Opinione scritta da La Lettrice Raffinata
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Vecchine in fuga
“Le solite sospette” di John Niven è un romanzo dal taglio umoristico e con un lessico molto spesso scurrile che parte un po’ svantaggiato per la copertina scelta nell’edizione targata Einaudi: nessuna delle protagoniste assomiglia neppure vagamente all’anziana sulla cover, ma per lo meno si può intuire dove porterà la trama.
Accantonato lo stile satirico e volutamente scioccante di Niven, che già avevo potuto conoscere in “A volte ritorno”, questo romanzo si fa subito notare per una storia concreta e più vicina alla realtà: Susan, Julie, Ethel e Jill sono quattro signore non più nel fiore degli anni che per motivi diversi si trovano ad aver bisogno di parecchi soldi, ed ecco spuntare l’idea di una rapina per risolvere tutti i loro problemi. Al quartetto si aggiunge via via un ricco cast di personaggi, alcuni al limite del demenziale come il detective Boscombe che con il proseguire della storia assomiglia sempre più all'iconico ispettore Zenigata, nella sua lotta contro le quattro ladre.
Come accennato, il romanzo unisce la caratteristica narrazione dell’autore alle vicende di queste donne abbastanza comuni, in cui non è difficile riconoscere se non se stessi almeno delle persone a noi vicine. Jill con il nipote affetto da una malattia rara, o Julie che si chiede quale sarà il suo futuro a sessant'anni, risultano dei personaggi credibili nella loro caratterizzazione anche se a tratti sopra le righe.
Il libro diverte e scorre veloce, grazie soprattutto ai capitoli brevi, che quasi fanno passare inosservati alcuni dettagli stonati, come Tamalov che collega subito Susan a “Paura” quando poteva essere chiunque di loro o l'eccessivo stravolgimento della stessa Susan, o ancora il poco spazio dato a Jill nella parte centrale del libro.
E se enunciare le età delle protagoniste ha un senso, sinceramente non ho ben capito perché si dovessero fare lo stesso perfino con le comparse.
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Quando il femminismo non era una moda
“Ladra” è un romanzo imprevedibile, capace di stupire anche il lettore più navigato e di tenerlo incollato alle sue pagine con una trama solo all'apparenza semplice. Mescolando un'ambientazione e degli intrighi degni de “La donna in bianco” di Wilkie Collins ad una storia dalle tematiche decisamente più moderne, la Waters da vita ad un romanzo ricco di suspense e personaggi indimenticabili.
Come detto la trama sembra abbastanza lineare in un primo momento, infatti nella prima parte mi sono ritrovata a pensare che uno stile così accattivante e tanto lavoro di ricerca fossero quasi sprecati per una storia in fondo banale: per fortuna, non potevo essere più in errore di così! Ma per preservare i futuri lettori dal pericolo di spoiler, qui mi limiterò allo spunto iniziale: il romanzo prende il via nei sobborghi della Londra di metà Ottocento, dove il truffatore noto come Gentleman offre alla giovane Susan la possibilità di prendere parte ad un colpo incredibile, diventando la cameriera personale della ricca ereditiera Maud Lilly, così da poterla convincere a sposare lui e poi impadronirsi della sua fortuna.
Il romanzo è diviso in tre parti, la prima e l'ultima narrate in prima persona da Susan e quella centrale da Maud, che assieme a Gentleman e alla signora Sucksby -madre adottiva di Susan- compongono il nucleo centrale di un vasto cast di personaggi, tutti caratterizzati con grande cura.
Nata e cresciuta nel quartiere malfamato di Borough, Susan ha passato la vita circondata da ladri e delinquenti di ogni sorta, sempre oppressa dal pensiero del destino toccato alla madre,
«-Quella è Susan Trinder-, mormorava qualcuno allora. -Sua madre è stata impiccata come assassina. Non è coraggiosa?
Mi piaceva sentirlo dire. Chi non ne sarebbe stato contento?»
Susan è protagonista dell'evoluzione più marcata in un personaggio di questo libro, e si trasforma da ragazza insicura e molto attaccata alla figura della signora Sucksby a giovane donna risoluta, capace di affrontare con determinazione ogni sfida per raggiungere i suoi obiettivi.
Con un arco narrativo un po' più limitato, Maud riesce comunque a conquistare il lettore grazie ad una storia personale travagliata ed alla capacità di trovare dentro di sé delle risorse inaspettate. La sua relazione con Susan è di una dolcezza disarmante ed anche io, notoriamente poco propensa alle storie romantiche, mi sono lasciata coinvolgere nella lenta crescita del loro rapporto.
Tra gli altri personaggi di spicco non si può dimenticare Gentleman, uomo capace di ridefinire il concetto stesso di ambiguità, che Susan arriva a paragonare alla moneta donatale da lui:
«Rimasi seduta a lanciare in aria lo scellino. -Be'-, pensai, -le monete false luccicano quanto quelle buone.»
C'è poi la signora Sucksby, combattuta tra i sentimenti personali ed il desiderio di ricchezza che sempre attanaglia le classi più umili; assieme al pacato signor Ibbs, alla dolce Dainty e all'irascibile John, lei forma una sorta di surrogato di famiglia per Susan.
Si parla infatti molto di famiglia in questo romanzo, e soprattutto del maggior valore di una famiglia scelta rispetto a quella naturale. Molto spazio hanno inoltre gli spunti per riflettere sui limiti che la società vittoriana -come pure alcune contemporanee- imponeva alle donne; le parole di Maud in questo dialogo:
«-[...] E allora, e allora... oh, Sue, non credete che mi chiederei che vita avrei potuto avere? Immaginate forse che possa capitare qui un altro capace di amarmi quanto lui? che scelta ho?»
fanno tornare alla mente quanto letto in “Mansfield Park” di Jane Austen, ossia un mondo dove le giovani donne vedevano in un matrimonio (non necessariamente d'amore) l'unica via percorribile, un mondo dove donne e uomini venivano valutati usando metri di paragone completamente diversi,
«Ho visto pazze impegnate in lavori senza fine, [...] Se fossero stati uomini, e ricchi, invece di donne, allora forse sarebbero passati per eruditi.»
E credo che non ci sia esempio migliore di quanto affermato dall'odioso dottor Christie in questo passaggio:
«-Stiamo allevando una nazione di donne istruite. Ho paura che la sofferenza di vostra moglie faccia parte di un malessere più vasto. Posso dirvi ora, signor Rivers, che temo per il futuro della nostra razza.»
per capire come tutte queste riflessioni si possano benissimo adattare anche alla nostra società: la conoscenza è la sola via per creare un mondo davvero egualitario. Non solo per le donne, perché il femminismo non è SOLO questo!
È doveroso spendere anche qualche parola sullo stile della Waters, che mi ha catturata pur nella sua semplicità e mi ha fatto desiderare di leggere altri suoi libri. Ho apprezzato molto anche l'accuratezza nella descrizione della vita quotidiana nell'Ottocento,
«Ma avete mai provato ad accenderne una con una candela dallo stoppino di giunco in un paralume di latta?»
che trasforma quest'opera anche in un valido romanzo storico, genere da me molto apprezzato.
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Il cinema prima del cinema
“Il fantasma dell’Opera” è un romanzo capace di mescolare con gusto il thriller a piccole dosi di gotico e romance. Considerato il capolavoro di Leroux, questo libro ha dato vita ad una delle figure più iconiche nel panorama dei “mostri” letterari, pur arrivando un po' in ritardo, con la prima pubblicazione datata 1910.
A grandi linee, la storia è nota al grande pubblico grazie alle molte rappresentazioni teatrali ed ai lungometraggi che ha ispirato, ma il romanzo originale serba molto di più: siamo negli anni Ottanta dell'Ottocento a Parigi e la maggior parte della vicenda si svolge all'interno di quel nebuloso ed affascinante conglomerato noto come il teatro dell'Opera, un luogo pieno di meraviglie ed orrori dove...
«I sottopalchi [...] riescono a trasformare piccoli malaticci in magnifici cavalieri, orrende streghe in fate radiose di giovinezza. [...] ...E i fantasmi vi passeggiano come fossero a casa loro...»
In un'ambientazione tanto suggestiva si vanno a delineare due archi narrativi paralleli, accomunati dalla misteriosa figura del fantasma; da un lato abbiamo i nuovi direttori dell'Opera Moncharmin e Richard alle prese con le richieste quanto mai materiali di questo essere spettrale, dall'altra la storia d'amore tra il nobile Raoul de Chagny e la talentuosa cantante Christine, relazione contrastata non solo dalla differenza sociale tra i due ma anche dalla gelosia di un uomo mascherato.
Il romanzo è costellato da un ricco cast di personaggi, ma solo i principali rimangono impressi indelebilmente nella mente del lettore. Accantonando i direttori -vittime dei siparietti comici di Leroux- e il meraviglioso personaggio chiamato il Persiano, la narrazione è in prevalenza incentrata sui protagonisti di questo macabro triangolo amoroso, Christine, Raoul ed il fantasma. La prima ci viene sempre descritta come una fanciulla dall'ingenuità spiazzante, generata ed accresciuta dai racconti del padre;
«-Ebbene, Raoul, mio padre è in cielo, e io ho ricevuto la visita dell'Angelo della musica.
-Non ne dubito-, replicò seriamente il giovanotto, il quale credeva di comprendere che, in un pensiero patetico, la sua amica mescolasse il ricordo del padre con i clamori del suo recente trionfo.»
la sua indole generosa si rivela però essenziale per la risoluzione dell'intreccio, riscattandola così agli occhi del lettore.
Caratterialmente opposto a lei è invece il visconte di Chagny: Raoul è un giovane serio e pragmatico,
«[...] ciò non vietava che credesse al soprannaturale solo in materia di religione e che la storia più fantastica del mondo non avrebbe potuto fargli dimenticare che due più due fa quattro.»
allo stesso tempo è capace di spendere tutto se stesso per amore di Christine e non esita ad abbandonare gli agi della vita nobiliare pur di stare accanto a lei.
Ultimo eppure più importate è il fantasma dell'Opera stesso. Spesso associato a personaggi che condividono con lui un aspetto fisico deforme, come il gobbo Quasimodo o la Creatura in “Frankenstein” di Mary Shelley, in realtà il fantasma ha in comune con loro solo la genesi della sua storia; a differenza dei suoi “colleghi”, lui dedica la sua esistenza al crimine macchiandosi di truffa, rapimento, aggressione e perfino omicidio. D'altro canto, il fantasma è unico anche nei suoi obiettivi, perché la solitudine per lui non è un sicuro rifugio dall'odio dell'umanità bensì una tortura imposta che vorrebbe fuggire, come afferma lui stesso in questo estratto:
«[...] per quanto mi riguarda, è impossibile continuare a vivere così, sottoterra, in una tana come una talpa! “Don Giovanni trionfante” è terminato, ora voglio vivere come tutte le altre persone.»
E a dispetto delle parole compassionevoli del Persiano e di Christine non si riescono a dimenticare i molti delitti di uno tra i più malvagi antagonisti della letteratura.
Il romanzo ha una struttura particolare, figlia dell'esperienza lavorativa dell'autore. Nascosto dietro la maschera del narratore, Leroux sfrutta la sua esperienza di giornalista per raccontare la storia come fosse un intricato caso di cronaca, tentando al contempo di persuadere i suoi lettori sulla reale esistenza del fantasma.
«L'istruttoria ipotizzò più tardi che quell'ombra fosse quella del visconte Raoul de Chagny; io non lo credo affatto, [...] Penso piuttosto che quell'ombra fosse quella del fantasma, che era al corrente di tutto, come presto si vedrà.»
Come avrebbe fatto per uno dei suoi articoli, l'autore cita delle fonti ufficiali inserendole nel testo, come le trascrizioni degli interrogatori:
«Che cosa era successo? [...] ed ecco in che modo questi [interrogatori] furono trascritti sui verbali dell'inchiesta (fascicolo 150).
Domanda: La signorina Daaé non vi aveva visto scendere dalla vostra camera dalla singolare uscita che avevate scelto?
Risposta: No, signore, no, no.»
ed afferma di aver interpellato personalmente molti dei personaggi coinvolti. Purtroppo la maggior parte del testo non è composto da questi estratti e ne risulta un espediente monco; non ho apprezzato troppo neanche l'utilizzo spropositato dei puntini di sospensione e i repentini cambi dei tempi verbali, forse colpa della traduzione.
Ho invece apprezzato molto la struttura narrativa di alcune scene, dal taglio quasi cinematografico, con i retroscena svelati in un secondo momento a creare un effetto di suspense o al contrario comico. E proprio il lato umoristico della storia è un grande punto a favore del libro; pur avendo le capacità di scrivere una valida trama gialla, Leroux sceglie di prendersi gioco sia dei direttori nella loro piccola indagine per smascherare il fantasma,
«[...] qui ci siamo soltanto io e te!... e se le banconote sparissero senza che noi ci entrassimo in alcuni modo, né te né io... non resta che credere al fantasma... al fantasma...»
sia delle stesse forze dell'ordine, nella persona del commissario Mifroid che prende il suo compito decisamente alla leggera:
«È tutta qui, signori, quest'arte della polizia, ritenuta tanto complicata, ma che diventa così semplice non appena si è compreso che tutto sta nel far fare il poliziotto a chi non lo è!»
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Questo matrimonio interplanetario non s'ha da fare
“Cress” di Marissa Meyer è il terzo volume in questa serie dedicata alla riscrittura in chiave futuristica di alcune fiabe popolari; in questo capitolo la fiaba prescelta è quella di Raperonzolo.
La storia riprendere pochi giorni dopo la fine di “Scarlet”, con il gruppo dei protagonisti impegnato in attività imprescindibili per la salvezza del pianeta, come giocare a carte o ideare piani di un'ingenuità imbarazzante, a detta mia e -fonte ben più autorevole!- del caro dottor Erland. I nostri eroi vengono quindi contattati da quella che sarà la protagonista principale del volume, ovvero l'hacker Cress che si trova rinchiusa su un satellite in orbita attorno alla Terra: salvarla sarà solo l'inizio di una serie di nuove avventure.
Avevo delle aspettative abbastanza alte per questo libro, che sembra essere considerato un po' da tutti il migliore della tetralogia, ma purtroppo ho visto riconfermati tutti i problemi dei capitoli precedenti. La trama è assolutamente prevedibile, nonché priva di reali momenti di tensione perché tutti i misteri che rallentano l'avanzamento della storia sono degni di una commedia degli equivoci; inoltre, con l'introduzione di così tanti personaggi, l'autrice deve aver capito di non poterli gestire tutti ed ha deciso di metterne un paio fuori gioco per facilitarsi le cose.
I principali problemi li ho però riscontrati nella caratterizzazione dei personaggi stessi: gli unici che mi sento di salvare per ora sono Cinder e Iko, Scarlet e Wolf (non pervenuti), Winter e Jacin (ottima impressione iniziale), mentre sono ancora perplessa dalla mancanza di spazio e motivazioni concrete di cui soffre Levana, che dovrebbe invece essere più presente in quanto antagonista principale. A dispetto delle mie funeste previsioni, Thorne mi ha infastidito solo a tratti e nel complesso credo sia migliorato dallo scorso libro. La vera delusione sono state Cress e Sybil, novella Madre Gothel.
La taumaturga compie delle azioni incredibilmente stupide e si rivela nel complesso un'antagonista scadente, mentre la nostra nuova eroina è caratterizzata in modo davvero assurdo: avrei potuto accettare i suoi continui piagnucolii (dopo Cinder e Scarlet è stato difficile accettare una protagonista così fastidiosa!), ma non riesco davvero a credere che una bambina di soli nove anni e ancor peggio autodidatta sia talmente brava da diventare la sola ed indispensabile hacker della corte lunare e possa aver vissuto in isolamento per sette anni senza alcuna ripercussione psicologica, tranne diventare una groupie. Per tacere delle sue riflessioni nei confronti degli altri personaggi, specialmente i ragazzi che vede tutti come bellissimi eroi, tanto che perfino nei momenti peggiori Thorne viene descritto come «un rottame, con la barba ispida e la sabbia nei capelli».
Ah, sì! c'è anche Kai... trasformato per l'occasione in un Enzo Miccio con gli occhi a mandorla e, come al solito, circondato da beoti peggiori di lui! Dirò soltanto che l'unica proposta intelligente per la sua sicurezza personale non viene da un consigliere o da un ministro ma dalla sua wedding planner.
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Di come i refusi rovinano un ottimo libro
"L'imperato dei fulmini" è il capitolo conclusivo della Trilogia dei fulmini di Mark Lawrence, e presenta tre storyline distinte, le quali seguono rispettivamente i viaggi di Jorg quattordicenne tra gli Stati meridionali dell’Impero Spezzato, lo Jorg ventenne del presente che si dirige verso Vyene per il Congresso dove potrebbe essere nominato imperatore, e la storia della negromante Chella in vari momenti dalla sua sconfitta ad opera dello stesso Jorg -come visto ne “Il re dei fulmini”- fino alla missione affidatale dal Re dei Morti.
Questo misterioso sovrano è in effetti il principale antagonista, la cui avanzata inarrestabile nelle terre dei vivi porterà ad insperate alleanze e molti colpi di scena, ai quali questa serie ci ha ormai abituati.
Dal momento che nella recensione complessiva (qui sotto) valuto positivamente l’opera di Lawrence, approfitto di questo spazio per evidenziare quello che a mio avviso è invece il problema principale dei romanzi: l’edizione italiana targata Newton Compton.
Partiamo da un aspetto puramente estetico, ossia le atroci copertine che hanno soppiantato senza alcun merito quelle originali; la cover americana del terzo libro è stata adottata solamente per il volume unico. Altro aspetto irritante è dato dai titoli: ancor oggi non riesco a spiegarmi per quale motivo la parola thorns (spine o rovi, in inglese) sia stata tradotta con fulmini... davvero, ci ho pensato parecchio ma non ne sono venuta a capo!
La scelta di cambiare ben cinque traduttori in soli tre libri causa poi alcuni problemi con i nomi dei luoghi, che ognuno ha voluto (giustamente?) adattare a proprio piacimento. Ed infine -e questo vale in special modo per questo ultimo capitolo- ho riscontrato decine e decine di refusi nel testo che mi fanno pensare non ci sia stato alcun controllo o revisione prima della stampa.
In definitiva, se avete un livello d’inglese tale da potervi destreggiare agevolmente con una storia fantasy pensata per un pubblico adulto, il mio consiglio è sicuramente di leggere questi libri in lingua.
Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i dieci motivi per i quali consiglio questa serie.
1. JORG
Come potevo non iniziare dal nostro amato (?) protagonista? In effetti Jorg non fa proprio nulla per rendersi piacevole al pubblico e anche quando cominciamo a sperare in una sua potenziale redenzione un infanticidio a sangue freddo ci porta immediatamente a cambiare idea. E proprio questo è uno dei pregi del personaggio: l’essere sempre fedele a se stesso e riconoscere con onestà i propri difetti.
Altro aspetto che ho molto apprezzato è stata la sua ambizione, per nulla celata con falsa modestia, anzi spesso ribadita al lettore dallo stesso Jorg
«Se si deve correre, perché non sembri codardia, meglio avere una meta. E se si deve avere una meta, perché non il trono imperiale? Una meta adeguatamente distante e irraggiungibile.»
Strafottente e sarcastico, pronto a dispensare battute pungenti anche nei momenti meno opportuni, Jorg va ricordato anche per le sue frasi epiche, come in questo estratto dal discorso rivolto ai Cento prima della votazione per eleggere l’imperatore:
«-Uomini dell’impero. Un uomo migliore di me avrebbe ottenuto il vostro sostegno con la bontà delle sue azioni, la chiarezza della sua visione e la sincerità delle sue parole. Ma quell’uomo migliore non c’è. Quell’uomo migliore fallirebbe davanti alla marea oscura che corre verso di noi. Orrin di Arco era l’uomo migliore ma non è sopravvissuto neanche per chiedere il vostro appoggio.
Tempi cupi richiedono scelte cupe. Scegliete me.»
In bocca ad un altro personaggio frasi del genere sembrerebbero ridicole, ma Jorg è talmente risoluto e determinato da farle risultare del tutto spontanee.
2. KATHERINE E MIANA
Tempo fa mi ero lamentata per la presenza di ben pochi personaggi femminili in questi romanzi; terminata la trilogia mi vedo costretta a confermare quell’impressione (d’altro canto il target di questa serie è decisamente maschile). Le poche donne del cast sono però ben caratterizzate, in particolare ho apprezzato molto Katherine e Miana.
Pur venendoci presentata come l’interesse amoroso di Jorg, Katherine ha una sua individualità che si sviluppa soprattutto nel secondo libro quando decide di ribellarsi ai trucchi magici di Sageous diventando a sua volta una giura-sogni.
La vediamo sempre fiera e molto determinata nelle sue azioni
«-Tu non sai niente, morto.-, Katherine gli stava davanti, nel suo abito da viaggio rosso che frusciava quando si muoveva. [...] Vidi anche la sua paura, e la forza che stava tirando fuori.»
e credo sia stata un’ottima scelta farci capire che una sua eventuale relazione con Jorg non avrebbe cambiato il suo destino, come invece succede in moltissimi romance dove l’amore sembra poter redimere anche il personaggio più crudele.
Miana è stata invece una sorpresa, sebbene abbia spazio soltanto ne “Il re dei fulmini”; l’ho trovata molto spigliata e capace di un sarcasmo pari a quello del protagonista
«-La mia dote.-, disse [Miana].
-Speravo in qualcosa di più grosso.- Sorridendo, la presi.
-Non sarei io a doverlo dire?
Quella battuta mi fece scoppiare in una sonora risata. -Qualcuno ha infilato una vecchia malefica nel corpo di un ragazzina [...]»
Come non adorarla quando, per prima, fa capire a Jorg che il loro sarà un matrimonio unicamente politico o quando si difende dall’assassino papale brandendo un’enorme balestra?
3. SAGEOUS
In questa serie ci vengono presentanti parecchi antagonisti, in alcuni casi si tratta perfino di personaggi che altrove sarebbero gli eroici protagonisti -come Orrin di Arco-, ma su tutti spicca sicuramente il mago dei sogni Sageous.
Sull’aspetto della magia tornerò in un altro punto, qui mi voglio focalizzare su Sageous in quanto personaggio. Innanzitutto è geniale come lui e i suoi colleghi affianchino i sovrani in veste di fidati consiglieri orchestrando in realtà le loro azioni politiche con il potere di influenzarne le scelte; lui è inoltre abilissimo nel manipolare gli altri personaggi al fine di attaccare il protagonista indirettamente, rimanendo sempre al sicuro dalla sua spada.
Ma ciò che ho preferito in Sageous è la cattiveria genuina. I romanzi fantasy sono zeppi di cattivi piatti e scontati, che commettono orrende atrocità solo sulla carta; Sageous invece ci dimostra una crudeltà inumana, e credo che la scena in cui rivela a Jorg come ha controllato le azioni di Katherine sia una delle migliori della trilogia
«-È un effetto dei veleni di Saraem Wic. Ma non c’era nessun figlio. E dubito che potrà mai essercene uno a questo punto. Le pozioni di quella vecchia strega sono tutt’altro che delicate. Raschiano il ventre di una donna fino ad inaridirlo del tutto.
Trovato il pugnale, mi dirigo verso di lui.[...]
-Stupido ragazzino. Credi che sia veramente qui?- Non accenna nemmeno a scappare»
In definitiva, le azioni di Sageous lo titolano come antagonista meglio di decine e decine di parole e lo rendono davvero detestabile. Come ogni buon cattivo dovrebbe essere.
4. AMBIENTAZIONE
L’Impero Spezzato è il luogo ideale per mettere in scena la storia di Jorg, soprattutto nei momenti in cui è in viaggio con i Fratelli tra i tanti Staterelli. Libro dopo libro, Lawrence ci illustra in modo alquanto sottile cosa siano in realtà i palazzi medievaleggianti dei Cento, facendoci rendere conto di chi si celi dietro l’artificioso nome di Costruttori.
«Non ho idea di cosa fosse l’Alto Castello quando i Costruttori lo edificarono, ma non era certo un castello. Nella parte più profonda delle segrete, sommersa da strati di sporcizia, un’antica placca dichiara: VIETATO PARCHEGGIARE DI NOTTE.»
Ne “L’imperatore dei fulmini”, scopriamo inoltre il motivo dell’incredibile arretratezza degli abitanti di questa Europa distrutta dalle armi atomiche e dal surriscaldamento globale,
«I soli bruciarono tutto quello che era scritto su carta tranne gli scritti più antichi, quelli conservati in profondi sotterranei [...] la maggior parte dei documenti che scoprirono erano opere di greci e romani.
-Quindi rispetto ai Costruttori siano arretrati in tutto, persino nei nomi.»
una popolazione che in sostanza si è trovata senza alcuna guida in un mondo post-apocalittico ed ha dovuto imparare dalle sole fonti a disposizione, seppur sbagliate se viste in un’ottica contemporanea.
5. REALISMO (CON RISERVA)
Essendo come detto scritti per un pubblico adulto, in questi romanzi non mancano di certo scene ricche di violenza che a tratti rasentano lo slatter; e tutte queste scene risultano credibili, perché descritte in modo davvero realistico.
Questo realismo è presente anche nella caratterizzazione dei personaggi e nelle molte strategie ideate da Jorg, a dispetto della sua propensione per l’azzardo.
Ho accennato però ad una riserva, e parlo nello specifico dell’età di alcuni personaggi tra i quali lo stesso Jorg e Miana. Personalmente, non riesco a spiegarmi il motivo per cui degli individui che pensano ed agiscono da adulti siano presentanti come poco più di bambini.
