Opinione scritta da La Lettrice Raffinata

500 risultati - visualizzati 251 - 300 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10
 
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Mag, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Lettura morbosa

Fin dalle prime pagine, leggere questo romanzo mi ha dato la stessa sensazione di assistere ad un incidente in autostrada: sapevo benissimo che andando avanti la situazione psicologica e le dinamiche tra i personaggi sarebbero diventate sempre più problematiche e malate, ma ero incapace di staccare gli occhi dal testo per una necessità quasi fisica di capire quale sarebbe stato l'epilogo.
Il primo pregio che si può notare nella prosa di McGrath è infatti la sua eccellente gestione del ritmo narrativo, accostata ad una storia che già di per se risulta intrigante. Ci troviamo infatti nella Gran Bretagna a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso ed il nostro narratore è Peter Cleave, uno psichiatra che lavora all'interno di un grande complesso vittoriano dove vengono rinchiusi criminali con problemi psichici; la storia raccontata dal medico è quella dell'attrazione distruttiva tra il suo paziente Edgar Stark -rinchiuso per un efferato uxoricidio- e Stella Raphael, avvenente moglie del nuovo collega Max.
Questa trama ha delle premesse molto interessanti ma se da un lato l'autore è superbo nel dosare la tensione, non raccontando mai per interno un episodio in modo da tenersi da parte i dettagli più torbidi per un secondo momento, dall'altro mi aspettavo onestamente un intreccio più movimentato. Almeno nelle ultime pagine sarebbe stato utile dare concretezza a tutta la tensione accumulata inserendo più svolte narrative oppure includendo alcuni dei personaggi che ci eravamo lasciati alle spalle nei capitoli precedenti.
In fin dei conti il mio solo problema con "Follia" è stato proprio questo; ho continuato a leggere speranzosa fino all'epilogo ma la scintilla non è mai scoccata, seppur la lettura mi abbia saputo intrattenere senza mai un momento di noia. Il merito di ciò è da attribuirsi soprattutto al cast ed alle dinamiche: la caratterizzazione dei protagonisti è studiata in modo attento, creando personaggi dalla psicologia contorta ma non per questo inverosimili o esagerati. Seguire l'evoluzione dei rapporti risulta di conseguenza molto interessante, in primis per quanto riguarda la relazione malata tra Edgar e Stella, ma anche la dinamica paziente /medico tra lui e Peter -che a tratti sembra travalicare questa eccezione a causa dell'interesse esclusivo dimostrato dal medico- e le storie che lei intreccia con gli altri uomini.
Un romanzo che non esiterei a consigliare per chi cerca una lettura sicuramente coinvolgente e scorrevole, che spinga al tempo stesso a riflettere sui meccanismi della psiche umana, con degli ottimi protagonisti e dei personaggi secondari validi, ma non sfruttati appieno secondo me. Dopo averli introdotti, McGrath sembra lasciarli un po' a se stessi, accantonando nel mentre anche le loro sottotrame; può essere frustrante ma non si tratta di un vero errore: dobbiamo ricordare che tutti gli eventi sono filtrati dallo sguardo di Peter e dai suoi specifici interessi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    09 Mag, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

L'uomo che vendette sua moglie per cinque ghinee

Non fatevi ingannare dalla bucolica copertina dell'edizione BUR Rizzoli, che rispecchia sicuramente l'ambientazione di questo romanzo ma per nulla lo spirito della storia. "Il sindaco di Casterbridge" racconta infatti una vicenda dai toni molto tragici, che potremmo accostare più facilmente alla triste vita di Tess dei d'Urberville rispetto al piglio quasi umoristico di "Via dalla pazza folla". La cover stonata non è poi l'unico difetto di questa edizione, che presenta anche un'impaginazione sicuramente realizzata per far perdere il maggior numero possibile di diottrie all'ignaro lettore ed una scarsa qualità di stampa e materiali.
La narrazione ha un'impronta corale, ricordando per molti versi un romanzo familiare, ma il collante tra i vari personaggi è rappresentato dalla figura di Michael Henchard. All'inizio della storia lo vediamo come un giovane in cerca di lavoro, privo di mezzi e con il vizio del bere; dopo aver letteralmente venduto moglie e figlia ad un marinaro sconosciuto mentre è ubriaco, l'uomo decide di fare un voto di astinenza dall'alcool per i successivi ventuno anni. Quando lo ritroviamo è un'altra persona: stabilitosi nella cittadina di Casterbridge, Henchard è diventato un commerciante di successo e la stima di cui gode presso i suoi concittadini è tale da farlo eleggere sindaco; questa posizione faticosamente raggiunta verrà messa a rischio nel corso della storia dal destino avverso e dallo stesso temperamento irascibile dell'uomo.
La prosa di Hardy è sempre una delizia da leggere: si percepisce la passione e la cura con cui descrive la campagna dell'Inghilterra meridionale, le cui tinte si fanno più vivaci soprattutto durante il periodo del raccolto. Il solo difetto che potrei appuntargli è l'utilizzo troppo frequente degli sbalzi temporali sia all'inizio -dal momento in cui Henchard si separa dalla sua famiglia sino a quando è ormai divenuto sindaco- sia nei capitoli seguenti, quando ci sono degli eventi che vengono soltanto riepilogati a beneficio del lettore. Questo serve però a dare più spazio agli episodi realmente rilevanti ed alle riflessioni dei personaggi principali.
Assieme ad una trama intrigante e costellata da una buona dose di svolte inattese, proprio i personaggi risultano essere uno dei punti di forza di questo titolo. L'autore non lascia al caso neanche la caratterizzazione dei numerosi abitanti di Casterbridge, si tratti di uomini di successo impegnati nella gestione delle loro attività e della città stessa oppure di umili lavoratori con i loro battibecchi e le allegre bevute in compagnia. Ovviamente un occhio di riguardo va ai protagonisti, che risultano molto credibili nella loro fallibilità umana: nessuno è esente da difetti, si tratti dell'ingenuità di Susan, dell'ambizione di Donald o della leggerezza di Lucetta; nel descrivere Henchard Hardy da poi il suo meglio, creando un uomo capace di fare tanto bene per chi lo colpisce in modo positivo quanto di perseguitare con l'odio più passionale i suoi nemici.
Le sue decisioni impulsive sono causa dei momenti di successo come pure della sua prevedibile rovina e per assurdo, pur avendo ben chiari gli errori di quest'uomo, il lettore non potrà evitare di provare pena per lui. In un testo costellato da innumerevoli riferimenti e citazioni alla Bibbia, Henchard si erge come un personaggio del Vecchio Testamento, tanto che i suoi momenti più iconici sono pregni di una forza narrativa tipicamente biblica: quando giura solennemente di rinunciare al bere, quando accetta la rivelazione nel messaggio di Susan come un crudele scherzo del destino, quando si umilia di fronte ai suoi creditori offrendo tutto ciò che riesce a trovare nelle tasche. Una potenza narrativa tale da rendere eroico un personaggio in fondo dipinto come malvagio non può lasciare indifferenti.


NB: Libro letto nell'edizione Rizzoli BUR

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    05 Mag, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Devo assolutamente acquistare un blocco giallo

Pur avendo le idee chiare su questo romanzo, ho trovato molto difficile decidere come valutarlo in termini di stelline. Questo perché "In difesa di Jacob" presenta parecchi problemi dal punto di vista di contenuto e prosa, ma allo stesso tempo risulta così incalzante e coinvolgente che mi sono dovuta costringere ad interrompere ogni tanto la lettura per poter razionalizzare questi problemi. Lo ritengo pertanto un'ottima scelta se cercate un thriller d'intrattenimento, capace di catturarvi tra le sue pagine e risultare scorrevole nonostante si tratti alla fin fine di un bel mattoncino.
L'incipit della trama è anche il motivo per cui ho acquistato questo libro, dal momento che lo trovavo molto promettente, con parecchi spunti di evoluzione. La storia vede come protagonista e voce narrante Andrew "Andy" Barber, un brillante vice procuratore distrettuale; la sua carriera ma soprattutto la vita privata vengono sconvolte quando il figlio quattordicenne Jacob "Jake" è accusato di un brutale omicidio. Assieme ad Andy andiamo così a ripercorrere gli eventi dei mesi precedenti, dal ritrovamento del cadavere, passando alle prime fasi dell'investigazione organizzate dallo stesso protagonista, per arrivare infine al processo vero e proprio, durante il quale l'uomo continua comunque la sua indagine privata atta ad individuare il vero colpevole, dal momento che fin da subito ritiene Jacob innocente.
Su questo punto si incentra la narrazione; l'autore ci spinge ad immaginare cosa faremmo nel caso in cui un familiare così stretto venga accusato di un crimine tanto efferato e le prove sembrino puntare proprio verso di lui. Nel romanzo il quesito viene analizzato principalmente dalla prospettiva di Andy, che difende il figlio senza esitazione, ma riusciamo a comprendere abbastanza bene anche i diversi punti di vista della moglie Laurie e del padre William "Billy". A quest'ultimo si collega inoltre una sottotrama sulla possibile ereditarietà della violenza, alla quale a mio avviso è stato dato troppo spazio visto l'epilogo.
Oltre al giù citato eccellente ritmo, il romanzo ha dalla sua le conoscenze personali di Landay (assistente procuratore distrettuale prima di diventare scrittore), il modo in cui vengono illustrati al lettore gli sviluppi dell'investigazione e la caratterizzazione del protagonista, che ho trovato molto tridimensionale e verosimile, specialmente quando compie delle scelte impulsive reagendo ad una situazione a dir poco insolita. Buona anche la riflessione sui rischi che si corrono nel postare qualcosa di personale online, tenendo conto però che il romanzo ha ormai una decina d'anni, e in questo lasso di tempo il web -in particolare, i social- si sono evoluti moltissimo.
Passando agli aspetti negativi, devo distinguere per correttezza tra oggettivi e personali. Nella prima categoria rientrano sicuramente il poco spazio dato a Jacob e al suo rapporto con il padre nella storia, l'utilizzo eccessivo del foreshadowing che rende molto prevedibili le rivelazioni sul finale ed il modo in cui l'autore caratterizza i personaggi adolescenti, che nel suo modo di vedere il mondo probabilmente parlano tutti nello stesso modo ossia inserendo "cioè" e "tipo" come degli intercalari in ogni frase. Ho riscontrato anche un incomprensibile scollegamento tra i capitoli: l'evento attorno al quale ruota la narrazione in uno viene completamente dimenticato nel successivo, per ricomparire solo un centinaio di pagine dopo.
Dal lato soggettivo nomino invece i dialoghi fatti principalmente di botta e risposta, che impediscono di capire appieno il tono e le reazioni dei personaggi, l'inserimento di descrizioni poco funzionali come l'abbigliamento di un personaggio secondario, ma soprattutto la caratterizzazione di Laurie: per quanto l'autore tenti di darle spessore nell'ultima parte, non posso dimenticare le sue inutili lamentele e la superficialità con cui lascia correre le leggerezze commesse da Jacob, opponendosi in modo stupido alle osservazioni razionali di Andy. Risulta talmente frustrante che non mi stupisco abbiano voluto cambiare il genere ad un paio di personaggi nell'adattamento del romanzo, inserendo altre donne con un ruolo rilevante nella trama oltre a questa lagna.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Ora voglio il Laini Taylor Cinematic Universe

Dopo aver completato la lettura de "Il sognatore" non riuscivo ad immaginare come Taylor fosse riuscita a scrivere un seguito tanto lungo per quella storia; soprattutto vista l'impasse finale, mi sembrava strano trovarmi di fronte un tomo di oltre cinquecento pagine. Il mistero è presto svelato: l'autrice ha impiegato buona parte di queste pagine per inutili filler romance e ripetizioni di intere scene che avevamo già visto nel primo capitolo, diluendo così i pochi eventi davvero rilevanti.
Premetto che, per parlare in maniera esaustiva di questo libro, dovrò necessariamente spoilerare quanto accade ne "Il sognatore", quindi continuate a leggere a vostro rischio e pericolo.
La vicenda riprendere precisamente dove era stata interrotta, con lo stallo alla messicana tra Lazlo e Minya, che mettono in pericolo l'anima di Sarai e le vite degli abitanti di Pianto, impegnati ad evacuare la città per timore che l'enorme abuso edilizio a forma di Gundam sopra le loro teste precipiti. Questa situazione viene accantonata relativamente in fretta; la prima parte del libro si incentra infatti sull'introduzione delle sorelle Kora e Nova -delle quali scopriamo pian piano il passato- ed i siparietti romantici tra le tante coppie presenti nel romanzo. Solo oltre la metà del volume la trama assume un ritmo più incalzante e ci viene effettivamente presentato il contrasto principale della storia.
Questa disomogeneità è solo il primo problema de "La musa degli incubi", e non influenza solo gli eventi narrati ma anche il tono. Ci sono infatti degli sbalzi molto fastidiosi dati dalla presenza di battutine leggere inserite alquanto inopportunamente in momenti forti dal punto di vista emotivo, come stupri o infanticidi; posso capire la necessità di stemperare la tensione, ma in questo l'autrice esagera un po' a mio parere. Anche alcuni degli intermezzi romantici appaiono fuori luogo: non penso che quando la tua stessa vita è messa in pericolo sia il momento ideale per correre in camera da letto, no? D'altro canto qui i personaggi sono costantemente ingrifati e sempre pronti a fare battutine a sfondo sessuale.
Un altro difetto estremamente evidente è il ridimensionamento di alcuni personaggi prima presentati come fondamentali, per non parlare del totale accantonamento di altri: ad esempio tutta la parentesi sulle capacità alchemiche di Thyon Nero viene dimenticata, e tra l'altro lui e Calixte sono i soli del gruppo di esperti reclutati da Eril-Fane che rivediamo.
La problematica maggiore sta però negli eventi legati al passato. Tramite l'escamotage dei flashback, Taylor sceglie di mostrarci solo pochi elementi dell'impero da cui provengono i Mesarthim e della loro storia; questo non riesce però a nascondere le incoerenze, ma solo ad evitare di dare delle risposte chiare. Non voglio dilungarmi con troppi esempi, quindi dirò soltanto che trovo ridicolo quanto scopriamo sull'ambizioso Skathis: la sua decisione di rinunciare al ruolo di imperatore di interi mondi per diventare il dio di una sola cittadina, il viaggio attraverso così tante realtà senza sapere di essere inseguito da Nova, la produzione in serie bambini da vendere. E cosa progettava di fare con i tesori così accumulati in soffitta? voleva nuotarci dentro come Paperon de' Paperoni?
A questo punto sembrerà che il libro mi abbia schifato, ma in realtà l'ho trovato comunque una buona lettura, anche se forse avrei preferito che l'autrice limasse qualche scena e togliesse un paio di personaggi per realizzare un volume autoconclusivo. Ho trovato comunque ottima la scelta dell'antagonista, soprattutto per il modo in cui viene presentata, coerente con le tematiche sulle quali poggia la duologia.
Lo stile si conferma eccellente e alcuni dei personaggi sono scritti molto bene, in particolare Minya, Eril-Fane e le sorelle Kora e Nova hanno un'evoluzione verosimile ed emozionante. I protagonisti invece non mi hanno convinta appieno: non sono mai stata una fan di Lazlo e per quanto riguarda Sarai, che qui doveva essere il personaggio più importante, ho trovato troppo convenienti i nuovi poteri assegnatile e un po' ridicolo il modo in cui dimentica di averli quando ne avrebbe più bisogno.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
1.5
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
1.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Hoke legge Harold Robbins. Ora tutto si spiega

Comprato lo scorso anno con la promozione Feltrinelli dell'acquisto combinato di due titoli, "Tempi d'oro per i morti" era quello che mi interessava meno ma ho dovuto prenderlo per approfittare dell'offerta. A questo punto mi sento solo di sperare che con l'altro romanzo vada meglio.
Secondo volume della tetralogia dedicata al detective Hoke Moseley, questo romanzo può essere tranquillamente letto come un autoconclusivo: i retroscena dei vari personaggi ci vengono spiegati con chiarezza e le vicende completano il loro arco narrativo con l'ultimo capitolo. La storia di fondo vorrebbe essere un mystery, in particolare un romanzo noir, incentrato su cruenti delitti risolti brillantemente dal protagonista; uso il condizionale perché vengono inserite moltissime sottotrame -a dispetto della brevità del volume- che limitano molto lo spazio dell'indagine principale, tanto da costringere poi l'autore a ricorrere a degli espedienti debolucci per dare un senso alla risoluzione finale.
All'interno del libro seguiamo principalmente Hoke, mentre è impegnato a fronteggiare svariati problemi: sul piano lavorativo deve indagare sulla morte sospetta di un giovane per overdose e risolvere dei casi vecchi di anni per ordine del suo superiore, mentre nella vita privata è angosciato per le ristrettezze economiche, la necessità di trovare una casa a Miami e l'arrivo inatteso delle figlie in città. In sottofondo troviamo le vicende quotidiane di altri personaggi, in particolare i suoi colleghi della Squadra Omicidi.
Voglio parlare subito dei pochi aspetti positivi di "Tempi d'oro per i morti" perché, come avrete forse capito, non è stata una lettura entusiasmante. La prosa di Willeford è davvero incalzante e, pur non brillando per originalità, risulta nel complesso valida. Mi sono piaciute anche le intuizioni inaspettate di Hoke nella prima parte della storia, in uno stile molto sherlockiano; inoltre ho apprezzato particolarmente il personaggio di Ellita Sanchez, partner del detective, per la forza di volontà e la convinzione nei suoi princìpi.
La mia coscienza ora è a posto: mi posso sfogare! Pur tenendo a mente che questo titolo ha più di trentacinque anni, bisogna ammettere che è invecchiato malissimo da ogni punto di vista; probabilmente era lo scopo dell'autore risultare politicamente scorretto, ma c'è un limite tra il descrivere in modo oggettivo una realtà degradata e l'esagerare ogni carattere, ogni battuta, ogni stereotipo solo per il gusto di scioccare il lettore. Di conseguenza anche i personaggi sono tutti scritti in un'ottica fortemente negativa: violenti, ottusi, avidi, opportunisti o molesti, non c'è un individuo degno di essere "salvato"; quello che Willeford ottiene non è però un cast credibile, ma un amalgama di personaggi talmente sopra le righe da suscitare una risata isterica.
Le indagini, che dovrebbero corrispondere al cuore pulsante della storia, danno l'impressione di essere quasi elementi di contorno; questo perché la risoluzione dei casi avviene sempre in modo troppo semplice, quasi senza alcuno sforzo da parte di Hoke e i suoi colleghi. E cosa dire dei dialoghi? mi sento di definirli per lo meno surreali per il modo in cui i personaggi passano da un argomento all'altro nell'arco di una sola frase. Allucinante (e contradditorio) anche il modo in cui Willeford parla del matrimonio, attraverso le parole di Hoke: il detective indica in più occasioni alle figlie che devono pensare a sposarsi, ma ogni coppia vista o nominata nella storia dimostra come quest'istituzione sia il male in Terra, tra omicidi, violenze domestiche, tradimenti e ricatti economici o emotivi.
E poi c'è la scena del cane. Ma per preservare almeno la vostra, di sanità mentale, soprassederò.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
no
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    28 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Quando il WWF protesta...

"Ruin and Rising" di Leigh Bardugo va a concludere la trilogia iniziata con "Shadow and Bone", ma anche a chiudere questa prima parte dei romanzi ambientati nel Grishaverse verso il quale -devo ammettere- ho parecchia curiosità e penso prossimamente di continuare con questo universo narrativo.
La storia ci riporta da Alina e il suo gruppo malconcio di Grisha tre mesi dopo il confronto con il Darkling, che ormai governa su Ravka grazie ad un esercito potenziato dalla presenza dei nichyevo'ya, ossia i soldati-ombra. Mostrata ai fedeli rifugiati sottoterra per essere venerata come una Santa, Alina è di fatto prigioniera dell'Apparat e dovrà innanzitutto riottenere i suoi poteri per poi affrontare il confronto decisivo e salvare il regno dallo spietato dittatore.
Grazie ad un atteggiamento più maturo e al valido finale, questo ultimo capitolo ha decisamente migliorato la mia opinione sulla serie nel suo complesso, nonostante la prima parte sia un susseguirsi di scene dalla dubbia utilità, come il crollo della galleria o i siparietti con Oncat (per quanto io adori i felini). Mi hanno lasciato un po' perplessa anche i dialoghi molto colloquiali e ricchi di frecciatine presenti in scene teoricamente pericolose e la capacità dei personaggi di incontrare sempre gente conosciuta a dispetto della vastità del territorio ravkiano. Divertente invece il momento in cui Alina permette all'ottenne Misha di esercitarsi a combattere -con spada di legno, ma fucile vero!- quando poche pagine prima aveva ordinato imperiosamente che nessun ragazzino fosse arruolato tra le fine dei Soldat Sol.
Dall'altro lato, le interazioni tra i protagonisti e i diversi momenti di confronto sono sicuramente i punti più alti della narrazione, e si nota la grande cura con cui la Bardugo sceglie i termini da adottare; trovo ottimo anche lo sviluppo della maggior parte dei personaggi: in particolare, la mia preferita Genya e -chi l'avrebbe mai detto?- Nikolai. A questo punto sto facendo un pensierino anche per "King of Scars", che finora avevo bocciato a priori, perché la storia del nuovo sovrano di Ravka ha un grandissimo potenziale.
Circondata forse da troppo hype, questa serie riesce comunque a creare delle ottime basi per questo mondo fantastico, ma è anche godibile come prodotto fine a se stesso e migliora di volume in volume.


NB: Libro letto in lingua originale


Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i cinque motivi per i quali consiglio questa serie e i cinque per i quali invece lo sconsiglio.

PRO

1. ALINA (E MAL)
Dopo un inizio incerto e zeppo di stereotipi, Alina si rialza e dimostra di poter essere una valida protagonista, trovando un equilibro nel suo ruolo di guida a dispetto dei molti, ragionevoli dubbi che la mettono in difficoltà.

«I prayed he was right, that I wasn't just another leather taking their loyalty and repaying them with useless, honorable death.»

È particolarmente interessante leggere della sua presa di coscienza e dell'accettazione per i poteri che si trova a dover gestire; inizialmente ne è turbata, poi sempre più attratta e fino all'ultimo si rimane in dubbio se riuscirà a gestire tutto questo o meno.

«"Age and birth right don't matter to the Grisha. All they care about is power. I'm the only Grisha to ever wear two amplifiers. And I'm the only Grisha alive powerful enough to take on the Darkling or his shadow soldiers. No one else can do what I can."»

Da "Shadow and Bone" a "Ruin and Rising", Alina compie un arco evolutivo molto importante e decisivo per il compito che è chiamata a svolgere: impara ad essere più determinata nelle scelte delle quali si prende la responsabilità e a dirigere il suo gruppo senza imporsi in modo aggressivo o autoritario, riuscendo a mantenere in parte lo spirito genuino degli inizi.

«"When the time comes", Mal asked, "can you bring the firebird down?"
Yes. I was done with hesitation. [...] I'd simply grown ruthless enough or selfish enough to take another creature's life. But I missed the girl who had shown the stag mercy, who had been strong enough to turn away from the lure of power, who had believed in something more.»

Sebbene venga criticata da molti, io trovo molto credibile e ben scritta la sua relazione con Mal. La preoccupazione di lui quando la vede sempre più bramosa di potere lo rende simpatetico, quindi il loro allontanamento in "Siege and Storm" ha delle basi valide.

«"You wanted to wear the second amplifier. You have it. You want to go to Os Alta? Fine, we'll go. You say you need the firebird. I'll find a way to get it for you. But when all this is over, Alina, I wonder if you'll still want me."»

Grazie a dei confronti i due si chiariranno e Mal arriverà pian piano a comprendere ed accettare la natura di Alina, rivelandosi per quello che era fin dal principio: l'unico interesse amoroso degno di tale nome e compatibile caratterialmente con lei.

«"I wasn't afraid of you, Alina. I was afraid of losing you. The girl you were becoming didn't need me anymore, but she's who you were always meant to be."
"Power hungry? Ruthless?"
"Strong." He looked away. "Luminous. And maybe a little ruthless too. [...]"»

Forse non saranno la coppia più facile della serie, ma sono indubbiamente quella più approfondita ed interessante. E l'epilogo dipinge in modo perfetto il loro rapporto, con piccoli momenti di sconforto che non vanno ad intaccare una meritata felicità.

2. GENYA SAFIN
Già nel primo libro individuai in Genya il mio personaggio preferito, in particolare per la sua estraneità al resto dei Grisha e la straziante storia personale. Nonostante condividano la medesima professione, la Bardugo è stata inclemente con questo personaggio, facendola soffrire in alcuni dei momenti più bui della serie; Genya riesce comunque a farsi forza e trasforma in armi quelle che all'esterno appaiono come debolezze.

«As I approached with my armed escort, Genya let her shawl drop away, and the guards flanking me stopped short. She rolled her remaining eye and gave a catlike hiss. [...]
"Too much?" she asked.»

Il suo addio con Alina è indubbiamente il più toccante di cui leggiamo alla fine di "Ruin and Rising": sono due giovani donne provate molto dalla vita, che riescono comunque a farsi forza e diventare vere amiche.

«"Alina", she said, "I'm not sure they'll follow me."
"You make them follow you." I touched her shoulder. "Brave and unbreakable."»

Ho trovato poi tenerissimo il suo rapporto con David, che nel primo libro sembrava inserito un po' a forza ma pian piano assume una sua dimensione e l'inaspettata chimica tra i due è palese.

«"It's some kind of cured resin, but it's been reinforced with... carbon fibers? [...] More flexible!" David said in near ecstasy.
"What can I say?" asked Genya drily. "He's a passionate man."»

È importante il supporto di lui specialmente nel momento del confronto con il Re, al quale Genya vorrebbe inizialmente sottrarsi, per poi uscirne come vincitrice incontrastata.

3. SISTEMA MAGICO
In questo caso mi devo accodare a quanti prima di me hanno -giustamente- tessuto le lodi del sistema magico ideato dalla Bardugo. Pur basato su una logica inversa rispetto alla norma, visto che i Grisha diventano sempre più forti, longevi e belli tanto più usano i loro poteri,

«"Using our power makes us stronger. It feeds us instead of consuming us. Most Grisha live long lives. [...] The length of a Grisha's life is proportional to his or her power. The greater the power, the longer the life. And when that power is amplified..."»

questo sistema magico ha molti aspetti interessanti, come l'utilizzo degli amplifiers e la spiegazione quasi scientifica per le magie operate dai Grisha,

«Everything in the world could be broken down into the same small parts. [...] Grisha steel wasn't endowed with magic, but by the skill of Fabrikators, who did not need heat or crude tools to manipulate metal.»

che ben si coniuga con il mondo in cui sono ambientate le vicende, a cavallo tra antiche credenze e un futuro più tecnologico.

4. UN FANTASY "DIVERSO"
E ora parliamo proprio del Grishaverse, anche se la serie si ambienta quasi esclusivamente nel regno di Ravka. A differenza del fantasy-medio, questo universo non richiama nettamente al classico Medioevo, ma direziona la sua attenzione ad est pescando a piene mani dalla tradizione popolare Russia e -più genericamente- dell'Est Europa, dalla quale deriva ad esempio la forte venerazione nei confronti dei Santi.

«There were hundreds of Saints, one for every tiny village and back water in Ravka.»

Ovviamente ciò è possibile perché l'autrice ha unito i poteri reali dei Grisha alle superstizioni e alle credenze contadine; abbiamo quindi scene in cui Alina viene esposta come una martire vivente e adorata da chi spera di ottenere risposta alle proprie preghiere,

«They begged for me to bless them, to cure them, but I could only summon llight, wave, let them touch my hand. It was all part of Nikolai's show.»

ma anche momenti in cui le persone comuni aggrediscono i Grisha, spaventate dalla loro magia.
Il lato più interessante di questo mondo è dato però dalla mescolanza di tante etnie diverse e dalla sua dinamicità. Per tornare al fantasy-medio, di solito abbiamo dei mondi che per centinaia di anni rimangono sempre nella stessa situazione dal punto di vista politico, sociale, economico o tecnologico; il Grishaverse invece è un luogo di cambiamento e spesso nel testo ci si riferisce all'avanzare impellente della modernità,

«"The world is changing, Alina. Muskets and rifle are just the beginning. I've seen the weapons they're developing in Kerch and Fjerda. The age of Grisha power is coming to an end."»

data da invenzioni come le navi volanti o le armi da fuoco, che rendono questa serie molto vicina alla cultura steampunk.

5. SCARDINARE I CLICHÉ
La Bardugo ha profuso in grande impegno nella demolizione dei tropi più caratteristici per il target YA; o meglio, questi cliché sono presenti ma vengono spiegati in modo razionale oppure rovesciati.
Ad esempio, Alina scopre quasi adulta i suoi poteri in circostanze fortuite, ma questo viene chiarito quando alla fine di "Shadow and Bone" si scopre che ha celato involontariamente le sue capacità per non essere separata da Mal. Sempre parlando della protagonista, all'inizio ci viene descritta come sciapa e banale nell'aspetto esteriore, e questo si capirà poi essere collegato proprio alla soppressione dei poteri.
Un altro tropo è quello degli amanti contrastati, che qui trova riscontro concreto nella situazione particolare in cui si trova la protagonista, per cui deve mettere da parte l'amore nell'interesse di un bene più grande. Per il classico cast composto soltanto da adolescenti invece la soluzione è valida (come già accennato, i Grisha invecchiano lentamente per merito della magia esercitata) ma viene applicata maldestramente, perché alla fine i personaggi continuano a comportarsi da ragazzini. Tra l'altro -in base alla Wikia dedicata alla serie- SONO dei ragazzini... ma apprezzo comunque lo sforzo.
E apprezzo ancor di più che l'autrice non abbia romanticizzato troppo il rapporto tra Alina e il Darkling, e anche qui alcuni fastidiosi cliché vengono stoppati sul nascere.

«"You might make me a better man."
"And you might make me a monster."»

CONTRO

1. ALINA IN "SHADOW AND BONE"
Prima ne ho parlato in toni elogiativi, e ora devo demolirla. Come da titolo, mi riferisco solo a come Alina viene raccontata in "Shadow and Bone" dove è specialissima già dalla prima pagina del prologo.

«The girl was different, and she knew it.»

Ovviamente rimane sconvolta quando scopre di non essere una ragazza ordinaria, ma la prescelta per gestire il potere di Sun Summoner, e noi poveri lettori ci dobbiamo sorbire pagine su pagine in cui si lamenta di come sia troppo banale per essere una Grisha.

«"Do I look like a Grisha to you?", Grisha were beautiful. They didn't have spotty skin and dull brown hair and scrawny arms.[...]»

Molto peggio sono però i momenti in cui si dedica con passione allo slutshaming nei confronti di ogni singolo personaggio femminile che abbia la sciagura di incrociare il suo cammino o -colpa ben più grave- di posare gli occhi sul suo "amico" Mal.

«"If it's that tracker, tell him to come inside and keep me warm."
"If he want to catch tsifil, I'm sure you'll be his first stop", I said sweetly, and lippe out into the night.»

Come per la generalità delle altre protagoniste YA, per Alina la bellezza è qualcosa da guardare con diffidenza, perché chi è bello esteriormente non può che rivelarsi una persona malvagia,

«The Queen was beautiful, with glossy blond hair in a perfect coiffure, her delicate features cold and lovely. [...] I wonder just how much work Genya had done on her.»

di conseguenza, la vediamo valutare gli altri basandosi solo sul loro aspetto per l'intero primo romanzo.
Per fortuna, poi è migliorata!

2. GUERRA
Mi riferisco al conflitto tra Ravka e le nazioni vicine, Fjerda e Shu Han, che si può ridurre ad un singolo aggettivo: infantile. Per motivi di trama infatti, sembra che dalla fine del primo capitolo la guerra venga interrotta e nominata ogni tanto solo per abitudine, a dispetto dei tanti morti di cui la Bardugo non si stanca di ricordarci.

«It took us far too long to get out of the cemetery. The rows of crypts stretched on and on, cold testimony to the generations Ravka had been at war.»

