Opinione scritta da cesare giardini

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Giugno, 2015
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Grandezze e miserie di una grande azienda

Una grande scrittrice nel firmamento non solo nazionale, un bel romanzo che si legge con interesse e partecipazione, quasi partecipando alle vicende e condividendo i sentimenti dei vari personaggi ai quali sono intitolati i numerosi capitoli. Definire la Sànchez una scrittrice intimista, come suggerito da certa critica, è riduttivo, oltre che ingiusto. Sono presenti nel suo romanzo contenuti personali, interiori, ma l’interesse dell’Autrice è volto verso gli altri, verso i rapporti interpersonali dei personaggi, definendone accuratamente i ruoli, nonché naturalmente vizi e virtù. La vicenda si svolge in una grande azienda, dove Emma, la protagonista, viene assunta grazie ad una raccomandazione, prima come addetta alla reception, e poi come segretaria del vicedirettore, uno strano e malinconico dirigente, sistemato in quel posto con l’incarico di non fare nulla e di non intralciare il lavoro altrui. Emma non lo ritiene giusto, si affeziona al suo capo e si preoccupa di inventarsi lavori e ricerche di archivio, che finiscono però per complicare la vita nell’ufficio e suscitare sospetti e incomprensioni. Ed ecco interagire con Emma tutta una serie di personaggi, i cui caratteri sono messi magistralmente a nudo e fanno comprendere come in qualsiasi grande azienda, pubblica o privata, coesistano grandezze e miserie, dal sacrificio di un uomo lasciato solo con i suoi ricordi, la sua superiorità culturale, la sua malinconia, alle vendette trasversali di capi e capetti e di segretarie vendicative e paranoiche. Chi ha lavorato in grandi complessi aziendali si riconoscerà in qualcuno dei personaggi descritti dalla Sànchez. Come non ricordare certe figure scolpite a tutto tondo, come l’amica del cuore Vicky sempre alle prese con sogni di grandezza e con una fotocopiatrice che la inonda di carta dalla sera alla mattina, o Sebastian, il vicedirettore che sembra trascorrere il tempo attendendo una fine quasi programmata, oppure i vicedirettori Alexandro e Jano, giovani rampanti che faranno fallire l’azienda per poi ricomprarla, o ancora memorabili figure femminili come Teresa, la segretaria che finirà, stressata dal lavoro, in una clinica psichiatrica, e Lorena, i cui atteggiamenti paranoici sono descritti dall’Autrice in modo magistrale. Non mancano ovviamente, in una grande azienda, complicati intrecci amorosi, un classico degli ambienti descritti, in cui vivono quasi a contatto di gomito, decine e decine di dipendenti. In sintesi, un bel romanzo ed una lettura di grande piacevolezza, con personaggi che è difficile dimenticare.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    26 Giugno, 2015
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Le ombre del mondo della moda

Clara Sànchez, il nuovo astro della letteratura spagnola, vincitrice di numerosi premi letterari nazionali, scrive indubbiamente con bello stile, si fa leggere con piacere, presentandoci personaggi ben costruiti e credibili. In “Le cose che sai di me” la struttura narrativa è però leggera, quasi evanescente, anche piacevole da leggere, ma lascia, almeno a mio parere, poche tracce nella mente del lettore. E’ la storia di una affascinante modella, Patricia, che incontra durante un viaggio aereo una strana figura di donna, non si capisce se medium, veggente o simili, che le predice un funesto futuro ad opera di persone che le sono vicine. La poverina crede alle parole della stravagante compagna di viaggio e, ripreso il lavoro di modella, inizia a sospettare di tutti quelli che la circondano : ecco allora che sfilano tanti personaggi che potrebbero voler male a Patricia, dal suo capo, una specie di boss della moda, alle prese con infamanti accuse di corruzione e sfruttamento, alla team manager della casa di moda, una specie di valchiria apparentemente arcigna e inflessibile, da colleghe e colleghi che tentano di soffiarle contratti di lavoro alle domestiche che scrivono diari compromettenti, dalla sorella Caterina, più pratica e risoluta, a Rosalia, l’amante di Elias, compagno di Patricia e pittore incapace di sfondare nel mondo dell’arte, i cui quadri, a sua insaputa, vengono comprati da Patricia stessa, che lui perfidamente abbandonerà fuggendosene lontano con Rosalia…. E via di questo passo. Quello che sconcerta è la banalità delle situazioni, che potranno però incontrare il favore di un certo pubblico di lettori, curioso magari di gossip e di vicende del mondo festaiolo della moda che in questo romanzo, a dire il vero, è indagato con meticolosità e con cognizione di causa. E la povera Patricia ? Nessun timore : dimenticherà le funeste previsioni ed entrerà come socia in una nuova casa di moda Come si sa da sempre, domani è un altro giorno.

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I romanzi della Sanchez
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    25 Giugno, 2015
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Harry Hole risolve tutto (e finalmente si sposa)

Il thriller è del 2013, il protagonista è il personaggio chiave di tanti romanzi di Jo Nesbo, quel Harry Hole che come sempre giganteggia non solo per l’aspetto imponente ( e singolare) ma soprattutto per la capacità di risolvere i casi più complessi con la semplice osservazione e l’analisi minuziosa dei dati. Il protagonista fa la sua comparsa a circa un terzo del romanzo: per comprendere meglio la successione degli eventi è consigliabile leggere prima “Lo spettro” del 2012, nel quale il poliziotto viene dato per morto ad opera del figliastro Oleg. Riemerge invece in questo thriller come insegnante nella Scuola di Polizia, apparentemente in disarmo e stanco dopo una vita avventurosa e dopo essere scampato a mille pericoli. La sua assenza è avvertita dai suoi collaboratori, che appaiono smarriti, privi della loro abituale guida : si decidono però a chiedere il suo aiuto per risolvere una serie di delitti inspiegabili, le cui vittime sono alcuni poliziotti. Harry Hole si fa pregare, ma alla fine cede e, dopo svariati colpi di scena in cui mette a repentaglio la propria vita (alcuni capitoli corrono sul filo di una altissima tensione emotiva), riesce a scoprire il colpevole e, con un audace stratagemma, concorre ad eliminarlo. Anche se, come tanti altri romanzi dello scrittore norvegese, che resta comunque uno dei migliori autori di thriller del momento, la narrazione è un po’ prolissa, dipanandosi su vari fronti in modo a volte complesso e dispersivo e con quei nomi norvegesi difficilmente memorizzabili, la vicenda tiene sempre sulla corda l’attenzione del lettore ed ha la prerogativa di condurlo su false piste, per poi stupirlo con colpi di scena inattesi e con l’individuazione di un colpevole che agisce e colpisce per motivi che solo alla fine si appalesano in tutta la loro logica. Il thriller ha un fine lieto, nel senso che finalmente il personaggio chiave di Jo Nesbo si sposa, impalmando la sua splendida Rachel. Ma, attenzione : una ragazzina viene seguita nei bagni pubblici da un misterioso individuo, la fidanzata di un poliziotto ucciso sente, al cimitero, dei passi furtivi che la seguono… Tutti i misteri forse non sono risolti, c’è spazio forse per un nuovo thriller… La saga di Harry Hole continua.


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Gli altri thriller di Jo Nesbo
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    31 Mag, 2015
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Una serie di mostri più simpatici che mostruosi.

Venticinque racconti che aprono spiragli sul genere horror e dove l’ironia di Stefano Benni propone “mostri” che si tingono di grottesco e cedono il passo più alla meraviglia che alla paura. I mostri sono i memorabili protagonisti dei racconti : una Madonna che invece di versare lacrime e sangue ride, quasi soddisfatta di apparire, un manager che vuole ammodernare il museo egizio introducendo sfavillanti novità elettroniche e suscitando le ire di una strana e vendicativa mummia, la strega Charlotte, creatura orribile e spaventosa, temuta però solo nelle nostre fantasie, l’Uomo dei Quadri, un omaggio alla memoria del grande Edgar Allan Poe, la fiaba di Hansel e Gretel rivisitata in chiave moderna, un topastro da cartoni animati ispettore di polizia e la soluzione di misteriosi delitti, e così via, in un susseguirsi ora comico ora grottesco ed angosciante di situazioni strampalate e paurose. L’Autore si cimenta quindi in un genere nuovo, che, da una prima lettura, sembra essergli congeniale : anche se talora traspare un serioso fine didattico e moralistico, l’ironia la fa da padrona. I suoi mostri, cari per lui, sanno suscitare non di rado curiosità e simpatia.

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Le altre opere di Stefano Benni
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Mag, 2015
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L'amara conclusione di un intellettuale

“Numero zero” è un romanzo breve, lontano dagli standard di Umberto Eco. Sembra che quello che è stato definito “il più grande intellettuale al mondo” navighi un po’ in sordina, sotto costa, con il motore al minimo, e si guardi sospettoso intorno, in un’Italia che dal 1992 (anno degli eventi narrati) ad oggi non ha subito, ahimè, significativi cambiamenti. Lo scrittore narra i fatti in prima persona ( è il dottor Colonna) ed immagina di far parte, in qualità di giornalista e scrittore, di una redazione raccogliticcia, incaricata da un misterioso manager di preparare il numero zero di un nuovo giornale. I personaggi sono tra i più vari : ci sono il direttore che assegna i compiti, l’esperta in gossip, un infido collaboratore che sembra riferire ad altri notizie riservate, un redattore che non coglie mai il vero senso delle informazioni e, infine, un personaggio paranoico e misterioso, tal Braggadocio, che millanta conoscenze altolocate e si dice al corrente di segreti esplosivi riguardanti vicende degli ultimi anni, dalla fine di Mussolini mai accertata in realtà, al coinvolgimento del Vaticano, dal fallito golpe Borghese, alle trame eversive dei brigatisti, via via fino a rivelazioni sulle malefatte di CIA, P2 e Licio Gelli, senza trascurare stragi e depistaggi vari. Insomma, Braggadocio sembra sapere troppo : il guaio è che rivela al protagonista del romanzo le sue conoscenze, inguaiandolo quando si scopre il cadavere di Braggadocio stesso, assassinato misteriosamente in una stradina di Milano. La paura si impossessa un po’ di tutti, la redazione viene chiusa, il committente si defila ed il povero dottor Colonna, al corrente di segreti e confidenze bollenti, non sa più dove nascondersi, se non a casa di una giovane collaboratrice, che ama riamato, e con la quale decide di fuggire in luoghi dove un possibile killer non possa rintracciarlo. Ma ecco la svolta (un vero colpo di scena) : in una trasmissione televisiva ascoltata per caso e nella quale Corrado Augias presenta una produzione inglese della BBC sull’Operazione Gladio, vengono svelati tutti i segreti e le trame di cui Braggadocio era al corrente : allora, perché nascondersi, perché temere un’eliminazione fisica quando tutti gli intrighi sono palesi e nessuno tenta di celare alcunché ? Conclusione amara : niente può più turbarci in questo paese, scrive Umberto Eco, le abbiamo provate tutte, invasioni barbariche, sacco di Roma, due guerre mondiali… Niente può fare impressione ad un popolo “di pugnali e veleni”, popolo ormai vaccinato ed abituato al peggio, in un paese che, diventato definitivamente terzo mondo, “sarà pienamente vivibile”. Conclusione amara ed ironica : basta accontentarsi, conclude Eco, “domani, come dice Scarlet O’Hara, è un altro giorno”. Nel contesto del romanzo, riemerge lo spirito arguto di Eco: nelle riunioni preparatorie del fatidico numero zero del nuovo giornale ci si dilunga su amene riflessioni riguardanti, ad esempio, le modalità di presentazione di una notizia, oppure le complicate vicende e gli intrecci inimmaginabili tra i vari Ordini cavallereschi, o ancora un interminabile elenco (da copiare e conservare per serate tra amici) di domande e risposte deliranti… Divagazioni che tendono ad allentare una certa tensione emotiva che si coglie tra una rivelazione di Braggadocio e l’altra, e che forse hanno uno scopo: quello di banalizzare le rivelazioni stesse, tanto siamo in Italia, facciamoci quattro risate, e tutto passa e si dimentica.



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Le opere di Umberto Eco
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Romanzi autobiografici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Mag, 2015
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Un'autobiografia anticonformista e irriverente

Che dire di Aldo Busi ? E’ indubbiamente uno dei pochi grandi scrittori italiani, uno scrittore che fa discutere, che suscita e divide pareri, che intriga, che si fa leggere d’un fiato, anche se a volte non si fa capire : ma non conta nulla, la sua scrittura è talmente anticonformista, solida, inclassificabile, al di fuori (o al di là) dei consueti canoni dei lettori (e non lettori) che la si gusta anche solo per il suono, le assonanze, le convergenze e le divergenze, il gusto esclusivo di leggere (non è obbligatorio capire o comunque essere o no d’accordo). In questa autobiografia (già nel “non autorizzata” c’è tutto l’Aldo Busi di Montichiari !) la scrittura, come sempre poco strutturata, appare intrigante e narcisistica, sferzante e crudele, dissacrante e anticonformista sempre : a Busi interessa la verità, non quella con la V maiuscola propagandata da profeti maldestri e ingannatori, ma quella che fa di ogni essere un tutt’uno integro e puro, inattaccabile da speculazioni mondane, fragile nei confronti di moralismi d’accatto, di fronte ai quali si sente straordinariamente superiore. Ed ecco la sua campagna feroce e convinta contro i nemici di sempre, vale a dire contro le religioni ed i loro capi, papi, imam o rabbini che siano, contro l’omofobia conclamata, per i cui sostenitori ( “L’omofobo è un omosessuale represso o latente o occulto socialmente pericoloso, capace dei peggiori crimini”) l’Autore si augura ogni male possibile sino all’eliminazione fisica (ma con guanti di plastica, neh !), salvo poi correggersi con un ghigno beffardo concedendo agli omofobi una tollerata sopravvivenza, contro l’ipocrisia su cui si reggono i rapporti umani e la maggior parte delle cosiddette amicizie. Aldo Busi preferisce la solitudine, una beata solitudine, ben più amata e desiderata dopo amicizie foriere solo di inganni ed incomprensioni. E ci parla di politica, dei trucchi della finanza, dei pescecani che divorano soldi e cervelli, di sesso giovanile travolgente, senza nulla sottendere, con semplicità e crudezza. E ancora non dimentica di sferzare i vizi del mondo, i ricchi senza cultura, i guerrafondai, i pacifisti a senso unico, i fascismi sempre in agguato, striscianti e mascherati. Momenti di tenerezza traspaiono nel nostalgico ricordo della sua terra contadina, dei nonni e degli zii, della mamma : la memoria è struggente, il debito che sente di avere nei loro confronti è grandissimo, e gli anni che passano non sanno cancellarlo. Non nasconde un profondo amore intellettuale per le tre donne della sua vita : spicca la relazione con una bellissima e ricchissima creola, amante della vita, dei gioielli e del lusso, moglie di un famoso imprenditore e amante del cognato, amorale e innocente, fatalista e colta. Per lei l’Autore coltiverà un profondo legame, che lo porterà ad assisterla fino agli ultimi giorni della grave malattia e della vita. Nel libro non mancano opinioni e riferimenti a celebri autori della letteratura mondiale : emerge Proust, con la sua Recherche (una tirata d’orecchie al traduttore Raboni !) ed i suoi personaggi così lontani dal normale tran tran di una vita lavorativa, beneficiari di ricchezze e beni inspiegabilmente acquisiti.
L’Autore è in viaggio per Davos, forse per motivi di lavoro. Lungo il percorso incontra alcune vacche che sollevano indolentemente il capo e lo guardano con occhi mesti e languidi, speranzose in qualcosa che attendono con ansia ma che non avviene ancora. Sarà quest’incontro il pretesto per il titolo del libro ? Oppure la frase che la mamma gli rivolgeva quando il figlio Aldo le raccontava delle sue amiche ? (“ Va che amiche ! … Troieee!!”). Un bel rebus ….
Va da sé che la mia opinione su “Vacche amiche” di Aldo Busi, a scanso di critiche, è “non autorizzata”.


