Opinione scritta da La Lettrice Raffinata

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    10 Giugno, 2020
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Viaggio nella Londra degli invisibili

"Nessun dove" è un romanzo fantasy rivolto ad un pubblico adulto, specie perché spesso devia nel sottogenere del grimdark, seppur a tratti proponga anche degli elementi più vicini al realismo magico. In modo simile a "your name." di Makoto Shinkai, questo libro è nato assieme alla serie TV omonima trasmessa dalla BBC e della quale Gaiman è stato uno degli sceneggiatori.
Pur proponendo cambi continui tra i molti POV -espediente che crea un po' di confusione, ma ha il pregio di tenere viva l'attenzione del lettore sull'intero cast- il romanzo si concentra principalmente su Richard Mayhew, giovane impiegato londinese dalla vita tutto sommato tranquilla e prevedibile. Le cose cambieranno quando il nostro eroe deciderà di soccorrere una ragazza dal bizzarro nome di Porta che incontra in strada ferita gravemente: per aiutarla a trovare un luogo sicuro dai suoi terrificanti inseguitori, Richard si avventurerà -e finirà con il rimanere bloccato- nelle inusitate vie di una seconda Londra, situata sotto quella che tutti conosciamo, dove vivono le persone rigettate dalla società e letteralmente cadute nelle fenditure.
Gaiman usa il fantasy per creare una potente metafora dell'emarginazione sociale; è evidente già nelle prime pagine, quando Jessica cerca di convincere Richard a lasciar perdere Porta:

«"Se presti lo attenzione, Richard, se ne approfittano. Ce l'hanno tutti una casa."»

Con la sua vita fatta di successi lavorativi e traguardi già prefissati, Jessica rappresenta bene quelle persone che guardano solo al proprio limitato tornaconto e, quando camminano per strada, girano la testa di lato per non guardare chi si trova in difficoltà. Ed è proprio di questi individui ai margini della società che si compone la fantastica Londra Sotto: l'autore getta un velo di magia sopra artisti di strada, mendicanti e piccoli truffatori, facendoci ben comprendere come chi entra in questo mondo sia praticamente impossibilitato a lasciarlo.

«[Anestesia] Scosse il capo. Tutte le fiamme scottano, piccolino. Imparerai. "Non puoi. O uno o l'altro. Nessuno li ha tutti e due."»

A parte un paio di colpi di scena ben studiati sul finale, la trama non ha uno sviluppo troppo originale, infatti il punto forte del romanzo è nella caratterizzazione del suoi personaggi, tutti riusciti alla perfezione e ben visibili nella mente del lettore grazie a descrizioni d'effetto:

«[...] c'era qualcosa di strano nel taglio di quegli abiti. Erano il tipo di completo che avrebbe potuto creare un sarto di duecento anni fa, a cui gli abiti moderni fossero stati soltanto descritti, senza averli visti realmente.»

Apprezzo anche che Gaiman non sia spaventato dall'idea di separarsi dai suoi personaggi che, per quanto carismatici, incorrono spesso in sorti decisamente infauste.
E in questo bouquet di personaggi favolosi dovevo necessariamente identificare un preferito (con Gaiman c'è sempre un personaggio che spicca sugli altri e mi rimane in mente anche mesi dopo aver terminato la lettura); in questo caso è stato un testa a testa fino al finale tra il duo composto dagli esilaranti sicari Croup e Vandemar, che ai nostalgici della Disney ricorderanno una versione meno amichevole di Gaspare e Orazio, ed il truffaldino Marchese de Carabas, autore di alcune tra le migliori citazioni del volume. La vittoria di quest'ultimo è stata però inevitabile: inizialmente presentato come un possibile antagonista per la sua passione quasi tremotiniana per gli accordi sempre convenienti solo per lui,

«[Il Marchese] sorrise, come un gatto a cui siano state affidate le chiavi di un istituto per canarini disobbedienti ma cicciottelli.»

il Marchese ottiene una crescita personale forse un po' oscurata da quella di Richard -che rimane pur sempre il protagonista- ma non per questo risulta meno forte sul lato emotivo. Tra l'altro, de Carabas mi ha ricordato parecchio una versione beta di Wednesday da "American Gods", così come altri personaggi hanno molto in comune con caratteri presenti in altri romanzi di Gaiman.
Oltre al cast, un personaggio vitale in questa storia è la città stessa di Londra, che per l'occasione trasforma i suoi luoghi più simbolici in giochi di parole letterali; in pratica l'intera Londra Sotto è composta da posti come la Corte del Conte (aka la stazione di Earl's Court), dove un vero nobile d'altri tempi governa circondato da paggi e giullari, o l'abazia dei Frati Neri (ossia l'area di Blackfriars). Ciò permette anche di dare forza al sistema magico di questo mondo, che di per sé è abbastanza blando e semplice.
E cosa dire dello stile di Gaiman? ricco di ironia e battute pungenti, quasi sempre inaspettate,

«"Ti piace il gatto?", chiese.
"Sì", rispose Richard. "Mi piacciono molto i gatti."
Anestesia parve sollevata. "Petto o coscia?"»

intrattiene il lettore e non permette per un attimo che il ritmo narrativo cali. Spesso scivola anche in un sarcasmo quasi gory, che però non inficia la lettura perché sempre controbilanciato da frasi più leggere; questo si nota bene negli scambi tra Croup e Vandemar,

«"Poi gli facero salire la mano su dalla gola e agitavo le dita all'interno. Strillano sempre", disse in confidenza "quando cadono le palle degli occhi."»

che all'apparenza tentato di spaventare il prossimo ma riescono invece a strappare un risata di cuore al lettore.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    04 Giugno, 2020
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Per me è sfruttamento minorile

"L'occhio del Golem" è il secondo volume della tetralogia Bartimeus di Jonathan Stroud, almeno per quanto riguarda l'ordine cronologico della pubblicazione.
La storia riprende quasi tre anni dopo la fine di "L'amuleto di Samarcanda", con la città di Londra colpita da una serie di attacchi terroristici devastanti contro alcuni luoghi simbolo; l'indagine viene affidata a Nathaniel, che già aveva l'incarico di sgominare la cosiddetta Resistenza, ritenuta ora la mente dietro queste devastazioni.
Ai punti di vista di Nathaniel e di Bartimeus viene aggiunto quello di Kitty Jones, già presentata nel primo capitolo della serie; oltre al suo passato e agli eventi che l'hanno portata a far parte della Resistenza, i capitoli dedicati a lei ci permettono di ampliare la trama collegata alla lotta a tre tra maghi, spiriti e comuni, tutti intrappolati in un ciclo perpetuo che sembra ripetersi da millenni. Rispetto al primo libro, questo aspetto della storia acquista molta rilevanza, tanto da spartirsi a metà lo spazio con la trama orizzontale del mistero sulla creatura distruttrice: da un lato apprezzo questa svolta più matura, ma dall'altro avrei preferito che il finale non lasciasse irrisolti così tanti quesiti.
Ovviamente continuo ad amare Bartimeus, e ho apprezzato parecchio anche l'aggiunta del POV di Kitty - con la quale tra l'altro il jinn ha un'ottima chimica- mentre diventa sempre più difficile digerire i capitoli che seguono Nathaniel, un po' per il suo ruolo in quanto mago (ossia l'oppressore sia degli spiriti, sia dei comuni) un po' perché il suo carattere diventa sempre più fastidioso, seppur nel complesso risulti credibile vista la sua giovane età. Proprio questo dettaglio è l'unica cosa che ho trovato fuori luogo: risulta a dir poco assurdo come compiti tanto importanti vengano affidati ad un quattordicenne, che tra l'altro viene pesantemente redarguito dagli adulti quando non risolve tutto e subito; è come se io affidassi la sicurezza della mia abitazione ad un pesce rosso, per poi cucinarlo in pentola quando vengo rapinata.

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Narrativa per ragazzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    31 Mag, 2020
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Quindi la torre serviva per... ?

Con "La torre d'oro" termina la pentalogia Magisterium, scritta in collaborazione da Holly Black e Cassandra Clare. Questo volume ha avuto una conclusione abbastanza degna e si è mantenuto grosso modo in linea con quanto già raccontato nel resto della serie.
Due parole sulla pentalogia nel suo complesso. Mi è piaciuto lo spunto iniziale (ossia, ciò che mi ha spinto ad intraprendere questo luuungo viaggio) e i molti plot twist ben inseriti; ho adorato il personaggio di Jasper -che tra l'altro andata sfruttato maggiormente- come anche la naturalezza con cui vengono accettate le diversità di ogni tipo. Ho trovato interessanti alcuni aspetti del sistema magico, in particolare i Divorati, ma credo che potesse essere spiegato molto meglio, nonché mantenersi più coerente nel corso della serie. Non ho gradito neppure l'eccessiva frettolosità con cui si sviluppa la trama ed il tono troppo infantile dei dialoghi: capisco che il target di riferimento è il middle grade, ma come autore devi adeguare i comportamenti dei protagonisti se li fai diventare dei diciassettenni. In generale, ho avuto l'impressione che le autrici avessero delle buone idee in partenza, ma si siano stancate della storia e dei personaggi con l'andare avanti dei volumi.
Per quanto riguarda questo volume, la storia si focalizza sulla risoluzione delle due questioni generate dal finale di "La maschera d'argento", quindi la lotta contro il redivivo Alex e la ricerca di un corpo per l'anima di Aaron, oltre alle varie sottotrame -in prevalenza a sfondo romantico. Si tratta del capitolo più breve della serie, ma sono comunque presenti delle scene dalla dubbissima utilità che sarebbero potute essere sostituite da un maggiore sviluppo delle relazioni tra i personaggi.
Il romanzo giunge presto a conclusione grazie a dei convenientissimi deus ex machina (in primis, il povero Alistair) e alle abilità che dimostrano i protagonisti, senza però averle mai apprese o esercitate. Diciamo che il target ti suggerisce di passare sopra alle molte incongruenze, ma se si cerca una buona serie per ragazzi ci sono opzioni ben più appetibili.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    29 Mag, 2020
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Insegnare la pace, raccontando la guerra

"Mattatoio n. 5" è un romanzo di fantascienza scritto con un intento dichiaratamente pacifista, come si può notare già dal sottotitolo dell'opera, ovvero "La crociata dei Bambini". L'autore ha vissuto in prima persona l'esperienza della guerra, durante il secondo conflitto mondiale, e nei suoi libri tenta di elaborare questo trauma pur tra molte difficoltà.

«Ma allora non mi venivano molte parole da dire su Dresda, o almeno non abbastanza da cavarne un libro. E non me ne vengono molte neanche ora, [...].»

Da qui la decisione di creare delle storie allegoriche ed estremamente satiriche, che sfruttano spesso il genere sci-fi per educare i lettori alla pace; la particolarità di questo titolo è quella di raggiungere l'obiettivo narrando in modo diretto e spesso grottesco delle scene di guerra, anziché rimarcare soltanto il valore della non-belligeranza.
Questo fine viene perseguito anche con l'inserimento di parecchie battute da parte di personaggi che invece di apprezzare la pace in cui vivono, si professano nostalgici della guerra ormai finita e ne auspicano di nuove ancor più violente, come il vecchio ufficiale che tiene banco al Lions Club (doppia ironia!):

«Lui era per aumentare i bombardamenti, per bombardare il Nord Vietnam fino a farlo tornare all'età della pietra, se non voleva sentire ragioni.»

Il romanzo inizia con un capitolo introduttivo in cui autore e narratore si fondo tra loro e vanno a spiegare come si è giunti alla stesura di questo volume sulla peculiare vita di Billy Pilgrim. La voce narrante fa diverse altre comparsate nel corso della narrazione, per darci ad intendere che il protagonista è stato un suo commilitone del quale lui racconta (o immagina?) la storia, da prima della partenza per la guerra fino alla sua morte. Una vita tutto sommato ordinaria -almeno per l'epoca- che l'autore rende unica dando a Billy la capacità di viaggiare nel tempo: in alcuni momenti il protagonista si addormenta oppure entra in trance e riprende coscienza in un altro momento della sua vita, avendo così la possibilità di conoscere gli eventi futuri o rivivere dettagliatamente il passato. A ciò si aggiunge niente meno che un rapimento da parte degli alieni di Tralfamadore, pianeta dall'atmosfera letale in cui Billy viene portato per essere esibito come un animale nello zoo.
Billy fa proprio il modo di pensare dei tralfamadoriani: per loro ogni evento è privo di significato perché -capaci di vedere la quarta dimensione del tempo- conoscono il destino dell'intero universo e ne capiscono l'ineluttabilità.

«È solo una nostra illusione di terrestri credere che a un momento ne segue un altro, come nodi su una corda, e che quando un istante è passato sia passato per sempre.»

Anche Vonnegut mette in pratica questa filosofia quando, parlando di un personaggio, ci racconta subito quale sarà la sua fine, sottintendendo l'unitarietà nel tempo dell'esistenza umana, oppure quando fa seguire ad ogni decesso l'espressione "Così va la vita", tipica di Tralfamadore.

«"Oggi anch'io, quando sento dire che è morto qualcuno, alzo le spalle e dico ciò che i tralfamadoriani dicono dei morti, e cioè: Così va la vita."»

Pur concentrandosi sulla vita di Billy, il libro vede come secondo protagonista il bombardamento alleato ai danni della città di Dresda; un attacco del quale non si parlava molto negli anni in cui Vonnegut pubblicò questo romanzo,

«A quell'epoca non era ancora diventato famoso, in America, quel bombardamento. [...] Non c'era stata molta pubblicità.»

e che ancor oggi non è troppo conosciuto, probabilmente perché non era atto a colpire delle strutture militari strategiche, bensì ha raso al suolo una città abitata quasi esclusivamente da civili impreparati. Si arriva al paradosso se si pensa che, per questo romanzo antimilitarista, l'autore fu praticamente etichettato come filo-nazista; di sicuro sarebbe stato per lui più comodo raccontare una versione unilaterale della Storia, con gli alleati dipintici come i salvatori incapaci di azioni negative.
A me invece Vonnegut piace proprio per le narrazioni sopra le righe ed anticonformiste, seppur con uno stile sempre immediato e semplice che a tratti diventa minimale, ma non perde un grammo della sua forza suggestiva. Come esempio tra i tanti vi riporto un breve estratto della scena in cui Billy, fatto prigioniero dai tedeschi, è rinchiuso sul treno che lo porterà in un campo di sterminio:

«Per le guardie che là fuori andavano su e giù, ogni vagone divenne un singolo organismo che mangiava e beveva ed evacuava attraverso le prese d'aria.»

Molto particolari sono anche le continue ripetizioni che creano dei collegamenti tra le diverse linee temporali, sia a livello emozionale che sensoriale: quando Billy è catturato dai tedeschi e portato dal Lussemburgo in Germania abbiamo questa descrizione,

«C'era un mucchio di cose da vedere: denti di drago, macchine letali, cadaveri coi piedi nudi blu e avorio.»

che si riverbera molte volte, come durante la notte delle nozze di sua figlia Barbara.

«Billy scese dal letto nella luce lunare. Si sentiva spettrale e luminoso, [...]. Si guardò i piedi nudi. Erano blu e avorio.»

È d'obbligo far presente anche che, pur essendo limitato e grosso modo di contorno, il cast vede la presenza di alcuni volti noti, almeno per coloro che hanno già affrontato la bibliografia di Vonnegut, come il veterano Eliot Rosewater da "Perle ai porci" e lo scrittore di fantascienza Kilgore Trout da "La colazione dei campioni". Il riferimento che ho più apprezzato è però la comparsa di Howard W. Campbell junior,

«[...] lo aveva scritto un ex americano che aveva fatto carriera nel ministero della Propaganda tedesco. Si chiamava Howard W. Campbell junior.»

che, oltre ad essere il protagonista di "Madre notte", sarebbe un eccellente seguace del fatalismo tralfamadoriano.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    25 Mag, 2020
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In cui le donne si salvano da sé

"I tre moschettieri" è uno dei primi esempi di feuilleton, ossia di quello che da questo lato delle Alpi è conosciuto come il romanzo d'appendice; si tratta di storie caratterizzate da un netta contrapposizione tra buoni e cattivi, pubblicate ad episodi su alcuni quotidiani, anziché in un unico volume. Questo aspetto fa sì che la vicenda non risulti del tutto omogenea, ma si percepisca la volontà dell'autore di raccontare diverse avventure, collegate dalla presenta degli stessi personaggi che di volta in volta si trovano a dover svolgere una nuova missione o affrontare un determinato antagonista.
In piena corrente letteraria romantica, Dumas scrive una storia contenente molti dei capisaldi del filone, come la marcata nostalgia nei confronti del mondo cavalleresco medioevale

«"Sfortunatamente non siamo più ai tempi del grande imperatore [Carlomagno, NdR]. Viviamo nel tempo di monsignor cardinale [...]."»

dove tutto si poteva risolvere con un onesto duello, o anche il leggero alone del misticismo che si palesa -ad esempio- nella scena in cui la regina Anna e il duca di Buckingham confessano di aver fatto lo stesso sogno. In questa ambientazione storica, seppur arricchita (o impoverita, a mio modesto parere) da diversi rumours dell'epoca ai quali Dumas da ciecamente credito,

«"Sì, il signor cardinale, a quanto sembra, la perseguita e la tormenta [la regina Anna] più che mai. Non può perdonarle la storia della sarabanda. Sapete la storia della sarabanda?"»

comincia la storia dell'aspirante moschettiere D'Artagnan, giovane guascone che negli anni Venti del Seicento lascia la casa paterna per raggiungere Parigi ed inseguire il suo sogno; fin dalle prime pagine vediamo delinearsi il suo rapporto di amicizia con i tre moschettieri del titolo, così come l'antagonismo marcato con il "misterioso" uomo di Meung e Milady.
Per presentare il suo romanzo, Dumas sfrutta un escamotage caro -tra gli altri- a Hawthorne ne "La lettera scarlatta", fingendo di aver ritrovato una sorta di memoriale del nostro D'Artagnan. Purtroppo l'incredulità del lettore rimane sospesa decisamente per poco, dal momento che parecchie scene non possono proprio essere descritte dal punto di vista del protagonista, e neppure raccontate a lui da terzi.
Un problema che affligge la ricchissima trama è il voler proseguire in una determinata direzione a prescindere da tutto: ciò va spesso a sacrificare il realismo del romanzo, sia in termini di balzi temporali e spaziali inspiegabili sia di personaggi stravolti nella loro caratterizzazione. Ed è un peccato, visto che proprio i personaggi sono uno degli aspetti più rilevanti e positivi del titolo.
Ho apprezzato l'evoluzione genuina del rapporto tra D'Artagnan e i moschettieri, come pure con i loro valletti, seppur in un primo momento si abbia una sensazione di forzatura. In particolare la relazione con il fido Planquet risulta bilanciata e molto divertente.

«"Hai paura, Planquet?"
"No, soltanto faccio osservare al signore che la notte sarà freddissima, che il freddo dà i reumatismi, e che un valletto reumatizzato diventa un buono a nulla [...]."»

Si nota anche come Dumas non dipinga i suoi eroi come perfetti: pur essendo dalla parte del "bene", ci vengono spesso rimarcati i lati peggiori dei loro caratteri, come la strafottenza nel caso di Buckingham:

«Così, sicuro di se stesso, convinto del suo potere, certo che le leggi che reggono il comune degli uomini non potevano valere per lui, egli andava diritto allo scopo che si era prefisso, [...].»

La mia preferenza va però agli antagonisti, per la loro maggior sfaccettatura, con la sola eccezione del conte di Rochefort. Il cardinale si dimostra estremamente abile nell'influenzare l'opinione altrui, soprattutto quando si tratta di convincere re Luigi XIII della propria ritrosia nel fare ciò che si era ripromesso fin dal primo momento:

«"Veramente", disse il cardinale "per quanto mi ripugni fermare il pensiero sopra un tradimento simile, la Maestà Vostra mi ci fa pensare [...]."»

E cosa dire di Milady? non mi aspettavo avrebbe ottenuto così tanto spazio nella narrazione, diventando quasi una seconda protagonista. Ho ammirato moltissimo la sua determinazione ed il suo coraggio,

«"Il mio Dio", disse. "Fanatico insensato che sei. Sono io stessa il mio Dio, io e colui che mi aiuterà a vendicarmi."»

che mi hanno ricordato la mia adorata Magdalen da "Senza nome" di Wilkie Collins, soltanto con degli obiettivi meno condivisibili.
Lo stile di Dumas è generalmente semplice e godibile, in larga parte per merito dell'umorismo che permea l'intera storia con le sue battute pungenti,

«Planchet, due ore prima, era venuto a chieder da mangiare al suo padrone, il quale gli aveva risposto col proverbio: "Chi dome pranza". E Planquet pranzava dormendo.
Un uomo entrò, d'aspetto sempliciotto e che sembrava un borghese. Planchet avrebbe sì voluto sentire la conversazione, che sarebbe stata come la frutta del suo pranzo,[...].»

volte in alcuni casi a criticare la società, sia essa accostata al potere temporale del sovrano o a quello (per nulla) spirituale della Chiesa.
Aspetto meno gradevole è la netta separazione tra narrazione e dialoghi, che quasi sempre sono dei blocchi continui privi di indicazioni sui personaggi o l'intonazione; credo che questo potrebbe essere collegato all'attività di Dumas come drammaturgo, ma ciò non toglie sia fastidioso e crei confusione.
Ciò che più mi ha deluso è però l'edizione della Rizzoli, casa editrice generalmente valida per quanto riguarda le sue edizioni dei classici; in questo caso mi sono trovata con un volume privo di revisione -lo si nota per i tantissimi errori di battitura come segni grafici assenti o parole storpiate- e con una traduzione decisamente aggiornabile, specie quando il povero Patrick, uomo di fiducia di Buckingham, viene italianizzato senza alcun motivo

«"Chi devo annunciare a milord?", domandò PATRIZIO.[...]»

seppur per una sola volta. E pensare che avevo snobbato la mia vecchia edizione Newton Compton e comprato questa nuova di proposito!


NB: Libro letto nell'edizione Rizzoli BUR

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    20 Mag, 2020
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È confermato: i titolo sono random

"Blood of the Prophet" è il secondo capitolo della trilogia fantasy Il quarto elemento, scritta da Kat Ross ed ambientata nell'antica Persia, tra figure storiche come Alessandro Magno e creature soprannaturali come i dæva.
La trama di questo libro è abbastanza limitata, perché si focalizza soprattutto sulla missione dei protagonisti (nonché del negromante Balthazar) per trovare il Profeta, da secoli ormai prigioniero dei magi a Karnopolis -la capitale d'inverno- mentre l'intero impero lo crede morto e lo venera come un santo. Il ritmo è parecchio lento senza però risultare fastidioso, almeno fino alla parte conclusiva del volume in cui ci ha invece una brusca accelerazione che cerca di chiudere la maggior parte delle vicende in poche pagine; la differenza è davvero netta e crea un senso di smarrimento nel lettore, fino a quel punto cullato da una narrazione più descrittiva.
I personaggi si riconfermano l'aspetto migliore di questa serie, e ho molto apprezzato la scelta di seguire da vicino anche i POV degli antagonisti Araxa e Balthazar (seppur in terza persona), dei quali tra l'altro ho adorato il confronto diretto in cui ognuno riconosce la crudeltà dell'altro. In generale trovo ben strutturate e credibili tutte le relazioni interpersonali in questa trilogia, e confermo la mia approvazione per la scelta dell'autrice di sfruttare i suoi personaggi senza remore o con il timore di sconvolgere i lettori.
Molta cura è stata riservata anche all'ambientazione, che si fa sempre più ricca e dettagliata; a mio parere, con un mondo tanto complesso a disposizione l'autrice poteva ambire a scrivere delle storie più lunghe e dense di avvenimenti. Per restare in tema, un plauso alla Dunwich per aver inserito un glossario dettagliato a fine volume: con tanti luoghi e creature, spesso ci si può sentire effettivamente persi.

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Romanzi storici
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    15 Mag, 2020
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Poco Cesare in un libro su Cesare

"Il nemico di Cesare" di Andrea Frediani è il secondo capitolo nella trilogia Dictator, incentrata sull'ascesa al potere di Giulio Cesare, anche se questo volume in particolare non concede troppo spazio al conquistatore romano, preferendo focalizzarsi sulle storyline dei personaggi secondari e -in alcuni casi- fittizi.
La trama segue i primi anni della guerra civile, che vede combattersi principalmente Cesare e Pompeo sui territori dell'Italia e della penisola balcanica, mentre i loro alleati si fronteggiavano nelle altre regioni conquistate da Roma. La descrizione delle scene di battaglia rimane l'unico aspetto positivo di questa serie, assieme alla fedeltà storica agli eventi; purtroppo questi due elementi non bastano certo per creare un romanzo soddisfacente.
Come anticipato, nel romanzo viene dato ben poco spazio ai POV di Cesare, come pure a quelli di Labieno (che dovrebbe essere il coprotagonista, basandosi sui titoli dei libri) e di Servilia, anche se in quest'ultimo caso trovo sia stata una scelta corretta. Lasciando da parte le battaglie, il grosso del volume si concentra su Quinto, Veleda e Ortwin, ossia uno dei triangoli amorosi più disturbanti di sempre; a onor del vero anche Aulo Irzio ottiene un po' di spazio a metà volume, ma le ripercussioni per il suo personaggio sono praticamente nulle nei capitoli successivi, quindi non capisco a cosa sia servito seguire il suo POV.
Mentre Ortwin ancora si dimostra un personaggio grosso modo apprezzabile, Quinto qui diventa ancora più detestabile: leggere i suoi pensieri è disgustoso e trovo assurdo come l'autore -per essere fedele alla figura storica- gli permetta sempre di cavarsela. Per Veleda volevo sinceramente provare simpatia, ma rispetto a "L'ombra di Cesare" sfodera una presunta determinazione che sfocia però nella totale stupidità e non si riesce proprio a giustificare le sue azioni.
Lo stile è un'altra nota dolente: sono presenti molte espressioni colloquiali come "D'accordo,... Del resto,... Ad ogni modo,..." inserite come fossero pensieri dei personaggi nella narrazione in terza persona; un altro aspetto migliorabile riguarda i dialoghi, che spesso risultano artificiosi e zeppi di infodump. Inoltre, tutti parlano con lo stesso tono e lessico a prescindere dallo status sociale o dal grado di istruzione, e ci sono termini come bluff o raid che stonano nettamente con l'ambientazione perché acquisiti dall'inglese ed entrati nel lessico italiano solo negli ultimi decenni.

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Narrativa per ragazzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    11 Mag, 2020
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Di tutto, ma poco

"The Rest of Us Just Live Here" è un romanzo di formazione che prende di mira gli stereotipi del genere hurban fantasy mettendo al centro della narrazione i personaggi che solitamente si trovano sullo sfondo, mentre gli eroi (qui chiamati genericamente "indie kids") sono impegnati a salvare il mondo da minacce aliene e soprannaturali.

«He doesn't see us-the indie kids never really see us, not even when we're sitting next to them in class [...].»

La trama segue le ultime settimane di liceo per quattro amici, mentre la sottotrama fantasy ci narra dell'invasione ad opera dei malvagi Immortals; a differenza di ciò che mi sarei aspettata, le vite dei protagonisti si trovano spesso influenzate dall'altra storyline, dimostrando come spesso nelle storie fantastiche (siano essere raccontate nei libri o mostrate nei film e nelle serie TV) si tenda a dimenticare le morti o gli incidenti collaterali alle persone comuni.
Voce narrante della storia è il diciassettenne Michael "Mike" Mitchell, affetto da una forte ansia che sfocia in comportamenti ossessivi compulsivi: si trova bloccato in loop insensati a causa della tensione causata dalla prospettiva di dover lasciare ciò che conosce in termini di persone e luoghi per cominciare il percorso universitario. Sono rimasta positivamente colpita dal modo in cui la sua condizione viene affrontata, sia da lui che chiede aiuto agli amici e alla famiglia,

«"I know", I say. "I've been getting stuck in these kind of...loops lately and it's getting harder and harder to get out of them."
"Even when it's hurting you?"
"Even when I know it's stupid. [...] actually makes it worse."»

sia dalla madre che subito decide di mandarlo da un professionista fidato, sia dal medico che affianca alla terapia dei medicinali. Allo stesso modo, il disturbo alimentare della sorella "Melinda" Mel non viene trattato in modo superficiale, e risulta molto positivo per il target di riferimento come lei cerchi il supporto del fratello anziché nascondergli il problema.
Uno degli aspetti più positivo del romanzo è dato proprio dal modo diretto con cui vengono rappresentate molte minoranze e diversità, normalizzandole in modo educativo:

«Funny how you can forget that every family isn't like yours.»

