Opinione scritta da silvia71

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    18 Ottobre, 2012
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L'altra faccia della vita

Capita a volte che le critiche di segno opposto che si abbattono su un romanzo anziché allontanare il lettore, fungano da richiamo, instillando grande curiosità.
L'incontro con Giordano si è rivelato costruttivo e denso di emozioni.

Queste pagine raccontano storie di vita di estrema durezza, scoperchiando la pentola in cui bollono problemi legati all'adolescenza e allo sviluppo, problemi familiari destinati a minare per sempre l'armonia della casa e della crescita dei più deboli, ossia dei figli, problemi psicologici e patologie fisiche destinati a segnare l'esistenza se non affrontati correttamente.

La penna di Giordano, con grande profondità e lucidità, ritrae il percorso evolutivo dall'infanzia all'età adulta dei due protagonisti, regalandoci un racconto intenso sul piano emotivo e maledettamente realistico.
Siamo al cospetto di due giovani a cui la vita ha imposto prove difficili, sottoponendoli a disagi e sofferenze nell'età in cui dovrebbe prevalere spensieratezza e gioia, nell'età in cui occorre trovare rifugio nel calore di un abbraccio da parte dei genitori.
Anche se gli anni passano le ferite del corpo e del cuore non si cicatrizzano appieno, ma restano sempre là, sbiadite ma latenti, pronte ad aggredirti riportando alla luce i ricordi, i rimorsi, le paure.

I nostri protagonisti si sentono diversi dai coetanei e dal mondo circostante, finendo in uno stato di isolamento ed estraniazione doloroso e irrecuperabile.
Sono due esseri soli, che camminano ogni giorno caricandosi del loro fardello di dolore sulle spalle, forse in cerca di quella comprensione che non hanno mai trovato, forse in cerca di un briciolo di serenità e di normalità, forse in cerca di un affetto sincero e totale.
Ma la ricerca di un cambiamento e di una svolta deve fare i conti con la corazza eretta dalla solitudine nel corso degli anni; un guscio sempre più difficile da rompere, un guscio che toglie la libertà ed impedisce di volare, che attanaglia il cuore e lo inaridisce, un guscio che diventa l'unica certezza conosciuta in cui rifugiarsi.

Il romanzo trasuda umanità e dolore all'ennesima potenza, prestando la voce a tutti coloro che gridano aiuto e facendo entrare il lettore accorto nel mondo buio della diversità.
Quella narrata da Giordano non è una storia sconclusionata e surreale, ma è l'altra faccia della vita, quella meno fortunata, quella meno sorridente, quella meno scanzonata.
Queste pagine sono a ricordarci che anche questa è vita, anche questa è quotidianità.

E' una lettura che segna il cuore, che riesce a trasportarti nel baratro del silenzio e del dolore insieme ai protagonisti, che ti fa percepire l'oscurità della solitudine e del male di vivere.
Un romanzo d'esordio estremamente maturo per la compiutezza del contenuto e per l'alta tensione emotiva sviluppata; un crescendo di sensazioni avviluppante l'anima del lettore, tra momenti di tenerezza, di tristezza e di speranza.

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Racconti di viaggio
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    15 Ottobre, 2012
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Ricordi di viaggio e di vita

Un soggiorno in Cornovaglia dà lo spunto a Chiara Ruggiero per scrivere le sue “memorie di viaggio”.
L'impostazione del racconto, però, evade dallo schema riduttivo di un mero diario, per approdare ad un lavoro più completo, in grado di abbracciare riflessioni sulla vita, sulla voglia di conoscere il mondo, sul rapporto con gli altri e con se stessi.
Si parla di incontri con realtà sociali e ambientali diverse da quelle di casa nostra, di incontri con persone abituate ad altri ritmi di vita; insomma l'autrice ci rammenta il fascino immenso del viaggio e della conoscenza ,grazie a questo, di usi e consuetudini delle popolazioni locali.
Le potenzialità di scoperta ed arricchimento che ti regala “girare per il mondo”sono incomparabili ed i ricordi che ti lasciano queste esperienze si solidificano nella memoria, pronti ad essere visti e rivisti come una pellicola.
In queste pagine traspare tanta emozione e tanta soddisfazione per aver avuto il coraggio di scegliere di sperimentare un soggiorno-lavoro lontano da casa, abbandonandosi alle incognite che una tale esperienza avrebbe potuto avere.
Le descrizioni dei luoghi e dello scorrere dei giorni sono suggestive e capaci di trasmettere al lettore tutto lo stupore, la gioia, la curiosità di colei che scrive.

A prescindere dall'esperienza di viaggio, la componente autobiografica è forte nel corso dell'intero racconto; con molta compostezza l'autrice apre il suo cuore e la sua mente a chi la legge, rendendolo parte di tante sensazioni, sogni, paure,dubbi, scelte.
E' così che le memorie di viaggio si fondono con le riflessioni di una giovane donna; riflessioni e osservazioni acute e ponderate sugli obiettivi raggiunti e ancora da raggiungere, sul valore delle radici e degli affetti, sull'importanza del rapportarsi agli altri ed avere un confronto sereno e costruttivo.

Quella della Ruggiero è una penna fresca e giovane, ma occorre dire che, ad uno stile a tratti ancora acerbo, fa da contraltare un'ottima capacità di raccontare le emozioni e di coinvolgere il pubblico.
E' una lettura piacevole e delicata volta a qualunque fascia di età, in quanto ben si presta ai giovani poiché racconta di un modo di viaggiare ancora poco conosciuto in Italia, ma altrettanto si presta alla lettura di adulti che già abbiano avuto modo di confrontarsi con altre culture in Europa e nel mondo.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    12 Ottobre, 2012
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Passato, presente e futuro

Dopo la lettura de La variante di Luneburg decido di approfondire la conoscenza di Maurensig.
L'uomo scarlatto sicuramente è tra i titoli meno conosciuti, eppure è un romanzo che stupisce per la varietà dei temi concentrati in poche pagine e per le riflessioni a cui obbliga.
Maurensig ci porta a spasso tra le sue righe senza fretta ma arricchendo la posta in gioco sempre più, mettendoci al cospetto di una galleria di personaggi oscuri e problematici di cui fatichiamo a comprendere quale sottile filo li unisca.
Un alone di mistero scende sulla lettura e la pervade fino all'ultimo rigo, destabilizzando e trascinando il pubblico in una sovrapposizione di storie e di verità.
Ogni personaggio entra prepotentemente sulla scena e lentamente si spoglia della maschera impostagli dal destino; un mettersi a nudo che risveglia il passato e lo rapporta al presente, che risveglia la memoria e le ferite.

Con la costruzione di questo intreccio di storie, Maurensig si propone di indagare l'esistenza dell'uomo, andando a scavare nei recessi più intimi e remoti della mente umana e analizzando i perigliosi confini che separano ciò che è reale da ciò che è sogno o fantasia.
Quale il ruolo dell'immaginazione nella vita dell'uomo?
Quale percezione della realtà riesce a raggiungere l'uomo?
Quale influenza possono avere i sogni sulla realtà?
Quanto conta la memoria del passato?
Quesiti complicati, cui l'autore prova a dare risposta mettendo in moto una giostra di situazioni diverse e difficili.

La presenza dell'autore si sente forte tra le righe e le sue riflessioni sono profonde; egli tocca il campo della fede, della filosofia, della psicoanalisi. Riflessioni pertinenti e motivate, mai pesanti oltremisura, anzi equilibrate e ben amalgamate con il tessuto narrativo.
Paolo Maurensig non vuole confezionare “un giallo” o il classico rompicapo alla ricerca di un colpevole; egli utilizza un climax di mistero per catturare l'attenzione del pubblico ma l'intento è quello di costruire un romanzo permeato di osservazioni ed analisi sull'esistenza e sul valore della vita passata, presente e futura.

E' una lettura che richiede impegno e va affrontata senza fretta per poter entrare in sintonia con chi scrive e con la storie raccontate.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    08 Ottobre, 2012
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I sogni di Bruno

Bruno Schulz è un ragazzo polacco assassinato dai nazisti nel 1942.
Il nome di Bruno torna ad essere ricordato dopo tanti anni dalla sua morte, grazie alla pubblicazione del suo libro “ Le botteghe color cannella” , scritti e disegni cui affida il racconto della propria infanzia in un arco temporale che va dalla prima alla seconda guerra mondiale.

Proprio leggendo questo racconto autobiografico unitamente ad altre ricerche storiche, Riccarelli ha elaborato un romanzo sui generis; l'intento dell'autore non è quello di proporre una mera biografia romanzata o meno, né di elaborare un romanzo storico improntato sugli orrori del nazismo.

La storia di Bruno viene tracciata per sommi capi con una penna dal tocco epico, una penna delicata e poetica, pronta a catturare immagini dure e dolorose ma anche a volare sulle ali dell'immaginazione e della fantasia di un bambino prima e di un giovane poi, bisognoso di evadere dal contesto reale e storico in cui è costretto a vivere.
Quello rappresentato è il pensiero di Bruno, giovane talentuoso con la penna ed il pennello; la sua mente vola lontano dalle brutture quotidiane e dalle mura di casa, spaziando in un mondo fatto di colori e di luci, un mondo a misura di bambino.
Da sogni e visioni confortanti si passa alla scontro con la vita vera, le tinte si fanno fosche, l'aria rarefatta, i sorrisi si spengono lentamente finché arriva il buio e la paura.

Tutto passa attraverso gli occhi di Bruno; dalla cerchia dei familiari a dir poco stravaganti alle figure cupe dei gerarchi nazisti, dalle piccole faccende quotidiane alle svolte della storia mondiale.
In queste pagine c'è tutto il candore, l'innocenza e la voglia di vivere dell'infanzia e della giovinezza; c'è lo sbocciare di una vita e c'è l'appassire di una esistenza recisa senza pietà.

Per chi conosce il Riccarelli de “Il dolore perfetto" sarà naturale riscontrare una affinità stilistica e linguistica tra i due lavori; questo è un autore che cammina sempre sulla sottile linea tra realtà e immaginazione, regalandoci personaggi fuori dagli schemi, non esenti da vizi e virtù in quanto esseri umani ma carichi di tutta la tragicità della vita ed immersi in un'aura di vaghezza indefinita ed epica.
I personaggi di Riccarelli fanno sorridere e fanno piangere, sono eroi e vittime, vincitori e vinti, sono cuore e ardore, sono fantasia e realtà.

Una lettura poco conosciuta ma di gran valore.

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Il dolore perfetto Di U. Riccarelli
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    02 Ottobre, 2012
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Genitori e figli

Con questo romanzo la De Vigan ci accompagna in un viaggio nel mondo dell'adolescenza e della famiglia.
I temi trattati sono scottanti e difficili da affrontare.
L'autrice intreccia abilmente storie di adulti e storie di adolescenti, ritraendo famiglie spezzate, famiglie logorate, famiglie cieche ai bisogni dei figli, e al contempo figli perduti, figli soli, figli che gridano aiuto.
Il contenuto del romanzo è toccante e la carta vincente trovo che stia nella scelta di affidare la narrazione alla voce di una tredicenne; una ragazzina agli albori della vita, la cui famiglia sta andando alla deriva.
Come spesso succede a monte di problematiche e disagi giovanili si nascondono situazioni familiari complicate.
Cosa succede quando il nido si sgretola? Quanto conta l'affetto costante e l'affidabilità di una famiglia nella serenità e nello sviluppo di un giovane?
Può crescere in autonomia un adolescente senza una guida, una spalla ?

L'autrice affida a questo romanzo le sue risposte.
Occorre fare alcune considerazioni: anzitutto ribadire che il tema trattato è di notevole interesse ed i pensieri espressi in queste pagine dagli adolescenti sono veraci e molto profondi, in quanto si capta la capacità psicologica di chi scrive di andare a fondo ed entrare nell'animo umano.
Non è un romanzo scritto per un pubblico di adolescenti, ma dalla lettura di determinate analisi psicologiche, sociologiche e talora filosofiche, si comprende come esso si rivolga meglio ad un pubblico di adulti; infatti, si legge tra le righe un messaggio rivolto a coloro che hanno il durissimo “compito di genitori”, affinché cerchino di capire, seguire e proteggere i propri figli, nonostante le problematiche della vita o di coppia.

Un neo c'è e consiste nella chiusura frettolosa del romanzo; davvero troppo veloce l'epilogo, quasi privo di senso. Peccato perché si insinua nel lettore una insoddisfazione che rischia di danneggiare l'ottimo lavoro svolto dall'autrice. Qualche pagina in più per completare l'evoluzione della storia dei protagonisti, avrebbe giovato a questo brillante romanzo.

Una lettura amara e dolorosa ma tremendamente vera.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    26 Settembre, 2012
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Gelo tra le mura di casa

Il gatto è un romanzo che appartiene alla produzione cosiddetta “non Maigret”.
Simenon è stupefacente nella sua capacità di mettere in scena il dramma esistenziale che va a minare la vita di coppia di due attempati coniugi: lui, lei, un gatto e un pappagallo.
Questi sono gli ingredienti per sfornare un lavoro per palati fini.

Una vecchia coppia unita da un odio e da un rancore soffocante divide un appartamento solamente per convenienza e per salvare le apparenze; tra queste mura grigie e tetre, come a rispecchiare l'anima dei due, si combatte una guerra giornaliera.
Possono due esseri umani che in passato si sono scelti, raggiungere un livello di astiosità e disprezzo tale da meditare le peggiori nefandezze nei confronti del compagno?
Può l'animo umano abbassarsi a tal grado di bruttezza e bassezza morale, se esasperato o pentito delle proprie scelte?
Simenon fornisce la risposta con questo racconto a tratti triste a tratti quasi esilarante, capace di calare il lettore nel clima greve e irrespirabile di quella casa.
Claustrofobia, indignazione, sconcerto sono le sensazioni che emotivamente ti accompagnano lungo il percorso, obbligandoti a riflettere sull'uomo e sulla donna in questione; se al principio senti la necessità di analizzare le ragioni dell'uno o dell'altra, alla fine comprendi che lo scopo dell'autore è altro.
Per comprendere appieno il messaggio di Simenon, bisogna avere la forza di astrarre da queste immagini e seguirlo nella sua opera di “svestizione” dell'uomo; egli ci insegna a guardare dentro le persone per trovare istinti e sensazioni che esistono in ciascuno, pronti ad emergere all'occorrenza in base agli accadimenti della vita.
Quello rappresentato è il mondo degli istinti naturali e primari dell'uomo che emerge quando la maschera cade; è un'esplosione da cui scaturiscono le verità più crude e dolorose, insieme ad un estremo bisogno di libertà e di poter ritrovare se stessi.
Una girandola di odio, insoddisfazione, cattiveria, vendetta ma anche passione, perdono, solitudine.

Le pagine di Simenon si bevono come un bicchier d'acqua, grazie ad uno stile nitido e fluido come pochi, tuttavia riescono a lasciare un sapore amaro e graffiante all'ennesima potenza.


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Storia e biografie
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    17 Settembre, 2012
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Alla scoperta di Nerone

Dopo aver scoperto e apprezzato Gervaso come biografo con La monaca di Monza, decido di affrontare il suo lavoro su Nerone.

Nerone, personaggio conosciuto da chiunque, almeno in quanto a fama, forse un punto fermo nella memoria scolastica di ognuno di noi.
Accusato, vituperato, demonizzato.
Chi fu veramente l'uomo Nerone? E' possibile ricostruire la sua vita e la sua personalità con un minimo di veridicità? A quali fonti è ricorsa la storia per tracciare il suo profilo e per tramandarlo?

Il lavoro del biografo è arduo e non privo di pericoli; Gervaso ne è consapevole e si avvicina al personaggio in punta di piedi, soppesando tutte le fonti con ponderazione e onestà intellettuale, evitando di schierarsi tra chi condanna e chi assolve, mantenendo equilibrio di giudizio poiché conscio delle alterazioni subite dalle “verità” nel corso dei secoli, per mano di opinionisti faziosi, a partire proprio da quelli che furono i primi biografi dell'imperatore, ossia Tacito e Svetonio.

E' veramente interessante e apprezzabile il metodo utilizzato da Gervaso per raccontare un pezzo di storia oramai così lontana nel tempo.
L'autore non impone mai al pubblico il suo punto di vista , ma lo prende per mano e lo accompagna lungo un cammino, al termine del quale ciascuno matura una propria opinione sul personaggio.
Questa biografia non vuole avere la presunzione di scovare le verità non dette e dare la caccia agli scoop storici, si propone semplicemente di avvicinarsi all'imperatore approfondendone le gesta , sfrondando le “chiacchiere” dei detrattori e le manipolazioni storiografiche, che tanto contribuirono a dipingere Nerone solo con tratti foschi.
Sicuramente non fu un esempio di candore, ma probabilmente neppure il mostro crudele che certa storiografia afferma; per rimanere oggettivi, Gervaso sottolinea sovente la necessità di osservare la vita di Nerone senza scinderla da un'analisi del periodo in cui visse, dalle lotte politiche, dagli intrighi e dalle consuetudini dell'epoca.

