Opinione scritta da annamariabalzano43
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Herzog di Saul Bellow
Ho riletto Herzog dopo molti anni, spinta dal desiderio di capire perché ricordassi ben poco di questo romanzo, opera di un grande scrittore americano, Saul Bellow, Premio Nobel per la Letteratura. I primi capitoli mi hanno indotto a credere di aver rimosso sia la trama che il significato del libro, a causa della lentezza narrativa e di quella che mi era sembrato un eccessivo sfoggio di erudizione, con le frequenti citazioni di artisti famosi, letterati, filosofi, storici. Procedendo nella lettura, ho dovuto ammettere, con un doveroso atto di umiltà, di non aver affatto colto, anni addietro, diciamo pure capito, il vero significato di quest’opera, grandiosa, non solo nella sua qualità espressiva e nell’impianto narrativo, ma soprattutto per il messaggio drammatico, ma non distruttivo che ci consegna. Un atto di umiltà, dunque, doveroso per chi persegue la più impeccabile onestà intellettuale.
Definirei Herzog un romanzo d’analisi, un antiromanzo, se vogliamo attenerci al vero significato del termine romanzo, facendo riferimento alla sua etimologia e al rapporto con il romance. Chi si aspetta un romanzo che descriva una storia ricca di avvenimenti e di azione rimarrà deluso. Qui siamo di fronte a un’analisi approfondita del pensiero, dei sentimenti, delle schizofrenie e delle idiosincrasie di un personaggio/intellettuale, che non trova più alcuna collocazione in un mondo eccessivamente meccanicistico e materialista: quello che in qualche modo ha rappresentato Woody Allen nei suoi migliori film.
La prima questione che ci si pone é se considerare Herzog eroe o vittima del dramma che sta vivendo. Il fallimento della sua vita sentimentale, due divorzi, numerose relazioni occasionali, fanno di lui il modello dello psicotico depresso; saranno i suoi insuccessi, il suo annientamento come uomo/amante la molla che lo indurrà ad iniziare il suo viaggio spirituale che dovrà condurlo alla sua Terra Promessa. E certamente la scelta del nome Moses non è casuale. Né il personaggio Moses disdegna di essere considerato addirittura pazzo: d’altronde nella tradizione letteraria anglosassone spesso la follia viene considerata il mezzo attraverso il quale si può giungere alla conoscenza del vero. Non si dimentichi il Lear di Shakespeare, uno per tutti.
Sarà proprio nella casa di Ludeyville, che aveva acquistato per Madeleine, per farne il loro nido d’amore e che si era in breve trasformata in un inferno, dove ritornerà alla fine delle sue peregrinazioni più spirituali e intellettuali che fisiche: quello stesso luogo che lo aveva visto infelice, quando era ben curato, ora, invaso dalle erbacce e nido di insetti e animali selvatici, nonché luogo di ritrovo di coppie occasionali introdottesi per consumare approcci sbrigativi, diventa l’ambiente ideale in cui può ritrovare la sua serenità a contatto con la natura più spontanea e incolta, realizzando il sogno del beau sauvage che alberga in ogni artista/intellettuale. Qui dopo aver ricostruito come una sorta di puzzle la sua vita, dall’infanzia, senza tralasciare, anzi insistendo sulle sue origini ebraiche, abbandonato dagli affetti più cari, senza amore e senza amicizia, ricomincerà a vivere con l’aiuto di Ramona, l’unica donna che forse avrebbe potuto accettarlo per quello che era. Diversa Ramona da Madeleine, che nella sua superficialità, era stata attratta dal suo spessore di uomo di cultura, solo per soddisfare un’esigenza snobistica.
Vivendo e sopravvivendo alla sua profonda sofferenza, Moses Herzog affida questa difficile operazione di riscatto alle numerose lettere che scrive a personaggi illustri, viventi o deceduti, senza mai spedirle, in cui analizza sentimenti, teorie, avvenimenti storici. Sarà lui stesso a confessare di andare alla ricerca della realtà attraverso il linguaggio.
In conclusione non si può certo affermare che questo grande romanzo di Bellow sia di facile o amena lettura, ma certamente è un’opera illuminante sulla sfera intellettuale e sentimentale dell’individuo, che troppo spesso giace sopita nel caos involgarito della vita moderna.
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La recherche du temps perdu. Dalla parte di Swann
La recherche du temps perdu – Dalla parte di Swann – vol.I
La Ricerca di Marcel Proust è un’opera composta di sette volumi: il primo intitolato “Dalla parte di Swann” fu pubblicato nel 1913 ed è esso stesso diviso in tre parti, “Combray”, “Un amore di Swann”, “Nomi di paesi: il nome”.
