Opinione scritta da Antonella76
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Geniale e disgustoso
Ho snobbato questo libro per anni...non so perché...non mi "chiamava"!
Invece è stata una lettura interessante, direi...curiosa.
C'è stato chi ha definito questo libro "geniale", chi "disgustoso"...io credo sia entrambe le cose.
L'autore descrive, con una scrittura impeccabile, una società in degrado, una Francia di metà '700 in cui regna sovrana l'anaffettività, il tornaconto personale, la mancanza di qualsiasi sentimento positivo...e Grenouille (Il protagonista) non è altro che il prodotto esemplare di un simile ambiente, ma non per questo fa tenerezza...anzi!!!
Durante la lettura non sono stata tanto affascinata dalle descrizioni dettagliate dei profumi e quant'altro, ma mi incuriosivano le gesta di questa inquietante "anima nera".
Inquietante proprio perché "innocentemente diabolico"...sì perché lui è inconsapevole delle mostruosità che compie, è incurante del mondo circostante e totalmente privo di una benché minima moralità.
Il libro mi ha suscitato sentimenti contrastanti...ilarità...per l'assurdità della storia (ma qui, in fondo, risiede anche il genio di Suskind) e disgusto feroce per ciò che si racconta.
Non annovero questa lettura tra le mie preferite, ma ammetto sia stata accattivante.
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Torbido McEwan...
Sono senza parole, leggermente spaesata e un tantino sconvolta da questa storia.
Non credo di aver compreso fino in fondo le dinamiche psicologiche che costituiscono la base del racconto...ma una cosa mi è chiara: McEwan ha saputo incollarmi alle pagine con una scrittura molto bella, piacevolmente descrittiva (ed io non amo le descrizioni) ed ermetica dal punto di vista emozionale e psicologico.
Tutto è appena accennato, leggermente abbozzato...ma questo, invece che demotivarmi, mi spingeva ancora di più a leggere.
Atmosfere noir in un luogo non ben identificato (forse Venezia), 4 personaggi molto particolari che non si fa in tempo a conoscere bene, epilogo che ti lascia l'amaro in bocca e un senso generale di stordimento...
Solo 134 pagine...molto accattivanti, ma farei volentieri un paio di domande all'autore...
Ottimo McEwan...inquietante, ammaliante e torbido come piace a me.
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Portatemi Ludo!
E' la storia di Ludo...figlio di uno strupro collettivo, odiato da sua madre e dai nonni...alla disperata ricerca del suo posto nel mondo.
Ho appena finito di leggere questo libro e ho il cuore in subbuglio, mi manca il fiato e un nodo mi serra la gola!
Che libro meravigliosamente doloroso...
Come si può amare così tanto una persona che ci odia?
Ma allo stesso tempo...è possibile amare il frutto di una violenza?
Io non so rispondere a nessuna delle due domande...ma ho sofferto maledettamente per Ludo, per il suo amore negato...per il suo "non appartenere a nessuno", per il conto salatissimo che ha dovuto pagare per colpe non sue.
Ne consiglio la lettura...ma solo se non si ha paura di vedere il proprio cuore sbriciolarsi in mille piccolissimi frammenti!!!
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Aspettando la tragedia...
Premetto che io sono particolarmente sensibile alle storie che vedono come protagonisti i bambini, mi coinvolgono e mi mettono in uno stato di "agitazione" non indifferente, ma in senso buono...nel senso che quando un libro mi suscita queste sensazioni vuol dire che ha fatto breccia nel mio cuore.
In questo libro viene raccontata una storia toccante ed intensa...in cui aleggia costante una sorta di "angosciosa attesa" della tragedia che incombe.
Nicolas è un bambino fragile, insicuro, che vive sogni popolati da incubi...e, come tutti i bambini, tende a "inventare storie"...ma questa volta la realtà ha superato la fantasia e si è "servita" delle sue storie apparentemente senza senso.
Un noir diverso dal solito...acuto, sensibile, profondo, ricco di riflessioni.
Sei portato a guardare tutto con gli occhi del bambino, a portarti addosso il suo disagio, il suo malessere, incapace di dargli un nome, un volto, ma percependo "il male" che opera indisturbato intorno a lui.
Carrère non si smentisce mai.
Sempre un gran bel leggere.
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Ti rivoglio. Ti rivoglio indietro. Adesso!
Iniziamo subito col dire che ho una bambina di 3 anni, e che la porto spesso con me, al supermercato, a fare la spesa...
È sufficiente a chiarire lo stato d'animo con cui ho letto questo libro?
O devo spiegarvi che non esiste incubo peggiore per un genitore se non quello di voltarsi e non trovare più il proprio figlio/a accanto?
È ciò che succede al nostro protagonista, alla cassa di un supermercato, pochi secondi e Kate, la sua bambina di 3 anni, non c'è più.
McEwan non è uno strappalacrime, non punta a farti commuovere, no, lui vuole solo portare in superficie le parti più remote, più nascoste dell'animo umano, ma leggendo tra le righe si può trovare tutta la disperazione di un uomo finito, che tre anni dopo, il giorno del compleanno della figlioletta perduta, le intona un "Tanti Auguri" in una ricetrasmittente di un walkie talkie che le ha comprato come regalo, insieme ad altri 15 pacchi...per sfidare il destino, per dimostrare che lui ci crede ancora, per farsi ancora più male...
"Ricordarla diventava sempre più difficile.
Kate stava sbiadendo, mentre il suo amore inutile per lei gonfiava strozzandolo e sfigurandolo come un gozzo.
Pensò: ti rivoglio. Ti rivoglio indietro. Voglio che ti riportino adesso. Non voglio nient'altro.
Divenne una specie di incantesimo...finché tutto quanto non si ridusse, in termini verbali, a due sole parole: Sto male."
Ma il libro non è solo questo, non è soltanto l'elaborazione di una perdita che non conosce consolazione, che chiede risposte...è anche la conseguente disgregazione del rapporto d'amore tra due genitori "spezzati" da una mancanza troppo "presente".
Che non riescono più a trovarsi, che perseguono il loro dolore percorrendo strade differenti, pur amandosi ancora...perché non esiste un modo "giusto" di soffrire, né lo si può imporre all'altro.
Ma soprattutto questo è un romanzo sul tempo, sul tempo che si ferma, che si dilata, che rallenta, che si riavvolge e ritorna...(a dispetto dell'immagine di una bambina che avrà sempre 3 anni, cristallizzata nel tempo della loro memoria).
Un libro difficile, che alterna brani di una profondità ed intensità notevolissime ad altri, di taglio politico/sociale, notevolmente noiosi (a mio parere).
Un finale bellissimo, forse non proprio sorprendente, ma dolce e struggente, pieno di luce.
Un McEwan diverso dai precedenti da me letti ("Cortesie per gli ospiti" e "Il giardino di cemento"), meno torbido, meno inquietante, ma sempre grande esploratore della nostra parte più buia.
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Desideri simmetrici...amicizie eterne.
Un libro sull'amicizia maschile, quella vera, che dura nei decenni e sopravvive a tutto: al tempo, alla lontananza, al militare, alle donne, ai lutti, alle crisi mistiche, ai tradimenti...
Siamo in Israele e quattro amici, durante la finale dei Mondiali di calcio, scrivono su dei bigliettini 3 desideri che vorrebbero vedere realizzati entro I successivi Mondiali.
In questi 4 anni succederanno tante cose...nessuno di loro sembra riuscire nei propri intenti, ma...il loro legame così profondo riesce a riequilibrare I loro sogni in un modo assolutamente sorprendente!
Scritto bene, scorrevole e profondo...forse qualche salto temporale fatto in modo un po' brutale, ma di sicuro una buona lettura.
Finale aperto, che però non disturba.
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Quella simpatica canaglia di Cesare...
La forza di questo libro è lui...Cesare!
Lui fa di tutto per risultare antipatico, burbero, cinico e sociopatico, ma niente...non puoi fare a meno di adorarlo.
Pessimo marito, padre emotivamente assente, amante egoista, vicino di casa asociale, nonno anaffettivo...eppure eppure...
In realtà Cesare è un uomo che ha paura di mostrarsi per quello che è: una bella persona, piena di colpe e di difetti sí, ma consapevole di averne.
E non è poco.
Marone dà voce alla vecchiaia, e lo fa con il sorriso, ironizzando su quelle che sono le peculiarità di questa fase della vita (ad arrivarci!!!), senza però dimenticarsi di disseminare il romanzo con tante piccole perle, anche commoventi.
"Chissà se un domani anch'io tornerò in superficie grazie a un movimento, un'espressione, un sorriso di mia figlia.
E chissà di chi saranno gli occhi che se ne accorgeranno."
Mi piace pensare di poter arrivare anch'io a 77 anni con la consapevolezza di tutti i miei sbagli, ma soprattutto con la certezza di non aver più nulla da perdere e, di conseguenza, di non voler più perdere nemmeno un secondo della vita a fare quello che non mi va di fare.
Salvo poi trovarmi davanti agli occhi gli occhi di chi amo...e riscoprirmi disposta a dimenticarmi "di me"...
Scrittura semplice, limpida e godibilissima.
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Quel labile confine tra vittima e carnefice...
La Rattaro, che già conosco e stimo molto (per "Un uso qualunque di te" e "Non volare via"), qui mi ha colpito e affondato con una storia a piu voci...una più vibrante dell'altra.
Abbiamo una "vittima", un "carnefice", la "madre della vittima" e la "madre del carnefice"...ma in realtà sono molte più di quattro...e il confine tra gli uni e gli altri non è poi così netto.
Le varie tragedie sono già state consumate e a noi non rimane altro che ascoltare queste voci spezzate, rotte dal dolore, che si raccontano, si confessano in tutto il loro strazio, le loro debolezze, la rabbia, l'inadeguatezza e i sensi di colpa.
Le figure delle madri sono le vere protagoniste ed anche quelle che mi hanno messo piu a dura prova, perché ci sono dolori e tormenti troppo pesanti da portare, da ambo le parti.