La narrazione in taluni punti diventa analitica e puntuale, senza tuttavia divenire mai oltremodo pesante; anzi la disamina attenta delle fonti sottesa alla stesura del lavoro, ci regala una lettura ricca di fatti ed eventi che sfuggono ad una conoscenza puramente scolastica di Nerone.
Nel complesso è un lavoro che si presta ad essere letto non solo dagli appassionati del genere, ma anche da altri target di lettori in quanto non richiede l'impegno di un saggio.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    11 Settembre, 2012
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Un mare che divide e unisce

Un mare, due realtà.
E' la dura realtà dei profughi, orfani della propria terra, mossi da disperazione o da desiderio di approdare ad una vita diversa, pronti ad affrontare un mare carico di incognite.
E' la dura realtà di chi in quella terra meta di approdo, ci è nato e ci vive ogni giorno.
Il racconto che ci regala la Pierangelini, coglie l'attimo in cui queste realtà si incontrano e si scontrano, coglie il mal di vivere degli uni e degli altri.

Questo romanzo è un affresco maledettamente verace di terre e di genti; fa affiorare alle narici del lettore i profumi ed i colori della nostra Sicilia e della calda e speziata Tunisia, ci coccola con immagini suggestive e ci frusta con situazioni drammatiche, ci fa incontrare uomini e donne in lotta con la vita e col destino.
Una schiera di personaggi ottimamente disegnati, capaci di rendere la narrazione accattivante e profonda sul piano psicologico; i timori, gli errori, le speranze, le delusioni sembrano costituire un comune denominatore per questi uomini.
E' un riuscitissimo ritratto dell'Italia di oggi, di un paese in cui si ritrovano a convivere culture diverse, ma un paese che non sempre è pronto a gestire l'integrazione, ad abbandonare idee preconcette; anzi, talvolta è facile riscontrare un'atavica ipocrisia e la paura di confrontarsi con la “diversità”, sia essa culturale sia essa fisica.

E' un romanzo per riflettere su temi scottanti come quello dell'immigrazione e dell'emarginazione sociale destinata a colpire non solo il profugo ma qualsiasi essere umano, la cui colpa può essere quella di avere problemi economici, familiari o di salute.

Quello della Pierangelini è un narrare vellutato e poetico, fatto di immagini e di sensazioni, corroborato da un uso della parola magico e intenso; è un'autrice che scava nel profondo del cuore e della mente del suo personaggio, che sa infondere grazia e forza all'unisono, che ci trasmette il suo punto di vista con compostezza ma non senza vigore.
La penna della Pierangelini è splendidamente matura, dando prova di possedere uno stile del tutto personale, in cui la prosa riesce a toccare elevatissime note, dolci e aspre, sognanti e reali.
E' proprio il caso di dire che il tocco soave delle parole incontrandosi con la durezza delle immagini
dà vita ad un'esplosione narrativa godibile e interessante, seppur amara e dolorosa.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    06 Settembre, 2012
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In viaggio con Marcel

Come definire “Il treno”?
Sicuramente un racconto forte e controverso che si presta ad una ridda di interpretazioni.
La storia del signor Marcel Feron ti incolla alle pagine, ti scuote, ti destabilizza, ti costringe a pensare se tutto ciò che Simenon ti sta raccontando sia possibile.
Marcel, giocoforza si attira il ripudio del lettore in quanto la sua condotta non è esattamente un esempio di onestà e rispetto verso la propria famiglia; un uomo che nel giro di poche ore riesce a fare tabula rasa della propria vita, scrollandosi di dosso tutte le responsabilità e cancellando gli affetti che dovrebbe avere più cari.
Simenon con una naturalezza fuori dal comune propone al lettore una situazione al limite della realtà; ma è possibile che un profugo in tempo di guerra anziché salvare la pelle propria e dei familiari riesca a farsi sopraffare da cotanta passione travolgente e accecante?

Sta al lettore trovare una risposta e capire chi sia veramente quest'uomo: è un essere meschino e arido o si cela altro sotto le vesti di questo personaggio?
Marcel non puoi amarlo, ma puoi provare a comprenderlo; sta tutto qua lo sforzo che Simenon chiede al lettore. Uno sforzo complicato che richiede pazienza e nessuna fretta di giungere a conclusioni e giudizi, bensì un cammino lento insieme al personaggio per provare a coglierne l'essenza dalla sua lunga confessione.
Indovinata e vincente la scelta di fare parlare Marcel in prima persona; questo è un uomo che parola dopo parola si mette a nudo, schietto, verace, senza cercare giustificazioni del proprio agire.
Siamo al cospetto di un uomo consapevole delle proprie azioni e del giudizio maturato dalla gente nei suoi confronti; ebbene, Marcel non ci sta ad essere tacciato solo per scialbo, inetto e metodico, da tutti coloro che lo conoscono. Marcel almeno una volta nella vita vuole dimostrare di avere ardore, di essere capace di provare passione, di tenere le redini del gioco.
Non chiede altro: non chiede scusa, non chiede comprensione.
Marcel ha voluto rompere il guscio che lo avvolgeva da sempre.

E' una lettura dal ritmo incalzante, capace di provocare sensazioni contrastanti, dubbi, disorientamento, riprovazione, stupore, incredulità.
La penna di Simenon è paragonabile ad un pennello; vola leggera sulle pagine e dipinge una tela meravigliosa, cogliendo gli ambienti in modo mirabile nei loro colori e profumi, ritraendo l'uomo con tocchi incisivi tanto da materializzarlo. Una scrittura che fotografa, che immortala l'essenza di luoghi e persone regalando un affresco stupendo e vivido al pubblico.

Questo è l'uomo rappresentato da Simenon, un essere in cui convivono sentimenti opposti, un essere con più volti, un essere imprevedibile, un essere capace di fare un tuffo nell'immoralità senza provare rimorsi.
Senza dubbio un piccolo gioiello letterario.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    21 Agosto, 2012
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Infanzia rubata

Cosa fu la reclusione nei campi di sterminio?
Violenza, malattie, fame, morte?
Certamente per la maggior parte di questi inermi esseri umani significò la fine, ma per i sopravvissuti fu solamente l'inizio di un calvario psicologico eterno.

Titti Marrone raccoglie la testimonianza bruciante e commovente rilasciatale da due sorelle scampate alla furia bestiale dei nazisti.
La storia di queste due bambine prima all'interno del campo separate dalla madre, e poi una volta liberate, trovatesi ad affrontare il lungo percorso della riabilitazione sociale e psicologica, è la storia di una infanzia spezzata.
Le ferite cagionate dalla criminalità nazista non furono solo quelle fisiche, ben più profonde e indelebili furono quelle dell'anima; ferite queste che pur con tutta la cura e l'amore possibile, non si rimarginano, ma restano nell'io più profondo pronte ad aggredire come mostri in qualsiasi istante.

Cosa significa strappare un bambino dall'amore della famiglia, dalla spensieratezza dei giochi, da una vita fatta solo di colori e sorrisi, una vita che ancora deve sbocciare?
Il vocabolario di un bambino non concepisce ancora i termini cruenti e dolorosi, non potrebbe mai afferrare il significato di tanto odio e di situazioni abominevoli.
L'infanzia è il tempo dei perché e della curiosità della scoperta: ma come ci raccontano le sorelle, una volta sradicati dalla normale vita di bimbi e catapultati in quel mondo infernale, non esistono più “perché” sulle labbra, cade un silenzio di ghiaccio che pone termine alle gioie di quell'età.
In quelle condizioni, è meglio non fare più domande, meglio non sapere.

Questa testimonianza corre su un doppio binario, ripercorrendo i traumi subiti dai figli ma ricordando anche quelli delle madri. Madri separate forzatamente dai propri piccoli, consapevoli della brutale condizione in cui essi verranno a trovarsi da soli e del non potere nulla per proteggerli; questo è un peso che annienta ed è solo l'inizio di un baratro che spezzerà per sempre la normalità di un rapporto.
Alle famiglie che ebbero la fortuna di riabbracciarsi, attese un lungo cammino per tentare di ristabilire l'agognata “normalità”, ricostruendo i legami e provando a credere di nuovo nell'amore.
E i genitori che non si ricongiunsero più ai figli?
Questo libro dedica delle pagine splendide e intense al ricordo di una madre che non seppe più nulla della sorte del figlio per anni, apprendendola solamente dopo decenni di vana speranza; una donna colta nella pienezza del proprio dolore vissuto con dignità, una vita passata a masticare lacrime amare mantenendo sempre accesa una luce nel cuore così forte da respingere anche l'evidenza delle prove fornitele sulla crudele e barbara morte inferta al sangue del suo sangue.

A tratti è un racconto spiazzante e crudo che fotografa la bestialità e le nefandezze dell'uomo senza veli e senza scomodare ideologie di qualsiasi sorta.
Qui si parla solo di esseri umani e di un dolore sconfinato e difficilmente immaginabile.
Qui ci si commuove e si esplode di rabbia.

Ottima ed efficace la penna della Marrone, capace di rendere il racconto fluido senza privarlo di intensità e pathos, armonioso e ben strutturato visto il difficile compito di cucire i pezzi della memoria delle diverse voci narranti.

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Romanzi autobiografici
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    18 Agosto, 2012
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Ricordi di famiglia

Questo lavoro nasce da una rilettura dei diari che la madre dell'autrice tenne durante gli anni di permanenza in Giappone; questa terra così lontana ed immersa in una cultura distante da quella occidentale, ospitò per un lungo periodo la famiglia Maraini.
E' un racconto straordinariamente intimo, in cui l'autrice ripercorre con la miglior carica narrativa, la storia di questa giovane coppia di sposi, quali furono i suoi genitori, decisi a lasciare l'Italia per avventurarsi in oriente, muniti solamente dell'amore che li univa e mossi da spirito di avventura e interessi di studio.
L'impressione è quella di sfogliare un vecchissimo album in bianco e nero; c'è una madre dolcissima e premurosa che alleva le sue figlie con cura e dedizione adattandosi ai nuovi ritmi di vita del paese ospite, c'è una bambina che vive un'infanzia felice comprendendo fin da piccina il valore dell'integrazione.
C'è tanto di personale e nostalgico tra queste righe ma narrato con compostezza senza scadere mai nel mellifluo; anzi la bellezza del romanzo sta tutta nella capacità della Maraini di trascendere dalle vicende familiari per parlare di vita, di senso di protezione materno, di amore tra sorelle, di legami, di cambiamenti, di interazione tra mondi differenti.

Quello di Dacia è un viaggio nel passato per riassaporare la dolcezza di una infanzia vissuta nell' affetto e piena di stimoli; stimoli che hanno contribuito a fare di lei la donna e l'artista di oggi.
Affascinante questa analisi delle proprio vissuto per comprendere il proprio essere al presente.

Un romanzo sui generis, che giocoforza si stacca dal filone narrativo consueto, ma carico di energia e segnato da quella profondità emotiva e di sentimenti che la penna della Maraini sa raggiungere.
Famiglia, infanzia, abitudini e scelte, formano dei tasselli indelebili nel ricordo e nell'animo di ciascuno; il messaggio dell'autrice vola su queste pagine con leggerezza e forza insieme.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    16 Agosto, 2012
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Storia di un peccato

Chi fu veramente la monaca di Monza e quali i reali connotati della peccaminosa vicenda che la vide protagonista?
Gervaso ricostruisce la vita di questa donna utilizzando le fonti dell'epoca e successive, scremando le opinioni più faziose e le maldicenze gratuite, regalandoci così un lavoro di valore sul piano storico.

Sicuramente la storia d'amore tra Virginia e Gian Paolo nei secoli è divenuta simbolo per antonomasia di scandalo e di peccato, anche se i vituperati amanti non rappresentarono certo l'eccezione per l'epoca in cui vissero; siamo a cavallo tra il XVI e il XVII secolo,un'epoca in cui il malcostume all'interno dei conventi e dei monasteri era assai diffuso, dove i piacere terreni convivevano spesso assieme ai voti di fede.

Gervaso è abilissimo nel trasportare il lettore nelle pieghe di un periodo buio e complesso, dove la vita monacale è imposta alla figlie in modo brutale e senza possibilità di appello, dove la vita all'interno di un convento può divenire pericolosa e alienante.
L'autore ci offre una visione talmente realistica che durante la lettura, le pareti umide e buie di quelle celle ci tolgono il respiro e riusciamo a comprendere come la reclusione di una monaca potesse sfociare in gesti folli e sconsiderati.
Questo è un mondo senza luce, senza speranze, senza futuro.
Questo è un mondo governato da odio, invidie, livore.
Questo non sempre fu il mondo della fede e della pace.

Il racconto che ci offre Gervaso è esauriente e accattivante, supportato da un intenso lavoro di ricerca bibliografica; mediando tra le fonti e scartando le più estremiste, egli ci fornisce un ritratto di Virginia onesto e genuino, altamente veritiero e carico di un'umanità di cui questa donna era stata privata da certi biografi.
Virginia donna e monaca, innamorata e passionale, demotivata e annoiata, sincera e bugiarda, lucida e folle; tanti aggettivi che concorrono a dipingere il volto di questa donna destinata ad assurgere a modello di peccatrice di tutti i tempi.

Il valore aggiunto di questa lettura sta nel linguaggio utilizzato dall'autore; un italiano curato e ricco di vocaboli dotti e ricercati, un italiano lontano dalla estrema modernità di cui è permeata oggi anche larga parte della letteratura.
Gervaso è un amante dell'aggettivo e dell'avverbio, di cui riesce a farne un uso da vero prestigiatore della parola; insomma, alla completezza e vivacità del racconto si accompagna una rara bellezza espositiva.

Un romanzo veramente interessante, che contribuisce a diradare le nebbie intorno alla figura di una monaca divenuta emblema di una storia che amalgama elementi esplosivi quali sesso, fede e sangue.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    09 Agosto, 2012
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Il destino di Santiago

Cosa succede quando la penna di Marquez prende in prestito una storia di cronaca nera e la racconta al suo pubblico ?
Ne nasce un romanzo tremendamente intenso, dove i colori, i profumi ed i sapori del Caribe abbracciano un microcosmo reale e magico al tempo stesso, teatro di una vicenda tragica e dolorosa, in cui le tinte fosche sfumano man mano nei colori sfaccettati e cangianti dell'allegoria.

L'omicidio di un uomo innocente viene premeditato con lucidità e senza veli; in paese sembrano saperlo tutti, tranne il diretto interessato. Nessuno alza un dito, nessuno dice una parola, nessuno si oppone; siamo al cospetto di un cieco destino o ad un episodio di follia collettiva?
Comprendiamo presto che l'intento di Marquez è quello di astrarre dal puro caso di cronaca per raccontarci la sua visione del mondo e della vita.
La vita è passione, onore, orgoglio, felicità, vigore, ma anche dolore, incomprensione, fatica, morte.
Il confine tra il bene e il male, tra giustizia e ingiustizia è sottile e talora sottratto alla volontà dell'uomo; anzi spesso l'uomo rischia di trovarsi in balia della sorte, cadendo vittima inerme di un fato avverso.
Parole taciute, azioni non compiute, luoghi sbagliati possono determinare il destino di un uomo.

Un romanzo straordinario, in cui l'autore coniuga la brevità del racconto ad una carica narrativa irresistibile; la storia si intreccia e si complica sfociando in un vortice di punti di vista, di opinioni discordanti, di testimonianze che tengono il lettore sulle spine fino alla chiusura.
Il lettore è interdetto e allibito di fronte a questo spaccato di umanità, che Marquez dipinge magistralmente, mescolando la serietà all'ironia, la disperazione alla serenità come solo lui riesce a fare.
Ancora un racconto dominato dai contrasti: l'amenità dei luoghi con il loro scorrere lento della vita, diviene teatro di un gesto turpe e sconsiderato, dettato da una furia cieca.
Il contrasto più stridente sembra nascere dall'epilogo: quando oramai il pubblico pensa di aver compreso la causa di questa morte, l'autore riesce a far vacillare ogni certezza.
Quale mano ha ucciso veramente Santiago?
La vendetta, l'omertà, l'ignoranza? O semplicemente il fato?