Oltre ai due fratelli abbiamo Jared -ebreo e dichiaratamente gay- che vive solo con il padre, ed Henna -metà finlandese e metà afroamericana- impegnata a superare il lutto per la "scomparsa" del fratello. Nel complesso il gruppo dei protagonisti è davvero gradevole: mostrano un'ottima affinità tra loro e la comprensione reciproca gli permette di affrontare tutte le problematiche al meglio, anche nell'ottica del difficile mondo scolastico statunitense che viene spesso deriso da Mike.

«We're all college prep, so most of the hard work had to be done early enough to prove to colleges we'd be worth indebting ourselves forever to them.»

L'ironia del narratore riesce ad arricchire una narrazione altrimenti davvero piatta a livello stilistico, dal momento che le descrizione dei luoghi sono del tutto assenti e quelle dei personaggi abbastanza scarne; il sarcasmo con cui Mike si prende gioco di molte situazione paradossali, come la superficialità delle istituzioni religiose,

«There's a bunch of huge churches clustered together, trying to blend in with all the family-themed restaurants, because salvation is as easy as chicken wings, I guess.»

strappa un sorriso ed invita il giovane (in teoria) lettore a farsi qualche domanda sulla società in cui vive. Il senso dell'umorismo dell'autore si palesa anche nei brevi paragrafi a inizio capitolo in cui si riassumono in poche parole gli eventi riguardanti gli indie kids e la loro missione; Ness ne approfitta anche per deridere i molti cliché del genere hurban fantasy in particolare, e di gran parte della narrativa per ragazzi degli ultimi anni in generale:

«[...] then he tells her she's beautiful in her own special way and that's when she knows she can trust him; [...]»

Questo romanzo viene in parte sminuito da un finale molto conveniente, che chiude in modo affrettato le diverse sottotrame; positivo invece che si lasci aperta la vicenda principale, dal momento che riguarda le vite stesse dei protagonisti. Un altro elemento fastidioso è il tentativo di questi ultimi di fermare gli Immortals, seppur in modo blando, perché il lettore è portato a considerare poco quell'aspetto della storia e si confonde su a chi spetti combattere gli invasori.
Un aspetto non troppo negato a mio avviso, ma sicuramente da bocciare per chi ama stupirsi mentre legge un romanzo è l'eccessiva anticipazione degli eventi data dalla sovrapposizione tra la storia di Mike e amici e quella degli indie kids. Personalmente trovo ben più discutibile l'eccessivo numero di tematiche che l'autore inserisce nel testo, con il risultato che la maggior parte vengono affrontate solo in modo molto superficiale, come l'alcolismo nel caso del padre di Mel e Mike o lo stress nei bambini che, come la piccola Meredith, si trovano con un gran numero di impegni e attività extrascolastiche a causa delle ambizioni esagerate dei genitori.


NB: Libro letto in lingua originale

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Romanzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    05 Mag, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Recensione gentilmente offerta dalla casa

Dopo aver quasi plagiato "Notre-Dame de Paris" in "Chocolat", la cara Joanne Harris ci delizia ancora con le avventure di Vianne Rocher nel seguito "Le scarpe rosse" che va invece a scomodare il povero Stendhal, soprattutto per la presenza del più inutile e tedioso triangolo amoroso degli ultimi anni.
La storia si sposta per l'occasione in un quartiere alla periferia di Parigi, luogo molto influenzato dalla quotidianità moderna e quindi quanto mai inadatto per un romanzo di realismo magico; sono passati quattro anni e Vianne, dopo aver cambiato identità, tiene un profilo il più possibile discreto ed ha rinunciato alle vecchie magie. A sconvolgere la sua precaria tranquillità è Zozie de l'Alba, un'altra strega decisamente più estroversa e ambiziosa che si insinuerà pian piano nella vita sua, delle figlie e della piccola cerchia di clienti ed amici.
A differenza del primo volume, qui seguiamo anche il POV di Anouk (per l'occasione ribattezzata Annie), oltre a quelli di Vianne e Zozie, e in tutti e tre i casi i personaggi tengono un registro narrativo a dir poco creativo, alternando momenti in cui sembrano scrivere un diario, altri in cui si rivolgono direttamente al lettore ed altri ancora in cui parlano tra di loro. Nella parte di Anouk l'autrice tenta di immedesimarsi nella mentalità di una ragazzina, sfruttando unicamente degli stereotipi collaudati ed usando ogni due per tre la parola "okay", che secondo lei dovrebbe dare l'idea del lessico giovanile. Zozie sarebbe il personaggio più interessante, peccato che le sue motivazioni rimangano poco chiare e prive di credibilità fino alla fine. Vianne poi non capisco davvero come possa ambire al ruolo di protagonista, vista la sua inattività per buona parte del volume, senza dimenticare i suoi piagnistei per il sacrificio di dover sposare un uomo che non ama... senza pensare però alla crudeltà con cui sta ingannando lui!
In generale, la morale in questo romanzo è alquanto aleatoria; lo si vede nel rapimento di Vianne da bambina o nella sua decisione monolaterale di crescere da sola Rosette. Tutto questo contrasta direttamente con gli avvenimenti di "Chocolat", dove lei non sembrava per nulla innamorata di Roux, che anzi era evidentemente interessato a Josephine (tra l'altro, che fine ha fatto Josephine?).
Nemmeno l'edizione Garzanti ha migliorato la situazione: vista la presenza di molti termini e frasi francesi nel testo, a mio parere avrebbero dovuto includere delle note esplicative, perché così il volume non risulta del tutto comprensibile.

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Racconti
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    27 Aprile, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Involuzione della civiltà in 200 pagine

"Il Signore delle Mosche" è romanzo a tesi che rientra per molti aspetti nel genere della distopia classica, risultando idealmente vicino soprattutto a "La fattoria degli animali" di George Orwell con il quale condivide il passaggio dall'illusoria utopia, conseguenza di una situazione di improvvisa libertà (in un caso dal fattore Jones, nell'altro dagli adulti), alla violenta distruzione di ogni traccia di civiltà.
La trama, sfruttata da un moltitudine di romanzi successivi come "Battle Royale" di Koushun Takami o la trilogia The Hunger Games di Susanne Collins, ci porta su un'isola deserta dove -dopo un tragico incidente aereo- si trovano a naufragare un gruppo di ragazzini inglesi, senza alcun genitore o insegnante che possa vigilare su di loro. In un primo momento questa situazione sembra quasi idilliaca, con i bambini entusiasti di questo luogo incontaminato

«Accarezzò un momento il tronco di palma e, costretto alla fine a cedere alla realtà dell'isola, rise di nuovo di gioia e fece un'altra capriola.»

e dell'assenza di imposizioni esterne. Due ragazzi decidono di riunire gli altri usando una conchiglia, oggetto che diventerà ben presto simbolo della loro neonata società, tanto da perdere poi progressivamente colore con la scomparsa di limiti morali; infatti, inizialmente i protagonisti dimostrano un naturale ribrezzo nei confronti della violenza, com'è evidente nel loro primo incontro con uno dei maiali che popolano l'isola:

«Lo sapevano benissimo perché non l'aveva colpito: per quell'enormità del coltello che scendeva a immergersi nella carne viva, per quella cosa insopportabile, quel sangue.»

non passa però molto tempo perché la caccia diventi non solo accettata, ma anche vista come qualcosa di emozionante e più importante del fuoco per le segnalazioni o della cura dei piccoli.

«"Io ho continuato", disse Jack. "Li ho lasciati andare. Io dovevo continuare. Io..."
Cercava di far capire il bisogno che aveva d'inseguire e di uccidere, un bisogno irresistibile.»

La situazione si fa quindi via via più brutale, specialmente nel momento in cui i personaggi iniziano a considerare come vere delle paure irrazionali: ecco che un paracadutista precipitato nella notte diventa una bestia feroce da temere

«"Ma le leggi sono l'unica cosa che abbiamo!"
Ma Jack gli gridava contro, in piena rivolta.
"Chi se ne frega delle leggi! Noi siamo forti... siamo cacciatori! Se c'è una bestia, le daremo la caccia! [...]"»

o alla quale offrire sacrifici. Il ritorno ad un comportamento da primitivi fa sì che si perda anche il desiderio di essere salvati e lasciare l'isola, come capitava agli abitanti de "Il condominio" di J.G. Ballard, pur rendendosi conto del rischio concreto di poter morire lì.
Tutti i personaggi sono scritti con grande attenzione, anche quelli privi di nomi come i bambini più piccoli o l'ufficiale di marina, che si erge a giudice del comportamento dei ragazzi quando lui per primo ha un ruolo attivo in un mondo in guerra. Ovviamente tra i giovani naufraghi alcuni vengono caratterizzati maggiormente, come l'impetuoso Jack e il riflessivo Piggy ma soprattutto Ralph, dotato del carisma naturale del leader.

«[...] se qualcuno aveva dato prova di intelligenza era Piggy, mentre era ovvio che Jack aveva la stoffa del capo. Ma c'era qualcosa di eccezionale nella calma con cui Ralph sedeva immobile.»

I dialoghi sono il tallone d'Achille del romanzo, perché spesso risulta incomprensibile chi stia parlando e quale tono venga adottato, specie nelle scene in cui sono presenti molti personaggi; l'autore sembra non voler perdere tempo ad indicare le voci nelle conversazioni, come avesse troppa fretta di riportare ciò che viene detto.
Molto valide e suggestive sono invece le descrizioni dell'isola, e non solo; Golding non usa delle immagini troppo ricercate, puntando invece su in risultato immediato e più efficace: ecco come la luna calante si trasforma in un'unghia, il fulmine che brilla in cielo in una cicatrice e le fiamme in movimento da un ramo all'altro in uno scoiattolo salterino.
Il romanzo è ricco di simbolismi, concretizzati in diverse immagini evocative, ognuna con un significato da scoprire: la già menzionata conchiglia, il fuoco in cima alla montagna, la testa del maiale, la danza dei cacciatori. L'autore crea anche degli interessanti parallelismi, come nella scena in cui uno dei piccoli lancia della sabbia mentre poi vediamo Roger lanciare ben altro sull'inconsapevole Henry.

«Il braccio di Roger era condizionato da un civiltà che non sapeva nulla di lui ed era in rovina.»

Da notare anche come il solo a comprendere la realtà dietro le sciocche superstizioni sia Simon. Lui è l'unico a cercare di scoprire e poi comprendere la vera natura della bestia,

«[...] Simon si volse verso la povera figura spezzata che giaceva accanto a lui e ammorbava l'aria. La bestia era innocua e orribile: bisognava farlo sapere a tutti al più presto.»

ma al tempo stesso è il più folle di tutto il gruppo. La pazzia diventa quindi sinonimo di razionalità, mentre i sani hanno ceduto al loro lato bestiale.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    17 Aprile, 2020
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Teen drama con contorno d'insalata (russa)

"Shadow and Bone" -in Italia "Tenebre e Ghiaccio"- inizia la cosiddetta Grisha Trilogy, scritta da Leigh Bardugo; questa serie fantasy è ambientata in un mondo che ricorda molto la Russia zarista, con l'aggiunta di alcune creature fiabesche e dei maghi locali chiamati appunto Grisha.
La storia vede come protagonista l'apprendista cartografa Alina Starkov la quale, trovandosi in pericolo all'interno della Shadow Fold (una landa di oscurità che divide il regno ed è popolata dagli orribili volcra), scopre di poter sprigionare una luce magica che scaccia i mostri. La ragazza diventa così un faro di speranza per Ravka: con il suo potere sarebbe in grado di dissolvere la Fold e riunire una nazione distrutta da secoli di guerra. Seguiamo quindi Alina nel Little Palace, il luogo dove vengono addestrati i Grisha, e la vediamo alle prese con una vita più agiata, ma anche ricca di nuove difficoltà.
Complice la sua relativa anzianità (almeno nell'universo dei libri YA), questo volume pecca di banalità e propone dei personaggi molto stereotipati, che rendono noiosa la lettura della parte ambientata ad Os Alta; non mancano infatti le scene alla Cenerentola o la presenza di una queen bee del tutto inutile ai fini della trama. Per fortuna, nel finale l'autrice si riscatta sia per il ritmo narrativo sia per le interazioni tra i personaggi.
Tra questi ultimi ho apprezzato soltanto Mal -nella seconda parte della storia- e Genya, che ha dalla sua un passato molto interessante del quale vorrei leggere ancora. Il Darkling è tollerabile solo negli ultimi capitoli, anche se come antagonista ha una motivazione abbastanza banale, mentre Alina è insoffribile dall'inizio alla fine, oltre ad essere una grande ipocrita quando si tratta di giudicare i suoi nuovi "amici".
Come da YA che si rispetti, sono presenti dei comportamenti ingenui ed infantili in persone adulte (Marissa Meyer docet), un esempio su tutti gli ambasciatori dei regni nemici che si fanno condurre della Fold per vederne la distruzione: ma vi rendete conto che è l'unico motivo per cui avete un minimo vantaggio su Ravka, sì? Croce e delizia è invece la mancanza di info dump: sicuramente la fluidità della lettura ne guadagna, ma il lettore si trova spesso a dover intuire alcuni aspetti magici.
Nota a margine: solo io ho trovato divertente come l'autrice, in evidente difficoltà sul modo di chiudere i capitoli, ne concluda la metà con la protagonista che sviene o si addormenta?


NB: Libro letto in lingua originale

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Fantasy
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Aprile, 2020
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Femminismo: come NON parlarne

Ultimo capitolo della trilogia di Gemma Doyle scritta da Libba Bray, "La rivincita di Gemma" mi ha dato una conferma definitiva: se questo è davvero il meglio del new gothic, come indicato in quarta di copertina, evidentemente non si tratta del genere per me.
In questo romanzo, la storia riprendere pochi mesi dopo la conclusione di "Angeli ribelli", con una serie imbarazzante di info-dump e con la cara Gemma detentrice di tutta la magia dei regni; per cosa deciderà di usarla? io le avrei magari suggerito di ricordarsi della piccola Polly, "ospite" di un pedofilo, ma la nostra eroina decide di impiegare il suo illimitato potere per dar vita a stupidi inganni, come distrarre la madre di Felicity convincendola di aver visto una conoscente tra la folla.
Ma non c'è tempo da perdere (o meglio, non ci sarebbe, ma l'autrice se la prende alquanto comoda) perché oscure minacce incombono su Gemma da... praticamente, da tutte le parti! La Bray cerca in ogni modo di mettere ansia ai suoi lettori, con il risultato che la maggior parte degli antagonisti risultano alla fine ridicoli, almeno quanto gli eroi.
In generale il romanzo si mantiene in linea con i precedenti: pagine su pagine di scene inutili ai fini della trama, decine di temi importanti trattati con superficialità, una valanga di comparse dallo spessore della carta velina, uno stile urticante e buchi di trama -specialmente per quanto riguarda gli aspetti fantasy- grandi quanto voragini. A peggiorare il tutto abbiamo una retorica "femminista" troppo strombazzata e, nei fatti, mal sviluppata: dopo due libri in cui la protagonista viene molestata (romanticamente?) dal suo interesse amoroso, il massimo a cui arriva l'autrice è un ribaltamento dei ruoli, con lei che usa la magia per costringerlo a baciarla.
Cara Libba, se a compiere la violenza è una donna, non per questo l'atto perde di valore o può essere legittimato. E il femminismo è ben altro dal nominare un paio di suffragette al bar.


Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i dieci motivi per i quali sconsiglio questa serie.

1. GEMMA DOYLE
Al primo posto non poteva che esserci la protagonista di tale scempio. Gemma è abbastanza classica nella sua caratterizzazione: bella ma inconsapevole di esserlo (perché a tutti fanno schifo i capelli rossi naturali e gli occhi verdi, giusto?), piena di magici poteri che non vuole, appassionata di libri senza essere mai stata vista leggere una sola pagina, e -ovviamente- una vera drama queen, che trasforma in tragedia ogni inerzia:

«Muoio di mille morti insolite e crudeli quando cinquanta paia di occhi si posano su di me e mi valutano come un trofeo da esporre sopra il camino nell’abitazione di un gentiluomo.»

Il povero lettore si trova a dover sopportare pagine e pagine farcite dalle sue continue lamentele,

«Vengo assalita da una nuova paura: non riuscirò mai e poi mai a essere così bella. [...] Non c’è speranza. In realtà non ho niente di brutto; il problema è che non ho neppure niente di notevole.»

che non la rendono di certo più vicina al pubblico, ma solo più fastidiosa, dovendo affrontare l'intera serie unicamente dal suo punto di vista.
Forse nel tentativo di caratterizzarla un po' meglio, la Bray prova a darle dei tratti negativi; ed ecco che a tutti i problemi sopra elencati si aggiunge il suo essere una totale ipocrita, tanto da dover avvisare nelle rare occasioni in cui non sta mentendo. Ad esempio, la vediamo compatire continuamente Ann, ma quando ne ha l'occasione non esita a deriderla a sua volta, come le compagne di scuola che tanto detesta,

«Le altre ragazze non si stancano mai di tormentarla, e lei cammina a testa bassa, sopportando la loro crudeltà. [...] Ann ci raggiunge ansimando e sbuffando. Scivola e cade indecorosamente in una nuvola bianca lanciando un gridolino. Io e Felicity ridiamo spietate.»

Gemma si comporta poi come se le sue azioni fossero sempre giuste, senza mai fermarsi ad elaborare dei piani seri o a riflettere sulle possibili conseguenze,

«Metterò a posto le cose nei regni e nelle Terre d’Inverno e poi... e poi? Mi preoccuperò un’altra volta del poi.»

Insomma, una protagonista con la quale è difficile empatizzare e che porta lo sventurato lettore ad alzare gli occhi al cielo più volte di quante si possano contare.

2. LA SPENCE ACADEMY FOR YOUNG LADIES
E qui già siamo nella fantascienza, ancor prima di arrivare agli elementi fantasy. Questo collegio dovrebbe essere il luogo ideale dove crescere giovani ragazze di buona famiglia, addirittura esponenti della nobiltà britannica, ma nella pratica vediamo un luogo che, con il proseguire della serie, diventa sempre più una caricatura di se stesso.
Fin dal primo libro vediamo la (teoricamente) austera preside acconsentire a materie ed attività poco consone con l'ambientazione storica; nel terzo volume non si nominano quasi le lezioni che le protagoniste seguono e l'edificio sembra più un dormitorio o un punto di ritrovo per i momenti di calma della trama.
E cosa dire delle molte incoerenze? Già la presenza di Ann in questa scuola è inspiegabile (cosa c'entra tutto ciò col diventare una governante?), ma cosa dire poi dei lavori di ristrutturazione cominciati a metà anno e che interferiscono continuamente con l'attività scolastica? perché, ovviamente, se qualcuno discute nel cantiere l'intero collegio deve accorrere per assistere alla scenetta.
Ne approfitto per citare qui una grave mancanza di questi libri: le mappe! E non parlo di mappe inserite nei volumi stampati per i lettori, ma di una mappa che l'autrice avrebbe dovuto disegnare per se stessa mentre stava scrivendo questi libri.
Il problema si ripropone anche per i regni e in parte la città di Londra, ma diventa palese nelle parti ambientate alla Spence: prima viene detto che l'edificio è circondato da possenti mura, poi chiunque entra senza difficoltà; alcune volte vediamo persone arrivare in carrozza dalla stazione, in altre scene sembra che questa sia solo qualche metro fuori dalla porta; per arrivare al cimitero si possono impiegare pochi minuti o interi capitoli, a seconda di cosa conviene alla narrazione.
Un appello che vale per tutti gli scrittori: disegnate una mappa, e rimanetele fedele!

3. RAKSHANA
In realtà vorrei parlare un po' di tutti gli antagonisti, ma per semplicità ci concentreremo soltanto sul Rakshana, ossia i leali custodi dell'Ordine che -per ragioni di trama- diventano una versione fantasy della massoneria.
La loro storia è poco chiara, ma ancor più confuso è il loro modo di ragionare:

«"Dovevi tenerla d’occhio e riferire a noi. Tutto qui. Era una missione troppo difficile per te, novizio?" [...] "Quella ragazza è più pericolosa di quanto lei stessa sappia. E rappresenta una minaccia più di quanto tu pensi, ragazzo. Ha il potenziale per distruggerci tutti."»

E contro una che può distruggervi tutti mandi un novizio? e hai pure il coraggio di spacciarla per una missione facile?
L'aspetto più esilarante degli antagonisti è dato però dal contrasto tra il modo oscuro e pericoloso con cui vengono inizialmente presentati e il comportamento che poi dimostrano. Il Rakshana per due libri trama nell'ombra per danneggiare Gemma, senza fare mai nulla in concreto; quando finalmente agisce, rapendo Tom, la loro fulminea sconfitta li rende davvero ridicoli.

4. SISTEMA MAGICO
In questa trilogia tutto è spiegato male e sembra inadatto al contesto ed alle relazioni; più di tutto, il sistema magico risente di questa situazione. Con la scusa che neanche Gemma capisce bene il funzionamento della magia, il lettore si trova in una storia piena di elementi fantastici dei quali sa poco o niente.
Non so neppure da dove cominciare perché tanto gli "incantesimi" quanto le creature soprannaturali non agiscono seguendo una logica interna al loro mondo, ma unicamente in modo da rendersi utili al proseguimento della trama.
Un esempio: ci viene detto che l'Ordine è il solo ad aver posseduto la magia nei regni,

«Per tenere al sicuro la magia, l’Ordine la sigillò in un cerchio di rune.»

quindi come si può spiegare quanto fanno Mary e Circe?

«Quella notte, mia madre e la sua migliore amica offrirono un sacrificio, una piccola zingara, alle creature delle Terre d’Inverno in cambio del potere.»

se loro facevano già parte del gruppo detentore del potere, cosa potevano offrire loro le creature delle Terre d'Inverno? E non osate rispondermi nominando l'Albero perché prima dell'imprigionamento di Eugenia quello non aveva alcun potere da elargire.

5. CONTRADDIZIONI
Ne abbiamo già parlato nei punti precedenti, ma il problema è così diffuso che non posso chiudere gli occhi (e poi devo arrivare a dieci punti!). Qualche esempio è d'obbligo; già dalle descrizioni si nota una certa confusione:

«È difficile distinguere che cosa sia alla fioca luce del tramonto. La luna inonda il tetto, illuminando scorsi e brandelli [...].»

Quindi siamo al tramonto, ma già la luce lunare inonda il tetto... ceeerto.
Parliamo ancora di condizioni atmosferiche con queste due frasi, divise da solo due righe di testo:

«Le patate sono fredde e insipide ma le mangio lo stesso, come se non avessi sentimenti che possano essere feriti e lo sghignazzare delle altre ragazze non fosse altro che lo scrosciare della PIOGGIA. [...] Ha NEVICATO per tutta la mattina.»

Si raggiunge poi il vero e proprio nonsense. In una scena una ragazzina dice di aver visto i folletti e, quando le viene chiesto di descriverli, afferma che:

«"Li ho visti, erano cavalieri con i mantelli neri. I loro poveri cavalli erano così infreddoliti e pallidi. [...] avevo troppa paura".»

A qualcuno questa sembra la descrizione di un simpatico folletto? Direi che siamo più vicini ad un cupo mietitore, se proprio vogliamo trovare un'analogia.

6. STILE
Lo stile della Bray non mi ha aiutato a digerire meglio questi libri, specie perché anche questo è (indovinate un po'...) confuso! Lo si nota nei cambi di ambientazione che si svolgono nello stesso paragrafo, creando un inutile caos.
Nelle descrizioni si toccano le vette più alte della semplice bruttezza narrativa. Due esempi per i palati più ricercati, che non voglio nemmeno commentare:

«Nei muri si aprono variopinte vetrate istoriate con annunci di Dio, scene pastorali di angeli indaffarati nelle solite occupazioni angeliche come apparire ai pastori, annunciare loro liete novelle, accarezzare pecore, cullare neonati.»

«Ci osserva con un’espressione curiosa, come se fossimo due finestre sul passato. Due spettri.»

Ci sono anche alcuni passaggi in cui l'autrice allunga ulteriormente un brodo già annacquato con delle descrizioni inutili.

«Brigid infila l’ago nel tessuto e lo estrae dal lato opposto.»

Quindi sta semplicemente cucendo, giusto?
Abbiamo anche due righe sprecate per spiegare lo svolgersi di una normale giornata:

«Ben presto il mattino scivolerà nel pomeriggio, verrà il tramonto. E poi la notte.»

D'altro canto, lo stile non poteva essere troppo ricercato, o non si sarebbe abbinato alla storia ed ai personaggi.

7. TEMATICHE
Nella serie vengono trattate un gran numero di tematiche, a mio parere decisamente troppe se consideriamo che ci deve essere lo spazio per l'avanzamento della trama (buono) e lo sviluppo dei personaggi (meno buono).
La Bray affronta violenza, suicidio, pedofilia, autolesionismo e dipendenza. Tutto ciò mi pare un po' eccessivo per una serie pensata per intrattenere. Ma non ci sarebbe in fondo nulla di male se almeno l'autrice parlasse di questi problemi con buon senso, mentre la leggerezza regna sovrana e alcuni temi sono giusto accennati.
Avrei di gran lunga preferito che ci si focalizzasse su un solo aspetto e, almeno quello, avesse il giusto spazio.

8. VIOLENZA E "MASCOLINITÀ"
Qui posso finalmente parlare del caro Kartik, l'interesse amoroso della nostra Gemma che già dal primo libro dimostra con queste azioni quanto sia adatto per il ruolo:

«Rapido come una saetta, mi blocca contro il muro e mi preme un braccio contro la gola. [...] La pressione del suo braccio mi stordisce.»

Per merito di questo personaggio veniamo deliziati anche da una combo interessate: aggressione violenta e stalking angosciante,

«Mi avvicino alla tenda e lui mi afferra per un polso.
"Non farlo mai più", mi ammonisce, spingendomi dentro la tenda, per poi incamminarsi verso la foresta e tornare a essere gli occhi della notte, sempre vigili su di me.»

In generale gli uomini vengono descritti in modo parecchio stereotipato, calcando la mano sulla loro mascolinità; ad esempio, Kartik pensa:

«Quando mi resi conto che mi sarebbe stata risparmiata la vita, mi vergogno a dire che fui sul punto di piangere dal sollievo.»

La Bray dimentica che un momento di debolezza non ti rende meno uomo.
Di norma non sono contraria alla violenza nei libri, se ben contestualizzata; il problema qui è presente dal momento che viene vista in chiave romantica! In "Angeli ribelli", Gemma fantastica per ben due pagine sulla possibilità di essere aggredita da Kartik,

«Forse cercherà di cogliermi di sorpresa? Scivolerà alle mie spalle e mi circonderà la vita con lei sue forti braccia? [...] Magari cadremmo a terra e lui mi bloccherebbe con il suo peso, le sue braccia a tenere ferme le mie braccia, le sue gambe sopra le mie. Sarei sua prigioniera, non potrei muovermi, il suo viso così vicino al mio che potrei sentire la dolcezza del suo respiro e avvertire il suo calore sulle labbra...»

Le altre protagoniste non sono comunque da meno, tanto che le vediamo a più riprese entusiaste all'idea di una violenza,

«"Oppure un maniaco sessuale che va a caccia di giovani prede". Felicity agita le sopracciglia. Pippi strilla fingendosi raccapricciata, ma in realtà l’idea la intriga.»

«”Ti ha fatto una proposta sconcia, Ann.”
“A me?”, domanda Ann sgranando gli occhi. Un sorriso fulmineo le illumina il viso. “È meraviglioso!”»

A mio avviso queste frasi si commentano da sole. E se pensate che questi comportamenti denotino il femminismo della storia (la donna libera di desiderare... un'aggressione?), passate al prossimo punto.

9. (FINTO) FEMMINISMO
La pretesa femminista di questa serie si scontra fin da subito con i ragionamenti della protagonista (ossia la voce narrante), che non perde occasione per sminuire le donne vicine a lei,

«Ce ne sono altre tre che si assomigliano un po’: hanno un bel portamento, nasi aristocratici, e tra i capelli pettini o spilloni costosi che le distinguono e sottolineano lo status di ciascuna.»

Pur essendo il personaggio meglio riuscito, Felicity in questo aspetto si dimostra una pessima dispensatrice di riflessioni,

«"Non sanno resistere alle tentazioni. E noi siamo le loro tentatrici"»

E se dalla tentazione passiamo alla violenza vera e propria,

«"Ann, credo che Felicity ci abbia appena offeso", dico [...] "Vuoi dire che non siamo abbastanza carine da essere importunate?".»

l'autrice dovrebbe ricordasi che, purtroppo, l'aspetto fisico non mette al sicuro da una potenziale aggressione. Reputo questa frase a dir poco disgustosa.
La Bray toppa in generale su quello che è lo spirito del femminismo,

«"Provi a immaginare un mondo -questi regni- dove governano le donne, dove una ragazza può avere tutto ciò che desidera".»

non un mondo dominato dalle donne (come credono a torto i più strenui maschilisti), ma una comunità in cui tutti sono trattati allo stesso modo.