"Dietro un cuore colpevole ce n'è sempre almeno un altro che di quella colpa si trascina dietro la vergogna".
Perché un figlio non si perde solo quando muore...
Perché le lacrime di una madre sono sempre le stesse, identiche, indipendentemente dalla sedia su cui ci si trova sedute...
Ma è vero anche che, talvolta, le madri possono essere dei mostri...bellissimi, ma pur sempre mostri.
Un libro forte, potente...in cui la scrittrice ci spiazza, confonde un po' le acque, gioca sul labile confine che separa vittime e carnefici...per poi chiarirci le idee, alla fine, regalandoci un punto di vista insolito, che non siamo abituati a considerare.
Questa lettura è stata, per me, la riconferma di una voce (letteraria) che sa parlarmi con grande intensità, sottolineando con mano sicura tutte le debolezze e le imperfezioni che ci contraddistinguono, nonostante la nostra continua ricerca di approvazione, senza però privarci mai di quello spiraglio di luce che ci spinge a continuare, ad andare avanti.
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L'incomunicabilità...tra ironia e profondità.
Che piacevole lettura!
Marsullo, con una scrittura leggera, scanzonata e divertente, riesce a trattare un argomento che poi tanto divertente non è.
Attraverso la sua amara ironia si leggono tutte le difficoltà di comunicazione tra genitori e figli, magari unici, di genitori separati.
"Il silenzio è la peggiore arma di distruzione (familiare) di massa mai inventata".
Quel "non aver niente da dirsi"...quel "non riconoscersi nei pensieri", in contrapposizione ad una somiglianza fisica notevole, scava dentro l'animo di un figlio peggio di una trivella.
Perché spesso si può dividere del tempo con qualcuno senza condividere se stessi...e non c'è peggior solitudine di questa.
"Ci sono giorni interi, papà, che non mi manchi. Altri in cui mi capita di non pensarti. Non c'è mai un consiglio che vorrei chiederti. Non ti ho chiesto di insegnarmi a farmi la barba. Non ti ho cercato la prima volta che ho fatto l'amore con una ragazza. Per dirtelo. Per sentirmi uguale a te. È questo, il guaio. Che non mi ci sento, uguale a te."
Ma per fortuna si cresce lo stesso...nonostante i silenzi, le mancanze e le fragilità umane da cui i genitori non sono immuni.
E Marsullo è bravissimo ad alternare momenti di grande ilarità e umorismo, in cui ridi di gusto, ad altri in cui non puoi fare a meno di soffermarti e riflettere e che, sempre con grande leggerezza, toccano punti sensibili, anche per chi non vive questo tipo di situazione.
Sì perché, alla fine, nei personaggi e nelle situazioni descritte, c'è molto di noi (tutti) e delle nostre piccole miserie quotidiane.
Il libro è autobiografico...e lo si evince da alcuni brani particolarmente "sentiti".
Ottimo libro "cuscinetto"...per quando si ha bisogno di intervallare letture più impegnative, senza perdere in qualità, gusto e piacevolezza.
Mi ha convinto.
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Due occhi nuovi...per guardare il mondo!
Mi risulta davvero difficile parlare di questo libro senza perdermi in mille pensieri, così come è stato difficile leggerlo...e non per "come" è scritto, ma per quello che racconta.
Racconta di due vite rubate al mondo...
E lo fa attraverso la voce di un bambino di 5 anni, Jack, il cui mondo è tutto chiuso in una stanza. Da sempre.
Fin dalle prime pagine percepisci l'orrore che si cela sotto le abitudini e i giochi inventati di un bambino e della sua mamma, ti arriva forte e chiaro l'amore e la disperazione di lei, e l'innocenza di lui, che ha conosciuto sempre e solo quella vita e non desidera altro.
Solo Stanza, Letto, Armadio, Vasca, Tavolo, Tappeto, Lucernario...perfino "Old Nick", senza il quale, paradossalmente, non potrebbero sopravvivere.
Gli oggetti vengono chiamati con i loro nomi, senza articolo, in maiuscolo, come fossero degli esseri umani aventi vita e sentimenti, perché costituiscono "gli amici" di Jack, la sua famiglia, il suo tutto.
E Jack ha paura di tutto ciò che è "altro da loro".
Il "fuori", il "cosmo"..."le persone vere".
Fuori è tutto scombinato: la cognizione del tempo, i rumori, la luce, il cibo, gli occhi delle persone che ti guardano...anche la mamma non sembra più lei.
In fondo a lui Stanza piaceva, aveva tutto ciò di cui aveva bisogno, aveva Ma'...e non serviva altro: era l'universo che Ma' aveva creato per lui, per proteggerlo dalle sue privazioni, per dargli una parvenza di esistenza, di normalità...quella che è stata loro negata per sette lunghissimi anni.
Anni di prigionia e di abusi sessuali per Ma'.
Ma questo lui non poteva saperlo.
Ma' lo faceva dormire dentro Armadio proprio per quello.
Per non vedere.
Per non sapere.
Il pregio di questo romanzo (che per certi aspetti può rappresentare anche il suo limite) è la scelta del punto di vista: tutto è filtrato attraverso gli occhi di un cinquenne, e neanche un cinquenne "qualunque", ma un bambino nato e vissuto "in cattività", che si ritrova ad affrontare un universo a cui non è stato preparato, che non conosce e in cui non si riconosce, di conseguenza ci fornisce un punto di vista "semplificato" dell'essere prigionieri, un po' scevro da emozioni, dalla profondità che un argomento del genere potrebbe pretendere, ma in compenso ci regala una visione completamente libera da ogni contaminazione, oserei dire "vergine" dalle brutture del mondo pur essendo figlia della peggiore di esse.
Questo libro ci regala due "occhi nuovi"...per guardare il mondo.
Dolce e struggente, senza essere patetico.
...Anzi, questo romanzo è "dolcente", perché da oggi, il gioco delle parole sandwich, lo voglio fare anch'io! (Jack nel cuore! ?)
- "Perché noi non apparteniamo a lui."
- "Giusto, sai a chi appartieni Jack?"
- "Si-i"
- "A te stesso"
Si sbaglia, io appartengo a Ma'."
(E ora non mi resta che vedere il film "Room".)
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Guerrieri...mon amour.
Non è un segreto, Carofiglio, per me, è come un balsamo.
Un porto sicuro in cui approdare quando voglio coccolarmi.
La sua scrittura, le sue storie, i suoi personaggi, hanno sapore di casa, di consolazione.
Mi piace molto il personaggio dell'avvocato Guerrieri, mi piace la sua fragilità, la sua vena malinconica, il suo sentirsi spesso socialmente inadeguato e la sua ironia dolceamara.
Conosco i suoi dubbi, le sue incertezze, e mi ci riconosco.
E poi adoro seguirlo per le strade della sua Bari notturna, silenziosa e custode di tutti i pensieri tormentati delle sue notti insonni.
In questo romanzo Carofiglio affronta temi particolarmente scottanti e attuali: la violenza sulle donne, lo stalking e l'abuso sui minori consumato fra le mura domestiche.
Direte..."niente di nuovo"...già, tutto abbondantemente affrontato in letteratura, ma Carofiglio lo fa in punta di piedi, senza pretesa di scavo psicologico da grande conoscitore dell'animo umano, ma con gli occhi di chi si imbatte in queste realtà senza esserne preparato, e quindi ne accusa il colpo e lo sgomento in maniera del tutto genuina.
L'identificazione, quindi, è immediata. L' emozione anche.
Alcune pagine sono davvero toccanti.
Ho trovato un giusto dosaggio ed equilibrio tra terminologia tecnico processuale, suspance e introspezione.
Tutto è comprensibile, anche per chi, come me, non è avvocato e non "mastica" il mestiere.
È un giallo giudiziario che, oltre alla trama principale, vive di tante sotto-storie capaci di rapire il lettore, di farlo sentire piacevolmente "dentro" le pagine, complice anche la qualità della colonna sonora che Carofiglio non manca mai di regalarci, i continui rimandi alla buona letteratura (su tutti "Le notti bianche"), all'arte (Hopper)...
In questo libro, poi, ci sono delle "chicche" sulle arti marziali, come la leggenda del salice piangente e il principio della cedevolezza, che chi come me pratica Ju-jitsu da oltre vent'anni, non può non apprezzare grandemente.
"Quando mi sveglio penso sempre proprio questo. Potevo essere tante cose che non saranno, perché non ho avuto il coraggio di provarci. Allora apro – o chiudo? – gli occhi, mi alzo e vado incontro alla mia giornata".
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Il vicequestore più desiderato d'Italia...
Manzini, con il suo vicequestore cinico ed affascinante, riesce sempre a "sciacquarmi il cervello", divertendomi, coinvolgendomi e intrigandomi.
Ho divorato i quattro romanzi che lo vedono protagonista...e non potevo perdermi questi racconti, appartenenti alle varie raccolte "in giallo" di Sellerio, riuniti in un unico libro.
Qui ho avuto la possibilità di conoscere Rocco Schiavone prima del trasferimento punitivo ad Aosta, (e quindi prima di "Pista nera") quando ancora lavorava al commissariato Cristoforo Colombo di Roma.
Rocco è così...ti conquista con i suoi modi sgarbati, la sua ruvidezza, il suo essere politicamente scorretto (eppure, in qualche modo, con una fortissima "integrità"), e poi ti fa innamorare non appena si chiude dentro casa...e dialoga con la sua Marina.
Quello di Schiavone è tutto un mondo da scoprire...
Comunque preferisco leggere di Rocco in versione romanzo...lì trova più spazio e respiro la storia personale del vicequestore (ed è la parte che prediligo).
In ogni caso l'effetto "dipendenza" si è ripetuto.
È una droga.
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L'uomo senza ombra...
Un grande Simenon...