E' insito nella natura umana cercare dei punti fermi e delle risposte, ma non è sempre dato trovarne.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    01 Agosto, 2012
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Una figura enigmatica

Davvero felice il mio primo incontro letterario con Festorazzi, autore e giornalista cultore della storia del nostro paese, ancora poco conosciuto nonostante i numerosi lavori pubblicati.
Il libro in questione fonde meravigliosamente bene le caratteristiche del saggio con quelle del romanzo storico-biografico, impresa tutt'altro che semplice, anzi talvolta rischiosa.

La proposta dell'autore consiste nell'avvicinare il lettore ad una conoscenza realistica e genuina della signora Petacci, una delle figure più enigmatiche dell'ultimo secolo.
Claretta, chi fu veramente costei ?
Una scaltra arrivista o semplicemente una donna innamorata?
Quanta parte giocò l'interesse personale e l'ambizione e quanto l'affetto sincero per il Duce ?
Quale ruolo attribuirle nelle dinamiche politiche e finanziarie del regime?

Quesiti ardui, su cui la storiografia intera di destra e di sinistra si è interrogata per decenni, sfornando le teorie più disparate.
Festorazzi ricostruisce la vita della donna, avvalendosi della documentazione conservata presso l'Archivio generale dello Stato, desecretata recentemente e consultabile liberamente.
Interi brani della corrispondenza privata tra i due amanti vengono riportati fedelmente dall'autore e amalgamati insieme ad ulteriori elementi ottenuti attraverso un minuzioso lavoro di ricerca bibliografica, documentaristica e giornalistica ( di notevole interesse l'intervista che la figlia illegittima del Duce, Elena Curti, ha rilasciato all'autore).
Ne nasce un lavoro esauriente, interessante e intrigante al tempo stesso, ricco di particolari privati e personali ad oggi sconosciuti.
Festorazzi riesce a dare corpo ad una narrazione incisiva, che provoca sensazioni forti nel lettore e travolge inevitabilmente come solo le voci “ vere” dei protagonisti possono fare; ciò che emerge da queste voci lontane è forza, passione, ardore, ma anche rabbia, timore, ossessione, intrigo, malessere.
Insomma un groviglio di sentimenti difficilmente decifrabile, una storia complessa forse intessuta di amore, tuttavia non priva di interessi politici ed economici.

Il merito di Festorazzi sta nel fornire al lettore gli strumenti per potersi fare una idea propria degli eventi e dei protagonisti, esimendosi da valutazioni di parte e considerazioni personali; un metodo oggettivo e onesto di raccontare la storia e di ricostruire la vita di personaggi controversi e discussi.
Questo è un libro in cui parlano direttamente i fatti dell'epoca, senza orpelli e senza interpretazioni, ma non pensiate che la neutralità dell'autore porti a smorzare l'intensità di queste pagine; al contrario, l'importanza dei temi trattati è abbagliante e incatena alla lettura fino all'ultima riga.

Ci terrei a spendere qualche parola in merito alle lettere d'amore di Claretta per il suo Ben; le trovo stupende, trasudano amore ad ogni rigo, un amore ed un linguaggio d'altri tempi, parole dimenticate dalle generazioni moderne, parole sconosciute al “vocabolario affettivo” dei nostri tempi; tempi di fugaci sms ed abbreviazioni, tempi in cui domina la fretta e la mancanza di tempo, tempi in cui pochissime persone prendono la penna in mano per scrivere lettere d'amore all'amato/a.
A prescindere da una valutazione oggettiva sulle reali intenzioni e sentimenti della Petacci, la lettura di questi scritti originali mi ha trasportato in un'altra epoca, un'epoca in cui si sognava e si faceva sognare mediante l'utilizzo della parola.

Un'opera veramente gradevole e di buon spessore di cui consiglio la lettura.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    30 Luglio, 2012
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Ottimo esordio

Ancora un romanzo storico dedicato alla caduta di Mussolini, ancora un romanzo dedicato ad un momento complesso e difficile del Novecento.
Cominciamo subito col dire che le carte vincenti di questo scritto stanno nel taglio particolare dato al racconto e dalla buona levatura stilistica.
L'intento di Battista, autore esordiente in campo prettamente letterario, non è quello di scrivere l'ennesimo romanzo storico sul fascismo, bensì di andare alla ricerca delle cause vere che portarono alla caduta del duce nell'estate del '43.
Un punto piuttosto oscuro e ancora poco chiaro della storia, trattato spesso in modo superficiale dalla storiografia o tramandato contaminato da manipolazioni ed interpretazioni di parte.

L'autore si avvale di documentazione originale dell'epoca, scritture private, cablogrammi, dispacci, inserendoli nelle maglie del suo racconto, raggiungendo una fusione armoniosa e ben legata tra le testimonianze storiche e le parti narrate e rielaborate anche mediante l'utilizzo del dialogo diretto tra i protagonisti.
Ne nasce una lettura di straordinario interesse storico, illuminante, capace di addentrarsi nelle pieghe più oscure dei complotti, dei conflitti di interesse, degli egoismi, delle ambizioni di una classe politica nazionale e internazionale, chiamata a gestire un periodo bellico tra i più cruenti.
Il taglio particolare e originale del romanzo sta proprio nel fatto di voler affrontare la storia facendo parlare i protagonisti; Battista presta la sua penna per dare loro la voce ma rimane fuori campo, astenendosi da qualsiasi tipo di giudizio, evitando opinioni personali sia dirette sia calate tra le righe. Un grande pregio questo, un modo onesto e intelligente per avvicinare il pubblico alla storia, per coinvolgere solamente attraverso l'utilizzo delle notizie e dei fatti.

E' un romanzo intenso che ci trascina indietro nel tempo, che ci parla di guerra e di uomini, di civili e di soldati, di classe politica, di gente comune che muore ogni giorno e che perde gli affetti per una guerra che non ha voluto ma con cui deve fare i conti.
Non solo un romanzo che ruota attorno alle vicende del Duce quindi, ma un romanzo che vuole trasmetterci il peso e la sofferenza della guerra, perchè la guerra fu di tutti.

Benvenuto ad Adelchi Battista sul panorama letterario italiano.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    06 Luglio, 2012
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Ritratto di famiglia

La celebre e vituperata famiglia Borgia è stata fonte di ispirazione per numerosi romanzieri storici e biografi; tanti i tentativi letterari per svelarne i segreti e catturarne le verità.
Anche la Kalogridis si imbarca nell'impresa non facile di dare un volto ai componenti di questa famiglia, di scavare nelle loro vite per portare alla luce uno spaccato della nostra storia.

Considerato il tema pluritrattato, il rischio è quello di raccontare aspetti e vicende già note; l'autrice supera egregiamente la prova, incentrando la sua trama su aspetti meno conosciuti, dando ampio spazio ai rapporti tra le famiglie Borgia e Aragona e affidando il racconto alla voce della giovane Sancia, anello di fusione tra i due casati.
Buona la caratterizzazione dei personaggi e la loro collocazione storica all'interno di una società governata da norme e consuetudini ferree; una società divorata da intrighi e corruzione, immoralità e ipocrisie, sregolatezza ed egoismi, alleanze e complotti.
Un mondo dove la vita non vale nulla, dove si arriva all'assassinio di un fratello solo per brama di potere; un mondo dove i legami familiari non impediscono odiosi atti di abuso e incesto;
un mondo dove le cariche religiose assurgono a trampolino di lancio verso il potere politico.
Questo è il XV secolo.
Questa è la rappresentazione che la Kalogridis fa' di un'epoca complessa e avvolta tutt'oggi in un certo alone di mistero e di segreti taciuti.

Dovendo esprimere un giudizio complessivo sul romanzo, occorre fare alcune precisazioni.
Questo è un libro che parla di storia in maniera semplice, essendo figlio di un'autrice che predilige la narrazione romanzata scandita da un ritmo veloce e da un vocabolario adatto anche ad un pubblico non avvezzo a letture di stampo storico o saggistico. La Kalogridis utilizza una forma stilistica alquanto moderna e lineare, dominata da dialoghi diretti tra i personaggi, per avvicinarli al lettore, anzi per catturare l'attenzione e la curiosità di quest'ultimo.
Di contro, un pubblico abituato a leggere romanzi storici di spessore a livello contenutistico e stilistico, apprezzerà molto meno la performance dell'autrice; seppure documentata e studiata, tuttavia la ricostruzione storica che funge da sfondo al racconto rimane abbastanza superficiale sul piano politico e storiografico, senza pretese di dettaglio e statistica. Altra nota dolente è il tono eccessivamente “rosa” che assumono taluni dialoghi tra i protagonisti; si scivola a tratti nel mieloso, denotando un certo interesse a stuzzicare il lettore con particolari piccanti del tutto fuori luogo in un genere narrativo che voglia ambire ad assumere una pertinente valenza storica.

Ora, tenuto conto delle suddette caratteristiche del romanzo, rimane apprezzabile il tentativo della Kalogridis di avvicinare i lettori alla storia e raccontare usi e costumi di un'epoca lontana, con toni leggeri e frizzanti; insomma una discreta e vivace passeggiata nei corridoi delle corti rinascimentali.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    28 Giugno, 2012
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Il senso dell'elefante

Ancora una volta Marco Missiroli non delude il suo pubblico, anzi, egli conferma le sue doti di scrittore di talento e qualità, proponendo una storia complicata, una storia che trabocca di dolore ma anche di amore.
Questo è un romanzo forte, a tratti crudo, ma di una intensità veramente rara.
Padri e figli, madri e figli; legami fragili in balia degli eventi della vita, sottoposti alle complicazioni del vivere quotidiano. Rapporti interrotti e scelte obbligate possono portare ad un bivio e dettare incisivi cambiamenti nella vita affettiva.
Eppoi l'amore e la cura verso il prossimo, elargiti in modo incondizionato a prescindere dai legami di sangue.
Può il tempo e la lontananza spezzare l'unione tra un padre e un figlio?
Fino a che punto può arrivare la dedizione di un padre per il proprio figlio, fino a che punto può arrivare il senso di protezione o lo spirito di sacrificio di un genitore?
La risposta di Missiroli è contenuta in queste pagine stupende; egli è in grado di destabilizzarci, di commuoverci, di stupirci.
La storia che ci racconta è amara e tagliente, è una storia che grida la solitudine dell'uomo, ma anche il bisogno disperato di amore e di calore, il bisogno di approdare ad un porto sicuro, il bisogno di regolare i conti con gli errori del passato.

Lo stile di questo giovane autore è originale e avvincente; a cominciare dalla sua penna essenziale che con rapidi e incisivi tocchi riesce a delineare il suo personaggio, creando uomini e donne colti nella pienezza delle loro emozioni e nella quotidianità dei loro gesti.
La definirei una narrazione per immagini, una narrazione che pur utilizzando poche parole riesce a fotografare l'attimo in maniera nitida e con una profondità toccante.

Missiroli fa parlare i cuori, bandisce le ipocrisie e da' voce alle verità nascoste e a quelle più scomode, toccando temi scottanti e poco graditi alla società di ieri come di oggi.
Una componente delle sue storie di vita è il passato, che si alterna sulla scena col presente, intrecciandosi ad esso e divenendo il luogo in cui cercare l'origine delle situazioni e dei misteri attuali. Un passato avvolto spesso in un alone da fiaba, volutamente dipinto con un pizzico di magia e di surrealtà, animato da colori e profumi oppure sobriamente in bianco e nero; un passato che tra le pieghe dei ricordi racchiude il senso delle gioie o delle sofferenze del presente.

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Il buio addosso
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    21 Giugno, 2012
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Limbo

Limbo è l'ultima vincente pubblicazione della Mazzucco.
L'autrice abbandona il suo genere prediletto, ossia il romanzo storico e affine, per raccontarci una splendida storia di estrema attualità.
In queste pagine si intrecciano le vite di un uomo e di una donna; due vite complicate, due anime ferite seppur in modo differente, due anime perdute che tentano di ritrovare se stesse.
Le tematiche in gioco sono numerose e ben amalgamate tanto da incatenare il lettore a questa storia veritiera, toccante e profonda, dove il romanzo lascia il campo ad immagini suggestive e maledettamente contemporanee, come la missione italiana in Afghanistan.
La Mazzucco ha l'incredibile capacità di entrare nella storia, di entrare nel personaggio e farlo vivere al lettore in modo totale e intenso; ecco, allora, che la storia di Manuela, giovane donna soldato, ci porta tra le sabbie infuocate dei deserti afghani, nelle tende del nostro contingente, nei cuori dei nostri giovani, fino a percepirne gli ideali, la forza e le diverse motivazioni personali, ma anche la paura ed il senso di precarietà.

Il tema della guerra non vuole essere totalizzante, ma è una delle componenti di questo romanzo che da' largo spazio anche ai problemi legati alla famiglia e alla destabilizzazione dell'uomo.
Questa è anche una storia di legami, di affetti perduti, di emozioni ritrovate, di persone a cui la vita ha interrotto un cammino sereno, di persone che cercano di dare un senso alla propria esistenza.
Ecco allora il limbo, quello spazio temporale in cui l'uomo vaga alla ricerca di sé, di valori cui ancorarsi, di amore, di comprensione, di realizzazione; insomma una marcia lenta, difficile, talora scoraggiante, verso un porto sicuro.
Limbo, inteso come condizione temporanea da cui si riesce ad evadere oppure come condizione eterna che ti inghiotte e ti incatena.

Reputo la Mazzucco una delle migliori narratrici dell'attuale panorama italiano; la sua penna corposa e avvolgente cattura e trascina nella storia, scava nell'anima del suo personaggio raggiungendo un livello di completezza e profondità fuori dal comune.
Notevole la capacità di elaborare sentimenti e sensazioni, di far parlare il cuore dell'uomo senza banalizzare o scivolare nel mellifluo.

E' una lettura gradevolissima seppur amara, ricca di spunti di riflessione sull'esistenza, sulla ricerca di quella giusta collocazione nel mondo a cui ciascuno ambisce e sulle ferite più insidiose, ossia quelle dell'anima.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    11 Giugno, 2012
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Un tuffo nel passato

Per poter cogliere ed apprezzare nella pienezza del loro significato e del loro valore le opere della Nemirovsky, occorre fare alcune riflessioni.
In primo luogo ricordiamoci che queste pagine sono state scritte nei primi decenni del '900 e fotografano la società dell'epoca, catturando delle immagini reali e vivide di un periodo storico di grande rilievo.
Oltre a ciò, è d'obbligo sapere che la vita di questa giovane donna si spense a 39 anni, vittima delle atrocità naziste, stroncando le potenzialità e l'abilità letteraria di una penna che poteva ancora maturare e perfezionarsi, come è naturale che sia.

Leggere questo romanzo è come sfogliare un vecchio album in bianco e nero, dove sulla carta vengono catturate delle immagini del passato, ma cariche di vita, se solo ti soffermi a dare uno sguardo ai volti, ai sorrisi, alle lacrime che solcano le guance.
Emergono dalle tenebre della storia, uomini e donne, genitori e figli, famiglie agiate e famiglie disperate; una galleria intensa, tratteggiata con tocchi delicati ma incisivi, capaci di captare l'attenzione di noi altri, pubblico del terzo millennio, così lontano dagli affanni e dalle tragedie del novecento.

Gli occhi dell'autrice catturano storie di una quotidianità e di un presente da lei vissuto e conosciuto, ossia storie di difficoltà, di emarginazione, di paura, di instabilità sociale e familiare; ma anche semplici storie di vita, di persone che cercano affetto, di persone che hanno voglia di amare e di trovare serenità.
Proprio questa attenzione ai bisogni naturali e primari dell'essere umano, fa di Irene una scrittrice che canta l'uomo e le sue emozioni, tralasciando dai suoi scritti valutazioni di stampo politico e smussando la ricostruzione prettamente storica che fa da sfondo ai romanzi, a favore di una narrazione dal sapore genuino, in cui si riflette tutto il suo cuore ed il suo sentimento.

Con la sua produzione letteraria la Nemirovsky ci ha lasciato in eredità un piccolo pezzetto di sé, della sua gente e della sua epoca.
Opere le sue che divengono utili ed interessanti strumenti per avvicinarsi alla conoscenza di un periodo martoriato da dittature e persecuzioni razziali e politiche, dedicando però una particolare attenzione all'uomo, agli ambienti sociali e alle consuetudini.