10. TRADUZIONE
E per ultima, una chicca dell'edizione italiana che, mi pare scontato dirlo, gronda refusi assortiti.
Ciò che più mi ha infastidito sono stati i frequenti cambi dal tu, al Lei, al Voi. Potrei portarvi un gran numero di esempi, ma mi limiterò ad uno che ritengo emblematico di questo problema. Abbiamo un dialogo tra la nostra Gemma e Brigid, la governante della Spence, che pronuncia queste battute:

«"Non AVVICINANTEVI mai così di nascosto alla vecchia Brigid"»
«"Non RIVELERÀ la storia del latte, vero?"»
«"La prima volta che TI VIDI in gramaglie, TI TROVAI molto bizzarra."»
«"Ora sarà meglio CHE RITORNI dalle altre, prima che qualcuno si accorga della SUA assenza.»

passa in pratica dal Voi, al Lei, al tu e poi nuovamente al Lei. Questo meno di due pagine di testo!
Ci sono anche dei buffi regionalismi: CIUCCIA al posto di UBRIACATURA o SCIUPAFEMMINE, utilizzato nel dialetto napoletano.
Se poi gli errori sono presenti nelle scene di tensione, queste vengono ovviamente rovinate,

«Un gufo ULULA. Strano. Ultimamente non ci sono stati molti gufi.»

e anziché un brivido per il bubbolio notturno, mi scappa una gran risata per questo gufo decisamente confuso sul suo verso.

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La fiera delle ovvietà

"Alla corte dei Borgia" è un romanzo storico ambientato nel centro del periodo rinascimentale, in particolare tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio. La trama segue la vita di Sancia d'Aragona, figlia illegittima di Alfonso II, dall'infanzia fino alla vita adulta.
Nella prima parte vediamo la giovane Sancia crescere alla corte di Napoli, divisa tra la genuina bontà del fratello minore Alfonso e la crudeltà dimostrata dal padre e dal nonno. La famiglia Borgia tanto sbandierata nel titolo non fa la sua comparsa se non ad un terzo del volume; o meglio, i membri più noti come Lucrezia e Cesare non si vedono nelle prime duecento pagine, ossia quando Sancia è costretta a trasferirsi a Roma con il marito Goffredo, figlio di papa Alessandro VI. A contatto con i Borgia, Sancia diventa più risoluta ed avvezza ad inganni e tradimenti di ogni sorta, in un luogo dove pullulano spie e sicari.
Sulla trama non ho particolari obbiezioni perché alla fine deve seguire gli eventi storici, anche se l'autrice da come dati di fatto parecchi pettegolezzi dell'epoca. Tutto un altro paio di maniche sono i personaggi che, quando non scompaiono tra una pagina e l'altra (qualcuno ha più visto il principe Djem il Turco?), peccano di una caratterizzazione sufficientemente solida: il risultato è l'incapacità del lettore di affezionarsi a loro.
Sulle relazioni interpersonali potrei spendere pagine e pagine, perché si creano e poggiano letteralmente sul nulla, tanto che abbiamo non uno ma ben due casi di insta-love!

«Non lo volevo, non lo avevo cercato e tuttavia stava accadendo, e io ero completamente alla sua mercé. E non sapevo nulla dell'uomo che mi aveva appena rubato l'anima.»

E proprio su queste "granitiche" basi poggia il rapporto principale del romanzo, ossia quello tra Sancia e Cesare Borgia, una delle storie d'amore (immaginate una sfilza di virgolette sarcastiche) più malate della letteratura contemporanea.
Già dall'inizio -quando il lettore dovrebbe vedere in Cesare un uomo da amare- lui le fornisce delle chiare indicazioni su come comportarsi; ad esempio, per evitare le attenzioni di Alessandro le consiglia

«[...] di vestirmi e di comportarmi in modo pudico quando ero nelle sue vicinanze e soprattutto di tenermi alla larga non appena mi accorgevo che Alessandro stava cominciando ad essere ubriaco.»

Ma la parte peggiore arriva quando lei capisce la sua natura omicida, frutto dell'ambizione e delle mire di conquista, eppure non smette di amarlo tirando in ballo dei sentimenti più forti della realtà oggettiva. Arriva perfino a volergli fornire delle prove dello stupro subito da parte di Giovanni (tra l'altro, inutile ai fini della storia), e questo delirio continua anche quando, più avanti, si trova a temere per la sua stessa incolumità:

«La mia vita era in pericolo; un passo falso e l'uomo che mi amava poteva con altrettanta facilità dispiacersi di me e uccidermi.»

Nella parte finale si arriva all'estremo con questa relazione: dopo aver rifiutato più volte di sposarlo, Sancia viene a sapere che durante le sue battaglie Cesare si diletta a stuprare le nobildonne delle terre conquistate e, quando le viene riferito delle sevizie sofferte da Caterina Sforza, Sancia afferma che,

«Provavo un indicibile disprezzo nei confronti di Cesare, ma anche collera verso me stessa poiché ancora sentivo delle fitte di gelosia.»

Se sei tanto gelosa di questo adorabile cavaliere perché non te lo sposi? magari non tediando più noi poveri lettori!
Con il resto del cast le cose non vanno meglio: passa dall'odio al fidarsi ciecamente degli altri personaggi. Il caso più inverosimile è l'amicizia con Lucrezia che si rinnova nonostante i reciproci sotterfugi e senza che ci sia mai un chiarimento genuino tra le due donne; è un vero peccato perché si poteva incentrare il romanzo proprio sulla solidarietà tra loro due.
Anche superando cotanto squallore, lo sviluppo della storia è penalizzato dalla sua estrema prevedibilità. Da un lato abbiamo la stessa protagonista che termina i capitoli lasciando intendere quello che succederà dopo,

«Credevo di essere riuscita finalmente a liberarmi dalla crudele trappola costruita da mio padre e di potermene stare al sicuro a casa mia.»

dall'altro alcune scene permettono di indovinare a colpo sicuro le successive cento pagine, come Sancia che riceve un pugnale da Alfonso (dici che le sarà utile da lì a poco?) o l'annuncio della gravidanza di Lucrezia seguito a ruota da una gara di corsa... non avrà mica una brutta caduta che la porterà a perdere il bambino, con conseguente disperazione collettiva?
Lo stile è perfettamente in tono con la storia, perché anche in questo aspetto il romanzo è prevedibilissimo, in gran parte per merito delle metafore ardite della Kalogridis.

«[...] uno sguardo che la fece appassire all'istante, come un fiore sotto il sole cocente.»

Per un esempio migliore, ecco le parole con cui Alfonso di presenta alla sua promessa sposa (nonché amore-a-prima-vista) Lucrezia:

«"Madonna Lucrezia [...] voi risplendete come una stella nella notte. Comparato con la vostra bellezza, tutto ciò che vi circonda è oscurità."»

Molto fastidioso anche il continuo ripersi dei titoli nobiliari e delle parentele tra i personaggi, soprattutto perché il volume stesso fornisce gli alberi genealogici nelle prime pagine. Altrettanto irritante (e ridicola) è la passione di Sancia per la meteorologia, o comunque la fissa di iniziare i capitoli con le previsioni del tempo locali.

«L'aria era fresca e umida per la brezza che veniva dal mare, ma il sole offriva un perfetto grado di calore; [...].»

Con tutti questi difetti, il titolo si è comunque meritato una sufficienza. In primo luogo perché rispetto agli altri della stessa autrice è scritto in modo chiaro e comprensibile dall'inizio alla fine, e poi lo considero una buona lettura di svago per chi legge poco e magari vuole un romanzo non troppo impegnativo da portare in vacanza.
Seduti sulla sdraio al sole, si può leggere rilassati e certi di non perdere il filo, anche distraendosi un po'.

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Romanzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    31 Marzo, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Jane Austen come pretesto

Forse più noto per il suo adattamento cinematografico, "Jane Austen Book Club" di Karen J. Fowler parte già svantaggiato per il suo titolo fuorviante; sì, c'è un club del libro che analizza di volta in volta i romanzi principali della Austen, ma la sua opera ha un ruolo abbastanza marginale nella storia che si focalizza invece sulle vite dei singoli membri di questo gruppo. Il risultato è un romanzo che sembra piuttosto una raccolta di novelle, anche perché è del tutto assente una trama verticale: dopo lo spunto iniziale -Jocelyn fonda il club per distrarre l'amica di sempre Sylvia dalla separazione con il marito- la storia si arena completamente, salvo un rapido salto in avanti nell'epilogo che cerca di dare a (quasi) tutti i personaggi un lieto fine.
Essendo un titolo character-driven, ci si aspetterebbe dei personaggi ben delineati, mentre la Fowler racconta tante storia tutte fin troppo simili tra loro (famiglie d'origine problematiche, dubbi sentimentali, lavoro noioso o precario) ed anche i caratteri dei protagonisti hanno molti tratti in comune, come l'insofferenza o la tendenza ad evitare il dialogo. Per contro, quando sono riuniti assieme agli incontri del club, sembra di trovarsi di fronte ad un surrogato di famiglia, per merito specialmente della curiosa narrazione in prima persona plurale.
Il testo è suddiviso in modo che ogni capitolo ruoti attorno ad un romanzo e ad un personaggio (soprattutto); l'ho trovata una buona scelta, seppur con il deficit di ottenere dei capitoli parecchio lunghi. Bocciato invece l'alternarsi continuo di scene al passato e al presente per gli sbalzi troppo frequenti e repentini che a volte fanno perdere il filo logico.
A fine volume è presente una sezione di contenuti extra: i riassunti dei romanzi asuteniani sono frettolosi ed imprecisi, le opinioni dei critici interessanti seppur eccessive, mentre ho apprezzato le domande dei personaggi che sfondano la quarta parete e vogliono dar vita ad un club del libro sul club del libro.

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Letteratura rosa
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    29 Marzo, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Darcyland (quello di Colin Firth)

Non mi aspettavo nulla di ché da "Tutta colpa di Mr Darcy" di Shannon Hale, eppure questo romanzo dal ritmo a dir poco frenetico è riuscito a disattendere anche le mie bassissime pretese.
La storia vede come protagonista la trentenne newyorkese Jane Hayes che si spaccia per una grande appassionata di Jane Austen, mentre in realtà è soltanto ossessionata dall'interpretazione di Colin Firth nel ruolo di Mr Darcy nella miniserie BBC anni Novanta. Grazie al lascito di una ricca prozia, Jane potrà trascorrere tre settimane di vacanza a Pembrook Park, una tenuta inglese dove viene allestito un parco a tema per chi vuole -e può permettersi- di vivere un'avventura in stile Regency.
Sorvolando sul fatto che questo luogo è in sostanza un'agenzia di escort in costume d'epoca, con una proprietaria che tiene un comportamento decisamente anti-economico (a prescindere dallo status sociale, non credo sia una buona idea insultare i propri clienti, soprattutto ai tempi di Trip Advisor e simili!), questo romanzo è tra i pochi a poter vantare un adattamento cinematografico migliore della versione cartacea. Il film infatti riesce a strappare qualche risata, mentre queste battute non sfigurerebbero in una puntata di Colorado.
Che dire poi della drammatizzazione di ogni sciocchezza, dei riferimenti ad altri autori (stuprare la Austen non ti bastava, Shannon?), dell'aggressione a sfondo sessuale fatta passare come una ragazzata o delle continue contraddizioni della protagonista? E lo stile, pur non essendo pretenzioso, non è da meno: i pensieri vengono mescolati in modo casuale alla narrazione in terza persona ed i pochi momenti (forse) interessanti vengono solo raccontati a posteriori.
Il titolo originale poi mi lascia ancor adesso perplessa, perché "Austenland" non è il vero nome del parco ma la protagonista insiste a chiamarlo così, sia tra sé che con gli altri. Per lo meno in Italia si è optato per un titolo più coerente, ma è il solo aspetto positivo in un'edizione troppo costosa e con una traduzione da rivedere: cari traduttori, smettetela di mischiare il Lei e il Voi nelle stesse frasi!

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Romanzi storici
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Marzo, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Uno shot per ogni "gentildonna"

"I Watson e Emma Watson" di Joan Aiken si basa sul celebre incompiuto di Jane Austen, che si prefigge di continuare e concludere -in modo fantasioso seppur discutibile. Sono rimasta turbata dalla scelta della TEA di inserire all'inizio il testo austeniano, seguito dal romanzo della Aiken: da un lato è stato piacevole ed utile rileggere il lavoro della Austen, dall'altro tutte le informazioni vengono comunque ribadite -a volte usando le stesse parole- e lo stacco (leggasi, scivolone) di stile tra le due autrici diventa ancor più evidente, anche perché la Aiken si è messa di impegno per stravolgere la storia originale ed inserire una sfilza di nuovi personaggi in un cast già ricco.
La storia è quella dei fratelli Watson, con il padre malato e i vecchi rancori che vengono facilmente a galla; il punto di vista spetta alla figlia minore, Emma, da poco tornata alla casa paterna dopo aver trascorso l'adolescenza presso una ricca zia. Da qui la Aiken prende le redini della trama con un solo obiettivo in mente: fornire a tutti i Watson un partner entro la fine del romanzo, non importa quanti deus ex machina devono saltar fuori per rendere questo possibile.
Voler completare un'opera della Austen è di certo un fine ambizioso, e purtroppo questa scrittrice non si dimostra all'altezza della (auto) sfida. La sua storia è arricchita da un numero spropositato di sottotrame che rendono il ritmo troppo veloce, tanto che alcuni passaggi tra una scena e l'altra sembrano essere stati tagliati, per non parlare dei quesiti disseminati lungo il romanzo e privi di una risoluzione, come le due luci che Emma vede a Clissock dalla finestra della camera... sapremo mai chi si è incontrato nel bosco?
Divisi in modo netto tra buoni e cattivi (come la stessa Aiken ci ricorda marcatamente ogni due pagine), i personaggi sono incapaci di trasmettere emozioni e si relazionano tra di loro con dei dialoghi davvero goffi ed innaturali. In generale lo stile è fastidioso ed infantile, specialmente nelle descrizioni dei personaggi; aggiungiamoci poi una sovrabbondanza di puntini di sospensione e aggettivi inseriti a gruppi di tre o più, in alcuni casi senza logica (ad esempio, dire "più alto e meno basso" è decisamente superfluo).
Anche la traduzione mi ha fatto storcere il naso, specie perché ci si ostina a tradurre il verbo cry solo come gridare. Ne consegue un libro in cui i personaggi sembrano costantemente incazzati. Un po' come i lettori.

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Classici
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    19 Marzo, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

In cui la doppiezza umana diventa personaggio

"Il sosia" è una versione embrionale di un thriller psicologico in cui il lettore assiste in diretta ed in prima persona alla rapida deriva del protagonista nella follia totale. Secondo romanzo di Dostoevskij, questo titolo fu fortemente criticato all'epoca della sua pubblicazione, anche dallo stesso autore; i vari tentativi di riscriverlo negli anni successivi, il cambio del sottotitolo ed il riavvicinarsi di Dostoevskij al tema del doppio in sue opere più mature, portano però a pensare che sia stato comunque un romanzo decisivo per il suo percorso letterario.
La trama si riduce ad una manciata di giorni e segue il consigliere titolare Jakòv Petrovic' Goljadkin (da me ribattezzato per praticità Golia), etichettato come mentalmente sprovveduto già dal suo cognome, che si trova ad essere affiancato da un enigmatico individuo del tutto simile a lui per aspetto, storia personale e -addirittura!- nome proprio.
Il secondo Golia differisce dal protagonista per un solo tratto: il suo carattere, che è l'esatto antipodo del timido consigliere, e viene anzi definito nel testo come

«[...] birichino, saltellante, leccapiedi, ridanciano, svelto di lingua e di piede [...]»

Questo uomo sembra deciso a sostituire l'eroe, sia sul posto di lavoro (prendendosi il merito per un incartamento del primo Golia), sia tra i suoi conoscenti allacciando con facilità rapporti nella società pietroburghese.
A dispetto di una narrazione intenzionalmente ingannevole, il lettore capisce da alcuni piccoli indizi come il secondo Golia non possa essere reale. Lo stesso protagonista a tratti si trova a porsi delle domande sulla presenza di questo rivale, determinato a prendere il suo posto,

«"Mi ha sostituito, il briccone", pensò Goljadkin, [...] "Ma gli altri non lo vedono? Pare che nessuno se ne accorga..." »

Golia è un protagonista sfaccettato, e risulterebbe anche interessante se la sua storia fosse narrata in modo maggiormente distaccato, mostrando anche il punto di vista di qualche altro personaggio. Fin dalle prime pagine, il lettore è invece in balia del suo caos mentale -anticipazione dell'imminente sdoppiamento- che lo porta a cambiare idea di continuo,

«Ma, appena Goljadkin ebbe udito i passi di qualcuno che saliva le scale, di colpo abbandonò il nuovo proponimento [...]»

Anche le manie di persecuzione sempre più pressanti non si possono cogliere al meglio,

«Aveva l'impressione che tutti quelli che si trovavano in quel momento in casa di Olsùfij Ivànovic', ecco, lo stessero ora osservando da tutte le finestre.»

il lettore deve infatti ribaltare ogni volta il ragionamento o l'azione di Golia, così da vedere la situazione per come realmente è, anziché leggerne il riflesso distorto dalla psicosi del protagonista. Tutto ciò rende difficile interpretare anche il carattere e le azioni degli altri personaggi, perché al lettore non sono mai presentati in modo genuino e diretto.
Pur trattandosi di un romanzo abbastanza breve, la storia procedere lenta ed appesantita da molte ripetizioni. Solo nella parte finale sono presenti alcune scene dal ritmo maggiormente incalzante.
Molto peculiare è la narrazione che, pur essendo ufficialmente in terza persona, diventa ben presto una "quasi prima persona", come la definisce Vittorio Strada nell'introduzione al romanzo. Il narratore infatti, lungi dall'essere oggettivo spettatore, si dimostra a più riprese pronto a patteggiare per l'eroe; si può poi notare come la tendenza alla ripetizione nelle battute di Golia sia ripresa anche nella narrazione,

«[...] tuttavia guardava ora Krestjàn Ivànovic' con inquietudine, con grande inquietudine, con estrema inquietudine.»

che risulta inoltre inframezzata dai pensieri e dalle riflessioni del protagonista, tanto da essere -come anticipato qualche riga fa- ingannevole per il lettore, che non riesce a scindere tra reale e frutto della follia di Golia.


NB: Libro letto nell'edizione BUR Rizzoli

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Letteratura rosa
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    18 Marzo, 2020
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Il diario di Bridget Jones 2.0

"The Secret Diary of Lizzie Bennet", scritto a quattro mani da Bernie Su e Kate Rorick, è un retelling in chiave moderna della storia di "Orgoglio e pregiudizio". Questo meta-romanzo è collegato alla fortunata web-series "The Lizzie Bennet Diaries" della quale va a riempire i momenti offline, ossia narra le scene in cui i personaggi non stanno vloggando, come pure le riflessioni personali della protagonista.
In questa versione del capolavoro austeniano Lizzie è una studentessa di scienze della comunicazione, preoccupata per i troppi debiti universitari e con una famiglia decisamente invadente. L'arrivo nel vicinato del futuro dottore Bing Lee mette in agitazione sua madre, che già lo vede maritato ad una delle tre figlie (qui Mary è relegata al ruolo di cugina emo, mentre la povera Kitty viene trasformata direttamente nel gatto di casa!). La storia segue a grandi linee il romanzo a cui si ispira, narrando però ogni avvenimento in chiave contemporanea; per fare un esempio -senza spoiler- quando Lizzie e Caroline passeggiano per la stanza parlando con Darcy, la scena viene giustificata dal fatto che Caroline abbia un bracciale fitness con il promemoria per fare movimento.
In generale penso che questi adattamenti siano brillanti: sebbene alcuni abbiamo stravolto la storia, in particolare sul finale, ho trovato queste variazioni un cambiamento imprescindibile per un romanzo ambientato ai giorni nostri. Dall'altro lato le forzature per mantenere la storia sui binari originali mi hanno infastidita perché vanno a rendere inverosimili i personaggi, e penso soprattutto a Mrs. Bennet che già in "Orgoglio e pregiudizio" era fastidiosa e qui si comporta da vera mentecatta.
Ho apprezzato molto i temi che vengono affrontati, seppur in modo affatto pesante, come i rischi della fama online o la difficoltà a lasciare il nido familiare ed acquistare l'indipendenza nel mondo d'oggi. Il romanzo va così a rendere ancor più completa e godibile la storia raccontata nella web-series.


NB: Libro letto in lingua originale

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Marzo, 2020
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The Tome

"The Dome" è un romanzo thriller con abbondanti dosi di post-apocalittico e horror, indirizzato ad un pubblico adulto e per nulla suggestionabile, viste molte delle scene descritte, al limite dello splatter.
Prendendo spunto da classici della distopia come "Noi" di Evgenij Zamjatin e da romanzi più moderni ma altrettanto angoscianti -mi sono venuti subito in mente "Cecità", "Il condominio" e "Bunker Diary"-, King crea una storia dalle atmosfere epiche, sviluppandola però nell'arco di una sola settimana. Tanto basta perché la cittadina di Chester's Mill (ovviamente, nel Maine!) si trasformi in un luogo da incubo, dove perfino l'aria da respirare diventa un miraggio.
La storia inizia un sabato mattina di fine ottobre quando un campo di forza ribattezzato poi come Cupola cala precisamente sui confini della città, causando già parecchie vittime. Questa emergenza genera da subito degli antagonismi, in particolare tra Dale "Barbie" Barbara, militare in congedo che viene incaricato dal Governo statunitense di gestire la crisi, e James "Big Jim" Rennie, venditore locale di auto usate e secondo consigliere, ossessionato dall'idea di mantenere il potere sul Mill,

«Ma conosceva la risposta. Non erano i soldi; era la città. Quella che lui concepiva come la sua città. Su una spiaggia in Costa Rica o in una tenuta in Namibia, Big Jim sarebbe diventato Small Jim. Perché un uomo senza uno scopo, anche se ricco sfondato, è sempre un uomo piccolo.»

sarà lui ad imporsi con forza come autocrate e ad arruolare una sorta di esercito privato con il pretesto di dover ristabilire l'ordine.
Ai due personaggi principali si unisce via via un cast davvero ricco (come sempre, nei romanzi di King) nel quale spiccano la reporter Julia Shumway, della quale ho apprezzato particolarmente l'evoluzione collegata al rapporto positivo con Barbie, ed il figlio di Big Jim, Junior, che si presenta fin dai primi capitoli come un antagonista molto più originale del padre: la sua discesa nella follia più totale è resa in modo magistrale e mette i brividi.

«Doveva seppellirle, naturalmente. Presto. [...]
Presto. Ma non subito. Perché era troppo rilassante.
Anche un po' eccitante. Gli altri non avrebbero capito, ovviamente, ma non c'era bisogno che capissero.»

Ma Junior non è il solo a compiere un arco discendente, perché l'intera città viene rapidamente travolta dal terrore, dando vita a grottesche scene di aggressioni, di autolesionismo, ma anche di violenza psicologia e ricatti crudeli:

«"Ma ci sono quelle pillole che prendi. Quell'OxyContin."
Andrea si sentì gelare la pelle. "E allora?"
"Andy ne ha messa via una buona scorta per te, ma se in questa corsa tu dovessi puntare sul cavallo sbagliato, quelle pillole potrebbero sparire."»

Quelli che pochi giorni prima erano amichevoli vicini si rivelano pronti al furto e all'aggressione, come nella scena in cui a Big Jim è sufficiente il lancio di un sasso per innescare l'assalto immotivato al supermercato locale. Il secondo consigliere gioca davvero bene le sue carte, soprattutto nel manipolare le fragili menti dei suoi concittadini -già provate dall'isolamento forzato- e come un novello Napoleone (il maiale antagonista de "La fattoria degli animali", non l'imperatore francese!), sfruttare lo spauracchio di Barbie e dei suoi inesistenti alleati per dipingere se stesso come un eroe.
Oltre ai trigger warning per la violenza, ritengo doveroso segnalare come questo romanzo presenti anche un folto gruppo di personaggi maschili che etichettare come sessisti sarebbe quasi un complimento; con Big Jim come scontato capofila,

«Era sicuro che [Linda] avrebbe avuto una cattiva influenza sugli altri uomini. Le donne belle ce l'hanno sempre. Era già abbastanza un guaio la Wettington con quelle tette a siluro.»

e Junior ed i suoi amici appena nominati "assistenti speciali" come seguaci,

«A Junior stava cominciando a far di nuovo male la testa ed era tutta colpa di quella troia tossica e impicciona. Quello che sarebbe successo adesso... anche quello sarebbe stato colpa sua.»

frasi offensive come quelle appena riportate sono praticamente all'ordine del giorno. A peggiorare la situazione abbiamo un continuo spalleggiamento tra questi personaggi, che vanno a coprirsi a vicenda per i rispettivi crimini. Tutto è reso in modo estremamente realistico, ma mi rendo conto che molti lettori potrebbero esserne giustamente disgustati.
Lo stile di King è sempre molto gradevole e, sebbene la storia sia ambientata nel 2009, si ha spesso la sensazione di tornare ad uno dei suoi romanzi degli anni Ottanta, soprattutto per il ripetersi di determinati schemi narrativi e di alcuni caratteri (ed esempio, l'immancabile gruppo di bambini pieno di risorse). L'autore arriva diverse volte al punto di citare se steso:

«Un'altra [teoria] era che fosse un esperimento finito male e diventato incontrollabile ("Proprio come in quel film, The Mist", aveva scritto un blogger).»

In questo passaggio, ad esempio, viene nominato il film tratto da uno dei suoi racconti più celebri.
Ho apprezzato molto l'utilizzo di tecniche come la narrazione da più prospettive, in cui King accenna ad un personaggio o ad un evento per poi svilupparlo nel capitolo successivo, e il foreshadowing:

«Dappertutto, fuori e dentro la Cupola, ci furono uccelli che andarono a schiantarsi e caddero morti; i loro cadaveri sarebbero stati uno dei modi con cui delineare in seguito il tracciato della nuova barriera.»

Anziché rovinare una svolta della trama, questi espedienti permettono di aumentare l'hype del lettore, e di rendere appetibile un volume tanto lungo.
In conclusione, un paio di riserve su questa lettura, che non possono mai mancare con una lettrice rompic... esigente come me. L'aspetto fantascientifico della storia non mi ha troppo convinta perché sembra troppo opportuno per risolvere la vicenda, come pure la parte paranormale (parlo del cane che vede i fantasmi). La traduzione non è troppo malvagia e in un libro di oltre mille pagine posso soprassedere a qualche refuso; un po' meno alla rappresentazione della Cupola in copertina che non assomiglia affatto a com'è realmente descritta nel romanzo.

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Fantasy
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    29 Febbraio, 2020
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Ma quindi Finley?

Con il volume spin-off "Magico" si completa la serie Prodigium di Rachel Hawkins. Questo libro è ambientato più di un anno dopo la conclusione di "Sortilegio" e si focalizza su uno dei personaggi secondari in quel volume, Isolde "Izzy" Brannick, una delle ultime cacciatrici di creature soprannaturali rimaste. Il romanzo inizia con due premesse, ovvero la scomparsa misteriosa di Finley "Finn", sorella di Izzy, e la promessa che sarà proprio la nostra eroina a liberare lo stregone Torin dal suo specchio-prigione; long story short: il libro finisce e su questi problemi non si fa nessun passo avanti. La mia impressione è che l’autrice avesse in mente di iniziare una nuova trilogia... peccato che, dopo ben sette anni, questo sia alquanto improbabile.
La storia principale in questo volume riguarda un fantasma che infesta la cittadina di Ideal, in particolare la scuola così che l’intervento di Izzy in qualità di nuova studentessa sia giustificato. Ovviamente non possono mancare un gruppo di amici-lampo e due ragazzi bellocci per creare l’inutile triangolo amoroso.
Il volume risente dei problemi riscontrati nei capitoli precedenti, come i refusi nella traduzione e la stupidità diffusa nell’intero cast, a partire dalla protagonista che a volte fa delle osservazioni pertinenti per poi scordarsene due righe dopo.


Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i dieci motivi per i quali sconsiglio questa serie.

1. HECATE "HEX" HALL
Partiamo con questa sorta di riformatorio per teppisti magici e dal primo paradosso: c'è bisogno anni di studio per saper mascherare la propria natura? A mio avviso basterebbe una bella strigliata a casa; se poi uno non riesce proprio a controllarsi (e penso ad esempio ai lupi mannari, che durante la luna piena non sono in grado di ragionare) è inutile perdere tempo in lezioni: dovranno vivere lontano dagli umani. Riflessione che varrebbe innanzitutto per le fate: come possono nascondere sempre delle enormi ali?
Se pensiamo invece alle materie di studio, sapendo che questa scuola è pensata per chi ha mostrato i propri poteri agli umani,

«"Perché siete approdati a Hecate Hall la prima volta?" [...]
"Perché abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. Abbiamo rivelato i nostri poteri al mondo degli umano."»

che senso ha perdere ore ed ore con la storia dell'inquisizione o l'autodifesa? se ormai sei stato scoperto, tanto vale usare la magia per scappare!