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Le opere di Aldo Busi.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    03 Mag, 2015
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Harry Hole alle prese con un serial killer

L’ispettore della polizia norvegese Harry Hole si trasferisce in Australia : una ragazza del suo paese viene trovata, probabilmente assassinata, alla base di un dirupo ed il protagonista di tanti romanzi di Jo Nesbo ha l’incarico di collaborare con la polizia locale per indagare sul misterioso omicidio. Non è un compito facile, il rapporto con i colleghi australiani non è sempre amichevole, ma il nostro Harry si abitua a poco a poco a convivere con una realtà ed un mondo assai lontani dalla sua terra e dalle sue abitudini. Mentre procedono le indagini, sondando l’ambiente e le amicizie più strette della vittima, Harry Hole si lascia coinvolgere a poco a poco dalla realtà che lo circonda : eccede nel vecchio vizio del bere, intreccia una relazione con una barista amica della vittima, conosce e collabora con un investigatore aborigeno, che lo istruisce sui miti e sulle leggende della sua terra. Lentamente il protagonista si lascia assorbire quasi in un’atmosfera irreale, l’indagine procede a sprazzi, in un mondo popolato da spacciatori, artisti da strada, maniaci sessuali, costellato da efferati delitti che l’inafferrabile serial killer continua a compiere quasi indisturbato. Infine, il consueto colpo di scena, che inchioda un personaggio insospettabile e che proietta sull’ìndagine l’ombra cupa di alcune figure della mitologia aborigena, tra cui (ed ecco l’origine del titolo) quella del pipistrello Narahdam, portatore di morte. Il thriller si conclude in modo inconsueto, lasciando aperto il discorso sulla sorte dell’ispettore norvegese. Indubbiamente un thriller complesso, i cui difetti, già riscontrati in altre opere di Jo Nesbo, sono la prolissità, dovuta soprattutto a vicende marginali che poco hanno a che fare con la trama narrativa, a ricordi di tempi passati, a delucidazioni minuziose su storie di miti e leggende aborigene. Lo scrittore comunque è molto abile nel tenere avvinto il lettore ed a ricondurlo, con opportuni colpi di scena, alla vicenda che riguarda le indagini.


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I thriller di Jo Nesbo
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Mag, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Un Istituto unico al mondo

La fabbrica dei corpi ( “The body farm”, titolo originale) è un prestigioso Istituto di ricerca sulla decomposizione dei cadaveri, gestito dalla Facoltà di antropologia dell’Università del Tennessee, Istituto unico nel suo genere, che studia in base alle varie fasi della trasformazione dei cadaveri il momento del decesso. La Cornwell ce ne spiega l’utilità ai fini didattici e si dilunga in uno dei capitoli finali del suo thriller nella descrizione di varie situazioni simulate, con cadaveri donati alla ricerca, ai fini di stabilire le modalità ed il momento del decesso, ambedue importanti sia per la clinica che per la medicina legale. Mi tornano alla mente le frasi incise sui muri del mio Istituto di Anatomia Patologica (Milano) : “Mors gaudet succurrere vitae” e “Mortui vivos docent”, per giustificare la dissezione dei cadaveri e l’utilizzo degli stessi allo scopo di comprendere meglio la patologia medica e chirurgica e le varie fasi di una malattia. Tornando alla storia della Cornwell, tutto origina dal ritrovamento, in un bosco, del cadavere di una ragazzina scomparsa: la morte risale a giorni prima, ed il colpevole viene indicato ora in un famoso serial killer della zona, ora a strani personaggi del vicinato. Nel thriller, datato 1994, la protagonista è ovviamente Kay Scarpetta, cui fanno da contorno l’immancabile detective Marino, il federale Benton Wesley al quale Kay non nasconde i propri sentimenti, la nipote Lucy alle prime armi ed ai primi turbamenti amorosi, nonché la sorella di Kay, Dorothy, con tutti suoi malcelati problemi e la sua paranoia. La dottoressa Scarpetta non è ancora preda di problemi esistenziali (vedi gli ultimi romanzi) : si prodiga attivamente nella ricerca dell’assassino, ricorrendo anche all’aiuto dell’Istituto sopra citato, ed il thriller fila via senza momenti di pausa, tenendo avvinto il lettore in una continua tensione emotiva. Naturalmente c’è il colpo di scena finale, che coinvolge persone insospettabili e che svela un intrigo demoniaco . Si accenna anche ad una sindrome, quella di Munchausen, cui la Cornwell fa riferimento e che consiste in un disturbo psichiatrico per cui le persone fingono malattie o traumi psicologici o addirittura commettono delitti allo scopo di attirare l’attenzione verso di sé. Tutto sommato un thriller che tiene sulla corda, ricco di tensione, che vale la pena di leggere.


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I thriller di Patricia Cornwell
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Romanzi storici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    05 Aprile, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

L'illuminante follia di un re

Le vicende storiche di Cristiano VII, re di Danimarca e Norvegia dal 1766 al 1808, sono narrate da Dario Fo nel consueto modo ironico e scanzonato, ma attenendosi strettamente ai fatti storici e basandosi su ricerche personali e su frammenti di diario dei protagonisti. Il giovanissimo re, figlio e successore di Federico V, pur debole e malato di mente, riesce nei momenti di lucidità a governare con saggezza e ad intraprendere numerose riforme, figlie dell’illuminismo e quasi precorritrici dei cambiamenti epocali della Rivoluzione francese. Gli viene data in moglie una sorella del re d’Inghilterra, Carolina Matilde, giovanissima e innamorata (poco corrisposta), che finirà per cadere tra le braccia del più famoso consigliere e ministro del re, il tedesco Struensee. Questi, fautore con il re di importanti riforme, verrà accusato di tradimento dalla regina madre, condannato a morte e decapitato, Carolina Matilde verrà esiliata, Cristiano dovrà cedere il trono al principe Federico : la guerra con l’Inghilterra è alle porte, la quasi totale distruzione della flotta danese preluderà a nuovi capitoli di storia. Dario Fo apre uno spiraglio su vicende poco note, descrivendo con sapiente maestria personaggi storici del Nordeuropa che di solito occupano poche righe dei testi che si studiano a scuola : sappiamo così che, ancor prima della Rivoluzione francese, un re danese ed i suoi più fidati consiglieri si aprivano ad un mondo nuovo ed a nuove idee, cercando di unificare lingua dei nobili e linguaggio popolare, di modernizzare l’assistenza sanitaria, di rendere più sopportabile la vita carceraria, di abolire la schiavitù e le condizioni di lavoro dei servi della gleba, di introdurre l’obbligo scolastico e così via. Un re pazzo, d’accordo, ma con sprazzi di buon senso e di intelligenza creativa. Tutto sommato , una narrazione interessante e coinvolgente, senz’altro consigliabile.

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I libri di Dario Fo
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Scienza e tecnica
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    04 Aprile, 2015
Top 50 Opinionisti  -  

Un brillante ripasso per i meno esperti


Le nozioni di fisica che abbiamo appreso a scuola o nei primi anni di alcune facoltà scientifiche sono rimaste vagamente nella nostra memoria : per i non addetti ai lavori, i concetti di spazio e di tempo, i meccanismi di interazione delle particelle elementari, le meraviglie del cosmo espresse dal numero infinito di galassie e dai misteri dell’inizio di tutto e di ciò che lo precede ci hanno indotto magari a meditare sul senso della nostra appartenenza all’infinito che ci circonda, sul senso della nostra stessa esistenza e sulle problematiche che scaturiscono dai progressi della scienza. Orbene, questo scarno libretto di sole ottantacinque pagine tenta, secondo me con successo ed in modo esemplarmente semplice e chiaro nonostante le difficoltà concettuali della materia trattata, di chiarire, per chi ha dimenticato o in genere per chi non ha mai avuto la curiosità di conoscere e di sapere, gli argomenti principali della fisica allo stato attuale. Sono sette brevi lezioni, sette lampi di luce, che si leggono e si rileggono con il desiderio di riportare alla memoria lontani ricordi scolastici o nozioni apprese leggendo qua e là qualche articolo di divulgazione scientifica. L’Autore, fisico teorico di fama internazionale, dismette le vesti paludate dello scienziato e, con un linguaggio semplice e di facile comprensione, ci guida alla (ri)scoperta di alcuni capitoli, a volte apparentemente ostici, della fisica e di alcune problematiche connesse ancora irrisolte. E così ecco in poche chiare pagine le teorie di Einstein, quella della relatività ristretta e quella della relatività generale, definita quest’ultima come “la più bella delle teorie scientifiche”, lo spazio di Newton inteso come campo gravitazionale, la teoria dei quanti, la comprensione dell’architettura del cosmo attraverso i secoli, le particelle più piccole costituenti l’atomo, il problema della relatività generale in apparente contrasto con la meccanica quantistica, la riscoperta del calore inteso come accelerazione del movimento degli atomi, e infine l’uomo, la sua presenza, la sua comprensione dei grandi tremi della fisica, il senso della vita. Il linguaggio di Rovelli è scorrevole, non involuto né saccente. La comprensione dei lettori a volte è ardua, abituati come siamo al tran tran dello scorrere del tempo. Ma Einstein ci ammonisce che il “prima” e il “dopo” non significano nulla : “la distinzione tra passato, presente e futuro non è altro che una persistente cocciuta illusione”.

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Testi con nozioni di fisica
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Gialli, Thriller, Horror
 
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4.0
Stile 
 
4.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    26 Marzo, 2015
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Un thriller nei dintorni di Bellano

Siamo alla fine del milleottocento e, questa volta, il pittoresco borgo di Bellano fa solo da sfondo ad una vicenda ( con connotati da autentico thriller) che si svolge nei dintorni del paese : in una villa (Villa Alba), dimora di una strana e misteriosa nobildonna, e nei pressi del santuario della Madonna di Lezzeno, ove un pacioso rettore deve districarsi tra le liti di esilaranti comari che gestiscono pollai e campi. La villa è frequentata anche da illustri personaggi del tempo, il famoso antropologo criminale Cesare Lombroso e la quasi altrettanto famosa (all’epoca) spiritista di fama internazionale Eusapia Palladino, alle cui fumose teorie sembra cedere l’illustre medico. Funge da cameriera (ed ecco il collegamento tra i due ambienti narrativi) Birce, creatura evanescente ed ingenua, dotata di strani poteri, nonché figlia di una delle comari del santuario. Il coautore del romanzo, Massimo Picozzi, illustre psichiatra, criminologo e scrittore, tratta da par suo le vicende contrastate delle teorie lombrosiane, includendo nella narrazione la figlia di Lombroso, Gina, il suo più valido assistente, il fedelissimo Salvatore Ottolenghi, nonché noti personaggi dell’epoca tra cui Paolo Mantegazza, fisiologo ed antropologo dell’Università di Pavia. Nel frattempo si indaga su vari delitti, compiuti sempre con le stesse modalità da un personaggio insospettabile, ed accomunati dalla presenza di foglietti con strane formule matematiche. Il giallo è abbastanza intricato, i delitti sono misteriosi ed efferati. Si assiste anche ad una seduta spiritica, guidata dalla medium Palladino, mentre nei pressi del vicino santuario le comari, in un contesto crescente di situazioni comiche, si fanno la guerra per conquistarsi l’appoggio del rettore ed un posto di lavoro, in bilico a causa di una famelica faina che sgozza le galline ovaiole e di farneticanti accuse di stregoneria alla madre della povera Birce. Il romanzo è forse uno de più godibili della recente produzione di Andrea Vitali, sostenuto dalla collaborazione di Massimo Picozzi. Vi traspare una evidente critica alle teorie di Lombroso, fondatore e sostenitore dell’antropologia criminale, basata sulle relazioni tra comportamento criminale e caratteristiche anatomiche (“criminale per nascita”), teoria poi ampiamente sconfessata e ridicolizzata nel secolo successivo. Un romanzo consigliabile, di piacevole lettura, distaccato dalla consueta routine della pittoresca umanità di Bellano.

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Gli altri romanzi di Andrea Vitali
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Marzo, 2015
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Una requisitoria contro razzismo e pena di morte

Sam Cayhall è un irriducibile razzista, militante del Ku Klux Klan e si è macchiato di efferati delitti a sfondo razziale nel Mississippi, quando per banali liti si impiccavano i neri e si inneggiava alla superiorità della razza bianca. Siamo circa alla metà del secolo scorso e la setta razzista degli incappucciati semina terrore, ergendosi a giudice e carnefice, in un tripudio di croci fiammeggianti e proclami demenziali. Il nostro Sam partecipa anche ad un attentato dinamitardo, che distrugge l’ufficio legale di un avvocato ebreo causando la morte dei suoi due figlioletti. Pur non essendo l’autore materiale del crimine, ne viene incolpato dopo una serie di processi e condannato alla camera a gas : non vuole rivelare il nome del vero colpevole, nel timore forse di ritorsioni contro la sua famiglia, ed attende il giorno dell’esecuzione nel braccio della morte di un carcere di massima sicurezza. E’ assistito da un giovane avvocato, Adam Hall, che si saprà essere suo nipote, e che tenterà disperatamente con ricorsi e appelli alle autorità competenti di salvare in extremis la vita del nonno, ormai settantenne, indebolito e provato dalla lunga prigionia. Commoventi gli incontri tra i due : Adam, contrario per principio alla pena di morte, che si prodigherà strenuamente per salvare la vita al nonno, pur sconvolto dalla sua partecipazione a vari linciaggi, Sam che a poco a poco si renderà conto di essere stato vittima di ideologie perverse e che cercherà di salvare almeno l’anima invocando il perdono dalle famiglie un tempo perseguitate. E’ un romanzo (non propriamente un legal thriller) che analizza profondamente i sentimenti e le motivazioni dei personaggi, in un contesto strisciante, tipico del profondo Sud americano, di odio razziale non ancora sopito. La tensione è sempre alta, il ritmo incalzante, in una corsa emozionante verso l’epilogo, sempre in bilico tra la speranza e l’ineluttabilità di un destino già segnato dalle leggi degli uomini. Ancora una volta John Grisham si fa paladino di una meritevole lotta in difesa dei diritti civili, contro la pena di morte e nello stesso tempo contro ogni forma di discriminazione razziale Il vecchio Sam esce purificato dalle macchie della colpa, il giovane Adam più maturo come uomo e come avvocato.

