescindibile per il genere dei romanzi storici basati sul periodo della Seconda Guerra Mondiale, e più nel dettaglio dell’Olocausto. Terminata la lettura, posso finalmente dirmi pienamente d’accordo - ora con cognizione di causa.
Pur non brillando particolarmente per lessico o stile, questo volume è senza dubbio una delle maggiori e più forti testimonianze della Storia, e al contempo il racconto di un’amicizia tanto salda da sfidare le convenzioni sociali e lo stesso destino.
A qualcuno sembrerà stonato l’accenno alla testimonianza in un romanzo, ma è sufficiente leggere l’interessante introduzione a cura di Arthur Koestler per intuire più di qualche accenno autobiografico nell’opera di Uhlman.
La novella si concentra principalmente sulla Svevia dei primi anni ’30; in particolare, la storia inizia in un liceo dove Hans, figlio di uno stimato medico ebreo, incontrerà Konradin, erede di una nobile e ricca famiglia ariana.
I due ragazzi sono entrambi solitari e riservati, ma sentiranno subito una forte connessione che li porterà in poco tempo a diventare amici inseparabili, a discapito di ogni pronostico fatto dai loro compagni e, soprattutto, della volontà della famiglia di Konradin che disprezza gli ebrei e dimostra apertamente il proprio supporto al neonato governo nazionalsocialista guidato da Adolf Hitler.
Grazie all’amicizia di Hans, Konradin inizierà a porsi delle domande sulla sua fede, sia religiosa che politica; e se pure all’apparenza si manterrà fermo nei suoi principi originari, al lettore viene concesso di scoprire fino a che punto le parole dell’amico lo abbiano segnato.
Dal canto suo, anche Hans otterrà un importante insegnamento -essere fieri della propria famiglia e non temere il giudizio degli estranei-, ma forse sarà in grado di comprenderlo appieno solo anni più tardi.
Il romanzo ripercorre poi la partenza di Hans per quello che era allora un lido sicuro per gli ebrei europei, gli Stati Uniti, per poi concludersi con il ricongiungimento all’amico, promesso nel titolo.
Data la brevità del libro e il suo focus diretto al rapporto tra Hans e Konradin, ai personaggi secondari viene dato ben poco spazio. Nonostante ciò, il dottor Schwarz riesce a conquistare l’attenzione e l’affetto del lettore, distinguendosi per la fiera appartenenza allo Stato tedesco; e se inizialmente pare essere miope di fronte alle violenze contro gli altri ebrei, poi dimostra la sua lungimiranza. E uno straordinario coraggio.
Tra i due protagonisti invece, ho scoperto a poco a poco di preferire Konradin: sebbene la storia segua sempre il suo POV, Hans si rivela un mero narratore, mentre Konradin gioca un ruolo ben più attivo e affronta una difficile evoluzione, sempre in modo discreto ed onesto.
Per dei protagonisti tanto positivi ed apprezzabili dal lettore, Uhlman introduce una schiera di antagonisti di prim’ordine, a cominciare dagli immancabili bulli a scuola. Ben più pericoloso il ruolo giocato dalla madre di Konradin e dal loro insegnante di storia, deciso ad inculcare nelle giovani menti dei suoi allievi gli ideali di superiorità della razza ariana.
Il volume in sé non è un vero romanzo: per la sua brevità lo si può giustamente considerare una novella, ma più nel dettaglio è una serie di ricordi che il narratore ormai adulto ripercorre con la memoria. Questo si evidenzia maggiormente per la presenza di dettagli chiari solo in alcuni episodi e per la quasi totale assenza di dialoghi.
Come già accennato, l’autore propone uno stile abbastanza semplice; è però importante notare l’attenta scelta dei colori da usare nelle descrizioni. Con questo espediente, l’Uhlman pittore riesce a palesare la propria natura d’artista.
L’elemento che più mi ha affascinato nella novella è sicuramente il ritratto vivido e reale della vita a Stoccarda negli anni ’30, ma soprattutto la speciale percezione di quel momento storico e sociale filtrata attraverso gli occhi a volte ingenui, a volte fin troppo consapevoli, di un adolescente.