Era da tempo che rimandavo la lettura di questo libro, senza un vero motivo, senza sapere che nulla accade per caso, senza sapere che il momento giusto per leggerlo era "adesso"...perché la "me" di qualche anno fa non avrebbe potuto capire, non avrebbe potuto apprezzare, non avrebbe potuto cogliere quanto di profondo c'è in questo romanzo.
Il flusso di coscienza da parte di un uomo impreparato all'amore, incapace di gestirlo perché per troppo tempo abituato ad essere ciò che gli veniva chiesto di essere, senza riconoscersi in quel ruolo, senza provare amore.
Il nostro uomo ha una moglie, due figlie, avventure senza importanza, una madre, una casa confortevole, un lavoro da medico, ma ha perso la propria "ombra"...
Come ci si sente ad essere privati della propria ombra quando tutti intorno a te ne hanno una?
E cosa succede se un giorno, per caso, quell'ombra ritorna nelle sembianze di una donna?
Succede che quando pensa di averla ritrovata, è così felice, stordito, da divenire ebbro di un sentimento che non sa maneggiare, e per la troppa paura di perderla inizia a perdere il contatto con la realtà, il senso delle cose, della misura, la gelosia lo divora...e l'amore diventa ossessione, malattia.
Vuole possedere non solo la sua persona, ma anche il suo passato, la sua infanzia...e non riesce ad accettare niente di quello che c'è stato prima di lui.
E i fantasmi lo inseguono ovunque...la "lei" che era prima d'incontrarlo lo acceca, lo tormenta...
Martine è una donna/bambina, con con voragini di "non amore" nel suo passato che cerca di colmare con cocktail, sigarette e uomini sbagliati, con il ventre "squarciato" fino all'ombelico.
Lei è la sua ombra ritrovata.
Con questa lunga lettera destinata al giudice del processo che lo vede imputato, il protagonista, Charles, ci parla di sé, della sua vita, del suo passato, dei suoi tormenti interiori, ma non cerca discolpa, niente giustificazioni, anzi...cerca di farci capire le sue motivazioni, rivendica la sua sanità mentale, il suo diritto ad esprimere con le parole...tutta la sua miseria.
Perché di questo si tratta.
"Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto.
Abbiamo fatto tutto quello che potevamo.
Abbiamo voluto l’amore nella sua totalità."
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Un amante...meno graffiante.
Qualche giorno fa ho letto "L'amante" della Duras e ne sono stata profondamente colpita, mi ha avvolto e coinvolto in questo amore difficile e tormentato tra lei, la Duras, ragazzina quindicenne, francese e povera, e un ricco cinese di 27 anni, già destinato ad un'altra donna.
Una volta finito il libro avevo ancora voglia di rimanere lì, in Indocina (anni '30), in quella garconnière dove erano soliti incontrarsi, amarsi, piangersi, struggersi...così ho deciso di leggere anche questo libro "L'amante della Cina del Nord" che racconta la stessa storia, passando però dalla prima alla terza persona e che fu un po' la risposta della Duras al regista (Annaud) che girò il film tratto da "L'amante" e da cui lei prese le distanze, trovandolo troppo diverso dalla vera storia, considerandola stravolta, a cominciare dalla scelta degli attori, a suo parere, troppo belli.
Questo romanzo è sempre un gran bel leggere, qui si entra maggiormente nei dettagli, la storia è amplificata, ci sono dei lunghi dialoghi, si approfondisce il rapporto quasi morboso che Marguerite aveva con il fratello minore, ma anche quello con l'amica Helene Lagonelle non propriamente "innocente", e con il "boy" Thanh, suo primo amore...che nel primo libro vengono appena accennati.
Ma...ma...ma...io ho preferito "L'amante". Molto.
Qui mi è mancata la vibrazione della prima persona, lo struggersi nel ricordo di un amore, la sorda sofferenza per la madre...è come se il voler approfondire ed arricchire la storia abbia avuto, invece, il risultato di "diluirla" (anche a causa delle troppo lacrime fatte versare da tutti i personaggi), di farle perdere potenza.
Il primo romanzo è più confuso, più frammentato, ma è proprio in quella confusione che io ho percepito il dolore vero, è proprio da quei frammenti che ho visto sgorgare il sangue.
Personalmente consiglio la lettura di questo secondo romanzo solo a chi ha già letto e amato "L'amante", come approfondimento, come ampliamento, pur riconoscendo che questo testo è più semplice, meno singhiozzante...ma nell'altro ci si "graffia" meglio.
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La mal'aria uccide molto di più della malaria!
...Dove si vive con difficoltà, si muore con molta facilità.
...Ed è necessario che qualcuno muoia, affinché gli altri vivano.
...Perché la "mal'aria" uccide molto di più della malaria.
Ho appena girato l'ultima pagina del romanzo e non so davvero quali parole usare per dire quanto questo libro mi abbia fatto male e lasciato addosso una rabbia e un furore senza fine.
Una storia crudele, nera, piena di malvagità...
Ma il finale, il finale è ciò che veramente ti uccide dentro.
Siamo in Italia, nel 1925, e Carlo Rambelli, ispettore del Ministero della Sanità di Roma, riceve l'incarico di indagare su una sospetta ed eccessiva mortalità infantile nella provincia di Ravenna...perché "LUI in persona" vuole vederci chiaro.
Qui ci imbattiamo in risaie, zone paludose, nebbia, zanzare, febbre, malaria, fattucchiere, bambini che parlano con i morti...interi paesini abitati da uomini, donne e bambini costretti a vivere e lavorare in condizioni indecenti (anche per l'epoca).
Ma soprattutto ci imbattiamo nelle superstizioni che si tramandano di generezione in generazione, nell'ignoranza, nella paura della povera gente che non ha i mezzi per combattere i soprusi di chi esercita il potere.
Per chi ci credeva c'era la "borda", entità, presenza malvagia della palude che si cibava di anime innocenti ed era pronta a contagiare tutto e tutti con il suo alito infetto...per chi non ci credeva, invece, c'era solo l'arroganza, la cattiveria e la crudeltà di pochi uomini con l'anima sporca, sudicia, nera...come il colore della camicia che portavano addosso con tanta fierezza.
Non sono una sostenitrice dell' "happy ending" per carità, ma questo romanzo noir, gotico rurale, ti toglie davvero ogni speranza.
Non conoscevo Eraldo Baldini...
Adesso so quanto sia capace di farmi soffrire e continuerò a leggerlo (eccome se lo farò), ma con la consapevolezza di ricevere pugni nello stomaco di una certa portata.
Stavolta ero indifesa...
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Quattro donne...a pezzi.
Quattro donne.
Quattro colleghe.
Quattro vite messe a dura prova.
Quattro anime insoddisfatte alla ricerca di una via di fuga, di riscatto.
Yaoyoi, Masako, Yoshie e Kuniko "sono" tante cose...ma casalinghe proprio no.
Non lo sono.
Il titolo è fuorviante, il termine "casalinghe" è utilizzato impropriamente per indicare una posizione sociale di inferiorità, di sottomissione al potere maschile, di silenziosa frustrazione nei confronti di una società che non permette la realizzazione lavorativa di una donna.
Le protagoniste di questo romanzo non sono amiche, non nel senso comune che diamo a questa parola, e tutto quello che faranno l'una per l'altra non sarà espressione di solidarietà, amicizia, empatia, sentimento...sarà soltanto l'occasione per cambiare le loro tristi esistenze, fatte di incomunicabilità familiare, ingratitudine filiare, assistenze forzate, possibilità economiche ristrettissime ai limiti della sopravvivenza, rifiuto della realtà con conseguente alterazione della percezione personale.
Con questi ingredienti la Kirino ci prepara un piatto, a mio parere, delizioso, raffinatissimo, saporito e stuzzicante...per quanto a tratti indigesto.
Una scrittura chirurgica, che indaga, scava, analizza, viviseziona (e non in senso metaforico a volte) ogni aspetto di tutti i personaggi, di tutte le situazioni, non lesina sui particolari, ma non tedia con inutili descrizioni.
Tutto è funzionale, e tutto funziona.
Un intreccio impeccabile, costruito con un ritmo pacato, ma incalzante.
Non ci sono colpi di scena, ritmi frenetici, situazioni adrenaliniche, ma non puoi fare a meno di sentirti coinvolto dalla storia, dai personaggi, perché l'autrice ti fa entrare nella loro "testa".
Ed è proprio grazie a questo grande lavoro di introspezione psicologica che si viene a stemperare l'aspetto trucido, violento e macabro della storia.
Ma quanto può essere alto il prezzo da pagare per riscattare una vita di rinunce, priva di affetti, dove anche la dignità è calpestata?
Quanto può essere profonda quella parte "nera" che inconsapevolmente celiamo dentro di noi?
Ma una volta aperto il coperchio delle tenebre interiori, non c'è più possibilità di ritorno...c'è solo l'inferno ad attenderti.
Irrimediabilmente.
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...fare l'amore con la testa...
Un treno. Una donna. Un giornale con un inserto.
Questi sono i tre ingredienti che danno vita a questo racconto molto sensuale, provocatorio ed intrigante.
E direi anche molto molto esplicito.
Si tratta di una sorta di lettera erotica che uno scrittore (Carrère appunto) pubblica su un noto giornale francese (Le Monde), destinata alla sua donna, che quel giorno, in quel momento, si dovrebbe trovare su un treno che la porterà da lui.
Ovviamente tutto si basa sulla fantasia, sulla capacità di immaginazione, sul sottile piacere di un leggero voyeurismo, ma più di ogni cosa su una grande complicità fra due persone che sanno fare l'amore soprattutto con la testa.
È un gioco mentale.
È un gioco che, partendo da un'unica destinataria, estende poi il suo contenuto e il suo messaggio a tutte le donne (ma anche uomini) che si ritrovano a leggere quelle pagine.
Perché questo racconto è stato davvero pubblicato su Le Monde il 20 Luglio del 2002!
E chi lo ha letto quel giorno ne ha poi tratto quel che aveva voglia di trarne, lo ha adattato alla propria vita, alla propria situazione amorosa...