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I romanzi di John Grisham
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Febbraio, 2015
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Un intrigo avvincente

La Oslo di Jo Nesbo è una città poco raccomandabile. La polizia è corrotta (anzi, “marcia”), fioriscono traffici illeciti, droghe di qualsiasi tipo si spacciano ovunque, loschi figuri legati a varie mafie tramano nell’ombra, ben protetti da magnati dell’alta finanza e autorità locali compiacenti. Su questo sfondo si staglia la figura del protagonista, il giovane Sonny Lofthus, eroinomane, costretto per sopravvivere a confessarsi autore di crimini orrendi, compiuti da altri; incarcerato si specializza nel “confessare” a modo suo e ad impartire l’assoluzione a criminali incalliti desiderosi di redimersi. Scoprirà dopo anni che l’amatissimo padre, poliziotto, non è morto suicida ma è stato ucciso da poliziotti corrotti : tanto basta per indurlo a fuggire dal carcere ed a mettere in atto una serie di vendette programmate e spettacolari. Non c’è tregua nel thriller, ricco di colpi di scena, di cui due assolutamente inaspettati negli ultimi capitoli. Jo Nesbo dà anche spazio ai sentimenti intercalando nella narrazione, con toni partecipi e commoventi, la tormentata storia tra l’ispettore Simon Kefas e la moglie, in procinto di perdere la vista, e la nascente totalizzante passione tra Sonny e Martha, responsabile di un centro d’accoglienza per eroinomani. Tutto sommato un romanzo avvincente, che si legge piacevolmente. Pur non essendo all’altezza della famosa trilogia scandinava di Stieg Larsson, il giallo del norvegese Jo Nesbo, con il suo straordinario protagonista, una sorta di angelo vendicatore “ dolce e feroce”, possiede tutti crismi per diventare una delle migliori opere della letteratura gialla nordeuropea.




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I gialli della letteratura scandinava
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Romanzi storici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    21 Febbraio, 2015
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Una Lucrezia Borgia riabilitata

E’ un affascinante scenario quello che ci presenta Dario Fo, e ce lo presenta da par suo alzando il sipario su uno spettacolo teatrale remoto e per certi aspetti attuale : tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 ne succedevano di tutti i colori nella nostra penisola, terra di papi corrotti, di signorotti avidi di potere, di regni vetusti, di scorribande straniere. In questo contesto, ecco la figura dominante di una donna famosa, la “figlia del papa” appunto, quella Lucrezia Borgia sulla quale si sono versati fiumi di inchiostro, sono state fatte supposizioni maligne, si sono radicati sospetti d’ogni genere. Figlia di Alessandro VI e sorella di Cesare Borgia, principe scellerato e corrotto, autore di manovre politiche audaci in cui si mescolavano delitti ed astuzie, Lucrezia seppe emergere, figlia del suo tempo è vero, ma anche, nonostante le avversità familiari e ambientali, signora incontrastata, mirabile tessitrice di trame di potere a Roma ed a Ferrara, tra matrimoni (ben tre) più o meno riusciti e maternità ripetute (ben nove) e dall’esito non sempre felice. Dario Fo ne narra la vita, spesso in forma di dialogo tra i personaggi principali, cercando di capire e di far capire al lettore gli aspetti multiformi di questa donna, capace secondo una consolidata storiografia di sfrenati slanci passionali, amante del lusso e dei gioielli, ambiziosa e disposta a tutto, anche ad avvelenare per vendetta il prossimo, come la sua memoria emerge nell’immaginario collettivo. Ma Dario Fo vede (e forse ci azzecca) un’altra Lucrezia Borgia: non un mostro, ma una figura di donna buona ed amorevole, pronta al perdono, a sacrificarsi per i figli, esperta amministratrice , dispensatrice nell’ultima e più tranquilla parte della sua vita di consigli saggi, sulle orme addirittura di San Bernardino e Santa Caterina da Siena. Lucrezia Borgia deve molto della sua discutibile fama alla famiglia Borgia e all’alone di corruzione e di intrighi diabolici che l’hanno segnata nel tempo, ma credo che meriti credibilità il quadro che fa di lei Dario Fo e che conferma il titolo di uno studio di Giuseppe Carponi del lontano 1866 su Lucrezia, definita come “Una vittima della Storia”. Consiglio di leggere “La figlia del papa”, soprattutto a chi ama lo stile irriverente e allusivo del nostro Premio Nobel e le vicende storiche, ben descritte e avvincenti, di una parte del nostro Rinascimento.


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Le biografie dei personaggi celebri
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    04 Febbraio, 2015
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Due "relazioni" da incubo

E’ un bel romanzo questo di Andrea Camilleri. Pur non facendo intervenire il celebrato commissario Montalbano e neppure trattando temi di impegno civile e sociale, Camilleri con “La relazione” descrive con un’abile struttura narrativa, sempre in crescendo, il dramma di un onesto bancario, incaricato dai suoi superiori di redigere una relazione veritiera su una Banca molto chiacchierata, invischiata in manovre poco trasparenti da parte dei soliti politici e politicanti. Il protagonista cerca di svolgere il suo compito nel modo più corretto possibile, ma incontra ostacoli di ogni genere : visite e telefonate inaspettate, incidenti durante le passeggiate, furti inspiegabili e, addirittura, il coinvolgimento in una “relazione” con un’avvenente bionda, che sembra aiutarlo nelle sue disavventure ma che, alla fine, si rivelerà per quello che è realmente. Il pover’uomo, professionalmente e moralmente integro (è anche sposato, ma la moglie è in montagna con il figlio bisognoso di aria salubre), è in realtà ingenuo e sembra non rendersi conto della ragnatela in cui sta per essere avvolto. Purtroppo, capirà troppo tardi : la sua dabbenaggine si trasformerà freddamente in cinismo, con conseguenze che il lettore potrà solo immaginare. Un romanzo che si legge d’un fiato e che suggerisce, soprattutto a chi lavora in certi ambienti ed a certi livelli, di tenere sempre occhi ben aperti, anche al cospetto di invitanti bionde fatali. L’integrità, specialmente se abbinata ad una buona dose di ingenuità, non sempre paga : quando la classica goccia fa traboccare il vaso, può trasformarsi in sete micidiale di vendetta.

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I romanzi di Andrea Camilleri
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    01 Febbraio, 2015
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Il ritorno di un antico incubo

Patricia Cornwell, analista informatica all’Istituto di Medicina Legale della Virginia, giornalista e famosissima scrittrice quasi sessantenne di gialli, accentua in questo complicato romanzo una fase a mio parere discendente della sua carriera professionale. Ci sono i soliti personaggi : l’anatomopatologa legale Kay Scarpetta, sua nipote Lucy ( alla quale è riservato un insolito spazio), il marito agente FBI, il vecchio e scorbutico compagno di tante peripezie Pete Marino, i colleghi dell’Istituto dove Kay lavora, tutti in vario modo impegnati nella caccia ad un fantomatico killer, misterioso e sfuggente, esperto in armi sofisticate e strani proiettili micidiali. Il racconto, nella prima parte del romanzo, è piuttosto dispersivo : non si riesce a cogliere una continuità narrativa, i personaggi appaiono slegati tra loro, senza un filo conduttore. Se poi si aggiungono i dettagli minuziosi di indagini diagnostiche di laboratorio e i frequenti soliloqui esistenziali della dottoressa Scarpetta, provata dal lavoro estenuante e sempre sull’orlo di crisi nervose, si comprende come non sia sempre piacevole la lettura. Il romanzo però si riscatta negli ultimi capitoli. L’azione è più serrata (anche se talora poco verosimile). I colpi di scena frequenti, le azioni delittuose sembrano avere un comune denominatore : riemerge una figura sepolta nel passato e ritenuta morta, che si materializza all’improvviso seminando il panico e contribuendo ad elevare la tensione emotiva in un finale mozzafiato. Tutto è bene quello che finisce bene, ma l’incubo permane e fornirà forse materiale per futuri romanzi. Mi ha colpito infine (forse per affinità professionale) una frase scherzosa dell’anatomopatologa Kay Scarpetta, che suona più o meno così : “ La formalina si usa per conservare i tessuti, no? Servirà anche contro l’invecchiamento, quindi l’elisir dell’eterna giovinezza è l’obitorio”. Mica male, no? Consolante, soprattutto per chi, come lo scrivente opinionista, ha lavorato negli obitori per lunghi anni. Buona lettura !

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I thriller di Patricia Cornwell
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    30 Gennaio, 2015
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Corruzione a Palazzo di Giustizia

Dopo “Le perfezioni provvisorie”, ecco di nuovo in questo romanzo ( zeppo di riferimenti processuali talora di ardua comprensione per i non addetti ai lavori) il personaggio più amato da Gianrico Carofiglio, l’avvocato Guerrieri. Non so quanto di autobiografico ci sia nelle vicende narrate, ma l’analisi del protagonista proposta dall’Autore è minuziosa, profonda . La narrazione divaga spesso dalla vicenda professionale indugiando sulla vita privata del protagonista : momenti di nostalgia della passata gioventù, ricordi degli studi di giurisprudenza, commoventi rievocazione dei genitori da anni scomparsi. L’avvocato, in cui il fantasma ormai debellato di una grave malattia ha lasciato nell’anima dubbi e incertezze, vive nella quotidiana attività professionale esperienze difficili che sottolineano quanto siano irte di dubbi le decisioni da prendere, sempre oscillanti tra l’osservanza ineludibile della legge e l’applicazione di criteri di un più accettabile buon senso. E quando gli capita il caso di un giudice, suo amico, che gli chiede di difenderlo da un’infamante accusa di corruzione, l’avvocato Guerrieri accetta di buon grado, confidando nell’assoluta innocenza del collega. Ecco però emergere un’altra verità, scoperta da una singolare e intrigante investigatrice, Annapaola Doria : il giudice non è così adamantino come sembra, accetta disinvoltamente regali compromettenti, giustificando per di più tale comportamento che, a suo dire, non danneggia sostanzialmente l’iter della giustizia. L’etica professionale dell’avvocato Guerrieri prevale, mettendo a dura prova un equilibrio sempre precario tra attività professionale e un senso innato e profondo dei principi morali. Un giudice non deve essere corruttibile : Guerrieri rinuncia all’incarico di difensore, il giudice lo insulta volgarmente e minaccia vendetta. Mi è molto caro questo personaggio creato da Gianrico Carofiglio : è un uomo profondamente buono e onesto, amante della letteratura e della buona musica, un uomo che cerca, dilaniato da dubbi, una collocazione in un mondo, quello delle aule di tribunale, dei giudici e degli avvocati, in cui spesso emergono interessi personali, favoritismi, manovre sottobanco. Solo la bella e misteriosa Annapaola saprà forse comprenderlo, cercando di alleviare con la sua amicizia le amarezze di una vita professionale piena di ostacoli e perplessità.

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I romanzi di Gianrico Carofiglio
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Gennaio, 2015
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Samantha contro le industrie del carbone

John Grisham è impareggiabile nell’ideare e scrivere romanzi imperniati su questioni legali, romanzi nei quali propone personaggi impegnati nella lotta contro l’arroganza del potere, in qualsiasi modo venga esercitata. La protagonista è, nella sua ultima opera, una valida e brillante giovane avvocatessa, licenziata da uno dei più grandi e famosi studi legali di New York in seguito alla devastante crisi finanziaria degli ultimi anni. Samantha, figlia di due famosi avvocati newyorkesi, deve trovarsi una società no-profit dove svolgere uno stage annuale : solo così potrà avere la speranza, assai flebile per la verità, di essere riassunta. Finisce, prestando la sua opera da volontaria, in un piccolo e battagliero studio legale alle falde dei monti Appalachi, in una zona rurale lontanissima dalle luci e dal cuore pulsante della metropoli : qui si aiuta la povera gente, si viene incontro ai bisogni più disparati e, soprattutto, si cerca di contrastare l’arroganza e lo strapotere delle ricche società carbonifere, che devastano le montagne, distruggono l’equilibrio ambientale, inquinano l’aria e le falde acquifere, causando una serie impressionante di malattie nei lavoratori e nella popolazione, dai tumori al cosiddetto “polmone nero” (pneumoconiosi). Samantha fa la sua brava gavetta sul campo, aiutata da un giovane e spericolato avvocato (che pagherà cara la sua sete di giustizia) e dalle collaboratrici dello studio, sempre pronte ad aiutare chi si trova in situazioni disperate alla ricerca di risarcimenti negati da abili manipolatori di cavilli legali con la complicità di avvocati e giudici corrotti. I processi in ballo contro le industrie del carbone muovono quantità enormi di denaro, Samantha ha l’appoggio di amici importanti e dei genitori : alla fine, combattuta tra il ritorno in città, richiesta da un nuovo già affermato studio legale che l’alletta con uno stipendio da favola, e la lotta in prima linea contro corruzione e soprusi, sceglierà quest’ultima strada. Pochi soldi, ma grandi soddisfazioni : aiutare veramente la gente e sentirsi in pace con la propria coscienza. Grisham ha scritto un bel romanzo, come sempre; non ci svela l’esito finale della battaglia legale di Samantha e soci contro il colosso carbonifero (anche se lo si intuisce, date le prove testimoniali segrete in possesso del giovane avvocato), preferendo dilungarsi sulle commoventi vicende umane che arricchiscono la storia e che sottolineano una volta di più i grandi valori morali e l’impegno civile dello scrittore.

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Altri thriller legali di John Grisham
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Gialli, Thriller, Horror
 
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2.8
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    03 Gennaio, 2015
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Un viaggio all'Inferno e ritorno.

Dopo “Il marchio del diavolo”, “L’ultimo giorno” e “Il calice della vita”, Glenn Cooper ci trasporta in uno strano mondo ultraterreno che lui chiama “Oltre” e che assomiglia ad una specie di Inferno dantesco. E ci arriva con una trovata abbastanza geniale. Un esperimento di fisica delle particelle, attuato con un moderno acceleratore situato a Dartford, nei pressi di Londra, portato al di là di certi limiti imposti dalla sperimentazione, fa scomparire improvvisamente un’esperta scienziata. La ritroviamo in un altro mondo ove vagano da millenni “dannati” più o meno famosi : al posto di Emily (così si chiama la scienziata) compare sulla terra, provenienza Inferno, un killer, giustiziato decenni prima, che fugge e semina il terrore nella zona. Ecco allora che un baldo ex Berretto Verde americano, John Camp, si propone per essere spedito con il medesimo esperimento all’Inferno per tentare di riportare nel nostro mondo l’amata Emily. Così inizia questo infernale polpettone, che si dilunga poi per centinaia di pagine nella descrizione di conflitti infernali tra famosi personaggi della storia, defunti in epoche diverse, ma tutti presenti contemporaneamente alla guida di nazioni e relativi eserciti. Ecco allora l’infido Enrico VIII, coadiuvato da Cromwell, Massimiliano Robespierre diventato re di Francia, Federico Barbarossa più rozzo e violento che mai, perfidamente consigliato da un Himmler ansioso di rivincite, il malvagio Cesare Borgia diventato re d’Italia al quale Garibaldi soffia il trono dopo aver evitato un avvelenamento da parte di un subdolo Niccolò Machiavelli, e via di questo passo. John Camp combatte da par suo, offrendo a destra e a manca i suoi servigi e la sua competenza in nuovi armamenti : il suo unico scopo è quello di ritrovare la bella Emily ( che si difende comunque con abilità e coraggio) e di raggiungere con lei un punto preciso nei pressi di Dartford per il richiamo sulla terra. Il romanzo, visionario s sconcertante, è una saga senza capo né coda, zeppa di banalità e di arditi riferimenti storici : i due viventi, John ed Emily, si destreggiano tra orde di morti viventi (e puzzolenti), nell’attesa del colpo di scena finale, che prelude purtroppo ad altri probabili romanzi su argomento analogo. Unico pregio : Glenn Cooper deve avere un debole per il nostro Giuseppe Garibaldi, descritto come uomo onesto ed eroe coraggioso, propugnatore di un grande disegno di unificazione tra i popoli dell’Oltre cooperiano e unica figura infernale delineata con caratteristiche decisamente positive. La lettura è comunque sconsigliata.