2. IL CONSIGLIO DEI PRODIGIUM
Questo è l'organo amministrativo che dovrebbe tutelare la segretezza del mondo magico. E la prima domanda che mi pongo è: perché il ruolo di capo deve essere ereditario? non mi pare sia un'istituzione di stampo monarchico!
Anche perché questa persona deve rappresentare i Prodigium di tutto il mondo e deve avere delle competenze molto vaste, quindi non ha alcun senso che questo titolo passi di padre in figlio... soprattutto se il figlio in questione è Sophie che era all'oscuro di tutto fino al secondo libro. Non avrebbe dovuto preparasi, fin dall'infanzia, per le sue future responsabilità?
La parte più assurda? perfino dopo la fine di "Sortilegio", che riscrive in parte le regole di questo mondo, lei rimane il capo!
Altro aspetto decisamente bislacco collegato al Consiglio è l'affiliazione con le Brannick.

«Tanto per cominciare, non c’erano più Brannick a parte me e mia madre. Invece di cacciare le creature della notte, lavoravamo per il Consiglio. [...] Quindi le Brannick erano diventate più o meno gli agenti di polizia dei Prodigium.»

Quindi le sorti dei Prodigium sono nelle mani di Izzy e sua madre? E al Consiglio è sufficiente il loro intervento?
Sembrerebbe di sì, dal momento che in "Magico" le vediamo cercare dei lavori extra, in base alle soffiate di streghe limitate.

3. L’IMPRESCINDIBILE TRIANGOLO
In una serie young-adult scritta nei primi anni Dieci non può proprio mancare il cliché del triangolo amoroso.
Serve alla trama? Per niente. Ti fa dubitare su quale dei due ragazzi sarà il fortunato vincitore del cuore della nostra eroina? Neppure per un istante. Eppure c'è.
Non paga di aver fatto oscillare Sophie tra il bad boy e l'orsetto del cuore per tre libri, la cara Rachel ha rincarato la dose in "Magico".

«Mia madre si alzò. "Due ragazzi?", mi chiese. Non avrei saputo dire se era terrorizzata o impressionata.»

Purtroppo il personaggio di Adam (aka il Terzo Incomodo) si autoelimina da solo dopo pochi capitoli. Utilità: 0

4. STUPIDITÀ DIFFUSA
I personaggi questa serie sono stupidi. Punto.
Credo che, nella mente dell'autrice, questo dovesse rendere il tutto più divertente; personalmente mi sono trovata soltanto ad alzare gli occhi al cielo ogni tre righe. Ma vediamo qualche esempio chiarificatore.
Sophie è senza dubbio l'emblema della stupidità: ripete ciclicamente gli stessi errori, pur rendendosi conto delle inevitabili conseguenze:

«Mi chiedevo anche se avrei dovuto dirle del fantasma di Elodie. In effetti sapevo che sì, avrei dovuto. Se le avessi detto di Alice la prima volta che era apparsa, forse Elodie non sarebbe mai stata un fantasma.»

«Bene, quindi il mio primo esperimento con la negromanzia era stato un totale fallimento. Riproviamo.»

E se nei ragazzi la cretinaggine potrebbe anche essere sopportata, quando sono i personaggi adulti a dimostrarsi dei totali beoti, il rollamento degli occhi non è più sufficiente. Vediamo ad esempio per quale motivo le prodi Brannick, cacciatrici di creature soprannaturali dall'alba dei tempi, sono arrivate ad un passo dall'estinzione:

«"Tre mesi dopo, il nuovo capo condusse l’intera famiglia Brannick in un assalto nel più grande nido di vampiri dell’America del Nord. Devo scandirti parola per parola quello che è accaduto dopo?"»

Direi che non potrebbe esistere un miglior candidato per i Darwin Awards dell'anno prossimo.

5. NONSENSE
Abbiamo appena parlato della stupidità. Ora andiamo oltre parlando di puro nonsense, ovvero buchi di trama e banali dimenticanze che in un primo momento mi facevano corrucciare. Poi ho iniziato a ridere, tanto.
A tratti sembra non ci sia stato alcun lavoro di editing prima della pubblicazione. Prendiamo un esempio su tutti (altrimenti si fa notte) con l'Iitineris -il portale che permette di viaggiare in ogni luogo-, che fa la sua comparsa in "Maleficio"; durante la lettura capiamo che può essere usato anche nell'isola della Hex Hall,

«Solo quando raggiungemmo la spiaggia iniziamo a correre, e quando arrivammo agli arbusti tra cui era nascosto un Itineris, pensavo che i miei polmoni stessero per esplodere.»

quindi non c'è alcun motivo valido per cui non venga utilizzato anche per il viaggio di Sophie verso l'Inghilterra. Perché prendere l'aereo quando puoi arrivare in qualunque luogo tramite un varco magico?

6. SISTEMA MAGICO
Questo dovrebbe essere uno degli aspetti più importanti di una serie fantasy che si rispetti. Ma la Hawkins non si prende troppo sul serio, e anche il sistema magico di questo universo non va oltre le creature magiche random e qualche incantesimo SOLO nominato (guai a mostrare qualcosa!).
Quando Alexander "Cal" Callahan parla del poteri di guarigione, il massimo che sappiamo è che

«"Può farlo qualsiasi Prodigium, davvero, anche se magari non al mio stesso livello. Devi solo essere paziente"»

Quindi anche licantropi, vampiri o spettri? Da come vengono descritti, non si direbbe proprio.
Anche nello spin-off non ci vengono date spiegazione più esaustive:

«"Ed esistono modi per diluire i propri poteri. Un contro incantesimo, per esempio, o un amuleto vincolante"»

e tutto risulta approssimativo e spiegato genericamente, lasciando al povero lettore l'ingrato compito di dover immaginare come funzioni la magia in questo mondo.

7. UMORISMO FORZATO
Premetto che sono decisamente fuori dal target di riferimento per la serie, quindi forse è un problema soggettivo, ma davvero non sono riuscita a digerire l'umorismo di questi libri.
Entrambe le protagoniste fanno battute in continuazione, a prescindere dalla situazione nella quale si trovano. E magari su centinaia e centinaia di freddure, trovi anche una o due genuinamente divertenti, ma la maggior parte mi hanno lasciata al più scocciata.
Qui vi lascio solo una di queste perle dell'umorismo americano,

«"Mamma, chiunque alla Waffle Hut è sospetto. È per quello che va alla Waffle Hut. Per... essere sospetto. E mangiare dei waffle. In modo sospetto.»

ma vi assicuro che è sufficiente leggere uno degli estratti gratuiti su Amazon per uscirne nauseati dopo sole dieci pagine.

8. PLAG... ISPIRAZIONI ASSORTITE
Al giorno d'oggi è difficile essere originali nel mondo della letteratura. Questo non autorizza gli scrittori a copiare spudoratamente gli uni dagli altri. Se leggete questa descrizione:

«"Vediamo... capelli castani, lentiggini, atteggiamento da ragazza della porta accanto... Allie? Lacie? Di sicuro un bel nome grazioso che finisce in ie."»

non vi viene automatico usare la voce fastidiosa e supponente di un undicenne Draco Malfoy, mentre squadra dall'alto in basso il povero Ron?
"Incantesimo" poi è stato direttamente pubblicizzato come una versione fantasy del film "Mean Girls", ma per quelli che lo avessero dimenticato, provvede l'autrice a ricordarlo nel testo.

«Se c’era una cosa che sapevo gestire, erano le RAGAZZE CATTIVE.»

Per questi aspetti, la mia lamentela maggiore va però alle copertine. Nelle prime tre vediamo una modella, che rappresenta la nostra Sophie, vicino ad un gatto nero. Chiunque sia cresciuto negli anni Novanta avrà fatto subito il collegamento con Salem, stregone trasformato in felino parlante e amico della mezza-strega Sabrina Spellman. Ma oltre al danno abbiamo la beffa: non c'è nessun gatto in questi romanzi!

9. TRADUZIONE
La Newton Compton non delude mai. O meglio, delude sempre, quindi ormai so cosa mi devo aspettare.
La traduzione ha parecchie falle: da regionalismi come il termine ACCOLLO a parole stonate come FONDINA utilizzato al posto di FODERO, per una spada. Cosa dire poi di questa perla:

«La sua maglietta bianca e i jeans vennero sostituiti da una canottiera gialla e da un paio di pantaloni A LAVAGGIO ACIDO.»

cara traduttrice, il termine corretto sarebbe SLAVATI. Ho perso tre ore a capire cosa diamine fosse il lavaggio acido!
E non mancano i sempreverdi errori di mancata revisione; abbiamo per esempio questa frase

«Un gruppo di ragazzi esultò, ovviamente aspettandosi stelle filanti e CONFETTI, come aveva detto Romy.»

quando solo venti righe prima viene utilizzato il termine corretto, ossia CORIANDOLI.

10. UNA STORIA DIMENTICABILE
Forse per qualcuno sarà un pregio, ma per me è un terribile difetto.
Appena chiudevo un capitolo di questa serie, dimenticavo quasi istantaneamente quanto letto, fino all'ultima pagina; ciò rendeva poi difficile riprendere in mano la storia al volume successivo.
La parte più irritante è che dimenticavo anche i motivi per cui avevo odiato il libro, quindi spero di cuore che apprezziate ancora di più questa recensione!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    25 Febbraio, 2020
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Dalla rivalsa alla follia

"The Young Elites" di Marie Lu, in Italia tradotto con il discutibile titolo "La battaglia dei pugnali" è il primo capitolo dell'ennesima serie fantasy che inizio -questa volta in lingua inglese- ed è ambientato in un mondo ispirato in teoria al Rinascimento italiano. Parlo di teoria perché qui si toccano vette di confusione che non vedevo dai tempi di "Bellezza crudele" di Rosamund Hodge: il risultato è un'accozzaglia di elementi storici, culturali e religiosi a dir poco caotica.
La storia viene narrata in prima persona dalla nostra protagonista, Adelina Amouteru, figlia di un mercante caduto in disgrazia, che si trova il viso sfigurato a seguito di un'epidemia che l'ha colpita in tenera età. Quando scopre che il padre intende liberarsi di lei cedendola come amante di un perfetto sconosciuto, la ragazza scappa di casa e scopre di aver ottenuto un potere dalla pestilenza, come alcuni dei suoi coetanei che si fanno ora chiamare Young Elites.
La trama riesce a mantenersi interessante e, sul finale, regala qualche svolta decisamente inaspettata. Il ritmo risente però del modo rude in cui vengono inseriti i flashback nella narrazione, andando così a troncarla di netto. Decisamente eliminabili anche i ridicoli nomignoli dei personaggi, che farebbero invidia a Cinco di "The Flash"!
I personaggi mi hanno generalmente soddisfatto, anche se avrei apprezzato maggiore coerenza nei loro comportamenti, ad esempio abbiamo il padre di Adelina che sarebbe disposto a vendere la figlia ma -a dispetto del suo astio- non fa nulla in tal senso per anni: viste le premesse, mi sarei aspettata si sbarazzasse di lei molto prima. Un po’ troppo sopra le righe anche il personaggio di Teren (in pratica, una versione giovane del Silas de "Il codice Da Vinci" di Dan Brown) ed i suoi seguaci; dopo tante pagine ancora mi chiedo perché dei normali soldati agli ordini del sovrano si comportino come un mix tra degli pseudo-nazisti e dei fanatici religiosi.


NB: Libro letto in lingua originale

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    17 Febbraio, 2020
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La Beocra novella signorina Rottenmeier

"La porta di Liv" continua la Trilogia dei Sogni -com’è nota in Italia- della tedesca Kerstin Gier. Il volume racconta le nuove avventure della diciassettenne Olive "Liv" Silver, in particolare nel periodo prima ed immediatamente successivo al Natale; il mondo onirico nel quale si svolge la maggior parte dell’azione viene indagato ancor più a fondo ed il lettore scopre assieme alla protagonista ulteriori possibilità d’azione che vanno a fondere quasi questo luogo-non-luogo con la realtà quotidiana. Questo è stato senza dubbio la maggior voce a favore di questo secondo libro, assieme alla caratterizzazione dei personaggi principali.
Il nuovo antagonista invece non mi ha troppo convinto: anche al termine della lettura le sue motivazioni non sembrano abbastanza solide da giustificarne le azioni. Stesso dicasi per gli sviluppi della relazione tra Liv e Henry, che infatti rimangono irrisolti; non ci resta che sperare nel capitolo conclusivo della serie.
La narrazione della Gier si conferma estremamente piacevole e dotata di un ritmo ottimo, aiutato anche dalle innumerevoli battute che se possibile mi sembrano aumentate rispetto a "Silver". In generale è stata una lettura molto d’intrattenimento, che consiglierei anche a chi non ha letto il primo libro perché tutti concetti vengono spiegati nuovamente e, in generale, la serie non presenta dei veri cliffhanger.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    12 Febbraio, 2020
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Potrebbe piovere...

"Longbourn House" si presenta come un romanzo storico, mascherando così la sua effettiva natura di romance, che a tratti sfocia nel puro Harmony (abbiamo pure l’immancabile protagonista maschile con le cicatrici sulla schiena... TOP!). Non c’è nulla di sbagliato in un romanzo rosa, ma per correttezza il lettore non andrebbe ingannato, soprattutto se la storia d’amore presentata è tanto sconclusionata quanto inquietante. A riprova di ciò, voglio iniziare questa recensione in modo diverso dal solito, ossia con una citazione tratta dal testo:

«Invece, a sua insaputa, c’era anche James. L’aveva seguita di nascosto,senza farsi scorgere, come era diventato esperto a fare.»

Non vi sembrano le premesse ideali per un thriller in cui l’assassino stalkera in modo a dir poco angosciante la sua prossima vittima? Be' vi sbagliate! perché il serial killer mancato James e la sua potenziale vittima (aka la cameriera Sarah) sono la felice coppia per la quale dovremmo fare il tifo in questo libro.
Ma mettiamo da parte (pur tenendo bene a mente) questa premessa e passiamo alla trama del romanzo.
Innanzitutto questa storia non è completamente originale dal momento che basa gran parte degli avvenimenti e dei personaggi secondari sul classico austeniano "Orgoglio e pregiudizio". Il romanzo si impone infatti di raccontare le vicende della servitù della famiglia Bennet dall’arrivo di Bingley a Netherfield fino a qualche tempo dopo il matrimonio di Elizabeth e Darcy. In particolare, il focus è incentrato sulla governante Mrs Hill e i già menzionati Sarah e James (il nuovo valletto), ma anche la seconda cameriera Mary "Polly" e il maggiordomo Mr Hill hanno un ruolo di rilievo nella storia.
Parlando di trama, le mie critiche su questo titolo possono cominciare già da qui. La storia principale è infatti divisa a metà da una parte molto consistente sul passato di uno dei personaggi, che non si amalgama per nulla con il resto della narrazione, un po' come succedeva in "The Invasion of the Tearling" di Erika Johansen e "In territorio nemico" di Scrittura Industriale Collettiva; vorrei precisare che, in tutti e tre i casi, la storia secondaria non è mal scritta di per sé, soltanto stona inserita in quella principale.
Il ritmo narrativo viene inoltre spezzato di frequente da descrizioni prolisse e dettagli spesso inutili. Questi troncano la storia nei momenti in cui dovrebbe esserci più tensione: ad esempio, quando i Bennet vengono informati della fuga di Lydia, l'autrice blocca la scena e spende diverse righe per raccontare di come Mrs Hill paghi il corriere e dei pericoli in cui questi potrebbe incorrere sulla strada di notte. Sarebbe anche interessante, se non fosse in corso una vera emergenza!
Passando ai personaggi, penso che quanto scritto all'inizio su Sarah e James sia sufficiente, anche se devo segnalare come lei sia una totale apatica -sempre pronta a lamentarsi della sua situazione, ma incapace di prendere un’iniziativa sensata. Come non bastasse, gli ostacoli all’amore tra i due sono davvero ridicoli: le minacce di Wickham vengono rese vane dallo stesso epilogo e il triangolo amoroso risulta inutile tanto quanto il personaggio che ne diventa il terzo lato.
Riguardo Mrs Hill rimangono ancora parecchie domande irrisolte: perché non ha mai lasciato la famiglia Bennet, date le tante sofferenze patite? perché non dice nulla a Sarah, per poi spiattellare tutto dopo la fuga di James? perché odia da subito Ptolemy? E non si tiri in ballo la questione razziale,

«E se Sarah ricambiava l’interresse - sempre che si fosse riusciti a impedire al mulatto di farle perdere completamente la testa - [...].»

perché tutti gli altri personaggi lo trattano senza il minimo pregiudizio e anche lei poi cambia idea senza alcun motivo. Poteva essere il personaggio migliore della storia, e probabilmente lo è visto il livello degli altri, ma non basta di certo.
Quelli che più mi hanno lasciata perplessa sono però i personaggi della Austen, qui in qualità di comparse, che in molti casi vengono completamente snaturati. Jane è scostante, Lizzie e Darcy diventano degli astiosi egoisti, Wickham addirittura un pedofilo, mentre il bonario Mr Bennet è quasi l'antagonista della situazione. Visto il suo ruolo, non posso credere che tenga un comportamento del genere con Mrs Hill;

«Se adesso avesse fatto un'altra obiezione, lui se la sarebbe segnata - teneva segretamente conto di tutto - e gliel'avrebbe fatta pagare alla prima occasione buona.»

con questo non voglio dire che questi personaggi non debbano avere difetti, ma se si scrive una storia ispirandosi ad un'altra opera bisognerebbe esserle il più possibile fedeli.
Di fondo l'idea del romanzo non è da buttare (altrimenti non l'avrei comprato!), perché siamo abituati a storie che seguono personaggi con una posizione elevata e ci dimentichiamo di chi deve lavorare ai piani bassi, e spesso essere svilito dai suoi datori di lavoro,

«-È solo perché lei [Mary Bennet] è la signorina e io non che lei si può far chiamare May e io sono dovuta diventare Polly, anche se il mio nome di battesimo è Mary come il suo.»

È sicuramente positiva anche la concezione della servitù di Longbourn come un nucleo familiare a se stante e composto da persone che forse non si sono scelte come famiglia in un primo momento ma hanno imparato pian piano a vedersi come tale.

«[Sarah] Lesse piano -per non disturbare la bambina che dormiva o il vecchio assopito - di come ci fossero nuove speranze di rapida vittoria in Spagna, [...].»

Lo stile della Baker è il vero tallone d'Achille del romanzo. Ho trovato fastidiosa la sua abitudine di interrompere le frasi principali con delle lunghe subordinate incluse nei trattini, come pure l'alternare diversi punti di vista all'interno dello stesso paragrafo e le molte ripetizioni ridondati di aggettivi e concetti.
Sono presenti anche dei dialoghi innaturali, che lasciano basiti. Vi porto in esempio queste due frasi consecutive:

«-Dovete riguardarvi, bambolina. Nessun altro lo farà per voi.
[...]
-Che posto è, questo in cui tutti si chiamano Bingley?»

Come può la seconda essere una valida risposta alla prima? Sembra che l'autrice abbia dimenticato la parte centrale del dialogo.
E che dire delle molte metafore ardite, che il più delle volte lasciano perplesso il lettore. Perché, siate onesti e, dopo aver letto questa frase:

«[...] scivolava giù del letto mentre Polly dormiva e, come una stella di mare, attraversava furtivamente il cortile, infreddolita e ai piedi nudi, [...].»

ditemi che non sono l'unica a non aver mai visto una stella di mare infreddolita e a piedi nudi!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    07 Febbraio, 2020
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Temi d'attualità, nel 1815

"Persuasione" è l'ultima opera completa di Jane Austen e, come i suoi altri romanzi, sfrutta la facciata del romance per affrontare in chiave satirica temi a lei cari; in particolare, questo titolo calca molto sulle disparità sociali e sull'ottusa limitatezza della vecchia nobiltà che considera inferiore ogni altra categoria, per quanto onorevole nei fatti,

«"Anzitutto, [la carriera in marina] è un mezzo che permette a persone di oscuri natali di raggiungere una immeritata distinzione, innalzando degli individui a degli onori che i loro padri e i loro nonni mai s'erano sognati [...]"»

In questo aspetto, il più frivolo si dimostra indubbiamente Sir Walter Elliot, padre della protagonista del romanzo Anne; anni prima dell'inizio del romanzo, era stata proprio l'opposizione del padre -unita alla persuasione esercitata dall'amica Lady Russell- a convincere la ragazza a rompere il fidanzamento con il Capitano Wentworth, considerato troppo umile per poter ambire alla mano della figlia di un baronetto.
Nel presente troviamo una situazione quasi rovesciata: la famiglia Elliot è in gravi difficoltà finanziarie, tanto da dover affittare l'antica dimora, mentre il caso porta Anne a rincontrarsi con Wentworth, ora arricchito grazie all'impegno nella marina militare. Anche grazie alla temporanea separazione dal padre e da Lady Russell, la protagonista trova il coraggio di ribellarsi alle imposizioni esterne ed iniziare a decidere con la propria testa cosa la renda veramente felice,

«"Mr. Elliot è una persona estremamente piacevole, per molti aspetti ho grande stima di lui", disse Anne; "ma non siamo fatti l'uno per l'altra".[...]»

Anne è senza dubbio il personaggio meglio caratterizzato del romanzo. All'inizio la vediamo sempre pacata e remissiva, pronta a chinare il capo quando non viene ascoltata dalla sua famiglia;

«Lo scopo di Anne era di non essere d'intralcio a nessuno, [...].»

il suo arco narrativo copre l'intera trama e risulta molto realistico per merito dei suoi stessi tentennamenti: più volte la vediamo incerta e preoccupata delle reazioni altrui, e solo al termine del romanzo riesce ad acquistare la legittima indipendenza, assieme ad una ritrovata bellezza fisica che gli anni precedenti avevano a poco a poco annichilito.
Il Capitano Wentworth in un primo momento sembra uno dei tanti eroi austeniani, ma nella seconda parte si riscatta ammettendo di aver commesso degli sbagli dettati dal troppo orgoglio; risulta nel complesso molto più gradevole di tanti protagonisti maschili infallibili.
Sono rimasta favorevolmente colpita anche da Mrs. Croft, sia per la sua indole decisa sia per le riflessioni fortemente femministe,

«"Ma odio sentirti parlare in questo modo, come un raffinato gentiluomo, e come se le donne fossero tutte delle signore raffinate invece di creature raziocinanti."»

Molto positivo soprattutto il suo rapporto con l'Ammiraglio, che la supporta in modo istintivo e con il quale sembra avere una perfetta sintonia. Tutto considerato, approvo anche Lady Russell che potrebbe essere scambiata per l'antagonista della storia, ma in realtà è la sola ad avere davvero a cuore il benessere di Anne.
Non possono poi mancare i personaggi comici con le loro piccole contraddizioni, come la sorella minore di Anne, Mary:

«"[le sorelle Musgrove] non si prendono mai il disturbo di deviare dai loro percorsi consueti".
"Forse le vedrai prima di sera. È ancora presto".
"Non sento mai la loro mancanza, te lo assicuro"»

Queste battute alleggeriscono i toni del romanzo, e vengono utilizzate sia per divertire sia per mettere in evidenza le tematiche di questo titolo. L'importanza data da Sir Walter ai titoli nobiliari si rispecchia così nella sua ossessione per l'avvenenza fisica, tanto da spingerlo a frequentare soltanto persone che superano i suoi rigidi criteri estetici:

«Mr. Elliot era molto più gradevole della maggior parte degli uomini, e [Sir Walter] non aveva alcuna obiezione a farsi vedere ovunque insieme a lui.»

Per alcune sue caratteristiche, come la lunghezza inusuale, i dialoghi solo accennati e le molte scene raccontate a posteriori, questo romanzo viene a volte considerato un incompiuto. A mio parere, forse la Austen voleva lavorarci ancora un po', ma questo non toglie che ci abbia donato una storia dai messaggi prepotentemente moderni; ad esempio possiamo prendere questa affermazione di Anne, secondo la quale:

«"Se una ragazza preferisce un altro uomo, è giusto che lo abbia".»

o anche il suo dialogo finale con il Capitano Harville, costellato da tante piccole perle che da sole valgono questa lettura.
L'edizione non è tra le peggiori che la Newton Compton abbia mai sfornato, ma ho notato la presenza di vari refusi; nulla di grave se in un paio di occasioni Anne diventa Anna, ma mi ha sinceramente divertito che abbiano trasformato Sir Walter Scott in un ultra centenario, indicando il 1711 come data di nascita del celebre poeta.


NB: Libro letto nell'edizione Newton Compton

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Romanzi storici
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    03 Febbraio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Da tergo... si dice DIETRO nel 2010!

"L'ombra di Cesare" di Andrea Frediani è il primo volume della trilogia Dictator, la mia prima serie del 2020 anche se è stata pubblicata ormai una decina d'anni fa. È ovviamente di una serie storica (a tratti biografica) sulle gesta di Giulio Cesare, e questo primo capitolo si focalizza in particolare sugli anni delle guerre in Gallia.
Devo ammettere che la lettura di questo libro è stata una corsa sulle montagne russe per la valutazione: all'inizio pensavo di aver già trovato il Matteo Strukul del 2020, poi la mia opinione si è un po' ripresa grazie alle ottime descrizioni delle battaglie, mentre il finale mi ha lasciata decisamente perplessa e -per molti aspetti della storia- penso che aspetterò la fine della trilogia per esprimermi.
Lo ritengo quindi il nuovo Strukul? non proprio, sebbene le loro opere abbiano qualche punto in comune, come ad esempio la mortificazione dei personaggi femminili (solo DUE in tutto il romanzo, escludendo le comparse, e perfino superflue) e la struttura ad episodi con time-jump di anni interi che rendono frammentaria la narrazione.
Non mi posso sbilanciare troppo sulla trama, d'altro canto è la Storia, mentre la storyline secondaria collegata soprattutto al personaggio di Quinto l'ho trovata debole nel migliore dei casi, disgustosa nel peggiore. E non parlo di scene splatter!
In quanto biografo e saggista, Frediani ha dalla sua le conoscenze tecniche per scrivere della Storia, ma nel complesso non credo la sua strada sia nella narrativa. Questa l'opinione è ovviamente basata solo sul primo volume della trilogia, e spero che i prossimi mi portino a cambiare idea.

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Narrativa per ragazzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    31 Gennaio, 2020
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Femminista non è una brutta parola

Arrivato in Italia per Mondadori con il titolo “Girl Power. La rivoluzione comincia a scuola”, "Moxie" di Jennifer Mathieu è un romanzo per ragazzi che affronta tematiche attuali e relativamente forti, come l'autrice aveva già fatto in “Tutta la verità su Alice”.
Il romanzo vede come protagonista Vivian “Viv” Carter, giovane studentessa texana che decide di ribellarsi al sistema sessista che impera nella sua scuola attraverso la pubblicazione di uno zine (una pubblicazione indipendente) di stampo femminista chiamato Moxie, grazie alla quale mette in evidenza i comportamenti maschilisti di alcuni suoi compagni -la battuta “make me a sandwich”, il gioco “bump-n-grab”, le magliette con frasi denigratorie- ma soprattutto la non-reazione del corpo docenti e dell'amministrazione a questa situazione.
Nato in sordina, Moxie diventa in pochi mesi un fenomeno di grande portata e, se da un lato sfugge al controllo di Viv, dall'altro arriva ad unire delle ragazze estremamente diverse tra loro per carattere, estrazione sociale ed etnia in un gruppo unito nell'intento di cambiare la situazione all'interno della scuola, andando contro atti di bullismo e minacce di espulsione. Si arriva a toccare altri temi molto delicati, come l'omertà sulla violenza e la difficoltà di fare coming out in una cittadina del Texas dalla mentalità alquanto retrograda.
A livello emotivo questo può essere un libro molto forte, che prima ti fa infuriare per quello che succede alle ragazze in questo liceo e poi ti commuove vedendo come loro si ingegnino per riuscire a farsi valere senza mai ricorrere alla violenza fisica. Soggettivamente lo ritengo quindi un ottimo titolo, ma devo ammettere che ci sono alcuni aspetti migliorabili, dettati soprattutto dal target di riferimento: c'è un abuso di espressioni “giovanili” nei dialoghi e nella narrazione (l'aggettivo super utilizzato ogni due per tre!) e alcune situazioni cliché fini a se stesse, come il contrasto tra figlia e madre sul nuovo compagno di quest'ultima.