E qui entra in gioco, a parer mio, il titolo originale del racconto "L'usage du Monde", l'uso del mondo, che trovo molto molto simbolico, a partire dal gioco di parole con il titolo del giornale su cui è stato pubblicato.
Ma non è detto che le regole di un gioco debbano necessariamente essere rispettate, non è detto neanche che si abbia voglia di giocare, magari il treno che doveva essere preso non è mai partito, o forse chi doveva salirci non è mai salito...
Forse la risposta a tutte queste domande la si puo avere leggendo il libro "La vita come un romanzo russo" da cui questo racconto è stato estrapolato...e, probabilmente, all'interno di quella cornice, assume ben altri significati che qui non si colgono.
(Premetto che io devo ancora leggerlo).
Un Carrère decisamente diverso da quello che ho incontrato finora (La settimana bianca e L'Avversario), ma assolutamente gradevole.
Io mi sono divertita.
E poi la scrittura di Carrère è sempre un gran piacere.
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...bambina bianca...
Meravigliosamente struggente.
La Duras, in queste poche pagine, ci racconta non solo lo strano rapporto con il suo ricco amante cinese (all'età di 15anni e mezzo), ma soprattutto ci fa un quadro della sua infanzia, di sua madre, dei suoi due fratelli.
E quella che vediamo è un'immagine triste, dolorosa, misera...di una donna (sua madre) sull'orlo della follia e disperazione, che non ha saputo insegnare ai suoi figli l'amore, di un fratello maggiore portatore sano di violenza e rancore verso il mondo, uno che fruga negli armadi, un mascalzone casalingo, un assassino senza armi insomma, e di un fratello minore vittima, debole e indifesa, di tanta cattiveria, che si arrende e non ce la fa.
Non c'è da meravigliarsi, quindi, dell'incapacità di amare di Marguerite, del suo non saper riconoscere l'amore...se non dopo averlo perso, sul ponte di un piroscafo, con il valzer di Chopin a fare da colonna sonora a questa perdita e a questa consapevolezza.
Non è stato facile crescere con una mamma (amatissima) che chiamava "il mio bambino" solo il primogenito...e "i più piccoli" gli altri due.
Piccoli dettagli che scavano voragini.
Qui dentro troviamo le sue ferite, le sue cicatrici...ma anche i germogli del suo amore per la scrittura, la certezza che avrebbe fatto questo nella vita.
Il racconto è asciutto, frammentato, discontinuo, ma è proprio attraverso questa frammentazione che viene fuori, in tutta la sua potenza, il dolore di una ragazzina cresciuta troppo in fretta.
"Presto fu tardi nella mia vita. A diciott'anni era già troppo tardi.
Sono invecchiata a diciott'anni. Non so se succeda a tutti, non l'ho mai chiesto.
È stato un'invecchiamento brutale."
Una storia d'amore non convenzionale, in una Indocina degli anni '30, dove il disonore va a braccetto con il problema razziale, dove l'amore di lui è così intenso e struggente da diventare doloroso, quello di lei è più vicino alla curiosità, al calcolo, ma la passione che li travolge è dolce e violenta al tempo stesso.
Un linguaggio crudo e lirico che ti avvolge in questo flusso di ricordi che, in quanto tali, affiorano a sprazzi, senza una consequenzialità temporale, come rigurgiti di un passato che riemerge per dare vita e far morire continuamente la "bambina bianca" che è stata.
Un libro complesso e ricco, dal grandissimo valore, non solo letterario, ma anche emotivo.
"Ma poi glielo aveva detto.
Le aveva detto che era come prima, che l'amava ancora, che non avrebbe potuto mai smettere d'amarla, che l'avrebbe amata fino alla morte."
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La famiglia in tutto il suo "non-splendore"
Se dicessi che Franzen non scrive benissimo, mentirei.
Se dicessi che questo romanzo non è in grado di sviscerare tutto ciò che c'è di disfunzionale nella "famiglia americana", rappresentata in tutto il suo "non-splendore", mentirei.
Se dicessi che i rapporti interpersonali e l'introspezione psicologica di ogni personaggio non sono affrontati con la profondità di una trivella e la precisione di un certosino, mentirei ancora.
Ma se dicessi che questo libro mi è piaciuto, mi ha emozionato, mi ha coinvolto e rapito nel suo incedere letterario...direi una grande bugia.
La fatica che ho fatto per concludere questo romanzo probabilmente è pari all' impegno che Franzen ha messo per scriverlo.(Ho temuto quasi di impiegarci anche lo stesso tempo!)
Lo ammetto, ho trovato dei passaggi fenomenali...soltanto un "grande" può scrivere intere pagine su un uomo che lotta contro le sue allucinazioni sotto forma di "prodotto fecale" e fare comunque altissima letteratura!!!
Però divaga, divaga, divaga moltissimo...ed io finisco per pensare ad altro.
Credo che il mio problema con lui in questo romanzo sia stato di tipo "emozionale"...la sua scrittura non mi è arrivata nella pancia, è stata bella da ammirare, ma non "l'ho sentita".
Lui stava lì ed io qui. Amen.
Ovviamente tutto questo non toglie nulla al valore letterario dell'opera, che riconosco e apprezzo, ma ha tolto a me il gusto di tuffarmi tra le sue pagine.
Le uniche parti in cui ho percepito delle vibrazioni sono state quelle in cui trattava la malattia di Alfred (il padre), buone le ultime 100 pagine...per il resto...il pugno nello stomaco che mi aspettavo di ricevere, non è mai arrivato.
"Purity" (che ho letto poco prima di questo), a confronto, è molto più dinamico, più agile, più intrigante...forse un po' meno profondo, ma molto più digeribile.
Confido in una rivalutazione finale, a posteriori: ci sono libri che iniziano a parlarti davvero solo molto dopo averli letti.
Magari, per me, è uno di quelli.
Comunque sono contenta di averlo letto.
E leggerò anche "Libertà"...fra una decina d'anni, ma lo farò!!!
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La fragilità della speranza
Ma dove sono stata io? A cosa pensavo in questi 8 anni (il romanzo è del 2008!), ignara dell'esistenza di un romanzo così intenso, doloroso e scritto magnificamente?
La Parrella entra di diritto, dopo questa lettura, nell'olimpo delle scrittrici che mi graffiano l'anima...
Lo "spazio bianco"...è quel luogo sospeso, fuori dal mondo, fuori dal tempo, dove una donna aspetta di sapere cosa ne sarà di lei, del suo amore per quella piccola vita che le è uscita fuori presto, troppo presto...e non sa ancora quale direzione prendere.
Sei mesi sono troppo pochi per venire al mondo.
E 42 anni sono troppi per avere la pazienza di aspettare...da sola.
Essere madre, ma non sentirsi tale...o magari percepirsi tale, ma con il terrore che questa condizione possa essere solo transitoria, così breve da sembrare illusoria.
"Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene".
Lo "spazio bianco" è un tempo fermo, scandito solo dai "bip" dei monitor, dai segni blu che gli oblò dell'incubatrice lasciano sugli avambracci per il loro stesso peso, un tempo misurato dalla lunghezza di una manina minuscola che si aggrappa alla più piccola delle falangi di una mano.
Il dolore è raccontato in sordina, privo di sensazionalismo, come se la scrittrice avesse messo una lastra di vetro tra noi e quella sofferenza, già...proprio come il vetro di un'incubatrice, per evitare, forse, di farci toccare con mano un dolore fragilissimo e precipitare dentro il burrone di un'attesa che lacera.
Ma a me, quella lastra di vetro, non ha protetto granché...ci sono finita dentro quel burrone...e non perché io abbia vissuto un'esperienza simile e mi sia identificata, no, ma perché l'autrice è riuscita a farmi leggere anche il non scritto, il taciuto.
Chapeau.
"Non avevo mai conosciuto la sua presenza e ora mi toccava un'assenza che non sapevo riconoscere".
L'immobilità della vita nel reparto di terapia intensiva neonatale è in netto contrasto con la vita vera, al di fuori di quelle mura, in una Napoli piena di contraddizioni, in una scuola serale per extracomunitari e non, dove Maria, la protagonista, insegna italiano.
Uomini e donne alla ricerca di un riscatto personale nei confronti di una vita che ha scelto per loro.
Un arcobaleno di varia umanità.
Sul grande schermo Maria non poteva che essere interpretata (e molto bene) da una Margherita Buy in gran forma, capace di donarle tutte le sfumature che il suo personaggio si porta dietro: la lucidità, la forza...ma anche la fragilità, l'ansia e le nevrosi di chi ha anche paura di sperare.
La Comencini (Francesca) dietro la macchina da presa ha, secondo me, rievocato molto bene le atmosfere del libro.
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Disagio esistenziale
E poi ti imbatti in libri che...non ti aspetti.
Originale la struttura narrativa, bella la prosa, elegante, semplice e mai banale.
Impariamo a conoscere Sofia attraverso una serie di capitoli, che sono quasi dei racconti a sé e che ci parlano di lei in vari momenti della sua vita...non necessariamente in ordine cronologico.
Viene fuori il ritratto di un personaggio femminile tanto complesso quanto bello.
Tutto ha inizio con il suo parto prematuro...e la domanda che si pone il padre di fronte alle sue donne che rischiano la vita..."Quale delle due è colpevole del male dell'altra?"...sarà il filo conduttore di tutta la loro esistenza, l'una infelice e insoddisfatta, l'altra sempre in lotta con se stessa per paura di diventare ciò che non vuole diventare...una donna come sua madre.
Ma ad ogni mini-racconto facciamo la conoscenza anche di chi vive intorno a Sofia:
...suo padre, uomo serio, dedito al lavoro, che esercita la sua paternità delegandola a sua moglie, (tanto che sua figlia in un tema a scuola anziché parlare di lui chiede di poter parlare del proprio cane), e che, a 34 anni, s'innamora di un'altra donna.
Ma la vita poi li riavvicinerà.