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Avventura
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    29 Dicembre, 2014
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Il ritorno di Wilbur Smith all'Antico Egitto

Confesso che Wilbur Smith, nella veste di narratore dei miti e della storia dell’Antico Egitto, non mi ha mai entusiasmato : forse perché ho viaggiato molto in Egitto, ne conosco la gente ed il passato, traendone una visione più aderente alla realtà storica. Wilbur Smith ama drammatizzare (banalizzandolo) qualsiasi evento, rievocando figure ( vedi il già celebrato Taita, multivalente consigliere del Faraone) che appaiono più aderenti alla mitizzazione di un’epoca che ad una reale storicizzazione del passato. Preferisco lo Smith delle avventure africane, più sanguigno, più partecipe e forse anche più fluido e convinto nella struttura narrativa dei romanzi. Comunque Taita resta un personaggio avvincente : amante spirituale della regina Lostris, assistita amorevolmente sino all’ultimo respiro, ha il compito di occuparsi come tutore delle due figlie, belle e vivaci, che lo coinvolgono in una serie di avventure. Sullo sfondo, i soliti intrighi politici, la guerra con i nemici di sempre, gli hyksos, le alleanze fragili che richiedono purtroppo impegni dolorosi. L’indomito Taita resiste ad ogni avversità del destino e sembra presagire già un’ulteriore avventura : una voce misteriosa lo rincuora sussurrandogli :- Non sarai mai solo Taita, perché un animo nobile è la calamita che attrae l’amore altrui - . Ecco la filosofia di Wilbur Smith, ecco perché piace e convince molti lettori. Ma i romanzi storici sono un’altra cosa.



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Gli altri romanzi di Wilbur Smith sull'Antico Egitto
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Romanzi
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Dicembre, 2014
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Dall'Albania arriva a Bellano una tipa tosta

La vita a Bellano scorre abbastanza tranquilla : pochi eventi la turbano, battibecchi di paese, pettegolezzi tra comari, rancori personali. il tutto sotto l’attento controllo della stazione dei carabinieri e la supervisione paterna del prevosto di turno, coadiuvato da acide e scafate perpetue.
Nel giugtno del ’49, però, accade qualcosa : arriva a Bellano, via Milano-Varenna, una nuova tipa, tale Marta Bisovich; è in cerca di qualcuno e, sprovvista di biglietto ferroviario, viene affidata ai regi carabinieri. Inizia così il nuovo romanzo di Vitali (rifacimento di un vecchio racconto del 2001) : l’intrusa arriva dall’Albania, ha alle spalle un passato burrascoso, e, naturalmente, turba, e di molto, l’ordinato tran tran della vita paesana. Rende insonni le notti del viscido vicesindaco, trafficone politico che ambisce a cariche più alte, vivacizza l’operato , al solito monotono, di prevosto e carabinieri, si insinua nella vita di uno sfortunato droghiere del posto, tenta di infiltrare nella paciosa Bellano i loschi affari di una banda di malfattori. Ci scappa pure un morto impiccato e, addirittura, un omicidio per avvelenamento da arsenico. Il romanzo, che sottende vaghi riferimenti al noir francese, esce un po’ dalla consueta struttura narrativa di Vitali, pur mettendo nella solita giostra (a proposito, entra in gioco anche un manesco giostraio) i consueti personaggi di paese, con le loro piccole manie, i loro intrallazzi e le loro ambizioni di potere. Il tutto risulta però come già visto e digerito : Vitali ha certamente un suo seguito, numeroso e plaudente, ma una sterzata sul più spiccatamente popolaresco (vedi la scrittura dialettale) potrebbe, a parer mio, giovargli.



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Gli altri romanzi di Andrea Vitali
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Gialli, Thriller, Horror
 
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4.3
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    05 Dicembre, 2014
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Il tatuaggio che uccide

Dopo “October list”, un singolare thriller che si legge partendo dall’ultimo capitolo ( la vicenda parte dalla fine e si dipana a ritroso), Jeffery Deaver ritorna ad un giallo dal percorso narrativo tradizionale, rispolverando l’inossidabile e famosa coppia Lincoln Rhyme, l’esperto criminologo tetraplegico, consulente della polizia, e la sua coraggiosa e fidata investigatrice Amalia Sachs. Questa volta il serial killer cui si dà la caccia è un diabolico tatuatore, che, nei sotterranei di New York ed ispirandosi al famoso Collezionista di ossa, uccide le sue vittime incidendo sulla pelle, con inchiostri al veleno, strani simboli e frammenti di frasi di cui, alla fine, si scoprirà il significato. Vengono raccolti indizi e prove, come al solito diligentemente elencati sulle lavagne dello studio, si indaga in varie direzioni per scoprire il significato delle azioni delittuose, si colgono strane affinità e collegamenti con i delitti dell’Orologiaio e del Collezionista di ossa, sino ai consueti colpi di scena che l’Autore tratta con consumata maestria e con pagine emozionanti in cui l’azione si fa incalzante e ricca di suspence. Si scoprirà alla fine un vasto complotto terroristico, di proporzioni inimmaginabili. Si tratta veramente di un thriller che non dà respiro e non ha pause, forse uno dei migliori di Deaver : Lincoln Rhyme corre anche il rischio di essere eliminato, ma la sua straordinaria sagacia lo salverà. Alla fine ritorna, tramite uno straordinario colloquio telefonico, l’incubo minaccioso dell’Orologiaio : si prospettano nuove indagini per il bravissimo Rhyme e la sua fedele compagna.




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I thriller di Jeffery Deaver
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Gialli, Thriller, Horror
 
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3.3
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    03 Dicembre, 2014
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Caccia spietata ad un serial killer


Temperance Brennan, la ormai famosa antropologa forense ideata da Kathy Reichs, si divide come sempre tra Carolina del Nord e Montréal cercando di risolvere complicati casi medico-legali, grazie alla sua ben nota esperienza nello studio dei reperti ossei rilevandone meticolosamente alterazioni rivelatrici di azioni delittuose. Nel thriller “Le ossa non mentono” si dà la caccia ad un serial killer che sequestra giovani ragazze, le tortura ed infine le uccide : i delitti si susseguono ad intervalli regolari, i sospettati si rivelano false piste sino ad un colpo di scena che metterà gli investigatori sulla traccia giusta. I personaggi del romanzo sono numerosi e non è facile districarsi nelle complesse indagini, che, seguendo varie piste ed azioni delittuose distanziate nel tempo, rendono la trama a volte un po’ dispersiva. Temperance Brennan svela anche, con episodi commoventi, inediti risvolti familiari : l’anziana madre, pur con evidenti problemi psichici, naviga disinvoltamente in internet e dà preziosi e sorprendenti suggerimenti alla figlia, indirizzandone a volte le indagini nella giusta direzione. L’autrice, come di consueto, non manca di elargire al lettore nozioni accurate di fisiologia e di anatomia patologica. Pur non essendo a mio giudizio tra i migliori thriller della Reichs, alla fine l’Autrice si riscatta con un inaspettato lieto fine : il detective Ryan, da sempre amico e saltuario compagno dell’investigatrice, le chiede improvvisamente di sposarlo. Un tuffo al cuore per la brava Tempe, fiori d’arancio in vista.

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I thriller di Kathy Reichs
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Racconti
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    10 Novembre, 2014
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Otto indagini di un giovane Montalbano

Camilleri rispolvera un commissario Montalbano alle prime armi, con otto indagini non si sa se rimaste nel cassetto per anni o scritte di getto per presentarci il consueto protagonista delle sue storie poliziesche sotto un nuovo aspetto, agli inizi di carriera. Montalbano è ovviamente più giovane, pimpante, pronto ad intervenire in prima persona, senza quei dubbi o ripensamenti che caratterizzeranno in seguito la maturità della sua vita. I personaggi sono gli stessi : un Mimì Augello meno svagato del solito, un Fazio sempre partecipe e pronto a collaborare con il suo innato buon senso e l’immancabile Catarella non ancora “macchietta” comicamente avvitata ai consueti funambolismi del suo personaggio. C’è anche la fidanzata Livia, più presente in queste storie, non ancora avvezza a litigi , incomprensioni ed alla inevitabile noia di un rapporto un po’ consunto in seguito dagli anni e dalle abitudini. Le indagini sono tutte di una quarantina di pagine, ciascuna suddivisa ordinatamente, come è costume dello scrittore, in quattro capitoli. Il titolo al libro lo dà (“Morte in mare aperto”) una vicenda su traffici di eroina, che coinvolge le due famiglie mafiose del luogo, i Sinagra ed i Cuffaro; le altre mettono sempre in primo piano l’abilità e la baldanza giovanile del nostro commissario, alle prese con ladri, truffatori, belle picciotte, sequestri di persona e qualche “ammazzatina”, con soluzioni dei casi sempre azzeccate, con il consueto acume e l’aiuto dei fidi scudieri del commissariato. Camilleri non tradisce mai . Il volumetto si legge con piacere e riesce a rendere sempre più stretti i rapporti tra autore e lettore, tanto da catalogare il quasi novantenne scrittore siciliano tra i più letti ed apprezzati della letteratura italiana.


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Le indagini del commissario Montalbano
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    05 Novembre, 2014
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Una storia truculenta di crimini seriali

E’ il primo romanzo (2009) di un brillante scrittore (anche giornalista e sceneggiatore), un romanzo thriller che ha riscosso un grande successo, tanto da vincere il Premio Bancarella. Le vicende narrate grondano sangue, trattandosi di crimini violenti, perpetrati da assassini seriali, sotto la regia abile e occulta di un istigatore. Vediamo scorrere pagina dopo pagina delitti efferati, dal barbaro omicidio (con particolari raccapriccianti) di alcune bambine al massacro di un’intera famiglia, segregata e fatta a pezzi in un appartamento privato (con smaltimento dei macabri resti nei canali di discarica), dalla eliminazione cruenta di un numero imprecisato di giovani da parte di un folle rampollo di una ricca e potente famiglia alla eliminazione di moglie e figlio da parte di un criminologo… Le ricerche poliziesche hanno come protagonisti (il tutto si svolge in luoghi indefiniti) un’investigatrice molto abile ma psicologicamente fragile e tormentata, Mila Vasquez, esperta nel ritrovamento di persone scomparse e un singolare enigmatico criminologo, Goran Gavila, capace di brillanti intuizioni ma tormentato da un passato che riemerge inaspettato e che è fonte di imprevedibili colpi di scena. La lotta eterna tra il bene ed il male condiziona le indagini, costellate da squarci narrativi grandguignoleschi e da lunghe (a volte ripetitive e didascaliche) disquisizioni sulle motivazioni comportamentali inducenti al delitto . I personaggi sono incoraggiati all’introspezione minuziosa e a volte forzata, alla ricerca di zone d’ombra inconfessate e inconfessabili : i delitti che vengono alla luce sembrano aiutare chi indaga a scoprire quanto di sé stessi è sepolto nella memoria in un’oscurità che può tormentare anche gli innocenti. Tutto sommato un buon esordio di Donato Carrisi, anche se le vicende narrate appaiono a volte un po’ slegate tra loro e con risvolti inverosimili. Più vicino al compianto Giorgio Faletti che ai maestri del brivido americani, Carrisi si merita comunque un posto di tutto rispetto nella moderna narrativa poliziesca italiana.

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I romanzi successivi di Donato Carrisi
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Romanzi autobiografici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    15 Ottobre, 2014
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Autobiografia di una ragazzina ribelle

E’ piacevole e rasserenante leggere questa Autrice, i cui ricordi fanno breccia nel cuore e rimandano tutti noi ai tempi dell’infanzia e della prima giovinezza, tempi (nel libro siamo nell’immediato dopoguerra) in cui si viveva nell’orbita premurosa e talvolta soffocante di parenti più o meno stretti. Le ribellioni erano proibite, le osservazioni o le opinioni fuori dal coro severamente stigmatizzate, quando non severamente punite a suon di sculacciate. La piccola Sveva conosce così la complicità di un padre comprensivo, la severità ottusa di una madre bigotta dalle vedute ristrette, speranzosa addirittura in un futuro monacale per una figliola un po’ fuori dalle regole, imposte sempre con le buone o con le cattive. E poi le altre figure familiari : nonni, zie, parenti acquisiti, ognuno con il suo carattere ed il suo modo di rapportarsi con il clan. La piccola Sveva ha già le sue idee, ben chiare : non ha paura di essere curiosa e di porsi ( e di porre) ogni tipo di domanda. Ci narra anche come nacque la sua volontà di diventare scrittrice, addirittura in quinta elementare, allorquando venne lodata dall’insegnante per aver commentato e interpretato una famosa poesia di Carducci (“ Davanti San Guido” ) in modo nuovo e spontaneo, al di fuori dei consueti schemi recitati a memoria dalle altre allieve definite dall’insegnante “oche e pappagalli”. Il libro della Casati Modignani si legge con partecipazione, soprattutto da chi è milanese (ah, la celeberrima via Padova !) ed è coevo alla scrittrice : lascia una scia di ricordi e rimpianti per tempi ormai antichi. Alla fine si possono gustare alcune pagine scritte dal fratello dell’Autrice, Carlo (ma dalla sorella chiamato sempre Lucio) che espone la sua “versione” su alcuni dei parenti citati da Sveva e ne chiarisce i rapporti interpersonali. Lucio conclude riaffermando il carattere ribelle della sorella, disposta a tutto pur di giungere ad una soluzione dei problemi : tanto diversa da lui, più accomodante “per sopravvivere in pace con sé stesso e con gli altri”.