“Combray” è, in questo primo volume, la parte più specificamente dedicata alla memoria e raccoglie i ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza del narratore, che li espone in prima persona. Il lettore è subito posto di fronte a una galleria di personaggi, che appartengono al mondo borghese, o a quello aristocratico e che include alcune figure socialmente subalterne, ma di grande rilievo nell’ ambito del romanzo, come Françoise, la governante di zia Léonie.
L’opera di Proust non può non risentire dell’influenza dei grandi romanzieri che lo avevano preceduto, come Balzac e Zola. Alcuni personaggi proustiani sembrano usciti dalla Comédie e altri dal ciclo dei Rougon-Maquart. D’altra parte questa è un’epoca ricca di influenze artistiche e filosofiche spesso in contrapposizione tra loro: dal Decadentismo al Positivismo, dall’ Estetismo al Naturalismo, senza contare che in questo periodo va affermandosi sempre più decisamente il Socialismo.
“Combray” non ha solo, però, la funzione di introduzione di alcuni personaggi importanti: è soprattutto la realizzazione d’un’indagine introspettiva del Narratore, che attraverso la memoria vuole giungere alla conoscenza di se stesso. E qui il discorso diviene complesso perché si ha l’obbligo di distinguere tra memoria involontaria (l’episodio della madeleine intinta nel tè) e la memoria volontaria. Per Proust la memoria involontaria dovrebbe portare all’abolizione del tempo e della morte, in quanto dovrebbe far rivivere momenti del passato. Ma questa è solo un’illusione.
“Un amore di Swann”, il corpo centrale di questo primo volume, descrive l’amore e le sofferenze di Charles Swann, già introdotto nelle pagine precedenti, in cui l’autore adotta la narrazione in terza persona.
Swann è un ricco borghese, con relazioni altolocate e frequentazioni talvolta discutibili. Fa parte di quel mondo intorno a cui Proust non risparmia la sua ironia, che sembrerebbe essere autoironia, viste alcune coincidenze tra l’autore e il personaggio: entrambi ebrei, entrambi preda di passioni e gelosie sessuali.
Swann si innamora di Odette de Creçy, la cortigiana erede della Lady Roxana di Defoe e della Nana di Zola (così diversa dalla stupenda Gervaise, sua madre, protagonista de L’assomoir). Tutta questa lunga parte descrive l’amore e le frustrazioni dell’uomo, tradito, sfruttato e ingannato dalla bella arrampicatrice sociale, il cui solo impegno è quello di frequentare i bei salotti e la gente che conta. E qui l’ironia di Proust è più esplicita e investe tutto il suo mondo. Ciò che sorprende in quest’autore è come riesca in un’epoca non lontana dal processo a Oscar Wilde per omosessualità, a parlare così esplicitamente di questo argomento, che come è noto, lo riguardava anche personalmente nella sua vita privata.
Ma Proust è anche questo: un artista d’origine ebraica che pur prendendo un’esplicita posizione contro la persecuzione di Dreyfuss viene tuttavia, talvolta, considerato egli stesso antisemita.
L’ultima parte di questo primo volume descrive sia il desiderio e il sogno del narratore di viaggiare e visitare luoghi d’arte e di storia, sia il suo amore per Gilberte, la figlia di Swann e Odette. E qui si torna alla narrazione in prima persona.
“Dalla parte di Swann” viene di solito considerato il volume introduttivo a cui faranno seguito gli altri sei. Certamente quello che risulta chiaro è che la ricerca del tempo perduto è per Proust solo il pretesto per trovare il suo io che in quel tempo è immerso: questo è il suo vero obiettivo.
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La paga del soldato di W. Faulkner
“La paga del soldato” e “L’urlo e il furore” sono indiscutibilmente i capolavori di William Faulkner.
Il primo dei due romanzi fu pubblicato nel 1926 e il suo titolo va al di là del suo significato letterale.
La storia si svolge nell’immediato primo dopoguerra e inizia con il ritorno a casa di alcuni reduci sopravvissuti ai tragici e devastanti combattimenti in territorio europeo. Tra questi è il giovane Donald Mahon, orribilmente sfigurato in volto e privo di quasi tutte le facoltà intellettive: intorno a lui si snoderà tutta la vicenda e lui stesso, silente protagonista, diventerà il simbolo dell’ ottusità e della nefandezza della guerra e al tempo stesso il mezzo di cui l’autore si servirà per mettere in luce la difficoltà, a volte l’impossibilità di questi reduci di riadattarsi alla vita civile. Lo stesso tema, sia pure diversamente e in epoche più recenti, sarà affrontato nei film di Michael Cimino “Il cacciatore” del 79 e soprattutto in “Nato il 4 luglio” di Oliver Stone dell’89.