Più in generale, le interazioni tra gli Stati rasentano la stupidità a livello politico e strategico: per esempio, è inspiegabile perché nessuno dei due attacchi Ravka quando in "Ruin and Rising" la nazione è più divisa che mai, o per quale ragione si ostinino a non sfruttare i poteri dei Grisha anche solo come loro schiavi invece di ucciderli a caso.
Diciamo che non si arriva ai livelli di The Lunar Chronicles ma sembra essere inevitabile per i romanzi YA dipingere i giochi di potere come qualcosa di banale e libero da vincoli logici.

3. BELLEZZA
Capisco che la Bardugo abbia lavorato come truccatrice, quindi sia naturalmente attenta al fattore estetico, ma ciò non giustifica la bonanza del suo intero cast; perfino Alina che all'inizio viene presentata come banalotta poi si trasforma in una specie di mix tra una Santa cristiana ed Elsa in Frozen II.
Ma non basta essere belli, bisogna anche parlare in continuazione della propria -o della altrui- bellezza:

«"I saw the prince when I was in Os Alta", said Ekaterina. "He's not bad looking."
"Not bad looking?" said another voice. "He's damnably handsome."»

E non c'è nulla di sbagliato in ciò, se non fosse che si crea una fastidiosa ridondanza e alcuni personaggi in particolare risultano un po' superficiali, come Zoya e Nikolai, a causa dei quali io tremo al pensiero che siano stati scelti come protagonisti della recente Nikolai Duology: già immagino dialoghi interminabili fatti solo da complimenti reciproci e battutine argute.

4. FRASI QUOTABILI
E passiamo ora ai dialoghi e, nel dettaglio, alle frasi sagaci. Qui potrei citarvi un qualunque dialogo in cui partecipino Nikolai, il Darkling, Zoya o -dopo metà serie- Alina. Ovviamente le frasi sono meravigliose e perfette per essere quotate, ma quantomeno inverosimili in uno scambio di battute naturale e spontaneo.
Invece di fare migliaia di esempi, mi limito a citare questo botta e risposta tra Alina e il Darkling, nel quale i due esprimono tutta la loro capacità dialettica, lui con fare da seduttore e lei come la ragazzina che deve rispondere sempre a tono per dimostrare qualcosa.

«"I've been waiting for you a long time, Alina", he said. "You and I are going to change the world."
I laughed nervously. "I'm not the world-changing type."»

Come detto, quello che più mi infastidisce sono la poca verosimiglianza e le reazioni sempre esagerate a queste affermazioni. Un esempio ottimo si ha nella scena in cui Genya accusa il Re e, ad una sua frase, lui rimane sconvolto;

«She leaned in and whispered something to him. The King paled, and I saw real fear in his eyes.»

ma quando, dopo un paio di pagine, scopriamo cosa lei gli abbia effettivamente detto,

«"What did you whisper?" I asked quietly. "To the King."
[...] I am not ruined. I am ruination.»

risulta evidente come il comportamento del sovrano sia quanto mai fuori luogo: io sarei scoppiata a ridere per una frase così pretenziosa e sopra le righe.

5. HARRY POTTER E IL MAGO NERO
E per concludere parliamo di plagi. O, a voler essere generosi e ben pensanti, a pesanti citazioni.
La saga potteriana viene alla mente più volte durante la lettura, specialmente quando scopriamo che Alina deve radunare tre amplifiers per sfruttare al massimo il suo potere diventando quasi onnipotente, così come i tre Doni della Morte dovrebbero rendere il loro vero possessore Padrone della Morte, appunto. La connessione tra Alina e il Darkling poi ricorda parecchio quella tra Harry e Voldemort,

«It had strengthened the bond between us, living him access to my mind as the collar had given him access to my power.»

considerando anche che, dopo lo scontro diretto in "Siege and Storm", lei impara a controllare le ombre -potere di lui- allo stesso modo in cui Harry acquisisce la capacità di parlare il serpentese dopo l'attacco di Voldemort all'inizio della saga.
Ma questa trilogia mi ha ricordato un'altra serie -che all'epoca avevo tacciato proprio di ispirarsi spudorata ad Harry Potter- ossia Il mago nero di Trudi Canavan. In particolare ne "La Corporazione del maghi" abbiamo una protagonista plebea che scopre di essere una maga dotata e viene portata nella scuola in cui imparerà a controllare i suoi poteri; qui comanda un tizio vestito sempre di nero, temuto (più che rispettato) da tutti,

«"Quiet." The Darkling barely seemed to raise his voice, but the command sliced through the crowd and silence fell.»

unico a saper utilizzare un tipo di magia proibito e potente. Se vi servono ulteriori prove, sappiate che anche nel mondo della Canavan i maghi si specializzano in una particolare branca dividendosi tra Guaritori (Corporalki), Alchimisti (Materialki) e Guerrieri (Etherealki).
Non dirò mai più che la Canavan peccava di banalità, promesso.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
40
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    28 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Caccia ai Pokemon leggendari di Ravka

In "Siege and Storm", secondo capitolo della Grisha Trilogy di Leigh Bardugo, ritroviamo Alina e Mal in fuga dal Darkling dopo la disastrosa espansione della Shadow Fold; fuga di breve durata perché il Darkling riesce a catturarli nell'arco di poche pagine, per poi caricarli sulla nave corsara che sarà l'ambientazione principale della prima parte del romanzo, mentre il resto della storia vedrà i nostri protagonisti di nuovo a Ravka, prima per un tour elettorale e poi per un assedio pianificato talmente bene da colpirsi da solo.
Rispetto a "Shadow and Bone", questo volume ha uno sviluppo più avventuroso ed un ritmo maggiormente efficacie, peccato che la quasi totalità delle svolte di trama siano ad opera di deux ex machina, in particolare del prediletto dell'autrice Sturmhond che, come tutti i personaggi ad esclusione della povera protagonista, è bello in modo assurdo e brillante in ogni attività in cui si cimenta. Credo sia superfluo puntualizzare che l'ho detestato.
In questo secondo libro, ho apprezzato maggiormente Alina e trovo la sua evoluzione credibile, seppur un po' troppo repentina; ottime anche le interazioni con gli altri personaggi, in particolare con Mal: la loro relazione diventa qui più complessa e realistica. Mi hanno invece annoiata i dialoghi vuoti che hanno il solo scopo di inserire frasi sagaci e quotabili, belle se prese da sole ma troppo forzate nel contesto della storia. Boccio anche la confusione che si crea attorno ai poteri dei Corporalki (perché adesso gli Heartrenders possono anche curare e praticare la magia dei Tailor?) e l'assenza di un minimo di glossario per i tanti termini inventati dalla Bardugo o le parole in pseudo-russo.
Al termine del volume, oltre al classico Q&A con l'autrice, è presente anche la novella "The Tailor" incentrata su Genya Safin ossia il mio personaggio preferito: nel complesso è un racconto gradevole, utile sia per inquadrare meglio il personaggio sia per comprendere alcuni retroscena della storia che la narrazione in prima persona non permette di cogliere; diciamo che l'autrice si è fatta perdonare per la presenza limitata di Genya in questo libro.


NB: Libro letto in lingua originale

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    16 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Le novelle finiranno tra 3, 2, 1...

Ero molto indecisa sul voto da assegnare a questo libro, perché alcune parti sono state estremamente interessanti e piacevoli da leggere, ma come primo romanzo effettivo della serie non credo abbia svolto al meglio il suo compito. Questo perché "Il Sangue degli Elfi" è fin troppo simile alle novelle, dalle quali dovrebbe invece distaccarsi per iniziare a raccontare una storia più omogenea; quella che abbiamo qui è praticamente una nuova raccolta, con episodi distinti dai lunghissimi capitoli. E pensare che nell'ultima recensione scritta, quella per "Blanca & Roja", mi ero lamentata dei capitoli troppo brevi!
Come conseguenza di questa divisione, anche la trama è frammentata e individuare il filone principale che sarà poi il fulcro della serie non è così immediato. Inizialmente vediamo Cirilla "Ciri" a Kaer Morhen impegnata ad allenarsi con gli altri strighi, poi seguiamo i vari spostamenti di Geralt mentre dei nuovi antagonisti sono sulle sue tracce e scopriamo qualcosa di più sulla situazione politica dei vari regni, nella parte finale si ritorna all'addestramento di Ciri ma in questo caso con Yennefer per imparare a controllare la sua innata predisposizione alla magia.
Il passaggio da una storia all'altra si percepisce nettamente e scombussola un po', così come le parti in cui la narrazione sembra interrompersi per fare spazio ad alcuni fastidiosi info dump. Infatti, se da un lato il romanzo ci fornisce nuove informazioni utili -soprattutto sul ruolo degli strighi e la loro organizzazione- risulta snervante leggere pagine e pagine in cui personaggi secondari appena introdotti disquisiscono sulle faide tra i vari Stati o sugli antagonismi interni al Capitolo dei maghi. Il tutto contornato da una grandinata di nomi astrusi che si dimenticano dopo mezza riga, e potrebbero rivelarsi poi di vitale importanza, come anche no.
Delle spiegazioni più dettagliate non guasterebbero invece nelle scene in cui vediamo Ciri apprendere le tecniche di combattimento e gli incantesimi, ma proprio in questi passaggi Sapkowski ricorre a dei lunghi dialoghi fatti di botta e risposta cosicché il povero lettore deve capire da solo quali gesti stia facendo la ragazza o su quale attrezzo si stia esercitando. Ormai ho capito che questo è un tratto distintivo dell'autore, e devo ammettere di averci fatto un po' il callo, oltre a trovare divertenti i piccoli twist che inserisce alla fine dei dialoghi.
Nel romanzo hanno ampio spazio la crescita del personaggio di Ciri e il suo rapporto con i mentori Geralt e Yennefer. La ragazzina ricalca uno stereotipo abbastanza comune, ma alcune sue battute sono molto intelligenti e nel complesso sono riuscita a non trovarla quasi mai irritante; la sua inesperienza del mondo è inoltre un ottimo escamotage per introdurre molti dettagli sconosciuti al lettore. Per quanto riguarda lo strigo, qui l'ho trovato ancor più fastidioso rispetto alle novelle, e mi sono chiesta seriamente cosa trovi ogni singolo personaggio femminile di tanto affascinante in lui; anche il suo modo di relazionarsi a Ciri non mi ha fatta impazzire. Con Yennefer invece è tutto un altro paio di maniche: lontano da Geralt, il suo personaggio ha avuto lo spazio per mostrare tutto il suo potenziale, in particolare il suo sarcasmo è finalmente sfruttato per qualcosa che non sia un punzecchiamento amoroso.
Che dire poi del meraviglioso rapporto che la maga instaura con Ciri? i dialoghi tra loro sono di una tenerezza unica, pur rimanendo sempre brillanti e pungenti. E, da soli, hanno saputo risollevare questa lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
70
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    06 Aprile, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Basta uccidere cavalli, signor Dumas

Seguito delle avventure de "I tre moschettieri" ambientato -come suggerisce sottilmente il titolo- vent'anni dopo, questo romanzo mi ha riportato nella narrazione leggera e divertente di Dumas, tra duelli fisici e di strategia, scene degne di Beautiful (non ho ancora metabolizzato la storia del concepimento di Raoul) e un numero incalcolabile, per mera pigrizia della scrivente, di refusi che hanno reso l'edizione Rizzoli la nemesi per più di una settimana.
Molto è cambiato in Francia da quando i nostri eroi baccagliavano un giorno sì e l'altro pure con il cardinale Richelieu: d'Artagnan è l'unico rimasto all'interno del corpo dei moschettieri, ancora in attesa che la riconoscenza di Anna d'Austria gli permetta di far carriera; proprio con questa speranza, l'uomo viene avvicinato dal nuovo ministro, l'italiano Mazarino, che gli promette il titolo di capitano in cambio del suo aiuto. Per buona parte del romanzo vediamo infatti la Corte del giovanissimo Luigi XIV contrapposta al movimento della Fronda, composto da popolani, borghesi e nobili riuniti dal disprezzo verso il cardinale e le sue tasse sempre più gravose.
Nella prima parte del libro seguiamo d'Artagnan impegnato nella ricerca e nel (tentato) reclutamento dei suoi vecchi amici, persi di vista con il passare degli anni; nella seconda ci si focalizza principalmente su una missione in Inghilterra, dove le forze di Carlo I e i ribelli al seguito di Oliver Cromwell si danno battaglia.
Mi è impossibile non fare un confronto tra questo e il primo libro, soprattutto perché ci sono tanti elementi in comune come lo stile, il genere e gli stessi personaggi, principali e secondari, che ritornano in scena. Seppure il voto assegnato ai due volumi sia alla fine lo stesso, i punti a favore e contro sono quasi opposti: "Vent'anni dopo" è caratterizzato infatti da una omogeneità della trama del tutto assente nel precedente titolo. Anche qui abbiamo tante avventure, provocate dagli ostacoli che i personaggi si trovano a dover affrontare, ma la narrazione segue un intreccio generale strutturato con più cura, come si evince anche dalla presenza di alcuni ottimi colpi di scena. Per contro i personaggi, in particolare gli antagonisti che ritenevo il punto di forza dell'altro volume, qui si dimostrano notevolmente più deboli tanto che il testo stesso ci dice chiaramente come Mazarino non sia all'altezza di Richelieu o Mordaunt a quella di Milady.
È anche vero che altri personaggi guadagnano molto da questo salto in avanti nel tempo, in special modo d'Artagnan che perde in parte la sua strafottenza giovanile per sfoderare un'attitudine molto più razionale; di conseguenza, leggere dei piani da lui ideati risulta una delle parti più godibili del testo. Per apprezzare davvero i quattro protagonisti credo sia però necessario liberarsi dell'ideale comune nato nel tempo attorno alla figura dei moschettieri: dopo tanti adattamenti sul grande e il piccolo schermo i personaggi di Dumas si sono ridotti a degli stereotipati cavalieri pronti a difendere i deboli e lottare contro gli oppressori; chi si approccia all'opera cartacea potrebbe essere alquanto confuso trovandosi di fronte dei caratteri molto più sfaccettati e non sempre votati al bene incondizionato. A parte Athos che è un santo, o un semidio nel caso chiedeste a d'Artagnan.


NB: Libro letto nell'edizione Rizzoli BUR

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    21 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Valutazione insolitamente oggettiva

Questa recensione non è stata facile da scrivere, innanzitutto perché a differenza di quanto faccio di solito non ho preso degli appunti durante la lettura. O meglio, ne ho scritti -anche parecchi!- ma non in relazione allo stile o al contenuto del romanzo quanto piuttosto per tenere traccia delle date, dei luoghi e dei nomi; il mio scopo era cercare di sbrogliare il mistero attorno alla figura di Piranesi, con dei risultati alquanto imbarazzanti.
Quindi potrei partire con un consiglio dato dall'esperienza: non fate come me! lasciate perdere le collocazioni delle statue o i personaggi citati un po' casualmente nel testo, e godetevi la lettura con maggior tranquillità. Questo è un titolo che non richiede uno sforzo da parte del lettore nel seguire una trama complessa, e i misteri da svelare vengono risolti senza gran clamore e con dovizia di spiegazioni, così che anche il lettore più distratto possa raccapezzarsi.
Senza scendere troppo nel dettaglio, voglio comunque far presente che questo romanzo accosta i sottogeneri del portal fantasy e del dark academia. La storia si svolge quasi esclusivamente in un mondo altro chiamato la Casa, dove vive quasi come un eremita Piranesi, il nostro protagonista un po' Robinson Crusoe per come si adatta a creare utensili e procacciarsi il cibo, un po' Marie Kondo per la determinazione con cui si libera degli oggetti inutili. Il mistero poco misterioso sta nel capire come e per quale ragione l'uomo sia finito in questo luogo; l'enigma secondario riguarda le motivazioni dell'Altro, l'unico essere umano che abita la Casa oltre Piranesi.
Questo mistero è ancor più palese del primo e rende fin troppo evidente dove la trama andrà a parare, per questo non penso si possa davvero parlare di spoiler con un titolo così poco incisivo nelle sue rivelazioni. Potenzialmente la storia aveva le carte in regola per essere stupefacente, ma nella pratica tutto viene mostrato troppo presto e troppo facilmente. Come scelta ci può stare, ma secondo me è stata davvero una buona idea sprecata.
Stilisticamente il romanzo è molto interessante perché la narrazione in prima persona viene sfruttata al meglio nel registro narrativo del diario: si mostrano così le nette differenze tra il modo di esprimersi di Piranesi nelle varie fasi della sua esistenza. Altro punto sicuramente a favore è l'ambientazione: la Casa è un luogo stupendo nella sua imponenza, ostile verso chi non lo conosce quanto generoso con le sue risolse per le persone che prendono coraggio e decidono di esplorarlo.
Mi è piaciuta decisamente meno la risoluzione sull'identità di Piranesi, sia per quanto riguarda il suo nome sia per il rapporto con il Profeta, che mi aspettavo sarebbe stato molto più stretto. Questo rende l'intervento del Profeta stesso poco incisivo, così come tutte le macchinazioni dell'Altro; diciamo che in generale, i personaggi secondari non mi hanno troppo convinta, ad eccezione di 16 forse, perché l'importanza del suo ruolo non viene ingigantita senza ragione.
Per concludere, un'osservazione marginale sull'edizione italiana. Come sempre la traduzione e la cura della parte grafica di Fazi sono ineccepibili, ma ho delle riserve sulla scelta della collana. Avevo notato il problema già ne "Il mare senza stelle" ma in quel caso il target new-adult poteva fare da attenuante, qui però ci troviamo di fronte ad un titolo per adulti sia nei toni che nell'età per personaggi, quindi non capisco la scelta di optare per la collana LainYA che -come dice il nome stesso!- si rivolge ad un pubblico di adolescenti. Si ha l'impressione che, negli ultimi tempi, Fazi stia tentando di vendere come "per tutti" dei romanzi che per loro natura sarebbero piuttosto di nicchia.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
70
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    15 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

O il piagnisteo di Patroclo

Guardando a questo romanzo in modo critico, sono consapevole che l'intenzione dell'autrice fosse quella di scrivere una storia dai toni tragici. Il fatto che per contro io abbia riso dalla prima all'ultima pagina non so cosa possa dirvi della mia psiche, ma di certo fa capire che tra me e la cara Madeline qualcosa non è andato per il verso giusto.
"La canzone di Achille" vuole ripercorrere la vita del celebre eroe greco, narrando al contempo la storia d'amore tra lui e Patroclo, che qui diventa la voce narrante. La storia parte dall'infanzia dei due protagonisti, che si incontrano a Ftia quando Patroclo viene mandato lì in esilio e diventa ben presto il compagno di Achille. Il ritmo della narrazione è parecchio disomogeneo: alcuni eventi, magari marginali nel mito, occupano interi capitoli mentre le vicende leggendarie come il duello contro Ettore sono riassunte in poche righe. Vengono inserite anche parecchie sottotrame di cui non abbiamo però una conclusione o un collegamento con la storia principale: ad esempio,viene nominato diverse volte Filottete, e l'arco di Eracle in suo possesso, ma poi il suo personaggio si perde tra le pagine, tanto che il suo ruolo nella caduta di Troia è del tutto assente.
Per quanto riguarda gli avvenimenti narrati, l'autrice rimane grosso modo fedele al mito di base; le modifiche che sceglie di apportare sono sensate in alcuni casi (far rimanere Achille nascono alla corte di Sciro per nove anni non avrebbe avuto molto senso), ma altre non mi hanno convinta appieno. Miller condisce poi il testo con moltissimi riferimenti alla mitologia ed ai poemi -sia di Omero, sia di altri autori classici- che corrispondono ad altrettante strizzate d'occhio al lettore: all'inizio trovavo la cosa divertente, dopo trecento pagine mi sono un po' stufata.
Rimanendo sullo stile, si nota come siano molto presenti le metafore; anche in questo caso, la maggior parte sono carine, però ce n'è troppe e alcune non hanno senso. Per il resto, la narrazione è diretta e scorrevole, peccato per gli eufemismi che rendono ridicole le -fortunatamente poche- scene di sesso (giuro di aver letto cose meno assurde negli Harmony!) e per la traduzione italiana che, in più punti, risulta eccessivamente letterale.
Prima di parlare dei personaggi, che a mio parere sono il punto debole di questo titolo, vorrei concentrarmi sul romance facendo un piccolo gioco: andiamo a leggere un'ipotetica trama che vede come personaggi Protagonista Narratore ed Interesse Amoroso. Protagonista Narratore è descritto come alquanto imbranato e si svilisce continuamente; incontra e si invaghisce di Interesse Amoroso,che è bellissimo, molto forte fisicamente e capace in ogni attività; la relazione tra i due viene contrastata dall'esterno, ma loro la portano avanti comunque; Protagonista Narratore si sente così inferiore ad Interesse Amoroso da rendere il loro rapporto il suo unico interesse; Protagonista Narratore farebbe qualunque cosa per stare insieme ad Interesse Amoroso; quando viene a sapere della morte di Protagonista Narratore, Interesse Amoroso desidera soltanto lasciarsi uccidere. Di quale romanzo sto parlando? Se avete risposto "Twilight", siete in errore: si tratta proprio de "La canzone di Achille", lodato da tutti come una storia incredibilmente romantica, basata però su una relazione che dimostra gli stessi problemi di sbilanciamento e inter-dipendenza di quella scritta da Meyer.
Questo è uno dei motivi per cui i protagonisti mi sono risultati fastidiosi: Patroclo passa il tempo a lamentarsi della sua incapacità in ogni ambito ed a divinizzare Achille, che dal canto suo non viene analizzato a sufficienza perché il lettore possa capire anche soltanto cosa l'abbia spinto ad interessarsi all'altro uomo. Sui personaggi secondari non c'è molto da dire: la maggior parte sono in scena solo per ostacolare in qualche modo il romance tra i protagonisti, non sempre per un valido motivo; tra tutti, salverei soltanto Odisseo e Briseide.
Voglio infine spendere qualche riga per parlare di Teti. Nel romanzo ricopre un ruolo da antagonista, sia per l'odio che mostra verso Patroclo sia per come pilota le vite di Achille e Pirro, ed in generale viene sempre descritta in modo estremamente negativo, senza che si tenti di capire il suo punto di vista; mi è sembrata una scelta molto strana ed infelice, soprattutto considerando che il suo astio verso gli umani deriva dallo stupro subito da Peleo, che al contrario risulta un personaggio molto positivo.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    12 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Cercavo Amore(e Psiche)e alla fine ho trovato Xena

Quando ho iniziato la lettura di "Gargoyle" di Andrew Davidson mi aspettavo una storia incentrata sulle vite passate (mi ero da poco innamorata di "Le prime quindici vite di Harry August" di Claire North, e cercavo qualcosa di simile); ho capito ben presto che "Gargoyle" era un romanzo completamente diverso, ma nonostante tutto è rientrato tra i miei preferiti di sempre. Con "A viso scoperto" è stato lo stesso.
Mi sono interessata a questo libro perché viene presentato come una rielaborazione del mito romano di Amore e Psiche: in realtà, questa leggenda fa soltanto da sfondo alla storia narrata da Lewis. Anche in questo caso ho visto quindi deluse le mie aspettative iniziali, eppure questo romanzo mi ha colpita a tal punto da diventare un nuovo preferito, ed è -quasi- tutto merito della sua protagonista.
Al centro della storia non abbiamo infatti la bellissima Psiche (chiamata a volte Istra, nel testo) ma la sua sorellastra maggiore Orual, o Maia in greco. La vicenda non ha una chiara collocazione spazio-temporale, ma sappiamo per certo di trovarci nel Medio Oriente dell'epoca precristiana; la maggior parte degli eventi si svolge entro i confini del regno di Glome, governato da re Trom all'inizio della storia. Con suo sommo disappunto, l'iracondo sovrano ha tre figlie femmine: Orual, la vanesia Redival e Psiche, nata da un secondo matrimonio.
L'intera narrazione è affidata ai ricordi di Orual che, ormai in età avanzata, ripercorre la sua vita con il preciso intento di muovere una critica feroce contro gli dei che l'hanno separata dall'amata sorella. Nella versione di Lewis infatti non è la gelosia delle sorelle maggiori a causare la rovina di Psiche, anzi: il romanzo vuole proprio mostrarci quanto Orual fosse affezionata alla sorella -alla quale aveva fatto praticamente da madre- e come loro due ed il precettore greco Volpe formassero una sorta di famiglia molto unita.
Partendo dalla giovinezza delle ragazze, la narrazione ripercorre poi gli avvenimenti del mito originale, rimanendo però sempre focalizzata su quanto accade ad Orual. Il suo personaggio è indubbiamente il maggior pregio del romanzo: a differenza di Psiche, Orual è segnata dall'infanzia dal suo aspetto orribile, di cui l'amorevole genitore si accerta non possa mai scordarsi; la donna non ne fa però un cruccio e, mentre cresce, la vediamo impiegare le energie per migliorare la sua istruzione o imparare l'arte della scherma, anziché preoccuparsi di curare un viso che sa di non poter davvero cambiare.
Per molti aspetti, questa potrebbe essere vista anche come una villain origin story: nel mito di base, Orual è infatti una delle antagoniste che ostacolano Psiche, e anche qui spesso compie azioni crudeli o si comporta con freddezza verso alcune persone. Onestamente l'ho adorata soprattutto per i suoi difetti, che lei per prima sottolinea senza tentare di apparire migliore di quello che è: nonostante disprezzi il padre, condividono la stessa rabbia cieca, ma Orual non la riserva a chi la scontenta in prima persona bensì a coloro che mettono in pericolo i suoi cari.
Al suo confronto, Psiche sarebbe risultata una protagonista banale e noiosa, seppur il suo non sia un cattivo personaggio. Si nota infatti come l'autore si sia impegnato nella sua caratterizzazione come in quella dell'intero cast, dando il suo meglio con il fedele Bardia e Volpe, personaggio saggio e concreto in un mondo popolato da superstizioni e presunti intermediari con le divinità.
Per quanto mi sia piaciuto, il romanzo non è privo di difetti. A causa del registro narrativo scelto da Lewis, a tratti si ha l'impressione che alcuni eventi siano narrati anziché mostrati. Sono inoltre presenti alcuni piccoli anacronismi: se è vero che il periodo storico non è chiarissimo, sentir nominare il gioco degli scacchi risulta comunque stonato, dal momento che verrà inventato solo qualche secolo più tardi molto più ad est. Le ultime pagine lasciano poi un senso di incompletezza, non tanto sul piano di quanto accade ad Orual quando di ciò che vive nei suoi "sogni".
Anche l'edizione non colpisce in positivo, con una cover per nulla curata e un bel refuso direttamente nella sinossi in quarta di copertina. Come nella storia di Orual però dobbiamo imparare ad andare oltre l'apparenza, scoprendo così un romanzo meraviglioso in un'ottima traduzione.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
70
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    12 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Scopriamo le origini del Kinde(r) Sorpresa

Secondo ciclo di racconti ambientati nel mondo di The Witcher, "La spada del destino" dimostra qualche miglioramento rispetto al primo capitolo della serie, ma nel complesso gli elementi negativi di questo volume sono tanti e tali da farmi dare una valutazione leggermente più bassa. In particolare perché ho iniziato la saga aspettandomi battaglie epiche, sbudellamenti di mostri e intrighi di palazzo, per poi ritrovarmi con una storia dove l'obiettivo non è affrontare una battaglia per la salvezza del mondo bensì stabilire chi si deve bombare chi.
Come al solito mancano dei chiari riferimenti temporali, ma possiamo intuire che rispetto a "Il guardiano degli innocenti" siano trascorsi cinque anni nei primi racconti e una decina nell'epilogo. In questa seconda raccolta non troviamo l'espediente dei ricordi raccontati da Geralt, ma l'impressione è che sia Ranuncolo a comporre di volta in volta delle ballate per narrare le avventure vissute dall'amico. I personaggi principali che ritroviamo sono gli stessi del primo libro, con l'aggiunta della principessa Cirilla "Ciri"; aggiunta che mi sembra sia l'unico evento degno di nota: al termine della lettura ho avuto l'impressione che, tagliando qualche pagina da "Il guardiano degli innocenti" e aggiungendogli il racconto "La spada del destino", si sarebbe ottenuta un'unica raccolta più che sufficiente ad introdurre il lettore alla serie.
Ma vi avevo anticipato dei fantomatici miglioramenti, quindi prima di passare agli aspetti deludenti, spediamo due parole su quelli. Ho apprezzato che i riferimenti fiabeschi si siano diradati, anziché appesantire ogni racconto; inoltre in questo caso si nota chiaramente come tutti siano collegati a dei racconti di Hans Christian Andersen, aspetto che contribuisce a creare un'atmosfera molto più fredda e vicina idealmente a quell'Europa baltica a cui Sapkowski si ispira. Altro elemento più riuscito è l'umorismo: le battute hanno una migliore tempistica e, conoscendo ormai i personaggi, sai anche che tipo di ironia aspettarti da ognuno.
Ciò che mi ha colpita veramente in positivo è l'inserimento di molte tematiche attuali, nonostante il libro sia ormai vicino alla trentina. Si parla di rispetto per le diverse etnie (qui rappresentate delle creature magiche senzienti), per l'ambiente e per gli animali. É crudelmente ironico poi che in questo libro dei primi anni Novanta si enunci come un dato di fatto il diritto della donna a decidere rispetto ad una gravidanza, mentre nella Polonia odierna è entrata in vigore una legge che in pratica vieta l'aborto.
Peccato gli altri elmenti della raccolta non siano altrettanto validi. I dialoghi sono forse l'aspetto peggiore, specialmente perché quasi tutti i personaggi adottano un linguaggio sofisticato, che stona con molte situazioni in cui si trovano o con i loro retroscena; a questo aggiungiamo l'inserimento forzoso del titolo del racconto in questione nelle battute (alcune così lunghe da sembrare dei monologhi innaturali) e la pretesa dell'autore che il lettore possa indovinare le azioni dei personaggi da quanto viene detto: molto spesso i dialoghi sono unicamente dei botta-e-risposta, senza alcuna descrizione di tono, pause o movimenti. Forse è un tratto stilistico di Sapkowski, ma personalmente non lo trovo di mio gusto.
L'autore si diletta a tenere nascoste anche altre informazioni ai lettori, come le conoscenze utilizzare da Geralt nella risoluzione dei singoli racconti o il funzionamento del sistema magico, che appare lacunoso e contradditorio.
Per una mia preferenza ho trovato inoltre troppo presente la componente romantica della storia, che interessa la maggior parte del volume; si arriva al punto in cui il caro Sapkowski porta un personaggio a dire esplicitamente che Geralt e Yennefer sono fatti per stare assieme. Una terribile scelta dal punto di vista narrativo, dove la regola sarebbe mostrare anziché raccontare.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
41
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    10 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Era meglio fermarsi a Sarah Waters