6. PIANI TEMPORALI E POV
Questo è un aspetto che diversi lettori hanno trovato negativo, perché porterebbe ad un’eccessiva confusione. Non mi posso dire d’accordo con loro dal momento che adoro i romanzi complessi, che riescono a tenere viva l’attenzione del lettore.
In questa serie si intrecciano vari piani temporali: nel primo libro abbiamo Jorg bambino che si unisce ai Fratelli e quattordicenne quanto torna alla corte del padre, nel secondo vediamo Jorg dopo la conquista del regno di Renar e diciottenne al suo matrimonio (o meglio, matrimonio con annessa battaglia campale), e nel terzo continua la parentesi del suo viaggio da quindicenne ma lo troviamo anche a vent’anni pronto a reclamare il trono imperiale.
A questi piani temporali, intrecciati grazie ai capitoli alternati, si aggiungono il POV di Katherine ne “Il re dei fulmini” quando leggiamo il suo diario personale, e quello di Chella in terza persona ne “L’imperatore dei fulmini”.
7. STRUTTURA DELLA SERIE
Un problema frequente nelle serie di romanzi si riscontra quando un autore non pianifica nel dettaglio gli avvenimenti dei singoli libri, oppure quando una serie composta da pochi volumi viene prolungata per esigenze editoriali. In questi casi può capitare di incappare in contraddizioni o incongruenze, ma questo non succede con Lawrence.
Da quanto ho potuto carpire dalle interviste, l’autore scrive in anticipo i suoi romanzi senza aspettarne la pubblicazione; questo porta all’assenza di buchi di trama o grossolani errori, ed è un aspetto che tengo in grande considerazione.
8. UMORISMO NERO
Non basta la violenza delle scene, in questi libri anche i dialoghi sono intrisi di crudeltà assortite, e l’umorismo si adegua ugualmente al tono dell’opera.
Parlo in special modo delle scene in cui Jorg si trova ad interagire con i suoi Fratelli. Il carismatico Makin descrive così la rozzezza della testa calda del gruppo, Rike:
«-Per come la vedo io-, disse Makin, -Rike non riuscirebbe a preparare un’omelette senza inzupparsi del sangue della gallina e indossarne le viscere a mo’ di collana.»
Poche pagine dopo, il nostro protagonista riflette su Fratello Sim in questi termini:
«-Sono in tanti, Fratello Jorg.-, disse il giovane Sim. Era più grande di me ovviamente, ma ancora usava di rado il rasoio se non per tagliare le gole altrui.»
Forse non è un tipo di humor che può piacere a tutti ma, per quanto mi riguarda, ha saputo strapparmi più di una risata di cuore.
9. LA MAGIA
Il sistema magico che viene proposto è parecchio interessante, a partire dal modo in cui la magia può essere appresa in pratica da chiunque abbia la volontà di farlo, come vediamo nel caso di Katherine.
È molto suggestiva anche l’idea che, nel caso in cui un mago esageri nell’utilizzo dei suoi poteri, ci sia una sorta di punizione; ce ne parla la negromante Chella
«Chella conosceva alcuni giura-cielo che avevano preso il volo e non erano mai più tornati. I venti li reclamavano. Perdevano sostanza e danzavano nelle tempeste, troppo sottili per rientrare un’altra volta nella carne.»
ma abbiamo un esempio ben più suggestivo nel secondo libro con il giura-fuoco Ferrakind, diventato negli anni un tutt’uno con l’elemento da lui controllato.
10. UN MONITO?
Ritengo che la distruzione portata dai Costruttori sul pianeta possa essere vista come un possibile scenario del nostro futuro prossimo. Armi nucleari che causano distruzione e massacri, ma anche mutazioni genetiche
«Forse quando parlavano di opere dei Costruttori intendevano quelle con più magia e meno meccanica. Quelle in cui la luce correva intrappolata in vene di metallo.»
e lo vediamo bene nel caso dei giganteschi mostri, come Gorgoth, che sono costretti a vivere nascosti in grotte sotterranee.
Non voglio dare troppo peso ad una storia fittizia pensata sicuramente per intrattenere i lettori, ma credo che osservazioni come questa:
«-I Costruttori lanciarono i loro soli da una parte del mondo all’altra su lingue di fuoco, e dove passavano riducevano in cenere interi paesi.- fece Qalasadi.»
non si discostino troppo dagli avvenimenti del mondo contemporaneo e da notizie di attacchi militari o minacce di potenziali tali che ogni giorno possiamo leggere nei giornali
Forse Mark Lawrence ha voluto semplicemente dare un suo personale avvertimento su quali potrebbero essere le devastanti conseguenze, in un lontano futuro, delle decisioni prese oggi.
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La rivincita di Jacob, Gale e gli altri
“Fandom” è un romanzo distopico con target young adult e l'aggiunta di alcuni elementi dei generi fantascienza e romance. La narrazione presenta inoltre la struttura peculiare di un metaromanzo.
La storia principale vede come protagonista la diciassettenne inglese Violet, grandissima appassionata di un romanzo distopico dal titolo “La danza delle forche”, tanto da partecipare al ComiCon assieme alle migliori amiche e al fratello minore indossando il costume della sua eroina, Rose. Durante l'evento si verifica una scossa di terremoto e, poco dopo, il gruppetto si trova inaspettatamente catapultato nel mondo del loro libro preferito, una realtà che trascende sia la storia del romanzo che quella del film tratto e risulta arricchita di moltissimi elementi per loro inediti.
L'arrivo di Violet e degli altri va a modificare significativamente l'arco narrativo già dalla prima scena: a causa loro, Rose viene uccisa e il romanzo perde il suo personaggio principale; per ovviare al problema sarà proprio la nostra Violet a doverne prendere il posto nella storia, portando al termine prestabilito la vicenda.
La premessa è quindi abbastanza interessante, sebbene non originale perché già abbiamo visto ragazzi risucchiati nel mondo di un romanzo in “La storia infinita” di Michael Ende o bloccati in una realtà parallela dove devono portare a termine una missione in “Hyperversum” di Cecilia Randall, ma purtroppo lo spunto è tutto ciò che la trama ha da offrire, assieme ad un ritmo davvero incalzante: il resto del volume è un'accozzaglia di scene banali e stereotipate. Anche la trama dell'“altro libro” è l'ennesima copia della trilogia The Hunger Games, con l'aggravante che la realtà viene classificata come distopica solo in virtù della violenza perpetrata dal popolo oppressore -gli umani potenziati, detti Gem- e non per un effettivo controllo autoritario dello Stato sulla vita dei cittadini. Addirittura mentre lavorano per i Gem gli oppressi -chiamati Imp- non vengono in alcun modo supervisionati e possono svolgere il lavoro che più gli aggrada!
Nel valutare la distopia nel suo insieme sono però un po' combattuta, perché da un lato l'autrice sfrutta (male) tutti i cliché che questo genere ha creato negli ultimi dieci anni per il target YA, dall'altro sembra invece intenzionata a sottolineare questi aspetti con fine satirico. E quindi ecco dialoghi su argomenti come l'insta-love,
«-Una settimana?-, ripete incredula. -Tutto questo accade in una settimana?
Sembra davvero ridicolo [...].
Katie scuote la testa sconcertata. -La gente si innamora in fretta nei romanzi rosa distopici.»
ma anche sugli stereotipi legati ai nomi dei personaggi o alle dittature distopiche.
«Alice ridacchia. -Gale... Quattro... sono tutte utopie nella mia testa.
-Nomi stupidi però-, dice Nate, schivando Spiderman. -È una delle regole non scritte di tutti i romanzi distopici: gli amichetti delle protagoniste devono avere nomi stupidi.[...]
-E il governo è sempre cattivo-, prosegue Katie.»
Come detto, a dispetto di queste battute quasi sarcastiche, la Day sguazza nei peggiori luoghi comuni della letteratura per ragazzi, come l'immancabile protagonista insicura e sempre pronta a mettersi idealmente in competizione con ragazze più avvenenti
«-Vedi, nel mio mondo, Rose è un personaggio di un libro, da cui hanno tratto un film. È un'eroina splendida: coraggiosa forte e bella, tutte cose che io non sono.»
Nel complesso, per essere un romanzo del 2018 risulta decisamente migliorabile sotto questi punti di vista.
Per i personaggi non ho pensieri migliori. Sebbene vivano un'esperienza potenzialmente mortale non perdono mai l'occasione per scherzare tra loro o per regalarci riflessioni di questo tipo:
«È strano quello che ti passa per la mente quando stai per morire. Il mio ultimo pensiero è più o meno questo: Che peccato essere arrivata fin qui e non incontrare Willow.»
Ad un primo impatto, pensavo di poter salvare almeno Katie per il suo punto di vista più esterno da non-fan, ma proprio lei diventa ben presto la portavoce di alcune tra le frasi più infelici partorite dall'autrice.
Infatti, sempre in tema di stereotipi odiosi e (speravo) ormai superati, abbiamo il classico bullo che viene giustificato perché proprio con la meschinità esprime un amore segreto,
«Non preoccuparti di rimbamBell, è solo che gli piaci-, dice [Katie].
-Come no. È imbarazzato perché io e Alice l'abbiamo beccato a frignare al cinema, l'anno scorso.
Lei spinge rumorosamente indietro la sedia. -Dai, lo sai che sei figa.»
o ancora la peggiore di tutte, a mio parere, ovvero l'antagonismo tra ragazze che sfocia con superficialità nello slut-shaming
«-[Willow] Ama [Alice]?- Lei socchiude gli occhi e serra la bocca. -Libidine, direi- Lo sai com'è fatta quell'imbranata di Alice. Avrà messo quel povero ragazzo all'angolo mostrandogli le tette. Lui si accorgerà presto che è solo una stupida ninfomane e tornerà da te.»
Quando libereremo di questi concetti obsoleti nella letteratura per ragazzi?
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Vacanze, omicidi e sciarpe ai ferri
Dopo parecchi anni sono ritornata dalla regina indiscussa dei romanzi gialli Agatha Christie con “Miss Marple nei Caraibi”, una delle molte storie che vede come protagonista -o meglio, come detective dilettante- l'arzilla vecchietta da me sempre associata con affetto al suo corrispettivo televisivo, Jessica Fletcher.
In questo romanzo, troviamo Miss Marple in un ambiente per lei insolito: per aiutarla a riprendersi dopo una grave polmonite, suo nipote Raymond le regala una rilassante vacanza sull'isola di St Honoré. Ma la nostra protagonista è incapace di rimanere inoperosa e l'improvvisa scomparsa di un ospite del suo hotel la spinge ad avviare un'indagine, certa che non possa essersi trattato di una morte per cause naturali.
Riuscendo a catturare l'interesse del lettore, il giallo si sviluppa in modo molto ritmato ed alquanto originale, passando per diversi POV e quindi non soffermandosi unicamente su Miss Marple, che anzi in parecchi capitoli non compare neanche.
Trattandosi di un romanzo dei primi anni Sessanta è logico riscontrare molte differenze tra i costumi dell'epoca e quelli attuali, ma la cara Christie si difende bene e non dimostra alcun timore nel parlare di argomenti come l'adulterio, l'omosessualità o i rapporti sessuali perché in fondo, citando la stessa Miss Marple, «naturalmente la gente vi si dedicava con altrettanta frequenza pur parlandone con parsimonia e riuscendo forse a provare un piacere maggiore di quanto non avvenisse ora o così almeno le sembrava.»
La sola critica che mi sento di muovere al romanzo è -come sempre!- per l'edizione italiana; ora, io ho letto una vecchia copia edita negli anni Ottanta e so che nel frattempo ne sono state pubblicate altre due, ma nel testo mancano moltissimi congiuntivi e questo va ovviamente a rovinarne la lettura.
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Un'eroina (volutamente) sciapa
“Mansfield Park” è una commedia romantica che ricalca molti degli scenari tipici dell'opera austeniana, come la scelta di una protagonista di umile estrazione posta in contrasto con gli altri personaggi, o la presenza di un triangolo amoroso tra i due protagonisti e un terzo uomo dalle caratteristiche ricorrenti -giovane e attraente, che spesso ha o promette di ottenere grandi fortune economiche.
La storia si incentra su Fanny Price, nata in una famiglia molto numerosa e affatto abbiente, che a soli dieci anni viene praticamente adottata dai ricchi zii Sir Thomas e Lady Bertram, per poi crescere nella loro tenuta di Mansfield Park assieme ai cugini. Inizialmente la ragazza si sente spaesata e ha molta nostalgia di casa, ma grazie in praticolare alla gentilezza del cugino Edmund diventerà negli anni un vero e proprio membro della sua nuova famiglia, dimostrandosi un valido aiuto specialmente per la zia.
Andando a coprire un periodo di circa un anno, quando Fanny è ormai diciottenne, il romanzo inizia con la breve introduzione dei trascorsi dei diversi nuclei familiari per poi passare all'arrivo nel vicino presbiterio dei signori Grant e, poco dopo, dei loro congiunti, i fratelli Henry e Mary Crawford. Nella prima parte del volume, questi ultimi formeranno un affiatato gruppo con i giovani di Mansfield Park, andando a creare diverse relazioni poi sviluppate nel resto del libro.
Croce e delizia di questo romanzo è senza dubbio la protagonista. Fin troppo riservata e quasi sempre silenziosa, Fanny si distingue per la sua indole del tutto priva d'ambizione
«Fanny capì che [Tom] non l’avrebbe invitata, e nella modestia della sua natura riconobbe immediatamente che era stata irragionevole ad averci contato.»
che fa subito pensare alle protagoniste di tanti romanzi contemporanei (dove però questo carattere è visto come positivo). La sua timidezza è tale che non riuscirà mai a palesare i sentimenti che cova da anni per Edmund, seppur si dimostri sempre solerte nell'assecondare ogni idea di lui, come ben si evidenzia in questo scambio di battute:
«-Ma non c’è stato qualcosa nelle sue [di Mary] parole che ti è parso inappropriato, Fanny?
-Oh! Sì, non avrebbe dovuto parlare dello zio usando quei termini. Mi ha piuttosto stupita. [...]
-Sapevo che ti avrebbe colpito. È stato un grosso errore. Molto disdicevole.»
Il suo carattere nasconde anche un lato perfido ben palesato dai giudizi elargiti con generosità, soprattutto nei confronti degli altri giovani personaggi che vengono etichettati con sufficienza e alterigia.
«Fanny osservava e ascoltava, e non mancava di divertirsi ad osservare l’egoismo che, più o meno mascherato, sembrava guidarli tutti, [...]»
«Agatha e Amelia le sembravano, nei loro diversi modi, così radicalmente sconvenienti per una recita in famiglia... la situazione di una e il linguaggio dell’altra così poco adatti ad una qualsiasi donna che conoscesse il decoro, da non riuscire a credere che le cugine fossero davvero consapevoli dell’impregno che si assumevano; [...]»
In contrapposizione a Fanny vediamo Mary Crawford: benestante, esuberante, loquace, e pronta ad esporre le sue idee senza alcuna remora. Vediamo fin da subito come l'autrice le metta a confronto, in particolare nelle osservazioni di Mrs Rushworth:
«[...] ma non c’era paragone nell’attenzione prestata dalle due dame alle sue spiegazioni. Miss Crawford infatti, che aveva visto innumerevoli grandi case e non gliene importava di nessuna, faceva solo finta di ascoltare per pura educazione, mentre Fanny, per la quale tutto era interessante in quanto nuovo, seguiva con spontanea serietà [...]»
Una cosa accomuna però queste due donne, nonché tutti i personaggi femminili del romanzo in quanto specchio di altrettanti ruoli sociali; che si dimostrino virtuose o peccatrici poco cambia, perché esse sono destinate all'infelicità. E questa infelicità ha la sua espressione nel matrimonio, sia esso d'amore o di convenienza: per partire con Mrs Price, che sceglie l'affetto e finisce nella miseria, e concludendo con Maria, vittima delle pressioni familiari
«Avendo ormai compiuto i vent’anni, Maria Bertram cominciava a ritenere il matrimonio un dovere; [...] divenne suo dovere, secondo le sue regole morali, sposare Mr. Rushworth appena le fosse stato possibile.»
In quest'ottica, il romanzo può essere visto come l'opera in cui la Austen maggiormente si adopera per criticare la società georgiana e le sue aspettative sulle giovani donne; lo possiamo capire dalle parole scelte per parlare da Sir Thomas, che così sollecita il matrimonio tra Fanny ed Henry:
«[...] e forse [Sir Thomas] intendeva dimostrare che Fanny era una buona moglie, mostrando quanto facile fosse persuaderla.»
A contorno di queste riflessioni, abbiamo un cast di personaggi secondari tra i quali spicca la parodistica Mrs Norris, simile ad uno Scrooge in gonnella.
«Se si trattava di camminare, parlare e progettare, lei era sempre pienamente disponibile, e nessuno meglio di lei sapeva predicare la generosità agli altri. Ma il suo amore per il denaro era pari al suo amore per il comando, e sapeva risparmiare altrettanto bene il proprio denaro quanto spendere quello altrui.»
Devo però ammettere che a tratti sembravano esserci davvero troppi personaggi, infatti di alcuni non ricordo neanche il nome mentre altri mi sono rimasti in mente per una sola caratteristica, come William con la sua sfacciatissima raccomandazione dall'Ammiraglio Crawford, che la falsa figlia di Banderas nel Mulino Bianco può accompagnare solo!
Altro difetto, forse soggettivo, è il ritmo del romanzo che nella parte centrale subisce un deciso rallentamento, con delle scene che sembrano ripetersi sempre uguali. Promuovo invece l'edizione Newton Compton, una volta tanto, specialmente per l'eccellente introduzione.
NB: Libro letto nell'edizione Newton Compton
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Nessun sacrificio d'amore è troppo grande
“Gargoyle” è un romanzo di narrativa generale che può però rientrare per molti versi nella categoria del realismo magico, per lo squisito equilibrio tra la descrizione dettagliata e puntuale degli avvenimenti e l'alone di mistero che permea i racconti fantastici inseriti nella narrazione.
La storia ci viene raccontata in prima persona dal protagonista stesso, che più volte nel corso del romanzo si rivolge in modo diretto al suo pubblico
«Suppongo, caro lettore, che anche tu abbia conosciuto il fuoco.»
andando un po' a superare il limite della narrativa, ma senza risultare per questo fastidioso. In questa finzione mantenuta dalla sospensione dell'incredulità, il lettore si trova a scoprire la vita del protagonista, pur senza mai conoscerne il nome; si inizia dall'evento che ha cambiato per sempre la sua esistenza, per poi inserire varie digressioni del suo passato
«Non so se sia giusto cominciare dall'incidente, perché è la prima volta che scrivo un libro. A dire il vero ho iniziato con l'incidente perché volevo catturare il tuo interesse e tirarti dentro la mia storia. E dato che stai ancora leggendo, forse ha funzionato.»
All'inizio del romanzo, il nostro antieroe è un uomo reso difficile da un passato difficile: rimasto orfano da bambino e cresciuto tra parenti irresponsabili e orfanotrofi, si ritrova solo al mondo e senza alcuna seria prospettiva di carriera; ed eccolo quindi iniziare la sua brillante ascesa nel mondo della pornografia, prima come attore e poi come produttore e sceneggiatore. La sua vita si fa sempre più sregolata, soprattutto a causa del consumo abituale di droghe, ma ecco sopraggiungere l'incidente che lo catapulterà in un letto d'ospedale, più morto che vivo. E, soprattutto, coperto di terribili ustioni.
Proprio in questo nuovo ambiente fa la sua comparsa Marianne Engel, scultrice di gargoyle e grotesque, convinta di aver già incontrato il protagonista nella loro vita passata, in particolare nella Germania del Trecento. Dopo un inizio per nulla promettente parte una serie di incontri tra i due che fanno pensare alla raccolta de Le mille e una notte, con un sultano deciso non ad uccidere la sua sposa bensì a togliersi la vita per non dover più patire a causa delle ustioni che gli ricoprono il corpo, mentre la curiosità ispirata dalle storie di Marianne riesce a ridargli il desiderio di vivere
«Volevo che continuasse a raccontare il nostro passato, ma s'interruppe.
Quando la implorai di dirmi se ci eravamo poi sposati, Marianne Engel rispose: -Devi aspettare per saperlo.»
A questa celebre raccolta di storie fantastiche si uniscono anche parecchi riferimenti alla fiaba de La bella e la bestia, perché come il principe il protagonista è costretto a cambiare la sua prospettiva di vita in seguito ad una drastica mutazione del suo aspetto esteriore. L'incidente lo poterà a migliorare se stesso specialmente nei rapporti con gli altri
«Volevo dimostrarle [a Marianne] che stavo crescendo come persona, come si dice nel gergo psicanalitico, perché doveva essere tenuta aggiornata sugli sviluppi.»
permettendogli di stringere per la prima volta delle amicizie sincere con quelli che diventeranno gli altri personaggi chiave del libro, tutti forniti del giusto spazio nella narrazione e di una storia di base interessante.
Devo ammettere di essermi avvicinata a questo libro pensando di trovare qualcosa di simile a “Le prime quindici vite di Harry August” di Claire North; non è poi stato così, eppure “Gargoyle” mi ha davvero conquistata. Sarà per l'umorismo macabro del protagonista,
«La gente che si taglia i polsi o non vuole morire davvero o è troppo stupida per farcela.»
sarà per la precisione dei riferimenti culturali, linguistici, storici e medici che provano la scrupolosa preparazione dell'autore, sarà perché il mio cuore insensibile ad ogni romance è stato toccato dalla poeticità di questa storia d'amore.
Questo romanzo non è però limitato dalla sua storia, perché va a toccare un gran numero di temi molto rilevanti ed attuali, come la fede religiosa e la dipendenza dalle sostanze stupefacenti, ben espressa dall'immagine del serpente affamato di morfina nella spina dorsale del protagonista
«La serpetroia nella spina dorsale non smetteva di muovere la coda tra le mie viscere e agitare la frase STO ARRIVANDO E TU NON PUOI FARCI NIENTE. Non mi dava nemmeno più fastidio.»
Ovviamente anche l'aspetto del nostro antieroe ci da la possibilità di riflettere e, soprattutto, di essere grati del corpo che ci è stato dato.
«Io ero bello alla nascita e da bello avevo vissuto per trentaquattro anni abbondanti, durante i quali non avevo mai concesso alla mia anima di provare un sentimento d'amore. [...] Che imprevisto contrappasso: soltanto dopo essere stata ustionata la mia pelle aveva cominciato a sentire.»
Menzione finale, ma doverosa, per la cura dell'edizione che riporta i molti cambi di font di quella originale ed anche alcuni messaggi nascosti che vi potrete divertire a scoprire durante la lettura.
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Callum Hunt, o il moderno Prometeo
“La maschera d’argento” è il quarto volume della pentalogia Magisterium scritta a quattro mani da Holly Black e Cassandra Clare. In questo nuovo capitolo delle sue avventure, ritroviamo Callum nella prigione magica del Panopticon, in attesa che l'Assemblea decida la sua sorte; purtroppo la sua presenza viene richiesta altrove ed una mirabolante evasione è solo l'inizio di questa storia in cui ritroviamo Tamara, Rufus e Jasper, ma anche gli ex alleati del Nemico della Morte decisi a circuire l'anima di Call.
Devo ammettere che ormai seguo questa serie un po' per la buona rappresentazione della diversità, un po' perché manca un libro soltanto alla fine, un po' perché si tratta di volumi brevi e leggeri che ogni tanto servono per rilassare la mente. Riconosco che ci siano degli enormi buchi di trama, ma d'altro canto sono sempre in difficoltà nel valutare dei middle grade perché penso che io, da bambina, forse non mi sarei soffermata tanto su problemi di coerenza nei personaggi o di logica nella serie in generale.
Per il resto la storia scorre in modo fluido, con qualche occasionale colpo di scena a spezzarne la prevedibilità ed un finale abbastanza toccante; purtroppo io continuo ad avere l'impressione che le autrici non sappiano in che modo allungare il brodo e trasformino ogni volta un raccontino in un romanzo, aggiungendo ripetizioni inutili e personaggi superflui... sì, sto parlando di Jeffrey!
Il problema più fastidioso però sono i tanti errori dati dalla mancata revisione, come le parole tradotte in modo troppo fantasioso ed i nomi sbagliati, che in un libro così breve si notano ancora di più.
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- sì
- no
Ma... mi manca una pagina? Finisce così?!?
“The Fate of the Tearling” di Erika Johansen è il terzo ed ultimo capitolo di questa serie che ripresenta molti dei difetti riscontrati negli volumi precedenti, aggiungendone purtroppo di nuovi.
Innanzitutto, sebbene la storia riprenda precisamente dal finale di “The Invasion of the Tearling”, all'inizio l'autrice piazza un prologo del tutto sconclusionato che si rivela essere un enorme infodump. Tra una contraddizione e un nonsense, la trama scorre comunque abbastanza bene fino all'ultima parte, quando l'autrice piazza una conclusione a dir poco forzata che non solo non da risposta a molte domande, ma anzi cancella del tutto il percorso fatto dai personaggi in tre volumi!
Alcune scelte narrative sfiorano poi il ridicolo, come gli eventi collegati al Nido -prima temutissimo e segreto, ora noto a tutti e facilmente debellabile- o il passo indietro quando Javel assiste all'arrivo di Kelsea a Demesne, mentre poco prima veniva detto che lei era già rinchiusa nelle segrete. Non ho apprezzato troppo neanche gli spunti presi da altri franchisee di successo, come il personaggio di Aisa copiato da Arya Stark, i bambini vampirizzati di The Strain o il dialogo tra William e una Kelsea in punto di morte... chi ha detto Silente ed Harry?
Per quanto riguarda l'edizione, dovrei poi fare le mie scuse a Matteo Strukul, che incolpavo per i refusi dei primi due libri; qui ci sono due nuovi revisori, ma gli errori non mancano di certo soprattutto nei nomi propri dei personaggi, per non parlare delle ripetizioni, sia dei concetti (colpa dell'autrice) sia delle singole parole (colpa del traduttore).
Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i cinque motivi per i quali consiglio questa serie e i cinque per i quali invece lo sconsiglio.
PRO
1. PERSONAGGI GRIGI
Questo è un aspetto che si arriva a conoscere e comprendere meglio nel secondo, ma soprattutto nel terzo libro. I personaggi che l'autrice delinea non sono mai totalmente buoni o malvagi, anzi molti degli errori più clamorosi vengono compiuti da quelli che dovrebbero essere gli eroi della storia.
Vediamo ad esempio William Tear rimpiangere la sua poca lungimiranza prima di affrontare il Passaggio, o Kelsea ripensare sovente alle persone che per vari motivi è stata costretta ad uccidere, chiedendosi se non avrebbe fatto meglio a comportarsi diversamente.
D'altro canto, l'autrice riesce a caratterizzare gli antagonisti in modo da far empatizzare il lettore con loro, rendendone le motivazioni anche condivisibili. In particolare si capisce come la Regina Rossa e Row fossero mossi unicamente dal desiderio di essere riconosciuti ed amati dai rispettivi genitori, e proprio il rifiuto di questi ultimi ne abbia innescato la discesa nella malvagità.
2. MAZZA CHIODATA E ARLISS
Questi due personaggi si meriterebbero una storia a parte! Qui si va perfino oltre il concetto di grigiore per approdare a dei personaggi tridimensionali e realistici, entrambi segnati da una vita passata tra persone della peggiore risma, che non sono comunque riuscite a spegnerne il carisma innato.
Arliss rimane un po' in disparte rispetto ad resto del cast, ma le sue battute sono incredibilmente astute e sagaci, ed in parte il suo personaggio evolve in una persona che, pur continuando a curare i propri interessi, impara anche ad occuparsi dei bisogni della collettività.
Mazza Chiodata è indubbiamente il personaggio meglio descritto in questa trilogia, caratterizzato da un'incrollabile lealtà ai propri giuramenti e da un desiderio di migliorarsi sempre, come si vede sia quando chiede a padre Tyler di insegnargli a leggere, sia con la distruzione del Nido come primo atto della sua reggenza.
3. LA STORIA DI LILY
Le visioni di Kelsea che mostrano al lettore il passato e la storia di Lily hanno decisamente “salvato” il secondo libro. Questa parte della trama è molto più adrenalinica e coinvolgente di quella nel presente, forse perché più vicina alla nostra realtà.
Assieme a Lily conosciamo il volto di una distopia basata sul controllo -dato dalla tecnologia- e sulla netta divisione tra ricchi e poveri, con i primi che sono forse più limitati dei secondi perché prigionieri nelle loro città dorate.
Molte scene della storia di Lily sono estremamente violente, quasi agghiaccianti, e proprio questa è la loro forza: mettere il lettore di fronte ad un potenziale futuro come questo ne smuove indubbiamente la coscienza!
4. AMORE? NO, GRAZIE!
Nella trilogia ci sono moltissimi rapporti tra i personaggi, da quello padre-figlia di Mazza Chiodata e Kelsea, a quello di amicizia tra Tyler e Seth, per arrivare a relazioni dettate dalla fedeltà verso un leader.
Manca però l'amore! Nonostante ci vengano presentate alcune coppie o potenziali tali, di amore romantico se ne vede ben poco; anche nel caso di William e Lily, non assistiamo al loro innamoramento ma li troviamo già genitori di Jonathan.
Nell'infinito mare dei romanzi contemporanei, è stata una gioia inaspettata trovare una storia che rifugge con tanta convinzione il facile cliché del vero amore, presentando invece come normali le relazioni basate sulla mera attrazione fisica tra due personaggi.
5. EDIZIONE
Dal punto di vista estetico questi libri sono meravigliosi, con le pagine che imitano delle antiche pergamene, i segnalibri incorporati e le illustrazioni a colori.
Sembrerà del tutto superficiale, ma ogni lettore nel profondo apprezza questi dettagli e ama sfogliare dei volumi così suggestivi.
CONTRO
1. INTRO DEI CAPITOLI
All'inizio di ogni capitolo viene riportato un estratto da alcuni volumi scritti dagli abitanti del Tearling anni dopo la conclusione della storia. Per quanto riguarda le citazioni di Kelsea, le ho trovate nella migliore delle ipotesi ridicole, mentre i brani tratti dai vari saggi sono scritti in modo del tutto inadeguato e sempre uguali, mentre si presume che gli autori siamo diversi.
Questa scelta presenta inoltre due problemi ben più gravi: innanzitutto, il fatto che padre Tyler abbia trascritto le citazioni di Kelsea è uno spoiler, perché lascia intendere che entrambi siano sopravvissuti e quindi i libri che stiamo leggendo altro non sono se non una cronaca romanzata del regno della protagonista; d'altro lato, il finale del terzo volume riscrive totalmente gli eventi fino alla battaglia contro i bambini vampirizzati, quindi da dove arriverebbero questi libri? da una realtà alternativa in cui Kelsea ha sconfitto Row senza cambiare il passato?
2. GIRL POWER?
In una serie con tanti personaggi femminili forti e determinati, mi ha molto deluso constatare come sia totalmente assente una solidarietà femminile ma anzi le protagoniste trattino spesso con invidia o sufficienza le altre donne, al limite dello slut-shaming.
Ad esempio, in “The Queen of the Tearling” Kelsea fa pensieri come questo:
«Kelsea la [Marguerite] fissò sbigottita. Avrebbe dato tutto per essere affascinante come lei. [...] Aveva già notato che, nelle rare occasioni nelle quali Marguerite lasciava la stanza dei bambini, le guardie la seguivano con lo sguardo. Non si comportavano in maniera volgare né facevano nulla per cui Kelsea potesse riprenderli ma a volte avrebbe voluto schiaffeggiarli urlando: Guardate me! Anch’io valgo qualcosa! [...] Se fossi bella come Marguerite, avrei Fetch ai miei piedi.»
la nostra protagonista sembra però dimenticare che la povera Marguerite per “merito” della sua bellezza era diventata la schiava sessuale di suo zio Thomas e, come le altre donne nel suo harem, era costretta ad abortire ad ogni nuova gravidanza.
Nel passato troviamo invece Lily, pronta a denigrare le sue cosiddette amiche per il loro servilismo nei confronti dei mariti, e Katie che dimostra la superiorità nei confronti delle altre ragazze della Città con riflessioni di questo tipo:
«[La relazione tra Katie e Row] non aveva nulla a che fare con i rapporti che Katie notava tra le sue coetanee, che parevano interessate soltanto ai pettegolezzi e a comportarsi reciprocamente da doppiogiochiste.»
«Sotto all’eccitazione fisica che stava provando, [Katie] sentì un’enorme rabbia crescerle dentro all’idea che Row la considerasse tanto sciocca, che la trattasse alla stregua delle cento altre donne che avevano ceduto alle sue lusinghe.»
3. SISTEMA MAGICO
Se c'era una cosa in cui speravo quando ho iniziato la lettura di “The Fate of the Tearling” erano dei chiarimenti riguardo al sistema magico di questo mondo ma, forse per mancanza di pagine, forse per svogliatezza, la Johansen non ci fornisce nessuna spiegazione!
Non sappiamo se tutti gli zaffiri dell'isola siano magici, né perché funzionano solo con determinate persone, anche se non imparentate con i Tear (con Katie sì, ma con Evelyn che è discendente di William no).
Non sappiamo come Row abbia acquisito tante conoscenze magiche e neppure perché abbia creato un esercito di baby vampiri, quando è evidente che anche gli adulti possono essere trasformati.
Non sappiamo perché solo alcuni bambini abbiano ottenuto dei poteri dal Passaggio e come questi si siamo diffusi tra gli abitanti dell'isola, visto che la maledizione di Katie dovrebbe averli privati della possibilità di procreare.
Potrei continuare per pagine e pagine, ma mi vorrei invece concentrare sull'unico aspetto certo della magia in questo mondo: la sua unica funzione è quella di far avanzare la trama, infatti gli zaffiri si attivano solo nei momenti in cui l'autrice deve togliere dai guai la cara Kelsea e non sa cos'altro inventarsi.
4. NONSENSE
Ci sono moltissime incongruenze nella trilogia, e la maggior parte riguardano la Città fondata da Tear dopo il Passaggio. Cominciamo con qualche numero: una citazione di inizio capitolo ci dice che:
«In tale contesto idillico, la Città crebbe rapidamente; la popolazione crebbe a dismisura, quasi raddoppiando nel giro di una sola generazione dai giorni del Passaggio.»
e solo una pagina dopo, un flash back su Katie ci informa che:
«Prima della nascita di Katie, la colonia aveva passato due anni orribili […]. Erano morte oltre quattrocento persone: quasi un quarto della popolazione.»
Sapendo che nel Nuovo Mondo sono approdate circa duemila persone, poi rimaste in 1600, le quali in una sola generazione sono diventate quattromila, quanto figli deve aver avuto ogni donna? tenendo anche conto che non ci sono medici e diverse donne (Lily, Dorian, la signora Finn) hanno un solo figlio, mentre altre nessuno come Maddy. Quindi in quei primi, difficili anni, la maggior parte delle donne avrà avuto sei o sette bambini ciascuna! Non mi pare molto credibile, specie considerando i rischi collegati al parto e agli eventuali aborti.
Veniamo poi all'isola in cui approdano i coloni. Innanzitutto, se hanno viaggiato indietro nel tempo, dovrebbe essere un'isola reale sulle coste del Nord Africa mentre invece è inventata; poi, com'è possibile che da quei primi abitanti statunitensi e britannici si siano creati in soli trecento anni quattro regni completamente diversi? del Callae non sappiamo quasi nulla, ma il Mortmense ricorda molto la Francia soprattutto per i nomi, mentre il Cadare sembra uno Stato di stampo mediorientale per le sue tradizioni.
Il nonsense imperversa anche nelle informazioni di natura più tecnica, ad esempio vi propongo due estratti dal secondo libro:
«[…] Lily udì i rumori di un litigio seguiti da un rapido ronzio che avrebbe potuto essere il suono di ARMI LASER CON IL SILENZIATORE.»
«-Torce elettriche?
-No, potrebbero captare i nostri SEGNALI TERMICI.»
Se si tratta di armi laser, a cosa dovrebbe servire un silenziatore? E i segnali termici che vengono rilevati saranno quelli dei corpi, non certo delle torce elettriche!
Infine, nelle storie di tanti personaggi secondari ci sono parecchie contraddizioni, ma la più evidente riguarda Arya St... ehm... Aisa: già è ridicolo che venga addestrata come guardia, ma peggio ancora, com'è possibile che i Caden abbiano sentito parlare di lei? non credo che una gilda di assassini professionisti (ridicolo cliché dei fantasy) abbia bisogno di arruolare una ragazzina inesperta. E vogliamo parlare della sua infezione? Perché inserire questo elemento se poi muore in tutt'altro modo?
5. EDIZIONE
Ma l'edizione non era un punto a favore?, vi chiederete. Sì, ma per alcuni aspetti è anche un grande NO!
In tutti e tre i volumi sono presenti un gran numero di refusi, spesso collegati ai nomi dei personaggi o a lettere dimenticate / di troppo; in altri casi la traduzione dello you inglese (che corrisponde sia a tu che a voi) da risultati come questo:
«-Non è necessario: non SEI mai stata capace di nascondermi nulla. Non posso impedirgli di andare e venire come gli pare e piace, ma posso RIPETERVI il mio avvertimento: non CONCEDETEGLI nulla di ciò che chiede, né PERMETTETEGLI di intrufolarsi nei vostri pensieri. È una creatura seducente, lo so ...»
Visto poi che i titoli dei libri sono stati mantenuti in inglese, si poteva fare altrettanto per i titoli di alcuni capitoli di “The Fate of the Tearling”, che sono stati resi tutti come LA TERRA DI TEAR, mentre in originale erano THE TEARLANDS, THE TEAR LAND, THE TEARLAND e THE TEAR'S LAND.
E per concludere, la mappa! Posso capire la scelta di ridisegnarla, ma almeno mantenevi fedeli nelle forme e nelle distanze tra i luoghi. Inoltre, nell'edizione originale, la mappa veniva aggiornata dopo le rivelazioni alla fine del secondo libro, includendo anche il Callae e mostrando l'isola intera mentre la nostra è rimasta sempre uguale, rendendoci quindi impossibile capire che si tratta per l’appunto di un’isola.
Indicazioni utili
- sì
- no
Gods of America: Civil War
“American Gods” è un romanzo fantasy, almeno stando a come ci viene presentato in quarta di copertina; e sebbene ci siano un gran numero di elementi fantastici, questa storia racchiude molto di più, andando a toccare altri generi come il thriller e il romanzo on the road. In effetti, direi che la definizione più precisa sarebbe di fantasy surreale on the road, perché il protagonista trascorre la maggior parte del volume spostandosi da uno Stato all’altro con i mezzi più disparati, in un viaggio che è tanto fisico quanto onirico.
Prima di addentrarci nelle vicende del romanzo, è necessario partire dalla premessa alla base della storia: ispirato forse dalla sua personale esperienza di migrante, Gaiman immagina che tutti i popoli giunti nel corso dei millenni sul territorio degli attuali Stati Uniti abbiano portato con sé le proprie credenze -in forma di divinità, ma non solo- le quali continuano ad esistere seppur indebolite dalla mancanza di fedeli.
«-Venendo in America la gente ci ha portato con sé. Hanno portato me, Loki e Thor, Anansi e il Dio-Leone, leprecauni, coboldi e banshee, Kubera e Frau Holle e Astaroth, e hanno portato voi. Siamo arrivati fin qui viaggiando nelle loro menti, e abbiamo messo radici. Abbiamo viaggiato con i coloni, attraverso gli oceani, verso nuove terre. [...] Ammettiamolo, esercitiamo una ben scarsa influenza. Li deprediamo, li derubiamo, e sopravviviamo; ci spogliamo, ci prostituiamo e beviamo troppo; lavoriamo alle pompe di benzina e rubiamo e truffiamo e viviamo nelle crepe ai margini della società. Vecchi dèi, in questa nuova terra senza dèi.»
Al contempo, sono comparse sulla scena delle nuove divinità collegate al mondo contemporaneo, come la dea delle telecomunicazioni o il dio della tecnologia, pronte a reclamare la propria fetta di venerazione in ogni forma gli uomini siano disposi ad elargirla.
«-Sono la scatola scema. Sono la TV. Sono l’occhio che tutto vede e il mondo del tubo catodico. Sono la grande sorella. Sono il tempietto intorno a cui si riunisce la famiglia per pregare.
-Sei la televisione? O qualcuno alla televisione?
-La TV è l’altare. Io sono ciò a cui il pubblico offre i suoi sacrifici.
-E cosa sacrificano?-, chiese Shadow.
-Il loro tempo, soprattutto-, disse Lucy. -A volte le persone che hanno vicino.»
In questo scenario che pare preannunciare uno scontro imminente inizia la storia di Shadow, in prigione da tre anni ma ormai prossimo alla scarcerazione, che durante il viaggio di ritorno a casa incontra Wednesday. Questo enigmatico individuo gli chiede di lavorare alle sue dipendenze come tuttofare e lo introduce nel mondo delle moltissime divinità e creature fantastiche che popolano segretamente il Paese. Con l’approssimarsi della guerra tra vecchi e nuovi dèi, la debolezza mortale di questi esseri millenari si fa sempre più evidente
«-Gli dèi muoiono. E quando muoiono davvero nessuno li piange o li ricorda. È più difficile uccidere le idee, ma prima o poi si uccidono anche quelle.[...]»
ed è qui che l’intervento di Shadow si dimostra fondamentale in più occasioni, dal momento che aiuta Wednesday nella missione di convincere gli altri dèi ad unirsi alla loro fazione.
Da questo spunto si avvia una storia molto più complessa, a tratti perfino troppo, tanto che si ha la sensazione di ricevere un po’ troppe informazioni. Questo problema si evidenzia soprattutto nei brevi racconti che l’autore inserisce di tanto in tanto a fine capitolo: sono storie di personaggi esterni alla vicenda che incontrano delle divinità o di migranti d’altri tempi che portano i vari dèi negli USA; personalmente avrei preferito una racconta di racconti a parte, perché queste storie sono tutte molto interessanti e coinvolgenti ma includerle nel romanzo spezza la narrazione.
Un altro aspetto che non tutti i lettori gradiranno è la caratterizzazione del protagonista. Come detto, Shadow incontra svariate creature sovrannaturali, oltre ad avere continuamente sogni surreali e dover scappare a più riprese dal braccio armato dei nuovi dèi: tutto questo però lo lascia del tutto insensibile. Questo peculiare comportamento trova una giustificazione più in là nel romanzo, come molti altri aspetti poco chiari in un primo momento, ma capisco che possa lasciare perplessi.
Oltre a Shadow abbiamo un ricco cast di personaggi, tra i quali spicca sicuramente il truffaldino Wednesday che è risultato il mio preferito a dispetto di tutte le sue discutibili azioni, mentre ho tutt’ora delle riserve su Laura perché il suo arco narrativo mi è sembrato troppo spesso in balia del caso, come se l’autore la facesse entrare in scena a sorpresa quando non sapeva come proseguire altrimenti.
I veri protagonisti del romanzo si rivelano però essere gli Stati Uniti, tra i quali i personaggi si muovono freneticamente. In fondo non ci potrebbe essere Paese migliore per ambientare questo romanzo, con gli abitanti che rappresentano le più diverse etnie. Oltre ad essere celebrati in questa storia on the road, gli USA mostrano qui anche il loro lato più oscuro: un Paese che non solo fatica a mantenere le vecchie tradizioni, ma crea sempre nuovi dèi andando così a annullare anche quelli moderni,
«-Magari [gli Stati americani] condividono alcuni simboli culturali -i soldi, il governo federale, gli svaghi- e ovviamente il paese è lo stesso, ma quel che crea l’illusione che si tratti di un’unica nazione sono i dollari, il Tonight Show e i McDonald’s, nient’altro.»
un Paese nato dalle intenzioni più positive che le vede spesso annullate in favore dell’interesse personale. Interesse che porta inevitabilmente alla mancanza di fede, perché nessuno percepisce più degli obblighi verso la religione e le credenze, e quindi investe altrimenti le proprie energie.
«-Non è ancora tardi per passare dalla parte dei vincitori. Comunque sei libero di restare dove sei. Essere americano significa poter scegliere. Questo è il miracolo americano. Libertà di fede significa essere liberi di credere nella cosa sbagliata, in fondo. Esattamente come la libertà di parola ti dà diritto di tacere.»
Per concludere, eccovi la mia solita lamentela sull’edizione italiana. Capisco che si tratti di un libro abbastanza lungo, ma ho riscontrato davvero parecchi errori di mancata revisione e considerate che ho letto la nuova edizione del 2016, non quella dei primi anni 2000. Un problema del tutto soggettivo è rappresentato invece dalla copertina, che è attinente alla storia ma sembra davvero di pessima qualità grafica... si poteva fare di meglio, Mondadori.
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Meglio i fratelli Grimm
Le short stories sono un tipo di narrazione che solitamente evito ma, dopo anni di sosta nella mia libreria, ho deciso che era arrivato il momento per “Cari mostri” di Stefano Benni; per l'appunto una raccolta di ben venticinque racconti brevi, in alcuni casi brevissimi.
Si parla principalmente di mostri, ma non (solo) nel senso convenzionale del termine: l’autore cerca di mostrare in chiave parodistica vari aspetti della società attuale che non approva, sostanzialmente punendo i malvagi attraverso le figure dei mostri che si trasformano quindi da creature spaventose ad angeli vendicatori.
Purtroppo non ho apprezzato particolarmente questo libro, soprattutto perché non credo che sia stato chiarito il target di riferimento; alcune delle storie sono fiabesche e sembrano prese da una raccolta per bambini mentre altre sono decisamente mature, piene di blasfemia, volgarità e violenza ai limiti del descrivibile. Insomma, contenuti che potrebbero turbare anche un lettore adulto uniti a dei messaggi perlopiù infantili, come sii gentile verso il tuo prossimo o rispetta l’ambiente che ti circonda.
Di questa raccolta salvo unicamente la critica all’eccessiva sterilità delle relazioni d’oggi, i riferimenti ad alcuni mostri classici della letteratura come Dracula e, aspetto decisamente più superficiale, la suggestiva copertina. Del resto, questo libro non mi ha per nulla spaventato e le uniche risate sono state provocate dalle citazioni alla contemporaneità, perché non credo si possa trovare nulla di divertente in temi seri come la dipendenza da droghe o la pedofilia, se trattati in modo così superficiale.
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In famiglia tutto bene
“Nei luoghi oscuri” è un thriller psicologico scritto da Gillian Flynn che, come il suo romanzo più noto “L'amore bugiardo”, sfrutta il pretesto iniziale di un efferato delitto per illustrare pian piano le vicende private, e spesso altrettanto efferate, di un famiglia.
Il romanzo è diviso in due timeline, una ambientata ai giorni nostri e l'altra all'inizio del 1985 per mostrarci passo passo quali eventi hanno causato il crimine, fulcro della storia. La narrazione è spezzata anche in diversi POV, tra i quali l'unico in prima persona è quello della protagonista, Libby Day; questa scelta ha il fine di mostrarci in modo più dettagliato le sue emozioni e l'evoluzione che subirà nel corso della storia.
La trama parte dal presente, con Libby ormai trentenne che non sa cosa fare della sua vita: fino a quel momento è sopravissuta grazie alle generose donazioni delle persone commosse dalla sua storia ma ora si trova a corto di denaro, tanto da accettare di partecipare dietro lauto compenso ad un incontro del Kill Club. Di questa associazione fanno parte ex poliziotti o semplici cittadini interessati a risolvere noti casi di cronaca nera; per la prima volta in quasi venticinque anni, Libby si pone delle domande su quanto successo alla sua famiglia e decide di indagare a fondo, come forse la polizia non fece all’epoca.
Si alternano poi via via le scene ambientate nel passato e ci mostrano come, in poche ore, si sviluppò un’incredibile sequenza di eventi covati da tempo che portarono alla morte della madre e delle sorelle di Libby, nonché all’arresto di suo fratello maggiore Ben, ritenuto l’artefice della strage.
La storia si dipana in modo chiaro e davvero rapido e, a differenza di quanto successo con “L’amore bugiardo”, sono riuscita a prevedere il finale con largo anticipo. Non mi ritenendo affatto un’acuta investigatrice, quindi presumo che non fosse poi così complesso da indovinare.
Punto di forza del libro sono invece i suoi personaggi, a partire dalla protagonista. Libby è sicuramente una donna difficile: abituata a rubare nei negozi e in casa d’altri, pronta a menar le mani e senza alcuna remora ad informare il lettore dei suoi pensieri più malvagi
«Ed ecco che era riaffiorata la cattiveria. [...] Il viso di Jamie era parzialmente bruciato nell'incendio appiccato dal padre, che aveva uccido tutti gli altri membri della famiglia. Ogni volta che prelevavo del denaro, pensavo che, se Jamie non mi avesse rubato in parte la ribalta, adesso avrei potuto avere il doppio dei soldi. [...] Era un pensiero orribile, naturalmente. Fin lì ci arrivavo anch'io.»
Questo atteggiamento, spesso ribadito nei primi capitoli, potrebbe portare il lettore a disprezzarla e quasi a voler abbandonare subito il libro; io consiglio invece di perseverare, perché la Flynn riesce a descrivere in modo molto credibile la sua crescita personale, per giungere nella parte finale a pensieri come questo:
«[...] mi misi un po' di burro cacao che stavo per rubare e avevo invece comprato (una decisione di cui non ero ancora del tutto convinta).»
Promuovo anche il resto della famiglia Day, con qualche riserva sulle sorelle -Debby troppo marginale, Michelle eccessivamente matura per la sua età. Un famiglia che condivide gli stessi geni e gli stessi pensieri cupi
«Questa [triste] è la parola che userebbe mia madre, meno drammatica di ‘depressa’. Sono triste da ventiquattro anni.»
nonché una tendenza malsana alla violenza (Runner si gioca con Sageous il titolo di Cattivo Più Odiato del 2019) ed il frequente ricorso a pensieri che ruotano attorno al suicidio
«[Ben] Vide di nuovo asce, pistole, corpi insanguinati riversi al suolo. Urla che lasciavano il posto a gemiti e sussulti. Desiderò che il sangue sulla fronte non si arrestasse mai.»
Il resto del cast è abbastanza gradevole, soprattutto per la presenza di una vasta rappresentazione, anche se non ho apprezzato affatto la scelta di dipingere sempre e solo relazioni genitori-figli problematiche. In alcuni casi si creano situazioni anche credibili, seppur un po’ agli estremi
«Diondra sosteneva che quella regola lo faceva sentire meno in colpa quando l'abbandonava a se stessa a volte per mesi, [...] Conferiva dignità alla sua paternità: sua figlia poteva bere o assumere droghe, ma se rimaneva vergine, allora lui non era un padre così di merda come sembrava.»
mentre in altri credo che la Flynn abbia calcato oltremisura la mano per aumentare la drammaticità della scena, come il comportamento di Magda nei confronti del figlio in questo dialogo:
«-Cristo, Ned, smettila di mangiarti la roba per gli ospiti! [...] Va' al negozio, ho quasi finito le sigarette. E compra altri dolci.
-Jenna ha preso la macchina.
-E allora vacci a piedi, ti farà bene.»
Altri elementi negativi, a mio parere, sono l’espediente dell’incomunicabilità utilizzato per allungare la storia in alcune parti, come il primo incontro tra Libby e Ben, e il nominare in continuazione la catena di negozi 7 Eleven, neanche si trattasse di uno spot promozionale.