....sua madre, donna fragile, alla ricerca di un senso che non riesce a trovare, sempre in balia di un'emotività discontinua ed altalenante che la porterà ad una profonda depressione.
...la zia Marta, sorella del padre, donna impegnata e attiva politicamente, ribelle, coraggiosa, individualista...che ha rischiato molto per difendere le sue idee...e che riesce a trovare e ad aprire una breccia per entrare nel cuore di Sofia.
Sofia che cerca di farla finita a 16 anni, Sofia che trova conforto solo in vasca da bagno, Sofia che diventa attrice forse per vivere vite non sue.
Un libro che parla di disagio, di disagio esistenziale, dell'incapacità di amare, del continuo fuggire da tutto e tutti, ma soprattutto da se stessi.
La storia probabilmente non brilla in originalità, c'è del già visto, già sentito, ma non è detto che per scrivere un buon libro si debba essere originali a tutti i costi e, personalmente, ho trovato l'impianto letterario molto piacevole e la scrittura molto curata.
Cognetti affronta argomenti non facili, e lo fa con garbo ed eleganza.
Un bel romanzo.
Dignitoso.
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Rico...nel cuore.
Straordinariamente nelle mie corde.
Un romanzo bellissimo, struggente e malinconico, a tratti crudo e cinico, che porta in superficie un mondo sommerso, di cui, a volte, neanche percepiamo l'esistenza...intriso di troppa solitudine, di sentimenti che si sono cristallizzati al freddo delle notti sui cartoni, di una dignità che ha perso la sua battaglia con il dolore.
Il mondo dei senzatetto, dei barboni, dei rifiuti della società...che misurano le giornate in litri di vino, perché 24 ore sono troppe per chi si ritrova a dover vivere da morto, mero involucro condannato a respirare...e allora quel vino funge da ponte effimero fra loro e il resto del mondo.
Rico...e tutti i disperati che lui incontra sul suo cammino (Titì, Dedè, Felix, Mirjana...) sono uomini che "hanno l'inverno addosso", che sono passati dal castello alla fogna senza neanche rendersene conto e senza accorgersene hanno smesso di esistere, per la società prima, e per se stessi dopo...o forse no, forse loro sono morti il giorno stesso in cui l'amore ha voltato loro le spalle andandosene via, e portandosi dietro i sogni, le speranze, il rispetto di se stessi...
Tante porte che si chiudono, una dopo l'altra, fino all'ultima. L'ultima prima dell'Inferno.
Izzo riesce a trasformare la miseria in poesia, riesce a dare voce a chi, in fondo, ha smesso di parlare da tempo, riesce a farti provare, leggendo questo romanzo, un dolore così intenso e profondo...da risultare dolce.
Rico sono io, sei tu, chiunque abbia messo la propria felicità nelle mani di un sogno...tradito, e non sia riuscito a rimanere a galla.
Perché quando non riesci a vedere più nessuna luce, nessun barlume di affetto, di futuro, negli occhi di tuo figlio, allora forse il tempo di combattere è finito...e non ti rimane che cercare, dopo tanto freddo sopportato (fuori e dentro), un po' di sole, un po' di calore, per poter ridare vita ad un ricordo e poi...andare a morire.
Ma non tutti gli emarginati sono "Rico", incapace di mendicare, di rubare, di fare del male (se non a se stesso), a volte, c'è chi è ancora più miserabile della miseria, chi è più marcio dei luridi rifiuti in cui fruga per mangiare.
Perché la cattiveria non conosce ricchezza, né povertà...
Un libro che mi ha smosso mille sentimenti, che ha completamente messo in discussione il mio punto di vista, che mi ha fatto sentire una privilegiata senza, però, darmi alcuna rassicurazione.
Uno dei rarissimi casi in cui, chiuso il libro, ho avuto una fortissima voglia di ricominciarlo.
Può sembrare strano, ma, per me, questo è un romanzo d'amore.
Sì, proprio d'amore.
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Impeccabile sí, ma...
Grande e bellissimo affresco della società ebraica dal 1860 al 1940 attraverso tre generazioni: David, Georg e Jegor Karnowsky.
Singer è impeccabile nel raccontare le vicende di questi tre uomini, molto diversi fra loro, che vivono la propria cultura e le proprie tradizioni in modo completamente differente.
Si passa dall'essere un ebreo "illuminista", dedito quasi esclusivamente allo studio dei testi, all'essere un ebreo ribelle, che osa infrangere le regole e le tradizioni, fino ad essere un ebreo che, nel tentativo di rinnegare le proprie origini e il proprio sangue, finisce per perdere se stesso.
In realtà tutti e tre cercano, a modo loro, di prendere le distanze dalla loro "ebraicità".
La narrazione è accurata, ricca di dettagli, di situazioni, di storia, i personaggi sono ben delineati, anche quelli di contorno...ma a me è comunque mancato qualcosa.
Mi è mancata la passionalità, la forza trascinante che ti fa entrare "dentro" le pagine, mi sono mancati dei "picchi" di drammaticità (e le occasioni non sono certo mancate).
Anche le situazioni più "forti", più intense, vengono descritte in modo molto sobrio, quasi si volesse prendere le distanze da un certo tipo di emozioni.
Le ultime 4 pagine sono, di sicuro, le più belle, le più toccanti.
Non è la prima volta che mi capita di vivere questa dicotomia di sensazioni: il piacere di una scrittura impeccabile, elegante, fluida, eppure non riuscire a sentirmi parte della storia, proprio a causa di quell'eleganza, di quella sobrietà.
Non c'è stata la vibrazione, ecco.
Ma chi sono io per dire tutto questo?
Rimane un romanzo importante, dall'altissimo valore storico, che ci fa vedere la nascita del nazismo dall'interno della Germania, che ci racconta le rivalità presenti fra gli stessi ebrei aventi origini geografiche diverse, che ci sottolinea, soprattutto, come essere figlio del proprio tempo, in alcuni casi, può rivelarsi una terribile condanna.
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Splendidamente torbido...
E adesso?
Come si fa a commentare questo romanzo?
L' unica cosa che ho voglia di fare è stare in silenzio, cercare di trattenere ancora per un po' dentro di me tutta la desolazione, il degrado, il dolore taciuto, il caldo soffocante, il cattivo odore...e cercare le mie risposte.
Che non ho.
Un libro difficilissimo. Claustrofobico. Crudo. Torbido.
Un libro che narra di quattro solitudini assolute, eppure inscindibili, incollate, fuse.
Forse, se dovessi cercare una parola che rappresenti il senso del tutto, sceglierei "decomposizione"...in senso ampio, letterale e metaforico.
Qui tutto si decompone, famiglia, corpi, sentimenti, realtà...tutto sembra perdere significato, anche la vita e la morte.
Ho ritrovato le stesse atmosfere cupe, morbose, afose, che mi avevano gia conquistato in "Cortesie per gli ospiti", ma se lì riesci in qualche modo a circoscrivere il male, il guasto, il marcio...qui fai fatica...
Sicuramente una lettura che ti rimane "appiccicata" addosso, proprio come il cattivo odore che non vuole andar via dalla pelle del protagonista.
Non è un libro per tutti, no.
Un romanzo che può disturbare, creare disgusto, che non giudica e non spiega niente, ma niente chiede...sta fermo lì a tormentarti, perché non puoi fare a meno di porti delle domande.
Ma io, alla fine, questo voglio dalla letteratura: cerco domande, non risposte...piano, lentamente, col tempo, quelle le troverò da sola.
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Strepitosa commedia coniugale
Un piccolo libro (una pièce teatrale), grandioso nella sua semplicità e profondità.
Siamo nel borghese salotto dei coniugi Houlliè, di fronte a loro, seduti sul divano ci sono i coniugi Reille.
Non sono amici...ma hanno deciso di incontrarsi per discutere civilmente della lite avvenuta fra i loro figli undicenni ai giardinetti: il figlio dei Reille ha picchiato con un bastone il figlio degli Houlliè, rompendogli due denti incisivi, dopo essere stato tacciato di essere una spia.
Ed ecco che ha inizio la pantomima della buona educazione, della falsa cortesia, del politicamente corretto...del "ma certo, avete ragione", "è consapevole di quello che ha fatto", "vi deve delle scuse"...
Ma dura poco, molto poco...il tempo di una fetta di torta, di un caffè, di una serie di telefonate di lavoro altamente disturbanti, di un violento conato di vomito su un tavolino stracolmo di (costosi e introvabili) libri d'arte...ed ecco che viene fuori la vera natura dell'uomo, quell'aggressività verbale (e non solo) tenuta a bada e repressa dalle convenzioni sociali, dalle sovrastrutture che ci impongono determinati comportamenti.
Inizia una guerra vera e propria, una carneficina dialettica, dove le parole sono pallottole, dove la voglia di colpire l'altro nei suoi punti deboli diventa insopprimibile...non soltanto tra le due coppie, ma anche all'interno delle coppie stesse, mettendo a nudo la fragilità delle relazioni, del matrimonio, e facendo creare sodalizi e complicità inimmaginabili (tanto quanto labili), pur di sfogare antiche frustrazioni represse.
Un carnevale dell'ipocrisia, dove si passa dai complimenti per un dolce allo schiaffeggiare i tulipani nel vaso...
Dialoghi folgoranti al servizio di una commedia coniugale strepitosa.
Non è un caso che Roman Polanski abbia tratto da questo scritto un film bellissimo "Carnage", con un'interpretazione attoriale veramente sublime.
Non è facile mantenete viva l'attenzione del lettore e dello spettatore quando tutto si svolge in un unico ambiente, con soli quattro protagonisti, dove non c'è movimento, non c'è azione...ma il potere delle "parole", quando sono scritte bene, quando sono portatrici di grandi significati, non conosce rivali.
Li consiglio, entrambi, libro e film.
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Eleganza e angoscia che ipnotizzano.
La sensazione che ho avuto, mentre leggevo questo libro, è quella che la Jackson, durante la sua stesura, avesse un sorriso sornione stampato sul viso...