"Il mare senza stelle" è il secondo romanzo dell'autrice de "Il circo della notte" e ne ripropone molti elementi distintivi: lo stile superbo, l'ambientazione immaginifica, la precarietà della trama, i rapporti basati sul nulla più il niente e dei personaggi se possibile ancora più dimenticabili.
La trama sembra la somma de "Il codice da Vinci" e "La soglia", con meno scene d'azione rispetto al primo e un finale più criptico rispetto al secondo. Protagonista e unico personaggio fornito di caratterizzazione è lo studente Zachary Ezra Rawlins che, mentre bazzica nella biblioteca della sua università, si imbatte casualmente nel volume "Dolci rimpianti" al cui interno legge un racconto incentrato su un episodio della sua infanzia. Mentre chiunque altro archivierebbe l'evento come una simpatica coincidenza, Zachary inizia ad interessarsi al misterioso libro e si ritrova così coinvolto in un'avventura -non troppo avventurosa- tra società segrete, realtà oniriche e tante tante tante strizzate d'occhio al mondo della letteratura.
Avevo delle aspettative abbastanza alte rispetto a questo romanzo, sia per i molti pareri a dir poco entusiasti sia perché, pur con i suoi difetti, "Il circo della notte" nel complesso mi aveva convinta. Con questo titolo invece ho fatto molta più fatica a trovare degli aspetti positivi; lo stile si conferma il maggior pregio della Morgenstern, alcuni degli spunti avevano un buon potenziale e il simbolismo è utilizzato con grande attenzione. Peccato che questi pochi elementi non riescano a portare il libro oltre una sufficienza risicata.
Come già accennato, questo romanzo pecca di una trama concreta: oltre allo spunto iniziale (la ricerca di Zachary su "Dolci rimpianti", mosso unicamente da una scelta impulsiva) c'è soltanto un avvicendarsi di eventi che diventano via via più nebulosi, soprattutto nelle ultime cento pagine in cui si intervallano in modo fastidioso momenti davvero surreali a scene che non sfigurerebbero in un film di spionaggio. Nel mentre, il povero lettore sta tentato di seguire il filo della storia ma la sua attenzione è contesa tra i molti racconti che interrompono la vicenda principale (sì, sono sempre gli stessi personaggi in situazioni diverse, ma questo si capisce solo in un secondo momento) e una moltitudine di dettagli dall'indubbia inutilità: nella narrativa se spendi tempo -o righe, in questo caso- per descrivermi il protagonista che prende un cupcake, lo avvolge in un fazzoletto, lo ripone in una borsa e se lo porta via, da lettrice mi aspetto per lo meno che quel dolcetto se lo mangi prima o poi!
E sono questi dettagli, oltre ad una buona dose di informazioni taciute perché sì e a dozzine di descrizioni degli stessi luoghi, a trasformare in un bel tomo quello che sarebbe potuto tranquillamente essere un libro molto più corto. La lunghezza sarebbe anche scusabile, se l'autrice avesse impiegato quelle pagine per spiegare il sistema magico (nessun chiarimento pervenuto), parlare delle relazioni tra i personaggi (si fa a gara tra insta-love e starcrossed lovers, ma rapporti genuini zero) o dare un briciolo di carattere a qualcuno che non sia Zachary.
Per quanto riguarda l'edizione italiana, la Fazi ha fatto indubbiamente un ottimo lavoro di grafica: il risultato è esteticamente gradevole, come un po' tutto in questo libro. Peccato ci siano un paio di sviste, come l'anno di nascita di Zachary, che non so purtroppo se siano da imputare alla traduzione o meno.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
1.8
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
1.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    10 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Scrivere personaggi intelligenti for Dummies

Secondo capitolo nella serie The Winner's Trilogy, "The Winner's Crime" di Marie Rutkoski viene spesso indicato come il migliore di questa trilogia romance; pertanto, seppur avessi riscontrato diverse problematiche nel primo libro, ho iniziato la lettura con delle aspettative abbastanza alte. Un grosso errore, lo so.
La trama riprende qualche settimana dopo la conclusione di "The Winner's Curse" e segue due filoni principali: da un lato vediamo Kestrel alle prese con i preparativi per il suo matrimonio con Verex (no, non è il nome di una pomata per le emorroidi, bensì il principe erede al trono), dall'altro si sviluppa un malriuscito tentativo di mystery che ruota attorno ad alcuni favori chiesti dall'Imperatore e collegati alla regione a statuto speciale Herran.
Se nel primo volume il pretesto della trama era debole nel caso di Kestrel, qui fatica ad ingranare per entrambi i protagonisti. Kestrel corre dei grossi rischi senza avere alcuna certezza del risultato, eppure rifiuta l'enorme possibilità che il matrimonio con l'uomo-pomata le offrirebbe per dare vita ad un impero migliore; nel mentre Arin girovaga per il mondo con la stessa facilità dei personaggi di GoT8, mosso unicamente dall'inclinazione del momento. Nonostante questo, la storia d'amore tra i due è portata avanti molto bene, così come buona parte delle altre relazioni che vediamo svilupparsi durante la storia.
Lo stesso impegno non è stato però riservato nella scrittura dei personaggi: per fare un esempio, la Rutkoski vuole dimostrare ad ogni costo quanto Kestrel sia brillante, e per farlo decide di rendere tutti gli altri particolarmente ottusi. La stessa cosa succede quando tenta di evidenziare la cattiveria degli uomini vicini all'Imperatore, che danno consigli crudeli ma incredibilmente stupidi; sinceramente trovo alquanto fastidiosa questa manipolazione, perché un lettore dovrebbe capire da solo quale sia il carattere di un personaggio, senza la necessità di sbatterglielo in faccia.
Un altro problema è la mancanza di chiarezza nel world building. Da una parte ho apprezzato che l'autrice tenti di fornici tanti piccoli dettagli che rendono caratteristico uno Stato rispetto agli altri, ma ciò non argina le molte lacune ancora presenti: sappiamo ben poco di come funzioni il sistema politico e militare di Valoria o se dietro le cento divinità venerate a Herran ci sia un apparato religioso o meno.
Diciamo che per riassumere il libro si potrebbe guardare alla mappa del mondo: esteticamente è tutto molto gradevole, ma appena ti soffermi un attimo a guardare meglio ti rendi conto che la prospettiva è andata a spasso. Allo stesso modo il romanzo, se letto in fretta, da l'idea di essere ben scritto e pieno di svolte brillanti, ma basta ragionarci un po' sopra per notare evidenti buchi sia di trama che di logica interna.
Vorrei concludere con un appello a chi ha letto e amato questo romanzo: leggete le domande SPOILER qui sotto e portate un po' di luce nelle tenebre della mia ignoranza!

ATTENZIONE SPOILER!!!
Come può un'intera nazione (Herran) basare la sua economia interna sulla produzione di noci?
È verosimile che il premio in palio per la scommessa sul vestito della futura imperatrice sia una somma che permette di comprare un'isola? E nel caso, come si può affidare così tanti soldi ad una ragazzetta random (la stessa che acconsente a mostrare la lista ad Arin, senza pensare che lui possa poi riferire il tutto ad altri)?
Come può non esserci un tracollo dell'economia interna se milioni di schiavi vengono affrancati dall'oggi al domani? Per non parlare delle abitazioni e dei terreni espropriati...
Perché l'Imperatore tiene Risha in ostaggio per una decina di anni senza mai sfruttare questo vantaggio nella guerra in corso?
Che senso ha la scena in cui Kestrel va in giro per dei fight club (?) ad arruolare persone se da due libri ci rompono l'anima con la coscrizione obbligatoria?
Come può esserci crescita demografica se tutti, dai vent'anni in sù, vengono mandati al fronte a meno che non siano donne incinte?
Nessun medico herrano si è accorto che l'intera popolazione veniva avvelenata? E di preciso, come hanno fatto a realizzare questo avvelenamento in una sola incursione?


NB: Libro letto in lingua originale

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
30
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    14 Febbraio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Quella tenda finirà per rompersi

Storia di un amore distruttivo, "Tenera è la notte" è tra le opere più fortemente autobiografiche di Fitzgerald, tanto che nei caratteri dei coniugi Diver è facile riconoscere i ritratti dell'autore stesso e di sua moglie Zelda. Una scelta indubbiamente coraggiosa, perché il romanzo -pur eccellente dal punto di vista stilistico- difficilmente risulta piacevole per i suoi personaggi, che vengono sempre presentati come ricchi di vizi e difetti.
La storia comincia però da una prospettiva completamente diversa, e ben più positiva. Mescolando dei personaggi molto vicini a quelli de "Il grande Gatsby" alle ambientazioni de "Il malinteso" della Némirovsky, la vicenda si apre con l'arrivo dell'avvenente Rosemary Hoyt sulla Costa Azzurra degli anni Venti; la giovane è un'attrice americana in vacanza e subito la vediamo fare la conoscenza di un gruppo molto affiatato e socievole di suoi connazionali, tra i quali spiccano per carisma Dick e Denise Diver. La ragazza si professerà da subito innamorata di Dick e, più in generale, affascinata dalla vita festaiola e sempre allegra dei suoi nuovi amici.
Come Rosemary viene illusa sulla vera natura delle persone conosciute durante la vacanza, così il lettore è portato erroneamente a pensare che lei sia la protagonista della storia. In realtà già dalla seconda delle tre parti di cui il romanzo si compone diventa chiaro come il tema centrale sia la relazione tra Dick e Denise, disfunzionale già dalle sue premesse: vediamo infatti come i due si siano incontrati nella clinica in cui lei era ricoverata per degli episodi di schizofrenia; l'amore di Dick è nato quindi principalmente dal desiderio di curare la donna, e il suo atteggiamento diventa con il tempo sempre più scontento e depresso, anche a causa della grande ricchezza della famiglia di lei che sminuisce sempre più l'importanza del suo lavoro come medico.
Se nella parte incentrata su Rosemary risulta un po' difficile seguire con chiarezza gli eventi, dal momento in cui ci vengono forniti i retroscena sulla relazione tra i Diver la narrazione diventa nettamente più comprensibile. Sono presenti anche diversi momenti molto violenti, come ferite gravi o delitti, che però non hanno alcuna ripercussione apparente sulla trama; non sapremo mai come si sia risolto l'omicidio dell'uomo nella stanza di Rosemary ad esempio, e questo può essere frustrante, ma la ragione è chiara: si tratta di scene atte solo ad innescare la ricaduta di Denise, e sarebbe inutile occuparsene come se si trattasse di un mystery.
Come già accennato, i personaggi sono molto sgradevoli con la sola eccezione (forse) di Denise. La maggior parte palesa vizi come l'abuso di alcool o la scelta di intraprendere delle relazioni extraconiugali, mentre gli altri dimostrano delle indoli maligne ed altezzose. Lo si vede chiaramente da come cambiano i rapporti tra i Diver ed i loro cosiddetti amici nel corso degli anni; o ancora dal modo in cui quando un personaggio si trova in difficoltà sia pronto a chiede aiuto, ma una volta riguadagnata la sicurezza non si dimostri grato.
Questa caratterizzazione non è un difetto, perché personaggi sono scritti come odiosi in modo consapevole. Non si può dire altrettanto della maniera in cui vengono rappresentate le donne (soprattutto le mogli), gli afrodiscendenti e gli omosessuali; capisco benissimo che si tratta di un romanzo del secolo scorso -nel mio caso doppiamente penalizzato per l'edizione degli anni Sessanta- ma alcune frasi fanno sì che questo titolo non risulti invecchiato benissimo.


NB: Libro letto nell'edizione Mondadori

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    26 Gennaio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

I Grimm hanno messo "Mi piace" alle tue storie

"Il guardiano degli innocenti" è una raccolta di racconti che introduce i lettori al mondo di The Witcher, presentando alcuni dei personaggi principali ed il mondo fantastico in cui essi si muovono. Se però questa presentazione sia fatta bene è decisamente discutibile; a fine volume mi sono trovata con la testa piena di nomi delle creature soprannaturali e dei luoghi visitati dal protagonista, senza però un quadro chiaro né della geografia né delle dinamiche interpersonali.
Ma partiamo dalla struttura del libro: la storia che fa da raccordo tra le altre è "La voce della ragione", in cui vediamo lo strigo Geralt -ferito dopo il combattimento contro una strige (e già qui la confusione su nomi e caratteristiche delle creature è in agguato)- cercare rifugio presso il Tempio di Melitele. Mentre è convalescente, il protagonista ripercorre alcune avventure che danno vita agli altri racconti del volume; racconti che sono fortemente ispirati ad alcune fiabe popolari, con l'aggiunta di qualche mostro da affrontare.
Onestamente nessuno dei racconti mi ha particolarmente colpita, anche perché non è facile distinguerli tra loro dal momento che presentano una sequenza di eventi molto simile: Geralt arriva in un castello o in una città (senza che vengano forniti troppi riferimenti sul luogo in questione), qualcuno chiede il suo aiuto nascondendo però fornire qualche informazione vitale sul mostro da uccidere, Geralt indaga sulla questione e riesce ad uscirne vincitore seppur ferito, Geralt se ne va perché nonostante tutto gli umani lo disprezzano. Questa dinamica si ripete ad oltranza, in una sequenza di storie che non hanno chiari legami spazio-temporali tra loro; l'unica variante è l'introduzione dei personaggi di Ranuncolo (sì, sembra il nome di un animale antropomorfo uscito da un cartone anni Ottanta) e Yennefer, negli ultimi due racconti.
E questo ci porta al primo problema del volume, ovvero le relazioni tra i personaggi. Già Geralt come protagonista non è un campione di carisma: si può empatizzare con la sua sofferenza nel sentirsi spesso discriminato, ma l'autore non si impegna oltre nel renderlo più simpatetico; quindi mi chiedo su cosa poggino i suoi rapporti con gli altri personaggi ricorrenti. Cosa lo lega a Nenneke? come può una persona così riservata amare la compagnia dell'estroverso Ranuncolo? perché si innamora di Yennefer se lei lo tratta di schifo? ma soprattutto, perché Yennefer dovrebbe innamorarsi di lui? Queste ultime domande potrebbero trovare risposta nel desiderio espresso da Geralt al genio, ma nessuna delle teorie che ho letto online a riguardo mi ha soddisfatta del tutto.
Altri elementi che trovo problematici sono l'umorismo, soprattutto in alcuni racconti, le battute sono inserite a sproposito e non fanno scattare una risata bensì un senso di cringe; le morti che sono numerose ma vengono descritte senza il minimo impatto emotivo, e ovviamente riguardano solo le comparse perché il fatto di conoscere il presente vanifica ogni preoccupazione circa la sorte dei protagonisti; ed infine, l'età dei personaggi, mai indicata con chiarezza, che fa sentire molto a disagio quando si legge degli incontri pseudo-romantici tra Geralt e personaggi definiti"fanciulla" o "ragazzina".
Ma non ho solo lamentele per questo titolo: seppur lacunosa, l'ambientazione ispirata all'Europa centrale mi affascina molto, come anche lo stile di Sapkowski, specie quando si tratta di descrivere i paesaggi con qualche buona metafora. Sono anche curiosa di sapere dove andrà a parare la trama della serie principale, perché qui ci viene dato un misero assaggio, accennando ad una sorta di profezia che incombe sul futuro di Geralt. Tutto sommato, ho altri sette libri di tempo per ricredermi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    20 Gennaio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

A caccia di storie per le vie di Barcellona

Quest'anno ho deciso finalmente di dare una chance a Zafón e, pur rimanendo colpita positivamente dal suo stile, devo dire che "Marina" non mi ha convinta del tutto, soprattutto perché ho avuto l'impressione di leggere due storie distinte inserite a forza nello stesso volume.
La narrazione è affidata a Óscar Drai che, ormai adulto, torna con la memoria ad un periodo della sua adolescenza: nello specifico quando aveva quindici anni e frequentava un collegio a Barcellona. Il ragazzo incontra in modo decisamente inusuale Marina, una ragazza che conduce un'esistenza riservata con il padre Germán in una villa in rovina. L'evoluzione del rapporto tra i due diventa il primo filone della storia, e continua a svilupparsi per tutto il romanzo; nella parte centrale abbiamo invece l'altra storyline che riguarda una misteriosa serie di omicidi iniziata negli anni Venti.
Raccontare di più riguardo questa seconda parte implicherebbe fare subito spoiler, ma posso tranquillamente affermare che non c'è nessun motivo logico per cui Óscar e Marina siano coinvolti in questa vicenda, non fosse per la loro curiosità. Fino alla fine mi sono aspettata una qualche rivelazione che collegasse i due filoni in maniera più sostanziosa ma nulla; vorrei chiarire che non li trovo scritti male, soltanto accostati senza una base valida.
Oltre allo stile, che ho già menzionato, questo romanzo mi ha convinta per le descrizioni di Barcellona -che viene resa mistica ed affascinante grazie all'uso di metafore ben studiate- e la caratterizzazione dei personaggi, in particolare quelli secondari ma anche le comparse che vengono tratteggiate con poche parole molto incisive. E poi l'atmosfera in generale: se avete apprezzato "Il figlio del cimitero" o "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret" qui ritroverete lo stesso tipo di magia, capace di avviluppare in una storia vicina alla realtà seppur fantastica.
Purtroppo sono presenti anche dei difetti che hanno abbassato la mia valutazione. Innanzitutto, la verosimiglianza; capisco il tono onirico di alcune parti, ma i comportamenti di Óscar sono davvero assordi: esce ed entra nel collegio quando gli va, nessun tutore controlla il suo rendimento e lo vediamo spesso tuffarsi in situazioni molto pericolose senza un attimo di riflessione, anche quando non ce n'è motivo. Non ho apprezzato neanche la leggerezza con cui l'autore parla di temi molto forti (malattia fisica e mentale, aggressioni e menomazioni fisiche, pedofilia, omicidio) accennandoli soltanto in modo frettoloso, soprattutto perché questo in fin dei conti è un libro per ragazzi. Per ultimo, io davvero non ho capito il ruolo di María: chiunque mi possa illuminare su quello che le succede dopo essere entrata nei tunnel è il benvenuto!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    18 Gennaio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Nessuno ha ciò che merita. E va bene così

Con "L'ultima ragione dei re" si conclude la prima trilogia di Joe Abercrombie ambientata nel Mondo Circolare; e si tratta senza dubbio di una conclusione che, pur lasciando molti lettori insoddisfatti, mantiene la propria coerenza con il tono dell'intera serie.
Come per i volumi precedenti, la storia segue i sei punti di vista dei personaggi principali, ma qui abbiamo molti più capitoli in cui i POV vengono affiancanti, anche perché ci sono parecchie scene in cui tutti i protagonisti sono riuniti nel medesimo luogo. Per ricapitolare un po' gli eventi e le mie impressioni, sfrutterò anch'io i nostri sei (per nulla) eroi.
West è il personaggio che mi ha interessata meno, forse perché gli spunti più intriganti sul suo percorso li abbiamo avuti in "Non prima che siano impiccati"; qui ha un ruolo molto marginale, sia durante la guerra contro Bethod sia nella battaglia di Adua, che trovo mal gestita in generale. Unico suo momento apprezzabile è la manipolazione ai danni dei due generali, in cui lo vediamo dimostrare un po' dell'intelligenza che gli ha permesso di fare strada nell'esercito.
Anche Mastino è stato notevolmente ridimensionato, in particolare nella seconda metà della storia, tanto che l'autore sembra dimenticarsi di lui nell'epilogo. Lo ritroveremo forse nei volumi seguenti? non voglio farmi spoiler andando a controllare, ma sicuramente in questo libro avrebbe potuto dare qualcosa di più oltre ad assistere alla morte dei suoi compagni. Tra l'altro, tutte le morti descritte in questo volume sono perfette per il tipo di storia: nessuna azione eroica o avversario formidabile, i personaggi muoiono in modo casuale e per ragioni banali, e lo trovo assolutamente azzeccato.
Nonostante una conclusione frettolosa, Ferro si conferma il mio personaggio preferito; il suo contributo alla trama è circoscritto alla scena in cui usa il Seme, ma riesce a dare sempre un'idea di dinamismo alla narrazione. Giuro che non è il mio lato da shipper a parlare, ma troncare così la sua relazione (non necessariamente romantica) con Logen mi ha lasciata perplessa, anche perché sembra che nessuno si sia preso la briga di spiegare a lui cos'ha passato 'sta poraccia.
Passando proprio a Logen, devo ammettere di averlo mal sofferto per tutto il romanzo: come per Mastino, il suo ruolo si esaurisce con la sconfitta di Bethod, e poi lo vediamo vagare senza un reale obiettivo. Ho adorato però la sua ultima scena, che riprende brillantemente la prima de "Il richiamo delle spade"; una conclusione circolare che trovo alquanto adatta al personaggio.
E passiamo finalmente a qualcuno che, pur risultando quasi inutile ai fini della trama, per lo meno ci da qualche gioia. Jezal ci permette di sperare che, con il tempo, il suo governo diventerà più illuminato e giusto; è anche uno dei pochi personaggi a regalarci qualche scena divertente in un romanzo che, per il resto, mantiene un tono generalmente cupo, anche più dei precedenti.
Per quanto riguarda il buon Glokta, dopo aver compiuto azioni pressoché inutili per ben due libri, qui lo vediamo decisamente più centrale per l'intero volume, tanto che l'epilogo è gestito quasi interamente da lui. Nel complesso il finale concessogli dall'autore è quello più positivo, anche se bisogna ricordare che è forse il personaggio sul quale si era accanito di più fino ad allora.
Ci sono infine un paio di dettagli che, tutto considerato, rendono questo volume meno valido del secondo. Il primo è l'assenza degli antagonisti -che in realtà è una costante della serie- ma qui mi sarei aspettata di vederli finalmente in azione, per lo meno nello scontro finale, invece il caro Khalul è tutt'ora uccel di bosco; il secondo aspetto riguarda la rivelazione sui piani di Sult che, oltre ad essere incoerente con quanto mostrato nei libri precedenti, stravolge completamente la psicologia del personaggio. Nonostante questi (ed parecchi altri!) difetti, la serie mi ha intrattenuta molto: sono curiosa di leggere altro scritto da Joe.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
30
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    02 Gennaio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

I titoli dei capitoli qui sicuro non ci stanno

Primo romanzo pubblicato da Dickens, "Il Circolo Pickwick" è indubbiamente la sua opera che più risente dell'essere stata pensata come una pubblicazione mensile; il volume pecca infatti di una trama vera e propria, proponendo invece una serie di episodi collegati solo in parte tra loro.
La storia viene narrata da un ipotetico segretario del Circolo che, tramite gli appunti dei soci, ricostruisce le avventure vissute nel corso di svariati mesi dal fondatore Samuel Pickwick e dai suoi amici Tupman, Snodgrass e Winkle, oltre ad una moltitudine di altri personaggi. L'autore non mantiene un'assoluta fedeltà al registro narrativo, aggiungendo spesso scene delle quali non potrebbe in alcun modo essere a conoscenza, ma nel complesso ciò non pregiudica la scorrevolezza della lettura.
La vicenda ha un tono principalmente comico e si pone infatti come una satira della società inglese dell'epoca; tutti i suoi aspetti vengono criticati tramite la loro esasperazione: il matrimonio, la politica locale, il sistema giudiziario e quello carcerario diventano una mera pantomima. L'assurdo apparato composto da avvocati truffaldini, giudici frettolosi e secondini compiacenti diventerà la vittima prediletta della ridicolizzazione anche nelle opere dickensiane successive, essendo un tema ben conosciuto dall'autore che già qui inserisce degli elementi autobiografici.
Come detto, trovare una trama è pressoché inutile: all'inizio della storia Pickwick propone agli amici di intraprendere un breve viaggio didattico nelle città di provincia, e in quest'occasione i nostri incontrano in modo spesso casuale i primi personaggi ricorrenti, tra i quali spiccano indubbiamente per carisma il fedele Sam Weller e Alfred Jingle, maestro dell'inganno e dotato di una parlantina sfiancante.
Seppur i personaggi ricompaiano in scena anche più volte, ogni episodio può considerarsi una vicenda a sè; queste narrazioni vengono inoltre interrotte da una dozzina di brevi storie raccontante dai personaggi come fossero eventi reali o inventate di sana pianta. A differenza del resto della narrazione, questi racconti hanno quasi sempre un tono molto più cupo e si avvicinano alle opere più mature di Dickens.
Questa differenza di tono è uno dei difetti principali, assieme alle mancanze nella caratterizzazione dei personaggi; quelli secondari sono quasi esclusivamente macchiette stereotipate, mentre i protagonisti sembrano privi di un passato, come fossero nati alla prima pagina del libro. Questo è molto evidente soprattutto nell'inverosimile ingenuità dimostrata da Pickwick stesso, come se avesse sempre vissuto in un mondo di gente onesta e cortese per settanta e passa anni.
Nel complesso, il romanzo riesce nel suo intento di porre in ridicolo alcuni costrutti sociali, strappando nel contempo ben più di una risata con il suo umorismo realistico: oltre ad avere degli eccellenti tempi comici, le gag non sono mai sopra le righe e le situazioni in cui si trovano i personaggi loro malgrado risultano verosimili.
L'edizione Newton Compton propone una traduzione valida e un'ottima introduzione. Ovviamente è molto scomoda dal punto di vista della maneggiabilità, ma il difetto più evidente è la presenza di parecchi refusi dati dalla mancanza di una revisione più attenta.


NB: Libro letto nell'edizione Newton Compton

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    31 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Questo libro è arrapato

"Il sognatore" è il primo volume dell'ultima duologia scritta da Laini Taylor, autrice della quale avevo già completato la trilogia Daughter of Smoke and Bone, quindi ho notato subito il riproposti di alcune situazioni e tropi narrativi nella nuova serie, che risulta un po' meno originale della precedente (il sistema magico poi sembra preso paro paro dalla trilogia Das Silber Trilogie di Kerstin Gier) ma comunque gradevole nel complesso, specialmente per l'ottimo ritmo della narrazione.
La trama vede come protagonista il bibliotecario Lazlo Strange -ovviamente orfano e vittima di maltrattamenti infantili- che, come una novella Cenerentola, si vede offerta un'occasione irripetibile: unirsi ad un gruppo di guerrieri per raggiungere una misteriosa città chiamata Pianto da quando il suo vero nome è stato cancellato dalla memoria collettiva. Il capitoli POV di Lazlo sono però solo la metà perché abbiamo anche i punti di vista di diversi personaggi secondari e, soprattutto, quello della coprotagonista Sarai.
Lo sviluppo della storia è abbastanza prevedibile nel quadro generale, ma riesce a stupire con dei colpi di scena forse non strabilianti ma piazzati nei momenti giusti. Un ruolo molto più importante è affidato ai personaggi, anche se non tutti riescono a portare a termine in modo brillante questo compito: Lazlo è un protagonista abbastanza convenzionale che, pur volendo ispirare simpatia nel lettore, lo porta soltanto ad esasperarsi per la cecità che dimostra di fronte a rivelazioni alquanto prevedibili; promuovo invece a pieni voti Sarai, Minya, Eril-Fane e Azareen per la loro costruzione sfaccettata e ricca di contraddizioni che invogliano chi legge a riflettere sulla loro condizione. Per quanto riguarda Thyon Nero, mi aspettavo decisamente di più viste le pagine che l'autrice investe per descriverlo, ma ho comunque speranze per lui nel secondo libro.
Se da un lato abbiamo dei personaggi davvero memorabili, dall'altro sono presenti dei problemi che mi hanno impedito di dare un voto più alto ad un libro molto godibile nel suo insieme. Innanzitutto non sono riuscita a darmi piacere la valanga di soprannomi cringe dei personaggi -tra Massacratori degli Dei e Figliocci d'Oro sembra di essere a Westeros- e di nomi impronunciabili affibbiati a creature e luoghi; questa situazione è accentuata dall'assenza di un glossario e di una mappa, che sarebbe stata molto utile per avere un quadro più completo del mondo in cui si muovo i personaggi. Tra l'altro, l'ambientazione è in generale molto confusa: l'autrice mescola riferimenti al Cristianesimo e termini inglesi come "shock" o "problem solving" in un mondo in teoria completamente fittizio.
In alcuni casi, mi è perfino sorto il dubbio che il problema stesse nella traduzione perché piatti come la "cotoletta" e fenomeni naturali come il "Carsismo" non credo siano all'ordine del giorno nella lingua inglese. Ma il termine che più mi ha stupita è stato "joule", usato correttamente come unità di misura del calore... correttamente se immaginiamo che James Prescott Joule abbia visitato questo mondo fantasy per portare anche qui le sue scoperte fisiche! Come no.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    31 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Toy Story: Portraits Edition

"Il ritratto vivente" è un romanzo che potremmo considerare parte della corrente del realismo magico, nonostante a fine lettura si abbia un retrogusto quasi da thriller per la forza -sia visiva che emotiva- di alcune scene.
La storia è narrata da un punto di vista decisamente inusitato: quello di un quadro di ottima qualità, acquistato dal ritrattista Felix Vincent per farne un'opera risultato del suo estro, anziché delle innumerevoli ed insoddisfacenti commissioni alle quali è vincolato per ragioni economiche. La sua futura creazione inizia così a fantasticare su quale sarà il suo mirabolante destino, già immaginandosi esposto in un celebre museo;

«Ha un progetto su di me, che è esclusivamente frutto della sua fantasia. [...] Ero destina a diventare qualcosa di grandioso.»

il caso vuole però che il nostro bizzarro protagonista rischi prima di diventare il ritratto di una snob rifattissima, poi un desolante paesaggio invernale, per arrivare solo verso la metà del volume a comprendere in modo chiaro quale sarà il suo fine.
Ispirato in parte al nostrano Pinocchio, in parte al "Frankenstein" di Mary Shelley -non a caso Felix viene ribattezzato ben presto "creatore"-

«Creatore! canticchiai con tutte le mie chiavette, creatore! Fa' di me quello che vuoli! Fa' di me qualcuno!»

il romanzo si snoda in una serie di vicende dal forte intento allegorico, legate soprattutto alla realizzazione del quadro finale e alla vita privata dell'artista. Di quest'ultima in realtà il lettore non arriva a scoprire perfettamente tutti i retroscena, dal momento che il punto di vista è alquanto limitante,

«Se avessi continuato a stare attento, avrei senz'altro capito quello a cui alludevano, dove fossero rimasti e in cosa consistesse il loro gioco, [...].»

pertanto alcune delle sottotrame approdano ad un nulla di fatto, come il rapporto tra creatore e Minke: possiamo intuire che si conoscano da parecchio tempo, ma non abbiamo altri dettagli sul loro passato.
Pur non eclissando gli altri personaggi della storia, il quadro si dimostra essere il solo protagonista, del quale seguiamo l'evoluzione sin dalla sua "nascita" come parte di un pregiato rotolo nel negozio di belle arti Van Schendel. Una volta arrivato nella casa di Felix, il narratore inizia la sua formazione, grazie alle parole delle persone che frequentano lo studio da un lato,

«Lui e Lidewij parlavano di quell'autunno come di una stagione eccezionalmente calda. [...] Ogni tanto si alzava una brezza irrequieta e sentivo il fruscio delle foglio sospinte nella stanza.»

e al proprio brillante intuito dall'altro, tanto che in più di un'occasione si dimostra più sveglio dello stesso creatore nel cogliere le sfumature nelle parole degli altri.
Il quadro comincia ben presto a provare anche delle emozioni definibili umane, come la vergogna, in un crescendo di interrogativi collegati soprattutto alla propria identità e alla definizione di se stessi, tema assolutamente centrale di questo titolo. Il protagonista si convince infatti che il soggetto prescelto da Felix determinerà non solo il suo aspetto esteriore ma anche il suo carattere.

«Chi verrà dipinto su di me? Chi diventerò? Di chi prenderò il volto? [...] Attraverso gli occhi di chi avrei guardato il mondo?»

Altra riflessione degna di menzione è quella relativa all'etica, rapportata al lavoro di un artista: se chi crea commette un'azione negativa, anche le sue opere devono essere svilite di conseguenza? Nel caso di creatore, l'errore è in buona fede, ma la reazione -ed il giudizio dell'autore- è comunque tangibile e chiara.

«Creatore ha aggiunto un'altra bracciata di rami, poi è tornato nello studio, ha arraffato le stampe, le fotografie, il video, perfino l'assegno da cinquantamila euro e ha buttato tutto nel falò, [...].»