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Racconti di viaggio
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    06 Giugno, 2012
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Riflettere sull'uomo e sulla storia

Pagine e pagine di letteratura sono state dedicate al nazismo e alle persecuzioni razziali, analizzandone ogni singola sfaccettatura.
Partendo da questo presupposto, ogni qualvolta viene pubblicato un nuovo testo che abbracci questa dolorosissima parte di storia, viene naturale chiedersi quale nuova conoscenza possiamo trarne dalla lettura.
Affinati elabora un'opera dal taglio particolare, creando un ibrido tra un romanzo, un diario di viaggio, un saggio, facendosi inoltre portavoce di ricordi legati alla propria famiglia.
Memore dei racconti della madre, grazie ai quali conobbe le vicissitudini sofferte dalla famiglia durante la seconda guerra, decide egli stesso di intraprendere un viaggio fino ad Auschwitz; non un viaggio in prima classe con tutte le comodità di cui egli potrebbe disporre oggi, bensì un viaggio fatto di treni affollati, lunghi percorsi a piedi, soggiorni presso conventi, dormitori, ostelli.

Quale senso assume questo lungo e tormentato percorso?
Il lettore lo scoprirà strada facendo, camminando al fianco dell'autore e ascoltandolo.
Affinati vuole rievocare le sensazioni vissute da quella povera gente; il dolore, il terrore, la disperazione. Ecco che il suo viaggio nel presente si mescola ad immagini dell'epoca, foto in bianco e nero, immagini flash destinate a rimanere indelebili.
Cosa si prova ad essere strappati dalla sicurezza e dal conforto della vita quotidiana, allontanati dagli affetti, privati della dignità di uomini?
Quali i pensieri e le domande che percorrevano i deportati durante gli interminabili e massacranti giorni di viaggio verso i campi di concentramento?
Domande pesanti come macigni, a cui è arduo rispondere e forte il rischio di banalizzare.
L'autore non ci propone delle risposte, ma chiede al lettore di seguirlo in questo viaggio nel tempo aprendo il cuore e predisponendolo all'ascolto e alla meditazione.

Il grido che si leva è uno solo: “perché è successo? “
Lo sguardo di Affinati passa dalle vittime ai carnefici, tentando un'analisi sociologica e filosofica delle ideologie fattrici del nazismo, sfocianti poi nella pagina più atroce delle persecuzioni.
Il racconto si arricchisce di una ridda di citazioni tratte da opere letterarie e saggistica, che impegnano alquanto il lettore, ma al contempo forniscono strumenti utili per avvicinarsi al tema.

Qualche avvertenza è d'obbligo per tutti coloro che si apprestino alla lettura:
sicuramente risulta un testo impegnativo per la stratificazione stilistica con cui è stato ideato e scritto e per l'innesto continuo di riferimenti letterari che rallentano il flusso narrativo.
Questo è un racconto che si allontana nettamente dal romanzo storico o dal puro saggio, assumendo le vesti di un sfogo interiore dell'autore, o meglio, di un bisogno di capire le radici di tanto odio e tanta follia.

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Racconti
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    24 Mag, 2012
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Uomini temerari

Esploratori perduti è un opera che si allontana dal genere romanzo per assumere i connotati del saggio.
Un saggio di elevatissimo livello contenutistico e stilistico, un saggio veramente di ottima fattura.

Il professor Mazzotti non si rivolge solamente agli addetti ai lavori,ma a tutti coloro che abbiano la voglia e la curiosità di approfondire una pagina poco conosciuta della nostra storia; ossia la storia delle esplorazioni a cavallo tra '800 e '900.
Una storia rimasta avvolta nella nebbia, una schiera di uomini coraggiosi e temerari che affrontarono pericoli, disagi, malattie, incidenti in nome di una passione travolgente per la scienza, per la botanica, per la zoologia, per l'antropologia.
Tanti furono i naturalisti italiani che intrapresero viaggi nelle zone più inesplorate del pianeta, dal Borneo al Corno d' Africa, dall' Amazzonia alla Siberia e all'Alaska.
Ad attenderli, terre inospitali a causa del clima, della conformazione geografica, delle popolazioni indigene a volte poco inclini a socializzare e infine dei gravi morbi tropicali e non, contratti strada facendo.
Eppure l'amore nutrito da questi uomini, talvolta unito all'incoscienza, per la loro missione, li spinse ad andare avanti in nome di ideali sentiti con ardore profondo.
Erano gli anni che videro gli albori degli studi scientifici e della ricerca ed ognuno era mosso dalla voglia di contribuire a scrivere un pezzetto della storia naturalistica ed etnografica del mondo.

Col senno di poi sono storie che stupiscono noi, uomini del terzo millennio, nati e cresciuti coccolati dalle comodità e dalla tecnologia. Saremmo disposti oggi ad affrontare tanti sacrifici ed il costante pericolo della vita per portare a casa dei reperti, per contribuire allo sviluppo della scienza?
Seppur mossi da qualche tornaconto economico, in queste pagine si incontrano dei veri eroi; vincenti o sconfitti, esultanti o afflitti.
Dopo aver affrontato questa lettura, approcceremo diversamente la visita ad un qualsiasi museo di storia naturale; cammineremo tra le teghe contenenti vegetali e animali con la maturata consapevolezza di quanto costò in termini di sacrificio la raccolta e la catalogazione di tutti i campioni esposti, facendo volare inevitabilmente il nostro pensiero a tutti i connazionali esploratori di cui talvolta conosciamo il nome per averlo letto sulla segnaletica di qualche strada cittadina, ma ignorandone l'importanza delle imprese.

Una lettura che fa crescere e che regala uno spaccato storico di notevole interesse, una lettura che riporta dati dettagliati delle spedizioni, una lettura a tratti molto tecnica e documentaristica in linea con lo scopo che vuole ottenere l'autore, ossia quello di aprire la porta della scienza naturalistica anche al popolo dei non addetti, senza tuttavia tralasciare una ricostruzione accurata dell'argomento, avvalendosi anche di citazioni tratte dai diari di viaggio dell'epoca.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    20 Mag, 2012
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Due uomini e una scacchiera

La variante di Luneburg è un romanzo breve, ma profondo e meditativo.
Spesso viene erroneamente definito come un giallo, fagocitando nel lettore delle aspettative per un genere letterario di cui questo romanzo non può esserne il rappresentante.
Le caratteristiche sono altre, il messaggio che vuole trasmettere è altro.

Nelle primissime pagine si narra di una morte misteriosa, ma si percepisce fin da subito che l'autore vuole portarti altrove.
Ti ritrovi catapultato nel mondo degli scacchi, rimanendo alquanto destabilizzato perché Maurensig scopre le sue carte molto lentamente, o sarebbe meglio dire, studia con calma e arguzia le mosse.
A questo punto non bisogna compiere lo sbaglio di dubitare del costrutto narrativo e di tentare di correre per mettere tutti i tasselli al loro posto.
Dobbiamo stare seduti accanto ai due maestri del gioco, attenti alle loro mosse e alle loro parole.
I protagonisti sono loro, due scacchisti opposti in tutto, nel gioco e nella vita.

Il collegamento che si crea tra il gioco degli scacchi e il senso della vita è straordinario; l'errore e la sconfitta del gioco sinonimi di dolore e morte, l'antagonismo, il tema del dualismo.
C'è tanto in queste pagine; filosofia, psicologia, emozioni, sensazioni, attese, paure.

Dalla scacchiera con le sue regole, avvolta da un'atmosfera magica, alla vita reale, quella cruda e tragica, alle pagine più bieche della storia ossia al periodo nazista.
Maurensig costruisce una vera e propria tela di ragno, formidabile, catturandoti piano piano per svelare le reali intenzioni ed il senso dell'intera vicenda solo fine.
Egli utilizza una stratificazione di voci per raccontare la sua storia, partendo dal presente e andando alla ricerca delle verità di un passato complesso e indelebile nella memoria dei protagonisti.

Bellissimi questi due cuori opposti, mossi da un odio inesauribile, si attraggono e si respingono, si studiano, si osservano. C'è lo specchiarsi dell'uno nell'altro, due destini incatenati, vicini e lontani, come il bene e il male, la vincita e la sconfitta, la gioia e la sofferenza.

E' un romanzo dai significati molteplici, anche se talvolta non è immediato ma richiede attenzione e capacità di analisi da parte del pubblico; lo stile dell'autore non è complesso ma si presta ad una lettura gradevole anche nei passaggi maggiormente descrittivi delle fasi del gioco e delle tecniche utilizzate.
Un racconto per tutti, perché si parla della vita e dell'uomo.


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Romanzi storici
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    13 Mag, 2012
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La storia di Aimone

Con questo libro il giornalista e docente Marcello Foa ricostruisce la vita di Aimone Canape, testimone di momenti cruciali e drammatici della storia tedesca e del nostro paese.
Il giovane Aimone per una serie di cause fortuite, durante la fine degli anni Trenta del secolo scorso, si trova ad incrociare sulla propria strada personaggi dell'alta aristocrazia tedesca, ministri e capi di stato molto vicini al Fuhrer, tanto da avere un rapido incontro anche con quest'ultimo.
Successivamente rientrato in Italia allo scoppio della guerra, verrà di nuovo scelto dal destino per assumere il ruolo di ultimo testimone della cattura del Duce a Dongo.

In merito all'opera di ricostruzione, Foa non inventa nulla, in quanto egli si basa sui dati fornitigli dal Canape stesso durante le interviste concesse prima della stesura; interviste mai rilasciate prima ad alcuno, motivo per cui nessun saggio storico o articolo portò mai il suo nome alla conoscenza del pubblico.

Il racconto è ben dosato e la storia di questa vita così romanzesca e a tratti rocambolesca si snoda alla perfezione, offrendoci uno spaccato interessante dell'epoca.
Ne nasce il ritratto di un giovane “qualunque” che visse in un periodo storico difficile e cruento, legato alla famiglia e cresciuto con valori di onestà e generosità, insomma una figura genuina e schietta, anche se, collocandosi sulla scena di eventi politico-sociali importanti, assume a tratti i connotati di un eroe, scampato alla morte in più occasioni, grazie ad un fato compiacente.

Sul piano contenutistico non vi è nulla da eccepire al racconto, in quanto la testimonianza di Aimone ha svelato dei particolari inediti e importanti per ricostruire alcuni aspetti storici rimasti avvolti nella nebbia per oltre cinquant'anni.
La pecca di questo romanzo sta tutta nello stile di scrittura; la penna di Foa ha uno stampo prettamente giornalistico e d'informazione, delinea ottimamente gli accadimenti, ma manca di calore, di pathos, di profondità emotiva.
Una mancanza che si fa decisamente sentire, raffreddando il clima di questa incredibile storia, rasentando a tratti un alto grado di asetticità.
La scarsa caratterizzazione di Aimone in taluni passaggi del racconto, ne fa perdere la credibilità, spingendo il lettore a mettere in dubbio la veridicità degli eventi.
Un vero peccato, in quanto le dichiarazioni che l'oramai anziano Aimone decise di rilasciare, a posteriori sono state suffragate da altri testimoni dell'epoca, discendenti di abitanti del piccolo centro di Musso, suo paese natale, che erano a conoscenza dei fatti narrati in queste pagine.

Questo romanzo poteva essere un'ottima occasione per riportare alla luce un pezzo della nostra storia, rivivendola attraverso gli occhi ed il cuore di chi ne fu protagonista; invece il lettore giunge all'ultimo rigo con l'amaro in bocca, con la sensazione di una mancanza e domandandosi “ di che cosa”, risponde “ della penna di un narratore”.

Tenuto conto dei limiti stilistici, se ne consiglia ugualmente la lettura, poiché è interessante sul piano storico e divulgativa di notizie preziose.

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Romanzi
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    10 Mag, 2012
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Il dolore perfetto

Un affresco intenso della nostra Italia dal Risorgimento al secondo dopoguerra.
Questo è un romanzo che parla della nostra storia; non quella che si studia sui libri di scuola, ma quella della gente comune, delle nostre famiglie dell'epoca, con i lori desideri, amori e dolori.

Il racconto si snoda attorno alla vita di due famiglie molto diverse, idealista e sognatrice l'una, materialista e concreta l'altra.
Questa è la storia di Ideale, Libertà, Cafiero.
Questa è la storia di Ulisse, Telemaco, Elena, Sole, Oriente.
I nomi sono studiatamente evocativi, per regalarci una storia che possa mescolare elementi appartenenti alla memoria popolare ad altri più fantasiosi che richiamano leggenda e magia.
Riccarelli gioca dall'inizio alla fine con allegoria e realismo, regalandoci dei personaggi sublimi, destinati a rimanere impressi nel cuore del lettore.

Qui si parla di una vita ostica vissuta con sudore e fatica, ma anche di una vita migliore e più giusta per la quale si combatte fino all'estremo sacrificio.
Sulla scena c'è la vita di tutti i giorni, la vita di un'epoca in continua evoluzione che vede alternarsi sulla scena politica l'anarchismo, il socialismo, il fascismo; un'epoca incredibilmente tumultuosa e piena di avvenimenti che si ripercuotono sulla quotidianità delle famiglie.
Piccole gioie e speranze si alternano ad eventi difficili o addirittura tragici, scatenanti enormi dolori.
Il dolore che inesorabilmente entra in ogni casa, diventa il filo conduttore del racconto; l'impatto che esso provoca è forte e destabilizzante.
Inevitabile domandarsi il perché ed osservare come gli uomini lo affrontano.
La risposta è contenuta tra le pieghe di questo racconto, poiché l'intento dell'autore sembra proprio quello di elaborare un'indagine sul senso della vita e sulla consapevolezza della sofferenza umana.
Dolori improvvisi, che cambiano l'esistenza e mettono in ginocchio un nucleo familiare come la perdita di un compagno o di un figlio; non c'è tempo per le lacrime e la commiserazione, questa è la storia di uomini e donne che si rimboccano le maniche e vanno avanti, sempre, perché questo la vita ti impone, mossi da un amore sconfinato per le proprie radici e da una grande forza d'animo.

E' un romanzo completo e complesso sul piano del contenuto e dello stile, che canta la storia della nostra terra assumendo connotati epici e non solo; si colora dei ricordi aprendo i cassetti della memoria popolare tramandati di generazione in generazione, si ammanta di un'aura da fiaba pur parlando di passato e tradizione.
Una galleria di vinti e vincitori struggente e commovente, impreziosita dalla vena poetica di cui è intessuta l'intera trama.

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Sebastiano Vassalli
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Storia e biografie
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    07 Mag, 2012
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Lei così amata

La Mazzucco elabora un romanzo complesso e incredibile attorno alla figura di una donna il cui ricordo col passare degli anni si è sbiadito fino ad essere dimenticato: si tratta di Annemarie Schwarzenbach (1908-1942), cittadina svizzera , figlia di aristocratici e industriali, scrittrice e giornalista.
Quella di Annemarie fu una vita complicata, corrosa da un mal di vivere, dalla ricerca continua e disperata di un felicità che sguscia via, compromessa dall'uso di droghe, annientata dalla solitudine, sfruttata da amici non sinceri.
Quale è l'intento della Mazzucco? Scrivere una biografia?
Ebbene no.
La penna poderosa e geniale dell'autrice, partendo da un lavoro di ricostruzione fedele e minuzioso, ci regala l'anima di una donna d'altri tempi, estremamente moderna nella sua forma mentis, nel suo sentire, nel suo provare emozioni, nel suo bisogno di svincolarsi dagli stereotipi impostigli dalla famiglia e dalla società cui appartiene; un'anima libera e intrappolata al tempo stesso, un'anima incompresa anche da chi la dovrebbe amare incondizionatamente, un'anima che cerca appagamento e serenità.
I dolori e le inquietudini di Annemarie bucano queste pagine prepotentemente, non per rispondere ad un puro dovere cronachistico; bensì per farne il simbolo di tutte le persone che si sentono nate in un tempo ed in un luogo sbagliato, di tutte le persone che si gettano a capofitto in esperienze folli e pericolose alla ricerca di una luce sfuggente, di tutte le persone in fuga da una vita stretta e insoddisfacente.

La narrazione calda e corposa della Mazzucco riporta alla vita una donna dimenticata dalla storia e dalle cronache, una donna scomoda da ricordare, una donna ribelle e controcorrente che scandalizzò la sua epoca tanto da interpretare la sua diversità e la sua tristezza come sintomo di pazzia.