NB: Libro letto in lingua originale

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    29 Gennaio, 2020
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Storia di un'antieroina d'altri tempi

"Senza nome" è tra le opere meno note di Collins, forse proprio perché si discorsa in parte dagli altri titoli dell'autore britannico. Durante la lettura l'ho più volte confrontato con "La donna in bianco", constatando la totale assenza delle atmosfere cupe e a tratti gotiche che pullulavano invece nell'altro romanzo; anche il genere di riferimento di Collins -la sensation novel- in questo caso viene ribaltato: nel volume precedente i protagonisti dovevano venire a capo di un mistero e sbrogliare una rete di complotti abilmente tesa ai loro danni, mentre qui seguiamo il punto di vista di coloro che tendono questa rete per raggiungere i propri scopi.
In generale, possiamo dire che in questo romanzo il mistero venga utilizzato come spunto della trama, e non ne sia il focus principale.

«[...] la verità nel loro caso, come in molti altri, rimase sepolta finché la casualità non la fece venire a galla.»

Infatti, il passato dei coniugi Vanstone viene rivelato già nella prima parte dell'opera e serve poi da avvio per la vera storia sulla quale l'autore si vuole concentrare.
Il romanzo comincia proponendoci l'idilliaca vita della famiglia Vanstone, in una serie di situazioni quotidiane che ricordano quasi "Mansfield Park" di Jane Austen; una lettera arriva però dagli Stati Uniti per gettare un'ombra sulla loro felicità, e sarà solo la prima avvisaglia di molte future tragedie. In questo, Collins dimostra un sadismo quasi martiniano (da George R.R. Martin, ndR): nell'arco di un centinaio di pagine le sorelle Vanstone si ritrovano senza genitori, cacciate dalla loro stessa casa e private del loro nome.
E mentre la pacata Norah subisce tutto questo con stoica rassegnazione, Magdalen è decisa a riprendersi quello che sente suo di diritto, se non legale almeno morale, ricordando a più riprese una Eva Kant d'altri tempi (riferito al suo passato pre-Diabolik).

«"[...] Avete già patito abbastanza per noi; è arrivato il momento di imparare a soffrire per conto nostro. Io ho imparato. E Norah sta imparando".»

Sulla forza e la determinazione di questa giovane donna ruota l'intera vicenda, che segue i suoi tentativi per riottenere l'eredità del padre, da spartire con la sorella. Il legame tra le due rimane per tutta la storia ciò che àncora Magdalen al suo lato più buono,

«Non farò mai del male al tuo cuore.»

impedendole così di spingersi troppo oltre in alcune situazioni decisamente estreme; la protagonista dimostra infatti una sorprendete caratterizzazione quando la vediamo vacillare prima di compiere determinati gesti, sempre in bilico tra il desiderio di vendetta e i ricordi del suo passato felice.
Pilastro della narrazione, Magdalen si dimostra da subito una figura ben diversa da tante sue omologhe nei libri di quell'epoca. Perduta la sua ricchezza, si risolve a sfruttare al meglio le capacità personali, come il talento per la recitazione:

«Ha un’abilità innata nell’imitare i comportamenti delle persone, che non mi è mai capitato di vedere eguagliata in una donna; si è esibita in pubblico finché non si è resa conto del proprio potere e ha capito di aver potenziato al massimo il proprio talento.»

Il suo carattere emerge al meglio nei confronti con gli altri personaggi, come il capitano Wragge o la cameriera Louisa, quando usa le parole per dare voce a dei pensieri decisamente anticonformisti che non mancano di stupire i suoi interlocutori. Sicuramente degno di nota il suo dialogo con Mrs Lecount, dove la sua determinazione viene paragonata ad un castello di carte,

«"[...] La sua mano è più ferma di quel che penso e immagino che deciderà di aggiungerla quell’altra carta".
"Farà crollare il castello", disse Mrs Lecount.
"E lo rimetterà di nuovo in piedi", ribatté Magdalen.»

Gli altri personaggi non sono da meno: se in "La donna in bianco" mi ero lamentata della monodimensionalità dei comprimari, qui mi sono felicemente ricreduta perché anche le figure inserite con intento umoristico risultano dotate di profondità. Il miglior esempio è sicuramente Mr Clare senior, presentato inizialmente come una macchietta,

«Quando i ragazzi andarono al college, Mr Clare li salutò con un "arrivederci", e tra sé e sé si disse: "Grazie a Dio".»

riesce poi a dare vita ad un paio di momenti toccanti, nei quali tratta Magdalen con affetto rude, ma quasi paterno.
Devo concedere uno spazio a parte per quello che è il migliore tra i personaggi secondari: il capitano Wragge. Presentato come una versione migliorata del conte Fosco, quest'uomo non prova alcuna vergogna nel definirsi un delinquente, anzi ne fa quasi un vanto,

«"Truffatore non è nient’altro che una parola di quattro sillabe: t, r, u, f, f, a: truffa; t, o, r, e: tore. Definizione: un contadino morale, un uomo che ara il campo della fiducia umana. Io sono quel contadino morale, quell’uomo che ara.»

In paragone al suo omologo in "La donna in bianco", abbiamo un individuo più carismatico e capace di bilanciare la sua dedizione alla truffa con dei sentimenti decisamente umani. Il suo duello a distanza con Mrs Lecount è incredibilmente emozionante, nonché studiato alla perfezione per tenere il lettore sempre in bilico perché in qualunque momento un'azione imprevista può capovolgere l'esito della sfida.

«"Scacco matto a Mr Bygrave [Mrs Wragge, ndR]!" pensò Mrs Lecount, mentre chiudeva la busta e apponeva l’indirizzo. "Fine dei giochi, questa è la mossa vincente".»

Strutturato in otto scene divise da degli intermezzi nei quali la storia continua in forma epistolare, il romanzo è dotato di una forte componente autobiografica; da un lato abbiamo gli elementi legali, sempre presenti nell'opera di Collins, dall'altro il tema dell'illegittimità altrettanto caro all'autore che, proprio come il generoso Andrew Vanstone visse per trent'anni con la vedova Caroline Graves senza mai sposarla.
Ho solo lodi per questo titolo? In teoria sì, dal momento che dopo un inizio un po' lento la storia e i personaggi catturano anche il lettore più esigente. Purtroppo mi ritrovo con un'edizione targata Newton Compton particolarmente scomoda e che presenta anche parecchi refusi, ma se ho perdonato la Garzanti per "Via dalla pazza folla" con i nomi tradotti posso di certo chiudere un occhi anche adesso.


NB: Libro letto nell'edizione Newton Compton

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    20 Gennaio, 2020
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5+2. Il numero del nosense

"7. Il numero maledetto" è un thriller con un paio di elementi dei generi horror e paranormale; lo spunto della storia è davvero interessante (peccato sia quanto di meglio il romanzo abbia da offrire ai suoi lettori): nella prima parte del volume, una ragazza viene assassinata in circostanze misteriose, mentre nella seconda la vediamo rivivere alcuni momenti del suo ultimo giorno attraverso gli occhi dei suoi potenziali assassini.
Nelle vesti di questa detective spettrale troviamo la neo diciassettenne Mary Shayne, ragazza newyorkese molto avvenente ed inguaribile festaiola. La mattina del suo compleanno si risveglia nello showroom di un negozio d'arredamento senza abiti e ferita; la giornata continua in modo sempre più strano fino a culminare con la sua morte. In una sorta di moderno contrappasso -che a tratti riporta alla mente anche l'incontro con i fantasmi del Natale di Ebenezer Scrooge- Mary si ritrova ad "indossare" i corpi delle persone a lei più vicine e, attraverso dei flashback

«Un intero, dettagliato ricordo le era appena passato per la mente, proprio nel momento in cui il portiere aveva usato quella frase. Qualcosa le aveva rammentato un evento passato e aveva ricordato l’intera esperienza, all’improvviso.
Ma era un ricordo di Scott.»

decisamente anticlimatici, capisce di aver avuto spesso un comportamento detestabile e che tutti loro avevano dei (non sempre) validi motivi per odiarla.
Con queste premesse, il libro aveva a mio avviso un grande potenziale che però viene sprecato in una storia piena di contraddizioni e buchi di trama; giusto per iniziare, come può la protagonista indigente permettersi di frequentare una scuola per ricconi, senza neanche una borsa di studio?
La parte più assurda arriva però con il personaggio della madre. Riguardo al suo stato di salute sappiamo che

«Prima che le ragazze uscissero per andare a scuola, con il buono o con il cattivo tempo, la mamma doveva prendere i farmaci broncodilatatori per il suo enfisema [...]. Aveva bisogno che le portassero tutto a letto, insieme al pacchetto di Virginia Slims che teneva nella cassettiera, agli antidepressivi e stabilizzatori dell’umore per il disturbo bipolare e all’OxyContin e vitamina B12 per la sindrome da stanchezza cronica.»

e nonostante la malattia, le dipendente e il suo non essere autosufficiente (a parte la scuola, non la lasciano mai sola), le hanno permesso di cresce da sola le figlie per dieci anni. Ma dove sono i parenti e gli assistenti sociali? A me non pare assolutamente credibile, e devo anche dire che per questa totale assenza di adulti responsabili questo libro mi ha ricordato parecchio "Tredici" di Jay Asher, con il quale condivide -ironia della sorte- anche il titolo numerico.
Vogliamo parlare poi della terrificante maledizione egizia? Vi consiglierei di leggere il libro solo per arrivare a quel punto e farvi delle grasse risate, ma senza dilungarmi troppo mi chiedo soltanto come questo incantesimo potesse provare che un corpo non ha sette anime. Ma lo dice Horus, quindi mi fido.
In linea con la trama, i personaggi sono delle contraddizioni viventi, oltre ad essere monocaratteriali nel migliore dei casi. Dell'intero gruppo di haters mi sento di salvare solo Amy, perché tutti gli altri potevano semplicemente mollare Mary se la odiavano a tal punto; in particolare è assurdo il caso di Dylan... la detesta perché non si è potuto fare la sorella?
I peggiori sono però la famiglia Shayne e, per quanto ci venda dipinta come stronza, Mary nel complesso ne esce come la migliore. Abbiamo infatti: una madre che, trascurata dall'amato marito, decide di tradirlo e non si occupa delle figlie se non dopo morte; una sorella che progetta vendette assurde, ha informazioni che non dovrebbe conoscere e trascura un passaggio non solo fondamentale, ma anche ripetuto due volte; un padre psicoterapeuta che, come tutti i medici seri e professionali, scoprendosi tradito pensa di risolvere tutto con una (inutile) maledizione egizia.
Per quanto riguarda il target, il romanzo si rivolge al mercato young-adult, con un cast composto quasi esclusivamente da adolescenti, ma per i modelli che propone non mi sentirei di consigliarne la lettura ad un pubblico di ragazzi. Vediamo ad esempio il grande classico della protagonista belloccia che giudica chiunque non si vesta alla moda

«Non è carina come me, pensò Mary. [...] Ma ha assolutamente qualcosa di buono, se solo cercasse di rendersene conto...»

o che fa spesso riflessioni sessiste e fuori contesto.

«Di norma, Mary dava per scontate cose del genere: è ovvio che sia il ragazzo a pagare il taxi.»

Dall'altro lato vediamo questi ragazzi condurre delle vite da adulti; l'esempio più lampante è Patrick "Trick" che prima viene cacciato di casa e poi vive in un albergo -sperperando in alcool e droga- a spese dei genitori. Ma che razza di punizione sarebbe?
Purtroppo neanche lo stile si salva, tra un utilizzo indiscriminato dei puntini di sospensione e ripetizioni fastidiose,

«[...] all’improvviso le si formò in mente un’immagine. Un’immagine CUPA, FOSCA E IRRICONOSCIBILE, le passò per la testa proprio in quell’istante.»

ma l'aspetto più seccante (e ironicamente, facile da risolvere) è la narrazione in terza persona, perché essendo così confusa e caotica sarebbe stata molto più indicata la prima persona dal punto di vista di Mary.
Così almeno i continui riferimenti alle marche di abiti ed accessori avrebbero trovato una motivazione.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    17 Gennaio, 2020
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Potere supremo della frase fatta: vieni a me!

Con "Decadenza di una famiglia" viene (finalmente!) completata la tetralogia I Medici di Matteo Strukul, che questa volta si concentra sulla figura di Maria de' Medici.
Come al solito non seguiamo la vita di Maria in modo continuativo, bensì attraverso delle istantanee che propongono una serie limitata di eventi; ad esempio non sappiamo nulla della sua giovinezza, perché il romanzo comincia quando lei ha ormai trent’anni, e vediamo molto poco anche della sua vita adulta. Per contro ottengono molto spazio i coprotagonisti, in primis i coniugi Concini e il cardinale Richelieu, ma anche il personaggio fittizio di turno ossia Matteo Laforgia -o Mathieu Laforge, come si fa chiamare oltralpe- una spia al soldo del miglior offerente.
I problemi presenti nei capitoli precedenti ritornano più o meno tutti, sebbene questo libro sia stato pubblicato (e quindi scritto?) un anno dopo gli altri. In particolare qui mi hanno esasperato le innumerevoli scene dimenticate: in un capitolo si parla della peste che infesta Parigi e poi l’argomento non viene più ripreso, in un altro Henriette d’Entragues giura vendetta contro Laforge e poi non se ne fa più alcun accenno, in un altro ancora Maria annuncia al marito Enrico IV di essere incita e poi i lettori non vedono neppure il bambino (il futuro Luigi XIII) fino a quando ha ormai cinque anni... per tacere della nascita di Luigi XIV che, dopo tanti accenni ai problemi coniugali tra Luigi ed Anna d’Austria, non viene nemmeno nominato!
Poco azzeccata anche la scelta di inserire per la prima volta dei personaggi -più o meno apertamente- omosessuali tratteggiandoli come vigliacchi, pronti al tradimento per il proprio tornaconto. Sono invece contenta che le scene esplicite siano notevolmente diminuite; si confermano del tutto inutili e con una prosa da Harmony, ma apprezzo comunque lo sforzo.


Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i dieci motivi per i quali sconsiglio questa serie.

1. “UN GRANDE ROMANZO STORICO”
Premettendo che ogni singolo romanzo storico pubblicato dalla Newton Compton viene pubblicizzato in copertina con la scritta “un grande romanzo storico” (così come ogni thriller diventa per loro “un grande thriller”), in molte recensioni questa serie è stata definita come storicamente inesatta e, pur non essendo affatto un'esperta, devo ammettere di aver riscontrato anch'io alcune incongruenze.
Ad esempio in “Una regina al potere” viene descritto il matrimonio tra Maria Stuarda e il futuro Francesco II dicendo che:

«-Ma se accadesse qualcosa al nostro buon sovrano, egli [Francesco di Guisa] potrebbe con gran facilità controllare un re imberbe e una regina straniera che ha appena diciott’anni.»

peccato che Maria Stuarda avesse solo quindici anni all’epoca delle nozze, nell'aprile 1558.
Un'altra situazione parecchio bizzarra è quella della Reine Margot; non pago di aver riportato diverse dicerie infondate su questo personaggio storico, in “Decadenza di una famiglia” Strukul le fa dire questa battuta riferendosi a sua madre, Caterina de’ Medici:

«-[...] non si può dar loro sempre torno, considerando quanto ha compiuto fino a pochi anni fa VOSTRA CUGINA. Anche se, gliene va dato atto, CATERINA DE’ MEDICI ha retto il regno con il pugno di ferro quando altri non ne sarebbero stati in grado. Ma come potete ben capire, c’è un odio atavico nei confronti della REGINA MALEDETTA e dunque dei suoi parenti e di tutti i fiorentini.»

Verrebbe da pensare che l'autore sia all'oscuro della parentela tra le due donne, anche perché nell'albero genealogico ad inizio volume non vengono indicati i figli di Caterina tra i quali appunto Margot.

2. ROMANZO AD EPISODI
Tutti i romanzi della serie non presentano una trama continuativa, bensì si focalizzano su un numero limitato di episodi, spesso non collegati troppo bene tra loro. Questo è un problema, dal momento che l'autore si prefigge di scrivere le biografie dei suoi protagonisti, dei quali i lettori ottengono purtroppo solo un quadro parziale.
A volte ci sono anche dei salti temporali molto lunghi, che oscurano perfino decenni interi, e ai quali Strukul mettere una pezza come può,

«Gli anni erano passati.
[Polignac] Non se n’era nemmeno reso conto, eppure era stato proprio così: un mese dopo l’altro, e si era ritrovato più vecchio di un lustro.»

È una scelta che potrebbe anche piacere a chi legge in maniera non continuativa, ma personalmente trovo renda soltanto la lettura più confusa.

3. I MEDICI
Se c'è un obiettivo che Strukul ha centrato in pieno è quello di elevare a divinità scese in terra i membri della famiglia Medici. Costoro presentano un tasso di MarySueaggine altissimo: sono personificazione di tutte le migliori qualità, e al contempo vengono tormentati da una schiera di malvagi che li detestano per il solo fatto di essere dei ricchi banchieri (o dei fiorenti, negli ultimi due volumi).
Per non smentire la perfezione dei Medici, l'autore si ritrova a partorire delle assurdità come questa:

«[Lorenzo] Non aveva intenzione di fare della Repubblica qualcosa di diverso, non l’avrebbe trasformata apertamente in una Signoria, ma tutti dovevano sapere che uno solo era l’uomo che poteva decidere.»

facendo così sembrare i suoi personaggi affetti da disturbo bipolare, soprattutto nel caso di Caterina che viene giustificata perfino per il massacro della Notte di San Bartolomeo.
È anche curioso notare come, da un volume al successivo, sia sempre presente una totale ammirazione del protagonista per i suoi predecessori, dimenticando totalmente le azioni discutibili che hanno commesso.

4. AMANTI E REGINE
Ho citato la raccolta di biografie scritta da Benedetta Craveri perché questi libri me ne hanno fatto sentire davvero la mancanza.
In generale, le donne in questa serie ricevono un pessimo trattamento, anche in aspetti marginali: ad esempio, nelle scene ambientate in strada viene detto che sono SEMPRE presenti non delle prostitute, che già sarebbe ridicolo (non si facevano altri mestieri?), ma delle puttane.
La faccenda si fa ben più problematica quando le donne sono protagoniste e non comparse. Caterina è il caso più eclatante, perché Strukul non perde occasione per sottolineare l'odio tra lei e Diana de Poitiers,

«Diana aveva fatto del proprio corpo un’arma: per sedurre il re e incarnare, attraverso la propria femminilità, la magnificenza stessa del dominio. [...] Caterina le avrebbe cavato gli occhi se avesse potuto.»

come se Enrico II non avesse avuto altre amanti! Credo che al giorno d'oggi anche nei romanzi storici non bisognerebbe sottolineare l'astio tra donne, specie se si va a sfociare nello slut-shaming.
Dall'altro lato abbiamo Maria, che per lo meno non piagnucola per il suo aspetto come Caterina, anche perché ci pensa l'autore a descriverla con uno dei più fastidiosi stereotipi (del romance!):

«E quanto intelligente era, Maria. NON COME LE ALTRE DONNE: occhi grandi e zigomi alti, la pelle [...].»

E anche lei ovviamente ci regala delle perle per quanto riguarda l'antagonismo tra donne:

«Maria avrebbe voluto prendere Anna per quel faccino corrucciato e cavarle gli occhi. Si limitò a una spietata risposta. -Vi ci abituerete. E se non lo farete, allora potreste pensare di DARGLI UN FIGLIO, così, per ricordare a tutti di ESSERE UNA DONNA.»

Mi ripeto: nel 2017, certe frasi non andrebbero neppure pensate! No, neanche in un romanzo storico.

5. LAURA RICCI E GLI ALTRI OC
Laura Ricci, Reinhardt Schwartz, Raymond De Polignac e Mathieu Laforge, chi sono costoro? si chiederebbe il manzoniano Don Abbondio. E se lo sono sicuramente chiesto anche i lettori di Strukul, visto che nella tetralogia vengono inseriti questi personaggi del tutto fittizi.
Premettendo che, essendo delle biografie, non ci sarebbe bisogno di inventare dei personaggi, soprattutto perché questi OC vanno a ricoprire dei ruoli molto importanti all'interno dei romanzi, diventando praticamente dei coprotagonisti.
Ci sarebbe parecchio da scrivere su tutti loro, ma in questo spazio mi voglio concentrare su Laura Ricci e sul suo ruolo in “Una dinastia al potere”, accantonando con sollievo il disagiante rapporto incestuoso tra lei e il figlio nel secondo libro.
Laura detesta la famiglia Medici perché, anni addietro, è stata stuprata da un uomo che indossava una divisa con il loro stemma. E già qui siamo all'assurdo: è come se una odiasse Berlusconi per essere stata violentata da un cameraman di Mediaset! ma andiamo avanti. Scopriamo poi che il suo aggressore era Schwartz (ovvio, anche i servi dei Medici sono tutti santi!), ossia il suo partner-in-crime e non solo; dopo questa rivelazione, lei non solo lo perdona per la violenza e gli anni di menzogne, ma continua ostinatamente ad odiare i Medici senza motivo!
Allucinante è l'unica parola che mi viene in mente.

6. DIALOGHI
Durante la lettura ho avuto spesso la sensazione che l'autore tentasse in ogni modo di allungare il testo. Questo dettaglio diventa molto evidente se ci si focalizza sui dialoghi, spesso del tutto vuoti di contenuto, con i personaggi che ribadiscono gli stessi concetti o pongono domande delle quali già conoscono le risposte.
Vi riporto di seguito alcuni esempi, tratti da volumi diversi, che illustrano la problematica direttamente:

«-Parla con Giovanni de’ Diotisalvi Neroni.
-L’arcivescovo di Firenze, mio signore?
-Chi altri?
-Naturalmente. Ma, se posso [...].»

«-[...] il grande orafo pazzo decise di rimanere a casa per via di una malattia.
-Ed era vero?
-Che cosa?
-Che era malato?»

«-Devo dunque dedurre che avete dimenticato un prezioso dettaglio.
-Non capisco.
-Mi pare evidente.
-Vi chiedo dunque di spiegarvi.»

«-E, tuttavia, credo di conoscere quel qualcuno: una persona che corrisponde alle vostre richieste, vostra maestà.
-Davvero?
Leonora annuì.
-Vi ascolto-, la incoraggiò Maria.»

Dall'altro lato abbiamo dei dialoghi estremamente prolissi ed artificiosi (spesso in situazioni del tutto irrealistiche) oppure che inseriscono forzatamente degli infodub, facendo però sembrare i personaggi dei completi mentecatti perché si scambiano informazioni delle quali sono entrambi perfettamente al corrente.

7. SCENE ESPLICITE
Per motivi del tutto oscuri (vi prego, non ditemi che è puro fanservice!), Strukul ha farcito i suoi romanzi con un gran numero di scene esplicite, specialmente nei primi volumi della serie.
Di per sé, non ci sarebbe nulla di problematico, non fosse che si tratta di scene del tutto inutili nella gran parte dei casi. Ad esempio, vediamo Laura Ricci (sì, di nuovo lei) intenta a convincere con le sue doti amatorie Rinaldo degli Albizzi a muovere contro Cosimo e Lorenzo... peccato che lui già li odi a morte, quindi non era necessario persuaderlo con una fellatio descritta fin nei minimi dettagli.
Per gli affezionati follower del Signor Distruggere abbiamo anche delle descrizioni che renderebbero davvero orgogliosa la Vate Ornella,

«-Ora-, disse [Enrico]. -Il fatto che aspettiamo un figlio non significa che dobbiamo rinunciare ai piaceri dell’alcova-, e, senz’aggiungere altro, prese una mano della sua sposa e la condusse LÀ DOVE IL SUO PIACERE SI STAVA FACENDO PIÙ INTENSO.»

o, in alternativa, gli autori dei libri Harmony!

8. METAFORE
Questo è un aspetto che mi ha dato da pensare specialmente in “Un uomo al potere”, ma che caratterizza in generale la prosa di Strukul; infatti sono spesso presenti delle metafore del tutto sbagliate. Vediamo qualche esempio.

«Lei [Lucrezia] non gli concesse più di un istante ma in quel SOSPIRO infinito che fu il suo sguardo, Lorenzo ANNEGÒ e capì.»

Descrivendo lo sguardo di Lucrezia come un sospiro, dire poi che Lorenzo annega in esso è illogico. Avrebbe dovuto definire lo sguardo come un mare o qualcosa di simile.

«Il pomeriggio invernale SCOLORAVA nelle tinte D’INCHIOSTRO della sera.»

Avete mai visto l'inchiostro scolorire qualcosa? In questo caso, il pomeriggio avrebbe dovuto incupirsi, con l'arrivo della sera.

«Una luce pallida, malata filtrava debole, una LAMA DI SOLE che AVVOLGEVA la scena come una febbre.»

Se la luce viene descritta come una lama, poi non può certo avvolgere: una lama taglia, ferisce, colpisce, ma di certo non avvolge!

9. RIPETIZIONI
Sempre con l'intenzione di allungare al più possibile questi romanzi, troviamo delle ripetizioni continue di nomi, titoli nobiliari e parentele dei vari personaggi. Ma non basta!
In alcuni casi vengono impiegati tre sinonimi di fila per descrivere lo stesso personaggio, o ancora ci sono delle nette ripetizioni di concetti già illustrati o di determinate scene,

«E così fece. NON SI SEDETTE nemmeno. RIMASE IN PIEDI, sputando fuori le parole, [...].»

Eccovi un'altra piccola perla della ripetizione compulsiva, che occupa impunemente ben tre righe:

«[...] Girolamo Riario non riusciva più a farne a meno.
Ne voleva ancora, e ancora, e ancora.
Non gli bastava mai.»

In alcuni casi i personaggi stessi sembrano seccati da questa pratica, tanto che Lorenzo il Magrifico in persona arriva a dire:

«-Questa parte della storia la conosco. [...] Questo lo avevo capito. Dimmi qualcosa di nuovo, che ancora non so, qualcosa per cui ha avuto senso andare laggiù.»

10. LA FIERA DELLE BANALITÀ
Come avrete ormai capito, ci sono parecchie cose che mi hanno irritata durante la lettura di questa tetralogia, ma un aspetto davvero imperdonabile per uno scrittore è la banalità. In particolare in un romanzo storico: bisogna renderlo interessante, oppure tanto vale che compri un libro di testo o vada su Wikipedia!
Strukul non si cura di queste sottigliezze, tanto da descrivere i personaggi con i più collaudati cliché:

«[...] l’aiutante storpio del carnefice. Gobbo e zoppo da una gamba, lo sgorbio [...].»

Igor sei tu?
Non mancano poi moltissime frasi fatte che condiscono il testo di sciapa banalità. Concludiamo quindi con una battuta del caro Enrico IV, storicamente famoso per delle citazioni davvero brillanti (controllate su Wikiquote!), che qui si esibisce invece in una vera e propria combo di frasi fatte:

«-Invece voi continuate a SCHERZARE CON IL FUOCO. Fate attenzione a non TIRARE TROPPO LA CORDA, Henriette.»

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    14 Gennaio, 2020
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Piangerete alla fine. E anche all'inizio e durante

"They Both Die at the End" è un romanzo di formazione e in parte romance, ambientato in un mondo ucronico dove da sette anni una società chiamata Death-Cast informa telefonicamente le persone del giorno nel quale sono destinati a morire. Questi avvisi non servono ad impedire i decessi, ma a permettere ai cittadini di vivere al meglio la loro ultima giornata, tanto che esistono strutture ed intrattenimenti dedicati proprio a questo fine.
Protagonisti e voci narrati della storia sono due Deckers (come vengono definiti coloro che ricevono l'allerta) adolescenti di New York, Mateo e Rufus; i due sono dei perfetti estranei, ma riescono ad incontrarsi tramite un'app pensata per chi cerca un amico con il quale trascorrere l'ultimo giorno, finendo così per iniziare un viaggio tra ricordi ed affetti.
Il romanzo in effetti non va molto più in là del suo spunto iniziale, anche se abbiamo alcuni capitoli in terza persona che seguono altri personaggi e servono ad arricchire la storia, risultando più che altro degli easter egg per il lettore. È però evidente come lo scopo di Silvera non fosse quello di articolare una trama complessa, quanto piuttosto di analizzare gli stati d'animo dei suoi protagonisti e riflettere su temi di tutto rispetto in un romanzo per ragazzi, come l'effimerità della vita e l'accettazione del lutto come tappa fondamentale nella crescita, ma anche la presa di coscienza dei propri sentimenti e la riscoperta delle radici come possiamo leggere tra i desideri di Mateo:

«[...] travel to Dad’s hometown in Puerto Rico to visit the rainforest he frequented as a kid.»