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Gli altri libri di Sveva Casati Modignani
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Romanzi storici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    11 Ottobre, 2014
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L'importanza delle parole e dei libri

E’ la Morte la narratrice di questa storia drammatica e commovente, una Morte curiosamente umanizzata e pietosa che (siamo nel 1939, in una cittadina tedesca all’inizio della seconda guerra mondiale) si impegna diuturnamente a raccogliere le anime delle vittime della guerra e dei bombardamenti. La storia narrata è quella di una ragazzina, Liesel, adottata da una famiglia tedesca, un padre dolce e comprensivo ed una madre burbera ma dal cuore grande. C’è la miseria, si sopravvive agli stenti ed alla guerra, in una Germania soffocata dall’ideologia nazista, succube di Hitler e delle sue paranoie. Ma Liesel, che con la sua banda di amici ( viene alla mente I ragazzi della via Pal, di Ferenc Molnar) vive alla giornata, correndo, giocando a pallone e rubacchiando dove si riesce, ha una sua vita interiore : si pone delle domande, si interroga sul significato vero delle parole ed è appassionata di libri, che raccoglie bruciacchiati dai falò del regime o sottrae al sindaco del paese, complice la moglie che la stima e la protegge. Liesel è affascinata da un ebreo, Max, che la famiglia nasconde in cantina, un ragazzo al quale piace leggere e che dedicherà all’amica pagine piene di poesia. La tragedia bellica incombe, passano gli anni, sfilano per la cittadina file di ebrei condannati ai campi di sterminio : tra questi Liesel riconoscerà Max, fuggito dal nascondiglio per non mettere a rischio la famiglia che lo ospita, e, incurante delle minacce e delle frustate dei militari nazisti, tenterà, senza esito, di sottrarlo al suo atroce destino. Liesel si appassionerà sempre più della lettura , scriverà pagine bellissime e si sforzerà di capire il grande potere che possono avere le parole, nel bene e nel male, e la capacità dei libri di tener deste le coscienze e di nutrire lo spirito. Un bombardamento a tappeto le porterà via genitori adottivi e amici : pagine strazianti che la Morte, impegnata nel prelevare anime, narrerà con commozione e pietà. La Morte trascurerà Liesel che si salverà e trascorrerà una lunga vita in Australia, consolata dall’affetto di marito e figli. Un bel romanzo, inconsueto nello stile narrativo , nel telegrafico riassunto dei capitoli e nelle frequenti note esplicative evidenziate in grassetto : emerge comunque la indimenticabile figura di una commovente giovane eroina di guerra che ci fa capire come la nobiltà dello spirito può sopravvivere a qualsiasi sventura umana.

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La bambina che salvava i libri, dello stesso Autore.
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Racconti
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    04 Ottobre, 2014
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Una carrellata di ritratti al femminile

Camilleri, in questo nuovo libro interamente dedicato a figure femminili, rende omaggio ad una lunga serie (ben 39) di donne, elencate in rigoroso ordine alfabetico, nei confronti delle quali si sente debitore di un ricordo, un approfondimento, una commossa rievocazione. Sono figure che emergono da esperienze della sua lunga vita, dalla letteratura, dalla storia, figure emblematiche che hanno suscitato l’interesse e la curiosità dell’Autore, sempre pronto a delinearne le vicende con commossa partecipazione. Ed ecco sfilare in questa lunga carrellata famosi personaggi storici, dalla enigmatica regina Nefertiti a Giovanna d’Arco, da Bianca Lancia moglie di Federico II ad Angela Balabanoff, incontrata da un giovane Camilleri per caso in un caffè di Roma, ormai molto in là negli anni, mémore del suo avventuroso passato e dell’amicizia di Lenin (…un’onestà ferrea, un angelo feroce…) ed all’imperatrice Teodora, un personaggio discusso dalla doppia vita (come narrato nelle Storie di Procopio da Cesarea). E poi ancora figure della letteratura, con particolari citazioni per la Beatrice Portinari idealizzata da Dante e per la grande editrice palermitana Elvira Sellerio, amica e mentore di Camilleri. Non mancano stelle del cinema d’altri tempi ( la famosa diva Louise Brooks) e personaggi teatrali celebri ( Winnie e Willie, tratti da Giorni felici di Becketts, e Yarma, la famosa mendicante immortalata da Garcia Lorca). Ma dove Camilleri dà il meglio di sè è nella rievocazione di donne della sua gioventù o incontrate per caso nel corso della sua vita : la nonna Elvira Capizzi, che parla agli animali assegnando loro tanto di nome e cognome, e incanta il nipotino con Alice ed il suo paese delle meraviglie. l’imprenditrice Inès, compagna di viaggio da Rio a Roma, la danese Ingrid che svela a Camilleri un mondo nuovo e inconsueto durante uno stage su Pirandello a Copenhagen, e che l’Autore rievocherà nella figura dell’amica nordica del commissario Montalbano, Maria. Il primo amore adolescenziale ed il suo primo, interminabile bacio durante un viaggio in corriera, Pucci, la disinibita nobildonna che rivelerà d’un botto con atteggiamenti e parole scurrili “l’altro volto della noblesse”, Quilit, la studentessa brasiliana dal buon cuore…. Con Segnali di fumo, Donne resta a mio giudizio, oltre alla ormai consolidata serie dell’immortale commissario Montalbano, una delle opere più godibili dello scrittore siciliano, innamoratissimo delle donne, di cui sa cogliere sempre con grande maestria l’intelligenza del cuore, la semplicità e la purezza dei sentimenti.

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I romanzi ed i saggi di Camilleri
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    06 Settembre, 2014
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Il thrilling procede a ritroso !

Diabolico Deaver ! E’ sconcertante aprire il libro e notare che inizia dall’ultimo capitolo e procede a ritroso. L’esercizio letterario denota la grande abilità dello scrittore, che spiega nella postfazione il perché abbia deciso di provare questo nuovo modo di esporre i fatti : per chi legge non è sempre facile rendersi conto che gli avvenimenti sono sempre via via antecedenti a quanto ha appena letto . La giustificazione di quanto avviene appare nei capitoli successivi, in momenti temporali che precedono i fatti appena narrati. Il merito grandissimo di Deaver è quello di tener sempre vivo l’interesse e, nonostante le difficoltà di chi legge nel collocare temporalmente i fatti, di creare comunque suspence con continui colpi di scena. Alla fine, quando tutto inizia, viene chiarita la collocazione dei singoli personaggi : personaggi che si rivelano ben diversi da quanto il lettore crede e dai ruoli che ricoprono durante tutto lo svolgimento del romanzo. Massima è qui l’abilità dello scrittore : nonostante il thrilling proceda all’incontrario, Deaver riesce comunque ad architettare negli ultimi (ma sono i primi!) capitoli il classico colpo di scena incredibile ed inatteso che rende il romanzo unico nel suo genere. “October list” (attenzione ai tranelli dello scrittore !) è un’ulteriore prova della duttilità di un genio, che cita all’inizio del romanzo questa massima illuminante di Kierkegaard : “ La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”.

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Gli altri romandi di Jeffery Deaver
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Scienze umane
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    24 Agosto, 2014
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La vita è breve : spendila bene !

Lucio Anneo Seneca non era certo uno stinco di santo. Nelle sua lunga e complessa vita di uomo politico, legato al potere che conta ( prima sotto l’impero di Caligola, poi pretore sotto l’impero di Claudio ed infine abilissimo factotum dell’imperatore Nerone), si mosse astutamente tra intrighi di palazzo, accuse di adulterio, momenti di piaggeria e incoerenza nei confronti di Claudio e di accondiscendenza colpevole ai misfatti di Nerone. Accumulò grandissime ricchezze e possedimenti ovunque, suscitando critiche soprattutto da parte di chi gli rimproverava una certa incoerenza rispetto ai discorsi severi ed agli insegnamenti austeri che propinava attraverso i Dialoghi. Fedele (si direbbe oggi) al motto popolare “Fate quello che dico ma non quello che faccio”, Seneca ci lascia comunque nella sua opera principale giunta a noi ( i Dialoghi, appunto) perle di saggezza, dalla provvidenza che fortifica anche nelle sventure, alla invulnerabilità del saggio, dalla più folle delle passioni, l’ira, alla felicità che risiede solo nella virtù, dalla tranquillità dell’animo e dai rimedi contro i vizi alle condizioni non infelici dell’esule, la cui patria è il mondo e via dicendo. Il Dialogo “De brevitate virae” è forse uno dei più illuminanti sul pensiero dell’Autore. Scritto nel 50 d.C., all’età di 54 anni, si compone di 20 capitoli . L’Autore scrive da vero filosofo, citando anche gli Autori da cui attinge forza e speranza : Socrate e la sua abilità dialettica, Carneade e la certezza del dubbio, Epicuro e la ricerca della serenità, gli Stoici ed il dominio della natura umana, i Cinici e la ricerca del trascendentale. L’assunto fondamentale è : la vita, apparentemente breve, non lo è affatto, basta viverla bene, spendendola senza disperderla in faccende inutili e non gratificanti. Coltivare la virtù è essenziale, quanto rifuggire da vizi di qualsiasi tipo. Dobbiamo ricercare la vera felicità, che consiste nel distaccarsi dalle beghe giornaliere e dagli affanni della vita quotidiana, quasi estraniandosene, per concentrare la mente su ciò che è essenziale : la natura di dio (Seneca lo scrive minuscolo, non intuendo ovviamente alcun riferimento al Dio dei cristiani), il suo aspetto, la sua volontà, il fine ultimo della nostra anima dopo il distacco dal corpo, e cita ancora, quasi per sottolineare il suo interesse naturalistico scevro da ogni forma fideistica di religiosità (Lucrezio non era ancora nato !), il mistero della forza di gravità, la composizione dell’aria che tiene sospeso ciò che è leggero e sospinge il fuoco verso l’alto, le meraviglie dei movimenti stellari… Filosofo ed acuto osservatore, Seneca ci invita a distaccarci dagli affanni della vita miserevole di ogni giorno, suggerendoci anche di dedicare il tempo solo a noi stessi (il messaggio cristiano non è ancora arrivato), rinunciando anche a studi sterili e inutili che non servono a niente. Anche se oggi un’idea contemplativa della vita, distaccata da passioni e conflitti, ci sembra sublime utopia, resta il suggerimento di usare bene il tempo che la natura ci assegna, ricordandoci di essere mortali e di non rinviare i saggi propositi ad un ipotetico futuro.

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Gli altri Dialoghi di Seneca
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    09 Agosto, 2014
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Una presunta verità può essere ingannevole

Un uomo con precedenti poco raccomandabili viene assassinato nel suo appartamento. Una inquilina curiosa, che spia abitualmente le mosse dei condomini, riferisce ai carabinieri particolari che inducono a sospettare, con prove e reperti apparentemente inoppugnabili, un giovane piuttosto timido, introverso, che non sa fornire spiegazioni in grado di escluderlo da un’evidente colpevolezza. Tutto sembra ormai indicare in lui l’assassino, ma ecco che entra in scena il maresciallo Fenoglio, un bravo e sagace piemontese trapiantato a Bari. E’ un personaggio singolare, riflessivo, colto, amante dei buoni libri e della musica classica; è comprensivo nei confronti di tutti, non ama la violenza gratuita ed i modi spicci di certi suoi colleghi. Non si lascia ingannare dalla evidenza dei fatti, scava nelle apparenti evidenze e nel passato dei personaggi coinvolti : fa emergere un’inaspettata verità, che non è più quella presunta ma che individua, con un colpo di scena finale, il vero colpevole.
E’ il primo vero poliziesco di Carofiglio, un volumetto che si legge in poche ore e che riassume la filosofia dello scrittore : da buon avvocato, suggerisce di indagare sempre a fondo, di seguire con cura tutte le piste , di non lasciarsi sedurre dalla banalità di costruzioni apparentemente veritiere e decisive. Carofiglio si immedesima nel protagonista del romanzo, il maresciallo Fenoglio, sa renderlo simpatico e sembra proporcelo per nuove indagini. Tutto sommato un buon poliziesco, anche se, per dirla tutta, la conclusione dell’indagine e quindi l’identità del colpevole traspaiono già sin dalle prime pagine. Ma lo spessore del maresciallo Fenoglio e le sue intuizioni rendono il romanzo di piacevole lettura.

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I romanzi di Gianrico Carofiglio
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    19 Luglio, 2014
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Un lontano e oscuro passato che riemerge...

Un’altra complessa indagine di un duo ormai famoso, gli investigatori svedesi Patrik Hedstrom ed Erica Falk, questa volta alle prese con una serie di misteriose e minacciose lettere anonime che giungono ad un famoso scrittore e ad un trio di suoi vecchi amici. Una terribile verità riemerge dal passato, come in tanti gialli della bravissima Lackberg, che, da affermata regina del giallo svedese, non ci lesina momenti di tensione ed inattesi colpi di scena. La verità , centellinata nei numerosi flash back tipici dei romanzi dell’Autrice, si disvela solo nel finale, un grande autentico colpo di scena che spiazza gli investigatori e mette allo scoperto ancora una volta la bravura della scrittrice che riesce a tenere sulla corda la curiosità dei lettori per quasi tutta la narrazione. Come di consueto, ampi stralci del romanzo sono dedicati alla vita familiare dei protagonisti. Ognuno ha i suoi problemi, piccoli o grandi che siano, problemi che coinvolgono i vari personaggi e che l’Autrice sa descrivere con mano abile e leggera, quasi partecipe dei timori, delle ansie e delle piccole gioie che intessono la vita di tutti i giorni. Non perde però mai di vista la trama principale, che affonda in un passato oscuro e lontano, da cui emergono ricordi sopiti, delitti e vicende familiari che incidono profondamente sulla vita dei protagonisti e che mettono a dura prova l’abilità investigativa di Patrik ed Erica, alle prese con la loro sesta indagine. Il romanzo, uscito in Italia nel 2014, ha visto la luce in Svezia nel 2008 ; alla fine della narrazione, Erica sta per partorire due gemelli : l’appuntamento è per la prossima indagine.

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I gialli di Camilla Lackberg
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Romanzi
 
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4.5
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    06 Luglio, 2014
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I Carabiieri indagano su misteriose lettere anonim

Alcune lettere anonime giungono ai regi carabinieri di Bellano (siamo nel 1929); di solito tale tipo di missiva viene cestinata, ma i messaggi pervenuti sono assai singolari, per di più redatti in versi curiosi e sgangherati. I carabinieri nicchiano e cominciano ad indagare: inizia così una serie di vicende spassose che coinvolgono la canonica di Bellano, con il prevosto ed il suo strano e misterioso coadiutore, e la casa di tolleranza del luogo, temporaneamente chiusa per un contagioso morbillo che ha costretto la maitresse ad allontanare le ragazze in servizio. Per farla breve, il personaggio preso di mira dalle lettere anonime ed accusato di indegne frequentazioni dimostrerà alla fine la sua piena innocenza, avendo agito solo per carità cristiana. E tutto finirà nel migliore dei modi, riportando il paese al suo consueto tran tran, fatto di ripicche, piccole malignità, invidie, gelosie, il tutto sotto la supervisione bonaria della parrocchia e dei carabinieri. Un discorso a parte meritano appunto i carabinieri, le cui indagini ed i cui rapporti interpersonali costituiscono l’ossatura del nuovo romanzo di Andrea Vitali. Il maresciallo Maccadò, neopapà calabrese, il brigadiere Mannu, sardo “mangia pecore”, il siciliano Misfatti, invidioso “mangia carrube” e il giovane inesperto appuntato Viavattène costituiscono un originalissimo quartetto le cui mosse e le cui rivalità sono descritte in modo mirabile e coinvolgente. La scrittura di Vitali, di romanzo in romanzo, si fa sempre più popolare e diretta; se scrivesse in dialetto, l’Autore diventerebbe in breve un temibilissimo concorrente per il grande Andrea Camilleri.