Si percepisce sottotraccia un'ironia nera, un voler giocare con il concetto di "male" sparpagliandolo su tutti i personaggi di questa storia, tutti, nessuno escluso...riuscendo a farci smarrire, a confonderci, a farci perdere la capacità di schierarci con i "buoni", perché buoni qui non ce ne sono. O forse lo sono tutti.
Un castello, due sorelle e uno zio invalido.
Segregati e felici.
Padre, madre, fratellino e zia sono morti, tutti insieme, una sera a cena...avvelenati.
Un paese intero che manifesta il suo odio (e la sua curiosità) per gli abitanti superstiti del castello, dapprima con scherno e pettegolezzi, per poi sfociare in un'apoteosi di violenza senza senso.
Questi gli ingredienti di un racconto che ci giunge per voce di Mary Katherine, sorella minore, diciottenne, e ben presto ci rendiamo conto che la prospettiva che ci viene concessa è distorta, disturbata...in quanto frutto di una mente popolata dai suoi demoni, dai suoi riti scaramantici, dalle sue ossessioni.
E, in questa maniera, la Jackson riesce a creare un'atmosfera inquietante e psicotica, senza ricorrere a nessun artificio e nessun colpo di scena, anzi, rivelazioni importantissime e decisive alla comprensione del tutto, vengono "buttate là" con nonchalance, quasi per caso...con un'eleganza di stile fuori dal comune.
Il ritmo sommesso, la scrittura quasi monocorde, le continue ripetizioni di immagini e sensazioni, rendono il romanzo "ipnotico": sei lì che aspetti qualcosa che, già sai, non arriverà mai, ma non puoi fare a meno di stare ad aspettare.
E la mancanza di un vero finale non ti scalfisce minimamente, non ne hai bisogno, è già tutto lì, sotto i tuoi occhi.
Mi sono sentita stregata da questa storia, avevo come davanti agli occhi immagini in bianco e nero con protagonisti eleganti, cerimoniosi e dai sorrisi perfidi, bambine tutte pizzi e merletti e occhi pieni di cattiveria, servizi da tè, pipe e orologi da taschino dotati quasi di vita propria...(queste ovviamente sono le mie proiezioni generate dalla lettura).
Insomma niente di particolarmente impressionante eppure tremendamente claustrofobico e angosciante...perché il vero "male" è quello che abbiamo nella testa.
Di una cosa però sono certa...mai e poi mai punirò i miei figli mandandoli a letto senza cena.
Mai.
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Cacciatore di nazisti
Simon Wiesenthal è il famoso "cacciatore di nazisti": ebreo austriaco, residente in Polonia, fu internato in vari campi di concentramento e liberato nel 1945, dalle forze statunitensi, dal campo di Mauthausen...pesava 45 chili ed era allo stremo delle forze.
Una volta libero ha fatto della "caccia" ai nazisti la sua missione di vita.
Ha messo la sua esistenza al servizio dei morti.
Questa è una storia vera.
Questa è una storia d'amore.
Questo è un resoconto, quasi giornalistico, degli orrori e dolori dell'olocausto.
Questa è la storia dell'unico nazista che Wiesenthal ha deciso, volontariamente, di risparmiare e non consegnare alla giustizia.
Perché?
La risposta risiede in un racconto/testimonianza struggente e doloroso.
Perché, a volte, perseguire i propri obiettivi, per quanto nobili, significherebbe calpestare chi ha già sofferto e pagato un prezzo altissimo.
Perché il sangue di chi non c'è più non può e non deve essere riscattato con l'infelicità di un'innocente.
Un racconto che ti fa trattenere il fiato fino all'ultima pagina, e non perché l'autore sia stato bravo a creare una certa tensione letteraria, qui non ci sono trucchetti stilistici, non ci sono strizzate d'occhio al lettore, niente sentimentalismi gratuiti...solo vita vera.
E dolore, tanto, troppo dolore...per una pagina di storia che mai e poi mai riusciremo ad accettare.
Mi piacerebbe poter affermare che l'amore vince su tutto e supera ogni cosa...ma questo libro mi spiega che non sempre è possibile...che, a volte, la più alta forma d'amore è riconoscere la propria incapacità di amare e di combattere i propri fantasmi.
E un'altra altissima forma d'amore è...rispettare tutto questo.
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Dalla "Disgrace" alla "vergogna"
Da dove comincio?
Potrei cominciare col cercare di perdonarmi per aver atteso tanto prima di leggere questo libro.
O forse potrei esordire con un "WOW"...e, a voler essere sintetici, il commento potrebbe anche finire qui, perché davvero la bellezza di questo romanzo mi ha lasciato senza parole.
Con una scrittura limpida, efficace, lucida e precisa, Coetzee riesce a mettere a nudo un uomo, il suo rapporto con l'eros, con i sensi di colpa (e la loro assenza), con il pentimento, con una società che gli chiede di genuflettersi al cospetto del politicamente corretto...e al contempo, affronta trasversalmente le ferite di un Sudafrica ancora segnato dai postumi dell'Apartheid.
Lui, professore universitario, commette un grosso sbaglio,(una relazione con una sua giovane studentessa, maggiorenne e consenziente) in nome di un desiderio figlio più che altro della paura del declino fisico, che a 52 anni inizia a farsi strada nella sua mente, ed è disposto a dichiararsi colpevole (per la sua età e per la sua posizione di potere in quanto docente), ma non accetta di doversi pentire di qualcosa che non ha commesso.
Nessun abuso, nessuna violenza fisica.
Quell'abuso e quella violenza fisica che, invece, busseranno presto alla sua porta e lo trascineranno in una spirale di dolore, rabbia e impotenza.
Trovo che i due titoli, l'originale "Disgrace" e la traduzione italiana "Vergogna", si completino a vicenda...perché se tutto nasce a partire dalla "disgrazia" che il prof. Lurie si trova a dover affrontare a causa del suo comportamento discutibile con la sua allieva, l'esplosione di violenza che si ritroverà a vivere insieme alla figlia Lucy, lo faranno impattare con la "vergogna" dello stupro e della volontà (di lei, sua figlia) di volersi considerare capro espiatorio per peccati commessi da altri, in altri tempi.
Lui rifiuta di essere messo sotto processo dalla commissione universitaria, tanto quanto sua figlia non intende giustificarsi con lui per le sue decisioni, che contemplano la non-azione, il silenzio, la negazione...addirittura la sottomissione ad un assurdo prezzo che i bianchi devono pagare nei confronti dei neri per risarcirli degli storici soprusi.
Ho trovato un certo parallelismo e alcune somiglianze tra il personaggio del prof. Lurie di Coetzee e quello del prof. Kepesh di Roth, ne "L'animale morente"...entrambi sono uomini che hanno superato la giovinezza, che hanno paura del decadimento fisico e del declino del loro potere seduttivo, e che, pertanto, fanno dell'eros, del desiderio e del libertinaggio sessuale la loro bandiera...al solo scopo di esorcizzare ed allontanare la vecchiaia, la morte.
E in entrambi i casi, il male (che può prendere le sembianze della morte, della malattia, della violenza, della perdita della propria dignità)...riesce sempre ad entrare da porte secondarie, sorprendedoli.
Coetzee ha vinto il Nobel nel 2003.
Meritatissimo.
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Il bacio d'addio dei Chironi
Ultimo capitolo di una saga familiare che mi ha tenuto letteralmente incollata alle pagine.
Con "Stirpe" è stato amore a prima vista, bruciante e doloroso, "Nel tempo di mezzo" ha confermato ed alimentato il sentimento, "Luce perfetta" è stato come il bacio d'addio di un grande amore...con tutto il senso di struggente abbandono che esso comporta.
Ma veniamo a questo ultimo romanzo...che inizia con Cristian Chironi (ultimo discendente della stirpe, tanto rigogliosa negli affari quanto triste e sfortunata col destino), che è un "Chironi" in tutto e per tutto: nell'aspetto, nel temperamento e, soprattutto, nella sorte.
Ma questa famiglia è come una fenice, riesce sempre a risorgere dalle sue ceneri...
Come una pianta, perde le foglie, ma non muore: resiste al vento, al freddo, alle intemperie...e proprio quando sembra che non ci sia più niente da fare, ecco che spunta un piccolo germoglio.
Qui si parla d'amore, ma anche e soprattutto di amicizia, direi quasi fratellanza, di invidia, vendetta, della paura che fa fare cose inaspettate.
Fois ci insegna che si può morire e rinascere, e che si può anche morire due volte, ma quando le mani che ti uccidono sono quelle stesse mani che hai amato profondamente, allora forse qualcosa non torna.
Cristian non sarà l'ultimo Chironi...e il libro non sarà avaro di colpi di scena.
Un romanzo denso di storia, di una Sardegna che, senza il timore di apparire provinciale, riesce ad assumere un valore universale.
La storia dei Chironi è sicuramente una storia "al maschile", nel senso che le donne di Fois sono sí donne straordinarie, madri, mogli, figlie che hanno peso ed importanza nell'evoluzione della famiglia, ma sono soprattutto gli uomini con la loro "paternità" a determinare la storia e la sua continuità.
Troviamo, nell'arco della trilogia, moltissimi modi di essere "padre": per adozione, per amore, per stupro, per caso...ci sono padri consapevoli, quelli che non sapranno mai di esserlo diventati e quelli invece convinti, a torto, di esserlo.
E tutto ruoterà intorno a questo...questo essere figlio di, riconoscersi in un nome che non è soltanto un nome, sentirsi parte di un tutto, di una storia.
Una storia che, a Dio piacendo, non avrà mai fine.
Fatevi un regalo...leggete tutta la trilogia di Fois!
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Quando l'infelicità si attacca alla carne...
Questo libro si apre con il "raggio di sole" con cui si è chiuso "Stirpe", con Vincenzo, l'ultimo dei Chironi, colui che accende la speranza di una stirpe massacrata...