In questo senso si nota un'eccessiva -e, per me, fastidiosa- propensione di Otten nel voler fare la morale ai suoi stessi personaggi, bacchettandone i comportamenti che ritiene inappropriati. Per il resto, lo stile dell'autore mi ha decisamente convinto; ho apprezzato la sua creatività nell'immaginare i pensieri e le emozioni di un oggetto inanimato,

«Ero esistito finché creatore mi dipingeva e Lidewij prendeva atto di me. Adesso cominciavo a dimenticarmi della mia esistenza.»

inoltre, la presenza di molti elementi metaforici, come l'albero abbattuto che costringe il pittore a prendere la bicicletta, denotano una certa ricercatezza nella prosa di Otten.
Vorrei concludere con un paio di osservazioni sull'edizione che, nel suo complesso, è assolutamente promossa: ottima la traduzione, con un paio di utili note, e la postfazione che racconta qualcosa di più sull'autore e sulla sua produzione oltre questo titolo. La mia unica lamentela riguarda i materiali, perché la colla usata mi ha costretto a spezzare letteralmente il volume per poterlo leggere... un peccato.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
30
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    18 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Titolo fuorviante solo all'apparenza

"Il malinteso" è un romance relativamente breve, nonché la prima opera pubblicata ufficialmente dell'autrice franco-ucraina. Il titolo gioca sull'accostamento tra le incomprensioni sociali e quelle sentimentali in una travagliata relazione tra due amanti nella Parigi degli anni Venti.
La storia segue i punti di vista alternati dei due protagonisti. Da un lato abbiamo Yves, rampollo di una famiglia molto agiata, che ha visto sfumare la sua fortuna economica in seguito alla Grande Guerra,

«Yves Harteloup era nato nel 1890, in piena "fin de siècle", epoca benedetta, in cui a Parigi c'erano ancora uomini che potevano vivere senza lavorare, in cui si era perversi con impegno e viziosi con orgoglio, [...].»

oltre ad aver patito anche diverse ferite come soldato impiegato al fronte; Yves è rassegnato a doversi adattare ad un tedioso lavoro d'ufficio, ma è privo di ogni ambizione e ancora fatica a perdere i dispendiosi vizi di un tempo. L'altra faccia del romanzo è quella della giovane ed avvenente Denise, sposata con un conoscente di Yves da subito rimane colpita dall'uomo -incontrato durante una vacanza estiva- tanto da essere profondamente turbata ogniqualvolta lui la trascura per un paio di giorni.
L'intero volume ruota attorno al rapporto tra i protagonisti, che passano da un'iniziale attrazione limitata al piano fisico,

«L'amore... più che altro una breve avventura nella quale avrebbe lasciato il cuore mentre l'altro avrebbe appagato solo la sua vanità, il suo desiderio. [...] Come ogni uomo, le avrebbe fatto la corte per ventiquattr'ore, e poi, la sera, sarebbe venuto a bussare alla sua porta, [...].»

ad un amore allo stesso tempo generoso ed egoista da entrambe le parti: Denise dimostra uno sconfinato affetto ma pretende continue dimostrazioni d'amore, Yves rinuncia ad una vantaggiosa offerta lavorativa per rimanerle vicino eppure non trova mai il coraggio di parlare con franchezza dei suoi problemi.
E proprio sull'incapacità di comunicare di questa coppia si focalizza la maggior parte del romanzo. Yves e Denise vivono due esistenze troppo diverse per arrivare anche solo a comprendere le esigenze l'uno dell'altra,

«Capiva di aver ferito profondamente il suo orgoglio, di avergli maldestramente ricordato che era povero (come se la vita non lo facesse abbastanza!). Ma non era colpa sua: aveva agito senza riflettere; non riusciva a capacitarsi che per qualcuno anche due miserabili biglietti da cento franchi fossero una somma considerevole...»

nonostante gli sforzi fatti ed i consigli di alcuni personaggi secondari.
Oltre a questo tema principale, la Némirovsky si ritaglia qualche piccolo spazio per puntare l'attenzione su altre problematiche, come l'abissale differenza tra la generazione dei protagonisti e quella dei loro genitori,

«Per amare come loro ci vuole tempo libero, ricchezza... e poi, erano così felici... la loro vita era tranquilla, sicura, comoda, gioiosa... loro avevano bisogno di emozioni, mentre noi abbiamo solo bisogno di riposo.»

separate in modo indelebile dal conflitto mondiale che ha stravolto le abitudini di vita di tutti. E di guerra si parla anche attraverso gli occhi di Yves, che ha vissuto in prima persona l'esperienza e, in un passaggio breve ma indubbiamente intenso a livello emotivo, analizza cosa provi chi combatte al fronte una volta tornato alla vita civile.

«Ma il tempo passava e "quella cosa" rimaneva, [...] quella specie di amara ostilità verso gli altri, verso tutti quelli che non hanno sofferto, che non hanno visto.»

Oltre ai protagonisti, il resto del cast è abbastanza dimenticabile, con dei ruoli prestabiliti che limitano le loro azioni. Possiamo però vedere già qui alcune delle figure ricorrenti nell'opera dell'autrice, come l'ebreo avaro e la madre scostante, che antepone i suoi desideri al bene dei figli.
Lo stile dell'autrice è indubbiamente l'elemento che mi ha colpito di più, fin dalle prime pagine: l'ho trovato impeccabile soprattutto nelle parti descrittive, nelle quali riesce a creare delle immagini poetiche ma non eccessivamente complesse,

«Yves accostò le tende, che di colpo proiettarono sul pavimento i complicati motivi dei loro merletti come a formare un leggero tappeto, ondeggiante e delicato, il cui disegno mutava ogni volta che venivano mosse da un soffio di brezza marina.»

che risultano così facilmente visualizzabili dal lettore.
L'edizione Newton Compton per una volta non mi ha fatto sospirare, anzi ho trovato l'introduzione interessante e davvero utile per chi si approccia alla Némirovsky per la prima volta.


NB: Libro letto nell'edizione Newton Compton

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    16 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Se cercate l'epic fantasy, girate al largo

Ursula K. Le Guin è un'autrice che mi incuriosiva molto e, prima di passare alla sua serie più famosa ossia la saga Terramare, ho voluto fare un tentativo con lo standalone "La soglia". Anche questo romanzo può essere considerato un fantasy, pur andando oltre questa categorizzazione dal momento che l'avventura narrata è soltanto un pretesto per mettere in scena un'enorme allegoria dell'emancipazione dei due protagonisti.
Con una trama tipica dei portal fantasy, la Le Guin ci introduce le vite grigie di Hugh e Irene: lui commesso in un discount con velleità di bibliotecario soffocate sul nascere dalla snervante madre, lei impiegata di basso livello divisa tra il desiderio di indipendenza e la volontà di non abbandonare la famiglia in balia del patrigno violento. In momenti diversi, i due scopriranno di poter raggiungere una realtà parallela, nella quale il tempo scorre in modo bizzarro, che rappresenta un posto in cui essere se stessi ed affrontare le proprie paure; qui si svolte la parte fantastica della vicenda, con un intreccio che potrebbe aver ispirato "Il gigante sepolto" di Kazuo Ishiguro in parecchi elementi, come la lotta metaforica e fisica a tempo stesso contro la draghessa.
Ho trovato estremamente interessante il mondo ideato dalla Le Guin, soprattutto per la particolarità delle leggi magiche e per l'idioma che ha inventato, per cui i dialoghi risultano sempre un po' criptici. Ottima la presenza di alcune scene condivise tra i POV, così da poter mostrare le reazioni distinte dei protagonisti a quanto succede.
Nonostante questi aspetti positivi, il romanzo risulta parecchio ostico, soprattutto se -come me- lo iniziate pensando di trovarvi di fronte ad un classico epic fantasy; ad esempio, la scena del combattimento è estremamente anticlimatica. L'autrice lascia anche in sospeso moltissime sottotrame: non sappiamo cosa succederà alla madre e ai fratellastri di Irene, se il villaggio di Tambreabrezi (o Tembreabrezi, nella versione originale) supererà l'isolamento forzato, cosa sia accaduto anni prima al trisavolo del Podestà e neppure se la passione della madre di Hugh per l'esoterismo centri qualcosa con la scoperta della soglia.
Per quanto riguarda la parte romance -se così possiamo definirla- trovo che Hugh e Irene siano una coppia valida solo sulla carta, ma visto che tutta la storia si basa su un gioco di allegorie dobbiamo lasciarli al loro lieto fine sulla sola fiducia. A questo punto però non capisco a cosa sia servito inserire l'insta love tra Hugh e Allia, mentre l'interesse di Irene per Sark è già più sensato ma poco approfondito, come molti altri aspetti di questo romanzo decisamente troppo breve.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    14 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Preferisco comunque la versione di Victor

The Dark Descent of Elizabeth Frankenstein" è un romanzo thriller, con alcuni elementi sci-fi legati alla storia sulla quale basa gran parte della sua trama e del suo cast, ossia "Frankenstein" di Mary Shelley. Questo titolo si presenta infatti come una versione alternativa del celebre classico, narrando gli avvenimenti dal punto di vista di Elizabeth Lavenza, moglie di Victor e vittima della sua Creatura nel romanzo della Shelley; l'intenzione della White, di base, è alquanto lodevole: dare voce ad un personaggio secondario, seppur vitale per lo sviluppo della storia, peccato per l'esecuzione carente... ma cominciamo dalla vicenda!
Il volume è diviso in tre parti. Nelle prime due si seguono con molta fedeltà gli eventi dell'opera di base, con qualche piccola libertà narrativa legata soprattutto a dei retroscena marginali e alla relazione tra Elizabeth e i suoi genitori adottivi; fino a questo punto il ritmo si mantiene incredibilmente lento e la storia si sviluppa soprattutto nei flash back che spezzano i capitoli a metà, creando un senso di fastidio nel lettore e di disagio negli stessi personaggi,

«"Where are you?" she asked, putting a gentle hand on my shoulder.
I sighed. "In the past."»

avrei preferito l'espediente dei capitoli a parte adottato da Destiny Soria in "Beneath the Citadel". Nella terza parte invece la storia subisce un'accelerazione improvvisa e, sebbene la White dimostri una maggiore creatività rispetto ai capitoli precedenti, ci si ritrova sommersi da una sequela di eventi che non si fa quasi in tempo a metabolizzare, per giungere infine ad una conclusione troppo positiva visti i toni cupi del romanzo.
Prima di proseguire con la mia analisi (molto) critica, vorrei spezzare una lancia in favore dell'opera della White, anzi tre! Il primo elemento positivo è dato dai tanti riferimenti alla genesi del romanzo originale, ad esempio quando Elizabeth si finge la cugina di Victor perché effettivamente lo era nella prima stesura,

«"Victor Frankenstein?" [...] "What do you want him for?"
"I am his cousin," I said.»

o quando si accenna al fatto che soffra di incubi, come Mary Shelley; i titoli delle parti e dei capitoli sono poi delle citazioni tratte dal poema "Il paradiso perduto" di John Milton, fonte d'ispirazione di "Frankenstein" stesso. Mi è piaciuto anche che la storia si aprisse con una notte di temporale, evento atmosferico che ritroviamo molte altre volte, mentre il terzo punto a favore è alquanto superficiale: la cover inglese cattura l'attenzione e risulta perfetta per il contenuto del volume; in confronto quella scelta per l'edizione italiana fa una figura ben misera.
E ora partiamo con le lament... le critiche costruttive. Iniziamo dalla trama che, come detto, per due terzi è copiata quasi interamente dal romanzo della Shelley e per il terzo restante è un accozzaglia di situazioni incredibili, nel senso che non c'è nessuna logica azione-reazione. La White tenta di creare una svolta della storia che genera un mucchio di domande nel povero lettore -come (senza spoiler, tranquilli) "qual è la ragione dietro all'omicidio di William, visto lo scopo finale dell'assassino?"- oltre a portare ad una brutta scopiazzatura del fantastico "Ladra" di Sarah Waters.
Le pecche di quest'ultima parte si fanno fin troppo evidenti quando l'autrice cerca di giustificare con motivazioni inventate da lei delle scene originali, creando di fatto delle nette incongruenze, soprattutto nelle azioni della Creatura, di Alphonse e della stessa Elizabeth.
E passiamo quindi al vero problema del libro: Elizabeth Lavenza in Frankenstein, la nostra protagonista. L'autrice la introduce come un personaggio dedito al calcolo del proprio tornaconto personale,

«[...] I had no doubt, he [Judge Frankenstein] would determine that I was not worth holding on to. I had done too well, fixing Victor.»

una giovane donna che valuta ogni parola e ogni gesto per raggiungere il suo fine, ossia... vivere di rendita. Ebbene sì, per quanto la White si sforzi d'ispirare la compassione nel lettore, Elizabeth vuole banalmente farsi mantenere dalla famiglia Frankenstein a vita,

«He [Judge Frankenstein] had debts apparently. What if I had secured Victor, only for him to be rendered a pauper?»

e non vediamo mai da parte sua uno sforzo nel crearsi delle altre opportunità: ad esempio, quando le vengono affidati i fratelli minori di Victor per solo un paio di giorni va subito in paranoia e non sa cosa fare per intrattenerli. La sua situazione risulta ancor più assurda perché, nello stesso libro, ci sono due ragazze quasi coetanee di Elizabeth impegnate in un'attività lavorativa e, a conti fatti, indipendenti economicamente. Purtroppo capiamo in quale considerazione la nostra protagonista tenga il lavoro altrui quando la vediamo far licenziare almeno tre dipendenti dei Frankenstein senza un motivo valido.
Il lettore è bloccato nella mente di Elizabeth, quindi conosce ben poco degli altri personaggi, tanto che si potrebbe descrivere ognuno con una sola parola: Victor è pazzo, Justine è dolce, Ernest è unadolescente (tutt'attaccato), Alphonse è scostante, la Creatura è inutile e Mary è -ohi noi!- un enorme deus ex machina, in ognuna delle scene nelle quali interviene per far proseguire una trama altrimenti arenata.
Viste le contraddizioni della protagonista, anche le relazioni che la legano al resto del cast sono poco credibili; come possiamo accettare che lei si affezioni a Victor quando le sue interazioni con lui sono dettate dalla logica e non da sentimenti spontanei?

«I bit back my impulse to berate him, to inform him I was there to save his foolish life.»

Ancor più assurdo il caso di Justine: uno degli espedienti narrativi che meno tollero è il ricorrere a dei legami spirituali/magici/istintivi per far affezionare due personaggi estranei, e qui succedere esattamente questo!

«Though we had only just met, I felt a soul-deep connection to her, and I knew we would be part of each other's lives forever.»

Altra conseguenza della svogliata caratterizzazione è l'insensibilità del lettore quando si arriva alle morti dei personaggi, anche se questo potrebbe essere causato in parte dalla mia conoscenza del romanzo di base, per cui sapevo già chi sarebbe stato ucciso.
In conclusione, un'idea interessante elaborata in modo pessimo; un romanzo che prospera all'ombra del capolavoro della Shelley e palesa tutte le sue debolezze quand'è ora di mostrare la propria solidità individuale.


NB: Libro letto in lingua originale

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    10 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Dalla parte di Dora

"L'altra Grace" è un romanzo storico incentrato su un reale caso di cronaca nera che fece grande scalpore nel Canada di metà Ottocento, superandone anche i confini per finire sulle testate giornalistiche statunitensi e inglesi. In questo titolo, la Atwood accosta una scrupolosa analisi delle fonti storiche,

«Si parla di una nuova Macchina da Cucire per uso domestico, che avrebbe un gran successo se si potesse produrre a basso costo, perché ogni donna vorrebbe possederne una [...].»

ad alcune libertà artistiche per colmare i passaggi più incerti, riuscendo a creare una storia credibile nell'ambientazione ma anche molto coinvolgente.
Il romanzo segue la vita di Grace Marks, che ne racconta gli eventi più importanti al dottor Simon Jordan, l'altro personaggio principale. Il medico si è infatti impegnato in una valutazione del suo stato mentale che potrebbe farle ottenere la grazia dopo sedici anni di carcere. Grace quindi ripercorre la sua infanzia, in cui la vediamo vittima del comportamento violento e dispotico del padre, e la sua adolescenza, in cui inizia a lavorare giovanissima come domestica, fino a giungere ai due efferati omicidi per i quali lei e lo stalliere James McDermott vengono condannati a morte.
La struttura del volume è abbastanza particolare: i capitoli dal punto di vista di Grace sono narrati in prima persona come se lei si rivolgesse sempre al dottor Jordan -anche quando l'uomo è assente-, mentre il POV di lui è in terza persona; ci sono poi le trascrizioni di varie lettere che i personaggi si scambiano e diverse citazioni da documenti reali dell'epoca. Questo mix può lasciare un po' perplessi in un primo momento, soprattutto nelle parti in cui Grace riporta i dialoghi senza alcun segno grafico, ma con il procedere della lettura ci si abitua senza troppi problemi.
Come detto, la trama risulta molto appassionante, anche se il lettore viene informato fin dalle prime pagine dei principali avvenimenti -almeno per quanto riguarda la vicenda giudiziaria. Ho avuto qualche perplessità però sul finale: non ho apprezzato troppo gli elementi di paranormale che vengono accostati ad un disturbo di tipo psichico e neanche la scelta di concludere la storia di Grace in modo tanto doloroso anche nelle parti frutto di speculazione.
E passiamo ai personaggi, partendo proprio da Grace "Mainagioia" Marks. In generale il suo personaggio mi ha convinto: mi è piaciuto leggere le sue riflessioni molto razionali mentre raccontava la storia,

«Sembra poco rispettoso usarne uno [lenzuolo] vecchio, ma se usavo quello nuovo sarebbe stato uno spreco per i vivi [...].»

dimostrando un acume che gli altri non le attribuiscono mai. Le scene migliori si hanno però quando immagina cosa avrebbe detto o come avrebbe agito Mary Whitney, con il risultato di smascherare con sagacia piccoli peccati e grandi contraddizioni di un'epoca avversa a lei sia per il suo essere una donna,

«Io ero lì che fingevo di non guardarlo, e lui era lì che fingeva di non mettersi in mostra: esattamente quello che può vedere, signore, in ogni occasione mondana in cui uomini e donne s'incontrano.»

sia per le sue umili origini che le vengono costantemente ricordate.
D'altro canto, la mia opinione su Simon non potrebbe essere più diversa. Ho sofferto fisicamente quando dovevo leggere il punto di vista di questo omuncolo spregevole, che non perde occasione per sminuire i personaggi femminili,

«Ha cercato di immaginarla nei panni di una prostituta -fa spesso questo giochetto privato, con parecchie delle donne che incontra- ma non riesce a figurarsi nessun uomo che voglia pagare per i suoi servigi.»

senza farsi troppi problemi neanche nel tessere le proprie lodi in confronto a quelli maschili. Credo che l'autrice avrebbe potuto calcare maggiormente la mano sulle sue contraddizioni, perché il lettore non capisce immediatamente tutte le conseguenze delle sue azioni egoistiche, in particolare nei confronti di Rachel. E se è vero che il suo carattere ha anche dei risvolti comici per la loro surrealtà,

«Lui è sano e normale, e le facoltà razionali della sua mente sono altamente sviluppate; eppure non riesce sempre a controllare queste fantasie.»

nel complesso mi sento di bocciarlo, specie per la maschera dell'eroe gentile che indossa senza averne titolo nei primi capitoli.
Il resto del cast mi ha lasciato alquanto indifferente, con le sole eccezioni di Jeremiah -che speravo ottenesse più spazio nei POV di Grace- e Dora che, pur dimostrando di aver ragione su tutta la linea, viene ingiustamente criticata sia da Simon (scontato) sia da Grace (da lei mi aspettavo di più). Per il resto abbiamo una sequela di caratteri molto simili, distinti solo dall'appartenenza a classi e ruoli sociali diversi.
Lo stile della Atwood invece è assolutamente promosso. Mi ha colpito la ricercatezza della sua prosa, che risulta del tutto adatta al contesto storico e culturale, pur essendo gradevole per il lettore contemporaneo. L'abbondanza di metafore ben costruire,

«[...] una specie di manovra diversiva, un modo di distogliere la mente da qualche fatto nascosto ma essenziale, come fiori variopinti piantati su una tomba.»

fa guadagnare ulteriori punti ad uno stile che invoglia sicuramente a leggere altro di questa scrittrice.
Nel complesso la lettura è consigliata, specialmente agli appassionati di true crime e di romanzi storici ambientati nell'Ottocento; potreste apprezzarlo se amate autori come Wilkie Collins, ma anche Thomas Hardy che in "Tess dei d'Urberville" ed altre opere affronta tematiche molto simili,

«[...] non mi sposerò mai più, né avrò bambini miei; d'altra parte anche con le cose belle non bisogna esagerare, e non mi piacerebbe averne nove o dieci e poi morire di parto, come succede a tante. Comunque, il rimpianto resta.»

legate alla critica di una società che limita ingiustamente le possibilità per una donna di autodeterminarsi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    10 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Voglio giocare anch'io a Bite and Sting!

Primo capitolo della serie The Winner's Trilogy, "The Winner's Curse" di Marie Rutkoski soffre purtroppo della stessa problematiche riscontrata nella trilogia The Captive Prince Series di C. S. Pacat, ossia è ambientata in un mondo fittizio ma non c'è alcun elemento fantastico o soprannaturale, semplicemente all'autrice scocciava documentarsi un minimo su un reale periodo storico e così se n'è inventato uno random ottenuto mescolando la mentalità battagliera degli spartani con la leziosità degli inglesi vittoriani (almeno per quanto riguarda l'impero Valorian).
La storia è incentrata su una relazione romantica alla Romeo-E-Giulietta tra Kestrel, figlia del generale che ha conquistato il regno degli Herrani, e Arin, appartenente proprio a questa popolazione, un tempo nobile e ora diventato schiavo dei conquistatori. In una scena iniziale che urla "Convenient!" da ogni riga, Kestrel acquista all'asta Arin e questo da l'avvio ad una trama parecchio prevedibile, ma comunque accettabile dal momento che il focus è tutto rivolto al rapporto tra i personaggi.
Proprio in queste interazioni risiede la forza del libro: oltre alla storia d'amore -che sembra forzata all'inizio, ma poi si sviluppa in modo gradevole- abbiamo l'affetto tra Kestrel ed il padre del quale lei cerca di conquistare l'approvazione, ed abbiamo anche l'amicizia della ragazza con Jess; in tutti i casi si tratta di situazioni genuine, nelle quali è facile immedesimarsi, nonostante la protagonista sia davvero fastidiosa con le sue frecciatine da pettegola nella prima metà del volume.
Il ritmo, che si mantiene buono per la maggior parte della storia, è il solo altro elemento positivo che mi sento di segnalare. Tutto il resto del romanzo è ridicolo, anche considerando il target: le azioni politiche e militari che sono in teoria uno dei temi principali vengono studiate con leggerezza, e di conseguenza risultano puerili; in entrambe le nazioni sono presenti dei comportamenti assurdi, ad esempio l'impero Valorian vieta i duelli ma, nella pratica, questi sono pubblici, è previsto un compenso fisso per la famiglia dell'eventuale defunto e chi uccide non viene perseguito penalmente. Inverosimile anche la legge per incentivare la natalità: se una ragazza non è sposata entro i vent'anni (sposata, non madre!) deve arruolarsi e combattere al fronte... ma come potete aumentare la popolazione se mandate in guerra le donne in età fertile?
Il romanzo poi è costellato da dozzine di morti, anche molto violente, ma queste hanno un impatto lieve sui personaggi, e nullo sul lettore che non viene mai coinvolto emotivamente. Si nota inoltre la tendenza dell'autrice a chiudere i capitoli in modo troppo repentino, spesso lasciando intendere delle azioni che i personaggi poi non compiono.
E come possono mancare le due scene tipiche dei romanzi YA? Io sono davvero stufa di trovarle sempre rappresentate, ma a quanto parte la scena della vestizione con l'abito strafigo -accompagnata dal conseguente ballo- e il tentato stupro impedito dall'eroe di turno sembrano essere momenti imprescindibili nella narrativa per ragazzi.


NB: Libro letto in lingua originale

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
20
Segnala questa recensione ad un moderatore
Narrativa per ragazzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    06 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Storia da interpretare

Pur essendo in teoria rivolto ad un pubblico giovane (in base allo stile ed alla casa editrice), "Thornhill" di Pam Smy -illustratrice britannica che con questo titolo si è cimentata con il suo primo romanzo- ci regala una storia comunque inquietante.
Il volume è decisamente particolare: abbiamo due trame che si sviluppano parallele, una in forma scritta e l'altra attraverso i soli disegni. Da un lato apprendiamo la storia di Mary Baines attraverso le pagine del suo diario datato 1982; la ragazzina è un'orfana ospitata nella struttura di Thornhill, dov'è vittima di pesanti atti di bullismo da parte delle sue compagne -in particolare di un'altra giovane orfana di cui non fa mai il nome- mentre gli adulti che dovrebbero occuparsi di lei si dimostrano incapaci di rompere il muro creato dal suo mutismo selettivo. Dall'altro lato abbiamo la vicenda di Ella Clarke, ambientata ai giorni nostri, che si è appena trasferita con il padre in una casa di fronte a Thornhill; Ella è molto incuriosita dal giardino dell'istituto abbandonato ed inizierà ad esplorarlo, spinta anche dalla necessità di colmare il vuoto dell'assenza del padre -sempre lontano per lavoro- e della madre, che possiamo intuire sia deceduta da poco.
Credo che la Smy sia riuscita a trasmettere molto bene il disagio di entrambe le ragazzine: Mary con la sua incapacità di comunicare associata al forte desiderio di instaurare comunque delle relazioni amicali, e la frustrazione di Ella quando troviamo assieme a lei i biglietti distratti del padre. Sicuramente positiva anche la scelta delle tematiche affrontate, in particolare il bullismo e il rifiuto da parte delle figure genitoriali di riferimento.
Ho apprezzato i riferimenti ad alcuni classici, tra i quali spicca indubbiamente "Il giardino segreto" di Frances Hodgson Burnett dal momento che Mary si identifica fortemente con la protagonista del romanzo. Degna di menzione anche la cura dell'edizione fin nei piccoli dettagli, come l'adattamento delle parole nelle illustrazioni o la scelta di non giustificare il diario di Mary per renderlo più simile ad un testo scritto manualmente.
Questo titolo ha però un grave difetto, dato dal target al quale si rivolge; il messaggio finale è malinconico e sembra indicare un esito inevitabile, che addirittura continuerà in futuro. Parlando a dei ragazzi giovani e -di conseguenza- facilmente influenzabili, avrei preferito si lasciasse aperto un spiraglio di speranza, soprattutto in relazione al ruolo di genitori ed educatori, per i quali questo romanzo è sicuramente più consigliato rispetto ai bambini.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    06 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Quello che volevamo da "Cenerentola III"

"Stepsister" di Jennifer Donnelly si è rivelato un romanzo poco in tema con il mese di Halloween, nonostante cover e sinossi urlino "sangue" a pieni polmoni, e anche abbastanza problematico; a dispetto di tutto ho comunque apprezzato la lettura di questo sequel ideale della fiaba di Cenerentola.
La trama segue diversi personaggi, ma la protagonista è indubbiamente Isabelle, la sorellastra più giovane della meravigliosa Ella: la storia si apre sul finale della fiaba con la matrigna Maman che spinge le figlie a tagliarsi i piedi per poter calzare la famosa scarpetta di cristallo, senza successo perché ovviamente Ella riuscirà a liberarsi e a riunirsi con l'amato principe. La storia di Isabelle dovrebbe finire qui, ma questo libro immagina cosa possa essere successo a lei, a Maman e alla sorella maggiore Octavia "Tavi", intrecciando alle loro vicende il contrasto tra Chance e Fate -ossia le personificazioni della Possibilità e del Destino- che si contendono la mappa rappresentante la vita di Isabelle stessa; Chance vuole concederle di scegliere per se stessa mentre Fate è determinata a riprendersi la mappa in modo che non venga alterata.
A queste due storyline si aggiunge un'ulteriore trama simil-storica, dal momento che il romanzo è ambientato in una versione fittizia della Francia del 1700, con il regno minacciato da un nobile tedesco (?) in vena di invasione. La presenza di diverse storie non confonde troppo le idee dal momento che lo sviluppo è molto prevedibile e lineare, ma le ho trovate tutte abbastanza noiose ad eccezione (per fortuna!) di quella sulla crescita del personaggio di Isabelle. Sia lei, sia i personaggi che le ruotano attorno, sono abbastanza interessanti e caratterizzati con cura: in particolare, ho adorato Tavi ed il rapporto tra lei, Isabelle ed Ella. Mi hanno lasciato invece abbastanza perplessa i comportamenti di Chance e Fate; il primo contraddice il suo scopo quando tenta di portare la protagonista sulla strada di Volkmar per fermarlo, la seconda si accanisce su Isabelle ma non considera di striscio le modifiche al destino apportate da Volkmar stesso e da Tanaquill.
Proprio la fairy queen ci pone di fronte ad un'altra problematica, ossia il sistema magico per nulla chiaro, anche se questo aspetto potrebbe essere scusato dalla natura "fiabesca" del romanzo. Non posso invece soprassedere sui continui tentativi dell'autrice di dare enfasi alle scene interrompendo la narrazione ogni tre pagine con dei colpi di scena che non stupiscono nessuno. Sull'ambientazione non voglio neanche esprimermi: è un gran miscuglio casuale di elementi fiabesci, storici e mitologici che mi hanno lasciato letteralmente basita.
E comunque consiglierei la lettura di questo libro, soprattutto ad un pubblico giovane; perché? Perché la storia di Isabelle, pur con i suoi difetti e la totale mancanza di realismo, può essere d'ispirazione. Perché le frasi che vengono rivolte a lei e agli altri personaggi sono state dette a tutti noi almeno una volta. Perché questo romanzo insegna a seguire la propria indole a prescindere dalle convenzioni sociali e dalle aspettative della famiglia.
Perché sono una debole e non riesco ad essere troppo severa con un libro capace di farmi emozionare così tanto.