Un ritratto forte e affascinante, che trasmette tanta commozione al pubblico; un racconto che scorre come un fiume in piena, impetuoso e inarrestabile.
Per chi conosce lo stile raffinato e rigoglioso dell'autrice, questo romanzo ne conferma la grandezza e la potenza di un narrare in profondità, entrando nel cuore del suo personaggio, cogliendone le sfumature, i pensieri, come pochi sono in grado di fare.
Per coloro che non conoscono la Mazzucco, l'impatto provocato da questa lettura, a tratti può essere soffocante, in quanto l'autrice non concede pause, ma ti trascina in una galleria di osservazioni e di analisi, dove il particolare assurge ad elemento chiave per comprendere l'animo dei sui protagonisti.
Ben studiata e pertinente l'amalgama creata tra i fatti realmente accaduti e documentati dai diari dell'epoca, e le immagini partorite dalla fantasia dell'autrice; nessuna stonatura, nessuna incongruenza, anzi, la fluidità narrativa è impeccabile.

E' una lettura impegnativa ma preziosa, ricca, avvolgente, che ci consente di confermare la Mazzucco tra le più grandi narratrici italiane contemporanee.

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Il bacio della medusa
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    30 Aprile, 2012
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Voci

Difficile trovare una definizione precisa per inquadrare questo romanzo.
Una storia di donne, di violenza.
Una storia di disagi familiari.
Una storia tinta di giallo.
Una storia intricata di bugie e verità.

Le protagoniste assolute sono le donne, colte e fotografate come la Maraini sa egregiamente fare;
fragili, insicure, infelici ma anche decise, perspicaci, combattive.
A donne che soccombono a destini familiari e sociali avversi e crudeli, fanno da contraltare donne accorte che sanno vedere oltre le apparenze e ascoltare le voci di chi le circonda.

Il filo conduttore del romanzo corre sul valore ed il significato delle voci dei personaggi;
le voci, ossia i racconti, le confessioni, i pensieri.
La voce vissuta come ciò che può racchiudere l'essenza della persona, la voce che ti parla col cuore svelandoti il vero oppure la voce che ti inganna.
Le voci con tutto il loro fascino.
Le voci piene di dolcezza.
Le voci intrise di odio.
Voci di uomini, di donne, di mamme, di padri.
Voci lontane provenienti dal passato, voci più vicine, appartenenti al presente.

La storia si arricchisce pagina dopo pagina, le verità si intrecciano alle menzogne, la vita delle protagoniste prende forma, catturando l'attenzione ed il cuore del lettore.
La Maraini eccelle nel fare parlare le sue donne, nel raccontarle sorridenti o disperate, nello spogliarle dalle maschere che indossano, nel sondare l'anima, nel cogliere le mille sfaccettature di una esistenza divisa tra il ruolo rivestito in famiglia e quello in società.
Questo è un romanzo che ti avvolge e che si fa leggere con estrema facilità e voracità, pur possedendo un contenuto poliedrico; ossia l'autrice ha il talento di proporre tanti angoli di visione diversi, tante forme e colori della storia, perché in fondo la vita è così.
La trama parte con estrema semplicità per diventare poi un gomitolo dai mille fili, caricandosi di intensità, di amore, di dolore, di sofferenza, di speranza.
Ancora una volta la Maraini ci accompagna in un viaggio emozionante all'interno della selva dei rapporti umani, siano essi familiari, lavorativi, di amicizia o di amore.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    24 Aprile, 2012
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Storia di un assassino

“Il lupo” non è un thriller truculento nato dalla fervida fantasia di uno scrittore, bensì una accurata ricostruzione della vita di monsieur Petiot, accusato di aver ucciso diverse decine di persone, nella Parigi occupata dai tedeschi.

Il lavoro dell'autore (docente universitario americano di Storia europea) è davvero ben congegnato, tanto da dare vita ad un'opera completa sia sotto il profilo dell'ambientazione storica sia sotto il profilo della ricerca documentaristica necessaria per poter raccontare la storia di un personaggio veramente complesso e pieno di contraddizioni.
Chi era veramente Petiot? Quante maschere diverse indossava quest'uomo, osannato da taluni, accusato da altri?
Giusto ritenerlo uno spietato carnefice o possibile nutrire qualche dubbio per mancanza di prove certe e testimonianze contrastanti?
King trascina il suo pubblico in questa girandola di dubbi che assalirono gli inquirenti dell'epoca; il racconto si dipana con una suspense irresistibile, arricchendosi strada facendo di tanti tasselli, fino a portarci ad avere una visione completa, solo al termine della lettura.
Un personaggio dalle mille sfaccettature, la cui vita viene ripercorsa con minuzia certosina dall'autore, per captarne i vizi e le virtù, le stranezze, le manie, il passato familiare, le affiliazioni politiche; si concretizza così un uomo dal passato torbido, affamato di denaro, avvezzo a pratiche illegali durante l'esercizio del proprio mestiere di medico.

Di notevole spessore anche lo sfondo storico; sono gli anni dell'occupazione nazista, la città brulica di agenti della Gestapo, di parigini appartenenti alle file della Resistenza, malavitosi, prostitute, poliziotti, spie, ebrei in fuga.
Una variopinta galleria di personaggi reali e immaginari mescolati in un unico flusso narrativo; belle le immagini che ritraggono Sartre, Camus, Picasso e Simenon a chiacchierare seduti in un bistrot del centro.
Una Parigi a tinte fosche, dove la vita quotidiana prosegue, ma le tensioni sociali e politiche derubano gli abitanti della loro tranquillità e del loro antico splendore; una città schiava, privata della propria dignità.

David King ha partorito un romanzo di ottimo calibro, di estremo interesse per i cultori di storie vere e per gli appassionati di storia; lo stile di scrittura è agevole e molto chiaro, tuttavia la minuziosità dei particolari riportati durante la narrazione tendono a rallentare il ritmo, come è naturale che sia.
La parte forse più ostica per il lettore potrebbe essere la descrizione capillare dell'intero svolgimento del processo, seguito alla cattura; qua King non tralascia nulla, riportando fedelmente tutti i verbali degli interrogatori succedutisi per ascoltare le decine di testimoni.
Sembra che in taluni momenti King abbia preferito dare un'impronta saggistica al suo racconto, dando la priorità ad un estremo dettaglio degli eventi, piuttosto che alleggerire il contenuto a favore di una migliore scorrevolezza narrativa.

Un autore agli albori della propria carriera, che possiede tutte le carte giuste per confezionare altri ottimi lavori a sfondo prevalentemente storico.

Buona lettura

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Racconti di viaggio
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    18 Aprile, 2012
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Domani

Fardà venne dato alle stampe per la prima volta nel 1930, al rientro in Italia del giovane ingegner Pecorella (1898-1987), facente parte di una delegazione di tecnici, inviati in terra afghana per dare un contributo alla modernizzazione del paese fortemente arretrato, mediante la progettazione e la costruzione di strade, ponti e ferrovie.
Ottima l'iniziativa della casa editrice di proporre al pubblico una ristampa di questo vecchio lavoro, vista l'estrema attualità delle problematiche di politica internazionale insorte in Afghanistan.

Pecorella attraversa l'Afghanistan nel 1924, rimanendo profondamente colpito da questo mondo ancora arcaico, lontano secoli dalla modernità che già si respirava in occidente.
Egli annota fedelmente nel suo diario di viaggio, le impressioni ricevute dalla conoscenza di questo popolo, descrivendo con cura le usanze e le condizioni di vita.
Miseria, disagi, arretratezza estrema affiorano vividi dalla lettura di queste pagine, grazie ad una narrazione particolareggiata e incisiva.
Belle e di gran valore le descrizioni geografiche sulla conformazione del territorio; dai deserti di sabbia bollente alle montagne ghiacciate, dalle zone ad alta concentrazione di insediamenti a zone desolate e inospitali difficili da raggiungere.
Il racconto di questo giovane italiano è veramente interessante sotto il profilo storico e per poter comprendere l'identità culturale di questo popolo chiuso tra la Persia e l'India (oggi Pakistan), il cui isolamento commerciale ed economico ebbe pesanti ripercussioni sul suo sviluppo.
Un territorio davvero impervio e improduttivo, per di più logorato da lotte intestine tra fazioni rivali e da continui sovvertimenti delle forze di governo.

L'abilità di Pecorella va oltre alla capacità di cogliere il particolare, i colori, gli odori, i cibi, le case; egli dà un'ottima prova nel captare lo spirito dell'afghano, nel cercare di coglierne gli aspetti dell'indole e del carattere, dei pensieri, dei modi di agire e di affrontare il quotidiano ed il domani.
Fu proprio la concezione afghana del “domani”, ossia il “fardà”, che lo folgorò tanto da farne il titolo del suo diario; egli ci descrive un mondo indolente, dove tutto scorre senza fretta, dove la voglia di agire è poca, dove tutto può essere posticipato al giorno successivo.
Insomma, l'ingegnere si trova catapultato in un mondo culturalmente diverso dal suo, tanto da trasferire nelle sue pagine stupore, disappunto, sconcerto.

Al di là dell'indubbio valore documentaristico e storico-antropologico, questo scritto datato è apprezzabile per la sua autenticità, genuinità e schiettezza.
Le impressioni riportate dall'ingegnere nel suo racconto sono esenti da manipolazioni a scopo politico o propagandistico, ma nascono unicamente dal bisogno sincero di mettere a conoscenza gli italiani delle condizioni del lontano Afghanistan.
“Fardà” è una vera chicca, piacevole da leggere, considerata l'estrema grazia stilistica di Pecorella, che pur non essendo uno scrittore professionista, delizia il lettore di oggi con una scrittura raffinata ed elegante.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    13 Aprile, 2012
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Una fuga per due

Con la pubblicazione di questo romanzo, Alessandro Perdon raggiunge quota tre nella sua produzione.
L'autore mette in pista due “novelli Indiana Jones”, regalandoci una lettura avventurosa e intrigante, dal sapore fresco e frizzante, priva di contenuti eccessivamente cupi o violenti.
Affiora da questo racconto la passione di Perdon per la subacquea e per quel contatto con la natura che essa ti concede, la passione per la ricerca storico-archeologica, la passione di girare in lungo e in largo il mondo cogliendone le innumerevoli sfaccettature.

Egli plasma i suoi personaggi infondendo in essi tanta parte di sé, facendo vivere loro, in parte, esperienze già vissute, in parte esperienze e situazioni adrenaliniche che vorrebbe vivere.
Questa lettura ti impone di correre: scordatevi il relax, perché se deciderete di salire a bordo di queste pagine, verrete rapiti in un vortice di fughe, corse a perdifiato, immersioni pericolose, evasioni rocambolesche, pallottole che fischiano, incendi, sabotaggi.

L'intreccio della trama è discreto, in quanto la storia corre su un parallelo presente-passato, fondendo elementi storici ad altri di pura fantasia; Perdon prospetta al lettore uno scenario insolito, ma a ben pensarci non del tutto inverosimile, ossia la sopravvivenza negli anni del cosiddetto “piano Odessa”, ideato dai nazisti per prepararsi una via di fuga agile e sicura.
E se dei superstiti nazisti si fossero salvati e continuassero a tessere le loro spietate trame?
E se questa loggia di ex aguzzini avesse utilizzato le ingenti sostanze depredate al popolo ebreo e non, riconvertendole in investimenti economici a livello mondiale?
Perdon ci catapulta nel mezzo di un intrigo internazionale, dove i criminali di un tempo si sono trasformati in magnati della finanza, manipolatori di interessi economico-finanziari e politici su larga scala.

Il romanzo si presta ad una lettura veloce ed anche gradevole, grazie ad un ritmo di scrittura fluido e ben articolato, e grazie all'ideazione di due personaggi curiosi e azzeccati, in grado di stemperare la tensione di certi momenti con una vena ironica deliziosa.
Di certo è che questo racconto non ha la pretesa di essere esaustivo su ogni argomento trattato, sia esso relativo al passato o alla situazione fotografata nel presente, compiendo talvolta qualche volo pindarico tra un episodio narrato e quello successivo.
Ricordiamo che si tratta di un autore agli albori e che un genere che possa sposare storia ad avventura è forse tra i più complessi su cui cimentarsi; in considerazione di ciò il livello qualitativo del romanzo è buono ed è animato ad ogni riga dalla presenza forte dell'autore, che vive in prima persona insieme ai suoi protagonisti, soffrendo e gioendo con loro.

Una giovane penna promettente, esuberante, con tanta voglia di andare alla ricerca di luoghi insoliti, di scoprire i retroscena storici meno conosciuti, di attraversare il mondo attratto da una insaziabile curiosità e spirito d'avventura.



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silvia71 Opinione inserita da silvia71    03 Aprile, 2012
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Il bosco dei misteri

Ci sono romanzi che ti catturano alla prima pagina e non ti mollano fino all'ultima riga.
XY mi ha fatto prigioniera, mi ha stregato, mi ha fatto girare la testa.
Dimenticate di rilassarvi, ma preparatevi a correre all'inseguimento di Veronesi.

La trama ti piomba letteralmente addosso: un minuscolo borgo isolato, una strage scientificamente inspiegabile, la comparsa di protagonisti anomali.
Non fai in tempo a chiederti “ma che razza di racconto è questo?”, che sei già coinvolto inesorabilmente.
Le pagine si infittiscono di mistero, di buio, di dubbi, di ansie, trascinando il lettore in un vortice di interrogativi.
Vieni aggredito dalla voglia e dalla necessità di capire; corri, annaspi alla ricerca di un appiglio, ma l'autore non cede, ha deciso di portarti con lui fino alla fine.
Eppoi il gelo del mistero lascia la scena ad una galleria di personaggi strepitosi; bellissimi, intensi, simboli dei mille volti dell'uomo, tristemente soli, incompresi, lacerati dalla vita.
Qua nulla è casuale, tutto è studiato per fare sì che il pubblico possa arrivare al significato ultimo della vicenda narrata.
Partendo dal fatto che l'uomo ha bisogno di dare una spiegazione razionale a tutto ciò che accade nel mondo, l'autore si domanda se ciò sia sempre possibile.
Cosa succede se ci troviamo ad essere parte di una situazione che esula dalla cosiddetta normalità?
Quali le reazioni? Quali le paure?
A chi chiedere aiuto? Alla scienza o alla fede?
Il dibattito non è semplice e richiede una lettura molto attenta, ma è illuminante, stimolante e raffinato.

Queste pagine sono in grado di tracciare un' analisi sui generis della società attuale, pronta a razionalizzare qualsiasi cosa, per far sì di avere tutto sotto controllo.
Tutto ciò che non è spiegabile diventa pericoloso, destabilizzante, abominevole.
Spettacolare il ritratto di un uomo moderno carente della capacità di utilizzare strumenti diversi da quelli concessigli dalla scienza; questo è un uomo non più avvezzo ad utilizzare la propria sensibilità per andare oltre allo scibile, non più avvezzo ad ascoltare il cuore o ad abbandonarsi a forme di conoscenza e credo non prettamente scientifiche.
Un duello profondo e scintillante tra Scienza e Religione.

Il romanzo nasce da un'idea pazzesca e vincente, tuttavia senza il contributo apportato dallo stile dell'autore, non avrebbe raggiunto l'obiettivo.
La penna di Veronesi è sublime, incisiva, diretta, a tratti sorniona a tratti veloce come un razzo.
Questo è un autore di cui si percepisce la presenza tra le righe; lo vedi sorridere mentre ti porta a spasso tra le pieghe delle sue idee, lo vedi tremendamente serio mentre tratta temi importanti.

E' una lettura che scuote, incuriosisce, stimola la riflessione sui particolari e su temi di ampio respiro; è una lettura che si presta a diverse forme di interpretazione, facendoti percorrere strade che evadono dai soliti sentieri tracciati.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    28 Marzo, 2012
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Orfani della propria terra

Senza attese e senza prologhi la Mazzantini ci precipita nei cuori di gente orfana della propria terra.
Il suolo natio da una parte e quello adottivo dall'altra.
Due mondi diversi, due vite diverse.
Il dolore per l'abbandono della propria terra rimane impresso nel cuore come una cicatrice indelebile, con cui devi convivere, ma che mai riuscirai a cancellare.
Come è possibile voltare pagina? Buttarsi alle spalle una vita intera, fatta di profumi, di colori, di affetti, di ricordi?
Come è possibile trovarsi catapultati in un nuovo mondo senza sentirsi sradicati, privati della propria identità e della propria linfa vitale?
Quanto è dolorosa la nostalgia?

Questo breve romanzo è un piccolo gioiello, è insieme un canto dolcissimo ed un urlo di dolore.
E' un narrare che si stacca dai consueti canoni per abbracciare la strada della poesia; la Mazzantini va oltre al romanzato per approdare al lirico, per approdare ad un'intensità descrittiva ed emozionale straordinaria.
Frasi brevi, anzi brevissime, flash folgoranti che danno voce alla tragicità del momento in modo nitido e senza ombre.
Uomini e donne, bambini e adolescenti ritratti nella pienezza e nell'intimo dei loro sentimenti, ritratti nel calore del loro nido oppure nel gelo di strade sconosciute.
Questa è una penna strepitosa che riesce a cogliere l'anima, la sofferenza e la speranza, il sorriso e il pianto; ti avvolge come un abbraccio e ti coinvolge emotivamente.