La prima parte del romanzo procede lentissima, un viaggio difficile e travagliato che il protagonista deve percorrere per giungere finalmente alla "vita", attraversando una terra cupa, aspra, difficile, selvaggia (seppur affascinante), carica di storia, di ferite aperte.
Poi, finalmente, qualcosa si apre...e ci ritroviamo di fronte a pagine e pagine di pura malinconia...si percepisce come una presenza ingombrante l'assenza di chi ha lasciato quella casa per non tornarvi mai più.
"Il tempo passa così dentro alla cucina Chironi, in una pallida imitazione della vita, di quel che è stato. Si sentono dei sopravvissuti, padre e figlia, dentro a un purgatorio immobile di gesti sempre uguali".
Ancora una volta sono sopraffatta dalla bellezza della scrittura di Fois, dalla poesia insita in ogni frase, dalla cura delle parole, mai messe lì per caso.
Ma se in "Stirpe" avevo trovato una grande forza incisiva, un carico emozionale schiacciante e che non dava tregua, qui mi sono ritrovata di fronte ad un opera più "nostalgica", quasi volesse vivere del ricordo del romanzo precedente e godere delle vibrazioni residue...
Il comune denominatore rimane comunque e sempre il dolore, che, nell'eterna battaglia con la felicità, risulta essere perennemente in vantaggio.
"...ma felicità e infelicità, anche quando non differiscono in nulla, mantengono la loro bella differenza quando si attaccano alla carne".
Il finale è molto forte, toccante, ripaga di un inizio un po' lento e dell'effetto "luce riflessa"...e ci apre la strada ad un altro componente di questa stirpe, Cristian.
E "va bene, si ricomincia".
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Franzen...tanta roba
Tanta roba.
Questo libro è davvero tanta roba, nel senso che dentro ci trovi di tutto, non manca nulla: amore, sesso, politica, informatica, hackeraggio, teorie del complotto, letteratura, storia, armi nucleari...
Ma quello che davvero Franzen riesce a dipingere con mano sicura sono i rapporti interpersonali, i rapporti all'interno della famiglia...e soprattutto la sua mancanza.
Sì, la mancanza della famiglia con tutto ciò che questo comporta, con tutti i disagi emotivi che ne conseguono.
Figure materne raccapriccianti...(tutte tranne una, che poi, di fatto, madre non è)...padri assenti, negati, inutili.
Vieni letteralmente sommerso dalle parole (Franzen non è certo avaro su questo punto), e devi essere un discreto nuotatore altrimenti rischi di affogare.
Non c'è una sola pagina, dico una, in cui non ci sia qualcosa di importante, di rivelatore ai fini della storia o generatore di riflessioni di un certo spessore...non puoi rilassarti un attimo.
Franzen ti dà moltissimo, ma in cambio vuole tutta la tua attenzione, pretende il tuo impegno...e tu non puoi fare a meno di obbedirgli.
Franzen fa con te, lettore, quello che uno dei personaggi fa alla protagonista: ti rimescola il cervello ed i pensieri con un cucchiaio di legno!
E tu glielo lasci fare.
Leggere questo libro è come leggere più romanzi insieme...è camaleontico, e di certo non teme la parola "noia".
È un libro spietato, in cui l'autore non fa sconti a nessuno, non le manda a dire e non fa uso di metafore "addolcenti"... (e sicuramente è anche molto "americano").
È così tanto ricco di contenuti che ho la triste consapevolezza di non aver compreso tutto quello che l'autore ha cercato di dirmi...
Mi rendo conto di non aver raccontato nulla della trama...forse non voglio farlo.
Non è un libro che si può raccontare.
Bisogna leggerlo.
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Chironi...per sempre.
Fois è un artigiano della parola, la sceglie (di qualità), la lavora, la modella, la plasma (come il suo protagonista fa con il ferro) fino a renderla perfettamente in armonia con la storia che racconta...le toglie tutte le imperfezioni, le sbavature, ma senza privarla dell'anima, della vibrazione, del cuore pulsante.
La vibrazione è data anche dal fatto che la scrittura è inframmezzata di tanto in tanto da espressioni e parole sarde (a me del tutto sconosciute) che, però, non spezzano l'incantesimo, semmai rendono l'atmosfera ancora più magica.
E chi se li dimentica più "i Chironi"?
Una famiglia che dovrà fare i conti con un destino avverso, che sembra accanirsi su di loro senza pietà...
Un' intensità ed una tragicità che mettono a dura prova anche gli animi più corazzati... perché proprio non puoi leggere questo libro senza provare un turbinio di emozioni, senza soffrire, stare male, pensare a Michele Angelo e Mercede anche quando il libro è chiuso sul comodino e tu vivi la tua "vera" vita.
Ti entrano sottopelle e non vuoi più mandarli via.
Fois ce li descrive con un realismo che fa male, senza orpelli...e tu sei lì che vedi tutto, spettatore accorato di una storia che potebbe essere quella dei nostri nonni, bisnonni, e ti senti impotente...ma anche affascinato.
Devono imparare a vivere "a pelo d'acqua", mai sopra e mai sotto, perché si sa, la felicità altrui non è mai ben vista, e l'invidia è sempre dietro l'angolo.
Ma in mezzo a tanto (troppo) dolore, non sono mancati frammenti di felicità, risate e calore...e dopo tanto tanto buio, arriva un raggio di sole...perché "la fine non è una fine".
Sullo sfondo una Sardegna aspra e dura, genitrice di uomini e donne dalla fibra forte.
Primo libro dell'anno...e sono già folgorata!
"Gli amori durano esattamente un momento perfetto, il resto è solo rievocazione, ma quel momento può essere sufficiente a dare un senso a più di una vita."
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MATRIOSKA DI SENTIMENTI
Un libro matrioska...dentro, man mano che procedi, ci trovi di tutto, tutti i sentimenti possibili, tutti raccontati con una nitidezza e una schiettezza esemplari, ma anche con pudore.
Un uomo di 49 anni, ad un passo dalla pensione, vedovo, con tre figli grandi difficili da gestire, relazioni "toccata e fuga" con le donne, un solo vero amico...e la certezza che la felicità non sia cosa per lui.
Non riesce a sentirsi orgoglioso di aver tirato su tre figli da solo, perché si è sempre sentito schiacciato dal dovere di farlo, senza avere il tempo di autoammirarsi, il ricordo di una moglie persa a 25 anni, all'apice della sua bellezza e del suo splendore, gli impedisce di avere rapporti stabili e duraturi...
"E non ce la faccio. So che aveva gli occhi verdi, ma non riesco a sentire il suo sguardo nel mio."
...fino a quando non arriva lei, giovane, fresca, pura.
Perché lei arriva...e insieme a lei la gioia di un amore inaspettato, più maturo, meno fisico, l'incastro perfetto tra corpo e anima, ma anche la paura di essere troppo vecchio, il demone della gelosia...
La felicità adesso è lì, può toccarla con mano, ma ha paura di farlo, ha paura del futuro...
"Sono certo che l'apice duri solo un secondo, un breve istante, la durata di un lampo, e non si ha diritto a proroghe."
Ma proprio quando si arrende all'idea di essere felice, quando abbassa la guardia...ecco che capisce essersi trattato solo di una "tregua" del destino.
Destino beffardo e oscuro.
Ed ecco che il rapporto con quel Dio, con cui già non riusciva a relazionarsi, precipita.
"Io so che Lui è una solitudine remota, alla quale non ho mai avuto né mai avrò accesso.
E ce ne stiamo così, ciascuno sulla sua riva, senza odiarci, senza amarci, alieni".
Un diario (lungo un anno) che racconta la capacità di cadere, di rinascere, di cadere ancora...
Un libro che ti avvolge fra le sue pagine composte, piene di garbo e dignità, per poi lasciarti spiazzata e dolorante, proprio alla fine, alla ricerca disperata di un appiglio che giustifichi tutto, ma che non trovi.
Perché non ci sono giustificazioni per l'infelicità, per il dolore.
"Quanto ho bisogno di lei.
Dio è stato quel che mi è sempre mancato di più.
Ma di lei ho bisogno più che di Dio".
Lieve e struggente.
Bellissimo.
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I MURI...AH, QUEI MURI..
Tre momenti disgiunti della vita di un uomo: età adulta, adolescenza, infanzia.
Tre momenti emozionanti nella loro profonda diversità.
"Sul muro di fronte, dopo i letti degli altri due, c'era un'apertura. Ma non dava sul fuori. Dava sempre sul dentro. Un altro dentro, sempre lì dentro. Ed era un dentro ancora più piccolo"
Il carcere.
Ecco il protagonista di questo piccolo gioiello, che è il primo capitolo del libro.
Un mini-romanzo che mi ha fatto riflettere su tante cose che, da persona libera, ho sempre dato per scontate.
I concetti di tempo e di spazio sono completamente ribaltati: siamo abituati a vivere una vita frenetica fatta di grandi spazi e sempre troppo poco tempo a disposizione, in galera hai tutto il tempo che vuoi, tanto da abbandonare la convenzione sociale di "ore", "minuti" ecc. (conta solo il ciclo del sole), ma devi fare i conti con la privazione dello spazio (nella migliore delle ipotesi ci sono i 54 passi dell'ora d'aria).
Il tempo è così tanto che devi imparare a spalmarlo sapientemente in tutti i tuoi gesti, distribuirlo bene, metterlo un po' dappertutto...altrimenti la sera non arriva più.
E poi i muri...quei muri...
Cosa significa essere circondati da un muro di recinzione?
Il muro non ha incertezze, non ha un volto, non ti tocca se non lo tocchi, eppure fa male...perché i muri sono sempre "contro" qualcuno (e non qualcosa).
"Il muro è il più spaventoso strumento di violenza esistente.
E ti accorgi di tutta la sua potenza soltanto quando vedi un muro in funzione.
Perché non tutti i muri funzionano: quelli che incontriamo nella vita di tutti i giorni, ad esempio, non sono veri muri.
Sono dei muri a salve.
Quelli che stanno lì dentro no. Funzionano. E bene.