Risulta evidente, dalla lettura di questo romanzo, come fosse stata pressante nel periodo immediatamente precedente alla partecipazione degli Stati Uniti alla prima guerra mondiale la campagna di propaganda interventista, allo scopo di motivare i giovani, affinché sentissero di partire in difesa di grandi ideali e in cerca di gloria.
Il dramma che vede al centro Donald, non è in definitiva più il suo dramma personale, perché egli è ormai già distaccato dalla vita, ma è il dramma che colpisce i personaggi intorno a lui.
Il padre, rettore presbiteriano, vive nell’illusione di restituire al figlio un minimo di dignità umana ed è convinto che la fidanzata, Cecily, accetterà di sposarlo, nonostante la sua grave infermità. Ed è proprio Cecily il personaggio che Faulkner descrive con maggiore cura, attento a sottolinearne la bellezza e la sensualità, insieme con la superficialità e la frivolezza , indici di profondo egoismo. E’ questo lo stereotipo della giovane donna del sud, bella e viziata, in cerca di una conveniente sistemazione, ma restia a rinunciare all’amore e al sesso: essa mette in gioco tutte le sue armi di seduzione, rasentando a volte il cinismo e la crudeltà nel suo rapporto con gli uomini. Una Rossella O’Hara un po’ più moderna, ma pur sempre di Atlanta, città in cui la vita sembrerebbe, da questo punto di vista, cambiata veramente poco.
Cecily non è però l’unico personaggio femminile di spicco in questo romanzo. Grande rilievo hanno Margaret Powers e Emmy. La prima appare come l’elemento rassicurante e positivo, la donna che per generosità è capace di offrire se stessa, ma anche di negare a se stessa l’amore desiderato. Emmy, piccola, rozza e quasi a tratti un po’ animalesca nasconde dietro quella totale assenza di femminilità un carica emotiva e sensuale di grande spessore. E’ lei l’unica che ama sinceramente e incondizionatamente Donald.
I personaggi maschili sono altrettanto ben delineati nelle loro caratteristiche negative e positive: da Gilligan, solidale compagno di Donald, a Jones, satiro maniaco che corre dietro a tutte le donne con cui ha a che fare, a George Farr, perdutamente innamorato di Cecily, al punto da sposarla e condurre con lei una vita sicuramente infelice.
Ciò che si nota, leggendo questo testo, oggi è quanto sia cambiata non solo la concezione della donna e del suo ruolo nella società, ma anche come il rapporto stesso uomo-donna si sia fortunatamente sensibilmente evoluto, pur conservando ancora limiti indiscutibili. Persino le arti della seduzione, che ai primi del novecento erano sì affidate alla donna, ma in modo subalterno all’uomo, trovano oggi diversi mezzi espressivi.
Non si possono non sottolineare, in ultima analisi, le numerose citazioni colte che si trovano nel romanzo, da Shakespeare, a Wordsworth a Coleridge. Questo per rilevare una volta di più come anche nella letteratura americana il legame con la cultura europea sia evidente e fondamentale.
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La luna e i falò di Cesare Pavese
Non mi sembra un paradosso affermare che La luna e i falò di Cesare Pavese è un romanzo in bianco e nero. Scritto nel 1950, appartiene al miglior neorealismo italiano: si pensi a Roma città aperta di Rossellini (1945), Ladri di biciclette (1948) e Umberto D (1952) di De Sica. Nel romanzo di Pavese, però, non è la città, ma il mondo contadino che fa da sfondo ed è protagonista al tempo stesso della narrazione. Una prosa limpida rende la lettura immediata e scorrevole: la parola corrisponde esattamente al suo significato, senza alcun abbandono a metafore o allegorie, ma con qualche sporadica libertà dialettale.
La narrazione procede in prima persona, nella migliore tradizione autobiografica, che lascia il dubbio sulla perfetta coincidenza tra protagonista e autore; come sempre in questi casi, il racconto viene filtrato dal punto di vista del narratore. Qui la storia procede come un viaggio nella memoria di un giovane emigrato che torna al paese d’origine dopo aver fatto un po’ di fortuna. Ma è proprio sull’origine che si richiama immediatamente l’attenzione del lettore: del protagonista-narratore non ci viene detto neanche il nome, ma solo il soprannome Anguilla; di lui si sa però che è un bastardo, allevato da contadini con la prospettiva di disporre in futuro di braccia valide da impiegare nei lavori dei campi.
Radici fragili, dunque, quelle di Anguilla, radici superficiali come quelle delle viti piuttosto che profonde come quelle di altri frutti. Eppure l’esigenza di un ritorno alle origini è così naturale nell’uomo che Anguilla non esita a tornare nei luoghi dell’infanzia anche a costo di rinnovare umiliazioni e ferite sofferte; e il realismo descrittivo di Pavese suscita profumi e odori penetranti, crea immagini di corpi deformati dalla fatica dei campi, dipinge scene di coralità campestre, con una tecnica quasi cinematografica, dove la parola fa da supporto all’immagine e l’immagine dà significato alla parola.