NB: Libro letto in lingua originale

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
30
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
1.3
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
1.0
Piacevolezza 
 
1.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Novembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Inserimento di prodotti ai fini commerciali

"Le sorelle" di Claire Douglas è thriller psicologico, nonché debutto di quest'autrice il cui passato da giornalista patinata si fa sentire in modo evidente tra le pagine del suo primo romanzo.
L'intreccio segue la giornalista freelance (visto?) trentenne Abigail "Abi" Cavendish, che sta vivendo un periodo molto difficile dopo aver perso la gemella Lucy in un tragico incidente meno di due anni prima. Abi crede di vedere ovunque la sorella, ed è così che incrocia la strada di Beatrice "Bea" Price e del suo gemello Ben; la sua nuova amica è infatti molto simile a Lucy, sia nell'aspetto sia nel carattere. La trama si complica quando Abi decide di trasferirsi nella casa dei due fratelli ed iniziano una serie di dispetti e ripicche che sembrano voler distruggere la sua amicizia con Bea e l'amore appena nato per Ben.
Dico subito quali sono stati gli unici due elementi positivi di questo romanzo, così poi posso scatenare il mio lato più critico e frustrato (da questa lettura). Apprezzo che la traduzione del titolo sia stata fedele -anche se si poteva fare qualcosa per migliorare la pessima risoluzione della cover; inoltre, lo stile della Douglas risulta immediato e scorrevole con la conseguenza che, pur detestando la storia, non si fatica ad arrivare alla fine.
Ma cominciamo con la narrazione a POV alternati: perché adottare la prima persona nei capitoli dedicati ad Abi e la terza in quelli di Bea, se poi di entrambe vengono inseriti i pensieri, e censurate le parti rivelatrici? Lo stile dell'autrice poi è eccessivamente semplice, soprattutto nelle descrizioni: si passa dal ripetere fino alla nausea lo stesso dettaglio (quante volte ancora vuoi dirmi che Ben ha le lentiggini?), al dilungarsi inutilmente sull'abbigliamento dei personaggi, che tra l'altro è tutto quanto rimane in mente a fine lettura. Ma il vero crimine stilistico è la spiegazione delle metafore, anche quelle banali come la famiglia di Abi senza più Lucy che viene paragonata ad un tavolo con solo tre gambe.
Per quanto riguarda i personaggi, ad esclusione dei tre principali, abbiamo solo una parata di macchiette dotate di una sola caratteristica: Pam parla a vanvera, Cass adora Bea, Eva spettegola mentre prepara piatti da riscaldare a nastro, etc. Come protagonista, Abi si dimostra incredibilmente stupida e priva di istinto di autoconservazione; Bea e Ben sono incommentabili: unicamente funzionali alla trama.
La cosa più fastidiosa è però il senso di vuoto che lascia l'epilogo della storia, perché nessuno dei tre compie la minima evoluzione rispetto all'inizio e tutto sembra ricominciare da capo. In pratica, più di trecento pagine buttate nel cesso.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
no
Trovi utile questa opinione? 
70
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Novembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Il padre di Logen parlava troppo

"Non prima che siano impiccati" continua la trilogia La prima legge di Joe Abercrombie con un secondo capitolo che parte un po' lento -a causa degli eventi del primo volume, del quale ancora risentono il ritmo e l'intreccio- per poi migliorare decisamente, specie quanto si arriva ai vari scontri che vedono i nostri protagonisti in azione nel loro elemento naturale: la lotta più spietata e sanguinosa.
La struttura rimane fedele a quella de "Il richiamo delle spade", con gli stessi sei punti di vista che in alcuni capitoli vengono sovrapposti perché i diversi personaggi si trovano nel medesimo luogo. In particolare seguiamo: West e Mastino nell'Angland minacciata dall'esercito di Bethod; Logen, Jezal e Ferro nel gruppo riunito da Bayaz per svolgere un'importante missione nel continente ad ovest; Glokta e i suoi pratici, nella città di Dagoska assediata dall'imperatore Gurkish prima, e di nuovo ad Adua negli ultimi capitoli. Anche in questo secondo libro lo sviluppo della trama orizzontale è parecchio limitato, perché gli elementi che avvicinano le storie dei protagonisti alle vicende politiche del Mondo Circolare sono centellinate; Abercrombie si dimostra però abbastanza abile nel fornire degli indizi ben pensati per non rivelare troppo, e al contempo dare al lettore degli spunti su cui fare congetture per il futuro.
I personaggi principali ed i rapporti tra loro si confermano il punto di forza della trilogia. L'autore si prende parecchio spazio per costruire gradualmente delle amicizie improbabili ma del tutto riuscite, come anche alcune relazioni romantiche -in questo caso, ho un paio di riserve perché mal sopporto l'introduzione di personaggi femminili al solo scopo di affiancare un protagonista maschile (di solito per metterne in luce determinate caratteristiche).
Per quanto mi abbiano convinto i protagonisti di Abercrombie, aumentano le mie perplessità relativamente agli antagonisti: compaiono troppo di rado e con ruoli non sempre rilevanti, oltre a risultare monodimensionali nelle azioni e negli atteggiamenti. Ho trovato da ridire anche in un paio di scene di combattimento che si risolvono in modo a dir poco conveniente per i nostri eroi.
Nulla di troppo grave comunque, infatti il libro si lascia leggere in modo scorrevole, e risulta molto divertente tanto che è facile scordare di aver di fronte un grimdark in più di una scena.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
70
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Novembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Verso l'alto, ma non verso il Nord

"Flatlandia" è un racconto di genere fantascientifico decisamente originale perché narrato da un Quadrato che abita un mondo composto da due sole dimensioni; nella prima parte del volume il protagonista ci illustra le peculiarità della Flatlandia -dalla rigida scala sociale ai principali avvenimenti storici-, mentre nella seconda si sviluppa la trama vera e propria.
Il nostro Quadrato è un semplice avvocato, relativamente soddisfatto della sua placida esistenza; esistenza che viene prima turbata da un sogno nel quale incontra i monodimensionali abitanti di Linelandia, e poi del tutto stravolta con l'arrivo di una Sfera che lo trascina nella Spacelandia (in pratica, la nostra realtà tridimensionale), oltre a lasciargli intravedere anche la folle Pointlandia e prospettagli esistenza di una Thoughtlandia dove il pensiero diventa a sua volta Dimensione a parte.
Ovviamente queste rivelazioni da un lato turbano il narratore, ma dall'altro lo rendono ancor più avido di conoscenza e desideroso di condividere con altri il suo sapere; non trovando alcun riscontro tra i suoi concittadini, il Quadrato si rivolge direttamente a noi abitanti della Spacelandia, illustrandoci il suo mondo per poi arrivare per gradi ad immaginare una realtà superiore,

«Ma noi non possiamo renderci conto della nostra "altezza" più di quanto voi vi rendiate conto della vostra "super-altezza".»

inserendo anche un invito ai lettori affinché cerchino a loro volta la verità -sulle infinite dimensioni possibili, ma anche sulla società in cui vivono- andando oltre le imposizioni esterne.

«[Esiste la speranza che queste mie memorie] possano suscitare una razza di ribelli che si rifiutino di essere confinati in una Dimensionalità limitata.»

Per molti aspetti, questo titolo può essere visto come un primo esempio del genere distopico, che avrà poi diffusione e successo solo nel secolo successivo; ad esempio, la lettura del racconto di Abbott spinge sin dalle prime pagine a riflettere sui limiti del nostro mondo tridimensionale, che noi riteniamo tanto libero in confronto con la Flatlandia. In generale, pur essendo assurda nella sua fantasia, la storia si presta a moltissimi parallelismi: parlando dell'aspetto di un Cubo, il protagonista lo paragona ad un criminale Irregolare,

«[...] non mi sembra di vedere un Solido, ma un Piano come noi lo concepiamo in Flatlandia; solo di un'Irregolarità che è l'indice di un mostruoso criminale, tanto che la sua sola vista è penosa al mio occhio.»

riferendosi ad un pregiudizio molto forte e basato sul solo aspetto di un individuo. Si possono anche riscontrare delle analogie con avvenimenti storici reali; quando leggiamo della Rivolta Cromatica, che tenta di dare vita ad una società più equa per tutti gli individui, notiamo subito le nette somiglianze con la Rivoluzione Francese,

«Sottoposero pertanto a un'Assemblea generale e straordinaria di tutti gli Stati della Flatlandia un Progetto di Legge [...].»

non a caso entrambe le insurrezioni -dopo un iniziale successo- si rivelano destinate al fallimento, oltre a portare alla morte violenta dei rispettivi leader.
La descrizione della società flatlandese occupa parecchio spazio, e a ragione. In una gerarchia determinata dal numero di lati, in cui l'ascesa è possibile teoricamente a tutti ma in concreto molto ardua per le classi più umili, al vertice si trovano i Circoli, che esercitano una tirannia tanto spietata quanto pacata, per cui i cittadini accettano senza troppe preoccupazioni imposizioni per noi surreali.

«Subito egli [il neonato Triangolo Equilatero] viene sottratto agli orgogliosi ma dolenti genitori, per essere adottato da un Equilatero senza figli, [...].»

Nella Flatlandia non è inusuale venire eliminati per la minima imperfezione fisica, se si viene casualmente a conoscenza di informazioni riservante o semplicemente per limitare il numero delle classi inferiori.
Interessante notare come ci siano anche dei collegamenti tra le figure rappresentate e i ruoli scelti per loro da Abbott; pertanto, gli Isosceli dall'angolo più acuto non possono che essere dei soldati, mentre le Donne sono delle semplici Linee Rette,

«[Le Donne] sono del tutto prive di facoltà raziocinanti, e non hanno né potere riflessivo, né giudizio, né capacità di previsione, né, quasi, memoria.»

ed anche la loro caratterizzazione rispecchia questo basilare aspetto. Anche per queste frasi, Abbott fu tacciato di misantropia, critica che da un lato capisco ma credo andrebbe meglio contestualizzata: in fondo, a narrare la storia è un Quadrato che ha sempre vissuto solo in questa società e -nonostante il suo breve viaggio nella Spacelandia- non ha acquisito il nostro modo di ragionare.
Lo stile è molto chiaro, a tratti quasi didattico: ciò dimostra la natura da educatore di Abbott, tanto quanto i riferimenti alla fede religiosa rimarcano quella da ecclesiastico. La narrazione possiede comunque un certa verve per l'interazione con il lettore, nonché tocchi umoristici e satirici, come nel passaggio in cui si parla delle relazioni coniugali flatlandesi.

«C'è pace, se così si può chiamare l'assenza di strage, [...].»

Infine, un paio di osservazioni sull'edizione Adelphi. In linea di massima, la reputo valida, soprattutto per l'ottima prefazione a cura dello stesso traduttore; il saggio finale -in confronto- risulta un po' ridondante, e sinceramente non capisco perché alcune citazioni siano in lingua originale, mentre altre vengono tradotte. Meno bene alcuni termini desueti presenti nel testo, che avrebbe necessità di un piccolo aggiornamento.


NB: Libro letto nell'edizione Adelphi

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Narrativa per ragazzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    09 Novembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Ci vuole un cimitero per allevare un bambini

Con "Il figlio del cimitero", Neil Gaiman si cimenta in un romanzo di formazione mascherato da avventura fantastica, e quasi horror; e devo dire che si possono notare diverse analogie con "Coraline", altro suo titolo rivolto ad un pubblico giovane.
La narrazione ci permette di seguire l'infanzia e l'adolescenza di Nobody "Bod" Owens, un ragazzino che vive nel vecchio cimitero da quando, poco più che neonato, è scampato allo sterminio della sua famiglia ad opera di un misterioso assassino determinato a portare a termine il lavoro prima o poi. Bod viene adottato da una coppia di fantasmi -i signori Owens, per l'appunto- e, più in generale, da tutti gli spiriti che popolano il cimitero e diventano in breve la sua famiglia.
In una storia ispirata da "Il libro della giungla" di Rudyard Kipling -a detta dell'autore- ma che ricorda una versione molto ridotta della saga potteriana, un luogo angosciante come il cimitero si trasforma nell'unico posto sicuro per il piccolo Bod; questa sorta di rovesciamento dei ruoli colpisce anche i personaggi, infatti troviamo un gruppo di mostri iconici determinati a difendere il bambino, mentre la parte degli antagonisti viene associata agli uomini.
Per l'ennesima volta, Gaiman ci trasporta in un mondo fantastico e ricco di folklore; il lettore lo scopre pian piano attraverso gli occhi di Bod, che all'inizio ne è altrettanto estraneo. Questa intrigante ambientazione non è il solo punto a favore della lettura: abbiamo un protagonista sfaccettato nella sua caratterizzazione -capace di azioni coraggiose, ma dotato anche di un lato oscuro-, parecchi momenti genuinamente toccanti (in particolare, ho adorato la scena in cui viene realizzata la lapide per Liza) e un umorismo un po' noir che, tra epitaffi inusuali e battute su funerali e affini, strappa più di una risata.
Secondo me, ci sono state purtroppo un paio di scelte infelici nella stesura della trama. Visto il legame che li unisce, avrei trovato opportuno inserire più scene di interazione tra Bod e i signori Owens, mentre è chiaro fin da subito che la sua figura di riferimento sia rappresentata da Silas; non mi ha convinto il modo in cui viene narrata la lotta tra la Guardia d'Onore e la Confraternita, perché da un lato è troppo frammentaria se si vuole seguire con attenzione tutti gli avvenimenti, e dall'altro poteva quasi essere sostituita dal solo resoconto di Silas a fine volume. Discutibile anche il sistema magico, che sembra funzionare in base all'allenamento, ma è privo di regole chiare.
Nonostante queste piccole critiche, devo ammettere che Gaiman è riuscito ancora una volta a trasportarmi in un mondo quasi magico, e a stupirmi con una trama semplice ma capace di svolte inaspettate.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    03 Novembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Ce l'ha piccolo, abbiamo capito!

Questa ennesima lettura di un romanzo kinghiano ha cementato il mio affetto per lo scrittore, perché "Il gioco di Gerald" unisce l'analisi di tematiche delicate ed attuali -pur avendo superato da molto la ventina- ad un thriller psicologico che non ha bisogno di estrarre vermoni spaziali dal cappello per spaventare il lettore. Ogni riferimento a "Le notti di Salem" è puramente volontario.
Lo spunto della trama è parecchio conosciuto, anche perché qualche anno fa ne fu tratto un film per Netflix: Gerald e Jessica "Jessie" Gurlingame sono una coppia sulla quarantina abbastanza affiatati, almeno ad un occhio esterno perché in realtà la loro relazione si è andata pian piano deteriorando al punto che lei acconsente passivamente e controvoglia alle pratiche bondage tanto apprezzate dal marito. Un giorno d'autunno, i due si concedono una breve vacanza nella casa sul lago; Gerald ammanetta la moglie al letto ed insiste nel voler consumare un rapporto nonostante lei gli chieda ripetutamente di liberarla e lasciar perdere: la situazione degenera tanto che un calcio di Jessie causa un infarto mortale a Gerald, e la donna si ritrova bloccata in una situazione surreale che la porterà pian piano verso la follia.
L'elemento più rilevante in questo romanzo è il personaggio di Jessie, perché l'intera narrazione poggia quasi esclusivamente sulle sue spalle: ad eccezione di un paio di capitoli, per tutto il volume lei è sola in scena e, a dispetto del mio iniziale scetticismo, posso dire che questo espediente funziona egregiamente. La sua psicologia è analizzata in modo estremamente dettagliato, e si parla molto di disturbo dissociativo dell'identità, in particolare di una serie di personalità (chiamate voci da ufo nel testo) che albergano nella mente di Jessie e colgono questa occasione al limite per palesarsi e darle dei consigli o farle rivivere dei momenti del suo passato.
Pur essendo pochi e alquanto marginali rispetto alla protagonista, ho trovato ben caratterizzati anche gli altri personaggi del romanzo, in particolare Tom Mahout ha saputo trasmettermi una repulsione per il suo ruolo di padre che non provavo dai tempi di "Nei luoghi oscuri" di Gillian Flynn. Ci sarebbe un altro personaggio degno di menzione, soprattutto per come riesce a rendere una storia già inquietante di suo ancor più morbosa, ma non vi voglio rovinare la lettura; dirò soltanto che nel testo è presente una rappresentazione fisica della morte molto originale.
Il volume affronta un gran numero di temi, spingendo il lettore a vederne le diverse sfaccettature, come diverse sono le posizioni dei personaggi: si parla di matrimonio e consenso come non necessariamente due facce della stessa medaglia, violenza fisica e pressioni psicologiche che spesso sfociano nel victim blaming.
In definitiva ho apprezzato praticamente tutto, anche l'idea di inserire lo sporadico POV dell'ex-Prince, che altrimenti sarebbe risultato solo un espediente narrativo. Quello che però non digerisco è l'ennesima traduzione ad opera di Dobner, piena di modi di dire sconclusionati e del tutto priva di note.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
1.8
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
1.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    19 Ottobre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Nel quale i suicidi superano gli stupri (!)

"Il trionfo di Cesare" di Andrea Frediani si è dimostrato in linea con gli altri -pessimi- volumi di questa trilogia. Nel complesso, la serie non fa pensare a dei romanzi nel senso tradizionale, quanto piuttosto a un ibrido tra una sequela di episodi di cronaca e un testo didattico.
Dopo un inizio in cui, per svariate pagine, ci viene riepilogato (leggasi, info-dumpato) quanto successo durante la guerra in Egitto, in questo terzo capitolo seguiamo principalmente le battaglie contro il re Giuba e gli anticesariani nel Nord Africa per poi passare, dopo una breve parentesi dedicata alla celebrazione dei quattro trionfi, allo scontro ben più circoscritto in Spagna, contro quello che rimane della coalizione avversaria, ossia Gneo Pompeo, Attio Varo e -ovviamente- Tito Labieno.
Come nei volumi precedenti, agli eventi storici si affianca una trama fittizia, che in questo caso credo sia stata studiata in modo più attento, seppur rimanga molto prevedibile e piena di plot-holes: ad esempio, l'intera sottotrama di Publio Scevio risulta completamente inutile e fine a se stessa.
I problemi più evidenti riguardano però lo stile di scrittura e la caratterizzazione dei personaggi. Relativamente al primo difetto, abbiamo parecchi dialoghi vuoti, nei quali ci si limita a ribadire fatti noti ad uso e consumo del solo lettore, oltre ad informazioni ripetute ad oltranza (alla centomillesima volta in cui Cleopatra viene nominata a membro, ho avuto la tentazione di lanciare il libro) e interi paragrafi composti da sole domande dirette e retoriche. Riguardo ai personaggi, sono presenti dei comportamenti decisamente OOC (come si può affidare informazioni tanto importanti ad un beota come Bote?), mentre continua la mortificazione delle -poche- donne presenti: Servilia zerbina di Cesare fino alla fine, Eunoe apparsa solo per compiere una delle peggiori azioni possibili, e Veleda della quale parlerò meglio tra qualche riga.
Come promesso ai tempi de "L'ombra di Cesare", ho alcune osservazioni sulla serie nel complesso. Innanzitutto, trovo che sei POV principali -e diversi altri secondari- siano decisamente troppi per una trama così lineare; ci sono poi le note a piè di pagina, insufficienti per comprendere il sistema politico e l'apparato militare della Roma repubblicana, per cui avrei preferito avere un glossario completo a fine volume. La rappresentazione delle figure storiche stravolge completamente la Storia, quando non si tratta di personaggi marginali: Cesare generale infallibile solo grazie ad un inganno, Labieno più zerbino di Servilia e Quinto che possiamo definire solo come Lammerda. Altro tasto dolente sono le scene esplicite, di cui la serie abbonda senza un motivo apparente, dal momento che non portano avanti la trama e non sono funzionali neanche alla crescita delle relazioni; che dire poi della scelta di adottare degli eufemismi tanto ridicoli da rendere fiero il caro Matteo Strukul?
E per ultimo, il piatto forte, ossia il triangolo amoroso. Tralasciandone la risoluzione fulminea tra un accecamento e delle grasse risate, qualcuno potrebbe pensare che per lo meno c'è un lieto fine; e proprio qui vi sbagliate! Dipinta per tre libri seguendo il cliché dello strong-female-character, Veleda continua a cercare un uomo abbastanza forte per poterla riportare in Germania, e Ortwin -in teoria, il migliore dei protagonisti- riesce a conquistarla proprio per aver dimostrato questa forza: c'è una scena atroce in cui lui -lo ricordo, il migliore!- afferma di volersi battere con Quinto ad armi pari per provare a lei di essere una scelta migliore del pazzo assassino stupratore. Tra loro, i gorilla dello zoo intrattengono delle relazioni più civili e sane!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
70
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Ottobre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Behemoth batterebbe anche Ron a scacchi

"Il Maestro e Margherita" è un romanzo che potrebbe rientrare in diversi generi perché racchiude in se tante storie: ci sono elementi esoterici quasi fantasy e scene grottesche più vicine al thriller moderno, una relazione romantica affiancata a momenti comici che strappano sempre una risata. A conti fatti, direi che la componente più rilevante è quella del thriller dal momento che essa guida la maggior parte della trama, ma non vanno sottovalutati tutti gli altri elementi.
La storia è ambientata nella Russia post-rivoluzionaria e si sviluppa nell'arco di pochi giorni: inizia con l'apparizione di Satana, sotto le mentite spoglie dell'illusionista Woland, per le vie di Mosca e termina quando l'essere sovrannaturale ed il suo diabolico seguito -una volta terminata la loro missione- lasciano la città, mentre i moscoviti cercano di ricostruire quanto successo in modo razionale; nel mezzo, un susseguirsi di scene oniriche, surreali e riferimenti biblici così frequenti da rivaleggiare con le citazioni a Puškin,

«"[...] un tale mi segue dappertutto con la sua pergamena di capra e trascrive di continuo le mie parole. Ma una volta ho dato un'occhiata a quella pergamena e sono rimasto inorridito. Di tutto quello che c'era scritto, non avevo detto una parola."»

che vanno a creare una sorta di vangelo apocrifo, concentrato sulle figure di Levi Matteo, di Guida di Kiriat e -soprattutto- del quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato.
A dispetto di quanto promesso da Eugenio Montale in quarta di copertina, Woland non è propriamente il protagonista della storia, pur essendo uno dei personaggi centrali: per assurdo, molto più spazio viene concesso ai suoi accoliti, che si fanno riconoscere per l'inconfondibile humour nero e la capacità di causare scompiglio per la città. Oltre a mescolare assieme tanti generi, Bulgakov crea infatti un romanzo corale, tanto che il lettore si affeziona alle storie di Ivan, del Maestro e di Margherita quanto a quelle dei loro comprimari. Si notano anche dei netti parallelismi, soprattutto come l'autore associ se stesso alla figura del Maestro e, di conseguenza, a quella di Jeshua Hanozri.
La narrazione è caratterizzata dal già citato umorismo tetro, che ben si adatta alle tante scene forti e quasi splatter,

«Ohimè, gridavano invano: non poteva telefonare, Michail Aleksandrovi?. Lontano, molto lontano dal Gridoedov, in una sala enorme illuminata da lampadine di mille candele, giaceva su tre tavoli zincati ciò che ancora poco prima era stato Michael Aleksandrovi?.»

ma anche dalle interruzioni nelle quali l'autore si rivolge in modo diretto ai suoi lettori, spesso con l'intenzione di richiamare l'attenzione dell'audience.

«E lei parla di marene e di pesce persico! E le beccacce, i beccaccini, i tordi, [...] Ma fermiamoci qui, ti stai distraendo, lettore! Seguimi!...»

Risulta da subito palese, anzi molto evidente, l'intento satirico del romanzo: nei confronti della società russa dell'epoca, del regime dittatoriale stalinista,

«"Tra l'altro, ho detto," raccontò il prigioniero, "che ogni potere è violenza sull'uomo, e che verrà un tempo in cui non vi saranno né potere, né cesari, né qualsiasi autorità. [...] non occorrerà alcun potere."»

e dell'elite dei letterati; non a caso il diabolico turista e i demoni al suo servizio si trovano ad interagire quasi esclusivamente con autori, critici e figure collegate al mondo dell'arte in generale, ed il loro scopo è una sorta di vendetta. Pur essendo presentati come personaggi negativi, Woland e soci hanno un fine quasi nobile, e le persone che colpiscono vengono dipinte da Bulgakov come meritevoli di quel danno.
La critica verso la mentalità contorta del regime è espressa dalle reazioni dei cittadini alle straordinarie imprese di Korov'ev e Behemoth: i moscoviti si chiamano a vicenda "compagni" e chiedono la Nostra Marca, ma alla prima occasione bramano la ricchezza personale e dimenticano i loro alti ideali, e a volte persino la ragione.

«Anche l'odore non lasciava adito a sospetti: era il delizioso odore inconfondibile del denaro appena stampato. [...] Qualcuno era a quattro zampe nel passaggio tra le poltrone, frugava sotto i sedili. Molti erano saliti sulle poltrone per acchiappare le banconote sventate e capricciose.»

Andando oltre la satira, sono presenti riflessioni sulla natura umana, in una serie di nette contrapposizioni: tra l'ateismo imposto dallo Stato e la fede che ancora resiste (come vediamo nella scena in cui Ivan vaga per la città sotto shock reggendo un cero votivo), tra destino prestabilito e libera scelta,

«"[...] ma non riesce a fare neppure quella, perché scivola e va finire sotto un tram! Non mi verrà mica a dire che è stato lui a dirigere se stesso in quel modo!"»

tra l'innocenza di chi viene arrestato in modo arbitrario e la colpa di coloro che invece riescono a rimanere impuniti.
Bisogna essere molto pignoli per non apprezzare a pieno questo romanzo. Dovendo trovare comunque una critica, ritengo un po' ripetitive le scene in cui i seguaci di Woland (Margherita e Nataša comprese) portano alla pazzia i moscoviti; tra l'altro non è chiaro perché mantengano la loro messinscena una volta smascherati: ad esempio, quando Poplavskij sente parlare il gatto Behemoth, perché Korov'ev continua a fingersi addolorato, per la morte di Berlioz? ormai lo zio di Michail dovrebbe aver capito perfettamente che gli inquilini dell'appartamento non sono persone comuni, quindi tanto valeva smettere l'inutile sceneggiata.


NB: Libro letto nell'edizione Einaudi

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Settembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Il titolo originale è meno blando, giuro

Come in "Miss Marple nei Caraibi", letto lo scorso anno, anche "Il terrore viene per posta" di Agatha Christie fa parte della serie dedicata alla simpatica vecchietta inglese che, tra una sciarpa ai ferri e un centrino all'uncinetto, riesce immancabilmente ad individuare il colpevole e permettere alle autorità di assicurarlo alla giustizia.
L'aspetto più irritante di questo romanzo è proprio la poca presenza di Miss Marple in scena: arriva nella storia solo nell'ultimo terzo del volume e non compare per più di cinque pagine prima del finale in cui spiega agli altri personaggi, e a noi lettori, come ha smascherato l'assassino. Per contro Jerry Burton -protagonista e voce narrante della storia- è padrone incontrastato della scena, tanto che l'autrice si concede di dar ampio spazio alla sua cringeissima storia d'amore, nonché a quella della sorella.
Nonostante queste deviazioni romance abbastanza superficiali, l'intreccio si mantiene ottimo per la parte mistery: poco dopo l'arrivo dei fratelli Burton nella cittadina di Lymstok, diversi abitanti cominciano a ricevere delle lettere misteriose in cui l'anonimo scrivente da voce a dei pettegolezzi sulle loro vite private; mentre alcuni riescono a scherzare a cuor leggero su queste missive, altre persone ne rimangono profondamente turbate, e anche la morte non tarda a fare la sua comparsa nel ridente paesino.
Nonostante le lettere siano solo una parte del caso, sono proprio l'elemento che genera l'interessante riflessione sul tema della paura, una paura capace di esercitare anche una grande influenza sugli individui perché non sanno quando verranno colpiti e quale accusa verrà loro mossa. L'angoscia si fa ancora più paralizzante dal momento che l'anonimato di cui gode l'autore delle lettere impedisce fino all'ultimo di sapere cosa lo spinga ad agire.
Un altro aspetto che ho apprezzato è la presenza di diversi personaggi femminili forti e decisi, capaci di vivere in modo indipendente e dalla mentalità alquanto moderna, se si considera l'epoca di pubblicazione del romanzo. D'altro canto sono rimasta perplessa per la divisione del testo nei capitoli e nei paragrafi: spesso le scene continuavano nonostante il "taglio", oppure cambiavano repentinamente tra una frase e l'altra.
Anche per l'edizione ho un'opinione non del tutto positiva. La traduzione è recente, e si sente da come il testo scorre piacevolmente durante la lettura, ma la qualità della stampa è scarsa (soprattutto se confrontata con il prezzo), manca il classico elenco dei personaggi a inizio volume e ho trovato pre e postfazione confusionarie e per nulla indispensabili.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    27 Settembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Cronache del regno del Wessex

"I tre sconosciuti e altri racconti" è una selezione di otto tra le molte novelle scritte da Thomas Hardy e pubblicate nelle sue principali raccolte. La scelta delle opere è stata curata dalla stesse traduttrice, che ha fatto un lavoro egregio anche con le note a piè di pagina, spesso indispensabili per comprendere alcuni aspetti particolarmente anacronistici, le frequenti espressioni in lingua francese e le citazioni da altri testi.
Tutte le storie sono ambientate, almeno per qualche scena, nella regione rurale ribattezzata Wessex dallo stesso Hardy -che spesso vediamo come termine di contrapposizione alla caotica metropoli di Londra, battuta nettamente nel confronto-

«Dovettero così rinunciare al bel suono delle campane per subire il frastuono più infame e monotono che abbia mai torturato orecchie mortali.»

e si tratta generalmente di vicende familiari dai toni tragici; infatti, nonostante dia il titolo alla raccolta, credo che "I tre sconosciuti" sia il racconto meno adatto per presentare il volume perché è il solo ad avere dei risvolti comici tanto marcati e un finale leggero, quasi ottimista, ben riconducibile alla produzione meno matura dell'autore.
Per chi come me già conosce l'opera hardyniana, non sarà difficile individuare molti tra i suoi elementi più ricorrenti. Sono innanzitutto numerosi i richiami alla fede cristiana,

«"[...] c'e sempre molto lavoro nella Chiesa, come potrai constatare", dichiarò con fervore. "Torrenti di mancanza di fede da arginare, nuove interpretazioni di antichi testi da esporre, verità nello spirito da sostituire a verità nella lettera..."»

tanto che più di uno tra i vari protagonisti è curato o sacerdote; a dispetto di questa forte religiosità, non mancano delle scene romantiche e passionali -quasi sempre relative a relazioni extraconiugali ed amori chiaramente destinati all'infelicità-

«Non soddisfatto di tenerle la mano, il giovane, con gesto birichino, insinuò due dita nel guanto di lei, contro il palmo della sua mano.»

che spesso ignorano le convenzioni dell'epoca (i racconti sono scritti negli ultimi decenni dell'Ottocento, ma ambientanti molti anni prima) come pure lo status sociale dei personaggi.
Abbiamo anche degli elementi se non fantastici sicuramente vicini al paranormale: è ad esempio il caso della sventurata Car'line Aspent che viene letteralmente stregata dalla musica del violino di Wat "Zazzera" Ollamore,

«A scuotere di sussulti quella moglie londinese non era la danza, e non erano neppure i danzatori, bensì le note di quel vecchio violino che aveva su di lei il medesimo potere incantatore già conosciuto in passato, [...].»

oppure della maledizione involontariamente scagliata da Rhoda, coprotagonista de "Il braccio avvizzito". Da notare anche la presenza di diversi accenni autobiografici; al pari dell'infelice Robert Trewe, Hardy aveva infatti velleità da poeta,

«"[...] È un poeta -sì, proprio un poeta- e ha una piccola rendita, sufficiente per scrivere versi, ma insufficiente per fargli condurre una vita agiata, anche se gli piacerebbe".»

ma per gran parte della sua vita è stato costretto ad accantonarle per dedicarsi ad attività più redditizie, e solo nella maturità ha avuto una situazione economica tale da potersi dedicare unicamente alla poesia.
Personalmente ho apprezzato tutti i racconti proposti, pur con le loro implicazioni tragiche; i personaggi sono senza dubbio l'aspetto sul quale l'autore ha puntato maggiormente, infatti risultano sagaci e carismatici anche quando non ci si trova del tutto in sintonia con le loro azioni. In particolare, sono presenti alcuni personaggi femminili degni di rivaleggiare con la mia adorata Tess Durbeyfield per come affrontano di petto le innumerevoli avversità che fato e genere mettono sulla loro strada, ma anche per la capacità di seguire i propri desideri ed ambizioni.
Hardy ha sempre un occhio di riguardo per le sue protagoniste e, con le sue parole, mette in luce il potenziale sprecato delle donne costrette a limitare il proprio ruolo, diventando soltanto moglie e madri.

«Da allora in poi la vita di questa donna impaurita e snervata -la cui esistenza avrebbe potuto svilupparsi in modo tanto più utile e interessante, se non fosse stato per le ambizioni ignobili dei suoi genitori e per le convenzioni dell'epoca- fu quella di una dedizione ossequiosa a un uomo crudele e perverso.»

E questo è solo uno dei messaggi inaspettatamente attuali che si possono rintracciare tra le pagine di questa raccolta: nel mio (forse) preferito "Il braccio avvizzito", viene messo in evidenza come non si debba biasimare delle figure terze -in questo caso, la giovane moglie- per le difficoltà di una coppia o l'infedeltà del partner, mentre in "Barbara della casata dei Grebe", altro racconto che da solo vale la lettura dell'intero volume, abbiamo la ferma condanna di un'ossessione malata,

«"Maledetta!", esclamò quella notte Lord Uplandtowers mentre tornava a casa. "Maledetta stupida!" E questo dimostrava che tipo di amore nutrisse per lei.»

e anche dell'infatuazione giovanile tra Barbara stessa e l'avvenente Edmond Willows: in entrambi i casi non si tratta di amore e l'autore non dipinge mai queste relazioni in termini forzatamente romantici.
Molti autori contemporanei di romance potrebbero imparare qualcosa dall'"antiquato" Hardy.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Settembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

In tempo di guerra e in tempo di pace

"Turno di notte" è un romanzo storico ambientato nella Londra degli anni Quaranta, sia durante il Secondo Conflitto Mondiale, sia nel periodo immediatamente successivo, mentre la città e i suoi abitanti ancora faticavano a ritornare alla vita di tutti i giorni. Il volume si focalizza principalmente sulle donne che durante la guerra hanno svolto un ruolo chiave per mantenere attivi dei servizi essenziali alla cittadinanza e ora sentono di avere perso un'occasione, pur nella drammaticità di quanto erano chiamate ad affrontate in alcuni casi.

«Aveva lavorato al ministero dell'Alimentazione [...] "Si aveva l'impressione di fare qualcosa di... importante. Mi piaceva. Anche se in realtà io battevo solo a macchina..."»