Queste pagine ti fanno affondare nelle infuocate e polverose strade libiche,
ti trasportano su miseri barconi attraverso un mare a tratti azzurro a tratti nero, un mare che dona la libertà oppure la toglie per sempre,
ti fanno raggiungere le sponde di una vita nuova che ti accoglie tra le sue sconosciute braccia, tenere e materne oppure aride e nemiche,
ti parlano di casa, di arrivi e di partenze.

Uno spaccato sul problema dell'immigrazione veramente toccante, uno splendido parallelismo tra il passato ed il presente, una galleria di immagini fortemente suggestive.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    23 Marzo, 2012
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Uscire dal buio

In un tempo indefinito, in un paese indefinito, una storia amara e crudele dai contorni netti e delineati.
Sulle prime l'atmosfera è da fiaba, un mondo dominato dai colori e dai profumi, dalla frugalità della vita di altri tempi, dalle consuetudini, dai forti legami sociali instauratisi in un paese di poche anime.
Che dolcezza, che serenità.
Eppoi lo scenario muta pagina dopo pagina, assumendo tinte fosche e perniciose.
Un segreto ripugnante serpeggia tra le strade e le case colorate, figlio di una mentalità meschina e abbietta, figlio dell'ignoranza e della malvagità.
Questa non è una ridente cittadina contornata da distese di lavanda e dedita alla lavorazione della lana, questo è un luogo orribile dove il buio penetra nelle ossa, dove gli uomini si sostituiscono al destino decidendo della vita altrui.
Una rappresentazione della solitudine, della paura del diverso, del pregiudizio, dell'ottusità.
Una rappresentazione della faccia peggiore dell'essere umano.

Questo giovane autore possiede due armi vincenti: la capacità di elaborare una trama sorprendente e una maturità stilistica fuori dal comune.
L'intreccio narrativo è perfetto, senza sbavature, accattivante e audace, animato da personaggi forti e indelebili; questo microcosmo è un piccolo gioiello letterario, un luogo in cui convivono esseri sordidi e bigotti assieme ad anime pure e innocenti.
E' un mondo dove i nomi non contano nulla, ma le persone sono etichettate con aggettivi e termini dispregiativi, in quanto non conta l'essenza bensì l'apparenza.
E' una storia che atterrisce, inquieta e commuove; è una storia che per quanto buio dipinge, altrettanta luce porta in superficie cogliendola dal fondo dell'anima di quei soggetti deboli che lottano per non soccombere con tutte le loro forze.
E' una storia in cui il male fa emergere anche tanto amore, affetto e speranza.
La penna di Marco Missiroli è elegante e raffinata, capace di infondere alla narrazione un sapore antico, delicato, lontano dalla modernità, adatto a calare la storia in un tempo e luogo lontani.
Una narrazione a tratti lenta, per concedere al pubblico il modo di riflettere, perchè i temi lo richiedono.
Un linguaggio che genera pathos e sensazioni avvolgenti, che utilizza frammenti di immagini e di quotidianità per dare voce alle emozioni e ai sentimenti più profondi.

Un romanzo di ottima fattura, un autore tutto da scoprire.




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silvia71 Opinione inserita da silvia71    20 Marzo, 2012
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Guardarsi dentro

Una premessa per chi ancora non conoscesse lo scrittore giapponese.
Chi è Murakami?
E' un autore geniale in grado di rappresentare la propria visione del mondo attraverso personaggi e storie fuori dagli schemi. Egli parla ad un pubblico dalla sensibilità accentuata, che non cerca lo svago nella lettura, bensì la profondità; un pubblico capace di andare oltre al visibile e alla certezza del reale. Murakami è un “esploratore di anime”, un ricercatore accanito di significati e del senso dell'esistenza.

Con il suo nuovo lavoro, egli non smentisce le proprie potenzialità, il proprio acume e la capacità di vedere la vita con occhi diversi.
Quanti sono i mondi di Murakami uno o due? Chi si cela dietro le sue creature? Dove finisce la realtà e inizia il sogno? Esiste un libero arbitrio o un destino già scritto muove tutto?
Quesiti complessi e affascinanti, le cui risposte sono abilmente rielaborate all'interno del costrutto narrativo, dimodochè vanno ricercate con sottigliezza; qua nulla è lampante o immediato, nulla è scontato.
Il mondo di Murakami brilla di mille colori o sprofonda nella tinta unita in base all'angolo di visione; c'è la luce e il buio, c'è la vita e la morte, c'è l'amicizia e la solitudine, c'è la morte dell'animo e c'è la rinascita, c'è la bontà e la malvagità.

L'abilità dell'autore di intrecciare un mondo maledettamente reale con un altro sognante, è suggestiva. Questi novelli personaggi sono dipinti a colori forti e ritratti nella quotidianità di una vita che non risparmia sofferenza e scelte decisive; insomma una vita di tutti i giorni, che ti mette alla prova sul piano familiare, sociale, morale.
Eppoi come d'incanto la penna di Murakami inizia a volare, mossa dalla smania di andare oltre al confine della certezza e del contingente; egli esplora il mondo meno conosciuto, quello buio che talora spaventa o quello luminoso che attrae l'uomo come falena che anela alla luce.
Le immagini si fanno linguaggio e divengono il mezzo per scavare l'animo umano.

Ecco servita un'altra mirabile e originale rappresentazione dell'uomo e del mondo che gli ruota attorno, dove le sicurezze vengono abbattute, i dubbi moltiplicati, le logiche del pensiero stravolte.
Il mondo è fuori di noi, il mondo è dentro di noi, il mondo siamo noi.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    16 Marzo, 2012
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In cima alla montagna

Con questo romanzo De Luca elabora una mirabile ed originale trasposizione delle Sacre Scritture.
L'impatto è forte.
Le prime immagini ritraggono Mosè durante l'ascesa sul Monte Sinai; bellissime, dense di emozioni e di poesia, capaci di cantare l'impresa di un uomo forte e caparbio, pronto al sacrificio e alla sofferenza in nome della libertà.
Questo è un racconto che parla di uomini e di donne, di un popolo schiavo in cammino verso la luce, di dedizione e coraggio, di regole e leggi, di passato e di futuro, di tradizione e modernità.

L'autore dipinge una natura vibrante e intensa, perché il cielo, la terra, il deserto, la roccia, le nubi, sono partecipi degli avvenimenti così come gli esseri umani.
Una natura che emana calore, una natura che parla.

De Luca ci regala un'opera di estrema profondità sul piano linguistico, riportando all'interno della narrazione tanti vocaboli appartenenti all'antica lingua ebraica: non per sfoggio di erudizione, bensì per mettere in luce la genesi del significato di numerosi termini.
Il messaggio che ci giunge è: la parola è tutto, la parola nasce per esprimere un determinato concetto, la parola ha un suo seme di vita, la parola è storia.
Avvalendosi di questa interpretazione etimologica della lingua, egli sovverte alcuni luoghi comuni e concetti astratti che animano le Scritture, proponendo al suo pubblico sua sorta di rilettura; nasce così un ritratto di Eva fuori dagli schemi, una figura diversa, brillante e capace, legata al suo Adamo da un rapporto del tutto paritario. Nasce altresì una rilettura affascinante e più concreta dei comandamenti.

E' un romanzo colto e pregno di elegia, da assaporare senza fretta per poterne cogliere l'estremo significato nascosto in ogni riga.
Una narrazione partorita da una penna che non rinuncia all'intensità poetica, pur trattando temi complessi e controversi.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    13 Marzo, 2012
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Segreti di famiglia

L'autore di “Follia” ci catapulta in un'altra storia vibrante e sconcertante.
Una famiglia allo sbando, un uomo e una donna intrappolati in una relazione esplosiva, figli succubi di un clima insano, un'ambientazione che spazia tra Londra, New York e Caraibi.
Leggere i romanzi di Mc Grath significa entrare in un tunnel e avvertire inizialmente un forte senso di disorientamento che strada facendo si trasforma in claustrofobia e soffocamento.
Pochi autori hanno la capacità di mettere in scena la mente umana, cogliendone le sfaccettature più segrete, più complesse, più orribili, più subdole.
Siamo sicuri di conoscere la persona che ci sta accanto e che abbiamo scelto per condividere la vita? Siamo certi di comprendere la reale intenzione dei suoi gesti?
Mc Grath accompagna il lettore dentro la storia, avvolgendolo con una narrazione incalzante alla scoperta del personaggio, percorrendo le strade impervie delle perversioni, delle fobie, delle ossessioni; un viaggio doloroso e destabilizzante al cui capolinea si giunge senza fiato.
Tante le sensazioni, gli interrogativi, i dilemmi.
Ecco servita un'altra storia cruda, amara, tagliente, animata dalla certosina penna di un autore in grado di scavare nelle zone d'ombra con una cura meticolosa e con occhio clinico.
Dove finisce il confine della lucidità ed inizia quello della pazzia? Quando terminano le aspirazioni ed i sogni per lasciare spazio alle manie?
Quesiti ostici, nodi inestricabili, ai quali tuttavia l'autore dà risposta dopo un excursus psicologico a tutto tondo, dopo aver instillato mille dubbi nel pubblico e dopo aver provocato una girandola di supposizioni.

La carica narrativa dello scrittore è delicata ma pervasiva, denotando un'abilità dialettica fuori dal comune; egli sa utilizzare le parole in modo acuto per ammantare i suoi personaggi di un estremo realismo e per esplorare le complesse logiche che muovono l'agire umano.
Sicuramente non è un genere di lettura da evasione, bensì dedicata a chi desidera affrontare un viaggio nell'io più profondo e segreto dell'uomo.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    08 Marzo, 2012
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Dora : ritratto di una donna

Nel 2006 vide la luce La rilegatrice dei libri proibiti, per mano di una giovane e talentuosa penna esordiente.
E' un'opera che stupisce per la maturità stilistica di cui è pervasa, tanto da farla avvicinare ad un grado qualitativo degno di un'artista di lungo corso.

L'incipit è avvolgente e coinvolgente grazie alla narrazione in prima persona della protagonista: Dora apre la porta della sua casa e del suo cuore al lettore, rendendolo partecipe della sua vita.
Una vita complicata, vissuta con estrema determinazione e coraggio, senza cedere mai alla rassegnazione e all'autocommiserazione nei momenti più bui.
Siamo a Londra nel 1859 : regna una forte divisione sociale tra i ricchi e i poveri, il ruolo della donna in famiglia e in società è schiacciato dalla sottomissione all'uomo.
Dora non accetta il ruolo impostole dalla società dell'epoca; si ingegna e combatte determinata per la salvezza della propria famiglia e per vedere rinascere in sé una donna nuova, più libera, più cosciente delle proprie capacità e dei propri bisogni.
Dora non si lascia sopraffare dal destino ma lo affronta a testa alta, mettendosi in gioco e sovvertendo un sistema che la vorrebbe docile angelo del focolare domestico.
L'autrice crea una figura di donna di estrema bellezza, passionale, scaltra, audace; una creatura che brilla di un'intelligenza e di un fascino fuori dal comune.
E' il classico personaggio che s'innalza prorompente dalle pagine di un romanzo, capace di travolgere il pubblico con la propria disperazione e di estasiarlo con la propria forza e fierezza.

Questo lavoro appartiene a pieno titolo alla categoria dei romanzi storici, in quanto ci regala uno spaccato del periodo vittoriano di grande profondità e valore.
I quartieri, le strade, le case, gli odori dell'epoca, ma anche usi e consuetudini, sono una componente imprescindibile per apprezzare appieno il romanzo; una ricostruzione minuziosa, figlia di una ricerca documentaristica impeccabile, contribuisce a creare lo sfondo perfetto per ambientare il racconto e per calare il pubblico in un contesto lontano.
Affascinante scoprire tanti particolari e curiosità sull'arte dei rilegatori, in particolare il romanzo svela il mondo sommerso e poco conosciuto del commercio segreto dei cosiddetti “libri proibiti”, la cui lettura e diffusione erano severamente vietate all'epoca.
Un romanzo completo sotto tutti i punti di vista; avvincente, intenso, esaustivo, interessante sul piano del contenuto, oltre a possedere un impianto narrativo di ottima fattura.
Una narrazione fluida e inarrestabile, senza un attimo di calo, in grado di dipingere dei protagonisti indimenticabili.


Buona lettura

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    25 Febbraio, 2012
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Tra passato e presente

E' sempre costruttivo e interessante andare alla scoperta delle penne esordienti sull'attuale panorama letterario del nostro Paese; l'importante è affrontare la lettura scevri da pregiudizi, predisponendosi all'ascolto di queste nuove voci ,talune acerbe talaltre mature, con attenzione sì, ma senza essere troppo pretenziosi.
Partendo da questo personalissimo punto di vista, mi sono lasciata trasportare dalle pagine scritte da Giuse Iannello, con lentezza, assaporando questa scrittura delicata pagina dopo pagina, senza pormi inizialmente troppi interrogativi sull'intreccio della trama.

Questo romanzo mette a nudo l'anima di una donna, scoprendo le zone d'ombra e più intime, dando voce a parole non dette e a sentimenti profondi.
Vedo una donna che si guarda allo specchio, una donna che guarda dentro di sé, ripercorrendo momenti cruciali della propria esistenza e rivivendoli con maggior ponderatezza.
Scorrendo queste pagine si avverte forte la sensazione di essere spettatori di un colloquio intimo dell'autrice con se stessa, in quanto trapelano immagini ed esperienze veraci, che sanno di vissuto genuino lontano da artifici stilistici e di fantasia letteraria.
Il corpo del romanzo è realizzato con materiale che trae diretta ispirazione da un bagaglio di quotidianità personale, arricchito da un cuore dal sapore antico, ottenuto da una originale elaborazione di dati storici e artistici.
Il volto storico della narrazione, seppure secondario rispetto a quello introspettivo, tuttavia ci regala un aspetto poco conosciuto del celebre “La dama con l'ermellino” di Leonardo; è gradevole il salto nel XV secolo che l'autrice ci propone, anche se è palese che non vi è alcun intento di esaustività nel trattare il tema, né la pretesa di addentrarsi nei meandri delle teorie interpretative sui significati celati dal grande maestro nei propri dipinti. Diciamo quindi che la parentesi storica ammanta il racconto di interesse e di quel tocco di mistero capace di catturare l'attenzione del pubblico.
Nel complesso il lavoro dell'autrice è riuscito e va sicuramente applaudito.

La scrittura scorre fluida e soffice, eppure non perde mai di incisività, anzi, riesce a trattare problematiche esistenziali con una naturalezza e dolcezza di espressione che ti avvolge e ti rende parte della storia.
E' una storia che abbraccia passato e presente, è una storia che parla prevalentemente di donne ma senza dimenticare mai il ruolo svolto dai signori uomini, è una storia che mette a confronto giovinezza e maturità, è una storia che parla di bilanci, di traguardi, di inversioni di rotta, di disillusioni, di scelte.
Affascinante l'effetto creato dall'autrice, ossia di un binomio passato-presente, dove l'uno si rispecchia nell'altro e viceversa, dove le tribolazioni di una donna del quattrocento sembrano riproporsi sulla pelle di una donna di oggi; ebbene, i secoli scorrono inesorabili ma le vicissitudini umane restano immutabili.
Un parallelismo azzeccato che il lettore avrà il piacere di comprendere appieno al termine del romanzo, quando le nebbie iniziali si diradano per far splendere il sole generato da una narrazione ben congegnata e ricca di spunti.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    20 Febbraio, 2012
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Quando si spegne la luce

Dodici storie di violenza, di abusi, di miserie.
Storie di un vivere difficile, storie di vite complicate, storie di vite depredate della luce.
Al centro del racconto ci sono solo i personaggi ed i loro tragici percorsi; niente di più, nessun orpello stilistico bensì un narrare secco ed essenziale, quasi distaccato come una voce fuori campo.
In queste pagine si ravvisa subito una Maraini diversa, ma non fai in tempo a chiederti il perché, che la risposta s'innalza prorompente; perché questi temi parlano da soli, scottano come un ferro rovente, tagliano come cocci acuminati, tanto che è sufficiente raccontarli accendendo i riflettori per un attimo su di essi, evitando inutili giri di parole.
Il buio è calato su questi adolescenti, su queste donne, su queste famiglie, spezzando le speranze e le attese in un mondo luminoso e accogliente, spegnendo cuori onesti e fiduciosi.
Una lettura forte, una lettura che provoca un mix di brividi e rabbia.
La suddivisione in brevi capitoli detta una narrazione dal ritmo serrato, una corsa che il lettore affronta insieme al personaggio fino allo stremo delle forze, per stargli accanto, per lottare con lui, per capire fino a che punto possa arrivare la crudeltà e la perversione umana.