I ritmi della vita contadina sono inevitabilmente legati al succedersi delle stagioni e alle credenze popolari: dunque la luna non è solo l’astro che diffonde il suo raggio luminoso accentuando il mistero nascosto tra le vigne delle Langhe, ma è il punto di riferimento per le attività contadine, così come i falò vengono accesi per evocare la pioggia con l’umidità evaporata dal terreno.
Il racconto di Pavese, però, non concede nulla all’idillio: la tragedia della guerra civile che dilania l’Italia degli anni quaranta, è in agguato nel racconto ed esploderà alla fine, come esplode la vita di chi, consumato da ritmi faticosi e stressanti, non regge alla durezza del lavoro quotidiano e compie una strage: è il caso di Valino, che lascia il piccolo storpio Cinto alle cure di Anguilla e Nuto.
L’amore stesso s’accompagna alla morte, come nel caso di Irene e Silvia le cui esistenze si concludono tragicamente: quasi un presagio nella storia personale di Pavese. E la più bella delle tre sorelle, Santa, non sfugge a un tragico destino. In cerca d’una felicità sempre negata, come le sue sorelle, si lascia andare ora all’uno ora all’altro, incurante se siano d’opposti schieramenti politici. Il suo corpo straziato dalla fucilazione verrà arso sul luogo stesso dell’esecuzione: da esso si alzerà il più crudele e macabro dei falò. Come a voler affermare che non c’è luogo, neanche il più lontano dalla lotta civile e politica, dove la pace possa regnare se essa non alberga nel cuore dell’uomo.
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Sorgo Rosso di Mo Yan (premio Nobel 2012)
Non è semplice per chi ha una visione eurocentrica del mondo, sia pure scevra da pregiudizi e aperta allo studio e all’analisi di culture diverse, cogliere le sfumature e i significati reconditi di un’opera come Sorgo Rosso di Mo Yan.
Siamo di fronte a un romanzo epico, la cui struttura si basa sulla divisione in cinque libri, Sorgo Rosso, Vino di sorgo, Le vie dei cani, Il funerale del sorgo, Pelli di cane, ognuno dei quali è quasi un romanzo a se stante. La scelta di dividere l’opera in libri, all’interno dei quali vi è un’ulteriore suddivisione in capitoli, rispetta i canoni dell’epica classica: si pensi anche solo all’Iliade, all’Odissea e all’Eneide. D’altra parte come nei poemi greci e latini si raccontavano le gesta eroiche, i miti, le tradizioni dei popoli e delle genti, al fine di conservarne e tramandarne la storia e la civiltà, così in questo romanzo contemporaneo, si raccontano le vicende di una famiglia e dei suoi componenti sullo sfondo di fatti storici reali, arricchiti e integrati da storie tratte dalla tradizione popolare, spesso esagerati per la presenza di superstiziose credenze e di fobie materializzate.
Il racconto è affidato all’ultimo discendente che in prima persona rievoca la vita e le esperienze dei suoi avi. La progressione narrativa non è lineare, ma si svolge attraverso numerose digressioni che riportano al passato e proiettano continuamente nel futuro. Così vediamo che personaggi di cui si descrive la morte già nei primi capitoli, ritornano continuamente, per vivere e morire di nuovo. E’ il caso dello zio Liu, scorticato vivo, o della nonna del narratore.
Più che ad una progressione temporale orizzontale,dunque, qui siamo di fronte ad una progressione verticale, come se l’autore avesse scelto di creare dei bozzetti, degli studi, con tecnica pittorica, componendo dei veri e propri quadri, delle scene, per poi poter raggiungere una sintesi finale, nell’assemblaggio delle varie parti.
Ogni parte, dunque, ha la caratteristica di un romanzo nel romanzo.
Non ci è ovviamente possibile apprezzare le sfumature linguistiche, senza conoscere la versione originale dell’opera, ma se, come lo stesso autore ha dichiarato, l’intento è stato quello di usare un cinese classico contaminato da termini derivati da lingue occidentali, l’opera di sintesi compiuta appare ancora più ardua e ambiziosa.
Tra i personaggi sono di grande spicco quelli femminili: la nonna, che appare risoluta e emancipata, pur provenendo da una società contadina arretrata, fa scelte personali autonome e dalle parole del narratore traspare tutta la sua ammirazione. Anche la seconda nonna di cui si sottolineano maggiormente le qualità estetiche appare come un’eroina ed è vittima degli avvenimenti tragici che la travolgono.