Positiva invece la decisione di dare un maggior respiro alla narrazione, introducendo una breve di parentesi storica sull’embargo imposto da Jimmy Carter all’Unione Sovietica nel 1980, che portò al fallimento numerosissimi agricoltori statunitensi già gravati dai mutui elargiti troppo facilmente dalle banche
«[Runner] era andato a chiedere un prestito. Aveva finito per ottenere il doppio di quanto richiesto. Non avrebbe dovuto accettare, forse, ma il responsabile dei prestiti aveva detto di non preoccuparsi, dopotutto era l'epoca del boom economico.»
e poi costretti a vendere tutto, prima le attrezzature e poi i terreni. In un libro d’intrattenimento mi hanno colpita questi spunti, e ne ho colto un parallelismo significativo tra il trattamento riservato dalla cittadina ad un agricoltore indebitato
«Tutta Kinnakee sembrava affranta per quel disgraziato incidente, finché non era saltato fuori che la fattoria del tizio stava affondando nei debiti. [...] E tutt'a un tratto si erano rivoltati contro quel poveretto, che era morto con i polmoni pieni di grano.»
e quello che ogni giorni milioni di italiani “perbene” riservano alle vittime dei crimini di cui sentiamo parlare alla TV: è stato investito? tanto era solo un nero... L’hanno stuprata? e di che si meraviglia, con quella gonna! Un pestaggio? ma secondo me a quei gay piace pure.
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E il genio di "Aladdin" muto!
Con "L'anello di Salomone" di Jonathan Stroud inizia la Tetralogia di Bartimeus, anche se fino all'ultimo sono rimasta combattuta se fosse il volume giusto dal quale cominciare: in teoria questo è un prequel alla trilogia originale scritto anni dopo la sua conclusione, ma nel volume unico edito da Salani viene messo all'inizio ed indicato come primo libro.
A conti fatti credo che entrambi gli ordini di lettura possano essere validi, perché la trama è comprensibilissima già da questo libro e non ho trovato nessun riferimento oscuro. La storia vede come protagonista Bartimeus, un jinn abbastanza forte ma soprattutto molto astuto che come molti suoi simili è al servizio di uno dei maghi supremi di Gerusalemme; la città è diventata il punto di convergenza per i più potenti stregoni degli Stati limitrofi in virtù dell’Anello indossato da re Salomone, capace di convocare in un attimo un esercito di spiriti ai suoi comandi.
Sebbene la trama sia uno dei punti deboli del libro a causa della sua prevedibilità, non voglio dire nulla di più per evitare spoiler; anticipo soltanto che il libro vede come coprotagonista Asmira, una guerriera proveniente dalla lontana Saba con la missione di proteggere il suo regno dalla minaccia dell’Anello. Lei è decisamente l’altro punto debole, perché ha una storia personale già letta decine di volte e perché il suo personaggio mantiene un comportamento detestabile per buona parte del volume, così che la sua svolta finale risulta troppo affrettata.
Ma veniamo agli aspetti positivo del romanzo. Innanzitutto il personaggio di Bartimeus è caratterizzato in modo geniale e assolutamente accattivante, con la giusta miscela di sarcasmo e sagacia: i suoi capitoli POV -gli unici ad essere narrati in prima persona- sono decisamente i più godibili. Un’altra nota positiva è data dall’interessante sistema magico collegato ad oggetti incantati e all’evocazione degli spiriti; promuovo a pieni voti anche la scelta di dare un taglio molto maturo a questo libro per ragazzi, affrontando anche tematiche come la perdita, la lotta spietata per il potere e lo sfruttamento degli schiavi.
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Dov'è quel dannatissimo labirinto?
Jeanne Kalogridis mi aveva deluso parecchio un paio d'anni fa con “La sposa dell’inquisitore”, ma avevo ancora un paio di suoi titoli in libreria e quindi ho voluto comunque darle una seconda chance e leggere “Il labirinto delle streghe”, altro romanzo storico che mescola però parecchi elementi fantastici.
La trama segue la storia di Sybille dal racconto che lei stessa fa della sua vita al monaco Michel; accusata di stregoneria, per la giovane donna è già pronta una condanna a morte, ma lei è comunque determinata a raccontare la sua versione di quanto accaduto dal giorno della sua nascita, e soprattutto della lotta tra la sua Razza e il Nemico che la vuol tenere separata dal suo Amore.
Mi rendo conto di non essere in grado di riassumere decentemente la sinossi, ma in questo libro la confusione regna sovrana: vengono mescolati assieme elementi New Age che rimandano alla Wicca, riferimenti religiosi dell'Ebraismo e del Cristianesimo e l'esoterismo dei Cavalieri Templari. Come se non bastasse, non è mai ben chiarito se la magia in questo romanzo sia reale o meno, perché ad esclusione di chi la pratica essa ha ripercussioni quasi nulle sul mondo esterno e si parla principalmente di sogni profetici ed amuleti non sempre efficaci. Per non parlare di quando queste visioni servono a giustificare azioni decisamente riprovevoli, come il rapimento di una neonata o lo stupro di una ragazzina incosciente.
Neppure i personaggi mi hanno particolarmente colpita, specie perché sono poco approfonditi e ricalcano delle macchiette collaudate. Non mi sento di salvare neppure la protagonista che si dimostra priva di carattere e sempre in balia degli eventi, con la “scusa” di dover compiere il volere della Dea.
Lo stile della Kalogridis è buono ma del tutto dimenticabile, e mi ha divertito solo per le descrizioni contraddittorie (l'omone... basso?) e la scelta di inserire sempre dei colori accostati (nero-bluastro, rosso-dorato, verde-grigio, ecc.).
Di questo romanzo promuovo però l'accurato lavoro di ricerca per la parte storica; nella descrizione delle malattie del passato e delle battaglie l'autrice da il meglio di sé, scivolando in alcuni casi nello splatter senza un valido motivo.
Ultima nota, l'edizione italiana targata Newton Compton ha stravolto il titolo originale “The Burning Times” (letteralmente, L'epoca dei roghi) in favore di uno del tutto fuori contesto: quelli che in questa storia vengono definiti streghe o stregoni non amano detti appellativi, ma soprattutto non c'è nessunissimo labirinto!
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Le grandi speranze vengono infrante
“Tess dei d’Urberville” è un romanzo di formazione scritto alla fine del Ottocento da Thomas Hardy, autore da me già molto apprezzato per la sua precedente opera, “Via dalla pazza folla”.
La storia segue la vita di Tess Durbeyfield, semplice ragazza di campagna la cui esistenza verrà stravolta dalla scoperta che la sua povera famiglia è tutto ciò che rimane di un'antichissima dinastia di nobili cavalieri normanni, i d'Urberville appunto. La testardaggine del padre, deciso a farsi chiamare da tutti con l'appellativo di Sir John, e le insistenze della madre porteranno Tess ad intraprendere un viaggio presso alcuni presunti ricchi parenti, viaggio che segnerà l'inizio delle sue sventure.
Se già in “Via dalla pazza folla” il caro Hardy non ci aveva risparmiato disgrazie ed eventi drammatici, in questo romanzo l'aspetto tragico diventa prevalente, arrivando ad escludere quasi del tutto l'inserimento di momenti più leggeri ma regalandoci al contempo riflessioni evocative come questa:
«Nella difettosa esecuzione del piano ben disposto dell’universo raramente l’invito provoca l’arrivo di chi si invoca; raramente si incontra l’uomo da amare, quando viene l’ora per l’amore.»
Infatti, nonostante la prima parte della trama possa far pensare a dei felici risvolti per Tess e la sua famiglia questo clima ottimista, che ricorda per certi versi “Grandi speranze” di Charles Dickens,
«Tess aveva gli occhi pieni di lacrime e la voce così soffocata da non riuscire a esprimere i sentimenti di quel momento. [...] due bambini ai lati di Tess, tenendola per mano e guardando di tanto in tanto pensierosi, come si fa con chi è destinato a compiere grandi cose; la madre li seguiva coi più piccini.»
viene abbandonato dopo pochi capitoli con la scena che è stata causa di aspre critiche nei confronti di quest'opera, ovvero la violenza subita da Tess mentre la ragazza è incosciente; Hardy venne additato in particolare per aver sottotitolato il romanzo A Pure Woman (ossia, una donna pura) che secondo i benpensanti dell'epoca era una definizione inadatta al personaggio di una ragazza non più illibata.
Personalmente ho trovato molto coraggiosa la scelta di trattare il tema della violenza dal punto di vista di una donna in quegli anni e in quel ambiente chiuso e pieno di persone pronte a giudicare il prossimo. In un contesto del genere si delinea ancor più marcatamente la differenza tra la reazione di Tess a quanto le è successo,
«-Tessy... non mi ami neppure un pochino, ora?
-Ve ne sono grata-, ammise la ragazza con riluttanza. -Ma temo di non...-. Il pensiero improvviso che la passione di lui potesse avere quel risultato l’angosciò a tal punto che, prima una lenta lacrima poi un’altra, finì per scoppiare in pianto.»
portavoce della ferma denuncia dell'autore, e le reazioni delle persone attorno a lei; e se dal suo stupratore ci si potrebbe anche aspettare affermazioni di questo tono,
«-Non ho capito le tue intenzioni se non quando era ormai troppo tardi.
-È ciò che ogni donna dice.
-Come osi parlare così?-, gridò voltandosi impetuosamente verso di lui, gli occhi fiammeggianti, [...] -Dio mio, potrei buttarti giù dal calesse!»
tutt'altra impressione otteniamo leggendo le parole della madre della protagonista, che diventa invece l'esempio tipico del pensiero popolare
«-E dopo tutto ciò non l’hai costretto a sposarti?-, la rimproverò la madre. -Qualsiasi donna all’infuori di te ci sarebbe riuscita. [...] Perché non hai pensato a far del bene alla tua famiglia invece di pensare solo a te stessa?»
In questo quadro a prevalere non può che essere la figura di Tess. Il suo personaggio si dimostra una versione migliore di Pamela, protagonista dell'omonimo romanzo di Samuel Richardson, perché capace di rimanere fedele ai suoi principi e alle decisioni prese anche nei momenti di maggiore avversità, ponendo come unico limite la salvezza della sua famiglia.
Tess ci viene presentata con delle caratteristiche che farebbero invidia alle donne moderne: è orgogliosa e risoluta, e lo si capisce perfettamente quando sceglie di affrontare di petto la gente del suo paese
«Le pene maggiori erano dovute all’osservanza delle convenzioni, non a sensazioni naturali.»
ed allattare in pubblico il bambino nato dallo stupro subito. Inoltre la sua assennatezza non le preclude il desiderio di poter raggiungere la felicità nonostante le disgrazie del suo passato
«Anche se aveva deciso d’essere così coraggiosa da lasciare che la generosità avesse la meglio sui suoi sentimenti, fu chiaramente sollevata nell’udire quell’esclamazione d’impazienza. Ora aveva tentato anche questo, ma non avrebbe più avuto la forza di ripetere un’altra volta quel sacrificio di se stesa.»
Il romanzo è costellato da molti altri personaggi interessanti, in special modo quelli secondari che Hardy delinea con tanta cura, ma devo ammettere che la figura di Tess va un po' ad oscurarli tutti.
In quest'opera viene maggiormente evidenziato l'amore dell'autore per la contea del Wessex, dove la placida vita contadina crea l'illusione che città caotiche come Londra siano soltanto un miraggio lontano,
«Era una splendida serata di settembre, poco prima del tramonto, quando la luce gialla si infiltra nelle ombre turchine con linee sottili come capelli e l’atmosfera stessa assume una prospettiva senza l’aiuto di forme solide, all’infuori degli innumerevoli insetti che volano in essa, danzando.»
Altro aspetto tipico della narrazione hardyniana è la riflessione sulla fede, che ben si coniuga all'agnosticismo dell'autore stesso,
«Un giorno piovoso era espressione di inconsolabile dolore per la sua debolezza da parte di un vago essere etico che lei non riusciva a classificare con precisione, né come il Dio della sua fanciullezza, né come alcun altro essere.»
questa costante ricerca della fede porta nel romanzo del ben chiari riferimenti biblici, dal comportamento tenuto da Angel, novello San Giuseppe, al triplice canto del gallo. Interessante a tal proposito è anche la reazione di Tess alle citazioni bibliche scritte sulle staccionate da un fanatico credente:
«-Puah, non posso credere che Dio abbia pronunciato queste parole!-, mormorò sdegnosamente, [...]»
Pochi fedeli contemporanei sarebbero capaci di tanta riflessione e (auto)critica.
NB: Libro letto nell'edizione Rizzoli BUR
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Ci sono parentele più chiare in Beautiful
Con questa lettura si conclude la trilogia ideale -o ciclo compiuto, come lo definisce lo stesso autore- I nostri antenati di Italo Calvino. “Il cavaliere inesistente” è un racconto che pesca a piene mani dal tradizionale ciclo carolingio, riprendendo anche personaggi molto noti come Orlando ed Astolfo, i quali rimangono comunque poco più di comparse.
La storia si concentra invece sul nobile cavaliere Agilulfo, che non esiste sul piano della tangibilità ma solo in virtù della sua mera volontà, e riesce in questo modo a muovere un’armatura sempre immacolata. Per poter dimostrare la bontà dei suoi innumerevoli titoli, il cavaliere è costretto ad affrontare un lungo viaggio tra Europa e Nord Africa, sempre attorniato da una folta schiera di personaggi dalle storie al limite del reale.
Confrontato con agli altri romanzi della trilogia, questo è indubbiamente il più divertente con delle scene surreali, come quando il giovane Rambaldo si presenta presso un apposito ufficio per poter far richiesta di un duello contro un moro al fine di riparare l’onore della sua famiglia. Il tema centrale del libro è però la ricerca della propria identità, ricerca che impegna non soltanto l’inesistente Agilulfo ma tutti gli altri personaggi principali, dal sempliciotto Gurdulù -promosso per dispetto da Carlomagno a scudiero di Agilulfo- agli abitanti della Curvaldia, che riescono infine a prendere coscienza di sé ed a instaurare una sorta di repubblica dove prima il dominio dei nobili era incontestabile.
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Truffa all'italiana
“La donna in bianco” è uno dei primi esempi letterari di detective novel, ossia di romanzo incentrato su un mistero o un delitto che viene risolto attraverso accurate ed audaci indagini da un personaggio non sempre collegato al mondo della polizia ordinaria, spesso si tratta anzi di investigatori dilettati o persone comuni che si trovano loro malgrado coinvolte in un crimine.
Per la prima volta compaiono espressioni tipiche del gergo poliziesco, come indagine, indizi e sospetti, inoltre il protagonista si impegna in dei veri e propri interrogatori con vari personaggi e formula delle ipotesi basate sull’osservazione diretta dell’ambiente
«[...] mi venne fatto di osservare il basamento della grande croce bianca, dal lato dove c’era l’iscrizione… Vi si notava, fatto abbastanza curioso, una larga zona ripulita di fresco, proprio nel bel mezzo. [...] Avevo deciso di ritornare al cimitero sul far della sera: se la mia ipotesi era quella giusta avrei sorpreso all’opera la persona che si era sobbarcata l’incarico di ripulire quel particolare monumento funebre.»
Scritta nel 1859 e pubblicata a puntate, com’era in uso per molti romanzi dell’epoca, questa è indubbiamente una delle opere più note di William “Wilkie” Collins. Con questo volume viene “inventata” anche la sensation novel, ossia il genere basato sulla capacità dell’autore di creare un’atmosfera di tensione continua e crescente, e vengono inoltre inseriti diversi riferimenti alle sue esperienze personali: sono presenti personaggi di origine italiana e scene ambientate in Francia, entrambi Paesi nei quali l’autore viaggiò di frequente durante la giovinezza,
«L’Italia è indubbiamente il paese più affascinante che ci sia al mondo e Laura vi troverà i più svariati motivi di distrazione e di interesse, [...]»
ma anche diversi avvocati ed elementi collegati alla giurisprudenza, campo dei suoi studi universitari, seppur mai diventato la sua professione.
Amico e collaboratore di Charles Dickens, in questa narrazione Collins si avvicina idealmente ad altri autori: per ambientazione e personaggi mi ha ricordato Jane Austen, nello specifico “L’abbazia di Northanger”, mentre le indagini svolte dal protagonista posso benissimo aver gettato le basi per quelle del detective di Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes.
Il romanzo presenta una struttura molto originale, risultando in sostanza una sorta di memoir redatto dal protagonista unendo le trascrizioni delle sue esperienze alle testimonianze degli altri personaggi, in forma di deposizioni, diari o certificati ufficiali. Un plauso va alla bravura di Collins nel saper intrecciare abilmente i vari registri narrativi e dar voce di volta in volta ai diversi personaggi in modo assolutamente credibile.
La storia prende l’avvio quando al maestro di disegno Walter Hartright viene offerta la possibilità di insegnare alle giovani nipoti di un ricco possidente, tale Mr Fairlie; la sera stessa, il protagonista incontra in modo fortuito anche la misteriosa donna in bianco che dà il titolo al romanzo, portatrice di oscuri presagi proprio sul nuovo lavoro di Walter. Da questo spunto iniziale si sviluppa una trama davvero complessa e ricca di colpi di scena, dove il personaggio di Walter viene di frequente accantonato per dar spazio alle altre storie, espediente che però impedisce al lettore di affezionarsi al protagonista.
In generale nessuno dei personaggi di dimostra particolarmente incisivo, anzi alcuni sono decisamente snervanti come Laura, ma mi sento comunque in dovere di citare tra i miei favoriti la determinata Miss Halcombe, unico personaggio femminile che tenta di ottenere un ruolo che sia paritario, anche durante le indagini, pur non riuscendo sempre nell’intento,
«Doveva esserci un motivo preciso, per tanta confidenzialità. Il conte non faceva mai nulla senza uno scopo...
Al momento non potevo perdermi in queste congetture, perciò scacciai il pensiero e mi interessai soltanto alla contessa che stava facendo i suoi soliti interminabili giri attorno alla vasca dei pesci rossi.»
e l’ambiguo conte Fosco la cui astuzia gli è valsa la mia simpatia a dispetto del ruolo da antagonista.
Per quanto riguarda i personaggi secondari, alcuni sono puramente macchiettistici e mi hanno ricordato ancora una volta la Austen; ad esempio la placida governante, Mrs Vesey
«C’è chi attraversa la vita correndo e chi va a passo lento. Mrs Vesey, nella vita, ci stava seduta!»
o anche Frederick Fairlie, sempre preoccupato per i suoi poveri nervi
«Il giorno del mio [di Mr Gilmore] arrivo non ebbi il piacere di esser ricevuto da Mr Fairlie. Da anni egli era, o credeva di essere, un povero invalido cui non era possibile intrattenere facilmente dei visitatori, specie per colloqui d’affari.»
Oltre al senso di distanza rispetto ai personaggi, gli altri elementi che non mi hanno convinta del tutto sono il finale che risolve le varie problematiche in modo troppo fortuito e le spiegazioni eccessive dei vari misteri: molte risposte erano davvero facili da intuire per il lettore, non era affatto necessario specificare tutto più volte.
NB: Libro letto nell'edizione Newton Compton
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Senza colpa non può esserci assoluzione
“L’uomo che voleva essere colpevole” è uno dei romanzi più noti dell’autore danese Henrik Stangerup; scritto agli inizi degli anni Settanta, questo volume arrivò nelle librerie italiane solo nel 1990, anno in cui l’opera fu portata sul grande schermo dal film omonimo di Ole Ross.
La storia è ambientata in Danimarca, o meglio in una sua possibile versione futura in cui il governo ha gradualmente imposto alcune leggi atte a limitare le libertà individuali in nome del bene comune. Ci sono alcune norme “tipiche” dei romanzi distopici, come quelle contro la libertà di stampa, mentre altre sono invece particolari di questo mondo e si focalizzano principalmente sull’educazione dei bambini: per poter diventare genitori si devono superare diversi test per dimostrare la propria idoneità, d’altro canto chi ha già dei figli può vederseli sottratti da un momento all’altro se lo Stato -nelle persone dei cosiddetti Assistenti- non lo ritiene un individuo economicamente e mentalmente stabile.
Com’è evidente queste leggi di base non sembrano totalmente sbagliate,
«Le proposte erano semplicemente studiate per il bene dei bambini: non desideravano forse tutti vedere intorno a sé bambini felici e senza angosce?»
ma vanno pian piano a limitare sempre più il numero di persone alle quali viene permesso di diventare genitori.
In questo contesto di tensione continua si apre la storia di Torben, ex scrittore di successo ora costretto a ripiegare su un lavoro impiegatizio
«Torben fu costretto ad accettare un lavoro a mezza giornata all'INRL (Istituto Nazione per la Razionalizzazione della Lingua). [...] Un lavoro deprimente che consisteva nel far di tutto per impoverire la lingua e che lo metteva appena in condizione di vivere senza debiti.»
che per molti aspetti ricorda quello Winston Smith, protagonista di “1984”, seppur in questo caso non si tratti tanto di cancellare delle parole dal linguaggio comune quanto di edulcorare delle espressioni dalla connotazione negativa,
«Questa semplificazione del linguaggio era appunto il compito principale dell'INRL, [...] tutte le parole sarebbero state suddivise in due soli gruppi: parole positive e parole negative.»
alla fine il risultato è comunque analogo a quello del mondo immaginato da Orwell: libri, vocabolari e quotidiani vengono ristampati per adattarsi alle modifiche, che sono così subito recepite dalla popolazione.
Torben non riesce però ad adeguarsi a questa società caratterizzata da programmi TV vuoti, romanzi sempre uguali e cittadini stipati in super condomini di cemento, e quando realizza che la moglie Edith si è invece perfettamente integrata la uccide brutalmente. Lo Stato non può però riconoscere la sua colpa, impegnato com’è a cancellare il concetto di egocentrismo dalle menti, ed ecco quindi che l’omicidio si trasforma prima in un mancato adattamento sociale e poi in un banale incidente.
Il protagonista è deciso a far ammettere allo Stato l’esistenza del suo crimine, perché senza la colpa non ci può essere neppure il perdono, che nel suo caso vorrebbe dire poter riottenere l’affidamento dal figlio Jesper.
I punti deboli di questo romanzo si possono riscontrare nella trama troppo scarna, seppur con un ottimo finale, ma soprattutto nei coprotagonisti che ripresentano sempre uno schema fisso: in un primo momento sembrano avere idee contrarie a quelle imposte dalla società, poi non osano far nulla di concreto contro di essa.
Il mondo creato da Stangerup è invece decisamente un punto a favore di questa lettura. È stato interessante leggere di una distopia dove i cambiamenti non venissero imposti con la forza, bensì in modo tanto sottile che alla fine sono i cittadini stessi a controllarsi gli uni gli altri
«Lo psichiatra era noto anche fuori dalla sua cerchia, per i suoi studi e articoli sulla letteratura danese, un interesse a volte criticato dai colleghi, che ritenevano che avrebbe fatto meglio a limitarsi a pubblicazioni specializzate.»
Come detto, questo governo parte da dei principi all’apparenza giusti e condivisibili
«Lo stato non aveva forse per motto: “Il bene comune dalla Culla alla Tomba”? E allora perché nessuno era felice? E cos'era poi la felicità? Nessuno lo sapeva.»
che però trasformano in pochi anni la società, con la presenza sempre incombente degli Assistenti nelle super comunità e le loro attività AA (Anti-Aggressività), come la corsa dell’odio che richiama ancora una volta a “1984” dov’erano presenti invece i due minuti d’odio sempre atti a svuotare i cittadini dai sentimenti negativi.
Stangerup immagina anche uno Stato dove la popolazione ha perso ogni interesse nei confronti della democrazia diretta
«Eppure sembrava che ogni passo nella direzione giusta ne determinasse molti in quella sbagliata. A che serviva il diritto di voto a diciott'anni e poi a sedici se a nessuno importava di votare?»
come afferma anche Torben, quando pensa al direttore del Reparto Rilascio e Ritiro delle Tessere Mammaepapà
«Se ancora votava alle elezioni era sicuramente per il centrosinistra o i radicali, ma con ogni probabilità, come quasi tutti del resto, non credeva più che mettere una croce su un simbolo ogni quattro anni avesse il benché minimo significato.»
Oltre alla distopia, mi ha colpito molto anche lo stile dal ritmo molto rapido, che può dare la stessa sensazione di angoscia provato con “Cecità” di José Saramango, e dalla narrazione zeppa di interrogative, rimando evidente alla filosofia di Kierkegaard come lo sono pure il concetto di colpa e i riferimenti all’estetismo.
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Il mondo (non) ruota attorno ad Ivy
"Forever. Solamente io e te" è il secondo ed ultimo capitolo della Ivy Series scritta da Amy Engel.
Preso singolarmente, questo capitolo presenta almeno un paio di miglioramenti. Almeno nei primi capitoli, la trama ricorda quella di un distopico -in particolare la serie di Hunger Games-; i nuovi personaggi Ash e Caleb si sono dimostrati abbastanza interessanti, specialmente il secondo; l’ultimo, e assai frivolo, miglioramento è nella copertina, dove almeno hanno azzeccato il colore dei capelli della protagonista.
Per quanto riguarda gli altri aspetti, la situazione rimane quella del primo capitolo oppure peggiora ulteriormente. La traduzione è pigra e cade in diversi errori, i pochissimi personaggi secondari sono caratterialmente degli stereotipi e il finale è quanto di più sconclusionato e anticlimatico io abbia mai letto.
Se cercate un distopico, vi conviene girare al largo da questa duologia, mentre se volete un romance (N.B. NON il mio genere!) credo ci siano molti libri ben più originali.
Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i dieci motivi per i quali sconsiglio questa serie.