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Gli altri romanzi di Andrea Vitali
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Gialli, Thriller, Horror
 
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4.0
Stile 
 
4.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Giugno, 2014
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Montalbano contro boss e appalti truccati

Sei ditte edili in combutta tra loro per riciclare denaro sporco proveniente da illeciti traffici mafiosi, un omicidio camuffato da delitto passionale, un superboss nascosto e poi rapito, due famiglie mafiose di Vigata (i soliti Cuffaro e Sinagra), storicamente contrapposte, ora concordi per spartirsi grosse somme di denaro, una misteriosa cassaforte sotterranea, una affascinante bionda tedesca misteriosamente scomparsa : questi i principali ingredienti della nuova indagine del commissario Montalbano, un po’ più in là negli anni ma sempre capace di dipanare matasse intricate e pericolose. Tanto da recarsi nel covo di un notissimo boss e di riuscire con un abile stratagemma a metterlo con le spalle al muro ed a estorcergli una piena confessione. Fanno da sfondo come di consueto l’abilità ed il buon senso di Fazio, la verve e l’allegria del vice Mimì Augello e, dulcis in fundo, le stramberie di un sempre più confuso e caparbio Catarella, vera macchietta da film comico del dopoguerra. Ancora una volta Montalbano riesce ad incastrare i colpevoli, nonostante evidenti complicità politiche e l’appoggio di reti televisive locali compiacenti e corrotte. Come sempre Camilleri punta il dito contro una certa Italia alla deriva, contro il malcostume imperante e le trame apparentemente vincenti di una mafia sempre più agguerrita, un vero e proprio stato nello Stato, che non può e non deve prevalere. Le consolazioni arrivano al nostro commissario dall’eterna fidanzata Livia, reduce da un recente lutto. Montalbano ne è scosso, la rincuora con lunghe telefonate ed è felice quando l’amata e lontana compagna trova in una cagnolina (cui dà il nome di Selene) un motivo per risollevare il morale e ritrovare quella gioia di vivere che si era offuscata. Ed il nostro Salvo chiede un breve congedo e parte per Genova : nel bagaglio ha un osso finto e un castoro di peluche . Piaceranno a Selene ? Montalbano ne è sicurissimo.

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I romanzi di Cammilleri con Montalbano protagonista
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Romanzi autobiografici
 
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4.3
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4.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    16 Giugno, 2014
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Una ricerca disperata della pace interiore

Binsar è un luogo sperduto ai piedi della catena himalayana, un luogo di pace, isolato dal mondo, a pochi chilometri da un villaggio ed a cinque ore di macchina da Delhi : qui, in quest’oasi serena, Tiziano Terzani scrive le più belle pagine del suo diario, in una capanna costruita vicino all’abitazione di un vecchio saggio filosofo, Virek Detta, con il quale ha costruttivi e non sempre pacifici scambi di opinione sui grandi temi dell’esistenza. Qui Terzani passa ore a scrivere e meditare, nella contemplazione della natura che lo circonda, le maestose vette innevate all’orizzonte, la vicina foresta, i tramonti infuocati, le livide albe invernali, quando il manto nevoso tutto sommerge ed isola. Due corvi simpatizzano con l’Autore e si azzardano a scendere dai rami per beccare il cibo dalle sue mani. Il diario da Binsar fa parte di una vasta raccolta di scritti, riordinata dalla moglie Angela Staude dopo la morte dell’Autore e suddivisa in vari periodi della sua vita. Dal 1981 al 1984 il periodo vissuto a Honk Kong e poi in Cina, da cui Terzani viene espulso per mancato allineamento ideologico. Dal 1985 al 1990 la permanenza nelle Filippine, durante il periodo della dittatura di Marcos e della moglie Imelde, e poi in Giappone , a Tokio, fonte di grande delusione per Terzani per il prevalere di una pianificazione totale (“ cultura della morte”), che annulla la fantasia, la vita vera, il tempo libero. Dal 1991 al 1994, gli appunti sui viaggi in Asia, dalla Thailandia alla Cambogia, dall’Indocina alla Mongolia, dalla Russia all’India : qui si interessa di medicine alternative, consulta indovini, frequenta centri di meditazione ed un ospedale di medicina ayurvedica immedesimandosi sempre di più nella cultura filosofica e religiosa dell’Oriente e traendone ampi spunti di riflessione. Dal 1995 viaggia in Pakistan e Afghanistan, ove manifesta il suo duro disprezzo per la guerra nei suoi reportages per il “Corriere della sera”, ove, dopo aver lasciato “La Repubblica” per incomprensioni con il direttore Scalfari, trova in De Bortoli un amico fraterno. Chiede anche il pensionamento dal tedesco “Der Spiegel”, per la cui testata ha lavorato per anni come corrispondente, e nella pace di Binsar si dedica sempre di più alla stesura delle sue memorie. Qualche rientro a Firenze, fugaci rapporti con gli amatissimi figli Folco e Saskia, le visite dell’adorata moglie Angela, la cui lontananza sembra accrescere il reciproco affetto ed alla quale Terzani scrive bellissime lettere piene di ricordi e di nostalgia. Ma la sua scelta di vita è la solitudine, la ricerca, nell’eremo di Binsar, di quella pace interiore e spirituale che Terzani si sforza di raggiungere con la meditazione giornaliera ed una vita ascetica. Rifiuta alla fine (è malato da anni di cancro, che lo costringerà a periodiche visite ed interventi al Memorial Sloan-Kettering cancer center di New York) la chemioterapia e muore a Firenze nel 2004. Alla fine dei Diari sono riportate dettagliate note sui personaggi citati e sui luoghi visitati e, in appendice, il memorabile discorso tenuto al matrimonio della figlia Saskia, in Firenze, il 17 gennaio 2004 (pochi mesi prima della morte, avvenuta il 28 luglio dello stesso anno) : un messaggio d’amore e di speranza, un vangelo laico da leggere e meditare, a futura memoria. “Un’idea di destino” è nello stesso tempo un Diario e un testamento spirituale : il testamento di un grande Autore, nemico della omologazione globale ed alla continua ricerca di una spiritualità interiore e universale.

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Le opere di Tiziano Terzani
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    15 Mag, 2014
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Due donne, due enigmi

E’ la storia enigmatica di due donne, tanto diverse tra loro. Siamo nel 1933, anno della famosa Seconda Trasvolata Atlantica della Regia Aviazione, seguita quasi passo passo, con fanciullesco entusiasmo e tramite una vecchia radio, da un giovane carabiniere della caserma di Bellano. Ma anche due misteriose figure femminili impegnano a fondo i militari. Una, Maria Domenici, cameriera presso la villa di una arcigna nobildonna benefattrice del paese, partorisce in gioventù un bimbo frutto di un fugace rapporto con il marito della padrona : il neonato, dato ufficialmente per morto, verrà invece allevato da una coppia senza figli e riapparirà in Bellano con altro cognome. Maria vive in ospizio a Gravedona, ma si allontana di nascosto dallo stesso imbarcandosi sulla motonave Nibbio, per rivelare al prevosto di Bellano il suo segreto : è ormai vecchia, si trascina a stento e verrà ritrovata morta, vittima di un attacco cardiaco, nei servizi della motonave Nibbio. L’altra misteriosa donna è Velia Berilli, ex prostituta, sciagurata madre di 14 figli, legittimi e illegittimi, lasciati crescere in condizioni igieniche disastrose e portatori delle più svariate malattie : la donna, per una serie di fortuite circostanze, viene segnalata al Partito Fascista come fulgido esempio di madre italiana, con le conseguenze grottesche facilmente immaginabili. Due donne, due destini diversi : bastano a vivacizzare, sotto l’abile e consumata regia di Andrea Vitali, la monotonia di un’afosa estate bellanese. All’evolversi delle vicende contribuiscono non poco i carabinieri di Bellano : dal maresciallo Maccadò, calabrese maritato con una comare dalla lingua lunga, all’appuntato Misfatti, siciliano impiccione, dal brigadiere Mannu, sardo, che sogna una vacanza per riabbracciare una miriade di parenti isolani, al carabiniere Milagra, lombardo (ma di origini abruzzesi), il più ingenuo, quello che segue appassionatamente la Trasvolata e che chiederà alla fine il trasferimento in Aviazione. Una vicenda a parte è rappresentata dalla finestrella del cesso della regia caserma : una parentesi comica e surreale, protagonisti i soliti carabinieri ed un vetraio fannullone ed esoso. Il caldo torrido di quell’estate ( “la mamma del sole” non è che una specie di babau, spauracchio immaginario evocato nelle torride estati sarde per impaurire i bambini) fa da sfondo a questo bel romanzo, ironico e commovente, forse uno dei più riusciti di Andrea Vitali.

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I romanzi di Andrea Vitali
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    12 Mag, 2014
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Zia Antonia ed i suoi due strani nipoti

Zia Antonia è ricoverata nell’Ospizio di Bellano : è una cara, dolce vecchietta, alla quale il bravo nipote Ernesto Cervicati, pio, scapolo, rispettoso e delegato dalla zia a seguire i suoi interessi in banca, fornisce in robuste quantità mentini (la zia ne è ghiotta, da qui il titolo del romanzo). La zia ha un secondo nipote, Antonio , bidello di scuola ed iperteso (si cura con abbondanti dosi di aglio, puzzando perennemente e disdegnando la normale terapia farmacologica), della parente si è sempre disinteressato, non frequenta il fratello ed è maritato con una viperetta vogliosa e avida di soldi. La zia ovviamente ha un conto corrente presso la locale Banca e, per errore del postino, non riceve l’abituale rendiconto mensile, che malauguratamente finisce nelle mani dell’arpia e rivela la sua entità : ben cinquantotto milioni ! Grande agitazione in casa di Antonio, manovre convulse per riappacificarsi col fratello Ernesto e per ingraziarsi la suora direttrice dell’ospizio . Ma un ben orchestrato colpo di scena butta all’aria i sogni di grandezza (mettere le mani, all’exitus della zia, sulla metà dell’ingente somma) dello squallido duo . Il funereo evento arriva: zia Antonia muore ed ecco che, all’apertura dell’estratto conto, la cifra risulta diversa , solo cinquantottomila lire ! Si suppone ( l’Autore lo fa intendere ma non lo esplicita chiaramente) che il pio e buon Ernesto, quatto quatto, si sia intestato il grosso del malloppo, facendo credere che i primitivi cinquantotto milioni apparsi sul conto erano solo un banale errore di “zeri” in più. Altri personaggi fanno ala ai protagonisti : Suor Speranza, la burbera direttrice dell’Ospizio, il medico dottor Fastelli, sempre allegro e disponibile, il direttore di Banca Sansicario, consumatore pure lui di aglio, invischiato suo malgrado nelle vicende del contestato conto corrente ed alcune amene figure di suore, tipiche degli ospizi e degli ospedali del tempo che fu. Un romanzo fresco, genuino, che rivela ancora una volta le grandi doti di scrittore brillante di Andrea Vitali, si legge d’un fiato lasciandoti addosso un buon profumo di menta (oltre che di aglio !)

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I romanzi di Andrea Vitali
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    10 Mag, 2014
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Il romanzo d'esordio di Andrea Vitali


E’ il romanzo d’esordio di Andrea Vitali, che in un interessante prologo spiega la sua passione per la scrittura e per il racconto in particolare delle quotidiane vicende della sua gente. Siamo a Bellano, negli anni del fascismo che precedono la seconda guerra mondiale ed il giovane Marco Perini, scapestrato figlio di un’onesta famiglia locale, tira a campare frequentando ragazze d’ogni genere e “procurando” (ecco la ragione del titolo del romanzo, apparentemente inspiegabile dato l’iniziale evolversi degli eventi)
giovani donne disponibili a rinomati bordelli d’allora o sistemandole in pensioncine allo scopo di sfruttarle in proprio. Tra un’avventura e l’altra, trova modo di innamorarsi della navigata prostituta Zita , proponendole il matrimonio : sarà forse l’unica per cui proverà sentimenti meno fugaci e che alla fine sistemerà come sarta dopo averle fatto abbandonare la poco onorevole professione . L’abilità dell’Autore sta nel far giostrare attorno al personaggio principale tutta una serie di amene figure che vivacizzano la storia : un puntiglioso maresciallo dei carabinieri che si danna per venire a capo di fatti ambigui e misteriosi, un albergatore smanioso di avventure sentimentali, due notai pasticcioni, una barista avvenente che darà una svolta finale al romanzo…Non manca naturalmente un’eredità cospicua, lasciata dai mesti genitori del vivace protagonista. Il quale protagonista, da sfruttatore di disponibili fanciulle, si trasformerà alla fine in personaggio finalmente positivo, riscattando una vita di dissipazioni :
si attiverà per salvare ebrei e antifascisti e metterli in salvo sulla sponda libera del lago. Un bel romanzo, godibilissimo : un ottimo preludio all’autentica verve ironica di Andrea Vitali, che si mostrerà appieno nei numerosi successivi romanzi incentrati sempre sul collaudatissimo microcosmo bellanese.

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I romanzi di Andrea Vitali
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Aprile, 2014
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Un enigmatico personaggio del XV secolo

Non si può definire un romanzo storico. E’ piuttosto una ricerca appassionata e minuziosa nel tentativo di ricostruire la vita di un personaggio del quindicesimo secolo, basandosi su dati oggettivi, su alcune biografie (Giulio Busi, 2010) e su ricerche di Leonardo Sciascia tratte da “La faccia ferina dell’Umanesimo” (1972) ed ampiamente citate dall’Autore. Il personaggio di cui vengono inseguite le tracce è un ebreo convertito, coltissimo, dotato di un’intelligenza acuta e di capacità dialettiche fuori dal comune. E’ capace anche di gravi infamità, sino al delitto ( un secondo delitto!) che lo perderà definitivamente. La sua vita, che Camilleri insegue tentando di reggerne le fila scompaginate da una brama smisurata di potere e da una voglia tenace di assimilare sapere e conoscenze, è divisa in tre parti essenziali . Il protagonista è dapprima Samuel figlio di Nissim, ebreo confinato nel ghetto di Caltabellotta in Sicilia, ragazzo vivacissimo e bramoso di apprendere (già conosce, oltre all’ebraico, il greco, il latino, il caldeo e l’aramaico!), dotato di un’oratoria brillante : si converte per convenienza al cristianesimo, diventa persecutore di ebrei, assume il nome del suo protettore Guglielmo Raimondo Moncada ed inizia a peregrinare per la penisola piegando tutti alla sua oratoria e facendosi maestro di letteratura cabbalistica. Tutti lo temono, religiosi e non, per le sue straordinarie capacità di argomentare e controbattere. Ed infine eccolo come Flavio Mitridate, segretario ed uomo di fiducia dell’umanista Giovanni Pico della Mirandola : qui la sua vita si fa più tumultuosa, fino al furto di preziosi volumi del suo mecenate e ad un fatto delittuoso che lo porterà alla perdizione. La sua fine non è chiara : Improbabile che sia indotto a ritornare in Sicilia, nella sua terra, più verosimile il suo assassinio nel carcere ove è rinchiuso. Camilleri insegue effettivamente “un’ombra” : un personaggio dai tratti sfumati, camaleontico, sfuggente, un uomo determinato, dotato di conoscenze eccezionali in campo umanistico e teologico e nel contempo di un’intelligenza perversa, capace di atteggiamenti crudeli e spietati. Nel merito bene fa Camilleri a citare ripetutamente Sciascia, che parla di “faccia ferina”dell’Umanesimo, e che, inseguendo anche lui l’enigmatica figura di Samuel,alias Raimondo Moncada, alias Flavio Mitridate, ha ispirato l’Autore e l’ha indotto ad approfondire le ricerche su un personaggio sfuggente sì, ma emblematicamente rappresentativo di un’epoca contradditoria e dai mille chiaroscuri.