Il bandito Yu Zhan’ao, ora eroe, ora vile, ora combattente in difesa del proprio paese, viene descritto talora con ironia, talora con tacita disapprovazione.
Sullo sfondo del racconto, o meglio dei racconti, vi è sempre l’elemento naturale: il sorgo rosso è il letto su cui si concepisce la vita, su cui si nasce e su cui si muore. La natura è vista nella sua dimensione idillica e al tempo stesso crudele.
L’elemento animale è altrettanto polivalente: il cane è il fedele amico, ma è anche il feroce attaccante pronto a sbranare, a mangiare il cadavere dell’uomo, per finire esso stesso pasto per i poveri e gli affamati e la sua pelle servirà a coprire dal freddo. Il mulo è ora il mezzo di trasporto affidabile, ora l’ottusa e recalcitrante bestia, ostacolo alla salvezza del padrone. In questa evidente complessità narrativa si innestano i riti e le tradizioni del popolo cinese: il rito del matrimonio, con il trasporto della sposa sulla portantina, e il rito del funerale, raccontato in più riprese; se si tiene conto degli sconvolgimenti sociali e politici che il popolo cinese ha subito nel ventesimo secolo, si capisce come anche questi riti siano radicalmente cambiati, a volte siano stati persino soppressi.
Ciò che colpisce in questo romanzo è come tutta l’azione si svolga prevalentemente all’esterno e non siano presenti descrizioni d’interni: questo conferisce maggiore spessore alla narrazione epica. Non mancano episodi ansiogeni e claustrofobici, come quello in cui si descrive l’esperienza di colei che diventerà la madre del narratore abbandonata con il fratello dai genitori in fondo ad un pozzo perché possano sfuggire alla violenza del nemico. Un racconto che, per l’atmosfera che crea, ricorda molto da vicino “Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe.
Il premio Nobel conferito a Mo Yan è motivato dal “magico realismo che mescola racconti popolari, storia e contemporaneità”, per cui qualcuno ha voluto accostarlo a “Cento anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. Le due opere, però, sono, a mio avviso, molto lontane, soprattutto per la visione e la concezione del mondo totalmente diverse, visione più cruda e pessimistica in Mo Yan, più leggera e fantastica, pur nel suo profondo significato, in Marquez.
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Gita al faro di Virginia Woolf
Con Gita al faro di Virginia Woolf, il romanzo del novecento si arricchisce di nuovi elementi, rispetto a quelli già introdotti da altri romanzieri appartenenti alla stessa epoca. Tralasciando il caso di Joyce, che con il suo Ulisse merita un discorso a sé, molto complesso e articolato, pensiamo a Proust, a Svevo, a Mann: siamo su un piano del tutto diverso rispetto al romanzo storico o a quello d’avventura dell’ottocento. L’influenza delle teorie freudiane ha ispirato i più grandi personaggi novecenteschi, portati all’introspezione psicologica, all’analisi dei sentimenti e dei rapporti interpersonali.
Insieme con Mrs Dalloway, Gita al faro (To the Lighthouse-1927) è l’opera più significativa di Virginia Woolf.
Il romanzo si divide in tre parti: La finestra, Il tempo, Il faro. Ogni parte è strettamente organica all’altra.
La prima si estende per oltre la metà del romanzo e prende spunto dall’abitudine della protagonista Mrs Ramsay, di osservare, seduta davanti alla finestra con un lavoro a maglia, ciò che accade all’esterno della vetusta casa di campagna, e di scrutare con occhio apprensivo le condizioni meteorologiche, con la speranza di poter esaudire il desiderio del più piccolo dei suoi otto figli, Giacomo, di andare al Faro.
La finestra, però, non è solo il luogo da cui Mrs Ramsay osserva l’esterno: essa è anche, metaforicamente, la finestra sulla sua anima, il mezzo che le permetterà di aprire uno spiraglio alla conoscenza di se stessa.
Sin dalle prime silenziose osservazioni della protagonista, il lettore si accorge di essere di fronte ad un personaggio femminile di tipo nuovo e assai più complesso. Mrs Ramsay si afferma subito come una donna raziocinante, sicura delle sue decisioni e delle sue scelte, sicura delle sue qualità, timorosa solo di essere in qualche modo superiore all’uomo che ha sposato, che, pur essendo un rinomato professore di filosofia, appare ai suoi occhi e attraverso i suoi occhi, come una deludente nullità. Qui il dramma d’una donna in bilico tra gli schemi tradizionali che all’epoca relegavano il sesso femminile al ruolo tranquillo di moglie e di madre tra le rassicuranti mura domestiche e l’esigenza nuova e impellente di rivendicare a sé una capacità raziocinante tendente a riconoscerle legittima autonomia.