1. IVY
Iniziamo proprio con la protagonista. Ivy è la narratrice della storia e il suo punto di vista è nel migliore dei casi fastidioso, specialmente perché è convinta che tutto quello che accade sia correlato a lei e deve essere costantemente rassicurata a riguardo. Inoltre, anche nei momenti più improbabili, ci delizia con pensieri del tutto fuori luogo, ad esempio in uno dei primissimi giorni fuori dalla recinzione deve ripararsi da una tempesta, così descritta:
«La tempesta sopraggiunge alcuni minuti più tardi, la pioggia scroscia lungo la macchina entrando di traverso [...]»
e in questo frangente, a cosa pensa la cara Ivy?
«[...] i miei pensieri tornano a Westfall, alla mia famiglia, a Bishop: il desiderio che provo per lui è così intenso che mi fa male il petto.»
Le azioni di Ivy poi sono totalmente sconclusionate; questo aspetto si vede in particolare nel finale dove, come lei stessa deve ammettere, ogni sua azione è del tutto irrilevante, sia per il destino degli altri personaggi sia per quello della città.
Leggendo sempre e solo i suoi pensieri, ci troviamo di fronte anche a contraddizioni. Un esempio è all'inizio del primo libro, quando deve raggiungere il municipio per il matrimonio con Bishop:
«Tuttavia, la pressione della sua [del padre] mano mi riporta in equilibrio all’ultimo momento impedendomi di cadere. Sono GRATA per il suo tocco…»
ma, solo un paio di righe dopo, ci dice che
«NON mi è di molto aiuto [...]»
Ivy sembra quindi in balia di un perenne bipolarismo e il problema si fa insopportabile quando, nel secondo libro, ci tedia per metà volume su quanto le manchi Bishop e poi, quando lui entra in scena, lo evita in tutti i modi per pagine e pagine.
2. BISHOP
Passiamo al protagonista maschile. Oltre ad un nome atroce, Bishop non soffre dei problemi tipici di tanti suoi simili (maschi alfa, possessivi e violenti), ma se possibile questo lo rende ancor peggio. Bishop è buono. Troppo buono.
Non pago di mostrarsi costantemente zuccheroso, cucinare come uno chef provetto e parlare come un novello Mr Darcy, arriva al ridicolo quando si fa trovare dalla protagonista intento a preparare i panni per il bucato pur non sapendolo fare. Mi auguro che nessuna giovane lettrice basi le sue aspettative riguardo i ragazzi su simili modelli.
L'altro grosso problema di Bishop riguarda il suo innamoramento: se con Ivy la cosa è grosso modo comprensibile -si trova per marito un ragazzo bello, ricco e gentile fino alla nausea-, con lui scopriamo che si è invaghito di lei anni prima quando l'ha vista di sfuggita al pronto soccorso e ha costretto il padre a cambiare i suoi piani iniziali per poter sposare lei.
Ho solo una parola per tutto ciò: inquietante!
3. DEUS EX MACHINA
I piattissimi personaggi secondari meriterebbero una sezione a parte, ma qui mi voglio concentrare sui deux ex machina.
Il problema della trama, specialmente nel secondo capitolo, è la mancanza di un obiettivo nella protagonista, eccetto la sopravvivenza. Ed ecco quindi entrare in scena una serie di personaggi stereotipati che hanno il solo scopo di far progredire la storia: Mark che aggredisce Ivy, Ash e Caleb che la salvano, il ritorno di Bishop, l'arrivo in città di Tom.
Tolti questi elementi, la trama di per se non esisterebbe, perché non appena viene risolto un problema, la protagonista si ferma di nuovo e aspetta apatica che il prossimo sopraggiunga a muovere le acque.
4. DISTOPIA
Vedere così bistrattato uno dei miei generi preferiti mi ha ferito profondamente. Il mondo ideato dalla Engel è confuso e, a tratti, ridicolo; si parla di una guerra senza mai accennare contro chi abbiano combattuto gli Stati Uniti, inoltre il primo romanzo è ambientato in un città del tutto autosufficiente (e parliamo non solo del cibo, ma di corrente elettrica, edifici e perfino abiti!) con solo diecimila abitanti, dei quali una parte bambini e una parte donne che si limitano ad occuparsi di casa e prole.
In una città come Westfall poi, vi pare credibile che ci si possa permettere di esiliare i criminali e organizzare i matrimoni in base alle affinità caratteriali? Viene anche detto proprio all'inizio che, con l'umanità ad un passo dall'estinzione, alcune ragazze rimangono escluse dalle coppie formate dal governo!
Ma su questi errori potrei anche soprassedere se non fosse ridicola anche la distopia in se. Oltre ad imporre dei matrimoni tra i sedicenni, non è ben chiaro quali terribili atrocità metta in atto il Presidente Lattimer; nel primo libro, Ivy accenna a strade troppo vicine alle case e a marciapiedi stretti nella parte povera della città... e questa sarebbe una distopia?
5. STILE
I romanzi sono scritti in modo molto semplice e diretto, sfruttando la prima persona al presente. Purtroppo anche la semplicità impone dei limiti, perché abbiamo tra le mani un libro e non il diario segreto di una ragazzina! Ecco un paio di esempi di evidente pigrizia narrativa:
«Ma noi, chiaramente, siamo risorti dalle ceneri, vestiti di stracci, superstiti [...] che si sono ritagliati un luogo per ricominciare da capo e BLA BLA BLA…»
«Mio padre non è un FAN delle sorprese quindi so già di aver fatto qualcosa o di molto bello o di particolarmente brutto, [...]»
Nelle scene d'azione la narrazione peggiora ulteriormente, dando vita a descrizioni al limite del ridicolo:
«Tengo il braccio sano A PORTATA DI MANO accanto a me, [...]»
«Lui mi dà un pugno in faccia e sento la testa che esplode e l’occhio che SCHIZZA fuori dalla cavità oculare; [...]»
«Mi sta addosso a cavalcioni e mi TRITURA la faccia schiacciandomela con forza per terra.»
Anche degli errori del tutto involontari possono portare a frasi assurde come questa:
«Vedo alcuni poliziotti, ma sembrano confusi, GIRONZOLANO guardandosi l’un l’altro SENZA MUOVERSI, [...]»
e la mia reazione non può che essere l'alzare gli occhi al cielo, chiedendomi dove fosse in quel momento il revisore.
Altro problema collegato alla scrittura si ha quando l'autrice non si sforza minimamente di stupire i lettori con i colpi di scena; in un caso, addirittura, ci presenta un auto-spoiler decisamente anticlimatico:
«[...] riconosco per intuito che questa pistola giocherà un ruolo fondamentale in quello che deve ancora accadere e per il quale siamo qui.»
6. VIOLENZA
Che in un mondo post apocalittico la violenza sia all'ordine del giorno non trovo nulla di strano, l'importante è che l'autore faccia capire in modo chiaro che la trova sbagliata e non approva comportamenti simili.
Nel secondo volume, Ivy racconta al suo gruppetto di amici dell'aggressione subita da parte di Mark, che aveva tentato di violentarla all'inizio del libro,
«”Dovevi ucciderlo”, aggiunge Bishop, mentre lui e Caleb SORRIDONO.
“Sapevo che mi avresti detto proprio questo”, rispondo io, con un lieve SORRISO a mia volta.»
Direi che le loro reazioni si commentano da sole. Senza contare che Ivy mette a repentaglio la sicurezza dei bambini della comunità di Caleb non rivelandogli che Mark è stato espulso proprio per aver violentato una ragazzina.
7. IL PRIMO AMORE
Questa duologia può essere vista come una glorificazione del primo amore, il solo vero e sincero che non abbandona mai i personaggi. Si vedano gli esempi dei genitori di Ash, con il padre che abbandona gli agi della città per seguire la madre in esilio, e dei protagonisti stessi.
L'esempio peggiore in tal senso si ha però con Grace (madre di Ivy e Callie) e il Presidente Lattimer che, anziché capire di essersi innamorato di una pazza, si strugge per anni facendo soffrire la moglie e anche in punto di morte proclama il suo amore imperituro.
E se il termine pazza vi sembra eccessivo, pensate che costei ha abbandonato il marito adorante e due figlie di pochi anni per andare ad impiccarsi davanti alla porta di casa del ragazzo di cui era innamorata a quindici anni.
8. BELLEZZA FEMMINILE
Per buona parte del primo libro mi ha tenuto concentrata la certezza che, con tutti i suoi difetti, per lo meno Ivy si distingueva dalle sue college per l'aver coscienza del proprio aspetto. Mi sbagliavo!
Mentre sta provando un abito, la suocera le fa notare che è molto carina, e lei reagisce pensando:
«Davvero? Non mi è mai importato molto di esserlo, voglio dire, so di non essere brutta, tanti ragazzi mi hanno guardata in modo tale da farmelo percepire [...]»
e come al solito, la bellezza femminile viene riconosciuta come tale solo ed unicamente dopo aver ricevuto l'approvazione di un ragazzo.
Sempre collegata al rapporto tra i due sessi è questa affermazione sulla vita nella comunità fuori dalla recinzione:
«[...] gli incarichi siano suddivisi secondo le reali necessità del momento e non in base al fatto di essere maschi o femmine, [...]»
frase falsamente femminista, che viene ovviamente smentita dalle azioni successive: ad occuparsi del bucato con Ivy è sempre Ash, mentre Caleb viene visto solo ad occuparsi della caccia.
9. EDIZIONE
Dei libri così problematici potevano almeno sperare in edizioni che li valorizzassero per quanto possibile. Ma la Newton Compton si è messa come al solito di impegno per peggiorare una situazione già catastrofica.
I problemi sono principalmente le copertine e i titoli scelti. Le cover sono davvero di scarsa qualità, tanto che il grafico non si è neppure impegnato per posizionare le ombre giuste o mettere un accenno di mani alla Ivy del secondo libro. Inoltre, posso capire la bruttezza, ma non la mancanza di precisione: la serie inizia proprio con l'affermazione che in questo mondo non ci sono abiti bianchi (WTF?), infatti i personaggi sono sempre vestiti casual, e allora cosa ci fanno quei vestiti eleganti e BIANCHI in copertina? Per tacere di Ivy che solo nella seconda versione ha ottenuto i capelli del colore giusto.
Per i titoli la mia critica ritorna sulla pigrizia; la parola forever (per sempre, in inglese) è del tutto scollegata ai titoli originali e potrebbe andar bene per migliaia di altri libri. Nel secondo libro poi, il sottotitolo viene smentito dai fatti, perché Bishop -il “te” del titolo- compare solo a metà volume.
10. TRADUZIONE
E concludiamo con la traduzione che, in perfetta sintonia con lo stile e l'edizione, è assolutamente pigra!
Ecco, ad esempio, alcune parole tradotte in modo approssimativo:
«Respiro profondamente e mi volto per guardarlo [Bishop], le mie mani ARRICCIATE contro il bordo sottostante dello scaffale dietro di me.»
«Prima di poterci ripensare, mi giro e gli do [a Bishop] un bacio veloce sulla spalla nuda. “Grazie per questa CONDIVISIONE”, gli dico.»
Molto spesso, ci sono poi degli avverbi che ribadiscono lo stesso concetto, come in questo esempio:
«In pochi minuti mi sono già fatta fuori un’intera striscia [di carne essiccata], senza QUASI NEANCHE masticarla.»
La pigrizia della traduttrice si evidenzia inoltre quanto appella così l'accampamento di coloro che vivono oltre la recinzione:
«Ci voglio diverse ore prima di raggiungere il CAMPEGGIO, [...]»
oppure quando traduce la parola bolt, ossia dardo, così:
«[...]lo vedo crollare a terra poco dopo con uno dei BULLONI di Caleb che gli fuoriesce dall’occhio.»
Concludiamo in bellezza con una descrizione tratta dalla prima notte di passione tra Ivy e Bishop:
«[...] sento il mio corpo sciogliersi, come se la mia pelle fosse liquida, anziché COMPOSTA da ossa e organi.»
immagino che l'autrice intendesse dire che il CORPO non sembrava metaforicamente comporto da ossa e organi, mentre con questa traduzione è la PELLE a non esserlo. C'è sempre qualcosa da imparare sull'anatomia umana dai libri trash!
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Hitler alla conquista della TV (non polacca)
“Lui è tornato” è un romanzo umoristico, costellato da frequenti devianze nella satira pura; scritto nel 2012 dal tedesco Timur Vermes, il libro ha riscosso un tale successo da essere stato adattato tre anni più tardi nel film omonimo.
Come suggeriscono titolo e copertina, questo romanzo ipotizza il ritorno di Adolf Hitler nella Germania dei giorni nostri; il dittatore si risveglia come da un lungo sonno in un prato incolto della capitale tedesca, senza alcun ricordo degli ultimi settant'anni, come se fosse stato trasportato per magia nel presente dal momento del suo suicidio.
La trama si sviluppa tra una serie interminabile di momenti esilaranti, con il Führer che è costretto dalla nuova situazione ad adattarsi alla realtà contemporanea, ben diversa da quella a cui era abituato. Eccolo quindi intento a scoprire incredibili invenzioni -dagli smartphone ai rasoi con un imprecisato numero di lame-, spesso travisando ciò che vede, come in queste riflessioni sugli abiti indossati da un paio di ragazzi:
«Il patrimonio genetico di questa famiglia non era assolutamente da sottovalutare; i due ragazzi indossavano i vestiti smessi dai fratelli che erano ancora più alti di loro: dei veri giganti. Camicie grandi come lenzuola, pantaloni incredibilmente larghi.»
Dopo un inizio incerto, il redivivo Hitler riesce a farsi assumere in una casa di produzione, che lo scambia per un talentuoso imitatore, ed ottiene in breve tempo un successo incredibile grazie ai suoi video virali su YouTube.
Genere e spunto narrativo possono ricordare forse “A volte ritorno” di John Niven dove anche Gesù cercava di ottenere un pubblico al quale trasmettere il suo messaggio grazie ad un programma televisivo, ma in questo romanzo ci troviamo di fronte a tematiche ben diverse. Innanzitutto, Vermes ha svolto un eccezionale lavoro di ricerca, grazie al quale la suggestione di leggere i pensieri reali di Hitler si mantiene sempre attiva; per contro gli altri personaggi sono purtroppo relegati a dei ruoli marginali o macchiettistici. Il Führer è il solo protagonista incontrastato, pronto ad elargire la sua opinione su qualsivoglia argomento, infatti il romanzo risulta strutturato al fine di trattare uno specifico tema in ogni capitolo.
Il peculiare POV influenza ovviamente anche lo stile del testo, dove non mancano delle espressioni e dei termini d'altri tempi; uno dei molti esempi lo si può trovare in questo pensiero che Hitler elabora mentre scopre la frivolezza dei programmi TV della mattina:
«La situazione odierna doveva essere davvero terribile, se il popolo veniva esposto ai raggi di una musa leggera come l'elio già al mattino!»
Nella maggior parte dei casi però il dittatore non rinnega la modernità, anzi è desideroso di apprendere e fare nuove esperienze. Inoltre, le consuetudini contemporanee gli danno degli spunti su come le avrebbe potute sfruttare a suo tempo: guardando i notiziari televisivi, con annunci e pubblicità in sovrimpressione, ci dice che:
«D'un tratto, però, ebbi un'ispirazione: quella sorta di follia organizzata era un raffinato trucco propagandistico. Il popolo non deve scoraggiarsi nemmeno di fronte alle notizie più terribili [...] Approvai e annuii con forza. Con una simile tecnica, ai miei tempi, avrei potuto comunicare al popolo molti avvenimenti nefasti come fossero bagatelle.»
Purtroppo anche l'umorismo ha dei limiti, in questo particolare caso la maggior parte dei riferimenti alla politica tedesca contemporanea sono difficili da cogliere, e poco aiutano le note del traduttore. Inoltre sono presenti alcune scene nelle quali la comicità appare molto forzata, come quando Hitler parla direttamente al televisore
«-Non si può dire davvero che siano stati compiuti molti passi avanti-, dissi rivolto al giornalista [nel programma TV], con tono di rimprovero. Poi gli promisi che sarei ripassato più tardi per vedere se la situazione si era evoluta.»
«Rivolgendomi all'apparecchio, dissi forte che il posto giusto per quella masnada di falliti era il lager.»
si tratta di un apparecchio che lui conosce bene, come è possibile che pensi di poter comunicare con le persone nello schermo?
Per ribadire l'impegno di Vermes nella stesura di questo romanzo, basta dare un'occhiata alle sue note a fondo volume -che personalmente vi consiglio di leggere di volta in volta, dopo ogni capitolo. Anche qui l'autore non rinuncia alla sua vena satirica
«Il suo nome non era Stalin, ma si faceva chiamare così. Uccise una gran quantità di gente, ma in base ad alcuni principi. Il giudizio di Hitler su di lui: “Stalin è un bestia, ma per lo meno è di un certo livello”.»
ma al contempo fornisce al lettore delle informazioni storiche molto interessanti ed istruttive, che possono aiutare ad inquadrare in modo più oggettivo il personaggio dal lui scritto.
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Il nonsense sbarca in Inghilterra
"Maleficio" è il secondo volume della serie fantasy Prodigium, di Rachel Hawkins.
Ho sperato ingenuamente in un miglioramento, ma purtroppo questo nuovo capitolo della serie si è rivelato perfino peggiore di “Incantesimo”, per la totale assenza di una trama ben delineata e con dei nuovi personaggi adulti, ancor più stupidi degli adolescenti.
La storia riprende qualche mese dopo la fine del primo volume, in particolare con l’arrivo del padre della protagonista che decide di portarla in Inghilterra per l’estate, dove vorrebbe aiutarla ad accettare e controllare la sua natura demoniaca. Come già detto, il tutto viene narrato in modo confuso, aggiungendo nuovi elementi del tutto randomici, per arrivare infine ad un epilogo dove il caos regna sovrano.
Il tono ironico e sarcastico della protagonista è la sola cosa che si possa salvare di questa serie: l’autrice non si sforza nemmeno di rendere interessante il triangolo amoroso, che risulta quindi inserito in modo forzato, o la relazione LGBT assolutamente secondaria.
La narrazione è poi costellata da errori di traduzione e continue contraddizioni, che spesso sfociano nel nonsense assoluto.
E io pensavo di fare un affare acquistando il volume unico!
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Principessa di un regno che sai dov'è...
“Scarlet” è il secondo capitolo nella saga di retelling fiabeschi in chiave futuristica "Cronache Lunari", scritta da Marissa Meyer. Il romanzo da un lato continua a seguire le avventure della prima protagonista, la giovane cyborg Cinder, mentre dall'altro introduce la nuova eroina Scarlet.
Senza fare nessuno spoiler della trama, posso comunque affermare che l'ho trovata abbastanza scarna, con i personaggi che si limitano a spostarsi da un luogo all'altro compiendo ben poche azioni rilevanti; nonostante ciò il ritmo si mantiene incredibilmente rapido e il volume termina senza che il lettore se ne accorga.
Per quanto riguarda i nuovi protagonisti, potrei mettere Scarlet e Cinder grosso modo sullo stesso livello -entrambe ottime protagoniste, ben caratterizzate- mentre, pur con qualche problema di cliché, Wolf si dimostra un coprotagonista infinitamente migliore di Kai (che anche in questo capitolo si palesa solo per far danni!). D'altro canto non ho apprezzato l'introduzione di Thorne, un personaggio forzatamente comico: per questo ruolo, Iko basta e avanza!
Lo stile si riconferma molto semplice, sebbene ci siano decisamente meno puntini di sospensione, per la mia gioia, ma il punto forte della serie è l'originalità dell'autrice nell'adattare ad un mondo fantascientifico le fiabe classiche. Punto debole, per contro, è l'ambientazione stessa che, con questo secondo libro in cui il mondo viene maggiormente esplorato, mostra tutti i suoi limiti. Per non parlare dei giochi politici tra l'Unione Terrestre e la Luna, che risultano complessi come un puzzle per infanti.
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Negli angoli più bui della mente
“La psichiatra” di Wulf Dorn è un thriller molto apprezzato, che ha reso famoso anche nella nostra penisola l’autore tedesco.
Mantenendo fede al proprio titolo, il romanzo vede come protagonista Ellen Roth, psichiatra impiegata presso la Waldklinik; a seguito della partenza del compagno e collega Chris per un’imprevista vacanza, la dottoressa si trova tra le mani il particolare caso di una donna vittima di violenza di cui non si conoscono le generalità.
Questo thriller svolge egregiamente il suo compito di intrattenere il lettore con una storia molto adrenalinica, che scorre rapida e coinvolge negli eventi narrati. I personaggi non sono troppo approfonditi, ma quelli principali rimangono bene impressi e risultano davvero carismatici. Altro punto a favore, per quanto riguarda l’edizione nostrana, è la scelta di aver stravolto il titolo originale: di solito sono molto contrariata da questi cambi, ma in questo caso particolare trovo che il titolo originale anticipasse un po’ troppo la rivelazione principale e sostituirlo con uno più semplice sia stata una buona mossa.
La mia puntigliosità mi ha fatto però individuare anche un paio di problemi in questo romanzo, che cercherò per quanto possibile di esporre senza incorrere negli spoiler. La prima perplessità riguarda la Waldklinik, una struttura che ospita schizofrenici ad alto rischio di suicidio, dove si riesce tranquillamente ad introdurre un phon, ma soprattutto con un inquietante sotterraneo dotato di attrezzature da far invidia ad American Horror Story Asylum! Un altro problema riguarda un personaggio maschile e la sua fissazione per un personaggio femminile: per l’autore tutto trova giustificazione in un amore non corrisposto che fa soffrire, mentre per me scattare delle foto di nascosto quando uno si sta svestendo in casa propria si può definire soltanto come stalking. E come tale va denunciato, altro che bacio assolutore!
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Cambia il genere, non l'attitudine
"La mossa del principe" è il secondo capitolo della trilogia Captive Prince di C.S. Pacat. Dopo la lettura de “Il principe prigioniero”, ero rimasta parecchio delusa da quella che veniva decantata come una serie meravigliosa ed innovativa; in questo secondo capitolo ho riscontrato alcuni miglioramenti, specialmente nello stile e nella caratterizzazione dei personaggi, a dispetto delle fissazioni dell'autrice, che nel primo libro inseriva in ogni descrizione qualcosa di intarsiato, mentre qui obbliga il povero Damen a stilare continui ed inutili inventari.
La storia riprende immediatamente dopo la fine del precedente capitolo: Laurent e il suo seguito sono diretti a sud del regno di Vere su ordine del Reggente che spera di potersi sbarazzare del nipote e ascendere così al trono; ampio spazio viene dato all'evoluzione del rapporto tra Damen e Laurent, che si mantiene credibile e ben sviluppato fino a un capitolo completamente fan-service sul finale, che viene comunque accantonato subito dopo. La trama continua ad essere il punto debole di questa serie, perché anche in questo volume non ci sono avvenimenti imprevedibili, anzi le stesse scene vengono ripetute più e più volte (agguati, marce a cavallo, scambi di battute attorno al fuoco).
In un mare di personaggi secondari più o meno piatti, Laurent si riconferma il più brillante, soprattutto per l'accostamento alla stoltezza di Damen, che pur essendo in sostanza il protagonista si rivela davvero inadeguato, quasi una versione maschile di tante protagoniste dei romanzi con target YA: anziché pensare ad un valido piano di fuga perde tempo a shippare i suoi commilitoni, è completamente dimentico dell'odio che dovrebbe provare per Castor e non solo non tenta di scappare di sua iniziativa, ma non vorrebbe neppure quando gli viene imposto di andarsene! Il tutto viene ovviamente motivato dalla sua estrema lealtà alla parola data... sure!
Arrivati a questo punto, mi domando seriamente come farà la Pacat a risolvere in modo appropriato tutte le situazioni in sospeso in un solo volume, tra l'altro più breve di questo.
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Dell'amore e di altri Deus Brânquia
“La forma dell'acqua (The Shape of Water)” è la versione romanzata dell'omonimo film vincitore di ben quattro premi agli Oscar del 2018. Scritto a quattro mani dal regista Guillermo Del Toro e dallo scrittore Daniel Kraus, il romanzo si presenta principalmente come un romance, arricchito però da alcuni elementi fantastici e da un'ambientazione storica.
Appena terminata la lettura, ho voluto vedere anche il film e ho riscontrato davvero molti cambiamenti dal lungometraggio alla versione cartacea. Alcuni hanno un valido motivo mentre di altri non ho proprio colto il senso, specie considerando che si tratta appunto di una novellizzazione; prendendo ad esempio il personaggio di Strickland, da un lato ho apprezzato l’approfondimento sulla cattura del Devoniano e tutta l’involuzione del personaggio che ne consegue -a tratti sembra di trovarsi di fronte ad uno degli abitanti de “Il condominio” di J.G. Ballard,
«È diventato il dottore, l'avvocato, l'uomo delle caverne. È lui che regredisce, che decade. Sente che la patina di uomo civilizzato si sta sbriciolando, lasciando spazio a una crescente brama di sangue.»
mentre dall’altro sono inseriti alcuni cambiamenti che non hanno ragione d’essere perché non apportano nulla alla trama, come il colore della sua nuova automobile.
La storia si svolge nei primi anni Sessanta, principalmente nella città di Baltimora, presso l’Occam, dove viene rinchiusa una misteriosa creatura anfibia catturata dai militari statunitensi nella foresta amazzonica. Protagonista principale è l’inserviente Elisa Esposito, una trentenne muta che conduce un’esistenza tranquilla tra il misero lavoro e la compagnia di pochi amici; il silenzio di Elisa nasconde sogni e passioni, come il desiderio di poter danzare indossando delle scarpe scintillanti. La sua vita cambia quando incontra per la prima volta il Deus Brânquia, incatenato e ferito nel laboratorio F-1, e capisce di trovarsi di fronte ad un essere a lei affine perché incapace di comunicare con la voce.