I personaggi principali sono certamente quanto di meglio l'opera ha da offrire. Da un lato troviamo Mateo -timido, ansioso e impegnato a procrastinare il momento in cui dovrà uscire di casa per affrontare la propria morte- dall'altro Rufus, un tipo decisamente più esuberante e spigliato che dopo aver perso l'intera famiglia in un incidente automobilistico si è quasi rassegnato a dover aspettare la sua fine. Proprio la loro diversità gli permetterà di imparare molto l'uno dall'altro e rendere l'ultimo giorno davvero significativo.
L'intero cast presenta un ventaglio di diversità (soprattutto per etnia ed orientamento sessuale) e ritengo molto interessanti anche alcuni dei personaggi secondari -su tutti Lidia- ma la maggior parte ha un ruolo troppo marginale per poterli valutare al meglio; in generale rimangono solo abbozzati.
Il maggior punto debole è però la superficialità dell'ambientazione, che mi aveva perfino fatto sperare in un mondo distopico, ad un primo acchito. La presenza della Death-Cast non ha degli effetti catastrofici sulla società: nessuno commette delle vere e proprie follie nel suo ultimo giorno e nessuno rischia davvero la vita quando non ha ricevuto l'allerta. Personalmente mi aspettavo un mondo nel caos, mentre il massimo che abbiamo sono alcuni balordi pronti ad approfittarsi dei Decker e:

«[The churches] shun Death-Cast and their "unholy vision from Satan"»

Si arriva poi al paradosso temporale, visto che in alcuni casi la stessa Death-Cast è artefice delle morti che preannuncia.

«"He’d hitchhiked there with a Decker truck driver, and they both die trying to get back to their famiglie in the city"»

Ovviamente il fine dell'autore non era quello di focalizzarsi sui dettagli di questa realtà ucronica, ma non posso che dispiacermi per un'ottima occasione "sprecata".
Va detto che il concetto alla base, ossia la consapevolezza della morte, è sicuramente degno di numerose riflessioni perché pone l'esistenza umana sotto una luce completamente diversa;

«[...] how do you tell your best friend you won’t be around Tomorrow? How do you convince her to let you leave so you have a chance of living before you die?»

nelle pagine dei contenuti extra, l'autore stesso spiega come lui sia terrorizzato dall'idea di una morte prematura ed abbia incanalato le sue paure nel personaggio di Mateo:

«"[...] life was better before Death-Cast?"
This question is suffocating.»

Ed è un dilemma angosciante per chiunque. Potendo scegliere, credo che molti preferirebbero non sapere se quello è il loro ultimo giorno e vedrebbero il servizio offerto dalla Death-Cast come un'imposizione tirannica.


NB: Libro letto in lingua originale

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    10 Gennaio, 2020
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Evitate i flash forward nei thriller, grazie

“La verità sul caso Harry Quebert” dello svizzero Joël Dicker è stata la mia ultima lettura del 2019; si tratta di un thriller molto apprezzato dagli amanti del genere, tra i quali mi posso annoverare solo in parte.
L'opera si presenta come una sorta di meta romanzo, con l'autore che si nasconde dietro il suo protagonista Marcus Goldman, a sua volta romanziere di successo. Dopo un esordio eccellente, il nostro eroe è colpito però da un insormontabile blocco dello scrittore che lo porta a ritirarsi per qualche tempo ad Aurora, cittadina del New Hampshire, dove viene ospitato dal suo mentore Harry Quebert. Presto arrivano problemi ben più gravi della scrittura creativa perché nel giardino di Harry viene rinvenuto un cadavere e l'uomo diventa subito il primo sospettato di un omicidio vecchio di trent'anni; spetterà quindi a Marcus tentare di far luce sul delitto e riabilitare il nome dell'amico, approfittando al contempo per tradurre in romanzo le sue avventure.
Come giallo, questo libro svolge egregiamente il suo compito, trascinando il lettore in una spirale di eventi che si avvicendano a gran velocità soprattutto nella seconda parte del volume; la risoluzione è imprevedibile e riesce a chiarire tutti i misteri seminati nel corso della storia. Il coinvolgimento alla narrazione è merito anche dello stile molto diretto di Dicker, che predilige dei dialoghi senza pause, quasi fosse una pièce teatrale.
I personaggi sono invece il punto debole del romanzo: sono davvero un gran numero e in un primo momento è difficile ricordarli tutti, inoltre la quasi totalità è caratterizzata per stereotipi tanto da strappare più di una risata. Altro aspetto discutibile è la scelta dell'autore di anticipare alcuni eventi con dei salti temporali; in questo modo il lettore non potrà mai impensierirsi per la sorte dei personaggi.
Un ultimo appunto. Come detto, Dicker da risposta a tutti i quesiti di questo thriller, c'è però un aspetto che non ho capito per nulla: cosa dovrebbe rappresentare la foto in copertina? Qualcuno dirà, meglio questa della cover originale francese che fa spudoratamente pubblicità alla Esso; personalmente, attendo ancora delucidazioni.

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Romanzi
 
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La pasticceria dei buoni sentimenti

"Chocolat" di Joanne Harris è il primo capitolo della serie omonima e presenta diverse somiglianze con una delle mie ultime letture "Bellezza selvaggia" di Anna-Marie McLemore, in primis per l’appartenenza alla corrente del realismo magico. Ero convinta si trattasse di una trilogia (avevo anche recuperato tutti e tre i volumi in anticipo!) e solo dopo aver letto le prime pagine, mentre curiosavo su Goodreads, ho scoperto che qualche mese fa è stato pubblicato un quarto capitolo. Va da sé che adesso non ho alcuna intenzione di recuperarlo, ma passiamo al primo libro.
Il romanzo è ambientato nella provincia francese, in una cittadina tranquilla e un po’ bigotta; con un incipit che ricorda “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo (Monsieur le Curé è praticamente Frollo) da un lato e “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne dall’altro, la placida vita campestre viene smossa dall’arrivo di Vianne Rocher, con la figlioletta Anouk; la donna si dimostra subito un’alternativa non frequentando la chiesa del paese, sfidando anzi l’autorità di padre Reynaud con l’apertura di una peccaminosa pasticceria di fronte all’edificio religioso, proprio nel periodo di digiuno e rinuncia della Quaresima.
Questo libro ha il merito di affrontare dei temi d’attualità -seppur pubblicato nella fine degli anni Novanta- molto sensibili, come la violenza domestica e l’accettazione della perdita. Promuovo lo stile dell’autrice, anche se non particolarmente incisivo, e lo sviluppo della trama nel suo insieme (l’arco narrativo di Vianne, per intenderci). E dopo queste belle parole, passiamo agli aspetti che non mi hanno per nulla convinta.
Innanzitutto la velocità con cui si svolge la storia è spiazzante, specialmente se ci si focalizza sul personaggio di Joséphine che (evito gli spoiler, tranquilli) impara a preparare dolci e pasticcini come una professionista in meno di una settimana. Ho trovato poi fastidiosa l’eccessiva polarizzazione tra personaggi positivi e negativi; soprattutto questi ultimi sono troppo malvagi per essere credibili: la cattiveria portata all’esasperazione non spaventa, fa ridere.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    31 Dicembre, 2019
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Il Midnight Sea non si vede fino alla fine, ma OK

“The Midnight Sea” è il primo romanzo della trilogia Il quarto elemento, scritta dall’autrice newyorkese Kat Ross, che presenta una classica storia fantasy nell’ambientazione inusitata del Mediterraneo orientale. O meglio, di una sua versione fantastica di oltre 2300 anni fa.
La trama segue la giovane Nazafareen che, decisa a vendicare la tragica morte della sorella per mano di un Druj, lascia il suo clan per unirsi ai Water Dogs, dei guerrieri impegnati proprio nella caccia a queste creature malvagie. Seguiamo quindi l'addestramento della ragazza sotto la guida del capitano Ilyas, compreso il momento cruciale in cui sarà vincolata al suo daeva, Darium. Una missione all'apparenza semplice stravolgerà però le loro vite, e tutto quello in cui hanno sempre creduto.
Devo ammettere di essere partita un po' prevenuta con questo romanzo, e forse proprio per questo ne sono rimasta colpita in senso positivo. È innegabile che ci siano dei difetti, ma nel complesso la storia risulta interessante -specie per merito dell'originale setting- e lo stile dell'autrice è gradevole.
Punto forte del romanzo sono sicuramente i suoi personaggi, in particolare le relazioni che intrecciano tra di loro; sebbene il libro sia breve, viene dato il giusto tempo ai protagonisti per conoscersi meglio, evitando così delle forzature narrative. Ho apprezzato il particolare la costruzione del personaggio di Tijah (una back story un po' irrealistica, ma accettabile) e il suo rapporto di amicizia sia con Nazafareen che con la sua daeva Myrri. Molto interessante anche l'arco narrativo di Ilyas, che compie una metamorfosi inaspettata in questo volume.
Sull'altro piatto della bilancia ci sono certamente alcuni cliché, riconducibili sia al genere fantasy sia al romance (anche se l'autrice evita abilmente insta-love e triangolo amoroso), e dei colpi di scena molto prevedibili, ma soprattutto i primi capitoli in cui sono presenti troppi salti temporali: personalmente avrei preferito iniziare con la narrazione al presente, per poi inserire le varie informazioni in qualche flash back.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Dicembre, 2019
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Amore avversato dai treni

“5cm al secondo” di Makoto Shinkai è il secondo libro dell'autore e regista giapponese che ho letto quest'anno e, proprio come “your name.”, è in sostanza la versione cartacea ed ampliata del suo omonimo film d'animazione del 2007.
La storia è incentrata sul personaggio di Takaki, del quale seguiamo la vita dall’infanzia fino all’età adulta; il volume è infatti suddiviso in tre episodi (in origine era stato pubblicato in forma seriale su una rivista) che vanno a focalizzarsi su altrettanti periodi della vita del protagonista. La prima parte è narrata da Takaki stesso in una sorta di mémoir che racconta degli anni delle elementari e del suo primo incontro con Akari, compagna di scuola della quale si innamorerà; la seconda è narrata sempre in prima persona ma da Kanae, compagna di Takaki al liceo e appassionata di surf, che da sempre ha una cotta segreta per il ragazzo; la terza è invece narrata in terza persona e, pur seguendo principalmente il protagonista, ci offre anche qualche breve scorcio sulla vita adulta di Akari.
Nel complesso la storia di Takaki è molto attuale e può risultare istruttiva sia per dei ragazzi, sia per un pubblico più maturo. Mi è impossibile non fare un confronto con “your name.” e sentire la mancanza dell’elemento fantastico che arricchiva quel romanzo; qui la storia è decisamente più concreta e lascia anche una velata tristezza di fondo.
Per quanto riguarda lo stile, qui sono quasi assenti le onomatopee nella narrazione e, in generale, il testo è molto scarno di dialoghi. L’edizione è abbastanza curata, ma c’è qualche refuso e molte espressioni giapponesi non vengono spiegate con delle note.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    26 Dicembre, 2019
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Leggete oltre la sinossi

“Bellezza selvaggia” è un romanzo fantasy che rientra nel sotto-genere del realismo magico, solitamente associato ad un target più maturo e a nomi molto celebri come Isabel Allende e il mio adorato Gabriel García Márquez. Negli ultimi anni la McLemore è riuscita però a ritagliarsi lo spazio che le spetta, con romanzi rivolti ad un pubblico di giovani lettori che, tra piccole magie e qualche storia d'amore, affrontano tematiche decisamente importanti.
La storia è ambientata in una cittadina non meglio identificata, ma che potremmo collocare in Messico, Paese d'origine dell'autrice. La vicenda si svolge ai giorni nostri, ma il potere del realismo magico fa si che il lettore dimentichi velocemente automobili, telefoni e asciugatrici in favore di un mondo dai contorni incantati dove il tempo sembra ha smesso di scorrere.
Questo romanzo ha diversi protagonisti (Estrella? Fel? la Pradera?), ma al centro di tutti gli avvenimenti troviamo comunque le Nomeolvides, una famiglia composta da sole donne molto particolari,

«Le Nomeolvides portavano nomi di fiore, per guidare la forma che avrebbero assunto i loro doni.»

esse hanno infatti il potere di far crescere su ogni tipo di terreno dei meravigliosi fiori. Come ogni abilità soprannaturale, c'è uno scotto da pagare: da un lato le Nomeolvides vengono spesso additate dagli estranei come delle streghe, arrivando perfino a rischiare la vita, dall'altro l'unico luogo in cui sembrano aver trovato un rifugio sicuro -una tenuta chiamata Pradera- le tiene avvinte a sé, impedendo loro di lasciarla definitivamente e facendo scomparire tutte le persone da loro amate.

«Il mondo all’esterno di quei giardini serbava due generi di morte: la vendetta della Pradera e i coltelli di una società che non le voleva.»

La storia prende l'avvio quando le cinque ragazze che rappresentano la generazione più giovane delle Nomeolvides capiscono di essere tutte innamorate della loro amica Bay. Con il timore che il loro affetto la faccia svanire, decidono di offrire un sacrificio alla Pradera ed invocare la sua protezione; in risposta, il giorno dopo compare un ragazzo privo di memoria, che viene ribattezzato Fel ed avrà un ruolo fondamentale per far comprendere alle giovani donne come liberarsi della loro maledizione.
I personaggi sono la croce e la delizia di questo romanzo: abbiamo dei protagonisti molto ben caratterizzati come Estrella e Fel, ma anche le quattro cugine e Bay, mentre con le altre donne Nomeolvides non c'è stato altrettanto impegno e risultano quasi indistinguibili l'una dall'altra. Per assurdo, credo di conoscere meglio Marjorie Briar, la nonna di Bay -morta prima dell'inizio della storia- rispetto a quella di Estrella! Anche l'antagonista non mi ha entusiasmato troppo, specialmente nel finale dove mi aspettavo un suo contributo più incisivo.
La Pradera può essere vista come un personaggio a parte, e senza dubbio la sua presenza è fondamentale sia come componente nello sviluppo della trama sia come parte più evocativa dell'ambientazione: un luogo di bellezza in superficie e di insidie nell'ombra.

«[...] la Pradera, quel mondo fiorito che possedeva le Nomeolvides tanto a fondo da ucciderle se tentavano di lasciarlo.»

Come detto, il romanzo affronta tematiche rilevanti specie nel mondo contemporaneo, ma puntano evidentemente ad un pubblico di ragazzi da influenzare positivamente. Si parla quindi di intolleranza, sia verso le Nomeolvides etichettate dal mondo come fattucchiere,

«Quell’insulto era stato scagliato contro la loro famiglia mentre si spostava da un luogo all’altro, dopo che nuovi trattati avevano stabilito che la loro terra apparteneva ormai a un Paese diverso.»

sia verso le persone di etnia iberica o latinoamericana, che vediamo resi quasi schiavi e costretti a lavori massacranti.
Viene affrontato anche il tema dell'orientamento sessuale, ed infatti abbiamo un cast formato in prevalenza da personaggi omosessuali, bisessuali o transgender che accettano le diversità -proprie o degli altri- in modo naturale e spontaneo,

«-Forse se mio fratello non avesse amato in quel modo la penserei diversamente [...] Ma non credo che spetti a nessun altro giudicare.»

Questo aspetto del libro viene spesso messo a confronto con l'estrema religiosità di alcuni personaggi, senza però che la fede cattolica sia necessariamente da contrapporre alla libertà di amare. Abbiamo anche un confronto tra le varie generazioni delle donne Nomeolvides, con le più giovani che credono di non poter essere capite dalle madri o dalle nonne quando si tratta di sentimenti,

«Estrella si riferiva a Bay. Al proprio cuore, e a come amava in un modo che sua madre avrebbe giudicato senza prima rigirarselo in mano e apprenderne le forme.»

La narrazione è in terza persona al passato, ma viene divisa nei punti di vista alternati di Estrella e Fel; questa scelta stilistica da un lato permette una maggiore introspezione di questi personaggi, ma dall'altro rallenta notevolmente il ritmo della storia, perché l'autrice è costretta a ripete due volte gli stessi concetti e le stesse scoperte. Personalmente non trovo necessariamente fastidioso un libro lento, soprattutto se come questo riesce a tenere viva la mia attenzione, anche grazie alle splendide descrizioni dei fiori creati dalle Nomeolvides.

«Calla gli inondò il lavandino in marmo e la vasca smaltata di calle, con le loro volute di bianco a schermare i cuori gialli.»

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    22 Dicembre, 2019
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Distruggerai il tuo sogno, vecchio mio

“Il grande Gatsby” è forse il romanzo che meglio incarna lo spirito degli Stati Uniti negli anni Venti. Sfruttando l’espediente dell’amore contrastato dal fato, Fitzgerald ci parla di come i sogni non siano necessariamente le piacevoli illusioni che accecavano l’anonimo protagonista de “Le notti bianche” di Fëdor M. Dostoevskij, e possano bensì tramutarsi in ossessioni pronte ad annientare la vita di un uomo se non trovano realizzazione.
La storia di James Gatz -in arte, Jay Gatsby- ci viene narrata da Nick, suo vicino di casa che spesso si trova ad assistere, o perfino a partecipare, alle colossali feste che vengono organizzate nella sfarzosa villa di questo individuo per tutta l’estate. Pare però che nessuno delle decine di ospiti conosca bene Gatsby, e sul conto del facoltoso padrone di casa cominciano a circolare le voci più disparate,

«Le due ragazze si allungarono verso Jordan con aria confidenziale.
-Qualcuno mi ha detto che [Gatsby] ha ammazzato un uomo.»

Attraverso lo stesso Gatsby o altri personaggi, Nick viene ben presto a sapere di come l’uomo abbia avuto con sua cugina Daisy una relazione, resa difficile dalla disparità economica tra i due; la vita sfrenata che ora conduce è un mero tentativo di dimostrare la sua ascesa sociale; infatti, come ci dice Jordan:

«-Forse si aspettava che lei arrivasse a una delle sue feste, prima o poi-, continuò Jordan. -Ma non è mai successo.»

Ovviamente, avendo come unico scopo quello di riavvicinarsi a Daisy, Gatsby non da alcun valore ai rapporti con gli altri personaggi del romanzo, tanto che tutti i suoi ospiti non bastano per cancellare la sua solitudine,

«Dalle finestre e dalle grandi porte pareva ora giungere un vuoto improvviso, che isolava del tutto la figura del padrone di casa, [...].»

e questa condizione mostra il suo peggio nelle scene finali, con Nick che non riesce a mettersi in contatto con nessuno interessato alla sorte di Gatsby.
Fortunatamente questo protagonista soverchiante lascia sufficiente spazio per sviluppare i caratteri degli altri personaggi, anche per merito di un cast nient’affatto numeroso. Il mio preferito è senza dubbio Meyer Wolfshiem che, mentre Nick si affanna per mettere in mostra le sue emozioni, mi ha saputa conquistare con una singola battuta:

«-Impariamo a dimostrare la nostra amicizia a un uomo quando è vivo e non dopo che è morto-, propose [Wolfshiem]. -Dopo di che la mia regola è quella del quieto vivere.»

Per contro ho inevitabilmente detestato Tom, che è stato tratteggiato proprio con l’intento di renderlo antipatico a Nick e, di conseguenza, al lettore. In poche righe lo individuiamo come uno xenofobo (non credo dimenticherò facilmente il libro sulla minaccia alla razza bianca!) dalle maniere violente, dedito all’adulterio a senso unico.
Il romanzo si concentra sull’importanza dello status individuale e familiare nella società statunitense dell’epoca, e sul ruolo centrale del denaro nelle relazioni interpersonali; non a caso il nostro narratore è un mediatore finanziario, e in più punti si fa riferimento alla sua professione. Analogamente, sia Myrtle che diversi personaggi secondari sembrano far gravitare tutte le loro azioni attorno alla possibilità di spendere soldi in modo a dir poco futile,

«-Siamo partite con più di milleduecento dollari, ma ci hanno ripulito nel giro di due giorni nelle sale private.»

rasentando un consumismo che ricorda stranamente quello de “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, ma anche situazioni contemporanee: l’acquisto di oggetti sempre nuovi diventa compulsivo, ed buttare da parte ciò che invece ha ormai stancato è l’abitudine.
Altro tema centrale è quello già citato del sogno, non come ambizione per migliorare il proprio futuro ma come continuo struggimento nei ricordi del passato, con la speranza che questi possano ripetersi; vediamo infatti Gatsby aspirare per anni ed anni all’affetto di Daisy, che arriva inevitabilmente ad idealizzare,

«Quasi cinque anni! Persino quel pomeriggio dovevano esserci stati dei momenti in cui Daisy era ruzzolata ai piedi dei suoi sogni, [...] l’illusione di Gatsby. Era andata oltre Daisy, oltre ogni cosa.»

così il suo sogno non può che naufragare dopo lo scontro con una realtà decisamente meno idilliaca.
Personalmente ho trovato piacevole lo stile di questo romanzo, in primis per la presenza di un narratore molto affine a Buddy Glass, parimenti voce narrante nel racconto “Alzate l’architrave, carpentieri” -non a caso Salinger ammirava l’opera di Fitzgerald. L’altro aspetto stilistico che ho maggiormente apprezzato è la presenza di dettagli poetici nelle descrizioni,

«[...] una torre su un lato, nuovissima sotto la barbetta di edera incolta, una piscina di marmo e più di quaranta acri di prati e giardini.»

L’edizione della Feltrinelli si merita pure i miei elogi; la traduttrice si è occupata anche dell’introduzione che fornisce molti elementi non solo sulle tematiche del romanzo, ma anche sulla sua storia editoriale e sulla rivalutazione della critica nel corso degli anni. Ottime anche le note al testo, anche se le avrei preferite a fondo pagina anziché alla fine del volume.


NB: Libro letto nell'edizione Feltrinelli

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    17 Dicembre, 2019
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Jinn e folletti nei cieli di Londra

Scritto da Jonathan Stroud, "L'amuleto di Samarcanda" è il volume che continua (o forse, inizia?) la serie dedicata allo spassoso jinn Bartimeus.
La storia è ambientata questa volta nella Londra contemporanea, dove però maghi e demoni di vario ordine e grado non solo bazzicano tranquillamente per le strade della capitale britannica ma addirittura governano il Paese attraverso centinaia di ministeri. In una città divisa quindi tra maghi benestanti e i comuni (ossia i “babbani” potteriani) che loro disprezzano, il nostro Bartimeus si vede convocato controvoglia da un ragazzino di nome Nathaniel che subito gli ordina di rubare per lui un prezioso e potete artefatto magico; quella che era iniziata come una banale vendetta tra maghi assume ben presto dei contorni decisamente più ampi e pericolosi.
Nel complesso, ritengo questo volume nettamente superiore a "L'anello di Salomone". L’ambientazione è decisamente più interessante per la presenza di una società governata dai maghi nel mondo contemporaneo (si parla di auto, telefoni e computer), inoltre Nathaniel come coprotagonista si è dimostrano caratterizzato in modo ben più accurato rispetto ad Asmira. Lo stile di Stroud si riconferma estremamente piacevole ed il modo in cui ha unito alla trama di questo romanzo degli spunti per continuare la serie è brillante.
Relativamente alla sequenza di lettura, rimane sempre il dubbio se questo romanzo debba essere considerato il primo della serie; infatti “L’anello di Salomone” è un prequel a quanto succede in questo romanzo, seppur scritto diversi anni dopo. Credo che l’ordine di lettura sia abbastanza soggettivo, perché la trilogia che inizia con questo libro è completamente slegata dal precedente, con le eccezioni di Bartimeus e il suo collega Faquarl, nonché di Salomone che viene nominato in un paio di occasioni.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Dicembre, 2019
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Tutti parlano del Fight Club

Dopo ben due anni mi sono approcciata nuovamente a Chuck Palahniuk con il suo romanzo d’esordio (nonché la sua opera più celebre), ossia “Fight Club”.
La trama viene illustrata in modo parecchio frammentario, con diversi salti sia in avanti sia in dietro nel tempo fra una scena e l’altra: il nostro anonimo protagonista soffre di insonnia e -su consiglio del suo medico- inizia a frequentare dei gruppi di ascolto per diverse patologie molto gravi, dove trova una valvola di sfogo alla propria situazione; la riacquistata serenità viene però distrutta dalla comparsa di Marla Singer che come lui partecipa a questi incontri senza essere realmente una malata terminale. È a questo punto che fa la sua comparsa il terzo protagonista della storia, l’enigmatico Tyler Durden con cui il protagonista fa presto amicizia, tanto che assieme fonderanno il Fight Club, circolo di lottatori clandestini che da il nome al romanzo.
A partire da questo incipit, prende il via una storia densa di eventi all’apparenza scollegati tra di loro ma che pian piano acquistano un senso, e portano il protagonista e Tyler a creare una sorta di squadra paramilitare determinata a scardinare ogni struttura sociale del passato.
Devo ammettere di non ricordare nel dettaglio tutti gli avvenimenti di “Invisible Monsters”, ma riconosco comunque la presenza di molti elementi in comune come il primo capitolo che anticipa quanto avverrà nell’epilogo o il personaggio principale che narra le vicende nascondendo volontariamente al lettore alcuni elementi della storia per poi stupirlo con rivelazioni inaspettate. Lo stile di Palahniuk continua però a non convincermi del tutto e lo trovo estremamente difficoltoso da leggere, se non si presta molta attenzione.
Il libro presenta una struttura molto cinematografica, che sicuramente ha determinato il successo del film, ma anche questa può creare un po’ di confusione nel lettore alla minima distrazione. Quindi nel complesso è un romanzo dagli spunti molto interessanti, ma probabilmente non è una lettura che appassionerà tutti.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    08 Dicembre, 2019
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Ma un uomo, no non è contento mai

“Replay: una vita senza fine” è un romanzo fantascientifico che si sviluppa dal presupposto di una persona intrappolata in un perpetuo ciclo temporale, e pertanto costretta a rivivere continuamente lo stesso periodo della propria vita.
Questo volume non presenta una trama degna di nota, bensì prosegue seguendo il percorso del personaggio principale, ovvero Jeffrey Winston. Jeff è un uomo di mezza età dalla vita abbastanza ordinaria: capisce ormai di non potersi aspettare nulla di più, né dalla carriera come giornalista, né dal matrimonio con Linda; questa placida esistenza viene bruscamente interrotta quando Jeff muore per un attacco cardiaco, ritrovandosi pochi istanti dopo nella sua stanza del college, improvvisamente ritornato un diciottenne degli anni Sessanta,

«[...] allora che ne sarebbe stato del ricordo di quell’episodio? Da dove era venuto e che fine avrebbe fatto?
In un certo senso era come se stesse rivivendo la sua vita, facendola scorrere di nuovo come il nastro di una videocassetta; [...]»

Dopo un periodo di comprensibile confusione, inizia per Jeff una serie di esistenze estremamente diverse: si arricchisce a dismisura, corona il suo sogno di un matrimonio felice, si prefigge l'obiettivo di rendere il mondo migliore, ma soprattutto si pone molte domande sul suo particolare modo di morire e “rinascere”,

«Chi diavolo era Nelson Bennett? [...] un colpo della sorte, uno strampalato qualunque, manipolato da forze assai più potenti di qualsiasi cospirazione dell’uomo per far sì che il flusso della realtà non si corrompesse?»

Il romanzo aveva tutte le carte in regola per conquistarmi ma, dopo l'entusiasmo iniziale delle prime due o tre vite alternative, proprio come il protagonista sono rimasta abbastanza delusa da questa storia, soprattutto perché non c'è alcuna volontà di dare delle spiegazioni concrete, ed anche il finale rimane quasi aperto. L'unico messaggio che si può trarre è la visceralità dell'egoismo umano: a dispetto delle sue molteplici esistenze, Jeff non riesce mai a saziarsi della vita (o meglio, della sua coscienza di essa) ed arriva perfino a sfruttare le sue conoscenze per convincere degli scienziati governativi a studiare il suo caso.
Il personaggio di Jeff è molto complesso, anche se da uno spirito con così tanta esperienza ci si potrebbe aspettare un comportamento decisamente più maturo. La possibilità di riscrivere la propria esistenza inizialmente lo esalta,

«Non desiderava cambiare niente di tutto questo, e nemmeno porsi domande, tanto meno tornare a quell’altra realtà in cui aveva vissuto, o forse immaginato di vivere. Adesso poteva avere tutto ciò che aveva sempre desiderato, e il tempo e le energie per godersi tutto.»

capisce ben presto che si tratta però di una maledizione, in quanto ogni sua azione -sia essa positiva oppure malvagia- non ha alcuna ripercussione perché la nuova linea temporale la cancellerà dalla memoria delle altre persone.

«Jeff non avrebbe mai più dato vita a un essere umano, come aveva fatto con Gretchen, per poi vedere negata la sua intera esistenza. Lei non viveva più neanche nel ricordo, se non in quello dello stesso Jeff, [...]»

Escluso Jeff, gli altri personaggi del romanzo sono descritti in modo estremamente superficiale, tanto che spesso ricalcano degli stereotipi collaudati. Il trattamento peggiore è riservato però alle donne, che vengono rigorosamente divise tra avide manipolatrici e angeli del focolare; in generale il modo in cui vengono descritti i personaggi femminili è abbastanza svilente,

«[Sharla] ha un’aria dozzinale. Costosa, ma dozzinale; come Las Vegas, come Miami Beach. Dal più superficiale dei complimenti appariva subito chiaro che Sharla era, né più né meno, una macchina progettata per fottere, nulla di più.»

ed anche Pamela che all'inizio è presentata come una coprotagonista viene ben presto oscurata dall'ombra del prepotente ego di Jeff. Anche le scene tra loro lasciano addosso uno spiacevole senso di disagio perché, a dispetto della centenaria età mentale, si comportano come degli adolescenti:

«Jeff riuscì a sorridere. -Una minorenne. L’idea non mi dispiace.
[...]
-Cristo... è già da un anno e mezzo che aspetto di stare con te.»