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I romanzi di Camilleri sulla storia siciliana
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Aprile, 2014
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Una temibile coppia di sorellastre

A Bellano apre, siamo ai primi anni del Novecento, una nuova merceria: l’insegna recita Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti, e subito si scatenano curiosità e pettegolezzi. In primis, ad agitarsi sono i titolari delle altre due mercerie del paese, timorosi di vedersi soffiare clienti, e poi, via via, altri personaggi, stimolati dal tipo di insegna e dalla singolarità di queste due “sorelle”. Che poi sorelle non sono, meglio “sorellastre” : una delle due, Giovenca, bionda, affascinante è una trovatella affidata al Ficcadenti padre, merciaio, espertissimo nell’ elaborare sempre nuovi tipi di bottoni, l’altra, Zemia, è l’esatto opposto: secca, grigiastra, brutta da far paura, infiltratasi nella casa Ficcadenti in quanto figlia della seconda moglie, poi defunta, del Ficcadenti stesso. Le due Ficcadenti sembrano andare d’accordo, fanno affari, attirano sempre nuovi clienti : le loro mire a poco a poco si alzano ed il cervello di Giovenca funziona a meraviglia e, naturalmente, arrivano gli spasimanti. La scelta cade su un giovane ufficiale altolocato (gran villa, padre militare di carriera, madre insana di mente) : sfortuna vuole che il giovane, partito per il fronte ci lasci subito le penne e che, poco dopo, anche il padre lo segua nell’infausto destino. Giovenca eredita quindi una gran fortuna e gli appetiti dei corteggiatori aumentano. Scatta quindi un diabolico piano, su consiglio di uno di essi, Novenio, poetastro imitatore di D’Annunxzio, e di suo padre Esebele (unica vera mente criminale del romanzo). Avveleneranno l’insana di mente con un intruglio di oleandro. Il notaio di famiglia però, un untuoso personaggio invaghitosi di Giovenca, sarà costretto, una volta scoperto il piano criminale, a denunciarla ai Reali Carabinieri per tentato omicidio, mentre un altro spasimante di Giovenca, l’interdetto Geremia, convinto dalla stessa ad impalmare la sorellastra Zemia (ovviamente per togliersela dai piedi) resterà secco sulla via colpito da una persiana mal fissata staccatasi dalla camera di Zemia. Morale : il diavolo, esperto in pentole, tralascia spesso i coperchi.
Attorno ai personaggi principali, una serie godibile di comprimari, degna delle trame di Vitali, dal preoccupatissimo prevosto alla sua indaffarata e impicciona perpetua, dal comandante della Stazione dei Carabimiei a Stampina, la disperata msdre dell’indecifrabile Geremia, e altri ancora che fanno , di Bellano e della sua vita di più di cento anni fa un affresco sgargiante.
Molte, stavolta, le espressioni dialettali . E se Vitali provasse a cimentarsi con un romanzo dialettale, usando il colorito dialetto della sua terra come “lingua” e non solo come espressioni gergali ? Se si travestisse da Camilleri lombardo ?

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Gli altri romanzi di Andrea Vitali
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    30 Marzo, 2014
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Alla ricerca di un tesoro nascosto

Siamo negli anni ’30 del secolo scorso ed il fascismo si sta radicando sul territorio. A Bellano, sul lago di Como, due carabinieri si guardano in cagnesco presso la locale stazione dell’Arma per motivi di prestigio e territoriali: uno è il sostituto comandante, brigadiere Efisio Mannu, sardo, l’altro è l’appuntato Misfatti, siciliano, sempre ansioso di dimostrare la sua abilità investigativa su quel “mangia pecore” di Mannu, che, purtroppo per lui, è superiore in grado. Tra i due, il bergamasco Locatelli, giovane e sprovveduta matricola, non perfettamente a suo agio nei confronti dei due navigati colleghi. La tranquillità della Regia stazione è turbata dall’improvvisa irruzione di una anziana signora, piccola e petulante, che vuole denunciare il furto di un cuore (sconcerto tra i solerti tutori dell’ordine), intendendo per “cuore” la teca di un Sacro Cuore di Gesù, posto sulla testata del letto del fratello malato. Di qui, una serie inimmaginabile e convulsa di equivoci, una trama divertente che il bravissimo Andrea Vitali sviluppa con la consueta ironia e fulminanti battute in salsa bellanese .
A rincarare la dose, mentre il Mannu si dedica a tempo pieno a risolvere il rebus del Sacro Cuore sparito (ma lo sarà solo temporaneamente), l’appuntato Misfatti viene spedito perfidamente dal suo superiore ed a suo rischio e pericolo, a risolvere una vicenda scottante, quella cioè di un guaritore che sostiene di liberare dai vermi i pazienti che ne sono affetti, imprecando, ahilui !, nell’atto finale dell’esorcismo liberatorio nientemeno che contro Mussolini, commettendo quindi un periglioso gesto sovversivo, oltre che politicamente scorrettissimo.
Altri eventi contribuiscono a complicare la vicenda : una tomba profanata, il suicidio di un direttore di banca e la presenza, che aleggia su tutto il romanzo, di un considerevole malloppo (il quadretto del Sacro Cuore non conteneva altro che, oltre al religioso simbolo, la chiave da decrittare per ritrovare il tesoro nascosto). Su tutto e tutti, l’astuta, imperturbabile signorina Tecla Manzi, che non si lascia sfuggire il bandolo della matassa, circondata da una buffa congerie di personaggi ingenui e spontanei, che delineano bene l’Italia di quegli anni lontani.
Da leggere d’un fiato, lasciandosi coinvolgere dal fascino magico di un grande, genuino scrittore.

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I romanzi di Andrea Vitali
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Febbraio, 2014
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Si indaga su un serial killer con protezioni altol

Patricia Cornwell ci propone in questo nuovo intrigante romanzo la sua abituale protagonista, l’anatomopatologa forense Kay Scarpetta, alle prese con una vicenda che sfiora addirittura ambienti vicini alla Casa Bianca e che mette a nudo vistose magagne e sporchi affari dell’FBI. L’abile Kay indaga su alcuni omicidi commessi da un fantomatico serial killer, ostacolata da un alto personaggio corrotto del Bureau Federale: questi trama per depistare in ogni modo le indagini, allo scopo di nascondere o insabbiare loschi traffici personali. La nostra investigatrice agisce da par suo, decisa a venire a capo dell’intrigo, con il valido supporto del marito esperto di profili biometrici, della rampante e supertecnologica nipote Lucy, nonchè del fidato detective Marino; all’attività professionale alterna, in questo romanzo più che in altri, pause di “riflessione” : sono momenti in cui si mimetizza tra i suoi affetti (tra i quali anche il timido Sock, un levriero malato e salvato dallo sfruttamento delle gare cinofile), forse esausta dalle diuturne attività in sala anatomica. Kay, dopo una vita di investigazioni e di spasmodica ricerca della verità, comincia a chiedersi il perchè di tanti delitti e di tanta efferata malvagità: si spezzano spesso sogni, resi irrealizzabili dalla crudeltà dell’uomo, e non resta quindi, questa l’amara realtà, che “mettere ordine”. E Kay Scarpetta è abilissima nel mettere ordine, attraverso la sua attività di medico forense . Per un vecchio anatomopatologo come lo scrivente opinionista, sono da invidiare i mezzi ultratecnologici di cui dispone la protagonista : tavoli interattivi, radiografie, TAC e angioTAC, proiezioni tridimensionali delle scene del crimine, esami tossicologici sofisticati e quanto di più moderno e aggiornato possa fornire un Istituto di medicina legale all’avanguardia. Ai miei tempi, un tavolo anatomico, forbici, bisturi e un vecchio microscopio ottico per gli esami istologici e… due buoni occhi per fornire diagnosi veritiere. Tornando a noi, Kay Scarpetta smaschera alla fine i colpevoli, dopo una resa dei conti emozionante, e si gode, finite le indagini, un periodo di tregua circondata dagli affetti familiari.
Buon romanzo, forse un po’ prolisso e dispersivo, con meno colpi di scena del solito e con più “riflessioni” personali. Kay Scarpetta ama lasciarsi un pò andare, parlando spesso di sé, della alienante intrusione della dura professione nella sua stessa vita e nei suoi affetti. Non basta “mettere ordine” : sarebbe anche bello sognare e lasciarsi cullare dal ritmo di una vita più tranquilla.

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Gli altri romanzi di Patricia Cornwell ed i romanzi di Kathy Reichs
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Febbraio, 2014
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Attenzione a non scambiare le carte di identità...

Andrea Vitali, il prolifico (in senso letterario) medico di base di Bellano, ridipinge il microcosmo bellanese mettendo questa volta in risalto le disavventure di una coppia, anonimo operaio lui, impiegata più gratificata ma insoddisfatta lei nella stessa ditta ove lavora il marito : il fattaccio avviene quando lei si concede una botta di vita, accetta l’invito di un bellimbusto locale con seguito di pranzo e toccata e fuga in motel. Il diavolo, si sa, fa solo le pentole : avviene un fortuito scambio di carte di identità e da qui nasce una serie di equivoci, che coinvolgono un bambino ignaro in visita all’orrido di Bellano, un postino, un’impiegata del Comune, il segretario dello stesso ed il solerte comandante della locale stazione dei Carabinieri. Morale : il marito, con la smarrita e ritrovata carta di identità della moglie (senza foto, però) sospetta, vaga all’insaputa della stessa da un ufficio all’altro, si rode cercando di ritardare l’ineluttabile scoperta dell’amara verità ( ha in mano infatti la carta di identità della moglie priva di foto : ma è evidente che “ di Ilde, ce n’è una sola “, come recita il titolo del romanzo!) e, infine, per amore del quieto vivere e della pace coniugale, rimette le cose a posto con un abile sotterfugio. La vivace e spensierata Ilde non si accorge di nulla, la vita continua : lui, il marito cornuto e paziente, lei, la disinvolta Ilde, proseguono il loro ménage tra picche e ripicche, nella reciproca sopportazione. Come di consueto, Vitali manovra magistralmente i suoi personaggi, con un linguaggio essenziale, scarno, fatto di battute paesane e di riflessioni argute. Il suo stile, apprezzatissimo dalla critica, è ormai ben collaudato ed è forse unico nel panorama attuale della narrativa italiana. I personaggi e gli ambienti (siamo intorno agli anni ’70) sono messi a fuoco con pochi tocchi essenziali : emerge una vita di paese ancora genuina, che vive e prospera sui piccoli eventi della vita quotidiana, sulle mutazioni del tempo, sulla sottintesa speranza in una vita migliore.

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I romanzi di Andrea Vitali
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    29 Gennaio, 2014
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Alla larga dai campus universitari...

Questa volta è il detective Bill Corde che deve districare un’intricatissima matassa. Non ci sono i più famosi Lincoln Rhime e Amelia Sachs, e se ne sente la mancanza. Le indagini, che riguardano l’assassinio ed il suicidio di due studentesse di un campus in una piccola università (la Auden) , procedono a rilento e coinvolgono alcuni docenti, mettendo alla luce comportamenti quanto mai spregiudicati tra insegnanti e studenti e accese rivalità per la conquista di ambìte cattedre. Alla trama del giallo si intreccia la vita familiare del detective : una figlia piccola con problemi di apprendimento, un figlio adolescente ossessionato da fumetti di fantascienza, una moglie sull’orlo di crisi nervose che non disdegna la corte discreta dell’insegnante di sostegno della figlia. Quest’ultimo verrà alla fine scambiato per il killer, ma, come accade di frequente nei romanzi di Jeffery Deaver, la verità non è mai quella che sembra tale: il vero assassino, dopo aver rapito la figlia del detective ( “l’uomo del sole”, da qui il titolo del romanzo, lo chiamava la bambina in un segreto scambio di biglietti), subirà dopo una caccia spietata la giusta punizione pagando con la vita una serie di delitti. Il romanzo, piuttosto lento e macchinoso nelle prime due parti, subisce alla fine un’ emozionante impennata : i colpi di scena si susseguono, le indagini che sembravano insabbiate dopo la morte di un giovane studente ritenuto il vero colpevole, riprendono incalzanti, per merito di Bill Corde che, con l’aiuto di un collega, esce vittorioso meritandosi, si suppone, il posto di sceriffo della contea. Se dal lato professionale il detective è un uomo stimato e realizzato, lo é meno in ambito familiare : se la figlia si avvia a guarigione e si rivela scrittrice promettente, il figlio si sta riprendendo da un tentativo di suicidio e la moglie non riesce a dimenticare le profferte amorose del bell’insegnante di sostegno (sgozzato anche lui dal killer) e sogna una vita più soddisfacente…. Morale : da certi campus universitari è meglio stare alla larga, anche se non mancano occasioni per ogni tipo di divertimento. Per quanto riguarda il romanzo, mi piace fare una similitudine culinaria : se John Grisham è un ristorante da almeno due stelle Michelin, Jeffery Deaver è un buon ristorante per ogni occasione ( e James Patterson una pizzeria dozzinale a prezzo fisso). Ciò detto, attendiamo fiduciosi che lo scrittore ci proponga il ritorno della sua coppia di detective più famosa, l’affermato duo Lincoln Rhime-Amalia Sachs. !