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Comprendere la verità per accettarla
Mentre si legge un romanzo è inevitabile esprimere dei giudizi sulla trama o sui personggi ben prima della fine; ma c’è un genere letterario che non si merita affatto una valutazione affrettata, ed è il thriller.
Purtroppo questa volta non sono proprio riuscita ad aspettare e, già dai primi capitoli, mi sono sentita in diritto di emettere sentenze su “La ragazza di Brooklyn”. In particolare, trovavo molto avvincente la trama, ma non riuscivo a comprendere appieno le azioni dei personaggi, e quindi a comprenderne le scelte.
A chi sta leggendo o progetta di leggere questo romanzo, posso consigliare di cuore di arrivare al finale, dove molti interrogativi trovano una risposta del tutto razionale e logica.
La trama viene sviluppata su più livelli, cosicché quando il protagonista (e con lui il lettore) riesce a risolvere un filone dell’indagine subito ne compare uno nuovo, rendendo via via più complesso un intreccio narrativo che, dalla sinossi, si presentava abbastanza semplice.
I misteri presenti nel romanzo, sono principalmente due; sebbene l’autore cerchi di unirli, il collegamento risulta credibile seppur labile.
Il volume segue l’indagine amatoriale di Raphaëll Barthélémy, alla ricerca della compagna, “Anna”, che scoprirà nascondere un passato molto doloroso. Ad affiancare il protagonista, in buona parte della sua investigazione, troviamo l’ex poliziotto Marc. Il romanzo è arricchito dalla presenza di molti altri personaggi che, seppur secondari, sono generalmente ben caratterizzati; in particolare ho apprezzato il giovane e tormentato Maxime Boisseau e la combattiva giornalista Florence Gallo.
Ci sarebbe molto di più da dire sulla trama, ma penso che ognuno dovrebbe scoprire durante la lettura tutti i colpi di scena che il volume ha da offrire. L’unico imperativo da tenere a mente, per comprendere tutti i retroscena del mistero, è che in un caso è sufficiente l’omissione di un piccolo dettaglio da parte di ogni persona coinvolta per rendere impossibile risalire alla verità.
Come già accennato, a tratti ho trovato arduo empatizzare con i protagonisti. Raphaël dimostra un amore quasi cieco verso “Anna”, che lo porta a compiere azioni spesso estreme o improvvise; solo nel suo ultimo capitolo POV, Musso giustifica quanto fatto dal suo protagonista, che per molti aspetti si potrebbe considerare il suo alter ego.
Con Marc la situazione si fa già più complessa, perché sarebbe necessario scindere tra le motivazioni che muovono il personaggio e il suo temperamento: l’autore ce lo presenta come lo stereotipo del poliziotto nei film d’azione americani, anche per quanto riguarda l’aspetto fisico, tanto che neppure la spiegazione finale permette di rivalutarlo del tutto.
Il personaggio meglio strutturato è invece “Anna”, sebbene le siano concessi ben pochi capitoli per illustrare il suo POV al lettore. Il piccolo Théo si aggiudica a mani basse il premio del personaggio peggio scritto: vi basti sapere che, per farci capire quanto sia piccolo, Musso gli fa ripetere sempre le stesse parole, come un Pokémon”
Il romanzo ha una struttura particolare, senza una divisione in capitoli veri e propri; sono presenti dei brevi paragrafi che ogni tanto si concludono con un degno cliffhanger, ma più spesso troncano senza motivo una scena. Il volume è comunque godibile, grazie all’ottima edizione italiana, che presenta delle utili note e una copertina di qualità, seppur flessibile.
Ho apprezzato lo sviluppo adrenalinico della storia, che si articola in una manciata di giorni, con una netta predominanza delle scene d’azione e dei dialoghi. Trovo azzardata invece la scelta di alternare la narrazione in prima persona da più POV a quella in terza persona, con l’aggiunta di alcune scene in cui il narratore infrange la quarta parete per rivolgersi al lettore (“Anna”).