Promuovo la scelta di dare ampio spazio allo sfondo storico delle vicende, facendo sempre intrecciare le vite di Jeff con la Storia, principalmente americana ma non solo,

«Giunse a Savannah verso mezzogiorno; [...] Jeff si fece strada con prudenza fra le barricate, consapevole delle dimostrazioni e delle successive violenze razziali che sarebbero scoppiate quella settimana.»

Sono rimasta invece interdetta dal banale messaggio di un libro che aveva un grosso potenziale, ma purtroppo ha dimenticato per strada pezzi importanti, come ad esempio il personaggio di Struat.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    03 Dicembre, 2019
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Biancaneve e i sette lupi mannari

"Winter" è il capitolo (quasi) finale della serie Cronache Lunari di Marissa Meyer; dico quasi perché è teoricamente seguito da una novella conclusiva presente nella raccolta "Star Above".
In questo volume la fiaba di partenza è Biancaneve, ma il romanzo ha l’arduo compito di portare a compimento gli avvenimenti della trama orizzontale, ovvero la lotta degli eroi protagonisti contro la regina Levana: questo va automaticamente ad accantonare la storia della principessa Winter che ottiene uno spazio decisamente più contenuto rispetto alle altre protagoniste della serie.
La storia riprende a qualche settimana dalla conclusione di “Cress", con il gruppo degli eroi a bordo della Rampion, intenti a pianificare una strategia per fermare le mire di conquista di Levana, mentre Scarlet è ancora rinchiusa nel serraglio lunare con Winter e il lupo Ryu come sola compagnia.
Il volume scorre un po' lentamente nei primi capitoli per poi accelerare decisamente nella parte conclusiva, dove il finale conclude la tetralogia in maniera convincente e, pur mantenendo fede al concetto dell'happy ending fiabesco, credibile. L'unico aspetto che mi ha lasciata perplessa è lo scontro tra Cinder e Levana (non ditemi che è spoiler, dai!), perché nel complesso è stata deludente rispetto al tanto hype creato e subito dopo c'è un salto temporale fin troppo repentino.
Promuovo invece la relazione tra Winter e Jacin: rispetto alle altre si basa su un sentimento duraturo e su anni di esperienze in comune, quindi risulta un'evoluzione spontanea della loro amicizia. Positivo anche che l'autrice si sia ricordata di alcuni personaggi secondari degli altri volumi per dar loro qui un meritato epilogo.
Ultimo appunto solitario: la traduzione italiana non sarebbe sgradevole se non venisse inserito continuamente -e a sproposito- il verbo accartocciarsi. Just... why?


Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i cinque motivi per i quali consiglio questa serie e i cinque per i quali invece lo sconsiglio.

PRO

1. IKO E JACIN
Il cast è ricco di personaggi, forse troppi dal momento che con “Cress” l'autrice si trova costretta a lasciarne qualcuno in panchina, ma tra i tanti la mia preferenza va all'androide Iko e alla guardia lunare Jacin.
Sin da “Cinder”, Iko si è dimostrata un personaggio originale e molto versatile: la vediamo sfruttare le sue abilità in quanto robot, ma anche regalarci parecchi comic reliefs che rendono la lettura più frizzante. Ho trovato sempre molto ben descritto il suo rapporto con Cinder,

«L’androide le prese il viso tra le mani. [...] -Te l’ho detto, farò qualsiasi cosa per proteggerti. E poi, se dovesse capitarmi qualcosa, so che tu saprai ripararmi.»

giustificato anche dalla sua natura robotica che la incita a rendersi sempre utile per il prossimo.
Caratterialmente opposto a Iko è invece il pragmatico Jacin, e lui mi ha colpita proprio perché nel gruppo dei protagonisti è il solo a mantenere una certa serietà; inoltre la sua determinazione a rimanere fedele nel proposito iniziale di proteggere Winter è a dir poco ammirevole, anche perché la loro è l'unica coppia nella serie a non essere nata grazie ad un insta-love (o allo stalking... ehm, Kai, ehm, Cress...) ma dopo un rapporto di amicizia consolidato negli anni.

2. RAPPRESENTAZIONE
Pur inciampando in qualche cliché, l'autrice si è impegnata per creare un cast molto variegato, con personaggi che rappresentano etnie ed estrazioni sociali estremamente diverse.
Il suo maggior merito è però nel descrivere la condizione dei cyborg, che sono semplicemente la traslazione in questo mondo futuristico delle persone con degli handicap fisici, ovviati in questo caso grazie alle protesi robotiche. La stessa Cinder fa parte di questa categoria, e pertanto decide di battersi per contrastare la discriminazione di cui i cyborg sono vittime; il discorso che fa nel finale di “Winter” ai capi di Stato è molto incisivo:

«Noi vogliamo semplicemente essere accettati, come chiunque altro. Per questo motivo, la mia prima richiesta è che tutte le leggi concernenti i cyborg vengano riprese in esame, affinché possiamo beneficiare dello stesso trattamento e degli stessi diritti fondamentali di chiunque altro.»

Trovo sicuramente positivo proporre una buona rappresentazione in una serie rivolta ad un pubblico giovane, così da non far sentire nessuno escluso.

3. AZIONE
In generale questi romanzi hanno un ritmo narrativo molto veloce, che sicuramente rendere la lettura rapida. Questa caratteristica si evidenzia soprattutto nelle molte scene d'azione, che risultano estremamente adrenaliniche ma riescono nel contempo a mantenere la necessaria chiarezza.
Pertanto, non si ha mai l'impressione di non sapere cosa stiano facendo i personaggi in scena, e questo non è affatto scontato perché molti romanzi SFF anche popolari ed amati propongono scene di combattimenti assolutamente incomprensibili.

4. AMICIZIA
Oltre alle scontatissime coppie (d'altronde, la base di partenza è quella delle fiabe!), sono presenti anche diversi legami di amicizia che libro dopo libro vanno ad includere tutti i protagonisti in un solo gruppo di eroi, in opposizione a Levana e i suoi sgherri.
Ho apprezzato moltissimo la lenta evoluzione di queste amicizie ed il modo naturale in cui vanno a formarsi anche tra personaggi molto diversi tra loro e, ad una prima occhiata, quasi incompatibili.

5. RETELLING
Il modo in cui le fiabe sono state riscritte mi ha colpita da subito in modo assolutamente positivo. La Meyer è stata abilissima nell'adattare gli elementi delle storie popolari a questo universo narrativo avanguardistico.
Ed ecco quindi come la scarpetta persa da Cenerentola si trasforma nel piccolo piede robotico che si stacca dalla gamba di Cinder durante il Ballo della Pace, e il travestimento del lupo in Cappuccetto Rosso viene reso grazie al Dono Lunare di un Taumaturgo che manipola la vista di Scarlet:

«Scarlet balzò via [...] fissando la nonna. I familiari capelli spettinati sempre raccolti in una treccia obliqua. Gli occhi conosciuti, che si facevano più freddi mentre la guardava. Si facevano più ampi.»

Tra tutti, forse “Winter” è quello che si scorsa un po' di più dalla fiaba originale, anche per adattarsi alle esigenze della trama orizzontale, ma senza dimenticare la mela avvelenata qui resa da dei golosi confetti:

«Scoprì due lucidi confetti alla mela verde che sembravano appena usciti dalla vetrina del pasticciere.»

E come il racconto popolare ci insegna, la matrigna travestita addenta il confetto normale, lasciando a Winter quello infetto dalla letumosi. Chapeau.

CONTRO

1. KAI E CRESS
Per due personaggi preferiti, due devono essere anche i personaggi più fastidiosi, e nel mio caso si tratta dell'imperatore Kaito e dell'hacker Crescent Moon.
Kai si rivela fin dai primi volumi un completo inetto, anche se in teoria ha passato tutta la vita a prepararsi al ruolo di futuro imperatore:

«[...] Kai si rese conto di quanto fosse stupida la sua domanda. Lui, l’imperatore, non aveva idea di quello che succedeva nel suo paese.»

Forse con la scusa della giovane età, l'autrice gli fa pronunciare alcune battute a dir poco fuori luogo visto il contesto drammatico in cui si trova,

«Kai unì le mani. -Giusto. Si tratta di quella in cui una regina dominatrice fa i capricci e minaccia guerra ogni volta che non ottiene ciò che vuole? Quella relazione?»

infatti anche con il padre moribondo, un Paese attanagliato dalla letumosi e le costanti minacce della regina lunare, i suoi pensieri si mantengono sempre piuttosto frivoli.

«Ma quelle vittorie sarebbero arrivate a fronte di una vita intera fatta di balli e celebrazioni al fianco di Levana, [...] la sua morte prematura avrebbe almeno potuto risparmiargli troppe penose feste danzanti.»

Ciò che personalmente mi ha più infastidito è stata però la sua forzatissima storia d'amore con Cinder; anche lei ha i suoi problemi (diciamoci la verità, è una Mary Sue fatta e finita), ma questo non scusa Kai per il corteggiamento assillante in cui si diletta in “Cinder” e per la sua gelosia immotivata in “Scarlet”,

«Kai si riavvicinò alla scrivania, notando che il profilo del fuggitivo era comparso sullo schermo. Il suo cipiglio si accentuò. Forse non era pericoloso, ma era giovane e indiscutibilmente bello. [...] Kai lo odiò all’istante.»

Anche Cress ha delle tendenze da stalker, mascherate alla meglio dalla Meyer con dei comportamenti da fangirl che dovrebbero accattivarsi le simpatie delle lettrici. Immediatamente leggiamo del modo distorto in cui lei vede il genere maschile,

«Accanto a lui [Wolf], Cress si sentiva piccola e vulnerabile come un uccellino, ma anche protetta.»

di conseguenza, la sua storia va a proporre tutti i cliché del genere romance, cominciando dal cattivo ragazzo incompreso che solo la protagonista speciale potrà redimere,

«Carswell Thorne non era un furfante senza scrupoli. Se qualcuno si fosse preso la briga di conoscerlo meglio, si sarebbe trovato di fronte un uomo compassionevole e galante.»

e continuando con i classici piagnistei della ragazza semplice-ma-unica che si strugge per il suo bello,

«Il capitano Thorne, con tutta la sua sicurezza e la sua esperienza del mondo, non avrebbe mai potuto essere rapito da una ragazza banale e goffa come lei.»

Diciamo che al giorno d'oggi questi stereotipi dovrebbero anche essere largamente superati.
La costruzione del personaggio di Cress ha anche un altro problema; mentre Kai è palesemente un incompetente, lei sfida le leggi del realismo e a soli nove anni diventa l'hacker di punta nello spionaggio lunare:

«She had learned the language of computers and network and she had learned the language of letters and sounds and she had done it all on her own.»

Tutto questo senza uno straccio di formazione, anzi in un ambiente che cerca di mantenere i Gusci come lei completamente ignoranti.

2. ANTAGONISTI
Se i protagonisti della serie (con qualche eccezione) mi hanno convinta, lo stesso non si può dire degli antagonisti. Ad esclusione di Levana, mancano di motivazioni forti per giustificale le loro azioni malvagie,

«A differenza dei civili, [le guardie] indossavano delle mascherine protettive che coprivano il naso e la bocca.»

ed in generale compiono delle azioni al limite della stupidità: l'esempio più lampante è la decisione di Sybil di far precipitare il satellite di Cress, svelando così ai terresti la presenza della flotta lunare.
Mi ha fatto sbellicare anche la descrizione delle telecamere lunari, perché quelle esterne non registrano l'audio,

«-Ci sono tre telecamere in questa piazza. [...] Nessuna è dotata di un sistema audio, [...].»

e quelle interne al buio diventano inservibili,

«Le luci spente avrebbero dovuto facilitarle il compito? Avrebbero dovuto aiutarla? Come faceva a...
Oh. Le telecamere.»

Tra androidi e navi spaziali mi aspettavo per lo meno che i cattivi avessero le telecamere con gli infrarossi!
Per quanto riguarda Levana, pur avendo un'intera novella dedicata all'evoluzione del personaggio, non ho provato un grammo di empatia per le sue azioni, così come i vari taumaturghi. Salverei soltanto Adri che per lo meno ha dei sentimenti condivisibili.

3. TRAMA
Tutta la serie pecca di ingenuità, e anche i personaggi adulti mostrano dei comportamenti estremamente infantili. Nella trama si riscontra la stessa pochezza, tanto che ogni svolta narrativa è prevedibile con pagine e pagine di anticipo.
Non paga di aver delineato una trama scontata, la Meyer si diletta speso e volentieri nell'anticipare al lettore i twist futuri; una scena ad esempio: prima viene mostrato Wolf che esce correndo dalla casa della madre per seguire qualcosa che ha fiutato, poi Scarlet vede un uomo che si avventa su Winter... chi sarà mai questo misterioso individuo?

4. CRONACHE STELLARI?
A parte le innovazioni tecnologiche, il mondo immaginato dalla Meyer limita l'esplorazione spaziale alla colonia sulla Luna (solo nel racconto “The Little Android” si accenna casualmente a dei viaggi fino a Giove). Premesso ciò, non si spiegano minimamente le tantissime esclamazioni “stellari” che ci regalano i personaggi, come “Per tutte le stelle!”, “Sacre stelle!”, “Siano lodate le stelle!” o ancora “Grazie stelle!”.
Sempre pensando che l'umanità non si è spinta più in là del suo satellite, sono rimasta molto perplessa a sentir parlare di galassia,

«To make Artemisia the most beautiful and enviable city in the GALAXY.»

o addirittura di ciò che è al di là della nostra Via Lattea,

«[Kai] Urlava e minacciava Levana con tutte le leggi relative al DIRITTO INTERGALATTICO cui riusciva a pensare.»

«[Linh Cinder] è accusata dei seguenti crimini: [...], interferenza negli AFFARI INTERGALATTICI, [...].»

Ovviamente si può obbiettare che l'intento dell'autrice fosse ironico, ma queste frasi sono presenti anche in situazioni serie e formali, quindi ne dubito.

5. LUNARI E GUSCI
Seppur il Dono Lunare sia un'ottima trovata per giustificare gli aspetti fantastici delle fiabe, ho avuto l'impressione che questo elemento abbia subito delle variazione del corso della serie. Prima sembra che possa influire solo sulla percezione visiva, come nel caso della bellezza esagerata di Levana, poi il potere viene esteso al controllo del corpo altrui, come fanno i taumaturghi.
A seconda delle necessità della storia, il Dono colpisce poi anche i pensieri e, in “Cress”, perfino le emozioni delle persone. Ho trovato un po' eccessivo questo aumento dei poteri lunari, anche perché le origini stesse dei lunari sono parecchio discutibili (gli Stati terrestri hanno finanziato la creazione della colonia, ma poi quando i Blackburn prendono il potere con un colpo di Stato dittatoriale non fanno nulla?).
D'altro canto abbiamo i Gusci che sembrano essere un involuzione dei lunari, ma perché allora sono diversi dai terrestri? specie se si pensa a Luc e Scarlet (in parte terresti in parte lunari) che sono in tutto e per tutto dei terrestri.
Collegata ai Gusci abbiamo poi un'altra scena surreale: i bambini senza Dono Lunari vengono prelevati da neonati,

«-Poi, quando nascesti, scoprimmo che eri un Guscio. [...] E poi venne Sybil, e io la pregai... la supplicai di non portarti via, ma non ci fu nulla... Si rifiutò di... e pensavo che tu fossi morta.»

e nonostante ciò uno dei compagni di Cress le chiede di contattare la sua famiglia d'origine. Questo serve a mostrarci ancora una volta l'abilità di Cress come hacker autodidatta, ma è irrealistico perché il bambino non dovrebbe avere nessun ricordo dei suoi genitori.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Novembre, 2019
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I fantasy YA non sono solo trash

"Silver" è il primo capitolo della la Trilogia dei Sogni -come è stata ribattezzata in Italia- scritta dall'autrice tedesca più british della letteratura contemporanea, ovvero Kerstin Gier. Desidero segnalare che questo romanzo è stato poi rieditato in Italia con il sottotitolo “Il libro dei sogni”, perché proprio di sogni qui si parla.
La protagonista Liv scopre infatti di poter entrare nel subconscio altrui attraverso una sorta di sogno lucido, ma cominciamo dal principio: assieme alla sorellina Mia, Liv subisce l’ennesimo trasloco, arrivando a Londra dove dovranno vivere con la famiglia del nuovo compagno della madre. La ragazza si troverà al centro di un’avventura a cavallo tra sogni e realtà, e dovrà sfruttare ogni sua risorsa per risolvere un mistero parecchio intricato.
Pur con qualche problema, in primis il cyber bullismo di Secrecy, questa trilogia è partita sotto i migliori auspici con una protagonista sveglia e determinata, accompagnata da un variegato cast di personaggi caratterizzati con sufficiente cura. La trama si sviluppa con un buon ritmo, aumentando di tensione fino alla svolta finale e anche il sistema magico, seppur non originalissimo, è interessante ed accurato.
Bonus: questo libro si è rivelato una lettura davvero azzeccata per Halloween, con un lato misterioso e creepy al punto giusto!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    26 Novembre, 2019
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Qualcuno ha visto l'editor?

“Angeli ribelli” di Libba Bray è il secondo libro di questa trilogia etichettata come new gothic, in cui continuano le sovrannaturali avventure della sedicenne Gemma dopo le sconvolgenti (rolling eyes) rivelazioni nel finale di “Una grande e terribile bellezza”.
Tormentata dal senso di colpa e perseguitata da incubi e visioni, in questo capitolo Gemma ha il compito di vincolare la magia dei regni dispersa dopo il finale del primo libro e quindi a disposizione anche delle creature malvagie delle Terre d'Inverno. Nel frattempo arrivano le vacanze di Natale, che porteranno la protagonista -assieme alle amiche Felicity ed Ann- a Londra dove ritroverà la sua famiglia oltre a nuovi personaggi.
Lo stile dell'autrice e la cura dell'edizione non sono variate dal primo volume, ovvero sono ancora parecchio deludenti: descrizioni degne di un bambino delle elementari da un lato e cambi dal tu al Voi (al Lei!) dall'altro non aiutano certo a mantenere accesa l'attenzione del lettore per oltre cinquecento pagine, specialmente se molte di queste sono dedicate ad eventi e personaggi del tutto irrilevanti ai fini della trama orizzontale.
Oltre alle scene inutili, il romanzo è costellato da altre che posso definire semplicemente assurde: antagonisti che scelgono lo pseudonimo anagrammando il vero nome (antisgamo, proprio), medici che ignorano il Giuramento di Ippocrate raccontando ogni dettaglio sulle malattie dei pazienti psichiatrici e -vera chicca!- le protagoniste che minacciano di maledizioni un tentato suicida e si convincono di averlo in questo modo “salvato”.
E quando pensavo di aver ormai toccato il fondo, ecco arrivare anche l'assenza di revisione: vediamo un personaggio estrarre una bottiglia di assenzio nascosta nella biblioteca... peccato che quella non fosse casa sua! Come ha fatto a mettere lì il superalcolico? e perché la padrona di casa non si stupisce minimamente? Temo che queste e molte altre domande siano destinate a rimanere un vero mistero.

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Romanzi storici
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    22 Novembre, 2019
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Storia di una Saumensch

“Storia di una ladra di libri” è sia un romanzo storico, per l’ambientazione nella Germania dei primi anni Quaranta, sia di formazione, infatti seguiamo la crescita della protagonista Liesel Meminger dalla fine dell’infanzia all’ingresso nell’adolescenza.
Con queste premesse la storia non sembra offrire degli spunti troppo innovativi: abbiamo già letto decine di libri sulla Seconda Guerra Mondiale e sulla maturazione di giovani orfani; Zusak ci offre però un’idea inusitata facendo raccontare tutti gli avvenimenti da una narratrice d’eccezione, ovvero la Morte. Devo ammettere che per quanto la trovata sia originale la voce narrante non mi ha convinto, ma ne riparliamo dopo... adesso vediamo la trama.
Costretta a separarsi dai genitori -bollati come Kommunisten dal partito nazista- a soli nove anni Liesel assiste alla morte del fratellino Werner e si ritrova poi affidata ai coniugi Hubermann, la severa ma generosa Rosa

«Per un attimo parve che la madre adottiva stesse per darle una pacca affettuosa sulla spalla.
Non lo fece.»

ed il pacato Hans, sempre capace di incoraggiare la bambina con una parola di conforto. Subito Liesel farà amicizia con il coetaneo Rudy Steiner, ma ben presto l’inizio del conflitto mondiale e delle persecuzioni contro gli ebrei in Germania verranno a spezzare il fragile equilibrio creatosi tra i protagonisti.
Come si evince da questo breve accenno, la trama sfrutta delle strutture già collaudate in noti classici per l’infanzia, come “Piccole donne” di Louisa M. Alcott (l’anziana vicina che chiede a Liesel di leggere per lei) o “Pollyanna” di Eleanor H. Porter (la signora Hermann resa apatica dalla morte del figlio), ma soprattutto “Anna dai capelli rossi” di Lucy M. Montgomery: in fondo gli Hubermann ricordano molto per carattere Marilla e Matthew Cuthbert, mentre Rudy è un eccellente sostituto per Gilbert, e Liesel ed Anna compiono il medesimo percorso di scoperta della letteratura, passione che le andrà ad accomunare.
A dispetto di questa abbondanza di cliché, devo ammettere che l’autore è riuscito comunque a rendere gradevole la storia puntando soprattutto sullo sviluppo delle relazioni tra i personaggi; personalmente ho apprezzato in particolare l’amicizia che va pian piano formandosi tra Liesel, Rudy e gli altri ragazzini della Himmelstrasse.
Avevo però un’idea del tutto sbagliata sullo sviluppo della storia, data forse dal primo titolo affibbiato in Italia al romanzo (“La bambina che salvava i libri”) e dalla visione del trailer dell’omonimo film; mi ero convinta che sarebbe stato dato molto più spazio al tema dell’olocausto, ed inoltre mi aspettavo che Liesel rubasse i libri per salvarli -perché messi al bando dai nazisti. Si tratta sicuramente di osservazioni del tutto soggettive, ma penso che altri lettori si siano trovati nella stessa situazione.
Ma passiamo alla nostra funesta narratrice. La Morte si rivolge al lettore in modo estremamente diretto, utilizzando la seconda persona singolare,

«Ora, un cambiamento di scena.
Finora le cose sono state fin troppo facili, non ti pare, amico mio?»

Questo punto di vista insolito ha certamente un gran potenziale, e risulta interessante leggere le scene alle quali assiste di persona perché, come lei stessa ci dice,

«Ti terrò l’anima in pugno. Un colore farà capolino dalla mia spalla, e ti porterò via con me, con dolcezza.
[...]
L’interrogativo che devi porti è: che colore assumerà ogni cosa nell’istante in cui verrò da te? Che cosa dirà il cielo?»

ed ecco che i colori assumono tutta un'altra rilevanza nelle descrizioni, come questa:

«Raccolsi la sua anima assieme alle altre e ci allontanammo. L’orizzonte aveva il colore del latte fresco, freddo, versato su tutto, fra i cadaveri.»

A dispetto di queste premesse, come ho già anticipato la Morte nei panni della narratrice non mi ha convinto: innanzitutto, ho trovato irritante la scelta di spoilerare continuamente degli eventi futuri, perché dopo una frase del genere:

«Facciamo un salto avanti, nel settembre 1943, nello scantinato.
[...]
Papà siede con la fisarmonica ai piedi.»

il lettore non potrà mai preoccuparsi per la sorte di Hans, anche se si trovasse in situazioni pericolose; ed è ancora peggio quanto va a narrare più volte lo stesso avvenimento, creando uno strano senso di déjà vu.
Ciò che mi ha lasciato maggiormente spaesata è la caratterizzazione della Morte. L’avrei preferita cinica e distaccata rispetto agli eventi ai quali assiste, mentre in più scene la vediamo esprimere dei pensieri fin troppo umani,

«Un gerarca in camicia bruna, un grassone che senza dubbio NON RISENTIVA DEL RAZIONAMENTO ALIMENTARE, informò il gruppo che rimaneva da percorrere un giro; [...]»

che vanno a collidere con la sua natura stessa.
Da ultimo, qualcosa di positivo e qualcosa di negativo. Ho adorato le descrizioni di questo romanzo, composte da parole scelto con molta cura ed a tratti quasi poetiche,

«Nelle strade c’erano pochissime persone. Pioggia come trucioli di matita grigia.»

mentre ancora non mi spiego le pagine del racconto “L’uomo che sovrasta”: se vengono strappate da un’edizione di “Mein Kampf” (saggio in lingua tedesca) e sono scritte da Max (cittadino tedesco di Stoccarda), perché le scritte sono in inglese? e, sotto la vernice, anche il testo del saggio è in inglese?
Una disattenzione che va a penalizzare un romanzo altrimenti molto accurato dal punto di vista dei dettagli linguistici.

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Fantascienza
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    18 Novembre, 2019
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Niente di magico nelle parole in sé

“Fahrenheit 451” è un romanzo distopico o -come viene descritto da Neil Gaiman nella sua introduzione per quest’edizione- un volume di speculative fiction che immagina un mondo futuro dove vigono leggi molto rigide, tra le quali la proibizione di possedere dei libri cartacei, in particolare romanzi e saggi.
Il protagonista Guy Montag è proprio uno dei pompieri “al contrario” incaricati di bruciare tutti i volumi proibiti, spruzzando il cherosene al posto dell'acqua dalla manichetta; l'uomo inizierà a porsi delle domande sul mondo in cui vive in seguito all'incontro con la giovane vicina di casa Clarisse McClellan, una ragazza spigliata che punta il dito senza timore contro le falle della loro società.
Ben presto, scopriamo che Montag già covava da tempo una forte curiosità nei confronti dei libri fulcro della sua attività, arrivando a sottrarre alcuni volumi dagli incendi appiccati proprio dalla sua squadra,

«Montag però non si mosse e continuò a pensare alla griglia del ventilatore di casa e a quello che aveva nascosto.»

e questo connubio di situazioni lo porterà a dover dare un cambio netto alla sua vita, scegliendo di schierarsi apertamente con coloro che i libri tentano di salvarli.
Anche a causa della relativa brevità del volume, il cast è parecchio limitato ed il personaggio di Montag si guadagna il ruolo preponderante senza troppi sforzi; Bradbury si concentra soprattutto sull'analisi della sua presa di coscienza, segnando una netta evoluzione da pompiere distruttore di libri a loro salvatore. Viene dato parecchio spazio anche al suo rapporto con la moglie: tra lui e Mildred vige una quasi totale incomunicabilità,

«Perché non comprava una radioconchiglia anche lui e parlavano insieme tutta la notte, biascicando paroline, grida, urla o imprecazioni?»

che si estende anche alla maggior parte degli altri abitanti di questa città distopica, tutti desiderosi di annullare i propri pensieri di fronte a televisori che ormai occupano intere pareti dei soggiorni e trasmettono programmi nei quali gli spettatori si sentono talmente partecipi da definire attori e presentatori la loro “famiglia”. L'autore palesa chiaramente la propria critica all'omertà che ha permesso al mondo di raggiungere questo stato di cose, e questo concetto si concretizza nella figura dell'anziano Faber.
Nettamente distinta dalla massa è invece Clarisse; fin dal loro primo incontro Montag percepisce di aver incontrato una persona unica,

«Montag ebbe la sensazione che gli camminasse intorno, come se lo esaminasse da capo a piedi, toccandolo leggermente per vuotargli le tasche ma senza muoversi affato.»

Ci troviamo qui di fronte ad uno strumento narrativo già sfruttato da Zamjatin in “Noi” e poi da Orwell in “1984”, con una figura femminile che smuove la coscienza sopita di un uomo perfettamente integrato nella società; in questo caso però è del tutto assente un interesse sentimentale, inoltre Montag è già parzialmente cosciente e basta davvero poco per innescare la sua trasformazione.
Mi ero interessata inizialmente a questo volume specialmente per la distopia che viene raccontata e, sebbene questo aspetto non venga analizzato troppo dettagliatamente nel testo, mi posso dire molto soddisfatta. Il passaggio dall'utopia alla distopia, ad esempio, si percepisce chiaramente dalle parole di quello che potremmo considerare l'antagonista della storia, ossia il capitano dei pompieri Beatty:

«-[...] Dobbiamo essere tutti uguali: non tutti nati liberi e uguali, come dice la Costituzione, ma tutti resi uguali. Ogni uomo deve essere l'immagine degli altri, perché allora tutti sono felici, [...]»