La più grossa differenza rispetto al film si vede proprio dalla trama: nel romanzo la storia di Elisa viene frequentemente inframmezzata da quelle degli altri personaggi principali, che hanno molto più spazio e dei POV dedicati. In particolare, seguiamo Richard Strickland e sua moglie Lainie (che nel film è quasi una comparsa), l’amica e collega di Elisa Zelda, il suo vicino Giles e il dottor Hoffstetler, che si occupa degli esperimenti sul Devoniano, il quale verso la fine del volume ottiene a sua volta un paio di capitolo POV. Proprio in questa scelta si riscontra il primo del problemi del romanzo, perché la storia di Elisa viene quasi accantonata, specie nella prima metà del tomo, con conseguente difficoltà nel riuscire ad empatizzare con lei, in particolare per quanto riguarda la relazione con il Devoniano: a me è sembrata tutto fuorché il grande amore che ci viene presentato.
D’altro canto, è impossibile rimanere insensibili alle tristi vicende dei personaggi, e su questo gli autori sfruttano una forte leva emotiva, contrapponendo di volta in volta ai protagonisti -che rappresentano delle categorie svantaggiate- degli uomini bianchi, eterosessuali e realizzati dal punto di vita economico o professionale, i quali immancabilmente si mostrano come figure malvagie. Sorvolando su questa eccessiva generalizzazione che non ho apprezzato, ci troviamo di fronte a scene dove ben si comprende quale sia il comportamento che questi uomini si sento autorizzati a tenere, dalle riflessioni di Lainie sul marito
«Anche prima del viaggio in Amazzoni, Richard la spaventava un po'. Lei aveva sempre pesato che non fosse una cosa inconsueta. Le era capitato di vedere qualche livido sulle braccia delle sue amiche di Orlando. [...] Certi giorni [Richard] sembra che incoraggi il figlio a denigrare la sorella e a sfidare la madre, come se Timmy, a soli otto anni, debba già considerarsi superiore alle femmine della famiglia.»
oppure dalle parole che Giles rivolge al Devoniano, pur sapendo che non lo può comprende appieno, parlando della sua omosessualità.
«Anomalie come me esistono in tutto il mondo. E dunque quand'è che un'anomalia smette di essere tale e diventa semplicemente in dato di fatto? E se tu non fossi l'ultimo della tua specie, ma uno dei primi? Il primo di molti esseri migliori in un mondo migliore? Ci è concesso sperare, no? Di non essere il passato, ma il futuro.»
L’aspetto del romanzo che mi ha meno convinto è stato sicuramente lo stile. Soprattutto nella prima parte, è presente un tell eccessivo a discapito dello show, come in questo esempio in cui la stessa scena poteva essere mostrata anziché, appunto, descritta:
«Quando finalmente due scienziati se ne vanno insieme, strizzano gli occhi increduli osservando i rispettivi orologi, ridacchiando della sfuriata che si beccheranno dalle mogli e sospirando al pensiero di quanto preferirebbero un atterraggio di fortuna tra le grinfie delle loro amanti.»
Un altro problema dello stile è la retorica eccessiva che troppo spesso rende ridicole le descrizioni; l’apice si ha quanto Strickland incontra il Devoniano, che viene così rappresentato:
«Il Deus Brânquia, alla fine, emerge dal bassofondo. È lì. Ed è il sole rosso sangue che sfregia il Serengeti, l'antico occhio dell'eclisse, l'oceano che fa lo scalpo al nuovo mondo, [CONTINUA PER SETTE RIGHE] È tutto questo e anche di più.»
Aspetto positivo dello stile è invece la scelta di inserire continuamente dei riferimenti all’acqua e al mondo marino, come in questo esempio:
«-Un tempo conoscevo un uomo di nome Vandenberg. Anche lui infiltrato negli Stati Uniti come te. Non ce l'ha fatta, [SPOILER]. È... affondato in acque, non posso dire quali.
Dal fondo dell'acquario delle aragoste salgono in superficie delle bollicine, quasi che l'acqua, tutta l'acqua del mondo, avesse partecipato nell'inghiottire Vandenberg.»
Infine, qualche appunto sull’edizione. Il volume presenta quattro illustrazioni a matita molto suggestive, più quella usata per copertina e sotto-copertina; penso che questo, unito alla pubblicità che è stata fatta per questo libro, ne giustifichino il prezzo un po’ alto. Ciò non toglie che il testo presenta diversi refisi dati dalla mancata revisione
«Sono SCUSE, giustificazioni, pretesti. Il fatto che non ci sia neanche una SCUSA è rivelatore.»
che potevano essere facilmente evitati e non sono perdonabili ad una casa editrice così importante.
Indicazioni utili
- sì
- no
Le anitre di Central Park sono tristi il sabato
“Il giovane Holden” è il solo romanzo pubblicato da Salinger, e spicca quindi nella sua produzione letteraria composta prevalentemente da racconti, come “Alzate l’architrave, carpentieri” e “Seymour. Introduzione”.
Questa opera è peculiare già dall'edizione. Oltre alla richiesta dell'autore di omettere sia la sinossi che la copertina (sebbene alcune edizioni estere presentino comunque della immagini sulla cover), la Einaudi ha dovuto faticare parecchio anche con il titolo che, risultando alla fin fine intraducibile -o meglio, traducibile a discapito del senso logico-, è stato completamente stravolto.
Il volume si presenta come romanzo di formazione, narrato in prima persona dal protagonista stesso che parla direttamente al lettore come in un monologo teatrale o in una sorta di stand-up comedy. Nulla di preparato e fasullo comunque, infatti il tono è colloquiale e non mancano degli errori già dall'incipit
«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.»
Holden va quindi a ripercorrere uno specifico momento della sua vita -un lungo week-end- arricchendo però il racconto con molti aneddoti sulla sua infanzia o sulle persone che ha incontrato; questa peculiare narrazione da vita a continui salti temporali, dei quali il protagonista si rende ben conto
«[Spencer] Sapeva che non sarei tornato a Pencey.
Questo mi ero dimenticato di dirvelo. Mi avevano sbattuto fuori.»
e mi ha ricordato l'anonimo protagonista de “Le notti bianche” di Fëdor M. Dostoevskij: entrambi sognatori pronti a creare lunghi racconti partendo da fatti per gli altri irrilevanti, e poi ad essere ritrascinati bruscamente nella realtà.
Durante questo fine settimana, Holden lascia il collegio Pencey di nascosto e si reca a New York, dove abitano i genitori e la sorella minore, con l'animo in bilico tra il desiderio di tornare a casa -ed affrontare le conseguenze dell'espulsione- o di scappare verso ovest sperando di potersi nascondere.
Come già detto nella prima recensione dei suoi lavori, ciò che maggiormente apprezzo nella scrittura di Salinger è la sua capacità unica di mutare del tutto lo stile per adattarlo al suo protagonista; questo dona al lettore la sensazione di trovarsi a leggere le parole dello stesso Holden, senza pensare che dietro ad esse ci sia la mano di uno scrittore. Buoni esempi di ciò sono le ripetizioni, sia nelle riflessioni del protagonista, sia nei dialoghi
«-Perché diavolo vi siete scazzottati, insomma?- disse Ackley, forse per la cinquantesima volta. In questo era senza dubbio un rompiscatole.»
o anche la scelta di inserire molto frequentemente delle espressioni colloquiale come “eccetera eccetera”, “e compagnia bella” o “e vattelapesca”.
Un altro tratto peculiare della narrazione è dato dal carattere stesso di Holden, che sa essere molto sarcastico
«Si gridava sempre, in quella casa. Era perché quei due [i signori Antolini] non stavano mai contemporaneamente nella stessa stanza. Una cosa un po' buffa.»
nonché un bugiardo dotato di grande inventiva. Purtroppo le sue relazioni con gli altri personaggi sono inficiate dalla sua incapacità di adattarsi alle convenzioni sociali e di relazionarsi con il prossimo come questo si aspetterebbe; lui riflette a lungo sui problemi dati dall'incomunicabilità
«[...] -non so spiegare quello che ho in mente. E anche se sapessi farlo, non sono sicuro che ne avrei voglia.»
che risultano molto evidenti quando pensa di fare o dire qualcosa per poi decidere subito dopo che è meglio rimandare il tutto.
Oltre all'incomunicabilità, l'altro grande tema affrontato da Holden nelle sue riflessioni è quello della morte, in particolare del venire a patti con il lutto per una persona cara. Il protagonista parla a più riprese della prematura scomparsa del fratello minore, con in quale aveva un rapporto molto stretto
«-Lo so che [Allie] è morto! Credi che non lo sappia? Ma mi può ancora piacere, no? Non è mica che uno non ti piace più solo perché è morto, Dio santo, specie se è mille volte meglio della gente viva che conosci e compagnia bella.»
e per la perdita del quale continua a soffrire, presentando al lettore un quadro familiare che per parecchi aspetti ricorda quello dei fratelli Glass, protagonisti della maggior parte dei racconti di Salinger.
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Una fiaba NON per bambini
"La meccanica del cuore" di Mathias Malzieu è stato l’ennesimo ritorno alla Gran Bretagna della regina Vittoria nelle mie ultime lettura, anche se l’ambientazione di questo breve romanzo è decisamente poco chiara: spazia dalla Scozia all’Andalusia, passando per Parigi, e sono spesso presenta degli accenni ad elementi decisamente anacronistici, come il riferimento all’attore Charles Bronson, in attività solo dagli anni Cinquanta del Novecento.
Si tratta di una fiaba dai toni decisamente dark, che già la sinossi associa allo stile di Tim Burton, ma personalmente ritengo che questo volume si discosti da quei film in modo netto, scegliendo di rivolgersi ad un pubblico decisamente adulto in parecchie scene -a mio avviso superflue.
Il romanzo mette in scena la peculiare vita di Jack, sin dalla sua nascita nella bizzarra abitazione della dottoressa Madeleine, un po’ strega un po’ meccanica, che assiste sua madre durante il parto e poi impianta nel cuore del bimbo un orologio a cucù per permettere al suo piccolo organo congelato dal freddo intenso di continuare a battere con regolarità. La protesi è però tanto fragile che ogni emozione più forte del normale può compromettere la salute di Jack: lo vediamo sia quando affronta il prepotente Joe, sia quando si innamora al primo sguardo della ballerina Miss Acacia.
La storia è ricchissima di metafore e passaggi poetici, uno stile gradevole per alcuni lettori, ma che purtroppo con me non ha fatto presa; specialmente perché, dopo averci presentato per tutto il volume queste scene surreali al limite del fantasy, Malzieu risolve la situazione di Jack in termini piuttosto concreti e quasi realistici.
Quindi un racconto piacevole che punta a commuovere e mi ha ricordato molto “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick. Purtroppo però, non è la storia giusta per me.
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Odio per Sageous che manco Thomas Eichorst
"Il re dei fulmini" di Mark Lawrence è il secondo volume nella Trilogia dei fulmini (com'è nota in Italia la Broken Empire Series), da me iniziata lo scorso anno con “Il principe dei fulmini”.
Rispetto al primo libro, “Il re dei fulmini” è stata una lettura più scorrevole perché già conoscevo buona parte dei personaggi, ma soprattutto lo stile dell’autore, quindi ero sicura di dovermi aspettare qualche plot twist inaspettato; e sebbene fossi preparata, Lawrence è riuscito di nuovo a cogliermi di sorpresa, lasciandomi in più punti letteralmente a bocca aperta per le trovate geniale che escogita.
Il volume riprende gli avvenimenti dalla conclusione del primo, per poi suddividersi in tre narrazioni distinte: una nel presente, ossia quattro anni dopo la conquista delle terre di Renar, una nel passato, nei mesi immediatamente successivi all’ascesa al trono di Jorg, e una frammentata tra le altre due e creata dalle pagine del diario di Katherine. A ciò si aggiungono i continui flash back e i riferimenti alle avventure passate di Jorg con i suoi Fratelli negli anni di vagabondaggio: in breve, è una lettura che richiedere un’attenzione costante se si vuole seguire bene gli eventi.
Assieme alla trama, complessa e sorprendente, il punto di forza di questa serie è indubbiamente il cast dei personaggi a cominciare dal protagonista: Jorg è tanto difficile da amare per la sua lucida crudeltà quanto impossibile da detestare per il coraggio e l’impegno che instilla in tutte le sue imprese. Tra i personaggi che ho apprezzato devo necessariamente citare quel sant’uomo di sir Makin (praticamente, l’equivalente di Mazzachiodata dalla trilogia The Tearling) e lo schietto Lord Robert, ma la figura meglio riuscita è a mio avviso Sageous, forse l’antagonista più manipolatore e detestabile di cui abbia mai letto. In senso positivo, ovviamente.
Piccola nota dolente invece per i personaggi femminili che, seppur in alcuni casi davvero ben caratterizzati (Miana è la più interessante, a mio parere), sul piano fisico si riducono a due stereotipi: giovani e piacenti o vecchie raccapriccianti, nessuna via di mezzo!
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Non mandate le vostre figlie alla Spence Academy!
“Una grande e terribile bellezza” di Libbra Bray è il primo volume della trilogia di Gemma Doyle, serie nuova per me ma in realtà pubblicata ormai più di dieci anni fa!
La storia segue le vicende della sedicenne Gemma per i primi mesi nella Spence Academy, dove ragazze inglesi di buona famiglia vengono educate per diventare virtuose spose; dalla morte della madre, la protagonista è però perseguitata da misteriose visioni e grotteschi presagi che, guarda caso, non faranno che intensificarsi e diventare più incredibili nel nuovo collegio.
Ho faticato parecchio a recuperare la trilogia, e sono quindi rimasta ancor più delusa dalla mediocrità di questo titolo, che viene presentato come un fantasy storico: la parte storica è a dir poco marginale e per nulla accurata, con personaggi estranei che si danno tranquillamente del tu ad esempio, mentre il lato fantasy è davvero confuso e zeppo di contraddizioni. Grande confusione anche per il target -middle grade per lo stile, ma young adult per i contenuti- e i cosiddetti zingari, che vengono appellati a seconda dei casi anche come rumeni o gitani, dimostrando l’ignoranza dell’autrice a riguardo.
Mi è piaciuta la scelta della Bray di presentare delle protagoniste caratterizzate da difetti realistici, senza la pretesa di piacere per forza e, in generale, l’evoluzione del rapporto tra Gemma e le sue amiche. Boccio invece completamente la mancanza di realismo nel descrivere il collegio, talmente d’elite che chiunque può entrare ed uscire perché la direttrice NON chiude le porte (!), e l’interesse romantico di Gemma, che passa dallo stalkerarla (senza tra l’altro aiutarla quando dovrebbe) al malmenarla ad ogni occasione. Non posso tollerare libri che approvino e romanticizzino dei comportamenti tanto abusivi!
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- sì
- no
McDona... Papa Song è il male assoluto!
“Cloud Atlas. L'atlante delle nuvole” è un romanzo che mescola un gran numero di generi letterari ed è dotato di una struttura davvero originale, illustrata in modo sublime da uno dei protagonisti con queste parole:
«[...] un “sestetto per solisti che si sovrappongono”, per pianoforte, clarinetto, violoncello, flauto, oboe e violino, ognuno nella sua chiave, dimensione e colore. Nella prima sezione, ogni assolo è interrotto da quello che segue, nella seconda ogni interruzione viene ripresa, in ordine. Un pezzo rivoluzionario o un trucco banale?»
in pratica, il volume è composto da sei storie ambientate in altrettanti luoghi ed epoche, che si alternano in una struttura a specchio con la prima storia che continua nell'ultimo capitolo, la seconda nel penultimo e così via, fino alla storia centrale che inizia e termina in un unico capitolo.
In aggiunta, tutte le storie sono presentate come parte della trama nelle successive; i protagonisti si trovano così a leggere gli uni le vicende degli altri, in un astuto stratagemma di meta narrazione. Con questo espediente, la frustrazione dei lettori viene condivisa dai personaggi stessi
«[...] il volume s’interrompe, a metà frase, una quarantina di pagine dopo, dove la rilegatura è saltata. Ho cercato il resto di quella dannata cosa in tutta la biblioteca. Non ho avuto fortuna.»
Ma questo è solo uno degli aspetti che lega assieme le sei storie. Infatti come in “Le prime quindici vite di Harry August” di Claire North, in questo romanzo si parla di anime che si reincarnando, ma non in un loop infinito bensì in corpi diversi destinati ad incontrarsi ancora ed ancora
«Le anime attraversano le età come le nuvole i cieli, e anche se le nuvole cambiano spesso forma, colore e dimensioni, una nuvola è sempre una nuvola e un’anima è sempre un’anima.»
Come accennato poco fa, le storie ricadono in generi distinti: passiamo dal romanzo storico ed avventuroso che riporta alla mente i classici di Stevenson e Verne, alla storia di spionaggio, adrenalinica e ricca d'azione, per arrivare alla distopia ambientata in un prossimo futuro fantascientifico. Con l'alternarsi delle storie, cambiano anche i registri narrativi. Abbiamo quindi un diario, delle lettere, un'intervista, ma anche un meta romanzo, unica tra le varie narrazioni a presentare la terza persona.
Seguiamo inizialmente la storia di Adam Ewing, un notaio californiano di metà Ottocento che, durante un lungo viaggio via nave nell'Oceano Pacifico, incrocerà la strada con il medico Henry Goose e con il moriori Autua, scoprendo pian piano come la malvagità possa risiede in ogni essere umano, a prescindere alla sua etnia.
Il diario di Ewing diventa poi una lettura per Robert Frobisher, musicista inglese degli anni Trenta, dalla vita a dir poco sregolata; lasciata la patria per il Belgio, dove diventa l'allievo del grande Vyvyan Ayrs, Robert si trova di fronte a nuove difficoltà che gli impediscono di realizzare i suoi sogni ma non di comporre il meraviglioso sestetto “L'atlante delle nuvole”.
Questa composizione incuriosisce la giornalista Luisa Rey, che negli anni della guerra fredda cerca di rendere pubblica una relazione sulla pericolosità del progetto legato all'energia nucleare della Seabord Corp. La storia di Luisa viene successivamente raccontata in un romanzo.
Il manoscritto finisce tra le mani dell'editore Timothy Cavendish; vissuto ai giorni nostri in Inghilterra, l'anziano viene suo malgrado rinchiuso in un ospizio
«Ci sono arrivato. Tu probabilmente ci sei arrivato molte pagine fa,caro lettore.
Aurora House era una casa di riposo per anziani.»
dal quale narra la propria prigionia con la speranza che le sue memorie diventino poi un lungometraggio.
Il film effettivamente viene realizzato, e sarà poi visto da Sonmi-451, un clone creato in laboratorio in un versione futuristica dell'attuale Corea; ovviamente, il numero di questo clone si riferisce a “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, ma pensante è anche il debito di questo storia con “Il nuovo mondo” di Aldous Huxley, dal quale trae spunto per gli elementi di ingegneria genetica e per i dettami del Fordismo
«[Hae-Joo] Mi ha spiegato che per via elle Leggi dell’Arricchimento, i consumatori devono spendere ogni mese una quota fissa di dollari, a seconda del loro strato. Il Risparmio è un crimine contro la Corpocrazia.»
Dal momento che il distopico è il mio genere prediletto, questa è l'ambientazione che ho preferito, specialmente per le peculiarità del futuro che viene presentato; un mondo dove sono le grandi multinazionali a dominare l'intero pianeta
«La SemiCorp era lo sponsor della luna quella sera. L’immenso riflettore lunare proiettava sulla superficie della luna dal lontano Fuji una pubblicità dopo l’altra; [...]»
con uno stampo decisamente dittatoriale
«[Yoona-939] Canticchiava il Salmo di Papa Song con assurde devianze. Si divertiva a farmi ridere. La risata è anarchica e blasfema. I tiranni fanno bene a temerla.»
L'ascesi di Sonmi da semplice clone ad individuo senziente viene sviluppata nel corso di una lunga intervista registrata, che verrà poi vista da Zachry, abitante di un'isola del Pacifico in un lontano futuro post-apocalittico dove la stessa Sonmi viene venerata come una divinità.
Con così tante storie, la lettura richiede ovviamente un certo grado di attenzione, risultando allo stesso tempo molto scorrevole. A mantenere viva l'attenzione del lettore contribuisce anche l'alternarsi delle storie, che da un lato impedisce di annoiarsi e dall'altro è calibrato in modo da creare il giusto grado di empatia. Ciò non mi ha comunque impedito di avere delle preferenze, e devo ammettere che la storia di Luisa tra tutte è quella che mi ha maggiormente emozionato.
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Isabella, Edward e... Jacob? No, Henry!
Ammetto di aver acquistato questo libro sull'onda dell'entusiasmo per lo stile dell'autrice Kate Summerscale, che già avevo adorato in “Omicidio a Road Hill House”. La struttura di quel volume viene riproposta in “La rovina di Mrs Robinson”, riportando alla luce un reale caso giudiziario che vedeva come imputata una donna accusata di adulterio e -soprattutto- di provare dei desideri licenziosi, annotati fedelmente su un diario scabroso; una vicenda destinata ovviamente a sconvolgere la società benpensante e puritana dell'Inghilterra vittoriana.
Il volume segue gli eventi dal primo matrimonio della futura Mrs Robinson fino al destino di quasi tutti i personaggi rilevanti, soffermandosi soprattutto sul periodo in cui la protagonista intreccia una relazione clandestina con un uomo sposato e molto più giovane e sul conseguente processo quando il marito scopre la tresca proprio grazie del diario segreto della moglie.
Oltre ai personaggi principali, fanno la loro comparsa anche parecchie figure storiche di rilievo come uno dei padri della frenologia George Combe e i medici reali Bennet e Locock, ma a spiccare tra tutti è sicuramente il naturalista Charles Darwin.
L’autrice approfitta anche dei molti spunti della vicenda per esaminarne nel dettaglio alcuni elementi interessanti, come la neonata moda di redigere e, a volte, pubblicare dei diari personali, le storie familiari dietro le prime richieste di divorzio tra rappresentanti della classe borghese (come quello dei Robinson, appunto) o ancora la concezione del ruolo femminile all’epoca, specialmente in relazione alla sfera sessuale.
Confrontato alla sua opera più celebre, ho ritrovato intatto lo stile puntuale e coinvolgente della Summerscale che, senza mai sbilanciarsi con le sue opinioni personali, fornisce al lettore un quadro fedele dei fatti ottenuto grazie ad un enorme lavoro di ricerca sui documenti dell’epoca. Purtroppo, rispetto alla cronaca di un delitto, specialmente in un contesto familiare tanto particolare, l’infelice matrimonio di Mrs Robinson è decisamente meno coinvolgente, anche perché il lettore già può intuire da principio come si evolveranno le vicende.
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Lady Oscar senza Lady Oscar. In Russia
“Il Palazzo d’Inverno” è un romanzo storico ambientato nella suggestiva cornice della San Pietroburgo di metà settecento, e si concentra soprattutto sull’ascesa della futura Caterina II, detta la Grande, una tra le più amate zarine di Russia. In originale, questo sarebbe il primo libro in una duologia, ma in Italia la pubblicazione si è interrotta con questo volume, quindi lo considereremo uno stand alone.
Protagonista e voce narrante degli eventi è la giovane Varvara, umile figlia di un legatore la cui abilità riesce a strappare all'imperatrice Elisabetta I la promessa di occuparsi della figlia se dovesse rimanere orfana. Per merito di questo accordo, Varvara entra a servizio nel maestoso Palazzo d'Inverno in veste di cucitrice per poi diventare una delle “lingue” di corte, a metà tra una spia e una flâneur, grazie alla sua abilità nel passare inosservata e poter così origliare le conversazioni private dei cortigiani.
A cambiare il destino della protagonista è l'arrivo a corte della principessa Sofia di Anhalt-Zerbst, destinata a sposare il granduca Pietro, nipote ed erede di Elisabetta. Varvara avvicina la giovanissima principessa per spiarne le mosse, ma rimane ben presto toccata dal suo animo ingenuo e gentile, arrivando così a decidere di aiutarla nell'insidioso ambiente del palazzo imperiale.
Il volume affianca il procedere degli avvenimenti storici, come il matrimonio tra Caterina (nome di Sofia dopo la conversione alla fede ortodossa) e Pietro o gli interminabili lavori dell'architetto Rastrelli per dare vita al nuovo Palazzo d'Inverno, alla vita privata di Varvara, riuscendo a mantenere sempre un buon ritmo di narrazione che incalza il lettore e lo mantiene interessato alle vicende raccontate.
Punto di forza del romanzo sono indubbiamente i suoi personaggi, sia quelli fittizi che le figure storiche.
L'imperatrice Elisabetta ottiene un ruolo d'enorme rilevanza e il suo comportamento, sempre in bilico tra la compassione e l'egoismo, la rende un personaggio davvero credibile. La vediamo spesso preda della vanagloria, circondata com'è da uno stuolo di cortigiani interessati soltanto a compiacerla
«Le piace [ad Elisabetta] sentici ripetere che dal giorno in cui è salita al trono a nessuno è stata tagliata la testa, ma ci proibisce di menzionare lingue e orecchie.»
e dell'ira più funesta quando gli eventi non seguono il percorso da lei desiderato
«-L'ho portata qui per riprodursi, non per leggere!-, urlava [Elisabetta] facendosi sentire da tutti quando riceveva l'ennesimo rapporto sull'arrivo delle mestruazioni di Caterina. -Ma chi si crede di essere?»
ma anche capace di gesti d'affetto, come quando cura personalmente il nipote malato.
Un altro personaggio storico molto interessante è il cancelliere Bestužev, viscido e cospiratore come ci si aspetta da una figura del genere. Ricorda per molti versi l'altrettanto ambiguo Ditocorto della serie Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin, specie quando scopiazza l'iconica battuta di Cersei Lannister
«-Se giochi al gioco di palazzo, puoi vincere o perdere-, mi disse quella notte il cancelliere, accarezzandomi il seno. -Anche tu potresti ritrovarti al punto di partenza.»
eppure rimane lucido fino alla fine ed è il solo ad aprire gli occhi a Varvara sulla vera natura di Caterina.