Non c'è niente che ti uccide come un muro.
È concepito per agire sulla coscienza. Perché il muro non è una cosa che fa male; è un'idea che fa male.
Ti distrugge senza nemmeno sfiorarti".
Bonvissuto non ti racconta semplicemente il carcere, non te lo descrive...ti ci chiude dentro!!!
E sei lì a guardare le crepe del soffitto, a convivere con la puzza di fogna e il sudiciume per terra, a stendere il bucato alla luce della luna, a farti ossessionare dal tintinnio delle chiavi dei secondini...miraggio assordante della tua libertà perduta.
Non sai per quale motivo/reato sei lì, né per quanto tempo ci resterai, né tanto meno dove...e questo rende il racconto decisamente universale.
Un racconto che non giudica, né vuole fare moralismi, solo mostrarci ciò che non siamo soliti guardare.
Fulminante, poetico e lucidissimo.
Non so quanto sia autobiografico, ma se non lo dovesse essere, davvero non riuscirei a capacitarmi tutto questo realismo e questa profondità di pensiero.
Gli altri due capitoli sono, forse, meno "potenti" del primo, ma non privi della stessa intensità emotiva.
Ti riportano alla luce, dopo il buio della cella...passando per i chiaroscuri dell'adolescenza e finendo nella luce abbagliante dell'infanzia.
"C'è il bianco normale, e poi c'è il bianco delle case di calce al sole di Luglio.
Non sono la stessa cosa: il primo è soltanto un colore, il secondo ha dentro di sé anche un rumore, il crepitare della luce che riflette.
Come una specie di scricchiolio."
Un libro che prima ti schiaffeggia, poi ti massaggia la guancia arrossata, e infine ti accarezza...
Di certo un libro che ti rimane "dentro".
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...quando togliere arricchisce...
Libro autobiografico, incentrato sulla figura del padre dell'autrice: un uomo comune, qualunque, di basso ceto sociale, che passa dall' essere contadino, poi operaio, fino a diventare gestore di un bar-drogheria.
Una vita raccontata senza orpelli, senza slanci e artifici...forse perché in fondo così è stata vissuta: un vita fatta di duro lavoro, di piatti semplici, di difficoltà, di complessi di inferiorità mascherati dalla buona educazione e dalla cortesia.
È anche il racconto di una separazione "sociale", ovvero quella che lentamente mette in atto lei, la figlia, nei confronti di questi genitori imbarazzanti con la loro ignoranza, i loro vestiti semplici e dozzinali, i modi di esprimersi dialettali.
Lei che riesce a fare il "salto", a studiare, diventare insegnante di liceo, sposarsi con un borghese abituato a scambi verbali pregni di un' ironia intellettuale decisamente al di sopra della portata della famiglia di lei.
Una sorta di tradimento verso le proprie origini, verso colui che, in fondo, ha sempre sognato di riscattare il proprio stato sociale attraverso i successi della figlia.
Colui che l'accompagnava ogni mattina a scuola in bicicletta.
La Ernaux utilizza una scrittura apparentemente lineare e semplice, ma non lo è affatto, perché ogni parola è ricercata e messa al punto giusto, perché in questo gioco di "togliere il superfluo", di sottrarre, di pulire...anche le virgole assumono la massima importanza.
Quindi, alla fine, ci ritroviamo di fronte ad una narrazione sì semplice, ma raffinata, precisa e distaccata come un'operazione chirurgica, priva di sentimentalismo, ma non di commozione.
Rimane da capire quale sia "il posto" del titolo: il piccolo posto nel mondo occupato da un uomo modesto e dalla vita apparentemente insignificante? O quel luogo sociale astratto in cui non riescono più ad incontrarsi padre e figlia, se non attraverso i desideri di lui e i sensi di colpa di lei?
La Ernaux dice che "si scrive proprio quando non si ha più nulla da dirsi".
Ecco, forse la risposta è in questa frase.
Eppure lei ci ha detto tante cose...
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Da Mosè a Longo...
Succede che leggi "per caso" il libro di un autore a te sconosciuto e ti ritrovi a divorare le pagine finché non arrivi fino in fondo.
E poi succede che questo autore ha scritto anche altri libri e non perdi tempo a procurartene un altro.
Ti dicono..."leggi DIECI, leggi DIECI, che è bellissimo"...e tu, con ancora il sapore dell'altro suo libro sulle labbra, pensi che più bello di quello non potrà essere.
Però lo prendi.
E ti ritrovi a leggere "i dieci comandamenti" in un modo che non avresti mai immaginato.
Completamente ricontestualizzati in una realtà ostile e dolorosa.
Mosè li scrisse sulla pietra, Longo te li graffia direttamente sul cuore.
E finalmente li comprendi...
I dieci comandamenti visti dall'interno...dall'interno di vite difficili, che ti vomitano addosso tutta la loro miseria e il loro degrado...quello di una Napoli di periferia che non salva e non perdona.
Dieci pugnalate alla schiena.
Difficilmente dimenticherò queste piccolissime storie, alcune più di altre mi hanno ghiacciato il respiro in gola.
Realistico e simbolico allo stesso tempo.
Secondo me...imperdibile (anche per chi non è molto avvezzo ai racconti).
Qualcuno potrebbe muovere critiche sull'uso del classico cliché "napoletano", i personaggi vanno a finire proprio dove tu ti aspetti che vadano...ma la forza del libro è proprio lì: nessun infiocchettamento, nessuno sconto...sai già a cosa andrai incontro, ma non puoi fare a meno di "sussultare" quando ci arrivi.
Certo, Napoli non è solo questo (lo scugnizzo, il boss, il cantante neomelodico, il tossico, la ragazzetta sciantosa...)...Napoli è molto molto altro.
Ma è anche questo, che piaccia o no.
"Napule è mille colori..."
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Il verbo di Dio
Quanto può fare male un libro?
Quanto mi ha fatto male "questo" libro?
Pensate un numero, il numero più alto che riuscite ad immaginare...la risposta sarà sempre e comunque "di piu". Molto di più.
Può una scrittura essere spietata, asciutta, cruda e allo stesso tempo tremendamente poetica?
Può toglierti il fiato con uno scenario doloroso oltre ogni immaginazione e riscaldarti il cuore con poche parole?
Sì, può.
E di fronte a tutto questo io mi sciolgo come burro al sole.
È tutto finito...il mondo, i colori, i profumi, il cielo, il mare, la luce...e proprio mentre tutto finisce e brucia per non si sa cosa né perché, lui, "il bambino", nasce.
E non saprà mai com'era prima...prima della cenere, del grigio, dell'infinito nulla su cui si ritrova a camminare accanto a suo padre, "l'uomo".
Lei, la mamma, si è arresa...non ce l'ha fatta ad accettare tutto questo.
Neanche per amor suo.
E così ci ritroviamo a seguire questo padre e questo figlio in questa agghiacciante lotta per la sopravvivenza, in questo deserto di anime, dove anche i sentimenti sono stati uccisi, dove o sei buono o sei cattivo...
Tutta la desolazione, la devastazione, la disperazione di un mondo finito, bruciato, apocalittico, è in netto contrasto con la dolcezza e l'intensità dei dialoghi tra padre e figlio, così concisi, ermetici, secchi, eppure così potentemente significativi, traboccanti di amore, reciproca fiducia, reciproca protezione, speranza...
Lui, un bambino che non ha conosciuto il "prima", è portatore sano di un amore senza limiti, di un'umanità che ti fa vergognare delle tue piccole miserie, di un'innocenza che persiste nonostante lo sciacallaggio che la vita gli ha riservato.
Mi sono ritrovata a commuovermi per un sorso di Coca Cola, a tremare di paura per un terremoto, a sentire freddo e fame, fame da morire...
Questo romanzo va oltre la sorda disperazione...mi ha scavato un tunnel dentro che, probabilmente, non riuscirò più a richiudere, e "l'uomo e il bambino" alloggeranno lì per sempre. Dentro di me. Con il loro fuoco, il fuoco della vita.
E faranno di me una "buona".
Leggere "La strada" non è stato semplicemente "leggere", ma piuttosto "vivere un'esperienza"...e come tale, dopo averla vissuta, non potrai più essere la stessa persona di prima.
Io non credo di esserlo.
Ti spezza qualcosa dentro...e ti lascia in eredità tutto il peso della "rinascita".
"Se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato"
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Genny e Tania
Non sapevo nulla di questo libro, né di questo autore, ma quando l'ho visto ho sentito l'impulso di doverlo prendere...ed ho fatto benissimo.
Un tuffo in una Napoli non proprio da cartolina.
Uno spaccato di quella parte della nostra società che non vorremmo vedere, che non vorremmo esistesse, ma c'è...
Ragazzi ai margini, alcuni senza possibilità di salvezza, altri che potrebbero ancora farcela.
Potrebbero.
Le vite di Genny e Tania si sfiorano in una strada del Vomero per pochi attimi, ma il loro futuro è compromesso per sempre. Per entrambi.
Mi sono arrabbiata, mi sono emozionata, ho pianto...
Ho pianto il dolore inconsolabile di una madre.
Ma ho pianto anche il dolore di un ragazzo nato nel posto sbagliato.
E poi ho pianto il dolore silenzioso...dell'altra madre, perché il dolore materno non conosce vittime e colpevoli.
E a voler cercare davvero il colpevole qui, finisce che ti perdi e non ti trovi più...
Ti perdi per le vie di una Napoli ferita, sanguinante, vile...ma a guardare bene, dentro quei bar fatiscenti, dentro quei casermoni senza colore né dignità, dentro gli occhi di un sedicenne con un piede già oltre il confine del bene, c'è ancora del buono, un piccolo germoglio da proteggere, una debole luce di speranza.
Divorato in un giorno, perché non riesci a staccartene, la scrittura è incalzante e trascinante, con quella sua "napoletanità" così presente, ma che non infastidisce chi napoletano non è (come me).
Duro, graffiante, verace...
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