Il romanzo segue i punti di vista di quattro personaggi: l'autista di ambulanze Kay, l'operaio Duncan, le agenti matrimoniali Helen e Vivien "Viv"; il volume presenta una struttura inusuale, con la sua divisione in tre parti, ognuna collocata cronologicamente tre anni prima della precedente. Nonostante questa scelta nessuna rivelazione viene anticipata, anzi si crea una piacevole curiosità per sapere quali eventi abbiano portato a determinate situazioni, ad esempio sappiamo fin da subito che Helen ha da tempo una relazione con la scrittrice Julia, ma solo tornando indietro possiamo scoprire come si sono conosciute ed innamorate.
Un ruolo fondamentale nel romanzo è rappresentato dall'ambientazione: la Waters si è evidentemente cimentata in un grandissimo lavoro di ricerca per rendere autentica la componente storica del titolo, puntando l'attenzione anche ai più piccoli dettagli;

«In cielo c'erano quattro o cinque pallini di sbarramento che sembravano gonfiarsi e sgonfiarsi nel loro movimento rotatorio.»

lo stesso impegno è stato profuso per rendere vivida l'atmosfera della Londra distrutta dalle bombe tedesche, con i cittadini costretti a tenersi sempre pronti a scappare nei rifugi sotterranei.

«[...] le strade vittoriane bombardate lasciavano il posto a rosse ville edoardiane, che a loro volta lo lasciavano a linde casette simili a bungalow e prefabbricati. Era come tornare indietro nel tempo [...].»

L'aspetto meglio riuscito del romanzo sono a mio avviso i suoi personaggi, e non solo i quattro protagonisti ma anche alcuni dei brillanti comprimari come il carismatico Fraser e la spigliata Mickey. L'autrice ci presenta una carrellata di personaggi credibili, che anche nei momenti peggiori non cedono alla tentazione di voler essere accattivanti a tutti i costi, anzi li si apprezza proprio per le loro debolezze come Kay quando si permette finalmente di dimostrare la sua ansia per l'impegno estenuante al quale è sottoposta.

«Stette bene per alcuni istanti. Ma poi il whisky cominciò a ondeggiare nel bicchiere quando se lo portava alle labbra e la sigaretta a spargere cenere sulle nocche. Aveva cominciato a tremare. Succedeva, ogni tanto.»

La bravura della Waters nel caratterizzare i suoi protagonisti è dimostrata dal fatto che, pur avendo preferito gli altri, sono riuscita ad apprezzare anche Helen: la sua gelosia nei confronti di Julia risulta spesso eccessiva, rasentando una possessività tossica,

«Se le era immaginate come tante dita sudice che consumavano l'effigie su una moneta a forza di strofinarla; o come uccelli litigiosi che beccavano Julia, portandosela via pezzo a pezzo...»

ma d'altro canto la società non permette alle due donne di ufficializzare il proprio amore, quindi il lettore è portato se non ad approvare per lo meno a comprendere quanto debba essere frustrante per loro vivere una relazione "a metà", quasi come fossero delle criminali.
L'autrice racconta infatti di diversi personaggi LGBT+, elemento che -assieme all'ambientazione scelta- mi ha ricordato "Le gazze ladre" di Ken Follett letto qualche mese fa; ma pur essendo un aspetto comune ai due romanzi, la rappresentazione di diversi orientamenti ed identità sessuali in questo caso è tratta con un'attenzione che non ha alcun paragone con il romanzo di Follett. Lo vediamo bene quando Kay passeggia per strada e si deve sforzare di recitare il ruolo del "ragazzo" o "figliuolo" di turno,

«La cosa migliore era comportarsi sfacciatamente, rovesciare la testa all'indietro, camminare con aria spavalda, trasformarsi insomma in un "personaggio". Talvolta era stancante e basta, quando non se ne aveva l'energia.»

per non essere costretta ad omologarsi in una società che fatica ad accettarla negli anni della pace, mentre la tollerava con sufficienza durante la guerra.
E proprio la guerra è l'altro tema centrale della narrazione, anche se non viene affrontata sul piano macroscopico delle grandi battaglie: del conflitto non vediamo un singolo colpo di fucile, ma ci vengono mostrati con crudezza i suoi effetti sui civili sempre angosciati dagli allarmi notturni e sui soldati lontani dal fronte, reclutati da giovanissimi per combattere a nome di ideali e territori non loro, in un susseguirsi di perdite per entrambe le parti.

«"Strano lavoro, vero? Polvere da tutte le parti. Non come l'altra guerra, che era tutto fango. Viene da chiedersi come sarà la prossima. Cenere, suppongo..."»

Come si sarà ben capito, ho apprezzato moltissimo questo romanzo, e se dovessi individuare dei difetti potrei citare solo la poca incisività del titolo -che, pur essendo abbastanza adatto, a mio avviso non trasmette appieno il contenuto del volume- ed il senso di incompletezza che si percepisce alla fine della prima e della seconda parte, perché si vorrebbe rimanere ancora in compagnia dei personaggi in quei momenti delle loro storie.
Da ultimo, vorrei segnalare anche l'ottimo lavoro svolto dal traduttore che ha curato la pubblicazione italiana di Ponte alle Grazie per aver inserito molte note, indispensabili per comprendere appieno i riferimenti culturali che la Waters ha disseminato nel romanzo.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    15 Settembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Finale coraggioso

"La porta di Tolomeo" termina la tetralogia Bartimeus di Jonathan Stroud, almeno dal punto di vista cronologico delle vicende narrate. In questo ultimo capitolo la storia ruota attorno alla possibilità per gli umani di raggiungere l'Altro Luogo, dal quale provengono gli spiriti, ma anche della volontà di ribellione di questi ultimi come pure dei comuni che i maghi trattano parimenti alla stregua di schiavi. Come per "L'occhio del Golem", nei capitoli si alternano i punti di vista del jinn Bartimeus, del mago Nathaniel -che ormai ha raggiunto un posto di grande importanza all'interno del governo- e della comune Kitty; proprio l'intervento di quest'ultima permetterà di far riavvicinare gli altri due, che nel volume precedente non si erano lasciati nel migliore dei modi.
Come Stroud ci ha ormai abituati, nei suoi libri la trama ha uno sviluppo dinamico e ricco di colpi di scena davvero ben pianificati, senza risultare per questo fastidiosamente frenetica. La parte finale del libro è inoltre un perfetto equilibro tra scene d'azione adrenaliniche e confronti a cuore aperto tra i protagonisti.
E proprio le relazioni tra questi sono la parte migliore del titolo: senza scadere in banalità o luoghi comuni, l'autore riesce ad analizzare con attenzione sia i singoli rapporti, sia le interazioni che vedono tutti e tre in scena.
Ho apprezzato molto l'evoluzione del sistema magico che, pur essendo già di base parecchio originale, non si limita a quanto già illustrato nei capitoli precedenti, ma aggiunge nuovi dettagli; tra l'altro questi risultano ben pianificati nel corso dell'intera serie.
Altro aspetto davvero positivo è la figura di Tolomeo, che dopo tre romanzi in cui viene citato di continuo riusciamo finalmente a vedere in azione. Inutile dire che non delude affatto, e quasi mi spiace che il prequel non sia stato dedicato alle sue avventure con Bartimeus.


Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i dieci motivi per i quali consiglio questa serie.

1. BARTIMEUS DI URUK
Spirito dai molti nomi, Bartimeus rientra nella categoria dei jinn, ossia dei demoni di media potenza; la sua astuzia e la grande inventiva gli hanno permesso però di rimanere in vita nel corso dei millenni, oltre a prendere parte ad eccezionali imprese delle quali non perde occasione per vantarsi.

«[L'esercito] Comprendeva una legione di afrit e un gruppo di jinn di vario livello, di cui il più notevole era sicuramente... No, la modestia mi impedisce di proseguire.»

La spigliata irriverenza è il tratto distintivo di Bartimeus, che dalla prima pagina riesce a conquistarsi la simpatia del lettore con le sue battute sagaci e con la capacità di deridere i maghi che lo vogliono fare schiavo, pur essendo limitato dai vincoli della convocazione.

«Occhi grandi, capelli scuri tagliati a caschetto. Meccanicamente la memorizzai. L'indomani mi sarei presentato dal ragazzino con il suo aspetto. Ma senza vestiti.»

È interessante notare come, pur parlando in modo sdegnoso dei suoi padroni, Bartimeus rimanga molto legato alla loro memoria e non abbandoni mai del tutto le speranze nel buon cuore degli umani.
I suoi capitoli sono gli unici narrati in prima persona, inoltre hanno altre due peculiarità che li fanno spiccare rispetto a quelli degli altri protagonisti della serie. Innanzitutto Bartimeus si rivolge spesso in modo diretto al lettore, sfondando la quarta parete ed adottando lo stesso tono sprezzante e ironico che usa per parlare con i maghi;

«Catene! Corde! Furgoni! Mettete tutto insieme e che cosa ottenete? Già, non ne avevo neanch'io la minima idea. Ma sembrava roba losca.»

il jinn è anche in grado di assumere qualunque aspetto gli aggradi -dal mostro gigantesco allo sbuffo di fumo, dalla bestia feroce alla sua tradizionale guisa del mago Tolomeo- e quando parla di se stesso da trasformato, fa riferimento al suo aspetto in terza persona,

«"Ne ho abbastanza", dissi. "Non vedo in giro Khaba, e neppure il suo piccolo foliot malefico. Io faccio una pausa." Così dicendo il bellissimo giovane buttò da una parte lo scalpello e scivolò giù dalla scala di legno fin sul fondo della cava.»

cosa che, almeno le prime volte, crea un po' di perplessità nel lettore, ma poi diventa un simpatico modo di vedere i travestimenti che lo spirito adotta di volta in volta.

2. NATHANIEL / JOHN MANDRAKE
Dopo Bartimeus, come non parlare del personaggio con il quale si contende l'attenzione del pubblico per l'intera trilogia principale? A differenza del jinn, Nathaniel ha maggiori difficoltà nel risultare simpatetico al lettore: se all'inizio de "L'amuleto di Samarcanda" si poteva anche provare pena per il ragazzino talentuoso al quale gli adulti non danno lo spazio per esprimersi, già dalla metà di quel volume l'ambizione e la spregiudicatezza del giovane mago si palesano.

«Riassumendo: sembrava che per salvare la propria pelle questo piccolo ingrato stesse per scaricare le ire di un mago potente sulla testa del proprio maestro ignaro. Ero molto colpito.»

Per gran parte della serie, è davvero difficile apprezzare il personaggio di Mandrake, seppur le sue motivazioni siano logiche ed i suoi comportamenti il normale risultato della società in cui è cresciuto. Sin da bambino gli viene insegnato che i maghi sono le guide naturali dell'impero, quindi sfruttare gli spiriti e controllare i comuni è loro diritto e dovere; avendo inoltre come maestro un mago alquanto debole, il suo talento -del quale Nathaniel è ben consapevole- lo spinge a desiderare una rivalsa,

«I libri di storia su cui Nathaniel studiava riportavano un numero infinito di episodi in cui maghi rivali si erano combattuti tra loro. [...] non aveva alcuna intenzione di scontrarsi con il suo nemico frontalmente, almeno finché non fosse diventato più forte. L'avrebbe fatto cadere con altri mezzi.»

che lo porterà ben presto ad ottenere un ruolo chiave all'interno del governo, dovendo però guardarsi continuamente le spalle per paura di chi, come lui, agogna al potere.
Il suo atteggiamento rende difficili i rapporti con il lettore, ma anche con gli altri personaggi; Bartimeus non perde occasione per deridere il suo desiderio di apparire come un mago di successo,

«Nel corso degli anni le sue priorità erano decisamente cambiate. [...]
"Guardati", dissi. "Quanti nuovi atteggiamenti. Scommetto che li copi da uno dei tuoi maghi preferiti".»

e anche Kitty gli rifila delle frecciatine niente male, che lentamente lo portano a riflettere e mettono in moto la straordinaria evoluzione del suo personaggio che vediamo ne "La porta di Tolomeo".

3. KITTY JONES
A differenza di Bartimeus e Nathaniel, Kitty acquisisce un ruolo importante nella storia -e dei capitoli dal suo punto di vista- solo da "L'occhio del Golem". Questo non le impedisce però di diventare un personaggio di vitale importanza per le sorti dell'impero e dell'equilibro tra umani e spiriti.
Se Mandrake compie una grande crescita nella sua caratterizzazione, Kitty è colei che permette all'autore di dipingere un'enorme evoluzione nelle sue conoscenze ed abilità. Già ne "L'amuleto di Samarcanda" la vediamo parte della Resistenza, ma con una consapevolezza molto limitata rispetto alla magia e al mondo degli spiriti; spinta dalla sua volontà di apprendere e dalle sollecitazioni di altri personaggi,

«"[...] Lei legge, signorina Jones?"
Kitty si strinse nelle spalle. "Certo. A scuola".
"No, no, quelle non sono vere letture. Sono i maghi a scrivere i testi scolastici: non può fidarsi di loro."»

Kitty inizia ad interessarsi alle convocazioni, agli oggetti magici e -in particolare- al jinn Bartimeus, con il quale instaura un rapporto tanto speciale da riportare alla sua memoria il legale esclusivo che tanto tempo prima aveva con Tolomeo.
Questo lato del suo personaggio non impedisce a Kitty di avere un'ottima caratterizzazione, che raggiunge il suo apice quando decide di viaggiare fino all'Altro Luogo, dimostrando una grande fiducia nei due coprotagonisti, nonostante i trascorsi non proprio positivi.

4. WORLD BUILDING
"L'anello di Salomone" ha senza dubbio un'ambientazione molto affascinante per i suoi esotici tratti mediorientali, ma qui voglio parlare della Londra ucronica in cui ritroviamo Bartimeus quando Nathaniel lo convoca per la prima volta.
Stroud immagina un mondo in cui la presenza degli spiriti al servizio del maghi abbia influito in modo vitale sulle vite delle persone. Questo influsso è evidente sia nelle piccolezze, come usare un folletto imprigionato in uno Specchio Veggente come telecamera di sorveglianza, che nei cambiamenti più grandi: guerre che vengono combattute dai comuni ma nelle quali il ruolo centrale è giocato dalla convocazione di afrit e marid, o la struttura dello stesso governo magico britannico con le sue regole bislacche eppure ragionate per farlo durare nei secoli.

«"Sarebbe molto meglio che i maghi potessero avere figli propri".
"Così si creerebbero lotte tra dinastie, matrimoni combinati... e finirebbe tutto in faide sanguinose. Leggi qualche libro di storia, Martha [...]".»

È interessante anche analizzare le dinamiche dei Ministeri magici, che mescolano degli elementi del tutto fantastici -vedasi i licantropi impiegati dalla polizia- con altri parte del nostro mondo, come vediamo molto bene quando Nathaniel diventa Ministro dell'Informazione e deve occuparsi della propaganda governativa.

«"[...] Ah, ecco: questo mi sembra già meglio: Difendi la patria e fatti un nome... È buono. Hanno messo un tipo da fattoria dall'aria virile, che va bene, ma che ne dice di aggiungere dietro una famiglia -diciamo i genitori e una sorellina- con l'aria indifesa e ammirata? Bisogna giocare la carta familiare".
La signorina Piper annuì vigorosamente. "Potremmo metterci anche una moglie, signore".
"No. Vogliamo i single. Le mogli fanno un mucchio di storie quando i mariti non tornano dal fronte".»

5. SISTEMA MAGICO
Il sistema magico di questa serie è degno di menzione per la sua originalità: quelli che qui vengono definiti maghi non possiedono in realtà alcun potere soprannaturale ma si limitano a fruttare la magia degli spiriti che evocano e vincolano per obbedire ai propri comandi.

«"Dunque il grande segreto sono i dèmoni. [...] tutti i nostri poteri ci vengono dai dèmoni. Che senza il loro aiuto non siamo altro che un mucchio di prestigiatori e ciarlatani." »

Ciò non toglie che i maghi si impegnino molto per apprendere le conoscenze necessarie per svolgere il loro compito, e lo capiamo bene quando Kitty si mette in testa di chiamare a sé Bartimeus e deve studiare per tre anni anche solo per riuscire in questo compito limitato.
In questo sistema magico un'importanza vitale è data ai nomi, sia degli umani sia degli spiriti. I nomi sono dei vincoli perenni ed indelebili, quindi tutti tentano di tenere il proprio segreto;

«"[...] I nomi sono cose potenti, tenerli nascosti o perderli può fare la differenza. Non andrebbero mai sbandierati in giro o, né da parte di spiriti né da parte di umani, perché sono ciò che possediamo di più profondo e segreto."»

ciò rende davvero toccante la scena ne "La porta di Tolomeo" in cui Nathaniel capisce di potersi fidare a tal punto di Kitty da rivelarle il suo.
È interessante anche notare come Stoud abbia incluso degli elementi fantastici già noti, adattandoli al mondo di sua invenzione. Così abbiamo degli spiriti intrappolati nei tappeti per farli volare come ne Le mille e una notte,

«Altre culture invece non si fecero scrupoli a fondare i jinn agli oggetti inanimati: tra i persiani andavano forte i tappeti; [...].»

oppure in una calzatura così da creare gli Stivali delle Sette Leghe che fanno correre a gran velocità chi li calza.

6. DA MIDDLE GRADE A YOUNG ADULT
Nel complesso questa tetralogia viene venduta come middle-grade, quindi rivolta ad un pubblico di ragazzi giovani, ad esempio studenti delle medie. Credo però che, mentre la serie prosegue si assista ad una progressiva crescita legata non solo all'età del protagonista, ma anche alle tematiche che vengono affrontate.

«Per sopravvivere in quel mondo senza amici, Mandrake aveva nascosto le sue qualità migliori sotto strati di affettata efficienza e ostentata eleganza. [...] tutto era seppellito in profondità. Ogni collegamento con l'infanzia era stato mozzato.»

I toni si fanno parimenti più cupi e le scene descritte spesso violente, senza comunque mai scendere nel grottesco o nello splatter gratuito.

«"[Praga] è una città malinconica. Nel corso degli anni ha condotto molti dei nostri agenti al suicidio. Per il momento Arlecchino sembra abbastanza lucido, ma ha acquistato una sensibilità un tantino morbosa".»

Si può notare come anche il linguaggio diventi progressivamente più ricercato, non per far sentire in difetto il lettore quanto piuttosto per incentivare la sua sete di conoscenza e miglioramento personale.

7. BLACK HUMOUR
Questo aspetto riguarda in particolare Bartimeus che, come già detto, non lesina battute sottili a chicchessia, dal folletto più umile ai potenti marid. Il suo senso dell'umorismo lo porta spesso a raccontare delle storielle divertenti, raccolte nei tanti secoli al servizio dei maghi di tutto il mondo, ma quasi sempre caratterizzate da un finale non troppo lieto.

«In seguito si era scoperto che era riuscito a farlo ricoprendo alcuni lingotti d'oro con una sottile pellicola di piombo che spariva non appena riscaldata. La sua ingenuità riscosse grande favore, ciò nondimeno fu decapitato.»

Anche al presente, lo humour del jinn non cambia nel suo vedere sempre il lato più esilarante delle scene anche violente alle quali si trova ad assistere,

«Braccia e gambe erano gettate in modo scomposto, quasi dormisse. E ho detto quasi a ragione, dal momento che gli mancava la testa.»

e queste uscite fanno inevitabilmente sorgere una risata amara nel lettore, combattuto tra il divertimento genuino e la natura gore di quanto viene descritto.

8. NOTE A PIÈ DI PAGINA
Parliamo sempre dei capitoli dedicati a Bartimeus perché il jinn, non pago di descrivere in prima persona le sue gesta e parlare al lettore in tono confidenziale, si permette pure il lusso di avere delle note a piè di pagina.
In queste appendici lo vediamo puntualizzare dei dettagli sugli avvenimenti in corso,

«Non scattò nessun allarme magico, anche se sbattei cinque volte la testa contro il ciottolo.1
[...]
1 Ogni volta contro un ciottolo diverso, non cinque volte di seguito contro lo stesso ciottolo. Solo per essere precisi. A volte gli essere umani sono un po' lenti.»

oppure raccontare i simpatici aneddoti ai quali accennavo al punto precedente, altrimenti difficili da inserire nella narrazione.

9. UCRONIA E RIFLESSIONI
Per quanto riguarda la trilogia originale, ci troviamo come detto in una Londra diversa dalla nostra: pur essendoci tutte le comodità moderne note, la realtà è quella di un'ucronia nella quale i maghi comandano con pugno di ferro sul resto dei cittadini.

«"[...] Se si vuole mantenere integro l'impero, è necessario un governo forte e forza significa: maghi. Immagina cosa sarebbe il paese senza di essi! È impensabile: sarebbero al potere i comuni!"»

Per non parlare del trattamento riservato agli spiriti, che i maghi chiamano e trattano alla stregua di demoni malvagi, portandoli a diventare proprio come sono dipinti, ossia creature spietate e pronte a rivoltarsi contro alla minima incertezza del mago che li ha convocati.

«"[...] la nostra esistenza qui non è altro che una sequela di punizioni! Solo i maledetti maghi cambiano: non appena uno finisce nella tomba, ecco che ne salta fuori un altro, scova i nostri nomi e ci convoca di nuovo! Loro passano, noi restiamo".»

Con l'aumentare del numero di comuni refrattari alla magia, i maghi diventano se possibile ancora più determinati a mantenere il controllo con ogni mezzo,

«Erano oppositori della benevola supremazia dei maghi e voleva ritornare all'anarchia delle Leggi Comuni. [...] La risposta del governo era stata drastica: molti comuni furono arrestati sulla base del solo sospetto, alcuni furono giustiziati o deportati nelle colonie a bordo di galere.»

e questo potrebbe essere il primo di molti spunti sui quali la serie invita il lettore, anche se molto giovane, a fare delle riflessioni individuali: una nascita avvantaggiata non da il diritto di ergersi a giudice del prossimo, la ricerca del sapere permette di elevare la propria condizione, le informazioni date da chi sta al potere vanno messe alla prova, etc.

10. FINALE
Ho pensato che il finale (mi riferisco sempre alla serie originale) si meritasse un punto a parte. Oltre ad essere estremamente forte sul piano emotivo, la risoluzione della trama dimostra un'eccellente pianificazione dell'autore nel corso della trilogia: si pensi, ad esempio, alla ricomparsa dell'amuleto di Samarcanda o al ruolo giocato dagli Stivali del mercenario.
In questa parte conclusiva avviene uno travolgimento nel sistema che aveva governato l'impero per tanto tempo, con i ruoli di maghi, comuni e spiriti che si invertono,

«"Sono una comune. Bravo. Ma ormai questo non fa più molta differenza, ti pare? Guardati intorno. Tutto va al contrario: maghi che hanno distrutto il governo; demoni che si fanno convocare spontaneamente dai loro simili; comuni che prendono il controllo delle strade. [...]"»

e non solo sul livello pratico di chi evoca chi, ma anche sui rapporti, cosa che non manca di sconvolgere quelli che -come il jinn Faquarl- reputano inconcepibile un qualunque tipo di parità tra la sua specie e gli umani che per anni li hanno tormentati e fruttati.

«"L'umano ha mantenuto l'intelletto", borbottò. "E allora chi è il padrone? Chi comanda dei due?"
"Nessuno", dissi.
"È un equilibro equo", precisò Nathaniel.»

Nel finale sono inoltre presenti degli enormi cambiamenti nei rapporti tra i tre protagonisti, ed ognuno di loro compie un sacrificio volontario,

«"Sono solo grinze, Kitty. Solo grinze. Le ha un sacco di gente. [...] E poi guarda me. Guarda queste bolle".
"Volevo chiederti, in effetti".
"È stata una Pestilenza. Quando ho recuperato il Bastone".»

determinante per fermare la rivolta degli spiriti nei corpi dei maghi e per dimostrare come si possa cambiare ed andare contro tutte le proprie convinzioni se queste si dimostrano sbagliate.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
40
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    27 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Dovrebbero farci un film (non è un complimento)

"Spy story love story" è un romanzo thriller dal titolo incredibilmente fuorviante, perché non si tratta propriamente di una storia di spionaggio e certamente non racconta una storia d'amore. Anche la sinossi proposta non corrisponde a quanto effettivamente succede nel romanzo: il protagonista Alëša è un provetto sicario non più giovanissimo che vuole lasciare l'associazione criminale per la quale lavora, ma non per degli scrupoli morali dell'ultima ora, quanto piuttosto perché prova la necessità fisica di uccidere e il suo capo da un po' lo sta lasciando a riposo dopo aver deciso di entrare in politica e -quindi- di dare una ripulita alla sua reputazione.
Da queste premesse parte la storia: Alëša chiede al boss Rakov di "andare in pensione" e questi gli propone un ultimo lavoro per poter guadagnare un bel gruzzolo e concludere in bellezza la sua sanguinosa carriera. L'uomo dovrà eliminare Marta, la figlia di un simpatizzante della Fratellanza che rischia di mettere in dubbio la facciata di ultra democratico di Rakov; nel mentre, il nostro protagonista dovrà occuparsi anche di formare il suo sostituto, ossia l'ex militare Ivan.
La trama è priva di spunti originali (specialmente se guardate spesso film d'azione o simili) e viene smossa solo da un colpo di scena a metà volume che risulta imprevedibile non tanto perché sia ben studiato, bensì per la sua totale casualità: avrei trovato più logico che il protagonista arrivasse a fare questa scoperta tramite un suo ragionamento, ma invece tutto viene rivelato con tranquillità e in modo randomico.
Tutta la narrazione presenta delle scene molto sopra le righe, in cui vengono inserite battute d'effetto irrealistiche o raccontati aneddoti evidentemente esagerati,

«"[...] Sai perché sono rimasto in piedi? Perché quel giorno avevo addosso un paio di pantaloni nuovi di zecca e non volevo sporcarmeli. All'epoca la mia vita per me valeva meno di un paio di pantaloni, tutto qui."»

e in generale il comportamento dei personaggi ricorda quello che potremmo vedere in un film d'azione piuttosto che tra le pagine di un romanzo. Se non ne perdere la godibilità della storia, sicuramente viene inficiata la sua credibilità perché reazioni come questa:

«Ivan avvicina la mano alla bocca, come se volesse impedire alle parole di uscire.»

sono più facili da immaginare se filtrate dallo schermo di un televisore, che aiuta a sospendere maggiormente l'incredulità; in un testo scritto il lettore ha tutto il tempo per capire che queste reazioni sono troppo meccaniche.
Come anticipato, la storia d'amore è quasi inesistente: se non fosse tanto citata (perfino su Wikipedia questo titolo viene riassunto con la frase "le vicende di uno spietato killer che finisce con l'innamorarsi") non mi sarei neppure accorda del grande amore tra Alëša e Marta. Ovviamente si tratta di un insta-love, quindi lui la vede e parte per la tangente,

«Ogni secondo che passa in sua presenza Alëša si sente più a suo agio, come se la conoscesse, come se il loro piccolo scambio di parole fosse soltanto il seguito di un dialogo più profondo, cominciato molto tempo fa.»

mentre a lei servono addirittura quattro chiacchiere assieme per... professare il proprio amore incondizionato? non proprio, ma gli sguardi densi di significato si sprecano.
Il cast si compone di Alëša, Ivan e parecchie comparse fatte con pratiche sagome di cartone e ricoperte dai più abusati cliché: i russi mafiosi cattivi che uccidono per noia e sono pronti a farsi le scarpe l'un l'altro, gli zingari nascosti tra i rifiuti a cui devi provare di essere un vero duro, i politici di ogni nazionalità sempre corrotti fino al midollo, i militari e i poliziotti altrettanto corrotti, tutte le donne desiderose di darsi alla prostituzione, con l'unica eccezione di Marta. E proprio quest'ultima è il personaggio che più mi ha lasciato perplessa, perché la sua presenza è quasi ininfluente ma Lilin spreca pagine preziose per parlarci della sua situazione familiare e della passione per i numeri (?), tutti dettagli privi di utilità; è incredibile anche la serenità con cui la donna accetta quanto le succede,

«"Preferisco non sapere di che cadavere state parlando, [...]"»

e la sua tirata finale sul tema -del tutto fuori luogo- del ricordo.
Alëša ha la migliore caratterizzazione, e ho apprezzato la scelta di descrivere le sue azioni in modo schietto, senza tentare di dipingerlo come un eroe romantico. Non mi ha troppo convito invece la sua forzata passione per la lettura,

«E fuori dalla violenza trovò un solo conforto: la letteratura. Gli unici momenti in cui si sentiva vivere erano quelli passati a leggere.»

e neppure il fatto che, subito dopo aver incontrato Ivan, diventi all'improvviso un gran chiacchierone pronto a raccontare tutte le sue imprese per pagine e pagine di monologhi surreali. L'aspirante killer d'altronde era per me il personaggio più interessante, almeno fino a quando l'autore non lo distrugge attribuendogli la motivazione più patetica possibile, per dargli poi una risoluzione insoddisfacente.
Stilisticamente il romanzo è scorrevole e si nota l'impegno che l'autore ha infuso nella ricerca dei termini giusti, soprattutto nelle metafore che abbondano nella narrazione; alcune sono originali e gradevoli,

«Il senso di liberazione lo ubriacò e gli aprì due enormi ali sulla schiena. La strada dal parco a casa la fece volando, [...].»

ma nella moltitudine scivola spesso sul già visto. Sembra che Lilin ne abbia inserite così tante per farne un tratto distintivo, ma per conto mio bastava tranquillamente il suo continuo mettere in mostra le conoscenze tecniche sulle armi. Ad esempio, dopo questa frase introduttiva:

«Alëša annuisce, conosce bene quell'arma. Modello più compatto della classica 17, calibro 9 per 19, roba da militari e poliziotti.»

segue una disquisizione sulla validità delle diverse pistole lunga un paio di pagine e, neanche a dirlo, del tutto inutile ai fini della trama.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
30
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    20 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Nominate il Pratico Severard impiegato del mese!