E arriviamo finalmente a Caterina! Questa dovrebbe essere la sua storia, eppure l'autrice riesce a renderla il personaggio più odioso di tutti: per gran parte del libro si dimostra fiacca e sottomessa, limitandosi a piagnucolare per ottenere quello che vuole, mentre nelle ultime cinquanta pagine il suo carattere viene stravolto e si trasforma in una monarca forte e decisa. Ho trovato inoltre ridicolo il doppiopesismo nel valutare i suoi comportamenti in relazione a quelli del marito Pietro; ad esempio, entrambi tradiscono il coniuge, ma lui viene dipinto come crudele fino al ridicolo mentre per lei quelle solo le uniche occasioni in cui poter provare un pizzico di libertà.
Ottima la caratterizzazione della protagonista, che con l'avanzare della narrazione acquista sempre maggiore consapevolezza e determinazione, ottenendo una crescita davvero significativa. Tra i personaggi secondari invece, il mio preferito si è rivelato essere Egor', scelta inaspettata se si pensa al suo ruolo iniziale, ma i lettori come la protagonista imparano a conoscere nuovi aspetti del suo carattere e a rivalutare la prima opinione di lui.
Alla Stachniak vanno tutti i miei complimenti per l'enorme lavoro di ricerca alla base del libro, sia per narrare gli eventi storici sia per ricreare l'atmosfera della Russia di quell'epoca, con tutte le bizzarre superstizioni e le leggende folkloristiche che influenzavano le vite degli poveri servi della gleba come dei potenti di palazzo. Apprezzo anche la scelta di ricorrere a molti termini in russo, per quanto le pronunce siano difficoltose almeno al pari dei nomi propri
«Barbara, o Basie?ka, mi chiamava mia madre. In polacco, come in russo, un nome può trasformarsi in molti modi. [...] In russo, sono diventata Varvara.»
Lo stile invece non mi ha convinto del tutto: ci sono spesso delle ripetizioni inutili, come quando questa frase:
«Tutte le padrone di casa di San Pietroburgo desideravano averlo [Sergej Saltykov] come ospite.»
viene seguita, una decina di righe dopo, da quest'altra:
«Era un ambitissimo ospite d'onore nei salotti di San Pietroburgo, Sergej con le palpebre abbassate, [...]»
Non ho apprezzato troppo neanche il continuo ricorso alle interrogative dirette, che vanno sovente a comporre interi paragrafi.
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O dell'inutilità di Eliza Jones
“Sogni di mostri e divinità” è il terzo ed ultimo capitolo della trilogia La chimera di Praga scritta da Laini Taylor. Era ora che mi decidesi a concludere questa trilogia, perché me la sono trascinata dietro per troppo tempo se si considera quanto l’ho apprezzata.
Devo ammettere che, dal primo libro, questa serie è stata una crescita continua sia come trama orizzontale sia come sviluppo dei personaggi; e questo non è poco se si pensa a quanti sono i protagonisti dei quali l’autrice ci propone i POV. Lo stile invece non risulta troppo mutato, ma non ci sono problemi perché era già perfetto ne “La chimera di Praga”.
La trama riprendere senza sbalzi in avanti dalla fine di “La città di sabbia” e ci riporta alla bizzarra alleanza tra i soldati Illegittimi e le ultime chimere per fermare i folli piani di conquista interdimensionale di Jael. Logicamente a questa principale missione si aggiungono molti altri sviluppi, tutti inseriti con gusto.
La narrazione non presenta alcun punto morto e scorre incredibilmente veloce, il ritmo incalzante della storia è sicuramente uno dei punti forti del romanzo, ma ciò che ho più apprezzato in questo ultimo volume sono le risposte che chiariscono alcune perplessità precedenti, soprattutto sulla natura della terra di Eretz e della magia che in essa è presente.
L’unico neo in un romanzo per il resto perfetto è la storia di Eliza. Innanzitutto trovo un po’ anticlimatico introdurre un personaggio principale solo nel capitolo conclusivo -avrei preferito ci fosse almeno qualche accenno negli altri volumi-, ma ciò che mi lascia più perplessa è la sua opinabile utilità ai fini della trama; posso solo pensare che la Taylor contasse di continuare la serie o scrivere uno spin-off su di lei.
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I Mort peggio dei White Walkers
Dopo parecchi mesi dalla lettura di “The Queen of the Tearling”, mi sono finalmente decisa a continuare la trilogia con “The Invasion of the Tearling” di Erika Johansen.
La trama di questo volume è divisa in due linee temporali per seguire sia la protagonista Kelsea, sia il nuovo personaggio di Lily; per quanto abbia apprezzato la storia di quest'ultima anche più di quella principale, ritengo sia stata aggiunta in modo parecchio forzato e sarebbe potuta quasi essere un libro a parte. In questo secondo capitolo poi è presente anche la tematica dell’autolesionismo, ma viene affrontata in modo estremamente superficiale e nessun personaggio sembra darle il peso necessario. La mia maggior perplessità è dovuta però al titolo che reputo ingannevole, dal momento che dell'invasione promessa vediamo poco o nulla.
Ho riscontrato anche questa volta la presenza di moltissime volgarità quasi sempre fuori luogo o pronunciate da personaggi che si esprimono generalmente senza usare parolacce; un problema “nuovo” è invece quello dei monologhi retorici, anche questi presenti nei momenti meno opportuni.
Da un lato sono evidenti alcuni problemi sicuramente ereditati dal volume originale, come l’assenza di virgole dove necessario, dall’altro il testo presenta dei refusi quasi sicuramente da imputarsi alla traduzione italiana. Ci sono poi altre inesattezze per le quali non so di chi sia la colpa come un paio di errori presenti già nelle prime cento pagine: un prigioniero viene portato nella cella UNO ma poi usano la chiave numero DUE per aprire la porta; in un'altra scena, un personaggio dice che l’esercito TEAR è troppo superiore mentre è dalla prima pagina che si parla dell’invincibile esercito MORT. In generale avrei apprezzato un po' più di attenzione ai contenuti, considerando il grande impegno messo nella realizzazione grafica del volume.
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Il coraggio che unisce tutte le madri
“L’ultima dei Neanderthal” è un romanzo storico spezzato in due, tra una storia ambientata ai giorni nostri ed una nel passato, in particolare nel Paleolitico medio. Come spunto da cui partire, Claire Cameron si è ispirata alla scoperta archeologica nota come gli Amanti di Valdaro e da questa ha sviluppato entrambi gli intrecci narrativi.
Va premesso che i resti ritrovati vicino a Mantova nel 2007 erano di due Sapiens e sono stati fatti risalire al Neolitico, quando ormai i Neanderthal era estinti da migliaia di anni, ma la scrittrice ha voluto comunque riproporre l’iconica posa dei due scheletri nel suo romanzo, trasformando però uno dei due in una femmina di Neanderthal.
Autrice di questa straordinaria scoperta è la dottoressa Rosamund “Rose” Gale, che investe buona parte dei suoi risparmi e tutte le sue energie in uno scavo in Francia, dove spera di trovare delle prove a sostegno delle sue tesi secondo le quali i Neanderthal erano molto più evoluti di quanto si ritenga correntemente. Il ritrovamento di due corpi così ben conservati le permette di chiedere dei finanziamenti per poter portare a termine lo scavo, ma subito si scontrerà contro il mondo accademico, più interessato a pubblicizzare al meglio la scoperta anziché darle il giusto valore scientifico.
A metterla ulteriormente in difficoltà sarà anche l'inaspettata gravidanza: Rose è decisa a continuare il suo lavoro per paura che i suoi sforzi non vengano riconosciuti, ma questo la espone alle critiche di chi le sta attorno e soprattutto a numerose difficoltà finanziarie.
Parallelamente, Ragazza -la femmina di Neanderthal ritrovata- si ritrova a sua volta in enormi difficoltà, anche a causa di una gravidanza iniziata in un momento infelice, almeno secondo le abitudini della sua famiglia. La narrazione segue i suoi spostamenti nel corso di un anno circa, mostrando al lettore tutte le difficoltà che la giovane incontra per poter sopravvivere in un mondo tanto generoso durante l'estate quanto ostile in inverno.
L'autrice è riuscita ad immaginare in modo davvero realistico lo stile di vita di un nucleo famigliare neanderthaliano, illustrando le attività nei vari periodi dell'anno e le abitudini sociali, come i racconti accompagnati dalle ombre create sulle pareti; tutte queste informazioni, che all'inizio del romanzo causano qualche infodumb, vanno a delineare con precisione il ritratto della famiglia e della sua storia
«Tutte le bestie avevano le proprie caratteristiche e la famiglia non si riteneva un’eccezione. [...] Non consideravano difetti le differenze fra i loro corpi e quelli delle altre bestie, ma piuttosto fonti di ispirazione.»
mostrando nel contempo quali possono essere state le ragioni della loro limitata evoluzione e della successiva estinzione.
La parte di Ragazza è quella maggiormente sviluppata, che mostra molto bene la sua inclinazione e le relazioni con gli altri appartenenti alla famiglia.
«Era riuscito a prendere l’insetto e a schiacciarlo sotto i denti. Ragazza non lo aveva ringraziato. Non ce n’era bisogno. [...] Le parole potevano essere vuote, ricambiare un gesto era pieno di significato.»
Per contro, i capitoli dedicati a Rose sono un po' più semplici e prevedibili, riuscendo però a crescere di spessore nella parte finale.
I personaggi principali sono abbastanza caratterizzati, ma solo pochi tra quelli secondari ottengono il giusto spazio -anche a causa della relativa brevità del volume- mentre la maggior parte rimangono delle mere figure di contorno, che agiscono in sola funzione della trama.
Lo stile della Cameron è incredibilmente scorrevole e coinvolgente: il ritmo veloce della narrazione e la mancanza di momenti morti permettono di mantenere il lettore catturato. Ottima anche la scelta di narrare in terza persona le parti di Ragazza e in prima quelle di Rose, per far immedesimare il lettore in quest'ultima e renderlo protagonista della scoperta.
Un problema stilistico si riscontra invece nei dialoghi, infatti i capitoli di Ragazza ne sono quali privi e procedono perfettamente, mentre quelli di Rose ne contengono parecchi, spesso quasi imbarazzanti ed importuni per la mancanza di indicazioni sul modo in cui le battute vengono espresse. Altro piccolo problema sono le ripetizioni che ogni tanto fanno alzare gli occhi al cielo; ad esempio, troviamo questa frase:
«Intorno al collo portava una conchiglia appesa a una cordicella.[...]»
e una sola pagina dopo questa:
«[...] Grande Madre aveva dato a Ragazza una conchiglia di mare grande come una noce. Ragazza l’aveva fissata a una cordicella che teneva al collo.»
Tranquillizzati Claire, il lettore non soffre di amnesia, quindi non è necessario ribadire continuamente dove sia quella benedetta collana!
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I veri pazzi sono fuori
“Un uomo al potere”, ossia il secondo libro nella tetralogia di companion novel scritta da Matteo Strukul ed iniziata con “Una famiglia al potere”, è stato un vero e proprio harakiri letterario; d'altro canto dopo un romanzo folgorante come "1984" nulla avrebbe potuto reggere il confronto.
La mia previsione negativa non è stata affatto smentita, infatti anche questo “grande romanzo storico” -come viene appellato in copertina- risulta essere sciapo e inconcludente. La trama si concentra sulla figura di Lorenzo, che diventa il Magnifico senza alcun motivo tra un capitolo e l’altro; la prima parte del volume racconta vari episodi dal suo amore non così segreto per Lucrezia Donati alle difficoltà nel governo della Signoria, mentre la seconda è dedicata soprattutto alla Congiura dei Pazzi, il tutto contornato dalle sottotrame di vari personaggi secondari del tutto dimenticabili. Quello dei personaggi di contorno è un problema che si ripresenta, perché si dimostrano sempre ritratti con banalità, ad esempio gli antagonisti sono facilmente individuabili per le solo perversioni sessuali.
Una cosa per me è certa: Strukul è ossessionato dai verbi affogare, annegare e allagare che immancabilmente farciscono le sue ardite metafore. Per il resto lo stile si mantiene altalenante, ci sono alcune descrizioni gradevoli ad esempio, ma anche monologhi retorici, dialoghi vuoti e ripetizioni continue di informazioni e concetti… non tutti i tuoi lettori soffrono di Alzheimer Matteo, te lo assicuro.
Desidero comunque trovare un paio di elementi positivi in questo romanzo. Ho riscontrato un maggiore impegno nella caratterizzazione dei personaggi, in special modo del protagonista; inoltre la scelta di adottare dei capitoli molto brevi rende davvero veloce la lettura e così il romanzo può essere adatto a chi vuole leggersi solo qualche pagina prima di dormire.
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Questa sera a LIVE: Cosa trova Pip in Estella?
“Grandi speranze” è uno tra i romanzi maggiormente noti del prolifico autore britannico. Come molte opere dickensiane, si configura come un romanzo di formazione sul personaggio di un giovane orfano che approda nella metropoli londinese sperando in un'ascesa sociale.
La narrazione di focalizza quindi sulla vita ricca di inattese speranze e, al contempo, grandi sofferenze, di Philip Pirrip da tutti chiamato Pip. Il suo personaggio ricalca inizialmente uno schema caratteristico di Dickens, essendo appunto un orfano di umili origini che gli adulti trattano sempre con modi bruschi, arrivando sovente a vera e propria violenza fisica.
«Ero sempre stato trattato come se avessi insistito per nascere, in opposizione ai dettami della ragione, della religione e della morale, e contro gli argomenti più dissuasivi dei miei amici.»
A differenza di Oliver Twist ci troviamo però di fronte ad un protagonista maggiormente complesso, che lascia ben presto l'innocenza e la genuinità dell'infanzia per evolversi in una persona non certo integerrima ma sfaccettata e realistica.
Pip vive inizialmente con la sorella e il marito di questa, Joe, fabbro nel loro piccolo villaggio. L'esistenza del ragazzino sembra già segnata: diventerà apprendista del cognato, poi forse suo socio e sposerà una ragazza del paese; delle grandi speranze giungono però a variare il corso di un'altrimenti placida esistenza. Prima c'è l'invito a presentarsi presso la dimora di Miss Havisham, ricca possidente della zona in cerca in una sorta di valletto per assisterla e giocare con la sua figlia adottiva, Estella. Successivamente, Pip sarà nominato protetto di un misterioso benefattore che lo fa giungere a Londra, dove dovrà studiare per diventare un perfetto gentiluomo.
Questi eventi traviano il carattere e l'indole di Pip, facendogli desiderare di migliorare sia nell'aspetto sia nella condizione della sua famiglia, che ora gli appare mortalmente inadeguata, specie in confronto con la superbia della bella Estella.
«-Invece [...] guarda come mi ritrovo. Insoddisfatto e irrequieto e... che mi importerebbe di essere rozzo e ordinario, se nessuno me lo avesse detto.»
Dopo anni di vita infruttuosa e dissoluta, l'incontro con il suo mecenate e le avventure e le scoperte che ne conseguono avviano nel protagonista un lento processo di rinnovamento interiore: consapevole ora dei propri sbagli, Pip può finalmente riportare la sua vita sul binario della rettitudine, riscoprendo il valore delle amicizie sincere.
Accanto ad un protagonista tanto caratterizzato, si potrebbe pensare che i personaggi secondari spariscano; l'abilità maggiore di Dickens sta invece nel delineare degli eccellenti comprimari, specie quelli con una natura più controversa e borderline. Tra tutti spicca certamente la figura quasi spettrale di Miss Havisham, responsabile della sua stessa clausura in una villa ormai decadente
«Fu allora che iniziai a capire che ogni cosa in quella stanza si era fermata, come l'orologio e la pendola, molto tempo prima. Notai che Miss Havisham rimetteva il gioiello esattamente nel punto da cui lo aveva preso.»
e circondata da parenti bramosi soltanto di appropriarsi della sua eredità. La grande colpa della donna è però l'aver voluto allevare Estella come una sua creazione, una persona privata della capacità di amare ed esprimere i propri sentimenti.
«-Ti sembra di averla [Estella] persa?
C'era una gioia tanto maligna nel modo in cui pronunciò queste ultime parole, e poi scoppiò in una risata tanto sgradevole, che non seppi cosa dire.»
Altro personaggio decisamente ambiguo, ma dall'innegabile fascino per l'abilità con cui esercita l'altrettanto ambigua professione di avvocato, è Jaggers. Per il giusto compenso non c'è nulla che sia restio a fare, come ben si capisce in questo scambio di battute con un uomo che deve fornirgli un testimone di comodo:
«-Che cosa è disposto a giurare?
-Be', signor Jaggers-, disse Mike pulendosi il naso, stavolta col cappello di pelo; -in generale, qualsiasi cosa.»
la sua caratterizzazione si dimostra però più articolata verso il finale, dove riusciamo a vedere un suo lato più umano e capace di provare una genuina empatia, senza perdere comunque la sua natura pratica.
Tra i miei preferiti posso annoverare anche alcuni personaggi positivi, soprattutto l'amabile Joe, colpevole di avermi fatto versare parecchie lacrime, e l'intraprendete Herbert, che in un primo momento il protagonista valuta come persona mediocre
«Da tutto il suo [di Herbert] aspetto, in generale, emanava un senso di meravigliosa fiducia, e al tempo stesso qualche che mi suggeriva che non sarebbe mai stato un uomo molto ricco o di gran successo. Non so perché fosse così.»
arrivando a fine romanzo ad ammettere che:
«Dovevamo talmente tanto all'allegra prontezza e all'ingegnosità di Herbert, che mi chiedevo spesso come mi fossi formato quella vecchia idea della sua inettitudine, finché un giorno mi illuminò la riflessione che forse l'inettitudine non era mai stata di lui, bensì di me.»
Ovviamente non ho nulla da eccepire sullo stile di Dickens, sempre arguto e ricco di ironia, con cui smaschera le contraddizioni dei suoi personaggi ed, infine, dello stesso narratore.
NB: Libro letto nell'edizione Newton Compton
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La cruna dell'ago in Egitto. Con più sesso.
"Il codice Rebecca" è un thriller storico che mi ha riportato verso un autore che generalmente apprezzo per il suo stile. Di Ken Follett avevo affrontato (e gradito) “La cruna dell'ago” l'anno scorso, opera con la quale questo "nuovo" romanzo ha in comune molti aspetti, in primis l'ambientazione: siamo sempre nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, ma questa volta lasciamo le coste inglesi per il deserto del Sahara.
E già qui non ci siamo: la sinossi e i primi capitoli portano il lettore a pensare che lo scenario prescelto sia il deserto, tra le dune infinite e le rotte delle tribù nomadi, ma in effetti il resto del romanzo si svolge nella metropoli de Il Cairo. Anche il titolo è un po’ fuorviante, e ciò mi ha stupito perché tutti i libri di Follett hanno dei titoli molto azzeccati ed accattivanti.
La trama ripropone lo stesso schema de “La cruna dell’ago”, con il continuo inseguimento tra la spia tedesca, infiltrata nel territorio controllato dagli inglesi per una missione che potrebbe cambiare le sorti del conflitto, e l’agente britannico, disposto a tutto per assicurare la propria nemesi alla giustizia. Diversamente dal romanzo procedente, l’autore non si sforza troppo di farci entrare in empatica con l’antieroe, portando palesemente il suo favore verso il militare inglese. Nel quadro non può poi mancare un’affascinante protagonista femminile, che anche in questo caso ho apprezzato molto per la sua caratterizzazione, preferendola di gran lunga ai suoi omologhi maschili.
Il romanzo è arricchito da altri interessanti personaggi, come una versione egiziana del Fagin dickensiano che invia i suoi giovani borseggiatori in giro per la città, e in generale tutti risultano caratterizzati in modo convincente. A convincermi decisamente meno sono stati la serie di colpi di fortuna che ottengono entrambe le parti, la presenza di pochi personaggi storici (l’unico rilevante è Rommel) e la storia d’amore che come al solito è fulminea e poco realistica.
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Il destino di tutte le Cassandre
A questa lettura mi sono avvicinata per la curiosità di vedere il film d’animazione che ne hanno tratto. E dal momento che è d’obbligo leggere PRIMA il libro, eccomi a parlare di “your name.”, scritto da Makoto Shinkai (scrittore, regista, sceneggiatore, animatore, doppiatore e uomo delle pulizie!).
Il romanzo si presenta inizialmente come un divertente romance con target young adult: Taki e Mitsuha, due liceali dalle vite parecchio diverse (lui abita nella grande Tokyo ed ha uno stile di vita moderno, lei abita nella cittadina rurale di Itomori ed aiuta la nonna nelle antiche cerimonie, al tempio di famiglia), si ritrovano per una strana magia ad “abitare” l’uno il corpo dell’altra. Il volume si spinge presto ben oltre, analizzando soprattutto i temi del ricordo e del destino, in una trama che si fa via via più ricca e dai toni inevitabilmente commoventi.
Sicuramente lo stile narrativo è inusuale per noi occidentali e risulta molto strano trovarsi di fronte ad un testo ricco di onomatopee e pause; parte di questo problema viene ovviato grazie all’eccellente edizione italiana, che comprende anche i commenti dell’autore e del produttore del film nonché molte note utili a capire il significato di alcuni termini o semplici oggetti per i quali non esiste un corrispettivo in italiano.
Avendo visto nel frattempo anche il film (preparate i fazzoletti!), posso affermare che la storia si mantiene grosso modo uguale ma differiscono le tempistiche nelle quali viene sviluppata. Consiglio a tutti di vedere il lungometraggio dopo la lettura anche per poter cogliere meglio alcuni passaggi che nel romanzo, a causa della narrazione in prima persona, rimangono lacunosi.
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Il tuo 5 per 1000 al programma INFANZIA del Cronus
“Le prime quindici vite di Harry August” è un romanzo che mescola diversi generi, dalla fantascienza al thriller, passando per un lavoro di ricerca ed un'accuratezza tipiche dello storico. Per molti aspetti, questo volume ricorda “Vita dopo vita” di Kate Atkinson, libro che mi aveva molto deluso lo scorso anno, ma le somiglianze si limitano allo spunto iniziale della trama perché, se quel romanzo era caratterizzato da una confusione generale, qui abbiamo una narrazione ed un sistema fantastico -collegato alle reincarnazioni e alle realtà alternative- chiari e comprensibili.
Come la cara Ursula, il protagonista di questo volume è imprigionato in un eterno ciclo di morte e rinascita, ma dopo le prime vite nelle quali lo stesso Harry deve raccapezzarsi di quanto gli succede, l'intero funzionamento di questo universo ci viene illustrato e, per la mia soddisfazione, risulta credibile: la ripetizione infinita non riguarda solo il protagonista, bensì l'intera umanità, ma solo alcuni individui chiamati kalachakra posso conservare i ricordi delle timeline precedenti, andando così ad alterare se vogliono il corso della loro vita o perfino della Storia.
Harry è ancora più speciale in quanto mnemonico, ovvero in grado di ricordare ogni dettaglio del suo passato nelle vite successive; ciò lo porterà ad essere preso di mira più volte dai servizi segreti, che intendono sfruttare le sue conoscenze per riscrivere la Storia a proprio vantaggio. A salvare in diverse occasioni Harry sarà invece il Cronus club, associazione segreta con lo scopo di aiutare i kalachakra, specialmente in giovane età, e di salvaguardare l'integrità della timeline storica.
Durante la sua undicesima morte, Harry riceve però una richiesta d'aiuto dal futuro, che lo porta a divenire lui stesso custode e salvatore dei Cronus club, minacciati da un personaggio misterioso deciso ad anticipare di decenni le scoperte scientifiche per poter sfruttare la tecnologia del presente già a metà Novecento.
Il fulcro di buona parte del romanzo è proprio lo scontro a distanza, ma in alcuni casi anche faccia a faccia, tra Harry e il suo antagonista: una lotta fatta di vendette ed inganni continui
«Il suo dispiacere era forse un po' eccessivo, un po' forzato? Forse, pensai, quando tutto fosse finito, ci saremmo potuti confrontare sulla qualità delle nostre rispettive menzogne.»
che nulla ha da invidiare ai duelli mentali tra Kira ed L, anzi per molti versi ricorda parecchio il rapporto di amicizia mescolata a rivalità che caratterizza il manga di Tsugumi ?ba, con il buono che deve nascondere in ogni modo un'informazione vitale al malvagio per potersi salvare.
«Sarei stato la nemesi di [SPOILER], e lui non mi avrebbe visto arrivare.»
Oltre ad una trama adrenalinica e ben strutturata, il romanzo può vantare dei personaggi incredibili, a cominciare dai già citati protagonisti rivali, ma l'autrice si sofferma a più riprese anche sugli altri kalachakra che incrociano la strada di Harry, così come sulla sua peculiare famiglia di origine; e sebbene la narrazione non segua in modo lineare le diverse vite
«Nella terza vita provai con Dio; nella quarta con la biologia. Alla quinta torneremo dopo, ma nella sesta vita [...]»
il lettore non rischia affatto di confondersi o di perdere il filo.
Altro punto di forza dello stile è la descrizione evocativa delle ambientazioni, come questa, della città di Leningrado:
«[...] la neve cominciava a sciogliersi e il bianco cedeva il passo a un perpetuo grigio-nero luccicante, via via che cinque mesi di sporcizia, fuliggine e polvere spuntavano da sotto i mucchi di neve cristallina [...] le masse di neve restavano, isolandosi come monumenti all'inverno che se ne andava.»
Grazie ai molti spostamenti del protagonista in giro per il globo, possiamo godere di queste incredibili atmosfere, che denotano ancora una volta quanto lavoro di ricerca ci sia dietro questo romanzo: per gli eventi storici, per le location, per le invenzioni e le scoperte dell'ultimo secolo.