Con questa raccolta di racconti, la Maraini presta la sua penna per dare voce alle nefandezze perpetrate dall'uomo sugli esseri più deboli della società, per dare voce a fatti divenuti, purtroppo, consuetudine delle cronache; anche se manca la fluidità, l'afflato e la completezza che solo il genere romanzo ci può regalare, tuttavia si tratta di un lavoro riuscito, tratteggiato a tinte forti, destinate a rimanere indelebili nel cuore del lettore.
Questo è un viaggio in un mondo vero, un mondo che a volte dimentichiamo come tutte le cose che non ci toccano direttamente, un mondo nero che potrebbe ingoiare chi ci sta accanto.
“Buio” è una lettura amara e dolorosa che ti inchioda alle sue pagine e ti mostra alcuni volti della vita, quelli meno fortunati, quelli più tragici e crudeli.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    13 Febbraio, 2012
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Essere e apparire

Letta l'ultima riga di questo romanzo mi sono detta “ cara signora Barbery, spero di avere al più presto un suo nuovo lavoro tra le mani..”
Dalla sua uscita questo libro ha diviso l'opinione pubblica tra apprezzamenti e critiche.
Io l'ho amato e vi racconterò il perchè.

L'impatto è forte fin da subito; sulla soglia di questo palazzo mi accolgono due personaggi incredibili che mi catapultano nel loro mondo, a tratti colorato a tratti in bianco e nero, un mondo che inizialmente mi appare strano e fantasioso, di cui mi interrogo sul grado di veridicità.
Le pagine volano ed io mi sento incatenata a loro, a Renée e a Paloma, donna una e adolescente l'altra del tutto sui generis, capaci di stupirmi con la loro profondità, la loro emotività, il loro candore, la loro intelligenza, il loro disincanto, la loro ironia.
Sono due persone straordinarie che hanno il dono di vedere il mondo con occhi diversi, evadendo dalla massa, dal conformismo e dai preconcetti che incontriamo ogni giorno disseminati sul nostro cammino come paletti.
Il primo errore in cui non bisogna cadere durante la lettura, è quello di giudicare le creature nate dalla penna della Barbery come prettamente reali; reputo inverosimile che all'autrice interessasse proporre al lettore uno spaccato verace della vita parigina nei quartieri altolocati.
Il significato è altrove.
Il contenuto con cui viene strutturata la trama, trasuda di elementi filosofici, modellando pensieri e monologhi di raffinata intensità e pregevolezza.
Ed è così che Renée e Paloma si spogliano delle loro vesti, l'una di portinaia scorbutica e intellettualmente brillante, l'altra di adolescente solitaria e sagace, per assurgere a simboli di carattere generale che l'autrice utilizza per regalarci una sua visione e interpretazione della vita e del mondo.
Questo è un romanzo che parla della vita e degli uomini, delle aspettative, dei desideri, dei bisogni, dei sogni, delle speranze, delle delusioni, ma anche di solitudini e incomunicabilità.
Quanto è complesso l'essere umano e quanto sono controversi i rapporti sociali! Siamo sicuri di conoscere appieno chi ci sta vicino o di lui conosciamo soltanto la maschera?
A volte è più semplice fermarsi alla superficie piuttosto che impegnarsi a rompere il guscio per giungere al cuore intimo e segreto di una persona e questo testo ce ne dà una dimostrazione splendida.
Con queste donne ho sofferto e ho pianto,ma ho pure sorriso; impossibile non sentirsi parte dei loro affanni e non immedesimarsi in taluna delle situazioni e delle emozioni descritte.
Trovo che questo romanzo sia uno strumento colto e raffinato per riflettere sul binomio essere e apparire, capace di portare sulla scena anime dilaniate da un conflitto interiore in primis con se stesse, poi di relazione col mondo circostante.
Una lettura che nasce da un felice matrimonio tra narrativa e filosofia, supportata da uno stile di scrittura fluido, pulito e fresco.
Una lettura per riflettere, emozionarsi e commuoversi.

Tutto ciò è “L'eleganza del riccio”

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    07 Febbraio, 2012
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Darwin : chi era costui ?

Ancora una volta Irving Stone si rivela un grande narratore di “vite”, oserei dire.
La sua ricostruzione romanzata della vita di Darwin è un capolavoro grandioso e avvincente.
Non è facile ricomporre passo passo la biografia di un grande della storia, i rischi sono tanti; tediare il pubblico essendo troppo dettagliati o tralasciare tanti particolari per dare scioltezza al racconto a scapito della veridicità.
L'eccellenza di Stone nell'armonizzare la valenza storica impressa al racconto con la caratterizzazione del suo personaggio e l'ottima fluidità, la si riscontra raramente in questo genere di letteratura.
Solamente al termine della lettura si comprende appieno l'enorme lavoro documentaristico e bibliografico sotteso alla stesura dell'opera; un lavoro certosino, i cui risultati diventano parte integrante della narrazione mediante l'inserzione di numerosi brani originali tratti da corrispondenza privata e riviste dell'epoca. Insomma, queste pagine offrono al pubblico un vero tesoro tratto da fonti ufficiali e veritiere, poco conosciute e poco divulgate.

Affrontare questo tipo di lettura, significa fare la conoscenza di Darwin uomo e scienziato; chi era in realtà quest'uomo il cui nome ci è stato tramandato dalla storia ? Come furono accolte all'epoca in cui visse le sue scoperte e le relative pubblicazioni ?
Un uomo vero solca le pagine di questo romanzo, ritratto nelle vittorie e nelle sconfitte, nell'intimità della sua casa e nelle vesti ufficiali ricoperte presso i circoli universitari e scientifici dell'ottocento inglese; un uomo dolce e premuroso verso la propria famiglia ma intransigente con se stesso, tenace e caparbio fino allo stremo delle sue forze, osservatore minuzioso della natura generalmente intesa, mente brillante ed eclettica.
Un personaggio palpitante al cui fianco il lettore si ritrova a soffrire, combattere, gioire, condividere l'euforia per i traguardi raggiunti e la tristezza per le dolorose accuse rivoltegli dagli avversari e dal mondo ecclesiastico.
Lo stile narrativo di Stone genera una biografia romanzata accattivante e scorrevole, dal contenuto profondo ed esaustivo, dal pathos travolgente capace di infondere agli eventi salienti della vita del personaggio un calore e un vigore di rara bellezza e intensità.
La piena riuscita del lavoro la si deve senza dubbio all'abilità dell'autore nel dosare sapientemente l'utilizzo del dialogo, delle pagine descrittive e dell'inserzione del materiale raccolto in versione originale; mai un calo di tensione, mai noia, mai difficoltà di lettura.

E' un'opera che qualsiasi lettore si dovrebbe dedicare, per fare due passi nella storia, per la fare la conoscenza di un uomo curioso e geniale, per assaporare il gusto di immergersi in un'epoca alquanto vivace sotto il profilo culturale.

Buona lettura

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    23 Gennaio, 2012
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Le due chiese

La capacità di Vassalli di ritrarre luoghi e persone è incomparabile.
Riesce a darne piena prova anche in questo romanzo, dipingendo un'umanità vera, colta con estremo realismo, nei sentimenti e nella quotidianità.
Del tutto originale il modo in cui l'autore sa raccontare la storia italiana, ponendo l'accento non sugli eventi in sé, ma sull'effetto prodotto da questi ultimi sulle vite delle persone.
Egli accende i riflettori su un paesino sperduto ai piedi delle Alpi; un microcosmo, un piccolo formicaio brulicante di vita, di consuetudini, di superstizioni, di costumi atavici.
Quali sono le conseguenze provocate dalle guerre in questo angolo di Paese immerso in una natura prorompente, isolato dal frastuono delle grandi città, regolato da ritmi di vita lenti e ripetitivi?
Vassalli risponde a questo interrogativo con tutta la sua potenza narrativa e anche poetica, direi;
la guerra bussa alle porte degli abitanti di questo “piccolo mondo antico” e li costringe a cambiamenti radicali, provocando dolori, annientamento, rabbia.
Il quadro cambia i suoi colori passando dalla luminosità della serenità e della quiete, alle tinte cupe e fosche della sofferenza; immagini forti e crude diventano protagoniste della scena, un'aria greve e soffocante prende il posto dei profumi dei fiori di alta montagna.
Una galleria di personaggi indimenticabili, schietti, sinceri, palpitanti; famiglie distrutte dall'inesorabile incedere dei mutamenti storici, un piccolo borgo montanaro che subisce, giocoforza, le trasformazioni causate prima dalle guerre poi dal periodo post-bellico fino a giungere ai tempi nostri.
Un racconto corale, una moltitudine di protagonisti orchestrati dalla grande penna di Vassalli; operazione non semplice poiché è facile provocare una sorta di frammentazione narrativa, mettendo a rischio un flusso omogeneo della trama. Invece in questo caso la scelta dell'autore è azzeccata, oltre ad essere una caratteristica che gli appartiene, quella di rappresentare le diverse facce dell'umanità contemporaneamente, dando spazio al buono e al cattivo, all'onesto e al furbacchione, al mite e al violento, al santo e al peccatore.

Un romanzo intriso di calore e profonda umanità, in grado di piegare il lettore a riflettere sulle difficoltà che la vita propone all'uomo in qualsiasi tempo, fino ad immedesimarsi a vivere in un periodo storico come quello descritto, fino a sentire i brividi per lo strazio sopportato da quella gente, a cui in battere di ciglia, la violenza della guerra distrusse il confortevole mondo di affetti.
Anche in questo lavoro, Vassalli conferma le sue doti stilistiche; linguaggio eccellente mai troppo moderno, narrazione vivace a tratti tagliente, infine, la sua immancabile vena ironica pronta a smorzare i toni più acuti ed offrirci una visione della vita ottimistica come antidoto per uscire dai momenti più tragici.
Grazie a questo punto di vista dell'autore, i personaggi da lui creati non sono solo dei vinti, ma uomini che dopo le sconfitte della vita si rimboccano le maniche pronti a ricominciare, senza fermarsi troppo a crogiolarsi nell'autocommiserazione.

Pur non raggiungendo la bellezza de "la Chimera", tuttavia rimane una lettura di gran valore.


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silvia71 Opinione inserita da silvia71    19 Gennaio, 2012
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Napoleone e il fido bibliotecario

Curiosando tra i titoli vincitori del Premio Strega sono rimasta attratta da N. scritto da Ernesto Ferrero nel 2000, in cui si narra dell'esilio di Napoleone all'Isola d'Elba.
Da cultrice del genere storico mi accingo entusiasta e piena di aspettative ad aggredire questa opera di cui ignoravo l'esistenza.

L'approccio si rivela fin da subito aspro e duro a livello stilistico, grazie all'utilizzo di un linguaggio ricercato e ottimamente consono al periodo storico trattato, tanto da far apparire l'autore come un professionista alquanto maturo, non un fuoco fatuo del panorama letterario.
Col procedere della lettura si fa strada un interrogativo dapprima esile poi sempre più consistente: quale è il ruolo riservato alla figura di Napoleone? O meglio, chi è il vero protagonista del romanzo, Napoleone o il suo bibliotecario elbano, voce narrante del racconto?
Infatti, i tormenti e le inquietudini del bibliotecario aumentano di intensità con lo scorrere delle pagine, fino a far scivolare l'Imperatore in secondo piano.
La figura del grande “corso” rimane evanescente e inconsistente, priva di spessore e di carica emotiva, tratteggiata così debolmente da perdersi in mezzo a quel mare di personaggi messi in scena dall'autore; quello mirabilmente rappresentato è un valzer convulso di uomini e donne dell'aristocrazia dell'isola e non, di cui si circondò Napoleone durante la sua permanenza.
Il contenuto del romanzo finisce per perdersi in tanti piccoli rivoli d'acqua, allontanandosi vieppiù dalla sua fonte d'ispirazione; un vero peccato.
Il romanzo talvolta raggiunge dei picchi di complessità e ricercatezza elevate, perfino stucchevoli, tanto da apparire come un mero esercizio di capacità stilistica, mal supportata dall'impianto narrativo.
Manca proprio ciò che si aspetta un lettore da un simile romanzo: un personaggio forte che esca prorompente dalle pagine, sentimenti e pensieri, paure, ricordi e aspettative, insomma coinvolgimento, pathos e tensione emotiva.
Siamo perfettamente consapevoli che l'intento sotteso non fosse quello di pubblicare un romanzo prettamente biografico bensì di più ampio respiro e proprio per questo, seppur valutando la volontà di Ferrero di descriverci l'Imperatore così come egli appariva agli occhi del suo fido bibliotecario, il risultato non lo si raggiunge comunque; la lettura non assume una forma compiuta e convincente.
Credo che l'estrema complessità di lettura del testo ne comprometta anche la fluidità e la giusta percezione da parte del pubblico.

Da questo romanzo nel 2006 è stata tratta la sceneggiatura del film N (Io e Napoleone) per la regia di Paolo Virzì.


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silvia71 Opinione inserita da silvia71    11 Gennaio, 2012
Top 10 opinionisti  -  

Un mistero chiamato Uomo

Una lettura alla cui brevità fa da contraltare una intensità raramente riscontrabile in letteratura; questa è la dote stilistica che fa brillare l'autrice.
Uno spunto narrativo geniale dà i natali a questo racconto, che prende le mosse con un passo lento e calibrato per trasformarsi in una corsa affannosa.
Acuta, mirata, professionale l'analisi del personaggio, abilmente disegnato pagina dopo pagina da questa penna originale.
E' un libro di cui occorre dire il meno possibile per non rovinarne il cuore segreto; è un libro che va gustato abbandonandosi completamente a lui; è un libro che sa regalarti delle sensazioni forti; è un libro che sa destabilizzarti; è un libro che mette a nudo l'ANIMO UMANO.
L'autrice affida alle capacità del lettore la possibilità di andare al di là della vicenda narrata, giungendo a riflettere sull'immensità e sulla complessità della mente umana.
Chi è l'immagine che vediamo riflessa allo specchio alla mattina? Siamo sicuri di conoscere noi stessi fino in fondo? Questi sono i primi quesiti che il lettore si porrà e a cui, dandosi risposta, verrà percorso da un brivido sottile.
La bellezza del testo sta proprio nella diversità di reazioni provocata in ciascun lettore in base alla personale sensibilità emotiva e introspettiva.
Un racconto pienamente riuscito sia sul piano del costrutto narrativo sia nell'intento di arrivare imprevisto e bruciante come uno schiaffo sul lettore.
L'incontro con la Nothomb si è rivelato piacevole e intrigante, ricco di contenuto ed elettrizzante.

Buona lettura

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Q
Romanzi storici
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    30 Dicembre, 2011
Top 10 opinionisti  -  

Quanto è dura la scalata

Ritengo che recensire Q sia un'operazione complessa quasi quanto la sua lettura.
Procediamo per gradi: col senno di poi, ho maturato due convinzioni, ossia che prima di abbandonarsi tra le braccia di un romanzo di tal fatta, sia necessario rispolverare qualche reminiscenza storica e riappropriarsi degli eventi caratterizzanti il XVI sec., periodo animato sul piano politico e religioso, in secondo luogo penso sia raccomandabile appartenere ad un pubblico avvezzo ad aggredire stili letterari elaborati e segnati da un grado di comprensione non immediato.
Questa premessa è d'obbligo in quanto, come tutte le scalate per conquistare le vette, la buona riuscita è figlia di una adeguata preparazione.
E' innegabile che la lettura sia alquanto disagevole sia per lo stile adottato dal collettivo di autori sia per la molteplicità dei personaggi.
Anche se hanno cercato di uniformarsi il più possibile, le diverse penne hanno lasciato tratti alquanto diversi tra loro, creando una stratificazione stilistica paragonabile a quella di un terreno in cui si passa da parti più tenere e penetrabili a parti ruvide, solide e pressoché insondabili.
Questa constatazione non vuole comunque sminuire il gran lavoro sotteso alla stesura del romanzo e la buona qualità letteraria di cui brilla, capace di mettere in scena un secolo così lontano e poco esplorato, ammantandolo di veridicità di espressioni e immagini.
L'excursus temporale narrato è discretamente lungo e vasto il panorama europeo ritratto, abbracciando tutte le vicende salienti degli anni della Riforma protestante, incrociando le voci e le sorti di personaggi realmente esistiti con altri di pura fantasia. Viene fotografato un secolo dilaniato da lotte intestine tra i principi ed i re, tra la Chiesa di Roma e i nuovi sovvertitori dell'ordine religioso, senza tralasciare le banche e il monopolio economico; guerre, faide, intrighi, complotti, corruzione, fame di potere, lucro,vendette.
Questo è il cuore pulsante di Q.
Un mondo lontanissimo dal nostro all'apparenza, ma ai fatti così vicino da rispecchiarcisi.
Il messaggio degli autori si innalza forte e prorompente da queste pagine, spogliandosi da ipocrisie, buonismi e interpretazioni faziose, pronto a condannare i colpevoli e a mettere in luce il marciume, di qualunque natura esso sia, politico, religioso o sociale.
Argomenti imperituri, che la storia ci racconta da sempre e che sembrano continuare a convivere con l'umanità, adeguandosi ai tempi come dei camaleonti ma invariati nella sostanza.