Dopo anni di paziente attesa sugli scaffali della mia libreria, ho finalmente deciso di dare spazio ad una serie di Joe Abercrombie, autore che avevo la quasi certezza di apprezzare perché viene spesso accostato a Mark Lawrence. Ho infatti letto "Il richiamo delle spade", primo capitolo della trilogia La prima legge; o meglio, la prima trilogia ambientata in questo vastissimo mondo fantasy.
Il romanzo viene narrato in terza persona ma concentrando il focus sui tre personaggi principali, affiancati da altri tre secondari, a parte i capitoli più importanti che hanno dei paragrafi alternati al loro interno; ciò non crea alcuna confusione durante la lettura, aiuta anzi a capire meglio la caratterizzazione che è l'aspetto del libro sul quale l'autore ha dato maggiormente attenzione. Per contro, la trama viene un po' trascurata, limitata al solo riunirsi dei protagonisti nella città di Adua da dove partiranno alla fine del volume per la missione vera e propria. Questo non si traduce necessariamente in un ritmo lento perché i personaggi sono talmente carismatici e dinamici che non si trova tempo per annoiarsi.
Ho trovato estremamente coinvolgente la narrazione di Abercrombie, in particolare nelle molte scene di combattimenti che vengono descritti sempre in modo chiaro e semplice da seguire, cosa che non si può dire degli spostamenti tra le città e gli Stati perché questi non vengono quasi mai raccontati direttamente. Anche la scelta di adottare spesso un linguaggio scurrile è appropriata dal momento che l'ambientazione ed i personaggi stessi lo contestualizzano perfettamente alla storia.
Pur avendo trovato molto piacevole questo romanzo, devo segnalare qualche difetto che -seppur di poca importanza- non passa inosservato durante la lettura. Partiamo dai diversi info dump nei primi capitoli, che servono comunque poco a dare un quadro chiaro del mondo ideato da Abercrombie vista anche l'assenza di una mappa, e risultano così doppiamente irritanti. Gli amanti dell'epic fantasy noteranno poi parecchie somiglianze con la saga di George R.R. Martin: ci sono personaggi, termini e situazioni molto simili, anche se in alcuni casi la colpa è da imputare alla traduzione (ad esempio, Mastino in originale è chiamato Dogman e non The Hound, come Sandor Clegane).
Reputo fuori luogo l'inserimento dell'Inquisizione, perché pur adottando termini come Eminenza e impiegando la tortura negli interrogatori, non ha effettivamente nulla in comune con la sua omonima storica, quanto piuttosto con quella presente nella serie di Marie Lu: sembrano semplicemente dei poliziotti dai modi un po' bruschi, ma non certo dei ferventi religiosi. Mantengo invece delle riserve sulla sola coppia effettiva del romanzo, perché la loro relazione sembra inserita a forza dall'autore, senza dei sentimenti genuini alla base.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
40
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
2.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Ogni stupratore seriale è bello a mamma sua

Per quanto mi riguarda, la serie Chocolat di Joanne Harris termina con questo terzo capitolo "Il giardino delle pesche e delle rose", rose che non ho capito dove abbia visto chi ha scelto la traduzione del titolo, ma l'importante è aver finito una trilogia che ho trovato sempre più tediosa da leggere.
In realtà non sarebbe una trilogia perché nel frattempo l'autrice ha pubblicato un quarto libro, ma possono essere letti tutti come degli stand-alone: ognuno si concentra su una storia a parte e se ci sono riferimenti agli altri volumi la Harris fornisce comunque tutte le spiegazioni del caso.
In questo terzo romanzo vediamo il ritorno di Vianne con le sue figlie a Lansquenet, in teoria per una breve vacanza ma in realtà portata dal vento, per giungere come sempre a risolvere i problemi di tutti; su questo aspetto mi trovo inquietantemente d'accordo con Paul-Marie quando deride la tendenza della protagonista a voler fare l'eroina, a volte perfino non richiesta. La trama presenta una forte componente mystery, concentrandosi particolarmente su chi stia creando tensione tra gli abitanti del paese e i maghrébins che popolano Les Marauds, arrivando anche a compiere azioni criminali come incendi dolosi ed aggressioni fisiche.
Questa scelta ha permesso di dare più concretezza e logica alla storia, cosa che ho apprezzato, come pure -inaspettatamente- i capitoli dal punto di vista di Francis, che si alternano a quelli di Vianne. Il ritorno dei loro due POV non è l'unica somiglianza con "Chocolat" che nel testo viene citato di continuo, con tanto di personaggi pronti a rimpiazzare i defunti o chi è ormai cambiato, oppure assurdità alle quali l'autrice ci ha abituati, come l'assenza delle forze dell'ordine o i pettegolezzi prima criticati e poi sfruttati ipocriticamente da parte di Vianne.
Anche la tematica dell'accettazione di una cultura diversa viene ricalcata sul modello di quanto successo anni prima con i vagabondi del fiume, ma in questo caso il tutto ha un'aria molto pesante perché la diffidenza verso i musulmani non è data da problematiche sociali o economiche bensì dalla mera differenza religiosa; non dico sia una situazione surreale ma ai giorni nostri è un aspetto secondario rispetto agli altri, tanto che il libro sembra ambientato almeno un paio di decenni fa.
Nel complesso il romanzo non porta nulla di nuovo alla storia, se non nell'epilogo, ma per chi ha trovato piacevoli i volumi precedenti può essere una lettura gradevole, un altro capitolo nella vita di Vianne Rocher, novella Batman sempre pronta ad intervenire quando il Batsegnale ventoso si fa sentire.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
40
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    08 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

La disfatta dei fatti

"Tempi difficili" è una storia familiare, nella quale Dickens va ad inserire anche elementi tipici del romanzo urbano, nonché diverse riflessioni sulla condizione lavorativa degli operai proletari nell'Inghilterra industriale di metà Ottocento. Questo ha portato molti suoi contemporanei a bollare l'opera come "socialista" nonostante, pur avendo tra i protagonisti alcuni umili lavoratori, il romanzo rimanga sempre incentrato sulla classe borghese ed i giudizi sui personaggi riguardino la loro morale e non la posizione sociale.
Al centro della vicenda vediamo la famiglia Gradgrind, mentre il resto del cast è impegnato costantemente ad orbitare attorno a loro e le loro vicende. Il capofamiglia Thomas è un glorificatore dei Fatti, qui opposti all'immaginazione e alla creatività; in casa Gradgrind tutto segue la logica ed il ragionamento, tanto che i Fatti arrivano ad essere equiparati a delle divinità,

«Non che essi [i figli di Gradgrind, NdR], per esperienza personale o per sentito dire, sapessero alcunché sugli orchi. Il Fatto ce ne scampi!»

e lo stesso metodo educativo viene esteso a tutti i ragazzi della scuola gestita dall'uomo. Nel corso della storia, anche grazie al confronto con gli altri personaggi, ed in particolare la figlia maggiore Louisa,

«-[...] Siete sempre stato così attento con me, che non sono mai stati bambina. M'avete educato così bene che non ho mai sognato quel che sognano gli altri bambini.»

Thomas arriverà a capire come i Fatti non siano sufficienti per formare il carattere di un individuo adulto. Pur essendo il tema centrale del volume, questa analisi verrà affiancata sulla pagina da personaggi ed eventi estranei; ad esempio, da metà libro in poi si inserisce una sottotrama mistery che pian piano acquisisce un ruolo molto importante per la risoluzione finale.
Per caratterizzare i suoi personaggi, Dickens ricorre come sempre alla satira. Ad eccezione di quelli che potremmo definire gli eroi della storia -ossia le tre protagoniste femminili, Louisa, Sissy e Rachael, più lo sventurato Stephen- il cast è comporto da personaggi quasi comici, per il loro aspetto e per l'esasperazione dei tratti caratteriali. Abbiamo il circense Sleary che confonde le lettere mentre parla ed il sindacalista Slackbridge, pronto a far leva sul malcontento dei lavoratori, dipinti come facilmente influenzabili,

«Si udirono poche voci gridare con fermezza [...] "Slackbridge, ti sei scaldato troppo! Corri troppo!" Ma erano un gruppo sparuto di fronte a un esercito.»

e ad indirizzarlo verso chiunque ritenga un avversario alla sua portata, che si tratti dell'innocente Blackpool o di Bounderby, forse ben più meritevole dell'astio dei suoi dipendenti. E proprio con quest'ultimo che l'autore arriva a parodiare se stesso, superandosi; presentato come un ricco imprenditore, Bounderby svilisce continuamente il suo passato, raccontando storie al limite del surreale,

«-Non avevo scarpe ai piedi, e le calze, poi, non le conoscevo neppure per nome. Ho passato la giornata in un fosso e la notte in un porcile: ecco come ho festeggiato il mio decimo compleanno.»

storie che però non sembrano tanto fantasiose ai lettori di Dickens che personaggi simili li hanno già incontrati nei suoi libri.
Oltre al cast, la forza del romanzo deriva senza dubbio dalla ricercatezza delle descrizioni, specialmente quelle dei luoghi all'interno e nei pressi della città fittizia di Coketown.

«I palazzi fatati si illuminarono ad un tratto prima che la pallida luce del mattino rivelasse i mostruosi serpenti di fumo che si snodavano sopra Coketown.»

Una città fatta di squallidi appartamentucoli ed industrie inquinanti, tanto che anche nelle giornate di bel tempo i raggi solari faticano a farsi strada attraverso la cappa di fumo che intrappola l'abitato.
Per quanto evocative, le descrizioni di Dickens sono state spesso tacciate di pressapochismo, in quanto lui non conosceva direttamente la vita delle realtà industriali nel nord dell'Inghilterra, ma personalmente credo che questo romanzo non ne risenta affatto, perché le fantasiose metafore colmano il divario tra realismo e capacità trasmettere l'immagine desiderata.
Trovo anche che la critica al presunto socialismo del romanzo, successivamente accantonata, avesse una sua ragion d'essere, anche se in un'ottica positiva. Infatti è Sissy, personaggio molto positivo nella storia, ad esprimere al meglio alcune riflessioni contrarie al sistema capitalista,

«-[...] Ho pensato che non potevo decidere se era una nazione ricca o povera e se io ero in un condizione di prosperità o no, se prima non sapevo chi aveva quei soldi e se a me ne veniva una parte.»

in contrapposizione agli sproloqui inconcludenti di Slackbridge; penso che ciò diventi ancor più significativo una volta letto il lieto fine concesso da Dickens alla ragazza.
L'edizione Einaudi -che ho acquistato per rimpiazzare quella Newton Compton- può considerarsi promossa: nel testo ci sono alcuni piccoli errori (date un'occhiata anche alla data di morte dell'autore in quarta di copertina!) e l'introduzione non è tra le più lineari, ma la traduzione risulta scorrevole e reputo ottima l'idea di inserire il saggio di George Orwell a fine volume, chiaro e apprezzabile anche da chi non conosce l'intera opera dickensiana.


NB: Libro letto nell'edizione Einaudi

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    31 Luglio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Un buon finale aperto

"Queen of Chaos" va a completare la trilogia Il quarto elemento di Kat Ross, dando una degna conclusione alla serie, pur mantenendo grosso modo intatti i difetti dei volumi precedenti.
La trama si concentra sull'invasione dei Druj, che distruggono le città dell'impero mentre i protagonisti tentano di fermare i piani della Regina Neblis su diversi fronti, motivo per il quale in questo libro i punti di vista si moltiplicano. Questo è un aspetto sia positivo che negativo: da un lato è molto piacevole poter seguire diversi personaggi e conoscere le loro riflessioni, ma d'altra parte risulta fastidioso passare dalla prima persona del POV di Nazafareen alla terza persona scelta per tutti gli altri. Tra l'altro, i capitoli dedicati a Nazafareen nella parte finale diventano alquanto confusi a causa di uno sviluppo della trama e, per chiarire gli eventi, l'autrice è costretta a ripetere le stesse scene dal punto di vista di Lysandros o di Tijah.
Proprio la ex Water Dog regala il POV migliore: ci permette di scoprire dei retroscena inediti sul suo rapporto con Myrri, oltre a mostrare tutto il percorso che la porta a superare gli avvenimenti di "Blood of the Prophet" e trovare un nuovo obiettivo nella sua vita. Molto interessanti anche i capitoli sul negromante Balthazar, seppur avessi delle riserve circa la redenzione che viene promessa nella sinossi; è anche merito del suo POV se riusciamo a scoprire qualcosa di più sul personaggio di Neblis, che diventa così un'antagonista molto più credibile e solida rispetto ai volumi precedenti.
Tasto dolente è la presenza di diversi spiegoni, soprattutto nella parte iniziale, del tutto inutili dal momento che viene fornito un glossario molto esaustivo a fine libro. Valuto invece in modo positivo l'epilogo che, seppur aperto (l'autrice ha portato questi personaggi in due nuove serie), dona una sensazione di completezza appagante.


Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i cinque motivi per i quali consiglio questa serie e i cinque per i quali invece lo sconsiglio.

PRO

1. PERSONAGGI
I personaggi sono sicuramente il punto di forza della serie, nonché il motivo per cui io ne sono rimasta colpita, nonostante sia poco conosciuta. E il mio apprezzamento non si limita ai protagonisti, che vediamo crescere a poco a poco nei tre volumi, ma anche ai personaggi secondari.
L'autrice è inoltre in grado di rendere simpatetici al lettore anche gli antagonisti -mostrando in particolare le motivazioni credibili che li muovono- o i personaggi meno apprezzabili. Un buon esempio è quello di Delilah, che nei primi due libri da l'impressione di essere fredda ed autoritaria; noi lettori, così come Nazafareen, siamo seccati dal suo atteggiamento, almeno fino a quando lei stessa racconta il dolore per quello che hanno fatto al suo unico figlio:

«"Provai a risparmiargli [a Darius] i bracciali", continuò con voce smorta, "ma le guardie furono troppo veloci. Perciò rimasi a guardare mentre il mio figlio perfetto veniva legato. Guardai mentre il suo braccio avvizziva e moriva davanti ai miei occhi."»

I personaggi di questa trilogia riescono a trasmettere delle emozioni autentiche, presentando dei caratteri con i quali è facile trovare affinità, tanto che riescono con il solo carisma a tenere viva l'attenzione del lettore anche nelle scene più lente.
Un altro aspetto importante è la capacità dell'autrice di ferire o di uccidere (e mantenere morti) i suoi personaggi, anche nel caso siano parte del cast principale; spesso leggo storie dove gli eroi escono incolumi anche dalle peggiori battaglie, oppure vengono miracolosamente resuscitati, e questo rende le loro azioni prive di valore perché non riesco a preoccuparmi veramente della loro sorte. Già dal primo libro, la Ross ci ha abituato a delle situazioni decisamente realistiche, con la mutilazione di Nazafareen e la morte di Tommas prima ed Ilyas poi; la mano della protagonista non ricompare con qualche magico escamotage, così come i due Water Dogs non tornano più, ed è proprio questo a renderli più autentici.

2. RELAZIONI
Collegate direttamente al primo punto, le relazioni di ogni genere sono un aspetto centrale della serie. L'autrice esplora principalmente i rapporti romantici, ma sa dare il giusto spazio anche a quelli familiari e di amicizia.
Vediamo ad esempio la complicità che si instaura nel primo libro -per andare poi a crescere- tra Nazafareen e Tijah; a unirle non è solo l'appartenenza ai Water Dogs, ma anche il desiderio di supportarsi a vicenda in una sorta di sorellanza.

«"E questa è l'altra ragione per cui mi sono unita ai Water Dog. Quando arriveranno, non troveranno una ragazza spaventata, ma una guerriera con dei sangue sulla sua spada. Che provino a riportarmi indietro."
[...]"Non dovrai combattere da sola, se si arriverà a quello."»

Di Tijah vediamo anche la meravigliosa connessione con Myrri, che con la sua presenza silenziosa riesce a sostituire la famiglia dalla quale la giovane si è distaccata, non a caso lei la definisce spesso con l'appellativo di "sorella".

«Ero arrivata al punto da considerarle come due metà della stessa persona. Tijah era la voce di Myrri. E Myrri... era l'ancora di Tijah. Quella che poteva sopportare ogni cosa, che faceva ciò che andava fatto.»

Il legame tra umani e daeva ci permette poi di esplorare tutta una nuova gamma di rapporti: alcuni si considerano alleati, altri compagni, e spesso si arriva a vere relazioni affettive. L'esempio più chiaro e al tempo stesso straziante è quello di Ilyas e Tommas, guerrieri inarrestabili e al contempo innamorati divisi dalla visione ottusa del mondo del primo.

«Piansi per Tommas, perché anch'io gli volevo bene. E piansi per Ilyas. [...] l'unica cosa che rendeva umano il nostro capitano ormai era andata.»

E cosa dire della coppia principale della serie? Ho apprezzato il legame tra Nazafareen e Darius soprattutto perché, seppur scontato, si prende il suo tempo per crescere e diventare qualcosa di vero. Le loro interazioni non sembrano mai forzate,

«"Siamo noi a decidere il nostro destino. Non il Sacro Padre. Tu e io. E c'è un'unica strada per andare avanti. La prenderemo insieme?"
Gli strinsi piano la mano. "Sempre."»

e credo che l'epilogo aperto permetta di dare alla loro storia una conclusione dolceamara perfettamente in linea.

3. SISTEMA MAGICO
Il sistema magico è un elemento che tengo in grande considerazione nei fantasy, e in questo caso non ne sono stata delusa. Mi piace il modo in cui la magia dei daeva trovi un suo bilanciamento, e non sia qualcosa di facile o gratuito.

«Perché la magia daeva aveva un prezzo. Se usavi l'aria, il respiro si faceva affannoso. L'acqua esercitava un'onda d'urto sul sangue, e operare con la terra poteva infrangere carne e ossa.»

Significativo anche l'elemento della cosiddetta "maledizione" che colpisce i daeva quando vengono legati ad un umano. Innanzitutto l'unione ha dei risvolti svantaggiosi per entrambe le parti, lo vediamo bene quando l'uno prova lo stesso dolore dell'altro, ma credo vada ad indicare anche ciò che si perde quando ci si annulla in funziona del prossimo;

«[Tijah] si scambiò uno guardo con Myrri. La sua daeva era muta, la sua maledizione la lingua mancante, ma le due erano così vicine che pareva non avessero bisogno di parole.»

se il legame è una scelta il rapporto che ne deriva è paritario, mentre quando è una costrizione il risultato è l'infelicità di entrambi, come nel caso dei daeva bambini e di alcune amah che non apprezzano il loro triste ruolo.
Valida anche la riflessione sui limiti del potere e come sia facile essere attratti da esso; questo aspetto viene trattato nei momenti in cui i Water Dogs permettono ai loro legati di attingere al Nesso.

«Istintivamente tenevo il suo potere stretto nel pugno, anche se riuscivo a sentire che lottava per afferrarlo, come un uomo che cerchi di saltare giù da un dirupo.»

Con il proseguire della storia, l'autrice cerca di espandere il sistema magico, ed esempio con le abilità di guaritore di Archemenedes. Una buona scelta, soprattutto perché si ricorda di darne anche una motivazione valida.

4. AMBIENTAZIONE
Ispirato al Medioriente del quarto secolo a.C., il mondo in cui si muovono i nostri personaggi è estremamente vivido e ricco di tanti piccoli dettagli, come le credenze superstiziose del popolino.

«Le guardie maledicevano il conducente, che si stava strappando i capelli maledicendo a sua volta gli spiriti maligni che avevano portato la sfortuna e la rovina su un onesto lavoratore.»

L'ambientazione guadagna molto anche dalla commistione tra più culture ed etnie, cosa molto evidente nelle scene ambientate nelle grandi città,

«[...] ma di tanto in tanto nella folla notavo i corti gonnellini preferiti dagli egiziani e le lunghe stoffe indossate dagli abitanti dell'estremo oriente, con un lembo avvolto sopra la spalla.»

ma anche nei primissimi capitoli quando Nazafareen lascia la sua tribù nomade per iniziare l'addestramento come Water Dog ed incontra delle persone diverse per aspetto (come Tijah, che arriva dall'equivalente dell'Arabia Saudita) e credenze religiose.

5. RAPPRESENTAZIONE
In questa serie la rappresentazione viene fatta come piace a me: in modo leggero e naturale, pur includendo un numero importante di minoranze.
Da subito vediamo le disabilità di cui soffrono i daeva a causa dei bracciali con cui sono legati, ma anche la menomazione di Nazafareen che la porta a soffrire molto sia alla fine di "The Midnight Sea",

«Ma erano le centinai di azioni mondane -cose con cui non avevo avuto a che fare nei sotterranei o nella fuga con Darius- che mi ricordavano ogni momento la mia perdita.»

sia nei primi capitoli di "Blood of the Prophet" quando riesce pian piano ad adattarsi alla sua nuova condizione, e va oltre la mancanza della mano anche grazie all'allenamento.

«Non cercavo più di afferrare stupidamente delle cose con una mano destra che non esisteva. E il moncherino poteva essere utilizzato per ogni sorta di compito che non richiedesse le dita [...].»

Come detto nel punto precedente, la rappresentazione riguarda anche le diverse culture che coesistono all'interno del vasto impero, ognuna con le sue convinzioni ed usanze davvero peculiari.

«Tijah sapeva che era costume persiano non seppellire i morti fino a quando le ossa non fossero state pulite dagli uccelli e dagli animali, ma quella pratica la disturbava.»

E non mancano dei personaggi appartenenti alla comunità LGBT+. Queste relazioni non vengono sbandierate inutilmente o analizzate come qualcosa di unico e speciale: l'amore tra il conquistatore barbaro Alexander e il daeva centenario Lysandros non riceve un trattamento di favore,

«Alexander gli offrì un sorriso tenue. "Sei un uomo onorevole, Lysandros. Non ti amerei, altrimenti."
[...]
"Legami", sussurrò. "Per te lo accetterei."
Gli occhi spaiati di Alexander si spalancarono per la sorpresa. Poi sollevò una mano verso la guancia di Lysandros. "Non te lo chiederei mai."»

i due devono affrontare le stesse difficoltà di tutte le altre coppie, com'è giusto che sia. Ciò rende ancor più sentito il loro scambio di battute al momento di separarsi.

CONTRO

1. TRAMA E RITMO
Pur non essendo scontata, la trama della serie non presenta elementi eccessivamente originali nel suo genere: seguire le vicende ed i loro sviluppi risulta davvero facile per chi, come me, legge molti libri fantasy.
Il ritmo è uno degli aspetti negativi più fastidiosi ed evidenti: in tutti e tre i romanzi abbiamo una prima -sostanziosa- parte in cui i pochi eventi importanti sono diluiti in un mare di scene al limite del filler, e poi una seconda che va a dare una risoluzione fin troppo rapida a tutte le trame aperte.
Da questo problema l'autrice si salva grazie alla narrazione coinvolgente, che trascina il lettore nei punti morti e non gli permette di annoiarsi davvero.

2. AMBIENTAZIONE
Prima ho tanto elogiato questo elemento, ma ora devo parlare del lato negativo dell'ambientazione. Con un mondo fantastico così ricco e dettagliato è uno spreco, a mio avviso, che la storia si riduca a soli tre volumi. Per di più si tratta di romanzi relativamente brevi, tanto che non abbiamo neanche il tempo di capire le differenze tra i tanti tipi di Druj o di esplorare tutte le satrapie dell'impero.
Mi rendo conto che si tratta di un aspetto davvero soggettivo, ma credo che nelle mani di un altro autore questa ambientazione avrebbe reso molto di più.

3. MIX LINGUISTICO
Con un ambientazione così esotica, incontrare personaggi chiamati Nazafareen e Tijah o immaginare luoghi come Al Miraj e Bactria non è per nulla difficile. Si ha tutto un altro effetto quando fanno la loro comparsa dei termini in lingua inglese; ed esempio, la tribù della protagonista si chiama Clan Four-Legs mentre i mari hanno nomi come Crimson Sea o Salenian Sea.
Ho trovato questa commistione di lingue stonata perché l'inglese è davvero troppo lontano da questo mondo fantastico. Poco credibile anche che tra i daeva esistano al contempo nomi perfettamente calzanti come Lysandros o Neblis e Victor (dalle Terre della Luna o dalla Russia?).
Questo dettaglio è ancor più evidente e fastidioso nell'edizione italiana, dove potevano essere inserite delle traduzioni nella nostra lingua (la Great Salt Plain poteva diventare la Grande Piana del Sale). Avrei di gran lunga preferito una scelta più omogenea e conforme all'ambientazione.

4. DETTAGLI
Un controllo troppo distratto da parte dell'editor potrebbe essere il motivo per cui la serie pecca di alcuni dettagli stonati. Ad esempio, dopo tre libri non è ancora ben chiaro dove si trovi la Casa-dietro-il-velo e, nel caso sia nel Dominio, per quale motivo Neblis ha conquistato Bactria e come fa a mantenere il controllo del vasto territorio.
Ci sono anche alcuni fastidiosi spiegoni inseriti in modo evidente e forzato,

«"Dimmi ciò che sai e io ti dirò quanto c'è di vero", rispose lui, sorridendo.»

«"Cosa ne sapete dei non-morti? Dei Druj?"
[...]
"Ricordate gli insegnamenti del magus. Cominciamo dai lich."
"Sono come ombre", disse prontamente Parvane. "Se ti toccano, sei morto."»

che sicuramente una revisione più approfondita avrebbe attenuato o perfino rimosso.
Cosa dire poi della dimora di Neblis dove non possono essere accesi fuochi per la sua stessa sicurezza,

«Neblis non permetteva l'utilizzo di torce in casa sua per ovvie ragioni. Le uniche fonti di fuoco erano il braciere che teneva in scacco Victor e l'urna che Balthazar aveva riportata dal Barbican.»

eppure quando Balthazar interroga il Profeta sul modo in cui lo stanno trattando la sua risposta implica che ci debba essere un fuoco almeno nelle cucine (tra l'altro, poche pagine dopo si parla di servitori vicini a dei forni).

«"Ti hanno portato dei pasti decenti?"
"Oh, sì, del delizioso stufato di agnello."»

Piccoli dettagli quindi, che la scorrevolezza della storia fa quasi sfuggire, ma mi spiace pensare a come sarebbe migliorata la serie con qualche accorgimento da poco.

5. EDIZIONE
Premetto che sono felicissima per l'arrivo della serie in Italia, anche perché la traduzione è stata fatta in modo davvero attento; purtroppo ho un paio di lamentele, che comunque non inficiano la lettura nell'insieme.
Innanzitutto, la qualità. Visto il prezzo di copertina (abbastanza esoso, essendo un flessibile) ci si aspetterebbe un'edizione ben fatta, mentre la realtà è più vicina ad una bozza rilegata, con una copertina che si rovina facilmente alla prima lettura.
Abbiamo poi la mappa che, sì è presente, ma è davvero minuscola. Tenendo conto che c'era un'intera pagina a disposizione, poteva essere inserita in verticale per rendere i nomi quanto meno leggibili.
E per ultimi, i titoli. E magari penserete: "Ma come? i titoli sono stati mantenuti identici e ti lamenti?" Sì, mi lamento perché questa poteva essere l'occasione per scegliere dei titoli più pertinenti di quelli originali (che, mi spiace dirlo, ma non c'azzeccano nulla). Inoltre si crea della confusione al momento dell'acquisto sugli store online, dove i volumi potrebbero essere scambiati per i loro equivalenti inglesi, avendo anche le medesime cover.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    22 Luglio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Istantanee di disagio borghese

"Nove racconti" è una racconta di brevi storie (tutte tra le venti e le trenta pagine), scritte da Salinger tra il 1948 e il 1953, anno in cui sono state pubblicate per la prima volta in un volume unico.
I racconti presentano molti elementi in comune, pur non essendoci un filone narrativo unico, né collegamenti dati dalla presenza degli stessi personaggi; l'unica eccezione riguarda la famiglia Glass, già protagonista nel duo formato da "Alzate l'architrave, carpentieri" e "Seymour. Introduzione", che in questa raccolta torna con i fratelli Seymour e Beatrice "Boo Boo", rispettivamente nel primo e nel quinto racconto, anche se sono presenti dei lievi accenni ai membri di questa famiglia in altre storie.
Senza entrare nel dettaglio dei singoli racconti -cosa che ne pregiudicherebbe la lettura ad altri, vista la loro brevità-, si può notare come, già dai personaggi principali, siano evidenti molte analogie: la maggior parte sono agiati borghesi, che Salinger mette alla berlina sottolineandone l'attaccamento ai beni di lusso

«-Se quella valigia non può reggere un bambino di dieci anni [...], non è degna di stare nella mia cabina,- disse la signora McArdle, senza aprire gli occhi.»

o ad altri elementi che possano indicare il loro status. Impegnati quasi esclusivamente in attività di diletto, come chiacchierare nei salotti o rilassarsi in vacanza, questi personaggi sono la personificazione di una sensazione di malessere, un disagio che impedisce loro di essere felici nonostante tutti i confort. Sotto questo aspetto molti di loro ricordano il protagonista de "Il giovane Holden":

«Prese una sigaretta dal proprio pacchetto, ignorando quelle contenute in una scatola trasparente sulla tavola, e l'accese col suo accendino.»

come lui, sono persone mediamente giovani, li vediamo sempre impegnate a fumare sigarette e guardano alla vita con un distacco annoiato o dolente.
Questo continuo malessere è causato principalmente da due fattori. Il primo è la difficoltà a stabilire delle relazioni sentimentali, per problemi di incomunicabilità

«Il Capo la teneva per la manica della pelliccia di castoro, ma lei si liberò. Si allontanò di corsa dal campo e [...] continuò finché non la vidi più.»

o di lontananza fisica; i personaggi di Salinger sembrano incapaci di dar voce alle proprie emozioni e lasciano allontanare le persone care, come se una corrente placida ma inarrestabile le portasse sempre più lontano.
Il secondo elemento, che in alcuni casi è collegato strettamente al primo, è la guerra. La raccolta fa riferimento al secondo conflitto mondiale ed alla Guerra di Corea, sia in modo diretto sia attraverso brevi aneddoti, dal momento che diversi personaggi sono proprio dei soldati.

«Mi disse che aveva l'impressione di far carriera anche lui, nell'esercito, ma in una direzione diversa da tutti gli altri. Disse che alla sua prima promozione, invece di dargli i galloni gli avrebbero tolto le maniche della giubba.»

Soldati che rimangono profondamente segnati dall'esperienza militare, tanto da riportare dei deficit fisici e -soprattutto- mentali; da notare come questi vengano considerati con sufficienza dalle persone estranee, che giudicano dall'alto della loro estraneità alle psicopatologie di guerra,

«-Ho scritto a Loretta che hai avuto un collasso nervoso.
-Oh?
-Sì. Lei la trova interessantissima, [...] Dice che nessuno si becca un collasso nervoso solo per la guerra e simili. Dice che tu dovevi già essere un tipo instabile, prima ancora di fare il soldato.»

rappresentate con grande delicatezza e cura da Salinger.
Opposti a questi altezzosi psichiatri dilettanti abbiamo invece i bambini; nei racconti sono quasi sempre presenti, e dimostrano una capacità quasi istintiva nel cogliere la realtà, a dispetto dei loro limiti naturali. Ad esempio, il figlio di Boo Boo afferma che:

«-Sandra ha detto alla signora Snell... che papà è un... grosso... pancione... di un kike.»

fraintendendo la parola kite (ossia, aquilone) ma cogliendo il senso generale della conversazione. Si può notare facilmente come questi bambini tendano ad assumere comportamenti molto maturi, nonché a guardare con una sorta di venerazione alle figure genitoriali assenti.
In linea generale, potete capire come i racconti abbiano un tono prevalentemente triste, trattando anche tematiche tragiche, nonostante ciò non mancano dei momenti più leggeri e quasi umoristici.

«Io -un uomo che aveva vinto tre primi premi, un INTIMO AMICO DI PICASSO (che a quel punto cominciavo a crede di essere davvero)- venivo usato come traduttore.»