Se si confronta il personaggio di Mrs Ramsay con quello di Mrs Bennet, creato da Jane Austen in Orgoglio e pregiudizio (1813) , si capisce immediatamente quanta strada si fosse già fatta e come ci si stesse allontanando già ai primi del novecento dallo stereotipo della donna subalterna all’uomo e alla famiglia.
Già Isabel Archer, il personaggio di “Ritratto di signora” di Henry James, aveva in qualche modo, anticipato questa sorta di “rivoluzione copernicana” nel ruolo della donna nella società. Non a caso, poco più di un ventennio dopo l’uscita di “Gita al faro”, Simone de Beauvoir scriverà un saggio bellissimo sul Deuxième Sexe , il secondo sesso, secondo proprio in ordine di dignità esistenziale. La de Beauvoir affermerà che l’opinione corrente ritiene la donna un’ “ovaia, una matrice”.
Il dramma più sentito da Mrs Ramsay è dunque proprio il suo rapporto con il marito, al quale si sente consapevolmente superiore e per il quale non sente, forse proprio per questo motivo, più alcuna attrazione; eppure ella desidererebbe in certo qual modo riportare ordine nelle cose e nei sentimenti, cercando una fusione tra la sfera intima e i valori tradizionali.
In questa prima parte, dunque, la gita al faro diventa quasi un pretesto per portare avanti una storia con pochi eventi. Il gioco delle metafore della Woolf è sottile e raffinato e non crea mai insofferenza nel lettore. Si prenda ad esempio l’analisi che la stessa signora fa dei raggi del faro: ella paragona se stessa al solo raggio che dei tre è fisso e dà sempre luce.
La seconda parte del romanzo è molto breve ed è dedicata al tempo: il tempo, come succedersi di eventi negativi, che includono la morte improvvisa, solo accennata, della signora e di due dei suoi figli. Morte dentro e degrado fuori della casa, abbandonata.
La terza parte intitolata “Il faro” vede il ritorno alla casa di quelli che rimanevano della famiglia e di parte dei loro ospiti, come in un tentativo di riportare le cose indietro, senza speranza di riuscirci. In questa parte il vero grande protagonista é l’Assenza/Presenza della signora Ramsay. Ella è ancora il punto di riferimento, per il figli Camelia e Giacomo che sembrano aver ereditato dalla madre gli stessi sentimenti che ella nutriva per il loro padre, per Mr Ramsay, che cerca ancora di affermare narcisisticamente il suo io e per Lily, l’amica pittrice che finalmente riuscirà a finire in un modo qualsiasi il quadro che era nella sua mente e che era rimasto incompiuto. Ciò grazie alla visione, una vera e propria epifania sulla verità intima della Signora Ramsay e del suo rapporto con gli altri.
L’amarezza più grande rimane quella di Giacomo che da bambino aveva tanto desiderato che la madre lo portasse al faro e non aveva potuto veder realizzato questo suo desiderio, a causa del maltempo, e ora che vi è giunto col padre è deluso. Dunque era così il faro, il mitico luogo che aveva sognato di vedere? “Una torre nuda sopra una squallida roccia”. Perché la realtà è sempre inferiore al sogno.
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cecità di Josè Saramago
Credo che a buon diritto Cecità di Josè Saramago possa essere definito romanzo dell’assurdo, come lo fu La peste di Camus.
Iniziamo con l’analizzare il titolo: è significativa la scelta di un sostantivo astratto, che, nell’uso assoluto che ne fa l’autore, libero cioè da qualsiasi articolo che aggiunga una connotazione al termine, si impone, attraverso il suo significato,come una condizione propria a tutto il genere umano, una sorta di categoria dello spirito.
Immediatamente dopo un breve primo paragrafo scritto in uno stile tradizionale, Saramago stravolge ogni regola e comincia ad accorpare le frasi, dando ad esse solo delle pause logiche segnate dalle maiuscole, con una tecnica del tutto simile a quella del flusso di coscienza la cui massima espressione è il monologo di Molly Bloom nell’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce. Nell’opera di Saramago il pensiero del singolo si fa tutt’uno col dialogo tra i personaggi, creando, attraverso l’espressione verbale, l’esatta idea del caos esistente nel mondo: d’altra parte i personaggi stessi non si distinguono per il loro nome, ma solo per alcune connotazioni fisiche o sociali. Così ci troviamo di fronte al medico, alla moglie del medico, al ragazzino dall’occhio strabico, alla ragazza dagli occhiali scuri e via dicendo. La perdita di identità è dunque uno dei temi fondamentali di questo romanzo: la vicenda descritta riguarda Ognuno, una sorta di Everyman della tradizione medievale, riguarda l’Uomo e non il singolo. Tutti dunque si trovano nella tragica condizione di cecità, ad eccezione della moglie del medico. E questo, a mio avviso, è un'altra scelta significativa dell’autore, perché solo a lei, a questa donna dotata di coraggio, di generosità e di senso di solidarietà verso il prossimo, è affidato il compito di dare testimonianza di ciò che ha visto e di ciò che è accaduto. La sua funzione non è diversa da quella che Melville attribuì a Ishmael nel suo Moby Dick: solo Ishmael potrà raccontare l’avventura tragica di Achab e della balena bianca e lasciare al lettore la libertà di coglierne il significato simbolico attraverso la forza della parola.