Un romanzo originale, impegnativo, sostanzioso, da affrontare con le dovute cautele, ma in grado di traghettare il lettore a spasso per i vicoli più bui e meno pubblicizzati del passato.


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Romanzi storici
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    28 Dicembre, 2011
Top 10 opinionisti  -  

Chi è Elsa?

Prima di provare a comunicare la mia personalissima impressione su questo romanzo, preferisco puntualizzare che non conosco i precedenti lavori della Charbonnier, ossia La sorella di Mozart e La strana giornata di Alexander Dumas, di cui tuttavia lessi ,con piacere, opinioni positive in merito.

Il primo impatto con la lettura non è stato semplice, in quanto pur lasciandomi trasportare fiduciosa dalla storia narrata, senza pregiudizi e preconcetti, ma dando il tempo all'autrice per spianare la strada alla trama, tuttavia, superata abbondantemente metà del romanzo, ho dovuto tirare i remi in barca, riconoscendo amaramente che trattasi di un lavoro mal riuscito, ahimè.
L'errore fatale sta proprio nella elaborazione della trama; la creatura a cui si da vita, sembra avere in nuce caratteristiche di diversa natura, ma nessuna prevale e prende forma compiuta, assumendo così le sembianze di un ibrido che spazia dalla psicoanalisi allo spunto storico, per finire in una storia di complessi rapporti familiari.
Ritengo che quanta più carne si metta al fuoco, tanta più maestria sia necessaria per cucinare il tutto alla perfezione, amalgamando gli ingredienti, senza tralasciare di esaltarne i singoli sapori.
La nostra italianissima Rita Charbonnier paga dazio a causa della sua esperienza letteraria ancora acerba, che non l'ha sostenuta in questa terza sfida, perdendosi nei meandri di un romanzo che non decolla.
Chi si nasconde nell'animo della giovane Elsa, donna fragile e incompresa? Cosa la tormenta e la porta ad astrarsi continuamente dalla realtà? Perché fatica a trovare qualcuno che la comprenda e la aiuti? Qual è il confine tra mondo onirico e realtà, tra follia e lucidità?
Sono tanti gli interrogativi che vibrano in queste pagine e che, elaborati meglio, avrebbero fatto sfociare questo fiume in piena in un oceano meraviglioso.
Nulla da eccepire sulla buona forma stilistica dell'autrice, di cui è possibile apprezzare la fluidità narrativa e la capacità di animare i suoi personaggi, utilizzando un gergo di spessore e appropriato agli eventi.

Mi dispiace non poter promuovere questo romanzo, tuttavia questa esperienza non mi impedirà di conoscere quelli precedenti o un eventuale quarto lavoro della nostra autrice.





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Gialli, Thriller, Horror
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    14 Dicembre, 2011
Top 10 opinionisti  -  

Il topo e il gatto : due volti o uno solo?

Finalmente un autore esordiente in grado di regalarci la gioia di una buona lettura!
Come spesso accade, ci si avvicina ad un nuovo “volto” letterario con poca fiducia e alquanto prevenuti ( seppur inconsciamente a volte), ed è piacevole, invece, ritrovarsi entusiasti di un'opera che pagina dopo pagina assume colore e sostanza notevoli.

La storia raccontata da Reece è senza dubbio forte, mettendo in gioco problematiche dure ed eventi agghiaccianti. Sulla scena una girandola di situazioni che sembrano sfuggire ad un controllo razionale, causando una mutazione di vita e di pensiero dei personaggi rappresentati.
Sono tante le domande che percorrono il romanzo: può una persona che nasce topo divenire gatto?
Può un soggetto remissivo, che riesce solo a nascondersi e a subire le altrui decisioni, sfoderare tutto ad un tratto grinta o addirittura aggressività? Può una mente “normale” arrivare a pensare di compiere gesti fuori dalla propria portata?
L'autore elabora una risposta stupefacente, avvincente, sconvolgente.
Il lettore, basito e frastornato, viene investito di petto dalla narrazione e calato a tal punto nelle vicende, da percorrere insieme ai protagonisti, il lungo sentiero di quella che potremmo definire FOLLIA o LUCIDA DETERMINAZIONE.
Ottima la caratura psicologica dei personaggi, elemento imprescindibile e basilare per la costruzione di un romanzo di tal genere; tutto è racchiuso nell'anima e nella mente dell'essere umano qua rappresentato. Un universo ostico da comprendere, tenebroso, senza regole, dove tutto può trasformarsi e nulla va dato per scontato.
Lo stile di scrittura scorre rapido ma deciso, a tratti asciutto a tratti corposo, pronto a cogliere, all'occorrenza, le sfumature, i particolari, i pensieri, le ansie, le speranze delle creature nate da questa penna, destinate ad assurgere a simbolo di un'umanità schiva e sottomessa, etichettata come caratterialmente fragile, ma pronta a mostrare l'altra parte di sé in modo imprevedibile.
E' una lettura dal ritmo serrato, destinata ad essere gustata molto velocemente, ma giunti al termine è impossibile esimersi da una profonda riflessione.
Un romanzo audace e pienamente riuscito nell'intento di destare stupore e interesse nel pubblico.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    09 Dicembre, 2011
Top 10 opinionisti  -  

In viaggio con Amelia

“Dimmi chi sono” è un lavoro polivalente in grado di racchiudere tematiche differenti e complesse, quali guerra e odio, dittature e capovolgimenti politici, famiglia e affetti, amicizia e passione; difficile da classificare entro gli stretti confini di appartenenza ad un genere letterario determinato.

La Navarro riesce a confezionare un romanzo di grande contenuto, facendoci attraversare l'intera Europa e non solo, seguendo le orme di Amelia, protagonista indiscussa e spumeggiante.
Dalla Spagna piegata dalla guerra civile, alla Germania nazista, alla Russia stalinista, il periodo bellico e l'utilizzo di una potente rete di spionaggio, infine gli anni del dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino; uno sfondo storico di gran spessore, elaborato e raccontato con cognizione di causa e rigore documentaristico, in grado di offrire una lettura di ottimo livello, pur trattando una mole elevata di eventi e argomenti.
Impossibile non rimanere affascinati dalla giovane protagonista spagnola, figura romantica e sognatrice prima, infine, maturata dalla vita, donna audace, scaltra, generosa e tenace; un ritratto a tutto tondo vigoroso e ben riuscito, destinato a lasciare il segno.
L'arma vincente è da individuare in una trama ben congegnata che, sorretta da un ritmo incalzante, incolla il lettore a queste pagine avventurose, dense di contenuto e pregne di sentimenti.
Splendida la galleria dei personaggi che animano il racconto, tremendamente veri e vitali, pennellati a tinte forti, colti con estrema profondità e capaci di far parlare la loro anima.
Pur non essendo supportata da una identità stilistica marcata, tuttavia è un' opera pregevole, capace di dare voce a storie di vita verosimili per l'epoca trattata, coinvolgenti e commoventi, dolorose e angoscianti, ricche di speranza o sconfitte dalla crudeltà dell'uomo.
E' doveroso riconoscere alla scrittrice una buona capacità di orchestrare tanti elementi contemporaneamente, fondendoli in una narrazione equilibrata e scorrevole, ricca di suspense e intrigante. L'utilizzo massiccio del dialogo contribuisce senza dubbio ad invogliare il pubblico ad aggredire rapidamente le numerose pagine e a far sì che la cornice storica ,che le accompagna, sia più agevole e interessante per chiunque, a prescindere dalle personali aspettative riposte in questa lettura.
Un romanzo godibilissimo, accattivante e costruttivo, che riesce nell'intento di fare avvicinare alla storia del secolo scorso senza tediare e senza dover rinunciare alla briosità di un'epopea avventurosa.

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Romanzi
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    24 Novembre, 2011
Top 10 opinionisti  -  

Incanto e disincanto

Pietro Grossi fa parte di quella nutrita schiera di giovani scrittori che negli ultimi anni stanno portando una ventata di aria fresca nel mondo letterario italiano, aprendo così le porte a nuove tendenze stilistiche e a nuove esplorazioni contenutistiche, facendo sì che anche la letteratura rimanga al passo con l'evolversi della società e dei costumi.
“Incanto” è un romanzo senza frontiere, in quanto parte dal nostro paese e si dipana attraverso l'Europa ed il resto del mondo, ripercorrendo la vita di alcuni amici toscani, legati fin dall'infanzia da un vincolo profondo e duraturo.
Si alternano sullo sfondo realtà completamente diverse, sia ambientali sia sociali, ricostruite dall'autore in modo ottimale e particolareggiato, denotando una conoscenza approfondita dei contesti trattati e ammantando di una buona dose di credibilità l'intero racconto.
Grossi ci offre uno spaccato della società degli ultimi trenta anni, affrontando tematiche importanti e spinose, quali amicizia, famiglia, ambizioni, egoismi, disillusioni, errori fatali.
Argomenti complessi che l'autore sceglie di trattare di petto, senza cercare rifugio in facili ipocrisie, mettendo a nudo l'anima dei suoi personaggi; essi, infatti, assumono le sembianze di eroi e sconfitti al tempo stesso, virtuosi e viziosi, felici e disperati, in un'eterna lotta con il destino.
Il destino è il protagonista muto di queste pagine; avverso o propizio, ci si chiede se l'uomo sia in suo pugno oppure se possa in qualche misura influenzarne il cammino.
Quesito duro e controverso e la risposta che ci giunge attraverso questa lettura è originale e fantasiosa, eppure molto efficace per catturare l'attenzione del pubblico, offrendo importanti spunti di riflessione; in definitiva questo deve essere l'obiettivo di un buon scrittore.
Se l'idea sottesa al costrutto narrativo è buona, altrettanto dobbiamo dire in merito alla capacità dell'autore di dare forma al racconto, svelando lentamente tutti gli elementi, facendo sì che esso assuma compiutezza solo nella fase finale, provocando un notevole “effetto sorpresa”.
A livello stilistico si riscontra, piacevolmente, un notevole grado di maturità in questa giovane penna, che si fa apprezzare per la sua fluidità narrativa e per l'utilizzo di un linguaggio moderno, ma al contempo ricco e adeguato ai personaggi e alle diversi situazioni rappresentate.
Unico neo, qualche eccesso descrittivo che in taluni punti della storia crea qualche rallentamento e calo di intensità, ma tutto sommato non la priva del suo vigore.

Un romanzo che ci prende per mano e ci conduce in quel mondo che sta al di là delle apparenze.
Un viaggio sorprendente e difficile nella vita di tre amici.



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Gialli, Thriller, Horror
 
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5.0
silvia71 Opinione inserita da silvia71    17 Novembre, 2011
Top 10 opinionisti  -  

Per ricordare

Il romanzo della Sepetys riporta alla luce l'ennesima pagina di dolore e morte, scritta durante il secolo scorso: la deportazione e la soppressione del popolo lituano per mano dei russi.
Dittature, stermini di massa, crudeltà cieca sono tematiche oramai passate e ripassate sotto la lente d'ingrandimento e sono oggetto di continuo spunto per la saggistica e la letteratura, tuttavia, partendo dal fatto che è doveroso non dimenticare mai i crimini commessi dall'uomo, è sempre interessante e proficuo affrontare una simile lettura.
L'ottimo lavoro di ricerca e di ricostruzione documentaristica infonde alla lettura quella forza che solo un estremo realismo narrativo dei fatti può dare; le condizioni aberranti in cui uomini, donne e bambini furono costretti, sono esposte minuziosamente, tanto da superare i confini spazio-tempo e far piombare il lettore nel gelo delle aride terre siberiane, in mezzo a gente martoriata dalla fame e dalle malattie, dove la prospettiva della morte arriva perfino ad apparire preferibile alla vita.
Immagini strazianti e agghiaccianti che fanno un male terribile al cuore e che la mente rifiuta di accettare; ma questa è storia.
Orrore su orrore percorre queste pagine, dandoci la misura della follia umana.
Si tratta di un romanzo oggettivamente ben scritto, la cui peculiarità è data da una suddivisione in capitoli brevissimi che, dettando un ritmo serrato e rapido di lettura, fanno sì che il pubblico rimanga partecipe fino all'ultima riga, scosso da una commozione che strada facendo assume i connotati della indignazione e del ribrezzo.
L'unica nota dolente riscontrabile è una potenza narrativa alquanto acerba, complice uno stile linguistico a tratti troppo asciutto; sicuramente non ne viene compromesso il valore del lavoro, poiché la durezza delle immagini riesce a parlare da sé, tuttavia è lecito chiedersi come un abile narratore avrebbe dato voce a questi protagonisti.
E' un romanzo che tutti dovrebbero leggere, per prendere piena coscienza del passato e per avere la gioia , poi, di assaporare con più consapevolezza la tranquillità di una vita lontana da certe brutture.

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Romanzi
 
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4.5
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    14 Novembre, 2011
Top 10 opinionisti  -  

Foto in bianco e nero

Immergersi nella lettura di Canale Mussolini, significa partire per un viaggio attraverso la storia recente del nostro paese, più precisamente i primi cinquant'anni del Novecento; sicuramente un periodo difficile a causa dell'arretratezza economica e delle due guerre che lo segnarono, di cui si sono scritti oramai fiumi di pagine.
Pennacchi sceglie di raccontarci questo momento italiano, analizzandolo dal punto di vista di una famiglia contadina, legata alla terra da un legame viscerale e indissolubile, gente che conosce solo fatica, sudore e sacrificio, pronta a rimboccarsi le maniche e a non cedere mai, neppure nei momenti più disperati. Pagina dopo pagina prende forma e colore l'affresco di una Italia genuina e forte, il cuore pulsante dell'economia agricola dell'epoca.
Le vicende personali della numerosissima famiglia Peruzzi si intrecciano con le vicissitudini politiche italiane, dando vita ad un lavoro di eccezionale valore, sia a livello storico sia a livello socio-antropologico.
Pennacchi partorisce un romanzo talmente corposo, ben congegnato, approfondito sul piano documentaristico, ma al tempo stesso ricco di pathos ed estremamente realistico, che risulta difficile poterlo classificare; l'unica definizione che sembra adattarsi meglio, è quella di epopea.
Una epopea straordinaria, che riporta alla luce la vita, quella vera, vissuta da tante famiglie italiane nel secolo scorso, quando la miseria dilagava e nelle campagne si lottava per riuscire ad ottenere un pezzo di terra da coltivare, non tanto per trarci un profitto, ma per sfamare tutte le bocche di casa. La ricostruzione della migrazione dei contadini del nord Italia, verso le paludi pontine in seguito al progetto di bonifica, è riuscita ottimamente all'autore, regalandoci uno spaccato di storia poco conosciuto e ricordandoci l'impegno profuso da migliaia di persone, giunte sin lì col miraggio di una feconda terra promessa, trovatesi invece ad insediare una delle zone più inospitali d'Italia.

Una lettura così vivida che sembra di scorrere un album di fotografie in bianco e nero; figure di uomini e donne di rara bellezza e profondità, colti con una naturalezza disarmante, durante tutti i momenti della giornata e dell'esistenza ; sorridenti o angosciati, fiduciosi o avviliti, vincitori o sopraffatti, insomma estremamente “veri” e traboccanti di umanità.
Azzeccata e consona al tipo di romanzo, la scelta linguistica di Pennacchi; egli intesse le sue pagine di continui riferimenti dialettali e gergali, perché solo in questo modo i suoi personaggi si animano e catapultano chi legge in un' altra dimensione, indietro nel tempo, come è giusto che sia.
Una lettura da affrontare con impegno, ma che al termine del cammino concede al pubblico la sensazione di essersi arricchito della conoscenza di un mondo oramai distante, che merita di rimanere immortalato nella memoria collettiva.





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