In diversi casi inoltre, è presente un colpo di scena finale che capovolge lo sviluppo stesso della storia, almeno per come era stata presentata fino a quel momento. Bisogna ammettere che Salinger riesce davvero a stupire i suoi lettori con una sola frase.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Luglio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Diamo l'invasione in mano a Ruby

"Le Gazze Ladre" è un romanzo in bilico tra il genere storico e quello d'azione: in particolare abbiamo come ambientazione la Francia dei giorni immediatamente precedenti allo Sbarco degli Alleati, unita ad una storia di spionaggio militare tipica di molte narrazioni di Follett.
Con uno sviluppo incredibilmente lento, rispetto a ciò che viene promesso nella sinossi in quarta di copertina, la trama segue la missione organizzata dall'agente britannico Felicity "Flick" Clairet per distruggere il centro per lo smistamento delle comunicazioni dell'esercito tedesco in tutto il territorio occupato. Dopo un primo fallimento con una squadra di membri della Resistenza locale, la donna pianifica un nuovo attacco mettendo insieme un gruppo al femminile, con l'obiettivo di infiltrarsi fingendosi donne delle pulizie. Ovviamente la loro missione è ostacolata dall'immancabile soldato tedesco cattivo, ossia il brillante -ed incompreso dai suoi superiori- Dieter Franck.
Manca solo il buono e spesso inutile militare alleato, terzo elemento caratteristico della bibliografia follettiana; per qualche capitolo ho sperato che l'autore avesse deciso di fare uno strappo alla sua stessa regola, quando ecco entrare in scena il maggiore Paul Chancellor, che una volta tanto non è inglese bensì americano, anche se per il resto il suo ruolo rimane immutato.
Proprio da Paul voglio partire per parlare di una delle maggiori problematiche del romanzo; mi riferisco genericamente alla poca verosimiglianza, e più in particolare di come si creino delle relazioni molto profonde (almeno a parole) nell'arco dei pochissimi giorni in cui si sviluppa la storia. Ad esempio, per far evolvere in fretta il rapporto tra Paul e Flick -completi estranei all'inizio della narrazione- Follett prima punta su riflessioni sensuali per nulla adatte al contesto,

«[Flick] sosteneva la propria tesi agitando l'indice con aria bellicosa. Tuttavia c'era in lei qualcosa di incantevole. Paul si chiese come sarebbe stato stringere fra le braccia e accarezzare il suo corpo snello.»

e dopo pochi capitoli già inizia a parlare di amore tra i due. Qualcosa di analogo, anche se meno fastidioso, succede a due delle coppie secondarie.
La gestione della relazione tra i due protagonisti è problematica anche per l'eccessiva insistenza di lui, che in alcuni punti sembra voler forzare la sua volontà,

«Lei non rispose, e continuò a fissarlo con quell'espressione enigmatica, per metà triste e per metà divertita. Paul PRESE IL SUO SILENZIO COME UN CONSENSO e la baciò.»

e non tanto perché l'attrazione che prova sia troppo forte, quando perché l'autore non poteva permettersi di tirare la faccenda troppo per le lunghe. Personalmente avrei preferito che lasciasse la loro storia in sospeso per poi darne una conclusione più realistica nell'epilogo.
L'eccessiva rapidità con cui si avvicendano le scene porta anche a degli sviluppi eccessivamente convenienti per l'economia della storia, sia dalla parte dei "buoni",

«"Non è che per caso conosci una donna esperta di telefonia che parli francese, vero?"
Lui si fermò di colpo. "Be'... in un certo senso... sì."»

sia da quella degli antagonisti. Questo si può vedere bene nella scena in cui le Gazze devono effettuare le esercitazioni di lancio ed incontrano pochissime difficoltà, mentre i paracadutisti seguono normalmente una formazione ben più lunga e complessa.
D'altro canto, il ritmo veloce aiuta indubbiamente a rendere scorrevole la lettura, cosa alla quale contribuisce anche il tono molto leggero ed irriverente dei personaggi; peccato che alcune volte si esageri un po' troppo, arrivando a piazzare battute di dubbio gusto

«Cercò di liquidare la cosa con un commento leggero. "Un corpo così perfetto non può subire danni."»

anche in momenti violenti e tragici, annullando purtroppo il fattore emotivo nel lettore.
I personaggi sono l'elemento su cui Follett si è concentrato maggiormente, non sempre con risultati soddisfacenti; mi sento comunque di promuovere Flick, che riesce a dimostrarsi una'eroina credibile, palesando emozioni umane ben riconoscibili,

«[...] ma l'indomani quel ragazzo avrebbe potuto essere morto e non se la sentì di essere così crudele. "Ne sono lusingata" disse, invece, cercando di mantenere un tono amabile e leggero.»

infatti i capitoli dal suo punto di vista sono stati i miei preferiti, mentre alzavo gli occhi al cielo ogni volta che arrivava l'immancabile POV di Dieter. Molto gradevoli anche le altre Gazze, in particolare la sagace Ruby: sarebbe potuta essere un'ottima scelta come protagonista alternativa.
Mi sento di promuovere senza dubbi anche la grande attenzione alla fedeltà storica degli eventi narrati, dai più piccoli dettagli

«Mentre si rasava accese la radio, sintonizzava su una stazione tedesca. Apprese che il primo scontro in assoluto tra le truppe corazzate nel teatro del Pacifico si era svolto il giorno prima sull'isola di Biak.»

ai grandi avvenimenti perché, come al solito, i personaggi fittizi si trovano ad interagire con vere figure storiche e -ovviamente- a compiere azioni vitali per le sorti del conflitto mondiale.
Mantengo una grossa riserva sulla rappresentazione LGBT+ perché credo sia stata fatta in modo sommario: abbiamo la ragazza lesbica che deve per forza essere mascolina ed irruenta, il personaggio bisessuale promiscuo ed provocante con tutti e diversi gay al limite dello stereotipato,

«"Ciao Markie" lo salutò un cameriere, posandogli una mano sulla spalla e lanciando un'occhiata ostile a Flick.»

Tutto questo si fa ancora più evidente e fastidioso quando viene introdotto un personaggio sul quale lo stesso autore non aveva lei idee troppo chiare, tanto da descriverlo nell'ordine come una drag queen, un travestito e una donna transessuale, senza capire di far riferimento a tre categorie ben distinte.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    27 Giugno, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Piccione e pane bianco per tutti!

"I Buddenbrook" è un romanzo familiare incentrato su una dinastia di commercianti borghesi di Lubecca, città natale dello stesso Mann, dei quali seguiamo i momenti di maggiore gioia come anche i rovesci di fortuna, nel corso di quattro generazioni.
Pur mettendo al centro delle vicende l'intera famiglia, la storia è maggiormente focalizzata sui due figli maggiori del console Buddenbrook, la volubile Antonie "Tony" e il pragmatico Thomas, nonché sull'unico figlio di quest'ultimo, il cagionevole Johann "Hanno". Si tratta di tre personaggi dalla caratterizzazione ben distinta, dei quali il lettore percepisce chiaramente la crescita personale, sia dal tono adottato nei dialoghi sia nel modo di affrontare le situazioni con l'avanzare della storia.
La trama è praticamente inesistente, trattandosi appunto di una saga familiare dove gli eventi più importanti sono dati da nascite, morti e matrimoni, ma anche il lato economico gioca un ruolo chiave nella narrazione, soprattutto per merito dell'attività svolta dai Buddenbrook stessi. La loro natura di commercianti viene continuamente evidenziata nel romanzo, con battute farcite di riferimenti al denaro e al valore di immobili o di altri beni; un mondo dove la paura maggiore non è il lutto, ma qualcosa di ben più terreno.

«[...] "bancarotta"... era più atroce della morte, significava disordine, sfacelo, rovina, onta, vergogna, disperazione, miseria...»

Da notare come le influenze economiche vadano ad estendersi ad ogni aspetto della vita di questa famiglia, composta anche da alcuni oculati risparmiatori che potrebbero far scuola ad Ebenezer Scrooge stesso. Le relazioni sentimentali diventano quindi qualcosa da stabilire sulla base del puro vantaggio economico, cercando di trattare sulla cifra da corrispondere per la dote di una figlia o di sposare il membro di una famiglia di rango elevato.

«"Sì, sì, sì, ma tanto è lo stesso. Quello che conta è il guadagno. E per quanto riguarda il fidanzamento, è un affare ineccepibile. Julchen diventerà una Möllendorpf e August avrà una bella posizione..."»

Questa vera e propria venerazione del denaro sarà uno dei fattori chiave per attivare la catena di eventi negativi che, come suggerito dal sottotitolo dell'opera, poteranno in pochi decenni alla scomparsa della famiglia. Altro elemento chiave è la considerazione che i Buddenbrook hanno della loro dinastia, parte di un'alta borghesia che guarda con un misto di invidia e desiderio alla vecchia nobiltà; lo vediamo molto bene dalle riflessioni di Tony,

«Pur non rendendosene conto, era convinta che ogni peculiarità del carattere, [...], facesse parte dell'eredità, fosse una tradizione di famiglia e di conseguenza una cosa da venerare, a cui portare in ogni caso rispetto.»

che considera le proprietà immobiliari alla stregua di tradizioni familiari, e come tali qualcosa da preservare rispetto alle influenze esterne.
Questo ruolo semi-nobiliare dei Buddenbrook si scontra con due realtà vicine ma molti diverse; in primis con la classe dei piccoli borghesi, i nuovi arricchiti, che vengono idealmente incarnati dalla famiglia Hagenström. Ciò si palesa sin dai primi capitoli, ma giunge alla sua massima espressione nella scena dell'elezione del nuovo senatore -quando Thomas viene eletto per meriti non solo suoi-

«Il prestigio di Thomas Buddenbrook era di altro genere. Egli non era solamente se stesso; in lui venivano parimenti onorate le indimenticate personalità del padre, del nonno, del bisnonno [...] egli era il depositario di una fama cittadina secolare.»

e nel momento della vendita della vecchia casa nella Mengstraße, che per una crudele ironia passa proprio alla famiglia rivale e diventa per la terza volta il simbolo del benessere acquisito, in questo caso dagli Hagenström.
Ben più netto, seppur meno accentuato, è il contrasto con le classi più umili che trovano voce nelle parole ispirate e fin troppo idealistiche di Morten Schwarzkopf:

«"Noi, i borghesi, il terzo stato, come ci hanno chiamati finora, vogliamo che esista soltanto un'aristocrazia del merito, noi non riconosciamo più la nobiltà nullafacente, noi respingiamo l'attuale ordinamento dei ceti sociali... [...]."»

Questo è solo uno dei molti riferimenti storici presenti nel testo. Durante i cinquant'anni coperti dalla narrazione possiamo vedere eventi epocali, come la Rivoluzione del 1848 o le guerre della Prussia contro l'Impero Austriaco prima e la Francia di Napoleone III poi.
Pur apprezzando la storia nel suo complesso, specialmente per i personaggi estremamente realistici nei loro difetti umani, ho riscontrato alcuni tratti stilistici discutibili, forse causati dalla relativa inesperienza dell'autore. Mi ha infastidito la presenza di tanti personaggi secondari, a volte poco più di comparse: per ognuno di loro Mann spende righe su righe nelle descrizioni per poi farli sparire dalla storia; questo aspetto è ridicolo soprattutto nella parte finale quando impiega oltre una pagina per introdurre il professor Mantelsack quando è evidente che -dopo quella scena- non lo vedremo più.
Negativo anche l'inserimento di lunghe subordinate ad interrompere le frasi principali,

«[...] ci si procura nella moglie del principale una sostenitrice nel caso, da evitare con ogni sforzo, ma pur sempre possibile che si verificasse un errore sul lavoro oppure che la soddisfazione del principale per questa o quella ragione non fosse completa.»

che riprendono solo cinque righe di testo dopo, facendo perdere al lettore il filo logico di quanto sta leggendo. Un elemento molto positivo è invece l'edizione Mondadori che, pur avendo un prezzo abbastanza alto, presenta un'ottima qualità nel flessibile ed una traduzione recente e accurata.


NB: Libro letto nell'edizione Mondadori

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantasy
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Giugno, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Misteri irrisolti e finale al glucosio

"L'ultimo segreto" conclude la Trilogia dei sogni di Kerstin Gier, donandoci grasse risate (in senso buono, però) ed un lieto fine forse un po' troppo melenso.
Dopo le avventure natalizie di "La porta di Liv", seguiamo la protagonista durante i mesi primaverili dove il suo problema maggiore è rappresentato dallo spietato Arthur, che già aveva minacciato lei e la sorella minore Mia; ad aggiungere problemi in un quadro già denso di eventi sono il ritorno della folle Anabel, il prossimo matrimonio tra la madre di Liv Ann e il suo compagno Ernest, nonché una bugia che potrebbe incrinare la storia della nostra eroina con Henry. A mio avviso le sottotrame potevano essere ridotte (tenete conto che ho nominato solo le principali) perché alcune vanno solo ad inserire dei passaggi inconcludenti ai fini della trama e purtroppo dimenticabili; il tono sempre ironico dell'autrice salva la narrazione impendendo al lettore di cedere alla noia, ma ciò non toglie che alcune scene sembrino repliche di se stesse e la trama principale tardi molto a prendere il via.
Pur fornendo una riposta a tutti i misteri sparsi nella serie, il finale pecca di scontatezza e anche di ingenuità (cosa ci garantisce che Arthur non tenterà vie ben più concrete per scappare dalla sua prigione onirica?), oltre a mostrarci un improvviso rincretinimento della stessa Liv, atto a dare lustro alla rivalsa di altri personaggi.
Come negli altri capitoli, continuo ad apprezzare l'inventiva dell'autrice nell'ampliare sempre più il mondo dei sogni ed i poteri che rende possibile usare; allo stesso modo, premio la buona evoluzione nei rapporti interpersonali, soprattutto nelle amicizie femminili di Liv che danno un messaggio positivo per il target di riferimento.


Di seguito, vado ad analizzare (con SPOILER) i cinque motivi per i quali consiglio questa serie e i cinque per i quali invece lo sconsiglio.

PRO

1. OLIVIA "LIV" SILVER
Mi rendo conto che non dovrei far solo dei confronti, ma una delle prime cose ad avermi colpita in questa serie è il modo in cui si stacca dalla maggior parte dei cliché che trovo fastidiosi nel target YA. Uno di questi è la protagonista femminile goffa ed ingenua che cade costantemente (sia dalle nuvole per la sua tontaggine, sia in senso letterale); per fortuna, Liv non è affatto così.
Quando si trova per le mani un mistero mette in moto il cervello e cerca di trovare la soluzione, tanto da capire ben presto tutti i meccanismi della dimensione onirica, inoltre preferisce risolvere i problemi con un dialogo onesto

«[...] dopotutto avevo di meglio da fare che starmene qui come una scema ad aspettarlo. Per esempio, potevo decidermi a parlare con lui.»

piuttosto che tediare i lettori con pagine e pagine di turbe mentali. In più occasioni dimostra coraggio e determinazione, non si lascia scoraggiare tanto facilmente e diventa in poco tempo uno dei personaggi più abili a sfruttare i poteri del mondo dei sogni.

«Più mi disperavo, meno pericolosa diventavo per lui. C'era quasi riuscito. Stavo sprecando le mie energie crogiolandomi nell'autocommiserazione mentre restavo appesa impotente al muro. Invece dipendeva soltanto da me.»

Grazie alla sagacia di Liv, l'autrice riesce anche a ridicolizzare alcuni dei luoghi comuni più frequenti dei romanzi per ragazzi. A chi di noi non è capitato di leggere di un personaggio perdonato per le sue azioni solo in virtù di un passato tragico e tormentato?

«Dove saremmo finiti se chiunque avesse subito una'amara delusione si fosse trasformato automaticamente in un criminale?»

In un altra scena Liv vede una ragazza che ha cambiato drasticamente il suo abbigliamento e ci delizia con questa perla:

«Mi voleva far credere che infilandosi quell'indecente minigonna si era trasformata da maestrina a regina delle feste?»

in effetti, non di rado abbiamo protagoniste descritte come bruttine o sciape che, tolto l'apparecchio ai denti e il maglione infeltrito, diventano improvvisamente delle modelle.

2. GOOD BOYS
Altro cliché che questa serie scardina (mi rendo conto di essere ripetitiva, ma trovando questi difetti in tanti altri titoli, quando ho di fronte un libro che va oltre e propone dei modelli positivi sono quasi commossa) è quello dei cattivi ragazzi.
Spesso troviamo protagoniste femminili innamorate perse dei cosiddetti "bad boys", nonostante questi le umilino o addirittura le picchino. Lasciando da parte Arthur -che in fin dei conti è l'antagonista- i ragazzi in questa serie sono interessanti e ben scritti pur essendo a conti fatti buoni: nessuno si sente in diritto di maltrattare le ragazze o di mostrare una mascolinità tossica. Pur nei toni concessi dal target YA, si cerca anche di insegnare ai lettori come l'oggettificazione sia sbagliata.

«"Non le [a Liv] farai bere niente di alcolico e non la utilizzerai come un oggetto per ingelosire Madison. Tra l'altro..."»

La parte migliore è che questo non rende i ragazzi melensi: proprio questo mi aveva reso detestabile il protagonista maschile della duologia The Book of Ivy, mentre Henry e Grayson conservano la loro dignità senza dover gonfiare i muscoli come dei pavoni palestrati.

3. SISTEMA MAGICO
Sin dai primi capitoli di "Silver" ho trovato molto originale e ricco di dettagli il sistema magico ideato dalla Gier, che riesce anche nel difficile compito di mantenersi fedele a quanto stabilito nei volumi precedenti.
Il mondo onirico offre possibilità illimitate ad una mente creativa, inoltre sia i buoni sia i cattivi sfruttato i sogni altrui per ottenere delle informazioni riservate.

«"Potrebbe darsi che anche altri si interessino ai tuoi sogni. Sono il posto migliore per conoscere una persona, per scoprire tutte le sue debolezze e i suoi segreti."»

Ne "La porta di Liv" iniziamo anche a vedere come il sistema magico vada pian piano ad espandersi e arricchirsi; un esempio sono le porte dei sogni che cambiano aspetto:

«Collegavo i cambiamenti nella porta a quelli avvenuti in me. Avevo osservato lo stesso fenomeno anche in altre porte di questo labirinto. [...] Ero convinta che dipendesse dallo stato d'animo del proprietario.»

ma anche il controllo delle persone mentre stanno dormendo o il condizionamento perché svolgano determinate azioni a comando. Tutte idee originali e brillanti, che riescono a mantenere viva la curiosità del lettore mentre prosegue nei vari volumi.

4. ADOLESCENZA
Torniamo ancora allo scardinamento dei cliché YA, in particolare pensando agli autori (generalmente adulti) che scordano quale sia il loro target di riferimento, inserendo dei contenuti poco adatti o addirittura dannosi. La Gier non fa parte di questo gruppo, e riesce ad analizzare con buon senso vari problemi tipici dell'adolescenza, come lo stress causato da un trasloco in una nuova casa:

«Questo era il nostro sesto trasloco in otto anni, vale a dire: sei paesi diversi in quattro continenti diversi, sei volte una nuova scuola, sei volte nuove amicizie e sei volte nuovi addii.»

Altro disagio che la nostra protagonista deve affrontare è la convivenza con Ernest e la sua famiglia; se pensiamo alla freddezza di Florence e della Beocra non è difficile immaginare come si sia sentita fuori posto, quasi indesiderata.

«[...] per quanto la città mi piacesse molto e per la prima volta da tanti anni avessi a disposizione una grande camera accogliente, mi sentivo sempre un po' come un'ospite.»

Questi sono solo un paio di esempi: l'autrice riesce ad immedesimarsi davvero nelle difficoltà dei teenager, e fornisce delle soluzioni sempre condivisibili e di buon senso.

5. UMORISMO
Questo è forse un aspetto più soggettivo, ma per quanto mi riguarda questa serie ha saputo strapparmi ben più di un sorriso, tanto che in alcune scene mi stavo letteralmente sganasciando.
Ovviamente questo non è successo sempre, però voglio riportare qui un paio di esempi (comprensibili anche fuori dal contesto della storia), così potete valutare da voi se questo tipo di umorismo caustico fa al caso vostro:

«"Potrebbe anche trattarsi del mio sangue: del resto io ho deluso il dominatore piumato della notte più di voi tutti messi insieme."
Giusto. Non era riuscita a tagliarmi la gola.»

«"Allora dovresti lasciar perdere per sempre le donne e dedicarti al golf e al tuo studio."
"Proprio così" confermò Mia. "Potresti sfogare benissimo il tuo sadismo senza spezzare il cuore a nessuno."»

CONTRO

1. TITTLE-TATTLE BLOG
In alcuni brevi capitoli a parte l'autrice inserisce i post di un blog amatoriale dove si parla -anche in modo dettagliato- della vita di tutti i personaggi collegati alla Frognal Academy, ossia la scuola d'élite frequentata dalla protagonista e dai suoi fratelli.

«Lo stile e il contenuto mi ricordavano un po' le riviste illustrate che mi piaceva sfogliare [...], con la differenza che qui non si parlava di celebrità, attori e nobiltà europea, bensì di studenti e professori della Frognal Academy e delle loro famiglie.»

Il primo elemento ad avermi infastidito è stato il ricorso al body shaming come espediente comico. Lo vediamo in particolare quando si parla della studentessa Hazel Pritchard,

«Avete visto Hazel-rullo-compressore-Pritchard?
Irriconoscibile, vero? Tredici chili e mezzo di ciccia spariti.»

ma anche nel (ben più grave) caso della nuova docente di francese introdotta ne "L'ultimo segreto":

«Se mai dovesse salire su un banco, sarebbe la fine del banco. [...] un genitore che chiama la sua paffuta bambina Fatima Fatsourakis non ha pensato seriamente alle conseguenze, giusto?»

In alcuni casi Secrecy, la misteriosa blogger dietro questi post, arriva ad indagare in modo estremamente indiscreto la vita intima di studenti ed insegnanti,

«[...] da quando è tornata da Lanzarote, Mrs Lawrence vomita tutti i giorni. Inoltre è stata vista in farmacia mentre acquistava preparativi a base di acido folico: congratulazioni per la gravidanza e presumiamo che Mrs Lawrence diventerà ben presto Mrs Vanhager.»

e più che trovarlo irritante, reputo questo uno degli aspetti meno verosimili della serie perché nessuno (ragazzi, docenti, genitori spesso molto abbienti) fa nulla di concreto per fermare il blog.
Non so come funzioni a Londra, ma dalle mie parti una denuncia alla polizia postale era la prima cosa da fare, altro che contattare un esperto di informatica, cara preside Cook!

2. BELLI, RICCHI E DANNATI
Un altro elemento a cui si fatica a credere riguarda i personaggi, in particolare i giovani studenti. In generale questa serie presenta delle situazioni molto sopra le righe; ad esempio prendiamo questo passaggio che riguarda un atleta della scuola "avversaria":

«[...] su Internet era spuntato persino un forum chiamato "Odiamo Theo Ellis", dove venivano premiati i cori più originali tipo "Theo puzzone cambiati il maglione" o "Theodore Ellis capitano cagasotto".»

Questa tendenza all'esagerazione tocca i suoi vertici quanto si tratta di descrivere l'avvenenza fisica dei personaggi maschili, che spesso vediamo fare stragi metaforiche di cuori e letterali di cervelli.

«[...] era nato un fan club ufficiale con un sito Internet e figurine collezionabili da stampare. Sicuramente Persefone si era già iscritta in segreto.
Quel giorno avevo visto Arthur solo una volta, circondato da uno stuolo di ragazze che volevano da lui un autografo per le loro figurine.»

Ovviamente lo stile della Gier ci porta a ridere in questi momenti, anche perché è difficile prendere sul serio un personaggio che viene descritto così:

«[Jasper] Era ancora identico spiccicato al Ken di Barbie nella versione look-con-barba [...].»

Un'altra caratteristica rimarcata di frequente è la spropositata ricchezza dei ragazzi (o meglio, delle loro famiglie), tanto da non tenere in considerazione il valore di ciò che possiedono.

«"Lo Château Margaux del 1972, che voi tutti qui presenti vi state scolando, in Internet viene venduto a 400 sterline la bottiglia."»

Non intendo fare la perbenista, ma non è educativo minimizzare a tal punto il valore del denaro in una storia rivolta ad un pubblico anche molto giovane.

3. '800 VIBES
Questa credo sia una caratteristica ricorrente dell'autrice, che probabilmente ha una passione per l'Ottocento ma si ostina ad ambientare le sue storie nel presente. Come ovviare a questo problema? basta inserire abiti, arredi e (ben più grave) concetti degni del diciannovesimo secolo.

«"Lottie finalmente potrebbe conoscere un uomo, sistemarsi e avere dei figli suoi."
[...]
"Questa sì che è una splendida idea" disse Mia con occhi luccicanti. "Se vogliamo che Lottie sia felice, basterà trovarle un uomo."»

Ammetto che questo aspetto cede spazio con il proseguire della storia, ma anche ne "L'ultimo segreto" abbiamo il soggiorno di Mrs Honeycutt che dovrebbe risultare elegante e alla fine sembra solo angosciante... non a caso compare pure un assassino!

4. FANFICTION?
Qui parlo in particolare del primo libro, poi non ho più notato questa particolarità. In "Silver" vengono introdotti quasi tutti i personaggi principali e le loro descrizioni rasentano a tratti il livello di alcune infime fanfiction; ad esempio vediamo due estratti in cui la Gier descrive gli occhi di Grayson:

«La cosa più bella erano gli occhi, che in questa luce soffusa avevano il colore delle CARAMELLE MOU.»

«Grayson perse la sua ultima chance di fuga, fulminandomi con i suoi occhi color CARAMELLO.»

I capelli di Henry non solo da meno, tanto che vengono tratteggiati con questa metafora:

«Nemmeno Henry, i cui capelli là in fondo al sole adesso brillavano come LIQUIDO MIELE DORATO.»

Più che essere infastidita, queste descrizioni mi hanno fatta ridere ed alzare gli occhi al cielo perché sembrano uscite paro paro da una vecchia fanfic dramione. E dico vecchia perché da anni non bazzico nel settore, quindi non so se nel frattempo la situazione sia migliorata.

5. EDIZIONE
E in ultimo non potevo che lagnarmi anche delle edizioni italiane ad opera di Corbaccio, per due motivi specifici.
Il primo riguarda i titoli. Anche in originale era facile confondersi perché cambia soltanto il numero del volume (erste, zweite e dritte), ma almeno le cover molto diverse tra loro aiutano a non confondersi; in Italia abbiamo tre copertine estremamente simili, inoltre la casa editrice ha avuto la geniale idea di cambiare il titolo del primo libro tra un'edizione e l'altra. Nel dettaglio: la mia "vecchia" edizione ha solo "Silver" come titolo, mentre in quella più recente è stato aggiunto il sottotitolo (se così possiamo definirlo) "Il libro dei sogni", forse nella speranza che qualche lettore distratto compri due volte lo stesso libro per sbaglio.
La mia seconda lamentela riguarda le copertine, anche in questo caso trasformate per magia nella nuova edizione pubblicata dal 2014 in poi e tutt'ora disponibile (mentre i vecchi volumi sono fuori catalogo). Le nuove cover hanno infatti cambiato il tono generale dell'illustrazione, eliminando il verde smeraldo in favore di una banale sfumatura grigia, ma ancor peggio hanno cancellato le porte che la modella di spalle sembrava in procinto di attraversare.
Ora, sia tutti concordi che in nessuno dei due casi il libro viene rappresentato in modo fedele, ma togliere la porta -solo elemento davvero attinente al mondo onirico della storia- mi sembra davvero un'infelice scelta editoriale.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
Narrativa per ragazzi
 
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    18 Giugno, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Storia di Jack "il Drama" King

"Opposite of Always" è un romanzo in bilico tra il genere romance ed il romanzo di formazione, con l'aggiunta di una sottotrama fantascientifica data dal loop temporale in cui il protagonista si trova bloccato. Questi viaggi nel tempo sono il punto più interessante della trama promessa in quarta di copertina -che impiega circa 140 pagine per ingranare- ed essendo sbandierati già nella sinossi, credo si possa parlarne senza reputarli uno spoiler.
Saltando il primo capitolo di foreshadowing, la storia comincia nello stesso modo in cui iniziano tutte le linee temporali presenti da lì in poi: seduto sui gradini di una casa in cui si sta svolgendo una festa, il liceale Jack King si imbatte in Kate, al suo primo anno di studi nel college che anche lui andrà a frequentare di lì a poco. Inizia così la loro relazione che, tra alti e bassi, andrà avanti per quattro mesi (e non sei, come afferma erroneamente la sinossi!) quando la morte improvvisa di Kate fa partire i loop temporali che costringono Jack a rivivere questo periodo della sua vita, scegliendo ogni volta di comportarsi in modo diverso.
La trama ha uno sviluppo decisamente prevedibile, per cui l'attenzione del lettore viene attirata soprattutto dalle tematiche scelte dall'autore (ne parliamo tra poco) e dai personaggi. Devo dire che, viste le premesse, mi sarei aspettata un cast decisamente più numeroso, ma Reynolds ha preferito focalizzarsi su un gruppo piccolo e ben caratterizzato; purtroppo, il problema è il protagonista.
Non so quante volte, durante la lettura, ho pregato perché questa fosse la storia di Francisco "Franny" o di Jillian (troppo poco sfruttata, a mio parere) anziché quella della lagna-umana Jack! Sin dai primi capitoli, Jack si rivolge direttamente al lettore e lo rende partecipe della mediocrità della sua vita,

«It's a virtual shrine to Nice Try, or as I like to call it, 'Jack's Stupefying Museum of Almost Was but Never Will Be'.[...]»

Simpatizzare con lui sarebbe più facile se fosse davvero una persona in difficoltà, anziché un ragazzo in piena salute, circondato dall'affetto di genitori e amici. Il paradosso arriva quando lui sfrutta questa costante autocommiserazione come arma di conquista e Kate si innamora di lui!

«I am not popular, but I am not unpopular. I am squarely in the middle.»

Oltre al personaggio di Jack, sono stata delusa anche dalla sua relazione con Kate; innanzitutto non mi aspettavo fosse una parte così soverchiante nel romanzo, inoltre si vanno a ricalcare un paio dei peggiori tropi del genere romance. Infatti, durante la prima linea temporale, Jack afferma di essere innamorato da anni di Jillian ma appena incontra Kate lei diventa la sua nuova ossessione, tanto da fare pensieri come questo:

«[...] I think to myself, Where did this Kate come from? And how can I keep her around?»

Dal canto suo, Kate si rende protagonista di un altro cliché irritante: la non-comunicazione nella coppia, ossia il tacere qualche informazione importante all'altro al solo scopo di rendere più lento e angst (termine tanto caro alle lettrici USA di romance) lo sviluppo della storia d'amore.

«"This was a mistake. I can't be with you. Not the way you want. I'm sorry, Jack. I shouldn't have come. You should just forget me, okay? Just forget me."»

Irritante anche la scelta di dipingere i genitori di Jack come i personaggi di una sit-com, con tanto di battutine che strizzano l'occhio al lettore nella speranza di risultare divertenti. Ma ora passiamo agli aspetti positivi, ossia i temi che il romanzo affronta.
Premetto che, a mio avviso, Reynolds avrebbe potuto fare una cernita perché le tematiche scelte (malattie genetiche, razzismo, relazioni affettive) non vengono trattate tutte con la stessa attenzione. Lo spazio maggiore se lo guadagna la riflessione sulle difficoltà nei rapporti, in particolare con i genitori

«[Jillian] snickers. "Parents assure you that they're only running away from each other, that they're not leaving you. They swear nothing will change. But eventually everything does."»

e con gli amici più cari, del cui affetto il protagonista diventa sempre più bravo ad apprezzare il valore.
Ben inserita, seppur marginale, è anche la tematica del razzismo. Il cast composto interamente da personaggi di colore (afroamericani e latini, principalmente) e l'ambientazione negli Stati Uniti dei giorni nostri permettono di dare il giusto peso ad un argomento decisamente delicato. In un Paese dove il colore della pelle basta per etichettarti come delinquente,

«You're the problem, and people like you, the owner shouted. Now get out of my store!»

e, spesso, a farti finire una pallottola in corpo per gentile concessione di un cittadino troppo zelante nella sua attenzione all'ordine pubblico, l'autore mette il lettore di fronte a questa atroce realtà senza inutili strepiti, chiedendogli semplicemente di prenderne coscienza.


NB: Libro letto in lingua originale

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
40
Segnala questa recensione ad un moderatore
500 risultati - visualizzati 251 - 300 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

Le recensioni delle più recenti novità editoriali

Identità sconosciuta
Valutazione Utenti
 
3.3 (1)
Incastrati
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Chimere
Valutazione Utenti
 
3.5 (1)
Tatà
Valutazione Utenti
 
3.0 (2)
Quando ormai era tardi
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Intermezzo
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Il carnevale di Nizza e altri racconti
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
La fame del Cigno
Valutazione Utenti
 
4.8 (2)
L'innocenza dell'iguana
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Long Island
Valutazione Utenti
 
3.0 (1)
Volver. Ritorno per il commissario Ricciardi
Valutazione Utenti
 
4.1 (2)
Assassinio a Central Park
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Identità sconosciuta
Valutazione Utenti
 
3.3 (1)
Incastrati
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Chimere
Valutazione Utenti
 
3.5 (1)
Tatà
Valutazione Utenti
 
3.0 (2)
Quando ormai era tardi
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Intermezzo
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Il carnevale di Nizza e altri racconti
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
La fame del Cigno
Valutazione Utenti
 
4.8 (2)
L'innocenza dell'iguana
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Long Island
Valutazione Utenti
 
3.0 (1)
Volver. Ritorno per il commissario Ricciardi
Valutazione Utenti
 
4.1 (2)
Assassinio a Central Park
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)

Altri contenuti interessanti su QLibri

L'antico amore
Fatal intrusion
Il grande Bob
Orbital
La catastrofica visita allo zoo
Poveri cristi
Se parli muori
Il successore
Le verità spezzate
Noi due ci apparteniamo
Il carnevale di Nizza e altri racconti
Delitto in cielo
Long Island
Corteo
L'anniversario
La fame del Cigno