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I romanzi di Jeffery Deaver
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    12 Gennaio, 2014
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Il talento di John Grisham non si smentisce

Siamo a Clanton, Mississippi, nel 1988 : un ricco e strambo uomo d’affari , condannato a morte da un cancro polmonare in fase terminale, si suicida impiccandosi ad un sicomoro, lasciando la quasi totalità dei suoi beni, tramite testamento olografo, alla cameriera nera che l’aveva diligentemente accudito negli ultimi anni della sua vita. Il fatto appare inesplicabile ai legittimi eredi, che impugnano il testamento e danno inizio ad una lunga e avvincente battaglia legale. Emerge il talento dell’Autore nel districarsi con maestria nelle complicate beghe legali, affidando la difesa della inconsapevole e mite beneficiaria ad un giovane e brillante avvocato, Jake Brigance, che, altrettanto inconsapevolmente, ha ricevuto il testo olografo con l’obbligo di rendere il testamento attuativo. Il romanzo, che si impernia prevalentemente sulla lotta fra due schiere di avvocati destinati a giocarsi il tutto per tutto (in palio ci sono riccissime parcelle), pur trattando di argomenti specialistici dell’ambito legale, suscita interesse ed emozioni, con un magistrale colpo di scena chiarificatore nel finale ed un ulteriore inatteso colpo di scena nelle ultime pagine, che pacifica animi surriscaldati e strizza l’occhio al “politicamente corretto”. Sullo sfondo, i problemi legati al razzismo, soprattutto nel profondo Sud, dopo la guerra di Secessione ed il periodo della Ricostruzione : ancora nei primi decenni del Novecento, non erano infrequenti i linciaggi dei neri, per futili motivi o per impossessarsi dei loro terreni, con una triste graduatoria che vede in testa il Mississippi, seguito dalla Georgia e dal Texas. Ed è proprio uno di tali eventi che spiega il gesto e le decisioni del suicida. Il romanzo, che potrebbe essere utile alla formazione di tanti giovani studenti in legge o aspiranti avvocati, è anche pervaso da un afflato poetico, che il talento di Grisham esprime, fondendo mirabilmente il ricordo dei lontani tempi della schiavitù nei campi di cotone e dei soprusi subìti dai neri con il coraggio di avvocati che nelle aule di tribunale si battono per la difesa dei diritti umani contro tutto e tutti. Un romanzo istruttivo, che sottende un forte impegno morale : forse tra i migliori di John Grisham.

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I romanzi a sfondo legale di John Grisham
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    18 Novembre, 2013
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Un raffinato poliziesco cinese

Qiu Xiaoling è scrittore, traduttore e insegnante di letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis ; ha lasciato Shanghai dopo i fatti di Tienanmen (1989) ed ha avuto buon successo come autore di gialli in cui fa risolvere complicati casi ad un ispettore capo, Chen Cao, colto e raffinato. Il romanzo “Di seta e di sangue” è ben congegnato, e, pur non lasciando con il fiato sospeso per improbabili colpi di scena, ha un tessuto narrativo particolare, meditato, ricco di citazioni storiche, arguti proverbi cinesi e sagge massime di Confucio. Si parte con delitti efferati, caratterizzati da una messa in scena particolare, opera di un misterioso serial killer che uccide e abbandona le sue giovani vittime in diversi luoghi di Shanghai, scomparendo poi senza lasciare traccia. Si capirà dopo le indagini minuziose condotte dall’ispettore capo Chen Cao e dai suoi validi collaboratori che l’assassino trae le sue motivazioni da lontano : bisogna risalire all’epoca della Rivoluzione Culturale e della grande marcia di Mao, poi sconfessata dall’attuale regime, dalle angherie e persecuzioni di allora per comprendere quali traumi gli eventi di un tempo abbiano sconvolto la mente di un bambino, divenuto poi famoso avvocato con l’istinto vendicativo del serial killer. Straordinario è uno dei capitoli finali. Il poliziotto e l’avvocato, ignaro del tranello, si incontrano a cena ed iniziano, tra una portata prelibata e l’altra, un serrato colloquio, inteso, da parte del poliziotto, come astuto mezzo per estorcere una confessione e, da parte dell’avvocato, come un estremo tentativo per rifuggire dai traumi dell’infanzia e depistare con apparente tranquillità le indagini. Ma un colpo di scena finale (l’unico ma collocato magistralmente dall’Autore) risolverà il caso. E’ un giallo diverso dai soliti, più vicino forse alla recente giallistica svedese che a quella statunitense. Non si era mai visto un protagonista, l’ispettore capo Chen Cao, così colto e raffinato, autore di tesi letterarie per una facoltà universitaria e capace di galleggiare sereno e professionale in una società cinese moderna, comunista sì ma in preda ad una corruzione difficilmente controllabile.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    11 Novembre, 2013
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Una storia vera di mafia e potere politico

Siamo a Raffadeli, nella Sicilia della prima metà del Novecento, poco prima dell’avvento del fascismo in opposizione ai socialisti dell’epoca. I Sacco sono una famiglia di onesti lavoratori che, a poco a poco, iniziando dalla coltivazione del pistacchio, intraprendono via via varie attività, ingrandendo le loro proprietà, sempre nel rispetto assoluto delle leggi e della comunità in cui vivono. “ Ma c’era la mafia”, così intitola Camilleri il secondo capitolo : la mafia infatti comincia ad ingolosirsi delle attività dei fratelli Sacco, esige con ogni mezzo e senza successo il pizzo, dando così inizio ad una vera e propria persecuzione dei Sacco, con la colpevole complicità dei carabinieri, che per quieto vivere ( o per ordini dall’alto) preferiscono non immischiarsi. I Sacco sono costretti a difendersi, vengono ingiustamente accusati con false testimonianze di delitti mai commessi, si danno alla latitanza proprio quando arriva in Sicilia, inviato da Mussolini, il famoso prefetto Mori, con il compito di estirpare con ogni mezzo la mafia dall’isola. I Sacco, divenuti nel frattempo “la famosa banda Sacco” per di più con simpatie socialiste, si trasformano in un esemplare capro espiatorio : dopo una sparatoria, sono arrestati, massacrati di botte e processati per colpe non commesse. Condannati, verranno trasferiti di carcere in carcere (avranno contatti anche con Gramsci e Terracini), per essere infine liberati dopo la fine della seconda guerra mondiale. Camilleri narra da par suo la storia, pescando in documenti ufficiali, scritti familiari ed atti del processo : ne esce oltre che un quadro vivido degli intricati e torbidi rapporti tra mafia, vera piovra che si infiltra nel tessuto economico e sociale della Sicilia, e potere politico, anche la consapevolezza dell’estrema difficoltà di opporvisi, sia allora che, probabilmente, ai giorni nostri.
Al romanzo, che termina con la descrizione del processo, seguono un’appendice con i punti salienti relativi alla carcerazione dei Sacco ed alla domanda di grazia, e le considerazioni di Camilleri, con interessanti riferimenti storici, su quanto narrato capitolo per capitolo. Si potrebbe definire un vero e proprio romanzo storico ( un “western di cose nostre” per usare un titolo di Sciascia, come fa notare l’Autore), che fa luce su un particolare periodo e che vuole raccontare, scrive Camilleri, come la mafia non solo ammazzi ma, laddove lo Stato è latitante, sia anche in grado di “condizionare e stravolgere irreparabilmente la vita delle persone”.

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I romanzi storici di Camilleri
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    01 Novembre, 2013
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La nostalgia delle origini

L’Autore, pur vivendo in California, ha profonde radici in Afghanistan e dalla sua terra trae spunti per romanzi che rivelano nostalgie e ricordi mai sopiti, Anche in questo romanzo, forse meno che nei due precedenti ( “ Il cacciatore di aquiloni” e “Mille splendidi soli”), traspare l’amore per la sua terra , mai disgiunto dal desiderio che la stessa ritorni ad una serena vita civile dopo le tormentate vicende degli ultimi cinquant’anni. Ed è appunto in questi anni che si dipanano le vicende narrate, dall’invasione sovietica del ’79 all’avvento della Repubblica islamica, dalla presa del potere da parte dei talebani all’arrivo delle truppe USA nel 2001 (il piano “Enduring Freedom”) fino all’insediamento del governo Karzai ed all’arrivo degli aiuti umanitari. Una ragazzina di nome Pari lascia la famiglia (siamo negli anni ’50) e il suo misero villaggio, per essere ceduta dal padre ad una ricca famiglia di Kabul . Così inizia il romanzo, e da qui comincia una serie di vicende che coinvolgono diversi ambienti familiari : persone che emigrano in Francia e negli USA, ritrovandosi dopo anni per riannodare i fili nostalgici del loro passato e cercando nei luoghi dell’infanzia ricordi e storie di personaggi che riaffiorano per poi disperdersi travolti dall’incalzare degli eventi. Grande è la capacità di Hosseini di rinverdire situazioni e nostalgie, con un’attenzione particolare ai palpiti del cuore. Forse c’è troppo buonismo nei personaggi descritti : solo un accenno ai signori della guerra e della droga, che pur hanno avuto ed hanno un ruolo importante nella tormentata storia degli ultimi anni. L’Autore preferisce credere in un futuro migliore, sottolineando il fervore degli aiuti umanitari in una Kabul che rinasce dalle rovine della guerra e affidandosi alla speranza in un ritorno alla pacifica convivenza. Due osservazioni di tipo formale . Manca un indice dei capitoli, la cui utilità mi è sembrata indispensabile data la unusuale lunghezza degli stessi. In secondo luogo, Hosseini vive ormai pienamente la sua “american way” : alla fine del romanzo, nel novero delle persone da ringraziare appare anche la moglie Roya, alla quale invia il solito tradizionale e un po’ banale “ I love you”. Nulla di male, ovviamente, anche se mi assale il dubbio che i mariti americani abbiano sempre qualcosa da farsi perdonare… Queste piccole critiche però non mi esimono dal segnalare il bellissimo verso, citato da Hosseini, di un famoso poeta persiano (lo troverete dopo il frontespizio e le dediche), verso che precede ed in certo qual modo sintetizza lo spirito che anima il romanzo : “ Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù “ (Jalauddin Rumi, XIII sec.).

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Gli altri romanzi di Khaled Hosseini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    21 Ottobre, 2013
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Troppa benevolenza da parte della critica ?

Una quindicenne di nome Nola scompare in una foresta nei pressi di Aurora, annoiata e anonima cittadina del New Hampshire: inizia così il nuovo romanzo del giovane Joel Dicker, osannato (forse troppo) dalla critica francese e italiana. Indubbiamente è un romanzo (giallo ?) che intriga, imperniato sul solido rapporto di amicizia tra due scrittori, il giovane io narrante ed Harry Quebert, un anziano professore universitario, e sulla morbosa passione di quest’ultimo per la giovanissima Nola, portatrice fra l’altro di turbe psichiche manifestatesi nell’infanzia. La scomparsa di Nola avviene nell’agosto del 1975, il cadavere è ritrovato per caso trent’anni dopo, sepolto nel giardino della villa di Harry Quebert, che diviene così il principale indiziato del delitto. Le indagini si riaprono : sono minutamente analizzati i comportamenti di tutti i possibili colpevoli, mentre Harry Quebert, difeso strenuamente dall’amico più giovane, si dichiara sempre innocente. I continui flash back dal presente all’anno della scomparsa di Nola disorientano a volte il pur volenteroso lettore; il filo conduttore resta però in mano all’Autore, che non tralascia astutamente di infilare colpi di scena in quasi ogni capitolo: quello che appare improbabile diviene certo, e le certezze acquisite sembrano svanire man mano che si procede nella lettura. I veri colpevoli sono infine smascherati, la verità sul caso Harry Quebert costituisce la materia prima del nuovo attesissimo romanzo del giovane scrittore. L’osannante critica ufficiale non mi esime però dal rilevare pecche che possono infastidire ; due a mio giudizio le principali : l’eccessiva lunghezza del romanzo ( il tomo è ponderoso, con la bellezza di quasi ottocento pagine !) ed il finale incalzante e farraginoso, con continui richiami al passato e un po’ di confusione nei tempi. Aggiungo anche alcuni dialoghi ( e alcune lettere d’amore) abbastanza stucchevoli, al limite dell’ inverosimile, con ripetizione dei medesimi concetti e dei medesimi eventi. Possono invece essere utili, per uno che voglia intraprendere la faticosa carriera di scrittore, i consigli che ad ogni capitolo ( a proposito, i capitoli sono numerati al contrario) l’anziano Harry Quebert propina al giovane amico. Un romanzo comunque abbastanza originale, da leggere, anche per essere al corrente con le novità editoriali dell’anno, non da spiaggia comunque, ma da poltrona comoda, magari accanto ad un camino, e soprattutto a piccole dosi ( ma in modo continuativo, per non perdere il filo di una trama assai complessa e a tratti dispersiva).



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Romanzi gialli in genere
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    01 Ottobre, 2013
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Un messaggio morale di Tolstoi

La storia in breve, per quelli che non la conoscono ancora. Siamo su un treno a lunga percorrenza, viaggiatori infreddoliti scendono e salgono ma uno è particolare : riservato, fumatore accanito, con colpi di tosse caratteristici, ascolta a lungo in silenzio i discorsi degli altri e poi, accalorandosi, interviene nelle discussioni deplorando i costumi correnti che giudica corrotti, e in particolare il comportamento delle donne. Scesi tutti e rimasto solo con l’io narrante, lo strano protagonista del romanzo, di nome Podnysev, inizia un lungo racconto, in cui con dovizia di particolari parla della sua vita, del suo matrimonio con la bella Liza, ed espone con fervore le sue considerazioni sull’amore, secondo lui sostanzialmente corrotto per colpa del carattere delle donne e delle abitudini moderne, ben lontane dagli ideali che il viaggiatore persegue. L’uomo confessa le sue debolezze, ammette il nascere di una infrenabile gelosia nei confronti della moglie, abile pianista, bella, corteggiata da molti. La coppia conosce un affascinante violinista, che inizia a frequentare assiduamente la casa di Podnysev, duettando con la moglie pianista ed eseguendo anche, applauditissimo e sempre accompagnato al piano dalla bella e desiderabile Liza, la famosa Sonata a Kreutzer di Beethoven per violino e pianoforte, i cui tempi ( il “presto” e l’”andante”) esercitano su Podnysev una grandissima influenza emotiva. Podnysev deve allontanarsi da casa per affari, confortato dal fatto che anche il bel violinista deve partire per Mosca. Ma il tarlo della gelosia lo acceca : dubitando sempre della fedeltà della moglie, rientra in anticipo, sorprende moglie e violinista a cena (una cena innocente ? non lo sapremo mai) e, sconvolto, uccide a coltellate la moglie in un accesso di ira furibonda. Podnysev non si capacita del suo delitto, è pronto ad espiare la sua colpa e implora, piangendo e quasi delirando, il perdono del narrante .
Qui finisce “ La sonata a Kreutzer”, il più famoso tra i cosiddetti romanzi brevi di Tolstoj. Come poscritto, Tolstoj spiega infine in poche pagine il suo pensiero riguardo alla vicenda narrata, ed esprime la propria riprovazione sui costumi della sua epoca in cinque punti fondamentali : la necessità di domare i propri istinti e di conseguenza il valore morale dell’astinenza, la mancanza di fede tra i coniugi, la falsa convinzione che i figli siano un impiccio nella vita matrimoniale, la cattiva educazione dei figli, il dare importanza all’amore carnale e non a ben più validi e duraturi ideali. Rifacendosi infine al Vangelo di Cristo, Tolstoj propugna l’amore per il prossimo, ma un amore idealizzato (ama il prossimo tuo come te stesso), lontano da ogni tentazione mondana. Un messaggio lontano forse dalla nostra concezione della vita, ma che non può esimerci dal considerarlo come un invito ad astrarci dalla meschinità dei legami terreni per aspirare a valori più alti e puri.

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La letteratura russa dell'Ottocento
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