Particolare della narrazione in prima persona è il rivolgersi di Harry ad uno spettatore che compare solo a tratti
«C'è un momento in cui la brughiera prende vita. Vorrei che la vedessi, ma per qualche motivo nelle nostre passeggiate in campagna abbiamo sempre perso quelle poche, preziose ore di rivelazione. [...] Non hai mai visto la brughiera in quelle prime ore dopo la pioggia, in cui tutto è viola e giallo e odora di terra nera e grassa.»
ma che rivela infine la sua identità nel commovente epilogo.
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Per. Niente. Ok.
“Forever” di Amy Engel è il primo romanzo di una duologia distopica, leggasi una delle decine di romance (spesso con triangolo amoroso annesso) a sfondo distopico che sono fioriti attorno al successo di “Hunger Games”.
Trovo sempre molto fastidioso incappare in questi romanzetti privi di spessore che vengono pubblicati unicamente in virtù della tendenza del momento, rovinando in questo caso un genere storicamente impegnato; potrei scrivere pagine e pagine sull’assurdità del mondo creato dalla Engel, ma mi limiterò a dire che negli USA l’unica città sopravvissuta all’armageddon riesce ad essere perfettamente autosufficiente con solo diecimila abitanti. Diecimila. Abitanti.
Sorvolando sull'ingannevole sinossi proposta dalla Newton Compton, sull’atroce copertina scelta dalla Newton Compton e sul titolo totalmente randomico affibbiato dalla Newton Compton, ci troviamo di fronte ad una trama prevedibile ed inconsistente: Ivy Westfall è una delle nipoti del fondatore della sopraccitata città-stato, Westfall (poco egomaniaco il nonnino, eh?), ed il suo destino è sposare il figlio dell’attuale presidente, per uccidere entrambi e far riconquistare il potere alla sua famiglia. Ovviamente Ivy non potrà mai portare a termine il suo obiettivo semplicemente perché Bishop Lattimer, ossia il promesso sposo dal nome ridicolo, è il personaggio più bucolico di cui abbia mai letto, oltre ad essere bello e conquistarsi così l'amore incondizionato della protagonista nell’arco di un paio di pagine.
Come se non bastassero trama, personaggi ed ambientazione pessimi, anche la narrazione in prima persona al presente lascia parecchio a desiderare, ma temo che parte della colpa sia da attribuirsi alla traduzione svogliata.
Sì, sono severa. Ma giusta.
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Humperdinck Holmes in: Elementare, Rugen!
“La principessa sposa” è un romanzo fantasy per ragazzi datato 1973, divenuto ormai un classico anche per merito del film culto “La storia fantastica”, titolo ripreso dalla prima edizione del volume.
Mescolando elementi reali (ad esempio, il film “Butch Cassidy” che ha effettivamente sceneggiato) e pura finzione, Goldman crea una storia nella storia, con l'introduzione in cui racconta di come suo padre lo avesse iniziato alla lettura dei romanzi d'avventura leggendogli proprio “La principessa sposa” quando aveva dieci anni
«“La principessa sposa” apparteneva solo a mio padre. Tutto il resto fu mio. Non ci fu storia di avventure al mondo che poté sottrarsi alla mia ingordigia.»
e di come a sua volta lui abbia mosso mari e monti per procurare una copia dello stesso libro al figlio in occasione del suo decimo compleanno. Purtroppo la magia non sembra ripetersi, ma è presto spiegato il motivo: il padre di Goldman gli leggeva solo alcune parti del testo, quelle più emozionanti ed ricche d'azione, tralasciando invece le prolisse digressioni del fittizio autore Simon Morgenstern sulla storia del fantastico regno di Florin.
Con l'intento di far riscoprire al grande pubblico il capolavoro di Morgenstern, Goldman si imbarca quindi nell'impresa di rieditare il volume, togliendo come il padre le parti più noiose in favore delle scene d'azione
«Ma da punto di vista narrativo in quelle centocinque pagine non succede niente. Salvo questo: “Tra una cosa e l'altra passano tre anni”.»
dando così vita ad una storia avventurosa che pesca a piene mani dai classici della letteratura per ragazzi come i romanzi di Alexandre Dumas, Robert Louis Stevenson e Jules Verne.
La storia è ambientata nello Stato fittizio di Florin, in un periodo storico che rimane misterioso seppur l'autore si sprechi in indicazioni a riguardo
«Morgentern poteva parlare sul serio, oppure no. [...] O forse era solo un vezzo stilistico dell'autore per comunicare al lettore che “questo non è reale, non è mai successo”.»
e si focalizza principalmente sull'amore tra Buttercup, giovane lattaia dalla sfolgorante bellezza, e Westley, il garzone che assiste la famiglia di lei nella gestione dell'allevamento; questo amore è però contrastato tanto dai numerosi antagonisti quanto da un destino che sembra costantemente avverso alla loro riunione. La trama è ricca di svolte inaspettate, sulle quali autore fa spesso dei commenti, e devo ammettere che un paio di twist mi hanno davvero colto di sorpresa ed ero curiosa di sapere come i personaggi avrebbero risolto determinate situazioni, perché non mancano delle scene in cui l'effetto sorpresa è assicurato
«E sprofondando in un batter d'occhio si trovò a stringere il suo [di Buttercup] polso. Westley urlò a sua volta di orrore e sorpresa, e la Sabbia nevosa lo aggredì alla gola, perché quello che aveva afferrato era il polso di uno scheletro [...]»
Nel complesso, i due protagonisti non mi hanno fatto impazzire, specialmente Westley che risulta fin troppo perfetto, mentre Buttercup alterna momenti nei quali è estremamente irritante ad altri nei quali sfodera un coraggio ed una risolutezza invidiabili. Molto più affascinanti sono i personaggi secondari e gli antagonisti, tra i quali il mio preferito è indubbiamente Inigo Montoya, ma ho apprezzato molto anche il Principe Humperdinck, una versione più sveglia e determinata del Gaston di “La bella e la bestia”, a mio avviso.
Ad avermi colpito maggiormente è lo stile della prosa, molto ironico al limite del sarcasmo e della satira più pungente
«I genitori di Buttercup non avevano quello che si dice un matrimonio felice. Il loro unico sogno era lasciarsi.»
e capace di riunire in un solo testo ben tre voci distinte e chiaramente riconoscibili: quella del vero autore Goldman, quella dell'autore fittizio Morgenstern e quella del narratore della storia.
La narrazione è inoltre arricchita da brevi interruzioni nelle quali l'autore si ritaglia un piccolo spazio per introdurre i suoi giovani lettori a concetti e riflessioni validi a qualunque età
«Inigo lo amava. Totalmente E non domandate perché. [...] ma l'amore è fatto di tante cose e nessuna logica.»
«-La vita non è giusta, Bill. Quando diciamo il contrario ai nostri figli, facciamo un grosso errore: non solo è una bugia, è una bugia crudele. La vita non è giusta, non lo è mai stata e non lo sarà mai.»
e capaci di rendere questo volume, come per “La storia infinita”, molto più di un banale romanzo d'avventura. Un strumento per prendere coscienza del mondo che ci circonda.
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L'umanità degli dèi e la mostruosità degli uomini
“I centomila regni” è un romanzo fantasy parte di una trilogia di companion novel, quindi i volumi possono considerarsi auto-conclusivi ed essere letti indipendentemente; e direi meno male, dal momento che qui in Italia è stato tradotto solo questo e, visto il poco successo, la serie è stata abbandonata.
Il romanzo è ambientato in un mondo completamente nuovo, del quale purtroppo non ci viene fornita una mappa che aiuti a seguire i movimenti dei personaggi o la posizione delle diverse città; gran parte dell'azione si svolge comunque nella città di Sky, sede del Consorzio dei Nobili, che si occupa di gestire le contese tra i vari regni, e del palazzo degli Arameri (chiamato a sua volta Sky) ossia la famiglia incaricata dal dio Itempas stesso di mantenere l'ordine su questo vasto impero. A tal fine, gli Arameri possono controllare alcune divinità che, secoli prima, hanno cercato di sopraffare Itempas e si ritrovano ora ridotti in schiavitù.
In questa corte, dove abbondano gli intrighi politici ed i giochi di potere, giunge la protagonista Yeine Darr, una giovane donna già capo della sua tribù nel Lontano Nord. Invitata dal capo della famiglia Arameri, suo nonno Dekarta, Yeine si trova ben presto al centro della lotta per la successione al trono, contro due cugini ben più preparati e motivati di lei, ma anche del piano escogitato anni prima dagli dèi prigionieri per potersi finalmente ribellare al controllo degli umani.
L'autrice dimostra tutta la propria originalità proprio nel peculiare modo di rappresentare le divinità, le quali hanno un ampio spettro di poteri ed influenze che vanno a caratterizzare anche il loro aspetto. Questi dèi mi hanno ricordato molto sia quelli presenti nella mitologia greca sia il Dio del Vecchio Testamento, in particolare il Dio che assiste Mosè e gli ebrei nella fuga dall'Egitto, così come Itempas si avvale dell'aiuto degli Arameri per poi eleggerli suo popolo favorito al termine della Guerra degli Dèi.
Nessuna sorpresa quindi che tra i miei personaggi preferiti compaiano due di queste divinità, ossia Sieh e Nahadoth, rispettivamente il dio bambino degli inganni e il cupo Signore della Notte. Ho apprezzato molto anche la protagonista: Yeine si dimostra intelligente e risoluta, e spesso mi sono ritrovata a fare i suoi stessi pensieri. Sugli antagonisti sono rimasta invece combattuta per l'intera lettura, perché alcuni mi sembravano scontati e pieni di cliché (Viraine è Ditocorto, su questo siamo tutti d'accordo), ma nel finale ci sono molte rivelazioni che mi hanno sorpresa e ho dovuto rivalutare la mia opinione su alcuni personaggi.
La narrazione in prima persona al passato è molto particolare perché, a causa di quanto accade nel finale, Yeine è spesso costretta ad interrompersi per inserire alcuni dettagli e spiegazioni
«Ma sto dimenticando me stessa. Chi sono io, dunque? Ah, sì. Il mio nome è Yeine.»
«Nel Lontano Nord c’è un tipo di rosa molto famoso (questa che segue non è una digressione). È chiamata rosa Altarskirt.»
o perfino fare un passo indietro e aggiungere una scena “saltata” in precedenza. Inizialmente può risultare un po' complesso seguire la trama con questo tipo di narrazione inframmezzata, ma ci si abitua senza problemi dopo qualche capitolo. Purtroppo la scelta dell'autrice comporta un paio di problemi, che non hanno comunque grandi ripercussioni sulla lettura: la protagonista non riesce sempre a spiegare con chiarezza alcuni passaggi collegati all'aspetto magico della storia e, seguendo soltanto il suo POV, le scene d'azione sono davvero limitate.
La Jemisin riesce però a creare un universo magico credibile e rappresentativo di una grande varietà etnica, arricchendolo con delle descrizioni evocative e non limitate al semplice aspetto visivo
«[...] sentii il suono di risate e musica Senmita provenire dai corridoi. Non mi era mai piaciuta la musica di quel continente; era strana, aritmica, piena di note inquietanti; era il tipo di melodia che piaceva solamente ai pochi che riuscivano a comprenderla.»
Curioso come vengano inseriti anche vari termini legati al mondo contemporaneo
«Purtroppo girai a sinistra dove avrei dovuto girare a destra, e non presi l’ASCENSORE all’altezza giusta del corridoio. Così, invece che nell’UFFICIO di T’vril, mi trovai all’ingresso del palazzo, [...]»
che conferiscono un ulteriore tocco di originalità, caratteristica che purtroppo spesso è difficile da trovare nel genere fantasy.
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La neolingua è il mio incubo
“1984” è il più celebre ed apprezzato tra i classici della distopia novecentesca, nonché l’ultima e più incisiva opera pubblicata da George Orwell, che ne iniziò la stesura nel 1948 e scelse il titolo invertendo i numeri della data, con l’intenzione di ambientare il suo romanzo in un futuro relativamente vicino proprio per ottenere un impatto efficace sugli animi del suo pubblico.
La storia ci presenta un pianeta dalla geografia politica ben diversa da quella che conosciamo: il mondo è stato spartito tra tre macro potenze, Oceania, Eurasia ed Estasia, controllate da altrettanti governi totalitari; questi Stati sono inoltre in perenne lotta tra loro per spartirsi le poche terre rimaste contese, anche se le alleanze in questa guerra cambiano di continuo.
Il romanzo segue quanto accade in questo mondo distorto attraverso l'esperienza di Winston Smith, membro del Partito che domina l'Oceania; dal suo misero appartamento londinese, l'uomo inizia una lotta silenziosa contro il Partito e il suo capo, il Grande Fratello, figura misteriosa che presta il volto alla propaganda del Socing, abbreviazione per Socialismo Inglese. Winston decide di opporsi a questa dittatura dopo aver preso coscienza che essa controlla ogni aspetto della vita dei cittadini dell'Oceania, annullando in loro la volontà, attraverso alcune pratiche sistematiche come la costante riscrittura della Storia (attività nella quale è impegnato lo stesso protagonista),
«E se tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera.»
e attraverso alcuni concetti da inculcare nelle menti come il bipensiero, che dovrebbe portare i cittadini ad associare inconsciamente due parole dal significato opposto. Questa nozione ben si esplica nei nomi dei ministeri che governano l'Oceania, in particolare nel Ministero della Pace che, in contrasto con il suo nome, si occupa di coordinare le forze militari nel conflitto in corso.
Per quanto interessante e tormentato risulti il protagonista, i personaggi secondari si conquistano altrettanta importanza nella storia, in particolare la giovane Julia, altro membro del Partito che condivide alcune delle idee di Winston e gli dimostra di non essere il solo a voler andare coscientemente contro le regole, e l'ambiguo O'Brien che è invece parte del Partito Interno e verso il quale Winston prova sin dall'inizio una fortissima connessione.
Mi sembra scontato che personaggi e trama passino in secondo piano rispetto ai messaggi che il libro veicola e, soprattutto, alle riflessioni che innesca nel lettore. È infatti inevitabile venire scossi dal mondo rappresentato nel romanzo, dove le persone vengono inglobate nella massa sia a livello fisico -con le tute identiche che indossano tutti- sia a livello emotivo; emblema di ciò sono le reazioni dei personaggi nei Due Minuti d'Odio
«La cosa orribile dei Due Minuti d'Odio era che nessuno veniva obbligato a recitare. Evitare di farsi coinvolgere era infatti impossibile. [...] la rabbia che ognuno provava costituiva un'emozione astratta, indiretta, che era possibile spostare da un oggetto all'altro come una fiamma ossidrica.»
durante i quali i membri del Partito vengono spogliati completamente della loro individualità per trasformarsi in un'unica massa di voci furibonde.
Per ogni lettore sarà poi impossibile non provare una sofferenza quasi fisica per il destino della lingua e della letteratura in questo mondo distopico. I libri sopravvissuti alla Rivoluzione sono pochi ed in ogni caso hanno perso qualunque valore agli occhi dei cittadini,
«Il prodotto finale [il libro], però, non le interessava. "Leggere non è il mio forte" diceva. I libri erano una merce qualsiasi, come la marmellata o i lacci per le scarpe.»
mentre la lingua tradizionale sta subendo una graduale sostituzione, con l'obbiettivo di rimpiazzarla totalmente entro il 2050 con la neolingua; quest'ultima è formata da un numero molto ridotto di vocaboli e, secondo il dogma del bipensiero, sinonimi e contrari sono stati del tutto vaporizzati.
Mi sembra ridicolo sottolineare il superbo stile della narrazione orwelliana, che già avevo apprezzato ne “La fattoria degli animali”, va però notato il particolare ruolo rivestito dal narratore nella storia. Per tutto il romanzo il lettore è convinto di essere parte del mondo raccontato, assieme al narratore, ma in un momento temporale successivo, solo nell'appendice finale, dove si spiegano i principi della neolingua, viene lasciato velatamente intendere che l'epoca in cui il Partito governava è ormai finita e le speranze di Winston si sono infine realizzate.
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Fantasy "grigio" per ragazzi: una rarità
Un regalo inaspettato (e graditissimo) mi ha permesso di completare la trilogia di Miss Peregrine con la lettura de “La biblioteca delle anime” di Ransom Riggs. In generale, mi sento di consigliare questa serie per ragazzi, e il capitolo conclusivo ha confermato in buona parte l’opinione che mi ero fatta leggendo i volumi precedenti.
Ho apprezzato soprattutto la scelta di raccontare in modo davvero realistico delle vicende ricche di magia ed eventi sopranaturali; in special modo, il rapporto del protagonista con i suoi genitori non viene banalizzato, acquistando anzi parecchio spazio nella parte finale quando il ragazzo deve venire a patti con le due metà della sua vita. Godibile anche lo stile dell’autore e i toni molto oscuri che da alla storia, specialmente considerando che si tratta comunque di un romanzo pensato per un pubblico abbastanza giovane.
Bocciate invece alcune parti del romanzo che sembrano inserite al solo fine di allungare la storia, senza però dare un contributo decisivo allo sviluppo della trama. Non ho gradito neanche il personaggio di Bentham: la scelta di introdurlo solo dalla metà dell’ultimo volume non permette di capire per nulla il suo comportamento, e la spiegazione che ne da Miss Peregrine non è comunque soddisfacente.
Anche in questo terzo volume, alcuni aspetti collegati alla magia mi sono sembrati macchinosi e troppo convenienti, sebbene siano presenti diverse spiegazioni. Gradite come sempre invece le foto d’epoca che hanno reso celebre questa trilogia.
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Pulsa anche a me una vena al collo. Per il finale
Dopo aver pianto tutte le mie lacrime con l'epilogo de "Il barone rampante", ho cercato rifugio in uno dei miei genere preferiti: il mystery. Il mio ultimo tentativo con la narrativa contemporanea tedesca non era andato benissimo (parlo dell'atroce “Musica per un amore proibito” di Hanni Münzer), ma questo non mi ha impedito di approcciarmi a “I misteri di Chalk Hill” di Susanne Goga.
Questo romanzo viene pubblicizzato come un mix tra il mystery e lo storico, con atmosfere simili a quelle del capolavoro della Brontë “Jane Eyre”, e per quanto riguarda questi aspetti posso dire che mantiene fede alle premesse; il lato sentimentale invece viene introdotto molto tardi nella narrazione -cosa che non mi ha minimamente infastidito- e risulta in questo modo artificioso e forzato -cosa che invece mi ha decisamente infastidito.
La storia si incentra su un mistero simile alle indagini di Sherlock Holmes, spesso citato nel testo, che all’apparenza sembra avere delle cause sopranaturali ma viene affrontato dai personaggi con piglio critico e cercando soluzioni oggettive; proprio per questo sono rimasta parecchio delusa dalla risoluzione finale solo in parte razionale, oltre che dalla prevedibilità della trama data ai moltissimi cliché.
I protagonisti sono caratterizzati con sufficiente cura, seppur venga dato fin troppo spazio alle loro storie precedenti, mentre per quanto riguarda i personaggi secondari si dimostrano quasi tutti funzionali alla trama e quindi privi di un loro spessore. Ad infastidirmi maggiormente è stato però lo stile dell’autrice che sembra incapace di avviare e concludere le scene, quindi inserire delle fastidiose frasi ad effetto oppure tronca di netto i dialoghi; promuovo invece i suoi sforzi per creare un’ambientazione storica credibile.
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Cosimo inventa il treeclimbing
Seguito ideale de “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante” è la parte centrale della trilogia nota come I nostri antenati. Anche questo romanzo si presenta come una fiaba, sebbene abbia dei toni un po' meno oscuri rispetto alla precedente, e ripercorre la vita di Cosimo Piovasco di Rondò che all'età di dodici anni sale su un albero per una puerile ripicca contro la famiglia; dagli alberi, il giovane nobiluomo, non scenderà più per tutta la vita, ritrovandosi così protagonista di avventure incredibili.
Narratore della storia è il fratello minore Biagio, che compone una sorta di puzzle biografico accostando i racconti di Cosimo stesso agli episodi riportati da vicini e conoscenti, mettendo in evidenza gli eventi più significativi come la battaglia contro i pirati o l’incontro con Napoleone Bonaparte.
Il primo aspetto che colpisce nella lettura è l’attenta descrizione degli alberi e, più in generale, dell’ambiente agreste in cui si muove il protagonista, vicino alla civiltà eppure così selvaggio all’apparenza. Allo stesso modo, Cosimo viene presentato di volta in volta come un semplice nobile dagli usi bizzarri o come un uomo selvaggio che spesso viene scambiato dai forestieri per una qualche creatura mitologica.
Notevole rilevanza ottiene la relazione tra Cosimo e la volubile Viola: un amore che come tutto in questo romanzo è ad un tempo possibile ed impossibile, diventando per i personaggio e per i lettori fonte di gioia ed anche di grandi sofferenze. L’aspetto storico acquisisce a tratti la predominanza sulla scena, e viene trattato con grande attenzione e precisione nelle informazioni; un buon lavoro di ricerca è di certo stato fatto anche per poter inserire dialoghi in diverse lingue straniere.
Un romanzo struggente ed evocativo, che si mantiene sempre federe al suo registro narrativo e capace di dare spessore anche alle comparse. Non potrei desiderare di meglio.
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Ogni lettore è un sognatore
“Le notti bianche” e “La cronaca di Pietroburgo” sono due opere giovanili di Dostoevskij, pubblicate alla fine degli anni Quaranta dell'ottocento e raccolte dalla Feltrinelli in un unico volume, arricchito dalla presenza di alcuni contenuti extra, come la postfazione ad opera della stessa traduttrice, alcune note utili ad ottenere un chiaro quadro storico e una breve biografia dell’autore che evidenzia come sia stato sempre molto influenzato dalle sue esperienze personali nell’ideazione e nella stesura di romanzi e racconti. Mi sento quindi di consigliare caldamente questa edizione tra le molte disponibili in italiano, anche per la traduzione aggiornata e gradevole.
“Le notti bianche” è un breve racconto con protagonista un anonimo sognatore, figura emblematica per il giovane Dostoevskij, ossia una persona vittima delle sue stesse fantasticherie che sovente si estranea dalla realtà ed immagina nella sua mente storie fantastiche, partendo da elementi quotidiani
«-[...] Ah, se sapeste quante volte in tal modo [sognando] mi sono innamorato!…
-Ma com’è possibile, di chi mai?
-Ma di nessuno, di un ideale, di colei che si vede in sogno. Nei sogni costruisco romanzi interi.»
per poi soffrire amaramente quanto è costretto a tornare bruscamente nel presente, interrotto ad esempio dall’arrivo di un conoscente.
Una sera questo schivo sognatore, abituato a parlare più con gli edifici di Pietroburgo che con le persone che la abitano, incontra una fanciulla in lacrime che soccorre da un’aggressione ed accompagna a casa. I due si rincontreranno per le successive tre notti, durante le quali giungeranno in modo quasi istintivo a confidarsi le rispettive sofferenze: lui prigioniero in un piano onirico ed incapace di stringere legami convenzionali, lei è un’orfana affidata alle cure della nonna cieca ed afflitta da un difficile amore a distanza.
Proprio come se si trattasse di una delle sue fantasticherie, il protagonista si innamora della giovane Nasten’ka ed arriva a sperare di coronare il suo sogno, per essere poi riportato ancora una volta alla cruda realtà quando lei rincontra l’amato. Il sognatore è però avvezzo a simili lezioni di vita, come si esprime in questa frase ripetuta
«-[...] Sono lacrime, s’asciugheranno!»
e l’autore mantiene comunque una sorta di positività anche nell’infelice epilogo, concretizzata da un bacio d’addio tra i due protagonisti.
A collegare questa novella a “La cronaca di Pietroburgo” è in primis questa città, che in entrambe le opere viene descritta come una persona in carne ed ossa, con le proprie peculiarità ed un carattere quasi umano
«[...] quando l’intera Pietroburgo s’era alzata in piedi e all’improvviso se n’era andata in villeggiatura.»
«Ogni estate, per divertirsi, [Pietroburgo] si concentra su qualcosa; forse già ora sta ideando cosa fare l’inverno a venire.»
ma anche il ripresentarsi del concetto del sognatore, anzi la sua prima apparizione dal momento che “Le notti bianche” venne pubblicare l’anno successivo a “La cronaca di Pietroburgo”.
In concreto, questa cronaca è una raccolta di cinque feuilletons che Dostoevskij scrisse per il giornale “Gli annali di San Pietroburgo”; questi articoli avevano principalmente lo scopo di informare i lettori circa le novità cittadini in ambito di spettacoli teatrali e pubblicazioni letterarie, ma servirono all’autore per abbozzare alcuni suoi progetti narrativi e, soprattutto, illustrare nel dettaglio la figura del sognatore poi ripresa ne “Le notti bianche”
«-[…] Sapete che sono già costretto a festeggiare l’anniversario delle mie sensazioni, l’anniversario di ciò che prima era così caro, di ciò che in sostanza non era mai accaduto […]»
«Ci sono sognatori che arrivano a festeggiare anniversari con le loro sensazioni fantastiche. Spesso prendono nota della data del mese in cui sono stati particolarmente felici e in cui la loro fantasia ha assunto una forma particolarmente piacevole […]»
Alcuni passaggi delle due opere sono addirittura uguali, come la rappresentazione della città di Pietroburgo come una giovane donna tisica che, con l’arrivo della primavera, sembra rimettersi in salute ed acquisire bellezza, per poi tornare al suo quotidiano grigiore con l’approssimarsi dell’inverno.
Trovo quindi sia stata un’eccellente scelta pubblicare assieme queste due opere, fornendo così un quadro più completo al lettore ed evidenziando la continuità nei concetti presentati in entrambe.
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