Particolarità del romanzo è l’essere perfettamente calato nel mondo reale e contemporaneo, tanto che mi sono spesso chiesta se alcuni fatti narrati fossero vero.
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Tredici fiabe per crescere una bambina femminista
Quasi quindici anni prima dell’esordio della serie TV “Once Upon a Time”, la Donoghue già anticipava il futuro successo dei retelling fiabeschi e, soprattutto, dell’intreccio tra più fiabe con la raccolta “Il bacio della strega”. Proprio come nel famoso drama statunitense, anche in queste rivisitazioni troviamo dei noti personaggi ricoprire più ruoli, nonché l’incontro tra personaggio presenti in diverse fiabe: i vari racconti risultano così uniti, come se fossero tutti ambientati nel medesimo mondo incantato.
Seppur le storie si mantengano all’apparenza diverse, sono indissolubilmente collegate alle protagoniste stesse; infatti ogni racconto viene narrato in prima persona e, al termine dello stesso, una nuova narratrice viene interpellata e concede alla sua predecessora di ascoltare la storia delle sue origini.
Abbiamo quindi Cenerentola pronta ad ascoltare il racconto della Fata Madrina, o Biancaneve quella della Regina Cattiva. Una particolarità di questa raccolta è infatti la scelta di non limitarsi alle storie delle principesse o delle eroine più convenzionali, ma di aprirsi anche a comprimarie o, perfino, ad antagoniste.
Il comune denominatore delle protagoniste rimane comunque il loro essere delle ragazze e delle donne decise e risolute, affatto pronte ad inchinarsi ad un destino già prestabilito. Nessuna accetta passivamente le scelte altrui o si piega alle convenzioni che vorrebbero le donne pie e pacate compagne.
Il libero arbitrio concesso ai personaggi è l’elemento che nella maggior parte dei casi varia il corso della fiaba classica; in alcune fiabe è presente invece il cambio nel genere di un personaggio, da maschile a femminile, o ancora una diversa ambientazione oppure un punto d’osservazione differente per raccontare le vicende.
Specialmente nell’epilogo, vari racconti virano verso una conclusione dai toni saffici, lì dove prima era presente la più convenzionale delle coppie principe - principessa; non per questo i finali risultano meno lieti, anzi personalmente li ho trovati decisamente più dolci e delicati.
Un particolare che l’autrice ha deciso di mantenere è invece la presenza di molti dettagli a dir poco macabri, dettagli quasi sempre omessi nei Classici Disney, ma che le fiabe popolari come quelli raccolte dai Fratelli Grimm non lesinavano di certo, a dispetto della giovane età del loro “pubblico”.
Questi elementi crudi permettono all’autrice di introdurre, sempre con grande delicatezza e garbo, alcune tematiche particolarmente difficili, come la violenza in famiglia e la malattia mentale,
La raccolta mantiene sempre un forte collegamento con le fiabe che l’hanno ispirata; in particolare, vengono ironizzati alcuni cliché tipici (come la madre della principessa che immancabilmente si ammala e muore lasciando la figlioletta orfana), ma si cerca anche di fornire delle spiegazioni razionali ad eventi “magici” o, semplicemente, inspiegabili.
Da notare come siano state scelte sia fiabe molto famose, sia poco note, inoltre i titoli delle stesse non vengono mai esplicitamente indicati, lasciando al lettore il divertente compito di individuare quali siano.
Questo compito è reso forse più ostico dai racconti stessi che, nella loro brevità, presentano solo gli elementi fondamentali delle fiabe, e in alcuni casi appena vaghi accenni, forse con l’intenzione di non annoiare il lettore riproponendo per intero delle storie in gran parte già conosciute.
Un paio di aspetti collegano infine questo volume al mio caro “Cecità” di José Saramago -sì, mi rendo conto di citarlo continuamente e, temo, a sproposito; in entrambe le opere si adotta il discorso indiretto libero, che in realtà rende un po’ ardua la lettura specie nel capitolo di Gretel per la sua difficoltà ad esprimersi, inoltre i nomi dei personaggi, seppur famosi, non vengono mai menzionati nel testo.
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