La cecità, dunque, che dilaga come un’epidemia, porta alla luce la parte bestiale e primitiva dell’uomo messo a nudo e privato di ogni condizionamento civile. Violenza e prevaricazione schiacciano i più deboli, abusi di ogni tipo si effettuano in un manicomio dismesso trasformato in lager. Non si può non rilevare, in questo contesto, il chiaro significato politico dell’opera.
Come nei convogli della morte e nei lager nazisti, l’uomo perde totalmente la sua dignità, si trova immerso nei suoi escrementi, che diventano quasi un’estensione del suo corpo. In queste condizioni l’orrore si sostituisce alla normalità, il fetore all’odore, l’atto sessuale diventa perversione e la diffidenza e l’odio si diffondono persino tra le stesse vittime, tra coloro cioè che condividono una sorte sciagurata e malvagia. In questa prospettiva il linguaggio che crea le scene dei ciechi che camminano in fila indiana avendo come riferimento strisce di stoffa che fungono da guida, suscita lo stesso raccapriccio e sconcerto che suscita l’immagine pittorica ne La parabola dei ciechi di Pieter Bruegel.
La cecità, d’altronde, è l’unica condizione, nel mondo di Saramago, per giungere alla conoscenza, proprio come lo fu la peste per gli abitanti di Orano nel romanzo di Camus. Non possiamo non ricordare, a questo punto, che nella tradizione classica, sono proprio i ciechi, quelli che “vedono” realmente: da Omero a Tiresia a Edipo. Si consideri l’interpretazione di Pier Paolo Pasolini del mito di Edipo: qui la cecità è espiazione e riscatto per l’uomo di ieri come per quello di oggi. L’Edipo di Pasolini nasce negli anni venti, vive nell’antica Tebe e muore nella Bologna degli anni sessanta. Nulla di più efficace per esprimere il concetto che questa condizione di morte in vita non appartiene a un’epoca ma è insita nel cuore degli uomini finché non siano essi stessi a prenderne coscienza e a superarla.
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Amos Oz - D’un tratto nel folto del bosco
Una favola per bambini? Una favola per bambini allo stesso modo dei Gulliver’s Travels di Jonathan Swift: opere complesse che appartengono ad epoche assai lontane e diverse tra loro, che affidano all’uso dell’allegoria e della metafora significati profondi.
Il mondo descritto da Oz in questo breve romanzo appare subito circondato ed afflitto da un incomprensibile mistero. Ci troviamo in un luogo e in un tempo indefiniti, dove l’umanità, abbandonata dagli animali che avevano fatto parte della loro vita fino ad un certo momento, vive nell’angoscia d’una colpa commessa ma non ammessa né rivelata. Da questo paese dimezzato, in cui chi resta può facilmente essere identificato con l’oppressore e il carnefice, e chi si allontana con l’oppresso in cerca di pace, parte prima Nimi, il bambino buffo che aveva visioni notturne di animali e per questo veniva deriso per poi fare ritorno privo di parola e affetto da nitrillo. Ed è proprio la perdita della parola, così significativa in un mondo dove regna l’incomunicabilità, che permette al lettore di cogliere il profondo significato della vicenda. Solo i più puri, quali possono essere i bambini, hanno il privilegio di vedere. E saranno Mati e Maya, nella loro trasgressiva fuga in cerca della verità che riusciranno a vedere gli animali nascosti nel bosco, che vivono in armonia,
leoni con conigli, coccodrilli con caprette e uccelli di ogni tipo. In questo bosco giardino dell’Eden regna incontrastato Nehi. Anche lui aveva abbandonato, come Nimi, il mondo degli umani, il cui scherno spietato emargina il diverso. Il tema della diversità qui si fa determinante, in quanto il diverso viene considerato tale ora per colore della pelle ora per religione ora per scelte di vita. Il diverso di Oz non è solo l’ebreo che rivendica a sé il giusto diritto di cancellare secoli di emarginazione, ma è, in questo caso, a mio avviso, lo stesso artista, l’intellettuale, che come Nehi, si chiude nella sua torre d’avorio, sminuito e avvilito dalla insensibilità altrui e consapevole della sua incapacità di comunicare.