Sbandierando quindi un nobile fine -la felicità dei cittadini-, il governo attua una serie di azioni tipiche di questo genere, come il controllo pressante sull'informazione pubblica e la riscrittura della Storia a proprio vantaggio,

«-È vero che molto tempo fa i pompieri spegnevano gli incendi invece di appiccarli?
-No, le case sono sempre state a prova di fuoco. Glielo assicuro.»

Ma ciò che maggiormente salta all'occhio del lettore sono le leggi assurde che vengono imposte in questo mondo: non solo il divieto di possedere libri, ma anche un codice stradale che non impone limiti massimi bensì minimi alle automobili,

«-[...] Una volta mio zio cominciò a guidare piano, era sull'autostrada. Andava a sessanta all'ora e lo misero in cella per due giorni.»

Sebbene lo stile dell'autore non mi abbia convito del tutto (ho riscontrato un utilizzo di metafore quasi ridondante), il valore di questo titolo non può essere negato in alcun modo. Un valore che potrà essere compreso soprattutto da chi i libri li ama,

«-Tu non c'eri, non l'hai vista-, disse Montag. -Nei libri dev'esserci qualcosa, non possiamo immaginare cosa, che spinge una donna a bruciare con la sua casa. Dev'essere così, non ti fai ardere vivo per niente.»

e spera possano davvero salvare l'umanità, che anche una storia angosciante come quella di Montag possa offrirci uno sguardo ottimista verso il futuro.

«-[...] Forse i libri possono aiutarci a mettere la testa fuori dalla caverna. A impedirci di fare gli stessi maledetti errori.»

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    15 Novembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Sul rifiuto della morte

Ma non poteva mancare un romanzo di Stephen King nel periodo di Halloween! Tra l'altro un volume terrificante già dalla copertina, ossia “Pet Sematary”, romanzo tra i più iconici di questo prolifico autore che quest'anno ha ottenuto anche una nuova trasposizione cinematografica.
La storia è ambientata immancabilmente nel Maine, in particolare nella cittadina di Ludlow dove il dottor Louis Creed si trasferisce con la famiglia per motivi di lavoro; il giorno stesso del suo arrivo, l'uomo viene messo al corrente dall'anziano vicino Jud circa la presenza di un cimitero per gli animaletti domestici che vengono uccisi sulla vicina strada statale. Una serie di sogni terribilmente reali fanno però capire all'uomo che c'è ben altro nascosto nei boschi, oltre la barriera di tronchi che delimita il cimitero: una presenza malvagia collegata all'antica tribù indiana dei micmac, pronta ora a scatenare degli eventi tragici pur di conquistare il potere perduto.
Penso sia inutile negare che il libro svolge egregiamente il suo compito di horror, con diverse scene genuinamente terrificanti ed altre al limite dello splatter. Trovo però che questo lato sia stato molto ben bilanciato dalla presenza di temi un po' più rilevanti, in primis la capacità di affrontare il lutto come qualcosa di non unicamente negativo; in questo aiuta la metafora della resurrezione “sbagliata”, che va a simboleggiare gli avvenimenti della vita ben peggiori della morte.
Interessante anche la riflessione sul desiderio umano di prevalere sulla morte -non a caso il protagonista è un medico!-, e questo sogno ancestrale va quasi a sostituire l'antagonista nella storia, dimostrandosi ben più efficacie di qualsiasi mostro. Penso sia stata ottima anche la scelta di legare il lato fantastico della vicenda alle tradizioni indiane ed in particolare alla figura mistica del Wendigo, anziché puntare sul fantascientifico e far comparire bestie spaziali!
Sempre in confronto con “Le notti di Salem”, in questo libro anche il finale mi ha convito e l'unico aspetto negativo a mio avviso è la presenza di alcune scene etichettabili come filler.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Novembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Stupidità... stupidità ovunque!

“Sortilegio” di Rachel Hawkins è il terzo ed ultimo libro nella serie Prodigium, anche se il volumone unico proposto dalla Newton Compton comprende anche lo spin-off “Magico”.
Il romanzo riprendere le avventure di Sophie tre settimane dopo l'attacco a Thorne Abbey, periodo del quale la protagonista non ha però alcun ricordo; la ritroviamo tra le Brannick per scoprire che sua madre è proprio una di queste cacciatrici di creature soprannaturali. Ovviamente si intuiva già dal finale dello scorso libro, ma la cara Sophie si meraviglia anche dell'aria che respira figuriamoci della tinta ai capelli della madre!
In questo capitolo la missione principale è fermare le sorelle Casnoff ed il loro piano per creare un esercito di demoni; descritta così può sembrare quasi una storia epica, ma vi posso assicurare che ho letto poche battaglie letterarie più scontate e assurde di questa: basti pensare che l'antagonista si piazza nell'esatto punto e con tutti gli oggetti necessari a sconfiggerla, cosicché la vittoria del buoni sia garantita al limone.
Per quanto riguarda personaggi e stile, il livello si mantiene sempre infimo, tanto da far pensare più ad un libro con target middle grade che young adult. Davvero irritanti i tentativi della protagonista di accattivarsi il lettore con continui riferimenti alla cultura pop, come pure l'ottusità dei personaggi adulti.
Sul collegamento al tema halloweeniano non mi esprimo neppure. Traete voi.

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Romanzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    09 Novembre, 2019
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Gloria e decadenza della provincia americana

“Pomodori verdi fritti” è un romanzo dalla struttura estremamente peculiare che attraverso varie testimonianze va a raccontare la vita quotidiana degli abitanti di Whistle Stop -e della vicina Troutville-, una cittadina provinciale nel sud degli Stati Uniti, in particolare nell’Alabama.
La narrazione risulta suddivisa in tre focus principali: la storia di Whistle Stop nel passato, dagli anni Dieci del Novecento in poi; il punto di vista di Evelyn Couch, nella metà degli anni Ottanta, che ascolta i racconti dell’anziana Virginia “Ninny” Threadgoode; gli articoli tratti da diversi quotidiani o bollettini locali, in particolare da “Il giornale della Signora Weems”, impiegata postale di Whistle Stop che tra una notizia e l’altra inserisce anche informazioni sulle attività imprenditoriali della cittadina,

«PS. Opal ha appena ricevuto una consegna di riccioli di capelli veri. Quindi, se avete bisogno di capelli supplementari in qualche punto della testa, passate pure da lei.»

o sulle più recenti disavventure del marito Wilbur.

«Per finire, la mia dolce metà dice che qualcuno ci ha invitati a cena, ma non ricorda chi. Così chi ci ha invitati sappia che accettiamo volentieri, ma si faccia vivo per darmi l’indirizzo.»

I capitoli sono quasi sempre molto brevi e presentano ogni volta un periodo o un luogo diverso. Questi continui cambi, uniti ad un cast di personaggi estremamente numeroso, creano un po’ di confusione durante la lettura e solo dopo un po’ si riescono a mettere a fuoco le varie parentele e relazioni. Il principale punto debole del romanzo è la scelta di raccontare fuoricampo la maggior parte degli eventi anziché descriverli direttamente; il problema non è evidente tanto nelle parti di Evelyn o negli articoli, quanto nella narrazione del passato di Whistle Stop,

«Le Roy [...] viaggiava molto e si fermava spesso lungo la strada. Quando Naughty Bird scoprì che a New Orleans alloggiava a casa di una meticcia quasi bianca, per poco non ne morì.»

Un altro paio di aspetti negativi (poi parlo di ciò che mi è piaciuto, giuro!): il tono della narrazione mi ha convinto perché frizzante e molto ironico ma non cambia mai, quindi non si notano differenze tra quando le vicende sono narrate direttamente dall’autrice e quando vengono interposti, ad esempio, dei giornalisti; c’è poi un problema con l’edizione italiana della Rizzoli, infatti la sinossi proposta in quarta di copertina anticipa un evento che accade dopo la metà del volume e ne parla -erroneamente- come fosse l’avvenimento principale della trama.
Ma passiamo finalmente ai lati positivi. Per quanto sia difficile sintetizzare la storia, questo romanzo ha certamente una fortissima carica emotiva, ma non si accontenta di far piangere i lettori bensì va ad affrontare una tematica di primaria importanza quale la discriminazione ed il tentativo di opporvisi. Discriminazione che colpisce le donne e i poveri costretti al vagabondaggio,

«Negli ultimi due mesi la Legione americana aveva fatto più di un’incursione negli accampamenti dei vagabondi, distruggendo qualunque cosa allo scopo di ripulire la città [...].»

ma soprattutto le persone di colore, come ci dice senza mezzi termini Idgie in questo estratto:

«-A volte mi domando che cosa le genti usi al posto del cervello. Pensa a quei ragazzi: hanno paura di sedersi a mangiare vicino a un negro, ma divorano le uova che escono dal culo delle galline.»

Tra i tanti personaggi, quelli femminili hanno certamente un impatto più rilevante sul lettore e in questo il romanzo mi ha ricordato molto il meraviglioso “The Help” di Kathryn Stockett. Tutte donne che non vogliono più vivere all’ombra degli uomini, e cercano quindi un modo per far valere anche la propria idea, come Evelyn che reagisce con rabbia quando vede come si possa venire maltrattate a dispetto di un comportamento irreprensibile:

«Aveva fatto tutto questo, eppure quell’estraneo l’aveva umiliata con le parole che gli uomini rivolgono alle donne quando sono furiosi.
[...] perché, quando gli uomini volevano umiliare gli altri uomini, li chiamavano donnicciole? Come se fosse la cosa peggiore del mondo. Che cosa abbiamo fatto per essere considerate in questo modo?»

E tra queste donne tutte diverse -chi desidera una famiglia, chi vuole avviare un’attività, chi ama accudire i bimbi- primeggia sicuramente Idgie Threadgoode; solare e testarda, un po’ sopra le righe, Idgie è molto spesso il centro attorno cui gravitano gli eventi del libro. Si dimostra sempre generosa, non ha riserve nell’esporre le sue idee,

«-Idgie fu la prima a chiamarlo Stump (aka, moncherino) e a Ruth per poco non venne un colpo, [...]. Ma Idgie disse che era la soluzione migliore, perché in questo modo nessuno gli avrebbe affibbiato il nomignolo a sua insaputa.»

e la sua relazione con Ruth è descritta in modo molto intenso e coinvolgente, anche se stento a credere che una coppia lesbica con tanto di figlio a carico venisse accettata da tutti con naturalezza in un paesino dell’Alabama negli anni Trenta. Una bella speranza.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    09 Novembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

L'etica ballerina del consiglio veriano mi stupisc

"L'ascesa dei re" è il capitolo conclusivo nella trilogia Captive Prince, scritta da C.S. Pacat. La storia riprende dal termine de “La mossa del principe”, con Damen finalmente costretto a rivelare la sua vera identità e Laurent impegnato nella guerra contro lo zio usurpatore. E mai come in questo volume si percepiscono i problemi di ritmo nella narrazione, con battaglie campali risolte in poche righe da un lato e scene marginali proposte più e più volte dall'altro; la Pacat inoltre ha inserito troppe problematiche da risolvere in un numero esiguo di pagine, con il risultato di ottenere un finale davvero affrettato.
Ciò che mi ha maggiormente infastidito, oltre alla leggerezza con cui vengono descritti i confronti politici, è lo sdoppiamento di Laurent, finora l'unico personaggio ben caratterizzato: per dare finalmente uno sviluppo al lato romance della storia, l'autrice ha deciso di stravolgere il povero principe solo in un paio di scene e di mantenerlo “normale” (ossia distaccato e cinico) per il resto della storia.
In generale la maggior parte del romanzo va ha creare delle aspettative che il finale delude in pieno, come gli interminabili capitoli dedicati alle alleanze strategiche per formare l'inutile esercito, o ancora la ridicola storyline incentrata sul figlio di Jocasta.
Oltre ai protagonisti, gli altri personaggi sono pesantemente stereotipati e la serie si dimostra nulla più della fanfiction che era in origine. Peccato, perché l'idea iniziale prometteva di meglio.


Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i dieci motivi per i quali sconsiglio questa serie.

1. DAMIANOS “DAMEN” DI AKIELOS
Damen è a dir poco snervante, il che rende davvero problematico leggere tre libri quasi esclusivamente dal suo punto di vista. Non solo dimostra un'ingenuità disarmante per una persona del suo rango ed educazione, ma ogni sua azione denota la totale inadeguatezza al futuro ruolo di sovrano.
Che il regno di Akielos non sia la sua priorità lo si vede in svariate scene, specialmente ne “La mossa del principe” dove avrebbe decine di occasioni per scappare e rivendicare il trono usurpato, ma rimane fedelmente (?) al fianco di Laurent; inoltre non vediamo quasi mai una sua reazione degna di questo nome alle nefandezze commesse da Castor perché, essendo il protagonista, ovviamente è buono fino alla nausea.
Come molti dei personaggi inoltre, Damen è esteticamente perfetto e con delle caratteristiche atletiche quasi utopiche, che mi hanno subito portata a bollarlo come un Gary Stu fatto e finito. Qui gli esempi si sprecano, ma credo che vi basterà questa scena:

«La lancia era diretta al suo petto e DAMEN L’AFFERRÒ AL VOLO, [...]. Assorbì il contraccolpo e strinse le cosce sui fianchi del cavallo per restare in sella.»

2. PERSONAGGI FEMMINILI
A trilogia ultimata ho fatto mente locale sui personaggi femminili e ne ho contati soltanto cinque, escludendo le comparse che non parlano nemmeno: Jocasta, Vannes, Loyse, Halvik e la tenutaria del bordello. Avere per protagonisti una coppia di uomini non obbliga certo l'autrice a cancellare i personaggi femminili dal suo cast!
Inoltre, pur presentando un mondo in cui le relazioni omosessuali sono accettate e -in alcuni casi- incoraggiate, la cara Pacat ci delizia con altri aspetti non proprio positivi, come il disprezzo per i figli illegittimi, la schiavitù e la monarchia ereditaria vista in una luce molto positiva, dal momento che gli usurpatori sono ovviamente gli antagonisti.

3. L’ANTAGONISTA
E riguardo proprio i villain, parliamo ora dell'antagonista principale della trilogia, ossia il reggente di Vere. Indubbiamente la Pacat ha voluto giocare facile con lui, affibbiandogli come sole caratteristiche le due più ricorrenti tra i cattivi della letteratura, ossia mancanza di un nome ed abitudini perverse come pedofilia e incesto. Senza sforzarsi troppo per dare profondità al suo personaggio, l'autrice l'ha reso così una blanda versione umana dello Scar disneyano.
Sempre in tema antagonisti, gli altri sono davvero poco influenti e spesso mettono in atto dei piani dai risultati aleatori, come quello di Jocasta ne “L'ascesa dei re”

«Un gruppo di soldati era piombato su quel villaggio durante la notte gridando il suo nome. Avevano sterminato gli ignari abitanti e bruciato le loro case, una mossa pianificata con il preciso intento di danneggiare la sua credibilità politica.»

Se poi i soldati sterminano gli abitanti del villaggio, che senso ha dire loro di essere stati mandati da Damen? Ma soprattutto, quante possibilità c'erano che il nostro eroe trovasse il soldato morto nel bosco?

4. IL REGNO DI VERE
Dal momento che la maggior parte della narrazione è ambientata a Vere, questo è il regno che conosciamo in maniera più dettagliata. Ed è pieno di contraddizioni!
Partiamo con la presenza di un reggente senza un sovrano da sostituire; dal punto di vista storico, i reggenti sono chiamati a governare quando i re legittimi sono troppo giovani, fisicamente o mentalmente inadatti oppure lontani dallo Stato, ad esempio perché in guerra; qui invece c'è solo un principe non ancora incoronato.
E cosa dire dei mercenari? Quelli di Vere vengono decritti così:

«Non erano nemmeno soldati addestrati, bensì mercenari: combattenti mediocri e con grosse lacune.»

mente nel resto del mondo sono persone che combattono per denaro e quindi sono meglio addestrati e motivati dei soldati regolari, di solito contadini armati. Ma l'aspetto più esilarante di questo regno sta in quello che per loro è un tabù: i figli illegittimi; per pagine e pagine ci viene ribadito che sono la peggiore disgrazia che possa capitare, ma poi scopriamo l'esistenza di bordelli perfettamente legali... sono perplessa.
Sempre in relazione alla geografia di questo mondo, non riesco poi a spiegarmi come siano possibili così tante differente etniche e culturali tra due Paesi così vicini: in pratica, Akielos è l'equivalente dell'antica Grecia mentre Vere è la Francia di Luigi XIV!

5. FANSERVICE
Questo aspetto è messo in evidenza soprattutto dal comportamento di Laurent nel secondo e nel terzo libro perché, con l'intenzione di accontentare i suoi lettori, la Pacat ha stravolto il suo atteggiamento rendendolo più passionale e impulsivo, ma solo e unicamente nelle scene nelle quali queste caratteristiche vengono richieste (aka scene romantiche e/o erotiche con il caro Damen) mentre nel resto del tempo rimane il solito principe freddo ed altezzoso di sempre.
La differenza tra queste attitudini è davvero molto evidente e rende il personaggio poco realistico; il che per contro lo uniforma al resto del cast ed alla trama.

6. RITMO
Nell'intera serie si riscontrano dei problemi con il ritmo della narrazione, con scene fin troppo veloci (si arriva a far accadere degli eventi molto importanti fuori scena!) e altre estremamente lente o ripetute sempre uguali, come Nikandros ne “L'ascesa dei re” che ribadisce mille volte a Damen che non dovrebbe fidarsi di Laurent.
Ancor peggio ne “Il principe prigioniero”, libro che è praticamente privo di uno sviluppo verticale della trama, rendendo di conseguenza il ritmo estremamente lento.

7. SEGNI D’INTERPUNZIONE
Inizio col parlare delle virgolette, spesso piazzate dall'autrice a sproposito, sintomo di una revisione pigra. Alcuni esempi:

«I prediletti, invece, non “servivano”, si limitavano a starsene accucciati accanto ai loro padroni.»

«Damen aveva, in vita sua, assistito a molti spettacoli, ma a Vere i “divertimenti” erano di tutt’altra natura.»

In entrambi i casi sarebbe stato sufficiente specificare meglio i concetti, ossia servire il cibo e divertimenti a sfondo sessuale.
Altro problema è l'abuso di puntini di sospensione, problema del quale riporto alcuni degli esempi più lampanti:

«Il torpore che lo avvolgeva non era naturale e, preda di un’altra vertigine, ripensò all’odore stucchevole delle terme... all’incenso nel braciere... una droga, capì [Damen] con il fiato corto.»

«Ammesso che stesse agendo nel suo interesse... E anche se così non fosse stato, Damen era stanco dell’interminabile partita che si stava giocando quella sera. E tuttavia...»

«[...] fece appello a ogni briciolo di ragione rimasta per porre fine a... qualunque cosa fosse.»

«[...] eppure non avrebbe mai pensato...
...La testa di Nicaise estratta dal sacco di iuta; il corpo freddo di Aimeric allungato acconto a una lettera, e...
Era tutto molto chiaro.»

Non ci sarebbe nulla di troppo grave, non fosse che questi puntini non vengono inseriti nei dialoghi -dove una pausa di tanto in tanto è ammissibile- bensì nella narrazione in terza persona.

8. GENERE
Uno dei misteri di questa serie, per chi non l'ha letta, riguarda il suo genere. Vi tolgo subito il dubbio: è un romance, punto.
La mia perplessità è dovuta al modo in cui la trilogia viene presentata negli store online o da chi ne scrive le recensioni: c'è chi l'ha definita un fantasy, sebbene non ci sia alcun elemento sovrannaturale, e chi si è spinto oltre parlando addirittura di un romanzo storico... in un mondo fittizio!

9. FANFICTION
Per chi non ne fosse al corrente, questa trilogia in principio era una fanfiction originale che, in virtù dell'enorme successo sul web, è stata pubblicata da un editore come succede molto spesso negli ultimi anni.
A mio avviso c'è però una netta differenza tra la stesura di un romanzo e di una fanfiction, dove l'autore più intervenire di volta in volta modificando il corso iniziale della storia per seguire i suggerimenti dei suoi lettori.
Ma c'è dell'altro: nel testo ci sono tantissime informazioni ripetute, in alcuni casi forse proprio perché la lettura di questo genere di opere è frammentaria e risulta necessario rinfrescare la memoria ai lettori. Troviamo per esempio questa affermazione:

«Nonostante ciò, la sua [di Damen] forza fisica sembrava a malapena contenuta.»

seguita, meno di una decina di righe dopo, da quest'altra:

«La formidabile potenza del suo corpo era a stento trattenuta.»

E non basta, perché oltre alle ripetizioni la cara Pacat si trova spesso a rimarcare le ovvietà o a spiegare dei concetti basilari,

«Da questo momento esisti solo per soddisfare il principe ereditario, per il quale questa nazione è amministrata in reggenza e che un giorno ascenderà al trono.»

Se è il principe EREDITARIO è palese che un giorno ASCENDERÀ AL TRONO! I lettori non sono tanto stupidi!
Per la vostra gioia, e la mia esasperazione, ecco un altro esempio:

«[...] ma di tanto in tanto uno degli uomini gli parlava, anche se gli scambi erano brevi. Solo qualche parola qua e là.»

Anche in questo caso sarebbe stato sufficiente un po' di editing prima della pubblicazione. Purtroppo, quando un prodotto ha il potenziale per vendere gli editori tendono a non far caso a questi dettagli.

10. EDIZIONE
E in conclusione parliamo proprio dell'edizione, italiana in questo caso. Ovviamente sono felice che la Triskell si sia impegnata per portare nel nostro Paese una serie relativamente recente senza lasciarla a metà (ehm... Leggereditore... ehm), ma non posso evitare di notare alcune problematiche.
Partiamo con un aspetto soggettivo, perché su tre libri acquistati, mi sono trovata con tre formati diversi: il primo piccolo con la copertina lucida, il secondo grande con la copertina lucida ed il terzo grande con la copertina opaca. Ripeto, spero sia un problema solo mio.
Passando a qualcosa di decisamente oggettivo abbiamo invece un font senza dubbio troppo piccolo, un'impaginazione spesso migliorabile (pagine nuove solo per poche parole!), ma soprattutto una mappa incompleta e stampata in modo da rendere i nomi delle città illeggibili.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    06 Novembre, 2019
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Fuga da una distopia domestica

“Un gioco da bambini” è una novella scritta simulando il resoconto di uno psichiatra, il dottor Greville, agli avvenimenti collegati ad un massacro dai contorni nebulosi operato in un moderno complesso residenziale inglese, il Pangbourne Village.
Greville entra in scena quando sono trascorsi ormai un paio di mesi dalla strage: incaricato dalla polizia di effettuare un sopraluogo nel Village e affiancato dal sergente Payne, l'uomo si trova a ricostruire i momenti che hanno portato alla morte di tutti gli adulti residenti nella struttura e all'apparente rapimento dei bambini.
Le ipotesi e i tentativi di chiarire la vicenda da parte di giornalisti e semplici curiosi si sprecano, ma sarà proprio lo scostante Payne a portare l'attenzione di Greville su una delle teorie più assurde,

«A questo punto non rimangono che alcune teorie piuttosto fantasiose. [...]
e) I genitori sono stati uccisi dai propri figli.»

E non credo si possa parlare di spoiler in alcun modo, visto che già dalla copertina lo sviluppo di questo libro pare abbastanza chiaro.
Lasciando da parte i personaggi (tutti abbozzati o riuniti in un gruppo di riferimento), il fulcro della vicenda, nonché chiave di volta nell'indagine di Greville, è lo stesso Pangbourne Village, che per molti aspetti -specialmente sul versante della tecnologia- ricorda l'ambientazione de “Il condominio” dello stesso autore; anche qui infatti abbiamo una struttura avanguardista che promette una vita idilliaca ai suoi abitanti, i quali ad esempio sono riusciti

«[...] a bandire dal loro Parnaso privato persino il concetto di sporcizia e di disordine.»

e per ottenere questo angolo di paradiso non hanno esitato a eliminare gli animali domestici, dei quali si dice:

«[...] (cani e gatti non sono ben visti al Pangbourne Village: insozzano i prati e si accaparrano una dose di affetto spesso eccessiva).»

Ma l'aspetto più particolare della struttura riguarda il controllo mirato che i genitori esercitano sulla vita dei bambini, utilizzando anche un moderno sistema di telecamere orientabili. Una sorveglianza sicuramente dettata dall'amore e all'insegna degli incoraggiamenti piuttosto che dei rimproveri, ma ciò non basta a rendere vivibile un luogo del genere ai ragazzi che per alcuni aspetti può ricordare perfino la vigile dittatura in “1984” di George Orwell.
In tal senso, il titolo originale dell'opera “Running Wild” si dimostra ben più incisivo di quello dell'edizione italiana: i ragazzi del Village si sentono oppressi dai genitori in ogni genere di attività: scolastiche, sportive, perfino ricreative,

«Non c'era quasi un minuto della giornata dei ragazzi che non fosse stato intelligentemente programmato.»

e quindi l'omicidio perde la sua connotazione negativa per diventare la sola via percorribile verso una vita libera dalle imposizioni. Lo stesso protagonista afferma che:

«Avevano bisogno di genitori che non si impicciassero di tutto quel che facevano, che non temessero di mostrarsi nervosi o seccati, [...]»

Nel complesso, Ballard riconferma la sua abilità nel mostrare le crepe della società portando ad esempio delle situazioni davvero estreme, in questo caso scegliendo anche di puntare su un notevole impatto emotivo vista la giovanissima età dei ragazzi coinvolti nella strage. L'autore sfrutta la voce di Greville per convincere i suoi lettori che

«[...] i giovani quanto più si sentono amati, compresi e assecondati tanto più provano il disperato impulso di fuggire.»

Il tutto visto in un'ottica estremamente pessimista, sia per quanto riguarda il futuro della società, quella inglese in particolare e quella occidentale in generale, sia per lo sviluppo del comparto tecnologico che in questo volume come ne “Il condominio” sembra destinato a rovinare i rapporti umani, mentre in teoria dovrebbe contribuire a rafforzarli.
E pensando a quanti preferiscono il pigro invio di un emoji ad un incontro di persona, dobbiamo ammettere che negli anni Ottanta Ballard sapeva già guardare molto lontano.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    22 Ottobre, 2019
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"Piccola italiana" nel senso di età mentale?

Ho iniziato le lettura di questo romanzo senza alcuna aspettativa a riguardo; so bene che non si dovrebbe partire prevenuti, ma visti i precedenti già potevo immaginare che “Una regina al potere” di Matteo Strukul non sarebbe stato il caso editoriale promesso in quarta di copertina.
Il caro Strukul si concentra questa volta su Caterina de'Medici, sovrana di Francia durante il regno del marito Enrico II e poi reggente per due dei suoi figli. Rispetto a “Un uomo al potere”, la scena si sposta pertanto avanti nel tempo (Caterina è la bisnipote di Lorenzo il Magnifico) e nello spazio, portandoci infatti oltre le Alpi.
Come capire che siamo arrivati nella Patria di Lady Oscar? Perché, proprio come ne celebre anime degli anni Settanta, gli occhi dei personaggi luccicano di continuo, come segnale di sfida o di intenzioni malvagie.
Inutile dire che il romanzo ripropone tutti i problemi già riscontrati nei volumi precedenti, come dialoghi riempitivi, metafore illogiche e banalissime frasi fatte, ma qui spunta anche qualche errore storico: ad esempio, viene detto che Maria Stuarda ha diciotto anni al momento di sposare il futuro Francesco II mentre la regina di Scozia nel 1558 era soltanto sedicenne, si parla come di un fatto certo della relazione tra Enrico III e la sorella Margot -in realtà una mera supposizione-, o ancora viene dato grande spazio alla rivalità tra Caterina e Diana di Poitiers dimenticano totalmente di menzionare le altre amanti di Enrico II, dalle quali il sovrano ebbe almeno tre figli illegittimi! come pure viene del tutto scordato uno dei figli di Caterina, Francesco Ercole.
Qui voglio però concentrarmi sul problema principale di questo libro, ovvero la rappresentazione dei personaggi femminili. Come Strukul ci ha ormai abituato, le donne nel suoi libri sono drasticamente divise tra sante (ossia le donne della famiglia Medici) e prostitute; caso vuole che l'autore si sia trovato a dover rendere una donna protagonista del romanzo, e quindi come caratterizzarla?
Voglio immaginare che l'autore si sia tuffato nella lettura di libri Harmony per creare il personaggio di Caterina, perché l'alternativa sono i romance YA da quattro soldi. Nonostante i suoi trent'anni suonati, la regina si comporta ancora come una ragazzina: ripete in continuazione di essere brutta e fa confronti in tal senso con Diana, bollata come la causa di tutti i suoi problemi, compreso il non-amore di Enrico che lei continua ad adorare senza alcun motivo. E nella parte finale il problema si fa ancora più evidente perché, con l'intenzione di dimostrare la sua imperitura bontà d'animo, l'autore finisce per dipingerla come una totale bipolare.

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