Eppure questo mondo impoverito, abitato solo da oppressori, può forse ancora essere salvato dalla purezza incontaminata di Maya, più ancora di quella di Mati, che conserva qualche ricordo forse d’un mondo prima ancora della sua nascita: questi ricordi sono la causa dei suoi timori, mentre Maya appare più coraggiosa, proprio per la sua assoluta purezza. Ed è a Maya e a Mati che sarà affidato il compito di raccontare quanto hanno visto, di restituire agli abitanti del paese la vera vista, la vista degli occhi dell’anima.
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Cento anni di solitudine - da T.S.Eliot a Marquez
Ho appena finito di leggere Cent’anni di solitudine. Bellissimo. Ma prima di unirmi al coro unanime di entusiastici commenti che si alza intorno a questo capolavoro, mi sono chiesta perché mi sia piaciuto, dal momento che è molto diverso dai romanzi che mi hanno sempre affascinato.
Prima di tutto la concezione bergsoniana del tempo in un fluire continuo che sovrappone gli istanti gli uni sugli altri, in cui ogni convenzionale frammentazione diviene inutile, dove i giorni, i mesi e gli anni non hanno ragione di essere perché la vita si svolge in un unico lungo giorno con il solo succedersi di luce e di buio che coincidono con la luce e il buio dell’animo umano.
Ed è in questo tempo senza tempo che si colloca Macondo, un luogo non luogo, ideale e maledetto al tempo stesso, dove si svolge la vita dei personaggi.
E qui il susseguirsi quasi confuso di Arcadi e Aureliani accentua il voluto senso del caos che domina l’esistenza, dove gli uomini diventano l’uomo in assoluto con le sue debolezze e prepotenze, mentre la caratterizzazione più precisa e differenziata dei personaggi femminili conferisce loro solidità e concretezza.
In questo mondo dove tutto è il contrario di tutto in un continuo gioco di affermazione e negazione, l’amore si realizza solo attraverso la passione più irrazionale e penetrante fino a rasentare l’incesto, senza rispetto per le convenzioni, per l’età infantile o senile, dove l’amore coniugale coesiste con quello adultero e mercenario, mentre i sentimenti delicati sono destinati a soccombere. E contemporaneamente all’amore si afferma l’odio che cresce nel cuore con altrettanta forza e si alimenta in silenzio come nel caso di Amaranta che passerà l’ultima parte della sua vita a tessere e ricamare il suo sudario e affronterà con calma e serenità il momento della fine annunciatale dalla morte stessa apparsale in una visione, come nella più classica delle tradizioni mitologiche.
E in questo caotico succedersi di avvenimenti di cui solo Ursula è testimone costante, in questo mondo sconvolto talora da guerre ed eccidi, l’unica scoperta rimane quella del ghiaccio che è essa stessa una scoperta-non scoperta per l’inconsistenza della materia che si scioglie e si dissolve, e l’unico bagliore rimane quello del pesciolino d’oro di Aureliano Buendia.
Solo al compimento della profezia, annunciata con il matrimonio di Ursula e manifestatasi con la nascita del figlio con la coda di maiale di Aureliano e Ursula Amaranta, l’unico generato da autentico atto d’amore, le tormentate vicende dei Buendia potranno aver fine.
Il mito e l’immaginario si fondono e si confondono con la realtà senza possibilità di distinguere l’uno dall’altra. Perché in fondo è questa la vita, un confuso procedere verso l’ignoto in un fluire continuo del tempo fatto di alternarsi di luce e buio, come negli occhi di Ursula.
È stata proprio la centralità della tragica condizione umana, che è in fondo il tema di questo romanzo, che mi hanno fatto riscontrare alcune analogie con The waste land, il poema di T.S.Eliot,. Vi ho trovato la stessa rappresentazione del caos che domina in un tempo dove il presente coincide con il passato e si sovrappone al futuro, dove i personaggi si muovono in una ricerca spasmodica della verità rappresentata ora dal Sacro Graal, ora dalla pietra filosofale, dove la profezia è in entrambe le opere di rilevante importanza ed è spesso affidata alla lettura dei tarocchi o delle carte, dove il tema della cecità non è incapacità di vedere, ma anzi è capacità di sentire e presagire, dove il sesso si afferma nella sua primordiale forza ed energia, dove il tema dell’acqua che è fondamentale in Eliot, perché rigenera la vita così temuta dagli abitanti della terra desolata da far loro considerare Aprile il mese più crudele dell’anno, in Marquez è portatrice di distruzione, fango e deterioramento di cose e sentimenti.
Tutti questi elementi fanno di Cent’anni di solitudine un capolavoro che indaga nell’animo umano, cercando di portarne alla luce gli incubi, le paure, i desideri e le aspirazioni più recondite con uno studio filosofico approfondito
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